Sei sulla pagina 1di 20

COSTRUZIONI IN ACCIAIO IN ZONA SISMICA

• Acciaio caratterizzato da un elevato rendimento meccanico (R/g);


• La realizzazione di membrature molto snelle porta a problemi di instabilità e di eccessiva
deformabilità;
• Grazie alla notevole duttilità l’acciaio risulta essere particolarmente idoneo nelle applicazioni
progettuali che richiedono capacità di dissipazione di energia, come le costruzioni in zona sismica;
• Il sistema strutturale nasce dall’assemblaggio di elementi monodimensionali e bidimensionali
prodotti in luoghi diversi da quello di costruzione della struttura, pertanto Il grado di vincolo tra le
parti componenti la struttura risulta essere un ulteriore parametro di progetto.
• La scelta dei sistemi di collegamento rappresenta un aspetto chiave e condiziona la scelta della
tipologia del sistema strutturale
Anche per l’acciaio si può optare per diverse possibilità di analisi statica o dinamica lineare, in
funzione della regolarità strutturale. I moderni codici sismici adottano quale criterio di progetto
quello che prevede, in caso di evento sismico distruttivo, che il sistema strutturale sismo-resistente
sia in grado di dissipare energia senza giungere a collasso. Affinché sia garantito tale livello
prestazionale è necessario che le strutture chiamate a far fronte alle azioni di natura sismica abbiano
adeguata duttilità globale Il concetto di duttilità è legato, in generale, alla capacità di un sistema
strutturale di subire deformazioni elastoplastiche senza significative perdite di capacità portante.
L’approccio alla progettazione antisismica moderna, è del tipo PBD (Performance Based Design)
ossia progettazione basata sul livello prestazionale, in cui vengono fissati i livelli che la struttura
deve soddisfare, accettando un prefissato scenario di danno per ciascuno di essi:
Performance Based Design (PBD): accettabilità dei livelli di danno
- Completamente operativo (nessun danno) SLO
- Operativo (danno moderato degli elementi non strutturali – danno lieve elem. Strutt.) SLD
- Sicurezza della vita (danno moderato degli elementi strutturali e non) SLV
- Vicino al collasso (resistenza compromessa) SLC
Per ciascun livello prestazionale si definisce dunque uno stato limite da verificare in funzione di una
diversa entità dell’azione sismica, ottenuta al variare del periodo di ritorno T, o analogamente in
termini di probabilità di superamento nell’arco del periodo di riferimento fissato per la struttura,
funzione della sua vita nominale e della sua rilevanza. A ciascuno stato limite è associata la
probabilità di superamento nel periodo di riferimento dell’azione sismica di progetto. Lo scopo di
tale approccio è di fare in modo che la struttura si in grado di:
- Resistere a eventi sismici di bassa intensità senza significativi danneggiamenti
- Resistere a eventi sismici di moderata intensità con danni riparabili
- Resistere a eventi sismici di notevole intensità prevenendo il collasso.
Si possono seguire allora metodologie di analisi basate sull’approccio alle forze oppure agli
spostamenti. E’ più conveniente un approccio alle forze perché come concetto di progettazione
antisismica in grado di manifestare una capacità dissipativa, per cui si deve associare un determinato
fattore di struttura q, che consente di operare con uno spettro ridotto da cui è possibile ridurre la
dimensione degli elementi strutturali che sono progettati per plasticizzarsi con un livello di forza
inferiore, ma consentendo alla struttura di subire spostamenti senza riduzione della capacità
portante, sfruttando proprio il comportamento duttile. In tal modo si riesce a dissipare l’energia
sismica. Impostare la progettazione con un livello di forza non è conveniente perché a ciascun livello
corrispondono tanti spostamenti. La corrispondenza in sostanza non è univoca, viceversa
ragionando in termini di spostamento, a ciascun livello di spostamento corrisponde un unico valore
della forza. Dunque il DBD consiste nell’assumere lo spostamento corrispondente allo stato limite
da verificare. La normativa fornisce il valore del fattore di struttura q per ciascuna tipologia
strutturale contemplata. Se la struttura non rientra in nessuna categoria, si deve eseguire un’analisi
statica non lineare per valutare la capacità della struttura. Le strutture possono essere progettate o
come dissipative o come non dissipative. Per questo ultimo caso la struttura risponde in campo
elastico, ed è dotata di un fattore di struttura unitario, mentre le strutture dissipative, sono
concepite in modo che l’energia di input del terremoto sia dissipata mediante cicli di deformazioni
inelastiche di predisposti elementi strutturali o di parte di essi con l’obiettivo di ottimizzare la
duttilità globale del sistema. Nello specifico si deve, per garantire un adeguato livello di duttilità
globale, ricorrere al principio di gerarchia delle resistenze, facendo avvenire le plasticizzazioni in
modo controllato negli elementi strutturali che garantiscono maggior duttilità (travi piuttosto che
pilastri) e facendo in modo che vengano salvaguardate le zone nodali, la cui plasticizzazione non
deve mai precedere quella degli elementi convergenti in esse. Si deve inoltre salvaguardare la
plasticizzazione da meccanismi fragili come il taglio, conferendo una certa sovraresistenza a tali
meccanismi, mediante progettazione non sulla base delle sollecitazioni di calcolo agenti, ma sulla
base delle capacità resistenti delle zone e/o dei meccanismi dissipativi duttili adiacenti. Per le
strutture in acciaio rispetto a quelle in ca si utilizzano fattori di sicurezza meno elevati, sia perché il
materiale di per se è più omogeneo e soggetto a minori variazioni di comportamento dato che è
prodotto in officina e dunque più facilmente controllabile, ma è anche vero che se si utilizzano
coefficienti molto elevati non si riesce effettivamente a garantire la plasticizzazione. Le zone
dissipative devono sfruttare le capacità duttili dell’acciaio. Ragionando con il vecchio approccio si
fissava una tensione ammissibile dove il materiale veniva fatto lavorare all’incirca al limite del
campo elastico. Nel passaggio alla progettazione agli stati limite invece si opera con un livello
tensionale, la fyd che è invece un limite più prossimo allo snervamento ed è un valore più elevato
delle tensioni ammissibili perché anche i carichi vengono incrementati attraverso i coefficienti
amplificativi 1,3 1,5. Pertanto complessivamente il risultato globale è lo stesso in termini di
sicurezza. Avvicinandoci alla tensione di snervamento dell’acciaio, si deve anche controllare la
tensione di rottura, rispetto alla quale ci vuole un ulteriore franco di sicurezza. E inoltre la variazione
di resistenza ottenuta su diversi provini, per cui si può fare una media, deve risultare anche essa
contenuta in un certo limite in modo tale da non essere condizionato troppo dalla variabilità. Si deve
valutare che la tensione media di snervamento sia inferiore ad 1,2 volte la tensione caratteristica
fyk che rappresenta il frattile al 5%, quindi sempre per lo stesso motivo per cui si deve valutare che
non sia troppo elevata, rischiando di non farlo plasticizzare. Si deve valutare inoltre il passaggio dal
materiale semplice alla sezione ottenendo:
Il materiale manifesta lo stesso tipo di comportamento elasto-plastico perfetto raggiungendo la fyd,
ma per la sezione il comportamento in termini di raggiungimento del momento di plasticizzazione,
è differente al variare della geometria della sezione stessa, ed in particolare il momento plastico
aumenta man mano che la sezione possiede altre fibre da plasticizzare dopo aver raggiunto la
plasricizzazione della fibra più esterna. Quindi quanto più la sezione è piena, tanto più si ottimizza
la fase post-elastica. Oltre a questo bisogna considerare che comunque il materiale acciaio, una
volta plasticizzato possiede una riserva di resistenza offerta dall’incrudimento, che consente
superata la soglia di plasticizzazione di poter raggiungere la tensione di rottura nel materiale, ed un
momento di rottura o momento ultimo nella sezione, più elevato del momento plastico.
Nel capitolo 7 vengono inoltre definite le tipologie strutturali sismo-resistenti ovvero:
1) STRUTTURE INTELAIATE: composte da telai che resistono alle forze orizzontali con un
comportamento prevalentemente flessionale.
2) STRUTTURE CON CONTROVENTI CONCENTRICI: nei quali le forze orizzontali sono assorbite
principalmente da membrature soggette a forze assiali. - Controventi con diagonale tesa attiva; -
Controventi a V; - Controventi a K;
3) STRUTTURE CON CONTROVENTI ECCENTRICI: nei quali le forze orizzontali sono principalmente
assorbite da membrature caricate assialmente, ma la presenza di eccentricità di schema permette
la dissipazione di energia nei traversi per mezzo del comportamento ciclico a flessione e/o taglio.
4) STRUTTURE A MENSOLA O A PENDOLO INVERSO: costituite da membrature pressoinflesse in cui
le zone dissipative sono collocate alla base.
5) STRUTTURE INTELAIATE CON CONTROVENTI CONCENTRICI: nelle quali le azioni orizzontali sono
assorbite sia da telai che da controventi agenti nel medesimo piano.
6) STRUTTURE INTELAIATE CON TAMPONATURE: costituite da tamponature in muratura o
calcestruzzo non collegate ma in contatto con le strutture intelaiate.
Di tutte le tipologie le più diffuse sono le prime tre che nei riguardi del comportamento dissipativo
hanno un funzionamento di questo tipo:

1) Le strutture intelaiate hanno un comportamento prevalentemente flessionale quindi ci si


attende cerniere plastiche a flessione.
2) Mentre nelle strutture con controventi concentrici, le dissipazioni sono assorbite
prevalentemente dagli sforzi assiali negli elementi diagonali.
3) Infine nelle strutture con controventi eccentrici le forze sono principalmente assorbite dalle
membrature caricate assialmente che costituiscono i controventi, ma dato che ci sono delle
eccentricità nella disposizione, la dissipazione è affidata anche a meccanismi flessionali e
taglianti in corrispondenza dei tratti di collegamento ovvero i “link”.
Esistono anche strutture che vedono la compresenza dei primi tre sistemi come strutture intelaiate
con controventi concentrici, oppure intelaiate con tamponature sismo resistenti. Le strutture
intelaiate hanno le seguenti proprietà:

• Continuità strutturale tra membrature orizzontali e verticali garantita da nodi trave colonna tipo
rigido per il trasferimento di sollecitazioni flessionali;

• Risposta strutturale caratterizzata da un regime di sollecitazione prevalentemente flessionale


negli elementi portanti;

• La principale risorsa di rigidezza e resistenza laterale è legata al regime flessionale che si instaura
nelle membrature strutturali;

• Problema della deformabilità e dell’effetto pi-delta, che data l’elevata deformabilità delle
membrature in acciaio, possono non essere più del tutto trascurabili.

Nelle strutture intelaiate le zone dissipative sono numerose e sono concentrate alle estremità delle
travi dove si formano cerniere plastiche per flessione. In genere possono manifestarsi
plasticizzazioni nelle estremità delle travi oppure alla base delle colonne, dopo di che il sistema si
manifesta in un meccanismo labile. Quindi le strutture intelaiate sono fortemente dissipative perché
consentono di sfruttare tante plasticizzazioni, grazie all’elevato grado di iperstaticità di cui la
struttura è dotata per via degli incastri che sussistono tra le travi e le colonne. E’ conveniente
pertanto sfruttarle tutte, e tutte contemporaneamente. La struttura intelaiata è versatile dal punto
di vista architettonico, ma per contro risulta dotata di scarsa rigidezza, che può determinare
problemi di eccessiva deformabilità laterale, anche perché sono di solito strutture a nodi spostabili
e quindi le dimensioni delle membrature sono condizionate dal controllo degli spostamenti laterali.
Si ottengono strutture caratterizzate da una significativa sovraresistenza rispetto a quella
strettamente necessaria per il soddisfacimento dello stato limite ultimo. Bisogna tener conto un
aspetto importante ovvero che nelle zone critiche predisposte alla dissipazione, il carico assiale deve
essere limitato sotto il 30% di quello assiale di plasticizzazione, altrimenti il carico assiale stesso,
influenza la risposta a flessione della zona dissipativa, perché come si evince dal dominio M-N il
momento flettente resistente è dipendente dallo sforzo normale agente. In genere per l’acciaio tale
interazione risulta sempre sfavorevole e riduce quindi il momento resistente. Ecco perché non
conviene far plasticizzare la base delle colonne o comunque si deve controllare che siano non
eccessivamente caricate. Invece le travi sono soggette a sforzi di compressione per via della
presenza di controventi di piano necessari per renderlo rigido, ed effettivamente lavorano con sforzi
di compressione esigui, e dunque sono degli elementi più indicati per far avvenire la plasticizzazione
e quindi la dissipazione di energia. Inoltre bisogna tenere presente che le travi sono in grado di
sviluppare più duttilità in quanto, a parità di domanda sismica in termini di spostamento, la duttilità
richiesta in termini di rotazioni ultime alle cerniere plastiche nel meccanismo a travi plasticizzate,
rispetto al meccanismo a colonne plasticizzate, è molto inferiore.

EDIFICI CON STRUTTURA PENDOLARE E CONTROVENTI VERTICALI

Sono schemi strutturali tipici per le strutture alte, per le quali la realizzazione di collegamenti
monolitici tra le travi e le colonne mediante saldatura, non risulta per altro economicamente
vantaggioso. Se si vuole trasferire momento dalla trave alla colonna, si devono introdurre dei
collegamenti delle ali delle travi che proseguono in corrispondenza delle colonne. Mentre per
trasferire solo taglio si collega l’anima della trave mediate squadrette, che ai fini del calcolo possono
essere modellate come cerniere in corrispondenza del tratto finale della trave, non in
corrispondenza della colonna quindi. Un minimo di momento viene trasferito però in parte dai
bulloni. Ovviamente negli schemi pendolari si devono affidare le azioni orizzontali ai controventi, i
quali lavorano per sforzi assiali. I controventi vanno inseriti in numero idoneo almeno a rendere la
struttura isostatica, e comunque con una certa ridondanza per evitare labilità in caso di rottura di
uno dei controventi.

• I collegamenti trave colonna tipo nodo-cerniera;

• la necessaria rigidezza laterale della struttura è conferita da sistemi di controventamento verticale


realizzati attraverso sistemi reticolari in acciaio con aste inclinate disposte in varie configurazioni

I controventi reticolari concentrici sono disposti direttamente nei nodi dove convergono le travi.

• Resistono alle forze orizzontali principalmente attraverso un regime di sforzi assiali;

• Dissipano energia prevalentemente quando le diagonali tese si plasticizzano;

• Il comportamento ciclico inelastico è caratterizzato dal degrado della capacità di dissipazione di


energia a causa del ripetersi dell’instabilità delle aste diagonali compresse;

• Le membrature diagonali conferiscono alla struttura un’elevata rigidezza elastica.

Una struttura con controventi concentrici a diagonale tesa attiva può sviluppare un numero ridotto
di cerniere plastiche rispetto allo schema intelaiato, e soprattutto siccome è legato ad un
meccanismo di plasticizzazione per sforzo assiale, non manifesta un comportamento ciclico ampio
come quello flessionale. Inoltre manifesta un degrado della capacità di dissipazione a causa
dell’instabilità della diagonale compressa, che nel caso dei controventi a croce di Sant’Andrea può
non lavorare facendo riferimento solo su quella tesa, mentre nel caso degli elementi a V è
indispensabile ai fini dell’equilibrio della trave, per cui va comunque considerata, e potrebbe
instabilizzarsi limitando fortemente la capacità dissipativa. Queste strutture non hanno invece
problemi di deformabilità per via della elevata rigidezza flessionale dei controventi. Possono
realizzarsi anche con schemi a V oppure più usati a V rovescia, mentre sono sconsigliabili controventi
a K per via della convergenza nelle colonne in corrispondenza delle quali trasferiscono azioni
taglianti aggiuntive.

Bisogna tenere presente, nel dimensionamento dei controventi che le azioni sismiche si riducono
con l’altezza quindi le strutture più caricate sono in effetti quelle di base che devono resistere a delle
azioni orizzontali pari alla somma di tutte le azioni dei piani superiori. Dunque se si adotta lo stesso
profilo per tutti i piani, dato che ai piani superiori le azioni sono ridotte, si rischia di non consentire
la plasticizzazone dei controventi superiori, pertanto è necessario ridurne la sezione nei piani
superiori. Se non si adotta tale accorgimento, non si imposta una progettazione coerente con
l’imposizione del fattore di struttura ottenuto da norma, rischiando di plasticizzare il controvento
inferiore, poiché vi giungerà un’azione maggiore di quella prevista abbattendo lo spettro, nel caso
in cui si possa contare sulla duttilità. In questi tipi di strutture dotate di controventi, ci possono
essere problemi architettonici legati alla chiusura di alcuni spazi, ma di contro si ha la possibilità di
evitare il coinvolgimento delle colonne dai meccanismi di plasticizzazione, riducendone la sezione
resistente e rendendo le membrature più snelle, così come meno impegnativi saranno i
collegamenti.

STRUTTURE A CONTROVENTI RETICOLARI ECCENTRICI

Rappresentano una categoria ibrida tra le precedenti, nel senso che sfruttano la presenza di controventi, ma
plasticizzano con meccanismi di flessione e taglio.

Generalmente i link vengono posizionati nelle zone centrali dei traversi, per poter salvaguardare le
zone estreme dei nodi, nel rispetto della gerarchia delle resistenze per le colonne.
STRUTTURE INTELAIATE CONTROVENTATE

Si tratta di sistemi duali in cui le forze orizzontali sono assorbite in parte dai telai e in parte dai sistemi
di controventi agenti nel medesimo piano. Si evince una certa analogia con le strutture a pareti
accoppiate in cemento armato, dove le zone dissipative sono poste nelle travi di accoppiamento.
Anche in tal caso si possono ottenere degli schemi più rigidi con degli elementi di connessione tarati
per plasticizzarsi.
Le strutture dissipative possono essere a bassa oppure ad alta duttilità. Per quelle a bassa duttilità
si deve rispettare un minimo di gerarchia delle resistenze che diventa più stringente per quelle ad
alta duttilità. Per le strutture non dissipative si adotta uno spettro elastico, mentre man mano che
aumenta la duttilità le ordinate spettrali si abbattono sempre di più.

7.5.3 Regole di progetto generali per elementi strutturali dissipativi

Le zone dissipative, per poter funzionare adeguatamente e dissipare energia senza rompersi,
devono essere esenti da effetti locali di instabilità. Se queste zone dissipative sono localizzate nelle
membrature, per avere un’adeguata duttilità devono essere in grado di plasticizzare senza però
manifestare effetti particolari, legati ad esempio ad imbozzamento oppure svergolamento della
piattabanda compressa, perché l’insorgenza di tali fenomeni riduce significativamente la capacità
portante delle membrature strutturali senza avere la possibilità di manifestare la propria resistenza
plastica. Altro fenomeno tipico è legato all’instabilità per imbozzamento a taglio del pannello
d’anima che riduce la capacità a taglio. Per studiare tali fenomeni si necessita di modelli non
semplicemente monodimensionali, ma tridimensionali attraverso elementi frame definendo una
mesh. All’instabilità locale si può rimediare mediante inserimento di irrigidimenti ottenuti con piatti
saldati in corrispondenza dell’anima, per prevenire instabilità. A seconda del tipo di collegamento
trave-colonna si riesce a trasferire più o meno momento. Riguardando i vari tipi nel piano momento
curvatura al variare della rigidezza del collegamento stesso si può osservare il passaggio dalle
cerniere agli incastri con crescente onerosità di realizzazione.

Per gli elementi situati nei campi controventati valgono le regole di progettazione sismica del
capitolo 7, mentre per tutti gli altri le regole de capitolo 4. I controventi non devono
necessariamente andare da piano a piano ma possono interessare anche più piani
contemporaneamente.
Come già accennato, nelle strutture con controventi concentrici è possibile considerare uno schema
di funzionamento a diagonale tesa attiva, in cui la diagonale compressa per l’elevata snellezza di cui
è dotata, si instabilizza rimanendo elastica, e lavora a “corda molle”. Nel caso invece delle strutture
con controventi a V, c’è solo un link superiore, per cui l’asta deve lavorare anche a compressione,
ed è necessario considerarla reagente ai fini dell’equilibrio nel punto in cui convergono. Infatti
scomponendo le forze assiali di trazione e compressione nel punto in cui convergono, se tali forze
sono uguali, le componenti verticali taglianti si annullano a vicenda, e rimane un incremento di
sforzo assiale. Bisogna in questo schema tener conto dell’eventualità che la diagonale compressa si
instabilizzi, e in tal caso nella trave si crea uno scompenso delle forze da considerare
necessariamente, attribuendo come forza d trazione la forza di plasticizzazione della diagonale,
mentre in quella compressa per considerare il fatto che si è instabilizzata, si considera un 30% della
forza. Quindi in queste condizioni si crea uno squilibrio del taglio, per cui si crea un taglio aggiuntivo
nella trave, la quale deve essere in grado di sopportarlo. Per i collegamenti e tutte le altre parti
strutturali, vale sempre il requisito di dover garantire una certa sovraresistenza per garatire che
rimangano in campo elastico, facendo in modo che la plasticizzazione avvenga sia per trazione che
per compressione nelle diagonali.

Analogamente allo schema di


controventi a diagonale tesa
attiva, anche in questo caso si
devono attribuire i carichi
gravitazionali al telaio
controventato, che anche in caso
di plasticizzazione delle diagonali,
deve continuare a portare i carichi
verticali, senza avere più il
contributo del vincolo imposto dal
controvento che interrompe la
trave, la quale diventa come se
fosse doppiamente incernierata. Il funzionamento globale è sempre tale per cui le azioni orizzontali
generano un momento ribaltante alla base, che viene equilibrato dalla presenza di sforzi di trazione
e compressione nelle colonne che delimitano il campo controventato.

Nella realtà il collegamento che viene realizzato per questo tipo di controventi non è una cerniera
perfetta quindi una aliquota di momento la trasferisce. Ai fini del calcolo però può essere trattata
come tale.
Oltre al momento flettente, anche lo sforzo normale nella trave risente della presenza del
controvento a V, attraverso un incremento dello sforzo non trascurabile, che tralaltro potrebbe
influenzare anche la resistenza a flessione della trave, che può anche essere ridotta per la presenza
dello sforzo normale, e/o anche per la presenza di taglio che si genera nei campi controventati. Lo
sforzo assiale diventa non trascurabile se supera il 15% dello sforzo normale di plasticizzazione e in
tal caso vanno modificate le regole della verifica a flessione, così come nel caso della presenza di un
taglio superiore al 50% del taglio plastico. Se invece tali valori non vengono superati si può condurre
una verifica a flessione trascurando il contributo concomitante delle altre sollecitazioni. Questo
dipende in effetti dalla dimensione delle diagonali, che condizionano la gerarchia delle resistenze la
quale si applica a partire dalle diagonali stesse.
Quindi nella realizzazione del modello, si applicano le forze sismiche, si valuta nelle diagonali tese e
compresse quanto vale lo sforzo normale agente, e una volta fatto ciò per dimensionare travi e
colonne, bisogna ripartire dallo sforzo di plasticizzazione delle diagonali, per il dimensionamento
della trave del campo controventato, che quindi non avviene semplicemente per i valori delle
sollecitazioni di calcolo derivanti dal modello, ma sulla base della resistenza delle diagonali che
impostano proprio la gerarchia delle resistenze. Ovviamente questo è valido solo per il campo
controventato, mentre negli altri campi il valore dello sforzo assiale rimane distribuito per poter
giungere al campo controventato stesso, che mediante le diagonali lo riporta alla base. Bisogna
anche valutare l’eventualità che la trave soggetta a sforzo assiale possa instabilizzarsi per effetto
dell’incremento dello sforzo assiale prodotto dai controventi.

Regole di progetto specifiche per strutture con controventi eccentrici

Ricapitolando le strutture intelaiate hanno un comportamento prevalentemente flessionale, le


cerniere plastiche si formano alle estremità delle travi, quindi ciò che governa la gerarchia delle
resistenze è proprio il momento plastico resistente delle travi. Invece nelle strutture con controventi
concentrici le zone dissipative coincidono con le aste dei controventi, e dunque lo sforzo normale
plastico della diagonale diventa l’innesco per la gerarchia delle resistenze. Infine per le strutture con
controventi eccentrici, l’azione dissipativa avviene in un elemento di collegamento in cui il
meccanismo dissipativo avviene per flessione o per taglio, per cui i tal caso la gerarchia delle
resistenze va applicata a partire dal momento resistente o taglio resistente del link, che guida il
processo di verifica. In generale i controventi eccentrici dividono le travi in una serie di tratti, in cui
quello centrale è il link che ha un comportamento flessionale o tagliate a seconda di quanto è grande
l’eccentricità, se è ridotta lavora a taglio, se è più estesa lavorerà prevalentemente a flessione. I vari
schemi differiscono dal diverso posizionamento che si può attribuire a tale link che può risultare al
centro della trave oppure in corrispondenza di uno degli estremi. Dal punto di vista del
funzionamento si evince che per la presenza di due forze uguali e opposte se scomposte nelle
componenti orizzontale e verticale, forniscono un diagramma del momento intrecciato con due
cuspidi come si evince dalla figura, un taglio discontinuo tra i vari tratti, ed uno sforzo normale che
si annulla nel link.
Dunque nel link sono presenti taglio, momento e in genere non c’è sforzo normale. Quindi si
possono sfruttare tali sollecitazioni agenti per far si che il link si deformi, si plasticizzi senza giungere
a rottura per dissipare energia. Spesso questi elementi possono anche essere esterni ai telai
portanti, proprio perché la rottura di questo elemento non deve comportare la perdita di carichi
verticali. Nel caso in cui il link si introduce all’estremità, ci sono sia momento flettente sia sforzo
normale che taglio. Ai link si deve attribuire un’adeguata resistenza, ma soprattutto duttilità perché
si deve deformare per dissipare l’energia immessa dal sisma. Mentre nelle zone dissipative quali
diagonali, colonne travi e collegamenti, appartenenti al campo controventato, si deve garantire una
sufficiente sovraresistenza, e per gli altri elementi fuori dal campo controventato, sempre le regole
di progettazione per soli carichi gravitazionali.
Per poter attivare il link il telaio
deve deformarsi, tutti gli elementi a
parte il link devono rimanere in
campo elastico. A seguito
dell’applicazione delle forze si
generano sollecitazioni di taglio e
momento alle estremità del link. La
distribuzione del momento, che si
genera per via della continuità del
link, ha un andamento lineare simile
a una trave doppiamente
incastrata, con taglio costante. I link
sono classificabili in funzione del rapporto taglio momento, ovvero in base ai valori di eccentricità
come riportato nel diagramma:

Se il link lavora a taglio, nella relazione che impone l’equilibrio alla rotazione, si adotta il taglio ultimo
Vu per il braccio proprio pari ad e, e il momento plastico Mpl, dal cui valore fissato per il rapporto,
posto convenzionalmente il taglio ultimo pari a 1.5 volte il taglio plastico, si può dedurre e. La
normativa fornisce i valori per Vu che vale 1.5xVpl solo ne caso di sezioni a doppio T. Invece se il link
lavora con meccanismo flessionale, si applica il momento ultimo, e il conseguente taglio di
plasticizzazione.
A seconda dell’altezza della
trave valutata, si possono
conoscere il momento
plastico del link, il taglio
plastico, valutando in che
range ricade il rapporto che
definisce il tipo di link.

Per la valutazione del momento resistente ci si riferisce al contributo delle sole ali, mentre per la
valutazione del taglio resistente ci si riferisce invece all’anima. Quindi anche in tal caso dal modello
si valutano le sollecitazioni agenti Med Ved con cui dimensionare la trave, si definiscono quindi il
taglio e momento plastico del link che costituiscono la base per definire la gerarchia della resistenza
per tutti gli altri elementi non dissipativi, da dimensionare mediante le caratteristiche resistenti del
link stesso.
Il rapporto reciproco tra sforzo normale agente e resistente dipende molto dal numero di campi
controventati. Se si controventa un sol campo lo sforzo normale agente sarà più elevato rispetto al
caso in cui ne siano controventati in numero maggiore, e dunque risulterà più distribuito. Inoltre la
norma prescrive nel caso di sforzo normale elevato, di valutare dei limiti sul valore dell’eccentricità.
Per gli elementi non dissipativi lo sforzo
normale resistente, in funzione del taglio
e momento agente, deve risultare
sempre superiore allo sforzo normale
agente derivante da carichi
gravitazionali, incrementato di un fattore
di sovraresistenza. Le travi a ciascun
piano vengono dimensionate per i valori
di taglio e sforzo normale agente, i quali
sono crescenti dall’alto verso il basso.
Quindi non è possibile utilizzare la stessa trave per ciascun livello, perché la resistenza sarà sempre
la stessa, ma variando le sollecitazioni agenti, i loro rapporti subiscono notevoli variazioni da un
piano all’altro. Invece si devono adottare travi sempre più piccole man mano che salgo, in modo tale
che il rapporto tra resistenza e sollecitazione agente sia contenuto nell’ordine del 25%, perché
altrimenti man mano che si sale, il valore di omega cresce notevolmente, e dunque si risente nelle
diagonali e nelle colonne per via dell’incremento della sollecitazione agente. Confrontando il
momento agente con quello resistente, il rapporto deve essere si minore di uno ma non tanto
perché comunque si vuole garantire la plasticizzazione. Invece per quanto riguarda la
sovraresistenza da attribuire ai collegamenti, a tale scopo si può considerare anzichè l’Mrd un valore
più realistico per la plasticizzazione, considerando ad esempio l’effetto dell’incrudimento, oppure la
collaborazione della soletta in ca e dell’impalcato, si possono dimensionare tali elementi sula base
di un momento e taglio ultimo superiore, per tener conto del fatto che per una serie di effetti il link
potrebbe richiedere un ulteriore aliquota di sollecitazione per plasticizzarsi.

Stesso discorso vale per i collegamenti delle diagonali che devono avere una certa sovraresistenza
Oltre alle verifiche di resistenza la norma richiede verifiche di duttilità, in cui è prescritto che per i
link vengano impiegati elementi appartenenti alla classe di resistenza 1 o 2 ovvero sezioni che sono
in grado di sfruttare tutta la capacità resistente senza che insorgano effetti di instabilità locale prima.
In genere le IPE sono idonee a rispettare tale criterio. Per sfruttare al massimo la duttilità bisogna
ricorrere ai dettagli costruttivi oltre all’uso di profilati idonei, e inoltre si devono limitare le rotazioni
tra elemento di connessione e quelli contigui.

Per rendere il link duttile, si devono evitare instabilità locali delle parti compresse, ed è possibile
evitare ciò mediante dettagli costruttivi come inserimento di fazzoletti di irrigidimento, disposti con
un certo interasse a, funzione della lunghezza del link e del tipo di sezione, in particolare funzione
dello spessore dell’anima.
Nei link corti che dissipano a taglio, l’instabilità locale è legata all’instabilità dell’anima non
essendoci compressione. Dunque per evitare ciò si devono disporre fazzoletti in corrispondenza
dell’anima con un dato interasse. Se invece i link sono lunghi o intermedi, siccome lavorano a
flessione, ci sono le ali impegnate rispettivamente a trazione e compressione, dunque si può
manifestare instabilità nell’ala compressa. In questo caso però la norma non fornisce un interasse
costante. Lo schema di disposizione di tali irrigidimenti in tal caso è differente, i primi sono posti
direttamente nel punto di arrivo della diagonale.

I controventi eccentrici sono anche usati in telai esterni al telaio principale per strutture esistenti,
possono controventare anche più piani contemporaneamente.
Tra tutte le tipologie di strutture sismo-resistenti, si ottiene un irrigidimento man mano che si passa
dalla struttura a telaio a quella con controventi concentrici, e si aumenta la capacità dissipativa
passando dai controventi concentrici ai telai. Altri tipi ancor più performanti sotto i due aspetti sono
quelle con controventi eccentrici e pendoli verticali.

Potrebbero piacerti anche