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AMERICA LATINA

-Dal 15 secolo s’è impegnata la civiltà IBERICA. Colonizzata da Spagna e Portogallo.


-Si divide in 3 tronconi:
CENTRO AMERICA: piccoli paesi dell’istmo caraibico.
SUD AMERICA: Argentina, Cile etc..
NORD AMERICA: Messico.
Pur avendo un principio di unità (stessa lingua) si presenta in forme diverse da paese a paese (l’america
latina e del sud si colloca su diverse latitudini.
Differenziazione non solo di tipo economico ma sociale e politico.
REALTA’ UMANE VARIEGATE:
Un America INDIANA ( popolazione che discende da quella che viveva ai tempi della conquista iberica)
MESSICO/AMERICA CENTRALE (AZTECHI e MAYA)
AREA ANDINA (INCAS)
AMERICA BIANCA. Popolazione che discende dai colonizzatori iberici (ARGENTINA/URUGUAY)
AMERICA NERA: commercio schiavi dall’AFRICA (bacino caribico e coste tropicali)
OBIETTIVI: espandere la cristianità convertendo al cattolicesimo i nativi pagani o con le buone o con le
cattive. Imperi vi proiettarono perciò non solo la fame di grandezza materiale, ma ancor più l’ansia
civilizzatrice.

IL RETAGGIO COLONIALE
Per 3 secoli l’America Latina fu EUROPA. Furono 3 secoli dove cambiarono IDEE, TECNOLOGIE, POLITICA,
EQUILIBRI, ASPETTI INTERAZZIALI.
Relazioni tra le diverse parti furono assai complesse ed articolate.
L’INDIPENDENZA DELL’AMERICA LATINA
A sostenere il moto che mandò a cenere i vecchi imperi e condusse all’indipendenza furono gli eventi
europei. A gettare il cerino che appiccò l’incendio fu NAPOLEONE BONAPARTE e le sue campagne militari.
Le sue guerre trascinarono la Spagna nei conflitti europei e bloccarono a lungo le comunicazioni tra Spagna
e l’America; 1807 PORTOGALLO, 1808 SPAGNA.
La corte portoghese dei BRAGANZA riuscì protetta dagli INGLESI a lasciare Lisbona prima dell’arrivo di
Napoleone.
Decapitazione politica del re di Spagna
Napoleone imprigionò il re Carlo 4 e il figlio Ferdinando 7-> impose al potere della corona il fratello
Giuseppe.
A CADICE si formò una JUNTA che rivendicò il potere in nome del re prigioniero.
In America iniziò l’idea di una vera e propria INDIPENDENZA in quanto il Re non poteva tutelare la loro
sicurezza.
Saputo della caduta del Re nacquero in buona parte delle regioni Americane delle JUNTAS: organi politici
deputati all’esercizio dell’autorità in mancanza del Re. (JUNTAS DI CARACAS E BUENOS AIRES), dichiararono
di assumere il potere in via transitoria in nome di FERDINANDO 7 chiamato EL DESEADO (il desiderato);
possibilità di riformulare a loro vantaggio il vincolo con la corona; PRIMA FASE DEL PROCESSO
D’INDIPENDENZA suole essere chiamato AUTONOMISTA.
A CADICE il CONSEJO DE REGENCIA chiamò all’elezione delle CORTES-> incaricati di redigere una
COSTITUZIONE-> COSTITUZIONE LIBERALE.
1814: Ferdinando 7 torna sul trono; invia in America Latina delle truppe per riportarvi l’ordine e disciplina;
fu allora che a partire dal VENEZUELA prese il via la vera e propria GUERRA per L’INDIPENDENZA; un
conflitto che si propagò per buona parte dell’America, contando innumerevoli vite perse da entrambi i
fronti.
A condurla furono: SIMON BOLIVAR-> che guidò la liberazione delle attuali COLOMBIA e VENEZUELA prima
di puntare verso il PERU’ e L’ECUADOR.
JOSE DE SAN MARTIN: che liberò Cile per puntare anch’egli verso il PERU’; per incontrarsi a GUAYAQUIL nel
1822 riunendo gli eserciti.
Quello che portò l’America Iberica all’indipendenza fatta eccezione per il PORTORICO E CUBA non fu un
cammino facile; peculiare fu l’indipendenza del BRASILE (1822) con lo sdoppiamento dalla corona
Portoghese; in MESSICO HIDALGO radunò un esercito popolare per scatenare una guerra agli spagnoli; fatto
sta che gli indipendentisti furono tenuti a lungo a bada dall’esercito spagnolo di DE ITURBIDE finché questo,
saputo del ritorno della costituzione da parte di Ferdinando 7 si decise di farsi garante dell’indipendenza
messicana, sottoscrivendo il PLAN DE IGUALA che prevedeva un Messico indipendente ma deciso a
proteggere la CHIESA ed avere come sovrano un BORBONE.
Infine nel Sud America le guerre prima e l’abbattimento dell’impero Spagnolo misero le ELITES LIBERALI
AMERICANE davanti alla cruda realtà che di li in avanti toccò loro affrontare. In primis, quelle società colmi
di schiavi, meticci e neri, erano intricati puzzles e non certo un popolo.
LE REPUBBLICHE SENZA STATO
L’ingresso nella vita indipendente non fu per i Paesi dell’America Latina una marcia trionfale, tutt’altro.
Data la loro eterogeneità fin dai tempi coloniali e i diversi modi in cui avevano raggiunto l’emancipazione,
essi entrarono in una stagione cosparsa di stenti e frustrazioni. L’instabilità politica si manifestò in generale
nell’impossibilità delle nuove autorità politiche di imporre l’ordine e di far valere le leggi e il dettato delle
loro costituzioni, in quanto alla stagnazione economica, pur non essendo sempre e ovunque paralizzati, la
produzione e il commercio soffrirono sia degli effetti distruttivi delle guerre, sia quelli della rottura del
legame con la MADREPATRIA. Per un verso sarà infatti possibile ricondurre quegli immani problemi a fattori
strutturali, senza poter far affidamento su mercati nazionale o carenza di comunicazione tra una regione e
l’altra. Che l’indipendenza non fosse per l’America Latina un letto di rose fosse ormai chiaro. In termini
SOCIALI la più importante notizia fu la scomparsa della SCHIAVITU’, come in Messico, in Cile e in buona
parte dell’America Centrale. Anche nella sfera ECONOMICA e dei rapporti col mondo esterno le cose
incominciarono a cambiare dopo l’indipendenza, la più importante fu l’introduzione e la diffusione della
libertà di COMMERCIO, specie con la GRAN BRETAGNA. Fatto sta che dalla metà dell’800 qualcosa cominciò
a cambiare in America Latina. In tutti gli ambiti iniziò a spirare un’aria nuova; a stimolarla furono le nuove
opportunità che si dischiudevano alla regione attraverso l’integrazione commerciale e finanziaria alle
maggiori potenze. Bisognava recidere e sradicare le radici del passato. Fu non a caso intorno alla CHIESA ed
al suo ruolo politico, sociale e culturale che sorsero allora i più acuti conflitti, conflitti riguardante le leggi
liberali, volte a secolarizzare i beni ECCLESIASTICI, a LAICIZZARE la scuola pubblica, a portare nella sfera
statale l’anagrafe; tanto che, fu intorno ad essi che l’elite economica e sociale si divise aspramente in due
partiti: LIBERALI e CONSERVATORI; CADUTO IL RE infatti, ogni territorio o città d’un certo peso si appropriò
della propria sovranità. Ma oltre che così diversi tra loro, e nella maggior parte dei casi da frontiere
imprecise e contestate, i nuovi stati furono fin dal primo momento solcati da profonde spaccature al loro
interno. Tutti furono infatti in qualche modo preda di conflitti tra CENTRO e PERIFERIA. Su tale sfondo, che
dominò il panorama politico dell’America Centrale fin a ben oltre la metà del secolo, le eccezioni sono rare;
la prima è quella del BRASILE dove l’impero di PEDRO 1 e ancor di più quella di PEDRO 2 dopo il 1840,
garantirono una stabilità. In quanto invece all’America ispanica, l’eccezione forse più importante fu quella
del CILE.
L’ETA’ LIBERALE
In merito a fattori economici e sociali, dopo l’instabilità economica e stagnazione, incominciarono ad
attenuarsi nella seconda metà del secolo, il che fu premessa di profondi rivolgimenti lungo un’epoca
compresa tra gli anni ’70 dell’Ottocento la Prima guerra mondiale, poiché laddove l’economia stagnava
iniziò una lunga stagione di crescita e laddove dominavano i CAUDILLOS cominciò a imporsi la stabilità e
presero a sorgere e consolidarsi le moderne strutture dello stato nazione. Se già prima le vie dei diversi stati
s’erano andate separando, nei decenni a cavallo tra l’otto e il Novecento esse si divaricarono man mano che
un processo di modernizzazione investì l’area, processo cui nessun paese rimase escluso. In termini di
crescita e sviluppo economico, di consolidamento politico, di ricchezza e dinamismo culturale. Con
l’Argentina in testa, ma anche Messico Cile e Brasile a fare da traino. In termini generali, quel che avvenne
fu che i governi furono per la prima volta in grado d’imporre la legge sul territorio nazionale. Perlomeno nei
maggiori paesi. Presero in tal senso per la prima volta forma gli stati moderni. Le costituzioni divennero più
durature ed efficaci e l’orizzonte dell’azione pubblica si ampliò in modo prima impensabile, grazie anche al
boom della CARTA STAMPATA e delle FERROVIE che riducevano le distanze tra luoghi, persone e costumi.
Per restar nel solco tracciato basti menzionare taluni fattori strutturali ed altri culturali: in quanto ai primi si
può osservare che la rivoluzione industriale europea, sia la rivoluzione tecnologica posero le premesse
perché l’America Latina s’integrasse all’economia mondiale; in quanto ai secondi fu un implicito
compromesso tra liberali e conservatori e le rispettive concezioni politiche e sociali, un comune interesse
basato sul comune compromesso per l’ordine sociale, l‘instabilità politica e il progresso economico.
Dalla metà dell’Ottocento fin verso la 1 guerra mondiale, l’America Latina fu investita con forza da
un’ondata di globalizzazione. Sospinto dalla rivoluzione commerciale e industriale, specie dalle navi
sull’atlantico e dalla ferrovia nei singoli paesi; nerbo di quel nesso fu il MODELLO ECONOMICO PRIMARIO
ESPORTATORE, un modello basato sul libero mercato in base al quale l’America Latina esportava materie
PRIME verso l’EUROPA, specie quella Britannica. Come tutte le grandi trasformazioni, anche quella ebbe
LUCI ed OMBRE; da un lato l’America Latina visse allora un’impetuosa fase di crescita economica che
comportò il boom dei commerci, la creazione di infrastrutture vitali, la messa coltura di nuove e sterminate
terre fertili nelle immense frontiere e l’espansione della città. Da un altro lato quel tipo di crescita fu anche
causa di DISTORSIONI E VULNERABILITA’; poiché le economie furono indotte a specializzarsi nella
produzione dei beni richiesti dal mercato mondiale; poichè ciò incoraggiò la concentrazione delle ricchezze
e della proprietà terriera. In estrema sintesi si può dire che la società dell’America Latina cominciarono a
differenziarsi, benchè talune più delle altre. La nuova e lunga crescita dell’economica offrì infatti nuove
opportunità e stimolò la mobilità sociale e la nascita dei nuovi ceti, cambiarono le élite, poiché al fianco di
quelle tradizionali, intrise di spirito aristocratico, ne sorsero di nuove e più attratte dai valori borghesi;
cambiarono i ceti popolari, specie nelle città, o in settori come le ferrovie, i trasporti in genere, le
piantagioni e le miniere, dove spesso sorsero solidi e battaglieri nuclei proletari sui quali caddero anche le
prime violente repressioni; ma anche in campagna, almeno dove declinò la veccia HACIENDA e il lavoro
divenne più libero. Crebbero infine i ceti medi, spesso meticci o immigrati, variegati e sparsi tra il
commercio e l’amministrazione pubblica, le banche, la scuola e infine l’esercito.
I regimi politici dell’età liberale erano OLIGARCHICI, il che si tratta di regimi politici dove la partecipazione
era limitata e il potere politico e quello economico concentrati ad un élite ristretta tendevano a
sovrapporsi. E’ fuorviante invece quall’ora non consideri che tale era più o meno ovunque la politica in
occidente prima dell’avvento della società di massa e che la violenza, la corruzione e le frodi che spesso
caratterizzavano le elezioni in America Latina erano allora fenomeni piuttosto comuni anche in Europa.
Detto ciò, va notato che, pur con tutte le loro enormi differenze, i regimi dell’epoca furono in materia
politica CONSERVATORI, nel senso che cercarono di conservare il monopolio del potere politico. La nascita
fin da fine 800 in diverse parti dell’America Latina di nuovi partiti politici e ancora più quella di numerosi e
battaglieri movimenti di lavoratori, spesso anarchici e socialisti, ma anche cattolici, dal Messico al Cile,
dall’Argentina a Cuba.
L’intera America latina visse nei decenni tra i due secoli processi in sostanza analoghi ma in modi ed
intensità così variabili da configurare storie molto diverse. In Messico l’epoca fu dominata da PORFIRIO
DIAZ, durato dal 1876 al 1910; in termini politici fu un’AUTOCRAZIA cioè un regime autoritario e
personalista. Diaz badò ad appacificare il paese per sfruttare appieno le opportunità di progresso
economico offerta dalla rapida apertura dei mercati, per farlo ricucì i rapporti con la chiesa e si avvalse del
sostegno dei grandi proprietari terrieri. In campo economico, il suo fu un regime MODERNIZZATORE capace
di attrarre ingenti investimenti da far lievitare le esportazioni. Tante e tali trasformazioni, lo posero però
con il tempo a dura prova. Man mano che crebbero e si fecero più Pressanti le rivendicazioni sociali e le
richieste di una DEMOCRAZIA. Analogo ma anche diverso è il caso del BRASILE, dove PEDRO II soggetto per
un verso all’ostilità dei repubblicani e per un altro a quella dei grandi latifondisti contrari alla sua decisione
di abolire la schiavitù cadde nel 1889, per mano di un colpo di stato militare. Anche in Brasile, divenne una
REPUBBLICA e i militari ereditarono il ruolo di potere moderatore. Nacque allora per durare fino 1930 la
REPUBBLICA DI VELHA, la quale sancì la natura federale dello Stato e con essa l’ampia autonomia, chiave
economica di quel regime a lungo stabile fu il CAFFE’, bene di cui il Brasile arrivò a controllare gran parte
del commercio mondiale.
Tra tutti, il caso dell’Argentina è quello che forse più impressiona, non tanto per il regime politico, il quale
trovò espressione nel PARTIDO AUTONOMISTA NACIONAL e fu anch’esso un patto tra OLIGARCHIE, quanto
per la profondità senza pari con cui essa fu rivoluzionata dall’immigrazione e per le intensità senza paragoni
della sua integrazione al CAPITALISMO BRITANNICO e dunque anche delle sue trasformazioni sociali ed
economiche che ne fecero uno dei paesi più ricchi al mondo. Su tale sfondo, quando nel 1912 la LEY SANZ
PENA introdusse la segretezza e obbligatorietà del voto, quella argentino parve l’unico regime di un grande
paese latino-americano, sul punto d’evolvere senza problemi dall’età LIBERALE a quella DEMOCRATICA.
La guerra del 1898 tra USA e SPAGNA per l’Isola di Cuba, tanto agevole per i primi quanto tragica per la
seconda, al punto da rimanere impressa come EL DESASTRE nella storia spagnola; con quella guerra non
solo crollò quel poco che restava in piedi dell’impero spagnolo in America, ma iniziò a tamburo l’espansione
militare ed economica statunitense nella parte latina dell’emisfero ( cominciando da CUBA); attraverso i
cronici interventi dei MARINES per riportare l’ordine nei piccoli e perlopiù poveri paesi della regione,
iniziando con THEODORE ROOSEVELT.

IL TRAMONTO DELL’ETA’ LIBERALE


Fissarla perciò negli anni compresi tra la Grande Guerra e l’indomani della crisi della BORSA DI WALL
STREET, tanto più che la guerra mondiale non ebbe ripercussioni sull’America Latina; basti anticipare che la
guerra fece suonare i primi campanelli d’allarme per i paesi oligarchici e del loro aspetto economico. Tutti
fecero i conti col delicato passaggio alla MODERNITA’ che in America latina generò lunghe e spesso tragiche
crisi politiche, sociali ed economiche. Quello che causò la crisi in termini politici fu l’instabilità e la
legittimità della domanda alla democrazia. Laddove l’élite al potere erano più solide o più deboli la forza
arretrata erano i paesi, laddove invece la modernità era troppo imposta sorsero i POPULISMI; in entrami i
casi, il declino dei regimi liberali non spianò la via alla democrazia, bensì a regimi politici diversi. Ad erodere
le fragili fondamenta dei regimi oligarchici contribuì infine anche l’emergere di altri partiti o movimenti,
tutti sorti dal seno della moderna questione sociale.Le certezze dell’élite cominciarono a vacillare man
mano che il progresso e il mito venivano intaccati da spiacevoli effetti secondari; i regimi oligarchici non
erano insomma preparati ad affrontare i moderni conflitti sociali e ideologici. La gallina d’oro dei regimi
oligarchici, il MODELLO PRIMARIO-ESPORTATORE, patì durante la prima guerra mondiale, il che ebbe
notevoli conseguenze: poiché molte economie della regione si trovarono di colpo senza sbocchi sicuri peer
le merci e senza i più beni ch’erano solite importare.
Come sempre capita, il nuovo clima politico fu annunciato prima e accompagnato poi dal sorgere di nuove
idee sia in campo economico che politico tanto che durante l’età liberale la tendenza prevalente era quella
di andare cercando modelli politici e culturali al di fuori delle frontiere rispetto al concetto di guardarsi
dentro nella ricerca di una nazionalità interna, questo perché consolidati gli stati si trattava ora di forgiare i
nuovi cittadini. In un luogo di virtù e libertà dell’individuo, si cominciarono a rivalutare l’essenza e i valori
della comunità che furono, sul piano ideologico, le premesse della marea NAZIONALISTA a dilagare nel
continente. Le vie prese di caso in caso, dalla crisi dei regimi oligarchici, furono molteplici: il caso più noto è
il MESSICO, dove il PORFIRIATO finì per diventare una pentola in ebollizione. All’estremo opposto, si colloca
l’ARGENTINA, dove l’introduzione della LEY SAINZ PENA aprì le porte al regime DEMOCRATICO, grazie
anche alle elezioni di YRIGOYEN nel 1916. Il Brasile si ricorderà che a sancirne il declino furono due fattori: il
primo fu l’emergere alla ribalta di uno nuovo Stato , RIO GRANDE DO SUL, la cui ascesa fece saltare il potere
tra le elites di San Paolo e Minas Gerais. Proprio dal nuovo Stato veniva infatti GETULIO VARGAS, l’uomo
che, sconfitto alle elezioni del 1930, ne denunciò l’irregolarità e fu poi portato al potere dai militari; ma il
secondo fattore ancor più importante, furono i militari, specie i TENENTES, i giovani ufficiali di grado
intermedio che già negli anni ’20 inscenarono varie rivolte. Ad abbattere o a prendere sotto la propria
tutela le istituzioni liberali, sorte durante i regimi oligarchici, a quanto pare erano troppo fragili per reggere
l’urto della modernità. Gli interventi militari degli Stati Uniti, nell’area centro americana o caraibica, furono
una 30ina, in taluni casi ebbero l’obbietto di porre fine alle guerre civili locali imponendo un uomo o un
partito fedele a Washington; in altri casi, specie sotto WILSON gli interventi militari statunitensi ebbero
maggiori ambizioni politiche e ideali, cercarono di gettare le basi istituzionali di stati ed amministrazioni
economiche più solide e razionali.
Il NAZIONALISMO latino-americano trovò infatti non solo negli USA e nella loro ingerenza politica il nemico
in contrapposizione al quale costruire la propria missione e la propria identità.

CORPORATIVISMO E SOCIETA’ DI MASSA


Il crollo della borsa di WALL STREET nell’ottobre del 29 rivelò al mondo quant’essa fosse ormai
interdipendente. Per cogliere gli effetti e però bene distinguere quelli visibili ed immediati da quelli di più
lunga portata. In quanto al primo punto, furono pesanti e tanto più gravi quanto maggiore fosse
l’esposizione al mercato internazionale, crollo che causò in tutta l’America latina drastica riduzione
dell’entrate e del valore delle esportazioni; tutto ciò causò gli effetti a catena. Detto ciò va aggiunto che non
furono durevoli e che a partire dalla metà degli anni 30, si risollevarono piuttosto in fretta. Diverso è il
discorso del secondo punto: La crisi del 29 assestò infatti un colpo letale al modello PRIMARIO
ESPORTATORE e creò le condizioni del suo accantonamento, sia perché a sotterrarlo furono i cambiamenti
intervenuti nell’economia internazionale, dove le maggiori potenze si crearono delle BARRIERE DOGANALI;
così come cambiarono il profilo economico dell’America latina, ne cambiarono anche quello sociale come
nel caso dell’emigrazione, chi in un modo e chi in un altro, infatti, i principali paesi d’immigrazione imposero
severe restrizioni. Se d’immigrazione si poté allora parlare fu perlopiù quella interna, dove masse di
popolazione rurale lasciò le campagne per spostarsi verso la città, dove per altro fu difficile trovare sbocchi
viste le dimensioni ancora limitate dell’industrie. Nella maggior parte dei casi il grosso della popolazione
continua a vivere in campagna. Visti i tratti assunti dall’urbanizzazione e le tensioni che attraversavano il
mondo agricolo, non sorprende che sia una campagna sia in città si creassero le condizioni per l’esplosione
di conflitti e rivolte. Dai moti contadini promossi dall’Apra in PERU’ a quelli schiacciati nel sangue in
SALVADOR; da quelli in MESSICO alle prime leghe contadine brasiliane, le campagne furono sempre più
spesso terreno di scontri sociali. E se lo furono in campagna, si può intuire che a maggior ragione lo
diventassero in città Come in Europa, la democrazia capitolò nella maggior parte dei paesi così accadde
anche in America latina, dove essa muoveva i primi passi. Diversi e profondi fattori storici pesarono allora
sul destino della democrazia proprio quando il suo tempo pareva giunto.
Cile, Uruguay e Costa Rica furono tutt’altro che esenti da pericolosi intoppi. In Perù, Bolivia e Nicaragua la
spinta democratica fu arrestata da brusche reazioni autoritarie. Non ovunque, ma nella maggior parte dei
paesi, si arrivò alla ribalta politica delle FORZE ARMATE, sia attraverso colpi di stato come in Argentina, Perù
e Brasile. Laddove interferirono le Forze Armate (potere di forza) si arrivò a profondi conflitti, di tipo
tutelare (volevano il monopolio su tutti i fronti economico, politico etc etc) causati dalle già esistenti
profonde differenze sociali ed etniche. Si può osservare che in quei paesi spesso preda a profondi conflitti,
le Forze Armate surrogarono con la forza delle armi la debolezza delle istituzioni rappresentative. Si può
aggiungere che laddove le divisioni sociali ed etniche erano troppo profonde per trovar soluzione nel
quadro della democrazia liberale, le istituzioni militari, si ergevano ad organi DEMOCRATICI. Quel che in
realtà emerse allora e si confermò in seguito, fu che i militari in quelle società dalle così profonde fratture a
rivendicare su di esse e sulla nazione tutt’intera una funzione tutelare.
La crisi del liberalismo e l’offensiva antiliberale cominciarono a sfociare in sempre più numerosi paesi, a
cominciare dal BRASILE e MESSICO negli anni ’30 e dall’ARGENTINA dopo il 1945, in peculiari fenomeni che
le scienze sociali hanno solitamente chiamato POPULISMI. Fenomeni universali, ma che in America Latina
trovarono un terreno fertile. In termini sociali ed economici i populismi furono dei regimi fondati su ampie
basi popolari, di cui ottennero il consenso e guidarono l’integrazione politica attraverso più o meno vaste
politiche di distribuzione della ricchezza; incentivando quindi la crescita dell’industria e di ampliare il
mercato interno, creando una peculiare convergenza tra il produttore e il lavoratore, uniti dal prospetto di
accrescere il consumo e produzione. Tipica dei populismi fu la pretesa o la convinzione di rappresentare il
POPOLO nella sua complessità. Essi non solevano ergersi a rappresentanti di specifici interessi o particolari
ideologie, bensì a movimenti e dottrine NAZIONALI.

Con l’insediamento di Franklin Delano Roosevelt alla Casa Bianca, si arrivò a creare un rapporto basato su
aiuti economici, politici etc etc da parte degli USA, chiamato POLITICA DEL BUON VICINATO, che si basò su
due pilastri: IL NON INTERVENTO E IL MULTILATERALISMO, ovvero la DISPONIBILITA’ e la RELAZIONE SU UN
PIANO DI UGUAGLIANZA NEL QUADRO DI ISTITUZIONI PANAMERICANE. Inizialmente aveva generato un
primo cambiamento soprattutto a livello sociale, dove erano evidenti le differenze tra i vari paesi latini. Con
il termine del mandato, questo tipo di relazione diede origine a delle ripercussioni negative; l’America latina
si sentì abbandonata, notando che gli Stati Uniti abbandonarono i loro interessi sul campo. Sicuramente, in
un primo momento migliorò il clima, soprattutto a livello di scambi economici, ma con l’avvenire sul fronte
europeo della II guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano altri problemi a cui pensare sempre per scopi
economici e quant’altro. Motivo per cui, tolsero dal mirino delle priorità le relazioni intraprese con i paesi
panamericani.

L’ETA’ DEL POPULISMO CLASSICO


Sotto l’influenza delle ideologie di stampo statunitense, alle quali i paesi latini si avvicinarono sotto la
campagna del buon vicinato, sorse o emerse la voce del popolo: iniziarono a popolarsi le grandi città,
intraprendendo la strada verso l’urbanizzazione e l’industrializzazione. Spesso furono i giovani ufficiali delle
forze armate a dare il definito colpo al regime elitarista e autoritario; organizzando manifestazioni
democratiche per tutelare i propri diritti (studenti ed impiegati attivisti). Favoriti furono il Perù e il
Venezuela.
Presto però il clima cambiò da contesto a contesto (a seconda dei paesi più o meno industrializzati) e quella
stagione ricca di speranze sulla democratizzazione scolorì, per l’eterogeneità alla base dell’aspetto sociale
dei paesi. Anche se i paesi cercarono di portare un modello modernizzatore nel loro paese, non riuscivano a
lasciare le vie del passato. Le fondamenta dei singoli paesi erano basate e soprattutto radicate a tempi
precedenti alle colonizzazione europee. Qui intervenne, il modello ISI, ideato da PREBISH (modello di
sviluppo basato sull’industrializzazione per sostituzione delle importazioni), secondo cui l’economia
dall’America latina doveva puntare ad esportare beni primari e arricchirsi di innovazioni tecnologiche.
(scambiare beni settore primario con tecnologia europea, per modernizzarsi).
GLI ANNI 60 E IL CICLO RIVOLUZIONARIO
A partire dall’anno 1959, con la rivoluzione CUBANA a quella SANDINISTA di vent’anni dopo, l’America
latina visse un ciclo rivoluzionario, in quanto le grandi trasformazioni sociali ed economiche avvenute
durante e dopo la Seconda guerra mondiale esigevano delle risposte mai arrivate. La nascita dei pochi paesi
democratici non furono all’altezza delle aspettative preposte e quindi non fornirono le risposte adeguate. Il
mondo rurale fu quello che diede inizio alle rivoluzioni di carattere sociale, proprio perché i primi conflitti
nacquero in campagna (le prime guerriglie). Tra gli anni 50 e gli anni 70 la politica ideata da PREBISH (ISI)
iniziò a tramontare, senza creare i cambiamenti che prevedeva, proprio perché mancava il RIFORMISMO
(ovvero l’adeguazione alle diverse riforme portate in campo economico politico e sociale all’interno dei
singoli paesi).
Cruciale fu l’intervento di Kennedy con la sua ALLEANZA PER IL PROGRESSO; ci fu un iniziale cambiamento,
presentato come un piano simile al Marshall. L’obiettivo principale era quello della MODERNIZZAZIONE,
prevenire la nascita di nuove CUBE (plurale di Cuba, con Fidel Castro alleanza con l’URSS. Cuba si è
avvicinata in modo notevole al comunismo. L’America voleva prevenire questo errore), SVILUPPO e
MIGLIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI VITA. Subentrato in seguito a Kennedy, Johnson, tradì questo
piano basato sul progresso, perché non credeva a fondo e non ha posto interessa in questo obiettivo. Il
motivo principale potrebbe essere quello di aver sopravvalutato le potenzialità dell’America latina,
cercando di sradicarla dai pilastri su cui poggiava su tutti i fronti (politico, economico, sociale, etnico).
GLI ANNI 60 E 70. IL CICLO CONTRORIVOLUZIONARIO
Colmi di venti RIVOLUZIONARI, gli anni ’60 e ’70 lo furono altrettanto, o forse ancor di più; tanto che i
regimi militari che fioccarono allora nelle regioni, ricoprendola per intero, nella seconda metà degli anni
’70, si vollero chiamare: RIVOLUZIONI. Nei paesi in via di sviluppo, dove alcun movimento o regime
populista s’era prima d’allora insediato, per le forze armate 2 erano gli obiettivi: LA SICUREZZA E LO
SVILUPPO, questo tipo di ideologia si diffuse in modo ordinario in Brasile fino al 1985 (anno della crisi
politica); assai diverso fu il caso dell’Argentina dove ONGANIA non riuscì a consolidare il proprio potere
perché piegato dalla reazione delle opposizioni, fino al punto che dovette spalancare le porte al ritorno di
PERON. L’ideologia più o meno ufficiale dei regimi militari fu la DOTTRINA DELLA SICUREZZA NAZIONALE
(DSN): una dottrina dove si formarono gli ufficiali saliti poi al governo o al vertice di grandi imprese
pubbliche; la DSN ebbe delle radici più antiche, in quanto le forze armate latinoamericane furono
ideologicamente esercitate da quelle Americane. In pratica la DSN definiva i tratti fondamentali della
nazione che ambiva a proteggere e preservava a quelli della civiltà entro la quale voleva ch’essa restasse.
LA “DECADA PERDITA” E LA DEMOCRAZIA (RI)TROVATA
L’appuntamento con la DEMOCRAZIA politica si rinnovò negli anni ’80. S’imbatte in diversi ostacoli: CRISI
ECONOMICA, DISUGUAGLIANZE SOCIALI, CONFLITTI INTERNI, CULTURE POLITICHE AUTORITARIE ED
ARRETRATE etc… Da un lato l’ondata rivoluzionaria s’era ormai spenta o era stata recisa a forza ovunque
nella regione, ma dall’altro lato anche l’ondata controrivoluzionaria stava giungendo al capolinea; tanto che
in molti paesi parve per la prima volta manifestarsi una nuova società civile, consapevole dell’importanza
della democrazia, che poi, il contesto nazionale mutasse da portare nella seconda metà degli anni ’80
l’America Latina verso la DEMOCRAZIA; ma la democrazia andava raggiunta dato che l’America Latina degli
anni ’70 era in gran parte ricoperta da DITTATURE. Passaggi raggiunti con le elezioni di AYLWIN in Cile,
BELAUNDE in Peru, ALFONSIN in Argentina e NEVES in Brasile. A rendere nuovamente complessi i primi
passi di quelle giovani democrazie, contribuì per tutto il decennio la pessima congiuntura economica,
accompagnata dal peggioramento dei più significativi indicatori sociali; una congiuntura negativa che
ancora oggi si ricorda quel decennio come quello PERDIDO , cioè come un decennio senza sviluppo, durante
il quale le regioni fecero passi indietro sul campo economico e sociale. Alla base di quella profonda crisi
v’erano diversi fattori: alcuni ESOGENI ed altri ENDOGENI; tra i PRIMI spicca la stagnazione economica
mondiale, il prosciugamento dei flussi di investimenti; i SECONDI ne rivelarono la natura strutturale, ovvero
che il modello di sviluppo quello dirigista e quello rivolto al mercato interno, aveva chiuso la sua parabola.
La struttura produttiva dell’America Latina parve infatti inadeguata per reggere la sfida di un mercato
sempre più aperto e globale. Tali fenomeni erano osservabili nell’inefficienza del parco industriale, in gran
parte cresciuto nell’ombra del protezionismo. Risolvere i problemi economici e sociali non erano però
compiti da nulla, i quali prevedevano bruschi tagli alla spesa pubblica per riportare in equilibrio i bilanci
pubblici, politiche monetarie restrittive per contenere l’inflazione e radicali svalutazioni per stimolare le
esportazioni; tutte misure gravose per quelle democrazie ancora giovani. La modernizzazione degli anni ’60
pose le basi di radicali rivolgimenti politici e sociali; i già gravi e radicali problemi dell’America Centrale, si
internazionalizzarono diventando ancora più lacerati e violenti. Molti furono le guerre civile scoppiate nel
Centro America Latina, la più sanguinosa è quella del GUATEMALA dove tra gli anni ’60 e gli anni ’80 le
vittime furono 200000.
La politica amministrativa REAGAN, insediatasi nel 1981 e durata due mandati, individuò in America latina e
in quella centrale, uno scenario chiave del braccio di fero con l’UNIONE SOVIETICA. Quella che Reagan e i
suoi collaboratori imputarono alla precedente amministrazione fu d’essere stata forte con gli AMICI e
debole con i NEMICI; di avere cioè imposto sanzioni e fatto pressioni agli alleati senza ottenere risultati se
non quello di indebolirli; e di avere viceversa coccolato i regimi nazionalisti o comunisti. Il criterio su cui si
basò da allora la politica statunitense verso la regione fu reso esplicito da KIRKPATRICK Ambasciatore delle
Nazioni Unite; la quale distinse tra regimi AUTORITARI e regimi TOTALITARI.

RECUPERABILI IRRECUPERABILI (CUBA E NICARAGUA)


Verso i primi quindi gli Usa dovevano tenere una politica ferma ma amichevole, da incoraggiarli verso la
DEMOCRATIZZAZIONE; molti dei quali però pur avendo buoni o regolari rapporti con Washington la
ritenevano una cosa inadeguata poichè eludeva le radici sociali ed economiche della crisi in corso. Nacque
perciò nel 1983 il GRUPO DE CONTADORA formato da COLOMBIA, MESSICO, PANAMA e VENEZUELA, cui 2
anni dopo dettero il sostegno ai paesi del Sud America. Il ritorno alla democrazia in gran parte dell’America
Latina suscitò un accalorato dibattito e ancor più accese speranze sull’età nuova che vi s’apriva; quel che in
esse si soleva rivendicare era un concetto di LIBERTA’ e DEMOCRAZIA. E parve aprirsi una stagione propizia
perché attecchissero nella regione la cultura del diritto e delle libertà individuali, anche se non tutte tali
speranze si rivelarono infondate, complice la drammatica crisi economica, dove, molti nodi giunsero al
pettine nella gran parte di quelle giovani democrazie.
L’ETA’ NEOLIBERALE
Il decennio degli anni ’90 sancì il primato dell’economia; e non solo sul piano economico, ma anche politico
e soprattutto quello sociale. Loro priorità fu quella di ristabilire le condizioni dell’equilibrio
MACROECONOMICO, riassorbire gli enormi deficit pubblici, riportando sotto controllo l’INFLAZIONE e
risanando la BILANCIA dei PAGAMENTI. Prima che alla fine del decennio iniziasse una grande recessione
destinata a far tremare e a volte crollare il nuovo modello; l’economia crebbe, benchè più in fretta nella
prima che nella seconda metà del decennio. Un risultato che giovò ai successi elettorali di vari governi. Le
riforme strutturali giovarono più alla disciplina economica e all’apertura commerciale che alla crescita la
quale ne ricevette solo una tenue spinta; il panorama sociale dell’America latina nell’età neoliberale non fu
per nulla BRILLANTE, anzi, si produsse uno scarto tra il ritorno alla crescita economica e il peggioramento di
numerosi indicatori sociali: a partire dall’occupazione che diminuì, all’aumento della disoccupazione e della
sottoccupazione. La vera nota dolente dello scenario è però la DISUGUAGLIANZA, peggiorata nel corso del
decennio. In termini generali è corretto dire che la democrazia continuò negli anni ’90 a diffondersi in tutta
l’America Latina, come il CILE che la recuperò e il MESSICO, che completò la sua liberalizzazione politica. Il
che parve confermare che finita la guerra fredda, l’America Latina era sul punto di completare il viaggio
verso la confluenza politica col resto dell’occidente. Meno incoraggianti furono i casi delle NUOVE
DEMOCRAZIE in America Centrale e nell’Area Andina, dove vari fattori contribuirono a rallentarne il
consolidamento: fattori STORICI, ECONOMICI e POLITICI.
Giunto alla Casa Bianca nel 1992 BILL CLINTON non impresse svolte alla politica Latino-Americana avviata
da Bush; nel corso del quale il presidente non ebbe mai occasione di recarsi in America Latina. CONTINUITA’
e PRIORITA’ caratterizzarono il primo ed importante passo compiuto da Clinton; non fece mancare il deciso
impegno della sua amministrazione a sostegno della democrazia dove era in pericolo. Il paese alla cui
l’amministrazione Clinton tributò però più attenzione fu la COLOMBIA: paese dove diversi fattori si
sommavano per farne una spina nel fianco. (NARCOTRAFFICO)
Negli anni a cavallo del nuovo secolo un profondo sommo movimento scosse la fiducia sul futuro della
regione che aveva caratterizzato gran parte degli anni ’90; un sommo movimento sia ECONOMICO che
POLITICO. La recessione mondiale trascinò con sé l’economica della regione i cui indicatori furono stagnanti
o negativi per circa 4 anni, durante i quali non solo peggiorarono le condizioni sociali ma anche quelli
economici e politici. Ma la crisi che allora s’asprì non si limitò all’orizzonte economico, investì infatti anche
l’arena politica, dove gli effetti furono diversi da Paese a Paese. In taluni casi essa causò la sconfitta
elettorale dei governi che sulla più o meno stretta adesione al modello Washington CONSENSUS s’erano
basati.
IL NUOVO SECOLO, TRA FUTURO E DEJA-VU
Il panorama politico dell’America Latina nel primo decennio del 21 secolo era per molti aspetti inedito;
eccezion fatta per Cuba, tutti i paesi dell’area avevano ormai raggiunto un regime democratico; dire in che
misura tali aspettative fossero frutto degli anni di forte crescita economica appena trascorsi e in quale
invece della maggiore stabilità politica dei loro paesi è presso che impossibile, ma ciò non toglie che nel
primo decennio del nuovo secolo la democrazia politica si sia come mai prima consolidata in molti paesi.
Laddove, insomma, permangono più profonde disuguaglianze sociali sommate ad antichi steccati etnici, le
istituzioni democratiche stentano maggiormente a soddisfare le enormi aspettative di integrazione. Detto
ciò, la prima decade del 21 secolo resterà scolpita nella storia come l’epoca della svolta a SINISTRA: vanno
distinte bel mezzo di tale ondata diverse sinistre e diversi contesti; i suoi tratti chiave sono la scelta
strategica della democrazia rappresentativa e la cultura politica pluralista, la ricerca dell’equità sociale nel
rispetto dei vincoli MACROECONOMICI.
V’è poi su un altro versante la sinistra populista, cresciuta nei contesti di crisi politica e profonde fratture
etniche e sociali, decisamente più radicale. Esprime un linguaggio rivoluzionario e ambisce a rigenerare le
strutture materiali e spirituali della società. Se l’ingresso dell’America Latina nel corso del nuovo secolo era
stato in termini economici tutt’altro che trionfale, molto meglio le cose andarono dal 2002, quando la
congiuntura mondiale ha virato al bello, e così è stato fino al 2008; in quegli anni la crescita è stata rapida e
costante, quando sul finire del decennio la crisi finanziaria americana ha innescato una nuova e profonda
recessione, l’America Latina ne ha ovviamente risentito subendo pesanti effetti.
La crescita del primo decennio, a renderla più robusta sarebbe stato il PRAGMATISMO e la RAZIONALITA’
con cui è stata nella maggior parte dei casi amministrata; l’inflazione è stata tenuta sotto controllo quasi
ovunque, per non dire di bilanci pubblici spesso in attivo e della riduzione del debito pubblico.
Come l’economia anche gli indicatori sociali che misurano POVERTA’, DISUGUAGLIANZE e OCCUPAZIONE
sono passati nel corso del primo decennio attraverso diverse fasi, ossia da quella GRIGIA al NETTO
MIGLIORAMENTO. La riduzione della povertà e della disuguaglianza sociale dipesero in buona parte dalla
creazione di impieghi qualificati e più produttivi, dunque meglio pagati; tali cioè da consentire il graduale
riassorbimento nell’economia formale delle enormi sacche di marginalità cresciute nei decenni. A tal
proposito va osservato che la disoccupazione regredì ritmi piuttosto rapidi dal 2002 in poi; a favore del
miglioramento degli indicatori sociali dei paesi latino-Americani hanno iniziato infine ad incidere diversi
fattori: alcuni politici e perciò soggetti a variare in particolare la propensione di taluni governi ad
accantonare almeno in parte la vecchia logica della distribuzione indiscriminata di risorse a fini elettorali, e
a realizzare in cambio investimenti sociali destinati a dare frutti col tempo.
UNA TRANSIZIONE TURBOLENTA
L’ingresso nel secondo decennio del 21 secolo è stata per l’America Latina assai meno traumatico di quanto
faceva temere la grave crisi finanziaria esplosa negli stati uniti nel 2008. I numeri su quei dieci anni parlano
chiaro: il prodotto lordo è cresciuto del 35%, il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi storici, del 6%. Non
era il paradiso, e i divari da paese a paese erano abissali; stando così ci si chiedeva come l’America Latina
avrebbe reagito a questo boom economico. E’ quel che intorno al 2014 iniziò a vedersi sempre più chiaro.
L’epoca delle vacche grasse era finito; Complice la frenata economica della CINA, il crollo del prezzo delle
materie prime sul mercato mondiale e il generale rallentamento dell’economia globale. Si iniziò a vedere
che reggeva meglio l’urto della crisi e chi ne veniva subito messo in ginocchio. Le prime economie cadute in
recessione furono quelle del VENEZUELA e ARGENTINA, presto seguite dal BRASILE, più che nei paesi che
avevano adottato politiche autarchiche, tuttavia, quelle economie aperte al mercato e strettamente legate
ai mercati asiatici hanno dimostrato di reggere meglio l’urto, dieci anni di forte crescita economica hanno
prodotto profonde trasformazioni sociali in America Latina. Gli effetti sociali del brusco rallentamento della
crescita si sono immediatamente visti, specie nei primi paesi che sono caduti in recessione, a dimostrazione
che non poggiavano affatto su solide basi, bensì su politiche insostenibili sul piano MACROECONOMICO.

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