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Nícholas Sparks

LE PAGINE DELLA NOSTRA VITA

Traduzione di Lisa Morpurgo


FRASSINELLI EDITORE

The Notebook
Copyright 1996 by Nicholas Sparks
This edition published by arrangement
with Warner Books, Inc., New York, New York USA
All rights reserved

Copyright 1996 Edizioni Frassinelli


ISBN 88-7684-415-5 86-1-96
Nicholas Sparks, autore americano della nuova generazione, vive
nel South Carolina con la moglie e due figli. Questo suo primo
romanzo, tradotto in venti lingue, è già diventato un caso
editoriale.

Questo romanzo è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e


avvenimenti sono frutto dell'immaginazione dell'autore e sono usati in
chiave fittizia. Ogni somiglianza con persone esistenti o esistite,
fatti o località è puramente casuale.

Le poesie di Walt Whitman citate nel testo, appartengono tutte alla


raccolta Foglie d'erba.

Questo libro è dedicato con amore


a Cathy,
mia moglie e mia amica.
INDICE.
Ringraziamenti

Miracoli

Fantasmi

Riunione

Telefonate

Kayak e sogni dimenticati

Acqua di fiume

Cigni e temporali

Tribunali

Una visita inaspettata

Il bivio

Una lettera dal passato

Un inverno per due


Ringraziamenti.

Vorrei ringraziare due persone molto speciali che mi hanno aiutato a


scrivere questa storia così come la leggerete ora.
Theresa Park, l'agente che mi ha strappato all'oscurità. Grazie per
la tua gentilezza, per la tua pazienza, per le molte ore di lavoro
che mi hai dedicato. Ti serberò eterna riconoscenza per tutto ciò che
hai fatto.
E Jamie Raab, il mio editor. Grazie per la tua saggezza, per il tuo
umorismo, per il tuo buon carattere. Mi hai fatto vivere una
splendida esperienza e sono felice di esserti amico.

Miracoli.

Chi sono io? E come finirà, mi chiedo, questa storia?


Il sole è sorto e siedo accanto al vetro della finestra appannato dal
fiato di una vita scivolata via. Sono un vero spettacolo stamattina:
due camicie, calzoni di panno pesante, una sciarpa avvolta a doppio
giro attorno al collo e infilata nel maglione fatto a mano da mia
figlia trenta compleanni fa. Il termostato in camera mia è regolato
sul livello massimo e ho una piccola stufa piazzata proprio alle
spalle. Sibila e geme e sputa aria calda come il drago di una favola,
e tuttavia il mio corpo trema di freddo, un freddo di cui non
riuscirò mai a liberarmi, un freddo che ha impiegato ottant'anni per
consolidarsi. Ottant'anni, a volte ci penso, e sebbene abbia
accettata la mia età, mi stupisce ancora questo gelo nelle ossa che
non mi abbandona più da quando George Bush era presidente. Chissà se
capita la stessa cosa a tutti gli ottantenni.
La mia vita? Difficile definirla. Non è stata il trionfo spettacolare
che avevo immaginato, ma non sono nemmeno rimasto sepolto in un buco
come una talpa. Potrei fare un paragone con un portafoglio di
Bluechips: titoli di Borsa solidi, tendenti più al rialzo che al
ribasso e che si valorizzano gradualmente nel corso degli anni. Un
buon investimento, un investimento fortunato, e ho imparato che non
tutti possono dire altrettanto della loro vita. Ma non fraintendetemi.
Non sono nulla di speciale, su questo punto non ho dubbi, un uomo
come tanti che la pensa come tanti e ha vissuto come tanti. Non mi
hanno dedicato monumenti e il mio nome sarà presto dimenticato, ma ho
amato qualcuno con tutto il mio cuore e con tutta la mia anima, e lo
considero un dono che mi ha colmato.
Per i romantici questa è una storia d'amore; i cinici la
definirebbero una tragedia. Nella mia mente è un po' tutt'e due le
cose, e comunque si voglia interpretarne la fine, non cambia il fatto
che ha coinvolto una grande parte della mia esistenza determinando la
via da seguire. Non rimpiango tale scelta e i luoghi dove mi ha
condotto; esistono altri rimpianti, quanto basta per riempire una
tenda da circo; ma la via prescelta era quella giusta, non avrei
potuto accettarne una diversa.
Il tempo, purtroppo, non agevola il cammino. Il sentiero si allunga
davanti a me diritto come sempre, ma ingombro di massi e di terriccio
franoso accumulatosi nel corso di una vita. Fino a tre anni fa potevo
ignorarli, ma ora mi è impossibile. Un malessere percorre rullando
tutto il mio corpo, mi mancano forza e salute e trascorro i
giorni come un pallone dimenticato in un canto dopo una festa:
inerte, grinzoso e sempre più sgonfio.
Tossisco, e con un'occhiata un po' strabica controllo l'orologio. É
tempo di andare. Mi alzo dalla poltrona accanto alla finestra,
attraverso la stanza strascinando i piedi e mi fermo accanto alla
scrivania per prendere il taccuino che ho letto centinaia di volte.
Non lo sfoglio nemmeno e me lo infilo sotto un braccio per proseguire
il mio cammino verso il luogo dove devo andare.
I miei piedi si posano su un pavimento di piastrelle bianche
chiazzate di grigio. Come i miei capelli e quelli di quasi tutti gli
ospiti qui, sebbene stamattina io sia l'unico a percorrere il
corridoio. Sono tutti nelle loro stanze, soli, con la televisione.
Ma, come me, ci sono abituati. Una persona si abitua a tutto, se le
si dà tempo a sufficienza.
Odo l'eco soffocata di singhiozzi in distanza e so esattamente chi
sta singhiozzando. Poi le infermiere mi vedono e ci sorridiamo
scambiandoci saluti. Sono amiche mie e parliamo spesso, ma di certo
si pongono domande su di me e su ciò che sopporto volontariamente
ogni giorno. Le sento sussurrare mentre passo: «Eccolo che ci va
ancora... speriamo che finisca bene». Ma con me non affrontano
direttamente l'argomento, forse pensano che mi ferirebbe parlarne
così presto al mattino e, da come mi conosco, credo abbiano
probabilmente ragione.
Un minuto dopo raggiungo la camera. La porta è rimasta spalancata per
me, come sempre. Dentro ci sono altre due infermiere e anche loro
sorridono quando mi vedono. «Buongiorno», dicono con voci allegre, e
io chiedo notizie dei loro bambini, dei voti a scuola e delle
imminenti vacanze. Le nostre voci si incrociano al di sopra dei
singhiozzi. Sembra che le infermiere non ci facciano caso, forse non
li sentono più. Ma capita anche a me, se è per questo.
Poi siedo nella poltrona che ha ormai assunto la mia forma. Le
infermiere stanno completando il loro lavoro, lei ormai è vestita, ma
continua a piangere. Si calmerà un po' quando quelle due se ne
saranno andate, lo so. L'eccitazione del mattino la sconvolge sempre
e oggi non fa eccezione. Finalmente la tapparella è rialzata e le
infermiere escono, sorridendomi di nuovo e sfiorandomi una spalla. Mi
chiedo che cosa significhi.
Mi siedo e la fisso per un secondo, ma non risponde al mio sguardo.
Comprensibile, perché non sa chi io sia. Uno sconosciuto, per lei.
Poi, voltandomi, piego il capo e prego in silenzio per ottenere la
forza di cui avrò bisogno. Ho sempre creduto fermamente in Dio e nel
potere della preghiera, anche se, per essere sincero, la fede mi ha
suggerito una serie di domande per le quali esigo assolutamente una
risposta quando me ne sarò andato.
Ci siamo. Via gli occhiali, la lente di ingrandimento sfilata dalla
tasca. La poso sul tavolo mentre apro il taccuino. Devo leccare due
volte il mio dito nocchiuto per aprirlo alla prima pagina. Poi metto
a fuoco la lente.
C'è sempre un attimo, prima che io cominci a leggere, in cui il mio
cervello turbina e mi chiedo: Accadrà oggi? Non lo so, non so mai
nulla in anticipo, e nel più profondo di me so che non importa. É la
possibilità, non la garanzia, quella che mi fa andare avanti. Una
specie di scommessa da parte mia. E chiamatemi pure pazzo o sognatore
o quel che vi pare, io credo che tutto sia possibile.
Mi rendo conto che il calcolo delle probabilità e la scienza sono
contro di me. Ma la scienza non è la risposta totale, lo so perché ho
avuto una vita per capirlo. E ciò mi lascia la fede nei miracoli. Per
quanto inspiegabili e incredibili, i miracoli sono autentici e
possono verificarsi a dispetto dell'ordine naturale delle cose.
Perciò anche oggi, come tutti i giorni, comincio a leggere il
taccuino a voce alta in modo che lei senta, sperando che il miracolo
in grado di cambiare la mia vita si ripeta.
E forse, solo forse, si ripeterà.
Fantasmi.

Era l'inizio di ottobre del 1946, e Noah Calhoun fissava il lento


affondare di un pallido sole oltre la linea del parapetto del
portico, nella sua casa in stile coloniale. Gli piaceva sedere lì al
tramonto, specie dopo una giornata di duro lavoro, lasciando che i
suoi pensieri vagassero senza una direzione precisa. Era un modo
perfetto per rilassarsi, secondo una tecnica imparata da suo padre.
In modo particolare gli piaceva posare lo sguardo sugli alberi e sul
loro riflesso nel fiume. Gli alberi del North Carolina sono splendidi
in autunno: verdi, gialli, rossi, arancione e di tutte le sfumature
intermedie.
Quei colori smaglianti si esaltano alla luce del sole e, per la
centesima volta, Noah Calhoun si chiese se gli antichi proprietari
della dimora avessero trascorso le serate pensando le stesse cose.
La casa era stata costruita nel 1772 ed era dunque una delle più
vecchie, nonché delle più vaste, di New Bern. In origine era la
dimora padronale di una piantagione in piena attività, e Noah l'aveva
comprata subito dopo la fine della guerra. Aveva poi impiegato undici
mesi di lavoro, e una notevole somma, per restaurarla. Il cronista
del giornale locale aveva scritto un articolo poche settimane prima
dicendo che era la più bella opera di restauro che avesse mai vista.
Di sicuro la casa era bellissima. Il resto della proprietà era
un'altra storia, e lì Noah aveva trascorso la sua giornata.
La casa sorgeva al centro di dodici acri di terra delimitati su un
lato dal Brices Creek, e Noah si era occupato dello steccato che
delimitava gli altri tre lati, controllando se le termiti si erano
annidate nei vecchi legni e sostituendo i paletti quando era
necessario. Rimaneva molto da fare, specialmente sul lato ovest, e
mentre riponeva gli attrezzi aveva preso mentalmente nota di farsi
consegnare altro legname. Poi entrò in casa, bevve un bicchiere di tè
zuccherato e fece la doccia. Faceva sempre la doccia al termine della
giornata, l'acqua spazzava via contemporaneamente il sudore e la
fatica.
Si era ravviato i capelli all'indietro, aveva indossato dei jeans
stinti e una camicia azzurra a maniche lunghe, e con un secondo
bicchiere di tè era uscito sul portico dove ora sedeva, dove sedeva
ogni giorno a quell'ora.
Allungò le braccia sopra il capo e poi orizzontalmente, roteando le
spalle per completare l'esercizio.
Si sentiva bene, pulito, fresco. I suoi muscoli erano stanchi e
prevedeva che l'indomani si sarebbe svegliato indolenzito, ma era
soddisfatto per aver portato a termine tutto ciò che si era prefisso
di fare.
Noah allungò la mano verso la chitarra, ricordò suo padre mentre
compiva quel gesto e pensò a quanto gli mancava. Fece scorrere le
dita sulle corde, ne aggiustò la tensione, controllò di nuovo e poi,
soddisfatto, cominciò a suonare. Musica soft, musica tranquilla.
Fischiettò per qualche secondo e infine cantò mentre la notte gli
calava attorno. Suonò e cantò finché il sole non scomparve del tutto
e il cielo divenne nero.
Erano passate da poco le sette quando smise e si appoggiò allo
schienale della poltrona per dondolarsi.
Alzò lo sguardo, come sempre, e vide Orione e l'Orsa Maggiore e
Castore e Polluce e la stella polare che palpitavano nel cielo
autunnale.
Cominciò mentalmente a fare calcoli e poi si interruppe. Sapeva di
aver speso quasi tutti i suoi risparmi per restaurare la casa e
avrebbe dovuto trovarsi un nuovo lavoro al più presto, ma scacciò
quel pensiero e decise di godersi gli ultimi mesi della
ristrutturazione senza porsi problemi. Una soluzione l'avrebbe
trovata, ne era certo. La trovava sempre. E poi, pensare alle
questioni economiche lo annoiava. Fin dall'infanzia aveva imparato ad
apprezzare le cose semplici, che non sono in vendita, e faticava a
capire chi la pensava diversamente. Era un'altra caratteristica
ereditata da suo padre.
Clem, il suo cane da caccia, si avvicinò sfregandogli il muso contro
la mano prima di accucciarsi ai suoi piedi. «Ehi, bella, come va? »
chiese Noah accarezzandole la testa, e Clem uggiolò piano, fissandolo
con gli occhi rotondi. Aveva perso una zampa in un incidente d'auto,
ma riusciva ancora a muoversi con disinvoltura e gli teneva compagnia
nelle dolci serate come quella.
Noah aveva trentun anni, non troppo vecchio, ma quanto basta per
avvertire il peso della solitudine. Non era più uscito con una
ragazza da quando era tornato lì, non ne aveva mai incontrata una che
destasse in lui il minimo interesse. Colpa sua, e lo sapeva.
Qualcosa di indefinibile creava una barriera tra lui e qualsiasi
donna tentasse di avvicinarlo, qualcosa che forse non sarebbe
riuscito a superare anche provandoci. E a volte, negli attimi che
precedevano il sonno, si chiedeva se era destinato a rimanere solo
per sempre.
La temperatura non cambiò con l'avanzare della notte, rimase tiepida
e piacevole. Noah ascoltava i grilli e il frusciare delle foglie,
pensando che i suoni della natura erano più autentici e destavano più
emozioni dei rumori delle auto o degli aerei. La natura dava in
cambio molto di più di quanto avesse ricevuto, e quei suoni gli
facevano pensare a ciò che l'uomo avrebbe potuto essere. C'erano
stati momenti durante la guerra, specie dopo due battaglie, in cui
aveva spesso pensato ai grilli e al fruscio delle foglie. «Ti
impedirono di impazzire», gli aveva detto suo padre il giorno in
cui si era imbarcato. «Sono la musica di Dio e ti riporteranno a
casa.» Vuotò il bicchiere di tè, entrò in casa, prese un libro e
uscì di nuovo accendendo la luce sotto il portico. Sedette con
il libro tra le mani: era un volume consunto, le pagine
macchiate di fango e di umidità.
Foglie d'erba di Walt Whitman, che aveva portato con sé durante tutta
la guerra. L'aveva persino salvato da una pallottola.
Accarezzò la sovracoperta, liberandola dalla polvere, poi aprì il
libro a caso e lesse le parole che aveva sotto gli occhi:
Questa è la tua ora; o Anima, il libero volo nell'assenza di
parole, lontano dai libri, lontano dall'arte,cancellato il giorno, la lezione
conclusa.
Tu emergi nella tua pienezza, silente, assorta,
meditando i temi prediletti,
la notte, il sonno, la morte e le stelle.
Sorrise tra sé. Whitman, per qualche ragione, gli ricordava sempre
New Bern, ed era felice di esserci tornato. Nonostante un'assenza di
quattordici anni, quella era pur sempre casa sua e conosceva un sacco
di gente, quasi tutti amici di gioventù. Niente di strano. Come in
molte città del Sud, la gente che ci viveva non cambiava mai, si
limitava a invecchiare a poco a poco.
Il suo migliore amico in quei giorni era Gus, un settantenne nero con
una casa più giù lungo la strada. L'aveva conosciuto poche settimane
dopo aver comprato la vecchia dimora, quando Gus si era presentato
con un liquore fatto in casa e uno stufato alla Brunswick, e avevano
trascorso la prima serata in compagnia ubriacandosi e raccontandosi
storie.
Ora Gus si faceva vedere un paio di sere la settimana, di solito
verso le otto. Con quattro figli e undici nipotini in casa, aveva
bisogno di prendere il largo di quando in quando e Noah non poteva
biasimarlo. Gus portava con sé l'armonica e dopo aver chiacchierato
per un po' cantavano qualche canzone insieme. A volte per ore.
Noah si era abituato a considerare Gus come uno di famiglia. Non
aveva più parenti, da quando suo padre era morto l'anno precedente.
Era figlio unico, aveva perso sua madre, uccisa dall'influenza,
quando aveva due anni, e sebbene un tempo l'avesse desiderato,
non si era mai sposato.
Eppure si era innamorato una volta, e lo sapeva.
Una volta sola e tanto tempo addietro, e quell'esperienza l'aveva
cambiato per sempre. Il perfetto amore può agire così su una persona,
ed era stato un amore perfetto.
Le nubi che venivano dalla costa cominciarono a navigare lentamente
nel cielo notturno, brillando a tratti di luce argentea al riflesso
della luna. Noah appoggiò il capo sullo schienale della poltrona a
dondolo. Muoveva le gambe automaticamente, con ritmo sempre uguale, e
la sua mente scivolò indietro verso una tiepida sera come quella di
quattordici anni prima.
Fu subito dopo la laurea, nel 1932, durante il Neuse River Festival.
La città si era riversata tutta in strada, godendosi il barbecue e i
giochi a premi. Una notte umida, Noah lo ricordava perfettamente. Era
arrivato da solo, e mentre girovagava tra la folla in cerca di
conoscenti, vide Fin e Sarah, due amici d'infanzia, che parlavano con
una ragazza mai vista prima.
Molto graziosa, rammentò di aver pensato, e quando finalmente li
raggiunse, lei lo guardò con due grandi occhi velati che si facevano
sempre più vicini. «Salve», disse semplicemente porgendogli la mano,
«Finley mi ha parlato molto di te.»
Un incontro banale, facile da dimenticare nel caso di qualsiasi altra
ragazza. Ma mentre le stringeva la mano e fissava quegli smaglianti
occhi di smeraldo, Noah non ebbe nemmeno il tempo di respirare una
seconda volta. Capì subito che una donna così avrebbe potuto cercarla
per tutta la sua vita senza trovarne una uguale. La vide
incomparabile, perfetta, mentre il vento frusciava tra le foglie.
Da quel momento in poi, il vento diventò un tornado. Fin gli disse
che la ragazza trascorreva l'estate a New Bern con la famiglia perché
suo padre lavorava per R.J. Reynolds, e sebbene lui si limitasse ad
annuire, il modo in cui lei lo guardò rese eloquente il suo silenzio.
Allora Fin rise perché capì che cosa stava accadendo, e Sarah propose
di bere delle Coche alla ciliegia e tutti e quattro si godettero la
festa finché la folla cominciò ad assottigliarsi e anche il fuoco del
barbecue si spense nella notte.
Si incontrarono di nuovo l'indomani e anche il giorno seguente e ben
presto divennero inseparabili.
Ogni mattina salvo la domenica, quando doveva andare in chiesa, Noah
sbrigava i suoi compiti il più in fretta possibile e filava al Fort
Totten Park, dove lei lo aspettava. Poiché non conosceva il posto e
non era mai vissuta prima in una cittadina di provincia, trascorreva
i giorni facendo cose per lei del tutto nuove. Noah le insegnava a
innescare un amo e a pescare il pesce persico nelle acque basse e
insieme si addentravano nella Croatan Forest. Pagaiavano felici sulle
canoe e contemplavano il cielo guizzante di lampi dei temporali
estivi, e a Noah pareva che si fossero conosciuti da sempre.
Ma anche lui imparò delle cose. Al ballo nel deposito di tabacco, fu
lei che gli insegnò i passi del valzer e del charleston, e sebbene
all'inizio Noah incespicasse parecchio, la sua pazienza fu premiata e
danzarono finché l'orchestra smise di suonare.
Dopo la riaccompagnò a casa, e quando indugiarono sotto il portico
dopo essersi augurati la buona notte, Noah la baciò per la prima
volta e si chiese perché mai avesse aspettato tanto per farlo. In
seguito le mostrò quella casa, ne sottolineò la decadenza, ma disse
che un giorno l'avrebbe comprata e sistemata. Trascorsero ore
parlando dei loro sogni - lui avrebbe fatto il giro del mondo, lei
sarebbe diventata pittrice e in un'umida notte di agosto persero
entrambi la loro verginità.
Quando la ragazza se ne andò tre settimane dopo, portò con sé una
parte di Noah e tutta la loro estate in comune. Noah la vide partire
col primo treno del mattino, la seguì con gli occhi che quella notte
non avevano dormito, poi andò a casa e fece la valigia. Trascorse la
settimana seguente sull'isola di Harkers.
Noah si passò le mani tra i capelli e guardò l'orologio. Le otto e
venti. Si alzò e girò attorno alla casa per scrutare la strada. Gus
non si vedeva e probabilmente non sarebbe venuto. Noah tornò alla sua
poltrona.
Rammentò quando aveva parlato a Gus della ragazza. La prima volta che
vi aveva fatto cenno, Gus aveva cominciato a scrollare il capo
ridendo. «Allora è questo il fantasma da cui fuggisti.» Pregato di
spiegarsi, Gus disse: «Sai, il fantasma della memoria. Ti ho
osservato mentre lavoravi giorno e notte, con tanto accanimento che
avevi appena il tempo di riprendere fiato. Stroncarsi la schiena
così, lo si fa per tre ragioni: o uno è pazzo, o è stupido, o cerca
di dimenticare. Nel tuo caso non avevo dubbi: cercavi di dimenticare.
Ma non sapevo cosa».
Ripensò a quelle parole. Gus aveva ragione, naturalmente. New Bern
era infestato dal fantasma del ricordo di lei. La rivedeva al Fort
Totten Park, il loro luogo di incontro, ogni volta che ci passava
accanto.
La vedeva seduta su una panchina oppure ritta accanto al cancello,
sempre sorridente, con i biondi capelli che le sfioravano le spalle e
gli occhi color smeraldo. Quando si dondolava sotto il portico la
sera, o suonava la chitarra, avvertiva accanto a sé la presenza di
lei, che ascoltava in silenzio le canzoni della sua infanzia.
Provava qualcosa di analogo quando andava all'emporio di Gaston o al
teatro massonico o persino quando passeggiava per le strade del
centro. Ovunque guardasse, c'era sempre qualcosa che faceva rivivere
l'immagine di lei.
Un fenomeno davvero strano, e lui lo sapeva. Era cresciuto a New
Bern, ci aveva trascorso i primi diciassette anni della sua vita,
eppure, quando pensava a quella cittadina, ricordava solo l'ultima
estate, l'estate in cui lei gli era accanto. Gli altri ricordi erano
semplici frammenti, episodi sconnessi della sua infanzia e
adolescenza, e ben pochi, forse nessuno, suscitavano in lui una
qualsiasi emozione.
Ne aveva parlato con Gus una sera, e non solo Gus aveva capito, ma
era stato anche il primo a fornirgli una spiegazione. Si espresse con
parole semplici: «Mio papà mi diceva che quando ti innamori per la
prima volta, la tua vita cambia per sempre, e per quanto tu ti sforzi
di liberartene, quella sensazione non ti lascia più. La ragazza di
cui mi parli è stata il tuo primo amore, e qualunque cosa tu faccia
l'avrai sempre accanto».
Noah scrollò il capo, e quando quel fantasma cominciò a impallidire,
riprese tra le mani il volume di Whitman. Lesse per un'ora, alzando
lo sguardo di quando in quando per seguire le rapide corsette degli
opossum e dei procioni lungo la riva del fiume. Alle nove e mezzo
chiuse il libro, salì in camera da letto e scrisse nel suo diario
riflessioni personali e commenti sul lavoro compiuto per il restauro
della casa.
Quaranta minuti dopo, dormiva profondamente. Clem zoppicò su per le
scale, fiutò l'odore di Noah immerso nel sonno e infine girò più
volte su se stessa prima di acciambellarsi ai piedi del letto.
Quella stessa sera, alcune ore prima e a un centinaio di miglia di
distanza, lei sedeva da sola sul dondolo del portico, nella casa dei
suoi genitori. I cuscini erano un po' umidi perché durante il
pomeriggio era caduta una pioggia dura e pungente, ma ora le nuvole
si diradavano e lei fissava lo sguardo in alto, sugli squarci di
cielo dove apparivano lucide stelle. Si chiedeva se avesse preso la
decisione giusta. Aveva lottato con se stessa per giorni, e in parte
anche quella sera, ma infine aveva capito che lasciarsi sfuggire una
simile occasione sarebbe stato imperdonabile.
Lon ignorava la vera ragione della sua partenza l'indomani mattina.
La settimana prima, gli aveva parlato vagamente di una visita ai
negozi di antiquariato della costa che le interessavano. «Solo un
paio di giorni», aveva detto. «E inoltre, ho bisogno di concedermi
una pausa in questi preparativi per il matrimonio.»
La bugia le costava parecchio, ma sapeva che non c'era modo di dirgli
la verità. Quel breve viaggio non aveva nulla a che fare con Lon, e
sarebbe stato ingiusto chiedergli di capirla.
Partì al mattino da Raleigh e guidò lungo una strada praticamente
sgombra per poco più di due ore. Arrivò a destinazione prima delle
undici. Scese in un alberghetto del centro, salì in camera, disfece
le valigie sistemando con cura i vestiti nell'armadio e la biancheria
nei cassetti. Dopo un rapido pranzo, chiese alla cameriera dove si
trovassero i migliori negozi di antiquariato e dedicò le ore seguenti
agli acquisti.
Per le quattro e mezzo era di ritorno in albergo.
Seduta sul bordo del letto, prese il telefono e chiamò Lon. Lui non
poté parlare a lungo, doveva precipitarsi in tribunale, ma prima di
riattaccare lei gli diede il suo numero, l'indirizzo dell'albergo, e
promise di richiamarlo l'indomani. Bene, pensò soddisfatta, una
conversazione di routine, niente di insolito, niente che possa
destare sospetti.
L'aveva conosciuto quattro anni prima, nel 1942: il mondo in fiamme e
l'America in guerra da un anno.
Tutti facevano la loro parte e lei lavorava come infermiera in un
ospedale cittadino. Avevano bisogno di lei e la apprezzavano, ma il
compito era più difficile di quanto avesse immaginato. Le prime
ondate di giovani soldati feriti stavano rimpatriando, trascorreva le
sue giornate tra uomini distrutti e corpi lacerati.
Quando Lon, con tutto il suo fascino suadente, si presentò durante
una cena di Natale, vide in lui esattamente ciò che desiderava: una
persona fiduciosa nel futuro e con un senso dell'umorismo che
spazzava via ogni paura.
Era bello, intelligente, motivato, un avvocato di successo di otto
anni maggiore di lei, che si dedicava al suo lavoro con passione e
non solo vinceva le cause, ma stava costruendosi una solida
reputazione.
Lei apprezzava quella sua sete di successo, perché anche suo padre e
la maggior parte degli uomini del suo ambiente sociale la pensavano
allo stesso modo.
Nel sistema di caste del Sud, il nome della famiglia e i risultati
professionali erano spesso le qualità più importanti prese in
considerazione per un matrimonio.
In certi casi erano addirittura le uniche di cui si tenesse conto.
Sebbene si fosse silenziosamente ribellata a queste convenzioni
durante l'infanzia, e avesse frequentato alcuni ragazzi che si
potevano definire a dir poco turbolenti, si sentì attratta dalla
disinvoltura di Lon e a poco a poco finì con l'amarlo. Era gentile
con lei, pur dedicando moltissime ore ai suoi impegni. Un vero
signore, maturo e responsabile, e in quei durissimi anni di guerra,
quando aveva bisogno di qualcuno che la confortasse, non la deluse
mai. Si sentiva protetta, al sicuro accanto a lui, e sapeva che anche
Lon la amava, ecco perché aveva accettato la sua proposta di
matrimonio.
Mentre pensava a quelle cose provò un senso di colpa per essere
venuta lì, e si rese conto che avrebbe dovuto rifare la valigia e
partire subito, prima di cambiare idea. L'aveva già fatto una volta,
molto tempo addietro, ed era sicura che non avrebbe mai più trovato
la forza per tornare di nuovo. Prese la borsetta tra le mani, esitò,
stava quasi per varcare la porta. Ma una coincidenza l'aveva condotta
in quel luogo, e di nuovo si rese conto che se fosse ripartita non
avrebbe mai cessato di chiedersi che cosa sarebbe potuto accadere.
Non poteva vivere con quel tarlo nella mente.
Andò in bagno e riempì la vasca. Dopo aver controllato la temperatura
dell'acqua, si avvicinò allo specchio, si tolse gli orecchini, aprì
la borsa del trucco, prese un rasoio e una saponetta e si spogliò.
L'avevano definita bellissima fin da quando era ragazzina, e ora si
contemplò nuda allo specchio. Il suo corpo era sodo e ben
proporzionato, i morbidi seni tondi, lo stomaco piatto, le gambe
slanciate. Aveva ereditato dalla madre gli zigomi alti, la pelle
luminosa, i capelli biondi, ma la parte migliore del viso era del
tutto sua. Aveva «occhi simili alle onde dell'oceano», come Lon le
ripeteva spesso.
Col rasoio e il sapone in una mano, si avvicinò alla vasca, chiuse il
rubinetto, sistemò un accappatoio lì accanto ed entrò nell'acqua.
Il bagno la rilassava sempre, le piaceva quella sensazione di
benessere e si lasciò affondare fino al mento. La giornata era stata
faticosa e la schiena le doleva, ma si rallegrò per aver completato i
suoi acquisti in così poco tempo. Doveva tornare a Raleigh con
qualcosa di tangibile, e gli oggetti che aveva scelto le sembravano
perfetti. Pensò di prender nota del nome di altri antiquari nella
zona di Beaufort, ma subito si rese conto che non sarebbe stato
necessario. Lon non era tipo da controllare le sue mosse.
Si insaponò le gambe e cominciò a raderle. Nel frattempo pensava ai
suoi genitori e a come avrebbero giudicato il suo comportamento.
Senza dubbio avrebbero disapprovato, specialmente la mamma che non
aveva mai accettato quanto era accaduto durante l'estate trascorsa
lì, e tanto meno l'avrebbe accettato adesso, quali che fossero le sue
giustificazioni.
Indugiò ancora a lungo nella vasca prima di decidersi a uscirne per
asciugarsi. Aprì l'armadio ed esaminò i suoi vestiti, scegliendone
uno giallo e lungo, con una scollatura a punta, un modello apprezzato
nel Sud. Lo infilò e si guardò allo specchio, di fronte e di profilo.
Le stava d'incanto e accentuava la sua femminilità, ma dopo una breve
esitazione decise per il no e riappese l'abito sulla stampella.
Trovò qualcosa di più semplice, un vestitino blu con guarnizioni di
pizzo, abbottonato fino al collo. Molto meno seducente dell'altro,
suggeriva però un'immagine di lei che la ragazza giudicò più adeguata
alle circostanze.
Si truccò pochissimo, solo un po' di ombretto e di mascara per
valorizzare gli occhi. Poi il profumo, pochissimo anche di quello. Si
infilò due orecchini a cerchio nei lobi delle orecchie e i sandali
bassi di cuoio grezzo ai piedi. Spazzolò i biondi capelli, li fissò
in una crocchia in cima al capo e si guardò allo specchio. No, troppo
sofisticato, pensò, e li sciolse di nuovo lasciandoli ricadere sulle
spalle. Molto meglio.
Alla fine fece un passo indietro per valutare il risultato
complessivo. Soddisfacente. Non troppo elegante, non troppo casual.
Inutile strafare. Dopo tutto, non sapeva che cosa la aspettava. Era
passato tanto tempo - tantissimo - e molte cose potevano essere
accadute, anche se non se la sentiva di prenderle in considerazione.
Abbassò lo sguardo, vide che le tremavano le mani e rise di se
stessa. Strano, di solito non era così nervosa. Come Lon, era sempre
stata fiduciosa, anche da bambina. Rammentò che ciò aveva fatto
sorgere problemi, specie quando usciva per un appuntamento, perché
finiva con l'intimidire quasi tutti i ragazzi della sua età.
Prese la sua borsetta e le chiavi della macchina, poi la chiave della
camera. Se la rigirò tra le dita un paio di volte pensando: Sei
arrivata fin qui, non rinunciare proprio adesso, e fu sul punto di
uscire, invece sedette di nuovo sul bordo del letto. Guardò
l'orologio. Quasi le sei. Doveva sbrigarsi per non arrivare da lui
quando fosse già buio, ma le occorreva ancora un po' di tempo per
riflettere.
«Maledizione», sussurrò, «che cosa sto facendo?
Non dovrei essere qui. Non ce n'è ragione.» Ma appena pronunciate
quelle parole capì che non era vero. Una ragione c'era. Se non altro,
avrebbe trovato la sua risposta.
Aprì la borsa e vi frugò fino a trovare il ritaglio di giornale
ripiegato. Lo estrasse lentamente, quasi con cautela, e lo fissò in
silenzio. «Ecco la ragione», disse infine tra sé, «ecco di che cosa
si tratta.»
Noah si alzò alle cinque e pagaiò per un'ora sul suo kayak risalendo
il Brices Creek, come faceva di solito. Poi si cambiò indossando
abiti da lavoro, riscaldò dei biscotti del giorno prima, mangiò un
paio di mele e concluse la colazione con due tazze di caffè.
Si occupò di nuovo dello steccato, riparando quasi tutti i paletti
che ne avevano bisogno. Era l'estate indiana, la temperatura quasi
calda, e all'ora di pranzo si sentì stanco, sudato e felice di fare
una pausa.
Mangiò sulla riva del fiume perché i muggini stavano saltando e gli
piaceva vederli balzare due o tre volte in aria con i loro corpi
argentei prima di rituffarsi nella corrente. Per una qualche ragione
si rallegrava all'idea che l'istinto di quei pesci non fosse cambiato
nel corso di migliaia, forse di decine di migliaia di anni.
A volte si chiedeva se gli istinti dell'uomo fossero invece mutati
nello stesso periodo di tempo, e concludeva di no. Per lo meno gli
istinti basilari, primordiali. Da quanto ne sapeva, l'uomo era sempre
stato aggressivo, prevaricatore, aveva cercato di dominare il mondo e
tutto ciò che vi stava sopra. La guerra in Europa e in Giappone ne
era la prova.
Smise di lavorare dopo le tre e raggiunse un capanno che sorgeva
presso la sua darsena. Entrò, trovò la canna da pesca e delle esche,
dei grilli vivi che teneva a portata di mano, poi si sedette
all'estremità del piccolo molo, innescò l'amo e gettò la lenza.
Pescare lo induceva sempre a riflessioni sulla propria vita e gli
capitò anche allora. Dopo la morte di sua madre rammentava di aver
trascorso i suoi giorni in molte case diverse e, per una ragione o
per l'altra, balbettava terribilmente e tutti si burlavano di lui.
Cominciò a parlare sempre più raramente e a cinque anni smise del
tutto. In prima elementare, le sue insegnanti pensarono che fosse
mentalmente ritardato e consigliarono che non frequentasse più la
scuola.
Suo padre, invece, non si perse d'animo. Continuò a mandarlo a
scuola, ma nei pomeriggi lo portava con sé alla segheria, dove
selezionava e accatastava la legna. «Mi piace stare un po' di tempo
con te», diceva mentre lavoravano a fianco a fianco, «proprio come
facevamo mio padre e io.»
E nel corso di quelle ore, suo padre gli parlava degli uccelli e di
altri animali e gli raccontava storie o leggende del North Carolina.
Nel giro di pochi mesi Noah parlava di nuovo, sebbene non
perfettamente, e suo padre decise di insegnargli a leggere
cominciando da libri di poesia. «Leggili ad alta voce e sarai in
grado di dire tutto quello che vuoi.» Aveva di nuovo ragione, e
l'anno seguente Noah non balbettava più.
Però continuò a recarsi ogni giorno alla segheria perché suo padre
era lì, e alla sera leggeva ad alta voce le opere di Whitman e di
Tennyson mentre suo padre lo ascoltava sulla sedia a dondolo. Non
aveva più smesso di leggere poesia da quei tempi.
Quando fu un po' più grande, trascorreva i fine settimana e le
vacanze da solo. Esplorò la Croatan Forest con la sua prima canoa,
risalendo il Brices Creek per venti miglia fino al punto in cui non
poteva spingersi più oltre, e percorse altre miglia a piedi per
raggiungere la costa. Spostarsi dormendo all'aperto divenne la sua
passione, trascorreva ore nei boschi, sedeva sotto le querce
fischiettando o suonando la chitarra per i castori, le oche
selvatiche e gli aironi azzurri. I poeti sanno che isolarsi nella
natura, lontano dagli uomini e dalle cose artefatte, giova all'anima,
e Noah si era sempre identificato con i poeti.
Sebbene non fosse competitivo per temperamento, gli anni trascorsi
sollevando tronchi l'avevano aiutato a eccellere negli sport, e i
suoi successi atletici gli procurarono una certa popolarità. Gli
piaceva anche giocare a football, ma sebbene i suoi compagni di
squadra trascorressero insieme anche il tempo libero, raramente si
univa a loro. Qualcuno lo giudicava arrogante, altri pensavano che
fosse cresciuto troppo in fretta e fosse più maturo dei coetanei.
Aveva poche amiche tra le compagne di scuola, e nessuna che lo avesse
particolarmente impressionato. Con una sola eccezione. Che si
presentò dopo la laurea.
Allie. La sua Allie.
Rammentò di averne parlato con Fin dopo il loro incontro la sera
della festa, e Fin scoppiò in una gran risata. Aveva previsto due
cose: la prima, che si sarebbero innamorati, la seconda, che non
avrebbe funzionato.
Ci fu un leggero strappo alla sua lenza e Noah sperò che avesse
abboccato un bel pesce persico, ma gli strappi cessarono e dopo aver
riavvolto la lenza e controllato l'esca, lanciò di nuovo.
Le previsioni di Fin si avverarono puntualmente.
Per gran parte dell'estate Allie fu costretta a raccontare bugie ai
suoi genitori per incontrare Noah di nascosto. Non perché Noah a loro
non piacesse, ma apparteneva a una diversa classe sociale, troppo
povera, e non avrebbero mai permesso che la loro figlia avesse con
lui un rapporto serio. «Non mi importa di quel che pensano i miei
genitori», diceva Allie, «io ti amo e ti amerò sempre. Troveremo il
modo per stare insieme. »
Ma alla fine non ci riuscirono. Ai primi di settembre il tabacco era
stato raccolto e Allie non poté far altro che ritornare con la
famiglia a Winston-Salem.
«É finita l'estate, Allie, ma non è finito il nostro amore», disse
Noah la mattina in cui lei partì. «Non finirà mai.» E invece, per
delle ragioni che non gli riuscì di capire, le sue lettere rimasero
senza risposta.
Dopo qualche tempo decise di lasciare New Bern, non solo per
togliersi il ricordo di Allie dalla mente, ma anche perché la
Depressione aveva reso difficile, se non addirittura impossibile,
guadagnarsi da vivere in quella cittadina.
Dapprima si recò a Norfolk e lavorò in un cantiere per sei mesi,
finché fu licenziato. Poi si spostò nel New Jersey perché aveva
sentito dire che lassù le condizioni economiche erano un po' meno
disastrose.
Infine trovò un lavoro in un deposito di rifiuti industriali dove
aveva il compito di separare frammenti di metallo da tutto il resto.
Il proprietario, un ebreo di nome Morris Goldman, si era impegnato
con fervore nella raccolta dei rottami perché era convinto che la
guerra sarebbe scoppiata molto presto in Europa e che l'America vi
sarebbe stata coinvolta. Noah, tuttavia, non si interessava a quei
ragionamenti. Era solo felice di intascare la paga.
Gli anni in segheria l'avevano allenato alle fatiche e lavorava di
lena. Non soltanto perché ciò gli impediva di pensare ad Allie
durante il giorno, ma anche perché sentiva di doverlo fare. Suo padre
gli diceva sempre: «Dai un giorno del tuo lavoro in cambio di un
giorno di paga. Diversamente sarebbe un furto». La sua solerzia
piaceva al padrone. «Peccato che tu non sia ebreo», diceva Goldman,
«sei quasi perfetto per tutto il resto.» Era il miglior complimento
che potesse uscire dalla sua bocca.
Noah continuava a pensare ad Allie, specialmente la notte. Una volta
al mese le scriveva una lettera, senza mai ottenere risposta. Alla
fine spedì una lettera d'addio e si costrinse ad accettare il fatto
che l'estate trascorsa insieme era stata l'unico dono concesso loro
dal destino.
Eppure, il ricordo non lo lasciava. Tre anni dopo quell'ultima
lettera, andò a Winston-Salem con la speranza di ritrovarla. Scoprì
che non abitava più nella vecchia casa, parlò con i vicini, e infine
chiamò la R.J. La ragazza che rispose al telefono era una nuova che
non riconobbe il nome ma acconsentì a consultare le schede del
personale. Scoprì che il padre di Allie aveva lasciato la compagnia
senza notificare il suo nuovo indirizzo. Quello fu il primo e
l'ultimo viaggio che Noah fece per rintracciare Allie.
Negli otto anni seguenti continuò a lavorare per Goldman. Dapprima
come uno qualsiasi dei dodici impiegati, ma col passar del tempo
l'azienda si ingrandì e Noah fu promosso. Nel 1940 la sua conoscenza
del ramo era perfetta e dirigeva tutte le operazioni, dalla
stipulazione dei contratti alla gestione del personale, salito a
trenta dipendenti. Il vecchio magazzino era diventato il più
importante centro di smistamento di rottami della costa orientale.
Durante quel periodo, Noah frequentò diverse donne. Con una di loro,
una cameriera del ristorante locale con profondi occhi azzurri e
lisci capelli neri, stabilì un rapporto abbastanza serio. Ma sebbene
il loro legame durasse due anni, con momenti molto piacevoli, Noah
non riuscì mai a provare nei suoi confronti ciò che aveva provato per
Allie.
Anche la sua amante, tuttavia, divenne a suo modo indimenticabile. Di
poco maggiore di lui, gli insegnò come soddisfare una donna, dove
accarezzarla e baciarla, dove indugiare, quali parole sussurrarle. A
volte trascorrevano l'intera giornata a letto, stretti l'una
all'altro e facendo l'amore in modo entusiasmante per entrambi.
Lei sapeva che non sarebbe durato per sempre. Verso la fine del loro
rapporto, un giorno gli disse: «Vorrei darti quel che cerchi, ma non
so che cosa sia. C'è una parte di te dove ti rinchiudi escludendo
tutti gli altri, me compresa. Come se io non fossi la donna che ti
sta accanto. La tua mente è altrove».
Noah cercò di negarlo, ma lei non gli credette. «Sono una donna e
queste cose le so. A volte, quando mi guardi, è come se tu vedessi
qualcuno che da un momento all'altro potrebbe materializzarsi nello
spazio per portarti via con sé...» Un mese dopo andò a trovarlo in
ufficio e gli disse che aveva conosciuto qualcun altro. Noah capì. Si
separarono da buoni amici e l'anno seguente una cartolina gli
annunciò che lei si era sposata. Da quel giorno non ne seppe più
nulla.
Mentre viveva nel New Jersey, andava a trovare suo padre per pescare
e chiacchierare insieme e a volte si spingevano fino alla costa
accampandosi sulle Outer Banks nei pressi di Ocracoke.
Nel dicembre del 1941 l'America entrò in guerra, come Goldman aveva
previsto. Noah aveva ventisei anni. Il mese seguente si presentò
nell'ufficio di Goldman e lo informò che aveva deciso di arruolarsi,
poi ritornò a New Bern per salutare suo padre. Cinque settimane dopo,
mentre era in un campo di addestramento, ricevette una lettera di
Goldman che lo ringraziava per il suo lavoro e accludeva un atto
notarile in base al quale Noah avrebbe incassato una piccola
percentuale semmai il deposito di rottami fosse stato venduto. «Non
sarei mai arrivato a tanto successo senza la tua collaborazione»,
diceva la lettera.
«Sei il giovanotto più in gamba che abbia mai lavorato per me, anche
se non sei ebreo.»
Trascorse i tre anni seguenti con la Terza Armata di Patton,
marciando nel deserto del Nord Africa e nelle foreste europee con
venti chili sulle spalle, e la sua unità sempre vicina alla linea del
fuoco. Vide morire gli amici attorno a sé, li vide seppellire a
migliaia di miglia da casa. Un giorno, accucciato in una trincea in
prossimità del Reno, ebbe l'impressione che Allie lo osservasse
dall'alto.
Rammentava la fine della guerra in Europa e pochi mesi dopo in
Giappone. Poco prima di essere congedato, ricevette una lettera da un
avvocato del New Jersey che rappresentava Morris Goldman. Il vecchio
era morto l'anno precedente e i suoi beni erano stati liquidati.
Quando Noah si recò nello studio del legale, gli fu consegnato un
assegno di quasi settantamila dollari. Per qualche strana ragione, la
cosa non lo eccitò più di tanto.
La settimana seguente tornò a New Bern e comprò la casa. Rammentava
di averci portato suo padre per mostrargli tutto quello che intendeva
fare, la ristrutturazione, i cambiamenti. Suo padre sembrava molto
debole mentre si aggirava per le stanze, tossiva e starnutiva. Noah
se ne preoccupò, ma il vecchio lo rassicurò dicendogli che aveva solo
un po' di influenza.
Il mese seguente suo padre morì di polmonite e fu sepolto accanto
alla moglie nel cimitero locale. Noah portava regolarmente dei fiori
sulla tomba, a volte ci lasciava anche un biglietto. E ogni sera
recitava una breve preghiera in ricordo dell'uomo che gli aveva
insegnato tutto ciò che conta veramente.
Dopo aver riavvolto la lenza, ripose la canna da pesca e tornò a
casa. La sua vicina, Martha Shaw, era venuta per ringraziarlo
portandogli tre sfilatini di pane e dei biscotti fatti in casa in
segno di riconoscenza. Suo marito era morto in guerra, lasciandola
con tre bambini da allevare in una casupola cadente. L'inverno si
avvicinava, e la settimana precedente Noah aveva dedicato tre giorni
di lavoro alla povera donna, riparandole il tetto, sostituendo i
vetri rotti delle finestre e sistemando la stufa a legna. Forse
sarebbe stato sufficiente per combattere il freddo.
Quando Martha se ne fu andata, Noah salì sul vecchio camioncino Dodge
per recarsi all'emporio e strada facendo si fermò da Gus, perché
quella famiglia non aveva mezzi di trasporto. Una delle ragazze
sedette accanto a lui nella cabina e insieme fecero compere al Capers
General Store. Tornato a casa, Noah lasciò le provviste sul tavolo di
cucina e prima di sistemarle prese una birra, un libro di Dylan
Thomas e sedette sotto al portico.
Stentava ancora a crederlo, sebbene ne avesse la prova tra le mani.
Tre domeniche prima aveva letto quell'articolo sul giornale che i
suoi genitori ricevevano regolarmente.
Era andata in cucina per bere una tazza di caffè, e mentre si sedeva
al tavolo suo padre aveva sorriso mostrandole una piccola fotografia.
«Te lo ricordi?»
Le aveva allungato il giornale, e dopo una prima occhiata distratta,
qualcosa in quella foto attirò la sua attenzione e la osservò più
attentamente. «Non è possibile», mormorò, poi lesse l'articolo in
silenzio, ignorando lo sguardo incuriosito di suo padre. Ricordava
vagamente che era arrivata anche sua madre e si era seduta davanti a
lei, e dopo qualche minuto aveva cominciato a fissarla con la stessa
espressione di suo padre.
«Ti senti bene?» le aveva chiesto. «Mi sembri un po' pallida.» Allie
non rispose subito, non poteva, e si accorse che le sue mani
tremavano. Fu allora che tutto cominciò.
«Ed è qui che finirà, in un modo o nell'altro», mormorò di nuovo
Allie. Ripiegò il foglio e rammentò che era uscita di casa col
giornale, quella domenica, per poter ritagliare segretamente
l'articolo. Lo lesse ancora prima di coricarsi, cercando di afferrare
il significato di quella coincidenza, e lo rilesse la mattina
seguente per assicurarsi che non fosse un sogno. E ora, dopo tre
settimane di passeggiate solitarie, dopo tre settimane di turbamenti,
quell'articolo l'aveva portata fin lì.
A chi si stupiva del suo strano comportamento, Allie spiegava che era
colpa dello stress. Era una scusa perfetta e tutti la accettavano,
incluso Lon; ecco perché non aveva sollevato obiezioni al suo
desiderio di assentarsi per un paio di giorni. I preparativi per le
nozze avrebbero stressato chiunque. Quasi cinquecento invitati,
compreso il governatore, un senatore e l'ambasciatore statunitense in
Perù. Un'esagerazione, secondo Allie, ma il loro fidanzamento aveva
fatto notizia e le cronache dei giornali continuavano a occuparsene
da quando lo avevano annunciato, sei mesi prima. A volte Allie era
tentata di fuggire con Lon per sposarlo in segreto senza pompa, ma
sapeva che lui non avrebbe accettato. Come tutti gli aspiranti a
entrare in politica, adorava sentirsi al centro dell'attenzione.
Si alzò respirando a fondo. «Adesso o mai più», sussurrò, e si
diresse verso la porta. Esitò solo un attimo prima di aprirla e
scendere le scale. Il direttore dell'albergo sorrise vedendola
passare, e lei avvertì su di sé il suo sguardo mentre usciva e saliva
in macchina. Controllò un'ultima volta il suo viso nello specchietto
retrovisore, poi innestò la marcia e svoltò a destra imboccando Front
Street.
Non fu sorpresa nel constatare che si orizzontava benissimo. Sebbene
non venisse più lì da anni, la città era piccola e facile da
percorrere. Dopo aver varcato il fiume Trent sul suo ponte antiquato,
percorse la strada sterrata che l'avrebbe condotta a destinazione.
Il paesaggio era bellissimo, come sempre. A differenza della zona
pedemontana dove Allie era cresciuta, qui una fertile pianura
garantiva le condizioni ideali per la coltivazione del cotone e del
tabacco. Due raccolti che, unitamente al legname, mantenevano
prospere le città in quella parte dello Stato. Mentre guidava, Allie
avvertì il fascino della regione che aveva attirato lì i primi coloni.
Per Allie nulla era cambiato. Chiazze di sole filtravano tra i rami
delle querce e dei noci alti trenta metri, smaglianti di colori
autunnali. Alla sua sinistra, un torrente lucido come l'acciaio
virava verso la strada, poi se ne allontanava di nuovo per immettersi
in un fiume più importante a un miglio di distanza. La strada si
snodava attorno a vecchie fattorie prebelliche e Allie sapeva che
alcuni dei proprietari vivevano esattamente come i loro nonni. Quel
paesaggio immobile nel tempo risvegliava in lei un fiotto di ricordi,
e avvertì un nodo alla bocca dello stomaco via via che riconosceva
punti di riferimento dimenticati.
Il sole sembrava sospeso sugli alberi alla sua sinistra e, superata
una curva, passò davanti a un'antica chiesa abbandonata da anni ma
non ancora diroccata. L'aveva visitata in quella estate remota, in
cerca di cimeli della guerra di Secessione, e altri ricordi
l'assalirono, vividi come se tutto fosse accaduto il giorno prima.
Dopo un'altra curva vide una quercia maestosa sulla riva del fiume,
coi rami grossi e solidi che si allargavano orizzontalmente, avvolti
dal muschio spagnolo che ricadeva come un drappeggio. Rammentò di
essersi seduta sotto quell'albero in un pomeriggio di luglio, accanto
a qualcuno che la fissava con un desiderio così intenso da cancellare
ogni altra cosa. E fu in quel momento che si innamorò.
Aveva due anni più di lei, e mentre percorreva quella strada a
ritroso nel tempo Allie riuscì a mettere a fuoco il suo viso.
Rammentò che dimostrava più della sua età e il suo aspetto sembrava
un po' consunto dalla vita all'aria aperta, come quello di un
contadino che rincasa dopo una giornata nei campi. Aveva le mani
callose e le spalle larghe tipiche di chi ha fatto lavori pesanti, e
rughe leggere cominciavano a formarsi attorno agli occhi scuri,
pronti a leggere tutti i pensieri di lei.
Alto e robusto, aveva capelli castano chiari e a suo modo era un
bell'uomo, ma era la sua voce che Allie ricordava soprattutto. Le
aveva letto poesie quel giorno, mentre giacevano nell'erba sotto il
grande albero, e il suo accento era morbido e fluente, con qualcosa
di musicale. Il tipo di voce perfetta per la radio, e che sembrava
indugiare sospesa nell'aria. Rammentò di aver chiuso gli occhi per
ascoltarlo meglio, per lasciare che le parole che leggeva
raggiungessero il suo cuore:
Suadente mi attira tra i vapori del crepuscolo
mi abbandono nell'aria, scuoto le ciocche grigie
verso il sole fuggente...
Le dita di Noah scorrevano tra le pagine consunte di vecchi libri che
aveva già letto centinaia di volte.
Allie gli raccontava ciò che si aspettava dalla vita, speranze e
sogni per il futuro, e lui l'ascoltava attento, le prometteva che
tutto si sarebbe avverato. E il modo in cui lo diceva ispirava totale
fiducia, Allie gli credeva e sapeva quanto ormai lui contasse per
lei. Di quando in quando, se lei glielo chiedeva, Noah parlava di sé,
oppure spiegava perché avesse scelto una certa poesia e che cosa ne
pensasse. O ancora si limitava a fissarla con quella sua particolare
intensità.
Il loro sguardo seguiva il tramonto del sole mentre mangiavano
qualcosa sotto le stelle. Era tardi ormai, e Allie sapeva che i suoi
genitori si sarebbero infuriati se avessero scoperto con chi lei si
trovava in quel momento. Ma in realtà non gliene importava nulla.
Riusciva a pensare solo a quella giornata così speciale, all'uomo
così speciale che le stava accanto, e quando, pochi minuti dopo, si
avviarono verso la casa di lei, Noah le strinse una mano nella sua e
Allie avvertì un calore che la invadeva tutta.
Un'altra svolta e finalmente vide la casa in lontananza. Era cambiata
in modo vistoso da come la ricordava. Rallentò mentre si avvicinava,
imboccando il viale polveroso fiancheggiato d'alberi che la portava
al faro la cui luce ammiccante l'aveva richiamata da Raleigh.
Ormai procedeva a passo d'uomo, gli occhi fissi sulla casa, e respirò
profondamente quando sotto il portico vide lui che osservava la sua
auto. Vestiva in modo semplice. Da lontano, non pareva affatto
cambiato. Per un attimo, quando la luce del sole lo investì di lato,
sembrò svanire tra le pareti del portico.
Allie si fermò accanto alla quercia che sorgeva davanti alla casa.
Girò la chiave dell'accensione, gli occhi sempre fissi su Noah, e il
motore si spense ronzando.
Noah cominciò ad avanzare verso di lei con il suo passo sciolto, ma
si immobilizzò di colpo quando Allie scese dalla macchina. Per lunghi
minuti non poterono far altro che fissarsi in silenzio.
Allison Nelson, ragazza ventinovenne della buona società, fidanzata,
in cerca di risposte essenziali, e Noah Calhoun, il sognatore,
visitato dal fantasma che avrebbe dominato la sua vita.

Riunione.

Rimasero immobili, l'uno di fronte all'altra.


Noah non aveva detto nulla, i suoi muscoli sembravano congelati e per
un attimo lei pensò che non l'avesse riconosciuta. Provò un senso di
colpa per essersi presentata così, senza preavviso, e ciò rendeva
tutto più arduo. Aveva immaginato che l'incontro si svolgesse in modo
diverso e che lei avrebbe trovato le parole giuste da dire. E invece
le frasi che le venivano in mente erano monche e inappropriate.
Riaffiorarono in lei ricordi dell'estate trascorsa assieme e mentre
fissava Noah si accorse di quanto poco fosse cambiato dall'ultima
volta che l'aveva visto.
Aveva un bell'aspetto, con la camicia infilata nei jeans scoloriti,
le spalle larghe, i fianchi stretti e lo stomaco piatto. Era anche
abbronzato, come se avesse lavorato all'aria aperta per tutta
l'estate, e sebbene i suoi capelli fossero un po' più radi e un po'
più chiari, era ancora il Noah che lei aveva conosciuto.
Respirò a fondo per farsi coraggio e sorrise.
«Salve, Noah. Sono felice di rivederti.»
Quelle parole lo colsero di sorpresa e la fissò quasi intontito prima
di cominciare a sorridere.
«Sono felice anch'io...» balbettò. Si portò una mano al mento e Allie
notò che non si era rasato. «Sei proprio tu, vero? Non riesco a
crederlo...»
Dal suono della sua voce capì che era sconvolto e tutte le emozioni
si condensarono in un'unica realtà:
era lì, di fronte a lui. Qualcosa palpitò dentro di lei, qualcosa di
antico e profondo, qualcosa che per un attimo le fece girare la testa.
Lottò per recuperare il controllo. Non si era aspettata che ciò
accadesse e non voleva che accadesse. Era fidanzata, ormai. Non era
venuta a New Bern per questo... eppure...
Eppure...
Eppure quella sensazione continuò a lievitare nonostante i suoi
sforzi e nello spazio di un secondo ebbe l'impressione di avere
quindici anni e ne fu felice, come se tutti i suoi sogni potessero di
nuovo realizzarsi.
Come se fosse finalmente tornata a casa.
Senza dire altre parole avanzarono l'uno verso l'altra e con totale
spontaneità Noah la cinse con le braccia, tirandosela vicina. Si
abbracciarono stretti e la realtà di quell'abbraccio fece dissolvere
quattordici anni di separazione nella luce sempre più tenue del
crepuscolo.
Rimasero così a lungo e Allie fu la prima che si scostò per fissare
il suo sguardo su Noah. Da quella breve distanza poté vedere i
cambiamenti che non aveva notato prima. Era un uomo fatto, ormai, e
il suo viso aveva perduto la morbida freschezza della gioventù.
Piccole rughe segnavano gli angoli degli occhi e sul mento c'era una
cicatrice recente. Anche la sua espressione appariva diversa, meno
innocente, più cauta, eppure, tra le sue braccia, Allie si rese conto
di quanto lui le fosse mancato.
Aveva gli occhi lucidi quando infine si staccarono l'uno dall'altra e
Allie rise nervosamente asciugandosi le lacrime.
«Qualcosa non va?» chiese lui, mentre cento altre domande gli si
leggevano in viso.
«Scusami, non dovrei piangere...»
«Non devi scusarti», sorrise. «Non riesco ancora a credere che tu sia
qui. Come mi hai trovato?»
Allie fece un passo indietro, cercando subito di ricomporsi.
«Due settimane fa ho letto un articolo sulla tua casa in un giornale
di Raleigh e ho sentito il bisogno di rivederti.»
Il sorriso di Noah si dilatò. «É stata un'ottima idea.»
Anche lui arretrò un poco. «Dio, sei fantastica. Sei ancora più bella
di allora.»
Allie si sentì immediatamente arrossire come quattordici anni prima.
«Grazie. Anche tu stai benissimo.» Ed era vero, il tempo aveva
lasciato poche tracce.
«Che cosa hai combinato? Come mai sei qui?»
Quelle domande la riportarono al presente, alla consapevolezza di ciò
che sarebbe potuto accadere se non fosse stata cauta. La situazione
non deve sfuggirmi di mano, si disse, e potrebbe diventare durissima
se ci addentriamo su un terreno minato.
Ma quegli occhi, Dio santo, quei dolci occhi neri di Noah.
Voltò leggermente il capo e respirò a fondo per decidere quel che
doveva dire, e quando finalmente parlò la sua voce era ferma. «Noah,
è vero che volevo rivederti, ma prima che tu ti metta in testa delle
idee sbagliate, c'è un'altra ragione che mi ha spinto a venire qui.
Devo confessarti qualcosa.»
« Che cosa? »
Allie distolse lo sguardo e non rispose subito, sorpresa dalla sua
stessa, invincibile esitazione. In quel silenzio Noah avvertì un
vuoto allo stomaco. Di qualunque cosa si trattasse, era una brutta
notizia.
«Non so come dirtelo. Pensavo di avere le idee così chiare ma adesso
non ne sono più tanto sicura.»
L'aria fu improvvisamente lacerata dal grido di un procione e Clem
scese dal portico abbaiando. Quel baccano interruppe la conversazione
e Allie fu ben felice di approfittarne.
«É tuo quel cane?»
Noah annuì, lottando contro il nodo allo stomaco.
«A dire il vero è una cagna. Si chiama Clementina ed è proprio mia.»
Seguirono le mosse di Clem che si scrollò e poi partì in direzione di
quegli strani rumori.
Allie inarcò leggermente le sopracciglia quando la vide zoppicare.
«Ha perso una gamba?» chiese, cercando di guadagnar tempo.
«Travolta da un'auto qualche mese fa. Il dottor Harrison, il
veterinario, mi ha chiesto se ero disposto a prenderla con me perché
il proprietario non ne voleva più sapere. Dopo averla vista, non ho
avuto il coraggio di lasciarla abbattere.»
«Hai sempre avuto un animo gentile», disse Allie mentre cercava di
recuperare la calma. Si interruppe e guardò verso la casa.
«Hai fatto una meravigliosa opera di restauro. Adesso sembra
perfetta, come ho sempre immaginato che dovesse essere.»
Noah voltò il capo nella stessa direzione, conscio che Allie aveva
fatto scivolare la conversazione su argomenti banali perché voleva
nascondergli qualcosa.
«Grazie, sei molto gentile. É stata davvero una grossa impresa e non
so se lo rifarei una seconda volta. »
«Certo che lo rifaresti», disse lei. Sapeva esattamente quali
sentimenti provasse per quella casa, anzi, sapeva esattamente quali
sentimenti provasse per qualsiasi cosa, o almeno l'aveva saputo molto
tempo prima.
A quel punto si rese conto di quante cose fossero cambiate da allora.
Erano diventati praticamente due estranei, lo capiva guardandolo.
Quattordici anni sono tanti. Troppi.
«Che c'è, Allie?» Si voltò cercando di catturare il suo sguardo, ma
lei continuava a fissare la casa.
«Mi sto comportando come una sciocca, vero?» disse, cercando di
sorridere.
«In che senso?»
«In tutti i sensi. Piombo qui all'improvviso e non riesco nemmeno a
trovare le parole per dirti quello che vorrei. Penserai che sono
pazza.»
«Tu non sei pazza», disse Noah con dolcezza. Le prese una mano e lei
lasciò che gliela stringesse mentre restavano a fianco a fianco. Lui
continuò: «Sebbene ne ignori le ragioni, vedo che stai affrontando
una prova assai difficile. Vuoi che andiamo a fare una passeggiata? »
«Come ai vecchi tempi?»
«Perché no? Penso che ne abbiamo bisogno tutti e due.»
Allie esitò e guardò verso la casa. «Devi avvertire qualcuno? »
Noah scosse il capo.
«No. Non c'è nessuno qui. Solo io e Clem.»
Allie l'aveva immaginato ancor prima di porre quella domanda e aveva
dei sentimenti confusi in proposito. Se ci fosse stata una donna,
dietro quella porta, le sarebbe stato più facile dire ciò che adesso,
invece, diventava sempre più difficile.
Si diressero verso il fiume e imboccarono il sentiero che costeggiava
la riva. Allie si staccò dalla mano di Noah che rimase un po'
stupito, e camminò in modo da lasciare una leggera distanza fra loro,
quasi volesse evitare qualsiasi contatto.
Noah la guardava con grande intensità, lasciandosi trasportare dalle
sue intime considerazioni. Era sempre bella, con i folti capelli e i
morbidi occhi, e camminava con tanta grazia che sembrava si librasse
nell'aria.
Aveva visto molte donne anche più belle, donne che agganciavano il
suo sguardo ma non la sua mente perché mancavano di certe doti per
lui essenziali. Come l'intelligenza, la sicurezza di sé, la forza
dello spirito, la passione. Doti che incitavano gli altri a grandi
cose, doti che avrebbe voluto possedere lui stesso.
Allie le aveva tutte, le sentiva palpitare in lei mentre la vedeva
camminare. «É una poesia vivente», ecco le parole che gli affioravano
sempre alle labbra quando cercava di descriverla agli amici.
«Da quanto tempo sei tornato qui? » chiese lei mentre il sentiero si
perdeva tra l'erba di una collinetta.
«Dallo scorso dicembre. Ho lavorato al Nord per un certo periodo e ho
trascorso gli ultimi tre anni in Europa. »
Lo fissò con uno sguardo interrogativo. «La guerra?»
Noah annuì e lei continuò: «Immaginavo che ti fossi arruolato. Sono
felice che tu sia tornato a casa sano e salvo».
«Anch'io. »
«Sei contento di essere di nuovo a casa?»
«Sì. Qui ho ritrovato le mie radici. É qui che devo vivere.» Si
interruppe. «Ma che mi dici di te?» Pose quella domanda quasi a bassa
voce, aspettandosi il peggio.
Allie esitò a lungo prima di rispondere.
«Sono fidanzata.»
Noah abbassò lo sguardo e si sentì all'improvviso più debole. Dunque
così stavano le cose. E Allie era venuta per dirglielo.
«Congratulazioni», riuscì a mormorare con un tono che temeva fosse
ben poco convincente. «A quando il gran giorno?»
«Fra tre settimane, il sabato. Lon vuole sposarsi a novembre.»
«Lon? »
«Lon Hammond Junior, il mio fidanzato.»
Noah non ne fu sorpreso. Gli Hammond erano una delle famiglie più
potenti e influenti dello Stato. Ricchezza che veniva dal cotone.
Contrariamente a quanto era avvenuto per suo padre, la notizia della
morte di Lon Hammond Senior era stata pubblicata sulle prime pagine
dei giornali. «Ne ho sentito parlare. Suo padre ha costruito un
impero finanziario. É Lon che se ne occupa adesso?»
Lei scrollò il capo. «No, è avvocato. Ha un importante studio legale.»
«Con quel suo nome, di certo non gli mancheranno i clienti.»
«Infatti, lavora moltissimo.»
Noah colse qualcosa di particolare nel tono della sua voce e passò
automaticamente a una seconda domanda: «É gentile con te?»
Allie non diede subito una risposta, come se stesse riflettendo sul
problema per la prima volta. Poi disse: «Sì. É una cara persona.
Credo proprio che ti piacerebbe, Noah».
Ma mentre pronunciava quelle parole la sua voce suonò un po'
smarrita, o almeno così parve a Noah che pensò: Forse mi illudo.
«Come sta tuo padre?» chiese lei.
Noah avanzò di due passi prima di rispondere. «É morto all'inizio di
quest'anno, poco dopo il mio ritorno . »
«Mi dispiace», disse lei, ricordando quanto il vecchio fosse stato
importante per Noah.
Lui annuì, e continuarono a camminare a fianco a fianco in silenzio.
Giunsero alla sommità della collina e si fermarono. In distanza si
vedeva la vecchia quercia avvolta dalla luce del sole. Mentre
guardava in quella direzione, Allie avvertì gli occhi di Noah fissi
su di lei.
«Quanti ricordi legati a quell'albero, Allie.»
Sorrise. «Lo so. É la prima cosa che ho visto arrivando qui. Rammenti
il giorno che abbiamo trascorso sotto quella quercia?»
«Sì», rispose, non osando aggiungere altro.
«Ti capita mai di ripensarci?»
«A volte. Di solito quando vado a lavorare da quelle parti. Il
terreno è di mia proprietà, adesso.»
«L'hai comprato?»
«Non potevo tollerare che abbattessero quella quercia per farne dei
mobiletti da cucina.»
Allie rise con una strana sensazione di gioia. «Leggi sempre poesie?»
Annuì. «Non ho mai smesso. Penso di averlo nel sangue. »
«Sai, sei l'unico poeta che io abbia mai conosciuto. »
«Non sono un poeta. Leggo i versi, ma non so scriverne nemmeno uno.
Ci ho provato.»
«Ciò non toglie che tu sia un poeta, Noah Taylor Calhoun», la sua
voce si addolcì, «io penso spesso a quel giorno. Nessuno mi aveva mai
letto poesie prima. In effetti, fu l'unica volta.»
Quel commento fece scivolare entrambi sulla corrente della memoria
mentre tornavano verso casa seguendo un diverso sentiero che passava
accanto alla darsena. Il sole si abbassava all'orizzonte e il cielo
si tingeva di giallo e Noah chiese: «Per quanto tempo intendi
rimanere qui?»
«Non lo so. Non molto. Forse fino a domani o a dopodomani. »
«Il tuo fidanzato è venuto per affari?»
Lei scrollò il capo e rispose a voce bassa: «No, è rimasto a Raleigh».
Noah inarcò le sopracciglia. «Lo sa che sei qui?»
Di nuovo un cenno di diniego e parole sussurrate.
«No. Gli ho detto che venivo a far compere dagli antiquari. Non
avrebbe capito certamente i miei veri motivi. »
Noah era sempre più sorpreso. Che Allie avesse avuto voglia di
rivederlo era abbastanza normale, ma il fatto che avesse mentito al
suo fidanzato dava a quella visita un carattere ben diverso.
«Non c'era bisogno che tu venissi qui per dirmi che eri fidanzata.
Potevi scrivermi una lettera. O telefonarmi. »
«Lo so. Ma sentivo che dovevo dirtelo di persona.»
«Perché? »
Esitò. «Non riesco a spiegarmelo», mormorò, e per il modo in cui
pronunciò quelle parole Noah le credette. La ghiaia scricchiolava
sotto i loro passi mentre avanzavano in silenzio. Poi Noah chiese:
«Allie, tu lo ami?»
Rispose quasi automaticamente: «Sì, lo amo»...
Una pugnalata. Ma di nuovo Noah avvertì qualcosa di particolare nel
suo tono, come se parlasse per convincere se stessa. Si fermò e
dolcemente le posò le mani sulle spalle, costringendola a guardarlo
in faccia. La luce morente del sole si rifletteva negli occhi di lei.
« Se tu sei felice, Allie, e se lo ami, io non farò nulla per
impedirti di tornare da lui. Ma se una parte di te è ancora in
dubbio, allora fermati e rifletti.
Il matrimonio non è un impegno che si può assumere a metà.»
La sua risposta giunse fin troppo rapida.
«Ho preso la decisione giusta, Noah.»
Lui la fissò per un attimo, chiedendosi se doveva crederle. Poi
ricominciarono a camminare. Noah ruppe il silenzio con una nuova
domanda. «Non ti sto facilitando le cose, vero?»
Sulle labbra di Allie affiorò un piccolo sorriso.
«Non ti posso biasimare.»
«Mi scuso comunque.»
«Ti prego, non ce n'è ragione. Semmai sono io quella che dovrebbe
scusarsi. Forse sarebbe stato meglio scriverti una lettera.»
Noah scrollò il capo. «Per essere sincero, sono felice che tu sia
venuta. Nonostante tutto. É una gioia rivederti. »
«Grazie, Noah.»
«Credi che sia possibile ricominciare da zero?»
Lo fissò perplessa.
«Sei stata la mia migliore amica, Allie. Vorrei che tu lo fossi
ancora, anche se sei fidanzata, anche se per soli due giorni.
Potremmo raccontarci quel che ci è accaduto in questi anni.»
Lei rifletté su quel dilemma, rimanere o partire, e decise che poiché
ormai Noah la sapeva fidanzata, era giusto rimanere. O almeno non era
del tutto sbagliato. Sorrise e annuì.
«D'accordo. »
«Bene. Che ne diresti di una cena? Conosco un posto davvero speciale
dove cucinano i migliori granchi della città.»
«Splendido, e dov'è?»
«A casa mia. Ho sistemato le nasse nel fiume da una settimana e ieri
ho visto che ci si erano infilati dei begli esemplari. Ti dispiace se
vado a prenderli?»
«Nient'affatto. »
Noah sorrise e indicò col pollice un punto dietro la sua schiena.
«Sono giù alla darsena. Mi ci vorranno un paio di minuti.»
Allie lo seguì con lo sguardo e si accorse come la tensione che si
era accumulata in lei quando gli aveva parlato del suo fidanzamento
si stesse allentando.
Chiuse gli occhi e si passò le dita tra i capelli mentre una brezza
leggera le accarezzava le guance. Inspirò a fondo e trattenne il
fiato, espirando poi lentamente mentre i muscoli delle spalle e della
schiena si scioglievano completamente. Quando riaprì gli occhi, fu
colpita dalla bellezza che la circondava.
Le erano sempre piaciute sere come quella, quando il pungente aroma
delle foglie autunnali cavalca sulla groppa dei morbidi venti del
sud. Le piacevano gli alberi e il fruscio delle fronde. Ascoltando
quei suoni ritrovava la pace. Poco dopo, voltandosi, guardò Noah con
occhi diversi.
Dio, che bell'uomo. Anche dopo tutto quel tempo.
Lo osservò mentre afferrava la cima immersa nell'acqua e cominciava a
tirarla a sé. Nonostante la semioscurità, vide guizzare i suoi
muscoli mentre sollevava la nassa e la teneva sospesa scuotendola
perché si svuotasse dell'acqua. Poi la sistemò sul pontile, la aprì e
ne estrasse i granchi a uno a uno, lasciandoli ricadere in un secchio.
Allie gli andò incontro, i grilli cominciarono a cantare e lei
rammentò quello che le dicevano da bambina: Conta quanti cricrì senti
in un minuto, aggiungi dieci e otterrai i gradi della temperatura
esterna.
Forse la risposta non era mai esatta, ma era un gioco divertente.
Mentre camminava, si rese conto di aver dimenticato quanto fossero
belli e puri quei luoghi. Voltando leggermente il capo vide la casa
in distanza. Noah aveva lasciato un paio di luci accese e sembrava
l'unica dimora lì attorno. O almeno l'unica dotata di elettricità.
Oltre i limiti della città, nelle campagne, molte fattorie non erano
ancora collegate alla rete.
Avanzò sul piccolo molo di legno e le assi scricchiolarono sotto i
suoi passi come una vecchia fisarmonica sfiatata. Noah alzò lo
sguardo e le sorrise ammiccando, poi si chinò di nuovo sui granchi
scegliendo i migliori. Allie raggiunse la vecchia poltrona a dondolo
all'estremità del molo e la accarezzò facendo scorrere le mani sullo
schienale. Immaginò Noah che sedeva lì per pescare, leggere,
meditare. Si chiese quanto tempo trascorresse da solo, e a che cosa
pensasse in quei momenti.
«Era la poltrona di papà», disse lui senza nemmeno guardarla, e Allie
annuì. Vide volare i pipistrelli, le rane si erano unite ai grilli
nel coro serale.
Allie raggiunse l'altra estremità del pontile e avvertì un senso di
disagio. L'impulso che da tre settimane le premeva dentro perché
venisse lì si era improvvisamente spento. Voleva che Noah sapesse del
suo fidanzamento, che capisse, che accettasse , non aveva dubbi in
proposito, ma ora pensava solo a lui e a quell'estate lontana. A
testa china, si guardò attorno attentamente finché trovò quel che
cercava, l'incisione. Noah ama Allie chiusa in un cuore. Incisa nel
legno pochi giorni prima della sua partenza.
Un vento pungente si alzò improvviso e Allie incrociò le braccia sul
petto per proteggersi. Rimase così, guardando ora l'incisione e ora
il fiume, finché Noah la raggiunse. Avvertì la sua vicinanza, il
tepore del suo corpo e disse: «C'è tanta pace qui».
«Lo so. Ci vengo spesso perché mi piace stare accanto all'acqua. Mi
fa sentire bene.»
«Farei lo stesso, se fossi in te.»
«Adesso andiamo. Le zanzare si stanno scatenando e io muoio di fame.»
Il cielo era ormai nero quando Noah si avviò verso casa. Allie al suo
fianco si sentiva confusa, e avanzava lungo il sentiero con passi
quasi incerti. Si chiedeva che cosa pensasse Noah di quella sua
visita, e non era sicura di avere lei stessa le idee chiare in
proposito. Quando raggiunsero la casa, Clem li accolse sfregando il
suo naso umido nei punti sbagliati. Noah le ordinò di andarsene e la
cagnolina si allontanò con la coda tra le gambe.
«Hai lasciato in macchina qualcosa che ti occorre?
Vuoi che vada a prenderla?» chiese lui.
«No. Ho già disfatto la valigia nella mia camera d'albergo.» La sua
voce ora aveva un suono diverso, come se gli anni trascorsi si
fossero dissolti.
«Benissimo», disse Noah mentre saliva i gradini del portico. Lasciò
il secchio accanto alla porta e guidò Allie all'interno, dirigendosi
verso la cucina che si trovava subito sulla destra ed era grande,
odorosa di legno. Sia i mobili sia il pavimento erano di quercia e le
grandi finestre guardavano a est, pronte ad accogliere il primo sole
mattutino. Tutto era stato fatto con gusto e sobrietà, cosa rara a
vedersi nelle vecchie case ristrutturate.
«Ti dispiace se faccio un giro per la casa?»
«Ma figurati. Vai pure. Ho fatto la spesa, prima, e non ho ancora
sistemato le provviste.»
I loro sguardi si incrociarono per un attimo e Allie sentì che lui
continuava a osservarla mentre lasciava la stanza. Qualcosa vibrò di
nuovo in lei.
Passò da una stanza all'altra ammirando tutto ciò che vedeva, un vero
prodigio se si pensava allo stato di degrado in cui era caduta la
vecchia dimora. Scese le scale e tornò in cucina, vide Noah di
profilo e per un attimo le sembrò il ragazzo diciassettenne di un
tempo. Maledizione, si disse, cerca di controllarti.
Ricordati che sei fidanzata.
Noah era in piedi davanti a un armadio aperto e fischiettava piano.
Sorrise ad Allie mentre riponeva lo scatolame nelle scansie. Allie si
fermò a pochi passi da lui e si appoggiò a uno scaffale, incrociando
una caviglia sull'altra.
«Hai fatto un lavoro meraviglioso in questa casa, Noah. Quanto tempo
ti ci è voluto?»
Lui accartocciò l'ultimo sacchetto vuoto. «Quasi un anno. »
«Tutto da solo?»
Rise. «No. Quand'ero ragazzo pensavo che sarebbero bastate le mie
sole braccia, e ho cominciato così. Ma era una fatica enorme che
sarebbe durata anni. Ho assunto degli operai... a dire il vero
parecchi.
Ma anche con il loro aiuto il lavoro è stato massacrante. A volte
smettevo solo a mezzanotte.»
«Perché l'hai fatto?»
Fantasmi, avrebbe voluto dire, ma scelse una risposta diversa. «Non
lo so. Mi ero assunto un compito e volevo portarlo a termine,
immagino. Ti va di bere qualcosa prima di cena?»
«Che cos'hai da offrirmi?»
«Non molto, a dire la verità. Birra, tè, caffè.»
«Il tè va benissimo.»
Noah si sbarazzò delle cartacce, poi passò in una piccola dispensa
accanto alla cucina e ne riemerse con una scatola di tè. Posò due
bustine accanto al fornello e riempì d'acqua il bollitore. Poi accese
il gas con un fiammifero e Allie udì il sibilo delle fiammelle.
«Ci vorrà poco, questi fornelli sono ottimi.»
«Perfetto.»
Quando il bollitore cominciò a sibilare, Noah versò l'acqua nelle
tazze che contenevano le bustine e ne porse una ad Allie.
Lei l'accettò sorridendo e si avvicinò alla finestra.
«Immagino che questa cucina sia bellissima al mattino, illuminata dal
sole.»
Lui annuì. «É vero. Ho voluto delle finestre molto grandi su questo
lato della casa proprio per quella ragione. Anche nella camera da
letto di sopra.»
«Immagino che i tuoi ospiti la apprezzino, a meno che non vogliano
dormire fino a tardi.»
«A dire la verità, non ho mai avuto ospiti. Da quando è morto mio
padre, non saprei chi invitare.»
Dal suo tono, Allie capì che cercava solo di mantenere viva la
conversazione e all'improvviso provò un senso di abbandono. Come se
Noah indovinasse il corso dei suoi pensieri, ma le impedisse di
esprimerli cambiando argomento.
«Farò marinare i granchi, prima di cuocerli», disse posando la sua
tazza sul tavolo. Poi prese una grossa pentola con il suo coperchio,
la riempì d'acqua sotto il rubinetto del lavandino e infine la posò
sul fornello.
«Posso darti una mano?»
Noah le rispose senza voltarsi. «Certo. Puoi affettare le verdure da
friggere. Ne troverai una quantità nel cassetto del frigorifero.
Mettile in quella ciotola.»
Allie bevve un ultimo sorso di tè prima di mettersi al lavoro. Con la
ciotola in mano aprì il frigorifero e nello scomparto inferiore trovò
carote, cipolle e zucchini. Noah si avvicinò e Allie si spostò per
lasciargli spazio. Sentì l'odore di lui, così pulito e noto e
caratteristico, e fu sfiorata dal suo braccio che si allungava
all'interno del frigo per prendere una bottiglia di birra e una di
salsa piccante.
Poi tornò ai fornelli, stappò la birra e la versò nell'acqua della
pentola, aggiunse un po' di salsa e delle spezie, e dopo aver
mescolato il tutto andò a prendere i granchi.
Prima di entrare in cucina si fermò un attimo sulla soglia per
osservare Allie che stava affettando le carote. Si chiese di nuovo
perché fosse venuta lì, pur essendo fidanzata. La cosa non aveva
senso per lui.
D'altronde, Allie era sempre stata una specialista in fatto di
sorprese.
Sorrise tra sé, rammentando la ragazzina di un tempo. Ardente,
spontanea, appassionata - così immaginava fossero gli artisti. Poiché
Allie lo era senza dubbio, il suo talento era un dono naturale. Noah
aveva visto parecchi quadri nei musei di New York e gli sembrava che
le opere di Allie fossero altrettanto valide.
Quell'estate, prima di partire, gli aveva regalato un suo dipinto che
ora era appeso sopra il camino nel soggiorno. L'aveva intitolato il
quadro dei suoi sogni e a Noah sembrava estremamente sensuale. Quando
lo guardava, il che gli capitava spesso a tarda sera, leggeva il
desiderio tra le linee e i colori, e riusciva a immaginare ciò che
Allie aveva pensato a ogni tocco di pennello.
Un cane abbaiò nella notte: Noah si rese conto che era rimasto lì
immobile da un pezzo e avvicinandosi rapidamente ad Allie si chiese
se lei se ne fosse accorta.
«Come va?» domandò vedendo che aveva quasi finito.
«Benissimo. C'è qualcos'altro per cena?»
«Ho del pane cotto in casa.»
«Cotto in casa?»
«Da una vicina», disse Noah piazzando nel lavandino il secchio con i
granchi. Li sciacquò a uno a uno sotto l'acqua corrente, lasciando
poi che scorrazzassero nella bacinella. Allie si avvicinò per
osservarlo meglio.
«Non hai paura che ti pinzino quando li prendi in mano? »
«No, basta afferrarli nel modo giusto.» E glielo dimostrò, sorridendo.
«Dimenticavo che lo fai da tutta una vita.»
«New Bern è piccola, ma ti insegna le cose che contano. »
Allie si appoggiò a uno scaffale accanto a lui e vuotò la sua tazza
di tè. Quando i granchi furono tutti lavati, Noah li mise nella
pentola sul fornello. Poi si lavò le mani e si rivolse ad Allie.
«Li lascerò macerare per mezz'ora. Vuoi che andiamo a sederci sotto
il portico?»
«Volentieri», disse lei.
Quando uscirono Noah accese la luce esterna e sedette sulla vecchia
sedia a dondolo offrendo ad Allie quella nuova. Vide che la sua tazza
era vuota e tornò in casa per prendere altro tè per lei e una birra
per sé. Allie bevve un paio di sorsi prima di posare la tazza sul
tavolino tra le due sedie.
«Tu eri qui quando sono arrivata, vero?»
Noah si appoggiò allo schienale cercando la posizione più comoda.
«Sì. Mi siedo qui tutte le sere. Ormai è un'abitudine.»
«Capisco perché», disse lei guardandosi attorno. «E che cosa fai di
bello in questo periodo?»
«A dire la verità non faccio nulla; mi occupo solo della casa, che
soddisfa le mie necessità creative.»
«Ma allora come puoi... voglio dire...»
«Morris Goldman.»
«Non ho capito.»
Lui sorrise. «Il mio vecchio boss, su al Nord. Si chiamava Morris
Goldman. Mi offrì una compartecipazione nella ditta quando mi
arruolai e morì prima che tornassi in patria. Quando arrivai negli
States, i suoi avvocati mi consegnarono un sostanzioso assegno che mi
permise di comprare questa casa e di ristrutturarla.»
Allie si lasciò sfuggire una risatina. «Mi hai sempre detto che
avresti trovato il modo di cavartela in ogni caso.»
Rimasero in silenzio per alcuni minuti, ripensando al passato. Allie
bevve un altro sorso di tè.
«Ricordi come riuscii a raggiungerti qui di soppiatto la sera in cui
mi parlasti di questo posto per la prima volta?»
Noah annuì e lei continuò: «Rincasai tardi e trovai i miei genitori
furibondi. Vedo ancora mio padre in piedi nel soggiorno che fumava
una sigaretta e mia madre seduta sul divano, lo sguardo fisso davanti
a sé. Giuro, avevano l'aria di chi ha appena ricevuto la notizia
della morte di un parente. Fu allora che i miei genitori capirono per
la prima volta quanto io tenessi a te, e mia madre mi parlò a lungo
quella stessa sera. Mi disse: 'Sono sicura che tu credi che io non
capisca ciò che stai provando, ma lo capisco benissimo. Il fatto è
che a volte il nostro futuro ci è imposto da ciò che siamo, in
contrasto con ciò che vorremmo'. Rammento che le sue parole mi
ferirono profondamente».
«Ferirono anche me, quando me ne parlasti, il giorno dopo. I tuoi
genitori mi piacevano, e non avevo idea di non piacere a loro.»
«Non è proprio così. Pensavano soltanto che tu non fossi alla mia
altezza.»
«Non c'è molta differenza.»
C'era un velo di tristezza nelle sue parole e Allie capì che aveva
ragione di risentirsi. Alzò gli occhi verso il cielo stellato mentre
si ravviava con le dita una ciocca ribelle.
«So quello che provi. L'ho sempre saputo. Infatti da allora si è
creata una certa distanza tra me e mia madre. »
«E adesso qual è la tua opinione in proposito?»
«Sempre la stessa. Che non era giusto. Per una ragazzina, è
un'esperienza terribile scoprire che la posizione sociale conta più
dei sentimenti.»
Noah sorrise senza fare commenti.
«Ho spesso pensato a te dopo quell'estate», disse Allie.
«Davvero? »
«Perché non dovresti credermi?» Sembrava sinceramente sorpresa.
«Non hai mai risposto alle mie lettere.»
«Mi hai scritto?»
«Dozzine di volte. Ti ho scritto per due anni senza mai ricevere una
risposta.»
Lei scrollò il capo lentamente prima di abbassare gli occhi.
«Come mai...» disse infine, e Noah capì che doveva essere stata la
madre a controllare la posta eliminando le lettere all'insaputa di
Allie. L'aveva sempre sospettato, e guardando Allie lesse sul suo
viso che era giunta alla stessa conclusione.
«Mia madre ha avuto torto, ha fatto una cosa molto ingiusta. Ma cerca
di capirla. Quando partimmo da qui, probabilmente pensò che per me
sarebbe stato più facile dimenticarti del tutto. Non ha mai capito
quanto tu contassi per me, e a dire il vero non so nemmeno se ha
amato mio padre come io ho amato te.
Nella sua testa, ha pensato di fare il mio bene nascondendomi le tue
lettere.»
«Non spettava a lei prendere una decisione simile», disse Noah.
«Lo so.»
«Le cose sarebbero andate diversamente se tu le avessi lette?»
«Certamente. Mi sono sempre chiesta dove tu fossi finito.»
«No, volevo dire: credi che avremmo potuto continuare ad amarci?»
Esitò prima di rispondere.
«Non lo so, Noah. Davvero non lo so e non lo sai nemmeno tu. Ormai
siamo delle persone diverse.
Adulte. Mature. Tutt'e due.»
Allie si interruppe lasciando vagare lo sguardo verso il fiume. E
poiché Noah non parlava, continuò: «O forse sì, Noah. Forse ci
saremmo amati. O almeno mi piace immaginare che sarebbe stato così».
Lui annuì, ma non osò guardarla in faccia.
«Che tipo è Lon?»
Allie esitò perché non si aspettava quella domanda. Il nome di Lon
riportava a galla i sensi di colpa e lì per lì non seppe che cosa
rispondere. Allungò la mano verso la sua tazza, bevve un sorso,
ascoltò un picchio che martellava un tronco chissà dove. Poi parlò a
voce bassa.
«Lon è un bell'uomo, affascinante, di successo, e quasi tutte le mie
amiche sono pazze di invidia. Pensano che sia perfetto, e per molti
versi lo è. Con me si dimostra molto gentile, mi fa ridere e so che,
a suo modo, mi ama.» Si interruppe, come se volesse mettere ordine
nei suoi pensieri. «Ma c'è sempre qualcosa che manca nei nostri
rapporti.»
Fu sorpresa dalle sue stesse parole, pur essendo costretta ad
ammettere che corrispondevano alla verità.
E guardando Noah capì che aveva già presagito quella risposta.
«Come mai?» chiese lui.
Allie sorrise debolmente e scrollò le spalle, la sua voce era poco
più di un sussurro.
«Forse sto ancora cercando un amore come quello che ci fu tra noi.»
Noah rifletté a lungo su quelle parole e pensò alle donne che aveva
conosciuto dopo aver visto Allie per l'ultima volta.
«E tu?» chiese lei. «Hai mai pensato a noi?»
«Sempre. Ci penso ancora.»
«Frequenti delle donne?»
«No», rispose scrollando il capo.
Tutti e due sembravano agganciati a quel pensiero e non riuscivano a
toglierselo di testa. Noah finì la sua birra, sorpreso di aver
vuotato il bicchiere tanto in fretta.
«Vado a iniziare la cottura. Hai bisogno di qualcosa?»
Lei negò con un cenno del capo e Noah andò in cucina, accese il fuoco
sotto la pentola dei granchi e mise il pane nel forno. Infarinò le
verdure e fece sciogliere un po' di grasso nel tegame per i fritti.
Dopo aver abbassato la fiamma al minimo, prese un'altra birra dal
frigorifero prima di tornare sotto il portico. Nel frattempo aveva
sempre pensato ad Allie e all'amore che era stato sottratto alle loro
vite.
Anche Allie stava pensando. A Noah, a se stessa, I a una quantità di
cose. Per un attimo si augurò di non essere fidanzata e subito fu
sopraffatta da un senso di colpa. Non era Noah l'uomo che amava:
amava il suo ricordo. Il che poteva risultare un fatto abbastanza
normale. Il suo primo vero amore, l'unico uomo cui si era unita, come
avrebbe potuto dimenticarlo?
Ma era normale che il suo corpo vibrasse ogni volta che lui si
avvicinava? Era normale confessargli cose che non aveva mai rivelato
a nessun altro? Era normale venire lì tre settimane prima del giorno
del suo matrimonio?
«No», sussurrò a se stessa contemplando il cielo stellato. «Non c'è
nulla di normale in tutto questo.»
Noah ritornò proprio in quel momento e Allie gli sorrise, felice che
la sua presenza le impedisse di continuare a pensare.
«La cena sarà pronta tra pochi minuti», disse lui sedendosi sul
dondolo.
«Ottimo. Ho fame, ma posso ancora aspettare.»
Lui la guardò con un'infinita dolcezza negli occhi.
«Sono felice che tu sia qui, Allie», disse.
«Anch'io. Sebbene abbia rischiato di rinunciare alla mia decisione.»
«Perché sei venuta?»
Perché non potevo farne a meno, avrebbe voluto dire, ma non lo disse.
«Sono venuta per vederti. Per scoprire che cosa avevi fatto in tutti
questi anni, e com'eri adesso.»
Noah dubitava che quelle fossero le uniche ragioni della sua visita,
ma non le pose domande. Invece cambiò argomento.
«C'è una cosa che volevo chiederti: dipingi ancora? »
Lei scrollò il capo. «No, non più.»
Noah la fissò stupefatto. «Perché no? Avevi un grande talento.»
«Non lo so.»
«Certamente che lo sai. Ci deve pur essere una ragione. »
«É una lunga storia.»
«Ho tutto il tempo per ascoltarla», insistette lui.
«Sei davvero convinto che io avessi del talento?»
chiese Allie a bassa voce.
«Vieni», disse lui prendendola per mano. «Ti voglio mostrare una
cosa.»
Allie si alzò e lo seguì fino al soggiorno. Noah si fermò di fronte
al camino e indicò il quadro che era appeso lì sopra. Allie sobbalzò,
stupita di non averlo notato prima e ancor più stupita di vederlo lì.
«L'hai conservato?»
«Naturalmente. É bellissimo.»
Lei gli lanciò un'occhiata scettica e Noah spiegò:
«Mi fa sentire vivo quando lo guardo. A volte devo alzarmi per andare
a toccarlo. É così autentico, le forme, le ombre, i colori. Lo sogno
persino di notte. É incredibile, Allie. Posso contemplarlo per ore.»
«Dici seriamente?» chiese lei, turbata.
«Mai stato più serio.»
Allie non fece commenti e Noah continuò: «Vuoi farmi credere che
nessuno ti ha mai detto queste cose prima d'ora?»
«Il mio professore sì», ammise Allie, «ma non pensavo che fosse del
tutto sincero.»
Noah era convinto che ci fosse dell'altro. Allie distolse lo sguardo
prima di continuare: «Disegnavo e dipingevo fin da quando ero
bambina. Poi, crescendo, cominciai a pensare di essere dotata. E
dipingere mi piaceva immensamente. Ricordo come lavorai a questo
quadro durante quell'estate, ogni giorno aggiungevo qualcosa, piccoli
cambiamenti che riflettevano l'evolversi del nostro rapporto. Non so
che cosa avessi in mente quando lo incominciai, ma a poco a poco
giunsi a questo risultato.»
«Rammento che non riuscivo a smettere di dipingere quando tornai a
casa quell'anno. Probabilmente era un modo per soffocare il dolore.
Comunque mi diplomai in arti figurative perché non avevo altri
interessi. Trascorrevo ore chiusa nel mio studio, felice per la
sensazione di libertà che provavo mentre creavo, e sapevo di produrre
qualcosa di bello. Il mio professore, che era anche critico d'arte
del giornale locale, mi disse che avevo molto talento e che dovevo
proseguire su quella strada. Ma non gli diedi retta».
Si interruppe, come se dovesse riordinare le idee.
«I miei genitori erano convinti che una ragazza del mio rango non
potesse guadagnarsi da vivere dipingendo. Era indecoroso. Dopo
qualche tempo smisi. E non tocco più un pennello da anni.»
Fissò gli occhi sul quadro.
«Pensi che potresti ricominciare?»
«Non ne sono sicura. É passato tanto tempo... forse troppo tempo.»
«Tu puoi farcela, Allie. Ne sono sicuro. Hai un talento che viene
dall'interno di te, dal tuo cuore, non dalle tue mani. Un talento
simile non si cancella. Tu sei ciò che migliaia di persone sognano di
essere.
Un'artista, Allie.»
Pronunciò quella frase con tale sincerità da far capire ad Allie che
non si trattava di un banale complimento. Noah credeva davvero nel
suo talento e per una qualche ragione ciò assunse per lei un
significato più importante di quanto avesse immaginato. Ma accadde
anche qualcosa d'altro, qualcosa che aveva in sé una straordinaria
potenza.
Allie non riuscì a identificare il momento preciso in cui si verificò
quel miracolo, ma capì che il crepaccio scavato nella sua vita per
separare il dolore dal piacere si stava chiudendo. E allora intuì,
sebbene in modo confuso, che quella sua visita a New Bern implicava
molto di più di quanto lei volesse ammettere.
Tuttavia non ne era ancora sicura e si voltò verso Noah, allungò la
sua mano verso quella di lui e la sfiorò esitando, con dolcezza,
stupita che dopo tanti anni Noah avesse pronunciato esattamente le
parole che lei voleva sentirsi dire. Quando i loro sguardi si
intercettarono, si rese conto una volta di più che era un uomo
davvero speciale.
E in un attimo fuggente, in una frazione di tempo sospesa nell'aria
come una lucciola nel cielo estivo, si chiese se fosse ancora
innamorata di lui.
Il timer squillò in cucina con una serie di ding e Noah si alzò
rompendo l'incanto, ma molto turbato da ciò che era accaduto tra
loro. Gli occhi di Allie gli avevano inviato un messaggio a lungo
agognato, e tuttavia non riusciva a soffocare la voce che gli ronzava
in testa. La voce di Allie che gli parlava del suo amore per un altro
uomo.
Maledì in silenzio il timer mentre entrava in cucina e toglieva il
pane dal forno. Si scottò le dita, lasciò ricadere la pagnotta sul
tavolo e vide che il tegame per i fritti era pronto. Ci gettò le
verdure e le sentì sfrigolare.
Poi, borbottando tra sé, prese il burro nel frigorifero, ne spalmò un
poco sul pane e fece sciogliere il resto per i granchi.
Allie l'aveva seguito e segnalò la sua presenza schiarendosi la gola.
«Posso preparare la tavola?»
Noah usò la punta del coltello come un indice.
«Certo, i piatti sono lì. La tovaglia e le posate là. E di posate ce
ne vorranno parecchie, sgusciare i granchi è un bel lavoro.» Non la
guardò mentre parlava.
Temeva di rompere l'incanto. O peggio, temeva di constatare che tutto
era stato frutto della sua immaginazione. E non voleva accettarlo.
Anche Allie stava pensando a quel momento magico che la riscaldava
dentro. Le parole di Noah continuavano a risuonare nella sua testa
mentre sistemava i piatti, le posate, il sale e il pepe. Noah le
porse il pane e le loro dita si sfiorarono per un attimo.
Poi Noah dedicò la sua attenzione ai fornelli, rimescolò le verdure,
sollevò il coperchio della pentola e constatò che i granchi
richiedevano ancora un minuto di cottura. Aveva recuperato il
controllo di sé e riprese una conversazione facile, senza problemi.
«Hai già mangiato i granchi?»
«Un paio di volte. Ma solo in insalata.»
«Allora preparati a un'avventura. Aspetta un momento.» Volò su per le
scale e ritornò con un camicione azzurro. Lo porse ad Allie.
«Indossa questo. Ne avrai bisogno per non macchiarti il vestito.»
Allie se lo infilò e fiutò la fragranza racchiusa nella stoffa,
l'odore di lui, intenso e naturale.
«Non ti preoccupare», disse Noah interpretando male la sua
espressione, «è pulita.»
Lei rise. «Lo so. Ma mi è venuto in mente il nostro primo vero
appuntamento. Tu mi prestasti la tua giacca, quella sera, ricordi?»
Annuì. «Sì, lo ricordo. Fin e Sarah erano con noi.
Fin continuava a darmi gomitate mentre ti riaccompagnavo a casa,
perché voleva che io ti stringessi la mano. »
«Però non l'hai fatto.»
«No», rispose lui scrollando il capo.
«Perché? »
«Timidezza forse. Paura. Non lo so. Non mi sembrava la cosa giusta da
fare in quel momento.»
«Se ci ripenso, eri davvero timido, sai?»
«Preferirei la definizione 'moderatamente fiducioso'», disse lui
ammiccando, e sorrise.
Le verdure e i granchi giunsero contemporaneamente al punto di
perfetta cottura. «Stai attenta, sono caldissimi», disse Noah
servendoli in tavola, e sedettero l'uno di fronte all'altra. Dopo
aver scodellato le verdure nei piatti Noah vi aggiunse un granchio e
Allie lo fissò perplessa.
«Sembra un'enorme cimice.»
«Ma una cimice ottima. Guarda che cosa devi fare.»
Glielo dimostrò con gesti rapidi e apparentemente facili, sgusciando
la polpa e mettendogliela sul piatto. Ma quando Allie provò a fare da
sola spezzò le chele con troppa forza e fu costretta a usare le dita
per liberare la polpa. Si sentiva impacciata, preoccupata di
sbagliare, ma ben presto riuscì a superare la propria insicurezza.
Noah non si curava affatto di simili bazzecole, non se n'era mai
curato.
«Dov'è ora Fin?» chiese.
Noah esitò prima di rispondere.
«Fin è morto in guerra. La sua corazzata fu silurata nel quarantatré.»
«Mi dispiace. So che era un tuo ottimo amico.»
La sua voce cambiò, prese un tono più profondo.
«Lo era, infatti. Penso molto a lui in questi giorni. Ricordo
soprattutto l'ultima volta che lo vidi. Ero tornato a casa per
salutare tutti prima di arruolarmi e ci incontrammo. Lavorava in
banca, come suo padre, e trascorremmo il fine settimana assieme. A
volte mi rimprovero di averlo indotto ad arruolarsi. Forse non
l'avrebbe fatto, senza il mio esempio.»
«Non devi fartene una colpa», disse Allie, rammaricandosi di aver
affrontato quell'argomento.
«Lo so, ma mi manca molto.»
«Anche a me piaceva. Mi faceva ridere.»
«Era la sua specialità.»
Allie gli lanciò un'occhiata. «Si era preso una cotta per me, sai?»
«Lo so. Me l'aveva confessato.»
«Davvero? E che cosa ti ha detto?»
Noah scrollò le spalle. «Te lo puoi immaginare. Che eri pazza di lui
e che doveva scappare perché lo inseguivi dappertutto. Le sue solite
balle.»
Lei rise. «E tu gli hai creduto?»
«Naturalmente. Perché non avrei dovuto credergli?»
«Voi uomini vi spalleggiate sempre a vicenda.» Allungò una mano sul
tavolo e gli stuzzicò il braccio con la punta delle dita. «E adesso
raccontami tutto quello che hai fatto da quando ci siamo visti
l'ultima volta. »
Con una fitta conversazione recuperarono il tempo perduto. Noah le
raccontò di come aveva lasciato New Bern, del suo lavoro al Nord
prima nel cantiere e poi nel deposito di rottami. Parlò con affetto
di Morris Goldman e accennò alla guerra senza dilungarsi in dettagli.
Poi le disse di suo padre e di quanto soffrisse per la sua scomparsa.
Allie a sua volta parlò del college, della pittura, delle ore di
volontariato all'ospedale, della sua famiglia, dei suoi amici e delle
varie opere di carità cui si dedicava. Nessuno dei due accennò a
possibili coinvolgimenti sentimentali. Persino Lon fu ignorato,
sebbene entrambi si rendessero conto di quella importante omissione.
Poi Allie cercò di ricordare, tra sé, in quale occasione lei e Lon
avessero chiacchierato così. Sebbene fosse un buon ascoltatore, e
nemico delle discussioni, Lon faticava a esprimersi. Come il
padre di Allie, l'idea di comunicare ad altri i suoi pensieri e
i suoi sentimenti lo faceva sentire a disagio. Allie aveva
cercato di spiegargli che voleva essergli più vicina, ma senza
risultato. E ora, seduta in quella cucina, capiva quante cose le
fossero mancate. Nel cielo sempre più buio galleggiava una
limpida luna, e senza rendersene conto cominciarono a ricreare
tra loro l'intimità, la familiarità che aveva costituito un
tempo un legame fortissimo. Quando finirono di cenare,
soddisfatti per l'ottimo cibo, Noah guardò l'orologio e vide che
si stava facendo tardi. Le stelle erano più brillanti nel cielo,
il canto dei grilli più sommesso. Noah era felice per quella
lunga conversazione, ma temeva di aver parlato troppo, si
chiedeva come Allie avrebbe giudicato il suo modo di vivere.
Si alzò per riempire il bollitore, poi ammucchiarono i piatti nel
lavandino e sparecchiarono la tavola.
Quando l'acqua cominciò a bollire, Noah preparò dell'altro tè.
«Torniamo sotto il portico?» chiese porgendole una tazza. Allie
acconsentì e uscì per prima, Noah la seguì portando con sé una
coperta da mettere sulle gambe di Allie, semmai avesse avuto freddo.
Poco dopo si dondolavano tranquillamente sulle loro poltrone.
Dio, quanto è bella, pensò Noah guardando Allie con la coda
dell'occhio. E dentro di sé soffriva.
Perché qualcosa era accaduto durante la cena.
Molto semplicemente, si era innamorato per la seconda volta. Ne era
certo, mentre sedevano l'uno accanto all'altra. Si era innamorato
della nuova Allie, e non soltanto del suo ricordo.
O forse non aveva mai smesso di amarla perché quello era il suo
destino.
«É stata una bella serata», disse con voce dolce.
«Sì», disse lei, «una serata meravigliosa.»
Noah alzò lo sguardo verso il cielo. Le stelle, palpitando, gli
rammentavano che presto Allie se ne sarebbe andata lasciandogli un
gran vuoto nel cuore.
Avrebbe voluto che quella sera non finisse così. Ma come dirglielo?
Come chiederle di restare?
Non lo sapeva, perciò decise di non dire nulla e accettò il proprio
fallimento.
Le poltrone dondolavano ritmicamente. Altri pipistrelli lungo il
fiume. Lo sfrigolio delle zanzare sulle lampade del portico. Lì
attorno, Noah ne era sicuro, qualcuno stava facendo l'amore.
«Dimmi qualcosa», mormorò infine Allie, e c'era sensualità nella sua
voce. Oppure l'immaginazione di Noah gli giocava uno scherzo?
«Che cosa devo dirti?»
«Parlami come quella sera sotto la quercia.»
E lui lo fece, celebrando la notte con brani di poesie. Whitman e
Thomas, perché gli piacevano le loro descrizioni intense, Tennyson e
Browning, perché cantavano argomenti a lui cari.
A occhi chiusi, col capo appoggiato allo schienale della poltrona,
Allie sentiva crescere dentro di sé uno strano calore, suggerito non
solo dai versi dei poeti o dalla voce di Noah, ma da un insieme che
superava la somma delle parti. Non cercò di approfondire quella
sensazione perché avrebbe rotto l'incanto di un ascolto perfetto. La
poesia, pensò, non è stata scritta per essere analizzata. Deve
ispirarci al di là della ragione, deve commuoverci al di là della
comprensione.
Ricordando Noah, aveva assistito a qualche lettura di poesie
organizzata dal professore di letteratura inglese all'università.
Aveva ascoltato oratori diversi e opere diverse, ma ben presto aveva
desistito, scoraggiata dal fatto che nessuno sembrava veramente
ispirato da un autentico amore per la poesia.
Continuò a dondolarsi immersa nei suoi pensieri, bevendo piccoli
sorsi di tè. L'impulso che l'aveva portata fin lì si era placato
- e ne ringraziava il cielo - ma era preoccupata per la
sensazione che l'aveva sostituito: quel palpito che le saliva a
fior di pelle colmando i suoi pori come la sabbia aurifera nei
setacci dei cercatori d'oro. Cercava di soffocarlo, di negarlo,
ma ormai si rendeva conto che non ci sarebbe riuscita. Da anni
non provava più niente del genere.
Lon era incapace di suscitare emozioni. Forse per questo non era mai
andata a letto con lui. Lon glielo aveva chiesto molte volte,
inviandole mazzi di fiori o cercando di suscitare in lei sensi di
colpa, ma Allie si era sempre aggrappata alla scusa che voleva
aspettare fin dopo le nozze. Lon aveva finito per rassegnarsi con il
solito garbo, ma a volte Allie si chiedeva quanto sarebbe rimasto
ferito se avesse scoperto quel che era accaduto tra lei e Noah.
Le ragioni del suo rifiuto erano legate soprattutto al comportamento
di Lon. Era sempre immerso nel suo lavoro che aveva per lui la
priorità assoluta. Non gli restava tempo da dedicare alla poesia, non
avrebbe mai sprecato le sue serate dondolandosi sotto un portico.
Ovviamente questa era la ragione del suo successo e una parte di
Allie lo apprezzava. Ma si rendeva anche conto che non le bastava.
Voleva qualcosa d'altro, qualcosa di diverso, qualcosa di più. La
passione romantica, forse, oppure una tranquilla conversazione a lume
di candela, o magari il non sentirsi relegata sempre in secondo piano.
Anche Noah era immerso nei suoi pensieri. Avrebbe ricordato quella
sera come uno dei momenti più speciali della sua vita. Ne rievocò
ogni dettaglio, più volte, dondolandosi sulla poltrona. Tutto ciò che
Allie aveva fatto sembrava carico di un'elettricità che si comunicava
a lui.
Ora, vedendola davanti a sé, si chiedeva se anche lei aveva sognato
le stesse cose durante gli anni della loro separazione, se aveva
sognato di loro due che si abbracciavano e si baciavano alla luce
della luna.
O se si era spinta più oltre, sognando i loro corpi nudi, uniti e poi
divisi per troppo tempo...
Guardò le stelle e rammentò le mille notti vuote e solitarie
trascorse dall'ultima volta che si erano visti.
Ritrovarla aveva portato in superficie tutte quelle sensazioni e gli
sembrava impossibile soffocarle di nuovo. Voleva amarla ed essere
amato, voleva fare l'amore con lei. Ne aveva un disperato bisogno.
Ma al tempo stesso si rese conto che non sarebbe mai accaduto, perché
ora Allie era fidanzata.
Allie capì da quel lungo silenzio che Noah stava pensando a lei e ciò
la riempì di una sconfinata gioia.
Ignorava quali fossero esattamente i suoi pensieri e in fondo non se
ne curava, le bastava la certezza di esserne al centro.
Rievocò la loro conversazione durante la cena e si interrogò sulla
solitudine di Noah. Per una qualche ragione non riusciva a
immaginarlo intento a leggere poesie a qualcun altro. E non lo
credeva nemmeno capace di dividere i suoi sogni con un'altra donna.
Non era il tipo. E questa era la verità, oppure lei voleva credere
che lo fosse.
Posò la tazza sul tavolo e si passò le dita nei capelli chiudendo gli
occhi.
«Sei stanca?» chiese lui strappandosi finalmente ai propri pensieri.
«Un po'. E dovrei proprio andarmene tra un paio di minuti.»
«Lo so», disse Noah con voce spenta.
Ma Allie non si alzò subito. Bevve invece un ultimo sorso di tè che
le scaldò la gola e abbracciò con lo sguardo lo spettacolo della
sera: la luna alta nel cielo, il fruscio del vento tra gli alberi, la
temperatura più fresca.
Poi si voltò verso Noah. La cicatrice era ben visibile sul suo viso e
Allie si chiese se era stato ferito in guerra, o se si trattava di un
incidente. Non ne aveva mai parlato e lei non glielo aveva chiesto,
soprattutto perché l'idea della sua sofferenza fisica la turbava.
«Devo andare», disse infine, liberandosi dalla trapunta.
Noah annuì e si alzò in piedi senza pronunciare una sola parola.
Prese la trapunta, se la ripiegò su un braccio e insieme si avviarono
verso la macchina. Le foglie secche scricchiolavano sotto i loro
piedi. Quando Noah aprì la portiera Allie cominciò a sfilarsi la
camicia che le aveva prestato, ma Noah la fermò.
«Tienila», disse. «Mi fa piacere che l'abbia tu.»
Non gli chiese perché, poiché anche lei voleva tenersela. Se la
sistemò addosso e incrociò le braccia sul petto per proteggersi
dall'aria pungente. Per una qualche ragione, quel gesto le rammentò
un giorno lontano quando, dopo un ballo al liceo, si era fermata
sognante davanti alla porta di casa sua in attesa di un bacio.
«Questa serata è stata bellissima per me», disse Noah. «Ti ringrazio
per essere venuta fin qui a scovarmi. »
«Anche per me è stato tutto davvero stupendo», rispose Allie.
Lui fece appello al suo coraggio. «Ti rivedrò domani? »
Una domanda semplicissima. Allie sapeva che cosa avrebbe dovuto
rispondere per mantenere la sua vita su binari sicuri. Le bastava
dire «Penso di no» e tutto sarebbe finito lì e subito. Ma per qualche
attimo non disse nulla.
Il demone della scelta la stuzzicava, la provocava.
Perché non pronunciava quelle tre parole? Non riusciva a capirlo. Ma
quando guardò negli occhi di Noah per trovare la risposta che
cercava, vide l'uomo di cui si era innamorata un tempo e
all'improvviso tutto fu chiaro.
«Mi farebbe molto piacere», disse.
Noah fu sorpreso da quella risposta che non si aspettava. In quel
momento avrebbe voluto toccarla, prenderla tra le sue braccia, ma non
lo fece.
«Puoi venire verso mezzogiorno?»
«Certamente. Che programmi hai?»
«Lo vedrai. Faremo una gita in un certo posto.»
«Ci siamo già stati?»
«No. Ma è un posto speciale.»
«Dov'è? »
«Sarà una sorpresa.»
«Mi piacerà?»
«Pazzamente.»
Allie si voltò prima che lui cercasse di baciarla.
Non sapeva se ci avrebbe provato, ma era certa che, se l'avesse
fatto, per lei sarebbe stato difficile resistergli. Non poteva
controllare la situazione in quel momento, con tutte le emozioni che
le turbinavano dentro. Si mise al volante con un sospiro di sollievo
e avviò il motore mentre Noah chiudeva la portiera. Prima di
innestare la marcia, Allie abbassò il finestrino.
«A domani», disse, e la luna si rifletteva nei suoi occhi.
Noah salutò con un cenno della mano mentre la macchina, dopo una
breve manovra a marcia indietro, imboccava il viale diretta verso la
città. La seguì con lo sguardo finché le luci posteriori sparirono
dietro un boschetto di querce e il ronzio del motore si spense. Clem
gli girava attorno e lui si accovacciò per accarezzarla, grattandola
sul collo nel punto che la bestiola zoppa non poteva più raggiungere.
Dopo un'ultima occhiata alla strada, tornarono sotto il portico
assieme.
Sedette di nuovo sulla poltrona a dondolo, questa volta solo, per
ricostruire la serata appena trascorsa.
La analizzava. La visualizzava rivivendola scena per scena,
riascoltando ogni frase. E ricominciava daccapo con più calma, come
se girasse un film al rallentatore. Non se la sentiva di suonare la
chitarra o di leggere poesie. Aveva la mente confusa.
«É fidanzata», mormorò infine tra sé. Poi per ore rimase avvolto in
un silenzio rotto solo dal cigolio del dondolo. La notte era
tranquilla, di quando in quando Clem si avvicinava a lui quasi per
chiedergli:
«Va tutto bene?»
Ma in un momento imprecisato attorno alla mezzanotte, sotto il
limpido cielo d'ottobre, Noah fu travolto da un'onda immensa di
passione e di nostalgia.
Se ci fosse stato un osservatore casuale, avrebbe visto un uomo
distrutto, invecchiato di colpo nel giro di due ore. Chino in avanti
sulla sua poltrona, col viso tra le mani e le lacrime negli occhi.
Non riusciva a frenarle, quelle lacrime.

Telefonate.

Lon non riusciva a staccarsi dal telefono.


Aveva chiamato alle sette, poi alle otto e trenta, e adesso controllò
di nuovo l'orologio: le nove e quarantacinque.
Dov'era finita Allie?
Lon sapeva che non aveva mentito sulla sua destinazione perché il
direttore dell'albergo aveva confermato il suo arrivo. Sì, era salita
in camera, poi era uscita verso le sei. Probabilmente per cenare in
città.
No, non l'aveva più vista.
Lon scrollò il capo e si appoggiò allo schienale della poltrona. Era
rimasto solo, come al solito, nell'ufficio silenzioso. Gli capitava
spesso quando c'era un importante processo in corso, anche se tutto
stava andando per il meglio. La legge era la sua passione, e le ore
serali gli offrivano la possibilità di mettersi in pari con il lavoro
senza interruzioni.
Era certo di vincere la causa perché sfruttava a meraviglia tutti i
cavilli legali e sapeva affascinare le giurie. Ci riusciva sempre, e
le sue sconfitte si facevano sempre più rare. Buona parte dei suoi
successi venivano dal fatto che era abilissimo nello scegliere le
cause più adatte alle sue capacità dialettiche. Aveva raggiunto quel
livello con l'esperienza. Solo pochi eletti in città godevano di una
simile reputazione, e i suoi lauti guadagni ne erano la prova.
Ma la base fondamentale della sua carriera era il lavoro indefesso.
Aveva sempre dedicato la massima attenzione ai dettagli, specialmente
all'inizio della professione; conosceva l'importanza delle piccole
cose, magari apparentemente insignificanti. Prima di presentarsi in
aula si documentava con estrema cura e ciò gli aveva già permesso,
anni addietro, di vincere cause che sembravano perdute.
E adesso era proprio un dettaglio che lo angustiava.
Non riguardava la causa in corso, che non presentava problemi, ma
qualcos'altro.
Qualcosa che aveva a che fare con Allie.
Maledizione, quel dettaglio gli sfuggiva. Al mattino, quando Allie
era partita, tutto andava a meraviglia.
O almeno così pareva. Ma in seguito alla sua telefonata, dopo un'ora
circa, qualcosa era scattato nella sua mente. Un piccolo dettaglio.
Un dettaglio.
Insignificante? O importante?
Pensa... rifletti... di che si tratta?
Un nuovo scatto mentale.
Qualcosa... qualcosa... che aveva detto?
Sì, senza dubbio. Lon ora ne era certo. Una frase, una parola che
Allie aveva pronunciata al telefono.
Ricostruì la loro conversazione. Del tutto normale.
Eppure il dettaglio si celava lì.
Che cosa aveva detto?
Aveva fatto un buon viaggio, era scesa in albergo, stava per
uscire a far compere. Gli aveva lasciato il suo numero.
Nient'altro.
I suoi pensieri si concentrarono su Allie. Lui l'amava, ne era
sicuro. Non soltanto per la sua bellezza e per il suo fascino, ma
anche perché era diventata un'ottima amica e la base della sua
stabilità. Dopo una giornata di duro lavoro, era la prima persona cui
telefonava e lei sapeva ascoltarlo, rideva al momento giusto, aveva
un sesto senso per intuire quali parole gli piacesse sentirsi dire.
Ma soprattutto, ammirava la sua sincerità nell'esprimersi. Rammentò
che dopo essere uscito con lei alcune volte, le aveva detto ciò che
diceva a tutte le ragazze che corteggiava: non si sentiva ancora
pronto per iniziare una relazione seria. Contrariamente alle altre,
Allie si era limitata ad annuire dicendo «Benissimo». Però, quando
giunsero davanti alla porta di casa sua, si voltò e aggiunse: «Guarda
che il tuo problema non sono io, o il tuo lavoro, o la tua libertà, o
qualsiasi cosa tu immagini. Il tuo problema è che sei solo. Tuo padre
ha reso famoso il nome degli Hammond e probabilmente sei sempre stato
messo a confronto con lui, senza riuscire a essere te stesso. Una
vita simile ti svuota dentro e stai cercando qualcuno che possa
colmare quel vuoto come per magia. Ma soltanto tu puoi farlo».
Quelle parole echeggiarono nella sua mente per tutta la sera, e il
mattino dopo Lon si rese conto che Allie aveva ragione. Le telefonò,
le chiese di concedergli un'altra opportunità, e dopo essersi fatta
un po' pregare lei accettò.
Nei quattro anni seguenti, Allie diventò tutto ciò che lui aveva
sempre desiderato, e si rendeva conto che avrebbe dovuto dedicarle
più tempo, ma lo studio legale divorava una grande quantità di ore, e
sebbene Allie si dimostrasse sempre comprensiva, Lon aveva
l'impressione di trascurarla. Pensò che, se si fosse sposato, avrebbe
abbreviato gli orari di lavoro, pregando la sua segretaria di
avvertirlo nel caso si fosse attardato senza accorgersene. Con questo
tipo di controllo...
Controllo?
Un altro scatto nella sua mente.
Guardò il soffitto. Che cosa doveva controllare?
L'albergo. Chiuse gli occhi per un attimo. No, non si trattava
dell'albergo.
E di che cosa, allora? Rifletti, maledizione. Rifletti.
New Bern.
Gli parve di vedere quel nome scritto sulla parete di fronte. New
Bern. Eccolo, il dettaglio, o almeno una parte di esso. Che altro, se
no?
New Bern, pensò di nuovo, e collegò il nome a una cittadina dove
aveva discusso un paio di cause. Ci si era anche fermato viaggiando
verso la costa. Un posto qualsiasi. Lui e Allie non vi erano mai
andati insieme.
Ma Allie da sola sì.
La successione dei suoi pensieri si fece più rapida, un disegno
cominciò a comporsi.
C'era dell'altro...
Allie... New Bern... e qualcosa che riguardava una festa. Un rapido
accenno della madre di Allie. Lui non ci aveva quasi fatto caso. Che
cosa aveva detto, esattamente?
E Lon impallidì rammentando ciò che era stato detto molto tempo
prima. Ciò che aveva detto la madre di Allie.
Qualcosa a proposito di Allie che si era innamorata di un giovanotto
di New Bern. Un'infatuazione da ragazzina. E con ciò? Lon,
noncurante, aveva sorriso rivolgendosi ad Allie.
Ma Allie non sorrideva. Anzi, sembrava furibonda, e allora Lon
immaginò che avesse amato quel giovane più di quanto sua madre
sospettasse.
Adesso era andata là. Interessante.
Lon congiunse le mani, come se pregasse, e se le portò alle labbra.
Una coincidenza? Forse sì. Forse le cose stavano esattamente come
Allie aveva detto: la necessità di prendersi due giorni di vacanza e
di comprare oggetti di antiquariato. Possibile. Anzi, molto probabile.
Eppure... eppure...
Lon considerò un'altra eventualità, e per la prima volta dopo tanto
tempo ebbe paura.
E se in quel momento Allie fosse stata con lui?
Maledì il processo, rimpianse di non aver accompagnato Allie, si
chiese se gli aveva detto la verità, sperò che gliela avesse detta.
Decise che non voleva perdere Allie, avrebbe fatto qualunque cosa per
tenerla accanto a sé. Era la donna ideale che aveva sempre desiderato
e non ne avrebbe più trovata un'altra come lei.
Con mano tremante, compose per la quarta e ultima volta quel numero
di telefono.
E nessuno rispose.

Kayak e sogni dimenticati.

Allie si svegliò presto, il mattino seguente, strappata al sonno dal


cinguettio incessante degli storni, e si massaggiò le palpebre,
notando che il suo corpo era intorpidito. Aveva dormito male,
destandosi dopo ogni sogno. Rammentava di aver controllato le
lancette dell'orologio quasi volesse verificare il trascorrere del
tempo.
Indossava la morbida camicia che Noah le aveva prestato e fiutò
l'odore di lui mentre ripensava alla sera che avevano trascorso
assieme. Le tornarono alla mente le risate e la conversazione,
specialmente i commenti di Noah ai suoi dipinti. Inattesi ma
esaltanti, e via via che ripercorreva le sue parole, si rese conto di
quanto lo avrebbe rimpianto se avesse deciso di non rivederlo.
Si avvicinò alla finestra e osservò gli uccelli ciarlieri in cerca di
cibo alla luce dell'alba. Rammentò che Noah era sempre stato
mattiniero e salutava il nuovo giorno a modo suo. Gli piaceva
pagaiare nel kayak o nella canoa, e in una lontana mattina lei
l'aveva raggiunto per assistere al sorgere del sole. Si era calata
dalla finestra perché i genitori le avrebbero impedito di uscire, ma
nessuno si accorse della sua fuga, e quando fu nella canoa Noah le
passò un braccio attorno alla vita e la strinse a sé mentre l'alba si
dilatava nel cielo. «Guarda laggiù», le disse, e Allie vide per la
prima volta il sorgere del sole con la testa sulla spalla di lui, in
un momento magico di totale felicità.
Mentre passava nella stanza da bagno, i piedi nudi sulle fresche
piastrelle del pavimento, si chiese se anche quella mattina Noah
stesse pagaiando sul fiume per salutare il nuovo giorno, e pensò che
probabilmente era così.
Non si sbagliava.
Noah si era alzato prestissimo e si era vestito in fretta, gli stessi
jeans della sera precedente, la canottiera, una camicia di flanella
pulita, una giacca azzurra, gli stivali. Si lavò i denti prima di
scendere a pianterreno, bevve un bicchiere di latte e afferrò due
biscotti mentre si avviava verso la porta. Accettò il saluto di Clem,
due leccatine morbide, e scese verso il pontile dove lo aspettava il
kayak. Gli piaceva abbandonarsi alla magia del fiume che gli
scioglieva i muscoli, gli riscaldava il corpo, gli schiariva le idee.
Il vecchio kayak, striato dalle correnti ma in ottimo stato di
manutenzione, era appeso a due ganci fissati all'imbarcadero che lo
mantenevano sopra il pelo dell'acqua, al riparo dall'assalto dei
molluschi. Noah lo sganciò e lo posò a terra, ai suoi piedi, per una
rapida ispezione di controllo. Poi lo portò sulla riva.
Con un paio di movimenti efficaci e perfezionati dall'esperienza,
lo spinse nel fiume e cominciò a risalire la corrente, pilota e
motore di se stesso.
L'aria scivolava fresca, quasi pungente, sulla sua pelle, e il cielo
era ancora nero sopra di lui, poi blu fino alla linea dell'orizzonte
dove impallidiva in un tenero grigio. Noah respirò a fondo - profumo
di pini e di erbe acquatiche - e poi cominciò a riflettere.
Ciò che più gli era mancato, lassù al Nord, erano momenti come
quelli. Gli orari di lavoro non gli permettevano di raggiungere un
fiume per campeggiare sulle sue rive, o nei boschi vicini. Il suo
tempo libero era così limitato che doveva sempre rinunciare a
qualcosa. Era riuscito a fare lunghe passeggiate nella campagna del
New Jersey, ma in quattordici anni non aveva più ripreso in mano una
pagaia. Fu la prima cosa che fece ritornando a New Bern.
C'era qualcosa di speciale, quasi di mistico nelle luci dell'alba
viste dall'acqua, e si concedeva quella gioia quasi ogni giorno. Non
gli importava che il cielo fosse limpido o cupo mentre pagaiava sul
fiume color acciaio al ritmo di una musica che vibrava nel suo
cervello. Vide un gruppo di testuggini immobili su un tronco
semisommerso, e un airone che si alzava in volo sfiorando l'acqua
prima di sparire nell'argenteo crepuscolo mattutino.
Avanzò finché vide un riflesso dorato allargarsi sul fiume. Allora si
mantenne in posizione con brevi colpi di pagaia mentre la luce si
apriva un varco tra gli alberi. Gli piaceva concedersi una pausa al
sorgere del sole, in quegli attimi lo spettacolo era straordinario,
come se il mondo nascesse di nuovo. Poi ricominciò a pagaiare con
forza, per allentare la tensione e prepararsi a vivere quel giorno.
Le domande guizzavano nella sua mente come gocce d'acqua cadute in un
tegame rovente. Si chiese che tipo d'uomo fosse Lon, e quali fossero
i suoi rapporti con Allie. Soprattutto avrebbe voluto capire meglio
Allie, e perché era venuta lì.
Quando tornò alla darsena si sentiva rinvigorito.
Controllando l'orologio, fu sorpreso nel constatare che aveva
pagaiato per due ore. Sul fiume si perdeva il senso del tempo, e da
mesi Noah non tentava più di chiarire quel mistero.
Appese il kayak ai ganci, fece un paio di piegamenti, poi andò al
capanno dove parcheggiava la canoa. La portò sul greto, a mezzo metro
dall'acqua, e mentre si avviava verso casa notò che le sue gambe
erano ancora un po' rigide.
La foschia mattutina non si era completamente dissolta e Noah sapeva
che quella rigidità delle gambe di solito prediceva pioggia. Guardò
il cielo a occidente e vide un grappolo di nuvole dense e pesanti,
ancora lontane ma incombenti. Il vento le stava spingendo avanti.
Meglio non trovarsi all'aperto quando si fosse scatenato il diluvio.
Maledizione, quanto tempo gli rimaneva? Un paio d'ore, forse di più,
forse di meno.
Fece la doccia, indossò dei nuovi jeans, una camicia rossa e stivali
neri da cow-boy, si spazzolò i capelli e scese in cucina. Lavò i
piatti della sera precedente, bevve un caffè e andò sotto il portico.
Il cielo era più cupo adesso. Noah controllò il barometro: indicava
tempo variabile, ma ben presto l'ago avrebbe cominciato ad abbassarsi
rapidamente.
L'esperienza gli aveva insegnato a non sottovalutare mai le
condizioni atmosferiche e si chiese se valesse la pena di uscire.
Della pioggia gli importava poco, ma i fulmini erano un'altra
faccenda. Specialmente sull'acqua. La canoa non era un rifugio ideale
quando l'aria umida captava le scariche elettriche.
Bevve gli ultimi sorsi di caffè rimandando la decisione a più tardi.
Andò al capanno degli attrezzi e prese un'ascia, controllandone il
filo col polpastrello del pollice, e l'arrotò su una pietra finché ne
fu soddisfatto. «Una lama spuntata è più pericolosa di una lama
affilata», diceva sempre suo padre.
Trascorse i venti minuti seguenti tagliando legna e accatastandola.
Lavorava in scioltezza, con colpi efficaci e senza nemmeno sudare.
Alla fine prese una bracciata di ceppi e li sistemò in casa accanto
al camino.
Osservò di nuovo il dipinto di Allie e lo sfiorò con le dita mentre
risorgeva in lui una sensazione di incredulità. Averla rivista era un
miracolo. Dio santo, che cosa c'era in lei capace di sconvolgerlo
tanto e dopo tanti anni? Quale sorta di potere esercitava su di lui?
Alla fine si allontanò scrollando il capo e tornò sotto il portico.
Controllò il barometro, poi l'orologio.
Allie sarebbe arrivata di lì a poco.
Allie era uscita dal bagno e aveva quasi terminato di vestirsi. Prima
aveva aperto la finestra per rendersi conto della temperatura
esterna. Non faceva freddo e decise di indossare un abito primaverile
color crema, con maniche lunghe e a giro collo. Era morbido e comodo,
forse un po' attillato, ma le stava bene e si accordava perfettamente
con i suoi sandali bianchi.
Trascorse la mattinata passeggiando in città. La Depressione aveva
lasciato le sue tracce anche lì, ma qualche segno di prosperità
cominciava a riemergere.
Il teatro massonico, il più antico della zona, era un po' malandato
ma ancora in attività, e annunciava la proiezione di due film
recenti. Il Fort Totten Park non sembrava affatto cambiato in
quattordici anni, e anche i bambini che si dondolavano sulle altalene
uscendo da scuola erano simili a quelli che li avevano preceduti.
Allie sorrise ripensando ai tempi in cui tutto era più semplice. O
almeno così pareva.
Ora, invece, la situazione era complicata. In un modo apparentemente
improbabile, gli eventi si erano concatenati con una sequenza logica
e Allie si chiese che cosa avrebbe fatto in quel preciso momento, se
non avesse letto l'articolo sul giornale. Non era difficile
immaginarlo, perché la sua vita seguiva una precisa routine. Era
mercoledì, il che significava un bridge al Circolo del Golf, poi una
riunione al centro femminile dove si sarebbe discusso di una raccolta
di fondi da destinare a una scuola privata o a un ospedale.
A fine pomeriggio una visita con sua madre e poi a casa in attesa
della cena con Lon, che il mercoledì staccava dal lavoro alle sette
in punto. Era l'unico giorno della settimana in cui poteva essere
sicura di vederlo.
Nel ripensarci, Allie provò una sensazione di tristezza che cercò di
superare: in futuro tutto sarebbe cambiato. Lon glielo aveva promesso
e di solito rispettava le promesse per un paio di settimane prima di
lasciarsi inghiottire di nuovo dai gorghi del lavoro. «Stasera
davvero non posso, tesoro», le diceva, convinto di darle una
spiegazione. «Mi dispiace tanto, ma non posso. Ci rifaremo domani.»
Allie rinunciava a discutere, anche perché sapeva che Lon diceva la
verità. I processi esigevano un lavoro enorme, sia durante la frase
preparatoria sia durante la discussione in aula; tuttavia si chiedeva
come mai Lon avesse perso tanto del suo tempo per corteggiarla se ora
non ne aveva più per restare accanto a lei.
Assorta nei suoi pensieri, passò davanti a una galleria d'arte quasi
senza notarla, poi si fermò di colpo e tornò indietro. Esitò sulla
soglia per un secondo, rendendosi conto che non visitava più una
mostra da molto tempo. Almeno tre anni, o forse più. Come mai?
Entrò - era una galleria nuova, inaugurata contemporaneamente ad
altri negozi di Front Street- e si aggirò tra i dipinti. Molti
artisti erano locali, con un forte sapore di mare nelle loro
tele. Molte vedute dell'oceano, spiagge sabbiose, pellicani,
vecchi velieri, rimorchiatori, moli d'attracco, gabbiani. Onde
di ogni forma, dimensione e colore immaginabili, e alla fine
parevano tutti uguali. Frutto di una mancanza di ispirazione o
di pigrizia, pensò Allie.
Su una parete, tuttavia, spiccavano alcune tele che attirarono la sua
attenzione. Erano firmate da un pittore che lei non conosceva, Elayn,
e rappresentavano paesaggi delle isole greche. Nel dipinto che le
piaceva di più, l'artista aveva enfatizzato la scena rimpicciolendo
le figure umane accanto alle linee decise di lunghe pennellate, come
se fossero un po' sfuocate.
Ma i colori vividi e avvolgenti costringevano l'occhio a seguire una
certa direzione che portava sempre più lontano. Una composizione
dinamica, drammatica. Più la osservava più la ammirava, e pensò di
acquistarla prima di rendersi conto che le piaceva perché somigliava
alle sue opere. Forse Noah aveva ragione. Forse avrebbe dovuto
ricominciare a dipingere.
Alle nove e mezzo lasciò la galleria e si diresse verso l'emporio
Hoffman-Lane, solitamente molto ben fornito. Le ci vollero alcuni
minuti per trovare ciò che cercava nel reparto cartoleria. Carta,
gessetti e matite colorate, non di prima qualità ma discreti quanto
bastava per disegnare. Quando rientrò nella camera d'albergo era
eccitatissima. Sedette alla scrivania e cominciò a lavorare. Non
aveva in mente un soggetto in particolare, le bastava provare di
nuovo lo slancio creativo, lasciando che forme e colori emergessero
dalla memoria della sua giovinezza. Dopo alcuni minuti di incertezza,
ritrasse in uno schizzo ciò che vedeva dalla sua finestra, stupita
dalla scioltezza con cui usava le matite. Come se non avesse mai
smesso.
Soddisfatta del risultato, si chiese quale altro soggetto affrontare
e le ci vollero pochi minuti per decidere. Poiché non aveva il
modello davanti a sé, lo visualizzò mentalmente e, sia pure con un
certo sforzo, cominciò a dargli forma.
Il tempo volava. Allie lavorava con accanimento ma controllava spesso
l'orologio per non arrivare in ritardo. Terminò poco prima di
mezzogiorno. Le ci erano volute due ore, ma il ritratto era
sorprendente. Allie arrotolò il foglio, lo infilò nella borsa e prima
di uscire dalla stanza si guardò allo specchio. Si sentiva
stranamente rilassata e non ne capiva il perché.
Scese le scale e mentre attraversava l'atrio sentì una voce alle sue
spalle.
«Signorina? »
Si voltò per vedere chi la chiamava: il portiere dell'albergo, lo
stesso del giorno precedente, che la fissava con un'espressione
incuriosita.
«Sì?»
«Ci sono state delle telefonate per lei, ieri sera.»
Sobbalzò. «Delle telefonate?»
«Tutte del signor Hammond.»
Oh, Dio.
«Quante volte ha chiamato?»
«Quattro volte. Abbiamo scambiato qualche parola. Era molto
preoccupato per lei. Ha detto di essere il suo fidanzato.»
Allie sorrise debolmente, cercando di nascondere la sua perplessità.
Quattro telefonate? Quattro? Come mai? E se fosse accaduto qualcosa a
casa?
«Ha detto se si trattava di una cosa urgente?»
Il portiere si affrettò a negare scuotendo il capo.
«Non ha detto nulla di preciso, signorina. Sembrava solo preoccupato
perché non riusciva a mettersi in contatto con lei.»
Nessuna disgrazia, dunque. Meglio così. Ma subito un tuffo al cuore.
Perché tanta urgenza? Perché tante telefonate? Si era tradita in
qualche modo, il giorno prima? Perché aveva richiamato con tanta
insistenza?
Non era da lui.
E se avesse scoperto qualcosa? No, impossibile. A meno che qualcuno
l'avesse vista, telefonando poi a Lon... Ma avrebbero dovuto seguirla
fino alla casa di Noah, e nessuno l'aveva fatto.
Ora doveva richiamare Lon, non c'era modo di evitarlo. Eppure non ne
aveva alcuna voglia. Quella era la sua vacanza che aveva deciso di
trascorrere in piena libertà. Aveva previsto una telefonata a Lon più
tardi, e per qualche strana ragione era convinta che parlando con lui
subito avrebbe rovinato la giornata. Inoltre, che cosa gli avrebbe
detto? Come spiegargli perché era rientrata così tardi? Una cena e
poi una passeggiata? Oppure era andata al cinema? Oppure...
«Signorina?»
Quasi mezzogiorno, pensò. Dov'era Lon? In ufficio, probabilmente...
No, in tribunale. Non appena se ne rese conto provò una sensazione di
sollievo. Non c'era modo di comunicare con lui in tribunale, anche se
l'avesse voluto. Fu vagamente sorpresa dalla propria reazione, ma in
fondo non le importava più di tanto.
Ora doveva passare all'azione. Guardò il suo orologio.
«É già mezzogiorno?»
«Mezzogiorno meno dieci», disse il portiere dopo un'occhiata al
pendolo appeso alla parete.
«Purtroppo il signor Hammond in questo momento è in tribunale e non
posso disturbarlo. Se telefonasse, gli dica che sono uscita a far
spese e lo richiamerò più tardi.»
«Senz'altro», rispose il portiere, ossequioso, ma Allie lesse una
domanda nei suoi occhi: Dov'eri ieri sera? L'aveva immaginato da sé
vedendola rientrare:
troppo tardi perché una donna sola avesse trovato svaghi legittimi in
una città così piccola.
«Grazie», disse sorridendo. «Lei è davvero gentile.»
Due minuti dopo stava correndo in auto verso la casa di Noah,
anticipando con la fantasia le sorprese di quella giornata e senza
più curarsi delle telefonate. Il giorno prima avrebbe reagito
diversamente, ma tutto stava cambiando.
Dopo altri due minuti, mentre Allie stava attraversando il vecchio
ponte, Lon la chiamò dal tribunale.

Acqua di fiume.

Noah la aspettava, seduto sul dondolo e sorseggiando del tè.


Quando finalmente udì il motore dell'auto che risaliva il viale,
uscì dal portico e osservò Allie che parcheggiava presso la
vecchia quercia. Esattamente come il giorno prima. Clem abbaiava
festosa, agitando la coda, davanti alla portiera della macchina,
e attraverso il finestrino Noah vide Allie che salutava con un
cenno della mano. Poi scese, accarezzò Clem sempre gongolante e
si voltò per sorridere a Noah che avanzava verso di lei.
Sembrava più rilassata, più fiduciosa, e al vederla lui avvertì di
nuovo un'emozione profonda. Diversa da quella del giorno precedente,
però. Nuove sensazioni si sostituivano ai semplici ricordi.
L'attrazione che Allie esercitava su di lui era diventata ancora più
forte, ancora più intensa nel giro di poche ore, e lo rendeva un po'
nervoso di fronte a lei.
Allie portava con sé una piccola borsa, e colse Noah di sorpresa
baciandolo su una guancia e posandogli la mano sulla vita.
«Salve», gli disse con gli occhi radiosi, «dov'è la sorpresa?»
Noah avvertì che la tensione si allentava un poco e ne ringraziò il
cielo. «Non mi dici nemmeno 'Buongiorno' o 'Come hai dormito
stanotte?'»
Lei sorrise. La pazienza non era mai stata la sua principale virtù.
«D'accordo. Buon giorno. Come hai dormito stanotte? E dov'è la
sorpresa?»
Noah sorrise, poi parve esitare. «Allie, ci sono brutte notizie.»
«Cosa?»
«Volevo portarti in un certo posto, ma con quelle nubi minacciose in
cielo temo proprio che dovremo rinunciare.»
«Perché?»
«Se scoppia un temporale, ci inzupperemo di pioggia. E poi c'è il
rischio dei fulmini.»
«Adesso non piove. Si va molto lontano?»
«Un miglio a monte del fiume.»
«Ci sono mai stata in quel posto?»
«Non come lo vedrai adesso.»
Allie rifletté un attimo guardandosi attorno. Poi parlò con tono
deciso.
«Allora andiamo pure. Non mi importa nulla della pioggia.»
«Ne sei sicura?»
«Assolutamente. »
Noah scrutò di nuovo il cielo dove le nubi si addensavano sempre di
più.
«Allora è meglio partire subito.» Guardò la borsa di Allie. «Vuoi che
la porti in casa?»
Allie annuì e gliela porse, Noah raggiunse la porta d'ingresso a
passo di corsa, depositò la borsa su una sedia, andò in cucina e
infilò una grossa pagnotta in una sacca che portò con sé.
Raggiunsero la canoa camminando a fianco a fianco, un po' più vicini
del giorno precedente.
«Che cos'è esattamente questo posto?»
«Lo vedrai.»
«Non vuoi darmi nemmeno un indizio?»
«Be'», disse Noah, «ricordi quando andammo in canoa per veder sorgere
il sole?»
« Ci pensavo proprio stamattina. Rammento che piansi per l'emozione.»
«Ti sembrerà una cosa banale in confronto a ciò che vedrai oggi.»
«Immagino che sia una visione straordinaria.»
Noah avanzò di pochi passi prima di rispondere.
«Tu sei straordinaria», disse infine. Dal tono della sua voce, Allie
intuì che avrebbe voluto aggiungere qualcos'altro. Ma non lo fece, e
Allie sorrise prima di distogliere lo sguardo dal suo viso. Mentre si
voltava, fu sferzata dal vento che rinforzava sempre di più.
Poco dopo raggiunsero il pontile, Noah gettò la borsa nella canoa, e
dopo aver controllato che tutto fosse a posto spinse l'imbarcazione
nell'acqua.
«Posso aiutarti?»
«No. Sali a bordo.»
Mentre Allie obbediva, Noah spinse più avanti la canoa, mantenendola
parallela al pontile, e poi ci balzò sopra con un movimento agile e
perfetto, a piedi pari per evitare che quel piccolo guscio si
capovolgesse. Allie ammirò l'armonia di quei movimenti ben sapendo
che, sebbene eseguiti con tanta disinvoltura, richiedevano grande
esperienza e abilità.
Allie sedette a prua, voltata verso la poppa. Noah disse che quella
posizione le avrebbe impedito di godersi tutte le bellezze del
paesaggio, ma Allie scrollò il capo, affermando che stava benissimo
così.
Era vero.
Poteva cogliere a tratti le bellezze del fiume voltando la testa, ma
quel che le interessava era tenere gli occhi fissi su Noah. Era
venuta per vedere lui e nient'altro. Aveva la camicia mezza
sbottonata e i muscoli del suo petto guizzavano a ogni colpo di
pagaia. Aveva rimboccato le maniche e anche i muscoli delle braccia
si gonfiavano ritmicamente. Con quella ginnastica quotidiana il suo
fisico aveva raggiunto una forma perfetta.
Artistica, pensò Allie. C'era qualcosa di plastico nei suoi movimenti
così sciolti, come se pagaiare sul fiume fosse completamente
naturale, al di là di ogni controllo, il suggerimento di un gene
giunto fino a lui da una remota fonte ereditaria. , Mentre lo
osservava, pensò che non dovevano essere molto diversi da lui i primi
esploratori arrivati in quella zona.
Ma, nel mondo moderno, Allie non riusciva a immaginare qualcuno che
gli somigliasse anche vagamente. Era un uomo complicato, addirittura
contraddittorio sotto certi aspetti, e tuttavia semplice. Un
miscuglio straordinariamente erotico. In superficie sembrava un
ragazzo di provincia, reduce dalla guerra, e forse era così che lui
vedeva se stesso. E invece c'era molto di più. Forse la lettura della
poesia l'aveva reso diverso, o forse il merito doveva essere
attribuito ai valori che suo padre gli aveva insegnato a rispettare.
In ogni modo, sembrava che Noah assaporasse la vita più di chiunque
altro, e Allie ne era stata attratta fin dal primo momento.
«Che cosa stai pensando?»
Avvertì un nodo allo stomaco mentre la voce di Noah la riportava al
presente. Si rese conto che non aveva quasi aperto bocca da quando
erano partiti, e apprezzò il silenzio che lui le aveva concesso. Un
dono della sua sensibilità.
«Penso a delle belle cose», rispose, e dallo sguardo di Noah capì che
lui sapeva di essere l'oggetto di quei pensieri. Si augurò che a sua
volta Noah pensasse a lei.
Qualcosa le si stava muovendo dentro, come molti anni prima. Una
sensazione risvegliata dal suo viso, dal suo corpo maschile in
movimento. Mentre lo fissava, avvertì una vampata di calore salirle
al collo e al petto e arrossì, distogliendo lo sguardo prima che Noah
se ne accorgesse.
«Siamo ancora lontani?»
«Mezzo miglio circa. Non di più.»
Una pausa. Poi Allie disse: «É molto bello qui. Così pulito. Così
tranquillo. Sembra di tornare indietro nel tempo.»
«In un certo senso è vero. Il fiume scorre in una foresta. Non c'è
nemmeno una fattoria dalla sorgente fino a questo punto, e l'acqua è
pura come la pioggia. Forse come lo è stata da sempre.»
Allie si chinò verso di lui. «Dimmi, Noah, qual è il tuo ricordo più
vivo dell'estate che abbiamo trascorso insieme?»
«Ricordo quell'estate interamente.»
«Niente in particolare?»
«No. »
«Oppure l'hai dimenticato?»
Rifletté un minuto prima di rispondere e poi parlò con voce bassa,
seria.
«No davvero. Ti sbagli. Tutti i momenti passati insieme mi si sono
stampati nella memoria, e sono stati tutti meravigliosi. Non riesco
davvero a isolare un episodio più significativo degli altri.
Un'estate perfetta, che dovrebbe toccare in sorte a tutti.»
«I poeti spesso descrivono l'amore come un'emozione incontrollabile,
che cancella la logica e il buon senso. É accaduto anche a me. Non
avevo previsto di innamorarmi di te, e immagino che nemmeno tu avessi
previsto di innamorarti di me. Ma quando ci incontrammo, fu subito
evidente che nessuno di noi due avrebbe potuto controllare quanto ci
stava accadendo.
Ci innamorammo nonostante le nostre differenze, e nacque tra noi
qualcosa di raro e di stupendo. Secondo me, un amore così è unico
nella vita, ecco perché ogni minuto passato assieme è sigillato nella
mia memoria. Non me ne dimenticherò mai.»
Allie lo fissava con gli occhi sbarrati. Nessuno le aveva mai parlato
così prima d'ora. Mai. Non sapeva che cosa dire e rimase in silenzio,
il viso in fiamme.
«Perdonami se ti ho messo in imbarazzo, Allie. Non intendevo farlo.
Ma quell'estate è diventata parte della mia vita e lo sarà sempre. So
che tra noi le cose sono ormai diverse, ma ciò non cambia i
sentimenti che provai per te allora.»
Allie parlò con voce quasi sussurrante.
«Non mi hai messo in imbarazzo, Noah... è solo che non ho mai sentito
parole come queste. Ciò che hai detto è bellissimo. Ci vuole un poeta
per parlare così, e tu sei l'unico poeta che io abbia mai incontrato.
»
Un dolce silenzio scese su di loro. Un falco pescatore lanciò il suo
grido in distanza, un muggine balzò sul pelo dell'acqua. La pagaia si
muoveva ritmicamente, sollevando piccole onde che correvano via lungo
i fianchi dell'imbarcazione. Il vento si era calmato, ma le nuvole si
addensavano sempre più nere mentre la canoa procedeva verso la sua
ignota destinazione.
Allie avvertiva tutto, ogni suono, ogni pensiero. I suoi sensi si
erano destati infondendole un'insolita energia, e ripercorse con la
mente le ultime settimane. Rammentò l'angoscia che aveva preceduto il
suo viaggio a New Bern. Lo choc provocato dall'articolo del giornale,
le notti insonni, il suo cattivo umore durante il giorno. Anche la
sera prima aveva avuto paura e sarebbe voluta fuggire. Ora la
tensione era svanita, completamente, sostituita da qualcos'altro che
le suggeriva allegria mentre avanzava lungo il fiume sulla vecchia
canoa rossa.
Provava una profonda soddisfazione per essere venuta lì, era felice
che Noah si fosse rivelato esattamente il tipo d'uomo che aveva
immaginato, felice di poterlo sempre pensare così, per tutta la sua
vita. Nel corso degli ultimi anni aveva conosciuto troppi uomini
distrutti dalla guerra, o dall'età, o persino dal denaro. Ci voleva
una grande forza per alimentare un'intima passione, e Noah l'aveva
avuta...
Chi mai, a Raleigh, trovava il tempo per ristrutturare una casa? O
per leggere Whitman ed Eliot alimentando la propria mente con nuovi
pensieri e immagini? O per contemplare l'alba da una canoa? Attività
del genere non entusiasmavano certo la buona società di Raleigh, ma
Allie avrebbe voluto che non le disprezzassero, perché rendevano la
vita degna di essere vissuta.
L'arte rappresentava per lei qualcosa del genere, sebbene se ne fosse
resa conto solo arrivando lì. O meglio, aveva risvegliato un ricordo.
Aveva già provato quell'emozione e si maledì per aver dimenticato
quanto fosse importante creare la bellezza. D'ora in poi si sarebbe
dedicata alla pittura, non ne aveva dubbio. Le sensazioni di quella
mattina la confortavano e sapeva che, a dispetto delle circostanze,
ci avrebbe riprovato, ignorando qualsiasi commento.
Lon l'avrebbe incoraggiata a dipingere? Rammentò di avergli mostrato
una delle sue opere pochi mesi dopo l'inizio della loro relazione.
Era un dipinto astratto e suggestivo, somigliava un poco a quello
appeso sopra il camino di Noah e che Noah aveva capito perfettamente,
sia pure con un po' troppa passione. Lon invece aveva osservato la
tela, quasi scrutandola, e poi le aveva chiesto che cosa avrebbe
dovuto rappresentare. Allie non si era curata di rispondergli.
In quel momento scrollò il capo, rimproverandosi di essere ingiusta.
Amava Lon, l'aveva sempre amato, per altre ragioni. Seppure tanto
diverso da Noah, Lon era una cara persona, il tipo d'uomo che lei
aveva sempre pensato di sposare. Con Lon non ci sarebbero mai state
sorprese, ed è confortante sapere ciò che il futuro ci riserva.
Sarebbe stato un marito gentile, e lei una buona moglie. Avrebbero
avuto una casa piena di bambini e di amici e una posizione
rispettabile nella società. Insomma il tipo di vita che aveva sempre
programmato di vivere, e che voleva vivere. E sebbene non potesse
definire «appassionato» il suo rapporto con Lon, si era convinta che
la passione non è indispensabile per formare una coppia felice. Col
tempo la passione si attenua, sostituita da valori come la
comprensione e la capacità di adattamento. Lei e Lon possedevano
queste doti, e presumeva di non aver bisogno d'altro.
Ma ora non ne era più tanto sicura, mentre fissava lo sguardo su Noah
che remava ed emanava un'onda di sensualità da ogni suo gesto. Si
accorse che stava pensando a lui in modo illecito per una donna
fidanzata. Cercò di distrarsi contemplando il paesaggio, ma Noah era
sempre lì davanti a lei con i suoi splendidi muscoli guizzanti, ed
era difficile staccargli gli occhi di dosso.
«Eccoci arrivati», disse Noah dirigendo la canoa verso un gruppo
d'alberi presso la riva.
Allie si guardò attorno e non vide nulla di particolarmente speciale.
«Dov'è la sorpresa?» chiese.
«Qui», riprese Noah pagaiando verso un vecchio albero che si era
inclinato bloccando il varco di un'insenatura invisibile.
Noah manovrò in modo da passare sotto il tronco, e tutti e due
abbassarono il capo per evitare di urtarlo.
«Chiudi gli occhi», sussurrò lui, e Allie obbedì coprendosi il
volto con le mani. Sentì il risucchio dell'acqua e capì che la
canoa aveva abbandonato la corrente del fiume.
«Okay», disse finalmente Noah dopo aver smesso di pagaiare. «Adesso
puoi aprirli.»

Cigni e temporali.

La canoa galleggiava al centro di un piccolo lago alimentato dalle


acque del Brices Creek e - Allie lo notò con sorpresa - del tutto
invisibile per chi navigasse lungo il fiume.
La scena era spettacolare. Cigni della tundra e oche canadesi
circondavano l'imbarcazione. A migliaia. Gli uccelli galleggiavano
così vicini l'uno all'altro che in certi punti coprivano lo specchio
d'acqua come un tappeto. Da lontano, i gruppi di cigni sembravano
iceberg.
«Oh, Noah!» Allie trovò finalmente la forza di parlare. «Che
meraviglia.»
Rimasero a lungo in silenzio, osservando gli uccelli. Noah le indicò
un gruppo di pulcini, certo appena usciti dal guscio, che
zampettavano freneticamente lungo la riva per seguire le loro madri
oche.
Quando Noah riprese a pagaiare l'aria si riempì di richiami
starnazzanti e di pigolii. Ma per lo più i pennuti ignoravano la loro
presenza. Gli unici che se ne curavano erano quelli costretti a
spostarsi all'avvicinarsi della canoa. Allie allungò la mano per
toccare i più vicini e sentì le loro penne che si arruffavano sotto
le sue dita.
Noah prese il pane dalla sacca e lo porse ad Allie che lo sbriciolò
lanciandolo nell'acqua, cercando di favorire i più piccoli, ridendo
nel vederli girare in tondo in attesa del cibo.
Rimasero lì finché si udì lontano il rombo di un tuono, attutito ma
violento, e ambedue capirono che era tempo di rincasare.
Noah pilotò la canoa fino al centro del fiume pagaiando con colpi
sempre più energici. Allie era ancora sopraffatta dalla bellezza di
ciò che aveva visto.
«Noah, ma che fanno qui tanti uccelli?»
«É un mistero. So che i cigni, d'inverno, emigrano dal Nord fino al
lago Matamuskeet, e adesso sono capitati in questa zona. Ne ignoro il
motivo. Forse una precoce tempesta di neve li ha spinti a sud e hanno
perso l'orientamento. Ma penso che ritroveranno la strada giusta per
raggiungere la loro destinazione abituale. »
«Non rimarranno qui?»
«Ne dubito. Sono guidati dall'istinto e questo non è il loro rifugio
invernale. Forse le oche sì, sverneranno nel laghetto, ma i cigni
raggiungeranno di certo il Matamuskeet.»
Noah pagaiava vigorosamente mentre le nubi nere si addensavano sulle
loro teste. La pioggia cominciò a cadere. Gocce rade dapprima, e poi
sempre più fitte. Un lampo... una pausa... e il rombo di un nuovo
tuono. Più forte del precedente e dunque più vicino, forse sei o
sette miglia di distanza. I muscoli di Noah guizzavano sotto lo
sforzo dei colpi di pagaia progressivamente accelerati, e la pioggia
aumentava.
Gocce pesanti.
Gocce che cadevano spinte dalla bufera...
Gocce dure e violente... Noah che remava... in gara con le
intemperie... maledicendo se stesso... impotente di fronte a Madre
Natura...
Allie vide che le lame di pioggia cadevano diagonalmente, sfruttando
i venti dell'ovest per combattere la forza di gravità. Il cielo
divenne ancora più nero e la furia della tempesta sibilava tra le
chiome degli alberi.
Allie godeva di quei momenti e rovesciò il capo all'indietro
perché la pioggia le bagnasse il viso. Sapeva che in pochi
minuti il suo vestito sarebbe stato inzuppato, ma non se ne
curava. Si chiese se Noah l'avrebbe notato, e immaginò di sì.
Si passò le dita tra i capelli, si sentiva meravigliosamente bene,
tutto era stupendo. Pur tra il fragore degli scrosci sentiva il
respiro duro di Noah e quel suono la eccitò sessualmente come non le
capitava da anni.
Una nuvola passò sul fiume scaricando un rovescio sulle loro teste,
ma Allie rise, rinunciando a ogni tentativo di ripararsi, e Noah si
sentì sollevato. Non sapeva come Allie avrebbe reagito, e sebbene la
decisione di uscire in canoa fosse stata sua, forse non si aspettava
un temporale tanto violento.
Raggiunsero la darsena pochi minuti dopo e Noah aiutò Allie a salire
sul pontile. Poi salì anche lui e trascinò la canoa a riva, legandola
a un palo per maggiore sicurezza.
Quando rialzò lo sguardo su Allie, gli si mozzò il respiro. Era
bellissima, serena e immobile, del tutto incurante della pioggia.
Noah poteva vedere la forma dei suoi seni sotto la stoffa del vestito
che le si era incollato al corpo, i capezzoli eretti e duri come due
piccoli sassi. Sentì muoversi in lui un'onda di desiderio e subito si
voltò, imbarazzato, e borbottò qualcosa mentre controllava la cima
della canoa. Quando si rialzò, Allie lo sorprese prendendolo per mano.
Nonostante la pioggia battente, avanzarono lentamente verso la casa e
Noah immaginò come sarebbe stata una notte trascorsa con lei.
Anche la mente di Allie vibrava sulle stesse corde.
Sentiva il calore della mano di lui e avrebbe voluto che le
accarezzasse il corpo, scorrendo leggera sulla sua pelle. A quel solo
pensiero sentì i capezzoli che le si indurivano di nuovo e un intenso
calore tra le gambe.
Si rese conto che qualcosa era cambiato da quando era arrivata lì. E
sebbene non potesse identificare il momento esatto in cui ciò si era
verificato - la sera prima, o quel pomeriggio in canoa, o tra i cigni
del laghetto - sapeva di essersi innamorata di nuovo di Noah Taylor
Calhoun, e forse, solo forse, non aveva mai smesso di amarlo.
Un velo di imbarazzo calò tra loro quando varcarono la soglia e si
fermarono, gocciolanti, nell'atrio d'ingresso.
«Hai portato dei vestiti per cambiarti?»
Allie scrollò il capo, un'onda di emozione le impediva di parlare e
si chiese se il suo viso rivelasse ciò che provava.
«Ti troverò qualcosa. Forse ti andrà un po' largo, ma almeno ti terrà
caldo.»
«Benissimo», disse lei.
«Torno tra un minuto.»
Noah si sfilò gli stivali, salì le scale di corsa e riapparve quasi
subito con dei calzoni di cotone e una camicia bianca su un braccio,
e dei jeans con una camicia azzurra sull'altro.
«Ecco», disse, porgendole i pantaloni e la camicia bianca, «puoi
cambiarti nella camera di sopra. In bagno troverai un asciugamano se
vuoi fare una doccia.»
Allie lo ringraziò e salì le scale sentendo su di sé lo sguardo di
lui che la seguiva. Entrò nella camera e chiuse la porta, posò gli
indumenti asciutti sul letto e si spogliò completamente. Poi aprì
l'armadio, trovò una gruccia, vi appese il suo vestito, reggiseno e
mutandine, e li portò in bagno perché non sgocciolassero sul
pavimento di legno lucido. Provò un brivido di piacere al sentirsi
lì, nuda, nella stanza dove lui dormiva.
Non aveva bisogno di una doccia dopo tanta pioggia e mentre si
asciugava le parve che la sua pelle fosse più morbida, quasi
rinvigorita. Pensò a come la gente viveva un tempo. All'unisono con
la natura. Come Noah. Si infilò gli indumenti di lui e si guardò allo
specchio. I calzoni erano grandi per lei, ma rimediò infilando la
camicia nella cintura e arrotolando i risvolti per accorciarli. La
camicia tendeva a scivolarle giù dalle spalle, ma le stava benissimo
anche così. Trovò un paio di calzini nel cassettone, se li infilò e
tornò in bagno per spazzolarsi i capelli.
Li ravviò con lunghi colpi decisi per lisciare i punti arruffati e li
lasciò ricadere sulle spalle. Guardandosi allo specchio rimpianse di
non aver portato con sé un nastro o un paio di forcine. E un po' di
mascara.
Ma chi l'avrebbe immaginato? Sulle sue ciglia era rimasta una traccia
di trucco e Allie lo corresse con un fazzolettino di carta. Dopo un
ultimo controllo allo specchio, si trovò carina nonostante tutto e
tornò a pianterreno.
Noah era nel soggiorno, accucciato davanti al camino mentre
alimentava il fuoco appena acceso. Non la sentì arrivare e Allie lo
osservò in silenzio. Si era cambiato anche lui e stava benissimo con
la camicia ben tesa sulle spalle, i capelli che gli sfioravano il
collo, i jeans attillati.
Spostò un ceppo e aggiunse altri trucioli. Allie si appoggiò allo
stipite della porta, incrociò una gamba sull'altra e continuò a
guardarlo. Dopo pochi minuti le fiamme cominciarono a divampare
allegramente. Noah si voltò per sistemare la legna non ancora usata e
vide Allie con la coda dell'occhio. Si rialzò di scatto per
ammirarla. Anche con quei larghi calzoni addosso era bellissima. Dopo
un attimo distolse imbarazzato lo sguardo per occuparsi di nuovo
della legna.
«Non ti ho sentita arrivare», disse con tono forzatamente disinvolto.
«Lo so. L'ho fatto apposta.» Sapeva ciò che Noah stava pensando e la
intenerì quel suo atteggiamento da ragazzo.
«Da quanto tempo sei lì?»
«Un paio di minuti.»
Noah si pulì le mani sui calzoni e indicò la cucina. «Posso portarti
un tè? Ho messo l'acqua a bollire quando sei salita per cambiarti.»
Frasi banali, per tenere la sua emozione sotto controllo; ma perdio,
vedersela davanti così...
Allie esitò un secondo, vide come lui la fissava e si abbandonò
all'istinto.
«Non hai qualcosa di più forte, o ti sembra troppo presto per bere?»
Noah sorrise. «Devo avere del bourbon da qualche parte. Ti va?»
«Perfetto. »
Allie lo osservò mentre spariva oltre la soglia della cucina,
passandosi le dita nei capelli umidi.
Un tuono esplose fortissimo e la pioggia riprese violenta. Allie la
sentiva scrosciare sul tetto, era quasi una musica di sottofondo per
l'allegro scoppiettare della legna sul fuoco. Si voltò verso la
finestra e vide il cielo nero lacerato da un lampo. Pochi istanti
dopo un secondo tuono, vicinissimo.
Prese una trapunta sul sofà e sedette sul tappeto davanti al camino a
gambe incrociate, fissando le fiamme. Noah la trovò così quando
rientrò dalla cucina.
Sedette accanto a lei e versò il bourbon in due bicchieri. Fuori,
l'oscurità aumentava. Il temporale aveva raggiunto l'apice della sua
furia e il vento faceva vorticare la pioggia.
«Una vera tempesta», disse Noah. Volse per un attimo lo sguardo verso
i vetri delle finestre flagellati dall'acqua, poi lo posò di nuovo su
Allie. Vide il suo petto sollevarsi leggermente a ogni respiro e
lottò contro la tentazione di toccarla.
«Mi sono sempre piaciuti i temporali», disse lei bevendo un sorso di
bourbon, «anche quand'ero bambina. »
«Come mai?» Doveva continuare a parlare. La conversazione lo aiutava
a controllarsi.
«Non lo so. Mi sembravano qualcosa di romantico.»
Tacque per un momento, il riflesso delle fiamme brillava nei suoi
occhi color smeraldo. Poi disse. «Ricordi il temporale che
scoppiò poche sere prima che io partissi? Io e te seduti
vicini...»
«Certo che lo ricordo.»
«Non ho mai smesso di pensarci quando sono tornata a casa. Ti
rivedevo com'eri in quei momenti. Ti ho sempre ricordato così.»
«Sono cambiato molto?»
Allie bevve un altro sorso di bourbon che la riempì di calore. Sfiorò
una mano di Noah e rispose: «No, in realtà no. Non nelle cose
essenziali. Sei un po' più vecchio, naturalmente, con più esperienza
alle tue spalle, ma c'è sempre la stessa luce nei tuoi occhi.
Leggi ancora poesie e navighi sui fiumi. E hai in te quella
gentilezza d'animo che nemmeno la guerra è riuscita a distruggere.»
Noah rifletté su quanto lei aveva detto e avvertì la carezza della
sua mano, il pollice che si muoveva in piccoli cerchi.
«Allie, prima mi hai chiesto qual'era il mio ricordo più vivo di
quell'estate. E il tuo, qual è?»
«Ricordo quando abbiamo fatto l'amore. Eri il mio primo uomo, ed è
stato più meraviglioso di quanto avrei mai potuto immaginare.»
Noah bevve un sorso di bourbon, travolto dai ricordi, dalle antiche
emozioni, e poi scrollò il capo.
Tutto stava diventando troppo difficile. Allie continuò:
«Rammento che tremavo per la paura, e al tempo stesso ero così
eccitata. Sono felice che tu sia stato il primo. Sono felice di
questa nostra esperienza comune».
«Anch'io. »
«Pure tu avevi paura?»
Noah annuì in silenzio e Allie sorrise per quella confessione
implicita.
«Ne ero sicura. Sei sempre stato timido, specialmente agli inizi. Un
giorno mi hai chiesto se avevo un ragazzo, e quando ti ho risposto di
sì, non mi hai più parlato.»
«Non volevo intromettermi tra voi due.»
«Ma alla fine lo hai fatto lo stesso, nonostante le tue buone
intenzioni. E ne sono stata felice.» Allie sorrideva.
«Quando gli hai detto di noi?»
«Dopo il mio ritorno a casa.»
«É stato difficile?»
«Nient'affatto. Ero troppo innamorata di te.»
Allie fece scivolare una mano nell'incavo del suo braccio, lo avvolse
con dolcezza, posò la testa sulla sua spalla. Mentre ricominciava a
parlare Noah sentì il suo profumo, dolce e particolare come quello
della pioggia.
«Rammenti quando mi hai riaccompagnato a casa dopo la festa? Ti ho
chiesto se volevi rivedermi e hai annuito senza dire una parola. Poco
convincente.»
«Non potevo farci nulla. Non avevo mai incontrato una ragazza come
te, prima, e non sapevo che cosa dire.»
«Lo so. Ma non sei mai riuscito a nascondere i tuoi pensieri. Ti si
legge tutto negli occhi. Hai i più begli occhi che io abbia mai
visto.»
Si interruppe, rialzò il capo e lo fissò. Quando parlò, la sua voce
era poco più di un sussurro. «Credo che in quella estate io ti abbia
amato più di quanto abbia mai amato chiunque altro.»
Ancora la luce accecante di un lampo. Nei brevi attimi che
precedevano il tuono i loro occhi si incontrarono e cercarono di
tornare indietro nel tempo, cancellando quei quattordici anni perché
qualcosa di nuovo era accaduto il giorno prima. Quando il tuono
finalmente esplose, Noah sospirò e si voltò guardando verso le
finestre.
«Vorrei che tu avessi letto le lettere che ti ho scritto», disse.
Allie tacque per un lungo minuto.
«Ho anch'io delle responsabilità», disse infine.
«Non te l'ho mai detto, ma ti scrissi una dozzina di lettere quando
tornai a Raleigh. Però non le ho mai spedite.»
«Perché?» Noah era stupito.
«Forse perché avevo troppa paura.»
«Di che cosa?»
« Che questo amore non fosse profondo come lo immaginavo. Che tu mi
avessi dimenticato.»
«Mai. Non avrei mai potuto dimenticarti.»
«Adesso lo so. Lo leggo nei tuoi occhi. Ma allora era diverso.
C'erano tante cose che non capivo, tante cose che una ragazzina non
riesce a chiarire.»
«E cioè?»
Allie rifletté un attimo per riordinare le idee.
«Quando vidi che le tue lettere non arrivavano, non sapevo che cosa
pensare. Rammento che parlai con la mia migliore amica di quello che
era accaduto tra noi durante l'estate, e lei mi disse che avevi già
ottenuto quel che volevi e non c'era da meravigliarsi se non ti
interessava scrivermi.»
«Non volevo credere che tu fossi un uomo così, ma le parole
dell'amica mi hanno costretta a riflettere su quanto eravamo diversi
noi due, forse tu contavi per me molto più di quanto io contassi per
te... E poi, mentre tutti questi dubbi mi rodevano, Sarah mi scrisse
che te n'eri andato da New Bern. »
«Fin e Sarah hanno sempre avuto il mio recapito a loro
disposizione...»
Allie lo bloccò con un gesto della mano. «Lo so, ma non gliel'ho mai
chiesto. Presumevo che tu avessi lasciato New Bern per iniziare una
nuova vita senza di me. Altrimenti, perché non avresti scritto? O
telefonato? Potevi anche venire a Raleigh per rivedermi.»
Noah distolse lo sguardo senza rispondere, e Allie continuò: «Non
sapevo più nulla di te e col tempo il dolore si attutì, pensai che
avrei potuto dimenticarti.
Ma negli anni seguenti, ogni volta che incontravo un ragazzo cercavo
in lui qualcosa di te, e quando la nostalgia diventava troppo forte
ti scrivevo un'altra lettera. Non le ho mai spedite per evitare una
delusione peggiore. Forse avrei scoperto che amavi un'altra donna, e
io invece mi aggrappavo al ricordo di come eravamo quell'estate, non
volevo assolutamente perderlo. »
Pronunciò quelle parole con tanta dolcezza, con tanta innocenza, che
Noah avrebbe voluto baciarla subito. Ma non lo fece. Lottò invece
contro il desiderio, convinto che Allie volesse da lui qualcos'altro.
Eppure era tanto affettuosa, e quella mano che lo toccava. . .
«La mia ultima lettera è di un paio d'anni fa. Dopo aver conosciuto
Lon, scrissi a tuo padre per sapere dov'eri. Ma era passato tanto
tempo, non sapevo nemmeno se tuo papà vivesse ancora qui, e poi la
guerra. . . »
S'interruppe su quelle parole e tacquero entrambi, immersi nei propri
pensieri. Poi, alla luce di un nuovo lampo, Noah ruppe il silenzio.
«Vorrei che tu l'avessi spedita.»
«Perché?»
«Almeno per avere tue notizie. Per sapere che cosa era accaduto nella
tua vita.»
«Ne saresti stato deluso. La mia vita non ha nulla di eccitante.
Inoltre, forse non sono più quella che tu ricordi.»
«Sei molto meglio, Allie.»
«Grazie per il complimento.»
Noah non avrebbe voluto aggiungere altro, ben sapendo che solo
sigillando le parole dentro di sé avrebbe potuto mantenere il
controllo, lo stesso controllo esercitato per quattordici anni. Ma
un'emozione nuova lo costrinse a cedere con la speranza che, in
qualche modo, fosse possibile recuperare il miracolo di tanto tempo
prima.
«Non era un complimento. Ho detto quel che penso perché ti amo e ti
ho sempre amata. Più di quanto tu immagini.»
Il fuoco scoppiettò lanciando scintille verso la cappa del camino, ed
entrambi fissarono i resti semicarbonizzati dei ceppi sulle braci
roventi. Ci voleva altra legna, ma nessuno dei due si mosse.
Allie bevve un po' di bourbon e cominciò a sentirne gli effetti. Ma
non era soltanto l'alcol che la induceva a stringersi a Noah e al
calore del suo corpo.
Guardò verso le finestre, le nuvole erano sempre più nere.
«Devo alimentare il fuoco», disse Noah, e Allie gli permise di
alzarsi. Lui si avvicinò al camino, spostò lo schermo parascintille e
gettò sulla brace due pezzi di legna, sistemandoli con l'attizzatoio
perché bruciassero meglio.
Le fiamme divamparono di nuovo e Noah tornò accanto ad Allie che si
raggomitolò posandogli la testa sulla spalla, come prima, e
accarezzandogli il petto con mano leggera, senza parlare. Noah si
chinò per sussurrarle all'orecchio: «Mi sembra che siamo tornati
indietro nel tempo, quando eravamo giovani».
Allie sorrise poiché pensava la stessa cosa, e per qualche minuto
fissarono il fuoco in silenzio, stretti l'uno all'altra.
«Noah, tu non me l'hai mai chiesto, ma devo dirti una cosa.»
«E sarebbe?»
La sua voce era tenera.
«Non c'è mai stato un altro uomo. Non solo tu sei stato il primo. Sei
stato anche l'unico. Non mi aspetto che tu mi dica la stessa cosa, ma
volevo tu lo sapessi. »
Noah rimase in silenzio. Allie si godeva il calore del fuoco.
Accarezzò i muscoli di lui sotto la camicia, solidi e compatti.
Rammentò come si erano stretti così l'uno all'altra durante quello
che pensavano fosse il loro ultimo incontro. Allora sedevano accanto
a una diga che doveva imbrigliare le acque del fiume Neuse. Allie
piangeva perché forse non si sarebbero mai più rivisti, e forse lei
non sarebbe stata mai più felice. Anziché parlarle, Noah le fece
scivolare in mano un biglietto che Allie lesse tornando a casa.
L'aveva conservato, e di quando in quando lo rileggeva tutto o in
parte. C'era un brano in particolare, il più toccante, che le
riaffiorò alla memoria in quel momento. Diceva così:
Questa separazione ci fa tanto male perché le nostre anime sono
legate l'una all'altra. Forse lo sono sempre state e lo saranno
sempre. Forse abbiamo vissuto mille vite prima di questa e in
ciascuna ci siamo incontrati. E forse, ogni volta, siamo stati
costretti a separarci per le stesse ragioni. Perciò questo è un addio
che dura da diecimila anni e prelude a quelli a venire.
Quando ti guardo, vedo la tua bellezza e la tua grazia e so che sono
andate via via crescendo in ciascuna delle tue vite. So anche che in
ciascuna delle mie vite sono andato alla tua ricerca. E cercavo
proprio te, non qualcuna che ti somigli, perché la tua anima e la mia
devono sempre riunirsi. E poi, per ragioni che nessuno di noi
capisce, siamo costretti a dirci addio.
Vorrei dirti che tutto andrà benissimo, e giuro che farò il possibile
perché ciò accada. Ma se non ci incontrassimo più e questo fosse un
vero addio, so che ci rivedremo in un'altra vita. Ci incontreremo di
nuovo, e forse il volere delle stelle sarà cambiato e potremo
amarci tanto da compensare tutte le separazioni precedenti.
E se avesse ragione? si chiedeva Allie. Se fosse davvero così?
Non aveva mai completamente cancellato quel sogno per aggrapparsi al
giuramento di Noah semmai si fosse avverato. Quella speranza l'aveva
aiutata a superare molti momenti duri. E ora, seduta accanto a lui,
stava mettendo in dubbio la teoria che fossero sempre destinati a
separarsi. A meno che il volere delle stelle non fosse già cambiato
dopo il loro ultimo incontro.
Forse era davvero così perché sentiva il calore diffondersi nei loro
corpi mentre le braccia di Noah la stringevano sempre più forte, e il
tremito che la scuoteva era lo stesso che aveva anticipato il loro
primo amplesso.
Tutto era perfetto. Il fuoco nel camino, il bourbon, il temporale -
non si poteva desiderare di più. Come per incanto, gli anni di
separazione non contavano nulla.
Un lampo lacerò il cielo, le fiamme danzavano diffondendo tepore, la
pioggia d'ottobre batteva contro i vetri soffocando ogni altro suono.
Crollò allora il muro di resistenza edificato nel corso di
quattordici anni. Allie sollevò il capo dalla sua spalla, lo fissò
con occhi annebbiati e Noah le posò un bacio leggero sulle labbra.
Allie avvicinò la mano al volto di lui e gli accarezzò la guancia con
la punta delle dita. Noah la baciò di nuovo, sempre con immensa
tenerezza, e Allie lo ricambiò, mentre la lunga separazione si
dissolveva nella passione.
Allie socchiuse le labbra mentre Noah le accarezzava le braccia
lentamente, con tocco leggero. Poi la baciò sul collo, sulle guance,
sulle palpebre, lasciandovi la traccia umida della sua bocca. Allie
gli prese una mano e la guidò verso i suoi seni, le sfuggì un gemito
quando sentì il tocco di lui attraverso la stoffa.
Poi, muovendosi come in un sogno, il viso illuminato dal riflesso
delle fiamme, si staccò da lui e in silenzio cominciò a sbottonargli
la camicia. Noah ascoltava ogni suo respiro mentre le sue dita
scendevano sempre più in basso, gli sfioravano la pelle ogni volta
che slacciavano un bottone. E quando la camicia fu completamente
aperta le mani di Allie scivolarono dentro, con carezze leggere
esplorarono il suo corpo, indugiarono sui peli del suo petto. Poi gli
baciò il collo mentre faceva scivolare la camicia giù dalle spalle e
rialzò il capo per consentire che lui la baciasse.
Noah si liberò completamente della propria camicia, poi con un gesto
sicuro sollevò la camicia di lei e dopo averle accarezzato dolcemente
il ventre gliela sfilò facendole alzare le braccia. Allie si sentì
mozzare il fiato quando Noah la baciò nell'incavo dei seni e fece
correre lentamente la lingua fino al suo collo.
Le mani di lui le accarezzavano la schiena, le spalle, le braccia e i
loro corpi caldi si avvinghiarono, pelle contro pelle. Allie sollevò
il bacino perché Noah le sfilasse i calzoni, e allungò la mano per
aprire la lampo dei jeans di lui, che si liberò di quell'ultimo
indumento. I loro corpi finalmente nudi si riavvicinarono piano,
quasi muovendosi al rallentatore, e quando si unirono tremavano
entrambi nel ricordo di ciò che era accaduto un tempo.
La lingua di Noah indugiava sul suo collo mentre le mani di lui le
accarezzavano il corpo, dai seni al ventre, e più sotto dell'ombelico
e di nuovo verso l'alto. La bellezza di Allie lo ammaliava. I suoi
capelli umidi attiravano i bagliori del fuoco e sembravano sprizzare
scintille.
La sua pelle era morbida e luminosa. Sentì le mani di lei premere
sulla sua schiena, quasi per sollecitarlo.
Giacevano accanto al camino e il calore addensava l'aria. Allie arcuò
la schiena mentre Noah rotolava su di lei con un unico movimento
fluido e le stringeva i fianchi tra le sue ginocchia. Lei sollevò il
capo per baciargli il mento e il collo, respirando con affanno, poi
leccò le sue spalle e il suo sudore salmastro, gli passò le mani nei
capelli per attirarlo verso di sé, lottando contro la tensione dei
suoi muscoli. Ma Noah opponeva resistenza. Si limitò ad abbassare il
proprio petto su quello di lei, soffregandolo piano, ancora e ancora,
poi baciò ogni parte del suo corpo mentre Allie vibrava di desiderio
nell'attesa e si lasciava sfuggire brevi gemiti di piacere.
Continuò così finché capì che Allie non avrebbe più retto, e quando
finalmente si unirono lei lanciò un grido e gli affondò le dita nella
schiena. Poi nascose il viso sulla sua spalla mentre lo sentiva
penetrare a fondo dentro di lei, forte e gentile, carne e anima.
Cominciò a muoversi ritmicamente lasciando che Noah la guidasse dove
voleva, nel luogo tanto atteso e sognato.
Poi aprì gli occhi e alla luce del fuoco contemplò la bellezza di
quel corpo che si muoveva su di lei.
Vide il sudore condensarsi sul suo petto in gocce di cristallo che a
volte cadevano su di lei come la pioggia, là fuori. E a ogni goccia,
a ogni respiro, Allie sentiva che ogni sua responsabilità, ogni
sfumatura della sua vita scivolava via nel nulla.
I loro corpi vibravano per l'interscambio di tutto ciò che ciascuno
di loro prendeva e donava e Allie fu colmata dalla pienezza di una
sensazione che non avrebbe mai creduta possibile, e sembrava
prolungarsi all'infinito finché si spense lasciandola tremante tra le
braccia di lui. Ma subito dopo qualcosa si risvegliò di nuovo, Allie
fu sommersa da lunghe onde che si succedevano sempre più rapide.
Quando la pioggia cessò e un pallido sole al tramonto apparve tra le
nubi, il corpo di Allie era esausto, ma restio a concludere quel
meraviglioso amplesso.
Trascorsero le ore seguenti l'uno nelle braccia dell'altra, a volte
facendo l'amore e a volte immobili, fissando le fiamme. Noah le
recitò qualcuna delle sue poesie predilette e Allie lo ascoltava a
occhi chiusi, quasi sfiorando ogni parola con la mente. Quando si
sentivano pronti, e si univano di nuovo, Noah le sussurrava brevi
frasi d'amore.
Continuarono così per tutta la sera, recuperando il tempo perduto in
tanti anni di separazione, e dormirono avvinghiati. Di quando in
quando Noah si svegliava, contemplava il corpo di lei esausto e
radioso, e aveva l'impressione di vivere in un mondo perfetto.
Mentre la stava osservando così, alle prime luci dell'alba, Allie
socchiuse gli occhi, sorrise e alzò una mano per accarezzargli il
viso, ma Noah le pose un dito sulle labbra per impedirle di parlare e
rimasero a lungo in silenzio.
Quando il nodo che gli stringeva la gola finalmente si sciolse, Noah
le sussurrò: «Sei l'esaudimento di ogni mia preghiera. Sei un sogno,
una musica, e non so come mi sia stato possibile vivere tanto a lungo
senza di te. Ti amo, Allie, più di quanto tu immagini. Ti ho sempre
amato. Ti amerò sempre».
«Oh, Noah», disse Allie attirandolo su di sé. Lo voleva, aveva
bisogno di lui più che mai e più di qualunque cosa avesse mai
desiderato.

Tribunali.

Più tardi, quella stessa mattina, tre uomini - due avvocati e un


giudice - sedevano in una stanza e aspettavano che Lon finisse di
parlare. Il giudice lasciò trascorrere un lungo minuto prima di
rispondere.
«É una richiesta inusuale», disse, meditando sulla situazione. «Mi
sembra che il processo potrebbe concludersi oggi stesso. E lei
afferma che questo suo impegno tanto urgente non può aspettare fino a
stasera o domani?», «No, Vostro Onore. É impossibile.» Le parole
quasi si accavallarono uscendogli di bocca troppo in fretta.
Calma, disse Lon a se stesso, rilassati. Respira a fondo.
«É un impegno che non ha nulla a che vedere con la causa in corso?»
«No, Vostro Onore. Si tratta di una faccenda del tutto personale e
devo occuparmene subito, anche se la cosa può sembrarle insolita.»
Bene, molto meglio.
Il giudice si appoggiò allo schienale della poltrona per riflettere.
«Signor Bates, lei che ne pensa?»
Bates si schiarì la voce. «Il signor Hammond mi ha telefonato
stamattina e ho già conferito con i miei clienti. Sono disposti ad
accettare un rinvio a lunedì.»
«Capisco», disse il giudice, «e lei pensa così di agire
nell'interesse dei suoi clienti?»
«In effetti sì. Il signor Hammond ha accettato di riaprire il
dibattito su un certo punto che non era stato preso in considerazione
precedentemente.»
Il giudice fissò su entrambi uno sguardo severo.
«Non mi piace», disse infine, «non mi piace affatto. Ma il signor
Hammond non ha mai avanzato richieste del genere prima d'ora e
presumo che la faccenda sia davvero importante per lui.»
Fece una pausa a effetto, poi consultò alcune carte sulla sua
scrivania. «Accetto di aggiornare l'udienza a lunedì. Alle nove del
mattino esatte.»
«Grazie, Vostro Onore», disse Lon.
Due minuti dopo usciva dal palazzo di giustizia.
Salì sull'auto che aveva parcheggiato al di là della strada e partì
per New Bern, stringendo il volante tra le mani tremanti.

Una visita inaspettata.

Noah preparò la prima colazione mentre Allie dormiva ancora nel


soggiorno. Bacon, pane tostato e caffè, niente di spettacolare. Posò
il vassoio accanto a lei al momento del suo risveglio, e subito dopo
aver mangiato fecero l'amore di nuovo. Un amplesso violento, la
conferma di quanto avevano sperimentato la sera prima. Allie arcuò la
schiena e lanciò un grido nel momento finale del piacere, poi cinse
Noah con le braccia e ricaddero ansimando, esausti.
Fecero la doccia assieme e Allie indossò i suoi vestiti che si erano
asciugati durante la notte. Diedero da mangiare a Clem e
controllarono se le finestre fossero state danneggiate dal temporale.
Fuori, due pini si erano spezzati e alcune tegole erano volate via
dal capanno per gli attrezzi, ma nell'insieme la proprietà non aveva
subito gravi conseguenze.
Rimasero per quasi tutta la mattina con la mano nella mano,
chiacchierando, ma a volte Noah si interrompeva e fissava Allie in
silenzio. In quei momenti lei aveva l'impressione di dover dire
qualcosa, ma nulla di importante le affiorava nella mente. Smarrita
nelle sue emozioni, di solito si limitava a baciarlo.
Poco prima di mezzogiorno andarono in cucina per preparare il
pranzo. Erano affamati perché non avevano quasi mangiato il
giorno
precedente. Noah attinse alle sue provviste e cucinarono un pollo che
divorarono sotto il portico, al canto di un tordo.
Poi tornarono in casa e mentre stavano lavando i piatti udirono
bussare alla porta. Noah lasciò Allie in cucina.
Bussarono di nuovo.
«Vengo», disse Noah.
Toc toc. Più forte.
Si avvicinò all'uscio.
Toc, toc.
«Eccomi», disse, e spalancò la porta.
«Oh, mio Dio.»
Noah fissò per un attimo quella bella signora sulla cinquantina, una
donna che avrebbe riconosciuto ovunque.
Non riusciva a parlare.
«Salve, Noah», disse lei.
E Noah sempre zitto.
«Posso entrare?» Una voce ferma, che non lasciava trapelare nulla.
Noah balbettò qualcosa e la donna gli passò davanti, fermandosi ai
piedi delle scale.
«Chi è?» gridò Allie dalla cucina, e la visitatrice si voltò al suono
di quella voce.
«É tua madre», rispose infine Noah, e non appena ebbe pronunciato
quelle parole udì un rumore di vetri infranti.
«Lo sapevo che ti avrei trovata qui», disse Anne Nelson a sua figlia
mentre sedevano tutti e tre attorno al tavolino del soggiorno.
«Come potevi esserne sicura?»
«Sei mia figlia. Un giorno, quando avrai dei bambini anche tu,
capirai.» Sorrideva, ma i suoi modi erano un po' rigidi e Noah
immaginò quanto fosse difficile quella conversazione per lei.
«Anch'io ho letto quell'articolo», continuò, «e ho visto la tua
reazione e quanto tu fossi nervosa durante le due ultime
settimane. Quando poi hai detto che volevi fare acquisti sulla
costa, ho capito immediatamente dove volevi andare.»
«E papà?»
Anne Nelson scrollò il capo. «Non ho detto nulla a tuo padre né a
chiunque altro. E nessuno sa che sono venuta qui.»
Calò il silenzio mentre Noah e Allie si chiedevano che cosa stesse
per accadere, ma Anne pareva aver esaurito i suoi argomenti.
«Perché sei venuta?» chiese infine Allie.
Sua madre inarcò un sopracciglio. «Penso che questa domanda dovrei
porla io a te.»
Allie impallidì.
«Sono venuta perché dovevo venire», continuò Anne, «e sono sicura che
tu sei tornata a New Bern per la stessa ragione. Non è vero?»
Allie annuì.
Anne si rivolse a Noah. «Questi due ultimi giorni devono essere stati
pieni di sorprese.»
«Sì», rispose lui con semplicità, e Anne gli sorrise.
«So che non mi crederà, ma lei mi è sempre piaciuto, Noah. Però sono
convinta che non sia l'uomo adatto per mia figlia. Riesce a capirmi?»
Noah negò con un gesto del capo e rispose lentamente, quasi
soppesando le parole: «No, non la capisco. É ingiusta nei miei
confronti e nei confronti di Allie. Se non fosse così, Allie non
sarebbe qui, adesso».
La signora Nelson lo scrutò mentre parlava e Allie, intuendo
l'eventualità di una discussione, intervenne: «Che cosa significa che
dovevi venire? Non ti fidi di me?»
Anne si rivolse a sua figlia. «La fiducia non c'entra. Si tratta di
Lon. Ha telefonato ieri sera per parlarmi di Noah e adesso sta
venendo qui. Sembrava sconvolto. Ho pensato che fosse bene
avvertirti.»
Ad Allie si mozzò il respiro. «Sta venendo qui?»
«In questo preciso momento. É riuscito a rimandare alla settimana
prossima l'ultima discussione in aula, e se non è ancora arrivato a
New Bern, gli mancheranno solo pochi chilometri.»
«Tu che cosa gli hai detto?»
«Non molto. Ma lo sapeva. Aveva indovinato tutto. Ricordava che gli
avevi parlato di Noah molto tempo fa.»
Allie inghiottì a fatica.
«Gli hai detto che ero qui?»
«No, e non glielo dirò. Questa faccenda riguarda solo voi due. Ma
poiché lo conosco, so che Lon ti troverà se non te ne andrai subito.
Non ci vorrà molto, basteranno due o tre telefonate alle persone
giuste. Ci sono riuscita anch'io.»
Allie, nonostante la sua angoscia, sorrise a sua madre.
«Grazie», le disse, e allungò una mano verso di lei.
«So che abbiamo avuto dei contrasti, Allie, e non la pensiamo allo
stesso modo su molte cose. Non sono perfetta, però ho fatto del mio
meglio per educarti. Sono tua madre e lo sarò sempre. Ciò significa
che ti vorrò sempre bene.»
Allie tacque per un momento, poi chiese: «Che cosa devo fare?»
«Non lo so, Allie. Dipende da te. Ma ci rifletterei sopra. Cerca di
capire che cosa vuoi veramente.»
Allie distolse il capo, con gli occhi arrossati, e poco dopo una
lacrima le correva lungo la guancia.
«Anch'io non lo so...» mormorò, mentre sua madre le stringeva
affettuosamente una mano.
Anne lanciò un'occhiata a Noah che sedeva ascoltandole a testa bassa,
e Noah intuì il significato di quello sguardo, annuì e uscì dalla
stanza.
Quando le due donne rimasero sole, Anne sussurrò:
«Lo ami?»
«Sì», rispose Allie, sempre a bassa voce, «moltissimo.»
«E non ami Lon?»
«Amo anche lui, lo amo teneramente, ma in un modo diverso. Non provo
per lui ciò che provo per Noah. »
«Lo credo», disse la signora Nelson, e staccò la sua mano da quella
di sua figlia.
«Non posso decidere io al posto tuo, Allie. La responsabilità è tutta
tua. Voglio però che tu sappia che ti voglio bene. Te ne vorrò
sempre. Non è un grande aiuto, ma è il solo che ti possa offrire.»
Prese dalla borsetta delle lettere legate assieme da un nastro,
vecchie buste ingiallite.
«Sono le lettere che ti scrisse Noah. Non le ho mai distrutte e non
le ho mai aperte. Avrei dovuto consegnartele e mi dispiace di non
averlo fatto. Pensavo di proteggerti e non mi resi conto...»
Allie prese il piccolo pacco e ci posò sopra una mano, attonita.
«É ora che me ne vada, Allie. Tu hai delle decisioni da prendere e ti
rimane poco tempo. Vuoi che mi fermi in città?»
Allie scrollò il capo. «No, devo cavarmela da sola.»
Anne annuì e fissò sua figlia a lungo, perplessa.
Infine si alzò, girò attorno al tavolo, si chinò e baciò Allie su una
guancia. Le lesse una domanda negli occhi mentre Allie si alzava per
abbracciarla.
«Che cosa farai?» chiese sua madre, staccandosi da lei. Seguì una
lunga pausa.
«Non lo so», rispose infine Allie, e si fissarono per un altro minuto
in silenzio.
«Grazie per essere venuta», disse Allie. «Ti voglio bene. »
«Anch'io ti voglio bene.»
Mentre sua madre si dirigeva verso la porta, Allie credette di averla
sentita mormorare «Obbedisci al tuo cuore», ma non poteva esserne
sicura.

Il bivio.

Con un silenzioso gesto di cortesia, Noah tenne aperta la porta


mentre Anne Nelson usciva.
«Addio Noah», lei mormorò con voce incolore.
Noah annuì senza parlare. Non c'era più nulla da dire e ambedue lo
sapevano. Noah la seguì con lo sguardo mentre proseguiva dritta verso
la sua auto, saliva e partiva senza mai voltarsi indietro. Una donna
forte, e Noah capì da dove veniva il carattere di Allie.
Tornò in casa e lanciò un'occhiata nel soggiorno, vide Allie seduta
con la testa tra le mani e proseguì verso il portico perché immaginò
che volesse restare sola. Si sistemò sulla poltrona a dondolo e
guardò l'acqua del fiume che di minuto in minuto scivolava via.
Dopo quella che gli parve un'eternità udì aprirsi l'uscio alle sue
spalle ma non si voltò - per un'ignota ragione gli fu impossibile
muoversi- e attese che Allie si sedesse accanto a lui.
«Mi dispiace», disse Allie, «non avrei mai pensato che potesse
accadere.»
Noah scrollò il capo. «Non deve dispiacerti. In fondo lo sapevamo
tutti e due che in un modo o nell'altro sarebbe accaduto.»
«É tutto così difficile.»
«Lo so.» Finalmente si voltò verso di lei e le strinse una mano.
«Posso fare qualcosa per aiutarti?»
Negò con un gesto del capo. «No. No, davvero. Devo agire da sola. E
non sono nemmeno sicura di quel che dirò a Lon.» Abbassò lo sguardo e
la sua voce si fece sussurrante e un po' lontana, come se stesse
parlando tra sé. «Credo dipenda anche da lui, da quanto sa. Se mia
mamma non si sbaglia, forse ha solo dei sospetti, ma nessuna
certezza.»
Noah sentì un nodo alla bocca dello stomaco. Quando finalmente riuscì
a parlare, la sua voce era ferma, ma Allie vi colse un'intensa
vibrazione di dolore.
«Non gli dirai di noi, vero?»
«Non lo so. Mentre ero di là, nel soggiorno, continuavo a chiedermi
che cosa volessi veramente dalla vita.» Strinse la mano di lui. «E
sai qual è stata la risposta? La risposta è stata che voglio due
cose. Prima di tutto te. E noi due insieme. Ti amo e ti ho sempre
amato.»
Respirò a fondo prima di continuare.
«Ma voglio anche un lieto fine che non procuri dolore a nessuno. E so
che se rimango molte persone soffriranno. Soprattutto Lon. Non
mentivo quando ti ho detto che lo amavo. Non come amo te, ma gli
voglio bene e sarei sleale nei suoi confronti. E se non torno a casa,
darò un grande dolore anche alla mia famiglia e ai miei amici.
Tradirei tutti quelli che conosco... Non so se avrò la forza di
farlo.»
«Non puoi vivere la tua vita in funzione degli altri. Devi fare quel
che conta per te, anche se ciò rischia di ferire le persone cui vuoi
bene.»
«Lo so», disse lei, «ma qualunque sia la mia scelta dovrò sopportarne
le conseguenze per tutta la vita. Sarò costretta ad avanzare senza
mai voltarmi indietro. Riesci a capirmi?»
Noah negò con un cenno del capo e cercò di controllare la propria
voce. «No. Se ciò significa perderti, non lo capisco. Questo miracolo
non potrà ripetersi. »
Allie chinò il capo senza dir nulla e Noah proseguì: «Saresti davvero
capace di lasciarmi senza nemmeno voltarti?»
Lei si morse il labbro prima di rispondere. La sua voce cominciava a
incrinarsi. «Non lo so. Probabilmente no.»
«E ti sembrerebbe un comportamento leale nei confronti di Lon?»
Anziché rispondere subito Allie si alzò, si asciugò le lacrime dal
viso e raggiunse l'estremità del portico appoggiandosi alla
balaustra. Da lì contemplò l'acqua del fiume prima di mormorare: «No».
«Le cose non possono andare così, Allie. Siamo adulti, adesso, e ci
si offre un'opportunità di scelta che non avevamo allora. Siamo fatti
per vivere assieme.
L'abbiamo sempre saputo.»
Si avvicinò a lei e le posò le mani sulle spalle.
«Non posso trascorrere il resto della mia vita pensando a te e
immaginando quanto avremmo potuto essere felici. Rimani con me,
Allie.»
«Non so se posso», balbettò lei, gli occhi ormai gonfi di lacrime.
«Certo che puoi, Allie... La mia vita sarebbe distrutta se ti sapessi
accanto a un altro. Uccideresti una parte di me. Tra di noi è nato
qualcosa di unico, troppo meraviglioso per gettarlo via.»
Allie non reagì. Dopo qualche minuto lui la voltò gentilmente verso
di sé, le prese le mani tra le sue e cercò di indurla a guardarlo
negli occhi. Alla fine lei rialzò il viso bagnato di pianto. In
silenzio, Noah le asciugò le guance con la punta delle dita e la
fissò con infinita tenerezza. La sua voce tremò quando lesse nello
sguardo di Allie ciò che lei cercava di dirgli.
«Tu non rimarrai con me, vero?» tentò di sorridere debolmente.
«Vorresti rimanere, ma non puoi.»
«Oh, Noah...» disse lei, mentre le lacrime ricominciavano a sgorgarle
dagli occhi, «ti prego, cerca di capire...»
Lui scrollò il capo per interromperla.
«So che cosa stai cercando di dirmi, te lo leggo negli occhi. Ma non
chiedermi di capire, Allie. Non voglio che finisca così, non voglio
che finisca e basta.
E se tu mi lasci, sappiamo tutti e due che non ci rivedremo mai più.»
Si rannicchiò contro di lui e singhiozzò sempre più forte mentre Noah
la cingeva con le braccia.
«Allie, non posso costringerti a rimanere. Ma qualunque cosa accada
poi nella mia vita, non dimenticherò mai questi due ultimi giorni
trascorsi con te.
Li sognavo da anni.»
La baciò e l'abbracciò teneramente, come aveva fatto quando Allie era
scesa dall'auto due giorni prima.
Infine Allie si staccò da lui e si asciugò gli occhi.
«Vado a prendere la mia roba», disse.
Noah non la seguì. Rimase accasciato sulla poltrona a dondolo e la
seguì con lo sguardo mentre entrava in casa, ascoltò l'eco dei suoi
passi che si spegnevano nel nulla. Allie riapparve poco dopo con la
sua borsa e si avvicinò a Noah a testa bassa. Gli porse lo schizzo
che aveva disegnato il mattino precedente.
«Questo è per te.»
Noah notò che Allie aveva smesso di piangere. Prese il foglio tra le
mani e lo srotolò con cautela, perché non si lacerasse.
Vide due immagini che si sovrapponevano. Quella in primo piano, e che
occupava la maggior parte del foglio, era un ritratto di Noah come
appariva adesso, e non quattordici anni prima. Allie aveva riprodotto
le sue fattezze nei minimi particolari, compresa la cicatrice. Come
se avesse copiato da una fotografia recente.
La seconda immagine era la facciata della casa e anche qui la cura
dei dettagli era straordinaria, quasi Allie avesse disegnato dal
vero, seduta sotto la grande quercia.
«É splendido, Allie. Grazie.» Cercò di sorridere. «Ti ho detto che
sei una grande artista.» Lei annuì a testa bassa, serrando le labbra.
Era tempo di andare.
Si avvicinarono lentamente alla macchina, senza parlare. Quando la
raggiunsero Noah abbracciò di nuovo Allie finché sentì le lacrime
gonfiargli gli occhi. La baciò sulle labbra e sulle guance, poi
accarezzò con le dita i punti che aveva baciato.
«Ti amo, Allie.»
«Anch'io ti amo.»
Noah aprì la portiera e dopo un ultimo bacio Allie scivolò al
volante, senza mai staccare gli occhi da lui. Infilò nella borsa il
pacco di lettere e girò le chiavi dell'accensione. Il motore si avviò
ronzando quasi con impazienza. Bisognava partire.
Noah chiuse la portiera spingendola con tutt'e due le mani e Allie
abbassò il finestrino. Poteva vedere i muscoli delle sue braccia, il
suo sorriso, il suo volto abbronzato. Allungò una mano e Noah la
strinse per un attimo, accarezzandola coi polpastrelli.
«Rimani», dissero le sue labbra senza emettere suoni, e quell'ultimo
appello silenzioso ferì Allie più di qualsiasi cosa. Pianse in
silenzio. E infine, con grande sforzo, distolse lo sguardo e strappò
la sua mano da quella di lui. Innestò la marcia. Se non partiva ora,
non sarebbe partita mai più. Noah arretrò di qualche passo mentre la
macchina si metteva in moto.
Non riusciva ad afferrare la realtà della situazione e gli parve di
cadere in trance. Seguì con lo sguardo l'auto che ridiscendeva lungo
il viale, udì lo scricchiolio della ghiaia sotto le ruote. Tra poco
avrebbe imboccato la strada che portava in città. Allie se ne andava
- se ne andava - e Noah sentì un velo calargli davanti agli occhi.
Lontana... sempre più lontana...
Allie lo salutò con un gesto della mano prima di accelerare e lui
rispose con lo stesso gesto, debolmente. «Rimani», avrebbe voluto
gridare, ma non disse nulla e pochi istanti dopo la macchina spariva.
Tutto ciò che gli rimaneva di Allie erano le tracce dei pneumatici
sul viale.
Rimase a lungo immobile. Allie era arrivata e ripartita con la stessa
rapidità. E ora non sarebbe mai più tornata. Mai più.
Chiuse gli occhi per rivedere quell'ultima scena, la macchina che si
allontanava e Allie che si portava via il suo cuore.
Si rese conto, con tristezza, che, come sua madre, Allie non aveva
più guardato indietro.

Una lettera dal passato.

Guidare con gli occhi velati dalle lacrime non era facile, ma Allie
proseguì con la speranza che l'istinto la riportasse all'albergo.
Teneva il finestrino abbassato affinché l'aria fresca l'aiutasse a
chiarire le idee, ma non servì a nulla poiché nulla poteva aiutarla.
Era stanca, forse non avrebbe avuto l'energia necessaria per parlare
con Lon. E comunque, che cosa doveva dirgli? Non riusciva a
immaginarlo e si augurava che le venisse qualche idea all'ultimo,
prima di incontrarlo.
Era indispensabile.
Quando imboccò il ponte che portava a Front Street aveva recuperato
un po' di controllo. Non molto, ma forse quanto bastava per
affrontare Lon. Almeno lo sperava.
Il traffico era leggero e Allie cercò di distrarsi osservando le
persone a lei sconosciute che incrociava nelle strade di New Bern. A
una stazione di servizio, un meccanico aveva sollevato il cofano di
una macchina e scrutava all'interno mentre un uomo elegante,
probabilmente il proprietario dell'auto, lo osservava impaziente. Due
donne uscirono dall'emporio Hoffman-Lane spingendo dei passeggini e
chiacchierando tra loro. Un uomo snello con una borsa portadocumenti
passò rapidamente davanti alla vetrina del gioielliere Hearns.
Allie svoltò in una strada semibloccata da un camioncino di
alimentari. Il giovanotto che scaricava le casse, con il suo
portamento e con i suoi gesti, le ricordò Noah alla pesca di granchi.
Individuò l'albergo a poca distanza mentre era ferma a un semaforo
rosso. Respirò a fondo quando scattò il verde e guidò lentamente fino
al parcheggio.
Vide subito la macchina di Lon, e sebbene ci fosse uno spazio libero
proprio lì accanto, andò a fermarsi più lontano.
Girò la chiave e spense il motore. Allungò una mano e aprì il
cassetto del cruscotto. Trovò uno specchietto e una spazzola posati
su una carta topografica del North Carolina. I suoi occhi erano
ancora rossi e gonfi. Come il giorno prima, dopo la pioggia, mentre
esaminava il riflesso del proprio volto rimpianse di non avere il
necessario per il trucco a portata di mano, sebbene dubitasse di
poter rimediare a quel disastro. Cercò di spazzolarsi i capelli
all'indietro su un lato, poi sull'altro, e alla fine rinunciò.
Prese dalla borsetta l'articolo che l'aveva condotta fin lì e lo
rilesse ancora una volta. Sembrava impossibile che tante cose fossero
accadute in sole tre settimane. Ed era difficile credere che solo due
giorni prima lei fosse arrivata a New Bern. Forse una vita intera era
trascorsa dopo la sua cena con Noah.
Gli storni schiamazzavano sugli alberi vicini. Le nubi cominciavano a
diradarsi e qua e là un lembo di azzurro si stagliava tra cumuli
bianchi. Il sole non brillava ancora, ma Allie sapeva che era solo
questione di tempo. Sarebbe stata una bella giornata.
Una giornata che avrebbe voluto trascorrere con Noah, e mentre
pensava a lui rammentò le lettere che sua madre le aveva consegnato e
le ripescò dalla borsa.
Sciolse il nodo del nastrino che legava il pacchetto e fu sul punto
di aprire una busta, ma dal timbro postale si accorse che doveva
essere la prima che Noah le aveva scritto, e senza dubbio il
contenuto era molto semplice: notizie sulle sue attività, ricordi
dell'estate, forse qualche domanda. Dopo tutto, Noah allora si
aspettava una sua risposta. Scelse invece l'ultima lettera del pacco,
che era anche l'ultima inviatale da Noah. La lettera d'addio. La
interessava più di tutte le altre. Come si era espresso? E quali
parole avrebbe usato lei nelle medesime circostanze?
La busta era sottile, conteneva al massimo una o due pagine.
Qualunque cosa avesse scritto, Noah si era limitato all'essenziale.
Allie guardò il retro della busta. Non c'era nome, solo un indirizzo
nel New Jersey. Trattenne il fiato mentre scollava la busta con la
punta dell'unghia.
Quando spiegò i fogli, vide una data del marzo 1935.
Due anni e mezzo senza risposte.
Immaginò Noah seduto alla sua vecchia scrivania, intento a scrivere
con la certezza che quella fosse la fine, e le parve di vedere tracce
di lacrime sul foglio.
Ma probabilmente era solo una sua fantasia.
Cominciò a leggere alla morbida luce del sole che entrava dal
finestrino.
Mia carissima Allie,
non so più che altro dirti salvo il fatto che non ho potuto dormire
stanotte perché so che è finita tra noi. Per me è una sensazione
strana, che non avrei mai immaginato di provare, ma ripensandoci
capisco che non poteva andare altrimenti. Tu e io siamo diversi,
veniamo da mondi diversi, eppure tu mi hai insegnato che cosa
significhi amare e dedicarsi interamente a un'altra persona. Ora io
sono molto migliore di quanto fossi prima. Vorrei che tu non lo
dimenticassi mai. Non sono amareggiato per quanto è accaduto. Anzi,
mi conforta l'idea che tra noi c'è stato qualcosa di autentico, e
sono felice che ci sia stato possibile stare insieme anche se per un
così breve periodo di tempo. E se, in qualche luogo remoto e in un
futuro lontano, potremo mai rivederci, ciascuno con una sua nuova
vita, ti sorriderò con gioia e rammenterò l'estate trascorsa sotto
gli alberi, l'estate in cui abbiamo costruito il nostro amore. E
forse, per un breve attimo anche tu avrai la stessa sensazione e
mi sorriderai e rivivrai i ricordi che abbiamo in comune.
Ti amo, Allie
Noah
Allie lesse la lettera più lentamente una seconda volta, e infine una
terza prima di richiuderla nella busta. Immaginò di nuovo Noah
intento a scriverla e per un attimo fu tentata di aprire anche le
altre buste, ma capì che non poteva indugiare oltre. Lon la stava
aspettando.
Scese dall'auto con le gambe molli, respirò a fondo, e mentre
attraversava il parcheggio si rese conto che non sapeva ancora che
cosa avrebbe detto.
Trovò la risposta solo quando finalmente raggiunse la porta, l'aprì e
vide Lon davanti a sé.

Un inverno per due.

La storia termina qui e io richiudo il taccuino, mi tolgo gli


occhiali, mi asciugo gli occhi che sono stanchi e arrossati ma per il
momento mi servono ancora. Non so per quanto tempo. Come me, non
possono resistere in eterno. Ora la guardo, ma lei sta fissando la
finestra e, più oltre, il cortile dove si riuniscono amici e parenti.
Sposto i miei occhi nella direzione dei suoi e contempliamo la stessa
scena. In tutti questi anni, il programma della giornata non è mai
cambiato. Ogni mattina, un'ora dopo la prima colazione, cominciano ad
arrivare. Adulti sulla quarantina o anche più giovani, soli o
accompagnati dai famigliari, vengono a visitare chi vive qui. Portano
doni e fotografie e si siedono sulle panche oppure passeggiano
lentamente lungo i viali fiancheggiati d'alberi che dovrebbero
ricordarci la libertà della natura. Alcuni si fermano per l'intera
giornata ma altri, la maggioranza, se ne vanno dopo poche ore, e
quando li vedo sciamare oltre i cancelli provo una sensazione di
tristezza per coloro che restano. Mi chiedo se anche i miei amici
provano la stessa cosa al momento del distacco dai loro cari, ma so
che non sono affari miei. Non pongo mai domande perché ho imparato
che ciascuno ha diritto ai propri segreti.
Ma ben presto vi confiderò alcuni dei miei.
Poso il taccuino e la lente di ingrandimento su un tavolino accanto a
me, e di nuovo avverto quell'eterna sensazione di freddo nelle mie
ossa dolenti. Persino il sole mattutino che ha accompagnato la mia
lunga lettura non mi ha giovato. La cosa non mi sorprende perché
ormai è il mio corpo che detta legge.
Tuttavia non mi considero completamente sventurato. Le persone che
lavorano qui conoscono bene me e le mie magagne e fanno il possibile
per rendermi la vita più confortevole. Mi hanno lasciato del tè caldo
sul tavolino e stringo la teiera tra le due mani.
Riempire una tazza mi costa fatica, ma ho bisogno di quella bevanda
che mi riscalda e penso che quel piccolo sforzo mi impedirà di
arrugginire del tutto. Che io sia già arrugginito è fuori dubbio.
Arrugginito come una vecchia automobile abbandonata da vent'anni alle
intemperie.
Le ho letto il mio taccuino questa mattina, come ogni mattina, perché
è una cosa che devo fare. Non per obbligo - sebbene penso si possa
disquisire su questo punto - ma per un motivo romantico. Vorrei
spiegarlo subito con chiarezza, ma è difficile parlare di un
argomento così delicato prima di pranzo, almeno per me. Non ho idea
di come andrà a finire e, per esser sincero, preferisco non
alimentare troppe speranze.
Trascorriamo tutte le giornate insieme, adesso, ma di notte ci
separiamo. I medici dicono che non mi è permesso vederla dopo il
calar del sole, e sebbene io sia d'accordo con loro, a volte infrango
le regole. Nel cuore della notte, se il mio stato d'animo me lo
consente, esco di soppiatto dalla mia camera e raggiungo la sua e la
guardo mentre dorme. Lei non si accorge di nulla. Io ascolto il suo
respiro e so che, se non fosse stato per lei, non mi sarei mai
sposato. E quando osservo il suo viso, un viso che conosco meglio del
mio, so che anche per lei io ho contato altrettanto e forse più. E
ciò assume un significato così intenso che mai riuscirò a spiegarlo.
A volte, quando sono lì in piedi accanto al letto, penso al nostro
matrimonio e mi dico che sono stato molto fortunato. Un matrimonio
che dura da quasi quarantanove anni. L'anniversario cade il mese
venturo. Durante i primi quarantacinque anni lei mi ha sentito
russare, poi abbiamo dormito in camere separate. Senza di lei dormo
male, mi giro e mi rigiro e rimpiango il calore del suo corpo e
rimango lì a occhi aperti e fisso le ombre che danzano sul soffitto
come ciuffi di rovi nel deserto. Se conquisto due ore di sonno posso
dirmi fortunato e mi sveglio sempre prima dell'alba. Non riesco a
capire perché.
Ben presto sarà tutto finito. Io lo so. Lei no. Gli appunti sulle
pagine del mio diario sono sempre più brevi e mi ci vuole poco tempo
per scriverli. Annotazioni banali, perché ormai le mie giornate sono
sempre le stesse. Ma stasera copierò una poesia che mi ha portato una
delle infermiere pensando che mi piacesse. Dice così:
Mai prima d'ora mi colpì amore
così dolce e improvviso,
come un bel fiore sbocciò il suo viso
e senza scampo mi rubò il cuore.
Poiché la sera possiamo disporre del nostro tempo, mi è stato chiesto
di visitare anche altri pazienti.
Di solito lo faccio perché le mie qualità di lettore sono apprezzate,
o almeno così mi dicono. Percorro i corridoi e scelgo a caso una
porta - sono troppo vecchio per stabilire un programma in anticipo -
ma in fondo riconosco per istinto chi ha davvero bisogno di me. Sono
tutti miei amici e quando entro vedo delle camere uguali alla mia,
immerse in una semioscurità dove brillano solo le luci della Ruota
della Fortuna e i denti smaglianti della conduttrice. L'arredamento è
sempre lo stesso e la TV urla perché siamo tutti duri d'orecchio.
Uomini o donne, mi sorridono tutti quando entro, e spengono l'audio
per parlare sussurrando. «Sono felice che tu sia venuto», dicono, e
poi mi chiedono notizie di mia moglie. A volte rispondo. Vorrei
parlare della sua dolcezza e del suo fascino, e di come mi insegnò a
vedere il mondo come un luogo bellissimo.
Oppure potrei descrivere i nostri primi anni trascorsi assieme e
spiegare la sensazione di pienezza che ci colmava quando ci
stringevamo l'una all'altro sotto il cielo meridionale lucente di
stelle. In certe occasioni speciali narro sussurrando le nostre
avventure comuni, le mostre d'arte a New York o a Parigi e i commenti
dei critici scritti in lingue a me ignote. Ma per lo più mi limito a
sorridere e dico che le sue condizioni sono stazionarie e loro
distolgono lo sguardo perché non vogliono che io veda i loro volti.
Quel termine, condizioni stazionarie, li fa pensare alla loro
mortalità. Allora comincio a leggere per placare le loro paure.
Rassicurati, io ti sono accanto...
e finché il sole non ti esclude nemmeno io
ti escluderò
e finché l'acqua brillerà per te
e per te frusceranno le foglie
anche le mie parole per te
brilleranno frusciando.
E ancora leggo, perché sappiano chi sono io:
Inseguo nella notte la mia visione...
chinandomi con gli occhi aperti
sugli occhi chiusi dei dormienti,
vagolando confuso, smarrito,
inconcludente e contraddittorio,
esito, scruto e mi fermo.
Se lo potesse, mia moglie mi accompagnerebbe in queste mie escursioni
serali perché una delle sue molte passioni fu la poesia. Thomas,
Whitman, Eliot, Shakespeare e il re Davide dei Salmi. Maghi delle
parole, artefici del linguaggio.
Se ripenso al passato, mi meraviglio di questa mia infatuazione e a
volte la rimpiango. Perché la poesia porta bellezza alla vita, ma
anche profonda tristezza, e non sono sicuro che il bilancio sia
favorevole per un uomo della mia età. Un uomo così dovrebbe godere
delle piccole cose e trascorrere i suoi ultimi giorni al sole. Io
trascorrerò i miei leggendo alla luce di una lampada.
Attraverso la camera strascicando i piedi e mi siedo accanto al suo
letto. Mi duole la schiena. Devo procurarmi un cuscino nuovo per
questa sedia, ci ho già pensato un centinaio di volte. Allungo la
mano per stringere quella di lei, ossuta e fragile. É una sensazione
così dolce. Reagisce con una piccola contrazione e poi a poco a poco
le sue dita cominciano ad accarezzarmi piano. Non parlo finché lo fa,
l'ho imparato con l'esperienza. Il più delle volte siedo in silenzio
fino al calar del sole e non riesco a sapere nulla di lei.
Oggi è un giorno diverso. Dopo lunghi minuti si volta verso di me.
Sta piangendo. Le sorrido, prendo un fazzoletto dalla tasca e asciugo
le sue lacrime. Lei mi guarda e mi chiedo a che cosa stia pensando.
«Era una bellissima storia.»
Una pioggia leggera ha cominciato a cadere e piccole gocce battono
contro i vetri della finestra. Le accarezzo di nuovo la mano. Questo
sarà un bel giorno. Un giorno stupendo. Un giorno magico. Sorrido,
non posso farne a meno.
«Sì, è vero», dico.
«L'hai scritta tu?» chiede. La sua voce è un sussurro, come una
brezza che scivoli tra le foglie.
«Sì», rispondo.
Si volta verso il tavolino da notte. Le sue medicine stanno in un
vassoietto. Le mie pure. Pillole colorate, un arcobaleno che ci aiuta
a non dimenticare quali dobbiamo prendere. Adesso portano anche le
mie in camera sua, ignorando le regole.
«L'ho già sentita, vero?»
«Sì», dico di nuovo, come faccio sempre nei giorni come questo. Ho
imparato a essere paziente.
Lei scruta il mio volto, i suoi occhi verdi come le onde dell'oceano.
«Quando l'ascolto ho meno paura.»
«Lo so», annuisco, muovendo appena il capo.
Distoglie lo sguardo e aspetto. Abbandona la mia mano e prende il
bicchiere d'acqua che sta sul tavolino da notte accanto alle
medicine. Beve un sorso.
«É una storia vera?» Si è rizzata sui guanciali per bere meglio. Il
suo corpo è ancora forte. «Voglio dire, tu conosci quelle persone?»
«Sì.» Potrei dire qualcosa di più, ma di solito non lo faccio. Lei è
sempre bellissima. Mi fa una domanda ovvia: «Ebbene, chi ha sposato
alla fine?»
Rispondo: «L'uomo giusto per lei».
«E qual era dei due?»
Sorrido. «Lo saprai prima di sera», mormoro, «lo saprai. »
La risposta non la convince ma non insiste. Leggo la perplessità sul
suo viso, sta pensando a come pormi un'altra domanda e non trova il
modo giusto, preferisce accantonare il problema per il momento e
allunga la mano verso uno dei minuscoli bicchierini di carta che
contengono le pillole.
«É il mio?»
«No, il tuo è questo.» Lo spingo verso di lei perché non posso
afferrarlo con le dita. Lei lo prende e guarda le pillole. Sono
sicuro che non ha idea di che cosa siano. Usando entrambe le mani
prendo il mio bicchierino e mi lascio cadere le pillole in bocca. Lei
fa lo stesso. Oggi non oppone resistenza, grazie al cielo. Alzo il
bicchierino in una sorta di brindisi scherzoso e mi sciacquo via
dalla bocca quel sapore metallico con un sorso di tè ormai tiepido.
Lei ingoia le sue pillole con l'acqua.
Un uccello comincia a cantare, fuori, e tutti e due voltiamo il capo
verso la finestra. Restiamo li tranquilli, godendoci un momento
bellissimo. Poi il canto si spegne e lei sospira.
«Devo chiederti un'altra cosa», dice.
«Qualunque cosa sia, cercherò di risponderti con tutta sincerità.»
«É difficile, però.»
Non guarda verso di me e non riesco a vedere i suoi occhi. É li che
nasconde i suoi pensieri. Certe cose non sono cambiate.
«Fai con calma», le dico. Già so che cosa mi chiederà.
«Non voglio offenderti perché sei stato sempre tanto gentile con me,
ma...»
Aspetto. Le sue parole mi feriranno. Mi lacereranno il cuore
lasciandovi una cicatrice.
«Chi sei tu?»
Viviamo nella Casa di Cura di Creekside da ormai tre anni. Ha deciso
lei di venire qui, sia perché non siamo troppo lontani da New Bern,
sia perché pensava di facilitarmi le cose. Abbiamo affittato la
nostra casa perché nessuno di noi aveva il coraggio di venderla.
Dopo aver firmato alcune carte, abbiamo ottenuto un posto dove vivere
rinunciando a parte della libertà costruita durante un'intera
esistenza.
Aveva ragione, naturalmente. Non sarei mai riuscito a lottare da solo
contro la malattia che ha travolto entrambi. Siamo agli ultimi minuti
del giorno delle nostre vite e il ticchettio dell'orologio li
scandisce in maniera sempre più forte. Mi chiedo se sono il solo,
a sentirlo.
Un dolore sordo mi trafigge le dita e mi ricorda che non abbiamo più
intrecciato le mani da quando siamo qui. É una cosa che mi rattrista,
ma la colpa è mia. Soffro della peggior forma di artrite reumatoide e
in uno stadio avanzato. Le mie mani sono deformate e grottesche a
vedersi, e pulsano sempre dolorosamente quando sono sveglio. Quando
le guardo vorrei liberarmene, amputarle, ma allora non potrei più
fare il poco che faccio. Le uso come artigli, così le chiamo, e ogni
giorno prendo una sua mano nella mia nonostante la sofferenza, perché
so che lei desidera che lo faccia.
La Bibbia dice che l'uomo può vivere fino a centoventi anni ma io non
me lo auguro, e il mio corpo non mi asseconderebbe anche se lo
desiderassi. Si sta disfacendo, questo corpo, muore un pezzo per
volta, cede all'erosione che dall'interno mi distrugge. Le mie mani
non mi servono più, i miei reni funzionano male e il mio cuore si
indebolisce costantemente, un mese dopo l'altro. Peggio ancora, ho di
nuovo un cancro, questa volta alla prostata. É il mio terzo incontro
col nemico invisibile che probabilmente mi ucciderà, ma solo quando
glielo consentirò. I medici si preoccupano per me, io no. Non ho
tempo per angosciarmi in questo crepuscolo della mia vita.
Dei nostri cinque figli, quattro vivono ancora e sebbene le visite
siano dolorose per loro vengono spesso a trovarci e gliene sono
grato. Ma anche quando sono lontani, ciascuno di loro è presente
nella mia mente e porta con sé i sorrisi e le lacrime che
accompagnano l'esistenza di una famiglia. Ho appeso una dozzina di
ritratti alle pareti della mia camera. Sono la mia eredità, il mio
contributo al mondo. Ne vado fiero. A volte mi chiedo che cosa ne
pensa mia moglie quando sogna, o se non ci pensa affatto, anche
quando sogna. Ci sono molte cose di lei che non capisco più.
«Mi chiamo Duke», le dico. John Wayne è sempre stato il mio attore
preferito.
«Duke», sussurra tra sé. «Duke.» Ci pensa per un momento, la fronte
aggrottata, gli occhi seri.
«Si», dico, «sono qui per te.» E lo sarò sempre, penso tra me.
La mia risposta la fa arrossire. Dai suoi occhi improvvisamente umidi
e infiammati cominciano a sgorgare le lacrime. Mi si spezza il cuore
e per la millesima volta mi chiedo se ci sia un modo per aiutarla,
Lei dice: «Mi dispiace. Non capisco nulla di quello che mi sta
capitando. E anche tu. Quando ti ascolto ho l'impressione che dovrei
conoscerti, ma non ti conosco. Non so nemmeno più qual è il mio nome».
Si asciuga gli occhi e continua: «Aiutami, Duke.
Aiutami a ricordare chi sono. O almeno chi ero. Mi sento così
smarrita».
La risposta mi sale dal cuore, ma le mento sul suo nome, come sul
mio. Ho le mie buone ragioni.
«Tu sei Hannah, amante della vita, una vera forza per chi ha goduto
della tua amicizia. Sei un sogno, una dispensatrice di felicità,
un'artista che ha commosso centinaia di cuori. La tua esistenza è
stata colma di soddisfazioni perché le tue necessità sono spirituali
e ti basta guardare in te stessa. Sei generosa e leale e riesci a
vedere la bellezza anche là dove gli altri non la notano. Hai saputo
impartire meravigliose lezioni e hai sempre sognato cose migliori.»
Mi fermo per riprender fiato, poi aggiungo: «Hannah, non devi
sentirti smarrita perché:
Nulla è smarrito, né lo sarà mai
non la nascita, l'identità, la forma, nessun oggetto al mondo,
non la vita, la forza e le cose visibili...
il corpo pigro e vecchio e freddo - brace rimasta di un antico
fuoco,
Riflette per qualche minuto su ciò che ho detto.»
Guardo verso la finestra e vedo che non piove più, la luce del sole
sta filtrando nella stanza. Lei chiede:
«L'hai scritta tu?»
«No, Walt Whitman.»
«Chi è?»
«Un mago delle parole che danno forma ai pensieri. »
Non risponde subito, ma mi fissa a lungo finché respiriamo
all'unisono. Dentro. Fuori. Dentro. Fuori. Respiri profondi. Mi
chiedo se lei sa che la vedo così bella.
«Resterai ancora un po' con me?» chiede infine.
Annuisco sorridendo. Mi sorride a sua volta. Prende una mia mano, con
dolcezza, e la posa sulla sua vita. Fissa i nodi che deformano le mie
dita e li accarezza piano. Il suo tocco è come quello di un angelo.
«Vieni», dico mentre mi alzo con un grande sforzo, «andiamo a fare
una passeggiata. L'aria è limpida e frizzante. E una bellissima
giornata.» La fisso mentre pronuncio quelle parole e la vedo
arrossire. Mi sento di nuovo giovane.
Diventò famosa, naturalmente. Qualcuno la definì la più grande
pittrice del Sud del ventesimo secolo e io ero, e sono, fiero di lei.
Al contrario di me, che faticavo tanto per scrivere anche i versi più
semplici, mia moglie sapeva creare la bellezza con la stessa facilità
con cui Dio creò il mondo. I suoi dipinti sono esposti nei musei in
vari Paesi, ma io ne ho conservati solo due per me. Il primo e
l'ultimo che mi donò.
Sono appesi nella mia camera, a volte di notte siedo sul letto, li
contemplo e spesso piango, non so bene perché.
Così passarono gli anni. Trascorremmo le nostre vite lavorando,
dipingendo, allevando i bambini, amandoci tanto. Vedo fotografie
delle feste di Natale, viaggi di tutta la famiglia, feste di laurea e
feste di nozze. Vedo i volti lieti dei nipotini. E vedo fotografie di
noi due, con i capelli sempre più bianchi e il volto sempre più
segnato dalle rughe. Un'esistenza normale, come tante altre.
Non potevamo prevedere il futuro, e chi lo può.
Non mi aspettavo di trascorrere così i miei ultimi anni, ma che cosa
mi aspettavo? Il pensionamento. Visite ai nipotini, forse altri
viaggi. Le è sempre piaciuto viaggiare. Forse mi sarei trovato un
hobby, magari la costruzioni di navi nelle bottiglie. Un lavoro di
infinita precisione ormai impossibile con le mie mani.
Ma non provo amarezza.
Non dobbiamo valutare le nostre vite sulla base di questi ultimi
anni, ne sono sicuro. E avrei potuto prevedere con maggiore anticipo
ciò che stava per capitarci. Col senno di poi la cosa sembra ovvia,
ma sulle prime pensai che le sue smemoratezze fossero comprensibili e
nient'affatto eccezionali. Dimenticava dove aveva messo le chiavi, ma
capita a tutti. Dimenticava il nome di qualche conoscente, ma non
degli amici e delle persone a noi più vicine. A volte sbagliava la
data sugli assegni, ma non vi davo peso, semplici errori che si
commettono quando si pensa ad altro.
Fu solo quando si manifestarono episodi più allarmanti che cominciai
a sospettare il peggio. Un ferro da stiro nel freezer, la biancheria
nella lavapiatti, dei libri nel forno. Il giorno in cui la trovai
nella sua auto a tre isolati di distanza, china in singhiozzi sul
volante perché non trovava la via di casa, mi spaventai davvero. E si
spaventò anche lei perché quando bussai al finestrino si voltò e
disse: «O Dio, che cosa mi succede? Per favore aiutami». Mi si annodò
lo stomaco ma non osai pensare al peggio.
La settimana seguente il nostro medico la sottopose a una serie di
esami. Non ci capivo nulla e non ci capisco nulla nemmeno adesso,
probabilmente perché non voglio capire. Poi il dottor Barnwell la
visitò a lungo e le disse di ritornare il giorno seguente. La
accompagnai. Fu l'attesa più lunga della mia vita. Sfogliai giornali
senza leggerli e cercai di risolvere quiz che non mi interessavano.
Alla fine il medico fece entrare anche me nel suo studio e mi invitò
a sedere posandomi una mano rassicurante sulla spalla. Ma rammento
chiaramente che tremavo.
«Mi spiace dovervelo dire», cominciò Barnwell, «ma sembra che la
signora sia al primo stadio dell'Alzheimer. .. »
Il mio cervello si svuotò di colpo e riuscivo solo a vedere la luce
della lampada sopra le nostre teste, mentre rimbombava l'eco di
quelle parole: il primo stadio dell'Alzheimer.
É una malattia desolata, vuota e arida come il deserto. Un ladro di
cuori e di anime e di memorie. Non sapevo che dirle mentre lei
singhiozzava sul mio petto e la strinsi a me cullandola.
Il medico ci fissava angosciato. Era dura per lui, una brava persona,
più giovane del mio figlio minore, e davanti a lui sentii il peso
della mia età. La mia mente era annebbiata, la mia amata tremava, e
l'unica cosa cui riuscii a pensare fu:
Nessun uomo annegando saprà mai quale
goccia d'acqua porrà fine
al suo ultimo respiro.
Parole di un poeta saggio che però non mi diedero conforto. Non so
quale significato avessero per me in quel momento.
Continuai a cullare Allie, il mio sogno, la mia bellezza senza fine,
le chiesi di perdonarmi, anche se non c'era nulla da perdonare, le
sussurrai in un orecchio:
«Andrà tutto bene», ma avevo paura. Ero un uomo svuotato dentro come
un vecchio tronco e non avevo nulla da offrire.
Ricordo solo frammenti delle lunghe spiegazioni del dottor Barnwell:
«É una degenerazione dei tessuti cerebrali che colpisce la memoria e
la personalità... non esistono cure o terapie... non c'è modo di
prevedere se il processo sarà rapido o lento... dipende da persona a
persona... vorrei saperne di più... certi giorni saranno migliori di
altri... il peggioramento si accentua con il passare del tempo...
sono desolato che tocchi a me dirvelo...»
Sono desolato...
Sono desolato...
Sono desolato...
Tutti erano desolati. I miei figli avevano il cuore spezzato, i miei
amici vedevano sorgere davanti a sé lo spettro di una condanna
identica. Non ricordo di essere uscito dallo studio del dottore, non
ricordo di aver guidato fino a casa. La mia memoria di quel giorno è
cancellata, e su questo punto tra me e Allie non c'è differenza.
Sono passati quattro anni. Da allora abbiamo cercato di affrontare la
malattia nel miglior modo possibile. Allie si è organizzata, come
vuole il suo temperamento. Ha dato disposizioni per lasciare la casa
e trasferirsi qui. Ha riscritto il suo testamento e l'ha sigillato.
Ha espresso le sue volontà per i funerali su un foglio che giace
nell'ultimo cassetto della mia scrivania e che non ho mai letto. E
infine ha cominciato a scrivere. Lettere ai suoi amici e ai suoi
figli. Lettere ai suoi fratelli e sorelle e cugini. Lettere ai nipoti
e ai vicini di casa. E una lettera a me.
La rileggo a volte quando sono nello stato d'animo giusto e allora mi
ricordo di Allie nelle fredde sere d'inverno, seduta davanti al fuoco
scoppiettante e con un bicchiere di vino accanto, immersa nella
lettura delle lettere che io le ho scritto nel corso degli anni. Le
ha sempre conservate e ora ha pregato me di fare altrettanto perché
avrei saputo come usarle.
Aveva ragione. Mi piace rileggerne dei brani, e mi stimolano, quelle
lettere, poiché mentre i miei occhi scorrono sulle loro pagine mi
rendo conto che la passione romantica può manifestarsi a qualsiasi
età.
Quando vedo Allie, ora, penso di non averla mai amata con tanta
intensità, ma rileggendo le lettere capisco che è sempre stato così.
Mi sono dedicato a questa lettura nelle ultime tre sere, a notte
fonda, quando avrei dovuto dormire da un pezzo. Erano quasi le due
quando presi dalla scrivania un pacco di buste ingiallite dal tempo.
Slegai il nastrino, anch'esso vecchio di cinquant'anni, e trovai le
lettere che la madre di Allie aveva nascosto tanto tempo fa. E
accanto a esse molte altre. Una vita di lettere che gridavano il mio
amore, che partivano dal mio cuore. Le sfogliai cogliendo una frase
qua e là, e infine scelsi la lettera del nostro primo anniversario.
Ne leggo un estratto:
Mentre ti osservo in questi giorni - ti muovi lentamente con una vita
che cresce dentro di te- spero che tu sappia quanta importanza tu
abbia per me, e come è stato speciale questo anno. Mi sento il più
fortunato degli uomini e ti amo con tutto il cuore.
Depongo il foglio, frugo nel mucchio, trovo un'altra lettera che
risale a una fredda sera di trentanove anni prima.
Seduto accanto a te, mentre la nostra bambina più piccola cantava
stonando nel coro di Natale, ti guardavo e vedevo l'orgoglio materno
che nasce solo da una grande profondità di sentimenti. Per me tu sei
una vera benedizione.
E dopo la morte di nostro figlio, quello che somigliava a sua
madre... fu il periodo più duro che dovemmo affrontare e leggo parole
che ancora oggi suonano strazianti:
Nel tempo del dolore ti stringo a me e ti cullo e faccio mia la tua
pena. Piango quando tu piangi e mi ribello quando ti ribelli. Insieme
cerchiamo di arginare i fiumi di lacrime e le onde di
disperazione per proseguire insieme nella strada accidentata
della vita.
Mi interrompo per pensare al bambino. Aveva quattro anni appena e io
ho vissuto venti volte più di lui, ma se me l'avessero chiesto, sarei
voluto morire al posto suo. Sopravvivere a uno dei propri figli è una
cosa terribile, una tragedia che non auguro a nessuno.
Mi sforzo di trattenere le lacrime, sfoglio altre lettere per
distrarre la mia mente, e trovo quella scritta in occasione del
nostro secondo anniversario, propiziatrice di più dolci memorie:
Tesoro, quando ti vedo al mattino prima di fare la doccia, o nel tuo
studio con le mani macchiate di pittura e i capelli arruffati e gli
occhi stanchi, so che sei la donna più bella del mondo.
Continuava così, questa corrispondenza di vita e d'amore, con pagine
a volte tristi ma per lo più confortanti e piene di calore. Alle tre,
esausto, ero arrivato all'ultima lettera della pila, l'ultima che le
avevo scritto, e sapevo che avrei dovuto continuare.
Sfilai dalla busta due fogli, presi il primo e lo sistemai sotto il
fascio di luce della lampada per leggerlo meglio:
Carissima Allie,
nel portico silenzioso giungono solo vaghi suoni che emergono dalle
ombre, e per la prima volta non ho più parole per esprimermi. É una
strana esperienza per me, poiché quando penso a te e alla nostra vita
in comune ho tante cose da ricordare, nella mia memoria si affollano
mille episodi, ma non so se sarò capace di ricatturarli. Non sono un
poeta, purtroppo, mentre solo con una poesia riuscirei a dirti che
cosa provo per te.
Allora la mia mente divaga, si riaggancia al presente, a questa
mattina quando preparavo il caffè in cucina. C'erano Kate e Jane che
tacquero quando mi videro entrare. Vidi che avevano pianto, mi
sedetti accanto a loro in silenzio e strinsi le loro mani. E sai che
cosa vidi guardandole? Vidi te com'eri tanto tempo fa, il giorno del
nostro addio.
Le ragazze somigliavano a te in quel momento, bellissima e sensibile
e ferita dalla pena che ci coglie quando perdiamo qualcosa di molto
caro. E per una ragione che non saprei definire provai l'impulso di
raccontare loro una storia.
Chiamai Jeff e David, poiché anche loro sono qui in casa, e quando
furono tutti e quattro attorno al tavolo cominciai a parlare.
Raccontai come tu eri tornata da me tanto tempo fa. Descrissi la
nostra passeggiata, e la cena con i granchi, e loro ascoltavano,
sorridendo della gita in canoa e della serata trascorsa davanti al
camino acceso col temporale che imperversava fuori. La visita di tua
madre, giunta ad avvertirci dell'arrivo di Lon, li sorprese come
aveva sorpreso noi allora - e sì, cara, narrai anche ciò che accadde
quello stesso giorno, quando tu tornasti in città.
Questa parte della storia è sempre viva nel mio ricordo, anche se
tanto tempo è passato. Sebbene io non fossi presente, e tu mi abbia
descritto la scena una sola volta, non cesso di stupirmi per la forza
di cui hai dato prova quel giorno. Non riesco a immaginare che cosa
avevi in mente quando sei entrata nell'albergo e hai visto Lon, e
nemmeno il tuo stato d'animo durante la vostra conversazione. Mi hai
detto che lasciaste l'albergo per sedervi su una panchina presso la
vecchia chiesa metodista e che lui ti stringeva la mano, anche se già
gli avevi spiegato che saresti rimasta con me.
So che gli volevi bene, e la sua reazione dimostra che te ne voleva
anche lui, sebbene non potesse accettare di perderti. E come avrebbe
potuto? Persino mentre gli dicevi che mi avevi sempre amato e volevi
comportarti lealmente, lui continuava a stringerti la mano. Era
ferito e furibondo, e per quasi un'ora cercò di farti cambiar parere,
ma quando ti alzasti per dirgli con voce ferma: «Non posso
tornare da te, perdonami», capì che avevi presa la tua
decisione. Mi hai detto che si limitò ad annuire e rimaneste a
lungo seduti l'uno accanto all'altra senza parlare. Mi sono
sempre chiesto che cosa provasse Lon in quei momenti, e sono
sicuro che soffriva come avevo sofferto io poche ore prima. E
quando finalmente ti accompagnò alla macchina, ti disse che io
ero un uomo fortunato. Si comportò come un vero signore, e capii
perché la tua scelta era stata difficile.
Quando terminai il mio racconto, nella stanza regnò un lungo silenzio
finché Kate si alzò e mi abbracciò. «Oh, papà», disse con le lacrime
agli occhi, e sebbene mi aspettassi di rispondere alle loro domande,
nessuno me le pose. Mi offrirono invece qualcosa di molto speciale.
Nelle quattro ore seguenti, mi hanno spiegato quanto siamo stati
importanti noi due perché li abbiamo aiutati a crescere nel modo
migliore. Ciascuno di loro ha rievocato episodi che aveva dimenticato
da tempo e alla fine io piangevo perché mi rendevo conto che tu e
io siamo stati davvero dei bravi genitori. Sono fiero dei miei
figli, fiero di te, e felice per la vita che abbiamo vissuto.
Nulla riuscirà a sottrarcela. Mai. Rimpiango solo che tu non
fossi lì con noi a condividere le nostre emozioni.
Ora se ne sono andati e io mi dondolo in silenzio sotto il portico,
ripercorrendo gli anni trascorsi assieme. Non so che cosa sarebbe
accaduto se tu non fossi tornata da me quel giorno, ma ho la certezza
che sarei vissuto e morto con dei rimpianti che grazie al cielo
ignorerò per sempre.
Ti amo, Allie, perché grazie a te sono l'uomo che sono. In te si
concentrano tutte le mie ragioni di vita, tutte le mie speranze,
tutti i miei sogni, e qualunque cosa ci accada in futuro, ogni giorno
trascorso assieme sarà il più bello della mia esistenza. Io sarò tuo
per sempre.
E tu, tesoro, sarai sempre mia.
Noah
Ricordo che anche Allie sedeva sotto al portico accanto a me quando
lesse questa lettera per la prima volta. Era il tardo pomeriggio,
nubi rosa si sfrangiavano nel cielo estivo mentre moriva la luce del
giorno. Seguivo con lo sguardo l'evolversi del tramonto con i suoi
mille colori cangianti, e pensavo al breve, decisivo momento in cui
il giorno cede improvvisamente alla notte.
Il crepuscolo, pensai allora, è solo un'illusione, perché il sole è
sempre o sopra o sotto la linea dell'orizzonte. Ciò significa che il
giorno e la notte sono legati come poche altre cose al mondo, non
possono esistere l'uno senza l'altro e tuttavia non possono esistere
insieme. Come ci si può sentire, pensai, quando si è sempre uniti e
sempre divisi?
Ripensandoci, mi sembra ironico il fatto che Allie decidesse di
leggere la lettera proprio mentre quel pensiero mi passava per la
mente. Ho detto ironico perché adesso conosco la risposta. So che
cosa significhi l'alternarsi del giorno e della notte, sempre uniti,
sempre divisi.
Nei pomeriggi in cui sediamo all'aperto, Allie e io, siamo circondati
dalla bellezza e io sfioro le vette della felicità. Ci sono gli
uccelli e il ruscello dove nuotano le anatre galleggiando sull'acqua
fredda che riflette i colori del loro piumaggio e i loro corpi
sembrano dilatarsi. Anche Allie è presa da questo incanto e a poco a
poco cominciamo a conoscerci di nuovo.
«Mi piace parlare con te, e mi manchi, anche se le tue assenze sono
brevi.»
Sono sincero e lei lo sa, ma è ancora cauta, sono un estraneo.
Chiede: «Sedere qui e guardare le anatre è qualcosa che facciamo
spesso? Voglio dire, ci conosciamo bene?»
«Sì e no. Penso che ciascuno ha i suoi segreti, ma ci frequentiamo da
anni.»
Guarda le sue mani e poi le mie. Riflette per un momento, il viso
inclinato secondo un'angolatura che la fa sembrare ancora giovane.
Non portiamo gli anelli nuziali, e anche questo ha una sua ragione.
Chiede: «Siamo mai stati sposati?»
Annuisco.
«Sì.»
«E com'era tua moglie?»
Le dico la verità.
«Era il mio sogno. Ha fatto di me l'uomo che sono, e stringerla tra
le braccia era una cosa più naturale che respirare. Penso sempre a
lei. Anche adesso, mentre siedo qui, sto pensando a lei. Non avrei
mai potuto amare un'altra donna.»
Ascolta e non so che cosa ne pensi. Quando finalmente parla la sua
voce è morbida, angelica, sensuale, e mi chiedo che cosa l'abbia
provocata.
«É morta?»
Che cos'è la morte? Non trovo risposta e dico: «Mia moglie è viva nel
mio cuore e lo sarà sempre».
«La ami ancora, vero?»
«Naturalmente. Ma amo anche molte altre cose. Mi piace sedere qui con
te. Mi piace ammirare la bellezza di questo luogo accanto a una
persona che mi sta a cuore. Mi piace vedere il falco pescatore che
piomba sul fiume in cerca di cibo.»
Tace di nuovo e volta il capo in modo che non possa vederla in
faccia. É una sua vecchia abitudine.
«Perché lo fai?» Nessuna paura, solo curiosità. Ottimo. So
perfettamente quel che vuol dire, ma chiedo lo stesso: «Cosa?»
«Perché trascorri le giornate con me?»
Sorrido.
«Sono qui perché questo è il posto dove devo essere. Non c'e nulla di
complicato. Tu e io stiamo bene insieme. Il tempo che trascorro con
te non è sprecato e non te ne devi crucciare.»
Sediamo in silenzio guardandoci attorno. Ci è voluta una vita per
impararlo. Sembra che solo i vecchi siano capaci di esser felici
anche quando stanno l'uno accanto all'altro senza dir nulla. I
giovani invece, vivaci e impazienti, devono sempre rompere il
silenzio. Uno spreco, perché il silenzio è puro. Il silenzio è sacro
Unisce le persone perché solo chi si sente a proprio agio in
compagnia di un altro può fare a meno di parlare. Questo è il grande
paradosso.
Il tempo scorre e a poco a poco respiriamo all'unisono, come è
accaduto al mattino. Respiri profondi e rilassati, e a un certo punto
lei si appisola, proprio come accade a chi si sente a suo agio. Mi
chiedo se un giovane sarebbe capace di apprezzarlo. Finalmente si
sveglia, un miracolo.
«Vedi quell'uccello?» Me lo indica e aguzzando lo sguardo riesco a
vederlo anch'io, alla piena luce del sole.
«É uno storno del Caspio», dico a bassa voce, e gli dedichiamo la
nostra attenzione mentre vola sopra il Brices Creek. Poi, quasi
riscoprendo una vecchia abitudine, poso una mano sul suo ginocchio e
lei non fa neppure un gesto per allontanarla.
Ha ragione dicendo che sono evasivo. In una giornata come questa,
quando solo la sua memoria è svanita, le do risposte vaghe perché
molte volte negli ultimi anni ho ferito involontariamente mia moglie
con dei lapsus e sono ben deciso a evitare che ciò si ripeta. Perciò
mi limito a dire lo stretto necessario che le sue domande richiedono
e non mi azzardo a spingermi più in là.
Questa decisione è a doppio taglio, metà buona e metà cattiva, ma
necessaria perché per lei conoscere significa soffrire. Per non farla
soffrire limito le mie risposte. Non le dico più che ha dei figli e
che siamo sposati Anche se ciò mi dà pena, non cambio idea.
Forse mi comporto come un impostore, ma l'ho vista schiacciata dal
diluvio di informazioni che compongono la sua vita. Potrei forse
guardarmi allo specchio con i miei occhi arrossati e il mento
tremolante, sapendo che ho dimenticato tutto ciò che per me era
importante? Non potrei e nemmeno lei lo può. Eppure all'inizio di
questa odissea cominciai proprio da lì. La sua vita, il suo
matrimonio, i suoi figli. I suoi amici e il suo lavoro. Domande e
risposte in un incessante quiz a premi.
Quei giorni furono duri per entrambi. Mi trasformai in una
enciclopedia, in un oggetto insensibile colmo dei chi, dove e quando
della sua vita, mentre in realtà solo le cose che ignoravo e le
domande cui non potevo rispondere si rivelavano utili. Lei fissava
fotografie di nipotini dimenticati, vecchi pennelli che non le
suggerivano nulla, o leggeva lettere d'amore che non le procuravano
gioia alcuna. Si indeboliva nel corso di quelle sedute, diventava più
pallida, più amara, e terminava la giornata peggio di come l'aveva
cominciata. Tempo perduto per il mio egoismo.
Allora cambiai. Divenni Magellano o Colombo, un esploratore dei
misteri della mente. E imparai. Con umiltà e fatica, ma imparai
quello che dovevo fare, e che sarebbe stato ovvio per un bambino: la
vita non è altro che un susseguirsi di tante piccole vite, vissute un
giorno alla volta. Si dovrebbe trascorrere ogni giorno cercando la
bellezza nei fiori e nella poesia e parlando con gli animali. E nulla
può essere migliore di un giorno colmo di sogni e di tramonti e di
brezze leggere. Imparai soprattutto che la vita è sedere su una
panchina sulla riva di un fiume antico con la mia mano posata sul suo
ginocchio e a volte, nei momenti più dolci, innamorarmi di nuovo.
«A che cosa stai pensando?» chiede.
É ormai il crepuscolo. Abbiamo lasciato la panchina e camminiamo a
piccoli passi lungo i viali illuminati che si snodano attorno al
complesso. Lei si appoggia al mio braccio e io sono il suo cavaliere.
É stata una sua idea. Forse perché si sente un po' sedotta da me.
Forse per impedirmi di cadere. Qualunque sia la ragione, sorrido
rapito.
«Sto pensando a te.»
Non risponde, ma preme le sue dita sul mio braccio e capisco che quel
che ho detto le piace. La nostra vita in comune mi ha insegnato a
cogliere gli indizi, anche se lei non sa di fornirmeli. Continuo: «So
che tu non puoi ricordare chi sei, ma io sì, e quando ti guardo mi
sento felice».
Mi dà un colpetto al braccio e sorride: «Sei un uomo gentile con un
cuore generoso. Spero di aver goduto anche prima della tua compagnia
quanto ne godo adesso».
Continuiamo a camminare. Poi lei dice: «Devo dirti una cosa».
«Sentiamo.»
«Credo di avere un ammiratore.»
«Un ammiratore?»
«Sì.»
« Capisco. »
«Non mi credi?»
«Ti credo.»
«Dovresti proprio credermi.»
«Perché?»
«Perché penso che quell'ammiratore sei tu.»
Mi ripeto quelle parole mentre avanziamo a braccetto, oltre il
cortile, fino al giardino interno ricco di fiori selvatici, e lì la
fermo. Raccolgo un mazzetto rosso, rosa, giallo, violetto - glielo
porgo e lei lo avvicina al naso. Fiuta a occhi chiusi e mormora:
«Sono bellissimi». Riprendiamo la passeggiata, lei ha il mio braccio
in una mano, i fiori nell'altra. La gente ci guarda perché siamo un
miracolo ambulante, così ci hanno definito. In un certo senso è vero,
ma a volte non mi sento poi tanto fortunato.
«Credi che sia io?» chiedo infine.
«Sì.»
«Perché?»
«Perché ho trovato quello che avevi nascosto.»
« Che cosa?»
«Questo», dice, e mi porge un foglietto di carta.
«L'ho trovato sotto il mio guanciale.»
Lo leggo, e dice:
Lento è il mio corpo per mali senili,
ma la mia promessa salda rimane
sul chiudersi dei nostri giorni.
Una carezza che scivola in un bacio
risveglierà gioioso l'amore.
«Ce ne sono altre?» chiedo.
«Ho trovato questa nella tasca della mia giacca.»
Le nostre anime sono una cosa sola
e se lo vuoi sapere
mai si separeranno.
Nell'alba splendida sul tuo viso raggiante
trovo il mio cuore.
Dico: «Capisco», e non aggiungo altro.
Mentre camminiamo il sole affonda oltre l'orizzonte, un crepuscolo
argenteo è tutto ciò che rimane del giorno, ma continuiamo a parlare
di quelle poesie. Lei è affascinata dall'idea di una storia romantica.
Quando arriviamo alla porta d'ingresso io sono stanco. Lei lo sa e si
ferma, con un tocco della mano mi induce a voltarmi e siamo uno di
fronte all'altra. Mi rendo conto di quanto io mi sia ingobbito.
Adesso siamo alti uguali. A volte mi rallegro pensando che lei non si
rende conto di come io sia cambiato.
Mi fissa a lungo.
«Che cosa fai?» le chiedo.
«Non voglio dimenticare te. Non voglio dimenticare questo giorno.
Cerco di tenervi vivi nella mia memoria.»
Funzionerà questa volta? mi chiedo, e subito mi rispondo di no. É
impossibile. Però le nascondo quel che penso e invece sorrido, perché
ha detto parole così dolci.
«Grazie», mormoro.
«É la verità. Non voglio dimenticarti di nuovo. Sei molto importante
per me. Non so che cosa avrei fatto oggi senza di te.»
Un nodo mi stringe la gola. C'è dell'emozione nella sua voce, la
stessa emozione che provo quando penso a lei. É per questo che vivo,
e in quel momento la amo teneramente. Vorrei avere la forza di
sollevarla con le mie braccia fino al paradiso.
«Non sforzarti di parlare», mi dice, «godiamoci questo momento.»
É quello che faccio, estasiato.
La sua malattia è peggiorata in questi anni, eppure Allie è
un'eccezione. Qui ci sono altre tre persone colpite dall'Alzheimer e
rappresentano la somma delle mie esperienze pratiche. A differenza di
Allie, sono in uno stato avanzato e completamente smarriti.
Si svegliano con delle allucinazioni in uno stato confusionale.
Continuano a ripetere le stesse frasi all'infinito. Due di loro non
riescono più a mangiare e moriranno presto. La terza ha la tendenza a
svignarsela e cammina vagolando senza più sapere dov'è. Una volta la
trovarono sull'auto di uno sconosciuto a mezzo miglio di distanza. Da
quel giorno la tengono legata al letto. Tutte e tre possono essere
molto aggressive in certi momenti e in altri tristi e sole come
bambini orfani. Raramente riconoscono gli infermieri che si occupano
di loro o i famigliari. É una malattia che mette tutti a dura prova,
ecco perché le visite dei loro figli, e dei miei, sono tanto penose.
Anche Allie, ovviamente, ha i suoi problemi, che probabilmente
peggioreranno col passare del tempo.
La mattina si sveglia terrorizzata e piange a dirotto.
Vede dei mostriciattoli, delle specie di gnomi, e urla per cacciarli
via. Fa il bagno volentieri, ma mangia in modo irregolare. Ora è
magra, troppo magra secondo me, e nei giorni buoni faccio del mio
meglio per darle qualcosa di nutriente.
Ma qui le analogie si fermano. Ecco perché Allie viene considerata un
miracolo: perché a volte, solo a volte, dopo che io le ho letto le
mie note, le sue condizioni migliorano. Non esiste spiegazione. «É
impossibile», dicono i medici, «oppure non ha l'Alzheimer.» Ma ce
l'ha. Nella maggior parte dei giorni e ogni mattina non vi sono dubbi
in proposito. E su questo punto sono tutti d'accordo.
Ma allora, perché le sue condizioni sono diverse?
Perché a volte cambia dopo la mia lettura? Esprimo ai medici la mia
ipotesi (per il mio cuore è una certezza) ma non mi credono. Credono
nella scienza, invece. Quattro specialisti hanno fatto il viaggio
fino a Chapel Hill per trovare una risposta. Quattro volte se ne sono
andati senza aver capito nulla. Io dico: «Non potete capire se vi
basate solo sulla vostra esperienza e sui vostri libri», ma loro
scuotono la testa e insistono. «L'Alzheimer non si sviluppa così.
Nelle sue condizioni, non è possibile sostenere una conversazione o
migliorare via via che passano le ore del giorno. Fuori questione.»
Però a lei succede. Non tutti i giorni, e con minore frequenza di un
tempo. Ma a volte, l'unica cosa che le manca è la memoria, come se
soffrisse di amnesia. Le sue emozioni sono normali, i suoi pensieri
sono normali. E quelli sono i giorni in cui so che sto facendo le
cose giuste.
Quando rientriamo, c'è la cena che ci aspetta in camera sua. Ci
lasciano mangiare lì, nei giorni buoni, e non potrei chiedere di più
agli infermieri che si sono occupati di tutto con tanta gentilezza.
Gliene sono molto grato.
Le luci sono abbassate, due candele accese illuminano il tavolo dove
ci siederemo e c'è una musica dolce in sottofondo. Piatti e bicchieri
sono di plastica e nella caraffa c'è succo di mele, ma bisogna
rispettare le regole e sembra che ad Allie non importi. Spalanca gli
occhi, ammirata.
«Hai pensato tu a tutto questo?»
Annuisco e lei viene avanti.
«É bellissimo.»
La accompagno alla finestra offrendole il braccio e lei non lo
abbandona quando arriviamo lì. Il suo tocco è gentile e restiamo
vicini in quella sera di cristallo.
La finestra è socchiusa e avverto la brezza primaverile sulla mia
guancia. Sta sorgendo la luna e la seguiamo a lungo con lo sguardo
mentre si muove nel cielo.
«Non ho mai visto nulla di così bello, ne sono sicura», dice, e sono
d'accordo con lei.
«Nemmeno io», dico, ma sto fissando il suo viso e lei capisce a che
cosa alludo e sorride.
Un attimo dopo sussurra: «Credo di sapere con chi è rimasta Allie
alla fine della storia», dice tranquilla.
«Lo sai davvero?»
«E con chi?»
«É rimasta con Noah.»
«Ne sei sicura?»
«Assolutamente. »
Annuisco sorridendo. «É vero, è rimasta con lui», dico sottovoce e
lei sorride a sua volta. Il suo viso è radioso.
Sposto la sua sedia con un certo sforzo. Si siede e io mi siedo di
fronte a lei. Allunga la mano sul tavolo, la prendo nella mia e sento
il suo pollice che comincia a muoversi piano in una carezza, come
accadde tanti anni fa. La fisso a lungo senza parlare, vivendo e
rivivendo quei momenti lontani finché mi sembra di averli riportati
al presente. Ancora una volta mi rendo conto di quanto io l'ami.
Quando finalmente riesco a parlare mi trema la voce.
«Sei bellissima», dico. Leggo nei suoi occhi che sa ciò che provo per
lei e quale sia veramente il significato delle mie parole.
Non reagisce subito. Abbassa il capo e mi chiedo a che cosa stia
pensando. Non mi fornisce indizi e le stringo leggermente la mano.
Aspetto. Ho imparato a conoscere il suo cuore in tutti i miei sogni e
so che sono quasi giunto alla meta.
Poco dopo, un miracolo dimostra che ho ragione.
Mentre la musica di Glenn Miller si diffonde nella stanza illuminata
dalle candele, mi accorgo che Allie a poco a poco cede a ciò che le
si muove dentro. Vedo un sorriso caldo affiorare sulle sue labbra,
quel tipo di sorriso per il quale vale la pena di vivere, e i suoi
occhi di smeraldo si fissano nei miei. Attira la mia mano verso di sé.
«Sei meraviglioso...» dice piano, e in quel momento anche lei si
innamora di me, lo so perché l'ho visto accadere mille volte.
Non aggiunge altro, non ne ha bisogno, ma il suo sguardo che affiora
da un'altra vita mi restituisce la giovinezza. Sorrido con tutta la
passione che riesco a raccogliere e ci fissiamo mentre i sentimenti
si gonfiano come onde dentro di noi. I miei occhi scorrono lungo le
pareti e poi in alto verso il soffitto e quando si posano di nuovo su
Allie il calore mi avvolge. É vero, mi sento giovane. Non più
infreddolito e dolente, ingobbito, deforme e mezzo cieco per la
cataratta.
Sono forte e fiero, l'uomo più fortunato del mondo, e alimento a
lungo questa gioiosa sensazione.
Quando le candele si sono consumate per un terzo, sono pronto a
rompere il silenzio. Dico: «Ti amo profondamente, e spero che tu lo
sappia».
«Certo che lo so», dice quasi ansimando. «E anch'io ti ho sempre
amato, Noah.»
Noah, ho sentito bene? Noah. Quel nome echeggia nella mia testa.
Noah... Noah. Lo sa, penso, sa chi sono io...
Lo sa...
Un piccolissimo miracolo, ma per me è un dono di Dio, e ripenso alla
nostra vita insieme, io che la abbraccio, la amo, le resto accanto in
tutti i miei anni migliori.
Mormora: «Noah, mio carissimo Noah...»
E io, che non ho voluto accettare il verdetto dei medici, ottengo il
mio trionfo, sia pure per un momento. Rinuncio a ogni finzione, le
bacio la mano e la avvicino alla mia guancia e sussurro: «Sei la cosa
più bella che mi sia mai capitata».
«Oh, Noah», dice con le lacrime agli occhi, «anch'io ti amo.»
Se solo potesse finire così, sarei un uomo felice.
Ma non accadrà, ne sono sicuro, poiché mentre i minuti scivolano via
comincio a leggere segni di angoscia sul suo viso.
«Qualcosa non va?» chiedo, e la sua risposta mi giunge in un sussurro.
«Ho tanta paura. Ho paura di dimenticarti di nuovo. Non è giusto...
non posso sopportare di rinunciare a questo.»
La sua voce si spezza sul finire della frase e io non so che cosa
dire. Capisco che la sera sta finendo e non c'è nulla che io possa
fare per bloccare l'inevitabile.
É qui che fallisco. Cerco di rassicurarla.
«Non ti lascerò mai. Siamo insieme per sempre.»
Lei sa che non posso aggiungere altro, perché nessuno di noi si
affida a false promesse; ma dal modo in cui mi guarda capisco che
vorrebbe qualcosa di più.
La serenata dei grilli ci accompagna mentre cominciamo a cenare. Non
abbiamo fame, ma io do il buon esempio e lei mi asseconda. Mastica a
lungo bocconcini minuscoli e sono felice di vederla mangiare. Ha
perso troppo peso negli ultimi tre mesi.
Dopo cena, tento di resistere alla paura che a poco a poco mi invade.
Dovrei essere esultante, perché ho la prova che possiamo
riconquistare il nostro amore, ma ho già avvertito i rintocchi della
campana d'allarme. Il sole è tramontato da un pezzo e il ladro sta
per insinuarsi tra noi e io non riuscirò a fermarlo. Così la fisso e
aspetto in quegli ultimi momenti che sembrano un'eternità.
Nulla.
Il ticchettio dell'orologio.
Nulla.
La prendo tra le braccia e si stringe a me.
Nulla.
La sento tremare e sussurro nel suo orecchio.
Nulla.
Per l'ultima volta quella sera le dico che l'amo.
E il ladro arriva.
Ancora oggi, dopo tutto questo tempo, sono stupefatto per la rapidità
del fenomeno. Tutto accade all'improvviso. É ancora aggrappata a me,
ma comincia a sbattere le palpebre e a scuotere la testa. Poi si
volta verso un angolo della stanza e lo fissa a lungo, con lo
sgomento stampato in viso.
No! grida la mia mente. Non ancora, non adesso...
Ci eravamo quasi ritrovati! Non stasera! Qualsiasi sera ma non
questa... Per favore! Le parole si accavallano dentro di me. Non
posso sopportarlo un'altra volta! Non è giusto... non è giusto...
Ma come sempre la battaglia è perduta.
Gli gnomi.
Il mio stomaco sprofonda in un pozzo. Mi si mozza il fiato per un
attimo, poi riprendo a respirare a fatica. Ho la bocca arida, il
cuore martellante. É finita, lo so, non mi sbaglio. É calata la notte
e con l'oscurità si manifesta lo stato confusionale tipico del morbo
di Alzheimer di cui soffre mia moglie. E quando ciò accade lei è
perduta e io mi chiedo se potremo mai amarci di nuovo.
«Allie, non c'è nessuno lì», le dico, cercando di combattere
l'inevitabile. Non mi crede.
«Mi fissano con i loro occhi.»
«No», sussurro scuotendo il capo.
«Tu non li vedi?»
«No», dico, e lei esita per un attimo.
«Eppure sono proprio lì», dice respingendomi, «e mi stanno fissando.»
Poi comincia a parlare tra sé e quando cerco di confortarla mi fissa
con occhi selvaggi.
«E tu chi sei?» grida col panico nella voce, sbiancandosi in viso.
«Che ci fai qui?» Il terrore cresce dentro di lei e la mia impotenza
mi tortura. Ora si allontana da me camminando all'indietro, le mani
protese in gesto di difesa, e pronuncia le parole che più mi spezzano
il cuore.
«Vai via! Stai lontano da me!» urla. Ma già mi ha dimenticato perché
sta lottando contro gli gnomi, cerca di tenerli a distanza con gesti
dettati dal panico.
Attraverso la stanza fino al letto. Sono debolissimo, adesso, ho le
gambe dolenti e una strana fitta al fianco. Non so da dove venga.
Devo sostenere una vera lotta per suonare il campanello e chiamare le
infermiere perché le mie dita mostruose sembrano congelate assieme,
ma finalmente ci riesco. Le infermiere arriveranno presto, lo so, e
mentre le aspetto fisso mia moglie.
Dieci. . .
Venti. . .
Passano trenta secondi e continuo a fissarla, i miei occhi registrano
tutto mentre ripenso ai momenti meravigliosi di poco prima. Nel
frattempo lei non si guarda mai alle spalle e io mi sento
attanagliato dalle sue stesse visioni, da quella battaglia contro
nemici invisibili.
Siedo accanto al letto con la schiena piegata dal dolore e piango
mentre riprendo il mio taccuino. Allie non se ne accorge nemmeno, e
come potrebbe? La sua mente è altrove.
Un paio di pagine cadono a terra e mi chino per raccoglierle. Sono
stanchissimo, solo e lontano da mia moglie. Le infermiere, quando
arrivano, vedono due persone bisognose di conforto. Una donna
tremante di paura perché i demoni hanno invaso la sua mente, e un
vecchio che l'ama più della sua stessa vita e piange in silenzio, il
viso nascosto tra le mani.
Passo il resto della serata solo in camera mia. Dalla porta socchiusa
vedo passare della gente, alcuni sconosciuti, alcuni amici, e se mi
concentro posso sentirli parlare delle loro famiglie e delle visite
nel parco. Conversazioni banali, niente di più, eppure scopro che li
invidio per quella loro facilità, di comunicare. Un altro peccato
mortale, lo so, ma a volte non riesco a impedirmelo.
Sento anche il dottor Barnwell che parla con un'infermiera e mi
chiedo chi sia tanto grave da richiedere una sua visita a quell'ora.
Barnwell lavora troppo, e glielo dico. Passi più tempo con la sua
famiglia, gli raccomando, non l'avrà sempre attorno a sé. Lui non mi
dà retta. I suoi pazienti gli stanno a cuore, dice, e deve accorrere
quando lo chiamano. Dice che non ha scelta, ma è lacerato dalle
contraddizioni. Vorrebbe essere un medico totalmente devoto ai suoi
malati e un uomo totalmente devoto alla famiglia. Non ci riuscirà
mai, perché non avrà tempo a sufficienza, ma deve ancora impararlo.
Mentre la sua voce si spegne lungo il corridoio mi chiedo se alla
fine farà spontaneamente la sua scelta, oppure se sarà costretto a
farla.
Siedo in poltrona accanto alla finestra e ripenso a oggi. É stato un
giorno felice e triste, meraviglioso e straziante. Le emozioni che
cozzano tra loro mi inducono al silenzio per molte ore. Non andrò a
leggere per gli amici questa sera. Non potrei, perché l'introspezione
poetica mi farebbe scoppiare in lacrime.
Col passar delle ore ogni rumore si spegne nei corridoi, si odono
solo, a tratti, i passi marziali degli infermieri di notte. Verso le
undici colgo l'eco di un altro passo che conosco bene e che in fondo
mi aspettavo.
Il dottor Barnwell si affaccia alla porta.
«Ho visto la sua luce ancora accesa. Le spiace se entro? »
«No di certo», rispondo.
Viene avanti e si guarda attorno prima di sedersi a poca distanza da
me.
«Ho saputo che lei ha avuto una buona giornata con Allie», dice, e
sorride. I nostri rapporti lo incuriosiscono e non so se il suo
interesse sia puramente professionale.
«Credo di sì.»
Inclina un po' il capo per fissarmi. «E lei sta bene, Noah? Mi sembra
un po' giù.»
«Sono solo un po' stanco.»
«Come ha trovato Allie oggi?»
«Era okay. Abbiamo parlato per quasi quattro ore.»
«Quattro ore? Noah... è incredibile.»
Posso solo annuire. Lui continua, scuotendo il capo.
«Non ho mai visto nulla di simile, e nemmeno ne ho avuta notizia da
altre fonti. Immagino che questo sia il vero amore. Voi due siete
fatti l'uno per l'altra.
Allie deve amarla moltissimo, e lei lo sa, vero?»
«Lo so», ma non riesco ad aggiungere altro.
«Eppure mi sembra crucciato, Noah. Allie ha detto o fatto qualcosa
che ha ferito i suoi sentimenti?»
«No. Anzi, è stata meravigliosa. Ma in questo momento... in questo
momento mi sento solo.»
«Solo?»
«Sì.»
«Nessuno è solo.»
«Io lo sono», dico, poi guardo l'orologio e penso alla famiglia di
Barnwell che dorme in una casa tranquilla, il posto dove dovrebbe
trovarsi anche lui. Dico: «Ed è solo anche lei».
I due o tre giorni seguenti furono insignificanti. Allie non mi
riconosceva più, nemmeno per un attimo, e confesso che anch'io ero
spesso distratto, i miei pensieri tornavano costantemente al nostro
giorno meraviglioso nel parco. Sebbene fosse finito troppo presto,
come sempre, non c'era nulla da rimpiangere, tutto era stato
perfetto, e mi sentivo felice per aver potuto assaporare ancora una
volta tanta gioia.
Nel corso della settimana seguente la mia vita tornò alla normalità,
sempre che si possa definire normale l'esistenza che conduco qui. La
lettura mattutina per Allie, la lettura serale per gli altri. Le
notti insonni, sdraiato sul letto o seduto sulla poltrona accanto
alla piccola stufa. Trovo uno strano conforto nella prevedibilità
delle mie giornate.
In una fresca e nebbiosa mattina, otto giorni dopo la nostra
meravigliosa passeggiata nel parco, mi svegliai presto, come al
solito, e mi affaccendai attorno alla scrivania, guardando le
fotografie e rileggendo le lettere di tanti anni prima. O almeno
cercai di farlo.
Non riuscivo a concentrarmi perché avevo mal di testa, così alla fine
rinunciai e andai a sedermi accanto alla finestra, per vedere sorgere
il sole. Allie si sarebbe svegliata di lì a un paio d'ore e volevo
essere fresco e riposato, perché una lunga lettura avrebbe di certo
aumentato il dolore al capo.
Chiusi gli occhi per alcuni minuti mentre dentro il mio cranio
qualcosa pulsava all'impazzata e poi si calmava. Quando li riaprii
contemplai il mio vecchio amico, il fiume che scorreva lì sotto.
Dalla stanza di Allie non lo si vede, ma dalla mia sì, e quel
corso d'acqua è sempre stato per me una fonte di ispirazione:
scorre da centinaia di anni, eppure si rinnova con ogni pioggia.
Quel mattino gli parlai, sussurrando perché potesse udirmi: «Tu
sei benedetto, amico mio, e anch'io sono benedetto, e ci
incontreremo nei prossimi giorni». La corrente si increspò
mulinando, quasi per dirmi di sì, e la pallida luce dell'alba
illuminò il mondo che era nostro. Mio e del fiume. L'acqua che
scorre, accelera, rallenta. É come la vita. Contemplandola si
imparano molte cose.
Accadde proprio nel momento in cui il sole faceva capolino
all'orizzonte. Avvertii un formicolio nella mano, cosa che non
era mai accaduta prima. Cercai di sollevarla, ma fui costretto a
rinunciarvi perché la mia testa pulsava di nuovo, molto forte,
come se mi avessero dato una martellata. Chiusi gli occhi
strizzando le palpebre. La mia mano cessò di formicolare e
divenne inerte, come se i muscoli fossero stati recisi
all'improvviso nell'avambraccio. Poi un'onda di dolore partì dal
cervello e scivolando lungo il collo si diffuse in ogni cellula
del mio corpo, sembrava un'onda d'alta marea che travolge tutto
al suo passaggio.
Non ci vedevo più, udivo solo il rombo di un treno in corsa che
passava a pochi centimetri di distanza e capii che ero stato colpito
da un ictus. La lingua di fuoco del dolore lacerava il mio corpo e
negli ultimi attimi di lucidità pensai ad Allie nel suo letto, in
attesa della storia che non le avrei più narrato, smarrita e confusa,
del tutto incapace di aiutare se stessa. Esattamente come me.
E mentre i miei occhi si chiudevano definitivamente mi chiesi: Oh
Dio, che cosa ho mai fatto?
Rimasi in stato di semincoscienza per giorni, e solo a tratti mi
rendevo conto di essere collegato a delle macchine, con dei tubicini
che dal naso mi scendevano in gola e due sacche da fleboclisi appese
sopra la testa. Sentivo il ronzio dei macchinari in sottofondo e a
volte strani rumori che non riuscivo a identificare. Una delle
macchine, che pulsava al ritmo del mio cuore, era stranamente
confortante, e spesso mi lasciavo cullare scivolando verso un mondo
senza tempo.
I medici erano inquieti, leggevo la preoccupazione sui loro volti
mentre scrutavano le cartelle cliniche e regolavano i macchinari.
Sussurravano tra loro, convinti che non potessi sentirli. «L'ictus
potrebbe essere una cosa seria», dicevano, «specie per un uomo della
sua età, e le conseguenze rischiano di essere pesanti. » I volti si
facevano ancora più cupi mentre snocciolavano le varie eventualità:
«Perdita della parola, difficoltà motorie, paralisi». Altri appunti
sulla cartella clinica, altri bip di una strana macchina e poi se ne
andavano, senza rendersi conto che avevo sentito tutto. Io cercavo di
non pensarci e mi concentravo su Allie, cercavo di vederla nella mia
mente, di riportarla dentro di me affinché fossimo di nuovo una cosa
sola. Ricordavo la carezza delle sue mani, udivo la sua voce, vedevo
il suo volto, e poi i miei occhi si gonfiavano di lacrime perché non
sapevo se mi sarebbe mai più stato possibile starle accanto,
stringerla a me, trascorrere i giorni con lei parlando e leggendo e
passeggiando. Questa non era la fine che avevo immaginato e tanto
meno sperato. Mi ero convinto che sarei stato l'ultimo ad andarsene.
E forse stava accadendo il contrario.
Scivolavo fuori e dentro uno stato di incoscienza finché in un'altra
mattina nebbiosa le promesse che avevo fatto ad Allie diedero uno
scossone al mio corpo. Aprii gli occhi e vidi la stanza piena di
fiori, il loro profumo mi sembrò vivificante. Allungai la mano verso
il campanello, riuscii a premere il pulsante e un'infermiera arrivò
trenta secondi dopo, seguita dal dottor Barnwell che sorrise quasi
immediatamente.
«Ho sete», dissi con voce roca, e il sorriso del medico si dilatò.
«Ben tornato», disse, «lo sapevo che ce l'avrebbe fatta. »
Dopo due settimane ho potuto lasciare l'ospedale, anche se ormai sono
un uomo dimezzato, una Cadillac che può girare solo su due ruote,
perché il mio lato destro è più debole del sinistro. Tutti se ne
rallegrano perché la paralisi avrebbe potuto essere totale. A volte
mi sembra di essere circondato da inguaribili ottimisti.
La conseguenza più negativa è che con le mie mani non posso servirmi
di un bastone o di una sedia a rotelle, perciò riesco a camminare
solo con una cadenza molto speciale. Non piede
sinistro-destro-sinistro come in gioventù, e nemmeno strascicando
entrambi i piedi come negli ultimi tempi, ma il sinistro spinto
lentamente in avanti che si trascina dietro il destro. Percorrere un
corridoio è un'avventura epica, un processo lentissimo anche per me,
che già due settimane fa pensavo di camminare come una tartaruga.
É sera quando rientro nella mia stanza e so che non dormirò. Respiro
a fondo le fragranze primaverili che filtrano dalla finestra
socchiusa, l'aria è molto fresca ma quel cambiamento di temperatura
mi rinvigorisce. Evelyn, una delle infermiere che hanno un terzo
della mia età, mi aiuta a sistemarmi sulla poltrona e sta per
chiudere la finestra. Le dico di no e, pur inarcando le sopracciglia,
accetta la mia decisione. Sento aprire un cassetto e poco dopo un
maglione si posa sulle mie spalle. Evelyn me lo sistema addosso come
se io fossi un bambino e quando ha finito mi dà due colpetti leggeri
sulla schiena. Non dice nulla, ma dal suo silenzio capisco che sta
guardando fuori della finestra. Rimane a lungo immobile e io mi
chiedo a che cosa stia pensando, ma non le pongo domande. A un tratto
la sento sospirare. Si volta per andarsene e poi si ferma, si china
su di me, mi bacia sulla guancia con tenerezza, proprio come fa mia
nipote. Ne sono sorpreso e lei mi dice a bassa voce: «Siamo felici
che lei sia tornato. Ci è mancato molto. Pregavamo per lei perché
questo posto non era più lo stesso da quando se n'era andato».
Sorride e mi accarezza la guancia prima di avviarsi verso la porta.
Io non dico nulla. Più tardi sento ancora il suo passo, sta parlando
con un'altra infermiera in corridoio, spingono il carrello delle
medicazioni.
Il cielo stanotte è stellato e il mondo brilla di una luce azzurrina.
Ogni suono sembra fondersi nel canto intenso dei grilli. Mi chiedo se
dall'esterno qualcuno può vedermi, un prigioniero della sua stessa
carne seduto in poltrona. Scruto tra gli alberi, nel cortile, sulle
panchine presso il fiume in cerca di un segno di vita, ma non c'è
nulla. Persino il Brices Creek è immobile, sembra uno spazio vuoto
nell'oscurità e mi sento avvolto dal suo mistero. Rimango in
osservazione per ore, finché vedo il riflesso delle nuvole rimbalzare
sul pelo dell'acqua. Sta arrivando un temporale e tra poco il cielo
argenteo diventerà grigio in un nuovo crepuscolo.
Guizzano lampi laceranti e la mia mente divaga.
Chi siamo, Allie e io? Forse simili all'edera che si aggrappa a un
vecchio cipresso con tanta forza che morirebbero entrambi se qualcuno
li separasse? Non lo so. Un altro lampo illumina il tavolino accanto
a me tanto che posso vedere la fotografia di Allie, la mia preferita.
L'ho fatta incorniciare tempo fa con la speranza che il vetro le
impedisse di scolorire. Non posso fare a meno di fissarla a lungo.
Aveva quarantun anni, allora, e mai era stata più bella. Vorrei
chiederle tante cose ma so che non può rispondermi e allora distolgo
lo sguardo.
Stanotte, con Allie all'altro capo del corridoio, sono solo. Sarò
sempre solo. Così pensavo nel mio letto d'ospedale e ne sono ancora
convinto mentre vedo ammassarsi fuori della finestra le nubi del
temporale. Una profonda tristezza mi assale perché mi rendo conto che
negli ultimi giorni passati assieme non l'ho mai baciata sulle
labbra. Forse non lo farò mai più. Impossibile da prevedere con
questa malattia. Ma perché penso a queste cose?
Finalmente mi alzo e mi avvicino alla scrivania per accendere la
lampada. Mi costa più fatica di quanto immaginassi, sono stremato,
perciò non ritorno alla mia poltrona, mi siedo lì e guardo le
fotografie. Fotografie di famiglia, di nipotini, di viaggi.
Fotografie mie e di Allie. Ripenso ai giorni trascorsi assieme, noi
due soli o con i ragazzi, e di nuovo mi piomba addosso il peso
dell'età.
Apro un cassetto e trovo dei fiori che le regalai tanto tempo fa,
secchi, sbiaditi e legati assieme da un nastro. Fragili da
maneggiarsi come me, potrebbero sbriciolarsi al minimo urto. Però
Allie ha voluto conservarli. «Non capisco che cosa ne vuoi fare»,
dicevo, ma lei mi ignorava. A volte, la sera, me la vedo davanti con
quei fiori in mano, li fissa con rispetto, come se nascondessero il
segreto della vita. Le donne.
Poiché questa sembra una notte dedicata ai ricordi, cerco e trovo la
mia vera nuziale. É nel primo cassetto della scrivania, avvolta nella
carta velina. Non la porto più perché le mie nocche sono gonfie e la
circolazione nelle mie dita pessima. Libero l'anello dal suo
involucro e lo osservo, ha in sé la forza di un simbolo, il cerchio,
e io so, so, che non avrei mai potuto averne un altro. E in quel
momento sussurro:
«Sono sempre tuo, Allie, mia regina, mia bellezza eterna. Tu sei, e
sei sempre stata, la cosa migliore della mia vita».
Forse mi sta ascoltando mentre pronuncio quelle parole, e attendo un
segno. Invano.
Sono le undici e mezzo e cerco la lettera che mi scrisse, quella che
leggo nei momenti speciali. La trovo dove l'avevo lasciata. Esito un
po' prima di sfilarla dalla busta, e le mie mani tremano. Infine mi
decido a leggere:
Caro Noah,
ti scrivo questa lettera alla luce della candela
mentre tu dormi nella stanza da letto che abbiamo condiviso fin dal
giorno del nostro matrimonio.
E sebbene non mi giunga il suono del tuo respiro, so che sei lì e tra
poco mi sdraierò accanto a te come al solito. E il tuo calore mi
avvolgerà confortante guidandomi a poco a poco verso il luogo
dove sognerò di te e del meraviglioso uomo che sei.
La fiamma della candela mi ricorda un fuoco di cinque decadi fa,
quando io indossavo gli indumenti che mi avevi imprestato e tu i tuoi
jeans. Capii in quel momento che saremmo sempre rimasti assieme,
anche se il giorno dopo sembravo esitante. Il mio cuore era stato
catturato, incatenato a un poeta del Sud, e dentro di me ero certa
che sarebbe stato sempre tuo. Come potevo mettere in dubbio un amore
che si proiettava fino alle stelle e ruggiva come un oceano in
tempesta? Perché così era tra noi e così è ancora oggi.
Rammento quando tornai da te il giorno dopo, il giorno in cui arrivò
mia madre. Avevo tanta paura, una paura mai provata prima, perché ero
certa che non mi avresti perdonata per essere andata da Lon. Tremavo
scendendo dall'auto, ma tu cancellasti tutto con il tuo sorriso e con
il tuo modo di prendermi per mano. «Che ne diresti di un buon caffè»
fu il tuo solo commento. E non se ne parlò più, in tutti gli anni a
venire.
Né mi ponesti domande quando ti chiesi di rimanere sola per alcuni
giorni. Se vedevi le lacrime nei miei occhi, sapevi sempre se dovevi
starmi vicino o lasciarmi in pace. Non so come tu riuscissi a
indovinarlo, ma mi facilitavi le cose. Più tardi, quando ci recammo
nella piccola cappella per scambiarci le promesse e gli anelli, lessi
nei tuoi occhi che avevo preso la decisione giusta. Meglio ancora,
capii che ero stata pazza prendendo in considerazione un uomo
diverso. Non ho mai avuto rimpianti.
La nostra vita in comune è stata meravigliosa e ora mi capita di
ripercorrerla spesso con la mente.
Chiudo gli occhi e ti vedo seduto sotto il portico, con i capelli
spruzzati di grigio e una chitarra in mano, e mentre suoni i bambini
battono le mani e ballano. I tuoi vestiti sono stropicciati da ore di
lavoro e sei stanco, ma quando ti dico che dovresti riposare
rispondi: «É quel che sto facendo adesso».
Trovo che il tuo amore per i nostri figli sia molto sensuale ed
eccitante. Te lo dico dopo, quando loro stanno già dormendo. Poi ci
togliamo i vestiti e ci baciamo e quasi ci smarriamo in noi stessi
prima di scivolare tra le lenzuola di flanella.
Ti amo per molte cose ma specialmente per le tue passioni, che sono
state lo splendore della vita. L'amore e la poesia e la paternità e
l'amicizia e la bellezza e la natura. Sono felice che tu abbia
insegnato tutto ciò ai ragazzi, perché so che vivranno meglio. Loro
mi dicono quanto sei eccezionale e io mi sento la donna più fortunata
del mondo.
Hai insegnato tante cose anche a me, e mi hai ispirato e mi hai
incoraggiato a dipingere, e non sai quanto ciò sia stato importante.
I miei quadri sono ora nei musei o in grandi collezioni private, ma
in certi momenti mi sentivo frastornata per via delle esposizioni e
dei critici, e tu eri lì pronto a sostenermi con parole gentili. Hai
capito la mia necessità di avere un mio studio, e un mio spazio
privato, hai perdonato le macchie di vernice sui miei vestiti, sui
miei capelli e persino sui mobili. So che non deve essere stato
facile. Ci vuole un uomo speciale per vivere in queste condizioni,
Noah. E tu l'hai fatto. Per quarantacinque anni meravigliosi.
Sei il mio miglior amico oltre che il mio amante e non so quale dei
due io apprezzi di più. Entrambi mi sono indispensabili. Tu hai
qualcosa dentro di te, Noah, qualcosa di bellissimo e di forte.
La gentilezza. Ecco quello che vedo quando ti guardo ora, ecco quello
che tutti vedono. La gentilezza. Sei sempre sereno e pronto alla
comprensione, al perdono. Dio è con te, deve essere con te, perché
sei la persona più simile a un angelo che io abbia mai incontrato.
So che hai pensato che io fossi pazza perché ti ho fatto scrivere
la nostra storia prima di lasciare la nostra casa per sempre, ma
ho le mie buone ragioni e ti ringrazio per la tua pazienza. Non
te le ho mai dette quelle ragioni, sebbene tu me lo chiedessi,
ma adesso è bene che tu sappia.
Abbiamo avuto una vita che la maggior parte delle coppie sposate
ignora, eppure, quando ti guardo, sono terrorizzata dall'idea che
tutto ciò finirà ben presto. Conosciamo entrambi la mia prognosi e
quel che significa per noi. Vedo le lacrime nei tuoi occhi e mi
angoscio più per te che per me, perché pavento il dolore che dovrai
sopportare. Non ci sono parole per esprimere quello che provo, e non
sono mai stata brava con le parole.
Ma il mio amore per te è così profondo, così incredibile, che troverò
il modo per tornare da te nonostante la malattia. Te lo giuro. Ecco
perché la storia è importante. Quando sarò sola e smarrita tu me la
leggerai - così come l'hai raccontata ai ragazzi - e convinciti che
in qualche modo io capirò che si tratta di noi. E forse, solo forse,
riusciremo a essere ancora uniti.
Perfavore, non arrabbiarti con me nei giorni in cui non ti
riconoscerò più - e sappiamo che accadrà. Ricordati che ti amo, che
ti amerò sempre, e che, qualunque cosa accada, ho vissuto la vita più
felice possibile. Accanto a te.
Se conservi questa lettera, quando la rileggerai abbi fede in ciò che
ti dico adesso. Noah, dovunque tu sia e in qualunque momento ciò
accada, io ti amo. Ti amo mentre ti scrivo e ti amo mentre rileggi
questa lettera. Mi spiace di non trovare le parole per dirtelo
meglio. Ti amo tanto, marito mio.
Tu sei, e sei sempre stato, il mio sogno.
Allie
Ho finito di leggere questa lettera e la ripongo. Poi mi alzo dalla
scrivania e cerco le pantofole. Sono sotto al letto e devo sedermi di
nuovo per infilarle. Attraverso la stanza e apro la porta. Do una
sbirciatina nel corridoio e vedo Janice alla sua scrivania. O almeno
suppongo che sia Janice. Devo passare davanti a lei per andare da
Allie e a quest'ora non mi è permesso lasciare la mia camera.
Janice non infrange mai le regole. Suo marito è avvocato.
Aspetto con la speranza che se ne vada, ma non ha intenzione di
muoversi e mi spazientisco. Decido di uscire comunque dalla mia
camera e mi avvio lungo il corridoio, strascico un piede, sposto
l'altro, strascico un piede. Anni luce per coprire una breve
distanza, eppure sembra che Janice non si accorga della mia marcia di
avvicinamento. Sono silenzioso come una pantera nella giungla,
invisibile come un piccioncino neonato.
Alla fine mi scopre e la cosa non mi sorprende. Mi trovo proprio
davanti a lei.
«Noah», dice, «che sta facendo?»
«Una passeggiatina», dico io, «non riesco a dormire. »
«Lei sa che non le è permesso.»
«Lo so.»
Però non mi muovo. Non ho intenzione di cedere.
«Questa non è solo una passeggiatina, vero? Lei sta andando da Allie.»
«Sì», rispondo.
«Noah, lei sa che cosa è accaduto l'ultima volta che l'ha vista di
notte.»
«Me ne ricordo.»
«Allora si renderà conto che non può farlo di nuovo. »
Non rispondo direttamente alla sua domanda. Invece dico: «Allie mi
manca molto».
«Lo so. Ma non posso permetterle questa visita.»
«É il nostro anniversario», insisto. É la verità. Tra un anno le
nozze d'oro. Quarantanove anni oggi.
«Capisco.»
«Allora posso andare?»
Per un attimo distoglie lo sguardo e la sua voce cambia, suona più
dolce e mi sorprende. Non avrei mai immaginato che fosse un tipo
sentimentale.
«Noah, sono qui da cinque anni e prima ho lavorato in un istituto
analogo. Ho visto centinaia di coppie lottare contro il dolore e la
sofferenza, ma mai nessuno si è comportato come lei. Nessuno qui, né
i medici né le infermiere, hanno mai visto niente di simile. »
Si interrompe per un attimo mentre, inaspettatamente, i suoi occhi si
colmano di lacrime. Le asciuga con la punta di un dito e continua:
«Quando penso a quello che lei fa, giorno dopo giorno, non posso
nemmeno immaginare come ci riesca. A volte sconfigge addirittura la
malattia di Allie. I dottori non ci capiscono nulla, ma noi
infermiere sì. É il miracolo dell'amore. Molto semplice, eppure è la
cosa più incredibile che abbia mai visto».
Un nodo mi stringe la gola e rimango senza parole.
«Tuttavia, lei non può andare da Allie ora, Noah, e io non posso
permetterglielo. Ritorni nella sua stanza.» Poi riordina alcuni fogli
sul suo tavolo e con un lieve sorriso dice: «Scendo a bere un caffè.
Non potrò controllarla per un po' e perciò la prego di non fare
sciocchezze».
Si alza in fretta, mi sfiora un braccio con la mano e scende le scale
senza voltarsi. Sono solo. Non so che cosa pensare. Abbasso lo
sguardo sul tavolo e vedo una tazza piena di caffè fumante. Ancora
una volta scopro che ci sono persone molto buone in questo mondo.
Per la prima volta dopo anni non avverto più il gelo nelle mie ossa e
riprendo il mio viaggio verso la camera di Allie con passi da
formica, ma anche quel ritmo è pericoloso perché le mie gambe sono
già stanche. Devo appoggiarmi alla parete per non cadere. Le lampade
ronzano sul soffitto, la loro luce fluorescente mi ferisce gli occhi
e strizzo le palpebre. Supero una dozzina di camere immerse
nell'oscurità, camere dove sono entrato per leggere poesie a delle
persone di cui sento la mancanza. Sono amici, volti che conosco bene.
Li rivedrò domattina ma stasera no, non ho tempo per indugiare. E a
poco a poco, mentre avanzo, quei movimenti lentissimi pompano sangue
nelle mie arterie consunte. Mi sento più forte a ogni passo. Una
porta si apre dietro di me, ma nessuno si muove alle mie spalle. Mi
sento uno straniero. Nessuno mi può fermare. Il telefono squilla
nella guardiola delle infermiere e mi spingo avanti perché non mi
sorprendano. Sono un bandito di mezzanotte, un bandito mascherato che
galoppa sul suo cavallo fuggendo da cittadine sonnolente per
raggiungere il giallo splendore del deserto con delle sacche di
polvere d'oro appese alla sella. Sono giovane e forte e il mio cuore
brucia di passione, abbatterò la sua porta con una spallata e la
prenderò tra le mie braccia per portarla in paradiso.
Vogliamo scherzare?
La mia vita è così semplice ormai. Sono un vecchio pazzo innamorato
che sogna solo di poter leggere un racconto ad Allie e tenerle la
mano quando possibile. Sono un peccatore con molte colpe che crede
nei prodigi, ma sono anche troppo vecchio per cambiare e troppo
vecchio perché cambiare mi importi.
Quando finalmente raggiungo la sua stanza mi sento debolissimo. Le
gambe mi si piegano, ho gli occhi appannati e il mio cuore batte
all'impazzata. Lotto con il pomolo della porta, mi ci vogliono
entrambe le mani e un notevole sforzo per girarlo: infine l'uscio si
apre e la luce del corridoio scivola dentro illuminando il letto dove
lei dorme. Mentre la guardo, ho la sensazione di essere solo un
passante che si incrocia per strada tra la folla, subito dimenticato.
La stanza è silenziosa e Allie giace con le coperte rialzate fino
alla vita. Dopo un momento si gira su un fianco e il fruscio del
suo corpo tra le lenzuola risveglia in me ricordi di tempi
felici. Sembra piccola in quel letto e di nuovo ho la sensazione
che tutto sia finito tra noi. L'aria è viziata e rabbrividisco.
Queste quattro pareti sono la nostra tomba.
Non mi muovo, oggi è il nostro anniversario e spasimo dalla voglia di
parlarle dei miei sentimenti, ma sto zitto per non svegliarla.
Inoltre, è tutto scritto su un foglietto che le farò scivolare sotto
il guanciale:
In queste ultime tenere ore
dove tutto è puro
venga la luce del giorno a risvegliare
la certezza d'amore.
Mi sembra di sentire qualcuno che sta arrivando allora entro e mi
chiudo l'uscio alle spalle. Nell'oscurità seguo a memoria il percorso
che porta alla finestra. Apro le tende e la luna mi fissa, un'immensa
luna piena, custode della notte. Mi volto verso Allie e accarezzo
mille sogni e, pur sapendo che non devo farlo, mi siedo sul letto per
infilare il biglietto sotto il suo guanciale. Poi mi chino e
dolcemente le sfioro una guancia, morbida come cipria. Le accarezzo i
capelli e mi sento mozzare il fiato. Sono stupito, in estasi, come un
compositore che scopra per la prima volta la musica di Mozart. Allie
si rigira e apre gli occhi sbattendo le palpebre e subito io mi pento
della mia follia perché adesso comincerà a strillare e a piangere,
come fa sempre di notte. Sono debole e impulsivo, lo so, ma qualcosa
dentro di me mi induce a tentare l'impossibile e mi chino su di lei,
i nostri volti si toccano.
E quando le sue labbra si posano sulle mie, sento un formicolio
che non avevo mai avvertito prima, in tutti i nostri anni di
vita comune, però non mi ritraggo. E all'improvviso il miracolo,
perché sento che la sua bocca si schiude e scopro il paradiso
perduto, intatto ed eterno come le stelle. Sento il calore del
suo corpo e mentre le nostre lingue si incontrano mi concedo di
volare alto, come feci tanti anni fa. Chiudo gli occhi e divento
un veliero che fende le onde senza esitazione e senza paura, e
Allie è il vento che gonfia le mie vele. Accarezzo di nuovo la
sua guancia, prendo la sua mano nella mia, le bacio le labbra,
la fronte, e lei respira a fondo, poi mormora: «Oh, Noah...
quanto mi sei mancato». Un altro miracolo - il massimo! e non
c'è modo di frenare le lacrime mentre cominciamo a galleggiare
verso il cielo. Perché in quel momento, mentre il mondo si colma
di prodigi, io sento la mano di lei sulla mia camicia e
lentamente, molto lentamente, comincia a slacciare i bottoni a
uno a uno.
FINE.

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