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Cosa definisce la cultura mafiosa nella società

italiana per quanto riguarda la mia esperienza?


La definizione di “Mafia” è rischiosa ed indeterminata se portata in modo univoco,
poiché indica una vasta ed eterogenea serie di fenomeni criminali difficilmente
individuabili in un singolo e comune carattere ricorrente. In genere però, riferimenti
alla mafia vengono intesi quali fenomeni di criminalità organizzata, che hanno le
proprie origini in Sicilia. La complessità della ricerca di significato del termine è
inevitabile, poiché attraverso questa lo si dovrebbe analizzare sia in una prospettiva
attuale e contemporanea, da un punto di vista sociologico, culturale e criminologico,
sia in una prospettiva storica e antropologica, che indaghi le radici culturali del
fenomeno stesso. Questa organicità viene però resa irraggiungibile in quanto la mafia
è un processo antico, radicato e mutevole nel tempo, tanto che in lunghi periodi ne fu
negata e nascosta l’esistenza, nonostante sia un fenomeno coinvolgente ed evidente.
La parola mafia nasconde un atteggiamento, una concezione dei rapporti
interpersonali ed uno specifico codice morale, che costituiscono un modo di essere e
di pensare appartenenti non solo a coloro che aderiscono all’organizzazione criminale
ma che attraversa l’intera cultura locale in modo mimetico e del tutto condizionante.
Sono infatti individuabili all’interno del fenomeno mafioso alcuni lampanti caratteri
significativi che, con il consolidamento nella tradizione e con la forte capacità di
coinvolgimento e attrazione, si sono radicati e diffusi nella cultura e nella società. Per
ogni organizzazione mafiosa viene istituito un codice d’onore, che deve essere
rispettato dagli associati come se scritto da un legislatore, secondo il quale si
stabilisce una convenzione comportamentale che segua i canoni mafiosi basati su una
serie di regole spesso non etiche, ma che rispecchiano una moralità interna al gruppo.
La morale mafiosa è del tutto primitiva poiché si fonda su concetti semplici e
ancestrali, quali l’intangibilità ed il massimo rispetto della famiglia, dei bambini e delle
donne, l’autoreferenzialità che comporta il disprezzo ed il rifiuto dello Stato e delle
istituzioni e l’utilizzo della forza e della violenza che arriva anche a sentenze di morte.
Uno storico contemporaneo, Giuseppe Carlo Marino, descrive il significato del
concetto di onore dicendo: “per un grande mafioso, il rispetto della legalità imposta dallo
Stato non sarebbe altro che una caduta nella mediocrità del vivere. Invece, una vita non
mediocre e degna di onore, che fa di un individuo comune un Uomo, ubbidisce a regole
autonome, vincolate ai privati interessi di famiglia, alle tradizioni dell’ambiente sociale di
appartenenza. Il suo è un illegalismo convinto, avvertito come necessario, obbligante e
senza alternative, per avere un diritto ad una dignità, ad un prestigio che altrimenti non
avrebbe”. La cultura dell’omertà è un dato antropologico, trasmesso da secoli, un
codice familiare e sociale, che nel contesto mafioso raffigura il senso di appartenenza
e la scissione dall’esterno, dal sociale, da quello Stato con cui è impossibile
identificarsi. Il non dire, il segreto, proteggono la dimensione della famiglia, intesa
come nucleo criminale, di fronte ad un esterno diverso e minaccioso. Uno degli
elementi più inquietanti dell’organizzazione mafiosa è la capacità di essere perdurata
senza produrre mai nessun documento scritto circa la propria esistenza, avvolta nella
segretezza, nell’invisibilità. Oltre all’omertà ed al segreto, l’impossibilità di piena
conoscenza del fenomeno mafioso ci è data dalla comunicazione, aspetto che
conferisce loro un’isolata identità e la trasmissione di informazioni interna al gruppo.
L’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi, dei silenzi, costituisce una delle
attività principali dell’uomo d’onore. La violazione di un qualsiasi aspetto del codice
non scritto mafioso, comporta delle punizioni drastiche.

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