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antologia • letture critiche a cura di S.

Baragli

I sorrisi enigmatici
dei koúroi
Claudio Franzoni

La manifestazione delle emozioni e dei sentimenti, il Franzoni, analizzando le regole comportamentali, il signi-
significato di alcuni gesti o espressioni distinguono nel ficato dei gesti e il modo di vivere i sentimenti e le emozio-
tempo la cultura di ogni civiltà. Un greco di età omerica si ni da parte degli antichi greci, aiuta lo spettatore moderno
poneva in maniera diversa davanti alle emozioni rispetto a a guardare le opere degli antichi dal loro punto di vista e a
un uomo moderno e le esprimeva in modi differenti. Que- comprendere il messaggio che l’artista voleva trasmettere.
ste regole comportamentali furono recepite e trasmesse Un caso esemplare è il “sorriso arcaico”, di cui si propone
dagli artisti nelle loro opere. Un recente saggio di Claudio qui l’interessante interpretazione critica.

1. Koúros di Anavyssos, VI secolo a.C., marmo pario,


h 194 cm, Atene, Museo archeologico nazionale.

© Pearson Italia spa 2


antologia I sorrisi enigmatici dei koúroi

2. Archermos 3. Guerriero morente,


di Chio, Kóre 675, dal frontone occidentale
VI secolo a.C., del Tempio di Afaia a Egina,
marmo con tracce 500-490 a.C., marmo pario,
di policromia h 47 cm, Monaco, Staatliche
e doratura, Antikensammlung
Atene, Museo und Glyptothek, particolare.
dell’Acropoli.

Ci sono casi di clamorosa difficoltà nel sintonizzarci con i modi espressivi degli antichi. Uno di questi è
rappresentato dal cosiddetto “sorriso arcaico”, che, semplificando, ci pone un problema traducibile in
questa domanda: i koúroi e le kórai sorridevano o no (e si trattava in questo secondo caso solo di una
convenzione artistica)? [...]
Questo sorriso compare sui volti delle kórai e dei koúroi, le statue di fanciulle e di giovani che venivano
dedicate nei santuari o servivano da statue funerarie, sul cui viso esso è del tutto plausibile; ma questo
sorriso compare anche – e qui sta il problema – su figure che non avrebbero alcuna ragione per ralle-
grarsi, ad esempio su guerrieri colpiti a morte [...].
Anche se le posizioni sono molto più varie e sottili, potremmo dividere le interpretazioni del sorriso arcai-
co in due grandi gruppi: quelle che rifiutano di vedervi un qualsiasi riferimento espressivo, riconducen-
done l’origine a difficoltà meramente tecniche (la resa dei piani del volto, la visione dal basso), e le inter-
pretazioni che, seppure con sfumature differenti, riconoscono ad esso una valenza espressiva. Ci si deve
chiedere quanto abbia giocato, nelle tesi del primo gruppo, la tendenza risalente almeno al secondo Sette-
cento a considerare l’arte dei Greci come disinteressata alla sfera delle emozioni. Come è possibile che da-
vanti alle kórai dell’acropoli di Atene il pubblico contemporaneo non riconoscesse un sorriso? Dovremmo
ipotizzare un enorme scarto antropologico tra quella e le epoche successive, distacco che non ha alcun
supporto nei dati offerti dalla letteratura. Nell’inno omerico a Demetra, ad esempio, il sorridere è accom-
pagnato dal movimento delle sopracciglia, segno più che prevedibile dell’universalità delle dinamiche del
volto concomitanti con questa espressione. Le divinità ne sono contraddistinte in modo particolare: in
Omero e negli inni omerici Afrodite è la dea «che ama il sorriso», la dea che «sempre sorride» [...].
Non c’è dubbio, insomma, che kórai e koúroi, anche funerari, fossero visti sorridere, ma è altrettanto si-
curo che questo gesto (poiché di questo si tratta) fosse sentito nella sua polivalenza1; i contemporanei lo
avranno sentito come segno dell’animazione e della vitalità infusa nelle immagini – aspetto che gli anti-
chi apprezzavano in modo speciale (lo confermano i racconti sulla bravura di Dedalo come scultore): il
sorriso rappresentava in questo senso la mobilità del volto, l’impronta per eccellenza della vita, un mo-
vimento degno di essere ammirato al di là dello specifico contenuto della situazione. Naturalmente tut-
to questo non esclude che a un certo punto sia diventato un elemento convenzionale, che gli artisti lo
abbiano ripetuto per inerzia come un luogo comune; ma i contemporanei lo avranno avvertito come
ovvio segno di confidenza, e nello stesso tempo come contrassegno di un certo status sociale, del relati-
vo comportamento e dell’ethos2 connesso.
Il problema, dunque, è capire che ruolo avesse il sorriso all’interno del codice comportamentale greco
in età arcaica e in che misura gli eventuali mutamenti all’interno di quest’ultimo abbiano avuto riper-
cussioni sulle immagini. In altre parole, escluso, come è ovvio, che giovani e ragazze a un certo punto
siano divenuti più tristi [...], si può ipotizzare che tra VI e V secolo a.C. si sia affermato un nuovo codice
comportamentale in cui non sarà stato più l’elemento distintivo il sorriso, quanto un contegno ancora
più controllato e misurato? Secondo Senofonte, ad esempio, l’aspetto di un giovane kalós e agathós
(“bello e buono”) era questo: «Non vedete come sono contegnose le sue sopracciglia, come è tranquillo
il suo occhio, calmo il suo parlare, dolce la sua voce, lieto (ílaron) il suo modo di comportarsi (ethos)?».
Come si vede, l’ethos deve essere gioioso, ma il volto deve essere improntato a una generale tranquillità:
il richiamo alla fermezza dello sguardo, e soprattutto al controllo delle sopracciglia, ci offre la conferma
che il sorriso ha perduto la sua centralità in quel modello comportamentale.
C. Franzoni, Tirannia dello sguardo. Corpo, gesto, espressione dell’arte greca,
Einaudi, Torino 2006, pp. 63-68
1 polivalenza: molteplicità di significati. ne di un gesto o, in questo caso, di un sorriso può to su determinate regole riconosciute come valide
2 ethos: comportamento dell’uomo o di una comu- costituire un tratto che caratterizza un particolare dal gruppo stesso. Tali regole, come evidenzia il
nità legato a norme condivise. La rappresentazio- gruppo di persone e il loro comportamento, basa- testo, possono cambiare nel tempo.

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