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Lezione 8 30/06

SOCIETÀ
Secondo la concezione confuciana, il matrimonio è una sorta di dovere sociale che ha come scopo la creazione
di un nucleo familiare, il quale non può essere composto solo da un uomo e una donna, ma deve per forza
nascere un erede maschio. Il nucleo familiare doveva dunque rispecchiare i principi confuciani dell’osservanza
tra il Cielo e la Terra e tra i sovrani e i sudditi. La discendenza maschile era desiderata fortemente, in quanto
essa era il risultato assoluto di questo dovere civile e sociale. Il solo fatto che una donna potesse essere sterile
portava al ripudio di questa; la discendenza maschile dunque era l’obiettivo principale del matrimonio ed era
la condizione necessaria perché il capo famiglia potesse ricevere i giusti e gli adeguati onori funebri che
potevano essere svolti solo dal primogenito maschio adulto, in quanto era vietato ai bambini fare gli onori
funebri ai genitori. La società coreana confuciana, dunque, è una società prettamente maschilista e patriarcale,
all’interno della quale un uomo non viene considerato un cittadino a tutti gli effetti fino a quando non convola
a nozze. Convolare a nozze significava anche tagliare il codino che gli uomini portavano, il quale
simboleggiava l’infanzia, quindi il matrimonio rappresentava a tutti gli effetti un passaggio alla vita adulta e
vi si poteva registrare il proprio nome allo Stato Civile per diventare un cittadino a tutti gli effetti.
Era consuetudine nella società di Choson sposarsi con una donna più grande, perché prima un uomo si sposava
e prima poteva acquisire i propri diritti sociali. La mancanza dei figli in una famiglia portava ad un vero e
proprio dramma, causando un’incrinatura nel rapporto marito-moglie.
La poligamia nella Corea classica, era un’usanza abbastanza abituale per gli uomini, ai quali era concesso
avere una o più concubine o anche amanti.
Il conflitto del rapporto uomo-donna, raggiunse l’apice soprattutto all’interno della nobiltà del periodo
Choson: era consuetudine nell’aristocrazia e in particolare modo nella classe degli yangban, sposare attraverso
un matrimonio combinato la cosiddetta moglie ufficiale, il cui scopo era solo quello di fare figli, possibilmente
maschi. Queste donne trascorrevano la maggior parte del loro tempo all’interno della kyubang, della stanza
interna, prerogativa delle case della medio-alta società. Dal momento che il ruolo principale della moglie
ufficiale era quello di procreare, l’uomo, una volta combinato il matrimonio, si circonda di concubine, con le
quali si intratteneva sia fisicamente che intellettualmente come nel caso delle kisaeng, le uniche a cui era
permesso l’accesso all’istruzione. In questo periodo possedere una o più concubine, era anche sinonimo di
benessere sociale e se si trattava di una kisaeng, questa era considerata non solo come un’amante, ma anche
come una confidente.
Dopo l’invenzione dell’hangul, che doveva essere adoperato da tutti e doveva permettere anche alle classi
sociali di accedere alla cultura, lo stato si preoccupa di tradurre dal cinese dei testi di orientamento confuciano,
in modo da poter insegnare alle donne il giusto modello di comportamento; all’epoca l’analfabetismo tra le
donne era molto alto, poiché l’educazione femminile veniva considerata superflua e in qualche modo veniva
considerata dannosa. Le rigide norme di separazione tra i sessi, soprattutto all’interno della nobiltà, portò ad
un aumento dell’osservanza rigida di questi dettami confuciani. Nella seconda metà del XVI sec. viene
promulgato un nuovo ordinamento nazionale, ovvero il Codice Nazionale, cn il quale la condizioni delle donne
precipita ulteriormente, perché si arriva alle così dette tre obbedienze; le donne, secondo questo codice,
dovevano obbedire innanzitutto al padre, fino a quando rimanevano nubili, al marito da sposate e al figlio se
rimanevano vedove. Oltre alle tre obbedienze, potevano essere anche ripudiate se commettevano una delle
sette colpe: adulterio, disobbedienza ai suoceri, malattie pregresse o ereditarie, gelosia, eccessiva loquacità,
furto e mancanza di un figlio maschio. Inoltre la donna doveva rimanere vergine fino al matrimonio e il suo
unico scopo era quello di procreare, per portare avanti la discendenza. Solo quando riusciva a dare alla luce
un erede, un figlio maschio, veniva ufficialmente accettata dalla famiglia. Quando poi moriva il marito, non
riceveva alcuna eredità che veniva spartita solo tra i figli maschi. Le vedove inoltre non potevano risposarsi,
poiché il matrimonio era un atto indissolubile anche dopo la morte dell’uomo e non doveva essere
assolutamente interrotto, perciò secondo questa concezione le donne o rimanevano vedove e fedeli al marito
o commettevano il cosiddetto “suicidio per amore” per ricongiungersi con esso. Vi sono vari episodi, però, in
cui le donne riescono a raggirare questo sistema e a risposarsi dopo la morte del marito o ad avere degli amanti,
ingannando così il marito. Quando le donne volevano risposarsi con il proprio amante, si rivolgevano alla
polizia denunciando l’amante per stupro, in questo modo veniva concesso loro una sorta di “matrimonio
riparatore”. Nei ceti più bassi questo stratagemma era molto utilizzato: l’uomo, con il consenso della donna,
entrava nella sua casa e la rapiva; la donna successivamente andava a denunciare per stupro e per “insabbiare”
la cosa, lo Stato concedeva loro di sposarsi, in modo da non rendere pubblico l’evento.
Dall’altro lato, se la donna osservava e rispettava i dettami confuciani, facendo voto di castità fino al
matrimonio, rispettando le tre obbedienze o morendo anch’essa insieme al marito, questa veniva lodata e
annoverata come donna virtuosa. Se la donna non riusciva ad avere un figlio maschio, ma aveva un parente
con cui aveva una buona relazione e che aveva più figli maschi, si faceva in modo che uno di questi fosse
adottato dalla famiglia della donna, il quale veniva trattato come se fosse a tutti gli effetti il primogenito della
donna e non subiva lo stesso trattamento dei figli secondari.
In queso periodo, inoltre, era molto forte la competizione tra le mogli ufficiali e le concubine, anche se non
era molto evidente. Dal momento che le moglie ufficiali erano quelle che potevano avere ogni “diritto”, mentre
le concubine erano svantaggiate dalla loro posizione sociale, queste utilizzavano ogni espediente possibile per
raggiungere un certo status sociale.

Inhyon wanghu-jon
Rispetto al Sassi namjong-gi di Kim Manjung, questa è un’opera meno elegante, più aggressiva e mordace,
ma molto interessante dal punto di vista lessicale, in quanto sovrasta molti romanzi del periodo. L’opera fu
scritta da autore anonimo poiché va a trattare in maniera dettagliata quello che succede all’interno della corte,
dunque per evitare di essere condannato a morte o esiliato, non ha lasciato traccia della sua identità. Fu scritto
in hangul intorno al XVIII sec.; il contenuto tratta della storia della regina Inhyon, della concubina Chang e
di re Sukchong.

TRAMA
Il romanzo di apre con un accenno alla nascita e all’infanzia della futura regina Inhyon, accompagnata da
segni propiziatori. Su consiglio del Primo Ministro, ella viene scelta come regina consorte da re Sukchong, in
cerca di una moglie in seguito alla morte della regina Ingyeon (?) nel 1680. Per celebrare queste seconde nozze
viene fata una grande cerimonia. Con il passare degli anni, Inhyon non riesce a partorire un figlio maschio che
faccia da erede al trono. Di sua iniziativa, la regina, cerca tra le sue dame di corte una ragazza che possa fare
da concubina al re per potergli dare un erede (la questione dei figli illegittimi non si applicava all’interno della
famiglia reale); la donna, chiamata donna Kim, viene presentata a corte e al sovrano, ma nel frattempo era già
entrata nelle grazie del sovrano una serva, chiamata Chang, che nel 1688 darà alla luce l’erede al trono.
La Chang però, aveva come unico obiettivo la ricchezza e la scalata sociale, così, grazie alla nascita dell’erede,
viene appoggiata dal partito dei namin, i quali iniziano a tessere una serie di trame per acquistare più potere
politico, attraverso la figura della Chang. Nel 1689 re Sukchong destituisce la regina Inhyon, non solo per la
mancanza di figli maschi —una delle sette colpe—, ma anche perché la Chang riesce a ingannare re Sukchong,
dicendo che la regina non faceva altro che calunniarlo alle sue spalle. Il re, ferito nell’orgoglio, decide di
ripudiarla e di cacciarla dalla corte, sebbene lei fosse innocente e anche un grande esempio dei valori
confuciani. Con la destituzione della regina, si creò all’interno della corte una sorta di rivoluzione, con i namin
che riescono ad ascendere al potere e la Chang viene nominata regina consorte, appoggiata dal fratello
maggiore al quale fu dato il grado di generale; fu in questo momento che un esponente della fazione dei soin,
Paek Taebo, viene incaricato di scrivere un memoriale accusatorio contro i namin, per il quale viene arrestato
e torturato, in quanto aveva cercato di far prendere coscienza al re di questa situazione.
Nel 1694 i soin ritornano al potere e la regina Inhyon viene riabilitata a palazzo da re Sukchong come regina
consorte insieme alla Chang. La Chang, con la riabilitazione della regina, pensa di poter perdere il suo status
di potere e con il fratello inizia a complottare nuovamente contro la regina. I primi tentativi di eliminare la
regina falliscono e gli intrighi politici della Chang e del fratello continuano, ricorrendo addirittura alla magia
di alcuni sciamani per potersi sbarazzare di Inhyon. All’interno delle stanze femminili del palazzo, la Chang
riunisce alcuni sciamani per compiere una serie di riti magici con ossa e ritratti della regina Inhyon, la quale
morirà nel 1701 vittima di un male misterioso. All’interno del romanzo, re Sukchong scopre quello che è
accaduto perché la regina gli ritorna in sogno svelandogli tutte le trame della Chang e confidandogli il luogo
in cui erano state sepolte le prove dei suoi malefici. Re Sukchong scopre queste prove e, dopo anche una serie
di interrogatori al personale del palazzo per scoprire la verità, la Chang sconta le proprie colpe con la condanna
a morte per veleno che le viene somministrato con la forza, dopo che lei continua ad affermare di essere
innocente e dopo aver minacciato di uccidere anche il figlio.

AUTORE
Data la ricchezza dei particolari all’interno della storia, pare che l’autore avesse direttamente assistito agli
eventi o che ne fosse stato contemporaneo. Inoltre, il fatto che avesse dimestichezza con gli affari del palazzo,
una forte indulgenza nel descrivere i particolari vezzosi, con uno stile di scrittura ricco di espressioni
onorifiche e che avesse anche una buona conoscenza ai della psicologia femminile, che dei riti sciamani, fa
pensare che l’autore è ignoto non solo per gli argomenti che aveva trattato, ma anche perché era una donna
che faceva parte della corte o che fosse addirittura vicina alla regina. Molti però sostengono che l’autore
potrebbe essere anche uno scrittore professionista all’interno della fazione dei soin o che fosse uno degli amici
o parenti di Paek Taebo.

ANALISI
Nonostante vi sia un forte alone di mistero intorno alla figura dell’autore, quest’opera è molto importante dal
punto di vista didattico e politico. La follia temporanea di re Sukchong, che all’interno del libro non viene mai
direttamente attaccata, è fatta coincidere con l’ascesa al potere dei namin, un evento politico in grado di
sgretolare la relazione sovrano-suddito, pilastro del Confucianesimo, e fa commettere al monarca atti di
ingiustizia nei confronti della regina e dei suoi cittadini più fedeli.
Lo scopo principale dell’autore, dunque, è quello di presentare dei modelli di comportamento giusti o sbagliati
secondo la morale confuciana, infatti lo stesso contrasto tra la concubina Chang e la regina Inhyon non è altro
che una rappresentazione del dualismo bene-male al cospetto di una entità ultraterrena che alla fine ristabilisce
l’equilibrio, rappresentato dalla presenza del fantasma della regina.
Il romanzo può essere considerato didattico, in quanto al suo interno vengono messi in luce tutti i dettami dei
canoni confuciani, come il rispetto nei confronti del re e la fedeltà nei confronti del marito.
Verso la fine la presenza del fantasma della regina Inhyon all’interno della dimensione onirica, che svela al re
tutti gli arcani della concubina, rappresenta la giustizia che trionfa sul male.

Personaggi
• La regina Inhyon incarna la donna perfetta del Confucianesimo, in quanto casta, modesta, silenziosa,
supera le ingiustizie dell’esilio, non si difende mai dalle accuse e quando viene assassinata diventa una
sorta di leggenda e un esempio per le generazioni future. Una volta mandata via da palazzo, lei si
rinchiuderà nella casa del padre, convinta di essere lei nel torto, di non essere stata una brava moglie
e di non avergli dato un figlio maschio; quando il re manderà dei messaggeri per farla ritornare a
palazzo, lei li manda via, poiché non si sentiva degna di avere una seconda possibilità e sarà il re stesso
a dover andare da lei per convincerla a farla tornare a corte. Inoltre Inhyon non incolperà mai la Chang
per tutto quello che è successo, ma accudisce il figlio di questa come se fosse il suo.
• La concubina Chang è violenta, arrivista, arrogante e usa la maternità come un’arma di ricatto al
momento della sua condanna a morte, inoltre non esita a scagliare la sua ira contro il figlio quando
vede ridotti i suoi privilegi nel momento in cui la regina Inhyon viene riabilitata a palazzo.
Nell’universo delle passioni, controllato dal pensiero confuciano, l’autore contrappone l’agire
scomposto della Chang, le sue urla e i suoi atti indecorosi, ai gesti misurati e solenni della regina
Inhyon, l’unica ad aver subito delle ingiustizie nella vicenda. La Chang, colpevole di aver mirato
troppo in alto e di non aver rispettato la gerarchia, alla fine si ritrova ad avere la punizione che merita,
sebbene sembri che possa avere la meglio con la morte della regina.
• Un altro personaggio maschile di particolare importanza all’interno del romanzo, oltre a re Sukchong,
è Paek Taebo, il quale viene descritto come un eroe autentico e come un martire, in quanto muore non
venendo meno ai due principi fondamentali del Confucianesimo —la lealtà al trono e la devozione
filiale— neanche quando il re agisce contro di lui, continuando a perseverare fino alla fin quello che
considera un sacro dovere, ovvero consigliare e riportare il re sulla retta via.
ð Tutti i personaggi del romanzo non sono importanti per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano;
non si ha una descrizione fisica dei personaggi, ma si dà maggiore importanza all’introspezione
psicologica e alle gesta che compiono questi. Questo è un romanzo tutto al femminile, dove il tema
principale è il dualismo delle due protagoniste rappresentanti del bene e del male e dove i
personaggi maschili sono completamente marginali, tra i quali Paek Taebo è l’unico ad essere
analizzato dall’autore, per mostrare la sua forte lealtà nei confronti del sovrano.

Kyech’uk ilgi
Il Diario dell’anno del bue nero o Diario dell’anno kyech’uk, è un romanzo della reclusione sofferta,
all’interno del Palazzo Reale, della regina Inmok nel 1613.
Inmok era stata la seconda regina consorte di re Sonjo, dopo che la prima era deceduta senza figli. Nel
frattempo re Sonjo aveva avuto numerosi figli dalle donne del palazzo e fra questi vi era Kwanghaegun, il
quale, se pur nato da una concubina, era stato nominato al trono grazie ai meriti che aveva acquisito in
occasione dell’invasione giapponese del 1592-98. Tuttavia, essendo lui un figlio secondario all’interno di una
società in cui i meriti venivano dati solo ai figli maggiori e legittimi, la sua posizione come principe ereditario
era tutt’altro che sicura; infatti, a far precipitare la sua posizione, fu la nascita del principe legittimo
Yongch’ang, nato proprio dalla nuova reggina consorte Inmok.

TRAMA
Il romanzo inizia dalla nascita della principessa Chongmyon, prima figlia della regina Inmok. La
preoccupazione che il nascituro possa essere maschio attanaglia sia Kwanghaegun che il suocero Yu Chasin,
insieme a tutta la sua fazione, perciò viene organizzato un complotto per far sì che Kwanghaegun salga al
trono dopo la nascita del principe Yongch’ang. Il principe viene quindi assassinato e la regina viene confinata
in una delle stanze del Palazzo Reale. Questi erano due crimini gravissimi per la morale confuciana —basata
sulla devozione filiale e sulle relazioni umane— che vengono puniti dopo la restaurazione di re Injo.

ANALISI
Il Kyech’uk ilgi è un’opera che agli inizi del XVII sec. descrive in hangul tutte le tensioni presenti all’interno
del Palazzo Reale, travalicando la soglia del realismo e per questo motivo fu oggetto di interesse da parte del
mondo culturale. La descrizione che viene fatta di Kwanghaegun è quella di una persona arrivista il cui unico
scopo è il potere, ma in realtà storicamente viene ricordato come un buon sovrano, soprattutto per la sua
politica estera.
Quando viene descritta l’uccisione del principe Yongc’ang, viene descritto come i congiurati cercavano di far
uscire il principe dalle sue stanze prima della madre e della sorella, per poterlo uccidere, ma il principe si
rifiuta, avendo capito la situazione, e tenta di far uscire prima la madre e la sorella per poi rinchiudersi nelle
sue stanze ed evitare così che i congiurati lo catturino, ma purtroppo non riuscì a fuggire.
La struttura e il linguaggio dell’opera sono tipici del genere del romanzo storico. La frase conclusiva “i
cortigiani ne hanno fatto un breve resoconto” ha indotto molti studiosi a pensare che l’autore sia stata una
persona interna alla corte, ma è anche probabile che a scrivere sia stato un romanziere anonimo, estraneo alla
corte, che ha voluto ambientare la sua opera in un contesto storico e autentico e che, vista l’attenzione riservata
ai tratti emozionali e caratteriali dei personaggi, potrebbe essere stato una donna.

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