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L’ORDINAMENTO GIURIDICO

Premessa fondamentale per parlare dell’ordinamento giuridico è la distinzione tra diritto positivo e
diritto naturale: il diritto naturale è quello ideale, quello desiderabile, mentre il diritto positivo è
quello vigente, che regola una data comunità giuridica in un determinato momento storico.

All’interno del diritto positivo è doveroso distinguere il diritto privato dal diritto pubblico: in
passato si era proposto di distinguere le due branche del diritto in base al criterio dei soggetti, cioè a
seconda che i soggetti destinatari delle norme giuridiche fossero soggetti privati o pubbliche
amministrazioni (criterio non corretto poiché esistono norme del diritto privato che hanno come
destinatarie PA, e norme di diritto pubblico che hanno come destinatari soggetti privati). Come
criterio distintivo non è utilizzabile neppure il criterio dell’interesse, cioè in base all’interesse
perseguito dalla norma: questo perché esistono norme del diritto privato che realizzano interessi
pubblici. Il criterio più accreditato è quello che verte sul tipo di relazione che si instaura tra i
soggetti: nel diritto privato i soggetti sono posti su un piede di parità, secondo il principio di
uguaglianza (diritto privato è il regno dell’uguaglianza: tutti i soggetti hanno pari ruolo e nessuno è
sovraordinato o subordinato rispetto a un altro); nel diritto pubblico, invece, il principio è quello
basato sulla supremazia della PA: il rapporto tra la PA e il privato non è di pari ordinazione, poiché
il privato si trova in soggezione rispetto alla pubblica amministrazione.

Il diritto privato, come il diritto pubblico, si considera un ordinamento giuridico, cioè un complesso
di norme giuridiche la cui finalità è organizzare un determinato corpo sociale e prevenire ed
eventualmente risolvere conflitti di interesse tra i consociati. Quindi l’ordinamento giuridico ha un
ambito di applicazione territoriale e presuppone una organizzazione dotata di un minimo di stabilità.
L’unità elementare dell’ordinamento giuridico è la norma giuridica, termine che deriva dal latino
norma che significa “squadra, strumento di misurazione”, e appunto è l’unità di misura del sistema
giuridico.

La norma è una proposizione o un precetto formulato in termini generali e astratti, che incide sulla
sfera giuridica dei destinatari imponendo o vietando loro determinati comportamenti e che presenta
delle specifiche caratteristiche (i caratteri della norma giuridica).

Caratteri della norma giuridica.

La norma giuridica ha carattere generale: tale carattere si riferisce all’idoneità della norma a
rivolgersi ad una serie indeterminata di soggetti. Il loro comando non si rivolge ad una singola
persona, ma a una generalità di persone (es. a tutti i cittadini dello Stato italiano; a tutti i
contribuenti).

La norma è astratta: carattere, quello dell’astrattezza, che indica l’idoneità della norma a essere
applicata ad una serie indefinita di fatti, comportamenti e rapporti. La norma non contempla un caso
singolo concreto, bensì un caso ipotetico, in quanto prende in considerazione una situazione astratta
che diviene concreta solo nel momento in cui si verifica il fatto. Dunque la norma descrive un fatto
ipotetico che può diventare concreto.

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La norma giuridica ha carattere obbligatorio: carattere che impone ai destinatari di attenersi ad n
determinato comportamento, l’inosservanza del quale può comportare l’applicazione di una
sanzione (precetto + sanzione: se… allora…).

La norma giuridica è innovativa, nel senso che è idonea a modificare l’ordinamento giuridico. In
particolare, una norma può: o regolare per la prima volta una situazione in precedenza mai prevista
dall’ordinamento giuridico; o sostituire una precedente norma (ma non per questo non è innovativa,
anzi realizza comunque una modificazione dell’ordinamento giuridico rispetto allo status quo ante).

La norma giuridica è coattiva perché si impone ai destinatari anche senza il loro consenso, e
prevede una serie di meccanismi volti a garantirne l’osservanza. La norma, infatti, può prevedere le
sanzioni, che sono le reazioni dello Stato in caso di inosservanza, e può consistere in una risposta di
tipo civile, penale, amministrativo o disciplinare.

Una distinzione importante è quella tra norme inderogabili e norme derogabili, che si fonda
rispettivamente sulla impossibilità o sulla possibilità dei privati di derogare alla norma: le norme
inderogabili sono a tutela di interessi indisponibili da parte dei consociati; viceversa, le norme
derogabili sono a tutela di interessi disponibili da parte dei privati. All’interno di questa bipartizione
(norme derogabili/inderogabili) si traccia un’ulteriore distinzione tra norme imperative e norme
dispositive o suppletive dall’altro. Le norme del diritto privato, infatti, o sono imperative o sono
dispositive o suppletive: una norma non può essere al contempo imperativa e dispositiva: o dell’un
tipo o dell’altro tipo.

Le norme imperative vietano una certa condotta o un certo risultato, ovvero impongono regole o
individuano modalità che determinano la conformità o meno del comportamento dei singoli
all’ordinamento giuridico. Ne sono esempi: gli artt. 771 cc (vieta la donazione di beni futuri), 2744
cc (vieta il patto commissorio), 1350 cc (prescrive che certi negozi giuridici debbano essere stipulati
per iscritto a pena di nullità).

Cionondimeno, a dispetto degli esempi sopra menzionati, non è sempre facile distinguere le norme
imperative da quelle che imperative non sono (norme dispositive): in questi casi è necessario
avvalersi di uno specifico criterio che possa indirizzare l’interprete: bisogna accertare quale sia
l’interesse protetto dalla norma. Se l’interesse protetto dalla norma è sovraordinato a quello dei
singoli destinatari, e quindi se è un interesse che fa capo allo Stato o comunque a soggetti diversi
rispetto ai destinatari diretti della norma, si è in presenza di una norma imperativa; se, invece, la
norma tutela un interesse che fa capo ai singoli destinatari della norma, quella sarà una norma
dispositiva o suppletiva. Si vedano, ad esempio, le norme del libro V del codice civile relative alla
redazione del bilancio di società per azioni: vi sono degli articoli che nel dettaglio regolano come
redigere il bilancio; tali norme sono imperative o dispositive? Se fossero imperative, le società non
potrebbero derogarvi; se, invece, fossero dispositive, le società potrebbero redigere i bilanci
secondo criteri diversi da quelli previsti da queste norme. Bisogna dunque chiedersi quali interessi
tutelano le norme in tema di bilancio: tutelano soltanto gli interessi dei soci e della società? In realtà
tutelano interessi che fanno capo anche ad altri soggetti: gli interessi dei creditori della società, dei
dipendenti, dello Stato inteso come Fisco, dei fornitori. Per questi motivi si potrebbe dire che
l’interesse tutelato dalle norme sulla redazione del bilancio è un interesse sovraordinato a quello dei

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soci e della società, e si tratta quindi di norme imperative. Corollario di ciò è che le norme sulla
redazione del bilancio (come tutte le norme imperative) non possono essere derogate.

Altro esempio: l’art. 2105 cc prevede un obbligo di fedeltà del lavoratore, per cui il lavoratore non
può trattare affari, cioè non può svolgere attività in concorrenza con quella del datore di lavoro.
Questa norma è imperativa o dispositiva? Il criterio dell’interesse sotteso alla norma consente di
affermare che, essendo tutelato esclusivamente l’interesse del datore di lavoro e non venendo in
gioco interessi di soggetti ulteriori, la norma è dispositiva: in altri termini, il datore di lavoro ed il
lavoratore potrebbero derogarvi, potrebbero cioè mettersi d’accordo diversamente. “Il prestatore di
lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l'imprenditore…”: è
vero che la norma si esprime in termini di dovere negativo (“NON DEVE”), ma si può affermare
che il criterio letterale non sia decisivo, motivo per cui, anche in assenza della formula “salvo patto
contrario”, si ammette la possibilità per il lavoratore e l’imprenditore di derogare alla disposizione
in esame: viene in gioco un interesse individuale, non sovraordinato a quello dei contraenti.

Le norme dispositive e le norme suppletive possono essere derogate.

Più precisamente, le norme dispositive si caratterizzano per l’attitudine in capo alle parti di poterne
liberamente disporre, derogandovi. Un esempio è l’art.1815, co.1, cc avente ad oggetto la stipula del
contratto di mutuo. Tale contratto può essere oneroso (e nel silenzio delle parti si considera sempre
e comunque oneroso) ovvero, quando le parti stabiliscano diversamente, gratuito, senza interessi.
Ciò perché la norma che prevede gli interessi nel mutuo è una norma dispositiva. Il comma 2 del
medesimo articolo, invece, riguardante la nullità del contratto di mutuo è una norma imperativa (che
non può essere derogata dalle parti).

Le norme suppletive sono applicabili nei casi in cui la volontà dei singoli non sia intervenuta a
disciplinare un aspetto della fattispecie; si tratta di norme che suppliscono alla mancanza di volontà
dei privati. Esempi: le norme sulla successione legittima: se il de cuius non ha dettato alcuna
regolamentazione in via negoziale, cioè se non ha redatto alcun testamento, trovano applicazione
integralmente le norme sulla successione legittima, che sopperiscono alla mancata dichiarazione di
volontà mortis causa del de cuius. Norme sulla distanza fra costruzioni: se i proprietari non hanno
dettato una specifica regolamentazione, trova applicazione la disciplina dettata dalla legge, che
supplisce alla mancata espressione di volontà da parte dei privati.

ORDINE PUBBLICO ITALIANO

Spesso le norme imperative vengono affiancate all’ordine pubblico: es. “condizione contraria a
norme imperative o all’ordine pubblico”. Si tratta però di concetti differenti. L’ordine pubblico può
essere desunto non direttamente da norme, ma dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico
(sentenza sui danni punitivi, Cass. n.7613/2015). La sentenza citata ha delineato la nozione di
ordine pubblico nazionale: l’ordine pubblico nazionale è dato da quei principi fondamentali
dell’ordinamento giuridico che sono tali perché caratterizzano la struttura etico-sociale della
comunità nazionale in un dato momento storico. Pertanto, il concetto di ordine pubblico nazionale
può variare nel tempo, perché in un certo momento può essere un principio di ordine pubblico

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nazionale vigente e in un altro momento può venir meno quel principio a causa della mutazione del
contesto storico-sociale della organizzazione giuridica.

Al concetto di ordine pubblico nazionale, si affiancano i concetti di ordine pubblico europeo,


internazionale o convenzionale, i quali si caratterizzano per un più ampio contesto sociale di
riferimento, e costituiscono un limite alle forme di espressione dell’autonomia dei privati.

FONTI DEL DIRITTO

Con tale espressione si allude al complesso degli atti o dei fatti abilitati dall’ordinamento giuridico a
produrre o a far conoscere norme giuridiche: attraverso le fonti, il diritto si crea o si conosce.

Il nostro ordinamento è informato al principio di pluralità delle fonti, in forza del quale il sistema
delle fonti è costituito da una moltitudine di fonti eterogenee. Per questo motivo, possono verificarsi
le cd. antinomie normative, che si hanno casi di contrasti apparenti tra fonti rispetto ad un
medesimo fatto. Le antinomie normative si declinano in due diverse modalità: o se più disposizioni
esprimono significati tra loro incompatibili; o se più disposizioni qualificano uno stesso fatto in
modo differente. In queste ipotesi, si rendono necessari criteri risolutivi idonei a identificare la
corretta fonte da invocare o applicare nel caso concreto.

Il primo criterio da adottare in presenza di antinomie normative tra fonti di pari rango è il criterio
cronologico: in caso di contrasto, prevale la fonte più recente. L’effetto dell’applicazione di tale
criterio è l’abrogazione (ex nunc) della norma meno recente; in particolare, l’abrogazione può
essere espressa (quando il legislatore fa espresso riferimento all’abrogazione di una determinata
norma), tacita (abrogazione per incompatibilità) o implicita (quando l’intera materia già regolata
dalla norma precedente è integralmente regolata da quella più recente).

Se il contrasto dovesse sorgere tra norme che hanno un diverso grado gerarchico, si farà ricorso al
criterio gerarchico: in caso di contrasto, prevale la fonte che nella scala gerarchica occupa la
posizione più elevata. L’effetto dell’applicazione di tale criterio è che la norma di rango inferiore è
invalida e suscettibile di annullamento (erga omnes) o di disapplicazione da parte del giudice.
L’annullamento o dichiarazione di incostituzionalità si distingue dall’abrogazione sotto il profilo
qualitativo: l’annullamento ha effetti ex tunc: gli unici limiti alla dichiarazione di incostituzionalità
sono il giudicato o la prescrizione o una transazione; al di là di questi casi, la declaratoria di
incostituzionalità travolge tutti i rapporti. L’abrogazione, come visto, ha effetti ex nunc. La
disapplicazione, invece, ha incidenza soltanto inter partes, cioè limitatamente alle parti del giudizio.

In terzo luogo, può trovare applicazione il criterio di specialità allorquando viene istituita una
relazione tra norme, nel senso che si può individuare una norma generale e una norma speciale: in
caso di contrasto, prevale la norma speciale su quella generale – lex specialis derogat legi generali.
Es. l’art.2043 cc è la norma generale sulla responsabilità extra-contrattuale, alla quale si affiancano
le norme speciali in materia di responsabilità di cose in custodia o responsabilità da animali: se nel
caso concreto ricorrono gli estremi per l’applicazione della norma speciale, non troverà
applicazione la norma speciale. L’effetto dell’applicazione del criterio di specialità è che la norma

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generale non viene applicata al solo caso concreto (efficacia tra le parti ex nunc). Il criterio di
specialità è codificato solo in materia penale, ma ha efficacia anche nel diritto civile.

Quarto criterio di risoluzione delle antinomie normative è il criterio di competenza: esso trova
applicazione allorquando il legislatore o la costituzione dettano dei criteri ratione materie. In queste
ipotesi, per certe materie si applica una certa fonte, cioè quella alla quale la costituzione ha
assegnato la competenza per la regolamentazione della singola materia. Si pensi alle materie
disciplinate dai regolamenti parlamentari: il criterio di competenza vuole che nessuna altra fonte
possa disciplinare quei comportamenti, perché la costituzione vuole una riserva di competenza.
Dunque, secondo questo criterio, in caso di contrasto si applica la fonte cui la Costituzione assegna
la competenza per quella singola materia.

Una tradizionale distinzione tra le fonti è quella tra le fonti di produzione e le fonti di cognizione.
Le prime sono quegli atti o fatti mediante cui si producono norme giuridiche; le fonti di cognizione
sono gli strumenti attraverso i quali si viene a conoscenza delle fonti di produzione.
Le fonti di cognizione consentono di conoscere le fonti di produzione. Tra le fonti di cognizione vi
è la Gazzetta Ufficiale (nella quale vengono pubblicate una serie di fonti – leggi, regolamenti,
decreti legge); tuttavia, in Italia, alcune fonti vengono pubblicate sia nella gazzetta ufficiale sia
riprodotte nella raccolta ufficiale degli atti normativi della repubblica italiana, secondo il
meccanismo della “doppia pubblicazione”: ciò perché in caso di contrasto tra quello che risulta
nella Gazzetta Ufficiale e quello che risulta nella raccolta ufficiale degli atti normativi della
Repubblica Italiana prevale il testo di quest’ultima. Vi sono poi fonti extradomestiche, che
agevolano la conoscenza delle norme sovranazionali e internazionali (Gazzetta dell’UE).
Le fonti di produzione sono gli atti o i fatti idonei a creare diritto oggettivo: si riferiscono, cioè, al
procedimento da cui origina il diritto. Tra queste spiccano quelle norme che regolano la produzione
di altre norme: esse vengono definite “metanorme” di produzione: la Costituzione regola come si
può deliberare, votare, formare una legge, regola il procedimento di formazione di una legge. Le
fonti di produzione sono organizzate secondo un ordine rigorosamente gerarchico, nel senso che in
caso di contrasto, la fonte sovraordinata prevale su quella sottordinata. Inoltre, le fonti di
produzione si distinguono in fonti atto / fonti fatto: fonti atto sono i documenti scritti, cioè
manifestazioni di volontà provenienti da un organo o da un ente deputato a produrre norme secondo
l’ordinamento giuridico; le fonti fatto, che possono essere contenute o meno in documenti scritti,
sono date o da fatti o da comportamenti i quali, pur non essendo manifestazioni di volontà,
producono norme giuridiche (la consuetudine è un comportamento che può assurgere a dignità di
fonte di produzione di norme giuridiche al ricorrere di una serie di presupposti); altra distinzione tra
le fonti di produzione è quella tra fonti interne, emanate da organi interni, e fonti esterne, emanate
da organi sovranazionali.

Come detto le fonti di produzione sono ordinate secondo un criterio gerarchico:

PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE

DIRITTO INTERNAZIONALI
Consuetudini, accordi, trattati, quali parametro interposto di costituzionalità della legge ordinaria ex
artt.10, co.1 (per le consuetudini) e 117, co.1, Cost.
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DIRITTO EUROPEO
Il diritto europeo è organizzato in un sistema complesso di fonti primarie e derivate (Regolamenti
UE e Direttive UE), informato sul principio di primazia del diritto UE su quello nazionale (ma non
prevale sui pr. fondamentali)

COSTITUZIONE + LEGGI COSTITUZIONALI

LEGGI STATALI ORDINARIE + DECRETI LEGGE E LEGISLATIVI E DECRETI DEL PDR


Fonti del diritto che non possono derogare alla Costituzione né alle fonti del diritto internazionale
né alle fonti del diritto europeo. Queste fonti sono di origine parlamentare o governativa nei casi di
esercizio delegato della funzione legislativa

REGOLAMENTI
Fonti di secondo grado, suddivisi in varie tipologie: regolamenti di delegificazione, attuativi,
esecutivi, indipendenti, organizzativi

USI O CONSUETUDINI
Fonte del diritto non scritta e prevista dall’art.8 preleggi (fonti fatto).
Ai sensi dell’art.9 delle preleggi, gli usi pubblicati nelle raccolte ufficiali degli enti e degli organi a
ciò autorizzati si presumono esistenti fino a prova contraria: la raccolta degli usi ha un valore
limitato rispetto, ad es., alla Gazzetta Ufficiale, perché può essere data una prova contraria.

Approfondimento FONTI SECONDARIE - Regolamenti. Sono fonti secondarie gli atti


amministrativi adottati dalle PA centrali o periferiche, nell’esercizio del loro potere di autonomia
normativa.
I regolamenti possono essere, a seconda dell’amministrazione che li adotta, Statali, Regionali o
Comunali, e possono poi esservi gli Statuti degli enti locali.
Le tipologie di regolamenti governativi sono varie: regolamenti esecutivi, adottati al fine di dare
esecuzione a leggi, decreti legislativi e regolamenti comunitari, e secondo la giurisprudenza hanno
la funzione di specificare il contenuto della legge e stabilirne le modalità attuative; regolamenti
attuativi e governativi, adottati al fine di dare attuazione e integrare leggi e decreti legislativi recanti
norme di principio, tuttavia non possono disciplinare materie riservate alla competenza regionale;
regolamenti indipendenti disciplinano materie non regolate dalle leggi o da atti aventi forza di
legge, tuttavia non possono disciplinare materie riservate alla competenza regionale (qui è il criterio
di competenza ratione materiae a decidere quale fonte prevale); regolamenti di organizzazione,
adottati al fine di assicurare l’organizzazione e il funzionamento delle amministrazioni pubbliche
secondo le disposizioni dettate dalla legge; regolamenti di delegificazione, utilizzati per disciplinare
ex novo materie già contemplate in leggi ordinarie (purché la materia non sia coperta da riserva di
legge assoluta: es. in materia penale), rispetto alle quali il Governo è autorizzato a discostarsi in
quanto la stessa legge ha indicato: le norme generali regolatrici della materia e la disciplina
legislativa da abrogare.
FONTI SECONDARIE - Usi o consuetudini. La consuetudine è una regola prodotta da un
comportamento reiterato dai consociati, ed è composta da 2 elementi (uno oggettivo e uno
soggettivo): la diuturnitas, cioè la necessità che il comportamento uniforme sia generalizzato
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all’interno di una collettività e reiterato nel tempo; la opinio iuris ac necessitatis, cioè la libera
convinzione di tenere un comportamento obbligato sulla base di una norma vincolante.

FONTI SECONDARIE DUBBIE, DALLA NATURA CONTROVERSA


Ordinanze contingibili e urgenti. Si tratta di atti a contenuto atipico che la PA, sulla base di
specifiche previsioni legislative, è abilitata ad adottare in caso di situazioni eccezionali, anche
derogando alla disciplina di rango primario, ma pur sempre nel rispetto della Costituzione e dei
principi generali dell’ordinamento (es. ordinanze sindacali).

Piano regolatore generale. Rappresenta lo strumento principale della pianificazione urbanistica,


soprattutto a livello locale, avente forza normativa poiché incidono sull’attività dei privati (es. il
valore di un terreno è dato, oltre che dalla sua estensione, dalla sua destinazione, cioè se esso sia o
meno edificabile; per sapere se un terreno sia edificabile o meno è necessario ricorrere al piano
regolatore generale).

Capitolati generali d’oneri. Si tratta di atti amministrativi che contengono le condizioni e le


modalità relative all’esecuzione di un contratto fra l’amministrazione pubblica e un privato o
all’esercizio di una concessione fatta dalla PA all’operatore economico privato. Secondo alcuni, i
capitolati generali d’oneri sono fonti del diritto perché non si limitano a regolare il contratto, ma
hanno una valenza che va al di là del contratto stesso.

Bandi militari. Atti aventi valore di legge, emanato dall’autorità militare durante lo stato di guerra
o in situazioni ad esso equiparate.

Carte dei servizi pubblici. Documenti con cui ogni Ente erogatore di servizi assume una serie di
impegni nei confronti della propria utenza riguardo i propri servizi, le relative modalità di
erogazione, gli standard di qualità, informando l’utente sulle modalità di tutela previste. Questi
documenti possono essere considerati fonti di produzione normativa.

Provvedimenti tariffari. Provvedimenti che stabiliscono le tariffe dei servizi di pubblica utilità in
un determinato settore economico. Anche qui sono molto labili i conformi tra norma di legge e
provvedimento tariffario.

Provvedimenti sui prezzi. Atti di alta amministrazione adottati sulla base di determinate direttive
che consistono nella determinazione o nella variazione dei prezzi massimi di determinati prodotti
per ragioni di utilità sociale.

ULTERIORI FONTI DUBBIE


Equità. L’equità è una fonte perché consente al giudice di disapplicare la norma di legge nei casi in
cui dovesse apparire in concreto non equa, e di applicare il criterio equitativo (equità sostitutiva).
Lo stesso codice di procedura civile abilita le parti, in alcuni casi, a chiedere una decisione secondo
equità.

Codici di autodisciplina. Insieme di regole di comportamento, adottate spontaneamente dai


destinatari, volte a disciplinare uno specifico ambito di attività.
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Codici etici. Codici autoadottati da determinato soggetti che possono avere una certa valenza
normativa. Tali codici vengono adottati nelle ipotesi in cui il soggetto autogenera le regole che
ritiene applicabili a sé stesso, in funzione della loro massima capacità di essere condivise e accettate
quali garanzie di serietà da parte di coloro che vi intratterranno rapporti economici.

FONTI DEL DIRITTO UE


Le fonti del diritto UE si collocano subito dopo i principi fondamentali della Costituzione e prima
delle leggi.
Fonti del diritto europeo primario. Trattati - Si possono distinguere varie tipologie di trattati
(istitutivi, modificativi e di adesione). Si tratta di accordi vincolanti tra i Paesi membri dell’Unione
europea, mediante i quali vengono definiti gli obiettivi dell’Unione, le regole di funzionamento
delle istituzioni europee, le procedure per l’adozione delle decisioni e le relazioni tra l’UE e i suoi
Paesi membri; dunque, ogni azione adottata dall’UE si basa sui Trattati. Essi vengono modificati
per migliorare l’efficienza e la trasparenza dell’Unione, per preparare l’adesione di nuovi Stati
membri, e per introdurre nuovi settori di cooperazione.

Diritto europeo derivato. Tra le fonti del diritto europeo derivato si distingue tra atti vincolanti
(Regolamenti, Decisioni, Direttive), e atti non vincolanti – per gli Stati membri -
(Raccomandazioni e Pareri).

PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO UE – Sono i principi che si desumono dall’insieme degli
ordinamenti giuridici nazionali, e sono elevati a principi generali sulla base della giurisprudenza
della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la quale li ha sanciti e sviluppati.
Principio di sussidiarietà. Principio in virtù del quale è imposta la coerenza delle azioni europee
non discriminatorie.
Principio di proporzionalità. Principio i base al quale all’azione europea non è consentito andare
al di là di quanto necessario per il raggiungimento degli obiettivi previsti nel Trattato.
Principio di proprietà.
Principio di libertà di esercizio delle attività professionali.

RAPPORTO TRA ORDINAMENTO INTERNO E DIRITTO EURO-UNITARIO


Negli anni ’80, anche per effetto di certe pronunce della Corte Costituzionale, si sosteneva che i due
sistemi normativi fossero autonomi e distinti, benché coordinati: all’ordinamento nazionale si
affiancava il sistema giuridico comunitario (Corte Cost. n.170/1984). Questa era la tesi della
separatezza tra i due ordinamenti o concezione dualista. Seguendo questa impostazione, in caso di
contrasto avrebbe prevalso la norma europea, il giudice nazionale disponeva del potere di
disapplicazione della norma interna in contrasto, e la Corte Cost. aveva il potere di sindacare le
norme UE con riguardo ai principi fondamentali interni.

Ultimamente prevale la tesi per cui le fonti UE e quelle nazionali integrano un solo sistema ordinato
solo in termini di gerarchia tra norme europee e norme interne (tesi dell’integrazione dei due
ordinamenti o concezione monista). Secondo questa tesi, la norma UE costituisce una fonte
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immediatamente vincolante di diritti e obblighi per i relativi destinatari; e in caso di contrasto il
giudice nazionale ha l’obbligo di disapplicare la norma interna contrastante con quella UE.

Cosa accade in caso di contrasto tra norma interna e norma UE non direttamente applicabile?
Il giudice nazionale ha il dovere di disapplicare una fonte statuale che sia in contrasto con il diritto
dell’UE: principio del primato e dell’effettività del diritto dell’Unione Europeo, in forza del quale il
diritto UE prevale sulla norma interna eventualmente confliggente.
Occorre, pertanto, rifiutare la tesi della prevalenza del diritto interno anche in presenza di fonti
euro-unitarie non direttamente applicabili negli Stati membri.

FONTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE


Trattati internazionali. Accordi conclusi dai soggetti su base consensuale e valevoli solo nei
rapporti reciproci.
Accordi. Incontro di volontà di due o più Stati per costituire regolare o estinguere determinati
rapporti giuridici (possono essere bilaterali o multilaterali).
Convenzioni. Patto tra più Organismi o Stati per regolare una determinata attività nel rispetto dei
reciproci impegni.
Consuetudini internazionali.
Principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni Civili. Fonti del diritto internazionale
subordinate ai trattati e alle consuetudini. Affinché tale fonte sia applicabile negli ordinamenti
nazionali, occorre che: sia presente nella maggioranza degli ordinamenti degli Stati, e che sia
considerato dagli Stati stessi come principio applicabile anche sul piano internazionale. Si tratta di
fonte sussidiaria, nel senso che è utilizzabile solo qualora la Corte non rinvenga norme di origine
convenzionale o consuetudinaria applicabili al caso di specie.
Giurisprudenza della Corte internazionale di Giustizia. Insieme delle decisioni adottate
dall’autorità giudiziaria internazionale nel concreto esercizio del proprio potere giurisdizionale di
risoluzione delle controversie tra consociati.

FONTI DEL DIRITTO SOVRANAZIONALE


Sulla base di un orientamento ormai consolidato, che trae origine dalle sentenze gemelle della Corte
Cost. nn.347 e 348/2007, si è affermato un principio molto importante relativo alla natura delle
norme della CEDU. Le norme CEDU hanno una particolare qualità: sono equiparabili alle norme
costituzionali. Più precisamente si tratta di norme interposte che integrano il parametro di cui
all’art.117, co.1, Cost. nella parte in cui impone al legislatore di conformarsi ai vincoli derivanti
dagli obblighi internazionali (e tra questi vi rientra la CEDU).
In caso di contrasto tra la norma interna e la CEDU, il giudice deve:
I – Verificare la praticabilità di interpretare la norma interna in senso conforme alla CEDU,
scegliendo tra tutte le interpretazioni possibili;
II – Se la verifica dà esito negativo, sollevare questione di legittimità costituzionale della norma
interna con l’art.117, co.1, Cost., evidenziando gli obblighi internazionali che si assumono violati,
ovvero la precisa disposizione CEDU.
In questo procedimento si apprezza la natura giuridica della CEDU come norma interposta, poiché
ha la stessa valenza di una norma costituzionale.

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