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Aver cura della vita della Mente

Premessa
Si è sempre alla ricerca del sé. All’essere umano non basta vivere, ha necessità di dare significato al
tempo della vita. È un compito complesso, bisogna incarnare il desiderio di esistere, il desiderio di
divenire pienamente ciò che si può essere. Ma questo desiderio non è soddisfabile, il desiderio va
coltivato.

Capitolo 1: Il principio di cura.


Heidegger definì la cura la qualità esistenziale fondamentale, ”l’essere dell’Esserci si rileva come
cura”. Per attestare questo discorso Heidegger usa una testimonianza tratta da una favola antica in
cui si dice che la cura dà forma all’essere. In questa favola si narra che la cura mentre attraversava
un fiume scorge l’essere nel fango, lo raccolse e gli diede una forma, poi intervenne Giove che gli
diede lo spirito, i due si scontrarono perché entrambi volevano imporre il loro nome a ciò che
avevano creato, così intervenne la Terra per reclamare che fosse imposto il suo nome, poiché aveva
dato una parte del suo corpo. La disputa fu conclusa con l’intervento di Saturno che decise che
Giove al momento della morte avrebbe ricevuto lo spirito, la terra il corpo ma in vita la creazione
apparteneva alla cura e gli fu attribuito il nome di “homo”.
Quindi la cura fa parte della vita di ciascuno e poiché l’esistenza è un atto mai concluso, la cura
accompagna ogni momento della vita.
L’essere umano ha bisogno di essere preso in cura, ma allo stesso tempo di prendersi cura, la prima
perché è una condizione necessaria dalla nascita, la seconda perché da significato all’esistenza.
Heidegger differenzia cura come “occuparsi e preoccuparsi di” e cura come “premura, devozione”.
Il primo indica il doversi sempre preoccupare di qualcosa, è legato troppo alla necessità,
all’occuparsi del nostro esistere perché la vita possa continuare. Ma c’è anche un'altra forma di
cura, quella legata al desiderio di trascendenza, ovvero che si sta in ascolto del proprio desiderio
d’essere, di essere soggetti capaci di generare mondi. Per tematizzare questa seconda visione di cura
bisogna collegarsi alla relazione materna, la prima relazione di cura.
La madre è mossa dal desiderio di proteggere, di custodire la vita e di promuovere la ricerca di sé,
di cose è buono per lui/lei. Predominante è il desiderio di favorire il bene dell’altro senza attendersi
nulla per sé, un donare che si traduce in un guadagno di essere.
Quando assumiamo la realtà degli altri come una reale possibilità anche per noi diamo origine ad
una relazione di cura. Si parla di etica della cura solo se l’interesse per l’altro è sincero. Esistono
atteggiamenti di manifestazioni di un’azione di cura: l’”engrossment” (ci si lascia assorbire
completamente dalla realtà dell’altro) e la “dislocazione motivazionale” (che consiste nel mettere
tra parentesi le proprie preoccupazioni, i propri punti di riferimenti per considerare quelli dell’altro).
Il tratto distintivo di chi ha cura è la disponibilità, è quest’ultima a renderci capaci di cogliere
l’appello dell’altro ad entrare in una relazione di cura, ci rende recettivi. In una relazione di cura c’è
la reciprocità quando chi è preso in cura mostra di accogliere gli sforzi di chi ha cura. Chi ha cura,
proprio per la sua recettività, dovrebbe capire se c’è il desiderio di sottrarsi da questa relazione di
cura.
Ruolo principale è ricoperto dall’empatia, cioè il saper stare in ascolto dell’essere dell’altro che
parla al mio essere. La relazione di cura si basa sulla conoscenza empatica per mettere in atto un
azione a favore dell’altro, entrare in una relazione stando da parte. Heidegger nomina questa cura
“autentica”, ovvero dove l’essere è consapevole e libero per la sua cura.
L’aver cura è il rispondere quotidianamente positivamente all’appello ad essere, ma è anche saper
attendere, dare all’altro il tempo di cui ha bisogno per rispondere all’appello a esistere. Il contrario
di attendere è pretendere, dove c’è una sottrazione di libertà.
Quindi l’aver cura è un agir proteso verso l’altro affinché questo possa avvertire il sostegno di cui
ha bisogno, un agire non intrusivo.
Nella pratica dell’aver cura gioca un ruolo essenziale la dimensione affettiva, i sentimenti. L’etica
della cura risponde ad una logica basata sui sentimenti, il principio è stare all’interno di relazioni in
cui realizzare se stessi come soggetti che si prendono cura di. Fare affidamento sui sentimenti non
significa scivolare nell’irrazionale, a guidare le nostre scelte morali non dovrebbero essere criteri
generali ma valutazioni dove il modo di sentire dell’altro svolge un ruolo determinante.

Capitolo 2: Cura ed educazione.


L’educazione è tale quando è capace di promuovere nel soggetto in formazione la capacità ma
soprattutto il desiderio che l’altro apprenda a prendersi cura di sé.
L’educazione come cura è un’azione con cui si interpella l’altro, lo si chiama a situarsi con
consapevolezza nell’esistenza, ad avere responsabilità per la cura di sé. Significa educare l’altro ad
avere cura di sé in modo da fare della sua vita un opera d’arte, ovvero far sì che tutti i giorni e del
giorno ogni attimo siano essenziali al disegno del senso del proprio esistere.
Noi non nasciamo completi, la nostra condizione è quella di essere problemi viventi e ciò rende
problematica la nostra esistenza, siamo sempre alla ricerca del sé, sempre spaesati.
Queste esperienze del vivere che ci fanno sentire spaesati sono vissute con angoscia, un angoscia
che ci blocca, che blocca l’esistenza.
Educare significa aver cura che l’altro viva momenti di passaggio verso lo spaesato in maniera
costruttiva, si vuole promuovere nel soggetto il desiderio di comporre la propria vita con un senso,
il desiderio di aver cura di sé, una cura di sé non individualistica ma ampliata al mondo di cui si è
parte.
Per quanto riguarda l’educazione ad aver cura, l’educazione deve per prima cosa promuovere nei
bambini il riconoscimento del ruolo della madre, delle azioni che ha compiuto quest’ultima nelle
prime fasi della vita del proprio figlio. Successivamente si cerca di offrire ai soggetti un ambiente
educativo in cui avere un esperienza diretta delle azioni di cura. È essenziale essere coinvolti il
primo possibile in gesti di cura per imparare ad avere cura. Ma bisogna distinguere i luoghi di
apprendimento individualistico di conoscenze già strutturate dalle comunità di pratiche cioè luoghi
di esperienze dove si impara facendo insieme agli altri. “L’apprendimento periferico legittimato”
costituisce la forma di apprendimento più diffusa, i giovani infatti apprendono a vivere, cioè a dar
forma alla loro esistenza, collocandosi nel mondo degli adulti come apprendisti periferici.
La cura di sé è intesa come cura del corpo della vita intellettuale ed emotiva e della
dimensione spirituale. Quest’ultima fatica a trovare la giusta attenzione, Noddings vuole porre
l’accento sulle questioni esistenziali: da dove vengo? Chi sono? I contesti aperti di questo tipo di
riflessioni sono definiti “TRANSCENDENCE CENTERS OF CARE”. Specialmente durante
l’adolescenza si sente il bisogno di affrontare queste questioni e provare i ragazzi dei luoghi dove
affrontare tali questioni è come privarli di una possibilità di costruirsi la loro identità, la loro visione
del mondo. Nei “center of care” c’è un interesse nella cura degli altri, anche degli altri essere
viventi, come gli animali. Ma l’aver cura avrebbe il limite di essere praticabile solo nel contesto
delle relazioni vissute.
Deane Curtin ipotizza che tra i “caring for”, cioè il prendersi cura con una relazione diretta, ed il
“caring about” cioè andare al di là della propria esperienza, ci sia un punto di incontro, che per aver
cura di una persona sarebbe sufficiente percepire l’altro ovunque si trovi come un soggetto avente
bisogno di cura.
Il fattore determinante per apprendere ad aver cura è lo sperimentare in prima persona la condizione
di essere soggetti che ricevono azioni di cura e che provano il piacere di essere compresi, custoditi.
L’aver cura non è un abilità ma un modo di essere che si apprende dall’essere in relazione con chi
di questo modo di essere è testimone.
L’educatore che mette in pratica il principio dell’aver cura non agisce sulla base di regole, ma
secondo una logica contestuale che gli consente di essere attento ad ogni soggetto educativo, nella
sua unicità e singolarità. Quindi deve risolvere i problemi non affidandosi a delle regole, ma stando
in ascolto del suo sentire e del suo modo di interpretare l’esperienza.
L’educatore riesce ad approssimarsi all’altro attraverso un’attenta osservazione e una riflessione
continua nutrita dalla capacità di mettere tra parentesi il proprio sé e di rimodulare continuamente il
proprio stile relazionale.
Inoltre l’insegnante attua il processo dello “scaffolding” cioè l’azione di supporto che offre per
guidare l’allievo all’acquisizione di un’abilità, questo aiuto si ridurrà gradualmente con l’aumentare
dell’autonomia del ragazzo.
Per il configurarsi di un buon contesto educativo è necessario uno scaffolding cognitivo che sia in
stretta connessione con uno scaffolding affettivo che consiste nel far percepire un clima relazionale
accogliente e rassicurante. Quindi si da importanza al clima emotivo che caratterizza il contesto di
apprendimento.
Le competenze dell’educatore sono quindi: “Modeling” testimone dell’etica della cura, “practice”
impegnarsi nella pratica dell’aver cura, “dialogue” deve supportare il suo agire con un continuo
dialogo e “confirming” confermare l’altro. Il dialogo è fondamentale per il costruirsi di una
relazione di cura.
Apprendere ad aver cura è tutt’uno con l’apprendere a pensare.
Fondamentale deve divenire la preoccupazione ad educare i giovani non solo a divenire competenti
ma soprattutto ad aver cura, anche se i sistemi formativi sono poco attenti ad essa.
L’eccessiva enfasi che l’intera cultura pone sul successo, sulla competizione, sulle prestazioni
elevate, può innescare un pericolo per la crescita sana ed equilibrata per il giovane.
È vero che gli educatori da soli non possono colmare la lacuna in educazione alla cura, ma
bisognerebbe ridimensionare l’attenzione verso le competenza tecniche e quindi c’è bisogno di un
ripensamento radicale delle categorie del discorso pedagogico. Bisogna che diventi primario un
concetto dell’educazione eticamente orientata a promuovere il senso di responsabilità implicato nel
principio dell’aver cura.
Le pratiche formative che richiamavano il tema della cura sono deboli e gli educatori non hanno un
adeguata formazione, questo perché non vediamo le cose importanti, le cose familiari, importanti
per noi e il coinvolgimento nelle relazioni di cura diventa un fatto ordinario, della cui importanza
sembriamo renderci conto quando ormai le relazioni vengono meno. Quindi il discorso pedagogico
dovrebbe ricercare nuovi stimoli nel mondo dell’educazione così da costruire una teoria
sull’esperienze reale.
Perché possa dedicarsi al tema della cura il discorso pedagogico deve liberarsi da alcuni inciampi,
per esempio la cura non ha a che fare solo con la sfera domestica e quindi solo con la sfera
femminile, ma costituisce la civiltà. Poi bisogna rivalutare il rapporto ragione/sentimento, la
svalutazione della sfera emotiva e superare quell’impostazione che tende ad escludere dal campo
della considerazione scientifica tutto ciò che non rientra in termini quantitativo-sperimentali.
Più giusto per una pratica educativa ispirata al principio di cura è il paradigma ermeneutico, dove è
essenziale capire cosa accade in un contesto.

Capitolo 3: Aver cura.


Nei contesti scolastici l’aver cura si delinea come aver cura della vita della mente. Se il pensare è
indispensabile per l’essere e la cura è un fenomeno fondamentale allora si può ipotizzare che l’aver
cura della mente costituisca una pratica essenziale della cura di sé. Aver cura di sé significa
occuparsi della propria esistenza, apprendere l’arte del vivere.
L’aver cura è fondamentale per l’educare, Socrate la definisce la pratica che “ha per fine la cura
dell’anima” e quindi chi si occupa di educazione deve essere esperto nell’arte dell’aver cura in
modo tale che rende le anime dei giovani più nobili. Nessuno può possedere con piena competenza
l’arte di aver cura della mente, ma proprio chi sa l’impossibilità di possedere un sapere certo e pur
avendo tale consapevolezza permane alla ricerca della verità, può svolgere il ruolo dell’educatore.
Socrate per esempio si presenta nelle vesti di colui che educa e ha cura di sé. Prendersi cura di sé è
conoscere se stessi, indagare la propria anima.
Seneca nel “de tranquillitate animi” parla di condurre una vita buona e perché una vita abbia senso
bisogna “guardare dentro se stessi”, così che si conosce la propria anima e si è in pace con se stessi.
Epitteto definisce l’essere umano come delegato alla cura di sé in quanto possiede la ragione
“destinata a pensare se stessa e anche le altre facoltà”, ma noi non abbiamo a che fare direttamente
con le cose o con gli eventi ma con le opinioni che di essi ci costruiamo. Alla mente viene assegnato
il compito di indagare in ogni rappresentazione che si costruisce, quindi bisogna prendere in esame i
pensieri che strutturano la via della mente per valutane ogni possibile implicazione.
Per Marco Aurelio la facoltà della riflessione dovrebbe preoccuparsi soltanto del presente perché è
nel presente che l’essere umano guadagna la sua libertà.
Si nasce gravati dalla necessità di occuparsi di sé perché la nostra è una condizione fragile e incerta
esposta ai rischi della fortuna. Sarebbe l’esercizio della ragione a consentir di guadagnare la
condizione di padronanza rispetto al flusso imprevedibile degli eventi. Solo che dalla ragione stessa
nessuno è padrone, non è uno strumento manipolabile a piacere. Per potere governare in parte la
ragione bisogna educarla, bisogna averne cura.
Aristotele spiega che conoscere se stessi è la cosa più piacevole ma anche la più difficile poiché è
impossibile riuscirci da soli, per essere efficace deve avvenire tra amici. Anche nella cura di sé
l’essere umano sperimenta il suo dipendere dagli altri e quindi il suo essere destinato a non essere
mai autosufficiente.
Il modo di pensare condiziona l’esistenza, noi siamo ciò che pensiamo, quindi l’aver cura di sé è
aver cura della vita della mente. La mente è il luogo dove prende forma il processo di dar senso
all’esistenza, quindi è in continuo divenire. Hannah Arendt concepisce la mente attraverso la
metafora della vita e distingue “conoscere e pensare”. Questi due termini hanno differenti interessi:
del pensare è tipico cercare il significato, mentre il conoscere costituisce il sapere. Quindi il
conoscere si occupa di conoscenze che danno corpo alle scienze, mentre il pensare si occupa di
“questioni di significato”. Il conoscere nasce dalla curiosità che si nutre per il mondo, il pensare si
nutre dei problemi di significato che investono l’esistenza umana.
I problemi all’origine della ricerca scientifica hanno delle risposte certe, verificabili, ma per quanto
riguarda le “questioni di significato” non sono consentite risposte definite ma solo pluralità di
ipotesi fragili e incerte. Pensare è porsi domande che nascono dalla ragione, quando si è in ascolto
del mistero delle cose, quando si pongono domande fuori dall’ordine, per esempio cos’è l’infinito?
Perché lo penso se non lo posso rappresentare? Oppure domande sulla ricerca del vivere bene per
esempio cos’è il bene? la giustizia? Interrogarsi e comprendere tali questioni è un attività che non
può essere evitata ma non può essere neanche portata a termine. Le questioni che restano aperte
sono “domande legittime”, quelle per cui c’è una risposta sono invece illegittime. La scuola
predilige quest’ultime forse perché quelle legittime non lasciano niente di verificabile. Ma il
pensare è tutt’uno con la vita e quest’ultima ci obbliga a pensare. Una vita che manca di pesare non
è pienamente vissuta perché ciò che ci fa vivere la nostra esistenza, che ci fa sentire reali è il
pensare. C’è differenza tra vissuto ed esistenza: vivere è lasciarsi essere, esistere è mettere la vita in
evidenza a se stessi e da lì decidere a quale forma di vita aderire. Esistere è tutt’uno con il pensare,
la vita intera senza questo pensarsi non sarebbe del tutto viva. Chi pensa entra nell’esperienza alla
ricerca della sua verità. Ci sono due verità: quelle che mirano alla scienza e quelle che mirano al
pensare e sono proprio quest’ultima le verità di significato, quelle di cui la vita ha necessità per
avere un senso.
Ma la verità di significato deve obbedire alla legge della vita, deve essere pronta a disnascere per
rinascere continuamente quando al qualità del tempo richiede altre misure. La verità di significato
non è qualcosa di definito che la mente può afferrare, è un movimento, è ricercare.
È necessario pensare perché i prodotti di questa facoltà strutturino, diano forma ai processi di
elaborazione di significato dell’esistenza. Inoltre il pensare ha forte implicazioni etiche e politiche
cioè sviluppare un pensiero su ciò che è giusto fare e ciò che è opportuno evitare.
Abbiamo bisogno di imparare a pensare perché abbiamo bisogno di saggezza.
Quando ci allontaniamo dal mondo reale rischiamo di costruire discorsi privi di consistenza, le
parole quindi sono suoni privi di significato che risuonano a vuoto. Il pensiero che intende stare
dentro un orizzonte di verità deve misurarsi con la vita quotidiana. Il pensiero vitale è quello che
nasce dall’esperienza e ad è esso rimane legato.

Capitolo 4: Forme dell’aver cura della vita della mente.


La capacità di pensare è sempre meno ricercata, valorizzata e venendo meno il pensare si tende ad
agire facendo affidamento sul sapere di senso comune, è come se le decisioni che la vita impone
fossero affidate ad un pilota automatico.
Il pensare chiede di fermarsi, di interrompere ogni attività per stare solo in compagnia dei propri
pensieri, per ritrarsi dal mondo perché solo pensando l’essere umano arriva a quell’orizzonte di
senso cui aspira per fare della sua vita un tempo vero.
Proprio perché la realtà tende a muoversi senza pensiero impegnato a cercare il senso di ciò che è,
acquista una primarietà “pensare a ciò che facciamo”. Quindi l’educazione ad aver cura della vita
della mente si delinea come educazione a pensare.
Pensare è innanzitutto accogliere e dare spazio alle questioni vitali, le questioni irrispondibili. Non è
vera vita quella che non coltiva la tensione dell’essere umano per quanto riguarda l’interrogazione
radicale. Quando evitiamo le questioni di significato esprimiamo un sentimento di mancanza di vita
propria, il disagio di vivere non a partire da sé. Quindi la mente umana che ha cura di sé ha
necessità di vissuti metafisici. È probabile che gli essere umani dovessero perdere il gusto di
interrogare le questioni di significato, se cessassero di sollevare quelle domande che non hanno
risposte definitive verrebbe meno anche la capacità umana di costruire quegli artefatti di pensiero su
cui si fondano le civiltà. Legata alla disposizione a frequentare domande di significato è la
disposizione a stare in silenzio, da soli. Pensare è dialogare tra me e me stesso. Questo dialogare tra
sé e sé è la prima fondamentale forma della cura, in cui il soggetto cerca l’amicizia del proprio sé,
perché ciò che più si ha da temere non è il disaccordo con gli altri ma con se stessi.
Il pensare è così considerato fuori dall’ordine, per il suo ritrarsi dal mondo che costituisce anche un
rischio, perché le parole possono perdere senso quindi il pensare deve essere sempre legato
all’esperienza, è un continuo dialogo dal mondo. Ma è un attività fuori dall’ordine anche per il suo
carattere autodistruttivo, il pensare somiglia al lavoro di Penelope che disfa continuamente quello
che fa, segue un movimento circolare che torna sempre su se stesso e non raggiunge mai un
prodotto finito.
L’educazione ha quindi il compito di portare la mentre a percepire la necessità dell’interrogare, ma
affinché questo domandare incessante non porti la mente a scivolare in un abisso senza fondo
occorre che si coltivi il tempo dell’ascolto. Secondo Levinas il continuare a sollevare domande
dipende da dei traumi, da vissuti problematici e dal frequentare letture che analizzano il problema
dell’esistere.
Ma l’autore sottolinea l’importanza del ruolo del’educatore. L’arte dell’educare è un accompagnare,
sostenere l’altro nella fatica del pensiero. L’educare al pensare non ha nulla di amabile, è un
continuo tirar fuori dal certo le incertezza e l’educatore occorre che sappia prendersi cura
dell’allievo, stabilire una relazione significativa non solo sul piano cognitivo ma anche emotivo.
C’è bisogno di educatori che insegnino il piacere di pensare la propria esperienza, l’esistenza ha
bisogno di come pensare vero.
L’aver cura si delinea anche come pensare i propri pensieri, mettere in moto un movimento
autoriflessivo del pensiero che consenta alla ragione di pensare se stessa, i suoi prodotti (pensieri) i
suoi movimenti. Vivere è essere nel mondo e questo scambio con il mondo ha anche i tratti della
passività, infatti la vita della mente possiede i pensieri ma è anche posseduto dai pensieri. Le idee
che circolano nel mondo, nel contesto che abitiamo, con la nostra approvazione o meno, si
impigliano nella rete della mente. Questo processo assume una tonalità problematica quando le idee
assimilate condizionano le mosse che sono decisive per la nostra esistenza.
Non sempre si pensa avendo coscienza del luogo cognitivo nel quale si è, quindi c’è una mancanza
di un proprio luogo in cui coesistere. Quindi non c’è bisogno solo di pensare, ma pensare il
pensiero, il fatto cioè che a nessuno è dato di pensare da uno spazio vuoto. Pensare la vita della
mente significa scoprire gli involucri in cui il pensiero resta imbozzolato. Il fare oggetto del pensare
viene ad assumere la forma dell’autocomprensione, ossia riflettere sulla vita della mente per sapere
dove si è quando si pensa.
Sapere i propri pensieri è la condizione necessaria per sviluppare ragionamenti coerenti. La pratica
autoriflessiva esprime la forza autodistruttiva del pensare, non cessa di stimolare e mescolare i
pensieri uno ad uno. È una funzione che non ha fine perché ci sono sempre presupposti che vanno
interrogati, quindi pensare è impedire che nulla resti nelle conclusioni di ieri. Per se faticosa e
problematica questa pratica è necessaria perché c’è un guadagno di libertà di pensiero.
Il praticare l’autocomprensione deve però essere svincolato dall’illusione che si possa divenire
completamente trasparenti a se stessi, perché l’auto-indagine è sempre mediata dal segno linguistico
che introduce un elemento di opacità.
Più ci si inoltre nella propria vita interiore più questa assume i contorni di una frequenza lontana,
l’auto-indagine pone la necessità di accettarsi in quella distanza da sé che ci fa soggetti deboli.
L’autocomprensione si costituisce come atto autoriflessivo che consente al soggetto di essere
presente allo svolgersi dei suoi vissuti cognitivi, pensando su di sé arriviamo a conoscerci.
Quando si parla di autocomprensione il pensiero corre alle pratiche meta cognitive, ossia essere in
grado di render conto di come si è pervenuti all’elaborazione di un ideo o alla formulazione di un
giudizio. Per una completa comprensione dell’orizzonte del pensare la mossa cognitiva della
metacognizione deve manifestarsi come una lettura verticale, che ci fa immergere in ogni piega del
pensiero. Potremmo essere indotti a concepire l’autocomprensione come un analisi che miri a
fotografare gli stati mentali invece va intesa come auto-eco-comprensione che vuole ricostruire la
storia di un nucleo di idee, che è la storia del farsi e disfarsi dei relazioni simboliche che avviene
sotto il controllo dell’esperienza.
Importante in questo processo di decentramento dell’io, impegnato a ricercare il luogo di dove
pensa, è il venire a capo dei processi cognitivi, rendersi conto di usare dei concetti passivamente.
Rendersi conto dell’inaccessibilità di certi pensieri ha l’effetto di sgomberare la mente. Conoscersi è
la prima essenziale forma di trascendenza.
Il movimento dell’autocomprensione è legato alla sfera emotiva, ci sono tonalità emotive che
condizionano la vita della mente senza che essa ne abbia coscienza. La mente non dimentica mai
ciò che l’ha emozionata. Prendendo in esame i nostri sentimenti scopriamo quali sono le nostre
convinzioni di fondo.
L’aver cura del pensare non può non essere concepito anche come aver cura del sentire. Per alcune
concezioni moderne i sentimenti sono espressioni della parte irrazionale del nostro essere che si
distingue della capacità di ragionare. Ma le emozioni sono connesse ai pensieri e questi ultimi sono
legati all’emozioni. Essenziale è comprendere il proprio essere nel mondo attraverso l’analisi dei
movimenti essenziali della vita emotiva. L’atto del pensare è vitale quando è tutt’uno col sentire,
pensare il sentire ma senza annullarlo alla luce della ragione.
Ci sono tonalità della vita emotiva che rendono difficile l’esistenza, di fronte a questa sufficienza si
trova spesso riparo della farmacologia. Le industrie farmacologiche vorrebbero regalare sotto forma
di pastiglie la quiete della vita interiore. Coltivare sentimenti vitali è la miglior terapia rispetto alla
sofferenza dell’anima, quindi il dolore non va affrontato di petto ma stando al riparo nel luogo dei
sentimenti che aiutano a vivere. Spesso la disperazione che attanaglia il pensiero fino a ridurlo viene
dal non sapere accettare la propria condizione, dal non sopportare quel divenire fragile e incerto che
ci obbliga ad una continua riprogettazione.
Tale è il pensare che non guarda all’esistente così com’è, lo ignora e sposta l’attenzione verso una
realtà invisibile ritenuta più vera. Solo un pensiero che accetta ciò che è così com’è fa trovare quella
disposizione dell’animo necessaria a far fronte alla responsabilità del dedicarsi a cercare la propria
forma di vita. Accettare la realtà consente un agire quieto e la quiete dell’anima è la condizione
necessaria per trovare la giusta misura dell’agire.
L’essere umano è per natura mancante e quindi si è alla continua ricerca di sé, se non si accetta
questa “mancanza” si ha una perdita della realtà, una fuga da essa. Il proprio “essere mancanti di” è
una condizione che va accettata e ciò non avviene riducendo la spinta alla trascendenza ma
cercando qualcosa sapendo comunque di rimanere esseri mancanti. Saper accettare la condizione
umana è un atteggiamento possibile quando è in relazione con la gioia perché essa accresce il
sentimento di realtà, mentre il dolore lo diminuisce.
La mente ha una radice che è il vissuto da dove trae la materia dei suoi pensieri. Quando il vissuto è
doloroso la vita della mente rischia di legarsi alla sofferenza che toglie ogni respiro. Per essere
capace di far respirare la vita, la mente deve nutrirsi di pensieri reali e di energia vitale che viene dai
sentimenti positivi.
L’essere umano è un esser natale, nel senso che nasce per incominciare. Esistere è saper nascere di
nuovo, generarsi a mondi nuovi. L’essere umano non è nato una volta per tutte ma nascendo porta
con sé la responsabilità di procurarsi la possibilità di una nuova nascita. Deve finire di nascere, di
creare il proprio mondo e ciò richiede un alto tasso di energie e questa riserva di energie si trova
nella speranza. Essa è la sostanza della vita, ha a che fare con il cominciare sempre di nuovo. È un
sentimento necessario ma anch’essa ha bisogno di qualcosa che la sostenga, infatti si nutre di
fiducia nella vita che a sua volta si nutre di speranza, in una relazione circolare.
I sentimenti vitali nascono da uno sguardo, lo sguardo pieno di speranza e fiducia con cui la madre
ci ha guardati all’inizio. Però la speranza può anche venir meno quando si cessa di aver cura di sé.
Essa sostiene la spinta a realizzare le possibilità che danno voce ai nostri desideri, ma accade che
non sappiamo cosa realizzare perché non poniamo le giuste domande. L’interrogare le questioni
essenziali è un’attività faticosa che ha bisogno di nutrirsi di un’energia vitale come la gioia,
quest’ultima è necessaria per il dialogo. L’essenza del pensare insieme si attualizza nello scambio
dialogico dove la mente deve essere pronta ad accogliere punti di vista differenti, perché questo
accada è necessario che si coltivi il sentimento della tenerezza, capace di intenerire certe durezze
dei nostri tessuti cognitivi e di farci aprire all’esperienze dell’altro. L’educazione ad aver cura della
vita emotiva è tutt’altro che una tecnica, è una forma di vita dell’educare dove non bisogna fuggire
dal dolore perché non ci sono sentimenti positivi senza esperienza di quelli negativi.
Impossibile delineare il profilo di un educatore competente sul piano dell’educazione dell’aver cura
della vita emotiva. È importante però sottolineare la centralità che in esso occupa la “disponibilità
emotiva” che consiste nel saper comunicare propria attenzione ai sentimenti dell’altro. Avvertire
nell’educatore un’attenzione verso la propria sfera emotiva spinge all’attenzione a sé, alla cura di
sé.
Il pensare può sembrare la più solitaria di tutte le attività, ma non può esistere senza qualche
interlocutore o una compagnia. Il pensare è sempre un pensare con altri. L’essere privati della
possibilità di confrontarsi con altri è tutt’uno con l’essere privati della possibilità di pensare.
L’essere in relazione è quindi la possibilità stessa dell’esserci, quindi non c’è possibilità di senso
dell’isolamento.
Poiché l’educazione è un processo relazionale in cui ci si affida a qualcuno che sappia aver cura
dell’anima occorre riflettere sulle scelte che si fanno per non mettere in pericolo ciò che si ha di più
caro. Degli insegnamenti ricevuti non ci si può liberare facilmente, una volta appresi si rimane
danneggiati o avvantaggiati. Quindi è una necessità assumersi la responsabilità di scegliere e
coltivare le relazioni attraverso le quali intendiamo nutrire la mente.
Da coltivare sono quelle relazioni alle quali sentiamo di poter accordare il nostro consenso interiore,
perché hanno come riferimento persone per cui abbiamo ammirazione. Sono i sentimenti positivi
come amicizia, ammirazione a disporre la mente per la verità.
Ma il processo educativo non ha bisogno solo di queste relazioni con chi ci può essere maestro ma
anche di quelle fra pari, in cui si materializza l’aver cura reciproco, l’amicizia. L’amico è franco e
sincero, non è complice, non rinuncia a dire la verità per timore di spezzare ciò che lega. L’amicizia
è il luogo per l’esercizio del pensare che va alla ricerca della verità. Il dialogo tra amici ha la qualità
della continua apertura al mondo, proprio perché non si pensa mai di aver raggiunto la verità
definitiva.
Educare ad aver cura della mente è educare ad essere aperti al mondo, alle relazione di cui questo è
formato. L’apertura all’altro però va bilanciata con la pratica del pensare in solitudine tra sé e sé,
l’aver cura delle relazioni sta in un relazione coodipendente con l’aver cura della vita interiore. C’è
bisogno di uno spazio interiore per avere una relazione con l’altro. Lo spazio interiore però non è
qualcosa che preesiste al pensare, ma prendere forma nel momento stesso in cui ci si dedica a quel
pensare che è un meditare su di sé. Aver cura della vita interiore è anche il luogo dove si esercita
quel pensare che va alla ricerca delle misure non apparenti, necessarie ad imprimere ordine nella
nostra esistenza. Quando mancano queste misure accade che la vita psichica diventa caotica,
insieme all’esistenza. Due sono i rischi connessi alla pratica del coltivare la vita interiore: incorrere
in un approccio manageriale e scivolare in un ripiegamento intimistico. Gli approcci manageriali
sono ossessionati dal mito di un’esistenza in cui il soggetto sarebbe padrone di sé, dove la mente si
fonda solo su se stessa fino ad arrivare ad essere padrona di ogni sua mossa. Ma un approccio
organizzativo alla vita interiore rischia di confondere: bisogna capire che il tempo interiore è un
tempo lento che si prende cura delle domande invece di trovare risposte facili, inoltre bisogna
considerare che siamo essere plurali che portano dentro di sé l’impronta dell’altro, quindi la nostra
dimensione interiore è una relazione con l’altro. La vita interiore non è un luogo chiuso ma una rete
di nodi decentrata sulle relazioni attraverso le quali si fonda l’esistenza.
Cercare sé attraverso le relazioni che si strutturano un campo intersoggettivo è essenziale perché è
stando in una relazione con gli altri che si comprende se stessi. Quella corrente della psicoanalisi
che assume come riferimento l’epistemologia dell’intersoggettività distingue tra “interpretazione” e
“comprensione”. Nell’interpretazione agisce solo un punto di vista, la comprensione invece
presuppone il confronto di due sguardi, l’incrociarsi di più punti di vista. È il dialogo con gli altri
che permette di conoscere se stessi. Ma è necessario anche una comprensione di secondo livello:
comprendere il processo di comprensione, cioè impegnarsi a capire cosa facciamo quando siamo
impegnati a capire il reale.
Nella vita di ciascun uomo si può distinguere una dimensione pubblica ed una privata, entrambe
necessarie per potere vivere una vita propriamente umana. Coltivare la sfera privata permette di
esporsi con senso nella dimensione pubblica. Esporsi alla dimensione pubblica significa agire.
Il pensare non è concepibile senza il linguaggio, imparare ad aver cura delle mente significa
imparare ad aver cura delle parole. Ogni cosa ha un suo ritmo del respiro e da ricercare sono quelle
parole che lasciano alle cose il modi di apparire secondo il loro respiro. Bisogna prestare attenzione
alle parole che usiamo, bisogna coltivare quelle che evocano l’esperienza. Il difficile è trovare il
linguaggio che dà parola al nostro desiderio che ci suggerisce il giusto orientamento da dare
all’esistenza.
Ciascuno di noi ha bisogno di mondo, un mondo che dà corpo al nostro desiderio. Dare parole al
desiderio è pratica coessenziale al venire all’esistenza, se c’è un etica della parole è questa: cercare
e custodire quella parola che accompagna la nascita del desiderio, quella che a esso da forma,
perché all’inizio il desiderio non ha forma sono le parola e contornarlo.
Noi siamo il linguaggio, nel senso che il linguaggio è la dimora dell’essere, è nel linguaggio che
l’essere singolare annoda le relazioni. Ma l’abitare il linguaggio in modo appropriato non è un
fenomeno naturale. Si avverte spesso il non riuscire a dirsi e a dire delle cose. C’è un parlare che è
intrattenimento “essere-tra-altri” ed un parlare che è generatore di orizzonti simbolici in cui abitare
“Essere-con-gli-altri”. Ci sono molte parole da evitare, quelle invece da abitare sono quelle che
odorano di esperienza, quelle che accennano a futuri inediti. Lavorare sul linguaggio per dire il
proprio vissuto è essenziale al costruirsi della propria identità. Ma proprio lavorando sulla parola
per cercare un dire capace di nominare il senso dell’esperienza si scopre come questo compito non
si realizzi mai completamente, non solo perché si tende a rimanere invischiati nel’uso abituale delle
parole che ci fa stare nella dimensione dell’ovvio, ma soprattutto perché del proprio vissuto rimane
sempre uno sfondo inafferrabile. E questa zona di mistero non va occultata da parole inutili ma va
custodita lasciando delle fessure. Qui sta l’etica della parola, un’etica che si nutre della capacità di
trattenersi nell’eccedenza delle cose.
Se si sta in ascolto dell’esperienza questa lacera il tessuto compatto di certi discorsi: alcuni discorsi
sono solo chiacchiera, altri sono costruiti di materia troppo spessa, e quindi la mente è appesantita
da quelle parole che ci allontanano dall’ascolto del nostro desiderio. Allora occorre mettere ordine,
dare respiro alla mente, sottrarre peso al linguaggio, considerare la leggerezza un valore da
coltivare. Cercare parole leggere significa aspirare ad un linguaggio che sappia portare tutto il peso
del reale mantenendo aperto il movimento del pensiero. Se non si ha cura della vita dei pensieri si
rischia l’irrigidirsi dei movimenti dell’esistenza. Questo modo di aver cura della parola è aiutato
dallo scrivere, in quanto apre lo spazio alla meditazione e quindi facilita il lavoro su di sé che è
l’aver cura dei propri pensieri.
Il nostro nascere è venire al mondo con altri. È quindi un fatto sociale dall’ implicazione politiche e
proprio per il nostro essere animali politici la pratica del pensare è sensibile al presente. In un
pensare che non è collegato all’agire politico la mente può sprofondare nell’inutile, questo accade
quando ci si sottrae al movimento del presente per rifugiarsi nell’abituale, quella tendenza “a farsi a
poco a poco arcaico”.
Quando il pensiero perde il contatto con il reale rischia di naufragare in esercizi astratti oppure di
affidarsi a quell’immaginazione che colma i vuoti della realtà con riempimenti fittizi. Quindi il
coltivare la vita della mente è legato all’educazione politica. Noi viviamo in un epoca in cui è
esaltato l’uomo economico, nel senso di chi produce profitti, poiché questo è il soggetto voluto
dalla società del consumo. In questo prevalere della sfera economica si trascura il coltivare altre
dimensioni fondamentali dell’esistere, una fra tutte quella politica.
L’esercizio della responsabilità politica non avviene solo attraverso l’azione ma anche con il
dialogo, cioè il prendere parola in contesti pubblici. L’azione ha bisogno del discorso perché
acquista rilievo tramite il dire. È parlando che si prende posizione nel mondo. L’educazione a
pensare deve assumere anche la forma del preparare a prendere parola, con l’intenzione di dar voce
a un dire franco nei confronti delle contraddizioni del presente. Nel pensare politico è fondamentale
saper giudicare, dire la verità, pensare mondi migliori ma soprattutto esprimere giudizi, perché è
giudicando che si dà senso al mondo. Giudicare significa prender posizione rispetto a ciò che
accade, distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, ciò che è bello da ciò che è brutto. Il
giudicare chiede l’impegno a pensare da sé, per cercare le vie che meglio consentono di
comprendere l’evento da valutare. Esercitare il giudizio significa rinunciare a quella presunta
oggettività che fa perdere di vista il reale rapporto con le cose. La capacità di giudicare è in stretta
connessione con la libertà del pensare, perché essa consiste nella capacità di valutare le azioni del
mondo indipendentemente dall’opinione corrente e dai criteri preformulati.
Il saper giudicare chiede lo sviluppo di un “modo di pensare ampio” che si realizza quando prima di
prendere una posizione rispetto a una questione si confronta il proprio giudizio con quello degli
altri, quindi presuppone la ricerca dell’accordo con gli altri. Proprio perché sono in grado di
utilizzare i punti di vista degli altri, gli esseri umani sono soggetti politici. Ovviamente non si può
pensare come pensa l’altro, perché ciascuno pensa secondo la propria identità, si tratta di pensare da
sé dialogando con mondi differenti di pensiero per articolare i propri pensieri secondo una
“mentalità allargata”.
Si possono distinguere due tipi di giudizio: quello ordinario e quello riflessivamente critico. Quello
ordinario ha la forma dell’automatismo, nel senso che fa riferimento a criteri assunti in modo
irriflesso e utilizzati come assunzioni il cui valore è dato per scontato. Quello critico si esercita
nell’orizzonte di uno spazio simbolico costruito attraverso la pratica del pensare riflessivo, che pone
in discussione ogni premessa. Compito dell’educazione è coltivare il giudizio critico. Viviamo in un
mondo in cui non è possibile far riferimento a criteri standardizzati, ogni pensiero va posto sotto il
vaglio della ragione.
L’educazione al giudizio è un dovere delle istituzioni educative. Bisogna innanzitutto collegarla
all’esperienza vissuta, perché solo con l’aggancio alla realtà il pensiero ha senso. È poi centrale
l’approntare contesti sociali che permettono il confronto intersoggettivo,qui l’educatore deve
favorire determinate disposizioni mentali dalla connotazione etica: la prudenza nell’esercizio del
giudizio (prudenza che nasce dal sapere di non sapere mai a sufficienza),cercare di formulare
giudizi quanto più possibile informati,esercitare il giudizio in una direzione eticamente orientata a
promuovere,conservare e coltivare il mondo nella sua forma migliore perché possa essere la dimora
di ogni essere umano. Importante è anche educare all’ascolto. Ascoltare l’altro significa accogliere
l’ordine dei suoi pensieri e dare ad essi l’opportunità di ribaltare i miei criteri, aprendo il discorso da
una terza posizione. Il riuscire a giudicare secondo una mentalità allargata non significa che il
giudicare presuppone uno spazio pubblico. Nell’esercizio privato del giudizio lo spazio pubblico
diviene qualcosa di immaginato. L’immaginazione è ideazione e ampliamento di altri possibili
sfondi del pensare. Probabilmente la maggior difficoltà in quest’educazione sta nell’esercitare un
giudizio solo dopo aver stabilito una certa distanza dall’evento in questione. Questo non significa
mettere tra parentesi se stessi, i propri interessi, desideri, ma imparare a giudicare solo dopo aver
attivato un autocomprensione intesa a capire dove si sta emotivamente e cognitivamente nel
momento in cui si cerca quella comprensione che permette il giudizio.
Il prendere parole fra gli altri significa avere coraggio, coraggio ricco di eticità che ha a che fare con
la verità. È infatti dovere di chi parla fra gli altri impegnarsi a dire la verità. Stare nell’orizzonte
della verità significa accettare l’impegno ma anche il pericolo di stare in una relazione di franca
onestà con se stessi e con gli altri, significa esporre ciò che si pensa sia vero al giudizio dell’altro
senza imporre come assolutamente fondato il proprio punto di vista.
Una funzione vitale del pensiero è anche quella di rendere respirabile l’ambiente, generare dei
mondi migliori, quindi c’è bisogno di un pensiero che sappia aprire il tempo, un pensare aperto alle
possibilità senza per questo smarrirsi nel labirinto delle possibilità immaginarie. Questo pensiero si
deve mantenere radicato nel reale. Ma c’è bisogno anche di un pensiero che si occupa di ragionare
sull’altra faccia del reale per cogliere ciò che non è previsto nell’ordine presente, l’imprevisto. Il
pensare così inteso è pericoloso perché infrange l’ordine costituito.
L’educazione al pensare politico dovrebbe permettere di rendere reali i desideri di realtà che
muovono il nostro pensare facendo tutto ciò che dipende da noi per impedire il negativo e realizzare
il positivo.
L’essere umano non vuole creare mondi già visti ma vuole creare scenari inediti, perché anche se
sono nati per morire gli esseri umani sono nati per incominciare. Se la natalità si configura come
categoria essenziale del discorso pedagogico allora l’educazione va concepita come quel contesto in
cui i soggetti educativi vengono accompagnati nell’esercizio della pratica del prender iniziativa, del
dialogare e ciò richiede uno spazio pubblico. Quindi bisogna allestire i contesti formativi nella
forma di comunità di pratiche di pensiero dove ciascuno può fare o ascoltare discorsi. Ciò che è
essenziale è che il pensare permetta di costruire mondi con le parole. L’esercizio del pensiero può
dirsi iscritto in una pratica di cura della vita della mente quando il pensare insieme in una comunità
viene informato dall’etica del dialogo, quando ciò chi parla è mosso dal desiderio di trovare un
accordo con l’altro, di mettere in comune materia per pensare. Il saper dialogare presume che si
abbia consapevolezza del fatto ce non esiste alcuna verità definitiva, esistono solo punti di vista
locali e parziali.
C’è un altro aspetto che configura la pratica della cura della vita della mente: il raccontare ciò che
accade, non solo ciò ce si fa ma ance ciò che si sente, si pensa. Raccontare è ricordare, l’aver cura
della vita della mente spinge la memoria nel suo vissuto per riportare al presente ciò che si è
dileguato nel tempo. Al rammemorare fa bene la possibilità di poter poi dire ad altri e scrivere ad un
interlocutore, anche immaginario, ma anche saper accettare il passato. Non tutta l’esperienza chiede
di esser e narrata, anzi c’è una forma di saggezza del saper non dire. C’è tutta un’esperienza della
sofferenza che la saggezza vuole che rimanga silenziosa, del dolore forse è bene non scrivere, non
parlarne, perché una volta scritto assume consistenza dura che tende a resistere nel tempo e diventa
più insopportabile perché impossibile da dimenticare.
Tutto il discorso fin qui sviluppato si muove su un educazione a partire da sé, ovvero una filosofia
dove si trova il senso del proprio essere, si vive soggetti del proprio tempo, si ricerca il principio
d’ordine evitando di assumere significati preformulati. È un partire da sé per inventare sé. È il
separarsi-allontanarsi dai luoghi familiari per esplorare mondi nuovi. È il movimento del nascere. Si
nasce quando ci si separa dal corpo materno, il nascere a sé è un continuo separarsi da, è il separarsi
dal già detto per trovare la propria strada.
Educare a pensare da sé ha a che fare con la libertà perché insegna a non farsi occupare dal pensiero
già pensato, educare a pensare insegna a ricominciare d’accapo. Per un tale pensiero bisogna partire
da sé, dalla propria esperienza. Educare è aver cura che l’altro trovi il desiderio di aver cura di sé
andando alla ricerca della sua forma, proprio tutto ciò che si realizza con l’ascolto di sé. Il soggetto
alla ricerca di sé va sostenuto, questo è il compito dell’educatore che aiuta l’interlocutore a prendere
le distanze dalle proprie convinzioni, che lo mette di fronte ad idee germinali che costituiscono
materia per pensare da sé.

Capitolo 5: Quale ambiente educativo per aver cura della vita della mente?

Per promuovere l’educazione a pensare bisogna allestire i contesti educativi nella forma di
laboratori del pensare.
L’aver cura della vita della mente è una capacità che prende forma come interiorizzazione di
pratiche di pensiero condivise con gli altri. Nei contesti sociali dove è possibile il confronto con
differenti punti di vista si impara a pensare sviluppando uno sguardo critico rispetto i propri
pensieri. Ma nei contesti di apprendimenti bisogna creare le condizioni affinché i partecipanti
sappiano coinvolgersi nello scambio discorsivo, inoltre affinché un gruppo diventi una comunità di
pratica del pensare occorre avviare un percorso didattico ce faciliti il confronto dialogico. Un
percorso possibile è quello che si può ricavare dalla procedura di Aristotele nel costruire le sue
teorie. Tale metodo suggerisce che si inizi col registrare la fenomenologia delle nostre concezioni
ordinarie per poi intraprendere una rassegna di altre possibili posizioni sull’argomento in questione.
Il percorso trova il suo completamento nell’attivare la dimensione costruttiva del pensare, che si
attualizza quando si va alla ricerca di quell’idea, di quella posizione che deve risultare la più
fondata. Tuttavia bisogna evitare di sovraccaricare di eccessive attese formative la possibilità di
ottenere contesti di confronto socio-cognitivi tra pari. I contesti formativi istituzionali sono contesti
artificiali dove agli studenti è richiesto di pensare mentre il vero movimento del pensare avviene in
contesti naturali dove si discute non tra pari ma tra amici.
Il confronto dialogico tra pari ha come obiettivo la ricerca di verità, senza questa perde ogni
efficacia rispetto all’obiettivo di aver cura della mente.
Il laboratorio ha come scopo la coscienza critica del proprio sapere (il cosa della conoscenza) e
delle sue procedure (il come della conoscenza), si configura come contesto in cui si attivano e si
esplicitano le dimensioni dell’autocomprensione.
L’interazione sociale dove si apprende a ragionare insieme prende la forma di una discussione. La
discussione evoca un’atmosfera conflittuale. Discutere con gli altri significa difendere le proprie
posizioni e attaccare quelle altrui.
Per dare una corretta impostazione al laboratorio occorre assumere come riferimento l’etica
dialogica di Socrate, il quale sostiene che un bene maggiore del confutare chi afferma cose non vere
è il lasciarsi confutare dagli altri. A qualificare come educativo un laboratorio di pensiero è il
prendere forma di un clima cooperativo, in cui l’altro non è visto come qualcuno da dominare o
sconfiggere ma come un compagno di percorso col quale ricercare la verità.
Quello che può essere definita “etica del dialogo” chiede ai protagonisti di un’interazione verbale di
essere capaci di un elevato grado di ascolto, bisogna lasciarsi guidare dal principio della
“sospensione del giudizio” partire cioè dall’assunto che il nostro interlocutore dica cosa vere.
Non bisogna trascurare però l’importanza del pensare tra sé e sé. Platone parlava del pensare come
del dialogo silenzioso che l’anima intrattiene con se stessa.
Fra le facoltà della mente il pensare sembra essere quella più solitaria, perché può essere esercitata
senza alcuna connessione con altri. Pur essendo tale ha comunque una natura plurale, che era stata
compresa da Socrate, il quale parlava di pensare come due in uno, nel senso che il pensare implica
uno stare in compagnia di se stessi.
Lo spazio del pensare tra sé e sé va visto come l’aprirsi alla possibilità di sviluppare l’auto-
presenza, per affermare in cosa consiste questa pratica bisogna in primo luogo acquisire
consapevolezza di quanto poco noi siamo presenti a noi stessi nel tempo quotidiano. Possiamo
constatare facilmente la tendenza della mente a vagare.
La vita della mente scorre via e noi ci stiamo dentro come trascurati da una corrente e quando ci
fermiamo a riflettere scopriamo di non avere un centro. La prima scoperta dell’autopresenza è la
difficoltà a stare presso di sé, ad avere un luogo simbolico proprio, ovvero una pratica di pensiero
che non consente di mantenere il filo del mio pensare.
Occorre distinguere due livelli di presenza mentale: quello rispetto all’esperienza che è la via della
consapevolezza (pensare a ciò che si fa) e quello che ha per oggetto i vissuti cognitivi che è la via
della meta consapevolezza (pensare i propri pensieri). Questo secondo livello costituisce l’ambito
privilegiato dei processi educativi. L’obiettivo della pratica della presenza è quello di portarsi col
pensiero vicino la vita della mente lasciando che si strutturi alla presenza. È una presenza passiva:
prestare attenzione a qualcosa che può accadere.
La pratica dell’autopresenza implica il “fermati e pensa” che assume le caratteristiche del ritrarsi,
del “fuori dall’ordine” perché il modo quotidiano di stare nel mondo è tipico del modo comune di
stare fra le cose e con gli altri, è un mondo anonimo in cui si viene meno a se stessi, si annulla ogni
differenza e ogni originalità.
Il tenere la mente agganciata al modo comune di considerare le cose è inevitabile, perché il nostro
essere p un essere-con-gli-altri che si nutre di uno scambio quotidiano col mondo sociale. Se non ci
si sottrae da questo stato di dipendenza dal senso comune, l’esistenza diventa in autentica perché la
comprensione ce si realizza delle cose non è la propria ma è quella che si apprende dal modo
comune di considerare le cose. È però possibile sottrarsi da questo sfondo comune per trovare il
proprio luogo simbolico. Bisogna pensare da sé.
L’autocomprensione si può rendere visibile anche attraverso la scrittura. Documentare l’accadere
della vita interiore consente un rapporto critico con se stessi fino a promuovere l’ontogenesi del sé.
Il momento intersoggettivo del processo di autocomprensione potrebbe concretizzarsi nella scrittura
del diario della vita della mente, ovvero osservare e registrare il processo del divenire delle idee. È
una pratica che consente di scoprire il senso della nostra vita mentale.
Se si presta attenzione al divenire di una singola idea il processo di autocomprensione si
materializza nella ricostruzione della biografia di un idea. Quando portiamo l’attenzione su un idea
tendiamo a pensarla come avente dei confini ben definiti invece essa sta in una relazione con altre
idee. Le nostre idee si formano in un contesto discorsivo dove agiscono dei principi di autorità che
influenzano il nostro pensare. Ricostruire la biografia di un’idea significa disegnare il tessuto di
relazioni cognitive in cui questo prende forma e cambia.
Quindi l’autocomprensione ha per oggetto non una mente isolata ma una sociale che costituisce il
suo punto di vista dentro una rete di relazioni culturalmente situate.
Fondamentale è quindi lo sviluppo delle capacità dell’autopresenza che significa stare con
l’attenzione raccolta sul divenire della vita della mente, far attenzione a ciò che si pensa.
Noi sperimentiamo ogni giorno l’abitudine a non pensare a quel che pensiamo, ma questa tendenza
a stare dispersi nei propri pensieri può essere interrotta coltivando la disposizione a stare presente ai
propri pensieri. Stare con la mente in ascolto del presente significa stare presso di sé.

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