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Giacomo Leopardi 1798 -1837

Tutta la sua poetica è basata sul PESSIMISMO. Il suo primo interesse è capire perché l’uomo è infelice. La
prima risposta che da’, è che l’uomo cerca il PIACERE PERMANENTE, in nito, il che è IMPOSSIBILE,
perché è irraggiungibile, e per questo cercherà sempre altri piaceri da soddisfare.

Lui sa che è impossibile, ma c’è un modo per raggiungerlo, attraverso la NATURA UMANA. La natura da’
all'uomo le ILLUSIONI, che danno all'uomo una parvenza felicità, solo in apparenza.

Man mano che la ragione sovrastale illusioni, ci si allontana dalla felicità.

Con Leopardi, parliamo di TITANISMO LEOPARDIANO, in quanto il poeta è l’unico depositario della verità
(più ci si allontana dalle illusioni, più ci si avvicina alla verità, più si è infelici), a ronta quindi la natura avendo
la consapevolezza che recherebbe male a se stesso, rendendolo infelice.

Aggiunge poi che le illusioni non siano abbastanza per recare felicità. Arriva così, grazie alla RAGIONE,
all’ARIDO VERO, e cioè che l’uomo è infelice e la NATURA è MALIGNA. Questa fase è quella del
PESSIMISMO COSMICO, cioè dell’infelicità assoluta. Si chiede poi come si fa a superare la NATURA
MALIGNA. Spiega che può riuscirci solamente l’uomo che pratica l’ATARASSIA, cioè il distacco dalle cose
terrene, materiali, con la conseguenza che ogni avvenimento non deve suscitare sentimenti.

L’ultima fase del pensiero Leopardiano ci porta al pometto “La Ginestra” (penultima opera), che è la
soluzione nale, cioè quella della SOCIALCATENA: essendo gli uomini tutti accomunati dalla stessa
infelicità, devono unirsi tutti insieme in una fratellanza per lottare contro la NATURA UMANA MALIGNA.
Questo è il PESSIMISMO EROICO.

Punti di contatto rispettivamente con le poetiche di Pascoli (Saggio sul Fanciullino), Ungaretti (tema della
solidarietà e fratellanza tra gli uomini) e Montale (il poeta consapevole di contro all'uomo comune che vive
nell'inconsapevolezza della verità nascosta oltre l’apparenza).

Canti pisano- · c iclo Gli ultimi


Canzoni canti
recanatesi di Aspasia•

motivi .motivi privati riflessioni di l 'amore, temi


patriottici: e soggettivi: carattere vissuto come filosofici
esortazione a l'infelicità, il universale a sentimento e polemica
imitare le crollo delle partire da che suscita nei confronti
virtù degli illusioni esperienze nobili delle
principali sentimenti ma tendenze
antichi per giovanili, il persona li o da
contrastare ricordo del avvenimenti anche come culturali
la decadenza passato come comuni e amara del tempo
dell ' Italia conforto quotidiani delusione

l
• stile alto
e difficile
• forma
metrica
l
• poetica
del vago e
dell'indefinito
• endecasillabi
1
• poetica del
vago e
1
stile più teso,
deciso e
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• stile
energico, con
Stile e della canzone sciolti, testi dell'indefinito incalzante di toni sarcastici
metrica tradizionale più brevi delle • elaborazione quello dei e indignati
con-alcune canzoni, della canzone canti pisano- • canzone

l
forzature sintassi e libera recanatesi libera

l
lessico più
semplici

I
I
la ragione come
strumento
necessario per
la natura come •madre• indifferenza della natura comprendere la
Pensiero benevola e la ragione come per tutti gli esseri viventi condizione
causa di infelicità e universalità del dolore umana e generare
sentimenti di
solidarietà

LA RIMEMBRANZA

In questo testo, appartenente allo Zibaldone di pensieri, Leopardi parla della Rimembranza, cioè del
ricordo. Spiega che da giovani qualsiasi cosa, una vista, un sogno, un racconto, ci da’ piacere in quanto ci
suscita idee vaghe e inde nite, senza limiti. Da adulti, proveremo piacere osservando le medesime cose,
perché ricordiamo che da giovani ci dilettavano . Così anche Leopardi stesso, che prova piacere ricordando
le cose della fanciullezza. Aggiunge poi che se non fossimo stati fanciulli, non avremmo mai provato
sensazioni inde nite.

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In altri appunti, Leopardi spiega che anche il ricordare (rimembrare) delle poesie o opere d’arte produce
piacere. Il piacere è sempre o passato o futuro, e mai presente.

ULTIMO CANTO DI SAFFO

Leopardi segue la poetessa nel progressivo passaggio dal  riconoscimento delle meraviglie della natura  a
quello dell’incapacità di fruirne liberamente, no alla constatazione che di tali bellezze la natura è stata con
lei avara. Si passa poi, in uno snodo fondamentale del ragionamento, al riconoscimento della crudeltà della
legge naturale e del destino, che non si accanisce su lei sola, ma che  accomuna tutti gli uomini, no
all’amara considerazione conclusiva che l’unica possibilità di ribellione rimasta è la morte.

L’INFINITO

In questa canzone, estratta dai Canti, Leopardi si trova sul Monte Tabor, dove il colle e la siepe non gli
permettono di guardare oltre. Ma sedendosi immagina nel pensiero (come se entrasse nel pensiero)
interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete. Lui ha paura di ciò che è indeterminato e
sconosciuto, in quanto è qualcosa più grande dell’uomo.

Ad un certo punto inizia a tirar vento, che muove le foglie. Questo rumore viene paragonato alla quiete
(l’eternità) che lo riporta nel “ nito”, lontano da l'"inde nito”, sulla Terra. Il vento lo riporta quindi all'eternità,
al tempo passato e a quello presente. Così il suo pensiero si rivolge all'immensità, di cui ha paura e dove
dice di annegarvi: diventa quindi Naufrago, che è un fattore negativo, ma Leopardi lo reputa dolce, in
quanto gli da’ piacere in nito.

A SILVIA

Nella poesia si rivolge all'anima o alla tomba di Silvia, il cui vero nome è Teresa Fattorini.

Inizia col chiederle se ricorda ancora quando era vita, felice ma timorosa di entrare nell'età adulta
(importanza del RICORDO). Leopardi ricorda che in primavera (paragonata alla fanciullezza) ella cantava
mentre svolgeva i lavori da donna, e immaginava un futuro vago e positivo. Al contrario, lui ha passato la
fanciullezza studiando, e ricorda che mentre studiava ascoltava i canti di Silvia, che lo distoglievano
piacevolmente dallo studio.

Ad un certo punto si rivolge anche alla natura, chiedendole il per quale motivo illude i fanciulli, e perché non
restituisce ad essi quella positività che speravano.

Poi rivolgendosi di nuovo a Silvia dice che la malattia l’ha vinta, portandola via prima che potesse provare
un sentimento d’amore, o potesse parlare d’amore con le sue amiche.

Alla ne dice che anche lui è stato negato della fanciullezza, ma al contrario di Silvia, non perché è morto.

In ne si rivolge alla speranza, dicendo che quando si è reso conto della verità, cioè del destino doloroso al
quale l’aveva destinato la natura, allora ha capito che gli è rimasta solamente la morte.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

La poesia si apre con la rappresentazione idilliaca della vita del borgo di Recanati dopo la tempesta: gli
animali della campagna tornano alle loro occupazioni così come gli abitanti recanatesi riprendono i loro
doveri quotidiani: chi a acciandosi sulla porta per guardare il cielo prima della laboriosa giornata, chi come
le fanciulle andando a raccogliere l’acqua appena caduta o chi come gli erbivendoli già sul sentiero da
attraversare. Il cielo si schiarisce e il sole torna a risplendere permettendo ad ogni uomo di a rontare un
nuovo giorno con rinnovata felicità.

Alla parte descrittiva segue quella ri essiva e loso ca delle strofe seguenti con le quali Leopardi espone il
suo pessimismo sotto forma di ironia. La gioia che viene espressa nella prima parte della lirica si presenta
come un ottimo espediente per una meditazione complessiva della condizione umana. La vita secondo il
poeta è bella proprio dopo che è passata la tempesta ed ogni uomo si rallegra perché, come la natura
vuole, al dolore segue il piacere che è tanto raro ed e mero che si riduce a niente. Quest’ultimo a di erenza
del dolore che domina la vita degli uomini. La quiete, ossia il piacere, dopo un lungo momento di so erenza
e di terrore della morte scuote anche la gente che detestava o svalutava la vita. Riprendendo i versi
di Leopardi “Piacer glio d’a anno”, o per dirla in altre parole: la gioia non è altro che “frutto/del passato
timore”. 

IL SABATO DEL VILLAGGIO

Canti. Leopardi fa un paragone, infatti invita a non aspettarsi felicità dal futuro, perché, come la domenica
deluderà l'attesa del sabato, così la vita deluderà i sogni della giovinezza.

L’autore parla per l’appunto della giornata di sabato, descrivendo prima una fanciulla che, all'ora del
tramonto, torna dalla campagna dove ha raccolto rose e viole con le quali ornerà i suoi capelli il giorno
dopo, ovvero la domenica, giorno di festa. Poi descrive una donna anziana, nel momento in cui è seduta
sulle scale, mentre parla con le sue coetanee ricordando la sua fanciullezza, quando anch'ella ornava i suoi
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capelli il giorno di festa. Finito il tramonto, suonano le campane che ricordano la ne della giornata e l’inizio
della festa che rallegra la gente, che canta di gioia. Poi c’è lo zappatore, che pensa al giorno di riposo che
avrà, mentre torna a casa. Poi, niti ogni rumore e ogni luce dovuti alla gente che festeggia, si può ascoltare
il rumore del falegname che nisce gli ultimi lavori prima dell’alba.

Con questa lirica, Leopardi vuole spiegare che è più apprezzato il Sabato, in quanto si pensa alla giornata di
riposo del giorno dopo, la Domenica, che invece è considerata più triste, perché il giorno dopo si torna tutti
a lavorare. In ne si rivolge ad un giovane in generale, raccomandandosi di godere della fanciullezza (sabato)
senza aspettare l’età adulta (domenica).

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E UN PASSEGGERE

Un passante (passeggere) chiede a un venditore di almanacchi e lunari se, a suo parere, l’anno nuovo sarà
felice. – Certamente! – risponde il venditore. Inizia così fra i due un tto scambio di battute durante il quale il
venditore, pur sostenendo che la vita è una cosa bella, è costretto ad ammettere che non ci sono nella sua
vita trascorsa tempi felici, anni a cui vorrebbe somigliasse l’anno venturo. Alla ne il passeggere giunge alla
conclusione che la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che non si conosce, nella speranza di un futuro
diverso e migliore del passato e del presente: Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce,
ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.

Poi compra l’almanacco più bello e se ne va; il venditore riprende il suo cammino e il dialogo si conclude
con la stessa battuta con cui è iniziato (Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi), a sottolineare il
ripetersi delle vicende umane e l’impossibilità del cambiamento.

La felicità non è legata a qualcosa di reale che stiamo vivendo o abbiamo già vissuto, ma solo all'attesa,
alla speranza di ciò che ci immaginiamo e ci illudiamo possa accadere

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE

Questo dialogo rappresenta per Leopardi una svolta importante con la radicale a ermazione del
pessimismo cosmico, che trova le sue premesse già nello Zibaldone, dal 18 agosto 1821, e arriva alla sua
massima espressione con il Cantico del gallo silvestre. L’infelicità umana che no a quel momento per
Leopardi dipendeva da ragioni storiche (pessimismo storico), per cui sarebbero stati la ragione e il
progresso ad allontanare l’uomo dalla condizione originaria di felicità (concezione che deriva da Rousseau),
cioè da uno stato di natura in cui la natura è considerata ancora provvidenziale e benigna, ora lo stato di
infelicità viene attribuito da Leopardi esclusivamente alle condizioni esistenziali dell’uomo. Si parla perciò in
questa fase di pessimismo cosmico, Leopardi giunge alla conclusione che la natura, nella sua
organizzazione universale, è orientata solamente alla perpetuazione dell’esistenza (meccanicismo), senza
nalità, senza che la felicità degli individui venga tenuta in alcuna considerazione. L’infelicità non deriva più
dall’impossibilità di soddisfare un piacere in nito, quindi non ha cause psicologiche, ma dipende da cause
oggettive e materiali, determinate dalle leggi stesse del mondo sico, da una natura espressione di un
meccanismo spietato il cui ne ultimo non è la felicità degli esseri viventi, tormentati da morte, dolore,
distruzione e malattie, ma la propria conservazione.

A SE STESSO

In questa lirica, appartenente al Ciclo di Aspasia, Leopardi si riferisce al suo cuore, consigliandogli di non
palpitare più e di abbandonare la speranza, nell'attesa della morte.

Inizia la lirica dicendo al suo cuore che ora avrebbe riposato, non nel senso della morte, ma nel senso che
non avrebbe più palpitato per amore, in quanto Leopardi non avrebbe più amato, perché ogni speranza e
illusione si era spenta in lui. Continua col dire che niente al mondo merita di fargli battere il cuore, e che
nulla ha senso, in quanto tutto nisce, anche l’uomo, che nasce per poi morire.

DIALOGO di PLOTINO E di PORIFIRIO

In questa operetta compare il tema dell'importanza della solidarietà e dell'amore fra gli uomini. I due
protagonisti infatti, dopo essersi chiesti se non sia meglio togliersi la vita visto che essa è una so erenza
continua, concludono che la cosa migliore è invece continuare a vivere stando uniti, volendosi bene,
confortandosi a vicenda; in questo modo è possibile sopportare meglio la vita e i suoi dolori.

LA GINESTRA

Quest’opera appartiene all'ultima fase di Leopardi ed è divisa in 7 strofe:

I) c’è una descrizione vesuviana, e l’unica immagine positiva è il orire della ginestra

II) polemica del “secolo superbo e sciocco”, cioè l’illuminismo, “l’età dei lumi”: Leopardi riteneva sciocco
chi pensava di poter a rontare tutto con la ragione

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III) qui appare il pessimismo eroico di Leopardi in quanto appare il ritratto dell’uomo nobile d’animo, che sa
a rontare la natura, nonostante sappia di essere scon tto (TITANISMO), grazie alla socialcatena, ovvero
uomini che si uniscono per combattere la natura maligna

IV) torna al proprio io e, guardando il cielo, si rende conto della nullità dell’umanità

V) fa una similitudine di un formicaio casualmente distrutto da una mela che cade da un albero,
paragonandolo ad una città che viene distrutta da un vulcano che erutta

VI) rievoca l’eruzione del vulcano che distrusse Pompei ed Ercolano

VII) protagonista è la Ginestra, che nonostante sappia che prima o poi il Vesuvio erutterà, non china il capo
alla natura, ma l’a ronta a testa alta.

DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE

La noia: Il vuoto dell’anima. La paragona all’aria, che occupa tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali.
La noia occupa tutti gli intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e dispiaceri umani. È il pensiero puro
della felicità, non soddisfatto dal piacere, e non o eso apertamente dal dispiacere.

Il desiderio non è mai soddisfatto e il piacere propriamente non si trova, sicché la vita umana è intessuta
parte di dolore e parte di noia. - La vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia. Schopenhauer.
Rimedi contro la noia sono: il sonno, l’oppio, il dolore + la varietà delle azioni, anche se non ci libera
completamente di essa, la solleva e la alleggerisce.

“La noia è la più sterile delle passioni umane. Com'ella è  glia della nullità, così è madre del nulla: giacché
non solo è sterile per sé, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina.”

“La felicità consiste nell'ignoranza del vero.”

DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

Il confronto è tra due uomini d’azione che si pongono in maniera opposta: 

◦ Colombo  all’azione unisce immaginazione e la poesia, e non pone come prioritario il risultato
pratico. Agisce indipendentemente dall’esito nale ma nell’ottica di sperimentare e ricercare;

◦ Gutierrez invece è un uomo concreto e pratico a cui importa soprattutto la realizzazione di risultati,


quindi la sua azione mira unicamente ad ottenere un risultato certo.

◦ la piccolezza e lo smarrimento dell’uomo nell’universo. La natura viene considerata nella sua “tanta
potenza”, nella sua varietà e molteplicità;

◦ la tematica della noia ed il valore della vitalità, dell’azione (a data al viaggio e all’avventura), come
modo di fuggire l’insensatezza della vita.

Giacomo Leopardi evidenzia inoltre come la vita diventa più preziosa ed acquista il giusto valore proprio
quando è messa a repentaglio. 
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