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capitolo 4

CHE COSA FANNO LE SOCIETÀ PER CONTRASTARE CRIMINALI E


DEVIANTI? LE POLITICHE E I MODELLI DI INTERVENTO

È possibile, in forma sintetica, esprimere i nessi tra i paradigmi dominanti in un


dato periodo e lì impostazione di fondo che hanno assunto le politiche.

LA PRODUZIONE DI NORME E LA CREAZIONE DEL CRIMINE


Cominciamo dalla produzione delle norme.
La devianza e il crimine non sono oggetti che esistono in natura. Nessun
comportamento è sempre e comunque deviante. Lo è ciò che una società e una
cultura definiscono e trattano come tale.

Troviamo in Marx il riferimento classico alla natura e al fondamento degli


ordinamenti giuridici, a partire dalla concezione dello Stato e del DIRITTO come
SOVRASTRUTTURA originata della struttura costituirà dallʼinsieme dei rapporti
di produzione, ossia dellʼeconomia. A fondamento del diritto cʼè il potere
correlato al possesso dei mezzi di produzione, non la ricerca della soluzione
delle contraddizioni sociali ed economiche. Il diritto è “la volontà della classe
borghese elevata a legge”. La riflessione marxiana a proposito del diritto penale
si intreccia con la dimensione storica del costituirsi e del consolidarsi degli
interessi della classe egemone. Cosi vediamo Taylor, Walton e Young (1975)
richiamare lʼimportanza fondamentale, per una lettura compiutamente
sociologica della devianza e del crimine, di considerare le origini della reazione
della società al loro manifestarsi come intimamente intrecciate con la struttura
dellʼeconomia politica dello Stato che condiziona la legislazione.
Per arrivare alla elaborazione di nuove norme o al cambiamento di quelle
esistenti, occorre infatti che si verifichino CONDIZIONI FAVOREVOLI al prodursi
di DECISIONI LEGISLATIVE, in particolare quando si tratta delle questioni
oggetto del nostro interesse.
Entrano in gioco, in particolare:
– Le forme di costruzione sociale dei problemi;
– Le domande si orientano in direzione del sistema politico nella sua funzione
di decisore;
– Il ruolo che svolgono i gruppi di interesse.
Possiamo richiamare le crociate morale nonché il RUOLO DEGLI IMPRENDITORI
MORALI che le animano. Ne parla Becker (1987) indicando con questa
espressione le figure che hanno rilievo pubblico nel sollecitare e ottenere
lʼapprovazione di provvedimenti su temi che evocano posizioni forti in ordine
appunto alla “morale”. La stessa denominazione può essere applicata a
componenti del sistema politico allorquando si propongono di cavalcare temi
sensibili per un interesse elettorale.
Tra gli imprenditori morali compaiono non di rado figure di responsabili delle
stesse istituzioni chiamate a lavorare per risolvere i problemi, soggetti che
occupano parte del loro tempo a invocare innovazioni normative per il presunto
aggravarsi degli stessi problemi.
Se veniamo al contesto contemporaneo, imprenditori morali possono essere
allʼopera non solo a livello delle normative nazionale, ma anche in molti ambiti
locali.
Eʼ naturalmente essenziali il RUOLO DEI COMPONENTI DEL SISTEMA POLITICO
in quanto decisori pubblici.
Lo stesso decisore può assumere iniziative e imporre temi e soluzioni, anche
astraendo dallʼesistenza di una domanda da parte di settori sociali o di specifici
attori collettivi, per creare o accrescere il consenso intorno a sé.

Più controverso appare il RUOLO DEGLI ESPERTI che elaborano dati e teorie
scientifiche di interpretazione dei fenomeni. Le soluzioni adottate risentono
infatti di elementi cui: il senso comune. Le posizioni espresse da gruppi di
pressione.
È tuttavia abbastanza evidente come i contenuti delle normative in materia di
controllo delle devianze che si sono affermate negli ultimi anni hanno
connotazioni piuttosto definite.

Ne sono elementi costitutivi:


– Il costante aggravamento delle sanzioni per i reati di maggiore visibilità e
impatto sul sentimento di insicurezza;
– Il perseguimento, attraverso strumenti diversi, di obiettivi come
lʼincapacitazione e la gestione e riduzione dei rischi provocati da individui
orientati;
– Il rafforzamento degli organi e dei poteri delle Polizie;
– La protezione della sicurezza pubblica.
Al fianco di questi orientamenti, di fatto prevalenti, vediamo tuttavia maturare e
prodursi, in alcuni paesi, legislazioni che, su alcuni comportamenti devianti e
relativi problemi sociali, mostrano la rilevanza di forze e posizioni differente da
quelle dominanti e una certa influenza di sapere esperto. Per fare qualche
esempio:
– Lʼattenzione alle vittime;
– La difesa dei consumatori e dei cittadini tutti rispetto ai danno della salute;
– La penalizzazione non più delle persone che si prostituiscono, ma anche
dei clienti;
– La più severa regolazione dello spazio virtuale.

IL CONTROLLO SELETTIVO COME FONDAMENTO DELLA


CRIMINALIZZAZIONE E DELLA DEVIANZA SECONDARIA

Cosi come non esiste comportamento criminale o deviante se non esiste una
norma che lo definisca come tale, al pari non esiste soggetto criminale o
deviante se quellʼetichetta non gli è concretamente applicata da chi è in
contatto con lui e ne osserva o scopre le azioni.
A dare sostanza al cosiddetto “DETTATO NORMATIVO” sono gli impegni e le
scelte, spesso discrezionali operate da attori diversi, in quanto titolari di ruoli
istituzionali.
Si tratta di azioni e scelte di fatto politiche, operate da chi delle organizzazioni
ha la responsabilità.

Parliamo qui di impegni volti alla EFFETTIVITÀ DELLA NORMA.

Grande importanza, in questo discorso, riveste la natura della norma


considerata.
Se si tratta di una NORMA SEMPLICE si potrà parlare di effettività della norma
in termini essenzialmente di applicazione della stessa attraverso la
predisposizione di misure di controllo che inducano lʼosservanza del divieto o
dellʼobbligo.
Diverse sono le NORMATIVE COMPLESSE come quelle che si prefiggono di
intervenire su un fenomeno più che su un singolo comportamento. A questo
proposito è opportuno parlare, più che di applicazione della norma, della sua
IMPLEMENTAZIONE. Il processo di implementazione è espressione delle scelte
relative allʼentità e alla distribuzione di risorse per far funzionare istituzione e
servizi.

Altro è il piano della EFFICACIA DELLA NORMA, ovvero la verifica che essa
abbia raggiunto gli obiettivi dichiarati. È questo il terreno più interessante del
guardare al diritto dal punto di vista sociologico, a partire dal nesso tra
effettività ed efficacia.

In alcuni casi il RAPPORTO TRA EFFETTIVITÀ ED EFFICACIA appare piuttosto


lineare.
Lʼintroduzione dellʼobbligo di allacciare le cinture di sicurezza è infatti frutto di
una consolidata consapevolezza. Lʼapplicazione estesa della norma - dunque la
sua effettività- attraverso continui controlli e sanzioni ai trasgressori è, questo
caso, anche garanzia della sua efficacia, ossia di raggiungimento degli obiettivi
dichiarati.

Molti sono i casi di NON RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI dichiarati nel


momento dellʼelaborazione e approvazione di una specifica norma.
Più frequentemente, si incontrano FORME DI SELETTIVITÀ che orientano solo in
certe direzioni gli sforzi e gli impegni, nonché le risorse disponibili.
Tutti questi attori sono orientati, nel loro agire, da procedure formalmente
definite, ma nei fatti condizionati da alcuni elementi sociologicamente rilevanti:
lʼinterpretazione che i titolari di ruolo danno alle norme, le disposizioni di
dettaglio rese necessarie da formule generiche adottate dal legislatore, i
margini di discrezionalità, le risorse disponibili, le modalità di esercizio del loro
ruolo, le loro idee.
Tra i molti fattori che sono allʼorigine della selettività dellʼagire delle istituzioni,
uno in particolare merita attenzione: il RUOLO DELLO STEREOTIPO. Il processo
di selezione della categoria di criminali secondo lo stereotipo dominante è
perpetuato dalle agenzie di controllo, dalla magistratura e dalle istituzioni
carcerarie che agiscono sulla base di quello stesso stereotipo e, insieme, lo
rafforzano.
Al contrario, i gruppi sociali privilegiati, i cui membri non corrispondono allo
stereotipo, godono di IMMUNITÀ.

Con lʼaffermarsi delle politiche orientate alla TOLLERANZA ZERO, il loro


bersaglio sono esclusivamente i piccoli spacciatori, i tossicodipendenti, le
prostitute, le persone più deboli e meno pericolose. Oggetto di repressione
diventa soprattutto chi si presenta come portatore di segno esteriori a priori
sospetti.
Vengono a porsi in essere POLITICHE ATTUARIALI secondo cui è preferibile
esercitare il controllo su gruppi di soggetti considerati come insiemi indistinti di
produttori di rischio. Ne consegue che le strategie di controllo si definiscono
sempre più esplicitamente come strategie di gestione di determinati gruppi o
categorie di soggetti.
Con lʼaffermarsi e il diffondersi dia utente idee, è lʼintero sistema penale che
programmaticamente si pone in modo selettivo, coltivando quello che è
chiamato il “diritto penale dʼautore” in opposizione al “diritto penale del fatto”.
Un ruolo di particolare importanza è rivestito, inevitabilmente, dalle forze di
Polizia.

IL (GIUSTO?) PROCESSO
Per parlare di processo penale è dʼobbligo tornare al pensiero di Beccaria.
I suoi principi possono essere così riassunti:
– I reati e le pene devono sempre essere stabiliti dalla legge,
– Tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge e la legge è uguale per tutti;
– I giudici devono agire in modo imparziale;
– Le prove della colpevolezza di un individuo devono essere raccolte in modo
rigoroso;
– Da queste procedure deve essere esclusa la tortura;
– Il tempo entro il quale raccogliere le prove utili alla celebrazione del
processo deve essere il minore possibile;
– Le persone inquisite devono essere informate in merito alle prove raccolte a
loro carico;
– Nessuno deve essere privato della libertà fino al momento in cui un giudice
abbia stabilito la sua responsabilità relativamente al reato di cui è accusato;
– La discrezionalità dei giudici nello stabilire le pene deve essere nulla;
– La pena comminata dovrà essere espiata interamente;
– I processi sono pubblici.

Sono questi i principi che hanno permeato la costruzione dei moderni sistemi
penali e processuali in Europa e in altre parti del mondo, a partire dalla seconda
metà del Settecento.
La prima criticità è connessa alle difficoltà di costruzione di un sistema che
fondi in maniera oggettiva il principio della PROPORZIONALITÀ TRA REATI E
SANZIONI.
Peraltro proprio per i reati diversi da quelli predatori o strumentali emerge con
evidenza il LIMIRE DELLʼINDIVIDUAZIONE DELLʼUNICA CAUSA del
comportamento deviante nella razionalità che caratterizza lʼHomo
aeconomicus: ricordiamo i reati espressivi.
E di rischio più o meno elevato di incorrere nelle sanzioni, più che di certezza
delle pene, occorre parlare, evidenziando in questo modo il terzo elemento, la
terza criticità da considerare: la non consistenza empirica della sequenza
delitto-pena su cui si fonda molta della PRETESA EFFICACIA DETERRENTE della
sanzione.
È constatazione scontata che vi sia, da parte di chi compie un reato, non solo
un calcolo basato sul rapporto tra i benefici ottenuti con il reato e i costi
rappresentati dalle sanzioni, ma anche un valutazione sulla più o meno ampia
probabilità che quel costo si paghi in concreto.
Molte ricerche hanno messo alla prova, nella realtà, i principi sanciti dalla
prospettiva del paradigma classico, mostrando i limiti dello schematismo di
fondo del ragionamento originale. Ci riferiamo gli studi che si sono occupati di
verificare lʼEFFETTIVA EFFICACIA DETERRENTE DELLE SANZIONI ponendole in
relazione a reati, tipi di autori e caratteristiche della pena.
Ricordiamo, tra gli altri, il lavoro di Chambliss (1967), il quale sostiene
lʼesigenza di associare la già citata distinzione tra reati strumentali ed
espressivi con della relativa al grado più o meno elevato di coinvolgimento in
stili di vita devianti o di implicazione in attività illegali. Lʼintreccio tra i du
elementi permette di pervenire a una scala che va dal grado minimo di efficacia
deterrente delle sanzioni per i reati espressivi compiuti da soggetti con alto
grado di coinvolgimento al grado massimo per reati strumentali compiuti da
soggetti estranei agli ambienti criminali.

Sappiamo quanto il principio della PRONTEZZA DELLA PENA sia oggi poco
rispettato.

Quanto alla INFALLIBILITÀ DELLA PENA, ovvero lʼassoluta corrispondenza tra


sanzione prevista in astratto e sanzione applicata in concreto, si può dire che è
stata progressivamente messa in discussione dagli orientamenti della politica
pena che sono discesi dai paradigmi successivi a quello classico. Nello
specifico, tre sono gli elementi entrati in campo. In primo luogo lʼaffermarsi, con
il paradigma positivista, della necessità di considerare le differenze tra gli
individui autori di atti illeciti, di guardare cioè ai rei piuttosto che solo ai reati. In
secondo luogo. La progressiva attenzione pista, nel quadro del paradigma
sociale, alle condizioni dei soggetti. Infine, lʼaffermarsi dellʼopportunità di
attribuire alla pena una funzione rieducativa.
Lʼinsieme di questi elementi ha portato, nel corso del tempo, al passaggio dalla
definizione netta e univoca della sanzione corrispondente a ciascun reato alla
indicazione di un minimo e un massimo, la cosiddetta FORBICE EDITTALE.
Nel corso del tempo si sono infatti elaborati numerosi criteri che possono
aiutare il giudice a scegliere la SANZIONE SPECIFICA:
– Le caratteristiche specifiche del fatto- reato ;
– La presenza di circostanze e situazioni che possono configurare attenuanti
o aggravanti;
– La gravita del danno;
– La natura del reato;
– Il grado di premeditazione;
– I motivi per cui lʼimputato ha agito;
– Il grado di consapevolezza delle conseguenze;
– Le condizioni di vita individuale.
Tutti i RIFERIMENTI ALLA PERSONA, in via di principio, sono dunque oggi
rilevanti per la scelta di una pena.

LE POLITICHE SOCIALI DI PREVENZIONE E GESTIONE DELLE DEVIANZE


NELLO SCENARIO CONTEMPORANEO
Negli ultimi decenni del secolo scorso le pratiche di PREVENZIONE si sono
progressivamente ridimensionate. Diversi sono i fattori allʼorigine di questo
ridimensionamento: la crescente complessità delle problematiche da affrontare,
le difficoltà economiche della maggioranza degli Stati, i conseguenti tagli a
servizi e personale.

In questo clima e in questo contesto si è affacciata la concezione della


prevenzione che adotta una prospettiva diversa: la prevenzione situazionale
che ha come fondamento lʼagire delle autorità e delle comunità in direzione
della creazione di ostacoli alla commissione di atti criminali.
Naturalmente, il riferimento principale è alla criminalità predatoria.
La concezione di prevenzione che si fonda sulla modificazione dei contesti in
cui certi comportamenti hanno luogo, ha poi trovato applicazione anche nella
ricerca di contenimento ( ad esclusione della vista) di ALTRE FORME DI
DEVIANZA che si manifestano in luoghi pubblici, come lʼalcolismo, la
tossicodipendenza o la prostituzione di strada.
Qui la creazione di ostacoli alla presenza di persone e comportamenti sgraditi si
è associata allʼapplicazione di forme diverse di sanzioni, spesso di natura
amministrativa, tese a scoraggiare il perpetuarsi della azioni.
In questo scenario le POLITICHE E I SERVIZI SOCIALI che si propongono di
prevenire e gestire in maniera non solamente sanzionatoria o repressiva
situazioni socialmente problematiche ovvero quelle che sono considerate
devianze non penalmente rilevanti vivono una fase di forte criticità.

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