Sei sulla pagina 1di 35

lOMoARcPSD|10096891

Riassunto parte istituzionale pag 1 197 Stampare

Diritto dell'unione europea (Università degli Studi di Torino)

StuDocu is not sponsored or endorsed by any college or university


Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)
lOMoARcPSD|10096891

Diritto dell’unione europea


(pag. 1-197 parte istituzionale, ESONERO 1)

NORMA:
atto scritto che impone certi comportamenti, regola i rapporti tra:
- Cittadini (DIRITTO PRIVATO);
- Cittadini e Stato (DIRITTO PUBBLICO);
- Stati (DIRITTO PUBBLICO INTERNAZIONALE).

ORDINAMENTO (GIURIDICO):
insieme/raccolta delle norme giuridiche che regolano i comportamenti delle parti.

STATO:
soggetto di diritto internazionale, che per essere considerato tale deve avere le seguenti caratteristiche:
1. ORGANIZZAZIONE: Deve essere un ente che al suo interno possiede degli organi (es. Italia  governo
(Camera e Senato));
2. EFFETTIVITA’ E SPAZIO: Deve essere effettivo su un territorio, ovvero deve agire, operare e produrre delle
norme. Lo spazio deve sussistere, sebbene limitato (es. ex Stato Pontificio);
3. INDIPENDENZA: Deve essere indipendente dagli altri Stati. Lo Stato è indipendente nel prendere le
decisioni, ma deve sempre tenere presente che esistono anche gli altri Stati. Indipendenza degli Stati
nell’agire (a differenza di uno Stato fantoccio che ha solo immagine e non sostanza).

UE = 28 Stati indipendenti in una realtà di relazioni e di scambi.

ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE:
(es. UE) è un soggetto di diritto internazionale. E’ formato da un’associazione di Stati (Stati membri), che si
riuniscono tra loro e che perseguono interessi e obiettivi comuni per essi, tramite organi specifici creati
appositamente e diversi da quelli di ogni singolo Stato.
La nascita di un’organizzazione internazionale è caratterizzata dalla presenza di un trattato. La nascita di queste
organizzazioni può essere chiamata origine convenzionale.
Gli organi creati lavorano congiuntamente/insieme per l’organizzazione (O.I.).
Al suo interno non sussiste la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario).
Questi poteri sono tutti regolati da tutti gli organi, mentre è completamente opposta la gestione dei poteri all’interno
di uno Stato in cui sono separati.

All’interno di un’organizzazione internazionale si troverà sempre:


- Un organo che cura gli interessi dell’organizzazione;
- Un organo che cura gli interessi di ogni singolo Stato che compone l’organizzazione;
- Un organo che cura gli interessi dei singoli individui sul territorio dello Stato.

Esistono varie tipologie di organi:


1. Organo parlamentare: tutela gli interessi dei cittadini dei singoli Stati;
2. Corte di giustizia: tutela gli interessi giudiziari. Nel momento in cui si hanno delle norme da rispettare, e
queste non vengono rispettate, la corte di giustizia sanziona le inflazioni;
3. Altri organi sono: Commissione europea (insieme), Consiglio europeo (tutela dei singoli), Parlamento
europeo (individui).

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Modalità di voto per le decisioni degli organi interni:


- Unanimità (tutti i componenti sono a favore o contro);
- Maggioranza (decisione adottata se la percentuale di maggioranza approva).
Quando nacquero le organizzazioni internazionali nel secondo dopoguerra, la modalità di voto utilizzata dalla
maggior parte era quella dell’unanimità, dando ad ogni singolo Stato il diritto di veto (impedire la decisione). Nell’UE
c’è la possibilità di passare da unanimità a maggioranza, poiché la decisione può essere adottata anche se un singolo
Stato è in disaccordo, tutelando così gli interessi dell’organizzazione, a discapito del singolo (interesse dell’insieme a
discapito dell’interesse del singolo).

Trattato: norma giuridica o atto normativo di diritto internazionale. E’ caratterizzato da più fasi:
- 1° fase: Negoziazione  partecipano gli Stati che vogliono farne parte, che sono interessati alla formazione
del trattato. I rappresentanti di ogni singolo Stato si chiamano plenipotenziari e sono persone abilitate a
rappresentare lo Stato di appartenenza. Questa fase termina e confluisce nella seconda;
- 2° fase: Apporto delle firme dei plenipotenziari  non fa entrare in vigore il trattato, ma ne blocca il testo;
- 3° fase: Ratifica  lo Stato di appartenenza dei plenipotenziari approva o disapprova il loro lavoro, ma non è
ancora in vigore il trattato; ogni Stato decide come farla, ce ne sono infatti di diversi tipi (es. in Italia la
ratifica viene consegnata e siglata dal Presidente della Repubblica, mentre in altri Stati avviene tramite
referendum popolare  decisione data ai singoli cittadini). La ratifica può anche avvenire in momenti diversi
dall’entrata in vigore (es. trattati firmati in un anno ed entrati in vigore dopo due anni). Più Stati ci sono e più
i tempi si allungano (ora ci vogliono due anni per l’UE).
Come entra in vigore?
Se è bilaterale, cioè se a questo trattato prendono parte solo due Stati, allora entra in vigore quando si scambiano le
ratifiche.
Se è come quello dell’UE entra in vigore solo quando tutti gli Stati hanno ratificato; dopo di che, in qualche caso, si
stabilisce un luogo dove consegnare/depositare le ratifiche, se gli Stati aderenti sono molti.

LA COOPERAZIONE EUROPEA:

Momento di nascita delle organizzazioni internazionali: secondo dopoguerra.


Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa è devastata (anche gli Stati vincitori) e si trova in una situazione
precaria dal punto di vista economico-finanziario. Le guerre danneggiano gravemente gli Stati dal punto di vista
economico, arrecando grandi danni. Era necessario, dunque, creare un’organizzazione che fosse abilitata a
controllare la pace tra gli Stati, in modo da non ricadere nella guerra e arrecare nuovi danni.
Gli USA decisero, alla fine della guerra, di stanziare dei soldi per gli Stati europei, per aiutarli economicamente, per
permettere una ripresa economica e dello sviluppo. Due furono sostanzialmente le ragioni che spinsero gli USA a
dare i soldi agli Stati europei:
1) ragione prettamente economica: gli USA davano dei soldi agli Stati europei per far muovere il mercato e
crearne di nuovi, in modo da avere nuovi spazi per vendere e commerciare i loro prodotti;
2) ragione di natura politica: la Seconda Guerra Mondiale vede il consolidarsi dell’URSS, entità politica in netta
contrapposizione agli USA; con i loro investimenti, gli USA avrebbero creato nuovi soggetti amici/alleati, da
contrapporre da un punto di vista anche solo territoriale all’URSS.
Questa proposta di donazione di soldi agli Stati europei si chiama “Piano Marshall” (1947); i soldi verranno poi dati ad
un’organizzazione internazionale che si farà garante e promotrice e si impegnerà nella distribuzione dei soldi.

Quindi, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha inizio il processo di organizzazione della
cooperazione tra gli Stati europei, volto a mettere in atto forme di unione dotate di strutture istituzionali a carattere
intergovernativo con competenze in settori specifici.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

La prima, nel campo economico e dello sviluppo, “Organizzazione europea per la cooperazione economica” (OECE)
nacque nel 1948. Questa organizzazione fu da subito efficiente e ottenne da subito ottimi risultati, permise agli Stati
europei di dialogare tra loro e di produrre qualcosa insieme senza fare la guerra. Questa forma embrionale di
organizzazione internazionale aveva dei limiti: tutte le decisioni dovevano essere accettate da tutti (unanimità).
Questa organizzazione esiste ancora oggi e si chiama “Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico” (OCSE).
Un’altra organizzazione riguardava il campo della difesa (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico NATO e
Unione europea occidentale UEO).
Un altro caso di organizzazione internazionale assai rilevante e ad oggi ancora esistente è il “Consiglio d’Europa”
(1949), che fu la prima a prevedere un’Assemblea parlamentare. Il Consiglio d’Europa si occupa della tutela dei diritti
dell’individuo e delle libertà fondamentali; ad oggi conta 44 Stati membri (anche extraeuropei). Ad essa si deve il
trattato sulla tutela dell’individuo e delle libertà fondamentali. Le sentenze di questa organizzazione sono per la
maggior parte delle sanzioni per gli Stati membri (ad esempio la corte europea dei diritti dell’uomo, che ha sede a
Strasburgo ed emana sentenze, ha condannato/accusato l’Italia di ledere al cittadino per la lunghezza dei processi e
ha accusato/condannato la Gran Bretagna per i trattamenti nelle carceri troppo duri, inumani, degradanti, quasi una
tortura).
Queste O.I. furono le prime occasioni per gli Stati dell’Europa di incontrarsi e di confrontarsi.

Visti gli ottimi risultati delle O.I., si è pensato di creare un ente che coordinasse gli Stati e che ponesse le basi per uno
sviluppo economico, e dai risultati vedere se fosse stato possibile incrementare lo sviluppo, quindi creare
un’organizzazione effettiva e funzionante cercando di elidere l’unanimità nel voto.
Questa ipotesi fu fatta dal ministro degli esteri francesi Robert Shuman il 9 maggio 1950, quando propose di mettere
in comune la produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio in un’organizzazione aperta alla partecipazione di
altri Stati europei, come primo passo verso una più ampia cooperazione che comportasse determinate limitazioni di
sovranità a favore di un’organizzazione dotata di poteri vincolanti nei confronti dei suoi membri.
Secondo Shuman, quindi, era necessario risolvere le opposizioni tra gli Stati, specialmente tra Francia e Germania,
considerati Stati cuore dell’Europa. Egli guardava al possibile scontro sui giacimenti di carbone nelle zone di confine
tra la Germania e la Francia (bacini della Rhur e della Saar), e pensava quindi fosse necessario che queste aree
venissero sottratte all’attenzione dei singoli Stati, e gestite da un soggetto terzo (una O.I.) che non avesse interesse
proprio nel ricavare profitto dalle miniere, poiché diverso dai singoli Stati, e che avesse come compito la gestione e la
distribuzione del carbone e dell’acciaio tra gli Stati europei. L’obiettivo politico immediato quindi era quello di
ancorare stabilmente la Germania all’Europa e di eliminare le rivalità tra Francia e Germania in un’area strategica
sensibile, come i bacini della Rhur e della Saar, tradizionalmente oggetto di conflitto di interessi fra i due Paesi.
Shuman ipotizzò che i rapporti, che volevano essere creati tra gli Stati, avrebbero richiesto molto tempo, poiché
avevano bisogno del superamento della tradizione e delle convinzioni radicate negli Stati. Questa metodologia di
sviluppo dei rapporti tra gli Stati si chiama funzionalismo europeo (sviluppo progressivo costituito da tappe).
La conseguenza della dichiarazione di Shuman fu la creazione di un trattato e di un organo che gestisse la questione
franco-tedesca sul carbone e sull’acciaio.
Venne creata la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) (firma del Trattato di Parigi del 18 aprile 1951,
1952: entra in vigore). Inizialmente gli Stati aderenti sono 6: Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi
Bassi ( questi ultimi tre sono i cosiddetti Paesi Benelux). L’obiettivo della CECA era di creare e gestire un mercato
comune all’interno degli Stati europei per la commercializzazione del carbone e dell’acciaio, sottraendo agli Stati la
possibilità di gestire le risorse carbone-acciaio. La CECA, a differenza delle altre O.I., è a termine, ovvero è previsto
nel trattato due duri 50 anni; allo scadere degli anni le competenze residue furono assegnate alla Comunità europea
(nel 2002  CEE).
Gli organi (tipici dell’O.I.) della CECA erano:
- Alta Autorità (primo organo creato): organo che preserva e tutela gli interessi dell’organizzazione, composta
da individui scelti dagli Stati membri. Quando una persona diventa membro dell’Alta autorità deve garantire
assoluta indipendenza dallo Stato di appartenenza o da interessi particolari. E’ un’istituzione a cui sono
conferiti i poteri decisionali autonomi e che è capace di decidere in modo indipendente dal consenso

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

unanime degli Stati membri, tanto da indurre a parlare, per la prima volta, di carattere sovranazionale
dell’organizzazione;
- Consiglio Speciale dei Ministri: organo che tutela gli interessi dei singoli Stati componenti. Ogni Stato elegge
un rappresentante che tuteli gli interessi dello Stato di appartenenza. Il Consiglio ha poteri essenzialmente di
controllo;
- Assemblea parlamentare comune: organo di natura parlamentare, portatore degli interessi dei singoli
individui degli Stati membri. Organo che tutela i singoli individui; ci sono rappresentanti degli individui; è
fondamentale per tutte le organizzazioni;
- Corte di giustizia: organo che sanziona gli eventuali trasgressori delle norme dell’O.I.; fa da deterrente.

L’obiettivo di Shuman è uno sviluppo economico + solidarietà, benessere generale, unione di popoli. Per creare
l’unione dei popoli bisogna dar voce al popolo. Il cittadino non è escluso (ultimo trattato a Lisbona).

I primi risultati sono evidenti e gli Stati sono entusiasti per la gestione delle risorse carbonifere e dell’acciaio. Visti gli
ottimi risultati, gli Stati decidono, nel 1952, di fare un passo successivo, creando una Comunità europea di difesa
(esercito) e politica, ma nel momento della ratifica gli Stati si tirano indietro. Non fu coronata da successo quindi la
creazione di un’armata europea integrata, sottoposta a un comando unificato: per quanto il Trattato istitutivo della
Comunità europea di difesa (CED) fosse stato firmato a Parigi il 27 maggio 1952, non entrò in vigore a causa del rifiuto
da parte del Parlamento francese di autorizzarne la ratifica.
Ad oggi non è ancora stato creato un esercito comune, ma vengono creati interventi comuni, ma ciascun
partecipante porta la bandiera dello Stato di appartenenza.

La CECA funzionava bene, ma aveva funzionalità ridotta ad un solo campo (carbone e acciaio), e si voleva creare
un’O.I. che si occupasse di altri aspetti dell’economia di uno Stato, della gestione della libera circolazione di
lavoratori, merci e capitali. Volevano immaginare un’organizzazione che gestisse anche l’energia nucleare e la sua
distribuzione (perché deve essere condivisa per evitare che uno Stato sia più potente degli altri).
Nel corso della conferenza di Messina dei ministri degli esteri della CECA ,del 1955, vennero discusse le creazioni
delle due organizzazioni: una della gestione delle libertà di circolazione di merci, lavoratori e capitali, e l’altra del
commercio dell’energia nucleare. Entrambi i progetti furono approvati e il 27 marzo del 1957, a Roma, sono firmati i
due Trattati di Roma istitutivi dai sei Stati firmatari della CECA. Essi sono:
- Trattato istitutivo della Comunità economica europea (CEE);
- Trattato istitutivo della Comunità per l’energia atomica (CEEA o EURATOM).

CEE – Comunità economica europea:


E’ un’organizzazione internazionale che ha subìto plurime trasformazioni, sino ad arrivare ad oggi, all’UE. Aveva un
obiettivo di ampio respiro: doveva creare un mercato comune che favorisse la libera circolazione di merci, persone e
denaro, cioè si occupava di svariate sfaccettature dell’ambito economico. Ad essa fu quindi assegnato “il compito di
promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento delle politiche economiche
degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità” (Art.2), ma
avendo come obiettivo generale “un’unione sempre più stretta tra i popoli europei”.

EURATOM – Comunità europea per l’energia atomica:


Ha un obiettivo simile a quello della CECA: gestione dell’energia nucleare. Fu resa necessaria la creazione di
un’organizzazione perché il carbone cominciava a perdere valore economico nello sviluppo dell’industria, mentre
l’energia saliva e con il blocco del Canale di Suez il prezzo del petrolio saliva alle stelle. A quell’epoca si capì che
l’energia nucleare era un’energia emergente e sempre più sfruttabile.

Queste due organizzazioni entrano in vigore il 1° gennaio del 1958 e non sono a termine (hanno durata illimitata), a
testimonianza di una chiara volontà politica di impegnarsi definitivamente nel processo di integrazione; sono attive
ancora oggi. All’inizio vedono la partecipazione dei 6 Stati, ma sono aperte anche all’accettazione di altri Stati  oggi
sono 28.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Le tre Comunità (CED, CEE, EURATOM) hanno in comune la Corte di giustizia e l’Assemblea parlamentare (come
previsto dalla “Convenzione relativa a talune istituzioni comuni” firmata insieme al Trattato di Roma) (  era fattibile
perché le O.I. avevano gli stessi Stati firmatari), mentre gli altri organi erano autonomi e distinti per ciascuna
Comunità, creando un inutile aggravio dell’apparato organizzativo già di per sé sufficientemente complesso:
- Commissione: rappresenta gli interessi dell’organizzazione;
- Consiglio dei ministri: rappresenta gli interessi dei singoli Stati membri dell’O.I.
Ad un certo punto ci si rese conto dei troppi organi, e l’8 aprile 1965 con il Trattato di Bruxelles viene proposta la
“fusione degli esecutivi”, che decise di creare solo più 4 organi: Corte di giustizia, Parlamento, Commissione e
Consiglio dei ministri, uguali per la CECA, la CEE e l’EURATOM; quindi una sola Commissione e un solo Consiglio,
oltre a un bilancio unico per le tre Comunità. Si ebbe così una unificazione degli organi, ma non delle competenze e
dei poteri, che resteranno distinti per ciascun ambito delle tre Comunità. Questo fu possibile perché i membri delle
O.I. erano gli stessi.

Il cammino dell’integrazione incontrò tuttavia ben presto varie difficoltà, soprattutto a seguito della politica del
generale De Gaulle (“L’Europa delle patrie”) ostile a ogni aspetto di sovranazionalità nel funzionamento delle
istituzioni europee (politica “della sedia vuota”), culminata nel 1965 con l’opposizione della Francia a utilizzare il voto
a maggioranza in seno al Consiglio e che portò al compromesso di Lussemburgo con cui venne generalizzata la prassi
della votazione all’unanimità.
Il cambiamento della politica francese con l’avvento di Pompidou alla presidenza della Repubblica, dette nuovo
impulso al processo di integrazione, consentendo di raggiungere nuovi importanti traguardi. Con la decisione del
Consiglio del 22 aprile 1970 fu deliberato il passaggio dal sistema dei contributi finanziari degli Stati membri al
sistema delle risorse proprie della Comunità e nel 1972 fu introdotto un meccanismo finanziario, il “serpente
monetario”, rivolto a limitare i margini di fluttuazione tra le monete nazionali al fine di impedire che sorgessero
ostacoli valutari alla libera circolazione delle merci; con la risoluzione del Consiglio europeo del 5 dicembre 1978 esso
venne poi sostituito dal sistema monetario europeo (SME).

Inoltre ebbe inizio il progressivo ampliamento delle Comunità ad altri Stati che avevano presentato domanda di
adesione: con il trattato di adesione del 22 gennaio 1972 entrano a farne parte dal 1973 il Regno Unito, l’Irlanda e la
Danimarca. Poi, nel corso degli anni, altri Stati si sono aggiunti: la Grecia dal 1981, la Spagna e il Portogallo dal 1986,
l’Austria, la Finlandia e la Svezia dal 1995, per un totale di 15 Stati membri. Il successivo ampliamento avvenuto col
Trattato di adesione firmato ad Atene il 16 aprile 2003 con dieci Stati membri (Repubblica Ceca, Estonia, Cipro,
Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia, Repubblica Slovacca) ha portato a 25 i membri dell’Unione
europea. Il Trattato di adesione con la Bulgaria e la Romania del 25 aprile 2005 ha sancito l’ingresso di questi due
nuovi Stati a partire dal gennaio 2007. Infine, dal 1° luglio 2013 anche la Croazia è entrata a far parte dell’UE
(portandola all’attuale numero di 28 Stati membri).

Per far sì che un’organizzazione internazionale nasca e si possa sviluppare è necessaria la creazione di un trattato, ma
che possa essere aggiornato a seconda dei traguardi raggiunti. I trattati sono disciplinati da un articolo che spiegava
come aggiornare un trattato precedente.
I trattati che hanno segnato maggiormente la CEE e che l’hanno portata ad essere oggi l’UE, sono:
- Trattato 1957 siglato a Roma: momento inziale dell’UE;
- Atto unico europeo (1986 – in vigore 1987);
- Trattato di Maastricht (1992 – in vigore 1993): perché dà origine e crea per la prima volta l’UE come entità
diversa dalla CEE;
- Trattato di Amsterdam (1997 – in vigore 1999);
- Trattato di Nizza (2001 – in vigore 2003);
- Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa (29 ottobre 2010 Roma – mai in vigore);
- Trattato di Lisbona (2007 – in vigore 2003): ultimo trattato formalizzato dagli Stati membri dell’UE, che ha
apportato le ultime modifiche al testo dei trattati. E’ intervenuto sull’articolo 48: definisce due procedure di
modifica (ordinaria e semplificata). La procedura della modifica è disciplinata dall’articolo 48 della CEE.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Stato, Parlamento e Commissione possono proporre delle modifiche, convocando:


- una Convenzione;
- una Conferenza intergovernativa (=degli Stati membri).

Convenzione: assemblea di persone convocata dal Consiglio. Partecipano individui che sono scelti da realtà politiche
differenti (organi dell’UE, selezionati all’interno degli Stati membri o dai Parlamenti nazionali). Si discute
informalmente delle tematiche varie; confronto tra le parti. All’esito dello scambio informale, la bozza di modifica è
fondamentalmente accettata da tutti. All’interno del documento “tutti” sono d’accordo.
E’ possibile saltare la convenzione e andare direttamente alla conferenza intergovernativa.

Dopo Lisbona i trattati non sono ancora stati modificati e non sappiamo a livello pratico cosa si predilige.
I rappresentanti negoziano l’esito del trattato: le modifiche entrano vigore solo se viene ratificato. Un trattato può
essere non ratificato da tutti gli Stati, allora il problema è dato dal consiglio.

TRATTATO DI ROMA (1957 – in vigore 1958):


Il Trattato di Roma ha come obiettivo immediato l’instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento
delle politiche economiche degli Stati membri come mezzo per il conseguimento di un’espansione equilibrata e
stabile, un miglioramento del tenore di vita e più strette relazioni fra gli Stati partecipanti. Era previsto che il mercato
comune si instaurasse progressivamente nel corso di un periodo transitorio di 12 anni, diviso in tre tappe (lo sviluppo
deve avvenire per tappe), che si è concluso nel 1968. Durante il periodo transitorio si sono succedute tre fasi
dell’integrazione economica. La prima fase è di “integrazione negativa”. L’aspetto più significativo del Trattato di
Roma è quello di aver previsto l’attuazione di alcune politiche comuni “strategiche” e una serie di misure tendenti a
ravvicinare le legislazioni degli Stati membri nei settori contemplati (“integrazione positiva”) al fine di realizzare
un’effettiva integrazione economica. Il mercato comune si fonda innanzitutto sulle quattro libertà fondamentali, ma
comporta altresì l’instaurazione di politiche comuni attribuite alla competenza delle istituzioni comunitarie (politica
commerciale, politica agricola, politica dei trasporti) e di altre politiche anche successivamente instaurate (politica
sociale, politica regionale), nonché la creazione di un regime di libera concorrenza e il ravvicinamento delle
legislazioni nazionali nella misura necessaria al funzionamento del mercato comune.
La libera circolazione delle merci comporta l’abolizione fra gli Stati membri dei dazi doganali all’importazione e
all’esportazione, nonché delle restrizioni quantitative e delle altre misure di effetto equivalente; inoltre comporta
l’instaurazione di una tariffa doganale comune nei rapporti con i Paesi terzi. I prodotti provenienti da Paesi terzi
incontrano così i medesimi oneri qualunque sia il luogo di ingresso nell’area comunitaria e, una volta adempiute le
formalità d’importazione, possono poi circolare liberamente all’interno del mercato comune. Restrizioni quantitative
o misure di effetto equivalente possono essere consentite solo se giustificate da motivi di moralità pubblica, di ordine
pubblico, di pubblica sicurezza, di tutela della salute, di protezione del patrimonio artistico e storico nazionale, di
tutela della proprietà industriale e commerciale, purché non siano discriminatorie e non costituiscano restrizione
dissimulata al commercio tra gli Stati membri.
La libera circolazione delle persone riguarda principalmente la libera circolazione dei lavoratori dipendenti ed il diritto
di stabilimento dei lavoratori autonomi. Il principio generale applicabile in materia è quello del divieto di qualsiasi
discriminazione, sia in termini di retribuzione che di condizioni di lavoro, effettuata sulla base della nazionalità.
Salvo motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica, i lavoratori hanno il diritto di rispondere ad
offerte di lavoro effettive, di spostarsi liberamente nel territorio degli Stati membri, di risiedervi, di rimanervi dopo
aver occupato un impiego. Sono parimenti vietate discriminazioni retributive tra lavoratori di sesso maschile e di
sesso femminile.

ATTO UNICO EUROPEO (17 febbraio 1986 – in vigore 1 luglio 1987):


Il Consiglio europeo di Fontainebleau incaricò un comitato, composto dei rappresentanti dei capi di Stato o di
governo di elaborare proposte per migliorare il funzionamento del sistema comunitario anche nel campo della
cooperazione politica. Il rapporto fu esaminato dal Consiglio europeo di Milano del giugno 1985, che decise di
convocare una conferenza intergovernativa che diede vita all’Atto unico europeo, firmato il 17 febbraio 1986 da nove

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Stati (l’Italia firmò il 28 febbraio pur manifestando la sua insoddisfazione per le modifiche istituzionali previste, non
ritenute sufficienti; poi firmarono Danimarca e Grecia) ed entrato in vigore il 1 luglio 1987 dopo la revisione
costituzionale operata dall’Irlanda, in quanto le disposizioni sulla cooperazione politica erano state ritenute dalla
Corte suprema irlandese contrarie alla sua neutralità costituzionale.
Per 30 anni non ci sono stati problemi; ora manca qualcosa alla comunità economica europea: la possibilità di
occuparsi delle scelte economiche politiche interne dei singoli Stati in campo economico.
Il mercato comune consiste in un’area comune dove ciascuno Stato butta i propri prodotti. Ora la comunità europea
vuole anche occuparsi di come/quanto/quando viene prodotto un determinato prodotto. Ogni Stato riversa quanto
più prodotto ha; i prodotti vanno anche smaltiti, se no si deve dare un valore basso al prodotto in eccesso (il prodotto
in eccesso ha un prezzo più basso = perde valore). Sovrabbondanza del prodotto = crollo del prezzo.
Non si può garantire uno sviluppo omogeneo senza coordinazione. Bisogna avere un’entrata economica di un certo
tipo. L’unione europea/organizzazione internazionale deve occuparsi anche della politica (quanto/come/cosa è
prodotto)  garantire uno sviluppo omogeneo.
L’Atto unico europeo (AUE) ha introdotto numerose rilevanti modifiche di carattere istituzionale, tra le quali la
formalizzazione del Consiglio europeo, che opera tanto nel sistema comunitario che in quello della cooperazione
politica; il ristabilimento della votazione a maggioranza qualificata nel Consiglio per le misure di armonizzazione
relative al mercato interno; il rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo nel procedimento decisionale,
introducendo la procedura di cooperazione e la procedura del parere conforme; la previsione di una giurisdizione di
primo grado per affiancare la Corte di giustizia. Inoltre, l’AUE ha esteso le competenze della Comunità a nuovi settori,
come l’ambiente e la ricerca scientifica, ha introdotto il principio della coesione economica e sociale volto a ridurre i
divari di sviluppo tra le diverse regioni degli Stati membri e ha fissato una data vincolante (31 dicembre 1992) per
attuare il completamento del mercato interno (tale espressione ha sostituito quella di mercato comune).
Dal 1958 la comunità economica europea interviene sulle politiche economiche dei singoli Stati e si propone di creare
un mercato interno entro la fine del 1992: creare un unico grosso mercato europeo. Da un mercato comune ad un
mercato interno.
Oltre alle modifiche di natura istituzionale, l’Atto unico europeo enunciava, nel preambolo, di voler trasformare
l’insieme delle relazioni tra gli Stati membri in una Unione europea e conferiva alla cooperazione politica europea
(CPE) un inquadramento giuridico e formale che prima non aveva.
Nonostante la rilevanza delle modifiche istituzionali e sostanziali apportate dall’Atto unico, ben presto esse si sono
rivelate inadeguate a perseguire quegli ulteriori sviluppi oramai avvertiti come indispensabili per proseguire nel
cammino verso una unione europea. In particolare risultava ancora debole il ruolo del Parlamento europeo, che non
aveva mancato di sottolineare a più riprese la persistenza del deficit democratico del sistema comunitario; occorreva
dunque apportare ulteriori modifiche istituzionali al fine di rinforzare la legittimità democratica e consentire alla
Comunità di affrontare in modo efficace i nuovi sviluppi e le nuove esigenze; occorreva garantire la coerenza tra il
sistema comunitario e quello della politica estera; si avvertiva l’esigenza di giungere a una unione economica e
monetaria quale indispensabile presupposto per l’unione politica.
Nascono i fondi strutturali  l’UE dà del denaro; bacino di denaro utilizzato per aiutare gli Stati/produttori locali, per
non immettere tutti i beni prodotti sul mercato.
 Dare maggior peso al Parlamento europeo, ampliare i suoi poteri e quelli di tutela del cittadino.
Successivamente ci saranno modifiche più ravvicinate.

TRATTATO DI MAASTRICHT (1992 – in vigore 1993):


Il Consiglio europeo di Maastricht del 9 dicembre 1991 approvò i testi sull’unione politica e sull’unione economica e
monetaria, consolidati nel Trattato sull’Unione europea firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1 novembre
1993 (inizialmente la Danimarca non era favorevole).
Prima problematica: il mercato interno funziona, ma manca una moneta unica. Le transazioni avvengono con le
monete dei vari Stati. La moneta unica facilita il commercio.
Altra problematica: le lamentele del Parlamento europeo, poiché hanno scarso ruolo attivo  deficit democratico: il
ruolo del cittadino non è così importante.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Il Trattato sull’Unione europea (TUE) costituiva soltanto “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione
sempre più stretta tra i popoli dell’Europa” (art. A).
Ai sensi del TUE, l’Unione, organizzazione internazionale nuova e diversa, si fonda da un lato sulle Comunità europee,
dall’altro sulle politiche e sulle forme di cooperazione instaurate in materia di politica estera (PESC) nonché in
materia di giustizia e affari interni (GAI). Quindi l’Unione può definirsi come una struttura/costruzione a “3 pilastri”
collegati tra loro da un architrave e dalla base:
1) Comunità europea  pilastro comunitario (CECA, CEE, EURATOM);
2) Pilastro della politica estera e della sicurezza comune (PESC);
3) Pilastro della cooperazione giudiziaria e affari interni (GAI);
mentre le disposizioni comuni e alcune norme “passerella” sono rivolte a dare coerenza al sistema.
Il pilastro comunitario ha già 40 anni, diversamente dagli altri due pilastri.
Inizio di un nuovo dialogo, approccio cauto riguardo anche immigrazione, rifugiati, ecc.
Le decisioni vanno verso la maggioranza e non più all’unanimità, diversamente dal secondo e dal terzo pilastro dove
vige l’unanimità. Il ruolo dominante è quello degli Stati.
L’UE è legata alla comunità economica europea, gli Stati membri sono gli stessi, gli organi operativi coincidono.
L’elemento diverso (solo dell’UE) è il Consiglio europeo, organo staccato dalla comunità economica europea. Esso si
occupa della nascita dell’unione economica e monetaria (competenza della comunità europea). Esso toglie il nome
“economica” da “comunità economica europea”, poiché non si occupa solo dell’aspetto prettamente economico.
Non interessa il mero lavoratore, ma la persona  “cittadinanza europea”. E’ particolarmente significativa quindi
l’istituzione della cittadinanza dell’Unione, per il valore ideale e simbolico che essa contiene. Essa è riconosciuta a
tutti i cittadini degli Stati membri; comporta il diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati
membri ed il diritto per ogni cittadino dell’Unione residente in uno Stato membro di cui non è cittadino, di votare e di
essere eletto alle elezioni comunali e a quelle per il Parlamento europeo alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato
ospite.
Il nuovo approccio avviato dal TUE si rivela anche in alcune disposizioni di principio assai significative tendenti da un
lato a dare rilevanza ai cittadini degli Stati membri, dall’altro ad avvicinarli e coinvolgerli maggiormente nel processo
di integrazione: l’Unione prende le decisioni il più vicino possibile ai cittadini (art. A), rispetta i diritti fondamentali
dell’uomo, rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri (art. F), agisce nel rispetto del principio di sussidiarietà
(art. B).

Procedura della codecisione: parlamento + consiglio per la formazione delle leggi (nuova procedura legislativa; è oggi
chiamata procedura legislativa).

Trattato di Roma  modificato dall’Atto Unico  modificato dal trattato di Maastricht.

Dopo Maastricht ci sono nuove problematiche. Maastricht: da 6 Stati a 12 Stati, e dal 1995 15 Stati + altri 10 “in
arrivo”. Quindi bisogna porre attenzione alla formazione degli organi (adeguare ordini al numero di partecipanti).
C’è anche la problematica nel semplificare la consultazione del trattato ( a causa delle numerose modifiche). Inoltre
c’è anche il deficit democratico da affrontare.

TRATTATO DI AMSTERDAM (1997 – in vigore 1 maggio 1999):


La conferenza intergovernativa si aprì a Torino il 29 marzo 1996 e terminò i suoi lavori nel giugno 1997. I risultati sono
stati sostanzialmente recepiti nel Trattato di Amsterdam firmato il 2 ottobre 1997, accompagnato da una versione
consolidata del Trattato istitutivo della Comunità europea e del Trattato sull’Unione europea.
Esso cerca di rispondere alle esigenze dopo il trattato di Maastricht. Come abbiamo già detto, ci sono problematiche
legate:
- al deficit democratico (continua richiesta del Parlamento di avere un ruolo maggiore);
- alla riorganizzazione degli organi della Comunità europea (gli Stati membri sono 15 e altri vogliono entrare);
- alla riorganizzazione del trattato (struttura e suoi articoli);

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

- alla possibilità di spostare una parte della materia del terzo pilastro verso la Comunità europea (da unanimità
a maggioranza).
In ordine alla procedura di codecisione, questo trattato snellisce la procedura e la introduce nell’ambito di un
maggior numero di materie. La procedura di codecisione viene modificata.
Il Parlamento viene maggiormente coinvolto nelle decisioni dell’Unione europea.
Viene introdotto l’Art. 6, secondo cui bisogna rispettare i diritti fondamentali dell’individuo (Art. 6 del Trattato sull’UE
(TUE)). Art. 6: “L’Unione si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali e dello stato di diritto, principi che sono comuni agli Stati membri”. Introduzione per la prima volta
all’interno del trattato del rispetto delle libertà fondamentali del cittadino. L’obiettivo fondamentale è quello della
tutela degli individui membri dell’Unione europea.
Prima dell’Art. 6 c’era un riferimento legato al fatto che gli Stati che vogliono entrare nell’UE devono essere
democratici.
Viene modificato l’Art. 49 del Trattato sull’Unione europea, che contempla la possibilità per Stati europei non
membri di entrare a far parte dell’UE. La modifica consiste nel fatto che uno Stato che vuole entrare nell’UE deve
rispettare l’Art. 6 (es. caratteristica non riscontrata nella Turchia, poiché carente nel rispetto e nella tutela
dell’individuo). La disposizione dell’Art. 6, infatti, non solo intende ribadire i principi di legalità e di democrazia che
devono guidare l’azione dell’Unione ma anche porli come condizione per la partecipazione e la permanenza degli
Stati membri nell’Unione (come espressamente sancito nell’Art. 49 UE).
Viene introdotto l’Art. 7  prevede che non solo lo Stato esterno all’UE deve rispettare i requisiti, ma devono
continuare a farlo anche gli Stati già membri. Se non rispettato, lo Stato resta all’interno dell’UE, ma perde alcuni
diritti, come il diritto di voto nelle decisioni (non partecipa più alle scelte dell’UE, ma deve adeguarsi comunque ad
esse).
Viene introdotto il diritto di trasparenza (Art. 255 CE), cioè il diritto dei cittadini dell’Unione (e di ogni persona fisica o
giuridica residente nel territorio di uno Stato membro) di accedere ai documenti del Parlamento, del Consiglio e della
Commissione secondo i principi e le condizioni definite dal Consiglio (possibilità per i cittadini di accedere agli atti
dell’UE). I cittadini cioè possono consultare non solo l’atto formale pubblicato sulla gazzetta ufficiale, ma possono
anche accedere agli atti preparatori che hanno portato all’atto finale. Questo è per permettere al cittadino di poter,
se lo desidera, aver accesso a tutti i documenti ed essere quindi persona informata delle dinamiche all’interno
dell’UE. (risposta al deficit democratico)
Il Trattato non si esprime rispetto alla problematica della riorganizzazione degli organi dell’UE. L’unico riferimento
agli organi dell’Unione europea è che il Parlamento europeo non potrà avere più di 700 membri.
Il Trattato però affronta il problema dell’allargamento, e assume rilevanza la possibilità per alcuni Stati di istituire una
cooperazione rafforzata. Quando l’Unione europea era nata con 6 Stati e quindi era fattibile che essi dovessero
crescere insieme e che tutti gli obiettivi dovessero essere raggiunti da tutti gli Stati membri (crescita omogenea,
congiunta di tutti gli Stati; percorso comune). La situazione si complica quando gli Stati da 6 iniziano a diventare 9,
12, 15. Il problema è che i nuovi soggetti sono tutti desiderosi di entrare a far parte dell’UE e si stanno tutti
adoperando per raggiungere gli stessi obiettivi; questi nuovi Stati però possono partire da situazioni diverse tra loro
(alcuni possono essere più in difficoltà di altri) e possono non avere una situazione (finanziaria) tale da sostenere il
ritmo degli Stati già appartenenti. Quindi ci sono due vie: o tutti gli Stati aspettano un pari livello e poi si fa un passo
in avanti o coloro che sono già a un buon livello vanno avanti e gli altri lo faranno successivamente, dopo aver
perfezionato la propria situazione, in modo da non arrestare o ritardare il processo di integrazione nella ricerca di un
consenso unanime (viene definita Europa a due velocità). E’ stata accettata la seconda via. Quindi il Trattato risponde
a questa problematica con la cooperazione rafforzata, un meccanismo che permette ad alcuni Stati di andare avanti
rispetto a determinati obiettivi, e agli altri di farlo in un secondo momento. E’ una procedura ben esplicitata e
dettagliata, ci sono determinati requisiti. (La procedura della cooperazione rafforzata è stata utilizzata ad esempio
per creare l’Unione economica e monetaria (UEM), di cui non fanno parte tutti gli Stati dell’Unione europea, poiché
alcuni Stati non rispondevano ai requisiti per poter entrare subito  per esempio ciò accadde per la Grecia, che nel
1999 non riuscì ad entrare a causa delle sue condizioni economiche, ma che venne ripescata a due anni di distanza
dalla partenza dell’Unione economica e monetaria e vi entrò (2001))

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Il Trattato non apporta modifiche sostanziali al settore della politica estera e di sicurezza comune, pur precisando il
ruolo dell’Unione europea occidentale (UEO), definita parte integrante dello sviluppo dell’Unione e con funzione
complementare nel perseguire certi obiettivi della PESC.
Il Trattato di Amsterdam risponde alla problematica della “risistemazione” dei trattati: la soluzione è la
rinumerazione dei trattati.
Si deve a questo trattato il travaso/passaggio di competenze/materie dalla sede intergovernativa del terzo pilastro
(Cooperazione giudiziaria e affari interni) verso la Comunità europea, dove le decisioni vengono adottate a
maggioranza. Dopo il trattato il terzo pilastro prende il nuovo nome di “Disposizioni sulla cooperazione di polizia e
giudiziaria in materia penale”. Le materie spostate dal terzo pilastro al primo pilastro sono: visto, asilo e
immigrazione (“Visti, asilo, immigrazione e altre politiche connesse con la libera circolazione delle persone”). Questo
spostamento dal terzo pilastro al primo prende il nome di “comunitarizzazione” (vocabolo nato apposta per questo
spostamento). Si è realizzata una richiesta, avanzata con insistenza, di “comunitarizzare” disposizioni o settori del
terzo pilastro.
Il Trattato di Amsterdam prevede infatti che, entro cinque anni dalla sua entrata in vigore, il Consiglio deve decidere
la soppressione di ogni controllo alle frontiere interne dell’Unione, definire le condizioni per l’attraversamento delle
frontiere esterne e per il soggiorno dei cittadini extracomunitari per una durata massima di tre mesi (deroghe sono
previste per il Regno Unito, l’Irlanda e la Danimarca); deve prendere misure relative all’asilo e all’immigrazione (visti,
condizioni di soggiorno, attribuzione della qualifica di rifugiato).

Dopo il Trattato di Amsterdam rimane la problematica legata alla riorganizzazione degli organi dell’Unione europea.
E’ sempre presente anche la problematica del deficit democratico e i cittadini dell’UE vogliono un proprio
documento/atto formale all’interno dell’Unione, con al suo interno scritti i diritti fondamentali che l’UE deve garantire
loro (non gli basta solo l’Art. 6).
Viene convocata immediatamente una Conferenza intergovernativa (giugno 2000, ma anticipata a febbraio 2000), a
cui vengono sottoposte le due problematiche. Essa chiude a dicembre del 2000 a Nizza e vengono formalizzati due
documenti:
- TRATTATO DI NIZZA (26 febbraio 2001 – in vigore 1 febbraio 2003), che si occupa della riorganizzazione
degli organi dell’UE;
- Carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell’UE.

Carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione europea:


Viene proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, con alcuni aggiustamenti testuali. E’ un documento, suddiviso in
categorie, in cui sono elencati tutti i diritti fondamentali dell’individuo (es. diritto alla famiglia, all’istruzione, alle pari
opportunità, alla non discriminazione). L’unico limite di questo documento, che arricchisce l’Art. 6, è che non è
vincolante (non c’è nessun riferimento, da nessuna parte, ad un impegno formale da parte degli Stati a rispettare tali
diritti). Quindi formalmente gli Stati non assumono nessun impegno a rispettare tali diritti. Questo è un problema che
fu rimandato alla conferenza intergovernativa successiva.

A chiusura del Trattato di Nizza fu allegata la “Dichiarazione n° 23 relativa al futuro dell’Unione”. Qui si dice che 7il
Trattato di Nizza non pone la parola fine all’evoluzione dell’Unione europea, che bisogna mettere mano alla
situazione legata ai nuovi Stati, che bisogna dare maggior ruolo ai Parlamenti nazionali all’interno dell’Unione
europea, che bisogna valutare se rendere vincolante la Carta dei diritti fondamentali, e che bisogna valutare se
mantenere separate Comunità europea e Unione europea o se unirle/accorparle creando un’unica organizzazione
internazionale sotto il nome di UE. Essa dice inoltre che non è sufficiente una conferenza intergovernativa, non è
sufficiente discutere in una riunione tra i rappresentanti dei singoli Stati, ma bisognerebbe discuterne in una
situazione di maggior dibattito, in modo più ampio e più approfondito.
Quindi nel febbraio del 2002 viene convocata una riunione ad ampio raggio, con un numero importante di persone,
cioè viene convocata e formata la Convenzione europea, che iniziò i suoi lavori il 28 febbraio 2002. Non si attese
quindi neanche l’entrata in vigore del Trattato di Nizza, ma si discusse subito.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

La Convenzione europea è un’assemblea di persone, composta da 105 membri che vengono presi da realtà diverse:
56 soggetti presi dai Parlamenti nazionali, 28 membri dei governi nazionali, 16 membri del Parlamento europeo, 2
rappresentanti della Commissione europea, 2 vicepresidenti e 1 presidente.
Nel 2002 gli Stati membri erano 15, e allora perché 28 membri dei governi nazionali? Visto che si stava parlando del
futuro era importante far partecipare al dibattito, oltre ai 15 Stati membri, anche i futuri Stati membri, che avevano
presentato le loro candidature per entrare nell’Unione europea (12 futuri Stati membri + 13esimo, la Turchia). In
questo modo i futuri membri sono resi partecipi del futuro dell’UE.
Modalità di voto della Convenzione europea: consenso. L’assemblea non adotta decisioni vere e proprie, ma si
discute e si dibatte e poi si arriva ad un consenso o meno della platea. I documenti formati dalla Convenzione non
sono vincolanti (in quanto non c’è un voto). E’ un’occasione di confronto tra soggetti diversi, tra Stati diversi e
appartenenti a realtà differenti, portatori di interessi diversi.

Nel luglio 2003 il prodotto di questa Convenzione (progetto di trattato  elaborato che propone delle modifiche da
apportare) viene consegnato/depositato con una cerimonia ufficiale tenutasi a Roma.
Il progetto di trattato viene discusso all’interno di una conferenza intergovernativa e nel giugno 2004 viene redatto un
nuovo trattato. Il 29 ottobre 2004 viene firmato il nuovo trattato a Roma, nelle sale che avevano ospitato i
rappresentanti degli Stati per la firma del Trattato di Roma del 1957.
Questo trattato porta il nome di “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa” (o “Costituzione europea” o
“Trattato costituzionale”). E’ l’unico trattato che non è entrato in vigore.
Nonostante la particolare e significativa intestazione, il Trattato in questione non si discosta dai vari Trattati che già si
sono succeduti per modificare i Trattati originari ma si distingue, in primo luogo, per l’ambizione di fondare una
“Costituzione” europea introducendo alcuni principi fondamentali (alcuni dei quali saranno ripresi integralmente dal
Trattato di Lisbona), tra cui i valori e gli obiettivi dell’Unione, il maggior risalto conferito alla cittadinanza europea,
l’inserzione di un apposito Titolo specificatamente dedicato alla vita democratica dell’Unione.
- Con questo trattato la Comunità europea e l’Unione europea si uniscono in un’unica organizzazione
internazionale, l’Unione europea.
- Viene introdotto e previsto un coinvolgimento dei Parlamenti nazionali all’interno delle decisioni dell’UE (ad
esempio per quanto concerne il controllo sul rispetto del principio di sussidiarietà, la possibilità di sollevare
osservazioni su certe proposte legislative, la cooperazione interparlamentare).
- La Carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione europea diventa vincolante.
- Viene introdotto il vocabolo “Costituzione”, solitamente associato agli Stati, all’interno dell’Unione europea,
e si decide che il trattato sia atto costitutivo dell’Unione europea.
- Viene introdotto un riferimento all’inno dell’Unione europea e un riferimento/una descrizione della sua
bandiera (  che ufficializza l’organizzazione internazionale dell’UE).
- Per la prima volta all’interno di un’organizzazione internazionale, le norme giuridiche dell’UE vengono
definite “leggi”. “Legge” solitamente è un vocabolo usato solo all’interno di uno Stato, e non in
un’organizzazione internazionale.
- Diritto di recesso da parte degli Stati dell’organizzazione internazionale  Sino ad allora uno Stato, una
volta entrato, non poteva uscire; ora invece, con questo trattato, può scegliere se restare o uscire. Ad oggi
questa possibilità non è ancora stata utilizzata ( anche se la Gran Bretagna a volte sembra accennare alla
cosa).
- Introduzione della figura del Ministro degli affari esteri, soggetto responsabile/referente per quanto riguarda
le problematiche legate alla politica estera di sicurezza pubblica.
Quanto alla sua natura, non vi è dubbio che il Trattato “costituzionale” debba considerarsi un accordo internazionale
come quelli che lo hanno preceduto e non una “Costituzione” nel senso classico, ossia di una Carta fondamentale di
uno Stato unitario e sovrano.
Questo trattato va in ratifica. A fine maggio/inizio giugno 2005 la ratifica viene bocciata da parte della Francia e
dell’Olanda. Francia e Olanda, tramite un referendum popolare, chiedono ai cittadini se favorevoli o meno con la
ratifica del trattato, ed essi rispondono negativamente. Da un punto di vista formale questa bocciatura fa riflettere
(perché Francia e Olanda sono due Stati fondatori dell’UE, e non gli ultimi arrivati).

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Nel maggio del 2004 ci sono 10 nuovi Stati membri (da 15 Stati membri a 25) che si devono adattare. Nel maggio
successivo i cittadini francesi e olandesi rispondono negativamente alla proposta di creare una Costituzione, quindi
una sorta di unico grande Stato. Essi sapevano che, a un anno di distanza dall’allargamento ai nuovi Stati, i cittadini
dei nuovi Stati avevano creato squilibri, soprattutto nel mercato del lavoro (“problematica dell’idraulico polacco”  i
cittadini provenienti da altri Stati membri, aventi gli stessi diritti in quanto ormai membri, avevano un costo del
lavoro meno caro e quindi riuscivano ad offrire il proprio lavoro ad un prezzo meno caro, e quindi
prendevano/toglievano i posti di lavoro ai cittadini degli altri Stati membri). Timore che l’arrivo di nuovi Stati creasse
squilibri nell’ambito lavorativo ai cittadini.
Quindi i referendum indetti da Francia e Olanda nel maggio 2005 in merito alla ratifica del Trattato costituzionale
hanno dato esito negativo, affossando così l’ambizioso progetto avviato con tanta enfasi.
Nel 2006 ci si rende conto che è opportuno rendere nullo questo trattato e accantonarlo.

Viene convocata una nuova conferenza intergovernativa, iniziata il 23 luglio 2007, a cui fu conferito l’incarico di
redigere un nuovo testo di trattato nel quale fossero recepite le innovazioni introdotte nel Trattato istituzionale, ma
con l’avvertenza di eliminare comunque qualsiasi riferimento al carattere costituzionale dei trattati, affermandosi
perentoriamente che “il progetto costituzionale, che consisteva nell’abrogazione di tutti i trattati esistenti e nella loro
sostituzione con un unico atto denominato “Costituzione”, è abbandonato”. La CIG concluse rapidamente (in virtù
anche del preciso e dettagliato mandato ricevuto) i suoi lavori il 19 ottobre 2007 con l’approvazione di un nuovo
progetto di trattato di riforma che fu poi firmato a Lisbona dai 27 Stati membri il 13 dicembre 2007.

TRATTATO DI LISBONA (dicembre 2007 – in vigore dicembre 2009):


Il Trattato di Lisbona rappresenta solo “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta fra
i popoli dell’Europa”, in previsione “degli ulteriori passi da compiere ai fini dello sviluppo dell’integrazione europea”.
Per quanto riguarda le novità introdotte da questo nuovo trattato, esso non differisce molto da quello precedente.
Novità introdotte da questo trattato:
- vengono tolti tutti i riferimenti all’inno e alla bandiera dell’UE;
- esso cancella la Comunità europea, e unifica tutto sotto il nome di Unione europea. Non esisteranno quindi
più due organizzazione internazionali tra loro collegate, ma si parlerà solo più di Unione europea, con
personalità giuridica unica;
- i trattati cambiano nome: il Trattato istitutivo della Comunità europea (Trattato di Roma) diventa il Trattato
sul funzionamento dell’Unione europea. Questo perché viene cancellato ogni riferimento alla Comunità
europea, di conseguenza il Trattato di Roma cambia nome;
- nell’UE non c’è più la suddivisione in pilastri, c’è solo un elenco dettagliato delle materie di competenza
dell’UE. Rimangono degli elementi caratterizzanti di determinate materie, in particolare della politica estera
di sicurezza comune, che rimane un tema particolare che fa fatica a perdere la sua natura intergovernativa e
infatti è uno di quei pochi settori in cui le decisioni permangono all’unanimità;
- maggiore interesse ai singoli Stati;
- nella materie dell’UE viene applicata la maggioranza come modalità di voto (tutelando l’interesse
dell’insieme, a volte a scapito degli interessi del singolo) tolto alcuni settori, come quello della politica estera
di sicurezza;
- introduce tra gli organi fondamentali della vita dell’UE, oltre ai 4 già esistenti (la Commissione, il
Parlamento, la Corte di giustizia e il Consiglio (+ un quinto, la Corte dei conti)), due nuovi organi: il Consiglio
europeo e la Banca Centrale europea. Il Trattato attribuisce rango istituzionale al Consiglio europeo e alla
Banca Centrale europea. Erano organi già esistenti, ma con questo trattato gli si dà un ruolo più importante,
fondamentale;
- non si parla più di leggi (=atti tipici di uno Stato) nell’Unione europea, si parla di nuovo di regolamenti, norme
e decisioni;
- dà un ruolo attivo ai Parlamenti nazionali, maggior rilievo quindi alla voce dei cittadini. Viene quindi
significativamente rinforzato il ruolo fondamentale dei parlamenti nazionali, in particolare per quanto
riguarda il controllo sul rispetto del principio di sussidiarietà, la loro possibilità di opporsi a una decisione del

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Consiglio in materia del diritto di famiglia, o relativa al passaggio dalla procedura legislativa speciale a quella
ordinaria, di partecipare alle procedure di revisione dei trattati, ricevere i progetti di atti legislativi, essere
associati alle politiche proprie dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, essere informati sulle domande di
adesione di nuovi Stati all’Unione;
- introduzione dell’iniziativa del cittadino = possibilità per un gruppo importante di cittadini (un milione di
cittadini) di proporre all’UE una proposta di norma giuridica. Permette al cittadini di incidere in qualche
modo nella vita dell’Unione europea;
- cerca di snellire le procedure di formazione delle norme giuridiche all’interno dell’UE, cioè cerca di rendere
più semplice la procedura legislativa dell’UE, introducendo due procedure: una ordinaria (maggiormente
utilizzata) e una straordinaria (in precedenza c’erano ben 4 procedure legislative);
- introduce la figura dell’Alto rappresentante alla politica estera di sicurezza comune, cioè del Ministro della
PESC e rafforza il suo ruolo nell’UE;
- disciplina il diritto di recesso da parte di uno Stato dall’Unione europea (Art. 50);
- risponde all’esigenza di attribuire valore vincolante alla Carta dei diritti fondamentali  diventa vincolante.
Viene eliminato all’interno di questo trattato ogni riferimento al concetto di Costituzione (differisce in questo dal
Trattato precedente non entrato in vigore). Infatti la modifica più apparente e significativa è proprio la soppressione
della parola “costituzione” e di ogni riferimento “costituzionale” nei testi; ma si tratta di una modifica formale priva di
conseguenze giuridiche pratiche, dal momento che già la Corte di giustizia aveva rivendicato il valore “costituzionale”
o fondamentale dei Trattati esistenti. Si deve notare comunque che la definizione “Costituzione” aveva comportato
paradossalmente un impatto di carattere negativo, ingenerando nei o in alcuni popoli europei, e in certi ambienti
politici, la preoccupazione di una ulteriore grave e più ampia cessione di sovranità da parte degli Stati membri a
favore dell’Unione europea.

Dal 2009 ad oggi non ci sono state proposte di modifiche.

Allargamento. Adesione di nuovi Stati:


Unione europea  organizzazione internazionale aperta (dà la possibilità agli Stati interessati di entrare a far parte di
essa). Qualsiasi Stato europeo può chiedere di diventare membro dell’Unione europea. Però per poter entrare a far
parte dell’UE lo Stato deve avere dei requisiti; la procedura e le condizioni di ammissibilità sono regolate all’Art. 49
del Trattato sull’Unione europea che, in seguito alla modifica apportata dal Trattato di Lisbona, conferisce al
Consiglio europeo il potere di stabilire eventuali ulteriori criteri di ammissibilità.
Primo requisito (geografico): lo Stato che richiede di entrare nell’UE deve essere uno Stato europeo; ha carattere
oggettivo ma può comportare anche valutazioni di ordine storico-culturale (es. la Turchia potrebbe essere parte
dell’UE perché una sua parte è europea; dibattuta questione se essa possa considerarsi Stato europeo non tanto per
la sua collocazione geografica quanto per le sue tradizioni culturali, religiose, sociali).
Secondo requisito (politico): lo Stato europeo deve rispettare e promuovere i valori fondamentali dell’Art. 2 del
Trattato sull’Unione europea e posti a fondamento dell’Unione europea; ciò implica una valutazione di conformità da
parte delle istituzioni e degli Stati membri. Questi valori sono quelli che il Trattato di Amsterdam aveva introdotto
nell’Art. 6 e che rendono uno Stato uno Stato di diritto. Nello specifico l’Art. 2 dice “L’Unione si fonda sui valori del
rispetto, della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei
diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri
in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla
solidarietà e della parità tra donne e uomini”. Per poter richiedere di essere membro dell’UE lo Stato deve quindi
tutelare e promuovere i diritti fondamentali disciplinati dall’Art. 2 (es. la Turchia è fuori dall’UE per queste
problematiche, non per un problema economico).
Il Trattato di Lisbona fa riferimento ad altri requisiti di natura economica. Si tiene conto dei criteri di ammissibilità
convenuti dal Consiglio europeo. Nello specifico è il Consiglio europeo che si tenne a Copenaghen nel 1993 dove
vennero espressamente indicati determinati requisiti di natura economica che uno Stato deve possedere per poter
entrare a far parte dell’Unione europea (all’epoca erano requisiti solo indicativi, da Lisbona invece sono vincolanti

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

poiché dentro al Trattato). Nello specifico lo Stato deve essere stabile economicamente. Da Lisbona quindi la
situazione economico-finanziaria deve essere un requisito per poter far domanda per entrare nell’UE.
Il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali sono informati della domanda presentata dallo Stato di entrare a far
parte dell’Unione europea.
La candidatura di uno Stato viene presentata/mandata al Consiglio (organo che rappresenta gli Stati membri  è
composto da un rappresentante per ciascuno Stato), che si pronuncia con la regola dell’unanimità (poiché l’ingresso
di un nuovo Stato nell’UE non è una questione di basso profilo, ma è una decisione importante). Questo perché
quando uno Stato entra nell’UE beneficia di tutti gli aspetti positivi dell’UE, anche della fetta finanziaria dell’UE che
gli spetta e offre un nuovo mercato in cui vendere. Se dovesse entrare uno Stato non stabile economicamente, esso
per un primo periodo beneficerà di finanziamenti più alti per sistemare la propria economia e per raggiungere lo
stesso livello economico degli altri  è un problema. Quindi tutti gli Stati devono essere favorevoli all’ingresso del
nuovo Stato (unanimità).
Vi è un ruolo attivo del Consiglio che decide, ma esso deve consultare la Commissione e coinvolgere il Parlamento
europeo che deve approvare. Quindi il Consiglio delibera all’unanimità, previa consultazione della Commissione e
previa approvazione del Parlamento europeo che si pronuncia a maggioranza dei membri. Coinvolgimento delle
istituzioni principale dell’Unione europea (anche dei Parlamenti nazionali)  lavoro congiunto da parte di tutte le
istituzioni dell’UE. Occorre dunque sia l’accordo di tutti gli Stati membri sia anche l’assenso del Parlamento, mentre il
parere della Commissione, per quanto obbligatorio, non vincola il Consiglio.
Quando nacque la Comunità europea tutti i 6 Stati membri erano Stati nuovi e quindi hanno vissuto sulla propria pelle
il suo sviluppo, e progressivamente hanno adattato le proprie norme alle esigenze dell’UE (prima era Comunità
europea). Man mano quindi che l’UE si è sviluppata questi Stati sono andati di pari passo e si sono adeguati ad essa.
Invece lo Stato che arriva dopo 30 anni o 40 anni di vita dell’organizzazione internazionale ha voglia di entrare a far
parte ma va discusso su come deve fare per adeguarsi alla struttura dell’UE. Quindi con il trattato di Lisbona, una
volta approvata la candidatura, vanno discusse le modalità di ingresso dello Stato nell’UE, cioè come si deve fare per
integrare il nuovo Stato all’interno della struttura dell’UE. Lo Stato che entra sa che si deve adeguare a quanto è stato
elaborato fino a quel momento, si deve adeguare a tutte le norme giuridiche approvate fino a quel momento dall’UE
(deve adeguarsi al cosiddetto “aquis comunoter” = l’acquisito comunitario).
A questo punto è necessario prevedere un lasso di tempo assegnato al nuovo Stato per integrarsi, adeguarsi e
adattarsi. Il lasso temporale è cambiato con il passare del tempo ed è diverso da Stato a Stato. Normalmente il lasso
di tempo era di 5 anni, ma ci sono stati casi in cui era anche di 10 anni; cambia a seconda dello Stato richiedente.
Le condizioni per l’ammissione e gli adattamenti dei trattati su cui è fondata l’Unione, da essa determinati, formano
l’oggetto di un accordo tra gli Stati membri e lo Stato richiedente  Trattato di adesione. Questo accordo è
sottoposto a ratifica (come tutti gli accordi internazionali) da tutti gli Stati contraenti (Stati membri + Stato
richiedente), conformemente alle loro norme istituzionali. Entrerà in vigore solo quando tutti avranno depositato le
proprie ratifiche (es. è capitato che alcuni Stati richiedenti siano stati accettati, ma poi non abbiano proceduto alla
ratifica del Trattato di adesione  hanno fatto la domanda ma poi non hanno perfezionato la propria adesione
all’interno dell’UE).

Come si è evoluto il numero degli Stati che fanno parte dell’Unione europea?
1957: 6 Stati fondatori (Francia, Italia, Germania e Paesi Benelux  Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi).
1961: prima domanda di adesione (all’allora Comunità economica europea) dalla Gran Bretagna (proposta
inaspettata, in quanto è il Paese più euroscettico). Allora non si ottenne l’unanimità perché la Francia votò contro
(perché voleva mantenere il suo ruolo di leader all’interno dell’organizzazione internazionale e temeva che l’ingresso
della Gran Bretagna potesse portare un’ombra sulla sua figura).
La Gran Bretagna ripropone la sua candidatura nel 1967 (nel frattempo cambiano i personaggi politici della Francia),
che viene accettata. Viene ammessa la Gran Bretagna nella Comunità europea nel 1972.
1972: si accetta l’ingresso, oltre che della Gran Bretagna, anche dell’Irlanda, della Danimarca e della Norvegia.
Si procede alle ratifiche.
Gennaio 1973: primo formale allargamento ufficiale a 3 nuovi Stati  Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca. La
Norvegia si ritira e non ratifica il Trattato di adesione perché i cittadini norvegesi non sono d’accordo (referendum
popolare negativo), quindi essa rimane fuori dalla Comunità europea.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

1961: presenta la candidatura la Grecia. La Grecia aveva una situazione economica un po’ affaticata, e quindi la sua
candidatura viene valutata ed esaminata attentamente. Nel 1967 la candidatura viene rifiutata, quando subentra un
regime dittatoriale in Grecia (“regime dei colonnelli”) e quindi viene a mancare il requisito fondamentale per essere
Stato della Comunità economica europea che è la democrazia. La candidatura della Grecia verrà ripresentata quando
sarà superato il regime dittatoriale nel 1975, verrà accettata come Stato richiedente nel 1979 e farà il suo ingresso
nella Comunità economica europea nel 1981.
1981: 10 Stati membri.
1986: entrata a far parte della Comunità economica europea di Spagna e Portogallo. La loro candidatura tarda ad
arrivare  viene presentata nel 1977 (quando sono uscite dai regimi dittatoriali che le caratterizzavano fino a quel
periodo). La loro candidatura furono a lungo ponderate per la loro ex situazione politica e la situazione economico-
finanziaria faticosa. La candidatura fu accettata nel 1985, ed entrò in vigore il Trattato di adesione nel 1986. Il lasso
temporale di adeguamento per Spagna e Portogallo fu 10 anni.
1986: 12 Stati membri.
1989: crollo del muro di Berlino  riunificazione del territorio della Germania (si era allargato con l’unificazione della
Germania dell’Est). Quindi non è considerato allargamento ad un altro Stato e ci sono sempre 12 Stati membri.
1995: entrano a far parte dell’Unione europea Austria, Finlandia e Svezia. Presentò la propria ricandidatura la
Norvegia, che venne accettata, ma un referendum popolare bocciò l’adesione (i cittadini non vogliono rimetterci
economicamente, hanno un reddito altissimo  l’entrata nell’UE avrebbe comportato una condivisione delle
ricchezze, che poteva portare ad un abbassamento del reddito; la Norvegia è uno Stato ricco).
1 maggio 2004: ingresso di 10 nuovi Stati, gran parte dei quali legati allo smembramento dell’Unione Sovietica (Cipro,
Malta, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Ceca e Slovenia). Poiché gli Stati sono tanti e la
situazione economica è diversa da uno Stato all’altro, il lasso temporale è di 7 anni ( prima verifica dopo 3 anni,
seconda verifica dopo 2 anni, terza verifica dopo 2 anni).
2007: entrano nell’UE Bulgaria e Romania.
1 luglio 2013: ingresso della Croazia (ultimo Stato)  28 Stati totali.
Candidatura sempre in sospeso della Turchia.
Richiesta della Serbia, della Repubblica di Macedonia, dell’Islanda e del Montenegro.

Diritto di recesso:
Oltre alla procedura di adesione di nuovi Stati all’UE, le disposizioni finale del Trattato di Lisbona disciplinano anche
la procedura del recesso. L’Art. 50 prevede le tappe che caratterizzano l’uscita di uno Stato dall’UE.
Ogni Stato membro può decidere conformemente alle proprie norme istituzionali di recedere dall’Unione. Lo Stato
membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo; alla luce degli orientamenti formulati
dal Consiglio europeo l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso,
che viene concluso dal Consiglio a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. L’accordo è
negoziato conformemente all’Art. 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome
dell’Unione dal Consiglio che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I
Trattati cessano di essere applicabili allo Stato che recede a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di
recesso, o in mancanza di un accordo due anni dopo la notifica.
Accordo di recesso: deve essere ratificato da tutte le parti.
Una volta uscito dall’UE lo Stato, se vuole rientrarvi, dovrà ripercorrere la via, la procedura dell’Art. 49, che tutti gli
Stati che vogliono entrare devono percorrere, e cioè procedere con la domanda di adesione, accettazione, accordo di
adesione, ratifica.

LE ISTITUZIONI DELL’UNIONE EUROPEA:


Il quadro istituzionale dell’Unione europea, pur rimanendo sostanzialmente invariato nel corso delle modifiche
apportate nel tempo ai Trattati originari, si è arricchito di nuove istituzioni e di molteplici altri organi; soprattutto
appare oggi più omogeneo, a seguito dell’abolizione della distinzione fra i tre “pilastri”, per quanto riguarda sia le loro
funzioni che l’esercizio delle loro competenze.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Nell’Unione europea ci sono degli organi che producono norme che muovono la macchina dell’organizzazione
internazionale.
Sono dunque ancora le medesime istituzioni (Parlamento europeo, Commissione, Consiglio, Corte di giustizia) che
operano nell’ambito dell’Unione europea, con il compito di promuovere i valori e perseguirne gli obiettivi (Art. 13 del
Trattato sull’Unione europea), nel rispetto degli interessi degli Stati membri (Consiglio), degli interessi propri
dell’Unione (Commissione), degli interessi dei popoli degli Stati membri (Parlamento) e nell’osservanza della legalità
(Corte di giustizia), in un rapporto dialettico di reciproca cooperazione.
Al quadro istituzionale originario si è aggiunta, col Trattato di Amsterdam, la Corte dei conti; infine il Trattato di
Lisbona ha qualificato come istituzione anche la Banca Centrale europea e ha inquadrato formalmente e a pieno
titolo tra le istituzioni anche il Consiglio europeo, rimasto fin ora una figura esterna al quadro comunitario, che
continua a svolgere un ruolo preminente di indirizzo e di impulso per lo sviluppo dell’Unione.
Gli organi fondamentali dell’UE dopo il Trattato di Lisbona sono 7 istituzioni, che devono impegnarsi a collaborare tra
loro. Partecipazione attiva degli organi in tutte le decisioni dell’Unione europea. Questi organi devono essere in una
situazione di equilibrio tra loro, devono rispettarsi l’un l’altro ed essere disposti a discutere. Si parla di “leale
cooperazione”  le istituzioni devono impegnarsi a collaborare tra loro (non c’è la separazione dei poteri). La leale
cooperazione è un principio fondamentale, che comporta un dovere di agevolare e non ostacolare l’esercizio delle
competenze a ciascuna attribuite, ed è menzionata nell’Art. 13, par. 2 del Trattato dell’Unione europea.
Si tratta dunque di una struttura istituzionale complessa e articolata, che si distingue nettamente da quella
riscontrabile nelle abituali organizzazioni internazionali, concepita in funzione di un’equilibrata ripartizione delle
competenze attribuite alle sue istituzioni e da un contro-bilanciamento dei rispettivi poteri.
Il rispetto dell’equilibrio istituzionale nell’esercizio delle proprie competenze da parte di ogni istituzione costituisce un
principio fondamentale del sistema giuridico dell’Unione, affermato a più riprese dalla Corte di giustizia, la cui
violazione può determinare l’illegittimità degli atti adottati.
L’UE è un soggetto diverso dagli Stati europei; gli Stati devono applicare le norme dell’UE. Lo Stato deve garantire la
collaborazione; lo Stato è collaborativo e rispetta gli impegni assunti.
Art. 4: l’UE è frutto di un trattato, di una negoziazione. L’UE ha delle competenze a lei attribuite dagli Stati. Gli Stati
assegnano all’UE determinate competenze; lo Stato accetta le decisioni, le rispetta. Esso è definito “fuori”.
Comma 2 per i Parlamenti nazionali  notiziare anche i Parlamenti nazionali (diverso per la politica estera comune 
no clausola di flessibilità per la PESC).
A completamento della struttura istituzionale, si aggiungono altri organi con competenze soltanto consultive (il
Comitato economico e sociale e il Comitato delle regioni).

Principio di attribuzione:
Specifica come l’Unione europea sia un’organizzazione internazionale che lavora e si occupa di materie a lei
attribuite/concesse dagli Stati. Non nasce quindi con competenze proprie, ma si occupa di materie che le vengono
materialmente concesse dagli Stati, che decidono di non occuparsi più (totalmente o parzialmente) di determinate
materie, ma accettano di assegnarle all’UE affinché sia la stessa ad occuparsi di tali problematiche. Lo Stato, con la
sottoscrizione dei Trattati, si impegna ad accettare, a ritenersi vincolato, a sottostare e rispettare le decisioni
adottate dall’UE. Rapporto di reale cooperazione, sancita dai trattati, tra UE e Stati.
Principio di attribuzione (Art.5): l’Unione agisce nei limiti delle competenze. L’UE agisce esclusivamente negli ambiti
a lei assegnati nei trattati; il resto è in mano agli Stati.
Quali sono le problematiche? Sono venuti in evidenza problemi riguardo il Principio di attribuzione. Alcune
competenze sono state saltate dinanzi la redazione del trattato  soluzione: allargamento momentaneo delle
competenze. Possibilità di ampliare momentaneamente la competenza  clausola di flessibilità.

Clausola di flessibilità:
(Art. 352 del Trattato del funzionamento dell’UE) Se, per raggiungere determinati obiettivi, l’UE ha necessità di
occuparsi di una materia a lei non espressamente assegnata, si possono allargare momentaneamente le competenze
dell’UE, e permetterle così di raggiungere l’obiettivo prefissato. Poi si ricontraggono le competenze alla fase
precedente. Se l’UE ritiene che l’intervento sia necessario per adempiere i suoi compiti, può chiedere di allargare la
competenza dell’UE (stringendo quella degli Stati, di conseguenza). La clausola di flessibilità prevede quindi la

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

possibilità di allargare momentaneamente le competenze dell’UE, e di riportarle poi alla normalità. Questa procedura
di allargamento deve essere accettata e voluta all’unanimità dal Consiglio europeo (tutti gli Stati membri devono
essere d’accordo), anche se è un intervento momentaneo. Coinvolgimento delle tre istituzioni fondamentali.
Essa non è una via semplice per l’UE da percorrere  è difficile dimostrare la necessità, e quindi convincere gli Stati
che sia necessario il passaggio, e ottenere l’unanimità.
Essa è una procedura formale.

Principio dei poteri impliciti:


E’ uno strumento elaborato dalla giurisprudenza, elaborato quindi dalla Corte di giustizia (la Corte di giustizia dell’UE
lo ha ereditato da altre Corti di giustizia); è una modalità tramite cui si possono espandere le competenze dell’UE. Il
meccanismo però è diverso e particolare rispetto alla clausola di flessibilità. Esso prevede un’argomentazione
deduttiva, cioè un’argomentazione di logica. Ragionamento: se l’UE ha una competenza e le viene imposto un
determinato obiettivo e per raggiungere tale obiettivo è necessario per forza percorrere determinate tappe e quindi
occuparsi di determinati settori, laddove dovesse esserci una materiale mancanza di riferimento ad un settore allora è
ovvio che è stata una mera dimenticanza ed è ovvio che in quella materia l’UE può intervenire, perché altrimenti non
le sarebbe stato dato un obiettivo successivo a quella materia; gli è stato dato perché lei può e deve occuparsi di tutto
ciò che rimane tra l’inizio del percorso e l’obiettivo finale. E’ quindi frutto di un mero ragionamento, non è una norma
assoluta. E’ esplicitata all’interno delle sentenze della Corte di giustizia. E’ un principio introdotto per permettere,
laddove possibile, all’UE di occuparsi di determinati settori e quindi di allargare le sue competenze senza dover
passare attraverso il percorso della clausola di flessibilità, quindi senza dimostrare la necessità dell’intervento e senza
dover raggiungere l’unanimità del consiglio. Esso non prevede un coinvolgimento delle istituzioni e degli Stati.
Quindi non si passa attraverso una formale autorizzazione, ma l’UE interviene senza problemi. Quindi è solo un
ragionamento che viene fatto e argomentato nell’atto normativo già adottato.

Le istituzioni esercitano le loro competenze in base al principio di attribuzione, ossia esclusivamente nei limiti di
quelle espressamente conferite dai Trattati per realizzare gli obiettivi stabiliti e nel rispetto dei principi di sussidiarietà
e di proporzionalità (Art. 5 del Trattato sull’Unione europea).
Con il Trattato di Lisbona distinguiamo tre differenti tipologie di competenze assegnate all’Unione europea:
1) Competenze esclusive: settori in cui può intervenire solo l’Unione europea. Questi settori sono disciplinati
dall’Art. 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e sono: l’unione doganale, la definizione delle
regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno, la politica monetaria per gli Stati
membri la cui moneta è l’euro, la conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica
comune della pesca, la politica commerciale comune. Quindi, quando la competenza è esclusiva, solo
l’Unione può legiferare, mentre gli Stati membri possono farlo solo se autorizzati dall’Unione o per recepire
atti dell’Unione;
2) Competenze concorrenti: competenze parzialmente assegnate all’Unione europea e in parte trattenute dagli
Stati membri (loro gestione in capo all’UE e in capo agli Stati membri). Le materie concorrenti sono: il
mercato interno, la politica sociale, la coesione economica e sociale territoriale, l’agricoltura e la pesca,
l’ambiente, la protezione dei consumatori, il trasporto, la rete trans-europea, spazio di sicurezza e giustizia.
Viene sempre richiesto in queste materie un coordinamento tra gli interventi dell’UE e gli interventi statali.
Il soggetto che interviene è lo Stato in prima battuta, laddove lo Stato non sia in grado subentra l’UE, ma
qualora l’UE non dovesse far fronte alle problematiche in tali ambiti lo Stato può riappropriarsi della materia.
Esse sono disciplinate dall’Art. 4 e 5 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Quindi, quando la
competenza è concorrente, sia l’Unione che gli Stati membri possono legiferare, ma questi ultimi solo nella
misura in cui l’Unione non abbia esercitato effettivamente la propria competenza escludendo così
progressivamente quelle nazionali, o non abbia deciso di cessare di esercitarla;
3) Competenze di sostegno (introdotte proprio da Lisbona): nel loro ambito l’Unione europea non ha interventi
legislativi specifici, ma si limita esclusivamente a fornire dei suggerimenti e ad aiutare e indirizzare gli Stati
nell’ambito di quei settori. Il ruolo dell’Unione europea è quindi marginale. Queste competenze sono
disciplinate dall’Art. 6 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Queste materie sono: tutela e
miglioramento della salute umana, industria, cultura, turismo, distribuzione e formazione professionale,

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

protezione civile, cooperazione amministrativa. Quindi si tratta di materie che in linea di principio
appartengono alla competenza degli Stati membri, ma per le quali l’Unione può apportare un valore
aggiunto attraverso uno specifico sostegno e assistenza alla loro azione, senza con questo sostituirsi alla loro
competenza.
L’Unione europea può agire solo negli ambiti a lei assegnati.
Per quanto riguarda le modalità con cui esercitare le competenze, ci sono due principi che caratterizzano l’UE:
- Principio di sussidiarietà;
- Principio di proporzionalità.
Essi sono disciplinati dall’Art. 5 del Trattato sull’Unione europea: “L’esercizio delle competenze dell’Unione si fonda
sui principi di sussidiarietà e proporzionalità”.

Principio di sussidiarietà: nell’Atto Unico europeo il principio di sussidiarietà ha trovato per la prima volta esplicito
riconoscimento solo nell’ambito della politica ambientale. Venne introdotto ufficialmente con il Trattato di
Maastricht e poi disciplinato con il Trattato di Amsterdam. Ha trovato formale consacrazione nel Trattato sull’Unione
europea ed è ora ripreso nel Trattato di Lisbona, ma con chiaro carattere restrittivo, ossia è configurato più come
limite all’ampliamento delle competenze dell’Unione che come principio generale sulla cui base legittimarne
l’espansione.
E’ uno dei principi basilare dell’Unione europea. Art. 5 comma 3 (TUE): “In virtù del principio di sussidiarietà nei settori
che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione non
possano essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri né a livello centrale né a livello regionale e locale
ma possono a motivo della portata degli effetti dell’azione in questione essere conseguiti meglio a livello di Unione”.
A tale principio deve conformarsi l’azione dell’Unione anche in materia di politica estera e di sicurezza comune.
Il principio di sussidiarietà non trova applicazione nell’ambito delle competenze esclusive, ma solo in quello delle
competenze concorrenti. Esso serve a regolare i rapporti tra UE e Stati, quindi serve ad indicare se deve intervenire
l’Unione europea o se deve intervenire lo Stato ( competenze concorrenti).
Il principio di sussidiarietà, incluso tra i principi generali, può ormai configurarsi sempre più decisamente come un
principio “costituzionale” dell’integrazione europea: esso rappresenta il criterio fondamentale chiamato a regolare la
ripartizione dell’esercizio delle competenze tra Unione e Stati membri nei settori di competenza concorrente,
escludendo, in linea generale, che la prima possa intervenire in tali materie, salvo eccezioni; esso non è dunque un
principio di attribuzione di nuove competenze, ma innesta una procedura di controllo sullo sviluppo delle competenze
dell’Unione. L’esercizio di una competenza concorrente da parte dell’Unione per effetto del principio di sussidiarietà,
non comporta tuttavia che essa divenga automaticamente esclusiva nella materia in questione e probabilmente
neanche definitiva.
I Parlamenti nazionali vigilano sul principio di sussidiarietà.

Principio di proporzionalità: è ora codificato nell’Art. 5, par. 4, del Trattato sull’Unione europea: “Il contenuto e la
forma dell’azione dell’Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei Trattati”. Esso
opera, quale principio generale dell’ordinamento dell’Unione, in tutti i settori di sua competenza, anche quando
esclusiva: concerne tutte le azioni dell’Unione, regola il grado di intensità, la natura dell’azione e la scelta delle misure
di intervento, che non devono eccedere quanto congruo e necessario per il raggiungimento del fine prefissato. Anche
questo principio si pone dunque come un limite all’esercizio dei poteri dell’Unione.

Principio di prossimità all’individuo: il suo obiettivo ultimo è quello di tutelare la persona (Art. 10 del Trattato
sull’Unione europea). Decisioni aperte e vicine al cittadino, per non togliere benefici al cittadino.

7 ORGANI DELL’UNIONE EUROPEA:


Per raggiungere gli obiettivi prefissati dall’organizzazione internazionale è necessario predisporre determinati organi.
Questi organi introdotti all’interno dell’UE sono elencati nell’Art. 13 del Trattato sull’Unione europea. Questo articolo

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

elenca gli organi/istituzioni dell’UE. Art. 13, comma 1: “L’Unione dispone di un quadro istituzionale che mira a
promuovere i valori, per seguirne gli obiettivi, seguire i suoi interessi, quelli dei suoi cittadini e quelli degli Stati
membri, garantire la coerenza, l’efficacia e la continuità delle sue politiche e delle sue azioni”. Tra gli obiettivi dell’UE
quindi c’è quello di tutelare e promuovere gli interessi degli Stati, dell’Unione e dei cittadini. Alcuni organi tutelano
questi interessi (il Parlamento tutela gli interessi dei cittadini, la Commissione quelli dell’organizzazione
internazionale, il Consiglio quelli degli Stati).

Le 7 istituzioni principali (organi di riferimento) dell’Unione europea sono:


1) Consiglio europeo
2) Parlamento europeo
3) Consiglio (o Consiglio dell’UE o Consiglio dei Ministri)
4) Commissione europea
5) Corte di giustizia dell’UE
6) Banca Centrale europea
7) Corte dei conti
Art. 13: “Ciascuna istituzione agisce nei limiti delle attribuzioni che le sono conferite dai Trattati, secondo le
procedure, condizioni e finalità da essi previste, le istituzioni attuano tra loro una leale cooperazione”. E’ un primo
richiamo espresso al principio di attribuzione, che indica l’impegno e l’onere da parte delle istituzioni di attenersi alle
attribuzioni, cioè a quanto attribuito loro dagli Stati. Ogni istituzione attua una “leale cooperazione”, una stretta
collaborazione con le altre istituzioni. L’impegno a collaborare tra le istituzioni è importantissimo e fondamentale,
legato al fatto che nell’UE non sussiste la separazione dei poteri. Le istituzioni devono lavorare insieme e non
ostacolarsi a vicenda, altrimenti l’unico soggetto pregiudicato da questo ostacolo/atteggiamento sarebbe
l’organizzazione internazionale.

1) CONSIGLIO EUROPEO:
Il Consiglio europeo in quanto organo viene per la prima volta menzionato formalmente nel Trattato di Maastricht del
1992 (un riferimento c’era già nell’Atto Unico europeo). Allora era solo organo dell’Unione europea, non aveva un suo
ruolo all’interno della Comunità europea.
Prima di questo Trattato esistevano riunioni informali (antenati del Consiglio europeo), poste in essere da capi di
Stato, di governo degli Stati membri, di natura politica (incontri per parlare di problematiche e questioni di natura
politica). Uno di questi primi incontri verificatisi in passato fu nel 1961, e il suo compito era quello di cercare di
risolvere l’attrito tra Francia e Gran Bretagna nell’occasione della presentazione della candidatura di quest’ultima per
entrare nell’Unione europea (problema di natura politica: la Gran Bretagna non era ben vista dalla Francia perché
rischiava di adombrarla e di toglierle il ruolo di leadership all’interno dell’organizzazione internazionale). Queste
riunioni informali erano chiamate “vertici”. Essi erano incontri utili per lo sviluppo dell’Unione europea. Da allora
(1974) si è deciso di dare una cadenza formale a queste riunioni, cioè di 3 volte all’anno, e furono chiamate “Consigli
della Comunità a titolo della cooperazione politica”. E’ rilevante prevedere questi incontri.
Con il Trattato di Maastricht il Consiglio europeo viene inserito all’interno dell’UE. In allora però esso era un organo
solo dell’Unione europea e non istituzione della Comunità europea. Acquisisce il titolo di istituzione dell’UE
(=Comunità europea + Unione europea) solo con il Trattato di Lisbona.
Il Consiglio europeo è composto dai capi di Stato e dai governi degli Stati membri, dal suo Presidente (novità di
Lisbona), e dal Presidente della Commissione. Può essere definito un organo “ibrido”, perché sono presenti figure che
tutelano interessi diversi, cioè contemporaneamente è presente chi tutela e rappresenta gli interessi degli Stati (capi
di Stato e governi degli Stati membri) e chi quelli dell’UE (il Presidente della Commissione). Ai lavori del Consiglio
europeo partecipa altresì l’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune, che anch’esso è un
soggetto particolare, in quanto vicepresidente della Commissione europea (rappresenta gli interessi dell’UE).
Prima del Trattato di Lisbona non c’era un presidente stabile, in quanto esso cambiava ogni 6 mesi. Da dopo Lisbona,
volendo dare al Consiglio europeo una struttura stabile, si è stabilito che venga nominato un Presidente a
maggioranza qualificata per un mandato di 2 anni e mezzo (il mandato è rinnovabile una sola volta). Il Consiglio
europeo elegge il Presidente a maggioranza qualificata, e in caso di impedimento o colpa grave esso può porre fine al

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

mandato con un voto a maggioranza qualificata. Il ruolo del Presidente rappresenta a pieno titolo il Consiglio
europeo, ha il ruolo di animare e dirigere i lavori del Consiglio europeo, e si adopera per facilitare le scelte, le
approvazioni, le decisioni all’interno del Consiglio europeo.
Da dopo Lisbona il Consiglio europeo si riunisce almeno 2 volte a semestre (4 volte all’anno) a Bruxelles. Possono
esserci occasioni di sessioni straordinarie, a seconda delle problematiche che possono verificarsi.
Il Consiglio europeo solitamente non vota (no unanimità o maggioranza), ma lavora tramite il consenso (meno
formale del voto, è solo un’esternazione di approvazione o disappunto). Il Consiglio europeo dura due giorni. Esso si
considera chiuso solo quando al termine dei lavori viene redatto un documento, che prende il nome di “Conclusioni
del Consiglio europeo”. Finché non c’è questo documento il Consiglio resta aperto. Esso non è un atto vincolante.
Compito del Consiglio europeo (Art. 15 del Trattato sull’Unione europea): “Il Consiglio europeo dà all’Unione gli
impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali, non esercita funzioni
legislative”. Esso è un momento di aggregazione in cui vengono discusse questioni di natura politica; è l’organo di
impulso dell’UE e, all’interno delle sue conclusioni, dà indicazioni sugli obiettivi da raggiungere, indica le materie di
cui è necessario occuparsi. Esercita un potere di azione e stimolo nei confronti delle istituzioni, indicando loro gli
argomenti di cui occuparsi, per risolvere le problematiche, soprattutto politiche. Non ha funzione legislativa.

2) PARLAMENTO EUROPEO:
E’ l’organo che caratterizza l’UE, in quanto non tutte le organizzazioni internazionali hanno assemblee parlamentari
al suo interno. Il Parlamento europeo è disciplinato in parte nell’Art. 14 del Trattato sull’Unione europea e in parte
nell’ambito del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
E’ l’organo che rappresenta gli interessi dei cittadini degli Stati membri e li tutela.
Quando esso nacque (1957) si decise che i suoi membri dovevano essere scelti tra i parlamentari dei Parlamenti
nazionali degli Stati membri. Questo perché i parlamentari degli Stati membri rappresentano i cittadini. Questo però
comportò una problematica  problema di assenteismo. E’ stata discussa questa problematica ed è stato ritenuto
opportuno cambiare le modalità di scelta dei membri del Parlamento europeo  scelta in mano ai cittadini (sono i
cittadini a scegliere chi eleggere, a scegliere chi saranno i membri del Parlamento europeo). Si passa da una scelta
vincolata a chi era già membro dei Parlamenti nazionali a una scelta operata dai cittadini. Questa modifica fu
apportata nel 1976. La prima elezione del Parlamento europeo a suffragio universale avviene nel 1979.
Necessità di individuare un metodo unico per procedere all’elezione (ciò non è avvenuto perché ciascuno Stato segue
la propria metodologia elettorale per scegliere).
Le elezioni del Parlamento europeo (ogni 5 anni) si verificano in tutti gli Stati membri tra il giovedì e la domenica di
una specifica settimana. Lo spoglio delle schede avviene in tutti gli Stati membri contemporaneamente. (es. alcune
elezioni si sono tenute anche di sabato pomeriggio)
I seggi presenti nel Parlamento europeo sono divisi tra gli Stati in base al principio demografico, e non in base ad un
principio aritmetico. Più cittadini ha uno Stato più seggi avrà diritto a possedere, meno cittadini meno seggi. Il
Trattato comunque stabilisce un numero minimo e massimo di seggi (numero minimo: 6 seggi, per gli Stati meno
popolosi; numero massimo: 96 seggi, per lo Stato con più cittadini).
Il numero dei membri del Parlamento europeo è cambiato con gli anni (dall’iniziale 324 membri all’odierno 750
parlamentari + 1 presidente). Quindi numericamente il Parlamento europeo oggi è composto da 750 membri + il
presidente. Il Presidente del Parlamento europeo (durata mandato 2 anni e mezzo, rinnovabile) è eletto dai
parlamentari (durata mandato 5 anni).
Non tutti i soggetti possono essere parlamentari europei, esistono delle incompatibilità. Il Parlamentare europeo non
può essere membro di un’altra istituzione dell’UE (perché le istituzioni sono portatrici di interessi diversi, e se un
soggetto fosse membro di più istituzioni si creerebbero potenziali conflitti di interessi), non può essere membro dei
governi nazionali (perché i membri dei governi nazionali sono anche membri del Consiglio dei Ministri, e quindi
nuovamente ci sarebbe un rischio di conflitto di interessi), non può essere membro dei Parlamenti nazionali (novità
introdotta nel 2004, per il problema dell’assenteismo).
La suddivisione dei parlamentari europei avviene per gruppi politici di appartenenza, e non per Stati di appartenenza
(es. gruppo politico dei popolari, gruppo dei democratici, etc.). L’ultimo gruppo introdotto: N.I. (= non iscritti  7, 8
soggetti su 750). Il totale è di 9 gruppi politici.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Divisione dei parlamentari in commissioni di lavoro (“Commissioni permanenti”). Esse sono 20 e si cerca al loro
interno di ricreare la struttura presente all’interno del Parlamento europeo in ordine alla divisione dei gruppi politici
(20 “mini Parlamenti europei”). Ad ogni commissione viene assegnata una materia specifica. Ogni commissione ha
una propria competenza specifica in un settore dell’UE (es. Commissione permanente in materia di ambiente,
Commissione permanente in materia di trasporti, Commissione permanente in materia di giustizia, sicurezza e libertà
nell’UE, etc.). In questo modo, quando c’è un problema riguardante quella materia ci si rivolge a quella specifica
Commissione. (I 750 parlamentari non possono conoscere tutto di tutto)
Il Presidente rappresenta l’istituzione, coordina l’attività del Parlamento europeo, organizza i lavori dello stesso, ed è
aiutato da 14 vicepresidenti  insieme costituiscono l’Ufficio di Presidenza. Questo ufficio è affiancato dall’Ufficio di
segretariato (il Presidente del Parlamento europeo possiede un proprio segretario).
Il Parlamento europeo ha sempre una sessione ufficiale il secondo martedì del mese di marzo. Esso in realtà è
quotidianamente in riunione. Il Parlamento europeo ha tre sedi (è l’unica istituzione ad avere 3 sedi): Strasburgo
(dove si tengono le sessioni plenarie mensili), Bruxelles (dove si tengono le sessioni delle Commissioni permanenti e
quelle plenarie aggiuntive), e Lussemburgo (sede del segretariato generale).
Per quanto riguarda le decisioni, non è richiesto un voto all’unanimità, ma a maggioranza assoluta dei suffragi
espressi (50% + 1 dei voti espressi), purché in aula risieda almeno 1/3 dei membri totali (almeno 250 su 750
parlamentari). Questa è la regola. Però può essere richiesta una percentuale diversa, una maggioranza più incisiva
(es. 2/3 dei parlamentari o metà dei parlamentari)  deve essere espresso e specificato nei trattati.
I parlamentari europei godono di due immunità:
- di tipo funzionale: un parlamentare europeo non può essere perseguito, detenuto, ricercato a causa delle
opinioni espresse o dei voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. Quindi un parlamentare europeo, per le
attività svolte, le opinioni espresse nell’ambito dell’esercizio delle proprie funzioni (cioè come parlamentare
europeo), non può essere perseguito;
- di tipo giurisdizionale: un parlamentare europeo non può essere sottoposto ad un procedimento penale
all’interno dello Stato di appartenenza finché è parlamentare europeo (eccezione: se è colto sul fatto
l’immunità non funziona).
Il Parlamento europeo ha diverse funzioni:
- ruolo nell’ambito della procedura legislativa (ordinaria e speciale).
Questa funzione cardine della vita del Parlamento europeo è legislativa. Le procedure legislative sono state
introdotte nel corso della vita dell’UE in momenti diversi, per rispondere al desiderio del Parlamento europeo
di avere sempre più voce all’interno dell’organizzazione internazionale.
Quando nacque la Comunità economica europea c’era un’unica procedura legislativa, definita procedura di
consultazione. Questa procedura prevedeva che la Commissione europea inviasse un progetto di norma
giuridica al Consiglio (organo che rappresenta gli Stati) affinché esso deliberasse, e adottasse o meno la
norma giuridica. Il ruolo del Parlamento europeo era di tipo consultivo (cioè esprimeva un parere, e non era
vincolante). Il Consiglio, una volta letto il “parere”, poteva non tenerne conto. Però era un parere
obbligatorio, cioè il Consiglio non poteva scegliere se adottare l’atto o meno senza richiedere il parere. Se il
Consiglio non richiedeva il parere, l’atto poteva essere ritenuto nullo dalla Corte di giustizia, perché formato
in violazione della procedura prevista. La voce del Parlamento era marginale ma doveva esserci. Il Consiglio
quindi aveva l’onere di richiedere il parere e anche di attenderlo. In caso contrario, anche se il parere viene
richiesto ma non atteso, l’atto viene dichiarato nullo dalla Corte di giustizia.
Oggi la proceduta speciale è diversa da quella ordinaria. Oggi il 90% degli atti viene adottato tramite quella
ordinaria.
Le procedure legislative speciali sono caratterizzate da un ruolo marginale del Parlamento europeo
nell’attività legislativa. Al Parlamento europeo non è riconosciuto una funzione di co-legislatore. Sono
procedure legate ancora alle vecchie procedure introdotte con il Trattato di Roma e che, ancora per pochi
ambiti, continuano ad esistere. Ci accorgiamo che siamo di fronte ad una procedura legislativa speciale
perché il Trattato dice che l’intervento del Parlamento europeo è un intervento o previa consultazione del
Parlamento europeo o previa approvazione del Parlamento europeo. Quindi l’intervento del Parlamento
europeo nell’ambito delle procedure legislative speciali è un intervento che vede un ruolo o di natura
consultiva o di approvazione. Per quanto riguarda la consultazione del Parlamento europeo siamo di fronte

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

proprio alla vecchia procedura legislativa introdotta dal Trattato di Roma. Per quanto riguarda invece
l’approvazione del Parlamento europeo la situazione è diversa: in questo ambito al Parlamento europeo
viene sempre richiesto un parere, esso esprime il proprio parere, ma in questo caso al parere viene
riconosciuto un valore vincolante, e il Consiglio può adottare l’atto solo se il Parlamento europeo approva
tale atto (la procedura per approvazione fa sì che il Consiglio sia vincolato al parere stesso del Parlamento
europeo). Il Consiglio in questo caso può adottare l’atto solo se si conforma al parere del Parlamento
europeo. Se il Consiglio non condivide il parere del Parlamento può decidere di non adottare l’atto.
La procedura di approvazione esiste solo per un fetta molto esigua di materie.
L’atto normativo della procedura legislativa speciale viene firmato dal solo Presidente del Consiglio, quindi
formalmente resta sempre solo un atto adottato dal Consiglio dei Ministri (manca la figura di co-legislatore
del Parlamento). Il Consiglio viene chiamato a votare con la modalità dell’unanimità.
Procedura legislativa ordinaria (riferimento nell’Art. 289 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea,
e descrizione dettagliata nell’Art. 294 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). Art. 289: “La
procedura legislativa ordinaria consiste nell’adozione congiunta di un regolamento di una direttiva o di una
decisione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio su proposta della Commissione. Tale procedura è
definita all’Art. 294”. Il prodotto finale della procedura legislativa ordinaria (ma anche straordinaria) è un
atto legislativo vincolante.
La procedura legislativa ordinaria parte con l’inoltro da parte della Commissione europea di un progetto di
atto normativo. Tale progetto di legge, redatto dalla Commissione europea, viene inviato e sottoposto
congiuntamente al Parlamento europeo e al Consiglio. Il Parlamento europeo, dopo aver letto tale
documento, esprime una propria posizione (è un documento scritto nell’ambito del quale il Parlamento si
esprime in ordine al progetto redatto dalla Commissione e indica il suo benestare oppure suggerisce
modifiche che ritiene opportuno apportare). La posizione del Parlamento è inviata al Consiglio che è
chiamato a questo punto ad esprimersi su tale posizione. Se esso approva la posizione del Parlamento
europeo, se la appoggia, l’atto viene adottato (è la soluzione ideale).
Però Parlamento e Consiglio sono portatori di interessi diversi, che non sempre coincidono; quindi se il
Consiglio non approva la posizione del Parlamento europeo ne adotta una propria e gliela invia. Scambio di
documenti scritti e comunicazioni tra Parlamento e Consiglio che sono co-legislatori in questa procedura.
Quindi la posizione del Consiglio viene inoltrata al Parlamento europeo, e anche presentata alla
Commissione europea (è tenuta aggiornata sui passaggi del progetto inziale).
Fase di seconda lettura: (1) il Parlamento europeo può esprimere parere favorevole alla posizione del
Consiglio, e a quel punto l’atto viene adottato; (2) può non prendere posizione, cioè il Parlamento ha tempo
3 mesi per esprimersi, e se, in questo arco di tempo, esso non dice nulla allora il suo silenzio viene
considerato come un silenzio assenso, di condivisione della posizione, quindi l’atto è adottato. (3) Se il
parlamento appoggia la posizione del Consiglio e la rigetta, l’atto non può essere adottato (diritto di veto del
Parlamento europeo). (4) Il Parlamento accetta una parte della posizione del Consiglio e suggerisce degli
emendamenti, cioè modifiche da apportare alla posizione del Consiglio. La posizione del Parlamento viene
inviata al Consiglio. Se il Consiglio accetta la posizione del Parlamento l’atto viene adottato. Però il Consiglio
(che ha tempo massimo 3 mesi) può approvare anche solo in parte gli emendamenti (solo alcune modifiche)
e in questo caso viene convocato un Comitato di conciliazione (composto da alcuni membri del Consiglio e
da alcuni membri del Parlamento europeo). Esso ha un termine di 6 settimane per elaborare un progetto
comune, un documento che possa essere approvato. Può succedere che non riesca ad adottare un progetto
comune  atto non adottato. Se riesce a raggiungere un progetto comune esso viene sottoposto al
Parlamento europeo e al Consiglio, che hanno tempo 6 settimane per approvare o meno l’atto. Se votano
entrambi a favore  atto adottato; in caso contrario non verrà adottato.
Nel corso dell’attività del Comitato di conciliazione esso è affiancato dalla Commissione europea, che
partecipa al lavoro e svolge un ruolo di mediatrice. (Fase di terza lettura)
L’atto adottato è sottoscritto dal Presidente del Parlamento europeo e dal Presidente del Consiglio
(diversamente dalle procedure speciali).

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

E’ una procedura che riconosce un vero e proprio diritto di veto al Parlamento europeo (se il Parlamento
europeo non approva, l’atto non può essere adottato).
Attività congiunta di istituzioni diverse all’interno della procedura (Commissione, Parlamento e Consiglio).
La procedura legislativa ordinaria può essere una procedura velocissima ma allo stesso tempo può anche
essere lunga e può protrarsi per quasi un anno dal progetto iniziale.
- funzioni specifiche di controllo (sugli altri organi/istituzioni dell’UE, sugli atti adottati dalle altre istituzioni
dell’UE, sull’apparato amministrativo dell’UE). (Art. 14 del Trattato sull’Unione europea)
Art. 14: “Il Parlamento europeo esercita congiuntamente al Consiglio la funzione legislativa e la funzione di
bilancio, esercita funzioni di controllo politico e consultive alle condizioni stabilite dai trattati”.
1. Funzione di controllo sulle istituzioni:
Una funzione di controllo specifica sulla Commissione europea, nella sua fase di nomina, di formazione e
sulle attività da essa svolte (Art. 234 del Trattato sul funzionamento dell’UE). Questa funzione di
controllo prende il nome di “mozione di censura”. Il Parlamento europeo può controllare le attività
svolte dai singoli membri della Commissione europea. Quando e se il Parlamento europeo dovesse
riscontrare casi di corruzione all’interno della Commissione europea o condotte contrarie al mandato
loro assegnato, esso può adottare la mozione di censura. La mozione di censura è un documento che
deve essere adottato da almeno 1/10 dei parlamentari e che viene portato all’attenzione dell’Assemblea
parlamentare. Tale mozione verrà votata dopo 3 giorni, perché si vuole che tutti i parlamentari abbiano
il tempo di documentarsi e di comprendere quali sono le problematiche evidenziate dal Parlamento. La
mozione di censura è approvata a maggioranza di 2/3 dei voti espressi e a maggioranza dei membri che
compongono il Parlamento europeo (in aula ci deve essere la metà + 1); è richiesta una partecipazione
più consistente rispetto alla normalità.
Le conseguenze legate alla mozione di censura sono particolari. Se una mozione di censura viene
adottata, essa comporta la dimissione dell’intera Commissione europea. Quindi l’UE rimarrebbe senza
l’organo principale che tutela i suoi interessi. La conseguenza quindi è una conseguenza importante.
Se un membro della Commissione europea si comporta male, il Presidente della Commissione può
chiedergli le dimissioni; se non lo fa subentra il Parlamento europeo con la mozione di censura e punisce
tutta la Commissione.
La mozione di censura è stata esercitata 4 volte nell’arco della vita dell’UE, ma non è mai stata
approvata. L’unica volta in cui ci si è andati molto vicini fu nel 1999: il Parlamento europeo minacciò la
presentazione della mozione di censura, e i fatti di corruzione erano evidenti (quindi la mozione di
censura in quel caso avrebbe potuto essere adottata); la Commissione accusata dal Parlamento europeo
allora decise di sua sponte di dimettersi integralmente, quindi si evitò la formale mozione di censura.
Art. 234: “Il Parlamento cui si presenta una mozione di censura sull’operato della Commissione non può
pronunciarsi su tale mozione prima che siano trascorsi almeno 3 giorni dal suo deposito. Se la mozione
di censura è approvata a maggioranza dei 2/3 dei voti espressi e a maggioranza dei membri che
compongono il Parlamento europeo, i membri della Commissione si dimettono collettivamente dalle
loro funzioni e l’altro rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e per la politica di sicurezza si
dimette dalla funzione che esercita in seno alla Commissione, poiché è un vicepresidente della
Commissione. Essi rimangono in carica e continuano a curare gli affari di ordinaria amministrazione fino
alla loro sostituzione conformemente all’Art 17 del Trattato (articolo che illustra la procedura di elezione
dei membri della Commissione europea). In questo caso il mandato dei membri della Commissione
nominata per sostituirli scade la data in cui sarebbe scaduto il mandato dei membri della Commissione
costretta a dimettersi collettivamente per le loro funzioni”.
Il Parlamento europeo inoltre ha anche la possibilità di interrogare le altre istituzioni. Può formulare
delle domande tanto alla Commissione quanto al Consiglio, relative all’operato e all’attività di tali
soggetti. Essi hanno l’obbligo di rispondere a tali interrogazioni. (Art. 230 del Trattato sul
funzionamento dell’Unione europea)
2. Funzione di controllo sugli atti delle istituzioni:
Tutti gli anni la Commissione europea invia una relazione generale al Parlamento europeo. In essa vi
sono indicate le attività svolte, gli atti proposti, gli atti adottati. E’ un esame critico retrospettivo. Utilità:

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

il Parlamento europeo può suggerire attraverso raccomandazioni alla Commissione europea condotte
diverse, ambiti diversi, approfondimenti diversi per l’anno in corso. E’ un esame utile per correggere
l’attività e per organizzarla nel futuro.
3. Funzione di controllo nell’adozione del bilancio:
Il bilancio è un documento contabile in cui sono inserite le entrate e le uscite dell’UE. La sua adozione
deve avvenire entro il 31 dicembre di ogni anno. Risorse proprie dell’UE: es. dazi doganali riscossi nel
commercio con gli Stati terzi (soldi intascati nel momento in cui una merce che proviene da Stato terzo
entra dentro l’UE), una percentuale dell’iva riscossa all’interno degli Stati; Uscite dell’UE: es. soldi per
pagare l’affitto dei locali dove hanno sede il Parlamento europeo, la Commissione europea, il Consiglio,
etc. Il bilancio dell’UE è un documento complesso, perché esso è un documento unico per tutta l’UE.
Serve per organizzare i lavori dell’anno successivo da un punto di vista delle spese, della disponibilità
economica nelle casse dell’Unione per i progetti da intraprendere nell’anno successivo.
Ruolo importante della Commissione, del Parlamento, del Consiglio e della Corte dei conti.
Commissione europea: è l’organo che ha il compito di raccogliere i singoli bilanci delle singole istituzioni,
deve metterli insieme e ottenere un bilancio complessivo entro il 1 settembre. Esso viene inviato al
Consiglio, che lo esamina/lo valuta, ed eventualmente può indicare delle modifiche da apportare; entro
il 1 ottobre lo trasmette al Parlamento europeo. Esso lo studia e ha 42 giorni di tempo per approvare il
progetto, in quel caso l’atto viene adottato. Se il Parlamento europeo invece indica delle modifiche da
apportare al progetto viene nominato un Comitato di conciliazione. Il Comitato di conciliazione
(composto da alcuni membri del Consiglio e da altri del Parlamento) ha 21 giorni per raggiungere una
posizione comune. Su tale posizione comune il Parlamento e il Consiglio hanno 14 giorni di tempo per
approvarla/respingerla. Se è approvata da entrambi  atto adottato. Se non è approvata dal
Parlamento  atto non adottato. Se non è approvata dal Consiglio  atto adottato se il Parlamento
accetta. Se nessuno dei due accetta  atto bocciato.
Se il bilancio non è adottato entro il 31 dicembre, all’inizio dell’anno successivo viene utilizzato il “regime
dei dodicesimi” (viene utilizzato il bilancio dell’anno precedente mese per mese). Questo è successo solo
3 volte nell’arco della vita dell’UE.
La Corte dei conti è l’istituzione che si occupa di controllare la validità dei conteggi del bilancio delle
istituzioni. Deve rilasciare una certificazione di affidabilità.
Quando viene adottato il bilancio la Commissione è richiamata in causa. Essa è competente a dare
esecuzione al bilancio, cioè stabilisce come applicare il bilancio, come le istituzioni si devono
comportare conformemente al bilancio. Questo perché è la Commissione l’organo di controllo
all’interno dell’UE sulla corretta applicazione del diritto dell’UE da parte delle istituzioni e da parte degli
Stati.
Nuovo intervento del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo interviene da ultimo attraverso una
lettera di discarico inviata alla Commissione europea. La lettera di discarico è un atto/documento con
cui il Parlamento europeo attesta e certifica il corretto operato/la corretta attività della Commissione
europea in ordine alle commissioni di bilancio. E’ una procedura complessa, che si completa con l’ultima
verifica da parte del Parlamento europeo rispetto alla corretta esecuzione del bilancio stesso.
4. Funzione di controllo sull’apparato amministrativo:
Due canali di controllo, di denunce per controllare l’apparato amministrativo:
-Petizioni. Diritto di petizione (diritto attribuito a tutti i cittadini dell’UE)  opportunità data alla
persona fisica o giuridica di poter chiedere chiarimenti all’UE in ordine alle scelte operate e ai
comportamenti/alla condotta degli organi dell’UE. Può essere esercitato da chiunque in una qualsiasi
delle 24 lingue ufficiali dell’UE. Prevede che la risposta dell’UE sia data nella stessa lingua.
Le petizioni vengono indirizzate al Parlamento europeo, e vengono utilizzate dalla persona fisica o
giuridica per indicare delle irregolarità all’interno dell’Unione europea. Quando il Parlamento europeo
riceve la petizione, esso può convocare delle Commissioni di inchiesta, per indagare/verificare se il
contenuto della petizione è fondato o meno. Se è ritenuto fondato, il Parlamento può coinvolgere le
istituzioni interessate e invocare la Corte di giustizia.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

-Denunce inviate al mediatore europeo relative alla cattiva amministrazione. Il mediatore


europeo/difensore civico è una figura che viene nominato dal Parlamento europeo. Ogni elezione di un
nuovo Parlamento europeo, il Parlamento europeo neo-eletto sceglie ed individua un mediatore
europeo. Anche tutti gli Stati membri possiedono questa figura. Esso nacque con il Trattato di
Maastricht. Ha un mandato che dura 5 anni (come quello del Parlamento europeo), ed è rinnovabile. Il
mediatore europeo riceve le denunce di cattiva amministrazione, che sono delle segnalazioni di
presunte irregolarità poste in essere dalle istituzioni dell’UE. Il difensore civico apre una Commissione di
inchiesta, che deve verificare la segnalazione e può chiedere direttamente spiegazioni all’istituzione
interessata. Se l’esito dell’indagine è positivo tutto viene relazionato al Parlamento europeo, che dovrà
valutare se invocare la Corte di giustizia o se limitarsi a interrogare l’istituzione interessata e chiedere
ulteriori spiegazioni.

CONSIGLIO / CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA / CONSIGLIO DEI


3)

MINISTRI:
E’ un organo/istituzione che, all’interno dell’Unione europea, rappresenta gli interessi degli Stati membri.
Se ne occupa l’Art. 16 del Trattato sull’Unione europea e gli articoli dall’Art. 237 all’Art. 243 del Trattato sul
funzionamento dell’Unione europea.
Art. 16: Il Consiglio è composto da un rappresentante per ogni Stato membro scelto a livello ministeriale (= a livello di
governo dello Stato membro). Questo rappresentante deve essere un soggetto competente e capace di vincolare lo
Stato di appartenenza. A livello ministeriale  per evitare di ostacolare le riunioni, cioè il ministro può essere
sostituito da sottosegretari, se impegnato in altro.
Il Consiglio dell’UE è un’istituzione non permanente, cioè alle sue riunioni non partecipano sempre le stesse persone,
ma i ministri ( o le persone abilitate, e cioè i sottosegretari) competenti per materia (es. Consiglio dei ministri di
economia (Ecofin)  partecipazione di ministri o sottosegretari per ciascuno Stato selezionate nell’ambito del
Ministero delle economie e delle finanze; Consiglio in materia di ambiente  partecipazione dei ministri competenti
in materia di ambiente). A seconda della materia ci sono Consigli di composizione diversa.
Quando si parla di Consiglio dell’UE si parla di un organo collegiale di Stati (il soggetto che vi partecipa rappresenta lo
Stato).
Il Consiglio ha il suo Presidente, che cambia ogni 6 mesi. In particolare, ogni semestre cambia lo Stato che ha, per
quel semestre, la presidenza del Consiglio dell’UE. Sono stati stabiliti fino al 2020 quali sono i semestri e gli Stati che
si susseguono. Il Presidente è legato allo Stato che in quei sei mesi detiene la presidenza del semestre. Nello specifico
il Presidente del Consiglio dell’UE coincide con il Presidente del governo dello Stato che ha il semestre di competenza
(es. luglio 2014 – dicembre 2014: semestre italiano  Renzi: Presidente del Consiglio dell’UE).
Esiste un meccanismo per cercare di garantire continuità ai lavori del Consiglio, ed esso si chiama “troika”. Esso
prevede che vengano identificati gli Stati che hanno e avranno le presidenze del Consiglio e vengano raggruppati a 3
a 3, in modo che si abbia già consapevolezza di tutti i raggruppamenti per 18 mesi. Gli Stati sanno che lavorano a
gruppi di 3. Questo perché si vuole fare in modo che il presidente in carica sia affiancato dai due presidenti successivi;
finita la presidenza in carica subentra il secondo presidente che verrà affiancato da quello del semestre precedente e
da quello del semestre successivo; finita la seconda presidenza salirà alla presidenza del Consiglio il terzo presidente
che lavorerà aiutato dai due presidenti precedenti. Così facendo per 18 mesi ci sarà un lavoro di gruppo, un lavoro a 3.
Obiettivo: garantire una continuità di lavoro e di obiettivi (per non avere un semestre in un verso e il semestre
successivo in un altro, a favore dello Stato che detiene quel preciso semestre), prevedendo espressamente un lavoro
congiunto ogni tre semestri fra i presidenti. Si prevede che per 3 semestri i 3 Stati debbano lavorare congiuntamente.
E’ un meccanismo già presente prima del Trattato di Lisbona.
Il ruolo del Presidente del Consiglio è fondamentale: rappresenta l’istituzione all’interno dell’organizzazione
internazionale, coordina i lavori e indica gli obiettivi e le attività dell’istituzione.
Il Consiglio è un’istituzione non permanente (cioè a Bruxelles non c’è tutti i giorni un Consiglio dell’UE). Questo può
determinare problematiche/lacune nel sistema. Per far fronte a queste problematiche è stata elaborata una
procedura alternativa (definita “procedura scritta”): se il Consiglio non dovesse essere presente e non si facesse in

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

tempo a convocarlo con urgenza per le necessità, allora esiste la possibilità di mandare materialmente le proposte di
norme giuridiche formulate dalla Commissione direttamente ai governi degli Stati membri, e chiedere che venga
espressa direttamente e per iscritto una valutazione (cioè essi devono rispondere per iscritto), e senza convocare una
riunione formale. La decisione può essere adottata solo se tutti i governi sono a favore di tale decisione (solo se c’è
unanimità). Se i governi esprimono valutazioni differenti e non si raggiunge l’unanimità, allora sarà necessario
convocare una riunione formale e rinviare quindi la decisione. Normalmente è una procedura d’urgenza e quindi gli
Stati devono rispondere prontamente.
Il Consiglio ha una sua struttura burocratica, che serve per sopperire alla sua assenza, e prevede:
- l’individuazione e la nomina di un Segretario generale, che c’è sempre e accoglie e riceve le documentazioni
per il Consiglio stesso;
- il Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri (COREPER): è un organo creato
appositamente per sostituire, per quanto possibile, il Consiglio, laddove dovesse essere assente. Il COREPER
è un organo permanente composto da rappresentanti degli Stati membri (ambasciatori, uno per ogni Stato
membro). E’ un organo che sostituisce il Consiglio in caso di necessità.
Esistono due COREPER distinti: quello per questioni generali e quello per questioni tecniche.
Il COREPER è una sorta di alter ego permanente del Consiglio.
Il COREPER riceve ed esamina le proposte delle norme giuridiche formulate dalla Commissione. (Funzione
centrale del COREPER: ricevere ed esaminare le proposte della Commissione). Esso poi suddivide le
proposte in due grossi gruppi: gruppo A (proposte che, ad avviso del COREPER, non necessiteranno di una
discussione in seno al Consiglio, ma che saranno di immediata approvazione), e gruppo B (proposte che, ad
avviso del COREPER, necessiteranno di una formale discussione, che non sono chiare o che probabilmente
non avranno l’assenso di tutto il Consiglio). Dopodiché il COREPER formula un ordine del giorno, cioè inoltra
ai governi degli Stati membri un programma dentro il quale indica quali sono le proposte a lui giunte dalla
Commissione. Questo ordine del giorno deve essere inviato almeno 14 giorni prima della riunione formale
del Consiglio. Questo invio dell’ordine del giorno è importante perché nei 14 giorni di tempo i governi degli
Stati possono esaminare/discutere le proposte e decidere se approvare o no; inoltre è importante perché si
ha il tempo di capire quale rappresentante (ministro o sottosegretario) dello Stato membro mandare alla
riunione formale per la votazione (es. se sono problematiche in merito all’ambiente lo Stato manderà il
ministro dell’ambiente).
Modalità di voto del Consiglio: (1) maggioranza semplice, (2) unanimità, (3) maggioranza qualificata.
(1) Una volta, quando era indicata la maggioranza, la regola era la maggioranza semplice (la metà + 1 dei voti
espressi). Oggi invece è l’eccezione, perché ha preso piede la regola della maggioranza qualificata.
(2) L’unanimità era la modalità di voto assoluta quando la nostra organizzazione internazionale nacque. Era quella
che aveva maggior impiego all’interno della nostra organizzazione internazionale. Lo sviluppo dell’Unione europea
ha portato ad un ridimensionamento dell’uso dell’unanimità a favore della maggioranza  la regola dell’unanimità
comporta il diritto di veto in capo al singolo Stato, la regola della maggioranza invece la tutela maggiore è garantita
all’organizzazione internazionale a scapito dei desideri di un singolo Stato.
Passaggio dall’unanimità alla maggioranza: percorso lungo e difficile.
L’unanimità prevede la presenza in aula di tutti i componenti del Consiglio (28 soggetti, uno per ogni Stato); può
esserci l’astensione, ma essa non inficia l’unanimità (es. se ci sono 28 soggetti in aula, e 27 sono a favore e 1 astenuto
l’unanimità è considerata raggiunta). L’assenza di uno Stato comporta invece il non raggiungimento dell’unanimità.
Nel 1957, con la nascita della nostra organizzazione internazionale, si era stabilito, all’interno del Trattato, che gli
Stati avrebbero dovuto, dopo una decina di anni di vita della nostra organizzazione internazionale, riunirsi e stabilire
in serenità quali materie passare dall’unanimità verso la maggioranza. Quando fu necessario riunirsi per decidere si
verificarono i primi problemi. Erano gli anni 1965-1966 e il Consiglio dell’UE, che cercava di riunirsi e deliberare quali
materie passare dall’unanimità verso la maggioranza, non riusciva a raggiungere una decisione, perché a quelle
riunioni non partecipava mai la Francia. Si verificò proprio una situazione in cui non si riusciva a raggiungere
l’unanimità poiché uno Stato era assente. Questo atteggiamento francese fu definito proprio la “politica della sedia
vuota”; la Francia disertava appositamente le riunioni del Consiglio al fine di non raggiungere l’unanimità. Per
superare questa situazione, questa fase di stallo, venne raggiunto un compromesso, che prende il nome di
“Compromesso di Lussemburgo” (1966). Il Compromesso di Lussemburgo dice che gli Stati sono tutti favorevoli ad

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

adottare decisioni a maggioranza, salvo che la decisione non riguardi questioni di carattere generale ritenute
fondamentali per la vita dello Stato membro ( in questo caso è richiesta l’unanimità). Questo compromesso fa
quindi rientrare il diritto di veto di uno Stato, in quanto esso può richiedere il voto all’unanimità. Il problema di questo
compromesso è che non è stato stabilito ed esplicitato quando una certa questione è da ritenersi fondamentale. Il
compromesso permette un’ampia discrezionalità in capo agli Stati. Questo quindi comporta che ciascuno Stato può
fare quello che vuole (può dire che una certa materia è fondamentale ed è cruciale per la propria vita e che vuole
procedere all’unanimità), e non c’è possibilità di ribattere in merito a tale situazione.
Bisognerà attendere l’Atto Unico europeo, a vent’anni di distanza, per trovare all’interno del Trattato l’abbandono
della regola dell’unanimità a favore della maggioranza.
Oggi la regola dell’unanimità è usata ancora per circa 70 materie di competenza dell’UE (usata per argomenti
particolari della vita dell’UE, per esempio le modifiche alla cittadinanza europea).
(3) Terza modalità di voto: maggioranza qualificata. La regola della maggioranza qualificata ha subito diverse
modifiche, diversi aggiornamenti.
Questa regola in passato si basava sull’assegnazione di un pacchetto di voti a ciascuno Stato in base al principio
demografico (più cittadini più voti, meno cittadini meno voti). Quindi prevedeva un meccanismo di ponderazione dei
voti, assegnati a ciascuno Stato in base al principio demografico. Quando l’Unione europea era formata da 15 Stati,
era stabilito il numero complessivo di 87 voti. La maggioranza qualificata si raggiungeva se a favore di una decisione
si ottenevano 62 voti. Minoranza di blocco = 26 voti contrari (erano i voti sufficienti per bloccare la decisione). Ad un
certo punto alcuni Stati membri sollevarono una problematica relativa a questo meccanismo di voto. La problematica
era legata al rischio, con l’ingresso di 3 nuovi Stati, per gli Stati già membri all’interno dell’UE di perdere un potere di
controllo sulla maggioranza, perché allora alcuni Stati detenevano 10 voti e quindi bastavano due Stati e mezzo per
bloccare le decisioni, se invece si aumentava il numero di componenti dell’UE i voti di ogni Stato sarebbero scesi, e
quindi la minoranza di blocco avrebbe necessitato più Stati. Problematica risolta con un compromesso.
“Compromesso di Ioannina” (1995  nell’anno dell’entrata dei 3 nuovi Stati): se in seno al Consiglio nell’ambito di
una votazione a maggioranza qualificata sono raggiunti dai 23 ai 25 voti contrari alla decisione (voti che non
raggiungono numericamente la minoranza di blocco), uno Stato membro può chiedere al Consiglio di discutere
nuovamente la proposta al fine di raggiungere almeno 65 voti a favore, cioè una maggioranza più importante.
Quando lo Stato sente di perdere potere decisionale e di perdere il ruolo determinante nella vita dell’organizzazione
internazionale cerca sempre di avviare nuovamente il proprio potere, di mantenere il suo ruolo.
Con il Trattato di Nizza (da 15 a 25 Stati membri) l’organizzazione dei voti prevedeva un tetto massimo di 345 voti e la
maggioranza qualificata era raggiunta con 255 voti a favore della decisione.
Nel 2013, con la Croazia, il pacchetto totale di voti era di 352 voti e la maggioranza qualificata era raggiunta con 260
voti  ha funzionato fino al 1 novembre 2014 (aggiornamento con Lisbona).
Con l’entrata della Croazia, (352 voti complessivi e 260 per la maggioranza qualificata) nel Trattato si indicava che i
260 voti dovessero essere voti che esprimevano la maggioranza degli Stati o i 2/3 degli Stati membri. Fu introdotta la
possibilità di ottenere una doppia maggioranza a richiesta di un singolo Stato, cioè quei 260 voti potevano essere
anche espressione del 62% della popolazione dell’UE. Poiché i voti sono assegnati agli Stati in base al principio
demografico, a ciascun voto corrisponde un certo numero di cittadini. Tutti gli anni gli Stati devono tassativamente
comunicare all’UE il proprio numero di cittadini (proprio perché è fondamentale determinare il numero dei cittadini
dello Stato). Quindi si calcola se il numero di voti ricevuti corrisponde al 62% della popolazione. Questa verifica,
definita appunto “doppia maggioranza”, può essere richiesta da un singolo Stato  introdotta dal Trattato di Nizza e
usata fino al 1 novembre 2014. Questo meccanismo, laborioso e complicato, oggi non è completamente accantonato
ma potrebbe essere riportato in vita entro il 31 marzo 2017 su richiesta di un singolo Stato.
Dal 1 novembre 2014, con il Trattato di Lisbona, il meccanismo è stato semplificato. Non c’è più la suddivisione dei
voti in base al principio demografico, ma ogni Stato ha un voto e per avere la maggioranza qualificata si deve avere il
55% dei voti a favore della decisione, cioè almeno 16 voti a favore (quel 55% dei voti = 16 voti deve rappresentare il
65% della popolazione dell’UE). Quindi il Trattato di Lisbona ha fatto sì che la regola della doppia maggioranza sia la
regola per la maggioranza qualificata, e non più l’eccezione su richiesta di uno Stato. La minoranza di blocco c’è con
almeno 4 Stati membri (= 4 voti) contrari alla decisione. Se il Consiglio dell’UE non dovesse deliberare su proposta
della Commissione o dell’Alto rappresentante, allora la maggioranza qualificata viene elevata, cioè si richiede il 72%

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

dei voti a favore (che corrisponde a 20 voti a favore), e che esso rappresenti il 65% della popolazione dell’UE. Questa
procedura può essere superata se uno Stato richiede la procedura precedente (entro il 31 marzo 2017).
Dal 1 aprile 2017 probabilmente sarà abbassata la minoranza di blocco, in modo tale da raggiungere la maggioranza
con maggiore agevolazione.
Per quanto riguarda l’odierna modalità di voto, è stato introdotto un nuovo compromesso, il “Compromesso di
Ioannina 2”  se il 26% della popolazione o i ¾ degli Stati che costituiscono la minoranza di blocco manifestano una
forte opposizione alla decisione, il Consiglio, nonostante il numero di voti sufficiente a raggiungere la maggioranza,
deve riaprire la discussione per raggiungere una maggioranza superiore a favore della decisione.
Compiti del Consiglio dell’Unione europea:
- È il legislatore dell’UE, perché oggi condivide il ruolo di co-legislatore con il Parlamento europeo, ma in
passato era il vero legislatore;
- Adotta le norme giuridiche;
- Partecipa attivamente all’adozione del bilancio comunitario;
- Ha una funzione di controllo e di verifica sull’attività delle altre istituzioni, e può segnalare eventuali
inadempimenti e problematiche alla Corte di giustizia.

4) COMMISSIONE EUROPEA:
E’ l’istituzione che rappresenta e tutela gli interessi dell’Unione europea.
Gli articoli che si occupano della Commissione europea sono l’Art. 17 del Trattato sull’Unione europea, che la
definisce, e gli articoli dall’Art. 244 al 250 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che la disciplinano.
La Commissione europea è composta da un soggetto per ogni Stato membro. Tali soggetti devono essere
indipendenti dal proprio Stato di appartenenza. La Commissione europea si è dotata di codici di condotta specifici e
prevede cosa può essere fatto e cosa no dai commissari. Ogni commissario deve lavorare solo negli interessi della
Commissione, e ha il divieto di espletare attività all’esterno della Commissione, anche nel caso in cui tali attività
venissero espletate a titolo gratuito. Qualora invece un soggetto membro della Commissione europea dovesse venir
meno a questa caratteristica dell’indipendenza c’è il rischio che l’intera Commissione venga colpita da una mozione di
censura ad opera del Parlamento europeo; oppure il Presidente della Commissione ha il potere di chiedere al singolo
commissario di dare le proprie dimissioni.
Il numero totale di membri della Commissione europea è di 28 (28 membri per 28 Stati). In passato i membri della
Commissione erano 20 anche se gli Stati membri erano 15, proprio per dimostrare l’indipendenza dell’istituzione
dagli Stati. Con il Trattato di Nizza si è compreso che era necessario contenere il numero dei membri e si stabilì un
numero di 28 membri. Il Trattato di Lisbona sperava di ridimensionare il numero (numero inferiore rispetto ai
componenti dell’UE) per evidenziare l’indipendenza dagli Stati, ma non è stato possibile.
La procedura di nomina dei membri è una procedura articolata che vede una partecipazione del Consiglio europeo,
del Consiglio e del Parlamento europeo. Il primo soggetto individuato e scelto dal Consiglio europeo (a maggioranza
qualificata) è il potenziale Presidente della Commissione. La scelta ponderata dal Consiglio europeo deve tenere in
considerazione i risultati delle ultime elezioni del Parlamento europeo (valenza anche politica), infatti la nomina della
Commissione avviene sempre dopo l’elezione del Parlamento europeo. Una volta individuato il possibile presidente
della Commissione, egli deve presentarsi di fronte al Parlamento europeo ed esprimere il proprio programma,
esprimere che cosa vorrà fare dell’UE durante il suo mandato. Il Parlamento europeo può approvare o meno tale
potenziale presidente. Se non lo approva, il Consiglio europeo deve individuare un nuovo potenziale candidato.
Quando il presidente è approvato dal Parlamento europeo è necessario scegliere gli altri componenti della
Commissione. Sono scelti 26 membri dal Consiglio dell’UE, con l’accordo del neopresidente approvato. Il 28esimo è
l’Alto rappresentante (Art. 18 del Trattato sull’UE), che è scelto dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata con
l’accordo del presidente della Commissione. L’Alto rappresentante e i 26 membri si devono presentare di fronte al
Parlamento europeo. Nello specifico ogni potenziale commissario, a seconda della materia ad esso assegnata, si
presenterà di fronte alla Commissione permanente del Parlamento europeo competente e dovrà esprimere i propri
obiettivi, il suo percorso di lavoro (es. il commissario all’ambiente si presenta di fronte alla Commissione permanente
del Parlamento europeo che si occupa di ambiente). Se la Commissione permanente del Parlamento europeo non
approva il soggetto, tale soggetto viene sostituito e ne viene individuato un altro (es. accadde nel 2004 con

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Buttiglione che si presentò per diventare commissario, ma non piacque alla Commissione permanente del
Parlamento europeo che non lo approvò, e allora venne selezionata una nuova persona, che fu Frattini; quella
Commissione ci mise molto tempo per essere composta proprio per questo motivo). Una volta che i potenziali
candidati hanno espresso la loro posizione, il Parlamento europeo esprime un’approvazione collettiva sull’intera
Commissione europea. Cioè esso non approverà ogni singolo componente della Commissione ma darà
un’approvazione collettiva sul presidente e i suoi 27 commissari. Se non approva, i membri devono essere cambiati.
Per evitare di avere una non approvazione collettiva, quando ci si accorge che quel singolo candidato non convince il
Parlamento europeo allora si sostituisce solo quello prima di avere il voto collettivo del Parlamento europeo. La fase
di presentazione alle Commissioni permanenti è fondamentale, perché il Parlamento deve accettare tutti i
commissari al fine di dare un’approvazione collettiva su tutti i 28 soggetti. Una volta ottenuta l’approvazione
collettiva da parte del Parlamento europeo, c’è una formale nomina da parte del Consiglio europeo.
I commissari europei e il Presidente della Commissione hanno un mandato di 5 anni, rinnovabile (nelle altre istituzioni
invece, normalmente, il Presidente ha una durata dimezzata rispetto a quella degli altri membri). I commissari
possono dare le proprie dimissioni e in tal caso il presidente della Commissione può scegliere se sostituirli (nominare
dei sostituti) o meno (e quindi assorbire in seno del presidente stesso la materia della posizione mancante).
Vengono nominati 2 vicepresidenti. Da Lisbona in poi uno dei due ruoli di vicepresidente è dato d’ufficio all’Alto
rappresentante. L’Alto rappresentante si occupa della PESC (in cui le decisioni continuano ad essere prese
all’unanimità). Egli è un vicepresidente di diritto della Commissione europea, ma è anche il presidente di diritto del
Consiglio dell’UE Affari esteri. Quando il Consiglio dell’UE si riunisce in materia di affari esteri, quel Consiglio è
presieduto dall’Alto rappresentante della PESC. Questa situazione è particolare, perché il Consiglio dell’UE tutela gli
interessi degli Stati e invece la Commissione gli interessi dell’UE (due ruoli che paiono non coincidere, che paiono
contrastare). Egli è quindi una figura ibrida, perché è prestato a due istituzioni diverse che tutelano interessi diversi.
Le decisioni adottate dalla Commissione europea devono essere prese per definizione a maggioranza; in realtà la
Commissione è un ente che normalmente delibera all’unanimità dei propri componenti.
Ogni commissario si occupa di materie specifiche. Ognuno di essi ha una propria direzione generale, cioè un corpo di
studiosi e addetti alle materie specifiche. Ci sono 24 direzioni generali, cioè uffici preposti a studiare le tematiche che
vengono analizzate dalla Commissione europea, e sono preposti a formulare le proposte di norme giuridiche che la
Commissione elabora normalmente e invia al Consiglio e al Parlamento.
La Commissione ha un Segretario generale, che accoglie e riceve tutte le informative da indirizzare alla Commissione.
La Commissione europea è un organo che si riunisce almeno una volta a settimana. La sua sede è a Bruxelles.
3 funzioni della Commissione europea:
1. Funzione di iniziativa legislativa.
Il 90% delle norme giuridiche elaborate dall’UE partono su iniziativa della Commissione europea. La
Commissione fa partire la procedura, e non è coinvolta nella parte finale di adozione dell’atto. E’ una
funzione fondamentale e centrale (senza tale partenza gli atti legislativi potrebbero non essere adottati).
Le proposte di legge elaborate dalla Commissione europea saranno sicuramente a favore dell’UE, in quanto
istituzione che tutela gli interessi dell’organizzazione internazionale stessa.
Nell’ambito di questa funzione, la Commissione europea ha il potere di emanare atti non legislativi, atti
programmatici, che prendono il nome di “memorandum” o “libri bianchi”. Sono dei documenti di natura
programmatica, all’interno dei quali la Commissione non esercita potere legislativo, ma che sono adottati
dalla Commissione per dare indicazioni agli Stati su cosa devono fare, su come devono adoperarsi per
raggiungere gli obiettivi. (Per esempio uno dei più famosi libri bianchi adottato dalla Commissione europea
venne adottato in coincidenza dell’entrata in vigore dell’Atto Unico europeo, dove si diceva che si voleva
creare un mercato unico, interno; la Commissione europea in parallelo aveva redatto il libro bianco dove
diceva cosa sarebbe stato necessario fare per creare il mercato interno)
2. Funzione esecutiva.
Essa va distinta sotto due punti di vista: (1) la Commissione, nell’ambito di questa funzione, esercita un
potere di controllo in ordine alla corretta esecuzione/applicazione dei Trattati da parte degli Stati membri e
da parte delle istituzioni (questa attività le conferisce il nome di “guardiana dei Trattati”). Se la Commissione
riscontra una violazione o una non corretta applicazione dei Trattati, essa può chiamare in causa la Corte di
giustizia; (2) la Commissione europea ha la possibilità e il compito di dare esecuzione alle norme dell’UE. Può

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

capitare che il Consiglio adotti un atto legislativo, all’interno del quale si limiti ad indicare un obiettivo da
raggiungere, e in ordine alle modalità su come raggiungerlo indichi come competente la Commissione
europea, cioè delegando la funzione esecutiva alla Commissione europea. La Commissione ha quindi la
possibilità di adottare norme delegate, all’interno delle quali indica come dare esecuzione a tali norme. Tale
esecuzione è verificata comunque dal Consiglio, tramite dei Comitati nominati appositamente per
controllare l’operato della Commissione. Quindi la Commissione ha una funzione delegata.
Ne è un esempio il bilancio, cioè una volta che esso viene adottato, è la Commissione ad indicare come
dividere le entrate e le uscite a ciascuna istituzione dell’UE (fase esecutiva del bilancio delegata
espressamente alla Commissione europea).
3. Funzione di rappresentanza.
Il Presidente della Commissione europea è il soggetto che rappresenta l’UE nell’ambito della Comunità
internazionale. Quando l’UE si pone a confronto con altre realtà internazionali, cono Stati terzi, con
organizzazioni internazionali diverse, il soggetto che la rappresenta è il Presidente della Commissione. La
Commissione europea è detentrice della funzione di rappresentanza dell’UE. Per esempio è la Commissione
europea che negozia il testo dei Trattati.
Queste tre funzioni sono riassunte nell’Art. 17, comma 1.

5) CORTE DEI CONTI:


E’ un’istituzione nata all’interno della nostra organizzazione internazionale nel 1957, ed inserita formalmente come
istituzione con il Trattato di Maastricht nel 1992. E’ quindi un organo recente dell’UE.
La Corte dei conti è disciplinata dagli articoli 285, 286 e 287 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
E’ composta da un rappresentante per ogni Stato membro. Devono essere soggetti indipendenti dallo Stato di
appartenenza, devono essere soggetti che si adoperano esclusivamente nell’interesse dell’UE. I membri sono scelti
dal Consiglio, previa consultazione del Parlamento europeo. I membri durano in carica 6 anni e tra di loro individuano
un Presidente, che dura in carica 3 anni.
La funzione principale della Corte dei conti è quella di verificare la contabilità dell’Unione europea, l’attendibilità dei
conteggi operati dalle istituzioni. Non ha un potere sanzionatorio, cioè essa verifica e se riscontra delle
problematiche/irregolarità le può solo far presente. La Corte dei conti ogni anno è tenuta a produrre un
documento/una certificazione relativo all’affidabilità dei conti, cioè deve certificare la bontà dei conteggi.
E’ un organo che ha anche funzione consultiva, cioè viene interpellata ed è chiamata ad esprimere un parere su
determinate questioni. Può esprimere parere obbligatorio (è indicato espressamente dal Trattato che il Consiglio e il
Parlamento prima di adottare un atto debbano consultare la Corte dei conti) o parere facoltativo (non è indicato dal
Trattato, ma le istituzioni possono comunque scegliere di consultarla). ( vale per il parere di tutte le istituzioni)

6) BANCA CENTRALE EUROPEA:


E’ stata introdotta tra le istituzioni dell’Unione europea dal Trattato di Lisbona.

2 organi di carattere consultivo dell’Unione europea:


1- Comitato economico e sociale;
2- Comitato delle regioni.
Art. 13 del Trattato sull’UE, ultimo comma: “Il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione sono assistiti da un
Comitato economico e sociale e da un Comitato delle regioni, che esercitano funzioni consultive”. Quindi collaborano
direttamente con le istituzioni all’interno dell’Unione europea.
Essi non adottano atti legislativi, non adottano atti di natura vincolante. Questi due organi vengono consultati e l’atto
da loro prodotto è un parere. Anche qui si distingue parere obbligatorio da parere facoltativo. Parere: atto non
vincolante.
1- Comitato economico e sociale:
(Art. 301, 302, 303, 304 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Esso rappresenta all’interno dell’Unione europea le diverse categorie della vita economica e sociale degli
Stati membri. Quindi è un organo che al suo interno ha componenti che rappresentano gli agricoltori, gli
industriali, i lavoratori subordinati, gli artigiani, i commercianti, etc. Da ultimo sono stati introdotti dei
componenti che rappresentano i consumatori. Il Comitato economico e sociale è quindi un ente che porta il
parere, la voce, la posizione delle diverse categorie di cui è costituita la vita economica e sociale di ciascuno
Stato. Sono individuati soggetti per categorie.
Il numero massimo di membri è di 350. I membri sono nominati dal Consiglio che delibera all’unanimità
previa consultazione della Commissione europea. I membri vengono suddivisi tra gli Stati membri in base al
principio demografico. Essi durano in carica 5 anni, e al loro interno viene nominato un presidente che dura
in carica 2 anni e mezzo.
2- Comitato delle regioni:
(Art. 305, 306, 307 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)
Il suo numero massimo è di 350 membri. La sua particolarità è che, oltre a nominare i componenti, sono
nominati anche i loro supplenti (altri 350 soggetti). Per essere membro del Comitato delle regioni, il soggetto
deve essere titolare di un mandato elettorale all’interno dello Stato membro, cioè è necessario che detenga
un mandato nazionale all’interno dello Stato membro (Art. 300, numero 3: “Il Comitato delle regioni è
composto da rappresentanti delle collettività regionali o locali che sono titolari di un mandato elettorale
nell’ambito di una collettività regionale o locale o politicamente responsabile di mezzo dell’Assemblea
eletta”). Quindi non è un soggetto indipendenti dagli Stati, ma è un soggetto che deve avere un legame
elettorale specifico all’interno degli Stati con le realtà regionali o locali di quello Stato. La durata in carica dei
componenti, nominati dal Consiglio, è di 5 anni; il Presidente scelto dura in carica 2 anni e mezzo.
Anche il Comitato delle regioni ha funzione consultiva, cioè può esprimere solo pareri.
Il Comitato delle regioni, che nasce in un momento successivo rispetto al Comitato economico e sociale,
viene istituito nel 1994. Esso ha la possibilità di rivolgersi alla Corte di giustizia.

7) CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA:


E’ disciplinata dall’Art. 19 del Trattato sull’Unione europea, e in parte all’interno del Trattato sul funzionamento
dell’Unione europea.
Dal Trattato di Lisbona si fa riferimento ai 3 organi di natura giudiziaria previsti all’interno dell’UE. Quindi la Corte di
giustizia dell’Unione europea comprende:
1- Corte di giustizia (unica istituzione tra i 3);
2- Tribunale;
3- Tribunali specializzati.
La Corte di giustizia serve per far rispettare la corretta applicazione delle norme, e sanziona eventualmente chi non le
rispetta e le vìola. Art. 19 del Trattato sull’Unione europea: “La Corte di giustizia assicura il rispetto nell’applicazione
del Trattato”.
1- Corte di giustizia.
E’ composta da 28 giudici e da 8 avvocati generali. Sono 28 giudici perché è presente un giudice per ogni
Stato membro e sono scelti dai governi degli Stati membri di comune accordo (cioè vengono scelti
all’unanimità da parte degli Stati membri).
Il Trattato di Lisbona prevede che venga istituito un comitato composto da 7 ex membri della Corte di
giustizia, che, prima della scelta dei membri fatta dai governi degli Stati membri, esprimano un parere
favorevole o meno in ordine all’adeguatezza del candidato proposto. Quindi prima della formale nomina dei
giudici c’è la consultazione di un comitato. Questo serve al fine di permettere ai governi di andare
all’eventuale nomina con maggiore consapevolezza su chi andrà a nominare. (Art. 255 del Trattato sul
funzionamento dell’Unione europea).
I soggetti che possono essere nominati giudici della Corte di giustizia sono soggetti capaci che, all’interno dei
propri Stati membri, hanno le caratteristiche per poter rivestire le più alte cariche giurisdizionali.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

Il mandato in carica è di 6 anni, rinnovabile. Ogni 3 anni c’è un parziale rinnovo, per garantire sempre la
presenza di una Corte di giustizia e per garantire una continuità di lavori. Quindi non c’è un cambio di tutti i
28 giudici, ma ogni 3 anni vengono sostituiti 14 giudici.
I giudici, come già detto, sono scelti tra persone che all’interno degli Stati membri possono rivestire le più
alte cariche dello Stato. I giudici, una volta nominati, devono garantire totale indipendenza dallo Stato di
appartenenza; devono lavorare esclusivamente negli interessi della istituzione, e dell’organizzazione
internazionale (organo collegiale di individui).
Gli 8 avvocati generali che compongono la Corte di giustizia sono scelti dai governi degli Stati membri di
comune accordo. Devono essere soggetti con note capacità e conoscenze giuridiche, quindi soggetti che
all’interno degli Stati membri possono rivestire le più alte funzioni giurisdizionali. Durano in carica 6 anni;
ogni 3 anni c’è un parziale rinnovo.
L’avvocato generale non fa l’avvocato all’interno della Corte, cioè non difende nessuno davanti alla Corte di
giustizia. Esso è definito “amicus curiae” (=amico della Corte), esso affianca i giudici e li aiuta nel prendere le
decisioni. Una volta gli avvocati generali venivano coinvolti in tutti i procedimenti che venivano proposti
davanti alla Corte di giustizia; dal Trattato di Nizza in poi, invece, vengono coinvolti solo in alcuni dei
procedimenti. L’avvocato generale quindi si affianca ai giudici, studia insieme a loro la causa e prospetta alla
Corte una soluzione della vicenda (cioè come lui risolverebbe il problema).
Il documento formale attraverso il quale l’avvocato generale esprime la propria posizione porta il nome di
“Conclusione dell’avvocato generale”. E’ un documento scritto depositato agli atti, è utile per la Corte e
viene inserito nel fascicolo. L’avvocato quindi non risolve la causa ma prospetta una possibile soluzione.
La Corte di giustizia possiede un presidente, che viene nominato tra i giudici, e ha un mandato di 3 anni,
rinnovabile.
All’interno della Corte di giustizia troviamo anche una figura importante che è quella del Cancelliere. Esso
una sorta di segretario dei giudici, gestisce i fascicoli in quanto tali, gestisce la segreteria dei magistrati. E’
una figura fondamentale perché riceve gli atti depositati e registra il deposito di tali documenti. Questa
figura non è una novità dell’UE, ma qualsiasi sezione di tribunale possiede i propri cancellieri; è una figura
nota ed esistente nell’ambito giudiziario. E’ colui che riceve tutti i ricorsi promossi e che vengono inviati alla
Corte stessa.
I 28 giudici vengono suddivisi in sezioni, in base a diverse materie (es. sezione per la concorrenza, sezione per
la circolazione delle persone). Ogni sezione ha la sua specializzazione, e può essere composta da 3, 5 o 15
giudici, a seconda della materia e della quantità di cause che ci sono su tale argomento. Può capitare che la
Corte di giustizia sia chiamata a decidere in “grande sezione” (composta da 13 giudici); questo è il caso di
quando ci sono cause di particolare gravità o interesse, oppure cause in cui si riscontrano posizioni diverse
adottate dalla Corte di giustizia. Non è un meccanismo unico dell’UE, ma di tutti i tribunali nazionali.
Gli atti adottati dalla Corte di giustizia sono:
1)Sentenze: documento scritto finale di un processo. Si tiene un processo davanti alla Corte di giustizia e
all’esito essa chiude il procedimento con una sentenza;
2)Ordinanze: documento scritto che serve per regolare l’andamento del processo. E’ un documento scritto
che la Corte di giustizia emana per regolare la procedura (es. attraverso ordinanza la Corte ammette dei
testimoni oppure no).
2- Tribunale.
E’ un organo nuovo dell’UE, istituito/creato con l’Atto Unico europeo. La prima sessione formale del
Tribunale si tenne nel 1989. In allora si chiamava Tribunale di primo grado, da dopo Lisbona invece si parla
solo di Tribunale.
I giudici che compongono il Tribunale sono almeno 1 per ogni Stato (oggi sono 1 per ogni Stato=28 giudici).
Essi devono essere scelti tra soggetti che garantiscono conoscenze giuridiche di alto livello e che all’interno
degli Stati membri possono rivestire le più alte funzioni giurisdizionali. I giudici del Tribunale, una volta
nominati, devono garantire un’assoluta indipendenza dallo Stato di appartenenza. Sono nominati dal
Consiglio, ovvero dai governi degli Stati membri di comune accordo, e hanno un mandato di 6 anni; dopo 3
anni parzialmente rinnovati.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

La particolarità è che all’interno del Tribunale non ci sono gli avvocati generali, ma, quando c’è necessità, a
turno uno dei giudici svolge il ruolo/la funzione di avvocato generale.
Anche il Tribunale ha un proprio presidente e un proprio cancelliere.
3- Tribunali specializzati.
Sono disciplinati dall’Art. 257 del Trattato sul funzionamento dell’UE.
Vennero introdotti con il Trattato di Nizza, e fino ad allora prendevano il nome di “Camere giurisdizionali”.
Con il Trattato di Lisbona vengono invece indicati con il nome di “Tribunali specializzati”.
Ad oggi è stato creato un unico tribunale specializzato che è il “Tribunale della funzione pubblica europea”,
nato nel 2004, e che si occupa esclusivamente delle questioni relative ai dipendenti dell’UE e all’UE stessa
identificata come datore di lavoro.
Art. 257: “Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria,
possono istituire Tribunali specializzati affiancati al Tribunale e incaricati di conoscere il primo grado di
talune categorie di ricorsi proposte in materie specifiche”.
La nascita del Tribunale di primo grado fu ritenuta necessaria perché, nel corso del tempo, i ricorsi proposti di fronte
alla Corte di giustizia si erano moltiplicati, e quindi la Corte di giustizia era oberata di lavoro, e non riusciva a smaltire
tali ricorsi. Allora si ritenne utile e importante creare una nuova realtà giurisdizionale (Tribunale) per cercare di
alleggerire il lavoro della Corte.
La seconda ragione che ha portato alla nascita e alla crescita di queste realtà giurisdizionali e che ha costituito un
valore aggiunto all’UE era di natura giuridica. Le sentenze pronunciate dal Tribunale (di primo grado) e quelle
pronunciate dal Tribunale specializzato non sono sentenze definitive, ma possono essere sottoposte ad un controllo.
Quindi sono sentenze che possono essere impugnate avanti un organo giudiziario superiore. Perciò la nascita di
diverse realtà giudiziarie all’interno dell’UE ha permesso anche di creare questo meccanismo di controllo che ha
permesso di introdurre un doppio grado di giudizio  le sentenze del Tribunale e dei Tribunali specializzati non sono
definitive, quindi la causa può essere rivalutata da un organo superiore, e sullo stesso processo abbiamo due autorità
giudiziarie che si pronunciano. Questo meccanismo è definito “doppio grado di giudizio”. L’organo di controllo sulle
sentenze del Tribunale specializzato è il Tribunale, quindi avverso una sentenza del Tribunale specializzato può essere
proposta impugnazione avanti il Tribunale (=le sentenze del Tribunale specializzato sono controllate dal Tribunale).
Avverso invece le sentenze del Tribunale può essere presentata impugnazione avanti la Corte di giustizia (=le
sentenze del tribunale sono controllate e rivalutate dalla Corte di giustizia). In questo modo abbiamo un doppio grado
di giudizio. Non è una novità dell’UE (es. nei tribunali italiani ci sono 3 gradi di giudizio). E’ un sistema a tutela e a
garanzia di una corretta applicazione del diritto.
La Corte di giustizia ha due diverse tipologie di competenze, di natura:
(1) giudiziaria/contenziosa
(2) non contenziosa.
“La Corte di giustizia è competente a garantire la corretta applicazione del Trattato e delle norme (competenze
contenziose) e una corretta interpretazione delle norme (competenze non contenziose)”.
A seconda della materia, che sia contenziosa o non contenziosa, c’è un diverso tipo di procedimento.
(1) Si fa riferimento a competenze di natura contenziosa fanno quando c’è un soggetto che si lamenta dell’operato di
un altro soggetto e la Corte di giustizia è chiamata a valutare la vicenda e se ha ragione l’attore (colui che accusa/si
lamenta) o il convenuto (colui che è accusato).
(2) Per quanto riguarda le competenze non contenziose, la Corte di giustizia è chiamata ad esprimere
un’interpretazione delle norme del Trattato. Essa non valuta se ha ragione l’attore o il convenuto, non è chiamata ad
esprimersi in merito alla vicenda, ma è chiamata esclusivamente a dare un’interpretazione delle norme.
(1) Per quanto riguarda le competenze contenziose si parla di “ricorsi diretti”.
(2) Per quanto riguarda le competenze non contenziose si parla di “rinvii pregiudiziali”.
(1) Ricorso diretto: esso nasce con la presentazione di un’accusa da parte dell’attore in forma scritta. E’ un documento
scritto che viene inviato alla Corte di giustizia. Il Cancelliere riceve il ricorso e gli assegna un numero di causa (ogni
ricorso è identificato con c-numero/anno di presentazione). (Il meccanismo è uguale anche a livello di Stato italiano)
Il cancelliere notifica il ricorso al convenuto (all’accusato), cioè gli invia il ricorso cartaceo. Il ricorso, una volta
notificato, viene poi pubblicato sulla gazzetta ufficiale (viene reso noto a tutti gli Stati). Il convenuto deposita il suo
controricorso (documento scritto in cui risponde alle accuse a lui mosse dall’attore). L’attore può presentare una

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)


lOMoARcPSD|10096891

memoria di replica, e il convenuto una memoria di controreplica. (Fase scritta: scambio di documenti tra attore e
convenuto tramite la cancelleria della Corte di giustizia)
Fase orale: caratterizzata dalle udienze (sono udienze pubbliche, qualsiasi cittadino dell’UE può presenziare).
Prima udienza: caratterizzata dall’intervento di uno dei giudici della sezione, che è stato incaricato di essere il giudice
relatore. Il suo compito è quello di studiare tutta la causa, tutti i punti mossi dall’attore e quelli mossi dal convenuto.
Egli predispone una relazione che, alla prima udienza, espone oralmente agli altri giudici illustrando l’oggetto della
controversia.
Seconda udienza: detta “udienza di acquisizione prove”. Avviene quando è necessaria l’acquisizione di nuove prove,
di nuovi documenti. (E’ definita fase istruttoria)
All’esito della fase istruttoria abbiamo l’intervento dell’avvocato generale, che esprime oralmente la propria
conclusione e deposita l’atto del proprio procedimento nel fascicolo. La conclusione dell’avvocato generale potrà
essere condivisa o meno dalla Corte (non è vincolante per la Corte). La Corte si ritira in Camera di Consiglio, in cui
deciderà a chi dare ragione e in cui adotterà la propria decisione.
Viene fissata un’udienza successiva, nell’ambito della quale i giudici della Corte leggono il dispositivo della sentenza
(esprimono la loro sentenza).
(2) Rinvio pregiudiziale: perché esso possa esistere deve esistere un procedimento a livello nazionale. Deve esistere
un procedimento che vede la partecipazione di un giudice, di un attore e di un convenuto. Può capitare che il giudice
nazionale, di fronte ad una causa, si renda conto di non poter pronunciare sentenza perché ha bisogno di interpretare
correttamente una norma di diritto dell’UE. Il giudice nazionale non è abilitato a interpretare le norme di diritto
dell’UE. Il giudice, in tal caso, deve sospendere con ordinanza il procedimento nazionale e mandare alla Corte di
giustizia il proprio rinvio pregiudiziale, all’interno del quale deve illustrare la controversia e chiedere alla Corte come
interpretare la norma dell’UE al suo interno. Questo rinvio pregiudiziale arriva in cancelleria della Corte. Tale
problematica sollevata dal giudice nazionale viene comunicata dal cancelliere a tutti gli Stati membri e a tutte le
istituzioni, che hanno tempo 2 mesi per depositare le loro considerazioni nel fascicolo. Il rinvio pregiudiziale viene poi
pubblicato sulla gazzetta ufficiale (serve ai cittadini, perché gli Stati erano già stati informati). Poi, dopo i due mesi,
inizia la fase orale. Quindi c’è un giudice relatore che nella prima udienza espone i fatti, un’eventuale seconda udienza
per l’acquisizione delle prove (fase istruttoria), le conclusioni dell’avvocato generale, la Camera di Consiglio dei giudici
e la pronuncia della sentenza. La Corte di giustizia comunica la sentenza al giudice nazionale, che deve riaprire il
procedimento nazionale e decidere conformandosi al contenuto della sentenza di Corte.

Downloaded by Eleonora Negro (eleonora.negro467@edu.unito.it)

Potrebbero piacerti anche