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Risposta alla Dr.ssa Spaeder.

Gent.ma Collega,
ho letto la Sua risposta alla lettera di Mons. Carlo M. Viganò, Arcivescovo. Sono
anch’io un medico che ha trascorso più di un anno e mezzo curando gli infettati da
SARS-CoV-2 e non mi ritrovo nelle Sue affermazioni, pertanto, per proseguire sul
cammino di una reciproca critica costruttiva, mi sento d’intervenire.
Quando Mons. Viganò scrive di sieri genici non intende necessariamente alludere a
un prodotto che si integra nel nostro genoma, ma a un RNA messaggero che è di suo
una molecola genica, essendo un acido ribonucleico. Questi sieri non possono essere
definiti vaccini, essendo il vaccino un patogeno o una sua parte, attenuato o
inattivato, capace d’indurre immunità. Queste sono molecole sperimentali (già in uso
in diverse patologie polmonari, oncologiche, nella mucoviscidosi e quant’altro, ma
mai fino adesso sperimentate in caso d’infezione virale) che non inducono immunità
ma producono la spike, che a sua volta dovrà indurre anticorpi. Spike che è la parte
tossica e velenosa di questo virus e la più mutevole.
Ad ogni modo, la retrotrascrizione dell’RNA virale è anche possibile, come avviene
con altri virus a RNA potendo scatenare patologie croniche nel lungo periodo. La
retrotrascrizione dell’mRNA vaccinale è per ora solo ipotetica, come lo è per il DNA
dell’adenovirus vettoriale: è tuttavia plausibile per la presenza dei retrotrasposoni. Si
sa per certo che la proteina N di SARS-CoV-2 si trascrive nel nostro DNA. Gli
mRNA vaccinali rimangono potenzialmente oncogeni per integrazione o per
interferenza genica (epigenetica). Di recente si è scoperto che la spike si localizza nel
nucleo e inibisce la riparazione del danno al DNA, impedendo l’immunità adattativa.
Quindi, non sarei così certo che l’mRNA vaccinale non possa retrotrascriversi nel
nostro DNA.
Mi fa piacere che abbia ricordato che i vaccini hanno sempre una componente di
rischio, pertanto andrebbero adoperati solo quando il beneficio supera il rischio. Non
è il caso della CoViD-19, dove il beneficio è pressoché zero e i rischi sono elevati. Si
tratta di un’infezione perfettamente curabile e con una letalità inferiore all’uno per
cento, quindi non necessita vaccinazione. Inoltre, la mancanza di efficacia è sotto gli
occhi di tutti: questi sieri non interrompono la trasmissione, non impediscono
d’infettarsi, anzi il più delle volte l’infezione segue alla vaccinazione. Inoltre, i
vaccinati sono contagiosi e continuano a infettare alimentando l’epidemia. Questi
sieri inducono le varianti che, come Lei sa, sono mutazioni di fuga da vaccino. La
scarsa efficacia di questi vaccini è evidente osservando la situazione in Israele, dove
c’è un preoccupante aumento di ricoveri soprattutto fra i quaranta e cinquant’anni
pienamente vaccinati. Un’inchiesta negli ospedali di Israele ha documentato che
quasi il 100% dei ricoverati sono vaccinati, e già si pensa alla quarta dose nella
nazione che per prima ha inoculato i suoi abitanti con la terza. In Norvegia, dove la
maggior parte della popolazione è vaccinata, un numero e una percentuale crescenti
di ricoveri correlati a CoViD-19 si verificano fra i pazienti vaccinati e la vaccinazione
non ha ridotto le probabilità di morte in ospedale. Waterford è la contea irlandese col
più alto tasso d’infezioni da SARS-CoV-2, pur avendo il 99,7% di vaccinati.
Gibilterra è il posto al mondo con maggiore percentuale di vaccinati (119%) e
assenza di no-vax, eppure registra un continuo aumento esponenziale di infettati
Gibilterra è il posto al mondo con maggiore percentuale di vaccinati (119%) e
assenza di no-vax, eppure registra un continuo aumento esponenziale di infettati
CoViD-19. Gli anticorpi neutralizzanti dopo la vaccinazione sono inferiori a quelli
dei controlli non infetti. Nessuna differenza nelle cariche virali fra vaccinati e non
vaccinati, e se i vaccinati vengono infettati dalla variante delta, possono essere fonte
di trasmissione di SARS-CoV-2 ad altri. Nel caso della variante delta, gli anticorpi
neutralizzanti hanno una ridotta affinità per la proteina spike. Nessuna differenza
nella carica virale fra vaccinati e non vaccinati infettati dalla variante delta.
Scarsissima risposta ai vaccini in chi ha la variante delta. In quasi settanta nazioni i
casi di CoViD-19 aumentano nonostante le vaccinazioni. Da noi in Italia, la
popolazione si continua a infettare e gli ospedali sono pieni nonostante l’85% di
vaccinati. Questi sieri si stanno rivelando del tutto inefficaci, oltre che inutili.
Si dice che i sieri aiutino a contrarre una forma più leggera d’infezione, ma voglio
ricordare che questa infezione inizia sempre in forma leggera e che prima di evolvere
(in un ristretto numero di casi) nella forma severa passano dei giorni durante i quali è
perfettamente curabile. Basta curarla subito e bene e le persone guariscono. Nessuno
dei miei pazienti trattati fin dall’inizio è mai andato in ospedale e le migliaia di
medici italiani che curano subito i pazienti registrano meno dell’uno per cento di
ospedalizzazione. Lo stesso vale per Colleghi di altre nazioni europee con i quali
sono in contatto.
Le terapie che Lei definisce alternative non sono affatto alternative e sono esistenti
fin dalla prima SARS (Le voglio ricordare che quella attuale è la seconda SARS, che
il virus è quasi identico al SARS-CoV-1 e così anche le manifestazioni cliniche),
come potrà reperire in letteratura dal 2003 in avanti. Che l’idrossiclorochina (HCQ)
possa inibire i coronavirus è in letteratura da dopo la SARS, non si può dire che non
si sapesse. Nei SARS-CoV in genere, HCQ aumenta il pH endosomiale e interferisce
con la glicosilazione terminale del recettore cellulare (ACE2). La clorochina inibisce
la replicazione dei SARS-CoV. La HCQ è un efficace inibitore della replicazione dei
SARS-CoV in vitro e in vivo: SARS-CoV-1 (replicazione virale ridotta del 99% dopo
tre giorni), MERS-CoV, HCoV-229E, HCoV-OC43. Nei topi la clorochina trasmessa
al neonato lo protegge dal challenge letale dell’umano HCoV-OC43.
La CoViD-19 si cura perfettamente, ma va trattata subito, senza perdere tempo,
meglio se entro i primi due giorni. HCQ ha anche azione antivirale. Idrossiclorochina
(400 mg al giorno) e azitromicina (500 mg al giorno) per almeno cinque, fino anche a
una decina di giorni. In Cina, HCQ è risultata utile perfino nella polmonite da
CoViD-19 e si raccomanda “d’includerla nelle prossime linee guida per il trattamento
della polmonite da CoViD-19. L’idrossiclorochina ha tutte le caratteristiche per
confermarsi farmaco di elezione nella profilassi delle complicanze da coronavirus in
fase precoce, e i derivati della china sono studiati dalla FDA statunitense come cura
per la CoViD-19. Il 37% dei 6.227 medici di 30 nazioni diverse che hanno rilasciato
un voto internazionale considera la HCQ il più efficace trattamento per la CoViD-19.
Colyer e Hinthorn la definiscono “un trattamento di prima linea”, soprattutto se
associata all’azitromicina. Un gruppo di ricerca tedesco ha ideato e sperimentato con
ottimi risultati l’idrossiclorochina in aerosol: invece dei 400 mg per via sistemica, il
paziente riceve da due a quattro mg per inalazione, senza tossicità.
L’ivermectina, da sola o in associazione è un antielmintico con attività antibatterica,
antivirale e antitumorale, che agisce su flavivirus, HIV, Ebola e Zika, blocca il virus a
RNA della malattia respiratoria dei suini e neutralizza SARS-CoV-2 in 48 ore in
vitro. Anche la quercitina è efficace nella prima fase di malattia agendo come potente
inibitore virale contro SARS-CoV-2, del quale blocca le proteasi 3CL (3-
chymotrypsin-like), dette anche Mpro, essenziali nel ciclo di replicazione, e questo è
stato divulgato da un comunicato stampa dell’Istituto di Nanotecnologia del CNR,
del tutto ignorato dalle istituzioni sanitarie. La quercitina ha un’azione sinergica con
la vitamina C nella prevenzione e terapia di SARS-CoV-2. Anche il cortisone
stato divulgato da un comunicato stampa dell’Istituto di Nanotecnologia del CNR,
del tutto ignorato dalle istituzioni sanitarie. La quercitina ha un’azione sinergica con
la vitamina C nella prevenzione e terapia di SARS-CoV-2. Anche il cortisone
(desametasone e betametasone) agisce sulle stesse proteasi. Altro inibitore della
proteasi 3CL di SARS-CoV-2 è ebselen, “un composto di selenio organico con
proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e citoprotettive, studiato per il trattamento di
disturbi bipolari e perdita dell’udito, a bassissima tossicità e con un forte potenziale
clinico per il trattamento dei coronavirus”. Una conferma dell’azione di ebselen
contro SARS-CoV-2 giunge dal Politecnico di Milano, con uno studio di conferma
che ne descrive il meccanismo di azione. Ebselen è un potente inibitore di SARS-
CoV-2. Ancora un inibitore di queste proteasi è la cinanserina: già nel 2005 la
Commissione Europea attestava che era stata trovata la terapia per i SARS-CoV,
poiché la cinanserina inibisce in modo significativo i coronavirus della SARS ed è un
farmaco pronto all’uso per curare la SARS. Si tratta di un documento ufficiale della
Commissione Europea. Ricordiamo che la 3CL, o Mpro, è la principale proteasi
presente nei coronavirus. La forte inibizione della cinanserina sulla replicazione dei
SARS-CoV è in letteratura: “Il legame della cinanserina e del suo cloridrato a 3CLpro
espresso battericamente di SARS-CoV e del relativo coronavirus umano 229E
(HCoV-229E) è stato dimostrato dalla tecnologia di risonanza del plasmone di
superficie. È specifico per i coronavirus 3CL” e queste proteasi sono presenti in
SARS-CoV-2. “La progettazione e lo sviluppo di farmaci antivirali specifici ad
azione diretta anti SARS-CoV-2 possono essere resi possibili prendendo di mira
enzimi conservati come la proteasi 3C”. La cinanserina inibisce SARS-CoV-2. Uno
screening virtuale ha confermato l’attività inibitoria di cinanserina e di ebselen sul
substrato Mpro di SARS-CoV-2.

Dato che le tromboembolie sono fra le peggiori complicanze, serve l’azione


anticoagulante dell’eparina a basso peso molecolare (enoxaparina). Inoltre, il
dominio di legame della spike di SARS-CoV-2 interagisce con l’eparina. Nel
momento in cui si apre per incontrare gli ACE-2 (che sono elettronegativi), la spike
assume una forte carica positiva che le permette l’aggancio. L’eparina è una miscela
di mucopolisaccaridi i cui gruppi N-solfati le conferiscono la più alta carica
elettronegativa di quanta ne abbiano tutte le altre biomolecole conosciute, compresi i
recettori ACE-2. Quindi eparina e spike si attirano come una calamita sottraendo il
virus ai nostri recettori. L’uso precoce di eparina riduce il rischio di evoluzione grave.
L’idrossiclorochina esercita una sicura azione antitrombotica, e lavora in sinergia con
l’eparina a basso peso molecolare. Soprattutto: le complicanze coagulative da
coronavirus erano in letteratura fin dalla SARS e dalla MERS, e sono state taciute.
Perché non è stato subito divulgato a tutto il personale sanitario il grave pericolo
delle tromboembolie e, anzi, è stato caparbiamente occultato? Avremmo evitato
migliaia di morti. Per quanto riguarda il cortisone, si sa che è il farmaco di elezione
per trattare la tempesta citochinica ed è confermato dalla pratica clinica e da una
vasta letteratura.
Di supporto alla terapia ci sono il colecalciferolo (sempre associato al menachinone),
l’acido ascorbico e lo zinco. Nel 2020 sono stati pubblicati 300 lavori sui benefici del
colecalciferolo nella CoViD-19. La D3 è importante nella prevenzione e terapia della
CoViD-19, può ridurre il rischio di questa infezione, inibisce la risposta mediata da
IL-17, ha un ruolo nella tempesta citochinica e nella mortalità da CoViD-19. La sua
carenza aumenta i rischi d’infezione e aggrava la ARDS e i pazienti CoViD-19
necessitano dosi più elevate di vitamina D3. Protegge e previene la ARDS. È
raccomandata nei pazienti a rischio. Aiuta a prevenire l’infezione da SARS-CoV-2, a
inibire la tempesta citochinica sopprimendo NFkB, IL-6 e TNF, a prevenire la perdita
di sensazione neurale stimolando le neurotrofine come NGF. Rispetto ai non trattati,
alte dosi di D3 riducono il fibrinogeno e negativizzano l’RNA virale. La carenza di
D3 aumenta la possibilità di contrarre la forma severa, con una più intensa risposta
di sensazione neurale stimolando le neurotrofine come NGF. Rispetto ai non trattati,
alte dosi di D3 riducono il fibrinogeno e negativizzano l’RNA virale. La carenza di
D3 aumenta la possibilità di contrarre la forma severa, con una più intensa risposta
infiammatoria, aumento della morbilità e della mortalità. Dosi elevate riducono la
necessità di terapia intensiva e la gravità della CoViD-19. La D3 riduce il rischio di
questa infezione e di malattia severa: la sua integrazione è raccomandata. La sua
assunzione regolare è associata a una forma meno grave e a maggiore sopravvivenza
degli anziani fragili. In una lettera alla Comunità Medica si esorta il supplemento
urgente di D3 nei pazienti ad alto rischio. Da una ricerca su nove studi pubblicati,
sette dimostrano che prognosi e mortalità da CoViD-19 sono correlate alla vitamina
D3. Uno studio su 99 pazienti CoViD-19 conferma il potenziale beneficio della
vitamina D3 nella dose di 400.000 UI in pazienti CoViD-19 ospedalizzati.
Migliorando la clearance mucociliare, lo zinco rimuove i patogeni dalle vie
respiratorie, inibisce l’enzima “RNA polimerasi RNA dipendente” che replica i virus
a RNA, riduce l’attività dei recettori ACE-2. Bassi livelli di zinco sono associati al
peggioramento dei malati CoViD-19. Si raccomanda la supplementazione di zinco
nei malati CoViD-19 e si conferma che aumenta la clearance mucociliare, rafforza
l’integrità epiteliale, inibisce la replicazione virale, aumenta l’attività antivirale,
attenua i rischi di iper-infiammazione, riduce il danno polmonare e il rischio
d’infezioni secondarie. Nella CoViD-19 anche lo zinco è efficace perfino come
terapia, soprattutto se associato a idrossiclorochina e azitromicina. Valida la
combinazione idrossiclorochina-azitromicina-zinco. La clorochina agisce da ionoforo
dello zinco, facilitandone l’ingresso nella cellula.
L’acido ascorbico è fra i più potenti antinfettivi e antivirali, confermato nella
precedente SARS, promuove la fagocitosi e protegge le barriere epiteliali. Uno studio
randomizzato in doppio cieco su ospedalizzati con infezioni respiratorie acute ha
evidenziato che la vitamina C migliora il decorso. La vitamina C è valida nella
prevenzione e trattamento della CoViD-19 e riduce la mortalità. Nella CoViD-19, in
dosi di 2-8 g/die per os previene le infezioni respiratorie e 6-24 g/die in vena riduce
la mortalità nelle gravi forme polmonari. Malati ospedalizzati per CoViD-19 in Cina
sono stati trattati con alte dosi (anche decine di grammi) in vena. A Shanghai, decine
di pazienti moderati e gravi curati con alte dosi di vitamina C endovena. Vitamina C
endovena in casi gravi di CoViD-19 con sepsi. Alte dosi tempestive di vitamina C
migliorano la polmonite CoViD-19. Due gruppi di ricerca, a Shanghai e a
Guangzhou, consigliano alte dosi di ascorbato endovena per il trattamento di ARDS,
con altre terapie di supporto, fra cui vitamina D3 e zinco. L’ascorbato endovenoso
insieme a steroidi e vitamina D3 risolve la sepsi di pazienti critici. La vitamina C
previene le complicanze e riduce il fluido alveolare inibendo l'attivazione di neutrofili
e riducendo il danno alveolare.
Utile la prevenzione con la glicoproteina lattoferrina, antinfiammatoria e
immunomodulante con azione antivirale ad ampio spettro, compresi i coronavirus e
SARS-CoV-2, utile anche in terapia. Inibisce l’ingresso di SARS-CoV-2 nelle cellule
bloccando l’eparansolfato, co-recettore degli ACE-2. Questa glicoproteina ripristina
l’omeostasi del ferro e riduce lo stress ossidativo e l’infiammazione.
Mons. Viganò ha perfettamente ragione quando scrive che questi farmaci sono
stati sistematicamente boicottati dall’OMS e dalle agenzie regolatorie. Io
aggiungo: perseguitati. Basti pensare all’idrossiclorochina. Due studi del tutto
inventati pubblicati su The Lancet e su The New England Journal of Medicine
pretendevano di passare questo farmaco come tossico: sono stati scoperti e ritirati, ma
sono serviti a far ritirare la HCQ in quasi tutto il mondo. Boicottaggio evidente! Tutti
gli studi avversi alla HCQ sono finanziati dall’industria farmaceutica o da agenzie
collegate al signor William Henry Gates III o hanno conflitti d’interessi, dunque
credibilità zero. A cominciare dai tre che sostenevano che la cardiotossicità di HCQ
collegate al signor William Henry Gates III o hanno conflitti d’interessi, dunque
credibilità zero. A cominciare dai tre che sostenevano che la cardiotossicità di HCQ
(di solito stimata inferiore all’1%) fosse del 10%, del 19%, fino al 33%. Tutti privi di
valore e l’elenco sarebbe lunghissimo.
L’efficacia del plasma iperimmune è nota fin dalla prima SARS, e lo è anche in
questa seconda. Ma forse il plasma era scomodo per qualcuno che aveva più interesse
a dare spazio ai monoclonali… Pertanto, dottoressa Spaeder, non dica che non ci
sono le cure, poiché in questo modo ci si rende co-responsabili di milioni di
morti che non sono stati curati proprio perché, pur essendoci, le cure sono state
negate. Questa pandemia è una vera strage, un secondo olocausto.
Chiediamoci per quale motivo non sono stati allestiti vaccini tradizionali con il
SARS-CoV-2 attenuato. E perché si è mirato sulla spike e non sulle proteasi M e N,
che non sono tossiche e non mutano (per cui non avremmo avuto le varianti da
vaccino)? Se lo chiedono anche altri autori. Invece, con questi sieri che producono
trilioni di spike abbiamo ottenuto effetti pericolosi e mortali e continue varianti che
protraggono l’epidemia. Glieli ricordo. Oltre al ben noto alto rischio di ADE, e di
autoimmunità, la spike può comportarsi come un prione, quindi è neurotossica, è
cardiotossica, e soprattutto è lesiva per gli endoteli provocando endoteliti con
ipercoagulazione e tromboembolie. Le ricordo che è stato dimostrato che è sufficiente
la spike, avulsa dal virus, proprio come quella prodotta da questi sieri, per nuocere
all’organismo e produrre danni ai polmoni, alle arterie e agli endoteli in genere.
Addirittura è sufficiente la sola subunità S1 della spike. Questi due studi dimostrano
che, rimossa la capacità replicante del virus, le cellule vengono danneggiate dalla
spike, solo ed esclusivamente dalla spike. Ed è proprio questa che viene prodotta dal
corpo dei vaccinati. Un altro studio conferma che la subunità S1 della spike aumenta
significativamente le citochine pro-infiammatorie (αTNF, IL6, IL1β, IL8) attraverso
l’attivazione degli inflammasomi NFkB, p38 MAPK e NLRP3 e conferma che il
pretrattamento con cortisone riduce il rilascio di citochine.
Quindi, Mons. Viganò ha perfettamente ragione nel ricordare la pericolosità e la
mortalità di questi sieri. Lo dice la letteratura medico-scientifica e non solo i siti
da Lei citati e da Lei definiti “propaganda anti-vaccinista”. Guardi i dati
europei riportati da EudraVigilance, che non si può certo definire no-vax. Quello
che invece ormai in tanti vediamo è la propaganda vaccinista, sostenuta e diretta
da gruppi finanziari sovranazionali che hanno ben altri scopi che la salute della
popolazione, propaganda fondata solo su studi privi di valore poiché collusi con
l’industria. Valga, fra tanti, l’esempio del primo studio sul vaccino Pfizer che
pretenderebbe di attribuire a questo siero un’efficacia del 95% e l’assenza di tossicità,
che è finanziato da Pfizer e da BioNTech. Lo stesso vale per lo studio recente sulla
vaccinazione per i bambini da 5 a 11 anni, definita sicura ed efficace, finanziato da
Pfizer e da BioNTech. Valore scientifico zero. O quello di Moderna, finanziato da
Moderna, NIAID e da industrie farmaceutiche. Tutto questo non è scienza, è truffa,
crimine.
In chiusura, vorrei ricordarLe, stimatissima Collega, che noi siamo medici e abbiamo
il dovere di proteggere i nostri pazienti, di lavorare per il loro bene, non per il bene di
chi fa i propri interessi, contrari alla Medicina e alla vita della popolazione.
Dobbiamo ragionare con la nostra testa e non ripetere come dei robot gli slogan
antiscientifici del mainstream e del Sistema oligarchico che sta governando
illegittimamente il pianeta. Abbiamo giurato su Asklepios, non sulle multinazionali.
Ringrazio l’Arcivescovo Viganò per il prezioso apporto nella ricerca della verità,
quello che noi scienziati dovremmo fare sempre. Evidentemente, l’Arcivescovo è più
scienziato di noi…
Massimo Citro Della Riva, M.D.
Massimo Citro Della Riva, M.D.

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