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Sommario

Copertina
L’immagine
Il libro
Gli autori
Frontespizio
Il girone dei diavoli a quattro (e dei poveri diavoli)
Ognuno ha il diavolo che merita
Ion Tiriac, diavolo di un billionnaire
Nick Kyrgios, generazione nuovi diavoli
Andy Roddick, molte buone battute contro lo «stress da Federer»
Racconti romani. Internazionali alla diavola
Il girone della sfiga
Grande Slam, le due parole da non dire mai!
Gentleman Jack, il Grande Slam in fondo al bicchiere
Del Potro, quando la sfiga è esagerata
Serena Williams, la sfiga è made in Italy
Racconti romani. James Blake, l’esorcista della sfiga
Il girone dei malati di mental tennis
Se non sono pazzi non li vogliamo
La Davis Matta di Paolo Canè
Tappy Larsen, «a me m’ha rovinato la guerra»
Fognini contro Fognini, insulti d’amore
Racconti romani. L’ultimo match di Cavallo Pazzo
Il girone delle vite scellerate
Quando un tennista dà il peggio di sé
Alla destra del giudice di sedia, St. Leger Goold, l’assassino
Roscoe Tanner: jail, set and match
Bill Tilden, il diavolo veste maglioni logori
Racconti romani. I diavoli custodi del Foro
Il girone dei dimenticati
La curiosità salverà il tennis?
Natasha Chmyreva, la tennista senza tennis
Bunny Austin, cambiò il tennis ma arrivò sempre secondo
Lilí Álvarez, troppo bella per essere la migliore
Racconti romani. I coach so’ de coccio
Il girone degli haters
Quando la rivalità sconfina nell’odio
Gonzales e Hoad, i pugni promessi
Von Cramm, quando il diavolo si chiama Hitler
Mansour Bahrami, con una risata ha seppellito i suoi diavoli
Racconti romani. Nel tennis servono karma e pazienza
Il girone dei fantasmi dell’antico maniero
Wimbledon, l’erba del diavolo è sempre più verde
Roger Federer, quando perde il migliore
Diavolo di un Panatta, battuto da DuPré
Isner e Mahut, i due pazzi e la regina
Racconti romani. Quando piazzale Flaminio era la nostra Wimbledon
Il girone delle vite difficili
Quando il tennis non è tutto
Jiro Sato, suicida per dimenticare la Davis
Ashleigh Barty, la ragazza che visse tre volte
Behr e il «Titanic», storia di un amore che non può morire
Racconti romani. Cara Monica, che mi davi del fascista
Il girone Berrettini. I diavoli del futuro
Il tennis secondo Matteo, che non avrà altro coach all’infuori di Santopadre
Copyright
Il libro

N on è solo una battuta. Il tennis l’ha inventato il diavolo è un concetto


maledettamente oggettivo, circostanziato e condiviso da chiunque abbia
impugnato una racchetta e colpito una pallina. Di fatto, un sinonimo di quanto sia
stressante, logorante e abbrutente il tennis. Perché è l’unico sport che «obbliga a giocare
contro cinque avversari: il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e me
stesso», diceva Goran Ivanišević. «E l’avversario, quello vero?» gli chiedevano. «Anche,
ma lui è il meno», rispondeva il croato.Lo sa bene Serena Williams, battuta da una
millennial diciannovenne, o Andy Roddick che divenne amico del suo diavolo preferito,
un certo Roger Federer. Poi c’è Năstase che interrompe il match con McEnroe e pretende
la sostituzione dell’arbitro per ricominciare, e Fognini che a microfoni aperti si lancia in
una filippica sessista contro la giudice di sedia. Divise in nove gironi infernali, le storie più
incredibili, curiose e segrete del tennis, raccontate da Panatta nello stile ironico e
autoironico che lo contraddistingue, vissute da protagonista o da spettatore diretto, per i
tanti appassionati del tennis, per sorprendere e incuriosire anche quelli che credono di
sapere quasi tutto.
Gli autori

ADRIANO PANATTA è considerato il più grande tennista italiano

e ha vinto 10 titoli internazionali, fra cui Roma e Roland Garros.


Nel 1976 è stato il giocatore di punta della squadra che si è
aggiudicata l’unica Coppa Davis conquistata dall’Italia. Lasciato
l’agonismo, è stato telecronista di tennis per la Rai, assessore
allo Sport della provincia di Roma, opinionista televisivo,
conduttore radiofonico. Nel 2009 ha pubblicato l’autobiografia
Più diritti che rovesci (Rizzoli), e nel 2018 Il tennis è musica
(Sperling & Kupfer) con Daniele Azzolini.

DANIELE AZZOLINI , giornalista dal 1974, ha scritto per Paese Sera, Epoca, l’Unità,
Radiocorriere Tv, Il Messaggero e Tuttosport. Editore e direttore di due riviste di tennis,
direttore del sito OKTennis.it, ha seguito finora 114 tornei del Grande Slam. Ha
pubblicato cinque libri, fra i quali I ragazzi di prima classe (2012) e Federer. Venti
(2018), entrambi per Absolutely Free.
Adriano Panatta
con Daniele Azzolini

IL TENNIS L’HA INVENTATO IL


DIAVOLO
Il girone dei diavoli a quattro (e dei poveri diavoli)
Ognuno ha il diavolo che merita

IL tennis l’ha inventato il diavolo. Non è solo una frase buttata lì per dire tutto e
niente o per spiegare l’impossibile, per rispondere frettolosamente a una
domanda o per offrire un titolo – be’, via, un buon titolo – su un piatto d’argento.
È la realtà. Un concetto maledettamente – c’erano dubbi? – oggettivo,
circostanziato, condiviso da chiunque abbia impugnato una racchetta e colpito
una pallina. Solo che il diavolo tennista non è quel tipo con la faccia rossa e gli
occhi cerchiati di nero, due ali da pipistrello e le corna tozze da caprone. Non è il
male assoluto e non è – non lo sarà mai – un vostro tratto distintivo, sebbene vi
siate affezionati all’idea di avere, dalla vostra, un’anima ardente e solforosa.
Per quanto possiate lamentarvi dell’inquietante presenza che avvertite al
vostro fianco, che vi aleggia intorno, vi sfiora la spalla e vi suggerisce
all’orecchio osceni rimedi alla vostra già traballante sicurezza, il diavolo del
tennis non è una vostra esclusiva. Anzi, è probabile che mentre è impegnato a
prendersi gioco di voi sia anche indaffarato con il vostro avversario. O forse no,
ma l’importante è che l’altro sia convinto del contrario.
Il diavolo nel tennis è un punto di vista, una preoccupazione in più, un
crederci e non crederci. È una lama di luce abbagliante che si accende davanti ai
vostri occhi all’improvviso, nel momento in cui eseguite una facile volée; è un
pensiero recondito che vi disturba, una certezza che viene meno, una gentile
mano di fanciulla che vi sorteggia sempre dalla parte sbagliata del tabellone. È
l’essenza sovrannaturale e impenetrabile che permette alla legge di Murphy di
assumere valori scientifici ogni volta che una fetta di pane cadrà per terra dalla
parte imburrata. È la mancanza di coraggio che sarebbe servito in quel dato
momento. È l’avversario che ne sa una più del diavolo, pur senza esserlo. Di
fatto, è un sinonimo di quanto sia stressante, logorante e abbrutente il tennis
lungo il percorso da affrontare per arrivare alla meta. E il tennis lo è più di
qualsiasi altro sport, perché «obbliga a giocare contro cinque avversari: il
giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e me stesso», diceva Goran
Ivanišević. «E l’avversario, quello vero?» gli chiedevano. «Anche, ma lui è il
meno», rispondeva il croato.
A volte capita di chiedersi chi sia davvero il diavolo. Quel tipo che ne
possiede alcune delle sembianze, la barbetta ispida, lo sguardo torvo, la voce
cavernosa? O quello da cui stai alla larga finché non lo conosci davvero, perché
ha modi diretti, un po’ sfacciati, e ti dice le cose sul muso, senza troppi calcoli e
senza preoccuparsi dei graffi e delle ammaccature che sta procurando al tuo ego
già scosso dalle mille centrifughe cui ti sottopone la vita? O magari è proprio
l’amico di cui ti fidi anche quando ti indica quello o quell’altro e ti dice che
aderisce a una setta satanico-tennistica, e quindi ti suggerisce di diffidare? Me lo
sono chiesto decine di volte, e una di più quando Ezio Di Matteo, Pancho per
tutti, tennista di buonissimi colpi formatosi alla fine degli anni Cinquanta, prima
raccattapalle poi giocatore di torneo, irruppe nella mia stanza d’albergo nei
giorni del mio primo torneo al Cairo. In ordine di tempo, è stato lui il primo
diavolo tennista nel quale mi sono imbattuto.
Erano le sei del mattino. Mi svegliò con grande trambusto, menando colpi
poderosi alla porta e ululando frasi poco comprensibili. Aprii e me lo ritrovai di
fronte scapigliato e indispettito.
«Adrià, tu che sai le lingue, provaci tu con quello stronzo.»
«Ma di chi parli? Con chi ce l’hai?»
«S’è messo a canta’ e va avanti da mezz’ora. Nun dorme più nessuno, pe’
stallo a senti’ co’ quella nenia. J’ho tirato de tutto pe’ fallo smette, st’imbecille,
anche le scarpe, che mo’ so’ pure rimasto senza.»
«Gli hai tirato le scarpe? Ma a chi?»
«Ma nun lo senti?» e corse ad aprire la finestra. «Eccolo, sto zozzone. Sta
ancora a rompe’ i timpani. Mo’ hai capito? Sporgite e dije qualcosa…»
Guardai Ezio. «Mah, io sento solo la voce del muezzin che chiama i fedeli a
raccolta», gli dissi per calmarlo.
«Eh, sarà lui, il mezzin, sto fijo de’n surfamidico. Mandelo a quel paese in
inglese, così te capisce.»
Il muezzin… E lui, quel diavolo di Ezio, gli aveva tirato le scarpe. In un
Paese musulmano. Mentre chiamava i fedeli alla preghiera. Roba da finire dentro
per i successivi dieci tornei del Cairo…
«Chiudete tutte le finestre e abbassate gli stuoini», intimai al gruppo di
tennisti italiani che nel frattempo si era riunito intorno all’Ezio scalciante. «Che
la preghiera termini in santa pace», ordinai ecumenico. «Ci vediamo fra sessanta
minuti precisi…» aggiunsi, e tutti controllarono l’orologio.
Uscimmo dall’albergo all’ora convenuta, in italica cordata, facendo finta di
niente. E andammo a cercare le scarpe di Ezio.
Ion Tiriac, diavolo di un billionnaire

UN orco con la sorprendente inclinazione per la magnanimità, la maschera da


cafone e i modi da gentiluomo, ricco come solo uno che è stato tanto povero può
sentire dentro quella voglia matta di esserlo, di accumulare, possedere,
esagerare… Stupire, anche.
Ion Tiriac non è mai soltanto uno, ma due o tre, forse quattro Tiriac
simultaneamente.
Intercambiabile, senza mai essere diverso da se stesso.
Componibile, ma non smontabile.
Multiforme. Ma con un unico volto da mostrare in pubblico, quello con la
faccia più tosta che si possa incorniciare fra due favoriti rococò, che il grigio
degli ottant’anni ormai compiuti non smette di rendere sciccosamente torvi.

Sua Liquidità. Il conto in banca tiene alte le insegne, lo stemma mostra sullo
sfondo verde scuro della sua terra i simboli delle monete più forti. Quattro quarti
di nobiltà finanziaria bastano a farne il re del tennis? Le comunità rom e sinti gli
affiderebbero il ruolo di doracarel, l’uomo che vede lontano, che illumina gli
eventi futuri.
Tiriac non si è fatto mancare nulla. Tennista, coach, scopritore di talenti,
dirigente e presidente del tennis rumeno, manager sportivo, costruttore di eventi,
poi di grandi tornei (le ATP Finals a Francoforte e Stoccarda, il «1000» di
Madrid) che prima dirige e dopo acquista, imprenditore, creatore di una holding
fra le più solide in Europa, fondatore di una compagnia aerea, di una banca, di
un’assicurazione, di un’immobiliare, di una società che distribuisce petrolio, di
un’agenzia di viaggi con filiali in tutta la Romania: TiriacAir, Tiriac Bank,
Tiriac Travel, Tiriac Leasing, Allianz Tiriac Asigura.
Compra tutto e di tutto, Tiriac. L’ultimo acquisto italiano, l’anno scorso, è
stata la bella tenuta di Corte Vecchia, nel comune di Semproniano, in provincia
di Grosseto: 8,5 milioni di euro. Fece da riparo alle fatiche belliche di Federico
II, nipote del Barbarossa e uomo multiforme anche lui, un’autentica ispirazione
per Ion. La stanno restaurando e ha dato lavoro all’intera comunità. Ion vi ha già
fatto arrivare quattrocento mucche. Se chiedete ai sempronianesi chi sia il Re del
Tennis, già conoscete la risposta.
Ultimo progetto, il Tiriac Museum, a Otopeni, dove ha dato rifugio alla sua
preziosa collezione di auto, dalle Rolls degli anni Venti alla Ferrari Daytona. A
tutti gli effetti, il garage più caro del mondo: si paga per entrare ma non è
possibile parcheggiare.

È difficile cucire una definizione addosso a un tipo simile, a un amico. Gli


americani non se ne sono mai invaghiti, sebbene Squalo McCormack, capo della
potente IMG, abbia fatto il possibile per averlo dalla sua parte. La risposta di
Ion, per lettera, diceva più o meno così: «Sei stato un buon maestro, mi hai fatto
capire che posso fare da solo e superarti».
Arthur Ashe ne prese pubblicamente le distanze: «Ion è così, non è disonesto
e non farebbe mai qualcosa di scorretto. Ma è abituato a credere che si possano
piegare le regole per ottenere la vittoria».
Più duro Stan Smith, che nel 1972 vinse una finale di Davis in Romania,
contrastato in ogni modo proprio da Tiriac. I due si ritrovarono l’uno di fronte
all’altro nell’ultimo, decisivo match, e Ion mostrò il peggio di sé. Aizzò la folla,
inscenò un sit-in su una palla a suo dire mal giudicata, arrivò persino a piangere
lacrime vere quando il giudice di linea più scandaloso venne allontanato dal
campo. Smith vinse 6-0 al quinto set, e disse al suo avversario: «Oggi ho perso
per l’uomo Tiriac tutta la stima che avevo per il Tiriac giocatore».
Eppure, se chiedete a Ion, una definizione che lo inquadri ce l’ha. Magari gli
va un po’ stretta, ma è il suo vanto: «Pochi capiscono di tennis in questo mondo.
Tra quei pochi, io sono quello che ne capisce più di tutti».
Il resto viene di conseguenza. Tutto il quarantennale affaccendarsi che ha
condotto Tiriac nella lista dei billionaire di Forbes, dove è entrato nel 2005 con
una fortuna personale di 900 milioni di dollari (oggi diventati 1.200) e un «giro»
in euro di quasi 3 miliardi dalle sue società (è al numero 818 del ranking, unico
rumeno presente), tutto quel bendidio che gli danza intorno, insomma, è il frutto
di quella particolare dote: capire prima degli altri dove va il tennis.
Ion è di Brasov, il cui nome deriva dal turco antico barasu, che vuol dire
«fortezza», proprio come börg in lingua svedese. I nemici – «moltissimi»,
assicura con un pizzico di vanteria – si sono affannati per anni a dargli dello
zingaro, ma nella sua città, all’ombra della Chiesa Nera, c’è posto per oltre venti
etnie, comprese quella lipovana (origini russe), tartara (turchi provenienti dalla
Mongolia) e ciango (origini ungheresi), mentre una comunità rom non ha mai
preso forma. Avrebbero potuto dargli del vampiro, paragonarlo a un demone, e
lui non se la sarebbe presa ugualmente: «Ci sta!» avrebbe risposto.
Brasov è il centro più importante della Transilvania; la Fortezza dava riparo
ai profughi delle campagne, incalzati dall’esercito di Vlad III di Valacchia,
membro della casata di Draculesti e più noto con il patronimico di Dracula. Se
provate a discutere con Tiriac di quegli anni e di quelle storie, potrebbe stupirvi
per l’ampiezza del suo sapere.
«Essere un vero self made man», mi ha detto spesso, «non serve solo a
intraprendere un nuovo lavoro, ma anche a crescere come persona.»
Ion ha studiato. Lo ha fatto dopo e da solo. Anche il tennis è venuto dopo, da
autodidatta, e poi tutto il resto. Sempre da solo. Sempre seguendo gli impulsi,
annusando l’aria, facendosi un’idea di tutto e di tutti. Cogliendo le opportunità,
pronto a sdoppiarsi, se necessario.
Tiriac era un ottimo giocatore di hockey su ghiaccio, olimpionico ai Giochi
del 1964, e da un giorno all’altro divenne tennista. Si era convinto, a ragione,
che i nuovi ricchi avessero ormai scelto il tennis come sport di riferimento, e che
presto sarebbe diventata una delle discipline con più soldi. D’improvviso partì da
Brasov per tornarci solo molti anni dopo: avrebbe potuto farlo per mille ragioni,
ma ne aveva una più grande delle altre, e cioè che era troppo anticomunista per
gradire il nome che negli anni Cinquanta avevano dato alla sua amatissima culla,
Orasul Stalin, «la città di Stalin».
Sbarcò in Italia, e dopo un mese era amico di tutti. Prima Ancona e Macerata,
poi Roma, qualche puntata a Milano. Chissà quanti figli ha avuto nel nostro
Paese fra una scorribanda e l’altra… Badate bene: non si tratta di una battuta, e
nemmeno di gossip da quattro soldi. La domanda è seria. «Ho trentatré figli», ha
confessato di recente, «tre legittimi, gli altri trenta un po’ meno. Quando sarà il
momento riceveranno tutti la stessa quota.» Poco più di 36 milioni di dollari a
testa, oltre a «un pezzo» della sua holding. Con buona pace dei «legittimi» Ion
Tiriac jr, avuto dalla modella Mikette von Issenberg, Karim Mihai e Ioana
Natalia, venuti dal rapporto con la giornalista egiziana Sophie Ayad. L’unica
moglie, la giocatrice di pallamano Erka Braedt, con cui è stato sposato dal 1963
al 1965, non gli ha dato figli.
Metà anni Sessanta. A Roma Ion vive a casa di Francesco D’Alessio, figlio di
Carlo, presidente dell’Unire e proprietario di una delle più famose scuderie di
cavalli. Francesco è uno dei rampolli più in vista della Roma ricca e sfaccendata
(morirà a Milano nel 1984, quarantenne, ucciso da tre colpi di pistola sparati
dall’amica americana Terry Broome – da poco rimessa in libertà –, dopo una
notte di sesso e coca), e Tiriac ama farsi trascinare da lui fra la gente che conta. I
suoi modi diretti, sfrontati, da lupo sempre affamato, fanno strage di cuori fra le
gran dame dell’alta società romana, l’unica al mondo che meriti il neologismo di
«bigoreccia», capace di coniugare bigotteria e spirito godereccio.
L’altra sponda gliela offre Emanuele Scarfiotti, dirigente del Tennis Club
Parioli. Scarfiotti è il compagno di giochi e di scommesse. «Metti i suoldi sul
tavuolo», dice Ion, che rapidamente ha imparato l’italiano, ma lo parla con un
accento slavo, quasi russo, che il suo vocione amplifica, «e io ti muostro come si
può muangiare un bicchiere.» Ma dai… Ma via… E Tiriac azzanna il bicchiere,
lo spezza, lo mastica, lo frantuma finché non glielo sfilano di mano, preoccupati
che possa davvero ingurgitarlo.
È al Parioli che Ion annuncia l’intenzione di continuare a giocare e, allo
stesso tempo, fare da manager. È attratto dal grande potere che mostrano i
padroni del management, ma sa che prima deve mostrare le sue qualità. Lo fa
annunciando ai soci del circolo che tempo dodici mesi porterà su quei campi il
futuro numero uno del tennis. Sembra una sparata, ma l’anno dopo Ion si
presenta con un ragazzino «rubato al calcio». Si chiama Ilie Năstase, non ha
ancora vent’anni. Lo fa giocare contro Eugenio Castigliano, uno dei migliori del
circolo, giocatore internazionale.
Il ragazzino perde, ma all’uscita dal campo annuncia a Castigliano che il
prossimo match sarà lui a vincerlo, «e giocherò con il manico della racchetta».
Di fianco, Ion annuisce scuotendo i capelli ricci e lunghi, che sembrano pettinati
con il frullatore. Poche settimane dopo sono di nuovo in campo, e non c’è più
partita: Năstase domina, e sull’ultima volée gira la racchetta e fa il punto
colpendo con il manico. Tiriac è affascinato. Nel 1973 Ilie sarà il primo numero
uno dell’ATP, eletto dal computer.
Il sodalizio funziona. I due giocano insieme la Davis e vincono in coppia un
Roland Garros nel 1970, l’unico grande titolo ottenuto da Tiriac (con due finali,
una sempre in doppio, l’altra nel misto accanto all’amica di sempre Virginia
Ruzici, entrambi sul rosso parigino). Non ha un briciolo di talento, il Tiriac
tennista, ma fra i giocatori di primo piano è il più temuto di tutti. «Se ti azzanna
al polpaccio», dice Connors, «neanche a racchettate riesci a liberartene. L’unica
è con il fuoco.» Eppure, se un tennista di talento gli si avvicina, i suoi sistemi di
allarme lo intercettano prima di qualsiasi altro. Gli capito anche io, a tiro, e ha
per me parole di zucchero. «Tennista straordinario», dice, «capace di giocate che
gli altri capivano solo dopo, ripensandoci seduti nello spogliatoio.» Troppo
buono, lo ringrazio. Ma lo considero un amico, e sono io, alla fine, a
sorprenderlo con un gesto di spontanea solidarietà che lo costringe a chiedersi se
lui, in una situazione simile, avrebbe fatto lo stesso.
Succede quando Fila, l’azienda biellese, mi chiama per la firma del contratto.
Tiriac ne è al corrente, esserlo fa parte del suo mestiere, e mi chiede se durante
l’incontro butto lì il suo nome. «Non riesco a trovare un contratto, mi accontento
di qualche maglietta, magari se glielo dici tu…» Faccio di più, e metto i dirigenti
Fila di fronte a un aut aut: «Firmo solo se fate un contratto anche a Tiriac».
Segue l’inevitabile tira e molla e il sì conclusivo. A Tiriac vanno un po’ di soldi
e le stesse magliette di Borg, quelle con le righine fitte fitte sullo sfondo bianco.
L’outfit più figo di quegli anni va ai due orsi del circuito, quello svedese e quello
dei Carpazi.
Pochi mesi dopo lo scelgo come coach, ma ci bastano poche settimane per
capire che è meglio restare amici e basta. Lo show down arriva agli
Internazionali. Tiriac allena anche Năstase e Guillermo Vilas, e pretende una
serie di esercizi di riscaldamento particolarmente dispendiosi. Vilas li fa senza
parlare, Năstase bofonchiando e imprecando, io gli chiedo semplicemente il
perché…
«Ho l’incontro fra poco, perché mi vuoi morto?»
«Sono esercizi che fanno bene», la risposta.
«Sì, ma perché? Spiegamelo.»
«Perché l’ho deciso io.»
Risposta sbagliata, fine del rapporto. Segue l’anatema di Ion: «Aaahh, gli
italiani… Sarebbero i padroni del tennis, se non fossero così tanto… italiani». Lo
dice ancora oggi.
Anche Năstase si fa presto da parte. Non sopporta che Tiriac aiuti Vilas.
«Vengo prima io, te ne sei scordato?» Ma Ion ha un’infatuazione per l’argentino.
«Gli facevo da padre, da spalla, da amministratore, tutto. Avrebbe meritato un
po’ più d’indipendenza, ma poteva funzionare solo così.»
Guillermo arriva al numero due. Năstase fu numero uno per poco. «Con tutto
quel talento», stigmatizza Tiriac, «ha vinto solo due Slam.» Però lo appoggia
quando Ilie, molti anni dopo, vuole diventare sindaco di Bucarest. «Secondo
me», lo consiglia, «sei meglio come ambasciatore. Parli sei lingue e nessuno
come te sa baciare la mano alle signore.» Il numero uno torna con Becker. «Alla
fine ci siamo capiti e abbiamo fatto insieme un bel percorso. Lui ha compreso
che per me è tutto o bianco o nero. Io che quando per me era bianco, per lui era
nero.»
È una vita di successi, l’uno legato all’altro. Il metodo Tiriac è imbattibile.
Solo lui riesce a immaginare come migliorare la vita di chiunque partecipi ai
suoi eventi – pubblico, sponsor, giocatori –, restando indipendente da tutti. In
altre parole, tutti gli devono un grazie, lui non lo deve a nessuno. Qui e là, però,
qualcosa prende la piega sbagliata.
A Madrid, Ion inventa i campi in terra blu, «così finalmente in tivù si vedrà
anche la palla», spiega. Nadal e Djoković lo contestano, perché la superficie è
troppo veloce. Ma la parola portata sul tavolo dell’ATP è un’altra: «Scivolosa»,
dice Rafa. «Pericolosa», insiste Djoković. Tiriac è costretto a tornare sui suoi
passi. «Un’occasione persa. Il futuro merita più coraggio da parte di tutti.» Lui
ne ha da vendere. Sa guardare in faccia anche le situazioni più delicate, o
insolite.
A Parigi è considerato un monarca. Ha acquistato «per tutta la vita» il box di
fianco alla tribuna delle autorità. Nella player’s zone c’è la fila per stringergli la
mano. L’ultima volta l’ho visto con Virginia Ruzici. «Virginia, che belluo
rivederte!» dice mentre l’accalappia per i fianchi e l’attrae a sé per un lungo
bacio sulla bocca, con lingua e schiocco finale. Virginia ne esce sconvolta,
imbarazzata. Al suo fianco c’è un signore. «Ion, volevo presentarti mio
marito…» Tiriac capisce di averla fatta grossa, ma resta impassibile. Guarda lei.
Guarda lui. Torna a rivolgersi a Virginia. «Dici che anche lui vuole uno baciuo
dei miei?»
Imbattibile.
Nick Kyrgios, generazione nuovi diavoli

A MELBOURNE c’è un gruppo di giovani supporter che lo sostiene apertamente. I


Fanatics, così si fanno chiamare. Zazzeruti e pittati, cantano le lodi del ragazzo
che più di tutti li rappresenta, inneggiano alla sua strafottenza. Lui è come loro.
Stessi capelli mohicani, di lato scolpiti da una ragnatela di ghirigori che
s’intrecciano, stessa baldanza nell’affrontare la vita, stessa rabbia, che è la molla
che lo sospinge e lo rende al contempo incantevole e cafone.
Nick il Selvaggio, un giovane Taras Bul’ba con la cresta zazzeruta al posto
della pelata di Yul Brinner. Stessa ferocia, quasi stesso volto e stessa foggia di
capelli tagliati fino a lasciarne appena un ciuffo sulla cima, alla maniera del capo
dei cosacchi ma conditi di inguaribile romanticismo. Il Selvaggio s’innamora
delle colleghe allo stesso ritmo con cui twitta spensierato dal suo smartphone,
rivolgendo alle trepidanti zuccherosi cinguettii, mille miglia lontani dalle
assonanze guerresche che evoca sul campo.

Lo ammetto, Nick Kyrgios mi mette a disagio. Perché mi fa sentire un


vecchio trombone, un «ormai anziano» che non sa capire le smanie di un
giovane che fa il mio stesso mestiere cinquant’anni dopo, che ha modi diversi di
misurarsi con il mondo che lo circonda, altri strumenti, altre esagerazioni. Le
due o tre frasi che capita di cucirgli addosso, per quanto possano cadergli a
pennello come il più elegante dei tight, portano con sé il sapore della
circostanza. Come sempre, nell’esecrazione che viene spontanea per ciò che fa e
che dice, per il personaggio che interpreta, c’è il rischio di usare schemi fissi, e
alla fine di partecipare a una pubblica gogna senza riuscire ad aggiungere una
sola nota a margine che abbia il sapore della novità, di un’analisi in dissonanza
con l’abiura di cui Nick è oggetto.
Temo invece che lui sappia assai bene ciò che sta facendo, e si offra alla
comune riprovazione con calcolate ambizioni. «Questo lo faccio per voi»,
sembra dire quando ne combina una delle sue, scagliando sedie in campo o
mostrando le terga nude all’avversario. Indossa i panni dismessi di un monaco
del male, pronto a immolarsi affinché tutti aprano gli occhi e si rendano conto
che ciò che li circonda è fittizio, provvisorio e utile solo a chi non abbia
intenzione alcuna di cambiare le cose, e dal suo punto di vista migliorarle. A
quanti dicono che il soggetto sia da ricovero immediato, da condurre per mano
da un buon analista, mi permetto di far notare che il selvaggio Nick ha già da
tempo ottenuto il primato che andava cercando. Ma quale primato, direte voi,
uno qualsiasi? La risposta è affermativa, sì, uno qualsiasi. Avesse avuto la
certezza di poter giungere al primato del tennis, avremmo avuto un altro
Kyrgios, più in tono con le sue doti da giocatore un po’ giocoliere, ma ha capito
presto che per farcela avrebbe dovuto essere fornito non solo di doti tecniche, ma
anche di altri requisiti – continuità, perseveranza, forza mentale – di cui dispone
in quantità inferiore ad altri, magari meno bravi di lui con la racchetta in mano.
Per non dire dei padroni del vapore, la trimurti Federer-Nadal-Djoković, quella
addirittura irraggiungibile. E lui, furbo (credetemi, lo è), ha declinato
rapidamente l’invito a diventare come gli altri. Sarebbe stato il numero 5, o 6,
magari anche 3 o 4, ma non sarebbe stato il primo e soprattutto, non sarebbe
stato felice.
Meglio altre classifiche, dunque, più propizie e confacenti al suo modo di
essere. Quella dei «più cattivi in circolazione»? Dei «detestabili ovunque e
comunque»? Ben vengano. Ed eccolo lì, infatti, al primo posto.

Mi fido del giudizio che ne dà Federer, così opposto al comune senso del
ripudio che circola intorno a Kyrgios. L’ha voluto con sé infinite volte per
allenarsi, e lo conosce. «È un ragazzo molto intelligente, e molto timido. Troverà
la sua strada, ma non aspettiamoci che sia esattamente la nostra.»
Penso che Nick la strada l’abbia già trovata e la stia percorrendo da un bel
po’. Ha fatto le prime prove tre anni fa, giusto per capire l’andazzo. Vi state
chiedendo se abbia un diavolo dalla sua parte, che lo consigli e lo induca a
qualche scelleratezza ben confezionata? Certo, ce l’ha, e forse più di uno, ma di
sicuro ne ha uno che sa praticare le strade nuove della comunicazione. Un
diavolo social.
La rivelazione del satanasso che lo sospinge e lo incita risale a un match
preciso, quello contro Stan Wawrinka nell’agosto del 2015 in Canada, secondo
turno. «Kokkinakis banged your girlfriend, sorry to tell you that, mate»
(«Kokkinakis è stato con la tua ragazza, scusa se te lo dico, amico»), così, a
bruciapelo. Poche parole mormorate all’orecchio dello svizzero a un cambio di
campo, ma sentite in tutto il mondo attraverso i microfoni. Può esserci frase più
fuori luogo, più cialtrona e stracciona di questa, che tira in ballo fatti personali in
un ambito in cui regna la regola (non scritta, ma assoluta) del reciproco rispetto?
Era una prova, e gli andò bene. Un attacco diretto al sacro fortino del
regolamento che s’impara frequentando lo spogliatoio, e che alla voce «questioni
personali» porge un unico comma: fatevi sempre i cazzi vostri.
Ma la domanda era: se ci provo, loro che mi fanno? Niente, non c’è regola
scritta né multe da pagare. Solo esecrazione. I giornali hanno reagito con
commenti di buon senso: «Caro Nick» – è un classico dare del «caro» a gente di
cui si sta per parlare male – «certe cose non si fanno.» E chissenefrega, avrà
pensato lui nel tirare in ballo una vicenda che risaliva a qualche tempo prima,
quando la signorina Donna Vekić non faceva ancora coppia con Wawrinka e
disponeva del suo tempo libero come meglio riteneva. Stan finse di non avere
sentito, ma si ritirò da quel match. Nick entrò a vele spiegate nella nuova
classifica delle teste matte, ed era quello che voleva.
Altri due tentativi fruttarono qualche settimana di squalifica. Identica
l’accusa: mancanza d’impegno sul campo. Anche questo, uno dei massimi
sistemi del tennis… Si può fare il tennista senza avere voglia di mettere in un
match tutto ciò che si ha a disposizione? Il famoso 101 per cento? Anche in quel
caso, con poche picconate ben assestate Kyrgios stava aprendo brecce evidenti
negli argini che trattengono i tennisti dal fare ciò che passa loro per la testa.
Ma la svolta definitiva è venuta quest’anno, preceduta nel settembre 2018,
agli US Open, dai conciliaboli di metà match fra l’arbitro Mohamed Lahyani,
uno dei più noti nel circuito, e il Selvaggio a margine dell’incontro con il
francese Herbert, per evitare una terza squalifica per mancanza di impegno.
Intervento diretto e ancora fuori dalle regole scritte o meno del tennis, quello
dell’arbitro, mal giudicato da quasi tutti i tennisti e in particolare dal povero
Herbert, che in breve si è vista cancellata una vittoria che stava cominciando a
prendere forma. «Vuoi che faccia il bravo?» sembra che abbia risposto Nick a
Lahyani, «e allora guarda…» Kyrgios aveva perso il primo set ed era in
svantaggio nel secondo, ha recuperato in un battibaleno e ha vinto 6-0 al quarto
set.
Da quest’anno, però, il percorso di Nick ha acquistato nuove energie.
L’attacco a mezzo stampa a Djoković e a Nadal, «due per i quali non pagherei il
prezzo del biglietto, giocano solo in un modo, sempre lo stesso». E al Conte Zio
(Toni Nadal, zio di Rafa), con il quale intrattiene una vecchia querelle: «Dice un
bel po’ di fesserie, ma non importa; ce l’ha con me perché quando gioco con suo
nipote trovo sempre il modo di metterlo in difficoltà, e questo a casa Nadal è
inconcepibile». Poi l’offensiva contro la terra rossa, «una superficie che frena e
non permette di giocare a tennis nel modo migliore, fosse per me la cancellerei
dal calendario, serve solo a Nadal». Infine l’approdo, questo sì terribile, a un
tennis di giochetti abbastanza inutili che incantano solo se fatti una volta, a
ragion veduta e soprattutto se risultano vincenti e aiutano a ribaltare una partita.
Colpi fra le gambe, passanti «no look» (colpire una palla guardando dall’altra
parte, fra le cose più cretine che si siano mai viste), attacchi in controtempo,
avventure a rete. Il tutto condito da esplosioni di rabbia, come a Roma, quando si
è fatto cacciare dopo avere scagliato due sedie in campo.

Sorrido quando leggo certi articoli che ricordano a Kyrgios quanto sia lontana
dalle versioni originali questa sua imitazione di Ilie Năstase, di John McEnroe e
di altri che si sono cinti dell’alloro di «bad boys». Sorrido perché a lui non può
fregare di meno di Ilie e di John. Voleva il primato in quella classifica dei cattivi
ragazzi, e ora ce l’ha. Il primo passo è compiuto. Qualcuno disposto ad andare a
vederlo giocare, magari solo per fischiarlo, ci sarà sempre. E con il tempo,
chissà, diventeranno più numerosi. «Mi odiano? Io odio più di loro», sembra dire
Nick il Selvaggio. Il problema, semmai, è in quale direzione investirà il primato
ottenuto.
Nick viene da una solida e facoltosa famiglia approdata ad Adelaide, padre
greco e mamma malese. È il figlio più giovane ed è circondato da fratelli
avvocati e manager. In sei anni di professionismo ha intascato quasi 8 milioni di
dollari. Finora il tennis gli ha fatto sapere che nel «mucchio selvaggio» c’è posto
anche per lui, ma quali saranno le prossime randellate che porterà alla struttura
del tennis, solo il diavolo lo sa.
Andy Roddick, molte buone battute contro lo «stress da Federer»

«IL coraggio? Chiunque si chiami come me o ce l’ha di suo, o se lo fa venire.»


Lui si chiama Andy Roddick. Rod sta per asta, bastone, e Dick… dai, lo
sapete, è il beneamato… Sì, insomma, quello, in qualsiasi modo lo chiamiate. Il
blackedecker? Il chupa chupa? Magari il Vendicatore Calvo?
«A scuola per il nome mi facevano nero.»
È stata dura?
«A volte. In compenso ho cominciato presto ad amare il rhythm and blues.»
Le battute di Andy… Corrono veloci. Come quelle in campo: 238 chilometri
orari con il pilota automatico, 249 nei momenti di maggiore esaltazione, il
settimo servizio più veloce mai registrato, confezionato nel 2004 in Davis,
l’amatissima Coppa, vinta nel 2007 senza perdere un solo match.
«Per carità… Sono stato solo il più forte tennista scarso di sempre», diceva, e
probabilmente dice ancora di se stesso. Ma numero uno, anche se solo per tredici
settimane, a fine 2003, l’anno della conquista dell’unico Slam, gli US Open del
dopo Sampras, quando il tennis americano si consolò del ritiro di Pistol Pete
attizzando gli spari del nuovo, giovanissimo gunman, Andy il pistolero, da
Omaha, Nebraska, poi diventato da Austin, Texas, e infine da Boca Raton,
Florida, il tutto nel giro di otto anni, trascorsi sulla roulotte dei genitori in cerca
di fortuna e alla corte di due fratelli tennisti di cui si diceva un gran bene.
«Mentre io, per i miei, avrei dovuto fare l’attore.» E ne sono ancora convinti,
pare. Glielo dicono spesso: «Tu sei nato attore, altro che tennista, hai la lingua
lunga».
Omaha è la patria di Marlon Brando e Fred Astaire, Andy sa perfino imitarli,
e ha sposato un’attrice, Brooklyn Decker, che debuttò da bellona tutta palestra e
gambe a perdita d’occhio nel 2011 in Mia moglie per finta, con Adam Sandler e
Jennifer Aniston, e tanto di cameo per Andy nelle scene finali del film.

Poi arrivò Federer…


«Io rispetto lui, lui rispetta me, quando ci incontriamo negli spogliatoi
facciamo sempre quattro risate, poi cerco di spintonarlo, o di fargli lo sgambetto,
nella speranza che si infortuni…»
«L’ho attaccato sul diritto, e mi ha passato. Allora l’ho attaccato sul rovescio,
e mi ha passato di nuovo. Così mi sono detto, resto a fondo campo. E mi ha
passato anche lì…»
«Tattica? Che tattica? Di che state cianciando? Ho provato a batterlo
tirandogli un lavandino e mi è tornata indietro una vasca da bagno. E voi parlate
di tattica!» disse durante una conferenza stampa diventata famosa, quella di
Wimbledon 2004, dopo la finale persa. La domanda, parecchio farfugliata, era di
un giornalista in quarta fila, grassoccio e con un giacchetto giallo difficile da non
notare. Porse la questione, ma Andy non rispose. Formulò da capo la domanda e
finalmente Roddick si scosse: «Oh, scusa amico, non te la prendere, non riuscivo
a vederti perché ti avevo scambiato per una pallina da tennis».
Ma con Roger, alla fine, nacque una bella amicizia.
«Non è giusto, sai? Non è giusto! Uno come te mi piacerebbe odiarlo a morte,
invece scopro che sei pure una brava persona. Dio, come sono sfortunato!»
Proprio così, i due sono diventati amici. Chissà quando è successo… Forse
nel dopo partita dell’ultima finale a Wimbledon che li ha visti l’uno di fronte
all’altro, nel 2009. Roddick ne parlò a lungo in un talk show americano, disse
subito che ne era rimasto colpito, malgrado il momento fosse poco felice per lui,
e assai poco propizio per stringere legami di cordialità e reciproca simpatia. «Me
ne stavo seduto sulla panca dello spogliatoio a ripensare a tutte le occasioni che
avevo gettato al vento, e non mi vergogno a dirlo, mi veniva da piangere.
Federer arrivò parecchio dopo, con una parte del suo team, e tutti facevano festa.
Non si accorse subito che ero ancora lì, buttato in un angolo, ma appena mi vide
chiese agli altri di mettere da parte le feste, di parlare a bassa voce, poi li fece
uscire. Poco dopo rientrò, ma da solo, mi venne vicino e mi batté una mano sulla
spalla. Mi disse: ‘Sono orgoglioso di giocare queste finali con un campione
come te’. Che volete farci, riuscì quasi a rincuorarmi. Lo apprezzai molto per la
delicatezza e la comprensione che mostrò nei miei riguardi.»

Fu così che Andy divenne amico del suo diavolo preferito. Bel coraggio,
però… È come se io avessi trovato simpatico François Jauffret, il francese con le
gambe stortignaccole che si trasformava nella bestia più nera che mi sia mai
trovato fra le scatole, oppure mi fossi scompisciato alle battute spiritose di Ivan
Lendl o deliziato a osservare il palleggio da fondo campo di Corrado Barazzutti.
Roger Federer rappresentava per Andy Roddick tutto questo e anche di più,
perché dell’americano sapeva essere l’esatta copia, ma tirata a lucido, più bella
ed efficiente, e l’esatto contrario, dato che quando si affrontavano sapeva titillare
corde per l’altro inaccessibili. Insomma, fra tutti, Andy si era scelto il diavolo
più grosso, più bello, più incomprensibile, più continuo. In tre parole, il più
bravo.
Bella scelta… Condivisa, però, solo dal lato più masochistico della
personalità dell’americano, una pulsione forte per la sconfitta più che onorevole,
quella che «Ragazzi, ho dato davvero tutto, ma lui è imbattibile», con la quale
Andy amava misurarsi con la stessa forza di volontà con cui si affronta una
malattia, convinto di poterla debellare solo quando i risultati delle loro sfide si
fossero spostati dalla sua parte. Ci andò vicino, ma solo per un attimo, e alla fine
si ritirò al termine dell’edizione 2012 degli US Open, appena superata la soglia
dei trent’anni, portando con sé in pensione il suo status da adepto del barone
Von Masoch e tutti i suoi malesseri di stampo tennistico. Non senza avere
lasciato al nostro sport una delle pagine più belle e imperfette che siano mai state
scritte, grondante di errori da matita rossa e blu che Andy, con la foga del suo
gioco tutto fondato su servizi assassini e pallate di diritto, seppe trasformare in
una missione eroica, da ultimo assalto al potere costituito: la finale di
Wimbledon 2009, cinque set da batticuore, durante i quali l’americano giunse a
un passo dal fare piazza pulita di tutti i suoi malanni, salvo fermarsi sul più bello
e consegnarsi agli artigli del suo diavolo di compagnia, sempre lui, Roger
Federer.
Finale indimenticabile, di quelle da stravacco sul divano di casa con sigaretta
in pendulo equilibrio fra le labbra mentre già te ne accendi un’altra. Architetture
di gioco costruite sugli incantesimi di Roger, ma fatte a pezzi dagli spari di
Andy. Un primo set simile a un cannoneggiamento, con scivolone di Federer sul
5-5, oppresso dalla mancanza d’aria dovuta alla pressione continua di Roddick.
Il secondo in equilibrio instabile, con lo svizzero intenzionato alla fuga ma
incapace di trovare la spinta giusta, in grado di staccarlo dalla morsa
dell’americano. Tie-break con Federer a rischio della personale incolumità già
sul primo punto, servito da Roddick con un siluro a 230 chilometri orari. Si
arriva veloci al set point, ed è a favore dell’americano, il primo di tre
consecutivi. Siamo 6-3, Roger tiene due servizi e si porta a 6-5, la battuta passa a
Roddick, un po’ contratto. Risposta e attacco profondo sul diritto di Federer, che
rincula e tenta un passante, la palla si alza troppo e diventa comoda per Andy,
basta depositarla dall’altra parte. Inconsapevoli, siamo al primo Masoch Moment
del match… Roddick decide di saltare sulla palla e chi lo conosce (nel box c’è
Larry Stefanski, il coach) già si porta la mano davanti agli occhi, colpisce una
volée alta di rovescio, ma più che colpirla tenta di punirla, la vuole vedere
stramazzare per terra. Una sassata pazzesca che gli parte di lato, attraversa il
campo ed esce in direzione Southfields di due metri buoni.
Il pubblico resta in silenzio, attonito, tre secondi di disconnessione, il minimo
sindacale per riaversi. Ma non basta. Sul 6-6 Andy è ancora al servizio, butta di
là la palla e veleggia verso rete. Federer lo coglie a metà campo, Roddick cerca
una demivolée, ma è ormai stralunato e cicca la palla, che rimbalza sotto la sua
racchetta e se ne va gaia verso il fondo.
È il secondo Masoch Moment del match…
6-7 per Federer, alla battuta, servizio e rovescio di Roddick che si alza e se ne
va, senza salutare. Il set del 2-0 per Roddick se lo cucca Federer, e siamo 1-1.
C’è ancora spazio per due momenti da dedicare al padre di tutti i masochisti,
e arrivano nel quinto set. Il primo è sull’8-8, Federer alla battuta. Roddick torna
travolgente e con un rovescio sparato sulla riga trova il 15-40. Due palle break
per andare a servire per il match. Lì Federer resta sul pezzo, mette dentro la
prima e si riporta 40-40; Roddick completa l’opera con un diritto e un attacco
lunghi. Il secondo giunge sul 15-14 per Federer, battuta Roddick. All’americano
non bastano due vantaggi per chiudere il game, e sul solito attacco lungo di dieci
centimetri offre a Roger il primo match point. Basta quello. L’ultima sequenza è
da film «de paura»: servizio a dodicimila orari spiaccicato sulla rete; seconda di
servizio lenta e sulla risposta comoda di Federer, il diritto di Roddick decolla
verso Dublino.
C’è giusto il tempo per un’ultima battuta. La domanda, grondante affetto e
umana comprensione, viene da una giovane giornalista intenerita: «Andy, com’è
andata?» Roddick ha un sussulto, poi guarda di sottecchi la ragazzina e
s’intenerisce a sua volta decidendo di evitare schiamazzi. «Be’, sai, è stato
frustrante… Puoi capirlo, credo, è stato penoso, terribile, non mi sono mai
sentito così di schifo… Ma a parte questo, è andata bene.»
Le battute di Roddick hanno avuto, sul tennis mondiale, un effetto Club
House. Sono diventate note, sono state raccontate, in qualche caso interpretate,
ripetute, mandate a memoria. Come quelle di Goran Ivanišević, come le scenate
di John McEnroe, i silenzi di Björn Borg, la straripante curiosità di Federer.
Hanno permesso al tennis e ai suoi tifosi di convivere in un Circolo comune,
allargato e internazionale finché si vuole, ma frequentato da personaggi a tutti
noti e da tutti condivisi, al punto da sentirseli vicini e anche un po’ amici.
«Esistesse una classifica per le conferenze stampa, non dovrei preoccuparmi,
sarei stato fisso fra i primi cinque», è un’altra battuta di Roddick, assolutamente
condivisibile.

* * *

Con Federer lo scontro fu cruento, malgrado i buoni rapporti fra i due: 21-3 nei
confronti diretti a favore dello svizzero, mai battuto nelle sette finali che li
videro contrapposti. Un tabellino misero per l’americano, cui però Roger ha
sempre concesso l’onore delle armi e le attenzioni dovute agli avversari di più
alto lignaggio. Andy assolse al compito storico di mandare in pensione il tennis
degli anni Novanta, quello di Sampras e Agassi. Lo fece sull’unico palcoscenico
che l’America potesse prendere seriamente in considerazione, quello degli US
Open. Quando vinse, rischiando contro Nalbandian in semifinale e poi
travolgendo Ferrero nel match decisivo, Roddick mise in chiaro che niente
sarebbe rimasto come prima. La sua palla, sul diritto, correva a velocità
innaturale per chi lo aveva preceduto. Anche i più forti. E sul servizio erano
mazzate.
Agli albori dell’era che avrebbe condotto il gioco alle pazzesche velocità
odierne e a campioni tra i più grandi di sempre, il tennis scelse Roddick come
apripista, o forse come tirabusciò di quella magica bottiglia che di lì a poco
avrebbe sprigionato i più sapidi aromi dei due successivi decenni. Di poco sotto
Murray, qualche gradino più in basso di Djoković e ancora uno rispetto a
Federer e Nadal, Roddick fu un campione comprensibile, e rispetto agli altri,
imitabile. E per questo il miglior testimonial della svolta.
Non solo. Roddick frequentò la Top Ten per un decennio e riuscì a battere
tutti e quattro i Fab Four, temutissimo in particolare da Novak Djoković, con il
quale ebbe attriti che giunsero a un niente dallo scadere in rissa. Lo scontro prese
forma sui troppi ritiri dietro i quali Nole sembrò rifugiarsi, nella prima parte
della carriera, quando le cose non andavano per il verso giusto. Andy non mancò
di fargli sapere come la pensava, anche attraverso dei talk show in cui affrontò la
questione parlando di un tennista di cui non voleva dire il nome, ma che faceva
rima «con Schmovak Schmokovic». Lo show down giunse dopo i quarti degli
US Open 2008, un match che Nole vinse dopo un’infinita serie di medical time
out. «Sì, sembrava avesse male alla caviglia», spiegò Andy in conferenza
stampa, «forse a tutt’e due le caviglie… E alla schiena… All’anca… Un
crampo… L’aviaria… Antrace… SARS… Influenza comune… Mah, io dico che
se uno sta male, sta male. Non so dire di lui, o è uno che chiama il medico per
qualsiasi fesseria, o ha davvero tutto quello che dice di avere, e allora è il
tennista più sfortunato del mondo.»
In realtà la questione si complicò negli spogliatoi. I due vennero a contatto.
«L’ho preso per il collo e l’ho spinto contro l’armadietto degli spogliatoi,
davanti agli occhi del suo preparatore atletico. E poi… Sì, insomma, poi… Ho
guardato meglio, e mi sono detto: mamma mia quant’è grosso il preparatore
atletico. E allora ho lasciato perdere.»
Racconti romani. Internazionali alla diavola

AGLI Internazionali sono sempre successe cose strane. Forse accadevano anche
in altri tornei, anzi, sicuramente era così, ma a Roma le cose strane le sapevano
raccontare meglio. E allora diventavano romanzo popolare, fiaba,
intrattenimento, passaparola, a volte persino teatro. Facevano da corredo al
gioco, istruivano i novizi tra il pubblico, aiutavano a scegliere i giocatori
preferiti, mostrando ciò che sapevano fare sul campo e insieme offrendo
all’immaginazione di ogni spettatore le tessere utili a comporre un puzzle di
aneddoti che allargava la visuale. E permettevano di ficcare il naso nella vita dei
tennisti.
Dal 1950, l’anno della ripresa, fino a tutti gli anni Novanta, con il Villaggio
creato da Cino Marchese, gli Internazionali vissero fra pragmatismo e
affabulazione. Risultati e storie, colpi da manuale e favole, quasi sempre godibili
e anche un po’ osé.
Roma aveva i suoi numeri uno e teneva conto solo in parte della classifica.
Tanto più fra le ragazze, che avevano l’impressione – neppure troppo campata
per aria – di giocare di fronte a giurie pronte a esprimere un voto, con tanto di
paletta e conteggio finale dei punti ottenuti. E avevano grandi dubbi sul fatto che
la valutazione si sarebbe espressa sui soli meriti tennistici.
La Numero Uno, quella che spopolava, si chiamava Betty Ann Grubb, cui
aggiunse Stuart dopo il primo matrimonio, poi Hansen, quindi Dent (Phil, il
doppista australiano), e ora che l’ex ragazza ha raggiunto i sessantanove anni,
madre di Taylor Dent (numero 21 nei Novanta e Davisman americano) e nonna,
almeno un altro cognome si è agganciato a questo treno carico di vagoni,
ciascuno a indicare un matrimonio e un amore che la signora non vuole
dimenticare.
Ma in quegli anni, i Settanta, era Betty Ann e basta. «Andiamo a vedere Betty
Ann», dicevano i ragazzi, e il passaparola formava rapidamente un gruppo di
appassionati osservatori. Betty Ann era bella, bionda di quel biondo con le
mèche naturali che trovi solo in California, e spigliata, direi molto spigliata.
Con l’appassionata osservazione degli appassionati osservatori, una come lei
ci giocava. Un po’ l’attizzava, un po’ la prendeva in giro. Fu così che un giorno
prese la situazione in mano, com’era nel suo carattere, e si fece ricamare in
rosso, sulle mutandine di pizzo, un enorme WATCH IT! , a caratteri maiuscoli, che
esplodeva colorato e irridente ogni volta che, sul servizio, il vestitino tendeva a
salire.
Guardalo!
Non era un invito. Era un ordine.

Bertie Bowron fu l’arbitro della mia semifinale contro José Pepe Higueras nel
1978. Un arbitro famoso, perché era un ex militare dell’esercito britannico
considerato tutto d’un pezzo; perché girava per tornei a bordo del suo camper
scassato e zozzo, che parcheggiava davanti all’ingresso dimezzando il valore di
qualsiasi arredo urbano fosse stato allestito; perché Ion Tiriac gli fece fare il tour
completo degli spogliatoi tenendolo per un orecchio, dopo una sua decisione
sbagliata; e perché arbitrò quella benedetta partita con Higueras, durante la quale
il pubblico romano fece tutto ciò che un pubblico non deve fare, fischiando lo
spagnolo se faceva un punto, producendosi in rumori crepitanti quando serviva e
cappottandosi dalle risate quando sbagliava un colpo. Eppure gli schiamazzi non
cominciarono quando mi trovai sotto 6-0 5-1, fin lì ero bastato io ad ammutolire
tutti; fu quando gli sfilai il primo set point del secondo set che parte degli
spettatori si accorse che i miei colpi erano tornati a funzionare, come spesso
accadeva quando venivo messo alle strette. Lì cominciò la cagnara, onestamente
indecorosa… Bowron intimava il silenzio, giungendo persino a urlare in italiano:
«Zitti, cretini», frase che mi fece temere per la sua incolumità.
Alla fine furono sei le palle set annullate allo spagnolo. Lo agganciai e lo
superai, da 1-5 a 7-5. Perso il sesto game di fila e il set, Pepe gettò la racchetta
per terra, si rivolse verso le tribune facendo più volte il gesto dell’ombrello e se
ne andò negli spogliatoi. Bowron lo seguì, deciso a ritirarsi anche lui per
protesta.
Fu una pagina nera per il torneo. E un peccato per tutti. Pepe aveva tutto il
tempo per rimediare e vincere, ma non era mai stato un giocatore coraggioso e
non faceva che lamentarsi di tutto e di tutti. A quel punto del match sapeva che
difficilmente mi avrebbe battuto. Bowron, come sempre, fece il suo mestiere, ma
non trovò le parole giuste per rabbonire il pubblico. Cercò piuttosto di farlo
rigare dritto, e a Roma certe intimazioni funzionano poco.
Il torneo ci rimise il suo, perché in molti lo descrissero come una fossa dei
leoni, e a completare il quadro già fosco si aggiunse l’episodio del lancio delle
monetine, durante la finale contro Borg, quello sì un gesto davvero stupido.
Ricordo che Björn ne raccolse una e andò dal giudice arbitro facendo segno di
avvicinarmi. «Se ne arriva un’altra soltanto me ne vado.» La monetina arrivò che
neanche aveva finito la frase, ma Borg, gran signore, fece finta di non
accorgersene.
Se Bowron fu l’arbitro più noto in quegli anni, anche gli Internazionali furono
costretti ad affrontare una questione arbitrale. Come tutti i tornei, ognuno
secondo le proprie tradizioni. A Wimbledon i giudici di linea erano una casta, si
tramandavano il mestiere di padre in figlio e talvolta da nonno a nipote. Alcuni
erano così vecchi che si addormentavano durante l’incontro, cosa che piaceva
moltissimo a McEnroe, il quale si divertiva ad andare dal giudice di sedia e
suggerirgli con un sussurro: «Shhh, dica piano il punteggio, se no li sveglia». A
Roma, invece, giravano alcuni fra i giudici più strampalati, quelli che non sai
mai che diavolo stanno per combinare.
Un episodio famoso accadde agli Internazionali del 1963, durante un match
fra il neozelandese Ian Crookenden, che aveva studiato negli Stati Uniti ed era
compagno di doppio di Ashe, e l’inglese Tony Pickard, poi diventato allenatore
dei più grandi campioni svedesi. Nel game decisivo dell’incontro, un servizio di
Crookenden troppo lungo non ebbe alcuna chiamata dal giudice di linea.
Indispettito, Pickard richiamò l’attenzione del giudice di sedia e quello, a sua
volta, si rivolse al giudice di linea, il quale però non c’era… Cominciarono a
cercarlo, lo fecero chiamare con l’altoparlante, l’incontro fu sospeso per quindici
minuti buoni. Lo trovarono per caso, in coda alla fila del chioschetto dei gelati.
L’uso dell’altoparlante, nei giorni del torneo, meriterebbe un capitolo a sé. A
me, che ero ancora un bimbo, faceva impazzire quando in campo c’era Beppe
Merlo. Al cambio di campo sorseggiava del tè, e lo voleva sempre ben caldo. Per
due volte a set, minimo, era dunque necessario fare l’ordinazione al bar. E
siccome nessuno aveva intenzione di fare su e giù, la facevano tramite
altoparlante. «Un tè caldo sul Centrale, grazie.» Pausa. «Zucchero a parte,
grazie.» Pausa. «Ah sì, due fettine di limone.» Pausa. «Ben lavato, grazie.»

A Formia, negli anni di papà Belardinelli, il più forte era Mario Caimo.
Genovese, aveva un anno più di me, ed era considerato la grande speranza del
nostro tennis. Era un ragazzo simpatico, vivace, molto invidiato nel nostro
piccolo giro di futuri tennisti, perché era l’unico ad avere un contratto per
l’abbigliamento e uno per le racchette. Eppure non giunse mai a giocare gli
Internazionali, sebbene con quel po’ di attività italiana che svolgeva riuscì a
salire fino al numero 8 della classifica nazionale.
Non aveva gli anticorpi del tennista, Mario, ed era portatore sano di un virus
terribile, quello dell’innamorato pazzo, che comportava l’assoluta propensione a
prendere solenni scuffie in amore, tali da lasciarlo rimbambito per giorni. Resse,
in qualche modo, fino a quando conobbe Maria Grazia Buccella, soubrette,
attrice, finalista a Miss Mondo nel 1959, e ovviamente se ne innamorò.
Follemente. Drammaticamente…
Prese a scappare da Formia per raggiungerla in ogni parte d’Italia, rientrava di
nascosto, a volte in uno stato pietoso. Cominciò a vendersi magliette e racchette,
perché non gli bastavano i soldi per tutti i viaggi che era costretto a fare. Fino
alla svolta finale, quando la Buccella gli chiuse sul naso la porta dell’amore: lo
vedemmo tornare di arancione vestito, il contraccolpo lo aveva trasformato in un
seguace di Krishna.
Immaginatevi Belardinelli, quando lo sentiva canticchiare: «Hare Krishna,
Hare Rama, Krishna Krishna, Hare Hare…»
Caimo divenne dentista, lavorò negli Stati Uniti, tornò a Chiavari. Spero
abbia avuto la vita che voleva. Era il più forte…
Il girone della sfiga
Grande Slam, le due parole da non dire mai!

CI sono parole che è meglio non pronunciare. Non parolacce, solo parole, eppure
capaci di sprigionare effetti non controllabili, quasi facessero parte di una
potente formula magica. Innocue all’apparenza, in grado però di rivelarsi in
forme oscure, rimbalzando insospettabili ma leste come palline da ping pong su
vicende che sembrano governabili e alla fine si rivelano sfuggenti a ogni logica.
Le parole impronunciabili del tennis sono due, e procedono di comune
accordo: Grande Slam.
Ce ne sono altre, almeno una in ogni sport, in grado di evocare analoghe
sventure. Nel calcio, ça va sans dire, è «triplete».
Chi ne abusa, chi le evoca e le sfida annunciando vittorie future e clamorose,
o si ritiene talmente forte da sconfiggere non soltanto gli avversari ma anche i
sulfurei miasmi che proteggono l’impresa rendendola sdrucciolevole e
impalpabile, oppure agisce senza sapere, e allora è già con un piede sprofondato
in una pozza di delusione.

Fino a quando non trova compimento, il Grande Slam è solo un’idea, ma


pericolosa come un cavo ad alta tensione. Ad accarezzarla anche solo per un
attimo, c’è di che restarne fulminati.
Oltre un secolo di tennis ha concesso appena sei conquiste del genere a
cinque vincitori, tutti evidentemente forniti di guanti, nastro e cesoie da
elettricisti: Donald Budge nel 1938 e Rod Laver nel 1962 e 1969 per la parte
maschile, Maureen Connolly nel 1953, Margaret Court nel 1970 e Steffi Graf nel
1988 per quella femminile. Molti di più i tentativi falliti. Il ventiduesimo della
serie porta il nome di Novak Djoković, fermato nell’ultimo Roland Garros a un
passo dal secondo «Non Calendar Grand Slam», vale a dire il Grande Slam
realizzato in due stagioni (che aveva già ottenuto, unico a riuscirvi, nel 2016), e
ai primordi del Grande Slam che sperava maturasse nel corso della stagione. Il
suo errore più grande? Avere rivelato le proprie intenzioni, a Melbourne, lo
scorso gennaio: «Ho vinto Wimbledon, US Open e Australian Open. Voglio il
Roland Garros e poi il Grande Slam a fine anno». Detto, e non fatto.
Quattro invece i tentativi franati a un passo dal traguardo, dopo avere vinto i
primi tre Slam nel corso dello stesso anno solare. Ci sono arrivati due uomini,
Jack Crawford e Lew Hoad, e due donne, Martina Navrátilová e Serena
Williams. La differenza, in questa storia di obiettivi mancati, è che i signori
giunsero a giocarsi la finale, le signore no: Martina si spense contro Helena
Suková nella semifinale del 1984 a Melbourne (erano gli anni in cui lo Slam
«Down Under» finì in coda al calendario), Serena Williams si fece arrostire a
fuoco lento da Roberta Vinci nella semifinale degli US Open 2015.
Chiedersi quanti velenosi filamenti abbiano potuto vantare nei rispettivi DNA
tipi a modo come Fred Perry e Ken Rosewall, l’impacciata Helena Suková o la
stessa Robertina, i quattro che si sono presi la briga di smantellare le speranze
degli Slammers ormai a un passo dalla leggenda, non è la domanda giusta da
porsi. Non trovereste niente, neanche un polimero cocciuto e indisponente, così
mal intenzionato da trasformare i quattro sfidanti nei più risoluti Destroyer del
tennis, i Distruttori degli altrui Grande Slam.
Incendiaria, e per questo decisamente diabolica, si rivelò invece la
congiuntura che quattro tipi così finirono inevitabilmente per attizzare, seppure
calati nella realtà di una sfida che li vedeva semplici comparse. Senza nulla
togliere alle abili prove tennistiche cui i quattro dettero vita, le vittime Crawford
e Hoad, Navrátilová e Williams parteciparono a quelle ultime e decisive prove
nella convinzione di essere troppo più forti e di avere dalla loro la benevolenza
delle divinità che presiedono alle attività tennistiche. Jack Crawford –
Gentleman Jack lo chiamavano – si arrese ai colpi di un giovane Fred Perry e a
un bicchiere di bourbon spacciato per un lenitivo. Lew Hoad si consegnò a un
tennista che considerava un fratello e aveva battuto in due delle tre precedenti
finali, Ken Rosewall. Martina si fece irretire dalla facilità del compito, e cioè
battere chi aveva sempre battuto, Helena Suková. E per Serena fu lo stesso
contro Roberta Vinci, che era la metà di lei.
Quanto fossero nel torto quei quattro grandi fu chiaro quando era troppo tardi
per fare un’inversione a U e tornare sui propri passi. Che non fosse la giornata
giusta venne loro comunicato a piccole dosi, in corso d’opera, con una lenta
somministrazione di dubbi, piccoli segnali di sventura e inaspettati ribaltoni,
mentre la sfiga prendeva possesso poco a poco dei loro match, ma senza darlo a
vedere. Quando i quattro si resero conto che le vittorie date per scontate si erano
fatte problematiche, erano già fuori dai giochi, stavano cadendo nel baratro
senza nemmeno accorgersene.

* * *

Chi conosce lo sport sa bene quanti sforzi, attenzioni e sofferti doni votivi siano
stati lasciati sull’ara dei numi più benefici, con la supplica di fare da argine alla
sfiga più risoluta. Gli esempi riempiono pagine e pagine, e alcuni ebbero in dono
una scenografia a dir poco irriverente.
Molti dei più celebrati campioni hanno finito per trovare posto nell’antologia
della guerra al sortilegio, chi con discrezione e chi invece con effetti talmente
dirompenti da chiedersi se non vi fosse una buona dose di sfortuna anche
nell’appropriarsi di un rito portafortuna. Livingstone Bramble, che fu campione
del mondo dei pesi leggeri, era temutissimo dagli avversari non tanto per i suoi
uppercut, quanto per la presenza al suo angolo del lugubre Dottor Doo, un
signore cupamente vestito di nero che praticava orribili riti magici massacrando
con gli spilloni le bamboline di pezza che raffiguravano gli avversari del suo
pupillo.
Di fronte a certe funeree rappresentazioni non si può che provare tenerezza al
ricordo della tenacia con cui Fausto Coppi cercava di appropriarsi della maglia
numero 36, e fanno sorridere i piccoli amuleti con cui quasi tutti gli atleti amano
condividere le sorti della gara. Felice Gimondi legava uno spago alla caviglia
sinistra, Sara Simeoni indossava calzettoni con il disegno di due grandi ranocchi,
Francesco Moser si affidava a una medaglietta di latta trovata per strada durante
la sua prima vittoria da dilettante. Spesso per sprigionare in forma devastante la
fortuna celata in un amuleto sembra indispensabile che questo sia direttamente a
contatto con le parti basse del corpo umano. Nei pantaloncini degli atleti si può
trovare di tutto, e quelli dei pugili somigliano al ventre di un pescecane. Alla fine
degli incontri salta fuori un intero guardaroba: calzini rossi, maniche di camicia,
ma anche sassolini cuciti nella stoffa (Maurizio Stecca), monete, pezzi di ferro e
di carbone (Charles Nuñez, che sosteneva fossero ricordi di quando faceva il
muratore).
Fra i tennisti, le righe bianche del campo assumono spesso il valore di
autentiche soglie proibite, oltre le quali può nascondersi qualsiasi sfortuna. C’è
chi non le calpesta entrando in campo, e chi le aggira uscendone. Lo statunitense
Art Larsen, numero tre del mondo negli anni Cinquanta, cercava addirittura di
evitarle durante le fasi del gioco, costretto a danzare fra l’una e l’altra come un
ballerino: gli ricordavano le linee dei proiettili traccianti che gli piovevano
addosso quando era in prima linea.
Ivan Lendl, fin quando vinceva, non cambiava mai i polsini tergisudore.
Björn Borg lasciava che la barba crescesse incolta nei tornei del Grande Slam.
Lo svedese Kent Carlsson, ritiratosi a ventidue anni, eseguiva velocissimo
piccoli riti propiziatori prima di ogni servizio, ed essendo affranto anche da
numerosi tic nervosi c’erano momenti in cui sembrava tormentato da scariche
elettriche, tanto era il daffare cui si sottoponeva. Percorso similare sembra
intenzionato ad affrontare Rafa Nadal, alle prese con un pericoloso aumento di
gesti utili a dare tregua alla sua superstizione. Le bottiglie disposte in diagonale,
a un centimetro l’una dall’altra, i pizzicotti sul volto e sui lobi delle orecchie al
momento di servire, l’estrazione della mutanda dai portentosi glutei in avvio di
ogni game.
Gentleman Jack, il Grande Slam in fondo al bicchiere

GENTILE in un mondo di gentili. Credetemi, allora era ancora possibile. Però


australiano, cosa che comportava essere amabile e garbato anche down under,
«laggiù in fondo», dove i modi inglesi erano giunti per vie militari, sfrondati
degli ornamenti dei salotti londinesi e inaspriti dalle stesse condizioni dettate
dallo sbarco dei conquistatori – James Cook fu il primo, nel 1786 – che fecero
dell’Australia una colonia penale.
Ma lui era Gentleman, così lo chiamavano. Gentile a prescindere, con la sua
bella faccia contadina da ventenne aduso a mostrarne venti di più, le orecchie
talmente all’infuori che si potevano stringere come il manubrio di una motoretta,
e due spalle a spiovere lungo i fianchi.
John Herbert Crawford, detto Jack, da Urangeline, New South Wales, fra
Urangeline East e Bidgeemia a nordovest, dove ancora oggi non si possono
ricevere lettere perché lì un ufficio postale fu aperto nel 1882 e chiuso nel 1934.
Nato negli anni in cui il tennis australiano propriamente detto non esisteva – lo
chiamavano «australasiatico», infatti –, vinceva in Davis con Norman Brooke e
Anthony Wilding, il mago e lo sciccoso.
Era il 1908. Strana storia, la sua. Figlio del tennis di un Paese inesistente,
l’Australasia appunto, giunse a un soffio dal vincere il più grande titolo del suo
sport senza nemmeno sapere che cosa fosse: il Grande Slam, che infatti nessuno
aveva ancora chiamato così.

La dotazione da gentiluomo lo seguiva sul campo. Jack portava camicie di


flanella ben chiuse ai polsi, ma se il match gli piaceva e l’avversario gli dava filo
da torcere, il segnale del suo gradimento si poteva misurare su una scala che
andava dalla semplice sbottonatura al numero dei «giri» che ripiegavano le
maniche. Due, tre… Gli avversari ci stavano attenti, ne parlavano: «Non gli ho
vinto un set, ma l’ho obbligato a sbottonarsi!»
Il tocco di maggior classe, però, consisteva nella teiera che ai cambi di campo
lo attendeva sul tavolino di fianco alla sedia, presto trasformatasi in poltrona.
Sedeva accavallando le gambe, con la sua tazza della buona sorte fra le mani, la
zuccheriera poco discosta, gli occhi e i pensieri persi fra il pubblico. Ai
raccattapalle, quando c’erano, chiedeva un goccio d’acqua calda per allungare il
tè, e un velo di latte quando si sentiva in vena di stravizi. Furono quelle abitudini
che lo spinsero a fondo, ma per scoprirlo Gentleman Jack dovette arrampicarsi
lungo il più impervio fra i sentieri del successo, quello che porta alla conquista
di tre altissime cime – Australian Championships, Roland Garros e Wimbledon
–, prima di essere ammesso al cospetto dell’ultima, la più terribile: i Nationals
statunitensi, là nella terra che dei troppo gentili tende a farsene un baffo.
Era il 1933 e Jack era già conosciuto, ammirato, temuto. Aveva vinto lo
«Slam» di casa nel 1931 e nel 1932, sempre su Harry Hopman, non ancora
diventato il Mastro Geppetto del tennis. Due finali dissimili, la prima giocata
troppo male da Hopman per non immaginare che la seconda e consecutiva
avrebbe grondato propositi di vendetta. Ma Jack era un passo avanti nel gioco,
più moderno ed essenziale, per quanto lo consentisse lo stile di quei tempi.
Aveva una racchetta di foggia antica, più simile a quelle d’inizio secolo, in realtà
avveniristica nella concezione: la prima in laminato, composta da più legni
diversi, inizialmente provenienti in via esclusiva dalla Tasmania, poi sostituiti da
frassini inglesi. Era stata brevettata da Alfred Alexander a Launceston nel 1926,
più leggera delle altre e anche più letale nella potenza che dava ai colpi. Alto
sopra la media (1,80) e tutt’altro che leggero (intorno agli 85 chili), Crawford
giocava di forza solo alcuni colpi del suo repertorio. Il diritto più degli altri, che
utilizzava per tenere in ostaggio gli avversari.
«Non aveva un gran servizio», lo descrisse Frank Sedgman, che lo sconfisse
in primo turno agli Australian Championships del 1948, quando Jack ormai
quarantenne non aveva del tutto rinunciato all’agonismo – «Sto diventando
vecchio, voi ragazzini cominciate a battermi troppo spesso», disse congedandosi
con una stretta di mano dopo quel match –, «ma piazzava la palla lunga ed era
difficile attaccarlo. Aveva un gran diritto, e con quello controllava gli scambi,
mentre il rovescio lo usava solo slice, e da quella parte era più facile pressarlo e
aggirarlo.» Quasi lo stesso giudizio che ne dette Norman Brooke quando gli
chiesero di comporre un’ideale Top Ten della prima metà del secolo. Il vecchio
«mago» lo classificò al decimo posto, dietro Tilden e i due Doherty, Laurie e
Reggie in quest’ordine, e Wilding, Johnston, Perry, Lacoste, Budge e Kramer:
«Aveva una seconda palla di servizio davvero modesta, e commetteva doppi falli
in quantità, anche nei momenti più delicati del match. Ma proprio quel difetto ti
faceva intuire che razza di campione fosse, capace di vincere a lungo e contro
tanti altri campioni sebbene non utilizzasse tutti i colpi al meglio. Non solo: i
modi aristocratici, la calma, la gentilezza che esprimeva anche sul campo
facevano sì che il pubblico fosse sempre dalla sua». Accadde anche a
Wimbledon, dopo la finale del 1934 persa contro Perry, nella quale Jack dette
gran battaglia. Al termine, il Committee del Club gli donò una bottiglia di
champagne con una dedica che Perry, subito informato, si legò al dito come un
affronto. Diceva: «Oggi non ha vinto il migliore».
Fu un anno da sedici vittorie, quel 1933, e rimase zoppo dell’impresa più
grande. Jack vinse gli Australian Championships per il terzo anno consecutivo (e
tornò a vincerli nel 1935, ultima di dieci finali di seguito nei Major). L’atto
finale, con l’americano Keith Gledhill, fu di tutto riposo rispetto alla battaglia
con Hopman l’anno prima: un set per prendere le misure all’avversario e 2-6 7-5
6-3 6-2 conclusivo.
Più difficile il Roland Garros, e non poteva essere altrimenti. Jack partì in
nave con largo anticipo, voleva avere il tempo di allenarsi sulla terra di mattone
e acclimatarsi, perché in passato l’allergia gli aveva giocato brutti scherzi: in una
semifinale a Wimbledon di tre anni prima contro Vines, si era ritrovato a non
riuscire a respirare e ne era sortito con una disfatta epocale, un solo game in tre
set. Di buono c’era che il suo tennis, misurato e fluente, si adattava al rosso più
di quanto non riuscisse ad altri connazionali.
Si presentò in buone condizioni all’appuntamento. Il polacco Tioczynski, il
giapponese Miki e il cecoslovacco Von Rohrer introdussero da bravi sparring
una seconda settimana sulla carta più impegnativa, che Crawford, testa di serie
numero due, rese indolore anestetizzando, senza perdere un set, tre dei migliori
specialisti del tennis su terra: Christian Boussus (francese), Jiro Sato
(giapponese) e il numero uno del torneo, Henry Cochet (francese anche lui). Su
quest’ultimo, una delle vittime preferite del gentile Jack, il quale ben si trovava
sui suoi tocchi e le sue finte, vinse prendendo possesso del gioco con il peso del
suo diritto e tenendo l’avversario lontano dalla rete. Finì 8-6 6-1 6-3, prima
vittoria australiana al Roland Garros e prima sconfitta di Cochet nel suo torneo
dal 1928. A lungo il match figurò fra i dieci più belli mai giocati. Oggi, chissà.
Altro Major, altro numero uno. Battuto il mago del rosso, Jack era atteso a
Wimbledon da una delle sue nemesi, Henry Ellsworth Vines jr, californiano di
Los Angeles, uno dei battitori più terrificanti che si siano mai visti all’opera nel
tennis, fra i pochi del passato a essere accostato ai più feroci cannonball del
circuito odierno; giovanissimo e già famoso a vent’anni, numero uno nel 1932
con una vittoria a Wimbledon e la seconda agli US Nationals, un tipo frenetico,
spesso insoddisfatto, sempre a caccia di polemiche e di nuove avventure. Quello
stesso ragazzino che a diciannove anni, nel 1930, aveva lasciato un game a
Crawford sull’erba inglese ed era tornato a batterlo in Davis nel 1932.
L’appuntamento era in finale, Vines e Crawford vi giunsero percorrendo
sentieri opposti e dissimili: l’americano quasi senza incontrare nessuno, tranne
Cochet in semifinale, liquidato in quattro set; Gentleman, invece, sfacchinò
cinque set con lo spagnolo Maier, ne concesse uno anche a Martin-Legeay,
quindi entrò nel torneo sbaragliando con facilità Gentien, Stedman e Pat Hughes.
In semifinale, Jiro Sato, quattro set. Nessuno di loro, però, colpiva il servizio con
la veemenza di Vines.
L’ostacolo era alto, il compito tattico era trovare un modo per disinnescarlo.
L’americano prese il sopravvento, segnando botti sibilanti da 210 chilometri
orari con una racchetta di legno pesante come una vanga. Il primo set se ne andò
6-4 e il trattamento ricevuto fece ritenere a Crawford che fosse già arrivato il
momento di tentare il tutto per tutto. Accettò di sfidare Vines a tu per tu, e
avanzò di un metro buono il raggio d’azione. Mise i piedi in campo convinto di
poter rispondere a quei lampi solo con l’anticipo, e ci riuscì. Pareggiò il conto
dei set (11-9), e raggiunse di nuovo Vines al quarto. Chiuse in crescendo. Sul 5-
4 nel quinto set, anticipò il servizio di Vines poi lo confuse con un pallonetto,
guadagnò lo 0-30 su una volée dell’americano spiaccicata in rete, con il passante
di rovescio si portò a 0-40. Concluse vittorioso sulla seconda volée fallita da
Vines.
Gli australiani non vincevano Wimbledon da undici anni (Patterson, nel
1922). Wallis Myers, sul Daily Telegraph, scrisse di non avere mai assistito a
una finale così ben confezionata, per tattica e colpi coraggiosi. «La più bella in
assoluto», e lui di finali a Wimbledon ne aveva già viste trentaquattro.
Giunse la trasferta americana, e Crawford si caricò di presagi sventurati fin
dal viaggio sul piroscafo che da Southampton lo condusse a uno dei pier
internazionali di New York. L’aria fresca dell’oceano e il vento in faccia
risvegliarono l’allergia di Gentleman, costretto a fare i conti con i medicinali e
con le ore di sonno perse rigirandosi nel letto. Malgrado il naso arrossato e gli
occhi fuori dalle orbite per la difficoltà di respirare, Crawford trascorse in
relativa tranquillità i giorni precedenti alla finale: tre set a Seligson, quattro a
Tidball e Wood, di nuovo tre a Clifford Sutter nei quarti e a Frank Shields in
semifinale. Incontri semplici, quasi allenamenti. Vines era scivolato negli ottavi
contro Bitsy Grant. In finale era andato Fred Perry, a giudizio di Crawford
l’inglese più arrogante e antipatico che avesse mai conosciuto. Giudizio poco
tenero da parte di un uomo eternamente gentile, ma si vede che quando ci vuole,
neanche i santi si tirano indietro.
Fu alla vigilia della finale che l’evento di una possibile vittoria nei quattro
Major conobbe il nome con cui lo avrebbero santificato negli anni a venire. Sul
New York Times la presentazione della finale venne affidata a Jon Kieran,
giornalista esperto di bridge. «Se oggi Crawford vincerà», scrisse di getto, «avrà
realizzato su un campo da tennis l’equivalente di un Grande Slam, in zona e
contrato», ovvero il massimo punteggio possibile nel bridge. Non è dato sapere
se Gentleman Jack lesse l’articolo. Aveva altri problemi da risolvere, e un
pessimo consigliere per amico, Vinnie Richards, oro olimpico in singolo e
doppio nel 1924 e cinque volte vincitore in doppio del torneo americano. Fu lui a
raccomandargli un po’ di bourbon come vasodilatatore: «Un toccasana per
l’allergia», gli disse. Gentleman lo stette a sentire, mischiò il bourbon al tè e
scese in campo convinto di avere fatto tutto il possibile, senza troppo riflettere
che lui, con i liquori, non andava d’accordo.
Giocò bene i primi tre set, vinse il secondo e il terzo, si ritrovò davvero a un
passo dall’impresa, ma all’inizio del quarto qualcosa cominciò ad andare storto.
Si sentiva intorpidito, come rallentato. Il bourbon, seppure allungato con il tè,
era ormai entrato in circolo. Gentleman pensò che fosse un nuovo attacco di
allergia. All’inizio del quarto set ricorse ai medicinali, li mandò giù con altro tè e
altro bourbon. La miscela si rivelò letale: negli ultimi due set Crawford vagò per
il campo, spesso in senso opposto alla traiettoria dei colpi di Perry. Si arrese 6-0
6-1 negli ultimi due set.
Durante la premiazione sembrava un fantasma: lo spinsero sul palco e
inciampò dieci volte prima di riuscire a salirvi. Il giorno dopo, ancora sul New
York Times, Allison Danzig scrisse: «Il sogno di Crawford di realizzare il
Grande Slam è svanito». Era nata una definizione poi diventata famosa, ma era
morto un sogno. E Crawford, steso sul letto dell’albergo, stava peggio di tutti.
Del Potro, quando la sfiga è esagerata

«SONO qui, sono vivo.»


La sintesi è un dono che si riceve per vie naturali, e a Delpo è stato sufficiente
dare corda alla sua indole pelandrona da bravo manzo di razza Angus, che gli fa
da habitat fuori dal campo da tennis, tenendolo al riparo da qualsiasi inutile
stress, compresi quelli da discorsi troppo lunghi.
Eppure sarebbe stato difficile fare di meglio con quattro parole appena,
riempirle di tutto lo sgomento provato per l’ennesimo infortunio, della
sofferenza di dover ricominciare da capo, dell’ansia di sortirne ancora una volta
fuori, del sentimento di liberazione nel ritrovarsi di nuovo competitivo.
Juan Martín del Potro le pronunciò a Parigi, nel 2018, dopo l’approdo alla
semifinale di un torneo che è all’opposto del suo tennis fondato sulle forzature
più estreme. Una semifinale ritrovata nove stagioni dopo quella del 2009, il suo
anno migliore, l’anno della vittoria agli US Open, tra i pochi dell’ultimo
decennio che lo abbiano visto in campo da cima a fondo, settimana dopo
settimana, come capita a tutti gli altri tennisti. Un anno speciale, il 2018: la
vittoria nel primo Masters 1000 in carriera a Indian Wells, il best ranking al
numero tre ai primi di agosto, la seconda finale Slam ancora una volta agli US
Open, persa contro Djoković.
Ma è durato poco, anche questa volta.
Un nuovo infortunio e addio ritrovata serenità. Ancora un intervento
chirurgico, l’ennesimo. I primi tornei del 2019 visti in tivù, poi la ripresa, tre o
quattro tornei per cercare di ritrovarsi, e da capo un nuovo cedimento del suo
fisico grande e delicato, una nuova operazione, e via così, nell’attesa che Delpo
possa tornare a recitare quella frase che ora vorremmo tutti risentire: «Sono qui,
sono vivo».

Juan Martín è il simbolo della sfiga del nuovo millennio, la malasorte di tipo
A, quella più rognosa, che si accanisce, che ti afferra come una iena e non ti
lascia nemmeno se la colpisci dritto negli occhi, in testa, manco se le dai fuoco.
Chissà se anche questo è un portato dei tempi moderni e alquanto stralunati che
ci tocca vivere. Una volta la sfiga era passeggera, quasi più aggraziata, coglieva
di fiore in fiore, preparava trabocchetti, partecipava senza voglie di
protagonismo all’indaffarato vivere quotidiano; era oggetto di racconti, si
rivelava in mille forme provocando una fioritura di aneddoti, diciamolo, persino
divertenti. Oggi è diventata spietata e senza misura, anche lei. Come una hater…
Ciò che è toccato a Delpo è un’esagerazione bella e buona, al punto da far
apparire altrettanto esasperato anche il suo sentimento di riscossa, il non volerci
stare, la voglia inesausta di ricominciare sempre da capo. È quasi una lotta
privata, un fatto personale, una sfida a chi ce l’ha più lungo.
Ma è anche un robusto segnale d’allarme sui guasti che questo tennis colpito
a tutto braccio, di puro sforzo muscolare, senza la protezione di una tecnica più
morbida e raffinata, che guidi i gesti verso movimenti più congrui, possa
combinare sul fisico dei giocatori, anche quelli più atletici e preparati. Si assiste
a cedimenti improvvisi di perfette macchine da guerra, a implosioni
imprevedibili che mettono a rischio non soltanto il presente ma anche il futuro
dell’atleta. Ciò che è accaduto a Del Potro accade oggi a Andy Murray, lui sì un
Fab Four, costretto a una seria operazione all’anca e ora in attesa di sapere se
potrà, un giorno, tornare a essere un giocatore di alto livello.
A partire dal 2010 la storia di Juan Martín del Potro da Tandil, Argentina,
convive con il dolore. Quando le pratiche per l’accettazione di Delpo nel Club
dei Più Forti sembravano ormai completate (e sarebbe stato lui il quarto dei Fab
Four), la catena di infortuni si è rivelata ininterrotta e implacabile.

Il dolore al polso destro si fa sentire agli Australian Open di quell’anno,


durante gli ottavi persi al quinto set contro Čilić. Sembra niente, le prime cure si
propongono di evitare interventi chirurgici, e invece lo stop si prolunga di mese
in mese fino a maggio, quando Delpo accetta di farsi operare. Rientra a fine
settembre, ma non è lui. Gioca due tornei, perde sempre al primo turno. Si ferma
di nuovo a ottobre, sembra la decisione migliore. La classifica, intanto, dalla
decima posizione lo trascina in caduta libera fino al numero 258.
Il 2011 lo ritrova carico fin dai primi tornei, ma il rodaggio è lungo. In
Australia perde al secondo turno e scende nel ranking fino al numero 485. Non è
ancora il punto più basso. Ma intanto dà l’impressione di avere recuperato.
Vince a Delray Beach, piccolo torneo ma segnale importante. A parte sei
settimane di stop a fine 2011, la stagione lo rilancia e lo ripropone al numero 11,
premiato per il balzo di 474 posizioni in classifica. Il 2012 sembra anche
migliore, con tanto di medaglia di bronzo olimpica (vinta nella finale per il terzo
posto contro Djoković) e rientro fra i primi dieci del ranking, ma è anche la
stagione che lo mette di nuovo a confronto con la sua paura più grande, quella di
un nuovo infortunio al polso. I dolori ricominciano ad agosto, durante il torneo
di Cincinnati, ma il problema è al polso sinistro, non più al destro. Del Potro si
ferma un mese, ma prova a continuare. Il braccio sinistro è quello che serve alla
corretta esecuzione del rovescio bimane, importante, essenziale, ma non come il
destro. Delpo tira avanti, talvolta stringendo i denti, e chiude l’anno in settima
posizione. In queste condizioni affronta anche il 2013, e per quanto il dolore sia
forte, l’anno scorre via senza ulteriori ritiri. È una stagione da cinquantuno
vittorie e sedici sconfitte, ma nel confronto con i più forti Delpo sembra avere
perso la spavalderia di una volta. Il suo tennis è a rischio infortuni e non può
volare troppo in alto. Lui si adegua, ma ne soffre.
Il problema torna a esplodere nel corso del 2014. A Dubai, nel mese di
febbraio, Delpo è costretto ad alzare bandiera bianca. Il polso sinistro gli procura
ormai dolori lancinanti. Si opera a marzo, stagione finita. Rientra nel 2015 a
Sydney, ma si ferma di nuovo. Deve operarsi per la seconda volta. Torna in
campo a marzo, e a giugno è di nuovo sotto i ferri per la terza volta al polso
sinistro, la quarta da quando è cominciata questa guerra alla sfortuna.
Lo stop è lungo, Delpo ci riprova a febbraio 2016, in classifica è precipitato al
numero 1.045, la stessa di quando era un ragazzino alle prime armi. Ma è l’anno
del rilancio, che prende forma dal torneo olimpico di Rio de Janeiro, dove batte
al primo turno Djoković e in semifinale Nadal. Agli US Open è nei quarti, non
succedeva da tre anni. E a fine anno festeggia la conquista della Coppa Davis a
Zagabria, la prima per l’Argentina, che liquida la Croazia con due successi di
Del Potro su Karlović (in quattro set) e Čilić (in cinque).
Il peggio sembra passato, la sfiga è un ricordo. Il 2017 e il 2018 sono ottime
stagioni. Gli anticorpi lo proteggono, però solo fino al Masters di Shanghai. In
un match senza grande significato contro Basilashvili, a Delpo cede il ginocchio.
Rottura della rotula. È il quinto intervento chirurgico.
Torna in campo a febbraio 2019, ma i dolori al ginocchio sono ancora forti.
Nuovo stop e nuovo rientro a maggio. Il tempo di giocare Roma e il Roland
Garros, poi è punto e a capo. Nuova frattura alla rotula già operata e nuovo
intervento chirurgico, il sesto…
In Argentina lo chiamano anche Palito, perché è lungo lungo (1,98) e ha l’aria
di stare per caso ovunque si trovi. Un palo, appunto. Oppure Enano, il nano, ed è
ovviamente un nickname spiritoso. Tandil, dov’è nato, è la città dello sport, la
culla dei campioni. Martín ha praticato il calcio, poi ha scelto il tennis. Non oso
immaginare che razza d’infortuni si sarebbe tirato addosso se avesse praticato
uno sport di contrasti come il pallone. Nel tennis, invece, ha imposto un modo di
giocare che si è fatto largo fra i ragazzi dell’ultima generazione. Il suo uno-due,
servizio e diritto, è differente da qualsiasi altro, tanto è veloce e pesante la palla
che tira. Lo imitano in tanti, anche perché in tanti – fra le ultime leve – hanno la
sua stessa taglia: due metri (poco più, poco meno) e una novantina di chili da
caricare sui colpi. È un fatto curioso, questo, a suo modo. Dopo vent’anni
segnati da Federer e Nadal, e un po’ anche da Djoković, i ragazzi del futuro
scelgono il tennis alla Del Potro, il campione più sfortunato, e anche quello che
si è potuto ammirare di meno.
Resta una domanda alla quale non avremo mai una risposta certificata: se la
carriera di Delpo fosse stata sgombra da infortuni, ma sempre efficiente e
costante dal punto di vista fisico, quali vertici avrebbe toccato? Sarebbe stato il
numero uno, uno dei Fab Four, uno da dieci Slam nella bacheca dei trofei
conquistati? Federer pensa di sì, l’ha detto di recente. E io la penso come Roger.
Serena Williams, la sfiga è made in Italy

GLI occhioni timidi e un po’ inquieti, la piccola Olympia se ne sta avvinghiata


alle braccia di una baby sitter che più bianca e bionda non si può. Anche la
bimba partecipa alla conferenza stampa, quasi a rammentare a chiunque sia di
breve memoria che tutto ciò che Serena sta facendo è per lei, per darle un ricordo
in più, quello della mamma che alza la coppa di uno dei grandi tornei, uno Slam.
Ne ha vinti ventitré finora, ma Olympia non c’era, sebbene a uno abbia
partecipato, sul campo, per vie indirette: l’ultimo, quello del gennaio 2017 a
Melbourne, quando Serena Williams scoprì di essere incinta. Ma forse non
conta…
Lei, Olympia, è nata a settembre, in una notte buia e tempestosa che Serena
ama raccontare e riempire di particolari. Le lunghe ore del parto, il rischio di una
trombosi, i medici impegnati a far nascere la bimba e a salvarle la vita, poi il
vagito lontano della piccola, quasi un richiamo a indicare la strada verso un
approdo positivo anche per lei, per le sue condizioni fisiche. Ha rischiato
davvero Serena, ma lì per lì nessuno è stato in grado di immaginarlo.
Sono passati due anni. Finalmente guarita, finalmente mamma, e di nuovo
pronta alla lotta – per sé, per la figlia e per «tutte le donne del mondo» di cui
sarà sempre paladina –, ora Serena ha un problema che non avrebbe mai
immaginato di dover affrontare: non vince più, manco a briscola nel torneo
condominiale.
Non ha vinto nemmeno la finale degli US Open 2019, la quarta da quando è
mamma. Ha consegnato il primo set a suon di doppi falli, è stata a un passo dal
subire uno dei punteggi più umilianti, poi ha ripreso in mano il match e l’ha
condotto alla parità. Sul più bello l’ha regalato… Insomma, ha fatto un gran
casino, di quelli che solo lei sa combinare. Con una differenza: Bianca
Andreescu, la millennial che l’ha battuta, canadese diciannovenne per metà
rumena, è una ragazzina che piace alla Williams, e che potrebbe essere la sua
figlia tennista. Prima finale, prima vittoria: le ragazze nate per dominare fanno
così, come ha fatto Serena vent’anni fa, nel 1999, quando Bianca non era ancora
nata. Hanno fretta, sono voraci, non guardano in faccia nessuno, entrano in scena
dall’ingresso principale, sbattendo la porta come fosse quella di un saloon.
Bianca lancia sguardi da bad girl sotto la tesa ampia del cappellino
sponsorizzato, ha gesti sicuri, modi tranchant, e la serenità di chi è nata per stare
lassù. Serena non lo dice, ma lo pensa: ci sono gocce del DNA Williams in una
ragazzina così. Forse l’erede è arrivata davvero.

Il bello della Sister minore è che crede davvero al suo ruolo di protettrice di
ogni donna offesa e vilipesa, e dunque massimo rispetto. È una gran donna,
Serena, e non parlo solo di muscoli e di centimetri. Una guerriera, fin dai tempi
del Ghetto di Compton. Ma dopo essere diventata mamma, il tennis «machista e
sessista» l’ha obbligata a pedalare nel gruppo, neanche fosse una delle tante.
Ottavi a Parigi nel 2018, lo Slam del suo ritorno, dieci mesi dopo il parto (troppo
presto, forse), poi la finale a Wimbledon, senza colpo ferire, quasi un atto di
sottomissione alla Kerber, e quella degli US Open, tritata da Naomi Osaka ma a
sua volta pronta a sottoporre a identico trattamento l’arbitro Carlos Ramos, che
le aveva tolto un punto per coaching e che ora Serena – è passato un altro anno –
fa finta di non conoscere: «Ramos? Scusate, non so di chi stiate parlando». Lei
sbagliò tutto in quella disputa, ed ebbe modi che sarebbero sembrati censurabili
anche al mercato del pesce. Ma lui, seguendo alla lettera il regolamento, la fece
passare per una che giocava con il trucco, telecomandata a distanza dal suo
coach, Mouratoglou. Proprio lei, figurarsi… Una che sarebbe capace di dire a
chi le sta intorno quando deve o non deve andare a fare la pipì. Ha chiesto scusa
all’avversaria e al pubblico, Serena, ma a Ramos non gliel’ha mai perdonata.
Nel 2019 le cose non sono migliorate sul fronte delle vittorie. Anzi, tutto
sembra andare a rotoli. Un quarto agli Open d’Australia e un terzo turno a Parigi.
Poi Wimbledon, che è il suo torneo e l’ha portata alla terza finale «post partum»,
spingendola a crederci di nuovo. Allora ci siamo? No, non ci siamo affatto.
Tramortita da Simona Halep, una che solo due o tre anni fa Serena prendeva a
racchettate sulla capa. Poi è arrivata Bianca Andreescu e la quarta finale
dispersa.
Eppure non rinuncerà, non ne è capace. Vuole il ventiquattresimo Slam, che
vale il record delle vittorie nei Major, sia pure alla pari con Margaret Court, la
tennista oltranzista, impegnata per la famiglia «purché tradizionale», contro le
donne con troppi grilli per le mèche e – obviously – contro i gay «vil razza
dannata». L’esatto opposto di Serena. Forse anche per questo la Sister vuole
agguantarla e magari superarla: non ama che lassù, solitaria, vi sia una che
rappresenta tutto ciò che di politico lei odia di più.

* * *

Serena aggredisce la vita. Lo fa per difendersi, da sempre. Vivere, essere donna,


mamma, tennista, aiutare le altre, far sentire la sua voce per i diritti della sua
America di origini africane, si traduce sempre in un confronto personale, un
corpo a corpo. Una partita di tennis che prosegue ormai da oltre vent’anni. Una
come lei non può accettare di non essere all’altezza.
Quanto sia diversa, oggi, dalla ragazzina che correndo per il campo perdeva
le perline bianche dell’acconciatura afro e s’incazzava con l’arbitro che la
implorava di raccoglierle, è come chiedere a noi stessi se arrivati ai quaranta ci
siamo sentiti identici a quando ne avevamo sedici. Voglio dire, certo che è
cambiata, come avrebbe potuto non esserlo? Ma Serena è speciale, e alla fine
non s’è fatta mancare nulla nonostante l’aggrovigliarsi vorticoso della vita.
Vorace di qualsiasi emozione ed esperienza, come mai mi è capitato di scorgere
in altre tenniste. O meglio, in altre campionesse, che sono tutte un po’ speciali.
Esperienze felici e terribili. Non c’è stato anno della carriera di Serena che
non sia stato segnato da eventi «fuori campo» in grado di imprimere una svolta
alla sua vita. Ma lei ha tenuto la barra a dritta, nonostante tutto…
Gli inizi a Compton, con le bande della zona a fare da baby sitter alle due
sorelle che si allenavano sul rettangolo di piastrelle che faceva anche da pista di
pattinaggio e da campetto per il basket, eletto zona franca in un quartiere in cui
bisognava difendersi da tutto, pallottole vaganti comprese.
La morte della sorellastra Yetunde Price, proprio lì, tra quelle case ai bordi di
Los Angeles, nel settembre del 2003, uccisa a trentun anni da un colpo di AK-47
alla nuca destinato al fidanzato della donna, figlia del primo matrimonio di
mamma Oracene e assistente personale delle due sorelle tenniste. La loro
confidente…
La ferita al piede procurata da un vetro (una bottiglia di champagne, si disse,
e certo non sarebbe potuto essere di una gazzosa: i miti ci tengono a certi
particolari) dopo una cena in un ristorante a Monaco, nel 2010, che le costò un
intervento chirurgico per ricucire il tendine «ed evitare che il mio ditone
penzolasse senza vita», e la sopraggiunta embolia polmonare, nel 2011, durante
il viaggio che la portava da Los Angeles a New York per farsi operare.
Le molteplici imprese cui nel frattempo Serena ha dato vita, la più importante
nel campo della moda prêt-à-porter, con il marchio Aneres (il suo nome a
rovescio), altre nella produzione cinematografica e televisiva, fino
all’investimento sulle quote dei Miami Dolphins di cui oggi, insieme con la
sorella e Jennifer Lopez, è una delle proprietarie «a responsabilità limitata».
Il divorzio fra papà Richard e mamma Oracene, nel 2014, già «coppia libera»
diciotto mesi dopo il matrimonio celebrato nel 1980, ma rimasti al fianco per
gestire la crescita tennistica delle figlie, Richard nel ruolo di coach, Oracene
come indispensabile consigliera. Vicenda mal vissuta da entrambe le sorelle,
anche per l’apparizione al fianco del padre di una ragazza di un solo anno più
vecchia di loro, Lakeisha, poi sposata dal genitore e subito abbandonata tra
sanguinose accuse reciproche.
I mille amori di Serena, fino a quello impossibile per il coach Patrick
Mouratoglou, e a quello invece possibilissimo per l’imprenditore del web Alexis
Ohanian jr, una storia nata in un ristorantino di Roma nel 2015, trasformatosi in
una promessa di matrimonio sempre nello stesso ristorante nel 2016, poi in un sì
a New Orleans davanti a duecentocinquanta invitati e foto cedute in esclusiva ad
Anna Wintour, per Vogue.
Infine, la nascita a settembre 2017 della piccola (e bellissima, davvero)
Olympia Ohanian. Un parto avvenuto in circostanze drammatiche, che Serena ha
reso note solo qualche tempo dopo, in un’intervista alla CNN. «Ho rischiato la
vita, e ancora oggi vivo nella paura. Ho subito un cesareo a causa del crollo della
mia frequenza cardiaca. L’intervento è andato bene, ma quello che è successo
dopo è stato terribile. Dopo il cesareo, il taglio si è aperto per via della tosse
insistente provocata da un embolo. Sono tornata sotto i ferri e i medici hanno
trovato un grande ematoma, un blocco di sangue coagulato nel mio addome.
Poche ore dopo ho subito un terzo intervento, una procedura che avrebbe
impedito ai trombi di andare ai polmoni. Quando finalmente sono tornata a casa,
dalla mia famiglia, ho dovuto trascorrere le prime sei settimane di maternità a
letto. Adesso, nonostante le ansie, riconosco di essere stata molto fortunata.»
La sfiga? Mah, fate voi… Certo, derubricare a semplice sfortuna tutto ciò che
le è successo in questi vent’anni di tennis – la sua prima vittoria nel Grande
Slam, agli US Open, giunse nel 1999 – suonerebbe come l’inverosimile
sottovalutazione di una vita in cui il dolore si è morbosamente avvinghiato alle
vittorie, tanto da chiederci come abbia potuto reggere, sia sul piano tecnico sia
su quello umano, in certi momenti della sua carriera.
Povera Serena… Immaginate che cosa sarebbe successo se la vita l’avesse
lasciata in pace, permettendole di essere sempre (o quasi) al meglio della forma,
sospinta dai pensieri più lieti e positivi. Quanti sarebbero stati, oggi, gli Slam
vinti? E soprattutto: che fine avrebbero fatto le avversarie e il tennis femminile?
Eppure, un momento c’è stato. E Serena se lo sentiva già da settimane, quasi
fosse stata avvertita delle terribili conseguenze anche solo di pronunciare quelle
due magiche parole, Grande Slam. Era ormai a un passo, aveva vinto gli Open
d’Australia sulla sua vittima preferita, Maria Sharapova (6-3 7-6), poi un Roland
Garros privo di avversarie impossibili (in finale, Lucie Safarova, 6-3 6-7 6-2), e
sull’erba aveva infilzato di seguito la sorella Venus, Azarenka, ancora Sharapova
e Muguruza nell’ultimo atto, 6-4 6-4.
Dopo Wimbledon, l’avviso per i naviganti era stato perentorio: «Nessuno mi
chieda più del Grande Slam. Da qui agli US Open c’è l’embargo, non vi
risponderò».
Nemmeno Serena, però, poteva immaginare che il diavolo avrebbe preso le
forme di una piccola italiana così diversa da lei, una tennista di un altro tennis,
praticato negli anni in cui Serena non era ancora scesa in campo. Colpi lindi e
cervello fino, Roberta Vinci, la piccola distruttrice del Grande Slam altrui, al
centro di una giornata che nessuno nel tennis potrà mai dimenticare. Quella in
cui due ragazze italiane, partite insieme dalla Puglia per andare alla conquista del
tennis, hanno avuto la forza, allo scadere della loro infinita avventura sportiva, di
dare vita a un nuovo Rinascimento tennistico, ritrovandosi da amiche nella finale
dello Slam più lontano da noi, in una città da sempre attraversata da uno spirito
di frenetica follia. Una Flavia Pennetta, l’altra Roberta Vinci. Cuore, anima e
colpi come pennellate d’autore.
Robertina reagì alla partenza violenta della Williams, agli strattoni che la
regina impresse al corso del primo set. E prese il sopravvento quando l’altra
pensava di avere sistemato la pratica. Fu all’inizio della seconda frazione che la
piccola italiana raccolse le forze e trovò angoli da splendida architetta del
campo. Mise il naso a rete. Si staccò sul 4-2, senza farsi prendere dalla fretta, e
tenne duro conquistando il set della parità e strappando a Serena molte delle
convinzioni che l’avevano sorretta.
Ha fatto lo stesso nel terzo set, Roberta, recuperando da 0-2, e quando ha
chiuso la volée che l’ha avviata verso la vittoria, con il break del 4-3, al termine
di uno scambio incantevole, tutto operato sulle direttrici in lungo linea e chiuso
da una sontuosa volée, si è rivolta al pubblico sbracciando e chiedendo
l’applauso. «Lo merito anch’io!» ha urlato.
La conosco da vent’anni Roberta, forse di più. E non l’avevo mai vista così.
Racconti romani. James Blake, l’esorcista della sfiga

HO conosciuto James Blake quando era «er mejo fico der bigonzo», espressione
romana che nasce dalla consuetudine dei coltivatori di fichi di portare i loro
prodotti nei mercati cittadini all’interno di bigonce che venivano poi utilizzate
anche per l’esposizione della frutta, non prima di avere messo i fichi migliori in
bella vista. L’ho rivisto l’anno dopo e sembrava suo nonno.
La sfiga, dicono a Roma, arriva in carrozza e se ne va in ciabatte. Ti seduce
con prospettive allettanti, si diverte a farti precipitare il mondo addosso, poi si
accomoda e diventa parte di te, coinquilina sciatta e irriverente che non è facile
convincere a cambiare aria. Ma James ce l’ha fatta. Non so come, ma c’è
riuscito. E ha tutta la mia considerazione, nonché un ruolo da protagonista in
questo breve capitolo che tratta di sfiga alla romana, dalle origini ai giorni nostri,
secondo l’assunto che se qualcosa può andare storto, lo farà (legge di Murphy).
E se permettete, qui mi fermo un attimo, giusto il tempo di salmodiare un
«occhio, contr’occhio, schiatta malocchio», che ci sta sempre bene.
James aveva un volto d’attore e boccoli irresistibili, quasi rasta, ma di nascita
non di coiffeur. Era l’incrocio perfetto fra i muscoli potenti di un padre nero e gli
occhi verdi di una mamma bianca. Alto, atletico, spigliato. Tennista e laureato ad
Harvard. Modello conteso dai maggiori stilisti e difensore di tutte le minoranze
oppresse e maltrattate.
Nei primi Duemila fu il tennista americano più in vista tra le nuove leve, e
soltanto a lui il pubblico concedeva di non ricambiare, a suon di risultati,
l’interesse di cui era circondato. Gli avevano riservato un ruolo solo
all’apparenza secondario nel circo dei campioni girovaghi. James interpretava il
bello, nel senso lato della parola. Bello nel volto, come sostenevano le ragazze
che mostravano d’intendersene, e bello nelle forme, quelle di un nero a metà,
agile e veloce di gambe. Lo avevano trasformato nel tennista più modaiolo, e
James non si risparmiava, fra copertine di Vogue e sfilate in passerella. Basti
ricordare che la canotta su cui Nadal ha costruito la sua griffe era nata per Blake:
fu il primo a portarla, a scandalizzare, e a ricevere le ovazioni del pubblico
femminile. Lo chiamavano, semplicemente, GQ Blake.
Poi tutto cambiò. E come sempre in questi casi, fu un attimo. Accadde agli
Internazionali di Roma, era il 2004. In allenamento sui campi del Circolo Parioli,
Blake inciampò nel rincorrere una palla e centrò in pieno un palo della rete. Era
di quelli old style, in ghisa. Fu come un tuffo dal trampolino da tre metri in una
vasca senz’acqua, di testa, a volo d’angelo e senza paraurti. Lo schianto lo
sentirono fino alla piscina, duecento metri più in là. I soci accorsero in costume
da bagno per vedere quali fossero, quella volta, le auto coinvolte nell’incidente.
Trovarono invece il palo ammaccato, e sotto, quel che restava di James. Rottura
dell’osso del collo e serio rischio di paralisi.
Visse per un anno dentro un’armatura di gesso, e quando finalmente imboccò
la strada del recupero, la morte improvvisa del padre gli dette il colpo di grazia,
gettandolo in uno stato di prostrazione talmente profonda e addolorata da
causargli un violentissimo herpes zoster che in quindici giorni lo trasformò in
un’altra persona. Aveva i riccioli, divenne completamente calvo. Era famoso per
l’aria «guapa» che incantava il pubblico femminile, si fece smunto e grigio. Era
diventato il fratello brutto di James Blake. Moda e passerelle gli dettero
immediatamente il ben servito.
Cominciò da quel momento una battaglia coraggiosa, dai toni epici, contro la
sfiga in tutte le sue forme. Fu un corpo a corpo durato anni, impegnativo,
condotto sempre sul chi vive e con spirito da missionario. Ritrovare se stesso, la
forma fisica, il suo tennis, la sua classifica.
Ci riuscì, alla fine. Chiuse con 10 vittorie e 14 finali, due quarti agli US Open
e uno in Australia, numero 4 della classifica nel novembre 2006.
Ora è il direttore del torneo di Miami e la battaglia con Murphy e le sue leggi
è finita. Ma di sgambetti James ne ha subiti un’infinità, e gli ultimi due assalti
del fattore S, nella loro drammaticità, si sono sviluppati sul filo conduttore di
una vera dark comedy.
Del primo, avvenuto a New York nel settembre 2015, esiste un documento
filmato che lascia a dir poco disorientati. James è davanti al Grand Hyatt Hotel,
all’angolo tra la Quarantaduesima e Lexington Avenue, quando all’improvviso
un poliziotto con un fisico 195x100 da defensive lineman si lancia su di lui e con
un mortifero crackback bloch lo spiaccica a terra. Gli salta sopra, gli mette le
manette e lo trascina via. Non più di otto secondi di immagini, ma terribili. Il
poliziotto, John Frascatore, noto per essere una testa calda, aveva avuto un
abbaglio, scambiando James per uno della banda che nella zona clonava carte di
credito. Seguirono le scuse, ma dopo quasi quattro ore di fermo.
L’ultimo, recente, è ancora più cruento. Blake mette in affitto la sua villa da
seimila metri quadrati a Tampa, in Florida, nella gated community di Avila, un
quartiere privato frequentato da manager e numerose stelle dello sport. A
scegliere Darrin Campbell e famiglia, moglie e due figli, i nuovi affittuari, fu
l’agenzia. Campbell rientrava fra le persone stimabili di Tampa, aveva lavorato a
lungo come dirigente di varie società della zona, ma da qualche tempo lo
vedevano spesso acquistare benzina e liquidi infiammabili e una serie infinita di
fuochi artificiali. Fu lui a dare fuoco alla villa, nei giorni successivi al Natale del
2017. Sterminò a colpi di pistola la famiglia, dette fuoco alla casa e infine si
sparò alla tempia. Una tragedia. Della villa di Blake non rimase nulla, ma il
commiato del folle Darrin ancora lo ricordano a Tampa, perché quando le
fiamme raggiunsero i fuochi artificiali, prese vita uno dei più straordinari
spettacoli pirotecnici che si siano mai visti. L’ultima immagine pubblicata dai
giornali mostra un Blake sconsolato che rovista fra i legni ancora fumanti della
villa da un milione di dollari.
Il girone dei malati di mental tennis
Se non sono pazzi non li vogliamo

ALLENARE la propria mente. Mi piace…


Dice, che fai, ti riposi? No, sto cronometrando i giri di campo che fanno i
miei pensieri…
Caruccia, ma stupidina. Lo ammetto.
Però il «Codice Djoković» contro la iattura del tifo a favore dei suoi avversari
è un’idea davvero grande. L’ha spiegato bene dopo la finale vinta con Federer ai
Championships 2019. «Il pubblico grida il nome di Roger? Io lo ascolto, ma
trasformo quelle voci, le modifico, e mi convinco che stiano urlando il mio
nome. Nole, Nole, Nole…»
Geniale!
Roger, Roger, Roler, Roler, Rolex (breve inserimento pubblicitario), Nolex,
Nole, Nole…
Più difficile con nomi come Ezechiele, Evaristo, Epaminonda o Alcibiade,
che per fortuna non rientrano nella Top 100 del tennis maschile. Ma anche con
Sascha, Dominic, o con lo stesso Rafa non è uno scherzo. Però con Roger
funziona, è dimostrato.
Al punto che Federer, furbo, ha tentato di ribaltare a suo favore la tecnica
mentale di Djoković: Ecco che tutti urlano il mio nome, ha pensato, tanto già so
come finisce. Io gioco, costruisco il match, faccio i punti miei e anche i suoi, e
alla fine vince lui. E allora sapete la novità? Quando urlano il mio nome, anch’io
mi trasformo e faccio finta di essere lui. Magari stavolta vinco.
Due geni. E poi dicono che per stare lassù, sulla vetta del tennis, non occorra
un’intelligenza sofisticata. Storie. L’unico trascurabile effetto di un così evoluto
training mentale si è avuto al termine della finale, quando Djoković ha
ringraziato Federer. «Grande partita, Roger, peccato…» E l’altro: «Peccato che?
Io sono Djoković».

Il tennis? Quello sport in cui due matti giocano e un diavolo fa da arbitro.


Resta, sul tavolo, la domanda principale. In un tennis a così alto contenuto
mentale, nel quale si sostiene – nemmeno a torto, badate – che la mente sia
l’arma principale per opporsi agli avversari, anzi, che sia diventata talmente
centrale da mettere in secondo piano la stessa tecnica di gioco, può un emerito
imbecille porsi alla guida del nostro sport, essere il numero uno, esserlo senza se
e senza ma, e costituire di fatto una presenza totalizzante, frustrante per qualsiasi
rivale si azzardi a farlo volare giù dal trono?
Temo di sì.
E credo di averne conosciuti almeno un paio in passato. Fortissimi. Eppure, se
non proprio due imbecilli totali, di certo due capaci di incantare per la
ristrettezza delle proprie vedute, rispetto alla magnificenza del gioco che
sapevano produrre. I nomi? Neanche sotto tortura, anche perché non è questo il
punto, quanto il tipo di supporto mentale che si è chiamati a sviluppare e poi ad
allenare per giocare un tennis di vertice in questo terzo millennio. Il punto, se
provate a girarci intorno, vi condurrà invece a questa straordinaria scoperta
scientifica: un cervello nel quale due stenti neuroni si rincorrono senza mai
trovarsi e generare, cozzando, qualche scintilla di lucidità, può ospitare una
perfetta mente tennistica, esattamente come il cervello più vibrante di energia
cinetica, capace, al contrario dell’altro, di generare scintillanti fuochi artificiali di
idee e di lungimiranza.

Come si vede, alla base del tennis c’è una rappresentazione di grande
democrazia, insospettabile in uno sport nel quale il fine ultimo è quello, assai
meno democratico, di ridurre a una braciola il proprio avversario. Autentici
cretini e conclamati intelligentoni possono dare forma, entrambi, a un’eccelsa
mente tennistica.
Il problema si traduce in alcune domande cui non è facile dare risposte
certificate.
Si può allenare la mente privandola della linfa che giorno per giorno
dovrebbe costituire la sua dieta ideale? Cioè la conoscenza, la lettura, la cultura,
il sapere, l’istruzione, la preparazione personale?
In breve: si può allenare una mente solo per ciò che serve agli aspetti
tennistici?
E viceversa, un cervello affollato di sapienza e di erudizione, oliato
quotidianamente da nuove letture, nuovo sapere, di scienza e coscienza
rinnovate, non finirà per restringere la propria area tennistica e renderla in tal
modo meno efficiente quando è chiamata a prendere il sopravvento e occuparsi
strettamente di ciò che accade sul rettangolo di gioco?
Infine, non è possibile una mediazione, una parziale compenetrazione fra le
due aree?
Non è argomento che venga affrontato per vie dirette, nel rapporto fra l’atleta
e la sua guida: non troverete in tutto il Tour un solo coach che all’interno del
proprio staff abbia inserito un precettore cui affidare la crescita culturale del
tennista; ma nemmeno un coach trinariciuto al punto da sostenere che la crescita
mentale esuli da qualsiasi forma di apprendimento culturale.
Meglio lasciare che il tennista disponga da solo di certi aspetti della sua vita,
questa è la conclusione cui giungono tutti i coach. Tanto più che il tennista –
cosa che non va mai dimenticata – non è soltanto il fine ultimo del lavoro di ogni
coach, ma è anche il suo datore di lavoro. Il ragazzo vuole crescere
culturalmente? Perdinci, e che problema c’è? Si trovi un buon libro, legga, anche
giornali e periodici, basta andare in edicola, e disponga del proprio tempo libero
come meglio crede: visitare un museo, una mostra, seguire un dibattito
sull’argomento che più gli interessa. È una sua libera scelta, che certo non può
essere addossata a uno staff composto da gente di campo, che ha per contratto
l’obbligo di occuparsi in via esclusiva della sua crescita tennistica.
Discorso che ha senso, non dico di no. Nessun genitore affiderebbe il proprio
figlio a un coach convinto che questi lo porterà in pochi anni al numero uno
della classifica mondiale e alla laurea in ingegneria aeronautica e spaziale.
Tuttavia c’è un vuoto da colmare nella filiera della crescita tennistica, che
obbliga ogni giorno a spendere la parte principale di se stessi nella forma fisica,
nell’impostazione dei colpi e delle partite, e nella cura del proprio stato mentale,
inteso come sacrificio, capacità di resistere, motivazioni, spirito di
sopravvivenza. Quel vuoto comincia a far risuonare gli allarmi quando il giovane
«che un giorno sarà il campione» si trova a fronteggiare gli eventi della vita,
quelli che ti saltano addosso nelle forme più disparate, con il loro portato di
angosce esistenziali. O quando giunge a un punto morto della propria crescita,
anche tennistica. È lì che una lettura in più può risultare indispensabile, se non
altro come semplice confronto con chi questi temi li ha esplorati e descritti. Del
resto, a che altro dovrebbe servire quel po’ di cultura in più, se non a tenere
sveglia la propria mente, ad allargare la propria visuale sul mondo circostante?
Allora è questa la domanda che rivolgo ai coach, pur comprendendo bene la
loro posizione: un campione agile di testa, in grado di cogliere meglio ciò che gli
si para davanti o che gli gira intorno, con un grado maggiore di sensibilità
nell’individuare il carattere degli avversari che va a incontrare, non saprebbe
coadiuvare meglio gli sforzi di apprendimento tennistico che il coach è costretto
a imporgli? Non faciliterebbe la vita agli stessi psicologi dello sport che hanno
riempito il circuito?
Lo so, non si può avere tutto. E nemmeno, credo, essere dalla parte di Andy
Roddick, quando rispolvera una delle sue battute più velenose: «Continuate gli
studi ragazzi, o potreste finire per diventare un giudice di sedia».
La verità è che in questi anni ho conosciuto un solo coach che si sia sentito
responsabile anche della crescita culturale dei propri atleti, o quanto meno si sia
spinto, con l’esempio, fino a evidenziare come la cultura personale non possa
restare troppo distaccata dal resto delle cose utili a svolgere la propria carriera.
Si chiama Alberto Castellani, è perugino, e oggi un po’ anche messicano,
docente all’Università di Perugia del corso di Teoria, tecnica e didattica degli
sport individuali. Ha avuto moltissimi allievi, anche di ottimo livello, come
Rosset e Tipsarević, «nonno» Karlović e Arazi, gente da Top Ten insomma.
Certe mattine, a sorpresa, riuniva i suoi allievi e li portava in un museo invece
che sul campo, e sapeva parlare di tutti i quadri o gli oggetti o le sculture che i
ragazzi vedevano. Alcuni li ha conquistati, e forse oggi, chissà, sono uomini
migliori.

* * *

A un giocatore degli anni Settanta, quale io sono stato, può creare stupore, oggi,
l’estrema varietà di studi emersa per dare supporto psicologico alla mente
tennistica, e come si sia ampliata la tipologia di approccio alle diverse
problematiche. È una scienza in divenire, e la rispetto, anche se tento di
suggerire, come ho fatto fin qui, che ci sono ancora alcune lacune per darne una
definizione finale. So bene ciò che passa per la testa di un tennista durante un
match, le sensazioni improvvise di scoramento, l’incapacità di fare pace con se
stessi per un colpo sbagliato, l’importanza della tenuta mentale nei momenti più
palpitanti di un incontro, e come basti un attimo per ribaltare un’attenta e
meticolosa costruzione agonistica. So anche, tornando al gran daffare che si dà il
nostro amico belzebù, come la mente offra la via più semplice – un’autostrada,
certe volte – per mettere a soqquadro il match più importante nella carriera di un
tennista. Del resto, in campo il giocatore è solo, e questo accadeva ai miei tempi
e continua ad accadere oggi, nonostante l’affollamento di figure professionali nei
box dei campioni più rinomati. Ed è solo malgrado sia chiamato a prendere
decisioni in un tempo infinitesimale, tanto è diventato veloce il gioco.
Anche negli anni Settanta si studiava il problema mentale, l’attitudine e i
rimedi. Molto moderno, allora, si riteneva l’apporto di alcuni aspetti
dell’autoipnosi, pochi gesti che inducevano al relax, a una maggiore tranquillità,
addirittura al sonno. Non so se ci ho mai creduto veramente, abbastanza
scanzonato com’ero e come sono, ma ora che sono passati cinquant’anni, se
tocco la mano sinistra come mi hanno insegnato, mi addormento ancora come un
bimbo.
La Davis Matta di Paolo Canè

LA Davis era il luogo deputato alla follia. Forse non lo sarà più, e il tennis
ancora non ha colto quanto grave potrebbe rivelarsi la perdita.
Nella Coppa Matta i due poli si attraevano, disperatamente, l’uno bisognoso
dell’altro, capaci insieme di combinarsi nella più esplosiva delle polveri piriche.
La Coppa faceva da miccia, da innesco, da detonatore, e l’altra, la follia del
tennis, stanca di starsene sotto pelle, non vedeva l’ora di uscire allo scoperto,
ribollente di tutte le sue mattane.
Nessuno poteva immaginare quando la scintilla sarebbe scoccata, l’unica
certezza è che sarebbe successo. Allora i fuochi d’artificio salivano alti, tra mille
effetti speciali, stelle e serpentelli, bombe a botte e a scoppietti, lance e meteore.
Si dice che per dare il meglio le squadre abbiano bisogno di equilibrio, ma
raramente sento argomentare se di punti in cui il bilanciamento appare perfetto
ne esista uno soltanto o più di uno, come credo. Ho visto squadre trovare un
equilibrio nella follia, e le ho viste salvarsi facendosi trasportare dalla follia del
momento. Forse una regola non c’è, salvo quella di tenersi pronti. Estote parati!
Semper! Tanto più che la follia, di solito, è molto più interessante dell’equilibrio.
Paolo Canè ha continuato per anni a farmi il cappuccino. Mi chiamava tutte le
mattine alle otto precise da Bergamo, dove aveva messo su un bar, a fine
carriera. «Kapiteino, lo vuoi un cappuccio?» Io rispondevo da Roma, da
Pietrasanta, o chissà da dove. «Certo che sì. Fammelo buono, come lo sai fare
tu.» E lui partiva in quarta, lo sentivo dal ronzio della macchina che riduceva i
chicchi in polvere, dallo sbatacchiare del manicotto con il filtro per liberarlo dal
caffè precedente, dal soffio violento del vapore acqueo che veniva liberato.
«Eccolo qui, ben caldo. Un po’ di cacao?» «Ma sì, dai, fammelo completo.»
Allora alzava la voce: «Cacao per il dottor Panatta!» Silenzio. «Buono eh?»
«Buonissimo, Paolino. Il migliore, come sempre.»
Paolo aveva colpi e cuore, e un rovescio da studiare fotogramma per
fotogramma. Il «turborovescio», lo chiamava Giampiero Galeazzi. Fisico e
gambe erano nella normalità, mentre la testa, che in molti criticavano per le
eccentricità che spargeva con assoluta naturalezza nell’arco dei suoi match, era
quella che gli permetteva di volare alto, fino a lambire il tennis dei più forti.
Fu l’ultimo dei tennisti cresciuti a Formia, Paolo, l’ultimo prodotto di papà
Belardinelli. Lo vidi tenere in ostaggio Ivan Lendl a Wimbledon nel 1987, fino
al quinto set, ed era lui che avrebbe meritato di vincere quell’incontro, dopo
averlo condotto per due set a uno e avere avuto in mano il quarto fino al 5-5. Ma
non l’ho mai visto giocare bene come in Davis, una competizione che lo
accendeva e giorno dopo giorno lo trasformava, rendendolo capace di qualsiasi
impresa, senza però venir meno alle sue doti, quelle di una testa calda con
venature di genuina follia e di un coraggio che andava oltre ogni limite. In Davis
Paolo trattava da pari i numeri uno. Portò al quinto Thomas Muster, superò due
volte su tre Mats Wilander, e la seconda delle due, a Cagliari, ci guidò alla
vittoria più bella di quegli anni. Irrompeva nel palleggio dello svedese e gli
sconquassava gli schemi, poi lo fissava e ripeteva il gesto con cui Mats
sottolineava i punti migliori, il famoso Vicht (lo facevano i vichinghi in segno di
vittoria) con la mano a becco d’anatra rivolta verso i propri occhi.
A Paolo devo, più di altre, la vittoria che evitò la retrocessione nel 1987, a
Seul, in Corea. Sarebbe stata, dopo il calcio, la seconda «Corea» dello sport
italiano, e sinceramente non volevo che la squadra finisse nel tritatutto della
stampa, accostata ai ricordi del gol del dentista Pak Doo-Ik, che ci mise fuori dal
Mondiale del 1966. Giocammo male, colpa nostra, ma ogni tanto succede. Fu la
relativa facilità del match a creare le condizioni del grande inganno. La testa,
ogni volta che ci avvicinavamo alla vittoria, si spegneva ed eravamo costretti a
ricominciare da capo. Canè, alla fine, ci tolse dall’imbarazzo, ma furono i tre
giorni più folli mai vissuti in Coppa.
Alla fine, mi ci ero persino abituato. Ero convinto, ormai, che da qualsiasi
parte fossi andato, fra campo principale, spogliatoi, campo d’allenamento e sale
riservate ai giocatori, ne avrei viste sempre di peggio, senza soluzione di
continuità.
La prima giornata si era conclusa sull’1-1, Canè si era fatto battere da tale
Dong-Woo Song, che sarà stato, che so, il numero 2.120.000 della classifica
mondiale. Poi mio fratello Claudio aveva portato il punto della parità contro Jin-
Sun Yoo, lui il numero 6.000.000, ma solo al quinto set, finito 12-10. Alla sera
radunai i ragazzi. «Che volemo fa’?» Cercai di caricarli, ma avevano gli occhi
spenti. Andai a letto convinto che il peggio dovesse ancora venire.
Il sabato del doppio, invece, lo superammo facilmente. Tornammo in testa e
vidi che tutti si rilassavano. Forse troppo, pensai. La domenica, infatti, ci
ritrovammo a camminare sulle braci ardenti. Claudio perse da un Dong-Wook in
formato Becker+Agassi. 2-2. Quinto incontro decisivo, Canè opposto a Bong-
Soo Kim, la riserva.
Scendo negli spogliatoi per chiamare Paolo. Trovo mio fratello, seduto, che
guarda nel vuoto, con un paio di forbici in mano. «Dai, tranquillo, ora
rimediamo», gli dico. Lui gira appena la testa. Mi guarda. Lo guardo. Silenzio.
Claudio prende la maglietta e comincia a tagliarla. La fa a striscioline fini fini,
ma non è contento, allora la taglia in dadolini, tipo quelli da brodo. Finisce la
maglietta e passa ai pantaloncini, questi li fa un po’ più grossi, tipo maccheroni.
Lo lascio fare, non riesco a dirgli niente. Lui continua… Le stringhe, in tre parti
e zac, taglio netto. Poi le scarpe, operazione difficile, ma ci riesce e fa a pezzi
anche quelle. Lo saluto: «Ciao Clà, lasciati qualcosa per non tornare in albergo
nudo». Battuta cretina, ma nel contesto poteva pure sembrare normale.
In campo Canè ha vita facile contro la riserva Kim. Sembra una buona
notizia, ma è meglio diffidare. Però va avanti due set e 4-1 nel terzo. Dietro, la
squadra comincia a discutere di anticipare il ritorno, magari muovendosi
direttamente dallo stadio all’aeroporto. Mi volto verso Canè e vedo che ha
cambiato espressione. Si gira, agitato. «Ah, io sto qui che soffro e voi lì a
pensare di svignarvela. E allora, sapete che c’è di nuovo? Io questo incontro lo
perdo, così restiamo tutti a Seul finché in Italia si saranno dimenticati che
esistiamo.» Mi guarda con un’espressione spiritata. Lo guardo e gli do corda…
«Li hai impauriti, eh?» Niente, manco mi risponde. Torna in campo che sembra
Caronte pronto ad autotraghettarsi nell’Ade. Il 4-1 diventa 4-2, poi 4-3, quindi 4-
4. Perdeva davvero, ma non lo faceva apposta, figurarsi… Lui era giocatore da
battaglia, uno che per la Davis ha sempre dato tutto. Solo che quello stupido
scazzo da ragazzini gli aveva messo di traverso il tennis. E i nervi, i famosi nervi
che mai hanno rinunciato a farsi vivi nei suoi match, stavano prendendo il
sopravvento.
Va bene, mi dico. Ora tocca fare qualcosa. Paolo però si tira su, 5-4, poi 6-5 e
6-6. Rivedo nei suoi occhi quella luce sinistra, che conoscevo bene. Lo aspetto
sulla panca, gli metto la mano sulla spalla, guardo lontano invitandolo a fare
altrettanto. Il cielo, i rumori della città, il caldo.
«Ti hanno detto Paolino che cosa ho pensato?»
«No», mi risponde, «che cosa? Ci sono novità?»
Lo guardo. Mantengo l’espressione serafica.
«C’è che se perdi questo set, io ti meno.»
Mi guarda. Poi torna con gli occhi a puntare lontano. Si volta di scatto, come
colto da un’illuminazione.
«Kapiteino, aiutami a capire meglio. Se perdo, mi meni, ma se non perdo, non
mi meni. Esatto?»
«Proprio così.»
«E allora io vinco, Kapiteino. Così tu non mi meni.»
Tornò in campo e in due minuti chiuse il game, il set, l’incontro.
Proprio così, in Coppa Davis ho visto cose che voi umani…
Ho visto il gimme five più ignorante del mondo, fra Omar Camporese e
Diego Nargiso, a Bari, fine match fra Italia e Danimarca (e se non fosse stato
fine match, giuro che li avrei uccisi con le mie mani). «Grande Omar, dammi il
cinque», e partì uno schiocco uguale a quello di una finestra che sbatte. Omar
finì ricoverato in ospedale con un dito rotto.
Ho visto Bertolucci colto da priapismo a Varsavia (voglio dire, ci sarà pure
qualche città più divertente per farsi cogliere da priapismo, no?), quando un
devastante mal di schiena lo mise fuori dal doppio. Per tentare di recuperarlo gli
dettero una tale dose di medicinali che gli abbassò del tutto il dolore ma gli
sollevò sin troppo il morale in altre zone, tant’è che giocai (e vinsi) al fianco di
Corrado Barazzutti, la prima e unica volta.
Ho visto papà Belardinelli che mi voleva menare, quando alla vigilia della
finale di Davis in Cile gli dissi che non mi sentivo granché e avrei preferito non
scendere in campo (stessa scena fra me e Canè a Seul, ma con Belardinelli nella
parte di Panatta e io in quella di Paolino).
Ho visto Camporese ingessato per metà per farmi uno scherzo prima di Italia-
Brasile a Modena, complice Candela, il medico della Coppa. «Adrià, sono
scivolato nella doccia, guarda come sto messo», e me lo trovo davanti con una
corazza di gesso che gli andava dalle spalle fino alle ginocchia. E io stupido che
ho pure abboccato e quasi mi sono messo a piangere…
La Davis è finita un anno fa. Da quest’anno ce n’è un’altra, si chiama allo
stesso modo, ma è un’altra. Sede unica, diciotto squadre, incontri più brevi. Non
so, magari funzionerà, ma qualche dubbio mi resta. È una Coppa sottratta alle
nazioni e consegnata alle tivvù, privata del pubblico di parte, del tifo casinaro,
delle esagerazioni e ridotta a showbiz. Temo finirà per perdere la magia,
l’allegria e molta della sua follia.
Tappy Larsen, «a me m’ha rovinato la guerra»

TO tap, «toccare», e Tappy toccava, eccome se toccava! Chiunque e qualsiasi


cosa. Forse per scaramanzia, chissà. Ma era metodico. Il lunedì una volta, il
martedì due e così via, fino alla domenica, sette volte. Chi giungeva in finale con
lui, senza conoscerlo a fondo, senza che qualcuno gli avesse spiegato delle
manie e dei mille fantasmi che si trascinava dietro, rischiava seriamente di
restarne scosso. Riceveva sette pacche sulla spalla, sette strette di mano, lo
vedeva battere sette volte la palla per terra prima di servire, scambiare sette volte
la pallina con il raccattapalle che gliel’aveva appena consegnata, aggiustarsi sette
volte la manica, sette il colletto della maglietta e avanti così per tutta la partita.
Era un tipo divertente, Arthur Larsen da Hayward, quattro grattacieli sul lato
est della baia di San Francisco, ma completamente fuso di testa. Biondo,
attraente malgrado l’aria spiritata e le rughe di chi ne aveva viste fin troppe, era
così magro che entrava in forma in due minuti. Aveva un gioco di attacco da
autentico marine, un raid via l’altro, che arricchiva di meravigliosi tocchi
mancini. Veniva dalla guerra e giocava alla guerra, e fu proprio la guerra a
renderlo un po’ matto. E contagioso…
La dote nella quale eccelleva era quella di far perdere la brocca a chiunque
giocasse con lui. Le mille mossette, i gesti ripetuti all’infinito, i monologhi
continui rivolti non si sa bene a chi, avevano qualcosa di ipnotico. A guardarlo si
rischiava di cadere in trance.
Parlava moltissimo da solo, Tappy, anche in campo. E lo faceva come i tanti
che vediamo ciarlare tra sé mentre camminano per strada, con l’aria persa nel
nulla, qualche volta agitandosi e altre inveendo contro il mondo. Solo che
Tappy, perlopiù, parlava alla sua spalla destra. E non era un monologo: faceva
domande, rideva delle risposte immaginarie che riceveva, e s’incazzava persino,
quando una di quelle frasi che giungevano dal nulla lo colpiva nella sua
suscettibilità. Il che, indubbiamente, non è un concetto facile da spiegare dato
che «se la cantava e se la suonava da solo», come si dice dalle mie parti, ma
accadeva davvero.
Mettiamola così: Art Larsen viveva una sua vita immaginaria e parallela,
colma di animali, di storie segrete, di amori e di orrori, di guerre e di paura, e
anche di tennis. Agli amici che gli volevano bene e in qualche caso lo
accudivano, spiegava che stava discutendo con un uccello che gli si era posato
sulla spalla, e lo mostrava, convinto che anche gli altri potessero vederlo. Di
tanto in tanto qualcuno, più accondiscendente, gli chiedeva di che razza fosse.
Tappy rispondeva sempre con precisione: una gazza ladra, diceva querulo, una
Pica pica, un passeriforme della famiglia dei corvidi. Oppure: «Guardate che
amore di passerotto! Sapete che sono gli unici uccelli che esistono in tutto il
mondo? Ehi amico, saluta i signori! Visto? Vi ha salutato…»
A Roma, nel 1954, Larsen scese in campo con uno dei suoi uccelli fortunati,
un’aquila reale, che lo faceva sentire molto intonato con la storia della città. «Ma
non sarà troppo grande?» gli chiese un amico, cercando di stare al gioco ma
riflettendo sul fatto che, seppure immaginario, un uccello di ottanta centimetri,
con un’apertura alare sui due metri, si prestava poco alla storiella di gironzolare
per il campo appeso alla spalla di Tappy. «Non preoccuparti», rispose serio
Larsen, «quando gioco mi svolazza intorno, ma quando cambio di campo si
riposa volentieri un attimo con me.»
Con un tipo del genere il pubblico romano andava a nozze, ma con affetto,
senza prenderlo in giro. Io non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo, ma negli
anni Sessanta, fra le maestranze e la gente del Foro, ancora si raccontava di lui e
delle sue stravaganze. Una volta, durante gli allenamenti sul Campo Due, Tappy
si bloccò d’improvviso con la mano in tasca, dove stava cercando il pacchetto di
sigarette che portava sempre con sé, anche sul campo. Se ne sarebbe accesa una
e avrebbe proseguito ad allenarsi, fumando. L’unico che riuscisse in simili
imprese… Solo che la mano non voleva più uscire dai pantaloni, nonostante lui
la pregasse, la scongiurasse di darsi una mossa. Si rivolse allora a quel po’ di
pubblico che si era addensato sulle tribune, e spiegò il problema. Pochi
parlavano l’inglese a Roma in quegli anni, ma lo capirono a gesti, e in tre o
quattro scesero e gli si avvicinarono, chi per prendergli il braccio, chi cercando
di distrarlo, finché prova di qua e tira di là, la mano si sfilò dalla tasca e Art volle
redarguirla pubblicamente, in modo che non lo facesse più.
Scene dell’altro mondo, ma c’era un perché. Arthur era un reduce della
Seconda guerra mondiale, fortunato a esserne uscito vivo, sfortunato per gli
orrori che aveva visto. Arruolato in un reparto di eccellenza, aveva partecipato a
tutte le operazioni militari più importanti del fatidico 1944, l’anno che decise la
guerra. Il 22 gennaio, non ancora diciannovenne, fu attivo nell’Operazione
Shingle, che aveva nello sbarco ad Anzio il suo obiettivo centrale. Il 6 giugno
eccolo catapultato nell’Operazione Omaha Beach, com’erano state chiamate in
codice le spiagge che andavano per 8 chilometri da Sainte-Honorine-des-Pertes a
Vierville-sur-Mer, in Normandia. La sua unità, fra le prime a mettere piede sulla
spiaggia, venne quasi completamente spazzata via dalle mitraglie tedesche. Ad
agosto partecipò alla battaglia di Brest, una delle più sanguinose dell’Operazione
Cobra, che dalla Normandia si addentrava attraverso la Francia fino al Belgio
per annettere i suoi porti, e da lì, dopo ulteriori sbarchi, avrebbe raggiunto la
Germania. Durante un’incursione aerea la sua nuova compagnia venne abbattuta:
i superstiti si contavano sulle dita di una mano, e lui era tra quelli.
Tre anni in prima linea poi il congedo, con quattro medaglie al merito e il
bisogno estremo di uno strizzacervelli al suo fianco. «Davvero gioca a tennis?
Continui a farlo, non potrà che farle bene.» Così Tappy riprese la racchetta e
portò sul campo tutti i suoi fantasmi. Divenne «il tennista che non calpesta mai
le righe bianche», in realtà mai a gioco fermo, sebbene lui si industriasse di non
toccarle anche quando la palla era in gioco, cosa che complicava non poco le
scelte tattiche. Gli ricordavano il bianco che i proiettili traccianti lasciavano nel
cielo. Lo chiamarono «il tennista eccentrico», ma viveva di ricordi orribili.
Sempre a Roma, dove giunse tre volte nei quarti di finale e vinse il doppio
con Morea nel 1955, contro Pietrangeli e Sirola, lo lasciarono negli spogliatoi
che si stava vestendo e lo ritrovarono un’ora e mezzo più tardi nella stessa
posizione in cui lo avevano salutato, con un calzino infilato per metà. Qualcosa,
un colore, un gesto, forse un rumore, gli aveva ricordato un momento vissuto in
guerra, ed era rimasto acquattato, in silenzio, per non farsi scoprire dalle truppe
nemiche.
Il tennis fu la sua cura, e lui fu giocatore di livello eccelso. Vinse l’edizione
degli US Championships del 1950 – in finale, contro Herbie Flam, rimontò nel
quarto e quinto set (6-3 4-6 5-7 6-4 6-3) – e fu finalista a Parigi nel 1954, battuto
da Trabert 6-4 7-5 6-1. Conquistò quarantuno titoli in singolare, campione a
Città del Messico, Gstaad, Barcellona e Amburgo. Numero uno negli Stati Uniti
nel 1950, poi sempre nei primi dieci fino al ritiro, Tappy fu scelto nello stesso
anno come terzo giocatore mondiale. «La prima volta che l’ho incontrato», fu il
racconto di Dick Savitt, campione a Wimbledon e in Australia nel 1951, «è
sceso in campo con le tasche dei pantaloni talmente gonfie da far pensare che ci
avesse nascosto due palloni. Aveva dentro di tutto, dalle sigarette alle chiavi di
casa, soldi, caramelle, viti, chiodi, accendini, conti da pagare, persino una
frittella che gli era avanzata dalla colazione. E durante il match continuava a
girarsi all’indietro, per vedere se il suo uccello fortunato, un’aquila anche in quel
caso, fosse sempre lì a dargli una mano. Era buffo. Ma nel circuito gli volevamo
bene in tanti. Meno fra il pubblico, credo, perché in molti non capivano le sue
stravaganze e pensavano fosse solo un modo per guadagnarsi la loro
benevolenza.»
«Era un tipo diretto, diceva le cose come gli passavano per la testa, senza
filtri», rivelò Gardnar Mulloy, finalista agli US Championships del 1952.
«Credeva a ogni cosa gli dicessimo. Guarda quella bella ragazza, l’ho sentita
dire che farebbe qualsiasi cosa per conoscerti. E lui partiva in quarta: ‘Eccomi
bella, mi aspettavi? Vuoi venire a letto con me?’ Certe volte tornava con la
faccia gonfia di ceffoni e allora mi confessava: ‘Temevo fosse una tua
invenzione, ma se non fossi andato a verificare di persona sarei rimasto con il
dubbio’. Allora lo abbracciavo e gli dicevo: ‘Tappy, sei il più grande di tutti’.»
A Roma si scoprì anche appassionato di scooter. La Vespa gli piaceva da
matti. Ne comprò una, infatti, e spese un mare di soldi per farla portare fino a
San Francisco. Divenne il suo mezzo preferito per gli spostamenti brevi, almeno
fino al 10 novembre 1956, quando perse il controllo dello scooter su
un’autostrada della California del Nord. L’incidente ebbe conseguenze
devastanti. Tappy rimase in coma per tre settimane, parzialmente paralizzato, e
perse l’uso dell’occhio sinistro. Non fu più in grado di giocare a tennis, ma non
rinunciò ad allenare le giovani promesse della zona.
«Scampai alla guerra, non alla mia pessima guida», fu l’epitaffio che Art
Larsen dettò agli amici in una delle sue ultime interviste.
Fognini contro Fognini, insulti d’amore

NO mattane, no Fognini! Lo pensano in tanti, io forse no, ma non è questo il


punto. Anzi, ho in uggia i bigotti a mezzo servizio, che giudicano i
comportamenti altrui con farisaico trasporto, e mi chiedo quante volte in questi
anni che l’hanno visto sempre tennista di belle speranze ma campione di prima
fila solo per una o due stagioni, a Fognini sia stata concessa e poi ritirata la
patente di maturità. Mi chiedo se ne abbiano titolarità, i suoi giudici, per stabilire
come lui debba essere, o vivere, o comportarsi, e sinceramente non ne sono così
convinto.
È un gioco antico, Fabio dovrebbe saperlo. Gli eroi sono fatti per essere
incensati e subito dopo distrutti. E non si va troppo per il sottile, sia nel costruire
sia nel demolire. Se vinci, sei maturo. Se perdi, non lo sei più. E se per
sovrapprezzo stai pure fuori (di testa) come un balcone, allora aspettati il
peggio… Le carezze di Napoli, per la vittoria in Davis su Murray nel 2014;
l’apprezzamento per i quarti raggiunti a Parigi nel 2011, per le vittorie nel
circuito che sono via via diventate cospicue (9 addirittura), per il match degli US
Open 2015, che lo vide riagganciare Nadal ormai due set avanti, raggiungerlo e
infine superarlo (e a Rafa una cosa del genere non era mai successa); persino gli
evviva per il primo traguardo di alto lignaggio centrato quest’anno nel «1000» di
Montecarlo, e poco dopo per la Top Ten finalmente arpionata: tutto questo si è
rapidamente trasformato in desolati commenti: «È sempre il solito, non cambierà
mai…»
È davvero così? Sono convinto che Fabio i suoi sforzi li abbia compiuti, ma
non sia ancora riuscito a fare i conti con l’immagine che ha di se stesso, quella
del campione senza macchia che vede riflessa nel pozzo dei desideri fin da
quando era bambino. È quello il suo diavolo personale, il suo demone griffato:
ciò che ritiene di poter fare e non sempre gli riesce. Sa bene il Fogna – a me crea
un certo imbarazzo chiamarlo così, ma lui se lo stampa pure sulle felpe – quanto
in alto possa salire il suo tennis, e il non riuscire a essere esattamente come
vorrebbe, o almeno non sempre, gli crea un disagio che nei momenti di maggiore
fragilità esce allo scoperto, e lo fa nei termini di una violenta eruzione,
un’incontrollabile fuoriuscita di magma mista a sentimenti e parole, dalla quale
può prendere forma qualsiasi insulto, anche il più odioso. Ma ce l’ha con se
stesso, principalmente, e se altri ci vanno di mezzo è perché sono lì nel momento
sbagliato, testimoni del suo malessere.
In ogni baruffa, il format si ripete. È Fognini che attacca Fognini, il diavolo
che odia il diavolo. La famosa lite con il padre Fulvio, nel bel mezzo degli ottavi
a Montecarlo 2014, nasce nel momento in cui l’avversario di giornata, Jo-
Wilfred Tsonga, torna in partita, sopravvissuto a sei palle break nel secondo set
che Fabio smarrisce, colpevolmente in almeno due occasioni. Il brutto episodio
di Amburgo, nello stesso anno, quando i microfoni del campo registrarono Fabio
mentre digrignava uno «zingaro di merda» rivolto al serbo Filip Krajinović,
prende forma sul finire di un match giocato di peste dal nostro, e puntualmente
chiuso da un 6-0.
È al termine di questa stagione che Fognini accetta il consiglio di mettersi
nelle mani di uno psicologo non a digiuno di conoscenze sportive. O forse
accade prima, non saprei, ma è comunque lì che Fabio fa sapere di voler
risolvere il problema delle proprie intemperanze, e si mostra pronto a ricevere un
aiuto esterno. Se «non ci sta con la testa», come sento dire dai molti che al
momento opportuno si dicono suoi amici, il rendimento tennistico ne risente solo
in parte e comincia finalmente a risultare elevato.
Nonostante le baruffe, di fatto, il biennio 2013-2014 unisce le sue prime
stagioni importanti, seconde per valore di risultati solo al 2019: Fabio giunge al
numero 13 (a marzo 2014), dunque a un passo dalla Top Ten; vince a Stoccarda,
Amburgo (il primo ATP 500) e Viña del Mar; va in finale a Umag, Buenos Aires
e Monaco.
Mi chiedevo, in quegli anni, se era davvero di uno psicologo che avesse
bisogno un talento del genere. Toccava a lui la risposta, non a me, ma il dubbio
ce l’avevo e mi veniva da sorridere se confrontavo le mattane del Fogna con
quelle dei suoi precursori nella Top Ten dei dissennati. Il famoso «Decalogo per
un uso concreto del manico della racchetta» che McEnroe snocciola a una
signora che gli chiede di lasciare libero il campo al Queen’s, che poi si rivela
essere la moglie del presidente del Club e una delle dame di corte di Elisabetta, è
insieme un pezzo di bravura e di acida follia. E la vigorosa «Dichiarazione di
guerra a mezzanotte», che Ilie Năstase dedica all’arbitro del suo match contro
John McEnroe agli US Open del 1979 – sedato solo dopo venti minuti di stop
forzato e il cambio del giudice sul trespolo, altrimenti Năstase non avrebbe
ripreso a giocare… – be’, questa è addirittura storia, perché mai si era vista una
partita fermata così a lungo per i giramenti di scatole di un giocatore.
Roba da professionisti, a confronto delle sortite di Fabio. Ma con una
differenza sostanziale: fatta salva la buona educazione – che non va mai persa di
vista, in qualsiasi frangente, anche per non passare subito dalla parte del torto –,
gli antichi maestri di pessime maniere che non hanno mai rinunciato a dar di
matto sono stati sempre bene attenti a non disperdere le energie; hanno cioè
imparato a giocare con i loro stessi vizi rivolgendoli contro gli avversari e non
contro se stessi. L’hanno fatto McEnroe, un vero campione nel creare casini per
stordire gli avversari, e prima di lui Năstase, un altro che nella burrasca (da lui
scatenata, ci mancherebbe) riusciva sempre a tenere la barra a dritta. Ecco una
sfida che Fognini avrebbe potuto cogliere e fare sua. Stupire, abbagliare,
protestare, magari inveire, d’accordo, ma alla fine tradurre le proprie ansie nella
spinta che serve per vincere.

Ha cercato altre soluzioni, Fabio, e va bene così, vuol dire che quello si
sentiva di fare. Ha cercato di denuclearizzare il proprio carattere. E non
dev’essere stato facile… Mi sbaglierò, ma gli anni successivi al 2014, forse
anche per motivi che non mi è dato conoscere, sono stati più faticosi, almeno
fino al 2018. Fabio mi ha dato l’impressione di essersi messo seriamente al
lavoro sui cedimenti del proprio ego, e di avere di molto limitato le eruzioni e le
fumarole che li avevano sempre contraddistinti. Ma anche di essere apparso, in
certe occasioni, fin troppo incapsulato, o forse semplicemente sedato, e non
libero di esprimere quelle emozioni che fanno da filo conduttore a un qualsiasi
match di tennis.
È stata la sua scelta, non posso che condividerla e dunque mi astengo dal
giudicarla. E comunque non sono stati anni buttati via. Sebbene più indietro in
classifica, Fognini non ha riportato vittorie in singolare solo nel 2015, riuscendo
però a conquistare il primo titolo italiano in Era Open dello Slam in doppio, a
Melbourne, al fianco di Simone Bolelli. Ma dal 2016 è tornato a vincere in
singolare (Umag, poi Gstaad l’anno dopo), e non ha più smesso.
Però qui e là qualche episodio di tipo «insurrezionale» si è aggiunto alla lista,
e puntualmente su Fognini si sono riversati fiumi d’inchiostro, con il recupero di
tutti gli eventi ormai passati in giudicato. È sembrato quasi che qualcuno lo
aspettasse al varco. Si sa, i moralisti bacchettoni stanno sempre all’erta.
A ogni modo, restano errori che Fabio avrebbe potuto tranquillamente
risparmiarsi. E certo non l’hanno aiutato a ripulire del tutto la sua fedina
tennistica. Pessima la vicenda agli US Open del 2017, in un derby di primo turno
contro Stefano Travaglia, giocato male e perso peggio (fateci caso: ogni volta
che Fognini esce di testa il set finale è sempre un 6-0 a favore dell’avversario, a
ribadire che il primo a non sopportarsi è proprio lui stesso). Lì Fogna viene colto
dai microfoni sul campo in una sorta di borborigmo di natura sessista, rivolto
verso la giudice di sedia Louise Engzell, che fin lì non ne aveva azzeccata
manco mezza. La frase rivolta alla giudice, anche se per metà coperta dai rumori
del campo, è di quelle inammissibili. Fognini riceve una multa di 24.000 dollari
e perde l’intero montepremi vinto nel torneo (circa 72.000 dollari), mentre la
squalifica che sembrava certa viene posta sub iudice: scatterà solo se nei
prossimi due anni dovessero verificarsi nuovi episodi del genere. Fognini si
scusa, dice di avere persino pianto di rabbia, «perché io non sono così». E infatti
non era lui, era l’altro Fognini che aveva di nuovo preso il sopravvento.
Il 2018 lo riporta in cattedra. Le vittorie sono tre (Los Cabos, Båstad e San
Paolo) e la Top Ten si riavvicina. È un Fabio più tranquillo, c’è di mezzo il
matrimonio con una ragazza davvero in gamba e che stimo moltissimo, Flavia
Pennetta, nonché la nascita del figlio Federico. Il 2019 porta Fabio là dove ha
sempre ritenuto di poter arrivare: è Top Ten, al numero 9, e vince a Montecarlo
piegando Rublëv, Zverev, Ćorić e Nadal, prima di battere Lajović in finale. È il
Fognini che finalmente si lascia alle spalle i cattivi pensieri, le piccole
frustrazioni, vincente com’è giusto che sia per uno con il suo tennis. Restano da
ripulire le ombre che gli oscurano il cammino nei tornei del Grande Slam, ma
anche qualche infortunio che gli rende più difficile essere al massimo. E
purtroppo c’è una nuova caduta di stile, che fa scattare da capo la tormenta dei
giudizi negativi.
Siamo a Wimbledon 2019, campo numero 14… Anche in questo caso, una
sconfitta sta prendendo forma e Fabio forse non la riteneva possibile. Di più, il
campo 14 è il peggiore sul quale spedire una testa di serie alta come quella di
Fognini, quasi un affronto da parte degli organizzatori. Un campetto con due
stente tribunette, il più spelacchiato fra tutti, per i troppi match sopportati,
compresi quelli juniores e del torneo wheelchair. La partita si dispone in salita e
Fabio sbrocca. Lascia ancora una volta che i pensieri che gli frullano in testa
trovino l’uscio di casa ed escano per strada, dove tutti possano vederli e sentirli.
E giudicarli. E non sono, in questo caso, pensieri che fanno onore.
«Non si può giocare qui… Maledetti inglesi, scoppiasse una bomba su questo
circolo.» La frase finisce dritta sul web, con tanto di traduzione in inglese. Fabio
la dice, e la ripete, quasi non fosse contento del vespaio che sta sollevando. Nel
pomeriggio internettiano, accanto alla frase di Fognini finiscono le foto di
Wimbledon bombardata dai nazisti. Fabio potrà pensare che l’accostamento sia
ingiustificato, e anche ingiusto nei suoi confronti, ma non lo è (tanto più per il
web, che non sembra farsi grandi scrupoli): non è più ingiusto né ingiustificato
della frase che ha pronunciato sul campo.
Una frase orribile, all’interno di una prestazione non all’altezza. Una giornata
da dimenticare, che cancella il discreto torneo giocato fino all’approdo in terzo
turno contro Tennys Sandgren, l’integralista del tennis, il supertrampista per
partito preso, uno che sulle frasi straccione ha fondato il suo personaggio,
riempiendo il web delle sue considerazioni sulle donne che dovrebbero stare in
cucina, e sui neri che sarebbe un bene se tornassero a lavorare nei campi di
cotone. Si spezza il cuore a veder Fabio che lascia vincere un tipo simile… «Mi
devo scusare? Certo, lo faccio: se qualcuno si è sentito offeso, mi scuso, non c’è
problema.» Fognini si difende: «Quando si gioca l’adrenalina gira a mille e si
dicono frasi che non si pensano».
Dunque sul campo si può dire qualsiasi cosa? Vedi, Fabio carissimo, la
questione è un’altra. Nessuno potrebbe pensare davvero che la frase sulla bomba
sia sincera, ci mancherebbe. Tutti sappiamo che è una sciocchezza mal pensata e
mal detta. Ma ci sono frasi che non si possono accettare. Non sulle bombe, non
in una città che per le bombe ha tanto sofferto. Lo sport non dà il diritto di non
pensare a ciò che si dice. E gli atleti non sono scusabili a prescindere.
Succederà di nuovo? Non lo so. Nel caso, si vedrà. Auguro a Fabio di battere
le strade che più gli si addicono e più gli piacciono. Mi sembra che ci stia
riuscendo, magari con i suoi tempi e i suoi modi. Flavia lo definisce un ragazzo
molto generoso, affettuoso, divertente, e certo sarà così. Poi c’è il tennis, e
quello davvero non si discute. Se esistesse un club riservato ai più forti, Fognini
lo farei sedere lì e mi preoccuperei pure di rassicurarlo: «Mettiti comodo, che da
qui nessuno ti muove». Poche volte ho visto giocare a tennis come sa fare Fabio,
e credetemi, non è una frase che mi capita di spendere spesso per un giocatore di
questi ultimi quindici o vent’anni. Ma non ho remore nel giocarmela su di lui,
che sa colpire la palla con lo straordinario anticipo che gli viene da uno dei
movimenti più fluidi e ben impostati – sul diritto, sul rovescio, è uguale – che si
possano ammirare. Soprattutto, sa che cosa sta facendo, gioca per costruire il
punto, segue un piano e si propone di variarlo alla bisogna. Fognini è uno degli
ultimi giocatori a guardare negli occhi gli avversari, per farsi un’idea di chi abbia
di fronte, di come reagirà, di che cosa tenterà quando verrà costretto in ambasce.
Oggi circolano colpitori altrettanto straordinari, anche migliori di Fabio per
potenza e precisione, ma non saprei dire se sappiano giocare a tennis.
Colpiscono la palla e lo fanno benissimo. E di nuovo la colpiscono, e ancora…
ancora… Ma la costruzione del match è un’attività complessa e non merita
risposte semplici. Fognini sa giocare. Altri sanno colpire, ma questo è un altro
tennis…
Lascio a Boris Becker la sintesi. Mi diceva della buonissima impressione che
gli fanno i ragazzi italiani dell’ultima generazione, e aveva parole al miele per
Matteo Berrettini e Lorenzo Sonego, e per Jannick Sinner, che è ancora un
bimbo. «Però mi tengo Fognini», ha concluso con i suoi modi tranchant, «sarà
una testa matta, ma mi emoziona.»
Racconti romani. L’ultimo match di Cavallo Pazzo

IL «nostro» Cavallo Pazzo è solo uno dei tanti, né il primo né l’ultimo della
lunga stirpe di umani perissodattili, famiglia Equidi Tennistici, sottospecie
Tifosus Romanus Caballus, localizzata nell’area del Foro Italico in Roma, pochi
ettari di terreno coltivati a impianti sportivi.
Umano nei pensieri da tifoso, equino nel mostrarli sgroppando senza
vergogna alcuna.
E quella che vado a raccontare è la sua ultima impresa.

Era il torneo del 1985, gli Internazionali d’Italia vinti da Yannick Noah in
finale su Miloslav Mečíř.
Uno dei clou del primo turno, sul Centrale tirato su a tubi innocenti e statue
d’autore, era stato riservato a un romano vero, Claudio Pistolesi, riccetto come
gli avi di duemila anni prima, gambe da corsa e faccia da impunito, che tutti i
giorni era costretto a misurarsi con un bel po’ di sensi d’insufficienza che
ostinatamente si trascinava dentro, inutile zavorra di una carriera che sarebbe
potuta decollare verso quote ben più alte. L’avversario era uno svedese atipico
ma già numero 13 della classifica, Henrik Sundström, il solo della sua stirpe, a
mia memoria, che si sia confrontato con il tennis senza ritenerlo una missione,
quanto piuttosto un impegno passeggero in attesa dell’età giusta per trasvolare
verso altri lidi lavorativi, che da certi suoi modi da commendatore si poteva già
supporre sarebbero stati nella diplomazia, o nel management, come di fatto poi
avvenne. I due presero felicemente a tirarsi legnate, diritto contro diritto nell’aria
aggrumata di un pomeriggio di foschia, di quelli che pennellano di grigio anche
le tonalità più squillanti e fanno sembrare tutto uguale.
Cavallo Pazzo, in alto sulle tribune, fremeva scalpitando, reso ardente dai toni
della disfida e dalla sua passione dichiarata per Pistolesi, che incitava con
poderosi nitriti chiamandolo Pantera Nera, suggestionato forse dall’incarnato
moro del tennista romano. Liberatosi del giogo, e reso impaziente dal buon
comportamento del suo favorito, Cavallo Pazzo decise di fare il suo ingresso
nella contesa a metà del primo set, in uno dei momenti più caldi delle battute
iniziali.
Aveva scelto di condividere con Pistolesi il peso dell’incontro, ripetendo in
presa diretta i gesti con i quali Claudio si stava fieramente opponendo allo
svedese. Lo imitava, e qui e là lo correggeva, mostrando ciò che avrebbe fatto lui
al posto dell’altro. Scattava per riprendere un diritto a uscire, saltava per colpire
uno smash, rinculava svelto per recuperare un lob e di tanto in tanto si
rannicchiava fischiettando disinvolto per poi estrarre da sotto il maglione una
smorzata imprendibile. Ai cambi di campo si fermava per ricordare a Pistolesi le
mosse successive: «A Pantera Né, sbranalo». «È de carne bianca, è bbono»,
nitriva indicando lo svedese, che rispetto a Pistolesi sembrava un pupazzo di
neve. «A Panté, te basta ’na zampata, una sola.» Poi tornava al suo inesauribile
gioco di specchi con Claudio, incurante di essere sulla tribuna, di prodursi in
scatti salendo e scendendo sulle panche dove il pubblico era assiso, e di saltare
su e giù senza preoccuparsi di finire in groppa alla gente.
Lo spettacolino andò avanti per un po’, trovando il suo culmine sul colpo più
bello giocato da Pistolesi. Perso il primo set al tie-break, Claudio non aveva
gettato la spugna, e i due avevano proseguito imperterriti a tirarsi ceffoni degni
di una rissa da angiporto. Fu per allentare la pressione di uno scambio a dir poco
violento che Claudio ricorse a una smorzata improvvisa e molto ben giocata, già
meritevole del punto, se non fosse che lo svedese, carico a molla, era
letteralmente volato a raccoglierla per trasformarla con il diritto in un cross
stretto e veloce, destinato a perdersi di lato, sulla destra del nostro tennista. Lì
Pistolesi si superò: rincorse e, sebbene in affanno, colpì la palla a pochi
centimetri da terra, una scudisciata che si trasformò in un lob flottante e carico di
rotazioni maligne. La palla superò la racchetta di Sundström protesa verso il
cielo e si abbassò solo all’ultimo momento, toccò la riga bianca di fondo campo
e schizzò via imprendibile.
L’applauso fu grande, e ancora di più lo fu il nitrito di Cavallo Pazzo, che
risuonò alto più di quello di Furia. Esibitosi in un’impennata di saluto, il nostro
rampante Homo Equus prese a scendere di corsa i gradoni della tribuna urlando
a squarciagola: «A Pantera Nera, che m’hai fatto vede. Uddio uddio Panté, tu ma
fai godé. Che m’hai fatto vede, Panterona mia, che m’ha fatto ve…» Qui
s’interruppe la partita di Cavallo Pazzo, su quel «vede» che non riuscì mai a
completare, perché nel giorno inaugurale degli Internazionali tutto lo stadio era
stato tirato a lucido, persino i doppi cristalli da due centimetri che separavano i
diversi settori. Trasparenti. Praticamente invisibili… E la corsa di Cavallo Pazzo
terminò proprio lì, «de testa», mentre urlava ebbro di spensierata esultanza.
Il botto fu clamoroso. Le vestigia del tifoso senza briglie rimasero appiccicate
al vetro per cinque lunghissimi secondi, come in una posa fotografica nella quale
sembrava pronto ad abbracciare il suo idolo tennista, poi il corpo scivolò per
terra a pelle di leopardo, e parve avere un sussulto come di una fisarmonica che
non volesse smettere di suonare. La stessa scena di un cartone animato del Gatto
Silvestro, quando Ettore il bulldog lo colpisce con uno dei suoi pugni d’acciaio.
Sullo stadio scese un silenzio glaciale. Tutti guardavano ciò che era rimasto di
Cavallo Pazzo, anche Sundström e Pistolesi, al centro del campo, attoniti. Fu lì
che dall’alto della tribuna di fronte si fece strada, prima trattenuto poi sempre più
smaccato e osceno, il fou rire di una signora, incapace di trattenere l’ilarità:
«Hihihi, huhuuuuu…» Fu il segnale atteso. Lo stadio tutto esplose in una risata
travolgente, crassa, infinita, contagiosa. C’era chi s’inginocchiava, incapace di
restare in piedi un solo secondo di più, chi soffocava nelle sue stesse risate.
Claudio e Henrik finirono stesi al centro del campo a battere mani e piedi sulla
terra rossa.
Dieci minuti dopo, quando il match riprese e alcune mani pietose ebbero
raccolto Cavallo Pazzo per accompagnarlo all’ambulanza, c’era ancora chi non
riusciva a trattenersi.
Lui, Crazy Horse, ricomparve il sabato, per le semifinali. Due denti in meno,
il braccio appeso al collo e a fasciargli la testa un turbante di garza, sotto il quale
si muovevano due occhi tristi e anneriti, alla Peter Sellers in Hollywood Party.
Come stai, gli chiesero.
«Non vi fiete ancora liberati di me», rispose. «Non fmetterò di effere me
steffo. Fono nato Cavallo Pafzo e continuerò a efferlo.»
Poi indicò mesto il turbante.
«Anche fe ora fono di rafza indiana. E che cafzo», fu la sottolineatura finale.
Il girone delle vite scellerate
Quando un tennista dà il peggio di sé

NON firmava autografi, però si compiaceva del suo esibito negarsi al rito più
naturale che il tennis richieda ai suoi protagonisti. I suoi no erano diretti, quasi
come sfide: gli occhi da «chino» piantati in quelli di chi gli chiedeva una firma
ricordo. Fece lo stesso con il presidente cileno Eduardo Frei Ruiz-Tagle quando
fu invitato a palazzo per festeggiare i suoi successi. «Vuoi dire qualche parola ai
tuoi sostenitori?» «Manco morto», fu la risposta.
Le conferenze stampa non andavano oltre un «Sì» o un «No». Non c’era
domanda che potesse suggerirgli una risposta diversa, tale da lasciar intravedere
una pur minima partecipazione.
A Roma venne arrestato per avere sferrato un pugno a un tassista e avere
opposto resistenza alle forze dell’ordine. Le manette scattarono anche per avere
investito con una jeep il preparatore atletico, che evidentemente quel giorno non
riscuoteva le sue simpatie. E le serate nei locali pubblici finivano spesso in risse
da saloon, per i suoi modi arroganti e volgari di trattare chiunque, che
inevitabilmente facevano scattare la reazione degli altri clienti.
Marcelo Ríos, cileno di Santiago, quarantaquattro anni oggi, è stato uno dei
tennisti più maleducati. Pieno di sé, arrogante, scostante, rabbioso nei confronti
del mondo intero. Trattava male tutti, convinto, chissà perché, che lui era lui e
gli altri… La frase la conoscete.
Sul campo il talento non gli mancava. Mancino, diritti e rovesci (bimani)
dettati dal grande timing con la palla, una dote naturale per l’anticipo, non
soltanto sui colpi, anche nel prevedere dove l’avversario avrebbe inviato la sfera.
Non possedeva risorse fisiche estreme, ma negli incontri più lunghi eccelleva
nell’arte di succhiare le forze ai rivali, proprio come un chucho, i mitici vampiri
della tradizione degli indios del suo Paese, gli aracaniani, che volano instancabili
in cerca di prede usando le grandi orecchie come ali.
Era nella vita di tutti i giorni che Ríos diventava insopportabile, nel rapporto
con chi lo aiutava a costruire la sua carriera, e con gli altri tennisti… Un disastro.
Scontroso, intrattabile, astioso, perfino cattivo. Fu anche numero uno, nel 1998,
per sei settimane, l’unico a essere salito così in alto senza mai vincere uno Slam.

Dare il peggio di sé nel tennis, ognuno a suo modo, non è poi così difficile.
Per avere esempi a non finire basta cominciare dall’alto, dai numeri uno
appunto, e da lì scendere a valle, fra la moltitudine di chi si sbatte per la
pagnotta.
Se il tennis è davvero quel palcoscenico della vita sul quale recitiamo ciò che
realmente siamo, senza infingimenti, ma con l’immediatezza che solo lo sport
consente attraverso le continue sollecitazioni adrenaliniche cui sottoponiamo le
nostre pulsioni, il nostro ego e il bisogno che ci spinge a raggiungere mete
sempre più alte, è scontato che nel cartellone delle rappresentazioni compaiano
anche le nostre angosce, i dubbi, i limiti che sappiamo di avere e anche quelli
che facciamo finta di non conoscere, oltre alla rabbia che ci consuma dentro. E
per quanto ogni tennista si sforzi di sembrare un po’ diverso da quello che è
nella realtà, alla fine la sua indole apparirà senza veli, nuda e cruda, talvolta un
po’ più impataccata e indecorosa di quanto non sia disposto ad ammettere
pubblicamente.
È un agente rivelatore, il tennis, ma la sfida, a mio parere, è quella di
spingersi oltre l’aneddotica dei mille fatti, fattacci o fatterelli di umana
trasgressione o di ordinaria ribellione che vengono dal campo (per i quali sono
disposto a trascurare anche la recidiva), evitando di emettere sentenze anticipate
e di passare certi comportamenti al setaccio del conformismo e del moralismo
che troppo spesso ottundono la nostra capacità di giudizio. E concentrarsi,
piuttosto, sulle reali emergenze con cui il tennis è già alle prese da tempo – il
doping, le scommesse, la difesa dei bambini negli anni dell’apprendimento
tennistico –, dando sostegno e sostanza a tutte le iniziative utili a estirpare
qualsiasi valenza criminale si sia accostata, negli anni, al nostro sport.
Se dovessi stilare una classifica del peggio che il tennis ha dato di sé, lo
ammetto, tentennerei non poco di fronte al nome di Ríos, ma non sono certo, alla
fine, che gli troverei un posto nel ranking delle Vite Scellerate. Libero lui, liberi
tutti, da Nick Kyrgios a chiunque si sia fatto odiare per gli eccessi del carattere,
compresi i «maestri giocolieri» Pancho Gonzales e John McEnroe. Altri sono
stati a stringere il cappio alla gola del tennis, truffando i valori stessi dello sport
o macchiandosi di crimini odiosi, specie nei confronti delle donne e dei più
deboli, i bambini.
Daniel Köllerer è forse un nome che non vi dice molto, ma chi ha seguito da
vicino il tennis certo lo ricorda. Austriaco di Wels, oggi trentaseienne, numero
55 nel 2009, radiato a vita dalla federazione internazionale il 31 maggio 2011
con sentenza confermata nel marzo 2012 dal Tribunale arbitrale internazionale
dello sport di Losanna, è stato il primo a intravedere una possibilità di carriera in
un comportamento sguaiato nei confronti di tutti, in particolare dei suoi
avversari. Trovò anche degli sponsor disposti a foraggiarlo nella convinzione
che le sue scenate rendessero il loro brand più visibile. Siamo, come si vede, ai
confini della stupidità, forse oltre, in quella zona franca in cui le regole non
contano più.
Il buon Luzzi, Federico, che così presto se n’è andato lasciando una ferita non
più rimarginabile in tutti noi, ebbe il merito di stenderlo con un papagno al
mento, mollato con tutta la precisione di un diritto vincente. Un cazzotto al posto
della stretta di mano a fine match, una rilettura insolita di una delle tradizioni più
antiche e sportive del nostro sport, ma comprensibile alla luce di un detto ancora
più antico: quando ce vo’, ce vo’!
«Gli ho menato io e hanno squalificato lui, tanto per dire che tipo sia», disse
allora Federico, con una sintesi ineccepibile. Ma la radiazione a vita giunse per
motivi ben più gravi dei continui insulti, bestemmie, folli gazzarre, atteggiamenti
da villano nei confronti di pubblico e raccattapalle (bambini, il più delle volte) e
tentativi di influenzare gli arbitri che nel 2005 unirono i giocatori in una lettera
comune inviata all’ATP con la richiesta di una squalifica esemplare
dell’austriaco. Invece giunse per avere violato tre norme del regolamento
anticorruzione dell’associazione: il tentativo di falsare una partita, il tentativo di
convincere un altro tennista a falsare una partita, e il tentativo di corrompere con
il denaro altri giocatori a falsare una partita.
Prove ce n’erano poche, a detta dello stesso giudice che firmò la condanna, e
tutte provenienti da dichiarazioni di giocatori che si dissero «contattati da
Köllerer» per accomodare un match. Una del finlandese Jarkko Nieminen,
risalente al torneo di Vienna del 2008, un’altra di Wayne Odesnik, americano
squalificato a sua volta per uso di sostanze dopanti, altre ancora di tennisti quasi
sconosciuti come Martin Slanar. Le più consistenti vennero dallo spagnolo
Daniele Muñoz de la Nava, che rivelò di essere stato contattato due volte da
Köllerer nel corso del 2010 «per guadagnare qualche soldo extra con le
scommesse».
Il quadro finale, secondo la sentenza, faceva di Köllerer una sorta di
giocatore-allibratore, ruolo nel quale si era avventurato perché non più in grado,
dopo un intervento al polso, di giocare il suo tennis migliore. «Ho pagato solo
io», è la frase che l’austriaco ha regalato ai giornali, per l’ultimo capitolo della
sua vicenda sportiva. E forse, per contrappasso, un po’ di verità c’è anche in
questo. Di sicuro Köllerer era un giocatore del quale il circuito aveva deciso da
tempo di fare a meno.
La vicenda inquadra piuttosto bene le problematiche sul tavolo. Su doping e
scommesse si gioca il futuro del nostro sport, e insieme tutte le classifiche a
venire su chi, nel tennis, ha dato il peggio di sé. A queste si aggiunge una casella
che il circuito dovrà impegnarsi a ripulire e a mantenere sempre sgombra da
qualsiasi tipo di aneddotica. Il caso Hewitt, Bob, sta lì a ricordarlo.
Robert Anthony John Hewitt, australiano di Dubbo, nel Nuovo Galles del
Sud, naturalizzato sudafricano che oggi ha settantanove anni, è l’unico giocatore
cancellato dalla Hall of Fame del tennis perché condannato per abusi sessuali
ripetuti ai danni di giovani allieve che lo ebbero come coach. La prima condanna
è stata emessa in Sudafrica nel marzo 2015: otto anni di carcere (ridotti a sei con
la condizionale) per due stupri e una violenza a carattere sessuale. La seconda è
giunta a fine 2015 dal Tribunale del Massachusetts, negli Stati Uniti, per il caso
di Heather Crowe Conner, vittima di abusi sessuali da parte di Hewitt a metà
degli anni Settanta, quando aveva quattordici anni. Una vicenda ricostruita dal
Boston Globe.
Hewitt fu finalista a Roma in singolare nel 1968, poi nel 1992 entrò nella Hall
of Fame per avere vinto nove tornei dello Slam in doppio (quattro al fianco di
Fred Stolle, gli ultimi cinque con il sudafricano Frew McMillan, che lo odiava al
punto da non rivolgergli la parola durante i match che giocavano insieme) e sei
in doppio misto. Il suo caso ha portato alla luce le distorsioni che si possono
creare nel rapporto fra i giovani tennisti e i loro insegnanti, anche se famosi,
evidenziando come il tennis mondiale sia chiamato a una vigilanza continua e
priva di qualsiasi omertà, senza più sottovalutare il problema. Tanto più alla luce
dei dati preoccupanti in possesso della federazione internazionale, che rivelano
come fra la popolazione dei giocatori cresciuti nelle scuole tennistiche, il 40 per
cento delle donne e il 16 per cento degli uomini ricordino di essere stati vittima
di abusi riguardanti la sfera sessuale in un’età compresa fra i dieci e i diciassette
anni.
Alla destra del giudice di sedia, St. Leger Goold, l’assassino

OCEANO Atlantico, cinque gradi nord, cinquantadue ovest. Devil’s Island, l’Isola
del Diavolo, ha la forma di una goccia, una lacrima di pietra che non si
scioglierà mai nel mare. I francesi avevano un altro nome per indicarla: la
Caienna, dal capoluogo della Guyana francese. I bagnards, i deportati, vi
giungevano nudi. Il messaggio era esplicito: tutto ciò che erano stati, o che
avevano posseduto, non aveva più significato; prima lo dimenticavano, meglio
sarebbe stato per tutti. La legge, quando serve, ama le rappresentazioni spietate.
Tre settimane di viaggio per mare, chiusi in strette celle da trenta-quaranta
posti. Due ore in piedi e due seduti, o addormentati, per i più fortunati. Sull’isola
sorgeva la più famosa colonia penale francese. Senza sbarre, senza ceppi o
manette, senza possibilità di fuga. Solo caldo, zanzare, cibi avariati e squali, a
controllare che nessuno ci provasse sul serio.
Fra i nomi dei prigionieri più celebri della Caienna, quello di Vere Thomas
St. Leger Goold non c’è. Ne spiccano altri.
Alfred Dreyfus, capitano di Stato Maggiore condannato per alto tradimento,
accusa poi rivelatasi falsa.
Guillaume Seznec, incriminato per l’assassinio dell’amico Pierre Quéméneur
ma con tutta probabilità innocente, uno dei casi giudiziari più controversi che
ancora offre spunti di dibattito sull’ordinamento francese.
Carlo Camillo Di Rudio, bellunese naturalizzato statunitense, fra i pochi a
scampare alla morte nella battaglia di Little Big Horn, sotto gli ordini del
generale Custer, poi accusato di avere partecipato al fallito attentato contro
Napoleone III.
E infine, indimenticabile, Henri Charrière, scrittore francese naturalizzato
venezuelano, chiamato Papillon a causa di una farfalla tatuata sul petto.
Il nome di sir Vere, come si fece chiamare per un periodo, quando
frequentava i salotti buoni al fianco di lady Goold, la moglie, non attizzò la
fantasia dei lettori di rotocalchi. Eppure il delitto di cui si macchiò fu il più
atroce fra tutti e vide i disegnatori di copertine, autentici artisti dell’attualità,
sbizzarrirsi nella rappresentazione della signora Emma Erika Levin, ricca vedova
di un brooker di Stoccolma, fatta a pezzi, le spoglie nascoste in una borsa da
viaggio e in un baule lasciati nel reparto bagagli della stazione di Marsiglia, dove
i due avrebbero preso il treno per Londra portandosi dietro i macabri resti.
Esaurito lo sconcerto per la crudeltà dell’omicidio, fu facile seguire a ritroso la
scia di sangue che conduceva a Montecarlo, alla suite di Casa Manesini,
l’albergo dei Goold dove la tragedia si era consumata e dove furono ritrovati
anche una sega e un martello insanguinati, nonché alle ragioni del delitto e al
nome dei colpevoli. Insomma, non c’era niente che potesse titillare la fantasia
dei lettori. Nessun mistero. Solo sangue, tanto sangue.
La polizia di Marsiglia venne avvisata da un impiegato della stazione, tale
Pons, il quale disse che da un baule lasciato tra i bagagli colava un liquido rosato
che sembrava sangue. Seppero anche che Pons aveva già chiesto spiegazioni ai
Goods. «Portiamo in Inghilterra del pollame appena macellato», fu la risposta, la
più sciocca. La borsa da viaggio venne aperta, e la prima cosa che ne spuntò
fuori fu il volto di Madame Levin, con gli occhi ancora aperti. Nel baule c’erano
il busto e le gambe.
Vere Thomas St. Leger Goold era irlandese, nato il 2 ottobre 1853 a Clomnel.
Famiglia benestante, ma non nobile come lui tentò spesso di farla passare. Non
era sir, mai stato, né di nascita né per nomina. Era però un bell’uomo, alto, di
spalle larghe e gambe forti, adatte a fare bene in qualsiasi disciplina sportiva in
cui si misurasse: equitazione, tennis, pugilato, vela. Scelse il tennis, alla fine,
nonostante il pugilato gli piacesse di più: non aveva intenzione di farsi rovinare
il volto, incorniciato da una barba ben curata, che piaceva così tanto alle signore.
Aveva fama di conquistatore, Vere, e fu con quella dote, una racchetta e un
po’ di faccia tosta che si trasferì a Dublino per cominciare a riscuotere ciò che la
vita aveva in serbo per lui. Vinse subito i campionati d’Irlanda, superando C.D.
Barry in finale per 8-6 8-6, poi si trasferì a Londra, dove stava per cominciare il
terzo torneo di Wimbledon, diventato in breve il più famoso fra tutti. Il via alle
gare venne dato il 7 luglio 1879, il torneo segnava il record di iscritti,
quarantacinque, tredici in più dell’anno prima, ma già si sapeva che il vincitore
del 1878, Frank Hadow, inventore del pallonetto, non avrebbe difeso il titolo nel
Challenge Round conclusivo, e dunque la finale del torneo All Comers, cioè di
«tutti i partecipanti», avrebbe eletto anche il nuovo campione.
In otto giorni incoraggiati dal bel tempo, Vere superò F. Durant (6-1 6-2 6-3),
James Vans Agnew (6-3 6-2 6-1), A.J. Mulholland (6-4 2-6 6-1 6-4) e G.E.
Tabor nei quarti (6-2 6-3 5-6 6-3). In semifinale il suo spicchio di tabellone non
presentava avversari, così Vere Goold ricevette un «bye» per accedere alla finale
contro John Thorneycroft Hartley, un tipo atletico, buonissimo attaccante, con
due baffetti neri a rimodellare una bocca quasi priva di labbra: un prete, l’unico
che abbia mai giocato a Wimbledon. Hartley, reverendo anglicano, fu il vicario
di Burneston, nel North Yorkshire, fino al 1919, anno del pensionamento.
Game, set e match per l’inviato del Signore. Vere perse in poche battute, 6-2
6-4 6-2, sebbene in molti lo avessero dato per favorito. Qualcuno sostenne che si
presentò in campo semiubriaco. Hartley vinse anche l’anno successivo contro
Herbert Lawford, chiudendo il suo biennio da campione nel Challenge Round
del 1881 contro William Renshaw, la prima stella del torneo, vincitore per sei
anni consecutivi e una volta di più tre anni dopo. La vittoria su Hartley, 6-0 6-1
6-1, viene ancora ricordata come la finale più veloce mai disputata nei
Championships: appena trentasette minuti, al ritmo di poco più di un minuto a
game. Ma quando un giornalista nei primi anni Trenta chiese ad Hartley quale
fosse la finale più importante, da santificare negli annali del torneo, il reverendo
non mostrò tentennamenti: «Quella contro Vere St. Leger Goold, non ci sono
dubbi. Era un gay, un selvaggio e un criminale. Si seppe tutto anni dopo, ma
rifletteteci un attimo: in quella finale un prete sconfisse un assassino, non è
meraviglioso?»
Un gay… E poi dicono che il tennis abbia il potere di far capire chi ti sta di
fronte.

Marie Rose Girodin, francese, viveva a Londra ormai da qualche anno. Aveva
una sartoria a Bayswater, tirata su con troppi prestiti che non riusciva a restituire.
Era nata in campagna, in una casa fra i due affluenti del Rodano, la Saône e
l’Isère, in Borgogna. Donna energica, non bella ma capace di qualsiasi
conquista. Quando Vere St. Leger Goold la conobbe, aveva già congedato due
mariti. Lui fu il terzo, e a detta di molti osservatori del processo che lo condannò
ai lavori forzati, era completamente soggiogato dalla donna. Il matrimonio fu
celebrato nel 1891. Vere aveva ormai abbandonato il tennis dopo una malattia
che lo indebolì e non gli consentì più di primeggiare. Peggio, gli fece conoscere
il mondo degli antidolorifici, che a quei tempi erano le droghe più comuni: la
cocaina e gli oppiacei, di cui divenne dipendente.
La coppia si spostò a Montreal nel 1897, poi rientrò in Inghilterra, a
Liverpool, nel 1903. Marie spingeva per raggiungere al più presto Montecarlo,
perché aveva elaborato un sistema «sicuro» per vincere ai tavoli da gioco. Vi
giunsero nel 1907, fingendosi nobili inglesi, danarosi e un po’ spregiudicati. Il
«metodo Girodin» secondo alcuni non funzionò, per altri, come Leonard
Gribble, che scrisse un lungo resoconto sul delitto, funzionò solo per qualche
giorno, giusto il tempo che il casinò si rendesse conto di essere sotto tiro e
variasse alcuni parametri del gioco.
Vere e Marie si trovarono in breve a corto di soldi. Lei, intraprendente, aveva
conosciuto Madame Levin e la sua amica italiana, la signora Castellazzi. Riuscì
a farsi prestare quaranta sterline, abbastanza per tirare avanti per un po’, ma il
dissidio con la Castellazzi esplose quasi subito. Le due dame decisero di
allontanarsi da Montecarlo, e la Levin chiese la restituzione immediata del
prestito. L’ultimo incontro avvenne il 4 agosto 1907 nella suite dei Goold. Il
delitto, a grandi linee, era stato già deciso, compresi lo smembramento del corpo,
il baule in cui lo avrebbero nascosto e la partenza in serata per Marsiglia. Nella
suite, la Girodin aveva lasciato Ysabele, la nipote «in cerca di marito nel gotha
monegasco» (così la descrissero i giornali), che li aveva raggiunti da qualche
giorno. Quando giunse la polizia, chiamata dalla Castellazzi preoccupata per il
ritardo dell’amica, la ragazza, del tutto all’oscuro dell’accaduto, spiegò che la zia
e il compagno erano partiti per un appuntamento medico fuori Montecarlo, ma
che sarebbero tornati presto.
Il processo cominciò il 2 dicembre 1907 in un’aula del Tribunale superiore
del principato. I fatti erano noti, incontrovertibili. Il giudice Baron-Rolland
voleva capire, però, se i due avessero agito di comune accordo o se la
confessione rilasciata durante il processo da Vere Goold, che faceva ricadere
tutte le colpe su se stesso, «trasformato in un omicida dalla disperazione, dopo
un violento alterco con la signora Levin», fosse la sola versione sostenibile. La
decisione fu di condannare entrambi.
La sentenza giunse il 4 dicembre. Inforcati gli occhiali, il giudice lesse con
voce priva di emozioni: «In base agli articoli 313 e 369 del codice di procedura
penale, e all’articolo 51 del codice penale, condanniamo Girodin Marie Rose alla
pena di morte e Goold Vere Thomas Saint Léger ai lavori forzati a vita». Vere e
Marie Rose fecero appello, la richiesta venne respinta l’8 gennaio 1908. Un
mese dopo, l’8 febbraio, la pena di Marie Rose venne commutata in ergastolo.
Fu la motonave La Loira a portare Vere Goold all’Isola del Diavolo. Il
viaggio cominciò il 17 luglio 1908 con il trasferimento del condannato dalla
prigione di Saint-Martin-de-Ré alle gabbie montate sulla nave. Non vi rimase a
lungo. Il volto emaciato e ormai senza espressione, Vere fu tirato fuori dalla
gabbia per volere del medico di bordo, impressionato dallo stato di debolezza
dell’uomo e preoccupato per l’aggressività che gli altri condannati mostravano
nei suoi confronti. Era un uomo istruito, Vere Goold, e gli vennero affidate
mansioni di infermiere.
Il medico delle truppe coloniali assegnato a La Loira si chiamava Leon
Collin, ed era uno studioso del comportamento umano. Per quattro anni
fotografò i condannati e annotò le loro storie. Fu a lui che Vere Goold volle
affidare tre quaderni di memorie, documenti che furono ritrovati solo di recente,
a cento anni da quei fatti. In quei quaderni, scritti in un pessimo francese, Vere
Goold ribadiva ciò che aveva confessato in tribunale, mischiando a tali vicende
altri momenti della sua vita, come la morte dei genitori, avvenuta prima del
compimento dei suoi vent’anni, e quella dei fratelli e delle sorelle. Esponeva i
fatti senza dare l’impressione di riuscire a esprimere i suoi sentimenti, quasi ne
fosse ormai privo, o addirittura non ne avesse mai avuti. Sulla morte della
sorella, avvenuta per una caduta da cavallo, Vere scriveva di averla avvisata
della pericolosità dell’animale, per poi aggiungere che aveva dovuto maltrattare,
quello stesso giorno, un altro cavallo di carattere troppo spigoloso, e alla fine di
averlo venduto per sole dieci sterline. «Una giornata davvero storta», era la sua
conclusione.
Marie Rose Girodin sopravvisse al marito per pochi anni. Se ne andò nel
1914, malata di tifo, contratto nella prigione di Montpellier.
Vere Thomas St. Leger Goold morì il 19 aprile 1909, forse suicida, forse
stremato dalle febbri. Sul documento che registra la sua scomparsa si segnala
che il decesso era avvenuto nella colonia dell’Isola della Salvezza. C’era l’ordine
di non scrivere «Isola del Diavolo» nei documenti ufficiali.
Roscoe Tanner: jail, set and match

ROSCOE Tanner ebbe in dote un servizio che solo le divinità del tennis avrebbero
potuto concedergli, un corredo di colpi poco più che scolastico e due neuroni per
ricavarne i frutti desiderati. Era un tennista curioso, per certi versi strambo, si
sarebbe detto composto da due metà antitetiche, obbligate a opporsi l’una
all’altra dalla loro stessa natura, quasi che alla nascita fosse avvenuta una
spartizione e soltanto in una si fosse concentrata quella scintilla di divino che
nobilita la razza umana.
A Roscoe da Chattanooga, Tennessee, l’essenza divina si asserragliò tutta
nella metà sinistra, su un braccio a forma di clava che sapeva spingere la palla
alla velocità di uno Sputnik, e con un movimento talmente abbreviato e
improbabile da escludere la possibilità di capire da che parte stesse tirando. E per
quanto ne so, manco lui avrebbe saputo dirlo. Comunque sia, le divinità
tennistiche si limitarono a quell’intervento, evitando di mettere becco nel resto
delle doti di Roscoe. Ne sortì un tennista bicefalo, bellissimo quando metteva la
palla in gioco, onestamente casareccio in tutto l’ulteriore corredo del suo tennis e
in molte scelte tattiche che esprimeva. Metà divino e metà mortale, un Ercole
tennista, ma un po’ grullo.
Ciò che turbava, in Tanner, era la totale fiducia che mostrava in se stesso.
Non era tipo da accontentarsi di un mezzo bicchiere percepito come pieno, lui
quel bicchiere lo vedeva tracimante di acqua, di birra, di spensieratezza, una
cascata di autostima… Due neuroni appena, ma i più ottimisti che si siano mai
visti.
Roscoe era seriamente convinto di essere il più forte del mondo, totalmente
sicuro che nessun avversario avrebbe potuto batterlo, nemmeno Borg nella finale
di Wimbledon del 1979, al quale Roscoe finì a un tanto così, diviso dal ribaltone
e dalla gloria solo da un passante sbagliato di due dita. La stessa fiducia in se
stesso che poi l’ha condotto a sprecare la vita successiva al tennis in un mare di
debiti, di processi, di assegni a vuoto.
Ho conosciuto abbastanza bene Roscoe, ci ho giocato quattro volte e ne
abbiamo vinte due ciascuno. Affrontava i match in uno stato di semiesaltazione:
prima di scendere in campo mostrava la stessa eccitazione che si prova al primo
appuntamento con una donna che ti ha tolto il sonno. Lo guardavo e mi
chiedevo: Ma come gli va, a questo qui?
Resto convinto che uno così abbia emesso ogni assegno a vuoto di cui è stato
accusato nella certezza che di lì a poco, come per miracolo, il suo conto in banca
si sarebbe riempito. Non succedeva mai, però, e finito il tennis Roscoe Tanner ha
ingaggiato una poderosa battaglia con la giustizia, finendo sempre battuto.
Mise in serio pericolo anche quella finale di Wimbledon, e lì per lì (ma
trascorsero anni prima che la storia fosse riscritta e raccontata in modo diverso)
dette la certezza a tutti gli appassionati di tennis collegati via tivvù, che al
momento di scendere in campo fosse stato colto da un formidabile attacco di
dissenteria. Insomma, che se la fosse fatta sotto. Ritardò il suo arrivo sul Centre
Court di una decina minuti. Si era chiuso in bagno e non intendeva uscire. Dietro
la porta si era formata una fila di persone che bussavano e gli dicevano che il
tempo stava per scadere. Lui rispondeva mugolando che non era ancora pronto.
Trascorsi dieci minuti aprì e corse a prendere il suo posto, come se nulla fosse.
Vinse il primo set al tie-break, poi vinse il terzo, e nel quinto si trovò a un
passo dal break per tre volte nel terzo game. Finì invece per subirlo nel
successivo, ma nell’ottavo game, sul 15-40, ebbe due grandi opportunità per
recuperare la parità; la prima in particolare, su un attacco senza convinzione di
Borg, che finì per aprire un varco anche troppo invitante sulla destra. Bastava
mettere la palla dall’altra parte in lungo linea, e Tanner ebbe il tempo per
sistemarsi e soprattutto per pensare. E ci pensò. Malgrado pensare fosse la sua
maledizione, ci pensò… La palla uscì di lato e la partita finì.
Si seppe, ma solo anni dopo, che il ritardo di Tanner era stato chiesto dalla
NBC tramite l’agente Donald Dell, che in quell’occasione era impegnato anche
come commentatore della finale. Era la prima volta che negli Stati Uniti i
Championships venivano offerti in diretta, all’interno del programma Breakfast
at Wimbledon che il nuovo produttore esecutivo dell’emittente, Don Ohlmeyer,
aveva voluto nella speranza che ci fosse un americano in campo – lui puntava su
McEnroe, ma Tanner andava bene ugualmente – a dare la caccia a Borg. Però gli
orari della trasmissione non coincidevano con quelli della finale; la NBC chiese
per vie ufficiali di ritardare e a Wimbledon si misero a ridere: c’era un Royal
Box stracolmo di «sue altezze reali» e di onorevolissimi ospiti, inutile insistere.
Allora Dell chiamò in albergo Tanner, gli spiegò la situazione e gli chiese di
inventarsi qualcosa per ritardare il match. La diarrea fu quanto di meglio seppe
escogitare.
Sull’aspetto divino del suo servizio, credetemi, non c’è da scherzare. Servire
a 246 chilometri orari (se vi pare poco…) con una racchetta di legno, terzo
servizio più veloce da quando qualcuno si è preso cura di registrarli, significa
arrivare a 257 chilometri orari con le racchette odierne, se non oltre.
A furia di bordate, Tanner ha vinto un’edizione abbastanza povera di
campioni degli Open d’Australia (la prima delle due del 1977, su Vilas), è stato
finalista a Wimbledon nel 1979 (con altre due semifinali e due quarti di finale
sull’erba) e due volte semifinalista agli US Open, dove in quello stesso 1979 si
prese la rivincita su Borg. Ha vinto 16 titoli su 41 finali giocate, è stato numero 4
in classifica nel 1979 e vincitore della Davis nel 1981. Faceva abbastanza bene
anche sulla terra rossa (e verde), ma evitava, per quanto possibile, di giocarci. A
Parigi credo sia passato due o tre volte.
Una carriera importante, comunque la si voglia giudicare, chiusa nel 1984
quando la spalla lo piantò in asso, costringendolo a servire normalmente e di
fatto declassandolo a giocatore di basso livello.
Comincia qui la seconda vita di Roscoe, ahilui, sugli stessi presupposti della
prima, l’incontenibile fiducia in se stesso e la più totale incapacità di farsi
cogliere dal minimo dubbio su qualunque cosa stesse facendo.
Nella sua autobiografia, Double Fault. My Rise and Fall and My Road Back,
scritta con Mike Yorkey nel 2003, durante i giorni del secondo arresto a
Karlsruhe in Germania, dove si era trasferito con la fidanzata per fare fortuna,
Tanner si paragona al pifferaio di Hamelin seguito dai suoi topini. «Solo che io»,
dice, «ero seguito dai debiti.» Un’immagine in effetti piuttosto indulgente nei
suoi confronti. In realtà i debiti, più che seguirlo, lo inseguivano tentando di
ghermirlo, e lui, il pifferaio Roscoe, scappava a gambe levate.
Nelle galere tedesche Tanner trascorse sei mesi, condannato per due assegni a
vuoto: con il primo aveva tentato di pagare un bordello, con il secondo di saldare
una banca con la quale aveva acceso un mutuo. E già qui ci si potrebbe
fermare… Dite, si può rifilare a una banca un assegno scoperto e sperare di farla
franca? Vabbè, che volete farci… Il risultato fu che Roscoe venne processato per
direttissima e condannato in pochi minuti.
Il primo arresto risale invece al 1997. L’accusa era di non avere pagato gli
alimenti alla madre della sua prima figlia, una prostituta di nome Connie
Romano incontrata una notte dei primi anni Novanta al Waldorf Astoria di New
York, dopo avere vinto un torneo senior in doppio.
Estradato dalla Germania nel 2003, Roscoe ottenne la libertà vigilata dal
Florida Department of Corrections, ma la violò a più riprese e subì una nuova
condanna a due anni. Ne scontò solo uno per buona condotta, ma lo rimisero
dentro per oltraggio alla corte.
Nel 2008 lo beccarono a Knoxville, Tennessee, per avere pagato due Toyota
Highlanders con assegni a vuoto, per un totale di 72.000 dollari. Gli andò bene:
quando lo presero le aveva già vendute, ma ne recuperò una e l’accusa venne
ritirata; Roscoe si accordò per una multa da 5.000 dollari.
Identiche accuse, però, scattarono nel 2012 nella contea di St. Lucie, per un
assegno in bianco di 1.200 dollari a fronte di lavori di manutenzione su alcune
imbarcazioni. Nel 2013 finì dentro a Indian River County per mancata
comparizione e furto (di questo però si è sempre dichiarato innocente), e nel
2014 per guida con patente sospesa. L’ultimo arresto è del 2016, di nuovo nella
contea di St. Lucie, di nuovo per guida senza patente.
Oggi Roscoe insegna il tennis ai bambini. Ha avuto cinque figlie da quattro
donne diverse. Giura di avere cambiato vita. Nella sua autobiografia racconta di
quanto fosse rimasto colpito dalle letture che un predicatore proponeva ai
detenuti del carcere di Karlsruhe, in particolare dalla lettera di Paolo di Tarso ai
Filippesi, in cui si legge: «Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate
conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da
ringraziamenti».
«In quel momento ho sentito la presenza di Dio accanto a me», scrive Roscoe
nelle righe finali del libro. «Avevo toccato il fondo, tutta la mia vita si poteva
riassumere in un enorme zero. Avvertii il bisogno di inginocchiarmi. Certo,
potreste pensare che una conversione in carcere sia un finale troppo comodo per
la mia storia. Ma quando sei dietro le sbarre, quando ti hanno portato via tutte le
libertà, ti si aprono gli occhi. Ho vissuto cinquant’anni a modo mio. Ora voglio
iniziare a fare le cose in grazia di Dio.»
Non penso ci sia riuscito così bene: dopo l’uscita del libro è finito dietro le
sbarre altre sette volte.
Bill Tilden, il diavolo veste maglioni logori

IL peggior attore nella storia del cinema. Ma il più grande tennista della sua
epoca. William Tatum Tilden II fu insieme il migliore e il peggiore, sempre.
Grande nel tennis, su questo c’erano pochi dubbi, e pochissimi erano quelli
che ritenevano di dover mettere ai voti l’affermazione. Lo chiamarono Big Bill,
non per niente, anche i suoi detrattori. Per il resto, meglio calare un pietoso
sipario.
I distinguo furono una costante della sua vita, fecero da contrappunto a ogni
valutazione emessa nei confronti di un uomo che, per oltre trent’anni, fu sulla
bocca di tutti per le sue doti di atleta, la creatività tennistica, le provocazioni e lo
spirito da vero uomo di sport – mai avrebbe approfittato di un punto mal
giudicato da una chiamata arbitrale –, così come per lo smisurato egocentrismo,
le scelte sbagliate (prima ancora che strampalate) che inanellò fuori dal tennis, e
per avere ritenuto, nella parte finale della sua vicenda, che a uno come lui tutto
fosse perdonabile, comprese le accuse di pedofilia che gli causarono processi e
condanne.
Anche nei commenti che gli riservavano i conoscenti, gli avversari e persino
gli amici (quei pochi), luci e ombre si alternavano, indissolubili. Lo chiamavano
Nižinskij, perché sembrava giocare a tennis ballando, e un momento dopo gli
davano della «vecchia puttana», per come si metteva in mostra, disposto a tutto
pur di ottenere consensi, attenzioni, applausi. L’attore Douglas Fairbanks (Il
segno di Zorro, indimenticabile), che faceva parte del ristretto Club degli amici
di Charlot, cui Tilden partecipava giocando a tennis con Greta Garbo e Mary
Pickford, con lo stesso Fairbanks e con il padrone di casa, sul campo della villa
di Charlie Chaplin a Hollywood, sosteneva che le sue recite tennistiche fossero
uno dei migliori spettacoli teatrali che avesse mai visto, ma non mancò di
definirlo «il cane più cane di tutti» quando lo vide recitare in una pellicola della
Warner Bros, nella quale Tilden faceva una particina, la sua prima da attore.
Inseguendo sogni hollywoodiani, Tilden investì nel cinema e nel teatro tutti i
guadagni della sua carriera professionale, oltre 500.000 dollari. Ne ricavò una
seconda particina «da cane» in un film, due settimane di rappresentazioni di una
sua opera (New Shoes) nei teatri Off Brodway, e un ruolo da Dracula in una
pièce che per sedici settimane girò per i teatri della provincia: a detta dei critici,
«l’unica parte, quella del vampiro, in cui fosse riuscito a mostrare una qualche
espressività, sempre che non fosse per il trucco».
Un disastro, insomma. Ma nel tennis fu il più grande della sua epoca, e per
quasi un decennio si rifiutò letteralmente di perdere, numero uno fisso per sei
stagioni a partire dal 1921: 7 US Championships di cui sei consecutivi, 7 vittorie
in Coppa Davis, 3 trionfi a Wimbledon (due a Worple Road, una nel nuovo
impianto in Church Road), dove fu il primo americano a spezzare il dominio dei
sudditi del Commonwealth; 138 successi nei 192 tornei cui prese parte da
dilettante, con 197 match vinti e 62 sconfitte (il 93 per cento), per poi passare al
professionismo e fare piazza pulita anche lì, risultando praticamente imbattibile
dal 1931 al 1937. Continuò a misurarsi con i primi fino al 1945, anno che lo vide
vincere con Vinnie Richard il campionato professionistico di doppio. Tilden
aveva ormai cinquantadue anni…
Il diavolo ha mille volti, Big Bill ne ebbe uno solo ma con mille sfaccettature.
Lo ritennero imbattibile, né più né meno di Borg negli anni Settanta. Un genio
arrogante, non inferiore a John McEnroe. Uno sportivo senza macchia come
Edberg. Fu in grado di rendere teatrale qualsiasi match, come Năstase e più delle
Williams. E se fosse possibile un paragone fra anni così lontani e diversi,
sarebbe opportuno aggiungere che Tilden si nutrì di una fama più estesa di
quella che ottenne Agassi. Ebbe il gusto della mondanità più sfacciata, al punto
da oscurare Fred Perry, il più salottiero e festaiolo che il tennis avesse
conosciuto. Perfezionista, non meno di Ivan Lendl. Longevo, ben oltre Ken
Rosewall. Importuno e scocciatore, ai livelli di Jimmy Connors. Introverso come
Pancho Gonzales. La sua stella, la sua fama, si spensero all’improvviso, e la sua
fine fu più sventurata e priva di mezzi di quella che toccò ad Althea Gibson.
C’è tutto il tennis conosciuto nella vicenda di William Tilden, quello passato
e quello futuro. Ma c’è molto anche della sua visione della vita, talmente
individualistica da sconfinare con naturalezza nella presunzione. Di origine
inglese, era il figlio di una nobiltà ormai in decadenza (i baroni Tylden, con la y,
poi diventata i per un errore di trascrizione nei documenti) approdata in America
per suggere nuova linfa e risanarsi. Vissero in una grande casa nel quartiere più
ricco di Filadelfia, a Germantown; il padre, William Tatum senior, commerciava
in lana e frequentava la politica. Big Bill ricorda di avere giocato nei grandi
corridoi di casa Roosevelt, e di non essersi risparmiato a gattonare tra una stanza
e l’altra di casa Taft.
L’amicizia con due dei prossimi inquilini della Casa Bianca non cambiò il
destino dei Tilden. La madre e tre sorelle morirono presto, e il colpo per William
fu durissimo. La madre, costretta sulla sedia a rotelle ma musicista di livello, lo
aveva introdotto all’arte, insegnandogli a coltivare il senso estetico come un
valore essenziale.
William crebbe con la zia, senza rinunciare al carattere lunatico, non
disgiunto dallo smisurato narcisismo che lo portava a voler stupire a tutti i costi.
Era alto intorno al metro e novanta, aveva un volto magro e oblungo, un po’
goffo, spesso vestito con maglioni da tennis che avevano visto tempi migliori.
Il servizio militare gli venne impedito dai piedi, enormi e piatti. Non era
simpatico ai compagni di scuola, forse a nessuno, ma era carismatico, questo
glielo concedevano tutti. Giunse al tennis quasi senza volerlo. Giocava con la
racchetta da quando aveva sei anni, e durante gli studi universitari si aiutò dando
lezioni di tennis; per un periodo fece anche da raccattapalle nell’esclusivo
Germantown Cricket Club, dove osservò da vicino molti campioni di quegli
anni. Uno solo lo colpì, Maurice McLoughlin, «per l’energia plebea che
emanava dal suo fisico», scrisse anni dopo. «Nessuno picchiava davvero la palla,
nessuno neppure sudava. E io sentivo che in qualche modo c’era qualcosa di
sbagliato.» Preferì gli studi e un lavoro da giornalista specializzato in teatro e
musica al Philadelphia Ledger.
A venticinque anni, il tennis non faceva ancora parte della sua vita, se non per
quei pochi incontri che giocava in amicizia, sebbene la sua idiosincrasia per le
sconfitte fosse già nota a chi lo frequentava. Poi, d’improvviso, divenne
giocatore, non il più forte ma subito fra i migliori. Decise di vedere che effetto
faceva. Si iscrisse ai Nationals statunitensi del 1919, il primo grande torneo cui
partecipava, secondo per importanza solo ai Championships di Wimbledon.
Giunse subito in finale e perse 6-4 6-4 6-3 dall’altro William, Johnston,
piccolino (1,68) e agile, con un diritto poderoso e difficile da controllare. Negli
anni successivi Johnston divenne il suo avversario e la sua vittima preferiti,
ribattezzato Little Bill non solo per i centimetri mancanti, ma perché dopo quella
vittoria non fu più in grado di elevarsi ai livelli di Big Bill.
La sconfitta a Wimbledon, intanto, convinse Tilden a lavorare su se stesso.
Scelse di prendersi una pausa e di crescere nel fisico (facendo il taglialegna) e
nei colpi. Ribaltò il suo tennis, lavorò accanitamente sul rovescio,
trasformandolo da colpo morbido, quasi sempre in slice, in sbracciata violenta e
piatta, e studiò tattica di gioco e schemi da alternare sul campo. Fece ritorno sui
courts nella primavera del 1920, a ventisette anni suonati, trasformato non solo
nei colpi ma anche nei modi, nei gesti, negli sguardi.
Era diventato Il Campione, pressoché imbattibile per gli avversari di allora.
Per dieci anni Big Bill fu praticamente insuperabile. Riusciva a staccare i
contendenti quasi fosse sospinto da un motore con molti cavalli in più.
Sfrecciava laddove gli altri procedevano a tentoni, ma amava anche le scene
madri, e non furono poche le volte in cui si piacque così tanto nella parte del
campione irritato da rifiutarsi di proseguire il gioco per protesta contro un errore
dei giudici. Nel 1923, durante un match di Coppa Davis, perse volutamente
l’intero terzo set per risarcire l’avversario australiano, James Anderson, di un
torto arbitrale che a suo parere aveva subito sul finire del secondo set.
Si arbitrava da solo, Tilden. Litigava con tutti, giudici e raccattapalle,
prendeva a male parole giornalisti e dirigenti. Sapeva soffrire, però. Se l’incontro
glielo imponeva, era capace di sopportare qualsiasi stress.
Nel 1921, sempre in Davis, opposto al giapponese Shimizu, si trovò sotto di
due set. Aveva la febbre altissima e un’infezione a un dito del piede che lo
obbligava a non poggiarvi il peso. Vinse il terzo, a stento, e nella pausa lo
trovarono sotto la doccia fredda, vestito, intirizzito. «Spogliami», urlò al
capitano Sam Hardy che lo guardava allibito. Lo cambiarono, lo asciugarono e
riscaldarono, gli incisero l’ascesso. Dieci minuti dopo era in campo e lasciò tre
game a Shimizu negli ultimi due set.
Nel 1928 lo cancellarono dalle convocazioni per la finale di Coppa Davis in
Francia perché aveva accettato di scrivere dei reportage e dei commenti sui
quotidiani americani, facendosi pagare. Tilden non ci pensò due volte e prese a
tempestare la stampa di articoli a proprio favore. Glieli pubblicarono tutti: in
fondo, come si faceva a gettare in un cassetto un pezzo del grande Tilden? Presto
l’opinione pubblica fu tutta dalla sua parte, finché l’ambasciatore americano a
Parigi, Myron Merrick, chiese di sua iniziativa alla federazione di reintegrarlo in
squadra.
Amava scrivere, Tilden. Sul tennis, in particolare. Quello sport cui era
approdato quasi per caso gli si era infilato nell’anima. I suoi libri furono tra le
cose migliori di Big Bill nella seconda parte della sua vita. E fra i più letti e
studiati dagli allenatori.
Dipingeva il nostro sport come un universo che ruota attorno a un asse
portante, a un pianeta più fulgido degli altri. E quell’asse non poteva essere altri
che lui stesso. Scriveva dei suoi avversari, si divertiva a stilare classifiche,
addirittura quella dei giocatori da lui ritenuti immortali, in cui comparivano i
pochi amici, mentre i nemici finivano inevitabilmente nel limbo dei dimenticati,
o peggio all’inferno. Se lo poteva permettere. Nel tennis poteva permettersi tutto.
Non nel cinema o nel teatro, però. E nemmeno nella vita.
Chi lo conobbe da vicino era pronto a giurare che Tilden non aveva rapporti
non solo con l’altro sesso, ma nemmeno con il proprio. Semplicemente, non lo
interessavano. Aveva modi effeminati, talvolta li mostrava, ma negli anni del
tennis, quelli in cui la sua figura pubblica di campione lo portava spesso sotto i
riflettori, la sua omosessualità fu appena accennata, trattenuta, molto riservata.
Tilden si sentiva più emancipato in Europa, dove avvertiva un clima liberale e
meno disponibile alla censura, ma anche lì non si verificarono episodi tali da
uscire dai confini, peraltro assai ristretti, della pubblica morale. Così, quando nel
1946 iniziò l’epoca dei processi, in pochi erano disposti a credere che nei
riguardi di Tilden la giustizia fosse chiamata a decidere su «comportamenti
volgari e lascivi nei confronti di minori» e di pedofilia.
Il primo arresto avvenne nel novembre del 1946, sul Sunset Boulevard a Los
Angeles. Tilden fu sorpreso con una mano nei pantaloni di un adolescente. Il
giovane si prostituiva e l’ex tennista lo aveva pagato: questi fatti (accertati)
spostarono la sentenza su un reato più leggero rispetto a quello di
comportamento lascivo verso un minore proposto dall’accusa, e Tilden fu
condannato a un anno di prigione per avere contribuito alla delinquenza di un
minore.
Uscì dal carcere dopo sette mesi e mezzo, ma nel 1949 si ritrovò di nuovo a
processo per avance sessuali nei confronti di un autostoppista sedicenne raccolto
per strada. «Lei non è più un campione, mister Tilden, lei è un pederasta», chiuse
la lettura della sentenza il giudice. La condanna fu ancora una volta di un anno,
la permanenza in carcere di dieci mesi.
Fu l’America a non perdonarlo mai. Gli amici, il mondo del tennis. I circoli
gli chiusero le porte in faccia, il Club degli amici di Charlot non lo volle più fra
gli invitati. Solo Chaplin gli rimase amico.
Tilden si avviò solitario verso la fine dei propri giorni, in miseria. Fu
stroncato nel 1953 da una trombosi, aveva sessant’anni. In tasca gli trovarono
88,11 dollari. Era tutto quello che gli restava dopo essere stato il re del tennis per
venticinque anni.
Racconti romani. I diavoli custodi del Foro

UNA lunga scia di lacrime irrora i campi degli Internazionali, al Foro. Lo sapete,
nel tennis si piange, più che in altri sport, oggi come allora, talvolta per le
vittorie, altre per avere perso contro l’ultimo che si riteneva in grado di batterci.
Si piange perché è umano farlo, perché i confronti sono diretti, e le discese
ardite, poi le risalite, con tutti i loro turbamenti emozionali, dipendono da noi
stessi e non da altri. Uno dopo l’altro, Djoković a parte, i campioni li abbiamo
visti piangere tutti: Federer è una fontana, Murray si scioglie come un calippo, e
anche Nadal non ha mancato, quest’anno, dopo la dodicesima vittoria al Roland
Garros, di tirare giù due lacrimoni in top spin che hanno fatto centro nel cuore
dei francesi.
Nel mio piccolo, feci venire i lucciconi a Lendl, e mi dispiacque. Successe
quando in una Davis romana gli mollai un doppio 6-0 alla ripresa del match
(eravamo un set pari) e non la prese bene, anche perché gli piantai lì due ace
ignoranti, a 12 chilometri orari, con la palla battuta da sotto. Ma Ivan, con il suo
carattere, mi attizzava i più bassi istinti. Quando uscì dal campo prese la
direzione sbagliata. Lo ritrovarono confuso e costernato mezz’ora dopo in un
ripostiglio, alla fine di un cunicolo sotto lo stadio, seduto in attesa che qualcuno
lo andasse a recuperare.
Lacrime diverse le versarono campioni affermati come Tony Trabert nel
1950, e dopo di lui, nel 1952, il tedesco Ernst Buchholz, finalista in Davis l’anno
prima. Trabert era ancora un ragazzo, ma già considerato fortissimo. Riuscì a
perdere un match che non si poteva perdere contro l’anziano francese Bernard
Destremau, che ancora giocava in pantaloni lunghi e teneva da matti alla sua
eleganza. Avanti 6-2 6-2 5-0 e match point, Trabert fallì ingenuamente la palla
del match e dette il via all’improbabile rimonta del francese, che si concretizzò
via via lasciando annichilito il marine americano, grande, grosso e con i capelli a
spazzola. Destremau vinse il terzo set 8-6, dopo avere annullato un secondo
match point, e Trabert perse la testa. Quarto e quinto set si chiusero 6-2 6-3 a
favore del francese. Sull’ultima palla, Trabert scoppiò in un pianto dirotto,
rifugiandosi fra le braccia di nonno Bernard, che lo accompagnò via dal
Centrale, consolandolo e assicurandogli che presto, se avesse mostrato pazienza,
avrebbe vinto tutto. Non si sbagliava, perché nei cinque anni successivi Tony fu
numero uno, vinse Wimbledon, due volte il Roland Garros e due gli US
Championships.
Finì allo stesso modo anche il match di Ernst Buchholz, e a consolarlo ci
pensò il suo bonario aguzzino, Nello Centonze, napoletano del Circolo Posillipo,
grande amico del mio padre «da campo» Mario Belardinelli. Nellino, come lo
chiamavano tutti, spelacchiato e quasi gracile, era maestro di arti tennistiche, un
genio della tattica fornito di una discreta faccia di tolla, che non aveva mai
cercato i grandi palcoscenici preferendo il tennis amichevole e ricco di sfottò
delle sfide fra circoli e dei tornei di seconda categoria. Quella volta, venuto a
Roma come spettatore, lo acciuffarono al volo pregandolo di scendere in campo
per riempire una casella del tabellone lasciata vuota da un ritiro. Nellino non
seppe dire di no, rimediò alla meglio una racchetta e due indumenti e con quelli
si presentò sul Campo Due, incuriosito dal nome del suo avversario. Buchholz,
che aveva muscoli dappertutto, anche sulla fronte, lo guardò allibito, chiedendosi
se fosse uno scherzo. Davanti a lui c’era un tipo con dei pantaloncini troppo
larghi, una maglietta stropicciata, due calzini grigi da passeggio e una racchetta
scorticata. Questo me lo pappo in due bocconi, pensò il giovane Ernst,
sistemandosi il tovagliolo intorno al collo, senza immaginare che stesse per
misurarsi direttamente con il suo diavolo custode.
Gli bastò un servizio, a Nello Centonze, per capire quale fosse l’unica
strategia per sopravvivere ai colpi del marcantonio. Sulla legnata di Buchholz,
Nellino reagì d’istinto e alzò un pallonetto alto sessanta metri che cadde a dieci
centimetri dalla riga. Allibito, il tedesco tentò lo smash che si trasformò in un
nuovo pallonetto, allora tenne bassa la palla invitando al palleggio l’avversario,
ma Nellino continuò a spedire la palla sulle nuvole. E fu così per tutto l’incontro.
Buchholz perse il primo set 11-9, fece breccia nel secondo raddoppiando la
potenza dei suoi servizi e degli smash, ma nel terzo e nel quarto non fu più in
grado di colpire la palla, il braccio gli doleva e aveva un principio di torcicollo a
forza di guardare verso il cielo. Il match finì 11-9 3-6 6-1 6-1 per Nello
Centonze, tennista di passaggio agli Internazionali. Buchholz pianse a dirotto,
lasciando che l’omino lo consolasse con il suo repertorio di frasi napoletane –
«T’agge fatte ascire pazze? Ma tu nun sii ’na chiaveca, tu ssi forte pe’ me» –,
che al solo sentirle trasformarono le lacrime in una cascata di gorgogliante
costernazione. Ernst pianse in campo e dentro gli spogliatoi, e lo trovarono in
lacrime anche la mattina dopo. Quando finalmente smise di commiserarsi, si
trascinò con gli occhi gonfi al torneo, con una sola domanda da porre: «Ma chi
era quello con cui mi avete fatto giocare?» Pensavano scherzasse per tirarsi un
po’ su, ma non lo sapeva davvero.

Devo a un tifoso la mia vittoria su Gerulaitis nel primo turno degli


Internazionali del 1978. Non l’ho mai conosciuto personalmente, e mi sarebbe
piaciuto. Mi urlò contro, d’istinto, e certo per rabbia, l’unica frase che era giusto
dirmi in quel momento, che mi vedeva sotto nel punteggio e sotto a un treno per
quanto riguardava il morale. Il match fra i vincitori degli ultimi due anni – Vitas
si aggiudicò l’edizione del 1977 su Zugarelli, che sperava nel colpaccio perché
con quei soldi avrebbe ricostruito il tetto di casa, io quella del 1976 su Vilas –
era di suo una stranezza, ma ero sceso un bel po’ in classifica, fino al numero 18
mi pare, dunque non rientravo fra le teste di serie.
In campo Vitas mi anticipava su tutto, aveva gambe da velocista che quel
giorno correvano da sole. Eravamo amici, e molto. Tutti gli anni trascorrevamo
insieme qualche giorno al mare. Veniva a trovarmi a Forte dei Marmi, facevamo
casino, si portava dietro la chitarra e sapeva suonare e cantare tutte le hit del
momento.
Quel giorno mi scappò avanti 5-0, e davvero non c’era partita. Ero
imbambolato, nervoso e senza forze. Finché dall’alto delle tribune, nel silenzio
costernato che si era creato fra il pubblico, una voce arrochita ma potente mi
venne a ricordare perché ero lì, e perché stavo giocando. La sentii distintamente
mentre mi cadeva addosso dalle tribune: «Adrià, so’ venuto da lontano pe’
vedette. Sei proprio er peggio de tutti».
Mi voltai, e lo vidi. Era un uomo in canottiera, grosso, e si capiva che stava
soffrendo per me, che voleva vedermi vincere, o comunque lottare con tutto
quello che avevo dentro. E io non lo stavo facendo. Aveva ragione lui, e mi fece
sentire davvero quello che aveva detto, «er peggio de tutti».
Fu quella voce a darmi slancio. Mi aggrappai al mio tennis, alla partita, e non
concessi più un game a Gerulaitis. Recuperai dal 5-0 al 5-5 e chiusi il set al tie-
break, mentre nel secondo tenni sotto controllo il gioco. Vinsi, Gerulaitis mi
strinse la mano guardandomi preoccupato: «Ti ho fatto incazzare per qualche
motivo?» mi domandò. Gli dissi che lui non c’entrava, ma che aveva ragione
sull’incazzatura, solo che era rivolta a me stesso. Lo abbracciai, poi cercai con
gli occhi il tifoso, il mio grillo parlante. Lo vidi seduto, che si asciugava le
lacrime. Gli rivolsi un gesto, con il braccio sollevato, come a dire: «Questa
l’abbiamo vinta insieme».
Il girone dei dimenticati
La curiosità salverà il tennis?

IL tennis non dimentica. Forse…


I tennisti sì, quasi tutti.
Quell’angolo di memoria che il tennis si è ritagliato nel fluire sin troppo
vorticoso dei tornei offre, attraverso i numeri, una visione d’insieme
irrinunciabile eppure parziale. Determina i migliori, li confronta in ogni possibile
classifica e confeziona record, ma non racconta quale ruolo quei protagonisti
abbiano svolto nel nostro sport, sempre che ne abbiano avuto uno.
A cercare una parvenza di democrazia in una disciplina che ne fa volentieri a
meno, è possibile trovarne traccia nella doppia regola che vuole i molto forti
(anche i dominatori più implacabili) non sempre attrezzati per regalare al tennis
quelle novità che lo rinnovano nella dimensione tecnica e negli aspetti di
costume, e al contrario i meno forti capaci di cambiarne da dentro l’anima. Alla
fine, però, si ricordano i risultati, le vittorie, i testa a testa, e con questi i nomi
che li hanno scolpiti nelle pagine del Libro dei Record. Si ricordano meno,
invece, quelli che la storia l’hanno scritta ugualmente, ma non hanno ottenuto
quelle vittorie in grado di renderla luminosa come una pubblicità a Times
Square. Il diavolo fa il tennis, ma sa anche come sfilare il «TFR» ai giocatori in
pensione. Campioni dimenticati come Bunny Austin, Lilí Álvarez e Natasha
Chmyreva lo hanno scoperto sulla propria pelle.

La sensazione che molti giocatori vivano i migliori anni della loro vita
agonistica senza sapere un tubo di ciò che è stato prima di loro è netta, e per uno
della mia generazione alquanto deludente.
Come abbiano giocato i campioni del passato, il perché delle scelte compiute,
lo studio dei gesti e delle gesta, è materia per pochi apprezzabili curiosi, e
nell’insieme lascia spazio a qualche insidiosa domanda sull’evoluzione del
nostro sport, ormai prossimo a compiere centoquarantacinque anni, da quel 1875
che vide le regole di base codificate in forma moderna dalla commissione
istituita dal Marylebone Cricket Club, un circolo di Londra a nord della City e a
due passi da Regent’s Park, che ha fatto la storia del tennis in anticipo di due
anni rispetto al primo torneo di Wimbledon.
Come possa garantirsi il futuro uno sport che faccia così volentieri a meno del
proprio passato è una domanda che farebbe impallidire qualsiasi studioso di
storia, ed è ancora in attesa di una risposta certificata.
Provo a darne una.
La differenza la fanno i singoli, sia fra i giocatori sia fra i maestri. Posso
anche fare finta di credere – e mi limito a un esempio banale – che molti dei
giocatori attuali non sappiano dire, secondo una definizione da manuale, con
quale tipo di impugnatura eseguano i loro colpi, se continental, eastern, western,
semi-western o full-western, ma di certo la sanno descrivere, talvolta con parole
un po’ arrangiate, sempre però con gesti precisi e accurati, tali da essere
tramandati ai duri di comprendonio che li seguiranno nella crescita evolutiva del
nostro sport. E lo stesso vale per il resto.
Questo per dire che la Storia – ma sì, quella con la esse maiuscola – le sue
strade per svilupparsi e trasformarsi le trova per vie naturali, come quei fiori che
crescono nelle condizioni più impensabili. Spetti dunque ai curiosi, agli studiosi,
agli insaziabili di ogni tipo, a quelli che non si accontentano di volare basso, che
per fortuna esistono, il compito di dare forma alla materia a disposizione, di
parlarne e diffondere il verbo, di chiudere i buchi neri della disinformazione.
La curiosità è l’antidoto. Al pressapochismo. All’ignoranza che si eleva a
ragione di vita. Alle semplificazioni di chi ritiene che i problemi abbiano una
sola risposta, guarda un po’, la prima che passa per la testa.
La curiosità dà forma alla ragione. La rende attiva, la rinfresca, la rigenera.
Personalmente, la voto a parola del futuro.
Siate tutti più curiosi. Non smettete mai di esserlo.
Non dico che la curiosità salverà il mondo, ma può darci una mano. E fare
altrettanto con il tennis, che soffre di un malinteso senso della professionalità e
ritiene che possa esisterne una e una soltanto, per tutti uguale, sfrondata da
qualsivoglia originalità e considerazione personale.

Contro i guasti di una memoria troppo ballerina, la mia generazione ha avuto


anche un secondo antidoto, dunque è stata più fortunata di quella attuale. Molti
dei ragazzi che oggi frequentano il circuito sono cresciuti nelle Academy, e
molte di queste sono nate da poco, non sono inserite nella struttura di un club, e
svolgono un lavoro certamente meritorio, equiparabile a un corso intensivo e
specializzato di livello universitario. Si lavora sodo, senza concedersi
divagazioni. Noi avevamo il circolo. Anzi, noi di Roma avevamo il circolo
romano, che è una fondazione a sé stante, non riproducibile fuori dal raccordo
anulare.
Il circolo vive di memorie, si circonda di aneddoti, li tramanda
trasformandoli: verba volant, quindi, degli scripta non ce ne può fregare di
meno. A turno i soci più addestrati nelle affabulazioni salgono sul palcoscenico,
aggiungono ingredienti al racconto, lo ripuliscono delle ragnatele negli angoli
più reconditi e lo restituiscono sempre rinnovato al ricordo degli altri soci. Le
gesta, le bravate, le battute, le stronzate sopravvivono ai loro stessi artefici e
fanno da sfondo alla vita quotidiana del circolo, ne garantiscono e certificano le
origini stesse.
Al Parioli mi sono cibato di questi racconti, appartenenti a una commedia che
cominciavo solo allora a frequentare. Mi raccontavano di uomini e tennisti mai
visti, che mi affascinavano senza essere eroi, anzi attraverso le loro ansie, le loro
gaffe, le loro paure e le loro battute. Personaggi indimenticabili, come Riccardo
Sabbadini, fra i migliori degli anni Venti, azzurro e più volte campione italiano,
che nel 1923, durante la finale degli Assoluti a Milano, inventò «la strategia del
povero vecchio» per infinocchiare Cesare Colombo, milanese, e sfilargli una
partita ormai persa. Erano 6-0 6-0 5-0, e al cambio di campo prima del game che
tutti immaginavano conclusivo, Sabbadini si avvicinò all’avversario: «A
Cesare», gli sussurrò, «e daje no? Famme fa’ almeno un gioco, nun me costringe
a vergognamme, lo vedi che so vecchietto, so pure mezzo sciancato…»
Colombo s’impietosì davvero, gli regalò un game e Sabbadini si trasformò
d’improvviso in un altro giocatore, fino a vincere al quinto set.
Ricordo Roberto Wiss, buon doppista, che pretendeva lo chiamassero Il
Piave, perché quando si metteva a rete dalla sua parte non passava nessuno e lui
sottolineava le migliori giocate cantando a squarciagola: «Non passa lo
straniero!» E Bepi Moro, portiere della Roma, che non sapeva eseguire i colpi da
fondo campo ma giocava le volée in tuffo, e sfidava i soci a passarlo.
Lo stesso accadeva negli altri circoli della capitale. Uno dei più in vista era il
Tennis Roma, del quale era socio il mio padre tennistico, Mario Belardinelli. Nel
1946 fu trasferito dai due campi di viale del Policlinico a quelli dell’A.S.
Asteria-Esperia vicino a Porta Metronia, in «zona Totti», dato che Francesco è
nato da quelle parti e conosce benissimo il club. I due ragazzi più in vista, in
quegli anni, erano i fratelli Marcello e Rolando Del Bello, ottimi giocatori che a
lungo hanno rappresentato l’Italia e che io conobbi ormai anziani. Ma le storie di
come li allenasse il padre, Oberdan, custode dei campi, giunsero fino a me. Per
abituarli a stare a rete senza mai arretrare, si metteva sulla riga di fondo con una
cinghia di cuoio pesante, che roteava incessantemente alle loro spalle. Chi
avesse fatto un passo indietro senza attaccare la volée (che va sempre affrontata
e colpita in avanti, mai attesa), esponeva schiena e glutei a spiacevoli rendez-
vous con la cinghia. Metodo primitivo ma efficace, a sentire Marcello e
Rolando.
Altri tempi. I giocatori di volée (quelli veri) si sono dissolti, anche perché non
si insegna più ad andare incontro a una sfera che ti arriva addosso ad alta
velocità, e senza chiudere gli occhi. «Come si fa con i problemi della vita»,
dicevano i maestri di una volta, «affrontandoli senza aggirarli.» Ecco, appunto…
Forse il problema è proprio questo. Con i guai della vita, si fa ancora così?
Natasha Chmyreva, la tennista senza tennis

A DICIANNOVE anni Natasha divenne la più forte «tennista senza tennis» del
mondo. Non che fosse un titolo di cui vantarsi. Suonava, piuttosto, come una
sentenza, cui però non fece seguito alcuna condanna scritta. I suoi detrattori non
ne ebbero bisogno. La legarono al palo e decisero che non avrebbe più dovuto
giocare a tennis: semplicemente, le proibirono di uscire dall’Unione Sovietica.
Ebbero paura dei suoi liberi pensieri, e presero a pretesto i suoi lati più
scomodi. «Una che si cambia davanti al pubblico…» fu l’unica accusa che le
mossero. E lei, sì, lo faceva. L’avevano cresciuta così. «Sei la migliore», le
diceva mamma Svetlana, «fa’ come ritieni giusto e non curarti di quello che
dicono gli altri.» E lei non se ne curava, si sentiva bella e non riteneva di essere
un pericolo per nessuno. Ma sbagliava, perché la consideravano la più pericolosa
di tutte.
Natalja Chmyreva, nota come Natasha, pensava con la propria testa. E non
era quello l’unico «difetto»: si vestiva da hippy, scendeva in campo senza il
reggiseno di ordinanza perché non sopportava le stecche di ferro che lo
rendevano simile a uno strumento di tortura, e nelle serate trascorse in America,
quando il World Team Tennis aprì le porte a una squadra di sole russe – The
Soviets, a Portland –, ballava con i tennisti di altri Paesi, tutti o quasi capelloni.
Liberi pensatori come lei, chi più chi meno.
Nei suoi compiti c’era quello di spiare. Sottinteso, non esplicito, ma c’era. Le
avevano dato dei fogli da riempire quotidianamente, a macchina, con
informazioni sulla vita in America. Comportamenti, pensieri, paure. Nomi,
soprattutto, gente di cui fidarsi, da contattare. Lei si limitava a descrivere il
torneo, le sue gare, i punti ottenuti, i match point vinti o sprecati. Doveva spedire
quei fogli con una macchina che, negli States, chiamavano Mojo, il primo fax in
commercio. La rivista Rolling Stone fu la prima a usarlo, e sembrava la cosa più
rock che si fosse mai vista. A quando il teletrasporto degli umani, come in Star
Trek? Il Mojo impiegava quaranta minuti per inviare una pagina dagli Stati Uniti
all’Italia. Il doppio per Mosca. E lei, quelle pagine, le riempiva di raccontini
cretini… Lo faceva apposta.
Gli amici, a turno, le chiesero di non tornare in patria, di scegliersi un’altra
nazione, di restarsene il più lontano possibile dalla Grande Madre Russia.
Natasha non era il tipo. «Se sono colpevole me lo diranno, e io mi difenderò.»
Non glielo dissero mai, ma accesero i ventilatori del discredito e fecero circolare
la voce che fosse «una squilibrata».
Fu peggio di una condanna. Natasha divenne ufficialmente una tennista di cui
vergognarsi. Le impedirono di uscire dal Paese, la squalificarono un anno per
essersi comportata in modo irrispettoso, giunsero a proibirle di allenarsi. E
stabilirono che l’unica pena adeguata fosse strapparla dalla scena, e dimenticarla.
Così, Natalja Chmyreva detta Natasha divenne una tennista perduta. Provò a
riprendersi il tennis due anni dopo, vincendo il possibile, ma capì che niente
sarebbe cambiato. Smise di lì a poco, e il suo nome sparì dalla storia del tennis
russo come se non fosse mai esistito. Prese una laurea da giornalista nel 1985,
visse in una casa alla periferia di Mosca con i genitori e un gatto che chiamò
Musia. Il primo a lasciarla fu il padre, Yuri Chmyrev, allenatore di atletica
leggera. Poi la madre, Svetlana Sevastianova, maestra di tennis nel Club della
Dynamo. Infine se n’è andata anche lei, il 16 agosto 2015, a cinquantotto anni,
uccisa dall’infelicità. La notizia è giunta a pochi amici: è scomparsa la tennista
dimenticata… la tennista già scomparsa… Sul sito della Women’s Tennis
Association (WTA), il sindacato del tennis femminile, pensano sia ancora viva.
Nessuno li ha avvisati, e per loro ha compiuto sessantun anni il 28 maggio 2019.

«Aveva un incredibile talento, in campo portava il fuoco, giocava un tennis


aggressivo, potente e veloce in un modo che non avevo mai visto.» Nella sua
autobiografia, Chris Evert descrive Natasha con due aggettivi: «fast and
furious». Ma non è la sola a ricordarla. Tatiana Naumko, prima donna coach in
campo maschile accanto all’allievo Andrej Česnokov, fu ancora più esplicita:
«Nella mia Unione Sovietica non avrebbero mai accettato di avere un McEnroe
fra i giocatori. Una donna, poi, era impensabile».
Alta più di 1,80 ma flessuosa e dinamica, i capelli rossi e lisci divisi in due
esatte metà, secondo la moda degli anni Settanta, Natasha vinse le qualificazioni
a Wimbledon nel 1974, quando aveva sedici anni. Non la vollero nel tabellone,
ma quella fu una decisione degli organizzatori. «Sei brava», le dissero, «e anche
forte, ma i Championships non sono una cosa da ragazzini. Torna il prossimo
anno.» Chmyreva si limitò a vincere il torneo juniores, a mani basse.
Il 1975 la vide semifinalista agli Australian Open, sconfitta fra molti
batticuore da Martina Navrátilová, che aveva due anni in più. Anche in Australia
vinse il titolo juniores, ma a Parigi non la iscrissero. C’erano gli studenti in
piazza e risuonavano slogan da cui era meglio tenersi lontani: a Mosca la
pensavano così.
Natasha si ripresentò a Wimbledon, vinse nuovamente fra le junior e
raggiunse gli ottavi nel torneo «adulto». A New York si limitò alla terza vittoria
fra le bimbe. «Mi avessero spedito a Parigi, avrei ottenuto il Grande Slam», si
confidò nelle interviste a fine partita. A Mosca la dichiarazione non piacque, ma
decisero ugualmente di allentare le briglie, almeno per un po’. Ha modi da
occidentale, pensarono, forse può esserci utile.
Quella del 1976 fu la sua stagione più lunga nel circuito. Le negarono ancora
Parigi, ma le concessero un tour in America, sotto scorta di Olga Morozova, la
migliore giocatrice sovietica e la più fedele alla causa. Non erano amiche, ma
Natasha non se ne faceva un problema, mentre Olga non aveva mai accettato che
la ragazzina avesse cominciato a batterla con una certa regolarità già dal 1974,
appena compiuti i sedici anni. La strana coppia viaggiò insieme per quasi due
anni. Natasha raggiunse ancora gli ottavi a Wimbledon, agli US Open toccò i
quarti e la classifica della WTA la propose diciottenne al numero 13, a un passo
dalle più forti. L’estate di quell’anno, con base a Portland, le due russe girarono
per gli Stati Uniti a onorare gli appuntamenti del World Team Tennis. «Forza
Soviets», lei ci rideva, Olga molto meno.
L’esperienza venne ripetuta l’anno successivo, il 1977. Natasha superò due
volte la Evert, la prima al Peanuts Tennis Classic, un torneo di esibizione a
Plains, in Georgia, la città del presidente Jimmy Carter, poi nel World Team
Tennis, e in un’occasione anche la Navrátilová. I contrasti con Olga esplosero a
Washington. La Morozova li raccontò così: «Avevamo ricevuto l’ordine di non
giocare contro i tennisti del Sudafrica. Era tassativo. A Washington il tabellone
di doppio ci sorteggiò in primo turno contro la coppia sudafricana. Decisi che ci
saremmo ritirate accampando un malore di Natasha. Lei accettò la decisione, ma
non la capì e nemmeno la condivise. Si fece un mare di problemi e di fronte alle
domande dei giornalisti la vidi sotto stress. Mi disse che si vergognava di quello
che avevamo fatto».
Il giudizio finale di Olga fu duro e senza appello, e certo finì per gravare sulla
Chmyreva: «La sua mancanza di autocontrollo venne fuori alla prima occasione.
Aveva un carattere difficile e squilibrato. Non so se sarebbe diventata una
grande tennista, il suo modo di essere avrebbe potuto portarla al fallimento più
completo». Immediatamente venne decisa la fine di quell’esperienza, e Natasha
fu richiamata a Mosca. Non tornò mai più nel circuito.

L’unica intervista, dopo il ritiro, Natasha la concesse a Natalja Bykanova, una


giornalista di Mosca che ora vive a Göteborg. Erano trascorsi venticinque anni.
Prima si negò, poi accettò, quasi a malincuore. «Se proprio vuoi farla…»
Confessò di non pensare più al tennis, e di non avere più tenuto in mano una
racchetta dalla fine dei Giochi di Mosca del 1980. Fu allora che tentò l’ultima,
inutile risalita: aveva ventidue anni e poteva ancora conquistare il mondo. Ma il
giudizio su di lei non era cambiato. Chiese una spiegazione, e le risposero:
«Ricordi come ti sei comportata in Messico? E negli Stati Uniti?» Natasha capì e
si fece da parte. «Avrei potuto farlo prima. Nel 1978, quando la mia squalifica
terminò, speravo ancora in una convocazione in Federation Cup», ma Olga
Morozova, diventata nel frattempo capitana, le recapitò un messaggio esplicito:
«Chiamerò Chmyreva solo come allenatrice delle giovani più valide». Le porte
si erano chiuse del tutto.
«Era molto emotiva», ha raccontato Alex Bogolomov, che le fu collega e
amico, «ma non squilibrata, non scherziamo… Se mai lo diventò fu quando
comprese che i suoi sogni sarebbero rimasti tali, e non avrebbero mai preso
forma.»
Ted Tinling, il sarto delle tenniste, volle confezionarle degli abitini che la
mostrassero al pubblico per quella che era. Li fece semplici, un po’ attillati e a
due colori. Bianco e nero, azzurro e giallo, celeste e blu. «Sei una donna
sorprendente, mi chiedo sempre quale sarà il colore che mi mostrerai.» Parole
che lei tenne strette al cuore.
Quando Natasha se n’è andata, nella sua casa di tre stanze gli amici non
hanno trovato niente che ricordasse il passato tennistico, né racchette, né foto, né
coppe. Solo gli abitini di Ted, lindi e con un leggero profumo di lavanda,
ripiegati in un cassetto del comò. Li disposero sulla bara. Oggi Natasha viaggia
vestita così.
Bunny Austin, cambiò il tennis ma arrivò sempre secondo

A FAR sobbalzare i passanti che arrancavano sulla salitella di Avenue de Monte-


Carlo verso Place du Casino, in quel martedì di fine marzo del 1933 accarezzato
dai tepori di una primavera insolitamente calda, non fu tanto quello strano
signore con le racchette in mano avvolto in un paletot cammello grande come lo
spinnaker di uno yacht, quanto il preoccupato vociare di un giovane con la divisa
da marinaretto dell’Hotel de Paris, che lo inseguiva trafelato per impedirgli di
salire sul taxi. «Signore, si fermi! Ha dimenticato di indossare i pantaloni!»
Cinque stelle lusso con vista sul porto, stanze ancora oggi da 700 euro a notte
e suite da mutuo bancario, l’Hotel de Paris si distingueva già allora per le
particolari attenzioni riservate a una clientela che amava tenere a balia, e nei casi
più disperati aiutava con spirito da badante. «Un palcoscenico sul quale creare la
vostra stessa storia», era il motto dell’albergo fin dalla sua nascita, nel 1864.
Proprio questo stava facendo il signore in paltò, scriveva la storia, sebbene gli
inizi di quella vicenda non apparissero così significativi, né tantomeno eroici.
Nel vederlo uscire a passo svelto, qualcuno del servizio di concierge aveva
notato che sotto l’enorme tendone color cammello si agitavano due gambette
ignude, rifinite giusto da un paio di calzini corti di cotone bianco e scarpe di tela
da tennis. La sorpresa, superato lo sbigottimento, si era tramutata prima nella
convinzione che i pantaloni dello sciagurato fossero rimasti in camera, poi
nell’inseguimento per avvisarlo.
Lo smunto signore era stato fermato con un piede ormai sul taxi, ma aveva
risposto con un candido sorriso, mostrando i dentoni al marinaretto. Con una
rapida mossa, quasi da esibizionista, l’enorme paletot si era aperto mostrando un
fisico mingherlino sul quale la t-shirt a nido d’ape cadeva dritta su un paio di
pantaloncini da tennis di grande eleganza, con tanto di passanti e cintola, ma
corti, anzi decisamente corti, fino al ginocchio addirittura. Una mise mai vista
prima: la moda «uomo tennis» stava per essere riscritta.
Henry Wilfred Austin fu a suo modo un campione, ma vinse solo in Coppa
Davis. Raggiunse due volte la finale di Wimbledon, e una anche a Parigi, e finì
sempre battuto. Fu il numero due, mai il numero uno. Si misurò con alcuni fra i
più grandi tennisti della storia, ma non ebbe il fisico per contrastarli nei loro
giorni migliori. Riuscì a batterne molti, non tutti però, e mai nelle sfide in cui
sarebbe davvero servito. Eppure incise sul tennis ben più dei suoi avversari,
splendide macchine da guerra.
Austin fu un giocatore innovativo, indicò alla moda del tempo strade mai
percorse, inventò racchette futuribili e portò il tennis maschile sulle prime pagine
dei rotocalchi, pulpito modaiolo fin lì riservato alle tenniste più amate, preferite
dal pubblico per le belle gambe tornite che di tanto in tanto sfuggivano al rigore
delle vesti, finendo al centro delle foto più spericolate.
Lo chiamavano Bunny, il coniglietto. Era un vezzeggiativo affettuoso, a suo
modo. Glielo confezionò il padre, antesignano dei «babbi da guardia» che hanno
invaso il circuito moderno, testa dura come pochi nel pretendere che il figlio
diventasse un campione. Sulle pagine del Daily Mirror, in quegli anni, godeva di
buona fama una strip a fumetti sulle avventure di una famiglia fin troppo
«allargata». Il padre Pip era un cagnetto, mamma Squeak un pinguino, e il figlio,
il piccolo Wilfred, un coniglietto dalle orecchie più grandi di lui che riusciva
sempre a trarsi d’impaccio. Magro e sempre agitato, curioso e aggraziato nei
gesti come il coniglietto avventuroso, anche l’altro Wilfred, il giovane Austin,
era tutto denti sporgenti e orecchie a sventola, quindi il soprannome gli calzava a
pennello.
Altri nomignoli presero forma con l’avanzare della carriera tennistica. A
Wimbledon non rinunciarono mai a chiamarlo Bunny, che presto sostituì Henry
Wilfred sul tabellone del torneo, ma gli affiancarono anche un soprannome più
importante e carico di aspettative, quello di Nižinskij (Vaclav Fomič,
ovviamente, il ballerino di origini polacche che incantava l’Europa). La
questione, a quel punto, era a suo modo semplice: può un coniglietto danzante,
capace di eseguire un fouetté en tournant e di applicare al tennis i sacri principi
di un grand jeté, imporsi nei Championships? La risposta fu un no secco, ma ciò
non impedì a Bunny Austin di porsi al centro del tennis.

Spinto dai moniti paterni, Austin era diventato tennista per forza di cose. I
successi della sorella Joan, prima fra le speranze del tennis inglese, finirono per
addensarsi sulle spalle del povero Bunny, chiamato dal padre a fare di più e
meglio. A cinque anni venne messo a palleggiare contro il muro della nursery, e
siccome serviva una rete, fu deciso che il cavallo a dondolo aveva l’altezza
giusta. Colpire il muro senza colpire il cavallo fu una delle idee fisse che
accompagnarono Austin per tutta la carriera. Il problema era che i «muri», nella
realtà, si chiamavano Ellsworth Vines, Donald Budge, Jean Borotra, Fred Perry,
ed erano decisamente restii a farsi colpire.
Finché si mosse in ambito giovanile, l’agilità nel guizzare da un punto
all’altro del campo fu la sua arma in più. Bunny prese le mosse da un piccolo
club vicino alla casa di Norwood, dov’era nato il 20 agosto 1906, nella zona sud
di Londra. Alla Repton School giocò di nascosto a cricket, ma smise prima che il
padre lo scoprisse. Riprese la racchetta e nel 1921, a quindici anni, vinse il
singolo Under 16 nel torneo delle scuole pubbliche al Queen’s. Nel 1924, ormai
universitario a Cambridge, ebbe i primi contatti con il tennis internazionale,
rappresentando l’Inghilterra in una sfida giovanile contro gli Stati Uniti a
Eastbourne. In Davis venne chiamato la prima volta nel 1925, ma rifiutò su
consiglio del padre, che non lo vedeva ancora «campione». Fu un errore, e gli
costò un’attesa di altri tre anni. L’anno dopo, nuovamente convocato per il
match giovanile contro gli Stati Uniti, Bunny si presentò del tutto impreparato.
Ma non aveva grandi colpe: lo sciopero generale del 1926 proclamato dal 3 al 12
maggio per andare in soccorso a un milione e duecentomila minatori sottopagati,
oggi considerato «il più brillante fallimento della protesta sindacale in Gran
Bretagna», produsse nove giorni di blocco totale del lavoro che, se non
scalfirono il governo, mostrarono al mondo fino a che punto potesse spingersi la
solidarietà fra lavoratori. Cambridge chiuse i battenti e Bunny rimase in balia
degli eventi: parteggiava per i minatori ma non trovava un campo dove potersi
allenare. Giocò ugualmente, vinse, e il match, allungatosi oltre il dovuto, gli
causò un generale affaticamento. I medici gli consigliarono di fermarsi, ma
Bunny si era iscritto per la prima volta a Wimbledon e non voleva mancare.
Ottenne una promettente semifinale, e la pagò cara. Nuove analisi stabilirono
che anche il cuore aveva bisogno di cure. Lo stop, questa volta, gli venne
imposto, e durò un anno intero.

Fu il 1929 ad aprire le porte all’età adulta del tennis di Bunny. Il suo stile
piaceva agli inglesi, più di quello del grande Fred Perry, che coglieva vittorie a
lui proibite. Non scoccò mai, fra i due, la scintilla di un’amicizia vera, compiuta.
Troppo differenti. «Fred era un egocentrico e voleva oscurarmi», rivelò Bunny
in un’intervista, «non lo faceva con cattiveria, era il suo carattere.» Ebbero in
comune gli studi in una scuola pubblica, agiata quella di Perry, figlio di un
parlamentare laburista (e di tre anni più giovane di Bunny), comune invece
quella di Austin, che studiò per diventare agente di cambio e lavorare nel mondo
di una finanza ormai scossa dal crollo di Wall Street. I due stili, però, si
completavano: Perry era aggressivo, andava in campo come alla guerra; Bunny
aveva una naturale grazia atletica, ed era un antimilitarista convinto.
Un successo pieno, però, Bunny lo colse ugualmente, ma in un altro campo.
Sulla motonave da crociera SRM Majestic della Cunard White Star Line che lo
conduceva da Southampton a New York per i suoi primi Nationals americani,
conobbe Phyllis Konstam, attrice londinese che aveva da poco terminato le
riprese di Blackmail di Alfred Hitchcock, la quale si stava recando a Broadway
per la stagione teatrale al fianco di Laurence Olivier. Era bella, alla moda,
combattiva, spiritosa. La scintilla, stavolta, dette fuoco alle polveri. I due fecero
coppia fissa, nella vita e sulle copertine dei rotocalchi. «La coppia più amata
d’Inghilterra», scrivevano i quotidiani. Sempre al centro dell’attenzione, invitati
da Roosevelt e dalla regina Mary, circondati da amici non meno noti di loro: la
scrittrice e poetessa Daphne du Maurier, Charlie Chaplin (cui Bunny dava
lezioni di tennis), Michael re di Romania, e anche la regina di Thailandia.
Quest’ultima, anzi, volle giocare con Austin un «misto» che rischiò di ridurre in
briciole il cerimoniale della real casa, quando lui la incitò con modi fin troppo
diretti: «Tua Maestà, corri o non corri?»
Wilfred e Phyllis si sposarono nel novembre del 1931, e per il Guardian fu «il
matrimonio dell’anno». Bunny cambiò vita, scegliendo di vivere dove lo
avessero condotto gli impegni di Phyllis, spesso in America. Tornava in
Inghilterra per i tornei e la Davis, ma con un animo diverso dal passato, più forte
e combattivo, risoluto.
Nel 1932 raggiunse la prima finale a Wimbledon, trovando nell’americano
Ellsworth Vines un ostacolo troppo alto. «Mi spazzò via dal campo», raccontò in
un’intervista sessantasei anni dopo, «mi ritrovai 6-4 6-2 6-0, e sull’ultimo punto
mi finì con un ace.» Fu in quello stesso anno, in una New York resa liquida da
un sole cocente, che Bunny decise di dare un taglio netto ai pantaloni. «Tutta
quella flanella sudata pesava terribilmente, mi sembrava di giocare trascinando
un altro me stesso sulle spalle.» Si presentò in pantaloncini e andò bene,
piacquero. L’anno dopo a Montecarlo divennero immediatamente di moda. Ma
per il sì definitivo serviva il consenso della regina Mary, grande appassionata di
tennis. Con coraggio, nel 1933 Bunny si presentò a Wimbledon nella sua mise
«da calciatore», e sul Centre Court calò il gelo. In quindicimila si volsero verso
il Royal Box per la sentenza. La regina non fece una piega: i pantaloncini erano
stati approvati.
Bunny si dedicò poi alle racchette e ne progettò una mai vista prima. La
chiamò Streamline, e fu messa in produzione dalla fabbrica Hazells. Era a tre
segmenti e aveva la forma di un catamarano: il manico si divideva in due stecche
arcuate che si ricongiungevano al piatto corde. «La palla viaggia più veloce»,
spiegò. Nel 1937 gli fu utile a Parigi, in una finale inaspettata che perse con il
tedesco Henner Henkel (6-1 6-4 6-3). Nel 1938 lo condusse alla seconda finale
dei Championships, contro un Don Budge lanciato verso il Grande Slam.
Lezione memorabile… Bunny racimolò quattro game appena (6-1 6-0 6-3).
Fu la Davis a indicargli la via per il riscatto. La giocò dal 1929 al 1937, 48
match in singolare (ne vinse 36), e al fianco di Perry (1933-1936) conquistarono
la Coppa quattro volte, la prima in Francia, le altre sull’erba di Wimbledon, due
volte contro gli Stati Uniti e una contro l’Australia. Nel 1933, al rientro da Parigi
con la Coppa sul treno più lussuoso delle ferrovie inglesi – ribattezzato The
Golden Arrow, la Freccia d’Oro: partiva da Parigi come Fleche d’Or, veniva
alloggiato sul traghetto Canterbury a Calais, sbarcava a Dover e completava il
percorso fino a Victoria Station –, furono accolti da diecimila tifosi festanti.
Gli ultimi anni da stella del tennis Bunny li impegnò sul fronte della guerra
che bussava alle porte. Obiettore di coscienza, si unì all’Oxford Group di Frank
Buchman sostenuto dagli arcivescovi di Canterbury e di York, che predicava il
«moral rearmament», la necessità di un «riarmo morale» delle masse che facesse
da scudo a una guerra «inutile». Austin si mise alla guida di un folto gruppo di
sportivi (negli Stati Uniti aderirono anche Babe Ruth, Joe di Maggio e Jesse
Owens) per una lunga serie di conferenze contrarie a ogni ipotesi di conflitto,
una tesi inaccettabile per gran parte della classe dirigente britannica. L’All
England Club, a Wimbledon, gli ritirò la tessera da socio che Austin aveva dal
1925, per «incompatibilità con le tesi dell’Oxford Group». Gliela restituirono
solo nel 1977, dopo una richiesta sottoscritta da centoquarantotto membri.
L’anno prima era scomparsa la moglie, cui Bunny aveva dedicato due libri
innamorati: A Mixed Double nel 1969 e To Phil with Love dieci anni dopo.
Nel 2000 Bunny non mancò alla parata del millennio sul Centre Court,
invitato fra i campioni ancora in vita, lui che campione a Wimbledon non era
mai stato. Fu la sua ultima apparizione. Se ne andò sei giorni dopo il suo
novantaquattresimo compleanno. Aveva cambiato il nostro sport, ma il titolo del
Guardian lo salutò, riecheggiando i giudizi sullo sciopero generale del 1926,
come «il più ammirevole fallimento nella storia del tennis».
Lilí Álvarez, troppo bella per essere la migliore

LA più bella aveva un nome da profeta: Elia. Ma si faceva chiamare Lilí, e il


nomignolo le stava un incanto. Riassumeva in quattro lettere squillanti il suo
carattere, e rendeva più sbrigative le presentazioni, perché a pronunciare per
esteso Elia María González-Álvarez y López-Chiceri c’era da farsi venire il mal
di testa.
Tagliare corto e andare al punto faceva parte della sua natura, sulla quale Lilí
costruì il suo tennis, il suo modo di essere donna, e infine la sua vita. Dritta alla
meta, sempre, qualunque fosse: la rete di un campo in erba, qualche convenzione
da abbattere o una polemica da sostenere, tanto più se dalla parte di un
femminismo che negli anni Venti, sconosciuto persino alle avanguardie più
progressiste della borghesia finanziaria, appariva misterioso, sconsiderato e
dunque deprecabile.
Lilí fu la prima femminista dello sport, e sì, anche la più deprecabile, non
fosse stato per quelle chiome brune che si diceva cambiassero colore,
incupendosi, quando le furie la agitavano, e quelle gambe lunghissime, capaci di
turbare i sonni di un pubblico maschile composto unicamente da spasimanti,
pronti per un suo sorriso – lo scrisse, in quegli anni, Maria Campo Alange, una
delle rarissime donne ammesse alla professione giornalistica – ad accettare
qualsiasi compromesso culturale e politico con la militanza femminile. Un
pubblico di «suffragetti» schierati dalla parte dell’unica suffragetta che
avrebbero istintivamente eletto al Parlamento.
La Señorita, in Inghilterra la chiamavano così. Quando sbarcava a Dover e il
riflesso delle bianche scogliere le si adagiava sui capelli, si scatenava il frenetico
e un po’ surreale corteggiamento dei fans. «Disposti a tutto», scrive ancora
Campo Alange su ABC, che poi divenne sua amica e insegnante di giornalismo,
«si accalcavano per ottenere un suo autografo, aspettavano ore per vederla
lasciare un teatro o un ristorante.»
All’approdo, Lilí era attesa da decine di mazzi di fiori e scatole di
cioccolatini, qualcuna anche di sigari, e da casse di champagne. Autisti in livrea
di lucentissime Rolls, inviati da facoltosi quanto misteriosi signori della finanza
inglese, le mostravano da lontano gli inviti per le due settimane di Wimbledon,
nella speranza che lei ne accogliesse uno e lo trasformasse in una travolgente
storia d’amore. «I giornali del Regno Unito erano conquistati dai suoi modi
sicuri, talvolta duri e quasi maschili», continua la sua biografa.
Lilí dominava la scena. Giovane, spregiudicata, affascinante, in cambio di
quelle maniere fin troppo tranchant dispiegava sorrisi in grado di trascinare in un
paradiso di seduzione anche gli animi di scorza più dura. E il seguito potete
immaginarlo… La mantide tennista avrebbe poi saputo come trasformarli in
tremolanti gelatine.

Era nata a Roma il 9 maggio 1905, in una delle camere dell’Hotel Flora, in
via Veneto, allora modernissimo. Il padre era diplomatico per il governo
spagnolo, di quei diplomatici chiamati a risolvere vertenze serie. Mediazioni,
strategie di uscita… Un uomo sempre in viaggio, famigliari al seguito su un
vagone tutto per loro, una sorta di camper su rotaie, ma di gran lusso. Due giorni
qui e due dall’altra parte dell’Europa. Lilí sarebbe potuta nascere ovunque, ma
Roma si sposava bene con il suo fascino mediterraneo, e lei ci teneva.
Divenne sportiva praticante in Svizzera, dove la madre, cagionevole di salute,
decise di fermarsi e scendere dal treno. Lilí vinse a Saint Moritz il primo trofeo,
ma nel pattinaggio su ghiaccio. Aveva undici anni. A tredici cominciò a giocare
a tennis, ed era già un’ottima golfista. Diciassettenne, vinse un oro
internazionale ancora nel pattinaggio ed entrò nella squadra spagnola di sci. A
diciannove anni conquistò il Gran Premio della Catalogna, guidatrice spericolata
per le strade sterrate di allora. Dai venti in su si dedicò quasi solo al tennis.
Quasi… Giusto un po’ di biliardo, nel quale eccelleva, e di equitazione, e di
scherma, in modo da aggiungere altri ori alla sua stanza dei trofei.
Partecipò da tennista ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924, dove giunse ai
quarti, nell’anno in cui vinse i tornei di Cannes, Aix-les-Bains, Le Touquet e
Montecarlo. Gli eventi su la Côte d’Azur furono suoi a più riprese, Montecarlo
addirittura cinque volte. A Parigi fu finalista nel 1927 e vinse il doppio nel 1929.
Ma gli anni migliori furono quelli del suo assalto a Wimbledon, con le tre finali
consecutive dal 1926 al 1928, quando venne fermata solo da tenniste con quattro
quarti di nobiltà sportiva: McKane Godfree, poi Helen Wills e infine Daphne
Akhurst. Lei capovolse quei risultati presentandosi in campo con un abitino
firmato da Elsa Schiaparelli: una tutina bianca «da truppa», lo definirono. Fu un
trionfo, ed ebbe le «prime» di tutti i quotidiani.
Nel 1930, a Milano, si iscrisse alla prima edizione degli Internazionali
d’Italia, li vinse in finale contro Lucia Valerio, al fianco della quale si prese poi
anche il doppio. Lucia, la nostra prima vedette tennistica, fu forse la sua migliore
amica, e in un suo lontano ricordo descrisse Lilí con queste frasi: «Era azzardata
in ogni cosa che faceva, e prima di tutto nel tennis, nel quale cercava sempre la
soluzione più difficile. Il suo premio erano gli applausi. Il problema è che faceva
diventare azzardate anche noi, che per carattere ce ne saremmo ben guardate».
Oggi si usano altre parole per descrivere una donna degli anni Venti come
Lilí Álvarez. Protofemminista, come lo furono tutte le suffragette politicamente
impegnate. Protagonista di uno star system direttamente proporzionale ai mezzi
di comunicazione di cento anni fa, dunque essenzialmente basato sul
passaparola, sulle emozioni veicolate dai racconti. Eppure suona strano che la
Storia di uno sport come il tennis, che tutto ha descritto, circostanziato,
enumerato, arrivando persino a contare, da che Wimbledon è Wimbledon,
quante ore di pioggia vi siano state in ogni giorno di contesa, abbia tracciato un
rigo su una donna come Lilí Álvarez. Sottaciuta, quasi dimenticata, un nome fra
i tanti. Curioso, perché fu lei ad aprire la strada a una professionalità sportiva
militante, lei a scrivere per prima di un dilettantismo antidemocratico, un «falso
y aniquilosado mito» utile solo a mantenere lo sport nelle mani delle classi che
se lo potevano permettere, lei a descrivere la via sportiva come la più breve, e
ricca, e piena, per raggiungere il proprio «io interiore».
Scrisse nel suo libro più bello, Plenitud, del 1946: «Un atleta è caratterizzato
dalla sua agilità, rapidità, flessibilità, forza, abilità e dall’equilibrio. Attraverso
queste qualità, egli sperimenta una perfezione espansiva e spaziale sinonimo di
bellezza interiore». Difficile sottrarsi alla convinzione che le grandi
rivoluzionarie del nostro sport siano state, se non sue dirette discendenti, quanto
meno sue allieve: Billie Jean King, che strappò il tennis femminile alla
giurisdizione di Jack Kramer per dare vita alla WTA, che oggi fa da guida al
Tour; la stessa Martina Navrátilová, che sostenne la diversità e il femminismo
attraverso l’esaltazione di una forma fisica che non disdegnasse paragoni
maschili.
Non fu lei la prima a diventare professionista. Quando il promoter Charles C.
Pyle si presentò nel suo albergo con un assegno in bianco, Lilí declinò l’offerta e
lasciò che al suo posto partisse per le Americhe, da sola, Suzanne Lenglen.
Spiegò che la sua rinuncia era dovuta alla sensazione d’inutilità che le veniva dal
progetto. «Tante partite, l’una uguale all’altra, sempre con la stessa avversaria.
Non mi sembrava un granché. E per che cosa poi? Dollari?» Suzanne ne
ricevette 75.000, tutti insieme. Cifra che i pochi professionisti di allora, nel
settore maschile, considerarono un affronto alla loro virilità tennistica. Trentotto
incontri l’uno via l’altro con Mary K. Brown, senza subire una sola sconfitta.
Con il suo gioco da autentica étoile del tennis, Lenglen si prese i match-clou di
tutte le serate tennistiche in giro per gli States, organizzate nelle piazze, nei
saloni delle grandi industrie e in altri posti impensabili. Fu lei la prima a
permettersi un’espressione poi divenuta centrale nelle rivendicazioni delle sue
nipotine più moderne: la parità dei montepremi. In realtà erano i tennisti del suo
seguito a battere cassa, e lei a guardarli dall’alto. Ma fu un caso isolato il suo,
anzi unico. E Suzanne, non per niente, era chiamata la Divina.
Lilí, che quella tournée avrebbe dovuto condividerla con Suzanne, preferiva
altro. Lo scrisse in un articolo su La Vanguardia: «Mai ricevuto un dollaro da
sportiva, non ne avrei avuto bisogno. La fama acquisita con la racchetta mi
permetteva di vivere da supermilionaria».
Altre donne di sport, negli stessi anni, ebbero in comune con Lilí una così alta
considerazione del ruolo della donna. Ma la voce di Álvarez, anche grazie ai
suoi articoli, fu la più ascoltata. Il tennis era già allora, e continua a essere, lo
sport più borghese di tutti. Era l’attività preferita dei re, il «royal tennis» lo
chiamavano, e a trasformarlo nel «tennis e basta», quello che conosciamo oggi,
fu la nuova classe dominante, smaniosa di impossessarsi di tutto ciò che fosse di
nobile provenienza e renderlo a propria immagine e somiglianza, in una sorta di
spoliazione pubblica quanto bramosa delle insegne più altolocate.
Nel 1926 la classifica del tennis femminile vide Lilí al terzo posto, seconda
invece nei due anni successivi. Già nei giorni di Wimbledon il quotidiano
argentino La Nación si era fatto avanti per chiederle dei reportage. Era l’inizio di
una nuova professione, dunque di un nuovo amore.
Nel 1931 la chiamò il Daily Mail per una serie di articoli sulla Guerra Civile
spagnola e sul nuovo ruolo delle donne.
Nel 1940 fu assunta da La Vanguardia e tornò a scrivere di sport anche su
Arriba e sulla rivista Blanco y Negro, che la inviò in Australia per la Coppa
Davis.
Nel 1934 sposò un nobile di Francia, il conte di Valdene, ma il matrimonio si
spense dopo l’aborto spontaneo che Lilí subì a gravidanza già avanzata.
L’accusa fu quella di non avere rinunciato alla sua vita scapestrata. Lilí rispose
con gli avvocati, ma a quella vita non rinunciò mai.
Giocò a tennis fino a tarda età, fece equitazione, non abbandonò la guida né il
nuoto. Scomparve nel 1998 a Madrid, a novantatré anni. Fino a quando fu in
grado di viaggiare tornò a Roma, città amatissima. Prendeva l’aereo, un’ora e
mezzo di volo. Roma e Madrid, i due poli di una vita che Lilí seppe collegare
con un filo lungo centinaia di migliaia di chilometri, percorsi in ogni parte del
mondo.
Racconti romani. I coach so’ de coccio

SCOPRIRE che il Greatest of All Time dei curiosi è anche il GOAT del tennis non
mi ha stupito nemmeno un po’. Mi avevano avvertito, fra l’altro: «Federer può
sottoporti a un’autentica raffica di domande, è fatto così…»
Fece di più, in realtà. Mi rimbalzò fra mille punti interrogativi e mi sentii
trascinato in un quiz a premi, ma questo aumentò di molto la considerazione che
avevo di lui.
Roger aveva un problema da risolvere (chiaro, il Roland Garros…) e non
temeva di rivelarlo e di confrontarsi, di chiedere ad altri che cosa avrebbero fatto
al suo posto, di indagare su quali consigli avessero da dargli. Aveva un modo
naturalmente grande di essere umile…
Ci incontrammo in un ristorante a Trastevere, allora abitavo da quelle parti, e
in pochi minuti fu capace di trasformare una cacio e pepe in un campo da tennis,
segmentato dai suoi bravi tonnarelli.
Pensavo, in quei giorni, che con il tennis che metteva in campo, sul rosso,
Roger non avrebbe mai battuto Nadal. Lavorare con accanimento sul rovescio di
Rafa, come lo vedevo fare da qualche tempo (ricetta Tony Roche), non era la
soluzione che andava cercando. Lo ingabbiava in uno schema fisso, e alla fine
l’altro trovava il modo di farlo cappottare ugualmente. Uno come Rafa, più lo
lavori sul rovescio, più lo metti in palla. La soluzione, in questi casi, è sfidarlo
senza paura dal lato più forte, quello del diritto mancino, angolare il più
possibile i colpi, forzare certe situazioni, e appena preso campo, zacchete,
infilarsi dalla parte del rovescio, con una gran pallata o con un drop. È in quel
momento di affanno che lo obblighi a fare i conti con il suo colpo «meno buono»
(frase, capirete, da prendere con beneficio d’inventario, dato che tutto il tennis di
Nadal è più che buono).
Evitai di esporgli le mie teorie. Mi parlava accorato, e sebbene fossi convinto
che non se la sarebbe presa, anzi, avrebbe accettato la discussione, non ebbi
cuore di calcare la mano. Non era il caso, davvero.
Al momento dei saluti lo abbracciai con particolare trasporto, forse perché lui
volle congedarsi con una frase che mi fece capire quanto grande fosse la sua
ansia di non riuscire a ottenere quel titolo di Parigi cui teneva più di ogni cosa.
«Cambierei il tuo trofeo al Roland Garros con tutte le mie coppe di
Wimbledon», mi disse. «Provaci e ti do un cazzotto in testa», gli risposi,
intenerito. «E tienile tutte ben strette quelle coppe, ti assicuro che valgono
infinitamente di più del mio titolo.»

Gira un altro aneddoto su Roger e il suo insaziabile desiderio di sapere e


conoscere. Me lo raccontarono proprio in quelle stesse giornate. Rivelava della
nascita della sua buona amicizia con Francesco Totti…
A metà settimana degli Internazionali, la Roma giocava all’Olimpico in
Coppa Italia e Roger aveva chiesto di poter assistere alla partita, per poi essere
accompagnato negli spogliatoi e presentato al capitano, di cui amava moltissimo
la bellezza cristallina delle giocate.
L’incontro avvenne davanti all’armadietto di Totti, negli spogliatoi, e andò
più o meno così.
«A Francé, guarda chi t’avemo portato!»
«Anvedi, er grande Big.»
Totti era in accappatoio, appena uscito dalla doccia. Seguirono baci e
abbracci, sorrisi calorosi, poi le foto.
Ma Sua Curiosità era in agguato.
Appena fu il momento, Federer si scatenò con il suo perfetto inglese. Le
domande presero a frastagliare il tranquillo dopo partita di Totti come onde
anomale di uno tsunami. Il capitano vacillava.
«Ho visto che fai spesso una finta sulla sinistra per liberarti sulla destra, ma ci
cadono sempre. Qual è il segreto?»
«Non esegui mai lo stesso colpo. Come fai a essere sempre così armonico?»
«La bravura nel calcio è dettare il gioco agli altri o cogliere al volo le
possibilità che ti offrono i movimenti che fanno i tuoi compagni di squadra?»
Dopo trenta secondi Totti era già pronto per tornare in doccia. Si guardava
intorno, cercando con occhi supplici qualcuno che gli traducesse quel vortice di
parole. Lo trovarono, e Federer pose ancora una domanda.
«Mi spieghi perché il coach ti ha sostituito al trentesimo del secondo tempo?
Cos’ha visto che non andava?»
A quel punto Totti assunse l’espressione di chi nella vita è costretto ad avere
pazienza, molta pazienza. «Vedi Rogge», rispose, «nun c’era proprio gnente che
non andava, solo che er calcio è diverso dar tennis… Qui i coach so’ de coccio!
Bisogna avé pazzienza.»
Poi, rivolto al traduttore. «E mo’ vedi te se riesci a fagliela capì. Io vado a
chiamà Perrotta, che c’ha la fissa co’ Federer… Perrooo, aho Perro… Guarda un
po’ chi t’ho portato pe’ fa du’ palle?»
Mi dicono che l’espressione «i coach so’ de coccio» sia ormai entrata nel
vocabolario di Federer.
Il girone degli haters
Quando la rivalità sconfina nell’odio

Amami, oppure odiami,


entrambe le cose sono a mio favore.
Se mi ami, io sarò sempre nel tuo cuore.
Se mi odi, io sarò sempre nella tua mente.

WILLIAM SHAKESPEARE ,
Sogno di una notte di mezza estate

IL problema è che non sono così bravo a odiare, manco se m’impegno. Insomma,
mi annoia. Mi sembra tempo sprecato. Mi può capitare lì per lì, giusto un attimo,
al massimo una goccia, uno schizzo, così, a crudo, ma se si tratta di svuotare
intere bottiglie o lattine d’odio, sinceramente non è nel mio stile. Da parte mia, il
disinteresse nei confronti dell’avversione e del rancore è totale.
Magari succede il contrario, questo può essere. Qualcuno che me l’ha tirata,
in passato, di sicuro c’è stato, e forse c’è ancora. Sapete, quelli che si svegliano e
ti pensano. Lo so, li sento, e mi viene da ridere. Non hanno di meglio da fare,
evidentemente. Peggio per loro, e buon mal di pancia a tutti.
Vi chiederete, però, se in campo sia lecito odiarsi. O meglio, se sia normale
che accada, se scatti qualcosa dentro che renda insopportabile chi si ha di fronte
e spinga ad aumentare i giri del motore per ridurlo a una braciola, e se questo
faccia sentire appagati. Succede, sì, però non è mai determinato dalla disparità
delle forze in campo, dai colpi che uno esegue e che l’altro è costretto a subire,
insomma dal gioco. Quella è zona franca, dove il diavolo potrà pure metterci la
coda, ma regnano leggi antiche, fondate sul reciproco rispetto che da sole
valgono come un esorcismo. Ricordo appena qualche episodio, dovuto più al
nervosismo che a una fuoriuscita di odio, una Davis fra Hewitt e Chela finita a
sputazzi, qualche sportellata quando ci si sfiora al cambio di campo. Più dispetti
che dichiarazioni di guerra.
L’odio nasce fuori dal campo, e si fonda su ostilità nate da polemiche, da frasi
che era meglio tacere, da sgarbi inutili ma dolorosi da sopportare. Inimicizie a
lungo elaborate nel groviglio dei sentimenti, spesso trattenute e celate, quasi
sempre mal vissute, fino a quando la pressione fa saltare il coperchio, per il botto
conclusivo. Lew Hoad odiava Pancho Gonzales non perché gli fosse difficile
batterlo, ma perché si era sentito maltrattato dai modi fin troppo diretti e astiosi
dell’americano, per alcune frasi di scherno e di disistima che quello gli aveva
tirato addosso senza nemmeno conoscerlo, ma solo per prendere le distanze. Si
odiavano anche Frew McMillan e Bob Hewitt, che pure accettarono di
condividere i benefici che venivano da uno straordinario connubio tennistico,
capace di cinque titoli dello Slam conquistati in doppio. Erano fatti per giocare
insieme ma incapaci di accettarsi, persino di rivolgersi la parola. E infatti non si
parlavano mai, tranne per comunicare lo schema da eseguire. Ma tra i due faceva
da spartiacque anche la diversa provenienza sociale e culturale: Frew veniva
dall’agiata borghesia sudafricana, aveva ottimi studi alle spalle, Hewitt invece
dalla frontiera australiana, una cittadina di nome Dubbo, diecimila abitanti
appena negli anni Quaranta, e case di mattoni da contare sulle dita di una mano.
Il resto fa parte dell’aneddotica del tennis, ma non arriva a mostrare tracce di
odio così sanguinose. L’antipatia di McEnroe per Lendl resta nei discorsi di John
quando ricorda quella finale del 1974 a Parigi (e la ricorda spesso, a dire il vero),
ma si è stemperata non poco nelle collaborazioni televisive richieste da Ivan al
suo vecchio nemico («Sapevo che prima o poi avresti lavorato per me», la frase
di Lendl a McEnroe, sigillata da una risata). Così come l’odio di Serena
Williams per Maria Sharapova, più inventato che reale, e comunque addolcito
dal consenso che la russa ha sempre rivolto alle iniziative della Sister a favore
delle donne.
E io? L’ho detto, a odiare non ce la faccio, ma di scontri ne ho avuti parecchi.
Con Orlando Sirola, che m’impose il taglio dei capelli per la prima
convocazione in Davis. Era una fesseria, glielo dissi forse a malo modo, alla fine
intervenne mio padre: sì, Adriano, è una fesseria, ma tagliali. Lo feci. Incavolato
nero, ma lo feci.
Poi con Fausto Gardini, al quale volevo pure un sacco di bene. Lui sì che era
un diavolo, e se ve lo ricordate da tennista, che sembrava giocare incalzato e
punzecchiato alle terga da un esercito di demoni muniti di forcone, nemmeno vi
potete immaginare cosa poteva combinare da capitano di Coppa Davis. Era
agitato, aveva le convulsioni, spostava la roba sulla panchina, la rimetteva a
posto, la spargeva da capo perché non l’aveva rimessa a posto per bene, apriva la
bottiglia d’acqua per bere, poi prendeva a incitarmi scordandosi che aveva la
bottiglia già inclinata per dissetarsi e si buttava l’acqua addosso, e dopo rideva,
piangeva, insultava il mondo, prendeva il mio asciugamano per asciugarsi il
sudore. L’unica cosa che non faceva era pregare, forse perché sapeva che i suoi
satanassi non l’avrebbero presa bene.
Ci litigavo da pazzo, con Fausto, perché mi disintegrava tutta la composizione
che organizzavo in modo che mi portasse bene. Disponevo l’asciugamano in un
certo modo, la borsa in un altro, verificavo che dentro ci fossero i sei chiodi
arrugginiti e ritorti che mi portavo dietro, e quando andavo in campo stavo bene
attento a non calpestare le righe bianche. Ma come mi giravo, lui aveva già
cambiato tutta la disposizione. «Non toccare», gli urlavo allora. E lui: «Toccato
niente, giuro», ma l’asciugamano era già da un’altra parte, o per terra. Allora mi
venivano i giramenti di scatole. «Ti odio», berciavo. E la lite continuava quando
tornavo a sedermi. «Ecco Panatta e Gardini che stanno discutendo sulla tattica da
opporre all’avversario», diceva Guido Oddo in telecronaca. Ma quale tattica…
Erano moccoli belli e buoni, che per fortuna finivano sempre in un abbraccio e
nelle sue vane promesse di comportarsi meglio. «Giuro, Adriano, la prossima
volta non ti tocco niente.» Sì, figurarsi…
Una volta promisi botte a McEnroe. A Nizza mi sembra, era un’esibizione.
Avevamo concordato di vincere un set per parte, e di giocare davvero solo il
terzo. Era un modo per allungare la partita e dare modo agli spettatori di
divertirsi di più. Ma lui non voleva cedere nemmeno il set che aveva promesso
di mollare, e nel secondo giocò alla morte. «Ti aspetto negli spogliatoi», gli
dissi, «così ti insegno a non farmi fare figuracce. E vieni senza testimoni.»
Mi raggiunse che avevo fatto la doccia, forse sperava che me ne fossi già
andato. Mise subito le mani avanti: «No, scusami Adriano, ma se non sono stato
ai patti è perché tu mi hai fregato quella palla nel primo set».
«Quale palla?»
«Quella nel primo, dai, quella… Te la ricordi benissimo anche tu.»
«Ah, e così io ti avrei fregato una palla nel set che eravamo d’accordo avresti
vinto tu.»
«Eh? Ah… Dai, stavo scherzando. Siamo amici, no? Abbracciami… Non mi
abbracci? Dai, solo un pochino… E dai, solo un abbraccino, così, tanto per fare.»
E vabbè, mi veniva da ridere e ci abbracciavamo.
Ho odiato anche Publio Scheggi, solo per una frazione di secondo, ma l’ho
odiato. Chi è costui? Un amico carissimo, che ora non c’è più. Fu lui ad
accompagnarmi in macchina al Roland Garros la domenica della finale.
Premuroso, disponibile, mi era stato accanto in quelle settimane, aiutandomi a
tenere bassa la pressione. Ma quel giorno era più emozionato di me.
Arrivammo alle 9.30. «Porto la macchina al parcheggio», mi disse, e chiuse
di botto la portiera. Il che sarebbe andato benissimo, se solo io fossi già uscito
del tutto dall’auto. Ma non era così. Avevo due dita della mano ancora dentro…
La mano destra, quella con cui impugno la racchetta… Me le chiuse nella
portiera, lanciai un urlo di paura, non di dolore. In effetti non avvertivo alcun
dolore. Publio corse da me, pallido come uno straccio. Ci guardammo. Poi
guardammo le due dita che dall’altra parte del vetro facevano ciao ciao. Aprì la
porta con cautela, convinto che crollassi per terra svenuto. Lo consolai, tutto a
posto. Non so come, ma quella volta il diavolo si era dimenticato di me, o forse
aveva già designato come vittima di quella finale il povero Solomon (lui sì che
mi odiò, quando lo portai allo specchio e gli dissi: Dimmi, come fa uno come te
a battere uno come me?). Forse fu la guarnizione di gomma a salvarmi, o forse
Santa Pupa, la santa preferita dalle mamme di Roma, quella che vigila su tutti i
figli più scapestrati. Non lo so…
Punteggio finale, Panatta batte Solomon 6-1 6-4 4-6 7-6. E Santa Pupa batte il
diavolo 1-0.
Quanti mi abbiano odiato, invece, non oso nemmeno contarli. Uno di sicuro:
Kim Warwick. Non per gli undici match point del 1976 al Foro Italico, ma per
gli undici dell’anno dopo, al Queen’s. Insomma, passino i primi undici, ma altri
undici, via, è stata davvero una cattiveria. D’accordo, ma che potevo farci?
Vinse il primo set, e nel secondo andò in vantaggio, largo, comodo. Come a
Roma, cominciai a risucchiargli la dote, e alla fine lo superai al tie-break, 6-4, 8-
9, e andammo al terzo. Andai avanti io a quel punto, 2-0, ma vedevo che Kim
non era più lui, non ci stava più con la testa. Perso il servizio, andò dall’arbitro
ad annunciare il ritiro. Gli andai vicino: «Dai, Kim, smettila, torna in campo. Ti
capisco, ma è inutile che te la prendi così». Mi guardò senza espressione. Mi
disse: «Io con te non voglio più giocare», e se ne andò, mentre lo tiravo per la
manica e lo inseguivo fuori dal campo pregandolo di tornare. Il pubblico non
capiva, in molti si chiedevano perché mai il vincitore stesse pregando l’altro di
continuare a giocare. L’arbitro, che conosceva bene l’antefatto, se la ridacchiava.
Con Kim siamo rimasti sempre in buoni rapporti. Forse perché dopo quella
volta non ci trovammo più l’uno contro l’altro in campo. Ero il suo diavolo. Ma
ero un buon diavolo.
Gonzales e Hoad, i pugni promessi

PANCHO trovava sempre il modo di rubarti la scena. Rod Laver ne era talmente
convinto che, quando raccontava dell’unico tennista che abbia serenamente
odiato, sosteneva che anche la sua vittoria più grande, a Wimbledon nel 1969,
l’anno del Grande Slam, finì per passare in secondo piano rispetto al match che
Ricardo Alonso Gonzáles strappò dalla racchetta di Charlie Pasarell in un primo
turno da 122 game, dopo due set di svantaggio e mille prodezze da autentico
fuoriclasse. «Gorgo sapeva vincere match incredibili, e quella purtroppo non era
la mia specialità.»
Gorgo? Lunga storia, questa.
Lui era Pancho, per tutti, e Pancho sapeva di chicanos, di Messico e
immigrazione, ma nessuno gli aveva mai chiesto se gli pesasse un nomignolo
così, visto che era nato negli Stati Uniti e il Messico lo aveva conosciuto solo dai
racconti del padre, Manuel, un imbianchino che veniva da Chihuahua, e da
Carmen, la mamma, che sognava di vivere a Los Angeles. Fu quella la meta
ultima dei Gonzáles, dopo gli anni trascorsi in Arizona, dove si conobbero e si
sposarono. Presero casa nei sobborghi a sud della città degli angeli, non lontano
dal Ghetto, il quartiere di Compton dove sono cresciute le Williams.
Così, l’altro nickname fu costretto a farsi spazio e attecchì quasi solo nel
tennis, dove alla fine quasi tutti lo chiamarono Gorgo. Gli si appiccicò addosso
per tappe, dopo una serie di sconfitte contro Ted Schroeder quando ancora
giocava fra i dilettanti. Sei legnate consecutive che indussero un giornalista non
troppo tenero verso i predestinati provenienti da minoranze etniche a definirlo
The Cheese Player, «il tennista di formaggio», subito trasformato in sfottò dal
compagno di doppio Frank Parker, che prese a chiamarlo Gorgonzáles. E da
Gorgonzáles a Gorgo, capirete che sforzo… Salvo aggiungere che un tipo al
sangue come Ricardo, per una nomination a Cheese Player, avrebbe potuto
prendere a pugni il giornalista (e chissà se non lo cercò per farlo davvero) e per
Gorgonzáles passare addirittura alle coltellate, mentre Gorgo gli piacque, perché
inquadrava bene il suo carattere, che ribolliva di voglie di riscatto e di
incazzature.
Per me fu l’avversario di un giorno e insieme il protagonista di molti racconti
a cena, perché tutti lo odiavano e tutti non facevano che parlare di lui.
Lo incontrai nel 1971 sull’erba del Queen’s. Pancho aveva quarantatré anni
buoni, io poco meno di ventuno, e mi superò con un tie-break combattuto e un
set arraffato su un break che mi soffiò ad arte, 9-8 6-3. Che fosse un campione,
bastava guardarlo per accorgersene. Aveva il tennis più fluido che abbia mai
visto, i gesti trovavano da soli la strada maestra per rendere tutto estremamente
semplice, e sul servizio colpiva con una violenza impressionante. Altro non
riuscii a scorgere in quell’uomo già brizzolato che mi guardava con l’aria golosa
di uno che si stesse preparando alla merenda. Altro, intendo, di ciò che mi
dicevano di lui.
Me l’avevano descritto come un maleducato, uno dal passato losco, crudele
nella sua ansia di sopraffare chiunque, con una cicatrice sul volto dovuta a una
battaglia a colpi di coltello. E non vi dico gli australiani, con cui trascorrevo la
maggior parte del tempo. Lo maledicevano già prima di nominarlo, lo
consideravano il tennista meno sportivo che avessero mai incontrato, mentre
Lew Hoad bramava di prenderlo a pugni, anche a costo di farsi squalificare. «Sai
Adriano, se me lo vedessi bruciare davanti, non farei niente per spegnere le
fiamme, nemmeno pisciarci sopra.» Addirittura, esclamavo. Hoad mi guardava
incattivito: «Non sai di che cosa è capace».
No, non lo sapevo. Nella mia personale pagella Pancho aveva due punti a
favore e due contro: giocava da dio, e sapeva riparare qualsiasi motore gli
mettessero fra le mani, tanto che in America se ne andava in giro con una Dodge
vecchio tipo sulla quale aveva montato il motore di una Mustang capace di darne
anche alle auto della polizia. Ma il fatto che tutti ne parlassero male, e che fosse
riuscito a trascinare il mite Rod Laver in una sanguinosa lite al centro del campo,
fra spruzzi di frasi avvelenate e un digrignare di denti come tuoni in sottofondo
durante una tempesta, onestamente non deponeva a suo favore.
Dicono che furono le delusioni patite all’inizio dell’avventura fra i
professionisti a cambiarlo nell’animo. Ma che fosse un tipo da prendere con le
molle era la sua stessa storia a renderlo esplicito.
A quindici anni era stato bandito da tutti i tornei della California, e le scuole
le aveva lasciate già da un pezzo. Non potendo usare la racchetta, si fece bastare
le mani, che sapeva muovere veloci nei piccoli scippi e nei furtarelli che
eseguiva con destrezza. Per il resto accomodava motori, anche se per la clientela
più esigente si prestava a rettifiche ai limiti della legalità, aumentando a
dismisura i cavalli. Finì in riformatorio, e da lì in Marina, per essere congedato
con disonore nel giro di due anni. Tornò diciannovenne a Los Angeles, si sposò
e riprovò con il tennis. Lo accettarono e in breve ricominciò a battere tutti.
L’anno dopo, era il 1948, debuttò ai National Championships e li vinse
anestetizzando Jaroslav Drobný in semifinale ed Eric Sturgess nel match
decisivo. Nel 1949 si ripeté, questa volta contro Ted Schroeder, rimontando da
due set di svantaggio. Vinse anche la Davis, e finalmente gli giunse la proposta a
cui non poteva dire di no: a ventidue anni passò tra i professionisti con un
ingaggio da 75.000 dollari.
Fu Bobby Riggs a chiamarlo, era lui l’organizzatore del tour professionale in
quegli anni. Ex vincitore di Wimbledon e scommettitore a tempo pieno, famoso
più nella seconda veste che nella prima. Scommetteva su tutto, Bobby, e sfidava
le socie del circolo a batterlo vestito da donna, con i tacchi, un cane al guinzaglio
e legato a una sedia. Ma non volle scommettere su Gonzáles, che sopportava
appena. La fortuna di Gorgo fu che la chiamata giunse su richiesta esplicita di
Jack Kramer, la vera stella del tour, e Bobby se ne guardò bene dal contrariarlo.
Anzi, li mise l’uno di fronte all’altro in una lunga tournée nella quale Kramer la
fece da padrone lasciandogli le briciole. A fine stagione Riggs si presentò con il
coltello dalla parte del manico: «Lo hai voluto tu e non è stato in grado di batterti
una sola volta. Perdonami, ma non posso davvero confermarlo».
Un anno da ricco e di nuovo ad aggiustare motori. Tutti i progetti in fumo e,
con questi, anche quel po’ di agio cui Pancho si era rapidamente abituato dopo
anni di stenti. Reagì inventandosi altri mille lavori, pur di non trovarsi a vendere
la macchina nuova e il vestito buono che aveva acquistato. Poker, bowling, corse
in macchina, commerciante di racchette. Tentò anche di fare l’attore, e si dedicò
persino al basket, pur di sfilare qualche dollaro agli avversari.
Ma la quarantena finì un anno e mezzo dopo, grazie ancora una volta a
Kramer, che nel frattempo aveva preso il posto di Riggs. Lui, Gorgo, ci mise di
suo una bella vittoria nel campionato pro degli Stati Uniti. Una settimana di
allenamenti e poi in campo a battere tutti come se niente fosse. Kramer lo
richiamò, lo mise di nuovo sotto contratto, ma lo trovò cambiato. «Era diventato
un altro, incapace di sorridere, aspro nei modi, irascibile, intrattabile. Era
diventato un uomo, ma scostante e arrogante.» Un campione vero, però, nato per
vincere, e alla fine era quello che a Kramer interessava. «Ho già perso quanto
basta», gli disse Gorgo, «e c’ho quasi rimesso la vita. D’ora in poi vincerò
sempre, a tutti i costi e senza guardare in faccia nessuno.» E così fu.
Per otto anni Gorgo procedette al ritmo di una vittoria e un nemico al giorno.
Con Sedgman chiuse 16-9, con McGregor 15-0, con Danny Pails 45-7, con Tony
Trabert 75-27, e quando scoprì che l’organizzazione aveva garantito 80.000
dollari a Tony, lasciandone appena 15.000 per lui, portò «l’amico Kramer» in
tribunale. Fu otto volte il numero uno fra i professionisti, e sul finire degli anni
Cinquanta si dedicò agli odiatissimi australiani, con i quali si rifiutava persino di
viaggiare insieme. Loro in treno, lui dietro in macchina, a quel tempo una
fiammante Thunderbird sulla quale aveva montato il motore di una Cadillac.
«È difficile descrivere un tipo come Gorgo», scrisse Laver in una delle sue
autobiografie. «Sembrava che ci odiasse tutti, e che odiasse anche se stesso
quando perdeva. Perdere lo uccideva. Si azzuffava con tutti per ogni cosa.
Urlava, sbraitava, aggrediva, intimidiva chiunque, avversari, giudici di linea e di
sedia, raccattapalle e spettatori. Aveva sempre l’aria di voler ricordare a tutti che
lui, e lui soltanto, era il Campione.» Per tutta risposta Pancho portò anche Laver
in tribunale. Fu quando nacque l’International Professional Tennis Association,
(IPTA), fondata da Rodney e da altri tennisti allo scopo di garantire una
ripartizione più funzionale dei guadagni. «Pancho non voleva entrare in alcuna
associazione, e rivendicava il suo ruolo di libero professionista», ricorda Laver.
«Non posso dargli torto, ma noi non potevamo più accettare che i soldi sicuri,
nei nostri tour, fossero solo per lui, mentre a noi di tanto in tanto si
dimenticavano di pagarci.»
«Non mi interessa», fu la risposta di Pancho, «io non gioco per divertirmi, è
un lusso che non posso permettermi. Gioco per guadagnare, e posso farlo solo se
vinco, se sono il migliore.»
Fu quest’ansia a condizionarlo e a renderlo intrattabile. Il primo che abbia
trasformato il campo in un ring per contese astiose e un bel po’ maleducate.
Dopo di lui, McEnroe, con le stesse occhiate altezzose rivolte agli avversari, la
sicumera di chi ritiene di avere ragione anche quando non ce l’ha, e la capacità
di ripartire al meglio dopo ogni lite, mentre gli avversari erano ancora in
confusione, resi isterici dalla grandinata di ingiurie appena subita.
Eppure Gorgo aveva anche una dose di buon carattere da mettere in mostra,
sebbene fosse difficile estrarla dal groviglio di rabbia e di risentimento che aveva
dentro. Era generoso con gli amici, si adoperava per i bambini più bisognosi, e
certo non lo faceva per pubblicità, orso com’era. Quando non sapeva che cosa
fare, si sposava. Ebbe sei mogli, ma la prima tornava a essere la sua compagna
ogni volta che Pancho divorziava. L’ultima moglie fu Rita Agassi, sorella
maggiore di Andre. Ebbero un figlio, lo chiamarono Skylar.
Il fatto che gli australiani, più degli altri, andassero di traverso a un tipo
simile non è difficile da comprendere. Battuti tutti gli americani, Gorgo riteneva
di essersi meritato qualche anno di tranquillità e di guadagni, ma il trasloco della
pattuglia aussie, carica di titoli del Grande Slam e ancora piuttosto giovane, dal
circuito dei dilettanti a quello professionale, gli sparigliò le carte sul tavolo.
Erano ragazzi di frontiera, avevano carattere, doti atletiche, e giocavano tutti
meravigliosamente bene. Gli imponevano di rimettersi in gioco per prolungare
gli anni di benessere che Pancho si era guadagnato. E lui, per carità, lo fece.
Odiandoli, ma lo fece.
Litigò con tutti, infatti, li maltrattò a ogni occasione. Ma rimase anche colpito
dalle loro qualità. A fine carriera, che si protrasse in Era Open fino ai
quarantaquattro anni suonati, Pancho scrisse di loro, del loro tennis, sistemandoli
nella sua classifica nelle prime posizioni, laddove si dava per scontato che
l’unico, incomparabile e sempiterno Numero Uno non poteva essere altri che lui
stesso. Al secondo posto mise Hoad, il suo nemico più acerrimo, al terzo Laver,
poi Kramer e Sedgman. E ancora, Segura sesto e Rosewall settimo. «Lew era il
migliore, il più duro da battere quando non voleva essere battuto. L’unico che in
un tour testa a testa riuscì a superarmi. Aveva però seri problemi alla schiena, e
con il passare dei mesi mi accorsi che stava peggiorando. Fu questo continuo
dolore, credo, a costringerlo a dimezzare gli allenamenti, e il suo tennis ne
risentì.»
Il primo tour Hoad lo chiuse in testa per 15-13. Ma i due continuarono a
incontrarsi, e alla fine la loro rivalità raggiunse la cifra monstre di 87 match.
Gonzáles recuperò (alla fine prevalse 51-36), ma sembra che in gran segreto
chiese aiuto a Segura per correggere il suo rovescio, che si mostrava fragile sotto
le bordate di Hoad.
Quando Lew se ne andò, nel luglio del 1994, mi colpirono le parole che Jack
Kramer pronunciò davanti alla lapide, scuotendo la testa: «Manca una frase…
Hoad fu l’unico che ricevette i complimenti da Pancho Gonzáles. Io l’avrei
aggiunta…»
Von Cramm, quando il diavolo si chiama Hitler

LA telefonata giunse alle 15.50 di domenica. Era il 1° agosto 1937. La luce


intensa della giornata assolata aveva spolverato dagli spalti del Centre Court
l’ultimo grigiore di un’estate che quell’anno si era fatta largo a stento. Ted
Tinling, proprio lui, il sarto delle tenniste, per l’occasione insignito dei compiti
da gran cerimoniere della finale interzone di Coppa Davis a Wimbledon,
scutrettolava impaziente fra lo spogliatoio degli americani e quello dei tedeschi,
contando istericamente i minuti di ritardo che si stavano accumulando. «C’è la
regina Mary», gorgheggiava, «non possiamo farla aspettare un solo secondo di
più.»
Quella telefonata Ted se la ricorda bene. Quando Ellis, uno degli attendant si
rivolse al barone, impeccabile nel blazer bianco e rosso con le insegne del Rot-
Weiss Tennis Club di Grunewald, a due passi da Berlino, annunciando che c’era
una chiamata estera, l’irritazione del sarto fu tale che il belletto gli saltò per aria,
facendo crollare l’intera impalcatura del volto e rendendolo simile a quello di un
basset hound. «Quando l’operatore lo mise in linea», narra lo stesso Tinling in
un libro di molti anni dopo, Sixty Years in Tennis, «Von Cramm si irrigidì. Per il
minuto seguente o forse più, non fece altro, rimase in quella posizione. «Ja
Mein», furono le uniche parole che sentii e che ripeté non meno di dieci, undici
volte. Quando terminò, si rivolse a me e a Budge per scusarsi. Era Hitler, spiegò.
Voleva augurarmi buona fortuna.»
Farsi augurare buona fortuna dal diavolo non sempre porta bene. Non fu di
buon auspicio in quella occasione, e non andò meglio nemmeno in seguito, ma il
barone in qualche modo lo aveva previsto. Gli era capitato in sorte il diavolo più
grosso, cazzuto e figlio di puttana che si fosse mai visto su questa terra, il Führer
in persona, e sapeva perfettamente che lo scontro, prima o poi, ci sarebbe stato e
che lui lo avrebbe perso. Poteva solo sperare di limitare i danni.
Il barone Gottfried Alexander Maximilian Walter Kurt von Cramm lo
conobbi in una delle mie prime Davis, a inizio anni Settanta, alla quale venne
invitato per ritirare un premio. Aveva poco più di sessant’anni ed era ancora un
bell’uomo, abbastanza alto, di membra solide, che mostrava una naturale
predisposizione alla gentilezza e sapeva ascoltare i suoi interlocutori. Gli strinsi
la mano, gli dissi che era uno dei miei miti. Del resto, lo sarebbe stato chiunque
nella sua vita avesse mostrato il coraggio di opporsi a Hitler.
Ma non fu quella finale interzone a scatenare l’ira del Führer. Né furono le
angherie piccole e grandi che Von Cramm fu costretto a subire nel tennis, da
parte di collaboratori vicini a Hitler, a muovere lo sdegno del barone. Piuttosto,
pesò la sua opposizione al nazismo, priva di colpe e di appigli per obbligarlo a
chinare la testa. Era un’opposizione linda, visibile, corretta. Nobile e tedesca,
patriottica persino. Von Cramm non amava quel potere fondato sulla paura, che
non esitava a inventare nemici inesistenti, che dava risposte semplici ai problemi
complessi della vita di una nazione, e si affidava alle stolte pretese di una
superiorità della razza ariana, per dare al popolo l’illusione di avere un tesoro
comune, da difendere. Non amava il baraccone nazista, con le sciocche
dimostrazioni di efficienza, le armi, gli squilli di tromba, le braccia tese. Non
sopportava la violenza e l’imposizione. E lo diceva, con i suoi modi da gran
signore e senza mai alzare la voce.
Era nato a Nettlingen, nella residenza estiva dei Von Cramm, non lontana da
Hannover. Origini prussiane, famiglia dell’aristocrazia terriera, studi a Oxford,
tennis sui campi della vicina residenza dei Von Dobenek, i primi a costruire un
campo da tennis in una loro proprietà. Il piccolo Gottfried crebbe allenandosi fra
i campioni che lì si riunivano, preso in simpatia da Otto Froitzheim, la prima
stella del tennis tedesco, finalista a Wimbledon 1914 e argento ai Giochi
Olimpici di Londra 1908. Proseguì sui campi del Rot-Weiss, quando si trasferì a
Berlino per completare gli studi in Legge.
Viaggiò molto, e il tennis, seppure abbordato tardi (solo a diciotto anni giocò
il primo torneo), gli dette la possibilità di continuare a farlo: Gran Bretagna,
Scozia, Spagna e tanta Italia, Roma e Napoli principalmente. Da quella
formazione mitteleuropea ne sortì un uomo di grande fascino, nobile senza
essere snob, che faceva innamorare donne e uomini, buon parlatore,
ricercatissimo dai salotti più alla moda. Omosessuale, ma senza ostentarlo.
Tedesco in tutto, mai nazista però.
In quel 1° agosto 1937 il barone aveva da poco gettato al vento la terza finale
a Wimbledon. Fu il primo dei grandi a non riuscire mai a vincere i
Championships, prima che al suo fianco si ponessero Ken Rosewall e Ivan
Lendl. Tre finali perse consecutivamente, le prime due contro Fred Perry,
l’ultima proprio contro Don Budge, il mese prima della finale interzone. Nella
seconda finale fu bloccato da un infortunio (uno stiramento) nel corso dei primi
game; continuò a giocare e Perry non si lasciò scappare l’occasione per
straripare vincendo 6-1 6-1 6-0. Al termine l’arbitro accettò di rivolgersi al
pubblico a nome di Von Cramm: «Il finalista tedesco Gottfried von Cramm
vuole scusarsi con gli spettatori per la scarsa qualità del suo gioco, dovuto
purtroppo a un infortunio».
Sempre leale, il barone. Era il suo stile di vita. Non da tutti compreso, però…
In una Davis del 1935, ancora contro gli americani, Von Cramm e Kai Lund
giunsero a un passo dal farcela. Stavano vincendo il doppio e quel punto avrebbe
portato la Germania avanti 2-1, in pole position per la vittoria finale. Sul match
point, nel quarto set, Lund chiuse bene una volée sulla quale si era lanciato
anche Von Cramm. Game, set e match, dichiarò l’arbitro, ma il barone sollevò la
mano per avvisare di una irregolarità: «Ho sfiorato la palla con la mia racchetta,
prima che la colpisse Lund. Il punto è americano». La coppia tedesca ebbe altri
cinque match point, ma alla fine il set andò ad Allison-Van Ryn, che alla ripresa
vinsero l’incontro lanciando Donald Budge e lo stesso Wilmer Allison verso il 4-
1 definitivo. Negli spogliatoi von Cramm finì sotto accusa, attaccato dal capitano
Heinrich Kleinschroth. La risposta del barone fece precipitare sotto zero lo
spogliatoio tedesco: «Ho scelto il tennis perché è uno sport per gentiluomini.
Pensa che avrei potuto dormire, ieri notte, sapendo di avere rubato un punto ai
miei avversari? Con il mio comportamento non tradisco la Germania, come lei
mi sta scioccamente accusando, io la onoro. E continuerò a fare così finché non
mi impedirete di giocare».
Le vittorie, le uniche, presero forma sul rosso di Parigi. Nel 1934 contro
Gentleman Jack Crawford, due anni più tardi contro Perry, con uno dei punteggi
più schizoidi che si siano mai composti sul tabellone: 6-0 2-6 6-2 2-6 6-0. Nel
1937, però, la federazione tedesca chiese a Von Cramm di non accettare l’invito
del Roland Garros, per lasciare campo libero all’unico «vero ariano» del tennis
tedesco, Henner Henkel. I calcoli erano precisi… Perry era ormai passato al
professionismo, Budge non si era iscritto, degli antichi Mousquetaires di Francia
era rimasto appena il meno pericoloso, Jacques Brugnon, ormai invecchiato, e il
numero due inglese Bunny Austin non possedeva l’animo del vincitore. L’unico
che avrebbe di sicuro battuto Henkel era il meno ariano Von Cramm. Tolto lui di
mezzo, finalmente la Germania avrebbe avuto la sua ariana vittoria anche nel
tennis.
Sconvolto da quell’imposizione, Von Cramm si fece da parte, ma non si
sottrasse alle regole dell’amicizia. Accettò di fare da consigliere a Henkel in
singolare e di giocare con lui il doppio. Henkel vinse la finale contro Bunny
Austin, e si lasciò guidare dal barone al successo anche in doppio; Von Cramm,
invece, si convinse definitivamente che presto il regime nazista avrebbe preteso
di decidere della sua carriera. E lui non glielo avrebbe permesso.

Con questi presupposti si giunse alla finale interzone del 1937 e al match fra
Don Budge e Von Cramm, sul 2-2. I due più forti giocatori del tennis non
professionistico, per un match che avrebbe quasi certamente deciso la conquista
della Coppa, visto che nel Challenge Round successivo i britannici, privi di
Perry, avrebbero giocato contro pronostico sia con gli americani sia con i
tedeschi. Sugli spalti, vicino alla regina Mary, sedevano l’ambasciatore tedesco
Joachim von Ribbentrop, il ministro dello Sport del Reich, Hans von
Tschammer, il grande Bill Tilden, che quell’anno aveva accettato di fare da
allenatore alla formazione tedesca, e anche Ed Sullivan, che presto sarebbe
diventato il più famoso anchorman della televisione americana. Il match prese il
via alle quattro del pomeriggio, e i due cominciarono a costruire capolavori.
Prese forma, un game dopo l’altro, il match di Coppa più straordinario che si
fosse mai visto, e forse anche il più importante, se non altro perché finì in tutti i
libri di storia del tennis.
Il primo break fu per Budge, che andò avanti 5-4 nel primo set, ripreso da
Von Cramm con quattro risposte vincenti che, assicura Budge, «non riuscii
nemmeno a vedere». Recuperata la parità, il barone chiuse il set 8-6 e s’impose
anche nel secondo, 7-5. Ancora Budge: «Stavo giocando il miglior match della
mia vita, e per quanto non avessi commesso più di quattro errori, il mio amico
barone ne aveva fatti meno di me». Eppure non era finita. Di forza l’americano
conquistò il terzo (6-4) e nel quarto (6-2) riuscì a sfruttare il primo e unico
passaggio a vuoto di Cramm, come lo chiamava lui saltando a piè pari il «von».
Decisione al quinto set, com’era giusto, come tutti desideravano. Von Cramm
partì forte, si portò sul 4-1. Tilden, in tribuna, fece segno a Henkel che il match
era ormai vinto. Ed Sullivan lo vide e cercò di farsi giustizia, trattenuto a stento
dagli amici che gli sedevano accanto. «Traditore figlio di puttana», gli urlava.
Tilden sorrideva beato. Ma non era finita. Budge guadagnò il 4-2 e cominciò a
risalire cambiando spartito. Si dispose più avanti, ad anticipare i servizi in kick
del barone. Il cambio di tattica mise in difficoltà il tedesco. Il riaggancio sul 4-4
fu cosa di pochi minuti. E sul 6-6, poco dopo, Budge strappò a Cramm il servizio
che lo avrebbe portato a servire per il match.
Scrive Budge: «Mi sentivo nervoso come mai prima. Sotterrai il primo
servizio di quel quattordicesimo game e mi sentii infelice, perché errori talmente
grossolani non erano da me. Procedemmo un punto per uno fino al 40-30 in mio
favore, era il primo match point e sbagliai tutto, mi disposi di nuovo sulla
difensiva e Cramm ne approfittò. Fece lo stesso nei successivi tre match point,
ma sul quinto il barone mi giocò un cross molto stretto, sul quale fui costretto ad
avventarmi. Toccai la palla quasi saltandole sopra, con uno schiaffetto, e caddi
per terra. Mentre cadevo vidi che la palla superava la racchetta protesa di
Cramm. Avevo vinto. Mi alzai per abbracciarlo, ma l’amico barone mi trattenne:
‘È stato il match più grande che abbia mai giocato, e sono stato felice di
condividerlo con te’, mi disse. Finalmente ci abbracciammo, e avevamo
entrambi gli occhi lucidi. Più tardi, ormai a sera, quando uscii dagli spogliatoi,
trovai il pubblico ancora lì. Nessuno voleva andarsene. Sembrava che tutti
volessero rimanere ancora nel luogo dove avevano vissuto il più bel match di
Coppa Davis».
Hitler abbozzò. Gli sconsigliarono di prendere provvedimenti contro Von
Cramm, che aveva giocato uno dei match più belli della carriera.
Semplicemente, Don Budge in quegli anni era il più forte, anche se di poco,
quasi di un niente.
I problemi per il barone cominciarono dalla successiva tournée in America e
in Australia, e lui non fece niente per impedirlo. Giocava a tennis, era fra gli
invitati fissi alle feste organizzate dal jet set delle città in cui metteva piede. Il
fatto che fosse dichiaratamente un antinazista lo pose ancora più al centro
dell’attenzione, e lui commise l’errore di lasciarsi andare a qualche riflessione ad
alta voce su Hitler e sul suo governo, che probabilmente Henkel riferì a chi di
dovere.
I due tornarono in Germania nel 1938, la festa per il loro rientro era stata
annullata e il barone capì subito che cosa stava per accadere. Pochi giorni dopo
due uomini della Gestapo lo andarono a cercare a Brüggen, nel castello di
famiglia dei Von Cramm. Lo arrestarono con l’accusa di «avere intrattenuto
rapporti sessualmente irregolari» con Manasse Herbst, un attore ebreo. Fu
trasferito nel carcere Moabit di Berlino, dove rimase cinque mesi.
I tennisti si mossero in suo aiuto. Una lettera firmata da Budge e altri sportivi,
come la stella del baseball Joe DiMaggio, venne consegnata ai giornali per
chiedere la liberazione di Von Cramm. Più importante fu la perorazione del re di
Svezia, Gustavo V, amico di Von Cramm e a capo di una nazione in cui Hitler
aveva non pochi interessi personali. Quando Von Cramm fu liberato, nel 1939,
re Gustavo V lo accolse in Svezia, e il barone cercò di riprendere la sua attività.
Si iscrisse al Queen’s e vinse il torneo battendo Bobby Riggs, ma la sua
iscrizione a Wimbledon venne rifiutata. Il Committee dei Championships preferì
cancellare quel nome che, per quanto le accuse nei suoi confronti fossero odiose,
era diventato simbolo dell’omosessualità. Von Cramm comprese, si fece da
parte, Hitler gli aveva preparato una trappola e la sua carriera da tennista si
poteva dire finita.
Allo scoppio della guerra, Von Cramm venne chiamato al fronte. Rifiutò i
gradi che i suoi titoli gli avrebbero garantito e partì verso la Russia con le truppe.
Nei giorni della ritirata si comportò da eroe, salvò la vita a numerosi compagni
d’arme. Ottenne il congedo e la croce di guerra, che gli venne gelidamente
spedita a casa. Ancora una volta, re Gustavo V venne in suo aiuto, e volle che il
barone aspettasse la fine della guerra in Svezia. Lì venne poi raggiunto dalla
notizia della morte di Henkel, che lui si ostinava a ritenere un amico, nel corso
della battaglia di Voronež.
Il barone scomparve nel 1976, in Egitto, dove aveva interessi legati al cotone.
Sulla strada fra Il Cairo e Alessandria, un camion sbandò all’improvviso e
piombò sul taxi che portava il barone alla sua azienda di import-export. Era
divenuto uomo d’affari nel dopoguerra, e si era persino sposato: la prima volta
con l’amica d’infanzia Lisa von Dobeneck, poi con Barbara Hutton, la
miliardaria americana che lo aveva sempre amato, ma divorziò da entrambe per
non avere consumato il matrimonio.
Non dimenticò il tennis. Aiutò economicamente la ricostruzione del Rot-
Weiss, distrutto dai bombardamenti, regalò un hotel a Baden Baden all’amico
Kai Lung, tornato dalla guerra senza un braccio e una gamba, e riprese anche a
giocare nonostante l’età avanzata, vincendo tornei sia in Germania sia al Cairo.
Chiese, più per curiosità che altro, anche la riammissione ai Championships, e
gli venne finalmente concessa. Tornò a giocarvi nel 1951, aveva quarantadue
anni. Lo sorteggiarono subito contro Drobný, il più forte, e perse in tre set (9-7 il
primo, malgrado tutto).
Al termine del match il pubblico si alzò in piedi per tributargli l’applauso più
lungo mai sentito a Wimbledon. Fu un modo per ringraziarlo, e anche per
scusarsi con lui.
Mansour Bahrami, con una risata ha seppellito i suoi diavoli

A McEnroe è costato una terribile scoperta, quella di non essere l’unico Genio
sulla faccia del tennis.
Năstase lo chiama Maestro.
Borg, Leggenda.
Laver non si è limitato a una semplice parola per definirlo, lo ritiene «il
giocatore più naturalmente dotato per il tennis» che abbia mai conosciuto, «uno
che con la racchetta riuscirebbe a combinare qualsiasi cosa, persino scrivere una
lettera, e anche fare un buon caffè».
Bahrami globetrotter, il lato divertente del tennis… Io lo vedo così, come gli
Harlem di un tempo, quelli del basket, spassosi e insieme funambolici.
Comunque sia, un’istituzione. La risposta che tutti vorremmo essere capaci di
dare quando troppi fantasmi ci agitano la vita.
«Sono il più grande campione di Wimbledon che il pubblico non abbia potuto
applaudire come campione di Wimbledon», dice di se stesso Mansour Bahrami,
prima di aggiungere, non senza un pizzico di malinconia, «a me m’ha rovinato
l’ayatollah».
L’ayatollah è proprio lui, il primo che venga alla mente quando pronunciate la
parola: Ruhollah Khomeini, capo spirituale, politico e, dal 1979 al 1989, anno
della sua morte, guida suprema dell’Iran. La prima in assoluto, visto che la
carica fu inventata per lui. Sulla mappa del grande Paese, i luoghi da tenere a
mente sono curiosamente gli stessi: Arak, dove Mansour è nato nel 1956 e
Khomeini ha studiato trent’anni prima, e Teheran, dove Mansour è approdato
per portare il tennis e Khomeini per dare slancio alla sua rivoluzione, che fra le
molte cose che ha fatto ha finito con il proibire anche il tennis, simbolo della
decadente cultura occidentale.
Era il 1978 e il ventiduenne Bahrami, tutt’altro che decadente, recitava ormai
nel ruolo di giocatore simbolo della Davis iraniana. Una decina di match, nove
vittorie e due sconfitte in singolare. Non male per un ragazzo che a quattordici
anni giocava ancora con una padella arrugginita alternandola ad altri utensili da
cucina, quando la mamma non lo vedeva. Ma la scomunica del tennis era ormai
un dato di fatto. In fretta e furia i circoli di Teheran chiusero i battenti, Mansour
si trovò a vendere al mercato nero quel po’ di abbigliamento sportivo che aveva
acquistato, ma salvò la racchetta, nell’eventualità che prima o poi gli tornasse
utile. In realtà, le sue speranze di diventare un giocatore, appena calate sul tavolo
della vita, si erano già dissolte.
Tre anni senza tennis. Bahrami s’inventò giocatore di backgammon per
racimolare qualche soldo ed evitare di tornare ad Arak, dove avrebbe
rappresentato un problema serio per una famiglia che lo aveva già dimenticato.
Poi il colpo di fortuna, sotto forma di un torneo di tennis, il primo e unico a
Teheran in quegli anni, che il vecchio circolo decise di organizzare per far
ricredere le autorità sugli effetti ritenuti devastanti di quel gioco «troppo
occidentale». Bahrami partecipò e vinse. Il premio era un biglietto aereo per
Atene. «Lo detti alla mia fidanzata di allora, nella speranza che almeno lei
potesse utilizzarlo. Due giorni dopo me lo restituì, si era informata e aveva
saputo che con 200 dollari in più avrei potuto cambiare destinazione e arrivare
fino a Nizza. Lì potrai riprendere a giocare, mi disse. Le chiesi che fine avrebbe
fatto la nostra storia. Ricordo ancora il suo sguardo docile e innamorato quando
mi rispose che mi voleva troppo bene per non sapere che se fossi scappato
almeno io avrei potuto rifarmi una nuova vita, migliore di quella che ci aspettava
a Teheran. Non l’ho più rivista, ma le devo tutto.»

Mansour giunse in Francia nel 1981. Lì il circuito offriva buone possibilità,


un torneo a settimana e la speranza di vincere e sopravvivere. I segnali, invece,
erano tutti negativi. Il primo tentativo lo fece al casinò di Nizza: gli era sembrato
il modo migliore per moltiplicare gli spiccioli che aveva in tasca e finanziare la
futura attività. In una serata nera perse tutto e per mesi fece la fame, quella vera.
Riuscì a raggiungere Parigi. «Non avevo un posto dove dormire, la notte
camminavo per strada per non morire di freddo. E per mesi una baguette è stata
la mia cena. La dividevo in tre parti e mi sfidavo a farla durare tre giorni. Non
accettai di diventare un rifugiato politico, non volevo tagliare definitivamente i
ponti con il mio Paese, chiesi un visto normale, in fondo ero solo un giocatore di
tennis che cercava di fare carriera. Vissi così per sei anni.» E sei anni sono troppi
nella vita di un tennista, prigioniero di un Paese dal quale non poteva uscire.
A ventiquattro anni Mansour raggiunse il secondo turno al Roland Garros
dopo avere superato le qualificazioni, l’unico risultato memorabile di una
carriera già bruciata. In compenso il pubblico si divertiva ai suoi match, lo
incitava, e lui amava stupirlo con i suoi giochi di prestigio. Vinse qualche
piccolo torneo. Si fece un discreto nome in doppio. «Al fianco di un altro
tennista evitavo gli eccessi e badavo al sodo, non mi sarei mai permesso di farlo
perdere solo per la mia smania di divertire gli spettatori.»
Ma i risultati, quei pochi, arrivarono solo dopo i trent’anni. «Quando giunse a
scadenza anche l’ultimo rinnovo del visto, diventai a tutti gli effetti un
immigrato clandestino. Nel 1981, l’anno del secondo turno al Roland Garros, Le
Figaro e l’Équipe si interessarono alla mia storia, e qualche tempo dopo i
tennisti francesi firmarono una lettera che chiedeva la mia naturalizzazione. Mi
andò bene, e dopo altri sei anni di attesa mi fu concesso di svolgere attività
regolare. Troppo tardi per vincere qualcosa d’importante, ma ancora in tempo
per rendere la mia vita un po’ più agevole.»
Bahrami vinse in doppio a Ginevra nel 1988 e a Tolosa l’anno dopo, nella
stessa stagione che lo vide al fianco di Éric Winogradsky finalista al Roland
Garros, battuti in quattro set da Jim Grabb e Patrick McEnroe. Aveva già
trentatré anni.
Una volta gli ho chiesto se provasse rabbia verso il mondo o il tennis per la
sua vita trascorsa senza certezze. «Al contrario, Adriano», mi ha risposto, «mi
sento un uomo fortunato. Credimi, poteva andarmi peggio, molto peggio.»
La sua fortuna, se c’è stata, è giunta nel 1993 con la nascita del Champions
Tour, riservato ai tennisti over trentacinque. Invitati fissi: Borg, McEnroe,
Connors, tutti i migliori. Mansour entrò nel gruppo sulla spinta della federazione
francese. Non un campione, ma l’uomo giusto al posto giusto, a contatto con un
tennis che non esigeva soltanto vittorie, ma gioco, intrattenimento, risate.
Bahrami è garanzia di spettacolo. È coinvolgente, anche per i tennisti che gli
stanno accanto. Nella sua baraonda organizzata c’è spazio per trucchi e giochi di
prestidigitazione che pochi si permetterebbero di tentare in un incontro del
circuito. Mansour sa servire tenendo sei palle in una mano. Sa eseguire l’intero
movimento di uno smash in anticipo di un nulla sull’arrivo della palla, in modo
da far credere che l’abbia davvero ciccata, per poi trasformarla in smorzata con
un colpetto da sotto prima che abbia toccato terra. Sa chiudere miracolosi
passanti con la racchetta fra le gambe, fronte e retro, anche spalle alla rete per
intenderci, oppure steso per terra, rotolandosi, saltando sulle spalle del
compagno di doppio. Sa imitare una dozzina di campioni del tennis, a
cominciare da un McEnroe infuriato che scaglia contro l’arbitro tutto ciò che gli
capita a tiro. E se gli fate un pallonetto, anche il più alto che vi possa uscire dalla
racchetta, lui è capace di far sparire la palla al volo nel taschino dei suoi
pantaloncini.
A quarantaquattro anni, dopo essere tornato a Teheran, ha persino accettato di
giocare ancora una volta in Davis per l’Iran. Oggi Mansour organizza il torneo
«over» nelle giornate del Roland Garros, gioca ancora, i sessantatré anni non gli
pesano, è sempre agile e su di giri. Ha un logo tutto suo: una palla gialla con un
paio di baffetti svolazzanti, e un testimonial che fa invidia a tutto il circuito,
Roger Federer, che di lui dice: «Appena posso vado a vederlo. È il più
divertente, ed esegue dei colpi che non credevo fossero possibili con una
racchetta».
Mansour ha battuto l’ayatollah e la povertà con la sua voglia di essere felice.
In pochi possono dire di essere riusciti a seppellire con una risata i diavoli
custodi che l’hanno accompagnato per una vita. Mansour l’ha fatto davvero.
Racconti romani. Nel tennis servono karma e pazienza

NEGLI anni Settanta, per l’intero decennio, a confrontarsi fra non poche scintille
furono il tennis dei Sapiens e quello dei Neanderthal. E siccome io, Năstase,
Gerulaitis eravamo, ci sentivamo, i Sapiens, la storia dell’umanità tennistica ci
inquadrò, scartò di lato ribaltandosi e vinsero i Neanderthal, ovvero quelli che
usavano le racchette come mazze, che cominciavano a far risuonare i primi
grugniti, che picchiavano per la gioia di picchiare. Noi, invece, eravamo i
fighetti del bel gioco, quelli che «ci pensiamo noi a farvi divertire». Ogni partita,
eravamo convinti, doveva valere il prezzo del biglietto…
Uscendo dalla metafora, e spenti i motori della macchina del tempo, i Settanta
restano il primo e unico decennio in cui una visione del tennis più classica, o se
preferite più romantica e umana, ebbe diritto di cittadinanza, mentre gli indirizzi
che avrebbe preso il nostro sport si mostravano già con prospettica chiarezza.
Bastava coglierli e saperli valutare.
Il tennis appena rinato nella sua versione moderna e «aperta» (dal 1968) si
stava rapidamente trasformando in mestiere, e le strade per il raggiungimento
degli obiettivi – soldi e vittorie, che altro? – si moltiplicavano a dismisura
rispetto a quelle del bel gioco, dei colpi da applaudire e della buona tattica che
praticavamo noi, i Sapiens retrogradi. Stava prendendo forma un tennis
aggressivo, utilitaristico, sostenuto da doti fisiche eccelse, poco pretenzioso nella
scelta delle soluzioni tattiche. Vai e picchia. Erano i primordi del tennis di oggi,
tendente al tutto uguale, nel quale a tentare strade diverse sono poche mosche
bianche, forse le dirette discendenti di noi poveri Sapiens, ormai ridotti a insetti.
Già dalla finale di Coppa Davis del 1979 la nostra squadra si mostrò in parte
rinnovata con l’aggiunta di un elemento che il capitano Vittorio Crotta volle
portare come quinto Davisman, per poi sostituirlo a Tonino Zugarelli nella finale
di Praga dell’anno dopo, la nostra ultima. Gianni Ocleppo era un ragazzo diverso
da noi, rappresentava il lato moderno del tennis… Gli sono amico, era matto al
punto giusto, ed era anche un buonissimo tennista, con un servizio pesante e
molesto e un diritto che faceva male (meno, per la verità, il rovescio). In dosi di
molto superiori alle nostre aveva, nei modi e nei pensieri verso gli avversari, una
cattiveria che noi – normodotati in quanto a spietatezza agonistica – tentavamo
di ammantare di molto pudore. Lui no, la esibiva, la riteneva un biglietto da
visita.
Lo show down prese forma a Düsseldorf, dove si svolgeva la Coppa delle
Nazioni, un torneo a squadre di una settimana innestato nel calendario dei grandi
tornei europei sulla terra rossa. Vi tornavamo come campioni in carica, dunque
al gala di presentazione fummo accolti al tavolo delle autorità, popolato per
l’occasione da signore un bel po’ attempate, tutte di nobilissimo pedigree,
contesse, baronesse e vattelappesca che altro. La squadra italiana era composta
da me, Bertolucci e Ocleppo. Ci distribuirono al tavolo centrale della serata,
ognuno con la baronessa da compagnia al proprio fianco. Discorsi di genere
scontato, vago interesse per la vita da soldati di ventura dei tennisti (così,
almeno, se la figuravano le signore), un tentativo di mano morta che Bertolucci
schivò in modo signorile per poi avvisarmi in italiano (che tanto non capivano)
«se questa ci riprova le verso il consommé nella scollatura». Più insistente di
tutte, a porre domande, l’anziana signora accanto a Ocleppo, moglie del
presidente del circolo. «Ma com’è questa vita da tennista? Ma davvero viaggiate
così tanto? E lei quali posti lontani ha raggiunto? Certo deve essere bello tutto
ciò che fate e che vedete…» e così via, instancabile, per una ventina di minuti,
finché Gianni si voltò verso di lei, annuendo stancamente e, squadrandola
dall’impalcatura dei capelli fino alla punta dei gioielli che tintinnavano gai sul
polso ossuto, volle darle le risposte che la signora cercava. «Ha ragione,
madame», la interruppe, annuendo ponderoso su ciò che stava per dire, «è una
vita faticosa, la nostra. Non può immaginare quanto. Tanto tennis, tutto il giorno,
e poco altro… In compenso ci viene duro, ma duro, ma così duro, che è una
bellezza guardarlo.» Serissimi, Bertolucci e io ci alzammo in piedi, composti,
senza parlare, ci concedemmo giusto un piccolo cenno di apprezzamento alle
signore, un accenno d’inchino, poi andammo dietro Ocleppo e lo sollevammo,
sedia compresa.
E ci demmo alla fuga.

A Cristiano Caratti, uno dei ragazzi cresciuti al Centro tecnico di Riano, tra le
mani esperte di Riccardo Piatti, devo la prima osservazione diretta di una pratica
esorcistica prematch di Coppa Davis. Accadde a Bolzano, a fine gennaio del
1992, si giocava contro la Spagna. Avevamo scelto la superficie più veloce, e
Camporese ci aveva dato il primo punto demolendo Sergi Bruguera. Toccava a
Cristiano, alla sua prima convocazione, opposto a Emilio Sánchez. Scesi nello
spogliatoio per le ultime raccomandazioni, aprii la porta e nella penombra
illuminata solo da fioche luci vidi Caratti steso sul pavimento. Oddio, questo si
sente male, fu l’unica cosa che pensai. Feci per soccorrerlo, ma inquadrai meglio
la scena. Caratti era disteso al centro di un cerchio formato da candele. Il suo
personal coach (no, non Piatti…) gli si agitava intorno.
«Problemi?» domandai.
«Stiamo dando energia al karma», la risposta.
«Al karma?»
«Sì.»
«Fate pure con comodo.»
Girai i tacchi e ritornai in campo, ad appollaiarmi sulla panca. Poco dopo
giunse anche Caratti.
«Tutto a posto?» ridomandai.
Mi fece di sì con la testa.
Giocò bene, Cristiano. Perse al quinto da un giocatore esperto, e molto vicino
per valore ai campioni del periodo. Andò in vantaggio 2-1, ma negli ultimi due
set non riuscì più a staccare Emilio. Gli mancò il guizzo. Forse un pizzico di
energia.
A lui?
Al karma?
Giuro che non lo so.
Il girone dei fantasmi dell’antico maniero
Wimbledon, l’erba del diavolo è sempre più verde

QUANDO chiudono il tetto, il Centre Court si tinge dei colori soffusi di una
camera da letto. Panna, caffè, polvere di cioccolato, gli stessi di un cappuccino.
Guardi la volta mentre si chiude, nel tramestio dei colombi che si affannano
verso una via di fuga, e pensi che sia così da sempre. Wimbledon è uguale a se
stesso anche nelle cose che prima non c’erano. Un immutabile mutante.
L’attuale sede, in Church Road, vent’anni fa appariva essenziale, spartana, ai
miei tempi addirittura spoglia. L’hanno ricostruita in buona parte, e a nessuno
verrebbe in mente di definirla «nuova». È come se a Wimbledon costruissero
vecchi stadi moderni, antichissimi tetti ad alta tecnologia, antiquati maxischermi
digitali, persino l’ologramma a grandezza naturale di John McEnroe che guida il
pubblico fra gli stipetti degli spogliatoi di una volta, ricostruiti all’interno del
museo, ha un che di eterno. Sembra uno dei tennisti di cento anni prima, ma
vestito con una moderna t-shirt.
Wimbledon tiene a mente tutto, date e fatti che non dovrebbero interessare a
nessuno, ma che in fondo riscaldano il cuore. C’è chi li ha annotati, trascritti,
conservati, considerandoli importanti, forse indispensabili. L’arte della memoria
è l’attenzione. Dell’una e dell’altra, Wimbledon ha fatto la propria roccaforte. Ed
essere al passo con i tempi, conservandosi, è ormai una sfida.
L’ingresso sul Centre Court segue una parvenza di cerimoniale, pochi gesti,
ma sempre gli stessi, anno dopo anno. I giocatori vengono condotti in una
stanzina poco distante dalla porta che dà accesso al campo. La ricordo color
albicocca, sembrava di stare nella sala d’attesa di un dentista. In quegli anni, ma
ne sono passati cinquanta e ora non è più così, l’ingresso prevedeva il saluto alla
casa reale, sempre che vi fosse qualche membro sugli scranni del Royal Box. Un
signore distinto, biondo e pettinatissimo (magari c’è ancora, visto che
Wimbledon conserva tutto) andava a sincerarsene, poi tornava da noi giocatori e
ci istruiva su come comportarsi: «Entrate sorridenti, ma non ridendo
sguaiatamente fra di voi. Salutate il pubblico, basta un cenno della mano. Fate
sette, otto passi, poi vi girate insieme verso il box reale e porgete un inchino
sobrio, senza teatralità alcuna, che potrebbe apparire come inutile sarcasmo».
Feci il mio primo ingresso sul Centre Court nel 1972, l’ultimo nel 1980.
Ricordo bene la prima volta. Ero stato sorteggiato contro Neale Fraser, io poco
più di un bimbo, lui quasi quarant’anni. Il campo è come rialzato rispetto alle
prime sedie della tribuna, somiglia al palcoscenico di un teatro. Era il primo
giorno del torneo e l’erba si presentava compatta, uniforme, di un verde intenso.
C’era un silenzio per me sconosciuto. Mi avvicinai a Neale, un amico nonostante
la differenza d’età, e gli dissi a bassa voce: «Che peccato, se ci camminiamo
sopra finiremo per rovinare tutto il prato». Mi guardò sorridendo, ma con grande
affetto. «Bè, visto che ce lo permettono», mi rispose, «facciamoli divertire.»
Vinsi al quinto e fu un bel match, ma non è questo il punto. È quella frase di
Neale che non ho mai dimenticato. Mi aiutò a capire perché mi trovavo lì,
davanti a quattordicimila persone, con una racchetta in mano…
Dicono che alla regina il tennis non piaccia granché. Dicono anche che una
volta, invitata a spiegare il perché di questa sua scarsa predilezione, Elisabetta
rispose che sarebbe stato più interessante se si fossero confrontati, racchetta in
mano, scambiandosi diritti e rovesci, smash o quant’altro, due tennisti a cavallo.
Si contano sulle dita di una mano le volte che Sua Maestà si è palesata oltre i
Doherty Gates, annunciata da misure di sicurezza che oggi prevedono soldati
ovunque, tiratori scelti sui tetti e una decina di elicotteri svolazzanti in tondo,
con un gran frastuono, sui limitati confini dell’impianto.
La regina dev’essere ovunque riconoscibile, e per questo è costretta a vestire
abiti dai colori improbabili, gialli, celestini, rosa brillante, che poche altre
sceglierebbero, ma che lei indossa con regale sopportazione. La prima volta fu
nel 1957, poi nel 1962; si ripresentò nel 1977 per il centenario del torneo,
quando vinse Virginia Wade, che aveva una compagna e faceva ugualmente
impazzire gli uomini; e un’ultima volta nel 2010, per il Giubileo. Eppure, a ogni
sua comparsa sullo scranno più in vista del Royal Box, al centro della prima fila,
Sua Maestà ha lasciato tracce profonde.
Fu proprio la visita del 1957 a sollevare un vespaio intorno alle spese del
reale parco auto. È una piccola storia che devo a Lew Hoad, che quell’anno,
testa di serie numero uno, vinse il torneo in finale su Ashley Cooper. Fu lui a
raccontarmela, nei giorni in cui mi trascinava ad allenarmi sul campo di casa
Newcombe, convinto che uno con il mio tennis dovesse vincere i Championships
per forza di cose… Non ancora costretta a indossare abiti dai colori terrificanti,
Elisabetta scelse quell’occasione così mondana per mostrare il suo ultimo
acquisto, di cui andava particolarmente fiera e per il quale, pare, avesse dovuto
battere i regali piedini per terra: una Rolls Royce Phantom IV di un bordeaux
così scuro da sembrare nero in lontananza. L’aveva voluta diversa dalle altre
Phantom, ed Henry Jervis Mulliner, lo «stilista» di automobili più famoso a quei
tempi, si era sottoposto volentieri alla regale vessazione: le aveva alzato il
tettuccio, in modo che Elisabetta non fosse costretta a togliersi il cappello per
entrare, e sulla calandra, al posto della statuetta dello Spirit of Ecstasy divenuta
il simbolo delle auto dei signori Henry Rolls e Jaime Royce, aveva montato una
più audace composizione scultorea, con un San Giorgio particolarmente cazzuto
alle prese con il drago. I solerti funzionari dell’economato di Buckingham Palace
colsero in quella giovanile ostentazione di Elisabetta una precisa indicazione
pratica, e forse per compiacerla, abituati com’erano a prendere troppo alla lettera
i voleri dei propri sovrani, nel giro di quattro giorni rinnovarono tutta la reale
autorimessa, svendendo le lussuosissime Daimler per sostituirle con altrettanto
lussuosissime Rolls. Dodici in tutto, una spesa che fece gridare allo scandalo
anche il più devoto dei sudditi del regno.

La domenica della finale anche i bobbies sono vestiti a festa. Indossano la


divisa migliore sulle pance da birrai. Le grandi auto nere che varcano i Doherty
Gates con lo stemma verde e viola del Club procedono lente fino all’ingresso
della Member’s Enclosure, la casa dei mille soci (il doppio in lista d’attesa) che
dà accesso al Royal Box, dove ogni anno da cinquant’anni si festeggia il Natale
con la proiezione del film Lawrence d’Arabia (e poi ditemi se non è una
diavoleria anche questa…). Le auto proseguono fino a una stradina ricavata nello
spiazzo chiamata view line, dalla quale è possibile sbirciare l’andirivieni di
marchesi e duchesse e sottolineare con lunghi «Ooohhh» e «Uuuhhh» di
apprezzamento lo sventolio di abitini floreali con cui le signore invitate hanno
tappezzato le loro nobili membra. Si tratta di composizioni audaci, simili a selve
inestricabili e coloratissime, a nature morte di frutta tropicale, o peggio, alle
tende di Buckingham Palace. Gli inglesi conoscono fin da bambini, per diritto di
nascita, quale sia il momento più opportuno per esternare un «Ooohhhh» e quale
per esibirsi in un «Uuuhhh», e chi sbaglia, o va fuori tempo, riceve occhiatacce
di rimprovero.

Il Royal Box è composto da settantacinque poltrone. Le partite che contano


sono annunciate dal lieto brusio del palco che si riempie e dalla diligente
partecipazione, a quel riempirsi, dei 14.997 spettatori che sbirciano con i
cannocchiali. L’ufficio stampa è tenuto a far conoscere in tempo reale la
composizione del sacro box, nel quale domina, sotto le necessarie apparenze di
compostezza, una frenetica e diabolica attività.
Questa era la situazione nell’ultimo sabato dei Championships 2019, il giorno
della finale fra Serena Williams e Simona Halep. Sua Altezza Reale la duchessa
di Cambridge ha invitato l’altra Sua Altezza Reale la duchessa di Sussex. Ma
che, domanda il fotografo già sui blocchi di partenza, ci sono Kate e Meghan? E
c’è anche Pippa? Il gossip ha ormai avvicinato i reali alla gente, al punto da farli
sembrare a portata di mano. Ma alle spalle delle tre signore giovani ed
elegantissime, il box vive momenti turbinosi. C’è da piazzare le tre campionesse
invitate, ognuna con la compagna al seguito: miss Navrátilová e miss Julia
Lemigova, miss Conchita Martinez e miss Estefania Bottini, miss Virginia Wade
e miss Caroline Lacy. Intanto, Martina ha da obiettare su quel miss, perché lei e
Julia sono regolarmente sposate. L’ufficio stampa vacilla, come colpito da un
uppercut. Ma accade di peggio, perché mister Cosmin Onisii e la consorte
Miruna hanno in simpatia i Gathercole, mister Tony e signora Annemarie, e
rigonfi di squisitezza intendono cedere il loro posto, di due poltrone più centrale.
I Gathercole, ovviamente, amano farsi pregare e tentennano un bel po’ prima di
accettare, mentre l’onorevole Mark Drakeford si è fatto l’idea che la poltrona
dell’onorevole Theresa May sia troppo laterale, dunque le cede la sua e va a
rifugiarsi in una poltroncina più in alto, dove si sarebbe dovuto sedere tale mister
Atherton, che a quel punto prende a girovagare cercando un posto libero, e lo
trova in prima fila, al fianco delle duchesse di Cambridge e di Sussex,
scatenando le proteste di tutti. Nell’impossibilità di seguire tutto quel tramestio,
l’ufficio stampa decide di emettere un solo comunicato, quando tutti i
salamelecchi si saranno compiuti e la situazione definitivamente anestetizzata.
Decisione rivoluzionaria, e un tempo impossibile. Prima la situazione veniva
seguita e comunicata passo passo, anzi, sedia per sedia. Nel giorno della finale
del 1990, per esempio, nel giro di pochi minuti vennero emessi diciannove
comunicati di aggiornamento sulla composizione del box. L’ultimo giunse a
incontro già cominciato, scritto a mano, in evidente stato di confusione mentale.
Potete crederci o meno, ma è un record.

È un torneo classista, Wimbledon. Lo è sempre stato. Il fatto che ancora oggi


ci siano gli spogliatoi per i più forti e quelli per tutti gli altri mi fa impazzire. Lo
stesso per i biglietti omaggio, che li ricevi solo se sei entrato nel Club degli Otto,
cioè se hai raggiunto i quarti di finale. Eppure, per quanto mi indispettiscano, i
Championships suscitano la mia ammirazione. È un torneo che porta con sé tutti
i suoi fantasmi: alcuni li traduce in tradizioni, altri li tiene a bada, spesso con una
buona dose di umorismo. Un torneo che ha sempre odiato le invasioni di campo,
su tutte quelle imperdonabili degli streakers, ma non rinuncia a pubblicare in
cima alla lista «Centre Court Invasions» – la trovate su una delle seicento pagine
del Compendium, rivisto e aggiornato anno dopo anno – quella di uno scoiattolo
che fece la sua irruzione sul campo martedì 21 giugno 1949, durante il confronto
fra l’olandese Hans van Swol e il francese Robert Abdesselam. Fu lui il primo
invasore.
Fa parte delle tradizioni del torneo anche il Court n. 2, temutissimo dai più
forti e ricordato come «the graveyard of champions», il cimitero dei campioni:
chi vi veniva spedito a giocare poteva immaginare di non essere nelle grazie
degli organizzatori, e il mito resiste ancora oggi. Fu lì che Pete Sampras giocò il
suo ultimo match, nel 2002, battuto da uno svizzero al quinto set. Non era
Federer, bensì George Bastl.
Tradizione più fresca, invece, quella del Court n. 18, dovuta al match più
lungo della storia del torneo, quello del 2010 fra Isner e Mahut. Da allora il
campo ha ospitato altre lunghe gare ed è diventato sinonimo di match
interminabili.
Il Centre Court, ancora oggi, assomiglia a un antico maniero. All’interno è
percorso da infiniti cunicoli spezzati da piccole porte; la luce è fioca, e dall’alto
le scale sembrano a strapiombo. Un luogo infernale, all’apparenza, ma quando si
raggiungono le tribune il campo si apre alla vista come un gioiello verde, un
diamante di una lucentezza che non ti aspetti e ti fa battere il cuore.
Inferno e paradiso insieme: è la «formula tennis» dei Championships, da
sempre la stessa. Esclude chi non intende adattarsi e accetta soltanto chi giura
amore eterno al gioco sull’erba.
Roger Federer, quando perde il migliore

LE signore sono in lacrime. Le osservo dall’alto della collinetta dell’All England


Club, che negli anni è stata dedicata ai migliori tennisti inglesi. Henman Hill,
come tutti la conoscono, ma anche Murray Fields. È un’afflizione condivisa,
partecipe e inconsolabile. Davanti allo schermo gigante che poggia di lato al
Court n. 1 si consuma il momento più emozionale di una maledetta domenica da
kleenex. Seguono a gruppi, strette fra loro, gli ultimi punti della finale infinita:
una guarda e le altre chiedono come va, con la faccia nascosta fra le braccia di
compagni e mariti. Djoković è alla battuta, ancora un tie-break condotto da cima
a fondo, il terzo del match, il primo della storia sul 12-12, una nuova regola di
quest’anno. La risposta di Federer, su un rimbalzo meno buono degli altri, si
inarca in modo innaturale, colpita più con il fusto che con le corde. È fuori.
Quattro ore e cinquantasette minuti di una finale bella da impazzire, trascinata
per mano su livelli altissimi, fra colpi di classe pura, capace di emozionare anche
uno come me, che di tennis ne ha visto fin troppo. Una finale da record per
eleggere vincitore il tennista sbagliato.
A nessuna mamma piace vedere il figlio perdere, ed è questo che Federer
rappresenta per quelle signore così addolorate. Niente a che vedere con il
bell’attore dal fascino scapestrato, gli occhi verdi e il fisico scolpito, che titilla
corde assai meno materne, ma il figlio che tutte vorrebbero, anche le più giovani
fra loro. È un uomo educato, Roger, positivo e brillante, attaccato alla famiglia,
combattivo ma senza rinunciare al suo genio, a costo di sbattere la capa sul più
duro degli ostacoli, e farsi male. Stavolta più di altre. E ognuna delle mamme
che ora tirano su con il naso, ne sono certo, sta pensando a quali parole potrebbe
usare per consolarlo.
Anche Kate, oops, volevo dire Sua Altezza Reale la duchessa di Cambridge.
Lei ci ha provato con una carezza mentre gli porgeva il piatto d’argento della
sconfitta. Dicono sia stata imprudente, il gesto finirà fra le cronache ufficiali del
torneo, tanto è insolito: è una carezza che mette da parte qualsiasi cerimoniale ed
entra di diritto fra le immagini da ricordare di questa edizione dei
Championships 2019. Ma l’ha fatto senza pensarci, e allora, che scandalo volete
che sia? Federer è amico della futura coppia reale, e il principino George non fa
che parlare di lui, da quando l’ha portato sul campo per insegnargli i primi colpi.

Creano infiniti turbamenti le sconfitte di Federer. Succede così da sempre, e


ora di più. Nel sentimento comune l’immagine del Più Grande costretto in
ginocchio si accompagna a quella di una carriera ormai alle ultime battute, e le
percezioni che ne derivano sono insopportabili per la gran parte degli
appassionati, milioni in tutto il mondo. Mi trovo a parlarne con gli amici, e tutti
usano la stessa espressione: stiamo elaborando il lutto. Sono passati non meno di
dieci giorni dalla finale quando ricevo la confessione di Francesco, un amico
giornalista: «Non scriverò più di tennis, davvero, non ce la faccio».
Alla fine sono io a tentare di risollevare gli animi, ma non posso esimermi dal
farlo con una piccola provocazione, e scelgo la frase più sbagliata che ci sia, dato
il contesto: «Non vi sembra di esagerare? È solo una partita di tennis…»
Quasi mi insultano, e non manca chi s’indigna. «Da te non me l’aspettavo…
Ma come fai a non capire? È stata commessa un’ingiustizia ai danni della cosa
più bella che abbiamo in questo sport.»
Mi difendo: «Non è che non capisco, ma sono sorpreso dalle parole che
utilizzate. Sono le stesse che avete usato per l’incendio di Notre-Dame».
Ci siamo. Ho toccato il punto… «Ooh, l’hai capito alla fine. Proprio di questo
di tratta. Abbiamo visto decine di volte Federer che perde, non è questo il
problema. C’è altro. C’è la costruzione punto su punto di un’impresa che non ha
prezzo di mercato, paragonabile solo a un’opera d’arte, per l’incanto che ha
suscitato in tutti, anche fra coloro che del tennis si disinteressano. Chiunque
abbia a cuore la bellezza si è fermato davanti a quelle immagini in atteggiamento
estatico. Era come osservare Leonardo in diretta mentre dà vita al suo dipinto più
bello, che so, la Vergine delle rocce, o la Dama con l’ermellino».
So dove sta andando a parare l’amico che si affanna a spiegare, e in buona
parte condivido ciò che dice. Ma provoco ancora. «E allora?»
«Come, allora… Allora che? Ti sembra che questa opera grandiosa porti la
firma di Federer? Pensi che Djoković abbia meritato di firmarla al suo posto,
quando tutta quella magnifica costruzione se l’è tirata su Roger, colpo su colpo?
Si è trattato di un’appropriazione indebita. E non venirmi a dire che il tennis l’ha
inventato il diavolo, sennò lancio un urlo e me ne vado.»
Non lo dico, infatti. Ma penso seriamente che questa volta il diavolo del
tennis l’abbia fatta grossa, che abbia preso una cantonata enorme, e non è cosa
da lui.
Eppure Federer ha perso, malgrado abbia giocato meglio, con il pubblico tutto
dalla sua, e con due match point per chiudere ogni discussione. Ha perso pur
avendo tutti i numeri del match a favore: gli ace, 25-10; i doppi falli, 6-9;
addirittura le risposte vincenti di rovescio, 48%-41%; e i punti a rete, 78%-63%;
persino i punti vinti in totale, 218-204; e ovviamente i game, che sono stati 36-
32.
Ha ottenuto per primo la palla break nel set d’avvio, ha condotto il tie-break
fino al 5-3, nel secondo ha ridotto a una mousse il suo avversario, nel terzo ha
continuato a esprimersi meglio di Djoković pur smarrendo di nuovo il tie-break,
e nel quarto è tornato a dettare legge con due break, per concedere a Nole la
prima palla break dell’incontro solo sul 5-2, persa dopo uno scambio da
trentacinque colpi. Fa niente, ha chiuso 6-4, e nel quinto set ha ripreso Djoković,
scappato 4-2, per ottenere un nuovo break sul 7-7, che l’ha portato a servire per
il match sull’8-7 e ai due match point sul 40-15.
Ha perso il migliore, il tennista che ha giocato meglio. Ma ha perso, e dunque
è difficile che non abbia le sue brave colpe. Una su tutte, ma fondamentale e
sconquassante per il giudizio che Roger ha del suo tennis: ha giocato meno bene
in tutti i momenti decisivi dell’incontro, i tre tie-break e i due match point.
A tradirlo è stata l’emozione. Non è la prima volta che gli capita… Sono
ormai ventidue i match dispersi con almeno un match point a favore. Quando
l’impresa si avvicina e il match giunge a ebollizione, Federer si scopre di grano
tenero. Vi sembra strano? Pensate davvero che a un passo dai trentott’anni, uno
che abbia già esplorato da un pezzo tutto ciò che compone il tennis, debba
sentirsi immune a ogni possibile evento contrario? Sbagliate, perché non tenete
conto del carattere, dell’indole del campione. Non fatevi ingannare dall’aspetto
da freezer che Roger assume sul campo. Dentro ribolle, è un fuoco. Ma è capa
tosta, e non rinuncia a chiudere il match con il colpo migliore che possa
eseguire. È la sua firma, quella di un tenero testa dura… Questo è successo a un
passo dall’impresa più grande, che valeva il nono Wimbledon e il ventunesimo
Slam. I due match point se ne sono andati su una palla pretenziosa e mal giocata,
e su un attacco mosso più dalla disperazione che dalla convinzione di poter
creare un problema a Djoković.
Ma quando si giunge alla palla che vale il match, significa che tutto ciò che si
doveva fare per vincere è stato fatto. Tranne quell’ultimo piccolo segmento da
aggiungere al resto. Appropriarsene, come ha fatto Djoković, dà la misura della
sua qualità. Quel sedicesimo game del quinto set si è trasformato in una trappola
mortale per Federer: ha restituito a Djoković non solo la parità, ma anche la
convinzione che vi fosse una nuova speranza per lui. Nole vi si è aggrappato, e
ha ritrovato forze che a quel punto sembravano smarrite.
La maggior parte dei commentatori ha tentato di spiegare che cosa avrebbe o
non avrebbe dovuto fare Federer in quei frangenti, senza avvedersi del fatto che
finiscono per fargli un torto. Lui sa che cosa deve fare, quello che non può
sapere è se ci sarà qualcosa fuori dal suo controllo che tenterà di impedirglielo.
Le spiegazioni tecniche saranno più utili un domani, quando questa stirpe di
tennisti iscritta al Club dei Favolosi (i Fab Four, un tempo; oggi Fab Three; e in
qualche breve ma lieta occasione anche i Big Five, con le aggiunte, a turno, di
Wawrinka e Del Potro) sarà andata in pensione, e al suo posto arriveranno i più
giovani, tutti aitanti e fortissimi nel fisico, ma tutti fatti con lo stampo. Lì, nel
gioco a specchio che vedremo, per quanto ammirati dall’efficienza di quelle
perfette macchine da guerra, sarà utile prendere atto di un colpo che poteva
essere fatto, e di un altro che sarebbe stato meglio evitare. Ma con Federer,
Nadal e Djoković è quasi una perdita di tempo. Questi rappresentano, più che il
gioco del tennis, il gioco della vita. Ognuno di loro è il perfetto fenotipo del suo
modo di essere, e per estensione del modo di essere di molti tra noi. Il tennis di
Federer non potrebbe mai tralasciare una dose di rischio, perché ama completarsi
nella bellezza, ed è uno scopo alto, così com’è alto il prezzo da pagare. Quello di
Nadal è il tennis di chi ama assaltare i problemi, ed è fatto di scontri fisici e
mentali. Quello di Djoković, infine, è il tennis di chi sa tesaurizzare, e sa che
ogni conquista prende forma da una quota versata da lui e una offerta invece
dagli avversari. Il più sparagnino? Come vi pare, ma che straordinaria dote
quella di essere sempre pronto ad approfittarne. È difficile nella vita reale, ma se
la riportate al tennis, alla velocità con cui viaggiano i colpi, alle dimensioni
ristrette del campo, date retta, è quasi un miracolo la sua capacità di colpire
sempre al momento giusto, di prendere campo quando l’avversario gliene offre
appena un centimetro.
Resta il confronto fra i tre, al quale non so se gli appassionati vorranno
partecipare, non ne sono così sicuro. Perché la maggior parte di loro ha già
deciso: il GOAT è uno, e si chiama Roger Federer; al massimo gli si può
chiedere di fare un po’ di spazio, lassù, nell’Empireo del tennis, e infilarci
Nadal. GOAT e biGOAT (tanto più dopo la conquista da parte di Rafa degli US
Open 2019, diciannovesimo Slam della serie, a meno uno dalla «quota
Federer»). Non capre, lo sapete, e nemmeno caproni, sebbene i due s’incornino
spesso dando vita a pagine meravigliose del nostro sport (com’è successo anche
nella semifinale di questi ultimi Championships), e neppure ircocervi, bensì
acronimi: GOAT, Greatest Of All Time, il più grande di tutti i tempi.
È la scelta del pubblico, badate, alla quale volentieri mi sottometto. Lassù ci
sono quei due, non ancora Djoković, che piace un po’ meno. Potrebbe cambiare
tutto se Nole superasse entrambi nel conto delle vittorie Slam? Certo, si
riaprirebbero infinite discussioni, ma non credo che cambierà il verdetto, proprio
perché nel gioco della vita la scelta di Djoković ottiene minori consensi. Non
evoca la bellezza come sa fare Federer, ed è meno eroica di quella di Nadal.
Diavolo di un Panatta, battuto da DuPré

SONO a Wimbledon. Una settimana prima dell’inizio del torneo. Sono per caso
diventato matto? Tom, che ci faccio io qui?
Lo stavo chiedendo a Tom Okker, olandese volante sul campo, olandese
pedante fuori. Mi guardava perplesso e provava a rispondermi: «Scusami
Adriano, ma io che ne so?» Di fondamentale aiuto, come potete immaginare.
Eravamo ad Aorangi Park, di lato all’All England Club, dove ci sono i campi
di allenamento per i più forti. Io potevo accedervi dal 1972, gli altri erano
costretti a mendicare ciuffi d’erba in giro per Londra, e nemmeno sempre li
trovavano. Quell’anno avevo deciso di fare le cose per bene: avevo fatto la
valigia per tempo, dato una mesta occhiata al mare di Forte dei Marmi e mi ero
imbarcato da Pisa per Londra con sette giorni di anticipo. Servirà a poco –
pensavo –, ma eviterò di sentirmi rimbrottare da Newcombe, che era ancora
convinto delle mie possibilità di vincere i Championships. «Non ti applichi», mi
diceva Newc, con il tono di una maestra che si rivolge al suo alunno. «Saresti un
ottimo giocatore da erba, con i colpi che hai. Ma non fai nulla per fartelo entrare
in quella testa dura», continuava, scalando su tonalità più paterne. «Lo avessi
avuto io un diritto così pesante», concludeva la ramanzina, con la benevola
afflizione di un nonno per il nipote che non si rende conto della fortuna che ha
avuto.
«John, sono uno scivolone, lo sai, sulla palla ci arrivo pattinando. Sulla terra
il timing lo trovo subito, ma sull’erba i piedi s’impuntano.»
Ridacchiava. «Eh, faremo l’erba rossa, solo per te.»
«Sì, con il radicchio», gli rispondevo.
Era il 1979. Sono passati quarant’anni esatti, e l’erba rossa non l’hanno
ancora fatta, ma l’erba battuta sì.

Devo ammettere che le stesse cose me le diceva Hoad, ma con parole un po’
diverse. E partecipava anche lui ai nostri allenamenti, mi insegnava il tennis di
Mastro Geppetto, Harry Hopman. Un giorno lo trovo a tu per tu con una bionda,
gli occhi persi fra le bollicine del bicchiere (sì, una birra, avete capito bene), mi
avvicino gattonando e lo saluto micio micio: «Sciao Lew, che si dice?»
«Che sei un coglione.»
Capito tutto. «Ragazzo», chiamo con voce stridula, «un’altra birra per il mio
amico, pago io. Ciao Lew, ci vediamo.»
«Resta qua», mi dice guardandomi con commiserazione. Oh, a questo punto
vale la pena aggiungere due o tre cose. Hoad mi voleva un bene da morire, ed
era un figo che levati. Giocava un tennis alla Federer, grande istinto e un polso
leggendario. In realtà più che un polso sembrava il ramo di una quercia, ma nella
parte più nodosa. Gli australiani sostenevano che nei giorni migliori Hoad fosse
il più forte di tutti, anche di Laver, che restava l’unico vero gigante per i due
Grande Slam conquistati. Ora, ai tempi di Federer, hanno cambiato in parte la
versione: il più grande è diventato Roger, Laver si è assestato su «gigante
indimenticabile», ma se Hoad li avesse beccati nel giorno giusto – aggiungono –,
li avrebbe battuti entrambi. Sostanzialmente sono d’accordo. Comunque Lew ce
l’aveva con me, e il motivo era il solito. Non m’impegnavo come avrei dovuto
per vincere Wimbledon.
Così avevo deciso di fare il bravo. Andai a Londra il lunedì precedente
l’inizio del torneo, mi feci portare in taxi a Wimbledon, misi la valigia nello
stipetto, vidi Okker, gli chiesi se gli andava di fare due palle, andammo sui
campi di Aorangi Park, giocammo tre set, mi dette diciotto a uno (6-0 6-1 6-0),
tornai negli spogliatoi, ripresi la valigia dallo stipetto, lasciai lì le racchette,
chiamai un taxi in maglietta e scarpe da tennis, mi feci portare in aeroporto, presi
il primo volo per Pisa, un altro taxi per Forte dei Marmi e rientrai a casa. Il tutto
in ventiquattro ore. Ricordo lo sguardo di mia moglie quando venne ad aprire la
porta e mi vide vestito da tennis. Lo stesso di Lew Hoad.
Mi allenai per sei giorni filati sotto l’ombrellone, sulla sdraio, curai in
particolare l’abbronzatura sul diritto e sul rovescio, mi concessi giusto qualche
sortita in motoscafo per mantenere allenati i riflessi e dedicai le serate al training
autogeno per coltivare l’aspetto mentale, andando a sentire un po’ di musica.
Ripresi l’aereo la mattina di lunedì, il primo per Londra, giunsi a Wimbledon tre
ore prima del match con Ángel Jiménez, uno spagnolo formato mignon, alto non
più di due volte la racchetta che teneva in mano. Quando misi piede nel Club,
successe una cosa strana: mi sentii fortissimo.
Contro Jiménez non ci furono problemi, lo superai in tre set facili (6-3 6-3 6-
4), mentre le buone sensazioni furono utili nel secondo turno, contro Smith
(l’inglese… Jonathan Smith), che mi assediò a rete per tutto il match. Mi
aggrappai a quelle per una rimonta che fu lunga e difficile, nel quarto set. Lui era
andato avanti 2-1, sfilandomi il terzo set al tie-break. Era in piena esaltazione
adrenalinica e io non riuscivo a riportarlo a fondo campo, dove il suo tennis non
creava particolari problemi. Fui costretto a lavorarlo ai fianchi, con grande
pazienza, ma la spuntai con un break sul 5-5, e nel quinto fui io a dominare la
scena. Rientrando negli spogliatoi mi convinsi che il torneo di quell’anno fosse
nato sotto una buona stella: partite così, sull’erba, in altri momenti le avrei perse.
Proseguii a suon di tie-break (7-6 7-6 7-6) contro Ove Bengtson, due metri di
svedese, barbuto, rossiccio, un vichingo coraggioso ma dalla tecnica
approssimativa, che se avesse usato la spada al posto della racchetta,
probabilmente sarebbe riuscito a infliggersi ferite letali.
Agli ottavi Sandy Mayer, e la storia si faceva complicata. Sandy era stato nei
Top Ten già in quella stagione (poi fu settimo tre anni dopo), non troppo a lungo
ma c’era arrivato. Aveva un ottimo gioco a rete, era ordinato, non imprevedibile
ma continuo e risoluto. Un bel giocatore, tipico stampo americano di quegli anni,
quando si impostavano i tennisti per catturare i punti, e non per farseli dare. Ma
non avvertivo particolari apprensioni. Fosse stato suo fratello minore, Gene, le
cose sarebbero state diverse, perché il più giovane – che camminava schiena
all’indietro, quasi fosse incinto – giocava a due mani tutti i colpi, e con il
racchettone Prince, che rispetto ai nostri legni sembrava una padella wok,
eseguiva smorzate sorprendenti.
Fu un incontro divertente, tre set con altri due tie-break da vincere, e tanto
gioco d’attacco (7-6 6-4 7-6). Facevamo a chi arrivava per primo a rete… Il mio
incontro migliore in quel torneo. Ma forse la fregatura finale cominciò proprio
da lì, dalle certezze che la vittoria su Sandy mi regalò.
Nei quarti incontravo Pat DuPré, un belga trapiantato in Alabama, con un
accento denso e appiccicoso tipico del Sud, reso terribile dal fatto che si
avvertiva fosse d’importazione. Aveva due denti all’infuori da scoiattolo e un
volto timido, impacciato. Lo conoscevo, perché ci avevo giocato nella finale di
Tokyo l’anno prima e lo avevo battuto facile. Mi partì la brocca e mi vidi già in
semifinale, il che è curioso, perché è un errore che ho commesso una sola volta
nella carriera. Ma per quanto abbia riflettuto su quella partita, che avrebbe potuto
aggiungere una bella ciliegina (se non due o tre) alla mia carriera, l’unica
spiegazione che trovo è proprio quella: sottovalutai l’avversario, l’errore più
fesso che si possa commettere. Non andai nemmeno a vedere i risultati del suo
torneo, che qualche consiglio di cautela avrebbero potuto darmelo. Aveva
eliminato Gerulaitis al primo turno, il numero 4 del seeding, e Noah al terzo
turno. Poi Bob Lutz, 8-6 al quinto set, per raggiungermi nei quarti. Era in forma,
avrei dovuto capirlo. Inoltre giocava un colpo che allora appariva sconsiderato
ma che poi è diventato tipico del tennis moderno: si spostava rapido sul rovescio,
girando intorno alla palla per colpirla con il diritto, indirizzandolo sulle diagonali
a uscire; dunque sapeva tramutare in occasioni d’attacco una buona parte dei
palleggi che gli spedivano (e altrettanto feci io, durante il match) dalla parte del
suo colpo meno sicuro. Pat era alto più di un metro e novanta, e a rete si faceva
rispettare, sebbene più a colpi di vanga che di racchetta.
Nella mia follia avevo già previsto il seguito del torneo: DuPré lo batto facile,
poi me la vedo con Tanner, che sì, spara dei siluri che fanno male, ma prima o
poi un break glielo faccio. E in finale Björn Borg, l’amico mio, che mi
preoccupai subito di avvertire: «Lo sai che domenica ci vediamo in finale, vero?
Lo sai che anche stavolta ti faccio un culo grosso così, come a Parigi?» Lui
ridacchiava, quasi sapesse che stavo per fare una delle mie peggiori figure, una
«grezza vulgaris» con cui non ho ancora finito di fare i conti a distanza di
quarant’anni. Ridacchiava e mi faceva sì con la testa, come a invitarmi ad andare
fino in fondo alle mie fesse illusioni. Era un segnale, anche quello, il terzo che
mi rifiutavo di prendere in considerazione.
E ne giunse anche un quarto. Scendemmo in campo e vinsi il primo set con
una facilità estrema. Nel secondo andai avanti 4-1 e lì smisi di pensare alla
partita. C’era un tifo assordante da parte dei molti ragazzi italiani in vacanza di
studio a Londra. Avevano saputo del match e non so come avevano trovato i
biglietti. Mi sostenevano con gli stessi cori che mi accompagnavano agli
Internazionali. Finii per sentirmi a casa. DuPré mi sfilò il secondo set, e quasi
non me ne accorsi. Vinsi il terzo, ma solo al tie-break, e pensai che bastasse
accelerare un tantino i colpi perché l’amico americano cominciasse a girare in
tondo, senza mai vedere la palla.
Stavo esaurendo le forze, ma non ci facevo caso. Pat s’impose nel quarto, e
non mi aspettavo che opponesse tanta resistenza. Va bene, mi dissi, vinco al
quinto, ma il match era cambiato, sulla palla arrivavo pesante, e i cori di
sostegno ora mi trapanavano il cervello. Andai subito sotto e non ci fu verso di
riprendere in mano il match. Ebbi tutto un set per capire che l’avevo combinata
grossa, per odiarmi come mai prima mi era capitato, e per sentirmi un fesso, per
di più terribilmente infelice. Persi anche l’ultimo servizio, un break più beffardo
che utile.
Ci restai malissimo, ce l’avevo a morte con me stesso. E ce l’ho ancora
oggi… Anche se talvolta qualcuno mi ha accusato del contrario, giuro che quella
fu la prima e unica volta nella mia carriera che commisi l’errore di sottovalutare
un match, i suoi eventuali sviluppi e un avversario, che peraltro rispettavo.
Rientrato in Italia, papà Belardinelli mi chiamò al telefono. «Perché te la
prendi? Non dici sempre che il tennis l’ha inventato il diavolo?» Aveva ragione,
ma non avevo mai considerato di poter diventare io quel diavolo che avrebbe
fatto lo sgambetto proprio a se stesso.
Isner e Mahut, i due pazzi e la regina

IL titolo giusto lo fece il Daily Mirror: «Isner and Mahut, the crampions».
Campioni e crampi, il gioco di parole ci sta.
È il 24 giugno 2010, giovedì, e a Wimbledon è una normale giornata da
incubo. C’è il match che sta battendo tutti i record di durata. Lo giocano
l’americano John Isner e il francese Nicolas Mahut, primo turno. Da tre giorni
tengono in ostaggio il torneo, bloccano il Court n. 18 e da quarantotto ore sono
alle prese con un interminabile quinto set. Hanno persino fatto saltare il sistema
elettronico dei punteggi, programmato dall’IBM fino al 47-47. Loro sono andati
oltre. E chissà fin dove hanno intenzione di spingersi.
Ma non basta. È anche il giorno dedicato alla regina, forse la sua ultima visita
al torneo che non ha mai amato. Torna a passeggiare tra i viali dell’All England
Club dopo trentatré anni, e gli organizzatori hanno una sorpresa per lei. Le
vogliono mostrare come e quanto sia stato rinnovato l’impianto, e grazie
all’attenzione e all’affetto dei sudditi appassionati, indurla a qualche
dichiarazione conciliante nei confronti del tennis. Non proprio di amore, ma
quasi… Lei ha promesso che ci penserà.
Invece ci si sono messi quei due, Nicolas e John, a mandare di traverso le
fragole con la panna a tutto il comitato organizzatore. Fanno a botte da due
giorni, e finiranno per rubare l’attenzione anche a Sua Maestà. Il duca di Kent,
prince Edward George Nicholas Patrick Paul, cugino di Elisabetta e
trentasettesimo (oggi) nella linea di successione al trono, antico padrone di
queste terre e presidente onorario del Club, è sui carboni ardenti. L’intero staff
viene mobilitato la sera precedente all’arrivo della sovrana per riscrivere, con il
consenso della segreteria di Buckingham Palace, il programma della giornata.
L’ordine è di tenere lontana la regina dai due pazzi che giocano da ore. A notte
fonda il programma è riscritto, prevede l’ingresso della sovrana nel Royal Box
appena il Centre Court si è riempito, il saluto del pubblico, l’incontro tra Murray
e Nieminen, seguito su richiesta di Elisabetta da un breve colloquio informale
con i due tennisti, tenuti a dare risposte rapide e composte, meglio se limitate a
un sì o a un no. Poi l’incontro con Serena Williams e Roger Federer (anche
questo richiesto dalla sovrana), infine la passeggiata tra i campi del Club. In
direzione opposta al campo diciotto? Lo chiedono da Buckingham Palace. No,
non si può. Alla regina vogliono mostrare il nuovo Court n. 1… Stessa direzione.
E allora? «Isner e Mahut torneranno in campo solo quando Sua Maestà avrà
terminato la visita.»
Tutto a posto, sembra. E invece no! La mattina, sul Guardian – un giornale
serio, da sempre amico – c’è una vignetta che costringe gli organizzatori a
saltare anche la colazione. Nel disegno, la sovrana inforca gli occhialini e
osserva basita due tennisti stranamente somiglianti a Isner e Mahut. Sulla
nuvoletta più in alto si chiede: ma non sarebbe meglio far rincorrere la pallina da
una muta di cani? Innocua, all’apparenza, ma tale da scoraggiare chiunque
l’abbia letta a ritenere spontanea una dichiarazione d’amore della sovrana verso
il circolo e il tennis. E il Guardian ha milioni di lettori. «Possibile che nessuno
abbia ricordato alla stampa di aiutare i nostri sforzi usando il maggior tatto
possibile?» incalza il duca di Kent, costretto a farsi controllare già due volte la
pressione.
Le urla arrivano ovunque. Il duca ce l’ha pure con John McEnroe: in tutta
quella baraonda, Big Mac ha spensieratamente proposto, visti i tanti record
battuti e la grande attenzione sollevata dal match, di spostare la terza parte della
sfida infinita sul Centre Court. Le televisioni l’hanno subito ripresa. Il duca ora
ha le palpitazioni. E se quei due scellerati non avessero alcuna intenzione di
porre fine al loro incontro, che si fa? Teniamo otto ore filate la regina seduta nel
Royal Box? Poco da aggiungere, la giornata è cominciata di peste.

Mercoledì 23 giugno, ore 21.10. Diciannove ore e trentanove minuti prima


della conclusione del match…
Nicolas ha i capelli dritti, l’aria spenta. Un accenno di sorriso che defluisce in
una smorfia. Sembra che un autocarro gli sia passato sopra, straziandolo. John
siede ciondoloni sulla panca, gli chiedono se vuole una coperta. Ha l’aria di non
capire. Lo intervistano. Dice a malapena: «Niente come questo succederà di
nuovo».
Dieci ore esatte di tennis, 59-59 al quinto set, due sospensioni per oscurità, la
prima martedì sul 6-4 3-6 6-7 7-6 a favore di Isner, dopo due ore e
cinquantaquattro minuti di gioco, la seconda al termine di questa giornata chiusa
dopo sette ore e sei minuti di gioco.
Il match che non vuole finire, e che forse non finirà mai, non ha ancora un
vincitore. Nicolas e John si rivedranno giovedì sul loro campo numero 18, dove
tutti vorranno esserci per guardarli ancora una volta in faccia, per chiedersi se
hanno dormito, riposato, mangiato, e che cosa avranno pensato dopo una simile
impresa.
Wimbledon dona al tennis nuovi ossimori: lo sport dei prati, dei gesti perfetti,
degli applausi sommessi, diventa il palcoscenico per mostrare al mondo il volto
della fatica, della dedizione, dell’impegno estremo. Da non crederci, se non
fosse per le facce logore di Nicolas Mahut e John Isner, che rincorrendo una
vittoria, come fanno tutti i giorni della settimana, si sono trovati al centro di
un’impresa che non ha eguali, che fa fremere il pubblico, che è diventata
incomprensibile persino per gli statistici. Simboli dello sport che consuma
l’uomo, che prostra ed esaurisce. Ma che c’entra il tennis, con tutto questo?
Dieci ore in campo. Non era mai successo. Mai disciplina sportiva aveva
costretto a un simile supplizio.
Cronaca di un match da nulla, cui nessuno si sarebbe interessato, ma che
d’improvviso impazzisce, si trasforma, travolge i suoi stessi protagonisti come
un’onda anomala. Un match che non vuole finire. Non ci sono unità di misura
per capire, per farsi una ragione di uno sforzo così grande, così dilaniante. Può
servire un confronto: quando i due, Nicolas Mahut da Angers, ventottenne
francese ormai lontano dal tennis che conta dopo un passato un po’ più agevole
(era il numero 40 in classifica nel 2008, ora è il 148 e ha dovuto passare le
qualificazioni per entrare nel torneo), e John Isner, pivot americano da 2,06,
numero 19 della graduatoria, avevano già cominciato il quinto set del loro match
di primo turno, avviato martedì e poi sospeso per oscurità, Roger Federer ha
fatto il suo ingresso sul Centre Court per regolare in quattro set un arrembante
Bozoljac, serbo allenato da Castellani a Perugia. Al termine del match di Federer
i due erano ancora lì, e ci sono rimasti per altre due ore e mezza. Abbondanti.
Potrei proseguire, piluccando qui e là fra mille altre particolarità. Ma il match
è diventato da record ben prima che la metà del quinto set fosse raggiunta. Sul
23-23, chi si occupa di numeri aveva già avvertito: «C’è il record». Il quinto set
di singolare più lungo della storia (il precedente l’avevano segnato Roddick ed
El Aynaoui a Melbourne, nel 2003, inseguendosi fino al 21-19 conclusivo). Poi
sono venuti il set più lungo della storia di Wimbledon (Pietrangeli-Pilić nel 1962
e Gonzales-Pasarell nel 1969 arrivarono a 24-22), e il set più lungo in assoluto
(firmato da Newcombe e Riessen con un 25-23 negli ottavi degli US Open
1969). Da lì in poi il match è entrato in gara con il libro ufficiale dei record. Alla
fine ne ha aggiornati nove in tutto. E ancora non è finito.
Fra questi, il più incredibile non è neppure la durata dell’incontro – dieci ore,
di cui (al momento) sette ore e sei minuti per il solo quinto set (record anche
questo, ovviamente) –, quanto alcuni particolari che danno il senso dell’impresa,
delle sue straordinarie difficoltà. Mahut, partito come secondo alla battuta, ha di
fatto salvato il suo match per cinquantanove volte di seguito, sempre inseguendo
l’altro che lo precedeva con il servizio. Ben presente a se stesso, Mahut ha
salvato anche 4 match point. Non solo: entrambi i giocatori hanno battuto il
record di ace che il croato Karlović (un 2,08) aveva fissato a 78 in un match di
Davis del 2009: Isner ne ha segnati 98, Mahut 95. Inutile dire che la somma
delle due imprese (193 ace) non era mai stata nemmeno sfiorata in un singolo
match. Lo stesso vale per i game complessivi dell’incontro, che sono, per ora,
163, ovvero 51 in più del match fra Gonzales e Pasarell, che fissarono il tetto a
quota 112.
Nicolas e John si ritroveranno per la terza parte del match. Stanchi, logori, ma
orgogliosi di un’impresa che nessuno riteneva possibile. Forse meriterebbero la
vittoria entrambi. Forse il tennis dovrebbe decretare, in questa occasione, un
sacrosanto pareggio.

Giovedì 24 giugno, ore 16.49.


Il match che non doveva finire l’ha vinto John Isner, e dunque, per quanto
grottesca, la prima notizia è proprio questa: il match che non doveva finire è
finito. In molti avevano cominciato a pensare che non sarebbe mai successo.
Undici ore e cinque minuti rappresentano un record, ma anche una terribile
punizione.
Nicolas Mahut, caduto al quinto match point, la prima cosa che ha tentato di
fare è stata quella di fuggire dal campo, disfatto dalla frustrazione, dal
dispiacere, e con le lacrime a stento trattenute. L’hanno richiamato: gli
organizzatori hanno pensato bene di premiare i due contendenti per l’impresa
compiuta, così li hanno tenuti in campo per un’altra mezz’ora buona. «Non so
che dire», risponde Mahut all’intervistatrice, «mi sono accorto che il match era
concluso solo quando ho visto Isner alzare le gambe al cielo. Credo abbia vinto
lui, mi sono detto.»
Le gambe? Nemmeno lo correggono. Pensano che la grande fatica abbia
intorcinato pensieri e parole del francese. Capita… E invece ha ragione lui.
Quando Isner ha centrato il match point, quello giusto, il quinto, si è gettato a
terra, di schiena, sollevando le gambe per quanto sono lunghe. Le mani nei
capelli, Nicolas ha visto quella istallazione artistica sollevarsi dall’erba. E ora lo
dice: «Ho visto John sollevare le gambe al cielo in segno di vittoria».
Il match era ripreso dalle 15.42. Poco prima, sul vialetto che costeggia il
campo numero 18, era passata la regina. La folla in fila per accedere ai duemila
posti dello Showcourt è stata disposta di lato, in due ali, e trasformata in
pubblico per il passaggio della sovrana, di ritorno dalla visita al Centrale. Del
resto, il Court n. 18 non è luogo che si possa definire degno di una regina. Stretto
dalla murata del building televisivo, tribunette su due lati, di fianco il chiasso dei
tifosi assisi sulla collina di Henman. Reso storico però dal confronto fra i due
pazzi Isner e Mahut, e subito insignito di una bella targa che ricorda l’evento.
Così, dal Court n. 18, il match si è trasferito direttamente nel libro dei primati.
Gli ultimi 20 game hanno aggiunto un’ora e cinque minuti alle dieci già
collezionate nei due giorni precedenti. Il quinto set, finito 70-68, è salito alla
mostruosa vetta di 138 game. Da solo avrebbe già battuto il precedente «match
più lungo di sempre», quello da 112 game di Gonzales e Pasarell nel 1969.
Basterebbe questo per riscrivere l’inizio del libro dei record. Ma c’è di più:
Isner e Mahut hanno confezionato il nuovo «match più lungo» mai giocato, sia
per numero di game (183) sia per la durata (undici ore e cinque minuti), il quale
contiene il set più lungo, proseguito da solo per la bellezza di otto ore e undici
minuti. Va aggiunto il record degli ace, con i due atleti entrambi sopra quota
cento, Isner a 112, Mahut a 103. In tutto, 215. A pensarci bene, è l’equivalente di
54 game chiusi a zero.
Si è saputo anche che Isner, nel corso della sua maratona, ha consumato 3
banane e 12 barrette energetiche. I due «crampions» hanno bevuto 80 bottiglie
d’acqua più una, di acqua di cocco, pretesa da Isner. Infine, sono state utilizzate
126 palline.

Il giorno successivo, venerdì, Isner è tornato in campo per il secondo turno


contro l’olandese Thiemo De Bakker, che è riuscito in tre minuti a ottenere ciò
che Nicolas Mahut ha inutilmente inseguito per oltre otto ore. Ha strappato il
servizio a John Isner nel gioco d’avvio, e se n’è andato felice a vincere
l’incontro. I record logorano, a quanto pare. Tanto più se sono costruiti su
indicibili spremute agonistiche. «Benzina finita», il commento sincero
dell’americano. Ristoranti, cene, amici, pesca, i progetti per dimenticare le
fatiche. «Guai a me se tocco la racchetta», ha aggiunto condensando in poche
parole i suoi propositi di vacanza. Cinque o sei giorni, non di più. Altri ne
verranno, dato che su Isner sono piombati alcuni esclusivi villaggi vacanze,
ritenendolo testimonial perfetto per un messaggio (e un massaggio) rilassante.
Proposta interessante, che i villaggisti hanno girato anche al buon Nicolas,
chiamandolo però Thomas. Lui c’è rimasto male. Non se ne farà niente.
E la regina? Se n’è andata verso le sedici, senza dire niente di storico sul
tennis e continuando a pensare che se lo giocassero a cavallo sarebbe tutta
un’altra bellezza. Il Parlamento inglese, invece, ha interrotto i lavori per dedicare
a John e Nicolas, «esempi di correttezza, sportività e dedizione», un sincero
applauso. Chissà se Elisabetta ha saputo che sul campo numero 18 si stava
giocando per la Storia… Magari le sarebbe piaciuto.
Racconti romani. Quando piazzale Flaminio era la nostra Wimbledon

CHE cosa c’è sotto, a Roma neanche se lo chiedono più. Già lo sanno, sotto c’è
comunque qualcosa. E nel caso non ci fosse niente, ci sarebbe comunque Roma,
una delle tante che si sono depositate, a strati, sotto la città attuale.
Se vado alla ricerca del nostro DNA, quello da romano de Roma, più che un
aggraziato ghirigoro filamentoso me lo raffiguro come una pertica un po’
consumata e tarlata, sulla quale duemilaottocento anni di storia hanno inciso
dubbi, sospetti, idee e intuizioni, e qui e là, quello che è rimasto fuori, è stato
appuntato su post-it appiccicati alla meglio.
Che il romano sia pronto a immaginare che «sotto» ci sia comunque qualcosa
è parte di questa pertica desossiribonucleica comune e cittadina, allo stesso
modo del sentirsi circondati da un’eternità imperfetta e capricciosa, avvolta da
una storia che ha fatto e disfatto, ma sempre replicando se stessa, all’infinito.
Aggiungete l’eterno scontro fra divino e profano che i romani, per diritto di
nascita, traggono direttamente dall’aria che respirano, e non vi sarà impossibile
cogliere perché dalle nostre parti si nasca «già imparati», quel tanto cinici, e ci si
disponga con sorniona indifferenza all’osservazione di un mondo in cui tutto si
ripete, tutto è già successo, tutto è stato visto. Vi piaccia o meno, è l’esatto DNA
che mi sento dentro, forse un po’ più sornione che cinico, ma è inutile stare a
cavillare.
Un test rivelatore di quanto sia caparbio e implacabile lo scontro fra sacro e
profano con cui i romani distrattamente convivono viene da una domanda sul
Colosseo, simbolo della città, una delle sette meraviglie del mondo moderno,
secondo un referendum mondiale lanciato su Internet. La domanda è questa:
quando dite «Colosseo», ritenete di utilizzare una o due parole? Sì, insomma,
«Coliseum» o «Colis Eum»?
L’hanno posta anche a me, e non me la sono cavata male. Ho mosso le mie
pedine, a cominciare da «qui c’è sotto qualcosa», e ho capito che dalla risposta
dipendono due visioni antitetiche della capitale.
La prima scelta, Coliseum. Il nome prende corpo in età medievale, mille anni
dopo l’edificazione dell’anfiteatro. Roma fin lì aveva chiamato l’opera con il suo
nome originario, Anfiteatro Flavio. L’aveva voluta Vespasiano, primo
imperatore dei Flavi, e l’aveva portata a termine Tito, figlio di Vespasiano.
Davanti all’acquitrino che venne bonificato per dare spazio all’arena che
accoglieva fino a settantacinquemila persone, sorgeva una statua di pietra e
bronzo raffigurante Nerone: era colossale, la chiamarono Coliseum. Quando
l’ultimo imperatore della dinastia Claudia fu condannato alla damnatio
memoriae (la condanna a essere dimenticato comportava la cancellazione di
qualsiasi effigie), la statua venne rimodellata per rappresentare Sol Invictus, poi
rimossa dalla sua sede e spostata. Nel giorno dell’inaugurazione dell’anfiteatro –
siamo nell’anno 80 d.C. –, la statua già apparteneva al passato, per poi essere
definitivamente distrutta nel 410 durante il sacco della città. Circa seicento anni
più tardi Roma decise di chiamare Colosseo l’anfiteatro, in ricordo della statua
di un imperatore cancellato dalla storia. Curioso, vero? Eppure è la versione
accreditata su ogni testo scolastico.
Appunto, che cosa c’è sotto?
Forse, sotto c’è la seconda scelta, quella da due parole… Colis Eum? Adori
lui?
Era la domanda che veniva posta ai nuovi adepti delle numerose sette
sataniche che trovarono riparo nei tenebrosi anfratti dell’anfiteatro dopo che nel
523 si era svolto l’ultimo spettacolo gladiatorio. Colis Eum? Adori lui? Ego
Colo, lo adoro, era la risposta…
Se così fosse, il Bene e il Male, a Roma, si fronteggerebbero dall’alto dei due
monumenti più conosciuti e rappresentativi della città, San Pietro da una parte e
il Colosseo dall’altra, e Roma sarebbe stata insieme la città del papato e della
sua… controparte. Scelta pericolosa, come si vede. Eppure, il dibattito va avanti
ormai dal XV secolo. Da allora una parte di storici indica il Colosseo come il
luogo di culto satanico più importante del mondo, e non è un caso che a tutt’oggi
sia l’unico grande monumento dell’antichità a essere stato esorcizzato, per
liberarlo dai malefici influssi. Se ne occupò Benedetto XIV intorno al 1740. La
croce che fece apporre è ancora lì, basta alzare lo sguardo.

A Roma traggono linfa vitale dall’eterna contrapposizione fra sacro e profano


anche le tradizioni del tennis, che sono ben più antiche di quelle di Wimbledon,
il torneo oggi più attento alla memoria e alle usanze, sulle quali ha scritto la
propria storia e forgiato il proprio stile. Le nostre sono antecedenti non soltanto
ai Championships, ma allo stesso tennis.
Il tennis a Roma nasce nei conventi ma diventa popolare fuori porta. Fuori
non di molto, a essere precisi. Appena qualche metro, ma fuori… Se la nostra
Church Road è oggi la strada che conduce all’impianto del Foro Italico, anche
Roma ha avuto un antefatto, una sua Worple Road (dove il torneo di Wimbledon
è nato, prima di spostarsi nella sede attuale), nella quale il gioco ha preso piede e
conquistato i romani. Duecento anni prima del Foro Italico, il tennis a Roma era
giocato nell’antica forma della pallacorda nei tre o quattro sferisteri sorti in città,
quasi tutti nei conventi, meno uno, il più famoso, allestito nella strada «che dalla
Scrofa va al Cardinal di Firenze», diventata via della Pallacorda nel Seicento.
Nel cortile di una casa di proprietà dell’Università dei Falegnami, lo sferisterio
proponeva libero accesso a chiunque volesse giocare al tennis di allora. Era un
campo aperto a tutti, per quanto costretto in un luogo angusto. Fu in via della
Pallacorda che Michelangelo Merisi ferì a morte Ranuccio Tomassoni. Bello,
maledetto e tennista, il Caravaggio, il pittore che amo di più.
Sempre in via della Pallacorda si sviluppò un enorme giro di scommesse
intorno al gioco antenato del tennis, che i vari papi del periodo tentarono
inutilmente di gestire, finché per contrappasso venne emanata un’ordinanza che
proibiva ogni tipo di scommessa sportiva entro le mura cittadine. Un classico…
Se non possiamo metterci le mani noi, non riuscirà a mettercele nessun altro.
La contromossa fu quella di far nascere un nuovo sferisterio in una zona sulla
quale i soldati del papa non avessero giurisdizione. Venne scelto un terreno poco
fuori le mura aureliane, oggi noto come piazzale Flaminio. Da lì muove la via
Flaminia, una consolare che conduce prima verso Fano, poi a Rimini. Forse la
via più intrisa di storia del tennis che ci sia in Italia. Dal piazzale dove venne
ricostruito lo sferisterio, infatti, porta rapidamente e in linea retta verso il
vecchio Circolo Parioli, dove mio padre lavorò e io cominciai a giocare, sfiora i
grandi circoli sul Tevere (Canottieri Roma e Lazio) continuando a puntare verso
il Foro Italico, che giunge quasi a lambire, per poi svoltare verso destra alla
ricerca di un’uscita da Roma, che scova in direzione di Orte e dell’Umbria, per
ritrovare il tennis a Fiano e Rimini, lungo un litorale adriatico ricco di tradizioni
sportive.
Agli inizi del Settecento la sede ufficiale del tennis romano – e delle
scommesse – divenne quella di piazzale Flaminio. Sul campo allestito a pochi
metri dalla Porta del Popolo, in grado di accogliere migliaia di persone, ogni
giorno si davano battaglia i migliori giocatori, davanti a un pubblico il più
eterogeneo possibile, composto da nobili e grandi dame attratti dall’azzardo
delle scommesse, e da popolani in cerca di qualche soldo, da vincere o da rubare.
Fra i giocatori spiccava Martini. Era il numero uno, il Federer dell’epoca.
Considerato il più forte in assoluto, sapeva entusiasmare il pubblico con giocate
imprevedibili e far sospirare le signore.
Il papato, colto in contropiede, abbozzò. Fuori Porta del Popolo le guardie
svizzere non potevano intervenire. Ma si racconta che papa Giovanni Francesco
Albani, formatosi presso il Collegio dei Gesuiti e salito al soglio come Clemente
XI, essendo alla ricerca di ingenti mezzi finanziari per formare un nuovo esercito
non solo ripristinò il gioco del Lotto, ma non mancò di inviare ogni giorno alle
mura aureliane, sotto mentite spoglie, i suoi incaricati. Si mischiavano fra la
gente e scommettevano forte su Martini e gli altri campioni. In nome del papa-re
e delle sue casse ormai vuote.
Il girone delle vite difficili
Quando il tennis non è tutto

L’APPUNTO parlava talmente chiaro che, nel leggerlo, ai maestri ingegneri del
castello di Windsor sembrò di sentire in lontananza la voce della regina, acuta e
risoluta nell’intimare ciò che pretendeva, rapidamente e senza indugi, dalla sua
corte.
Questa volta si trattava di una galleria che dalla regale stanza da letto finisse
dritta al campo da tennis. Un corridoio sotterraneo con preziosi dipinti di
soggetto sportivo alle pareti, che prima di raggiungere la porta per accedere al
campo incorporasse una piccola tribuna con una finestra, dalla quale la regina
potesse osservare le partite senza condividere quel suo diletto con i lacchè che le
davano ai nervi. Una sorta di Royal Box ante litteram, trecento anni prima che il
Club più famoso del mondo prendesse le mosse in Worple Road, a Wimbledon.
Si può dire di no a una regina? Prassi vietatissima e sconsiderata. Tanto più se
Her Majesty ha fama di essere donna di clamorose sfuriate. Come Elisabetta I,
per l’appunto, la Regina Vergine, o meglio, la Sposa dell’Inghilterra, come
gradiva essere chiamata dai sudditi. Si era innamorata del tennis vedendolo
giocare in cortile da alcuni gentiluomini del Somersetshire che le avevano
chiesto udienza, e nell’attesa si divertivano in una sfida che aveva assunto toni
particolarmente accesi. Le piacque quell’affannarsi così attento e concentrato
intorno a una palla che assumeva traiettorie non sempre presumibili, vi scorse
qualcosa che apparteneva ai suoi uffici quotidiani. Stabilì che l’avrebbe giocato
un’ora al giorno. Guerre e scontri religiosi permettendo, ovviamente.
La nobiltà del tennis viene dai nobili che l’hanno giocato. Ma l’aspetto
curioso è che furono proprio quegli aristocratici i primi ad attribuire svariati
gradi di nobiltà al gioco che li aveva attratti e poi catturati, forse perché
nell’infuriare della competizione ricalcava gran parte dei sentimenti, delle attese,
dei machiavellismi e delle ansie che loro riscontravano nei guadi più difficili
della loro vita, persino nel predisporre le campagne militari. Allora si chiamava
jeu de paume (pallacorda in Italia), ed era l’antenato diretto del royal tennis.
Nell’introdurre il gioco si usava la gentilezza di avvertire l’avversario della
battuta in arrivo. «Tenez», chiamava il battitore. Tenete, prendete! È da quel
verbo, inglesizzato, che con ogni probabilità nacque la parola magica: tennis.
Non c’è altro sport che abbia intrecciato le proprie vicende, la sua stessa
esistenza, con i cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi centocinquant’anni. Il
tennis è stato il divertimento dei re, e per questo venne concupito dall’alta
borghesia intenzionata a sottrarre il primato all’aristocrazia, poi dalla borghesia
non imprenditoriale, quella dei funzionari e degli stipendiati, in cerca di
rappresentatività, quindi dalle classi più popolari. Ogni nuovo soggetto che sia
apparso sulla ribalta sociale e politica ha scelto il tennis per il proprio diletto, ma
prima ancora come status symbol. Per questo il nostro sport ha finito per dare
vita a storie nelle quali il gioco in sé, con i suoi risultati, le vittorie e le sconfitte,
non è stato sempre l’unico protagonista, riservandosi talvolta (e forse spesso) di
fare da contenitore a vicende più complesse di una semplice partita. Allo stesso
modo, il tennis ha concesso ai suoi primattori numerose vie di fuga, lasciando
che ciascuno, con o senza il consiglio di un diavolo tentatore, scegliesse il
meglio per sé. Non ha mai trattenuto nessuno, anzi ha lasciato che innumerevoli
vicende personali scorressero nelle proprie trame, avvolgendole a volte di
mistero, altre di sentimenti umanissimi e forti. È un grande affabulatore, il
tennis. Un cantastorie nato.

L’uomo che più di altri ha rispecchiato, ai primordi del nostro sport, questo
bisogno di continua evasione dal tennis (nel quale poi si rituffava con rinnovato
piacere), aveva un soprannome che la dice lunga: lo chiamavano Ghost, il
Fantasma. Esisteva anche Mr. X, a dirla tutta, e fu con questo nickname che il
dottor Joshua Pim, irlandese, si iscrisse per la prima volta a Wimbledon,
diventandone poi campione, con il suo vero nome, nel 1893 e nel 1894; ma in
questo caso la storia è piuttosto banale: «le mentite spoglie», infatti, erano solo
un riparo per non essere accusato di assenteismo dal lavoro.
Anche Ghost era irlandese, di Monasterevin, vicino a Kildare. Si chiamava
Willoughby Hamilton, era nato nel 1864, settimo di nove fratelli. Silenzioso,
emaciato, l’espressione impenetrabile, Ghost era uno di quelli che ti appariva
accanto senza dare segnali, procurando coccoloni e rialzi di pressione a
chiunque. Lo stesso faceva in campo, rapidissimo negli spostamenti, abile nel
farsi trovare là dove fino a poco prima non c’era.
Fu il primo irlandese a vincere Wimbledon, poi toccò a Mr. X, infine ad
Harold Segerson Mahony, a occhio il più normale dei tre. Ghost ci riuscì nel
1890, poi sparì per un po’, si ripresentò, e infine a venticinque anni sparì del
tutto. Lo cercarono, ma niente. Sapevano che era stato calciatore di livello
internazionale e anche giocatore di cricket, si informarono in quegli ambienti,
ma non ci fu verso. Pensarono fosse morto e rimasero a lungo incerti se
organizzare una cerimonia o meno. Poi tutti lo dimenticarono.
Nel 1943 una notizia tratta dai giornali irlandesi rimbalzò fino a Wimbledon:
«Muore campione di Wimbledon». Ghost si era spento a settantotto anni nella
sua casa a Dundrum. Che cos’avesse combinato nella vita, nessuno l’ha mai
saputo. Alcuni ipotizzarono che fosse un uomo delle tasse, e che non fosse
felice. «If you try to sit, I’ll tax your seat / If you get too cold, I’ll tax the heat / If
you take a walk, I’ll tax your feet», cantavano i Beatles in Taxman: «Se provi a
sederti, ti tasserò il posto / Se fa troppo freddo, tasserò il caldo / Se fai una
passeggiata, ti tasserò i piedi». Chi ha detto che i fantasmi non abbiano diritto a
un po’ di letizia?

La storia del nostro sport insegna che si può essere tennisti e scoprire che il
tennis non è tutto. Anche in questo, palla e racchetta rappresentano un involucro
unico nel suo genere. Ogni sport ha avuto i suoi addii imprevisti, i ripensamenti,
le evasioni in cerca di nuove identità, ma il tennis più di ogni altro.
Grandi capelli e grandi brufoli, l’espressione proterva che hanno tutti i
ragazzini nati per vincere, Andrea Jaeger apparve nel tennis degli anni Ottanta
con lo stesso incedere che ebbero, prima e dopo di lei, altre campionesse
bambine. Aveva sedici anni e già vinceva, scalò la classifica neanche fosse su un
ascensore, e finì con l’avere sulla racchetta gli stessi record di gioventù in
seguito appartenuti a Martina Hingis. Una ragazzina non del tutto aggraziata, ma
potente, di sicuro più potente delle principali concorrenti di allora, si
chiamassero Evert o Navrátilová, Austin o Mandlíková.
Era già un altro tennis, il suo, e Andrea avrebbe potuto farlo somigliare a
quello di oggi, con dieci anni di anticipo. Fu semifinalista agli US Open a
quindici anni, finalista al Roland Garros a diciassette, poi a Wimbledon a
diciotto, e numero due in classifica nell’agosto del 1981, appena sedicenne. Poi
sparì, uscì di scena quasi senza preavviso. Vi fu anche un infortunio alla spalla a
interrompere il ciclo vincente, ma più ancora l’attenzione ad altri aspetti della
vita, ai sofferenti e ai bisognosi di carità.
La rividi ai primi del Duemila, a Parigi. Tailleur e calze rigorosamente neri, la
catenina d’oro con il crocifisso, i gesti rapidi di una donna manager. Era difficile
riconoscere in quella giovane signora la ragazzina brufolosa che aveva fatto
versare fiumi d’inchiostro sui pericoli di un professionismo sportivo in età
troppo giovanile. Era lì per presentare la Kids Stuff Foundation, un ranch che
accoglieva bambini malati allo stato terminale, e sperava di trovare nuovi fondi
per la sua iniziativa.
Nel 2006 divenne suora, una domenicana della Chiesa episcopale in
Colorado. Se il diavolo si dette da fare per strapparla al tennis – in più di
un’intervista Jaeger raccontò di avere subito maltrattamenti dal padre e da alcuni
coach, negli anni dedicati al circuito –, l’approdo finale della vicenda, non c’è
che dire, gli sfuggì platealmente di mano.
Jiro Sato, suicida per dimenticare la Davis

È LA sera del 5 aprile 1934, giovedì, un piroscafo battente bandiera giapponese


naviga pigro verso la notte equatoriale, nello stretto di Malacca, al largo di
Singapore. Le cabine di prua sono occupate dal team giapponese, diretto in
Europa per la Coppa Davis.
All’ora di cena, al tavolo del comandante Kurita c’è una sedia vuota: è il
posto di Jiro Sato, la star del team giapponese, finalista in doppio a Wimbledon
l’anno prima e terzo giocatore del mondo in singolare. Un’orchestrina
accompagna le chiacchiere degli ospiti. La sala da pranzo di prima classe della
Hakone Maru non è grande, ma ha due lampadari di cristallo, specchi ovunque e
le pareti con i colori del mare, disegnate a mano.
A un cenno del comandante, un inserviente si dirige verso la cabina di Sato
per avvertirlo del ritardo.
Nessuna risposta.
Poco dopo il resto del team, con il capitano Miky Tatsuyoshi, si accalca
davanti alla porta. Lo chiamano. Pensano si sia addormentato. Salta fuori un
passepartout, la cabina viene aperta.
La trovano vuota, e tutto appare lindo e pulito. Niente risulta fuori posto. I
vestiti sono stati sistemati nell’armadio, le valigie riposte in alto, il letto è
perfettamente rifatto. Ci sono dei dolcetti disposti su una tovaglia bianca e
alcune lettere scritte su carta color seppia, con una calligrafia tremolante, quasi
infantile.
I dolci sono un’offerta agli dèi, le lettere sono di addio.
Parte una comunicazione radio diretta alla sede della compagnia di
navigazione Harunouchiyuuser, a Kobe. Il marconista digita svelto queste poche
righe: «Sato Jiro, giocatore di Coppa Davis, si è gettato questa sera dal ponte
della nave Hakone Maru. Abbiamo trovato le sue ultime lettere nelle quali parla
di suicidio. Provvedete a inviare un telegramma alla famiglia».
Jiro è un caso unico nella storia del tennis. Il suo fu un suicidio con un preciso
mandante, preceduto da un violento corpo a corpo con il nemico. Sato si ribellò
alla brutalità del suo sfidante. Combatté, si oppose, tentò di resistere, di
smascherare il despota che aveva abusato del suo amore per il tennis. Perse la
battaglia e si tolse la vita.
Lo fece scusandosi, chiedendo perdono, cercando postuma quella
comprensione che da vivo non aveva ottenuto. Il suo aguzzino era noto, era una
delle ragioni che lo avevano spinto a scegliere il tennis, era forse la parte più
nobile del suo sport. Nome e cognome: Davis Cup.
Jiro non sapeva giocarla. Ci aveva provato, era stato respinto e ora non voleva
più giocarla. Si sentiva inadeguato a indossare i panni del giapponese che vince
per gli altri giapponesi, al solo contatto con la Coppa il suo tennis regrediva a
livelli dilettantistici. La Davis era il suo diavolo.
Poco prima di imbarcarsi per l’ultimo viaggio, Jiro aveva scritto un articolo
per la rivista Tennis Fans, che usciva in Inghilterra, il Paese che lo conosceva
come uno dei grandi artisti del nostro sport. Poche righe nelle quali aveva aperto
il suo cuore e proiettato una luce sinistra sull’incapacità di sottrarsi alla schiavitù
delle paure: «Sono convinto che il tennis di Coppa non sia uno sport, ma un
combattimento militare. È una guerra la Davis, una guerra contro il mondo
intero. La racchetta è un fucile, la palla una pallottola. Volete che vada di nuovo
in guerra? D’accordo, ci andrò. Una volta di più. La mia accettazione è l’unico
atto di coraggio che posso offrire. Di più non credo di poter fare».

Sato era nato povero, in una fattoria di Nagao, nel distretto agricolo di
Gumma, primogenito di tre figli. Alle elementari chiesero ai bambini, stretti
nelle loro uniformi blu, chi di loro volesse provare a giocare a tennis, e Jiro era
stato tra i primi ad alzare la mano.
Aveva iniziato a giocare con una racchettina da ping pong su un piccolo
campo tracciato nel cortile della scuola, per poi passare alle racchette di bambù,
fatte a mano dagli insegnanti. A quindici anni trionfava nei tornei regionali,
mentre il fratello Taro, suo primo avversario, si prendeva cura della fattoria, a
seguito della morte del padre.
Finito il ginnasio, Jiro si trasferì a Tokio per iniziare i corsi universitari.
Scelse il college di Waseda, famoso per la sua squadra di tennis, acerrima rivale
di Kejo, l’altra università cittadina.
Mentre Sato muoveva i primi passi nel tennis più importante, la giovane
federazione giapponese lottava contro la mancanza di fondi. Trovato un
finanziatore in Tzunekichi Asabuchi, presidente di una catena di grandi
magazzini e subito eletto a capo della federazione, le prime attenzioni furono
rivolte a Zenzo Shimizu, l’unico giocatore di livello internazionale che nel 1920
a Forest Hills aveva spaventato Big Bill Tilden sfilandogli i due set di apertura
dell’incontro di Davis con gli Stati Uniti.
I giapponesi giocavano un tennis inconsueto, dovuto all’uso di palline molto
più morbide di quelle usate negli altri Paesi. Colpivano diritti violenti, e grazie
alle gambe da corsa si permettevano un ritmo decisamente serrato negli scambi.
Così faceva anche Jiro, che cresceva rapidamente e a vent’anni era già il numero
5 delle classifiche giapponesi, fra i selezionati per un posto nelle competizioni
internazionali.
La prima occasione si presentò nel 1929. La federazione giapponese, alla
perenne ricerca di soldi, fiutò il business in un’esibizione a Tokyo con la Francia
dei Mousquetaires. Accolti come celebrità, arrivarono Henry Cochet e Totò
Brugnon. Nonostante la morte della madre, avvenuta due giorni prima, Sato
affrontò un Brugnon stordito dal lungo viaggio, battendolo nettamente.
L’incasso dell’incontro fu di 120.000 yen, una cifra faraonica. La federazione si
convinse che le partite del team avrebbero potuto rilanciare e finanziare
l’attività. A patto di vincere qualche buon incontro di Coppa in grado di
stimolare le fantasie degli appassionati, sarebbero state le esibizioni a garantire
le somme necessarie. Ai giapponesi il tennis piaceva e non mancavano di
partecipare. Bastava offrirgli un campione in cui credere e qualche occasione per
metterlo in mostra.

Sato aveva le doti giuste. Alto, elegante, veloce, coraggioso, un ragazzo nato
per il tennis. Venne convocato per la Davis e spedito in Inghilterra, insieme
all’amico Hyotaro Sato. Stesso cognome, nessuna parentela.
Era il 1931. Vinsero facile con la Jugoslavia, poi con l’Egitto a Southampton.
Fu lì che Jiro cominciò a stare male.
Prima del match con gli egiziani venne colto da inappetenza, perse peso in un
fisico già straordinariamente asciutto, soffrì di capogiri e dolori di stomaco. Il
carattere si fece lamentoso e intrattabile. Invano chiese alla federazione di essere
sostituito. «Impossibile», fu la risposta. I due Sato rappresentavano, oltre al
Giappone, anche l’Università di Waseda, politicamente vicina alla federazione.
Spedire al loro posto il duo di Kejo, l’università rivale, sarebbe stato uno smacco
insopportabile.
Trasferitisi a Londra per incontrare l’Inghilterra, i due Sato persero senza
colpo ferire da Fred Perry e Bunny Austin. Pochi giorni dopo il match, a un
ricevimento, Jiro conobbe un medico giapponese e gli confidò i propri malesseri.
Il medico lo visitò attentamente nei giorni successivi. «Amico mio», fu la
diagnosi, «nel tuo fisico non c’è niente che non vada. Fossi in te chiederei un
appuntamento con lo psicologo.»
Non lo fece, non subito quanto meno. Decise invece di dedicarsi un po’ a se
stesso, e di restare qualche settimana in più a Londra, una città che lo aveva
subito conquistato. Aveva giocato a Wimbledon e ne era rimasto entusiasta. Del
resto, quando si toglieva la casacca con il fiore di loto disegnato in azzurro, il
suo tennis tornava quello di sempre. Era la Davis a renderlo ansioso e instabile,
abulico e umorale. Aveva raggiunto le semifinali a Parigi e nei suoi primi
Championships si era arrampicato fino ai quarti, per perdere in quattro set contro
Jean Robert Borotra. Subito aveva telegrafato in Giappone, chiedendo di potersi
fermare a Londra qualche settimana in più. Voleva migliorare il suo inglese,
spiegò. Gli dissero di sì. In realtà aveva scoperto di essere un abilissimo
ballerino, e voleva saperne di più, imparare i balli più in voga. Divenne un
frequentatore assiduo di tutte le sale da ballo della città, sempre elegantissimo,
smoking e scarpe di vernice, un fiore fresco all’occhiello. Eccelleva nel walzer e
nel foxtrot.

Presto Sato riprese a viaggiare e a giocare. Rientrò in Giappone, e da lì


raggiunse l’Australia con i compagni Ryosuki Nunoi e Takeichi Harada.
Sull’erba australiana raggiunse la semifinale. Poi, il secondo lungo viaggio per
l’Europa, con la Davis sullo sfondo.
Grecia e Irlanda non avevano giocatori di valore, ma in terzo turno c’era
l’Italia e un brutto ricordo da cancellare: la sconfitta subita nel 1930 dal team
precedente a quello di Sato. La lettera che la federazione inviò a Jiro era
esplicita: «Un secondo disastro contro l’Italia sarebbe inammissibile, daremmo
del tennis giapponese un’immagine del tutto negativa e non possiamo
permettercelo». La squadra italiana era ritenuta debole, l’impegno sul centrale
del Porro Lambertenghi una semplice formalità prima della finale di zona con la
Germania di Von Cramm. Sato entrò ufficialmente in crisi.
Nei giorni prima della partenza apparve spettrale, non mangiava e non
parlava. Decise di raggiungere Milano con i suoi mezzi, e lo fece in auto. Alla
frontiera lo fermarono e lo accusarono di contrabbando di racchette. A fatica se
ne tirò fuori grazie a un telegramma inviato dalla federazione italiana. Giunse a
Milano la sera prima del match e aveva l’aria sconvolta.
Perse facile da De’ Stefani il primo match, poi, avanti 2 set a 0 nel decisivo
incontro con Giovannino Palmieri (Italia e Giappone erano sul 2-2), si avviluppò
nella ragnatela delle sue ansie e racimolò appena 4 game negli ultimi 3 set.
La reazione della federazione giapponese non si fece attendere. Giunse un
telegramma furente che accusava Jiro di avere tradito la causa comune e
giudicava le sue sconfitte «suicide e senza un valido motivo». «Abbiamo perso
la Davis e gli incassi che attendevamo, a causa tua la federazione è rimasta
disperatamente priva di fondi», fu la stoccata finale.
Sato chiese scusa più volte e decise di affidarsi a uno psicologo, ma senza
successo.
Solo lontano dalle responsabilità della Davis Jiro tornava se stesso. Rientrato
nell’amata Londra si arrampicò fino al penultimo atto dei Championships,
battuto da Bunny Austin. In doppio, insieme con l’amico Nunoi, giunse in finale
perdendo solo da Borotra e Brugnon. La difesa dei giapponesi e la velocità del
loro tennis venne molto apprezzata dal sapiente pubblico british. Nessuno in quel
momento avrebbe potuto immaginare come i destini dei due amici, Jiro Sato e
Ryusoke Nunoi, sarebbero stati tragicamente paralleli.

Ma il diavolo di Coppa era in agguato. Al ritorno in Davis, nel 1933, Sato


deluse nuovamente, nonostante la vittoria nei quarti contro Von Cramm. In
semifinale, sulla terra del Roland Garros, perse al quinto set, dopo essere stato in
vantaggio, dal numero due australiano Vivian McGrath. Non andò meglio in
doppio, e a poco servì la vittoria al quinto su Jack Crawford, nell’ultimo incontro
a punteggio già deciso. Tanto più che in quella stagione, l’ultima di Sato,
Gentleman Jack lo superò in tre set sia nella semifinale dello Slam di Parigi sia
in quattro set in quella londinese, sull’erba di Wimbledon.
Tornato in Giappone, dopo gli ottavi conquistati a New York, Jiro si presentò
davanti al tribunale della federazione per profondersi nuovamente in scuse. Ma
stavolta l’amarezza si stemperò rapidamente. Alla festa del Natale conobbe
Sanae Okada, una buona giocatrice di tennis, e i due si innamorarono
immediatamente.
Ben accolto dalla famiglia di lei, al giovanotto venne promesso un lavoro da
Yakiky Yasutako, ricchissimo capitano d’industria e appassionato di tennis.
Andò a vivere con la ragazza e cominciò a frequentare feste e salotti e teatri, e a
studiare per ottenere la laurea. Lo scenario idilliaco finì in frantumi all’inizio del
1934, quando la federazione lo convocò per la nuova trasferta di Coppa in
Europa.
Sato rifiutò la convocazione, la salute era malferma, doveva studiare,
sposarsi. Chiese di poter rinunciare. La federazione non sentì ragioni: i soldi
erano finiti, l’unico modo per ottenerne altri era attraverso una colletta pubblica
aperta tutto l’anno, ma occorreva andare avanti in Davis, e Sato era l’unico che
potesse misurarsi con i campioni più grandi.
Così, Sato cedette. Prima di imbarcarsi trascinò la fidanzata in due ore di
tanghi languidi e terribili, malinconici. Alla partenza della squadra, la mattina
successiva, la bella Sanae lo salutò sventolando una bandierina giapponese.
La prima tappa del piroscafo fu Hong Kong, quindi Singapore, dove la
squadra era attesa dall’ambasciatore. Nel bel mezzo del ricevimento Sato crollò
sul pavimento. Lo portarono in ospedale, i medici lo trovarono in preda a turbe
ansiose, prescrissero calmanti, chiesero loro stessi alla federazione di rispedirlo a
casa. Niente da fare, permesso negato. Se si fosse sparsa la notizia, la
sottoscrizione sarebbe andata deserta.
La Hokone Maru salpò da Singapore la mattinata del 5 aprile, Sato si chiuse
in cabina. Non lo rividero mai più.

Chissà qual è stata l’ultima immagine che ha ricordato prima del suicidio. A
chi sia andato l’ultimo pensiero… Agli occhi di giada della bella Sanae? Al
sollievo di non doversi più scusare per le sue sconfitte? Al Centrale di
Wimbledon, con la luce dorata che si riflette sui piatti d’argento dei finalisti?
Quella stessa luce che forse vide il suo amico e compagno di doppio, Ryosuke
Nunoi, prima di suicidarsi per non cadere prigioniero degli americani, nella
giungla di Burma, pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale.
Ashleigh Barty, la ragazza che visse tre volte

IL centro di Sydney sono le coste, il mare che a volte frange impetuoso, le


spiagge. Vi andai la prima volta nel 1968, una vita fa, e m’innamorai subito. Sì,
anche di una ragazza, che poi portai in Italia, a Formia, gettando il mio padre
tennistico, Mario Belardinelli, in uno stato di costernata prostrazione dal quale si
risollevò solo quando vide la ragazza salutarmi, con le valigie ormai fatte. Si
chiamava Margaret Star, e per me riassumeva l’Australia. Sole, libertà e pensieri
sempre dritti, mai intorcinati e contorti.
I surfisti sono i guardiani di Sydney. Hanno un loro rappresentante nella
giunta comunale e il compito di vigilare sulla tenuta di quegli scogli, sui golfi
simili a cavità improvvise, ghirigori che il mare ha scavato nella natura. La città
è stata costruita lungo 345 chilometri di scogliere che si inseguono su un
tracciato impazzito, simile a quello di un sismografo dopo una scossa. A Bondi
Beach, la spiaggia più bella, sabbia bianca come ai tropici, l’ora del pranzo è
segnalata dall’arrivo delle grandi limousine. Si fermano giusto un attimo. L’uno
dopo l’altro, gli eleganti signori della finanza, i manager, gli uomini del governo
vanno in spiaggia. Indossano comode grisaglie sopra il costume da bagno,
acquistano un panino, stendono l’asciugamano sulla sabbia, ripongono i vestiti
nelle cassette colorate e prendono il sole. Un’ora dopo le limousine tornano. La
ricreazione è finita.
La Città Bianca è una tavolozza da riempire di colori, ogni giorno. Il sole al
tramonto offre le pennellate conclusive, con gradazioni che rimbalzano per tutto
lo spettro che va dal fucsia al viola. Il resto lo mette la gente, con quel che trova
di felice e appagante fra i comuni pensieri e gli affanni di ogni giorno. Dicono
che Sydney sia la «città psicologa», che certi crepuscoli invitino a fare i conti
con se stessi.

È il marzo del 2016 e anche a Sydney l’estate sta finendo. Due ragazze
parlano di lato a un campo da tennis, il club è su uno dei promontori più alti.
Siedono l’una di fronte all’altra, lo sguardo rivolto verso il mondo, che da lì
raccoglie la città intera e si spinge verso il mare e il cielo, all’infinito. Parlano
fitto, Ash e Casey, sono amiche da sempre, compagne di doppio, già finaliste
nello Slam, tre volte addirittura nel 2013, a Melbourne, Wimbledon e New York,
ma senza mai vincere un titolo. Ash rivela all’amica che, dopo due anni, ha
avvertito dentro qualcosa, crede sia la voglia di riprovarci, e ne è rimasta scossa.
Non se l’aspettava.

Sentirsi fuori luogo, nel tennis, non è così difficile. Lo è di più recuperare i
mesi perduti, ritrovare un ruolo all’interno del Tour, rimettersi in forma e al
passo con gli altri. È come prendere un autobus in corsa: ci si può riuscire, ma si
può anche inciampare.
Ashleigh mi ha colpito, nei giorni di Parigi, quando l’ho vista alzare il suo
primo trofeo dello Slam. Non mi è sembrata una ragazza triste, come ho sentito
dire. Mi è sembrata, invece, quello che è, cioè una ragazza molto australiana. Ha
un modo di parlare chiaro, tranquillo, e mette davanti a tutto la lealtà, la voglia di
misurarsi con il mondo con i mezzi che ha a disposizione, senza fingere di essere
diversa da quello che è. Mi ha ricordato i discorsi che sentivo dai grandi aussie
degli anni Sessanta, quando fui spedito in Australia, appena diciottenne, per
imparare da loro. Cinque mesi a contatto con i maestri di una grande scuola, veri
uomini di sport. Mi aiutarono a cambiare. Partii ragazzo e tornai tennista.

Ash ha messo da parte il tennis nel 2014. Ci aveva provato con tutta se stessa
a sentirsi una professionista, ma non aveva funzionato. Troppo forte il legame
con la famiglia per sostituirlo con una vita di amicizie da spogliatoio e lunghe
solitudini. O forse troppo piccola lei, allora diciottenne, per fare a meno dei
consigli di papà Robert, che lavora per il governo, e di mamma Josie, radiologa,
e delle sorelle più grandi, Sara e Ali, che l’hanno sempre ricoperta di affetto.
Ashleigh non voleva più ripetere le esperienze fatte, si era trovata a giocare
piangendo, a scappare dai tornei appena vinti con la coppa ancora in mano.
Trionfò a Wimbledon fra le juniores e si fece portare di corsa a Heathrow per
salire sul primo aereo per l’Australia.
Basta. Con tutto. Viaggi, aerei, solitudini. Anche con il tennis, se davvero
tutto ciò che le stava accadendo era colpa dello sport che aveva scelto all’età di
cinque anni, per poi crescere a tu per tu con un maestro che non le perdonava
niente e gettava nel secchio della spazzatura le coppe che vinceva contro le
ragazze più grandi. «Lo so, lo faceva per proteggermi, per farmi capire che le
cose importanti dovevano ancora arrivare, e me le sarei dovute meritare. Ma era
dura non ricevere mai un complimento.»
È sempre stato così per Ashleigh Barty. Ha avuto a che fare ogni giorno con
qualcosa di più grande di lei: dalle avversarie alle aspettative, dai colpi che
sentiva dentro e ai quali non sempre riusciva a dare una forma definitiva fino ai
rimbrotti del maestro, Jim Joyce, che non accettava bambini sotto gli otto anni
ma fece uno strappo per lei, già troppo più brava degli altri quando si presentò la
prima volta alla scuola tennis con un vestitino da collegio che con lo sport non
c’entrava niente.

La famiglia si schiera subito dalla sua parte. «Vuoi smettere?» le chiede il


padre. «Decidi tu, con il cuore, in serenità, noi ti saremo comunque vicini.» Sì,
Ash vuole smettere. Farà altro, che cosa non lo sa. Lo sport le piace, però, la fa
sentire viva. Decide di giocare a cricket con la squadra di Brisbane, i Brisbane
Heat: dai sacri campi di Wimbledon a quelli della Big Bash League, circondati
da camper che vendono birra e panini grondanti di mostarda. Contenta lei… Ma
non va male, Ash è brava anche nel cricket, un anno però le basta. Vuole provare
a vivere da sola, sa che quel passo andrà compiuto, prima o poi, qualunque cosa
decida di fare della sua vita. Si trasferisce a Melbourne, trova un appartamentino
vicino allo Yarra River. Poco distante ci sono i campi di Melbourne Park: il
tennis la segue, anche se lei si gira dall’altra parte.
In quei giorni le giunge un messaggio di Evonne Goolagong, anche questo
rassicurante: «Fai ciò che senti giusto per te, sempre». La maestra di tutti gli
aborigeni tennisti la accolse, poco più che ragazzina, in una delle sue scuole a
Ipswich, il luogo dove Ashleigh è nata, a 40 chilometri da Brisbane.
Ash è di origini aborigene, la bisnonna nacque nella tribù Ngaragu, oggi
dispersa. I tratti del viso ricordano quella storia ormai lontana: il volto è tondo, la
pelle leggermente bruna, il naso un po’ schiacciato. Ash è orgogliosa delle sue
origini, le studia quando e dove può, ha con sé un prezioso dizionario che riporta
solo alcune parole della lingua Ngaragu, ormai estinta. Le impara tutte a
memoria.
Proprio in quei giorni di Melbourne esce un articolo sulle pagine del Sydney
Morning Herald, firmato Konrad Marshall. È Casey Dellacqua, l’amica di
sempre, a inviarglielo. Con un unico breve appunto: «Ecco uno che ti ha capita».
L’articolo si chiede dove sia finita Ash, ed esprime dolore per non averla più su
un campo da tennis, a deliziare con i suoi colpi così diversi da quelli che giocano
tutte le altre. Per descriverli, Marshall fa ricorso proprio alla lingua ngaragu: Ash
vi trova, dedicate a lei stessa, quelle parole imparate a memoria. Il diritto è il
fulmine, malub. Il servizio, lo smash, sono il tuono, miribi. Il rovescio slice, così
armonioso nell’impatto, è simile all’acqua che scorre silenziosa, djuran. E la sua
corsa leggera ricorda il volo di un fantasma, mugan.

Ash mise da parte gli ultimi indugi. Subito una telefonata partì in direzione
del cellulare di Casey. «Ci vediamo? Devo parlarti.» Appuntamento a Sydney, in
quel club sul promontorio con vista sul mondo.
Il ritorno di Ashleigh prese forma nel 2016, e il primo anno fu «come
imparare a camminare da capo sulle proprie gambe». La classifica di fine Tour
segnava quota 325. Ash non era mai stata così lontana dal vertice, nemmeno
quando era piccola. In certi casi serve pazienza, e Ash è la tennista più paziente
del mondo. Sa ascoltare i silenzi, il fluire della vita intorno a sé. Non ha urgenze.
Ritiene che se una compie i passi giusti nella direzione giusta, le mete verranno
raggiunte. E infatti tutto torna a girare per il verso giusto.
A marzo del 2017 conquista a Kuala Lumpur il primo torneo della sua
carriera. Parte dalle qualificazioni e non si ferma più. A fine anno è di nuovo fra
le prime venti in singolare (diciassettesima) e a un passo dalla Top Ten in doppio
(undicesima), e lungo il 2018 si conferma e qui e là migliora i risultati della
stagione precedente. Chiude al numero 15, e in doppio è settima.
La buona classifica fa da viatico a un 2019 in vetrina. Ash ha ormai ritrovato
tranquillità e sicurezza, ha un compagno che l’aspetta a casa, Garry Kissick, e
qualche volta l’accompagna in giro per il mondo, sempre che riesca a piazzare
da qualche amico i quattro cani che compongono la famiglia.
A Melbourne raggiunge i quarti, ed è il risultato migliore nello Slam di casa.
Vince a Miami mettendo alla porta tre Top Ten. E a Parigi scopre di saperci fare
anche sulla terra rossa. Non lo credeva possibile, e non aveva mai superato il
secondo turno del torneo alla Porte d’Auteuil. Lo fa con un pizzico di fortuna,
ma è una parola, questa, che nella lingua ngaragu non esiste. «La Madre Terra ti
dà ciò che tu le hai dato», evidentemente funziona anche per la terra rossa.
Agli ottavi trova Sofia Kenin, che ha sconfitto Serena Williams. Più su, ai
quarti, c’è Madison Keys, e della numero uno Naomi Osaka si sono perse le
tracce già da un pezzo. In semifinale ecco la diciassettenne Amanda Anisimova,
che ha bruciato Simona Halep. Qualcuno lo pensa: hanno deciso tutte insieme di
far vincere Ashleigh Barty?
In finale c’è Markéta Vondroušová, diciannove anni. Troppo tenera, anche
per una come Ashleigh Barty, che non è mai stata una mangiatrice di avversarie.
Il primo Slam arriva nella città più lontana dal tennis di Ash, ma che importa?

* * *

È davvero diversa l’australiana dalle altre ragazze del coro. Ashleigh accoglie la
coppa della Lenglen con il sorriso stuporoso di chi non ci crede. Resta in
silenzio, non si rotola per terra, non mostra i pugni al cielo, non invia baci al
pubblico. Sorride e basta. E si guarda intorno, timida, con una coppa fra le mani
che la fa sentire una volta di più inadeguata. L’onnipresente classifica la sistema
sul secondo gradino. Due settimane dopo, a Birmingham, nuova vittoria e nuova
promozione. Barty si presenta a Wimbledon da numero uno.

Ash ha ventitré anni, e nella sua vita da tennista ha già vissuto tutte le
esperienze possibili. Questa però le mancava: vincere ovunque vada, su qualsiasi
campo, e salire in classifica e nella considerazione di tutti, fino al numero uno,
che in Australia mancava dai tempi di Margaret Court, cinquant’anni fa. Dicono
sia la cosa più bella che possa capitare a una tennista. Chissà cosa ne pensa
davvero Ashleigh Barty…
Gli aborigeni devono compiere il loro walkabout come atto di iniziazione alla
vita. È il pellegrinaggio senza meta, ognuno lo può interpretare come meglio
crede, ma chi non lo fa non può entrare nel popolo antico. Forse il pellegrinaggio
di Ash è cominciato proprio nel 2016, con il ritorno al tennis, e l’ha condotta
fino a Parigi tre anni dopo. Per vincere.
Behr e il «Titanic», storia di un amore che non può morire

FU un amore a nove colonne quello fra Karl Behr ed Helen Newsom. Nei giorni
del ritorno a New York della motonave Carpathia, con il suo carico dolente di
settecentocinque sopravvissuti all’inabissamento del Titanic, i giornali dettero
spazio alla loro storia, alternandola alle pagine sulla tragedia, quasi fosse un
rifugio in grado di attutire, per pochi attimi, tutto quel dolore.
Senza che potessero lontanamente immaginarlo, i due vennero elevati a
simbolo. Rappresentavano la vita che si oppone alla tragedia, un raggio di sole
fra le lacrime. Divennero famosi senza saperlo.
Quando la nave giunse al molo, accolta dalla musica di cento bande e da
migliaia di fazzoletti bianchi agitati in aria dalle signore, Karl ed Helen si
accorsero che molti erano venuti lì per loro, gridavano il loro nome e volevano
conoscerli. Pochi mesi dopo, nel marzo del 1913, l’intera città partecipò al loro
matrimonio nella chiesa della Trasfigurazione. Tutti si sentirono invitati.
A inserire fra i suoi dispacci il racconto dei due innamorati fu Harold Thomas
Cottam. Poche righe al giorno, ricavate dai racconti che si inseguivano sulla
nave, dalle confidenze di chi sembrava saperne di più. Tutti sul Carpathia
conoscevano la storia di quell’amore un tempo contrastato, infine sbocciato nel
giorno della tragedia. Se n’erano impossessati, unico lenimento di giornate tanto
infelici. E Cottam, il marconista del Carpathia, lo aveva trasformato in un
feuilleton a puntate, che i quotidiani ampliarono molto romanzando, ma sempre
nel rispetto di una vicenda che colpiva l’immaginazione ben più di qualsiasi
racconto di fantasia. Un nome ormai dimenticato, quello di Cottam, in realtà uno
dei grandi eroi di quelle giornate. Fu lui a svegliare di notte il capitano Rostron
per mostrargli il messaggio di soccorso ricevuto dal Titanic, e lo fece contro il
parere e le minacce degli ufficiali al comando notturno del Carpathia. Non
avesse insistito, la fine del Titanic avrebbe portato con sé 2.223 vittime, e non ci
sarebbero stati superstiti.
Quando si conobbero, Karl aveva ventisei anni, Helen appena diciotto. Era
una grande amica della sorella di quel biondino dallo sguardo magnetico, che
tanto la colpì quando le venne presentato durante una giornata trascorsa a casa
Behr. Scoprì che tutti conoscevano il ragazzo prodigio, tennista di grandi doti e
studente di successo, destinato a una carriera da manager in una delle imprese di
famiglia. I Behr rappresentavano la punta di diamante della ricca borghesia di
New York: avevano tutto, bastava schioccassero le dita. Una famiglia di origini
tedesche che si era fatta conoscere nel settore dell’import-export, continuando a
dialogare con l’Europa ed espandendosi poi in molteplici attività, dalla
produzione dell’Adamant, un abrasivo confezionato in Austria, alle attività
minerarie in Brasile, dai mobili in legno lavorati in Svizzera alla partecipazione
nelle grandi acciaierie tedesche.
I Newsom appartenevano invece alla piccola nobiltà terriera inglese, giunta in
America per dare soccorso alle proprie finanze ormai smagrite, ma avevano
parentele nella corte reale e la convinzione che, per gente come loro, il mondo
avrebbe avuto sempre un occhio di riguardo.
I due s’innamorarono fin dal primo incontro. Lui era un tipo speciale, finalista
in doppio a Wimbledon, semifinalista ai National Championships americani in
singolare, spesso convocato per la Coppa Davis. Ne parlavano come di un tipo
tosto, uno di quelli che non si fermava davanti al primo ostacolo. Emozionata,
Helen lo presentò in fretta alla madre, Sarah Beckwith Newsom, e fu un disastro:
la signora aveva altri progetti per la figlia, e la possibilità che la sua nobile
famiglia finisse imparentata con dei comuni borghesi, per quanto ricchi, avrebbe
messo a dura prova le sue radicate convinzioni classiste.
Basta visite, basta inviti, il no a tutta la gamma di possibilità che offre un
normale corteggiamento fu ampio e senza appello. Ma i due continuarono a
vedersi, in una controffensiva di sotterfugi e piccole bugie che la signora Sarah
scoprì presto. «È giunto il momento di un viaggio in Europa, dai nostri parenti,
prima in Portogallo, poi in Inghilterra», fu il comunicato materno. Un anno di
lontananza avrebbe chiuso le porte a qualsiasi sospiro d’amore.
Quando Karl seppe che Helen avrebbe affrontato presto la traversata
oceanica, in direzione di Gibilterra prima, poi di Tunisi, per approdare infine a
Nizza, allestì in breve il suo piano di battaglia. Convinse il padre, Herman, che
sarebbe stato utile un suo viaggio in Austria, a Vienna, per regolare certe
questioni da tempo sul tavolo. Non così urgenti, ma delicate, e tali da
permettergli di presentarle al genitore come imprescindibili. Helen lo aveva
messo al corrente dei termini precisi del viaggio – date, costi, scali… – e lui
aveva subito acquistato il biglietto per una cabina di prima classe sulla motonave
Cedric. Helen e la madre, con il patrigno, mister Beckwith, avrebbero viaggiato
in compagnia di amici, Mr. Edwin e Mrs. Gertrude Kimball, di Newton,
Massachusetts. Quando Karl apparve sul molo, preceduto da un evasivo: «Ma
che piacere, anche voi qui?» le braccia robuste di Mrs. Gertrude riuscirono a
evitare che la signora Sarah stramazzasse sulla banchina.
Prima tappa a Funchal, Madeira, solo poche ore. I due ragazzi chiesero di
visitare il posto, e Karl recitò le frasi di circostanza messe a punto con Helen: il
clou della recita prevedeva, mano sul cuore, una promessa di massima serietà fin
troppo teatrale, ma fece breccia e i due ragazzi vennero sbarcati con la
raccomandazione di fare rientro per le quattro del pomeriggio, perché la nave
non avrebbe atteso nessuno. Finalmente soli, i due finirono per dimenticarsi di
tutto e di tutti. Tornarono arruffati e trafelati al molo, con trenta minuti buoni di
ritardo, accolti dalle occhiate di disgusto della signora Sarah, ma anche
dall’applauso ironico, eppure affettuoso e partecipe, dei passeggeri del Cedric,
schierati sui ponti della nave. La furia rabbiosa di Mrs. Beckwith si annunciava
spettacolare, nessuno voleva perdersela.
A Gibilterra i due fecero i bravi. Rilassata, la signora Sarah era convinta che
il previsto cambio della nave avrebbe finalmente diviso i due innamorati. I
signori Beckwith con i loro amici, i Kimball, avrebbero infatti proseguito sul
Britannia, una motonave più piccola della Cedric, che navigava sulle rotte
oceaniche per poi trasformarsi in nave da crociera all’imbocco del Mediterraneo.
Aveva appena cinquanta cabine di prima classe, di cui tre a disposizione dei
Beckwitt Newsom e una, distante da queste ultime, prenotata da un certo mister
Herman Howell: ancora lui, Karl Behr, sotto mentite spoglie. Aveva prenotato
con il nome del padre e il cognome della madre. Quando Mrs. Beckwith se ne
avvide, fu colta da uno spasmo incontrollato e si ricoprì di puntini rossi su tutto
il volto.
Karl ed Helen avrebbero proseguito insieme per Tunisi, quindi Barcellona,
poi Nizza. Lì si sarebbero dovuti dividere per forza. L’accordo era di sentirsi
giornalmente, lasciando messaggi sotto falso nome nei rispettivi alberghi. Karl
l’avrebbe cercata come Madame Douceur, lei lo avrebbe corrisposto come Mr.
Worple, il nome della strada di Wimbledon dove sorgeva l’All England Tennis
Club.
L’addio a Helen fu più di una promessa. Lei sarebbe andata in Portogallo, poi
in Inghilterra, ma sempre tenendosi in contatto. Lui a Roma e poi a Venezia, di lì
in Svizzera e infine a Vienna. In Austria, Karl scoprì che in Europa molti si
ricordavano di lui per quella finale di doppio a Wimbledon del 1907, che
precedette la finale di Davis contro i grandi australasiatici, Norman Brooke e
Anthony Wilding. Alla sede della sua azienda, a Vienna, lo chiamavano
campione, quasi fosse un titolo nobiliare. Fu lì che Karl ricevette l’ultimo
messaggio di Helen, come al solito dettagliatissimo. Lei era a Londra, e spiegava
che sarebbe partita dal molo di Southampton a bordo del Titanic, il transatlantico
che tutto il mondo favoleggiava, la prima grande «città sul mare». Lui, Karl,
poteva raggiungerla a Cherbourg, in Francia, all’imbocco della Manica, dove la
nave avrebbe fatto l’unica sosta prima di affrontare l’oceano. Karl fece i bagagli
quello stesso giorno e salì sul primo treno per la Francia.
Lo sconforto della signora Sarah nel ritrovarsi Karl fra i piedi per la terza
volta, in quel viaggio che doveva servire ad allontanare Helen da ciò che lei
considerava una sciocca infatuazione giovanile, fu talmente devastante da
condurla sull’orlo della depressione. Gli inseguimenti, i sotterfugi dei due,
ripresero implacabili. Fu la grande tragedia a causare la svolta finale alla storia.
La sera dell’impatto con l’iceberg i due si erano rifugiati sul ponte coperto,
dopo la cena al ristorante À La Carte e una noiosissima mostra canina. Ma Mrs.
Sarah Newsom, con il secondo marito al seguito, Mr. Richard Beckwith, li aveva
rintracciati subito. Quando udirono il suono della campana dal ponte di
comando, e di lì a poco il tonfo sordo dell’impatto con la massa di ghiaccio,
erano sul lato sinistro del ponte, a non più di sessanta metri dalle scialuppe. Si
diressero subito in quella zona. C’era grande agitazione fra i marinai, si capiva
che qualcosa di grave era accaduto. Decisero di fermarsi vicino alle scialuppe:
nel caso le avessero calate in mare vi sarebbero saliti per primi.
Così fu. La prima scialuppa fu sganciata a mezzanotte e venticinque, poco più
di quaranta minuti dopo l’impatto. Era la numero 5, e Karl, Helen e i famigliari
vi salirono, l’unica ad accettare uomini e donne insieme, prima che giungesse
l’ordine di dare la precedenza alle donne e ai bambini.
Sulla «numero 5» salirono in trentatré, metà di quelli che vi sarebbero potuti
entrare. Solo passeggeri di prima classe: lo spirito classista degli inglesi valeva
anche per le operazioni di salvataggio. I marinai consegnarono coperte e razioni
d’acqua, e due di loro si misero al comando dell’imbarcazione. Erano tutti
convinti, chissà perché, che i soccorsi sarebbero giunti presto. Restarono più di
quattro ore sulla lancia, prima di avvistare il Carpathia.
Karl sedette di fianco a Helen e la strinse fra le braccia, per riscaldarla. La
madre lanciò occhiate di fuoco alla figlia, ma su tutto gravava il peso di un
dramma in divenire, non ancora percepito in tutta la sua gravità. Fu lì che Karl si
sentì libero di agire, di superare ogni etichetta, di improvvisare persino, a tu per
tu con un mare colorato di nero, su una scialuppa di salvataggio che prendeva il
largo fuggendo da una nave inaffondabile che stava invece per inabissarsi e
portare con sé centinaia di uomini e donne.
«Feci il matto», raccontò una volta. Si inginocchiò davanti alla sua Helen, sui
legni della scialuppa, congiunse le mani come se stesse pregando. La guardò
negli occhi, sentendo di avere catturato l’attenzione stupita di tutti, e le parlò di
getto: «Helen, sai che cosa provo per te, e credo che i miei sentimenti non ti
lascino indifferente. Te lo dico qui, ora, in questa notte di tragedia, nella quale il
mondo sembra essersi rovesciato. Concediamoci una speranza, noi possiamo
ancora farlo. Ti amo profondamente, lo sai. Ti chiedo di sposarmi».
Gli uomini e le donne della scialuppa applaudirono, tutti insieme, a lungo,
mentre c’era chi si allungava verso Karl per battergli una mano sulla spalla. Gli
dicevano: «Bravo, così si fa», e le signore apparivano commosse. Si creò una
situazione quasi irreale, che finì per dimostrarsi più forte di qualsiasi etichetta. Si
fosse opposta, la madre di Helen si sarebbe trovata sola contro tutti. Fu costretta
ad accettare, in nome di quella stessa etichetta che Karl era riuscito ad aggirare
con la mossa più spregiudicata, nell’ora più buia.
Racconti romani. Cara Monica, che mi davi del fascista

ECCOLA lì, mi dà del fascista, e senti come urla.


«Sei un fascista!»
La sentono dappertutto, ha una voce da mercato a Campo de’ Fiori. Le darei
un cazzotto in testa, sta pure a misura di cazzotto, piccolina com’è. Mo’ quasi
quasi glielo do. No, le voglio troppo bene, e poi ha ragione a prendersela,
stavolta gliel’ho fatta grossa, ho fatto il macho figo, fallocrate, sessista (e mo’
basta, però…), e giustamente lei s’è incazzata. Un po’ troppo? Un filo troppo, sì.
Però la scena è stata divertente, ora aspetto che le passi, poi glielo chiedo.
Noi due in doppio misto, una palla da chiudere con lo smash, lei che mi
sgomita da dietro, sempre intraprendente e rompipalle, e urla: «Mia, mia!» poi
mi si mette davanti, sto’ soldo di cacio. Eh… Vabbè… M’è venuto d’istinto. Le
ho fermato la palla con la mano, in alto, e lei è partita con lo smash colpendo
l’aria. Mi ha guardato con occhi di bragia, al che ho pensato: Oddio, questa mi
spacca in testa la racchetta…
Mi sono ricomposto, ho fatto l’aria da stronzetto (che mi viene pure bene),
l’ho guardata dall’alto in basso – lì, davvero, ho temuto per la mia pelle – e le ho
detto: «Qui gli smash li faccio solo io».

Cara Monica,
ti ricordi? A me il flash è venuto l’altro giorno, va’ a sapere perché. Mi sei
apparsa all’improvviso, come si dice… Vabbè, magari potevo scegliere un altro
episodio, ma quello mi è venuto e mi sono pure cappottato dal ridere.
Dai, che male c’è? Anche la gente rideva quella volta, ma non di te, di tutto,
anche di me, della scenetta insomma. Dove eravamo? Manco me lo ricordo più,
forse a qualche campionato italiano assoluto cui abbiamo partecipato. Il misto da
altre parti nemmeno si giocava. Una cosa però la ricordo bene: eravamo la
coppia più divertente, su questo non ci sono dubbi. Premiata ditta d’attacco
Adriano Panatta e Monica Giorgi… Cavolo, quanto tempo è passato!
E insomma, son qui per fare ammenda… No, non è vero. Anzi, te l’ho detto:
quando mi tornano in mente certe scenette, ci rido ancora. Piuttosto, c’è una cosa
che merita di essere raccontata, e che forse non tutti gli appassionati italiani di
tennis conoscono. Siamo in due, credo gli unici due, che i messaggi li abbiamo
inviati con le magliette da gioco. Io con la maglietta rossa in Cile, ma tu l’hai
fatto prima di me e pure in termini più espliciti: in Federation Cup, a
Johannesburg, era il 1972. Scelta strepitosa, davanti a quelle tribune di signori e
signore bianchi con i «boveri negri» confinati in uno spicchio dello stadio che
sembravano prigionieri. Scene che ho visto anch’io, due anni dopo, quando ci
andammo per la semifinale di Davis. Con le panchine per bianchi e quelle per
neri che mi facevano star male solo a guardarle… E tu che te ne esci con la
maglietta con due piedi neri avvoltolati su due piedi bianchi, simbolo
dell’amore, ma non quello universale, quello diretto, praticato, in divenire. Ti
fecero giocare, poi la federazione italiana, «informata dei fatti» e sempre più
realista del re, ti dette due anni di squalifica. Eri coraggiosa, lo sei sempre stata.
Coraggiosa e strarompi… Sulla trasferta in Cile ti ricordi quante baruffe? Lì
me li hai fatti davvero a peperini, ma non ti davo ragione allora e non te ne do
nemmeno oggi. La vicenda politica sai com’è andata: al di là delle proteste, a
sbloccare la situazione fu la lettera di Luis Corvalán a Enrico Berlinguer. Il capo
del partito comunista e della resistenza cilena chiedeva che gli italiani andassero
e che i giornalisti scrivessero. Hanno scritto in pochi? Sì, è vero. Ma noi tennisti
dovevamo andare e vincere, ne ero convinto. Motivi egoistici? Anche, se proprio
vuoi. Ma lasciare la coppa a Pinochet, mai. Su questo nemmeno riesco a
discutere.
Ho seguito la tua vicenda giudiziaria, penso tu lo sappia. Quando lessi le
accuse mi dissi: Stanno parlando di un’altra persona, non di Monica. Poi il
sospetto… Sembra tutta una montatura! La condanna a dodici anni e sei mesi al
termine del primo processo, l’amarezza di un’ingiustizia grande e intollerabile,
due anni di carcere in attesa del processo d’appello, che alla fine ti ha scagionata.
Lì credo che i termini della montatura, almeno in parte, vennero alla luce. Le
accuse di un pentito che non stavano in piedi, le mille contraddizioni in cui
cadde durante il processo. Ne fui felice. Esultai.
Ti ricordo anarchica, e sono certo che tu lo sia ancora. Ma anarchica non
voleva dire brigatista né pronta a uccidere. Ti ricordo femminista, e sono più che
certo che tu lo sia ancora. Eri impegnata sul fronte della libertà delle donne, sulla
spinta di quella frase – «il privato è politico» – che allora sentivo spesso, e che è
sempre lì, sempre attuale, anche se oggi in pochi sono disposti a ricordarla e a
riappropriarsene.
Spero di incontrarti, una volta o l’altra.
Davvero.
Adriano

MONICA GIORGI è una livornese d’attacco, nella vita come nel tennis. Il fisico
minuto, compensato dalla vivacità del carattere e dalla rapidità del gioco di
gambe, non le impedì di essere una buona professionista nel tour degli anni
Sessanta.
Nasce nel 1946, vive da oltre trent’anni in Svizzera, Canton Ticino, dove ha
lavorato come docente di sostegno pedagogico. Si è infatti laureata in Pedagogia
nel 1973 all’Università di Firenze con una tesi sulla non violenza, e ha
conseguito una seconda laurea in Filosofia nel 2000 all’Università di Verona,
con un lavoro sullo stile simbolico della scrittrice brasiliana (ma ucraina di
nascita) Clarice Lispector, della cui opera è stata anche traduttrice.
Da sempre nel movimento anarchico, Monica ha collaborato con recensioni
letterarie alla rivista A e al trimestrale femminista DWF, mentre per la rivista
ticinese Donne Oggi ha curato una pagina dedicata al «pensiero della differenza
sessuale», che è stato a lungo oggetto dei suoi studi. Nel 2013 ha pubblicato un
saggio sulla filosofa francese Simone Weil intitolato La clown di Dio.
Nel 1970 fu accusata di avere preso parte al tentato rapimento dell’armatore
livornese Neri, nel quale vennero feriti tre agenti. Al termine del processo
svoltosi a Livorno, Monica Giorgi venne condannata in prima istanza a dodici
anni e sei mesi, due anni dei quali condonati, per poi essere assolta due anni
dopo nell’appello di Firenze per insufficienza di prove.
Considerata una delle speranze del tennis italiano e vincitrice nel 1960 della
Coppa Lambertenghi, Monica finì per imporsi soprattutto come doppista,
vittoriosa sei volte in doppio agli assoluti e una in doppio misto. In singolare
raggiunse due volte gli ottavi al Roland Garros, nel 1967 e nel 1969, a
Wimbledon il secondo turno nel 1966. Agli Internazionali fu due volte negli
ottavi in singolare (1971-1972) e semifinalista in doppio nel 1967. Sempre in
doppio vinse la medaglia di bronzo ai Mondiali universitari del 1967 a Tokyo.
Il girone Berrettini. I diavoli del futuro
Il tennis secondo Matteo, che non avrà altro coach all’infuori di
Santopadre

VENTITRÉ anni, l’età giusta per la prima semifinale in uno Slam. Matteo
Berrettini non è in anticipo sul mondo, ma lo è sull’Italia, sul nostro tennis, che
ha spesso allungato i tempi di approdo ai risultati che contano, lasciando che
l’età della saggezza giungesse a maturazione da sé, talvolta prorompendo
copiosa, altre volte tardiva ma, dicono, più dolce, come l’uva dello zibibbo.
Matteo ha composto il puzzle del suo tennis in pochi mesi, e sembra già un
quadro d’insieme completo, rappresentativo delle sue doti, migliorabile ma non
più cancellabile. Due anni fa, era l’estate del 2017, vinceva il torneo di San
Benedetto, un challenger sul cemento, la sua prima conquista importante. Con i
punti ottenuti si è arrampicato fino al numero 170 della classifica ATP. Un
ragazzo da tenere d’occhio, si sentiva dire. Quanti avrebbero scommesso su di
lui, però, è domanda oziosa. Tutti, a sentirli ora, dopo la semifinale degli US
Open 2019.
Io lo conobbi che aveva sedici anni, e sia chiara una cosa: non c’entro con la
crescita di Matteo. Quella è merito esclusivo di chi gli è stato accanto dagli inizi,
con intelligenza e idee chiare: Vincenzo Santopadre, che gli fa da coach ormai
da nove anni, si è dimostrato uno dei migliori maestri italiani. Ed è merito dei
genitori, che hanno fatto di Matteo un ragazzo educato, gentile e di buoni
pensieri.
Mi fece piacere incontrarlo, era di casa all’Aniene, che è anche il mio circolo,
e Vincenzo mi invitò a dargli un’occhiata. Ne rimasi colpito. Chiesi a Vincenzo:
«Lo sai di avere un giocatore vero fra le mani, sì?» e a Matteo regalai una facile
profezia: «Fra qualche anno il tuo servizio correrà fisso sopra i 220 orari». Mi
guardò perplesso. Aveva l’aria simpatica e un po’ sorniona. E un fisico da paura.

Non so dire se sia stato il torneo di San Benedetto o le successive qualifiche


agli Open d’Australia a far scattare qualcosa dentro Matteo, fra pensieri,
convinzioni e dubbi. Certo è che in quei mesi ha fatto il suo primo cambio di
passo. Il ragazzo ha preso a marciare spedito, più di quanto Vincenzo ritenesse
possibile: «Ogni anno prepariamo un piano di sviluppo del suo tennis e di
obiettivi da raggiungere, ma lui ci costringe ad aggiornarlo in continuazione», mi
ha detto Santopadre, senza lamentarsi.
Così, Matteo ha trovato posto nel circuito. Il dato significativo del primo
impatto è stato vederlo sempre qualificato (Doha, Australian Open, Indian
Wells, Budapest, Halle, Eastbourne), quasi a sottolineare come quella fase
interlocutoria che comprende challenger, qualifiche e anche primi turni contro
giocatori un tempo nobili e ora decaduti fosse ormai mandata alle spalle.
Terzo turno al Roland Garros 2018, il passo ulteriore. E poco dopo la prima
vittoria nel Tour, a Gstaad. Del tutto disabituato al rito delle premiazioni, Matteo
ha ringraziato perfino i gestori dell’albergo, che gli era sembrato bellissimo.
Sono giunti anche i primi successi sui Top Twenty, come Sock, e Bautista Agut.
Poi i quarti a Kitzbühel, gli ottavi a Winston-Salem…
Era passato un anno e Matteo non l’aveva davvero sprecato. Ha chiuso la
stagione 2018 al numero 54, ben 116 posizioni sopra il ranking successivo alla
prima vittoria challenger dell’anno precedente. Andava veloce, come diceva
Santopadre, e ancora non aveva cominciato a correre…

A Melbourne 2019 perde contro Tsitsipas in primo turno. Gran bel match.
Matteo vince il primo set e costringe il greco (che poi salirà in semifinale,
superando anche Federer) a giocare sull’orlo del precipizio. Ma la sconfitta gli
causa una sorta di contraccolpo. Non si sente lontano dai livelli già raggiunti da
Tsitsipas, più giovane di due anni, ma sa di non avere ancora tutto il tennis che
serve. Occorre tornare al lavoro, sia sui colpi sia sulla fiducia in se stesso.
I risultati, quelli che determineranno la scalata ai piani nobili del tennis,
prendono forma da aprile, insieme con il ventitreesimo compleanno. A Budapest
Matteo spegne candeline e avversari: Kukushkin, Bedene, Cuevas, Djere e in
finale Krajinović, tutti appartenenti alla fascia di mezzo, tennisti che un tempo
neanche troppo lontano lo battevano e ora non lo battono più.
La settimana dopo, a Monaco, altra finale, persa per sopraggiunta stanchezza.
Poi gli Internazionali, ottavi, con la prima vittoria su un Top Ten (Zverev, in due
set) e una delusione forte per non avere giocato come sperava contro El Peque,
l’argentino piccoletto, Diego Schwartzman. Il Roland Garros, buttato via al
secondo turno contro Casper Ruud, non migliora il suo stato d’animo. Matteo è
arrabbiato con se stesso. Capita…
Si libera delle angosce a Stoccarda. Ancora non lo sa, ma l’erba è una
superficie che esalta il suo tennis. Berrettini le va dietro, segue l’istinto, lascia
che i colpi partano senza fare troppi calcoli. Uno dei tornei migliori della
stagione, vinto senza perdere un set, e contro avversari di spessore come
Kyrgios, Khachanov (la seconda vittoria contro un Top Ten), un Kudla in
buonissima forma, Struff che al servizio tira sassate, e in finale Auger-Aliassime,
diciassette anni e già numero 21 (salirà poi al 19), uno dei Top Ten sicuri del
futuro.
Non solo: da Stoccarda ad Halle la bella storia continua. Matteo batte ancora
Khachanov, e supera Seppi, che sull’erba è maestro. Perde da Goffin in
semifinale, ma alla vigilia di Wimbledon Berrettini è il tennista che dall’erba ha
ottenuto di più: un titolo, 9 vittorie filate e una sconfitta, con la promozione a
numero 20 del ranking. Se ne accorge anche l’ATP, che sul suo sito gli dedica
un articolo. Fra le righe lo chiamano «il killer dell’estate».
Siamo ai piani alti del tennis. Wimbledon lo conferma. Ottavi, con una
vittoria al quinto su Schwartzman che cancella la delusione di Roma e spinge gli
inglesi a interessarsi al primo «erbivoro» italiano. Non ne hanno mai visti, e
anche io, onestamente, non lo sono mai stato fino in fondo. Matteo ha invece i
colpi che servono, e anche l’attitudine… Non fatica a trasformare il suo tennis
dalla terra all’erba, al cemento, ed è meno «scivolone» di quanto non fossi io.
Forse per mettere al riparo le caviglie, anche sulla terra Matteo trova il giusto
timing correndo verso la palla senza lasciarsi scivolare. Meglio così, mi dico alla
vigilia del match con Federer, nel quale so che Matteo si giocherà un bel po’
della sua tranquillità di giocatore in crescita. Federer non l’ha mai incontrato, il
Centre Court lo scopre per la prima volta. Si emozionerà di sicuro. Mi chiedo
quanto, però. E se saprà reggere.
«Non ancora», è la risposta. Matteo fa scena muta, come a un’interrogazione
nella quale sai tutto e d’improvviso tutto ti sparisce dalla testa. Vi sarà capitata,
no? Balbetta tennis, Federer lo domina, fin troppo, e da lì s’intuisce il grande
disagio che il ragazzo italiano prova in quel momento. Lo nota anche Roger, che
poco dopo, in conferenza stampa, ricorderà un suo match contro Agassi agli Us
Open nel quale era stato lui il Berrettini della situazione. Al termine della
telecronaca, John McEnroe butta lì una delle sue profezie: «Non fateci caso al
risultato di questo match, Berrettini sarà presto fra i primi del mondo, ne sono
convinto. Vedrete, ci arriverà già alla fine di questa stagione».
Quando hai a che fare con un tennista che compie passi da gigante, e per di
più con una naturalezza che fa sembrare tutto facile, è opportuno farsi venire dei
dubbi e porsi delle domande. Una su tutte: la sua testa riuscirà a tenere i ritmi di
crescita di un tennis che viaggia in discesa, sempre più veloce? Matteo ha un
coach per padre (Santopadre), un coach per zio (Umberto Rianna), e un mental
coach per amico (Stefano Massari). Vincenzo ha voluto che in questa fase la
vicinanza di Stefano a Matteo fosse sempre più stretta. È la risposta ai dubbi
sulla sfrenata rincorsa di Berrettini ai piani nobili del tennis, e sulla sua tenuta
mentale.
Discreto giocatore di tennis, Massari si trova a meraviglia con Matteo, sono
amici. È convinto che i miglioramenti debbano avvenire per gradi, ma che a
volte i segnali non siano meno importanti. Dopo l’ottavo a Wimbledon perso con
Federer, la sorveglianza si è intensificata, perché l’intero staff temeva che il
contraccolpo potesse assumere la violenza di un uppercut e mandare Matteo
kappaò. Il meno preoccupato, invece, si mostra proprio lui, il mental coach. Per
quanto Berrettini sia uscito scosso da quel match, la reazione è giunta con una
battuta, quando ha stretto la mano a Roger… «Quanto ti devo per la lezione?» Se
questa è la reazione, dev’essersi detto Massari, siamo a buon punto.
L’esame successivo arriva contro Gaël Monfils, nei quarti degli US Open
2019: non un tennista del valore di Federer, ma comunque un campione. E anche
in quel caso, il test è arricchito dalla prima volta nei quarti dello Slam, e dal
primo match nello stadio più grande del tennis, l’Arthur Ashe a Flushing
Meadows. La risposta che viene da Matteo è positiva. Le difficoltà già palesate
con Federer sono riapparse una a una, ma lui le ha concentrate nel primo set e
trovato rapidamente il modo per sortirne, scrollandosele di dosso. Ha combattuto
con se stesso e ce l’ha fatta. Ora il mondo del tennis si dice colpito dalla forza
d’animo con cui Matteo affronta i momenti più negativi dei suoi match. In due
mesi il quadro ha cambiato colore. Berrettini mostra una dote che pochi hanno:
sa come crescere dai suoi stessi errori. Nelson Mandela diceva: «Non perdo mai.
O vinco, o imparo». Penso che mi perdonerà se uso una sua frase per un giovane
tennista, ma la citazione ci sta. E anche lui, in fondo, era un grande appassionato
di tennis.

La semifinale degli Us Open 2019 non è giunta per caso. Il numero 13 in


classifica ne è la logica conseguenza. Non mi ha meravigliato l’exploit di
Matteo. E spero che dalla sconfitta tragga nuovi insegnamenti, lui che è così
bravo a cogliere i segnali da tradurre subito in opportunità di crescita. Il suo
tennis non è stato così distante da quello di Rafa, solo un po’, non troppo. E se il
tie break del primo set fosse girato nel verso giusto, il match avrebbe potuto
correre su binari diversi. La differenza l’ha fatta la gestione del match, nella
quale Nadal è professore universitario e parte da un assunto che il giovane
romano deve ancora fare suo. Nei primi dieci minuti di presenza in campo, a
partita ancora da cominciare, Rafa è già in grado di comunicare a un giovane
avversario che esplora per la prima volta una delle alte vette del tennis, che non
ci sarà modo di batterlo, che qualsiasi cosa faccia gliela restituirà più grande, e
più dolorosa. Carisma? Anche. Attitudine? Sì, certo… Indole? In parte.
Abitudine? Pure quella, ovviamente. È un po’ di tutto questo, e forse di altro.
Semplicemente, è uno stato mentale da campione.
Se Matteo cercava una lezione da studiare, in quella sconfitta affatto dolente,
né amara o infelice e anzi foriera di speranze molto concrete, il professor Nadal
gliel’ha mostrata senza troppi riguardi, sicuro che l’allievo è di quelli che basta
imbeccarli, tanto ci arrivano da soli. Ed è proprio lì, nella straordinaria e
straripante forza di volontà che Rafa mette in campo, la vera differenza emersa
nella semifinale che ha rimandato a casa il nostro Matteo, carico di bei ricordi e
di prospettive da studiare.

Generazione Delpo. Il tennis in due colpi, il servizio come un meteorite


arroventato, e il diritto che viaggia come un treno ad alta velocità. Berrettini non
esce dai canoni preferiti del tennis giovane, anzi, ne è uno dei migliori interpreti,
ma aggiunge un tocco italiano alle sue creazioni. Ed è questo che fa la
differenza. In campo, e anche sulle tribune, dove la «curva Berrettini» si allarga
di partita in partita. C’è un DNA tricolore nel gioco di Matteo, una griffe
manifatturiera che si appropria dei momenti più caldi e memorabili delle sue
partite e lo spinge a risolvere le situazioni più intricate con i colpi che nessuno si
aspetta. C’è dietro una filosofia antica, tratta da una città che dai propri eroi non
ha preteso solo pane e sangue, ma divertimento. Molto divertimento.
Un’aria che Matteo respira dalla nascita e si rivela negli snodi di un tennis
che, in divenire, usa quasi fossero sliding doors. Vengono da lì le improvvise
scelte tattiche che fanno esultare gli appassionati… Quando Matteo dipinge una
delle sue smorzate, che sembrano accompagnate da una mano paziente e
amorevole, che deposita la pallina dall’altra parte senza farla destare. Quando
decide che è giunto il momento di rispondere in lungo linea sulla seconda di
servizio dell’avversario, e pianta lì uno di quei colpi assassini che lo stanno
facendo diventare famoso. E ancora – lo si è visto sul primo punto del tie break
contro Rublëv –, palla ad attirare verso rete l’avversario, per poi sorprenderlo
con un pallonetto al volo in avanzamento.

Zona Roma Nord, i Berrettini vengono dal Nuovo Salario, buona borghesia ai
confini del Tufello, periferia proletaria. Il padre Luca ha messo su la Rome
Tennis Academy, la mamma Claudia ha messo la firma sull’educazione dei figli.
Jacopo, il fratello giovane (vent’anni, 412 ATP) è quello che ha fatto venire a
Matteo la voglia di tennis. Normalmente le cose girano al contrario, ma la storia
è più bella così. Gli altri nomi da iscrivere nel cartellone sono quelli di Roger e
Rafa («Idoli!»), di LeBron James («Un uomo che vale da solo tutto il basket») e
di Piero, il nonno («L’amore per la Fiorentina mi viene da lui»). Poi c’è Ajla
Tomljanović, la fidanzata, ex di Kyrgios, ventisei anni. Una storia importante,
ma per il momento solo un’altra storia.
Non è ancora arrivato, Berrettini. Non basta una semifinale dello Slam,
sebbene di pregevolissimo conio. Occorre iscriversi in via definitiva alla corsa di
quelli che possono vincere. Sta imparando solo ora a conoscere i fantasmi e i
demoni del circuito, e certo lui stesso comincia ad apparire agli avversari come
un pericoloso belzebù, sebbene educato e di buone maniere. Ma ha tutto il tempo
che vuole, Matteo. E con un coach che di nome fa Santopadre non può che
sentirsi protetto. Se ha gradito la lettura di questo libro la preghiamo di venire a
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Il tennis l’ha inventato il diavolo


di Adriano Panatta con Daniele Azzolini
Proprietà Letteraria Riservata
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Pubblicato per Sperling & Kupfer da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788893429092

COPERTINA || FOTO DI RAFAEL NADAL © GETTY IMAGES | ART DIRECTOR: FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC DESIGNER:
CLAUDIA PUGLISI
«L’AUTORE» || FOTO © GIANMARCO CHIEREGATO

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