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Isaak Babel, la ricerca di un nuovo universalismo

. “Che cosa ha studiato, l’ebreo?

– La Bibbia.

– E che cosa cerca l’ebreo?

– La gioia.” (Il rabbino)

“L’armata a cavallo”i è una raccolta di 35 brevi racconti che


raccontano le gesta della prima armata della Cavalleria sovietica di
Semyon Budennyi durante la guerra sovietico-polacca.
Babel era un corrispondente di guerra al seguito della cavalleria
sovietica. La guerra sovietico-polacca, che si protrasse fino al 1921,
fu un capitolo militare strettamente connesso alla guerra civile interna
alla giovane repubblica sovietica nata dalla rivoluzione del 1917, e
venne combattuta dall’Armata rossa contro le forze
controrivoluzionarie bianche dei generali zaristi e dei nemici esterni
(polacchi e ucraini). Fu un tentativo fallito di esportare la rivoluzione
oltre i confini della Russia.
Babel pubblicò i suoi racconti dapprima su varie riviste e periodici
sovietici, anche sulla Pravda, tra il 1923 e il 1925. I racconti furono
raccolti in volume nel 1926. Molti altri racconti vari ed inediti toccano
gli stessi temi dell’Armata a cavallo. Il libro, d’altra parte, non è un
semplice resoconto di eventi bellici o una cronaca della condizione
degli uomini in guerra, tra stupri, fucilazioni, sciabolate di cosacchi,
fame, disperazione.
Il libro ha l’ampio respiro di un’epopea, con forti declinazioni
simboliste ed è scritto con una lingua apparentemente sincopata,
densa, preziosa, finemente cesellata. Cede spesso al fantastico,
all’evasione, ed è molto lontano dal registro del realismo. “I soldati
movevano cantando dietro a loro [Vorosilov e Budennyj], e un pallido
acciaiobrillava nel siero acquoso di un sole autunnale”, Cesnicki).
Ne "L'armata a cavallo" la battaglia è sempre un evento funereo, un
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"velo" che si avvicina...l'annunzio è il gelo della morte, così vicina


nella sua imminenza. Le figure rappresentative delle religioni, siano
essi cristiani o ebrei, non si distinguono dagli altri uomini.
La guerra che li circonda è vista soprattutto come lutto, crudeltà e
morte, teatro della stupidità, della vigliaccheria, della bestialità
dell'uomo, con pochi esempi di fraternità e solidarietà.
Al tempo stesso è celebrata come un'impresa epica, una lotta contro
l'impossibile. Il nemico è "il serpente che ci attanaglia". Ma nelle file
rosse c'è amicizia tra i commilitoni e i comandanti (Budennyi e gli
altri) che assumono il ruolo di eroi omerici. Il mondo contadino è
estraneo alla guerra, in quanto lo è alla storia, legato alle credenze
magiche appena appena nascoste sotto la scorza della fede cristiana
ortodossa ed offre soltanto qualche caso di santità, come il pastorello
Sashka il Cristo, che si arruola nelle file della cavalleria rossa.
Si descrivono diversi personaggi tipici del mondo russo e polacco, un
po' come avviene nelle Memorie di un cacciatore di Turgenev, ma in
modo spesso fantastico, bizzarro, in una dimensione trasfigurata della
realtà che ricorda talvolta le narrazioni di Bulgakov. L’opera riprende il
mito dei Cosacchi, già presente in Puskin, Gogol, Lermontov, Tolstoj,
ma questa volta l’interesse prevalente è ideologico. La passione
rivoluzionaria spinge l’autore a schierarsi contro i nemici del
bolscevismo:nobili polacchi, nazionalisti ucraini, preti e gesuiti
cattolici, ebrei tradizionalisti ed apostati, settari e scismatici. I
simboli religiosi in particolare e le vecchie fedi legate al passato sono
l’oggetto di una dissacrazione e di una critica sulfurea, che raggiunge
la blasfemia nei confronti del cristianesimo, come nel racconto Il
peccato di Gesù, 1924. Accanto a questo aspetto gioca un ruolo
importante l’ironia, di cui la violenza rivoluzionaria è per così dire
l’esecutrice. È dunque una violenza dissacratoria (cfr. La mia prima
oca) e in apparenza nemica di ogni fede religiosa (cfr. Il rabbino) a
sostenere la scrittura preziosa, turgida, estremamente concentrata e
insieme mobile di Babel, che, com’è stato notato, spesso si avvicina
a quella del formalista V. Sklovskij del “Viaggio sentimentale.
Memorie 1917-1922”. In realtà l’autore, sotto il nome Ljutov (K.
Ljutov è lo pseudonimo che Babel corrispondente di guerra usava per
i suoi articoli sul Cavalleggiere rosso) che è l’alter ego narrante dei
racconti dell’Armata a cavallo dichiara le sue posizioni: è schierato
con la rivoluzione secondo l’interpretazione di Trockij, più volte
nominato insieme a Lenin e Vorosilov.
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Una folla di personaggi popola i racconti, da Pan Apolek, prete


fuggiasco in compagnia del suonatore cieco Gottfried, i cui dipinti
sacri prendono in prestito i volti da personaggi locali discutibili a
Gedali, al rabbino Motale e suo figlio Elia, a Budennyi e Kolesnikov,
Saska il Cristo, Pavlicenko (Timoshenko), il cosacco vendicativo
Prishepa, Khlebnikov. Konkin, il traditore Maslakov, il capoplotone
Afon’ka Bida, il “babbino” anarchico Machno, il diacono finto sordo
Ageev, Balmascev, Saska la grassa, dama di tutti gli squadroni e
Tichomolov il cosacco del Terek che uccide i prigionieri. Viene
rievocato il mondo delle bettole ebraiche, delle taverne polacche, delle
credenze degli scismatici e dei settari delle sette cristiane e
dell’ebraismo chassidico (“Il chassidismo teneva stretti in soffocante
prigionia quell’attiva popolazione di bettolieri, di merciaioli e di
sensali” (Berestecko), i collaboratori del Cavalleggere rosso (Di sera),
i personaggi del mondo contadino, della Volinia e della Galizia,
animati da sentimenti tradizionalisti o infiammati dall’odio di classe
(“”I contadini accorrevano di buona voglia alla chiamata [nella fanteria
dell’Armata a cavallo], e si battevano con zelo straordinario. La loro
ansimante ferocia contadina meraviglia perfino gli uomini di
Budennyi Il loro odio per i proprietari polacchi era costituito di
materiale di scarsa apparenza, ma solido” (Afon’ka Bida), le figure
della classe nobiliare e proprietaria polacca e ucraina e i fanatici
dell’antisemitismo:
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“Il polacco è un cane malvagio. Afferra l’ebreo e gli strappa la


barba”, Gedali.
La perfezione nella misura della scrittura e l’efficacia dello
straniamento metaforico si raggiunge con il racconto Il figlio del
rabbino. Babel scrive con la precisione di un talmudista e
l’immaginazione del sognatore, del cabalista. Il rapporto
complesso, ambiguo ma essenziale, con il giudaismo diventa così
il cuore della sua esperienza di militante dell’Armata a cavallo ma
viene nel testo mantenuto sullo sfondo, mentre diventa il corpo
della narrazione autobiografica nei Racconti di Odessa e in altri
racconti come Sabos-Nachmu, dove le tradizioni popolari ebraiche
sono descritte secondo la modalità dei racconti popolari russi.
Nei racconti dell’infanzia (Storia della mia colombaia) il rapporto
profondo con il giudaismo non si distingue dal rapporto con le
figure parentali, i toni diventano iperbolici e fiabeschi. Babel è
critico verso l’osservanza dei precetti e condivide il punto di vista
di un ebreo assimilato alla cultura russa. Il polo della memoria e la
ricostruzione dell’infanzia stringono il complesso rapporto che
lega Babel all’ebraismo.
Nella sua devozione agli ideali rivoluzionari comunisti Babel
cerca la sua redenzione messianica attraverso icone della
mitologia ebraica e cristiana.
Il giudaismo non è focalizzato soltanto in rapporto alla lotta di
classe e allo scontro tra rossi e bianchi nella guerra civile come uno
dei mondi in conflitto (pur se lacerato in sé stesso e sterile sulla
scena della storia). Esso senza dubbio rappresenta la costellazione
d’origine della scrittura di Babel. Nel racconto Sabos-Nachmu, che
ha come protagonista l’ebreo povero Gersele di Ostropol, l’autore
fa i conti in modo diretto e profondo con un ebraismo magico e
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visionario, accompagnando la sua ricerca con un pizzico di ironia,


che appartiene alla storia della sua spiritualità.

Sembra opportuno confrontare la scrittura di Babel con quella di


Solokov. Solokov attinge alle sorgenti profonde de sentimento
attraverso la descrizione di eventi storici e di eventi naturali, così
che il suo realismo alimenta il suo lirismo. In Babel il preziosismo
delle metafore elimina ogni possibilità descrittiva intesa come
passiva riproduzione del flusso degli eventi. Quello di Babel è un
lirismo trattenuto ma intenso, che deve soddisfare la curiosità
dello spirito prima ancora del riconoscimento di oggetti e persone.
È un mondo trasfigurato, come quello di Bulgakov, che apre
squarci sul fiabesco, sul mondo incantato cifrato nei quadri di
Chagall. È assente nella scrittura di Babel la funzione pedagogica e
scientifica del realismo letterario. Questi racconti formano un
poema epico che non celebra le gesta straordinarie di eroi, ma la
loro vita ordinaria, la loro umanità insieme crudele e sublime. Si
tratta di un realismo che non tarpa le ali all’immaginazione. I
racconti sollevano lo sguardo sulla vita quotidiana dei combattenti
e dei loro nemici, sull’ambiente sociale in cui agiscono, devastato
dalla morte e dalla distruzione bellica. Questi brevi testi sono
collegati da un filo come perle di una collana e sono connessi
l’uno all’altro secondo una precisa composizione. Lo sguardo
sulle cose non è cinematografico, è frantumato ma acuto. È un
mondo popolato di rabbini, di intendenti, di mendicanti, di
mercanti, di osti e di soldati, di donne cosacche e polacche,
infermiere sovietiche, degenerati (Prisepa), cavalli (Storia di un
cavallo), comandanti, musicisti, pittori, girovaghi, sradicati, preti,
diaconi, rinnegati. La furia giocosa e terribile della rivoluzione
trionfa sempre su tutto e tutti:
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“andiamo a morire per un cetriolo e per la rivoluzione mondiale”


(p.72).
Questo stuolo numeroso di tipi, di gesta, di caratteri umani
diventano un’orchestra che suona sotto il cielo plumbeo della
guerra e avanza rappresentando il suo spettacolo. Il conflitto che
lacera questi mondi si scatena: il mondo cosacco unito dalla
tradizione, il mondo cattolico, dei proprietari terrieri, dei nobili e
dei preti polacchi in fuga all’arrivo delle truppe sovietiche, il
mondo dei villaggi ebraici dell’Europa orientale (Lezione sulla
Tacanka) descritto da J. Roth in Ebrei erranti (1927), il mondo
chiuso del chassidismo (cfr. Il caposquadrone Trunov) e delle
dispute con gli ebrei ortodossi, il mondo dei vagabondi e dei
delinquenti. La rivoluzione offre la materia e la forma di un nuovo
messianismo storico. L’obiettivo ultimo è la “rivoluzione
mondiale” (p.106), quella necessaria trasformazione della storia
universale di cui l’Armata a cavallo vuole testimoniare l’epopea.

Babel cerca un terreno solido su cui costruire un nuovo


universalismo che assuma una forma laica, storica, quella
dell’internazionalismo e degli ideali socialisti.
L’internazionalismo cui mira non può confondersi con un ideale
astratto. Deve prendere avvio da una o più tradizioni e sollevarle
in alto. Nel cuore di Babel la rivoluzione sovietica era una nuova
lingua universale, nella quale si poteva tradurre la vita dei popoli e
dalla quale ci si poteva aspettare la redenzione per tutti. Essa
poneva per la prima volta il compito di realizzare l’universalismo,
il riconoscimento reciproco e la comunicazione tra le culture. La
sua condizione di ebreo russificato lo spingeva oltre i limiti
dell’educazione ebraica, in cui era immersa la sua infanzia. Ma in
larga parte la sua scrittura è ancora una resa dei conti con la
sequenza di memoria della sua infanzia ad Odessa. Il suo codice
personale restava ebraico, legato per mille fili d’oro all’ebraismo
essenziale e al suo alone di mito e di magia popolare, ma fuori del
settarismo e dalle fantasticherie dello chassidismo. La cultura
russa significava prima di tutto il cristianesimo ortodosso e le sue
attese escatologiche. Per Babel il cristianesimo, nella versione
cattolica-occidentale, è la religione dei contadini arretrati e delle
classi dominanti, mentre il messianismo che agitava il suo animo
presenta tensioni ebraiche. Ma i toni messianici sono riferiti a
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eventi storici, al II Congresso dell’Internazionale comunista (che


fu il suo vero congresso di fondazione) e alla guida della dirigenza
sovietica nel movimento mondiale della rivoluzione. Babel mira ai
punti di saldatura in cui una tradizione entra in contatto e si
innesta nel tessuto di un’altra cultura:
“Qui c’erano tutti in un mucchio i mandati dell’agitatore e gli appunti del poeta giudeo. I
ritratti di Lenin e di Maimonide giacevano accanto. Il ferro nodoso del cranio di Lenin e
la seta scura dei lineamenti di Maimonide. Una ciocca di capelli da donna era acclusa
all’opuscolo nei decreti del VI congresso del partito, e nei margini delle pagine
comuniste s’allineavano le righe contorte dei versi in ebraico”. (Il figlio del rabbino)

In questa visione del rapporto tra le culture la sinergia si alimenta


della differenza e produce l’energia propulsiva dei cambiamenti
sulla scena della storia e nella vita vissuta degli uomini.

i
Isaak Babel, L’armata a cavallo, Racconti di Odessa, Racconti
vari editi e inediti, trad. G. Pacini, Edipem, Novara, 1974.

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