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MIRCEA ELIADE

IMMAGINI E SIMBOLI

d i I r o m c c i i u m v c r s o _____________________

Jaca Book
IM M AG IN I E SIM BO LI

«...Oggi si sta comprendendo una cosa di citi il XIX secolo non poteva avere nem­
meno un presentimento, ovvero d ie il simbolo, il mito, l’immagine apparten
gono alla sostanza della vita spirituale, che è possibile mascherarli, mutilarli,
degradarli, ma che non li si estirperà mai...
Le immagini, i simboli, i miti, non sono creazioni irresponsabili della psiche;
essi rispondono a una necessità ed adempiono una funzione importante: mette­
re 1 nudo le modalità più segrete dell'essere. Ne consegue che il loro studio ci
permette di conoscere meglio l’uomo, l'u o m o toul court", quello che non è
ancora sceso a patti con le condizioni della storia. Ogni essere storico porta
con sé una grande parte dell'umanità prima elella Storia. Questo dato, certo,
non è mai staro dimenticato, nemmeno ai tempi più inclementi del positivi­
smo: chi meglio di un positivista poteva sapere che l'uomo e un "animale ,
definito e governato da istinti identici a quelli dei suoi fratelli, gli animali?
Constatazione esatta, però parziale, schiava ili un piano di riierimenio esclusi­
vo. Oggi si comincia a vedere che la parie anti-storica di ogni essere umano
n on affonda, contrariamente a quanto si pensava nel XIX secolo, nel regno
animale e, in fin dei conti, nella "Vita": anzi, al contano deriva e si innalza ben
al di sopra di essa: questa parte astorica dell’essere umano porta, come una
medaglia, l'impronta del ricordo di un'esistenza più ricca, più completa, quasi
beatifica».

Mu cca Eliade

M IRCEA E LIA D E

Su.- - . . . 1907, ha vissuto in India dal 1928 a! 1932 Ha insegnato


filosofia all'Unwersità di Bucarest dal 193) al i 940. Addetto culturale a Londra
e poi a Lisbona, nel 194? viene nominata professore presso l ’Ecole des Hautes
Parigi. Ha insegnato alla Sorbona e in diverse università europee. Dal
1957 è stalo \;n iella cattedra di Storia delle religioni dell'Università di
Chicago, dove nel 1985 è stata istituita la cattedra «Mircea FJiade» a lui dedicata.
È morto a Chicago il 22 aprile 1986.

Biblioteca S a l a B orsa - Bologna

B 3B 129012
ISBN 978 88 16-40070-2

€ 15,00 9 (-88816 4 f i0 ? n ?
D ello stesso autore
presso la Ja c a B ook

Opere narrative

II vecchio e il funzionario, 1978, nuova ed. 1997 (romanzo)


Andronico e il serpente, 1982 (romanzo)
Nozze in cielo, 1983, nuova ed. 19% (romanzo)
Signorina Christina, 1984 (romanzo)
Notti a Serampore, 1985 (romanzo)
La foresta proibita, 1986 (romanzo)
Diciannove rose, 1987 (romanzo)
Il segreto del dottor Honigberger, seguito da Un uomo
grande, 1988 (racconti)
Maitreyi. Incontro bengalese, 1989 (romanzo)
Il romanzo dell’adolescente miope, 1992 (romanzo)

Opere di saggistica, memorialistica e grandi opere

La creatività dello spirito, 1979, nuova ed. 1990 (saggio)


La prova del labirinto, Intervista con C.H. Rocquet, 1979,
nuova ed. 1990, ult. rist. 2002 (saggio)
Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso,
1981, ult. rist. 2007 (saggio)
Spezzare il tetto della casa, 1988, ult. rist. 1997 (saggio)
Il mito della reintegrazione, 1989, ult. rist. 2002 (saggio)
I riti del costruire, 1990 (saggio)
Dizionario delle Religioni, in collaborazione con I.P. Cou-
liano, in Religioni, Volume della Enciclopedia Tematica
Aperta, 1992
Le promesse dell’equinozio. Memorie 1. 1907-1937 , 1995
(diario)
Le messi del solstizio. Memorie 2. 1937-1960, 1996 (diario)
Oceanografia, 2007 (saggio)
Fragmentarium, 2008, in prep. (saggio)
Diario portoghese, 2008, in prep. (saggio)
Enciclopedia delle Religioni (diretta da M. Eliade), Edizio­
ne Tematica Europea a cura di D.M. Cosi, L. Saibene,
R. Scagno, 1991- (17 voli, 11 dei quali già pubblicati)
Mircea Eliade
IMMAGINI E SIMBOLI
Saggi sul simbolismo magico-religioso

Jaca Book
Titolo originale
Images et symboles.
Essai sur le symbolisme magico-religieux

Traduzione dal francese di


Massimo Giacometti

© 1952
Gallimard, Paris

© 1980
Editoriale Jaca Book SpA, Milano
per l’edizione italiana

Prima edizione italiana


ottobre 1981

Sesta ristampa
settembre 2007

In copertina
Pittura su corteccia degli aborigeni australiani
(foto di A. Hay)

Stampa Print Duemila srl, Albairate (Mi)


agosto 2007

ISBN 978-88-16-40070-2

Per informazioni sulle opere pubblicate e in programma


ci si può rivolgere a Editoriale Jaca Book S.p.A., Servizio Lettori,
via Frua 11, 20146 Milano - tel. 02/48.56.15.20/29 - fax 02/48.19.33.61
e-mail: serviziolettori@jacabook.it - sito Internet: www.jacabook.it
INDICE

Prefazione 9

Premessa
Riscoperta del simbolismo 13
Simbolismo e psicanalisi 16
Perennità delle Immagini 19
Il piano del libro 23

Capitolo primo
Il simbolismo del « Centro »
Psicologia e storia delle religioni 29
Storia e archetipi 34
L ’Immagine del mondo 38
Il simbolismo del « Centro » 41
Simbolismo dell’ascensione 46
Costruzione di un centro 50

Capitolo secondo
Simbolismi indiani
del Tempo e delTEternità
La'funzione dei miti 55
Miti indiani del Tempo 57
La dottrina degli « Yuga » 60
Tempo cosmico e Storia ¿4

7
Indice

Il « terrore del Tempo » 67


Simbolismo indiano dell’abolizione del Tempo 69
L ’« Uovo infranto » 72
La filosofia del Tempo nel buddismo 74
Immagini e paradossi 76
Tecniche dell’« uscita dal Tempo » 79

Capitolo terzo
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi
Il Sovrano Terribile 85
Il simbolismo di Varuna 88
« Dei legatori » nell’india antica 91
Traci, Germani, Caucasici 94
Iran 97
Paralleli etnografici 98
Magia dei nodi 100
Magia e religione 102
Simbolismo delle « situazioni limite » 107
Simbolismo e storia 108

Capitolo quarto
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie
La Luna e le Acque 113
Simbolismo della fecondità 116
Funzioni rituali delle conchiglie 120
Il ruolo delle conchiglie nelle credenze funerarie 121
La perla nella magia e nella medicina 129
Il mito della perla 132

Capitolo quinto
Simbolismo e storia
Battesimo, diluvio e simbolismi acquatici 135
Immagini archetipe e simbolismo cristiano 143
Osservazioni sul metodo 155

8
PREFAZIONE

Per comporre questo volume a Mircea Eliade è bastato scegliere tra


le sue numerose meditazioni, già pubblicate o ancora inedite: il simbo­
lismo è dappertutto nel pensiero religioso, lo si ritrova in ogni ambito
del pensiero. All’inizio del secolo, ai tempi in cui i maestri degli studi
comparati ritenevano saggio rammendare le vele piuttosto che lanciarsi
in nuove avventure, l’idea stessa di simbolo era alquanto malvista. Gli
antichi abitanti di Creta raffiguravano sui loro muri uno scudo bilobato,
un’ascia bipenne, che sembravano librarsi nell’aria? I Romani conserva­
vano una lancia che vibrava senza che nessuno la toccasse nella Casa del
Re? Altro non erano che uno scudo, un’ascia, una lancia che non riman­
davano a nulla di invisibile: oplolatria pura e semplice. Gli Spartiati
chiamavano Dioscuri due travi parallele? Ciò vuol dire che il « vero »
culto era indirizzato « primitivamente » solo a delle travi, sfruttate, sfi­
gurate « in seguito » da una concezione antropomorfica del « sacro ».
Non siamo più a questo stadio e l’esagerazione, se c’è, va in senso con­
trario: la tendenza sarebbe piuttosto quella di ridurre il bilancio razio­
nale delle religioni incrementandone la spesa simbolica. Eliade, per quel
che lo riguarda, mantiene il giusto mezzo, grazie ad una filologia rigo­
rosa: i suoi non sono saggi di teoria bensì di osservazione.
Due delle monografie raccolte in questo volume riguardano rappre­
sentazioni fondamentali di cui nessuna ideologia può fare a meno: il
centro, con la sua variante nella terza dimensione, lo zenit, grazie a cui
si ordinano e si dispongono gerarchicamente tutte le divisioni, tutti i
valori che interessano una società; il legame, che esprime in primo luo­

9
Prefazione

go in maniera sensibile il fatto che ogni forma di vita, fisiologica, collet­


tiva, intellettuale è un groviglio di rapporti. In poche pagine, eppure
con una messe di esempi ben fissati nel loro contesto, Eliade illustra la
ricchezza di variazioni che si sono ricamate su questi due temi e ne fa
avvertire il carattere unitario. Il saggio sul tempo, limitato—se così si
può dire—all’india immensa, è un esempio della miglior filologia: la
parola KMa designa sia il momento fuggitivo che la durata infinita o ci­
clica, il destino, la morte: il Tempo, cornice e contenuto insieme, con­
cetto e vera e propria persona divina assimilata a dei diversi, è uno de­
gli agenti che meglio si prestano a rivelare le linee direttrici di queste
possenti scuole di pensiero: rapidi e ben documentati, i capitoli in cui
è suddivisa l’indagine esplorano ed illuminano i problemi che tali scuo­
le si sono posti. In apparenza più specialistico, il saggio sui simboli
forniti dalle conchiglie mostra l’immaginazione religiosa all’opera, non
più a partire da un concetto che essa avvolge in vario modo di concre­
tezza, bensì a partire da un elemento materiale che ricollega a concetti
diversi, per cui il fascio delle analogie sembra uscire in questo caso dal
polo sensibile del rapporto: comparse in cerca di dramma. « Simboli­
smo e storia », infine, spiega brevemente, con un riferimento più ac­
centuato alle grandi religioni viventi dell’Ocddente là ragione per cui
le analisi contenute in questo libro e tutte quelle che riempiono l’opera
di Eliade non sono puri giochi dello spirito, bensì rivelano i punti di
aggancio grazie ai quali il singolo individuo e i gruppi umani equilibra­
no e rafforzano il loro pensiero attraverso le movenze della loro espe­
rienza.
È bene che il grande pubblico faccia conoscenza con questa intro­
duzione a una delle ricerche più originali del nostro tempo, la quale ci
ricorda ad ogni istante che il suo autore è stato, e rimane, innanzitutto
uno scrittore e un poeta.

Georges Dumézil
Alla memoria di mio padre
Gheorghe Eliade (1870-1951)
PREMESSA

Riscoperta del simbolismo

Lo stupefacente successo della psicoanalisi ha posto in auge un cer­


to numero di parole-chiave: termini quali immagine, simbolo, simboli­
smo sono ormai entrati nell’uso comune. D ’altro lato le ricerche siste­
matiche svolte intorno al meccanismo della « mentalità primitiva » han­
no rivelato l’importanza del simbolismo per il pensiero arcaico e al
tempo stesso il suo ruolo fondamentale nella vita di qualsiasi società
tradizionale. Il superamento dello « scientismo » in filosofia, la rinascita
dell’interesse religioso dopo la prima guerra mondiale, le molteplici
esperienze poetiche e soprattutto le ricerche del surrealismo (con la ri­
scoperta dell’occultismo, dei romanzi neri, dell’assurdo, ecc.) hanno at­
tirato l’attenzione del grande pubblico, su piani diversi e con risultati
ineguali, sul simbolo inteso come modalità autonoma di conoscenza.
Questa nuova prospettiva rientra nella reazione contro il razionalismo,
il positivismo e lo scientismo del xix secolo e basta da sola a caratteriz­
zare il secondo quarto del xx. La conversione ai diversi simbolismi, tut­
tavia, non è una « scoperta » veramente inedita, merito del mondo mo­
derno: ripristinando il simbolo nella sua funzione di strumento cono­
scitivo esso si è limitato a riprendere un orientamento che in Europa è
stato generale fino al xviii secolo e che è inoltre connaturato alle altre
culture extra europee, siano esse « storiche » (quelle, ad esempio, del­
l’Asia o dell’America centrale) oppure arcaiche e « primitive ».
Si osserverà che l’invasione dell’Europa occidentale ad opera del sim-

13
Premessa

bolismo coincide con la comparsa dell’Asia all’orizzonte della storia,


comparsa cui ha dato l’avvio la rivoluzione di Sun Yat Sen e che si è
affermata soprattutto nel corso degli ultimi anni; sincrónicamente, grup­
pi etnici che fino ad ora avevano partecipato alla grande Storia solo a
sprazzi e per allusioni (vedi gli abitanti dell’Oceania, gli Africani, ecc.)
si preparano a loro volta ad inserirsi nelle grandi correnti della storia
contemporanea e sono già impazienti di costruirla. Questo non significa
che esista un qualche rapporto causale tra l’emergere del mondo « eso­
tico » o « arcaico » all’orizzonte della storia e il rinnovo di interesse
che si constata in Europa nei confronti della conoscenza simbolica. Co­
munque sta di fatto che questo sincronismo è particolarmente felice:
ci si domanda in che modo l’Europa positivista e materialista del xix
secolo avrebbe potuto sostenere il dialogo spirituale con culture « eso­
tiche » che, senza eccezione, si riallacciano tutte a vie di pensiero estra­
nee all’empirismo o al positivismo. £ questa, quanto meno, una ragione
di sperare che l’Europa non rimarrà paralizzata di fronte alle immagini
e ai simboli che, nel mondo esotico, sostituiscono i nostri concetti o li
trasmettono e li prolungano. Colpisce il fatto che di tutta la spiritua­
lità europea moderna due messaggi soltanto interessano realmente i
mondi extra europei: il cristianesimo e il comunismo. Entrambi, in
modo diverso, certo, e su piani nettamente opposti, sono delle soterio-
logie, delle dottrine di salvezza e, di conseguenza, manipolano « simbo­
li » e « miti » su una scala che trova riscontro solo nell’umanità extra
europea!.
Una fortunata congiunzione temporale, dicevamo, ha fatto riscopri­
re all’Europa occidentale il valore gnoseologico del simbolo nel momen­
to in cui non è più sola a « fare la storia », nel momento in cui la cul­
tura europea, se non vuole rinchiudersi in un provincialismo steriliz­
zante, è obbligata a fare i conti con altre vie di conoscenza, con altre
scale di valori che non sono le sue. A questo riguardo tutte le scoper­
te e le mode successive che hanno a che vedere con l’irrazionale, con
l’inconscio, con il simbolismo, con le esperienze poetiche, con le arti

1 Semplifichiamo al massimo poiché si tratta di un aspetto che ci è impos­


sibile affrontare in questa sede. Per quel che riguarda i miti e i simboli soterio-
logici comunisti è evidente che, fatta salva l’élite dirigente marxista e la sua ideo­
logia, le masse dei simpatizzanti sono stimolate e spronate da slogan quali libera­
zione, libertà, superamento dei conflitti sodali, abolizione dello stato sfruttatore e
delle classi privilegiate, ecc., tutti slogan la cui struttura e la cui funzione mitica
non hanno bisogno di dimostrazione.

14
Riscoperta del simbolismo

esotiche e non figurative, ecc. hanno indirettamente aiutato ¡’Occidente


preparandolo a una comprensione più viva e quindi più profonda dei
valori extra europei e, in definitiva, al dialogo con i popoli non euro­
pei. Basti pensare all’atteggiamento dell’etnografo del xix secolo di
fronte al suo « oggetto » e soprattutto ai risultati delle sue investigazio­
ni, per misurare il gigantesco progresso realizzato dall’etnologia nel cor­
so degli ultimi trent’anni. Ài nostri giorni l’etnologo ha colto, contem­
poraneamente all’importanza del simbolismo per il pensiero arcaico, la
sua intrinseca coerenza, la sua validità, la sua audacia speculativa, la sua
« nobiltà ».
Dirò di più: oggi si sta comprendendo una cosa di cui il xix secolo
non poteva avere nemmeno un presentimento, ovvero che il simbolo, il
mito, l’immagine appartengono alla sostanza della vita spirituale, che
è possibile mascherarli, mutilarli, degradarli, ma che non li si estirperà
mai. Varrebbe la pena di studiare la sopravvivenza dei grandi miti per
tutto il xix secolo e si vedrebbe in che modo, umili, sminuiti, condan­
nati a cambiare incessantemente d’insegna, essi abbiano resistito a que­
sta ibernazione, grazie soprattutto alla letteratura2. Così il mito del Pa­
radiso Terrestre è sopravvissuto fino ai nostri giorni nella forma adat­
tata del « paradiso oceaniano »; da centodnquant’anni tutte le grandi
letterature europee hanno celebrato fino alla nausea le isole paradisia­
che del Grande Oceano, santuario di ogni felicità, mentre la realtà era
ben diversa: « paesaggio piatto e monotono, clima malsano, donne
brutte e obese, ecc. ». Anche l’immagine di questo « paradiso oceania­
no » era a prova di qualsiasi « realtà » di natura geografica o altro. Le
realtà oggettive non avevano nulla a che vedere con il « paradiso ocea­
niano », il quale era di ordine teologico: aveva accolto, assimilato e ria­
dattato tutte le immagini paradisiache rimosse dal positivismo e dallo
scientismo. Il Paradiso Terrestre, a cui credeva ancora Cristoforo Co­
lombo (non aveva forse pensato di averlo scoperto!) era diventato, nel
x x secolo, un’isola dell’Oceania, ma la sua funzione nell’ambito dell’e­
conomia della psiche umana rimaneva identica: laggiù, nell’« isola ».
nel « Paradiso », l’esistenza si svolgeva fuori dal Tempo e dalla Storia:
l’uomo era felice, libero, non condizionato; non doveva lavorare per vi­
vere; le donne erano belle, eternamente giovani, nessuna « legge » pe­
sava sui loro amori. Fino alla nudità che ritrovava nell’isola lontana il

2 Impresa esaltante sarebbe il rivelare il vero ruolo spirituale del romanzo


del xix secolo che, ad onta di tutte le «formule» scientifiche, realiste, sociali, è
•tato il grande serbatoio dei miti degradati!

15
Premessa

suo significato metafisico: condizione dell’uomo perfetto, di Adamo pri­


ma del peccatoJ. La « realtà » geografica poteva smentire quel paesag­
gio paradisiaco, donne brutte e obese potevano sfilare davanti ai viag­
giatori: nessuno le vedeva, ciascuno vedeva soltanto l’immagine die
aveva portato con sé.

Simbolismo e psicanalisi

11 pensiero simbolico non è di dominio esclusivo del bambino, dèi


poeta o dello squilibrato, esso è connaturato all’essere umano: precede
il linguaggio e il ragionamento discorsivo. Il simbolo rivela determinati
aspetti della realtà—gli aspetti più profondi—che sfuggono a qualsia­
si altro mezzo di conoscenza. Le im m agini, i simboli, i miti, non sono
creazioni irresponsabili della psiche; essi rispondono a una necessità ed
adempiono una funzione importante: mettere a nudo le modalità più
segrete dell’essere. Ne consegue che il loro studio d permette di cono­
scere meglio l’uomo, 1’« uomo tout court », quello che non è ancora
sceso a patti con le condizioni della storia. Ogni essere storico porta con
sé ima grande parte dell’umanità prima della Storia. Questo dato, certo,
non è mai stato dimenticato, nemmeno ai tempi più inclementi del po­
sitivismo: chi meglio di un positivista poteva sapere che l’uomo è un
« animale », definito e governato da istinti identici a quelli dei suoi fra­
telli, gli animali? Constatazione esatta, però parziale, schiava di un pia­
no di riferimento esclusivo. Oggi si comincia a vedere che la parte anti­
storica di ogni essere umano non affonda, contrariamente a quanto si
pensava nel xix secolo, nel regno animale e, in fin dei conti, nella « Vi­
ta »; anzi, al contrario, devia e si innalza ben al di sopra di essa: que­
sta parte astorica dell’essere umano porta, come una medaglia, l’im­
pronta dèi ricordo di un’esistenza più ricca, più completa, quasi beati­
fica. Quando un essere storicamente condizionato, ad esempio un occi­
dentale dei nostri giorni, si lascia invadere dalla parte non storica di sé
(cosa che gli capita molto più spesso e molto più radicalmente di quan­
to im m agini), ciò non avviene necessariamente per regredire allo stadio
animale dell’umanità, per ridiscendere alle fonti più profonde della vita

3 Abbiamo consacrato <1 simboliimo dell’isola e della nudità nell’opera di


uno dei massimi poeti del x a secolo, Mihail Eminescu, uno studio pubblicato nel
1938 (cfr. il nostro libro Insula lui Eutbanasius, Bucuresti 1943, pp. 5-18).

16
Simbolismo e psicanalisi

organica: molte volte egli ritrova, tramite le immagini e i simboli che


mette in opera, uno stadio paradisiaco dell’uomo primordiale (checché
ne sia dell’esistenza concreta di costui, in quanto questo « uomo primor­
diale » si rivela soprattutto essere un archetipo impossibile da « realiz­
zare » pienamente in una qualsivoglia esistenza umana). Sfuggendo alla
ìua storicità l’uomo non abdica alla propria qualità di essere umano per
perdersi nell’« animalità »; egli ritrova il linguaggio e, a volte, l’espe­
rienza di un « paradiso perduto ». I sogni, le fantasticherie, le immagi­
ni delle sue nostalgie, dei suoi desideri, dei suoi entusiasmi, ecc. sono
tutte forze che proiettano l’essere umano storicamente condizionato in
un mondo spirituale infinitamente più ricco rispetto al mondo chiuso
del suo « momento storico ».
A detta dei surrealisti chiunque può diventare poeta: basta sapersi
abbandonare alla scrittura automatica. Questa tecnica poetica si giustifi­
ca perfettamente in termini psicologici. L ’« inconscio », come viene chia­
mato, è di gran lunga più « poetico »— e, vorremmo aggiungere, più
« filosofico », più « mitico »— della vita cosciente. Non sempre è neces­
sario conoscere la mitologia per vivere i grandi temi mitici. Ben lo san­
no gli psicologi i quali scoprono le più belle mitologie nelle « réveries »
o nei sogni dei loro pazienti. Ché l’inconscio non è tormentato unica­
mente da mostri: è abitato anche dagli dei, le dee, gli eroi, le fate e, del
resto, i mostri dell’inconscio sono anch’essi mitologici, poiché continua­
no ad adempiere alle stesse funzioni che hanno avuto in tutte le mito­
logie; in ultima analisi aiutano l’uomo a liberarsi, a completare la sua
iniziazione.
La brutalità del linguaggio usato da Freud e dai suoi discepoli più
ortodossi ha spesso irritato i lettori benpensanti. Di fatto questa bruta­
lità di linguaggio è il risultato di un malinteso: non era la sessualità in
quanto tale che irritava, ma l’ideologia costruita da Freud sulla « ses-
lualità pura ». Affascinato dalla sua missione—si riteneva il Grande Il­
luminato mentre non era che l’Ultimo Positivista—Freud non poteva
rendersi conto che la sessualità non è mai stata « pura », che in ogni
luogo e in ogni tempo essa è stata una funzione polivalente la cui va­
lenza prima e forse suprema è la funzione cosmologica; che tradurre una
lituazione psichica in termini sessuali non è affatto umiliarla poiché, al-
l’infuori del mondo moderno, la sessualità è stata ovunque e sempre
una ierofania e l’atto sessuale un atto integrale (quindi anche un mezzo
di conoscenza).
L’attrazione provata dal bambino per la propria madre e il suo co­

17
Premessa

rollario, il complesso d’Edipo, sono « scioccanti » solo nella misura in


cui sono tradotti pari pari, invece di essere presentati, come bisogna.
in quanto Immagini. Infatti è vera l’immagine della Madre e non tale
o tal altra madre, hic et nunc, come lasciava intendere Freud. £ l’im ­
magine della Madre che rivela— e solo può rivelare—la sua realtà e fun­
zione, a un tempo cosmologico, antropologico e psicologico4. « Tradur­
re » le Immagini in termini concreti è un’operazione priva di senso: le
Immagini inglobano, certo, tutte le allusioni al « concreto » messe in
luce da Freud, ma il reale che esse si sforzano di esprimere non si la­
scia esaurire da tali riferimenti al « concreto ». L ’« origine » delle Im­
magini è a sua volta un problema senza oggetto: è come se si contestas­
se la « verità » matematica con il pretesto che la « scoperta storica »
della geometria è scaturita dai lavori intrapresi dagli egiziani per la ca­
nalizzazione del delta del Nilo.
Sul piano filosofico questi problemi dell’« origine » e della « vera
traduzione » delle Immagini sono privi di oggetto. Basterà ricordare che
l’attrazione materna, interpretata sul piano immediato e « concreto »
—in quanto desiderio di possedere la propria madre— non vuol dire
nulla di piò di quel che dice; al contrario se si tiene conto del fatto che
si tratta dellTmmagine della Madre, questo desiderio vuol dire contem­
poraneamente molte cose, dal momento che è il desiderio di ritrovare
la beatitudine della Materia vivente non ancora « formata », con tutte
le sue possibili fratture, cosmologica, antropologica, ecc., l’attrazione
che la « Materia » esercita sullo « Spirito », la nostalgia dell’unità pri­
mordiale e, di conseguenza, il desiderio di abolire gli oppósti, le polari­
tà, ecc. Orbene, come si è detto e come mostreranno le pagine che se­
guono, le Immagini sono per loro stessa struttura polivalenti. Se lo Spi­
rito utilizza le Immagini per cogliere la realtà ultima delle cose è pro­
prio perché questa realtà si manifesta in modo contraddittorio ed è
quindi impossibile esprimerla tramite concetti. (Ben si conoscono gli
sforzi disperati delle diverse teologie e metafisiche, sia orientali che oc­
cidentali, volti ad esprimere concettualmente la coincidentia opposito-
rum, modalità dell’essere facilmente, e per altro abbondantemente, e-
spressa attraverso Immagini e simboli). È quindi vera l’immagine in
quanto tale, in quanto fascio di significati, mentre non Io è uno solo dei

4 Il merito più grande di Jung è stato quello di aver superato la psicoanalisi freu­
diana partendo proprio dalla psicologia, e di avere in tal modo ripristinato il si­
gnificato spirituale dell’immagine.

18
Perennità delle Immagini

$uoi significati oppure uno solo dei suoi numerosi piani di riferimento.
Tradurre un’immagine in una terminologia concreta, riducendola ad uno
loltanto dei suoi piani di riferimento, è peggio che mutilarla, significa
annientarla, annullarla in quanto strumento di conoscenza.
Non ignoriamo che in certi casi la psiche fissa un’immagine su un
unico piano di riferimento, il piano « concreto », però questa è già la pro­
va di uno squilibrio psichico. Esistono indubbiamente casi in cui l’im­
magine della Madre non è più che il desiderio incestuoso della propria
madre, ma gli psicologi concordano nel vedere, in una tale interpreta­
tone carnale di un simbolo, il segno di una crisi psichica. Sul piano
itetio della dialettica dell’immagine qualsiasi riduzione esclusiva è aber­
rante. Nella storia delle religioni abbondano le interpretazioni unilate­
rali e di conseguenza aberranti dei simboli. Non si troverà un solo gran­
de (imbolo religioso la cui storia non sia un tragico susseguirsi di « ca­
dute » innumerevoli. Non esiste eresia mostruosa, orgia infernale, cru­
deltà religiosa, follia, assurdità o pazzia magico-religiosa che non sia
« giustificata », nel suo principio stesso, da un’interpretazione errata
—in quanto parziale, incompleta—di un simbolismo grandioso5.

Perennità delle Immagini

Non è f del resto, necessario chiamare in causa le scoperte della psi­


cologia del profondo o la tecnica surrealista della scrittura automatica
per dimostrare il sopravvivere a livello subcosciente, nell’uomo moder­
no, di una mitologia rigogliosa e, a nostro avviso, dotata di una carica
spirituale superiore alla sua vita « conscia ». Non c’è bisogno di ricor­
rere alla poesia o agli psichismi in crisi per confermare l’attualità e la
forza delle Immagini e dei simboli. L ’esistenza più sbiadita rigurgita di
simboli, l’uomo più « realista » vive d’immagini. Per dirlo una volta di
più, e le pagine che seguono lo illustreranno abbondantemente, i sim­
boli non scompaiono mai òaN attualità psichica: possono mutare d’a­
spetto, ma la loro funzione rimane identica, è sufficiente togliere le nuo­
ve maschere sotto cui si dissimulano.
La « nostalgia » più abbietta cela la « nostalgia del paradiso ». Si è
accennato alle immagini del « paradiso oceaniano » che popolano libri

1 Cfr. il nostro Traiti d'Histoire des Religioni, pp. 304s. e passim (tr. it. Trat­
tilo di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1954, 448ss.).

19
Premessa

e film (non c’è forse chi ha affermato che il cinema è la « fabbrica dei
sogni »?). Si possono anche analizzare le immagini liberate improvvisa­
mente da una musica qualsiasi, a volte dalla più volgare delle canzonet­
te e si constaterà che queste immagini esprimono la nostalgia di un
passato mitizzato, trasformato in archetipo e che questo « passato » com­
porta, oltre al rimpianto di un tempo abolito, mille altri significati:
esprime tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, la tristezza
di ogni esistenza che è solo cessando di essere altra cosa, il rimpianto
di non vivere nel paesaggio e nel tempo che la canzone evoca (qualun­
que siano i colori locali o storici: « il buon tempo passato », la Russia
delle balalaike, l’oriente romantico, l’Halti dei film, il milionario ame­
ricano, il principe esotico, ecc.); in fin dei conti il desiderio di qualcosa
di completamente diverso dall’istante presente, qualcosa, in definitiva,
di inaccessibile o di irrimediabilmente perduto: il « Paradiso ».
L ’elemento importante, in queste immagini della « nostalgia del pa­
radiso », è che esse sono sempre più eloquenti rispetto a ciò che potreb­
be esprimere a parole il soggetto che le ha provate. La maggior parte
degli esseri umani, del resto, sarebbero incapaci di raccontarle: non è
che siano meno intelligenti degli altri, tuttavia sta di fatto che accorda­
no meno importanza al nostro linguaggio analitico. Di fatto, se una so­
lidarietà totale del genere umano esiste, essa non può essere percepita
e « attuata » se non a livello delle Immagini (non diciamo del subcon­
scio, poiché nulla prova che non esista anche un transconscio).
Non si è prestata sufficiente attenzione a tali « nostalgie »; in esse
si è voluto riconoscere solo dei frammenti psichici privi di significato:
al massimo ci si trovava d’accordo nel riconoscere che potevano interes­
sare determinate indagini sulle forme di evasione psichica. Orbene, le
nostalgie sono a volte cariche di significati che investono la situazione
stessa dell’uomo: a questo titolo esse si impongono sia al filosofo che
al teologo. Soltanto non le si prendeva sul serio, le si trovava « frivo­
le »: l’immagine del Paradiso Perduto sprigionata all’improvviso da
un’aria di fisarmonica, che argomento di studio compromettente! Que­
sto vuol dire dimenticare che la vita dell’uomo moderno è tutto un bru­
lichio di miti semidimenticati, di ierofanie decadute, di simboli abban­
donati. La dissacrazione interrotta dell’uomo moderno ha alterato il con­
tenuto della sua vita spirituale, ma non ha infranto le matrici della sua
immaginazione: in zone mal controllate sopravvive tutta una scoria mi­
tologica. <
Del resto, la parte più « nobile » della coscienza di un uomo moder- {
Perennità delle Immagini

no è meno « spirituale » di quanto si sia generalmente portati a crede­


re. Una rapida analisi rivelerebbe in questa sfera « nobile » ed « eleva­
ta » della coscienza alcune reminiscenze libresche, molti pregiudizi di
ordine diverso (religioso, morale, sociale, estetico, ecc.), alcune idee pre­
coni tuite sul « senso della vita », sulla « realtà ultima », ecc. Non si
vada là a cercare che fine ha fatto, ad esempio, il mito del Paradiso Per­
duto, l’immagine dell’Uomo perfetto, il mistero della Donna e dell’A-
more, ecc. Tutto ciò e ben altro ancora si trova— e quanto laicizzato,
degradato e truccato!...— nel flusso semi-conscio della più terra terra del­
le esistenze: nelle fantasticherie, nelle malinconie, nel libero gioco del­
le immagini durante le « ore vuote » della coscienza (per la strada nella
metropolitana, ecc.), nelle distrazioni e i divertimenti di ogni sorta.
Solo che, ripetiamo, questo tesoro mitico giace lì, « laicizzato » e « mo­
dernizzato ». A Immagini di questo tipo è successo quel che è accaduto,
come ha mostrato Freud, alle allusioni troppo scoperte a realtà di ordi­
ne sessuale: hanno cambiato « forma ». Per garantirsi la sopravvivenza,
le Immagini si sono fatte « familiari ».
Non per questo è diminuito il loro interesse, poiché queste imma­
gini degradate offrono il punto di partenza possibile per il rinnovamen­
to spirituale dell’uomo moderno. È della massima importanza, pensia­
mo, ritrovare tutta una mitologia, se non una teologia, dissimulata nel­
la vita più « qualunque » dell’uomo moderno: sta a lui risalire la cor­
rente e riscoprire il significato profondo di tutte quelle immagini ap­
passite e di tutti quei miti degradati. Non''ci si venga a dire che queste
teorie non interessano più all’uomo moderno, che esse appartengono a
un « passato di superstizione » fortunatamente liquidato dal xix seco­
lo, che va bene per i poeti, i bambini e la gente die viaggia in metro­
politana rimpinzarsi di immagini e di nostalgia ma, per pietà!, si lasci
che la gente seria continui a pensare e a « fare la storia »: una separa-
■Ione del genere tra « le cose serie della vita » e le « fantasticherie »
non corrisponde alla realtà. L ’uomo moderno è libero di disprezzare le
mitologie, tuttavia dò non gli impedirà di continuare a nutrirsi di miti
decaduti e di immagini degradate. La più terribile crisi storica del mon­
do moderno—la seconda guerra mondiale e tutte le conseguenze che ha
portato con sé e si è trascinata dietro—ha dimostrato a suffidenza che
pensare di sradicare miti e simboli è pura illusione. Anche nella « situa­
tone storica » più disperata (nelle trincee di Stalingrado, nei campi di
concentramento nazisti e sovietici), degli uomini e delle donne hanno
cantato romanze, ascoltato delle storie (sono giunti al punto di sacrifi­

21
Premessa

care una parte della loro magra razione per offrirsi questo piacere) e
quelle storie non facevano che trasmettere dei miti, quelle romanze era­
no cariche di « nostalgie ». Tutta questa parte, essenziale e imprescin­
dibile dell’uomo, che si chiama l 'immaginatone nuota in pieno simboli­
smo e continua a vivere miti e teologie arcaici *.
Sta all’uomo moderno, dicevamo, « risvegliare » questo inestimabi­
le tesoro di immagini che egli porta con sé: risvegliare queste immagi­
ni per contemplarle nella loro verginità e assimilare il loro messaggio.
La saggezza popolare ha espresso a più riprese l’importanza deU’imma-
ginazione per la salute stessa dell’individuo, per l’equilibrio e la ricchez­
za della sua vita interiore. In certe lingue moderne chi è « privo di im­
maginazione » è da compiangere, viene considerato un essere limitato,
mediocre, triste, infelice. Gli psicologi, Jung in primo luogo, hanno mo­
strato fino a che punto i drammi del mondo moderno derivino da un
profondo squilibrio della psiche, sia individuale che collettiva, squilibrio
in buona parte provocato da una sempre più grande sterilizzazione del­
l’immaginazione. « Avere immaginazione » significa godere di ricchez- '
za interiore, di un flusso ininterrotto e spontaneo di immagini. Sponta­
neità, però, non significa invenzione arbitraria. Sul piano etimologico,
« immaginazione » è solidale con imago, « rappresentazione, imitazio­
ne » e con imìtor, « imitare, riprodurre ». Per una volta l’etimologia
rieccheggia sia le realtà psicologiche che la verità spirituale. L ’immagi­
nazione imita dei modelli esemplari—le immagini—li riproduce, li riat­
tualizza, li ripete incessantemente. Avere immaginazione è vedere il
mondo nella sua totalità, giacché è potere e missione delle Immagini
mostrare tutto ciò che rimane refrattario al concetto. Ci si spiega allo­
ra la disgrazia e la rovina di chi « è privo di immaginazione »: un tale
individuo è tagliato fuori dalla realtà profonda della vita e della sua
stessa anima.
Nel ricordare questi principi abbiamo voluto mostrare che lo studio

6 Cfr. le analisi ricche e penetranti svolte da Gaston Bachelard nelle sue opere
dedicate all’« immaginazione della materia »: La psychanalyse du feu, L’Eau et les
Rives, L’Air et les Songes, La Terre et les Rêveries, Paris 1939-1948, 2 voli. Ba­
chelard si basa per lo più sulla poesia e sui sogni, ma sarebbe facile dimostrare
cune i sogni e le immagini poetiche siano il proseguimento di simbolismi sacri e
di mitologie arcaiche. A proposito delle immagini dell’Acqua e della Terra die
tornano in modo ossessivo nei sogni e nelle letterature, cfr. i capitoli sulle ierofa-
nie e i simbolismi acquatici e tellurici nel nostro Traiti d’Histoire des Religions,
pp. 168s., 211s. (ed. it. pp. 193s., 245s.).
Il piano del libro

dei limbolismi non è un lavoro di pura erudizione, che esso interessa,


almeno indirettamente, la conoscenza dell’uomo stesso; in una parola
che esso ha da dire la sua là dove si parla di un nuovo umanesimo o
di una nuova antropologia. Indubbiamente un simile studio sui simbo-
liimi sarà utile solo se svolto in collaborazione. L ’estetica letteraria, la
piicologia, l’antropologia filosofica dovrebbero tener conto dei risultati
raggiunti dalla storia delle religioni, dall’etnologia e dal folklore.
Questo libro si rivolge principalmente agli psicologi e ai critici let­
terari. Più di chiunque altro lo storico delle religioni è qualificato per
far avanzare la conoscenza dei simboli: i suoi documenti sono ad un
tempo più completi e più coerenti rispetto a quelli di cui dispongono lo
psicologo e il critico letterario; essi sono attinti direttamente alle fonti
del pensiero simbolico. Nella storia delle religioni si ritrovano gli « ar­
chetipi », 'laddove psicologi e critici letterari incontrano solo varianti
approssimative.

Il piano del libro

I primi quattro capitoli di questo libro sono stati redatti in epoche


diverse e per pubblici differenziati7. I capitoli primo e secondo sono
corredati da un apparato di note ridotte al minimo; i dossier di mate­
riali su cui si basano erano già costituiti, vuoi nei nostri precedenti la­
vori, vuoi in quelli di altri ricercatori. I capitoli terzo e quarto, invece,
comportano un certo numero di note e rinvìi. I materiali in essi riuniti
coitituiscono da soli utili monografie, indipendentemente dall’interpre-
taaione che ne proponiamo. L ’ultimo capitolo, che funge anche da con­
clusone generale, si presenta a sua volta con un apparato bibliografico
ridotto: l’argomento affrontato era troppo vasto per consentire una
trattazione che fosse a un tempo accuratamente documentata ed estre­
mamente concisa.
Fatta eccezione per quest’ultimo capitolo, i diversi studi che seguo­
no non sono stati composti per essere raccolti in un libro, tuttavia cia-
acuno di essi affrontava, nel pensiero dell’autore, un unico ed identico

1 II capitolo quarto rìsale al 1938 (cfr. Zalmoxis, t. n, pp. 131s); il terzo


è «lei 1946 (cfr. Revue de l'Histoire des Religioni, t. cxxxiv, luglio-dicembre 1947-
1948, pp. 5s.). 11 contenuto dei capitoli primo e secondo ha costituito il tema
tifile nostre conferenze di Ascona nel 1950-1951 (cfr. Eranos-Jahrbuch, t. xix e xx)
• di un articolo pubblicato sul Journal de Psychologie.

23
Premessa

problema: la struttura del simbolismo religioso. Ogni capitolo presenta


un simbolismo, ovvero una famiglia di simboli, sebbene il modo di espo­
sizione possa variare da imo all’altro. Il simbolismo del « Centro », stu­
diato nel primo capitolo costituisce un’ulteriore elaborazione di studi
anteriori ed è esposto in modo sintetico, senza badare minimamente al­
l'intreccio della « storia ». La prima parte di questo capitolo espone per
l'appunto il problema della validità di una tale presentazione d’insieme
del simbolismo e tratteggia sommariamente i rapporti tra psicologia e
storia delle religioni.
Il secondo capitolo analizza il simbolismo del Tempo e dell’« usci­
ta dal Tempo» in un’area cultmale specifica: l’antica India. Il terzo
capitolo affronta il simbolismo dei nodi su due piani complementari:
dopo essersi limitato agli Indo-Europei, utilizzando soprattutto le ri­
cerche di Georges Dumézil, tenta di paragonare questi dati ai simboli­
smi paralleli di altre culture arcaiche. È principalmente in questo capi­
tolo che si misureranno i vantaggi e i limiti sia della ricerca storica che
dell’analisi morfologica e che si comprenderà meglio la necessità di uti­
lizzare in successione questi due metodi complementari. Il quarto capi­
tolo, dedicato a un gruppo di simboli solidali (Luna-Acqua-Fertilità,
ecc.), costituisce una descrizione di tipo morfologico che si prefigge di
mettere in luce delle struttive. L ’ultimo capitolo, infine, riprende i ri­
sultati di tutte queste indagini condotte secondo prospettive diverse e
mira ad un’integrazione sistematica d^l simbolismo magico-religioso.
Lo psicologo sarà interessato principalmente ai primi due capitoli e
a quello conclusivo. Il lettore frettoloso potrebbe evitare di leggere tut­
te le analisi e i rimandi dei capitoli terzo e quarto. Non abbiamo rite­
nuto opportuno sopprimere quelle note: il pericolo degli studi sul sim­
bolismo sta in una generalizzazione precipitata. I profani tendono ad ac­
contentarsi dei primi documenti su cui posano gli occhi e a costruire
interpretazioni audaci di ordine « generale » dei simbolismi. Abbiamo
tenuto a presentare almeno due campioni di analisi dei simboli per sot­
tolineare come, in realtà, le cose siano più complesse e più ricche di sfu­
mature. D’altra parte abbiamo voluto mettere a disposizione degli psi­
cologi e dei critici letterari, o addirittura dei filosofi, alcuni dossier ab­
bastanza nutriti in modo da permettere loro di utilizzarli, al bisogno,
per i loro fini specifici. Non è rato incontrare nei libri degli psicologi
e dei critici letterari ima documentazione storico-religiosa più che insuf­
ficiente francamente sbagliata: i libri da cui attingono i loro materiali
sono, il più delle volte, opera di dilettanti privi di ogni senso critico

24
Il piano del libro

oppure di « teorici » isolati *. I non specialisti ribattono, giustamente,


di non potersi sostituire agli etnologi e agli storici delle religioni, di
non avere i mezzi né il tempo di intraprendere ricerche di ampio respi­
ro e di essere, di conseguenza, costretti ad accontentarsi delle opere
• generali » che hanno sotto mano. Sfortuna vuole che, il più delle vol­
te, i non specialisti cadono sulle <c opere generali » più mediocri e,
quando hanno più fortuna, più di una volta capita che leggano male o
troppo in fretta.
Per questo abbiamo resistito alla tentazione di sopprimere l’appara­
to bibliografico: magari certi non specialisti sentiranno il bisogno di
prendere personalmente contatto con la massa di opere di etnologia e di
itoria delle religioni, invece di cibarsi delle elucubrazioni pietose e
•orpassate dei dilettanti o dei « teorici » che si sono preoccupati soprat­
tutto di illustrare le loro spiegazioni generali. La letteratura psicologi­
ca e in particolar modo la produzione psicoanalitica, ha familiarizzato
Il lettore con prolisse esposizioni di <c casi » singoli. Spesso si consacra­
no intere pagine alla narrazione dettagliata dei sogni e delle fantasti­
cherie di certi pazienti. In Inghilterra è stato pubblicato un volume di

• Freud ha ritenuto di essere in grado di scoprire 1’« origine» delle religioni


imI complesso d’Edipo nato da un parricidio primordiale, parricidio ritualmente
ripetuto nei «sacrifici totemici». Egli elaborò la sua teoria—che sembra godere
tncora dell’approvazione degli psicanalisti—nel 1911-1912, utilizzando l’ipotesi
dall'« orda primordiale » di Atkinson e quella dei « sacrificio-comunione totemica »
ili Robertson-Smith. Nel momento in cui Freud elaborava la sua spiegazione del
Mntiinento religioso e immaginava di aver trovato ¡’«origine» delle religioni, le
ilu« ipotesi citate sopra non godevano più di alcun credito presso gli etnologi e
gli storici delle religioni competenti. Sebbene Freud avesse letto Frazer e cono-
wmm le conclusioni a cui era giunto, ovvero la non universalità del totemismo
In quanto fenomeno sodo-religioso (esso è sconosduto in molte tribù « primitive »)
• l'estrema rarità dd « sacrifìci-comunione totemid » (soltanto quattro casi—per
•li più accertati in modo ineguale—su svariate centinaia di tribù totemiche!),
Totem e tabù usci egualmente nel 1913 e da allora il libro ha continuato ad essere
ristampato e tradotto in varie lingue... (Si potrebbe invocare, a discolpa di Freud,
l'uscita nel 1912 del famoso libro di Emile Durkheim, Le forme elementari detta
fifa religiosa, opera preziosa da vari punti di vista, quasi geniale a volte, ma in-
msciosamente priva di base. Durkheim, pur essendo considerevolmente meglio
informato, cadeva nello stesso errore di metodo, sforzandosi di trovare nel tote-
miimo 1’« origine » delle religioni. Questo eminente maestro avrebbe guadagnato
■ tener conto dd lavori dd suoi colleghi etnologi ed antropologi che già avevano
dimostrato a suffidenza che il totemismo non rappresenta lo strato più antico delle
Htigioni australiane e, meglio ancora, che esso è assente in gran numero di culture
»miche disperse attraverso il mondo).

25
Premessa

settecento pagine sulla « mitologia dei sogni » di un singolo individuo.


Gli psicologi concordano nel ritenere indispensabile la presentazione
m extenso di ogni « caso » particolare, e quando si rassegnano a con­
densare lo fanno quasi sempre a malincuore* il loro ideale sarebbe
quello di pubblicare i dossier nella loro totalità. A maggior ragione bi­
sogna procedere allo stesso modo per lo studio di un simbolismo: lo si
dovrà presentare nelle grandi linee, ma anche con le sue sfumature, le
sue varianti, le sue esitazioni.
Il problema centrale, quello più arduo, rimane, evidentemente, quel­
lo dell’interpretazione. In teoria si può sempre mettere in questione la
validità di un’ermeneutica. Tramite una molteplicità di sovrapposizio­
ni, attraverso affermazioni chiare (testi, riti, monumenti figurati) e allu­
sioni velate, si può dimostrare con pezze all’appoggio che cosa « vuol
dire » questo o quel simbplo. Si può tuttavia anche porre il problema
in un altro modo: coloro che utilizzano i simboli si rendono conto di
tutte le implicazioni teoriche in essi insite? Quando, ad esempio, stu­
diando il simbolismo dell’Albero Cosmico diciamo che questo Albero
d trova nel « Centro del Mondo », vuol forse dire che tutti gli indivi­
dui’appartenenti a società che conoscono simili Alberi Cosmici sono pa­
rimenti coscienti del simbolismo integrale del « Centro »? La validità
del simbolo in quanto forma di conoscenza, tuttavia, non dipende dal
grado di comprensione di questo o quell’individuo. Testi e monumenti
figurati ci dimostrano ampiamente che, almeno per certi individui di
una società arcaica, il simbolismo del « Centro » era trasparente nella
sua totalità; il resto della società si limitava a « partecipare » al simbo­
lismo. È del resto difficoltoso precisare i limiti di una tale partecipazio­
ne: essa varia in funzione di un numero indeterminato di fattori. Si
può solo dire che l’attualizzazione di un simbolo non è meccanica: essa
è in relazione con le tensioni e con le alternanze della vita sociale, in
ultima istanza con i ritmi cosmici.
Tutte le eclissi o le aberrazioni che può subire un simbolismo per
il fatto stesso di essere vissuto non intaccano, comunque, la validità
della sua ermeneutica. Per mutuare un esempio da un altro ordine di
realtà: è forse indispensabile per giudicare il simbolismo della Divina
Commedia andare a vedere quel che i milioni di lettori diffusi in tutto
il globo capiscono alla lettura di questo libro difficile, o bisogna piutto-'
sto capire quel che Dante stesso ha sentito e pensato scrivendolo? Quan­
do si tratta di un’opera poetica più libera, voglio dire che dipende più
direttamente dall’« ispirazione », ad esempio la produzione dei roman-

26
Il piano del libro

Uri tedeschi, non è nemmeno lecito fermarsi a quel che gli autori pen-
Mvuno delle loro stesse creazioni per interpretare il simbolismo impli-
• Ho in esse. È un fatto che il più delle volte un autore non esaurisce il
lignificato della sua opera. I simbolismi arcaici riappaiono spontanea­
mente perfino nelle opere di autori « realisti » che ignorano tutto di tali
«Imboli.
D'altronde questa controversia circa i limiti legittimi dell’ermeneu-
ilm dei simboli è del tutto vana. Si è visto che i miti si degradano e i
•Imboli si secolarizzano ma non scompaiono mai, nemmeno nella civil­
tà più positivista, quella del xix secolo. I simboli e i miti vengono da
i toppo lontano: fanno parte dell’essere umano ed è impossibile non ri­
trovarli in qualsiasi situazione esistenziale dell’uomo nel Cosmo.

Teniamo a ringraziare qui ancora una volta il nostro maestro e ami-


ii», Georges Dumézil, professore al Collège de France, il quale ha avu­
to In gentilezza di leggere e di correggere una prima stesura del terzo
• «(titolo e di ringraziare in modo particolare il nostro caro amico, il dot­
tor Jean Gouillard, che ha avuto l’amabilità di correggere il resto del
umiioscritto.

Parigi, maggio 1952


j
Capitolo primo
IL SIMBOLISMO DEL «C E N T R O »

Psicologia e storia delle religioni

Molti sono i profani che invidiano la vocazione dello storico delle


ttllgloni. Può esserci occupazione più nobile e più ricca sul piano spiri-
iitale che la frequentazione dei grandi mistici di tutte le religioni, che
vivare in mezzo ai simboli ed ai misteri, leggere e comprendere i miti
•il tutte le nazioni? I profani immaginano che uno storico delle religio­
ni «la di casa, indifferentemente, tra i miti greci e tra quelli egiziani,
»ha il tenta a suo agio nel messaggio autentico del Budda, nei misteri
IMiliti ovvero nei riti segreti di iniziazione delle società arcaiche. I
profani non hanno forse interamente torto nelTimmaginare lo storico
titile religioni sollecitato dai grandi, dai veri problemi, intento a deci­
frar* i simboli più grandiosi e i miti più complessi e sublimi nell’im-
mania massa di fatti che gli si offre. Di fatto, però, la situazione è del
lullo diversa. Moltissimi storici delle religioni sono talmente assorbiti
All loro studi specialistici che sui miti greci o egiziani, sul messaggio di
Sudda, sulle tecniche taoiste o sciamanistiche non sanno granché più di
quanto ne sappia un amatore che sia stato capace di orientare opportu­
namente le sue letture. Nella loro grande maggioranza hanno una vera
familiarità soltanto con un settore misero e ristretto dell’immenso cam­
pi) della storia delle religioni. Sfortunatamente perfino questo settore
mal modesto è, il più delle volte, sfruttato superficialmente: decifra-
mtnto, edizione e traduzione di testi; saggi di cronologia e studio di in­

29
Il simbolismo del « Centro »

fluenze; monografia storica o repertorio di monumenti e via di segui*


to. Relegato ad un argomento necessariamente limitato, lo storico del­
le religioni ha spesso la sensazione di avere sacrificato la bella carriera
spirituale sognata in giovinezza a un dovere di onestà scientifica. j
L ’eccesso di onestà scientifica di questa produzione, tuttavia, ha fi-|
nito per alienarle il pubblico colto. A parte rarissime eccezioni, gli sto­
rici delle religioni non vengono letti al di fuori della cerchia ristretta
dei loro colleghi e dei loro discepoli. Il grande pubblico non legge più
i loro libri, vuoi perché sono troppo tecnici, vuoi perché sono noiosi; J
in fin dei conti essi non presentano alcun interesse spirituale. A forza
di sentirsi ripetere, come ha fatto per circa ventimila pagine sir James <
Frazer, che tutto ciò che l’uomo delle società arcaiche ha pensato, im­
maginato o desiderato, tutti i suoi miti e i suoi riti, tutte le sue divi­
nità e le sue esperienze religiose, sono soltanto un ammasso mostruoso
di follie, di pratiche crudeli e di superstizioni, felicemente abolite dal
progresso razionale dell’uomo, a forza di sentir dire quasi sempre la
stessa cosa, il pubblico ha finito per lasciarsi convincere ed ha smesso
di interessarsi allo studio obiettivo della storia delle religioni. Almeno
una parte di questo pubblico si sforza di soddisfare la sua legittima cu
riosità leggendo pessimi libri sui misteri delle Piramidi, sui miracoli
dello Yoga, sulle « rivelazioni primordiali * o sull’Atlantide—si interes­
sa insomma all’orripilante letteratura dei dilettanti, dei neo-spirituali­
sti o degli pseudo-occultisti.
In certa misura i responsabili di ciò sono tra noi, tra gli storici del­
le religioni. A tutti i costi abbiamo voluto presentare una storia ogget­
tiva delle religioni, senza renderci sempre conto che ciò che battezza­
vamo oggettività, seguiva le mode di pensiero del nostro tempo. Da
quasi un secolo ci sforziamo di erigere la storia delle religioni a discipli­
na autonoma e non ci siamo riusciti; la storia delle religioni continua
ad essere confusa, come tutti sanno, con l’antropologia, con l’etnologia,
con la sociologia, con la psicologia religiosa e perfino con l’orientalisti«
ca. Volendo ad ogni costo ottenere il prestigio di una « scienza », li
storia delle religioni ha subito a sua volta tutte le crisi dello spiritc
scientifico moderno: gli storici delle religioni sono stati via via positivi
sti, empiristi, razionalisti o storicisti, e c’è chi non ha smesso di esser
lo. Dirò di più, nessuna delle mode che hanno successivamente domi
nato la storia delle religioni, nessuna delle spiegazioni globali e siste
matiche proposte per il fenomeno religioso, è stata l’opera di uno sq
rico delle religioni: esse provengono tutte da ipotesi elaborate da lii

30
Psicologia e storia delle religioni

guitti, antropologi, sociologi o etnologi eminenti e accettate, a poco a


|hmx), da tutti, storici delle religioni compresi.
Al giorni nostri la situazione si presenta in questi termini: progres­
si coniiderevole neU’informazione, al prezzo di una specializzazione ec-
iMilva e addirittura di un parziale sacrificio della nostra vocazione (dal
momento che la maggior parte degli storici delle religioni sono diven-
i«tl degli orientalisti, dei classicisti, degli etnologi, ecc.); dipendenza
dal metodi elaborati dalla storiografia e dalla sociologia moderna (co­
me ic lo studio storico di un rito fosse del tutto identico alla storia di
un dato paese o alla monografia su un dato popolo primitivo). Si è tra-
mtirato, insomma, un fatto essenziale: nell’espressione « storia delle re­
ligioni * l’accento non deve cadere sulla parola storia, bensì sulla paro­
la rtiigione. Infatti mentre numerosi sono i modi di praticare la storia
della noria delle tecniche alla storia del pensiero umano—ne esiste uno
miUi per accostarsi alla religione ed è quello di prendere in esame i fat­
ti religiosi. Prima di fare la storia di qualcosa è importante compren-
■Ifrf quella data cosa, in se stessa, e per se stessa. Per questo vale la pe­
na «egnalare qui l’importanza dell’opera del professor van der Leeuw
■I** tanto ha fatto per la fenomenologia della religione e le cui nume-
hm« e brillanti pubblicazioni hanno suscitato nel pubblico colto un rin­
novato interesse per la storia delle religioni in genere.
In modo indiretto lo stesso interesse è stato risvegliato dalle sco­
lane della psicoanalisi e della psicologia del profondo, in primo luogo
tUII'opera del professor Jung. In effetti si èljen presto notato che il cam­
ini enorme della storia delle religioni costituiva una miniera inesauribi­
le di clementi di confronto con il comportamento della psiche indivi­
duale o collettiva, comportamento che costituisce l’oggetto di studio di
(MÌttilogi e analisti. Tutti sanno che l’utilizzo di simili documenti socio-
tellgloii da parte di psicologi non sempre ha ottenuto l’adesione degli
illirici delle religioni. Esamineremo tra poco le obiezioni che sono state
«tllcvate contro accostamenti di questo tipo, spesso, in effetti, assai az­
zardati. Diciamo subito, però, che se gli storici delle religioni avessero
affrontato il loro oggetto di studio in tuia prospettiva più spirituale, se
li fowero sforzati di andare più a fondo nel simbolismo religioso arcai­
ca, un gran numero di interpretazioni psicologiche o psicoanalitiche, che
occhi degli specialisti appaiono eccessivamente leggere, non sareb-
turo itate formulate. Gli psicologi hanno trovato nei nostri libri ma-
Urlili eccellenti, ma raramente spiegazioni in profondità, e sono stati
•pinti a compensare questa lacuna sostituendosi agli storici delle reli­

31
Il simbolismo del « Centro »

gioni e formulando ipotesi complessive troppo spesso avventate.


In due parole le difficoltà che oggi si devono superare sono le se­
guenti: a) da un lato, l’opzione a favore del prestigio che deriva da una
storiografia oggettiva, « scientifica », ha costretto la storia delle religio­
ni a far fronte alle obiezioni che possono essere mosse allo storicismo
in quanto tale; b) d’altro lato, essa si vede altresì costretta a racco­
gliere la sfida che le viene mossa dalla psicologia in genere, e in primo
luogo dalla psicologia del profondo la quale, cominciando a lavorare
direttamente sui materiali storico-religiosi, propone ipotesi di lavoro
più felici, più feconde o, in ogni caso, di risonanza maggiore che non
quelle correnti tra gli storici delle religioni.
Per meglio intendere queste difficoltà, veniamo al tema di questo
studio: il simbolismo del « Centro ». Uno storico delle religioni ha il
diritto di chiederci: cosa intendete con questa espressione? di quali sim­
boli si tratta? di quali popoli e di quali culture? E lo storico delle reli­
gioni magari aggiungerà: sapete bene che l’epoca di Tylor, di Man-
nhardt e di Frazer è sorpassata; oggi non è più lecito parlare dei miti
e dei riti « in genere », dell’unità delle reazioni dell’uomo primitivo ne
confronti della Natura. Nozioni generali di questo tipo sono delle astra
zioni, così come sono astrazioni quelle relative all’« uomo primitivo )
in genere. Il dato concreto è il fenomeno religioso che si manifesti
nella storia e attraverso la storia. E, per il semplice fatto di manifestar­
si nella storia, è da essa limitato, condizionato. Che senso potrebbe quin­
di avere nella storia delle religioni una formula come, ad esempio, la
preparazione rituale all’immortalità? Bisogna immediatamente precisa­
re di quale immortalità si tratta. A priori, infatti, non è sicuro che l’u­
manità, nel suo insieme, abbia avuto spontaneamente l’intuizione c
nemmeno il desiderio dell’immortalità. Parlare del « simbolismo de
Centro ». Con che diritto, in qualità di storico delle religioni? È lecite
generalizzare così alla leggera? Bisognerebbe piuttosto cominciare col
chiedersi: in che cultura e a seguito di quali eventi storici si è cristal*
lizzata l’idea religiosa del « Centro » o quella dell’immortalità? In che
modo si integrano o si giustificano simili nozioni nell’ambito del siste­
ma organico di tale o di tal altra cultura? In che modo si sono diffuse
e attraverso quali popoli? Dopo aver risposto a tutte queste domandi
preliminari si avrà il diritto di generalizzare e di sistematizzare, di par
lare, in genere, dei riti d’immortalità o dei simboli del « Centro ». Al
trimenti farete della psicologia o della filosofia, o anche della teologi»
non della storia delle religioni. ?

32
Psicologia e storia delie religioni

Sono del parere che tutte queste obiezioni siano giustificate e, in


putrito storico delle religioni, intendo tenerne conto. Tuttavia non le
ritengo insormontabili. So perfettamente che abbiamo a che fare con
fenomeni religiosi e, per il semplice fatto che sono fenomeni, owerossia
«ha li manifestano, si rivelano a noi, sono coniati come una medaglia
«tu! momento storico che li ha visti nascere. Non esiste il fatto religio­
ni « puro », fuori dalla storia, fuori dal tempo. Il messaggio religioso
(•Iti nobile, la più universale delle esperienze mistiche, il comportamen­
to più generalmente umano— ad esempio il timore religioso, il rito, la
preghiera—si singolarizzano e si delimitano nel momento stesso in cui
•I manifestano. Quando il figlio di Dio si incarnò e divenne Cristo, fu
HMtretto a parlare aramaico, non potè far diversamente che comportar­
ti come un ebreo del suo tempo—e non come uno yogi, un taoista o
imo «riamano. Il suo messaggio religioso, per quanto universale, era
Mitulizionato dalla storia passata e contemporanea del popolo ebraico.
H* Il Figlio di Dio fosse nato in India, il suo messaggio orale avrebbe
•limito conformarsi alla struttura delle lingue indiane e alla tradizione
(lorica e preistorica di quell’insieme di popoli.
In questa presa di posizione ben si riconosce tutto il progresso spe-
Milmlvo realizzato dal tempo di Kant—il quale deve essere considerato
un precursore dello storicismo-fino agli ultimi filosofi storicisti o esi-
«tpn/.ialisti. L ’uomo, in quanto essere storico, concreto, autentico è « in
ili unione ». La sua esistenza autentica si realizza nella storia, nel tem-
|m>, nel suo tempo— che non è il tempo di suo padre. Non è neppure il
tempo dei suoi contemporanei di un altro continente o anche di un al­
tro paese. In questo caso in nome di che cosa si parla del comportamen­
to dell’uomo in generale? Questo uomo in generale è un’astrazione e
nuli* più: esiste in virtù di un malinteso dovuto all’imperfezione della
noitra lingua.
Non è questa la sede per affrontare la critica filosofica dello storici-
iino e dell’esistenzialismo storicista. Tale critica già è stata fatta e da
tutori più competenti di noi. Osserviamo di passaggio che il condizio­
namento storico della vita spirituale dell’uomo riprende, a un livello di-
m »o e con altri mezzi dialettici, le teorie oggi un po’ decadute dei con-
illulonamenti geografici, economici, sociali, persino fisiologici. Tutti so­
no d’accordo nel riconoscere che, dal momento che un fatto spirituale
♦ un fatto umano esso è di necessità condizionato da tutto ciò che con­
nine a fare un uomo, dall’anatomia e la fisiologia fino al linguaggio.
In nitri termini un fatto spirituale presuppone l’essere umano integra­

33
Il simbolismo del « Centro »

le, vale a dire sia l’entità fisiologica che l’uomo sociale, quello econo­
mico e via di seguito. Tutti questi condizionamenti, però, non arrivano,
da soli, ad esaurire la vita spirituale.
Ciò che distingue lo storico delle religioni da uno storico puro e
semplice è il fatto che egli si trova davanti dati che, per quanto storici
rivelano un comportamento che va ben al di là dei comportamenti sto­
rici dell’essere umano. Se è ben vero che l’uomo si trova sempre « in
situazione », ciò— non vuol dire che questa situazione sia sempre sto­
rica, cioè condizionata esclusivamente dal momento storico a lei con­
temporaneo. Oltre alla sua condizione storica l’uomo integrale conosce
altre situazioni, conosce, ad esempio, lo stato di sogno, o di sogno ad
occhi aperti, oppure di malinconia e di distacco, o di beatitudine este­
tica, o di evasione, ecc.— e tutti questi stati non sono « storici », seb­
bene essi siano altrettanto autentici e importanti per l’esistenza uma­
na quanto lo è la sua situazione storica. L ’uomo conosce, d’altronde,
svariati ritmi temporali e non soltanto il tempo storico, cioè il tempo
che gli è proprio, la contemporaneità storica. Basta che ascolti della buo­
na musica, o che si innamori o che preghi, ed esce dal presente storico
per ritrovare il presente eterno dell’amore e della religione. Basta ad­
dirittura che apra un romanzo o assista a una rappresentazione teatrale
per ritrovare un ritmo temporale diverso— quel che si potrebbe defi­
nire il tempo contratto— che non è, in ogni caso, quello del tempo sto­
rico. Troppo presto si è giunti alla conclusione che l’autenticità di un’e­
sistenza dipende esclusivamente dalla coscienza della propria storicità.
Tale coscienza storica svolge un ruolo assai modesto nella coscienza
umana, per non parlare delle zone dell’inconscio appartenenti anch’es-
se all’essere umano integrale. Più una coscienza è desta, più essa su­
pera la sua storicità: ci basti ricordare i mistici e i saggi di ogni tempo,
in primo luogo quelli dell’Oriente.

Storia e archetipi

Lasciamo comunque da parte le obiezioni che potrebbero venir mos­


se allo storicismo e all’esistenzialismo storicista e torniamo al nostro
problema, ovvero ai dilemmi dello storico delle religioni. Costui, dice­
vamo, dimentica troppo spesso di aver a che fare con un comportamen­
to umano arcaico e integrale e che il suo ruolo, quindi, non dovrebbe
ridursi alla registrazione delle manifestazioni storiche di tale comporta•

34
Storia e archetipi

minio-, egli dovrebbe impegnarsi, inoltre, a penetrarne più in profondi­


tà 1 significati e le articolazioni. Prendiamo un solo esempio: oggi sap­
piamo che certi miti e certi simboli hanno circolato per il mondo, diffu-
•I da determinati tipi di cultura; equivale a dire che questi miti e que­
lli limboli non sono perciò delle scoperte spontanee dell’uomo arcaico,
piuttosto creazioni di un complesso culturale ben delimitato, elaborato
• immesso da talune società umane; tali creazioni hanno avuto diffu­
sone in zone molto lontane dal loro focolare originale e sono state as-
•Imllate da popoli e società che altrimenti non le avrebbero conosciute.
Ritengo che una volta studiati quanto più rigorosamente possibile
I rapporti tra determinati complessi religiosi e determinate forme di cul­
tura, e individuate precisamente le tappe di diffusione di questi com­
pitili, l’etnologo ha tutto il diritto di dichiararsi soddisfatto dei risul­
tili I delle sue ricerche. Non così, invece, per lo storico delle religioni:
incettati e integrati i risultati dell’etnologia egli deve porsi ulteriori
problemi: perché è potuta avvenire la diffusione di un dato mito o di
un dato simbolo? Che cosa essi rivelavano? Perché determinati dettagli
anche molto importanti—vanno persi nel corso della diffusione, men­
tre altri continuano a sopravvivere? In fin dei conti: a quale esigenza
Mipondono tali miti e simboli per aver avuto una simile diffusione? Que­
ll Ioni del genere non devono essere abbandonate agli psicologi, ai so-
rlnlogi e ai filosofi, dal momento che nessuno meglio dello storico del­
le religioni ha la preparazione per risolverle.
Basta prendersi la briga di studiare il problema per constatare che
I ilmboli, i miti e i riti, acquisiti per diffusione o spontaneamente sco­
perti, rivelano sempre una situazione-limite dell’uomo e non unicamen­
te una situazione storica; situazione-limite è dire quella che l’uomo sco­
pre prendendo coscienza del suo posto nell’Universo. È soprattutto con
l'elucidazione di tali situazioni-limite che lo storico delle religioni adem­
pie «1 suo compito e si riallaccia alle ricerche della psicologia del pro­
fondo e anche della filosofia. Questo studio è possibile e, del resto, è già
italo iniziato. La psicologia del profondo, attirando l’attenzione sulla
Kiprivvivenza dei simboli e dei temi mitici nella psiche dell’uomo mo-
ticrno, mostrando che la riscoperta spontanea degli archetipi del simbo-
llimo arcaico è cosa comune a tutti gli esseri umani, senza differenze di
ratta e di ambiente storico, ha fatto crollare le ultime esitazioni dello
ilorlco delle religioni. Tra un istante forniremo alcuni esempi della ri­
coperta spontanea di un simbolismo arcaico e vedremo ciò che essi pos­
tomi insegnare a uno storico delle religioni.

35
Il simbolismo del « Centro »

Si vedono già, tuttavia, le prospettive che si aprirebbero alla storia


delle religioni se essa sapesse trarre profitto da tutte le sue scoperte e
da quelle dell’etnologia, della sociologia e della psicologia del pro­
fondo. Nel prospettare k> studio dell’uomo non solo quale essere stori­
co, ma altresì quale simbolo vivente, la storia delle religioni potrebbe
diventare, ci si passi il termine, una meta-psicoanalisi. Essa condurreb­
be, infatti, ad un risveglio e ad una nuova presa di coscienza dei sim­
boli e degli archetipi arcaici, viventi o fossilizzati nelle tradizioni reli­
giose dell’intera umanità. Ci siamo arrischiati ad usare il termine di me-
tapsicoanalisi poiché si tratta di una tecnica più spirituale, tesa piutto­
sto a chiarire il contenuto teorico dei simboli e degli archetipi, a ren­
dere trasparente e coerente dò che è « allusivo », criptico o frammen­
tario. Si potrebbe anche parlare di una nuova maieutica; al pari di So­
crate che, come si legge nel Teeteto (149as., 161e), faceva partorire al­
lo spirito pensieri che esso conteneva senza saperlo, la storia delle reli­
gioni potrebbe dare alla luce un uomo nuovp, più autentico e completo,
ché, attraverso lo studio delle tradizioni religiose, l’uomo moderno ri­
troverebbe non soltanto un comportamento arcaico, ma prenderebbe al­
tresì coscienza della ricchezza spirituale che un comportamento del ge­
nere implica.
Questa maieutica realizzata con l’aiuto del simbolismo religioso con­
tribuirebbe anche a liberare l’uomo moderno dal suo provincialismo cul­
turale e soprattutto dal relativismo storicista ed esistenziale, giacché,
come vedremo, l’uomo si oppone alla storia anche quando si impegna a
farla, anche quando pretende di non essere altro che « storia ». E nella j
misura in cui l’uomo supera il suo momento storico e dà libero corso]
al suo desiderio di rivivere gli archetipi, egli si realizza in quanto esse­
re integrale, universale. Nella misura in cui si oppone alla storia, l’uo­
mo moderno ritrova le posizioni archetipiche. Anche il suo sonno, le
sue stesse tendenze orgiastiche, sono carichi di significato spirituale.
Per il semplice fatto di ritrovare nel cuore del suo essere i ritmi cosmi-
ri—l'alternanza del giorno e della notte, ad esempio, oppure dell’inver­
no e dell’estate—egli giunge ad una conoscenza più totale del suo de­
stino e del suo significato.
Sempre con l’ausilio della storia delle religioni, l’uomo moderno po­
trebbe ritrovare il simbolismo del proprio corpo, che è un antropo­
cosmo. Ciò die hanno realizzato al riguardo le diverse tecniche dell’im­
maginazione ed in special mondo le tecniche poetiche non è quasi nulla
a fronte delle promesse della storia delle religioni. Sono dati che tutd

36
Storia e archetipi

ancora persistono nell’uomo moderno: si tratta solo di ridar loro vita


* di portarli alla soglia della coscienza. L ’uomo moderno, riprendendo
toirienza del proprio simbolismo àntropocosmico—che non è altro che
•ut* variante del simbolismo arcaico—otterrà una nuova dimensione
»•iitcniiale, totalmente ignorata dall’esistenzialismo e dallo storicismo
attuali: è un modo di essere autentico ed adulto che lo protegge dal ni-
i hllU'mo e dal relativismo storicistico senza per questo sottrarlo alla
•lori». La storia stessa, infatti, potrebbe un giorno trovare il suo vero
lignificato: quello di epifania di una condizione umana gloriosa ed as­
sillila. È sufficiente ricordare a che punto la religione giudeo-cristiana
li* valorizzato l’esistenza storica, per rendersi conto in che modo e in
t hr lenso la storia potrebbe diventare « gloriosa », « assoluta » addirit-
luta.
Non è dato pretendere, evidentemente, che lo studio ragionato del­
la «toria delle religioni debba o possa sostituirsi all’esperienza religiosa
In quanto tale e ancor meno all’esperienza della fede. Tuttavia, anche
jier una coscienza cristiana, la maieutica per il tramite del simbolismo
arcaico porterà i suoi frutti. Il cristianesimo ha ereditato una tradizio­
ne religiosa molto antica e complessa, le cui strutture sono soprawissu-
i* all'interno della Chiesa, anche se sono mutati i valori spirituali e gli
urlentamenti teologici. Ad ogni modo nulla di tutto ciò che, attraverso
il (x)imo, manifesta la Gloria—per parlare in .termini cristiani—può
liM'iare indifferente un credente.
Infine lo studio ragionato delle religioni metterà in luce un fatto a
i ili fino ad oggi è stata prestata attenzione insufficiente: l’esistenza di
una logica del simbolo, il fatto che determinati gruppi di simboli si ri­
velano coerenti, logicamente collegati tra di loro1, che è possibile, in
hm parola, formularli sistematicamente, tradurli in termini razionali.
Queita logica interna dei simboli pone un problema gravido di conse­
guenze: determinate zone dell’inconscio individuale o collettivo sono
•luminate, a loro volta, dal logos, oppure ci troviamo davanti a manife-
tuiloni di un transconscio? £ questo un problema che non potrebbe es­
tere risolto unicamente dalla psicologia del profondo, in quanto i sim­
u lim i che la decifrano sono costituiti, nella maggior parte dei casi, da
frammenti sparsi e da manifestazioni di una psiche in crisi o addirittu­
ra In regressione patologica. Per sorprendere le vere strutture e funzio­
ni dei simboli bisogna rivolgersi all’inesauribile repertorio della storia

* Cfr. più sotto il Capitolo terzo: Il « dio legatore» e U simbolismo dei nodi.

37
Il simbolismo del «< Centro *

delle religioni. Ed anche qui si tratta sempre di saper scegliere in quan­


to i nostri documenti presentano molto spesso forme decadenti, aber­
ranti o francamente mediocri. Se si vuol approdare ad una comprensio­
ne adeguata del simbolismo religioso arcaico si è costretti ad operare una
scelta, così come, per farsi un’idea di una letteratura straniera, non si
prendono a casaccio i primi dieci o i primi cento libri che capita di tro­
vare in una qualsiasi biblioteca pubblica. C’è da sperare che gli storici
delle religioni faranno un giorno un lavoro di ordinamento gerarchico
dei loro documenti, tenendo conto del loro valore e del loro stato, ana­
logamente a quanto fanno i loro colleghi storici delle letterature. Ma,
ancora una volta, siamo solo all’inizio.

L ’Immagine del mondo

Le società arcaiche e tradizionali concepiscono il mondo circostante


come un microcosmo. Ai limiti di questo mondo chiuso comincia l’am­
bito dell’ignoto, del non formato. Da una parte c’è lo spazio cosmiciz-
zato, in quanto abitato e organizzato, dall’altra, all’esterno di questo ’
spazio familiare, si stende la regione sconosciuta e temibile dei demoni,
delle larve, dei morti, degli stranieri; in una parola il caos, la morte, la
notte. Questa immagine di un microcosmo-mondo abitato, circondato
da regioni desertiche assimilate al caos e al regno dei morti, è soprav­
vissuta anche nelle civiltà molto evolute, come la Cina, la Mesopotamia
e l’Egitto. In effetti un gran numero di testi assimilano gli avversari
che attaccano il territorio nazionale alle larve, ai demoni o alle forze del
caos. Così gli avversari del Faraone erano considerati « figli della rovi­
na, lupi, cani » ecc. Il Faraone veniva assimilato al dio Ré vincitore del
drago Apophis, mentre i suoi nemici venivano identificati con quel dra­
go mitico2. Proprio perché attaccano e mettono in pericolo l’equilibrio
e la vita stessa della città (o di qualsiasi altro territorio abitato e orga­
nizzato) i nemici sono assimilati alle forze demoniache, in quanto si I
sforzano di incorporare questo microcosmo nello stato di caos, si sfor­
zano cioè di sopprimerlo. La distruzione di un ordine stabilito, l’aboli­
zione di un’immagine archetipa, equivaleva a una regressione al caos, al

2 Cfr. il nostro libro Le Mythe de l’Eternel Retour: Architypes et Ripitition, \


Gallimard, Paris 1949, pp. 68s. (tr. it. Il mito dell'eterno ritorno, Rusconi, Milano
1975, pp. 44s.).

38
L ’Immagine del mondo

(•{•formato, allo stato indifferenziato che precedeva la cosmogonia. Os-


lervlamo che le stesse immagini sono ancora utilizzate ai giorni nostri
tftmttlu li tratta di dare formulazione ai perìcoli che minacciano un cer­
ti* tipo di civiltà: in particolare si parla di « caos », di « disordine »,
»Iella « tenebre » in cui sprofonderà « il nostro mondo ». Tutte queste
**|ir«iiioni, ben Io si sente, esprimono l’abolizione di un ordine, di un
I «wino, di una struttura e la reimmersione in uno stato fluido, amorfo,
in ultima analisi caotico.
Il modo di concepire l’avversario sotto forma di essere demoniaco,
vara incarnazione delle forze del male, si è anch’esso mantenuto fino ai
iimni nostri. La psicoanalisi di queste immagini mitiche che animano
«nota il mondo moderno ci mostrerà forse in che misura noi proiettia­
mo iui « nemici » i nostri stessi desideri di distruzione. Questo pro­
clama, tuttavia, esula dalla nostra competenza. Quel che vogliamo met-
1* 1# in luce è che, per il mondo arcaico in genere, i nemici che minac­
ciavano il microcosmo erano pericolosi non in quanto esseri umani (in
pianto tali voglio dire), ma perché incarnavano le forze ostili e distrut­
tiva fi molto probabile che le difese dei luoghi abitati e delle città fu­
rono all'inizio difese magiche; queste difese infatti—fossati, labirinti,
lt*lu«rili, ecc.— erano predisposte in modo da impedire l’invasione de­
ll) «piriti cattivi, più che l’attacco degli umani3. Anche in un periodo
illirico abbastanza recente, nel Medioevo ad esempio, le mura delle cit­
tì arano consacrate ritualmente quale difesa contro il Demonio, la ma­
ialila e la morte. D’altronde il simbolismo arcàico non incontra alcuna
tddk'oltà nell’equiparare il nemico umano al Demonio o alla Morte. In
hn ilei conti il risultato degli attacchi, siano essi demoniaci o militari,
I tempre lo stesso: la rovina, la disintegrazione, la morte.
Ogni microcosmo, ogni regione abitata, ha ciò che si potrebbe chia­
mare un « Centro », ovvero un luogo sacro per eccellenza. £ qui, in
guaito centro, che il sacro si manifesta in modo totale, vuoi nella for­
ma delle ierofanie elementari—come tra i « primitivi » (i centri tote-
1*1*1, ad esempio, le caverne in cui vengono sotterrati i tchuringa,
e« >— vuoi nella forma più evoluta delle epifanie dirette degli dei,
«•me nelle civiltà tradizionali. Non si deve tuttavia concepire questo
•imito] ismo del Centro con le implicazioni geometriche proprie dello
tftlrito scientifico occidentale. Per ciascuno di questi microcosmi pos-

1 t'Ir. W.J. Knight, Cumaean Gates, Oxford 1936; Karl Kerenyi, Labyrinth-
I A l b a e Vigilae, Heft xv, Amsterdam-Leipzig 1941.

39
Il simbolismo del « Centro »

sono esistere svariati « centri ». Come vedremo tra poco, tutte le civil­
tà orientali—Mesopotamia, India, Cina, ecc.—conoscono un numero
illimitato di « Centri ». Meglio ancora: ciascuno di questi * Centri » è
considerato, e addirittura letteralmente denominato il « Centro del
Mondo ». Lo spazio in questione è uno spazio sacro, determinato da una
ierofania, vale a dire costruito ritualmente e non imo spazio profano,
omogeneo, geometrico, perciò la pluralità dei « Centri della Terra » al­
l’interno di una stessa regione non fa alcuna difficoltà \ Siamo in pre­
senza di una geografìa sacra e mitica, la sola che sia effettivamente rea­
le e non di una geometria prolana, « obiettiva », in qualche modo astrat­
ta e non essenziale, costruzione teorica di uno spazio e di un mondo
in cui non si abita e che perciò non si conosce.
Nella geografia mitica, lo spazio sacre è ]®« ^ 4zìq reale per eccellen- ,
za in quanto, come è stato dimostrato di recentes, per il mondo arcaico |
il mito è reale poiché racconta le manifestazioni della vera realtà: il !
sacro. £ in tale spazio si attinge direttamente al sacro, sia esso materia-
lizzato in determinati oggetti ( tchuringa, rappresentazioni della divini­
tà, ecc.) oppure si manifesti nei simboli iero-cosmici (Pilastro del Mon­
do, Albero Cosmico, ecc.). Nelle culture che conoscono la concezione
delle tre regioni cosmiche— Gelo, Terra, Inferno—il « centro » costi­
tuisce il punto di intersezione di tali regioni ed è qui che è possibile j
una rottura di livello e, con ciò stesso, una comunicazione tra queste i
tre regioni. Abbiamo motivo di credere che l’immagine di tre livelli co- i
smici sia alquanto arcaica; la si incontra, ad esempio, tra pigmei Semang
della penisola di Malacca: al centro del mondo si erge una roccia enor­
me, Batu-Ribu e sotto di essa si trova l’inferno. Un tempo dal Batu- ;
Ribu un tronco d’albero si innalzava verso il Cielo6. L ’inferno, il cen*
tro della terra e la « porta » del cielo si trovano quindi sullo stesso as­
se ed è attraverso tale asse che avveniva il passaggio da una regione
cosmica all’altra. Si stenterebbe a credere all’autenticità di questa teo­
ria cosmologica tra i pigmei Semang se ragioni fondate non ci facessero

4 Cfr. il nostro Traité d’Histoire des Religions, Payot, Paris 1949, pp. 315s.
(ed. it. pp. 380s.).
5 Cfr. R. Pettazzoni, Miti e Leggende, Torino 1948, i, p. v; id., «Verità del
mito * in Studi e materiali di storia delle religioni, 1947-1948, voi. n a , pp. 104-116;
G. van der ’Leeuw, «D ie Bedeutung der Mythen» in Festschrift für Alfred
Beriholet, Tübingen 1949, pp. 287-293; M. Eliade, Traité d’Histoire des Religions,
pp. 350s. (ed. it. pp. 398s.).
6 P. Schebesta, Les Pygmies, (trad. fr., Paris 1940, pp. 156s.). |

40
Il simbolismo del « Centro »

ritenere che la stessa teoria era già delineata in epoca preistorica7. I


Dtmang dicono che in tempi andati un tronco d’albero collegava la vet­
ta della Montagna Cosmica, il Centro del Mondo, con il Cielo. È que­
ll* un’allusione a un tema mitico estremamente diffuso: un tempo le
Htmunicazioni con il Cielo e i rapporti con la divinità erano facili e
• naturali »; a seguito di un peccato rituale, queste comunicazioni si
Mino interrotte e gli dei si sono ritirati ancor più in alto nei cieli. Solo
gli uomini medicina, gli sciamani, i preti e gli eroi oppure i sovrani rie-
*«mo a ristabilire, in via transitoria e per loro uso esclusivo, le comu-
nliaxioni con il Cielo *. Il mito di un paradiso primordiale perso in se­
guilo ad un errore qualsiasi è estremamente importante però sebbene
ila In qualche modo collegato al nostro tema, non !o possiamo discute-
1« ora.

Il simbolismo del « Centro »

Torniamo dunque all’immagine delle tre regioni cosmiche collegate,


In un « Centro », da un asse. Questa immagine archetipica si incontra
Mtprattutto nelle civiltà paleo-orientali. Dur-an-ki, « legame tra il cielo
• la terra », era il nome dei santuari di Nippur, Larsa e Sippar. Babilo­
nia aveva ima grande quantità di nomi tra i quali « Casa della base del
>1» lo c della terra », « legame tra il Cielo e la Terra ». Ma sempre in Ba­
bilonia si attuava il legame tra la Terra e le regioni infere, poiché la cit-
IÌ fra stata fondata su bàb-apsì, la « Porta d ’apsù », e apsù designa le
Mquc del caos prima della Creazione. Ritroviamo questa stessa tradi-
»lone presso gli Ebrei. La rocca di Gerusalemme penetrava profonda-
mattie nelle acque sott rranee (tehóm). È detto nel Mishna che il tem­
pio »1 trova proprio al di sopra di tehóm (equivalente ebraico di apsù).
K, proprio come a Babilonia si aveva la « porta di apsù », la rocca del
»ampio di Gerusalemme chiudeva la « bocca del tehóm ». Si incontrano
h iniezioni simili nel mondo indoeuropeo. Per i Romani, ad esempio,
Il mundus costituisce il pianto d’incontro tra le regioni infere e il mon-

' Clr. ad esempio, W. Gaerte, «Kosmische Voretellungen in Bilde prShi-


MtMlttiier Zeit: Erdberg, Himmelsberg, Erdnabel und Weltenstrome » in Anthropos,
fa, 1914, pp. 956-979.
• Cfr. il nostro libro Chamanisme et les tecbniques archàiques de l'extase,
Ninh, Paris 1915 (tr. it. La sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Medi-
MfNnK, Roma 1974).

41
11 simbolismo del « Centro »

do terreno. Il tempio italico era la zona di intersezione dei mondi su­


periore (divino), terrestre e sotterraneo (infernale; cfr. Le Mythe de '
VEternel Retour, pp. 32s.; ed. it. pp. 23s.).
Ogni città orientale si trovava, in effetti, al centro del mondo. Ba­
bilonia era una Bàb-ilàni, una « porta degli dei j», poiché in quel pun­
to gli dei scendevano sulla terra. La capitale del sovrano cinese si trova­
va in prossimità dell'Albero miracoloso « Legno eretto », Kien-mou, nel
punto in cui si incrociavano le tre zone cosmiche: Gelo, Terra e Infer­
no. E gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. Tutte queste
città, templi o palazzi considerati dei Centri del Mondo non sono che
repliche, moltiplicate a piacere, di un’immagine arcaica: la Montagna
Cosmica, PAlbero del Mondo o il Pilastro centrale che sostiene i livelli
cosmici.
Il simbolo di una Montagna, di un Albero o di un Pilastro situa
al Centro del Mondo è estremamente diffuso. Ricordiamo il Monte
Meru della tradizione indiana, Haraberezaiti degli iraniani, Himingbjòr
dei Germani il « Monte dei paesi » della tradizione mesopotamica, il
Monte Thabor in Palestina (che potrebbe voler dire tabbur, ovvero
« ombelico », omphalos), il monte Gerizim, sempre in Palestina, chia­
mato esplicitamente « ombelico della terra », il Golgota che, per i cri­
stiani, si trovava al centro del mondo, ecc. (cfr. Traile, pp. 321s., ed.
it. pp. 387s.; Le Mythe de VEternel Retour, pp. 30s., ed. it. pp. 22s.).
In virtù del fatto che il territorio, la città, il tempio o il palazzo reale
si trovavano al « Centro del Mondo », cioè alla sommità della Monta­
gna, essi erano considerati il luogo più alto del mondo, l’unico che non
fosse stato sommerso dal diluvio. « La terra d’Israele non è stata som­
mersa dal diluvio », dice un testo rabbinico. E, secondo la tradizione
islamica, il luogo più alto della terra è la Kà’aba poiché « la stella pola­
re testimonia che essa si trova di fronte al centro del cielo » (i testi ,
sono nel Mythe de VEternel Retour, p. 33; ed. it. p. 23). Il nome stes- \
so dei templi e dèlie torri sacre babilonesi testimonia la loro assimila­
zione ella montagna cosmica, ovvero al Centro del Mondo: « Monte
della Casa », « Casa del Monte di tutte le terre », « Monte delle Tem­
peste », « Legame tra il Gelo e la Terra », ecc. Lo ziqqurat, era, a ri­
gore, una montagna cosmica, cioè un’immagine simbolica del còsmo: t
sette piani rappresentavano i sette cieli planetari e il prete, salendoli,
giungeva alla vetta dell’universo. Questo stesso simbolismo è alla base
dell’enorme costruzione del tempio di Barabudur: esso è costruito come
una montagna artificiale. Salire in cima ad esso equivale ad un viaggio

42
Il simbolismo del « Centro »

««tallio al Centro del Mondo; il pellegrino, nel momento in cui rag-


|limge U terrazza superiore, opera una rottura di livello, trascende lo
profano e penetra in una « regione pura ». Siamo in presenza di
mh • rito del centro » (i testi in Traiti, pp. 323s.; ed. it. p. 390).
1.« vetta della Montagna Cosmica non è soltanto il punto più alto
•folli Terra, è l’ombelico della Terra, il punto in cui è cominciata la
»««•»Ione. « Il Santissimo ha creato il mondo come un embrione », af­
flimi un testo rabbinico. « Proprio come l'embrione cresce a partire
lUII'ninbelico, così Dio ha iniziato a creare il mondo dall’ombelico e di
Il può li è espanso in tutte le direzioni ». « Il mondo è stato creato
MHiilm'iando da Sion », dice un altro testo. Identico simbolismo nel-
I lodili antica: nel Rig-Veda, ^Universo è concepito come se la sua esten-
«liior fosse partita da un punto centrale (cfr. Traiti, p. 324, ed. it. p.
»■9, i r Mythe, p. 36, ed. it. p. 24).
I.* creazione dell’uomo, replica della cosmogonia, è avvenuta egual-
in un punto centrale, nel Centro del Mondo. Secondo la tradi­
rlo«# inesopotamica, l’uomo è stato creato all’« ombelico della terra »,
II ilovc si trova anche Dur-an-ki, il « legame tra il cielo e la terra ».
I MmtiNzd crea l’uomo primordiale, Gajómard, al centro del mondo. Il
t**t«di«> in qui Adamo fu creato con il fango si trova, beninteso, al Cen­
no ilfl Mondo. Il paradiso era 1’« ombelico della terra » e secondo una
itnli*lone siriaca si trovava « su una montagna più alta di tutte le al­
iti • Secondo il libro siriaco La Caverna dei Tesori, Adamo è stato
u n to «1 centro della terra, proprio nel medesimo punto in cui doveva
|Ml rlrvirsi la croce di Gesù. Le stesse tradizioni sono state conservate
tfol giudaismo. L ’apocalisse giudaica e il midrash precisano che Adamo
lo irrito in Gerusalemme. Poiché Adamo fu seppellito nel luogo stes­
iti io cui fu creato, cioè al centro del mondo, sul Golgota, il sangue del
lllgoorc lo redimerà (cfr. Traiti , pp. 323s., ed. it. pp. 387s.; Le Mythe,
'2* . ed. it. p. 24s).
I n variante più diffusa del simbolismo del Centro è l’Albero Co­
lmili» che si erge al centro dell’Universo e che sostiene a mo’ di asse
I Ttr Mondi. L ’India vedica, l’antica Cina, la mitologia germanica al
(«ri «Ielle religioni « primitive » conoscono, sotto forme diverse, que­
lli! Albero Cosmico, le cui radici sprofondano fino agli Inferni e i cui
unti toccano il Cielo. Nelle mitologie dell’Asia centrale e settentriona­
li, i »noi 7 o 9 rami simboleggiano i 7 o 9 livelli celesti, ovvero i 7
rltll planetari. Non è il caso di dilungarsi in questa sede sul complesso

43
Il simbolismo del « Centro »

simbolismo dell’Albero del Mondo*. Ciò che a noi interessa è il ruolo


che esso occupa nei « riti del centro ». In generale si può dire die la
maggioranza degli alberi sacri e rituali che incontriamo nella storia del­
le religioni sono soltanto repliche, copie imperfette di questo archetipo
esemplare: l’Albero dd Mondo. Questo vuol dire che tutti gli alberi
sacri sono ritenuti trovarsi al Centro del Mondo o che tutti gli alberi
rituali o i pali che vengono consacrati prima o durante una cerimonia,
sono in certo modo proiettati magicamente al Centro dd Mondo. Ac-
contentiamoci di gualche esempio.
N dl’India vedica, il palo sacrificale {yùpa) è ricavato da un albero
assimilato all’Albero Universale. Mentre viene abbattuto, il prete che
dirige il sacrificio gli rivolge le seguenti parole: « Con la tua cima non
strappare il Cielo, con il tuo centro non ferire l’atmosfera... ». Ben si
vede che qui abbiamo a che fare con l’Albero d d Mondo vero e pro­
prio. Col legno di quest’albero si costruisce il palo sacrificale il quale
diventa una sorta di pilastro cosmico: « Ergiti, o Signore della foresta,
alla sommità della terra! », così lo invoca il Rig Veda, ni, 8,3. « Con
la tua cima sostieni il Cido, con la tua parte di mezzo riempi l’aria, col
tuo piede consolidi la terra », prodama il Qatapatha Brdhmana, in,
7,1,4.
L ’innalzamento e la consacrazione del palo sacrificale costituiscono
un rito del Centro. Il palo, assimilato all’Albero del Mondo, diventa a
sua volta l’asse che collega le tre regioni cosmiche. La comunicazione
tra il Cido e la Terra diventa possibile tramite questo pilastro. E , ef­
fettivamente, l’offidante d d sacrificio sale in d d o , da solo o in compa­
gnia della sua sposa, su questo palo trasformato ritualmente nelTAsse
del Mondo vero e proprio. Appoggiandovi una scala, il sacrificatore si
rivolge a sua moglie: « Vieni, saliamo in Cido! » La donna risponde:
« Saliamo! » ( Cat. Br., v 2, 1, 9). E cominciano a montare i gradini.
Arrivati in cima e toccando il capitello, il sacrificatore esdama: « Ab­
biamo raggiunto il G d o ! » (Taittiriya Samhilà, Cat. Br., ecc.). Oppure
salendo i gradini d d palo, protende le mani (come un uccello dispiega
le ali! ) e, giungendo in dma, esclama: « Ho raggiunto il Gelo, gli dice:
sono diventato immortale! » (‘Taittiriya Samhilà, 1, 7, 9). « In verità »,

9 Cfr. Il nostro Traiti, pp. 236s. (ed. it. pp. 310) Le Cbamanisme pp. 244s.
(ed. it. pp. 293s.); sul simbolismo cristiano della croce *= Albero Cosmico, cfr. H.
de Lubac, Aspects du Bouddhisme, Paris 1951, PP- 51s. (tr. it. Aspetti del Bud­
dismo, Jaca Book, Milano 1980, pp. 51s.).

44
Il simbolismo del « Centro »

•IIIe sempre il Taittiriya Sahmilà (vi, 6, 4, 2), « il sacrificatore si fa una


t« ala e un ponte per raggiungere il mondo celeste ».
Il ponte o la scala tra la Terra e il Gelo erano possibili in quanto si
»igevano in un Centro del Mondo. Proprio come la scala vista in sogno
»1« (ìiacobbe che toccava i cieli. E « gli angeli di Dio salivano e scende­
vano su di essa » (Gn 28 ,lls.). Il rito indiano fa anche allusione al­
l’immortalità che si consegue con l’ascensione in Cielo. Come vedremo
i«« fioco, un gran numero di altri accostamenti rituali ad un Centro
*|ulvalgono a una conquista dell’immortalità.
(.'assimilazione dell’albero rituale all’Albero Cosmico è ancora più
naiparente nello sciamanismo dell’Asia centrale e settentrionale. La sca­
fi!« di un determinato albero compiuta dallo sciamano tartaro simbo-
Ifggla la sua ascensione al cielo. In effetti sull’albero vengono fatte 7
o ') lacche e, scalandole grazie ad esse, lo sciamano dichiara esplidta-
m»iiic di salire in cielo. Descrive ai presenti tutto ciò che vede in cia­
ti uno dei livelli celesti che attraversa. Al sesto cielo venera la luna, al
«•(limo il sole. Finalmente, al nono, si prosterna di fronte a Bai Ulgan,
l'tUncre Supremo e gli offre l’anima del cavallo sacrificatoI0.
(.'albero sciamanico non è che una replica dell’Albero del Mondo
►li# al innalza nel mezzo dell’Universo e in cima al quale si trova il Dio
«i|ircmo o il dio solarizzato. Le 7 o 9 tacche dell’albero sciamanico sim-
Meggiano i 7 o 9 rami dell’Albero Cosmico, ovvero i 7 o 9 deli. Lo
clamano, del resto, si sente solidale con questo Albero del Mondo in
vinti di altri rapporti mistici. Nei suoi sogni iniziatid il futuro sdama­
mi è ritenuto accostarsi all’Albero Cosmico e ricevere dalla mano di
Din In persona tre rami di questo Albero, che gli serviranno da casse
|«r I tuoi tamburiu. £ noto il ruolo capitale che riveste il tamburo du-
lanlr le sedute sdamaniche: è soprattutto grazie ai tamburi die gli sda-
tttanl raggiungono l’estasi. Orbene, se si tiene presente che il tamburo è
fallo con il legno stesso dell’Albero del Mondo, si comprende il simbo-
llimu e il valore religioso dei : uoni del tamburo sdamanico: percuoten­
d o lo sciamano si sente proiettato, in stato di estasi, ai piedi dell’Al­
luni del Mondo 12. Abbiamo a che fare con un viaggio mistico al « Cen-

** i-fr. materiali e bibliografia nel nostro libro Le Chamanisme, pp. 171s. (ed.
tl |i|i 220s.).
" A.A. Popov, Tavgfjcy. Materialy po etnografo avamskicb i vedeevskicb tavgf-
&v, Moika-Leningrad 1936; cfr. Le Chamanisme, pp. 160s. (ed. it. pp. 192s.).
'* Cfr. E. Emsheitner, « Schamanentrommel und Trommelbaum » in Etbnos,
voi. iv, pp. 166-181.
Il simbolismo del « Centro »

' tro » e, in seguito, al Cielo più alto. Quindi salendo la betulla cerimo­
niale a 7 o a 9 tacche, oppure suonando il tamburo lo sciamano intra­
prende il suo viaggio in Cielo. Tuttavia, egli è in grado di ottenere la
rottura dei livelli cosmici che gli consentirà l’ascensione e il volo estati­
co attraverso i cieli, solo perché si ritiene che già si trovi al centro stes­
so del mondo; solo in questo centro, infatti, come abbiamo visto, è pos­
sibile la comunicazione tra la Terra, il Cielo e l’inferno13.

Simbolismo dell’ascensione

È molto probabile che, per lo meno nel caso delle religioni centro
asiatiche e siberiane, questo simbolismo del Centro sia influenzato da
schemi cosmologici indo-iranici e, in ultima istanza, mesopotamici. L’im­
portanza del numero 7, tra l’altro, sembra dimostrarlo. È opportuno,
tuttavia, beh distinguere tra il mutuare una teoria cosmologica elabora­
ta intorno al simbolismo del Centro—come sarebbe, ad esempio, la con­
cezione di 7 livelli celesti—e il simbolismo del centro in sé. Abbiamo
già visto che questo simbolismo è estremamente arcaico, che è noto ai
Pigmei della penisola di Malacca. £ se anche si potesse sospettare una
lontana influenza indiana su questi Pigmei Semang, ci sarebbe ancora
da spiegare il simbolismo del Centro che si incontra sui monumenti prei­
storici (Montagne Cosmiche, i quattro fiumi, l’Albero e la spirale, ecc.).
Meglio ancora: si è potuto dimostrare che il simbolismo di un asse co­
smico è già noto nelle culture arcaiche (le Urkulturen di cui parla la
scuola Graebner-Schmidt) e in primo luogo presso le popolazioni arti­
che e del nord America: il palo centrale dell’abitazione è, presso que­
sti popoli, assimilato all’Asse Cosmico. Ed è alla base di questo palo che
vengono deposte le offerte destinate alle divinità celesti, dal momento
che soltanto lungo quest’asse le offerte possono salire al cielo M. Quan­
do cambia la forma dell’abitazione e la yurta prende il posto della ca­
panna (tra i pastori-allevatori dell’Asia centrale, ad esempio), la funzio­
ne mitico-rituale del pilastro centrale è assolta dall’apertura superiore
destinata a lasciar uscire il fumo. In occasione dei sacrifici, nella yurta
viene introdotto un albero, la cui cima fuoriesce da tale apertura. Que-

13 L’ascensione iniziatica di un albero cerimoniale si ritrova anche nello


sciamanismo indonesiano, sud americano (Araucani) e nord americano (Pomo), cfr.
Le Chamanisme, pp. 122s., 125s. (ed. it. pp. 146s., 149s.).
14 Cfr. Le Chamanisme, pp. 235s. (ed. it. pp. 255s.).

46
Simbolismo dell’ascensione

«lo «lbero sacrificale, con i suoi sette rami, simboleggia le sette sfere ce­
fali. Così, da un lato, la casa è omologata all’Uttiverso ed è, d’altra
(•arie, considerata situata al Centro del Mondo, con l’apertura per il fu­
mii disposta di fronte alla stella polare.
Torneremo più avanti su questa assimilazione simbolica dell’abita-
•tonc al « Centro del Mondo », poiché essa rivela imo dei comporta­
menti più istruttivi dell’uomo religioso arcaico. Soffermiamoci, per il
momento, sui riti di ascensione che hanno luogo in un « centro ». Ab­
biamo visto che lo sciamano tartaro o siberiano si arrampica su un al­
bero e che il sacrificatore vedico sale su una scala. L ’obiettivo dei due
•III è identico: l’ascensione al cielo. Un numero considerevole di miti
(«ria di un albero, di una liana, di una corda, di una ragnatela o di una
« a la che collegano la terra al cielo e grazie a cui certi esseri privilegia­
li lalgono effettivamente al cielo. Questi miti hanno, ben s’intende, del­
ta corrispondenze rituali: ad esempio l’albero sciamanico o il palo del
latrlficatore vedico. Accontentiamoci di qualche esempio: Polyaenus
(Slntagematon, vii, 22) ci parla di Kosingas, prete-re di certe popola­
rm i della Tracia, il quàle minacciava di abbandonare i suoi sudditi,
•alando su una scala di legno fino alla dea Hera: questo dimostra che
una icala rituale di questo genere esisteva e che la si riteneva capace di
«indurre il prete-re fino al Gelo. L ’ascensione celeste tramite la salita ceri­
moniale di una scala faceva probabilmente^, parte di un’iniziazione orfica.
I lotnunque sia, la ritroviamo nell’iniziazione mitraica. Nei misteri di Mitra,
la icala (climax) cerimoniale aveva sette gradini ciascuno di metallo diver­
bi Secondo Celso (Origene, Contro Celestum, vi, 22), il primo gradino
ara di piombo e corrispondeva al « cielo » del pianeta Saturno, il se-
Hindo di stagno (Venere), il terzo di bronzo (Giove), il quarto di ferro
(Mercurio), il quinto di «lega monetaria» (Marte), il sesto d’argento
(la luna), il settimo d’oro (il sole). L ’ottavo gradino, ci dice Celso, rap-
J*r*»enta la sfera delle stelle fìsso ,5.* Salendo questa scala cerimoniale,
l'infoiato percorreva effettivamente i 7 cieli, innalzandosi così fino al-
l'Kmpireo. Allo stesso modo si montava fino all’ultimo cielo percorren-
ilti I «ette piani del ziqqurat babilonese o si attraversavano le diverse re-

w Cfr. i materiali raccolti nel nostro Chamanisme, pp. 248s. (ed. it. pp. 298s.).
I*w II simbolismo cristiano dell’ascensione, cfr. Louis Beimaert, « Le symbolisme
Mt*niionnel dans la liturgie et la mystique chrétiennes » in Eranos-Jahrbucb.
Xttlirh 1951, xix, pp. 41-63.

47
Il simbolismo del « Centro »

gioni cosmiche scalando la terrazza del tempio Barabudur che, come ab­
biamo visto, costituiva in sé una Montagna Cosmica e una imago mundi.
Si comprende facilmente che la scalinata dell’iniziazione mitraica
era un Asse del Mondo e si trovava al Centro dell’Universo: se non
fosse stato così, la rottura dei livelli sarebbe stata impossibile. « Ini­
ziazione » vuol dire, ben lo si sa, morte e risurrezione del neofita, oppu­
re, in altri contesti, discesa agli Inferni seguita dall’Ascensione al Cie­
lo. La morte—iniziatica o no—è la rottura di livello per eccellenza. Per
questo motivo è simboleggiata da una scalata e molto spesso i rituali
funerari utilizzano scale o scalinate. L’anima del morto percorre i sen­
tieri di una montagna, oppure si arrampica su un albero, o una liana,
fino ai cieli. Questa concezione si incontra un po’ dovunque nel mondo,
dall’antico Egitto all’Australia. In assiro l’espressione corrente per
« morire » è « aggrapparsi alla montagna ». Analogamente in egiziano,
myny, « aggrapparsi », è un eufemismo per « morire ». Nella tradizio­
ne mitica indiana, Yama, il primo morto, si è arrampicato sulla mon­
tagna e ha percorso « le alte vie » per mostrare « il cammino a molti
uomini », come leggiamo nel Rig Veda (x, 14,1). Il sentiero dei morti
nelle credenze popolari uralo-altaiche si inerpica su per i monti; Bolot,
eroe Kara-Kirghiso, al pari di Kesar, re leggenderio dei Mongoli, pene­
tra nel mondo dell’aldilà, a mo’ di prova iniziatica, attraverso una grot­
ta situata sulla cima delle montagne; la discesa dello sciamano agli In­
ferni si effettua anch’essa tramite una grotta. Gli Egiziani hanno con­
servato nei loro testi funerari l’espressione asket pet ( asket = « gradi­
no ») per indicare che la scala di cui dispone Ré è una vera e propria
scala die collega la Terra al Cielo. « £ installata per me la scala per
vedere gli dei », dice il Libro dei Morti. « Gli dei preparano per lui
una scala affinché, grazie ad essa, monti in Gelo », dice sempre il Libro
dei Morti. In molte tombe del tempo delle dinastie arcaiche e medio­
evali sono stati trovati amuleti raffiguranti una scala ( maqet) o una
scalinata. L ’uso della scala funeraria è sopravvissuto, del resto, fino ai
nostri giorni: molte popolazioni primitive—ad esempio i Lolo, i Ka-
ren, ecc.— erigono sulle tombe delle scale rituali che servono ai defun­
ti per salire ai Cieli “ .
Come abbiamo appena visto la scala è portatrice di un simbolismo
estremamente ricco e al tempo stesso perfettamente coerente: essa raf-

14 Cfr. Traiti d'Histoire des Religione, pp. 86s. (ed. it. pp. 114s.) Le Cbama-
nume et les techniques archàiques de l'extase, pp. 420s. (ed. it. pp. 470*.).

48
Simbolismo dell’ascensione

/|f«r« plasticamente la rottura di livello che rende possibile il passaggio


4* un modo di essere a un altro, oppure, se ci piazziamo sul piano co­
smologico, che rende possibile la comunicazione tra Cielo, Terra e In-
itfmi. Per questo motivo la scala e la scalata esplicano un ruolo consi-
tferevole sia nei riti e nei miti d’iniziazione che nei riti funerari, per
ihm parlare dei riti d’intronizzazione reale o sacerdotale, oppure nei riti
iHulrimoniali. Orbene, è noto che il simbolismo della scalata e dei gra-
illtil «i incontra assai spesso nella letteratura psicoanalitica e questo con­
fiti!!« che abbiamo a che fare con un comportamento arcaico della psi-
tlw umana e non con una creazione « storica », con un’innovazione do­
vuti a un momento storico particolare (mettiamo l’Egitto arcaico o l’In-
ilii vedica, ecc.). Mi accontenterò di un unico esempio di riscoperta
•iumtanea di questo simbolismo primordiale17.
Julien Green osserva nel suo Diario in data 4 aprile 1933: « In tut­
ti I miei libri, la nozione di paura o di qualsiasi altra emozione un po’
torte sembra inspiegabilmente legata a una scala. Me ne sono accorto
l*rl mentre scorrevo tutti i romanzi che ho scritto... (seguono i rinvìi).
MI domando come ho potuto ripetere così spesso questo effetto senza
li sorgermene. Da bambino sognavo di essere inseguito su per una sca­
li Mia madre ha provato le stesse paure nella sua giovinezza; forse in
Htr ne è rimasto qualcosa... »
Ora sappiamo perché, nello scrittore francese, l’idea della paura era
l«jl*ta all’immagine di una scala e perché tutti gli eventi drammatici
ilficritti nella sua opera—amore, morte, delitti— si erano prodotti su
imi scala. La scalata o l’ascensione simboleggiano la via verso la realtà
iiiwluta e, nella coscienza profana, accostarsi a questa realtà provoca un
•finimento ambivalente di paura e di gioia, di attrazione e di repulsio­
ni-, ecc. Nel simbolismo della scala sono implicate le idee di santifica­
tone, di morte, d’amore e di liberazione. In effetti, ciascuno di questi
modi di essere rappresenta l’abolizione della condizione umana profana,
ovvero una rottura di livello ontologico: attraverso l’amore, la morte,
li santità, la conoscenza metafisica, l’uomo passa, come dice la Brihadà-
mnyaka Upanisad, « dall’irreale alla realtà ».
Non bisogna però dimenticare che la scala simboleggia tutte queste
tose in virtù del fatto che è ritenuta ergersi in un « centro », in quanto

11 Cfr. Il nostro studio « Durohàna and thè ‘waking dream’ » in Art and
I Imught, A volume in bonour of thè late Dr Ananda K. Coomaraswamy, London
1947, pp. 209s.

49
Il simbolismo del « Centro »

rende possibile la comunicazione tra i diversi livelli dell’essere, in quan­


to, infine, altro non è che una formula concreta della scala mitica, della
liana o della ragnatela, dell’Albero Cosmico o del Pilastro Universale
che collegano le tre zone cosmiche.

Costruzione di un centro

Abbiamo visto come non solo i templi fossero ritenuti ergersi nel
« Centro del Mondo », ma qualsiasi luogo sacro, qualsiasi luogo che
manifestasse un inserimento del sacro nello spazio profano, fosse a sua'
volta considerato un « centro ». Questi spazi sacri potevano anche ve­
nir costruiti, tuttavia la loro costruzione era in certo modo una cosmo­
gonia, tuia creazione del mondo, cosa questa del tutto naturale dal mo­
mento che, come abbiamo visto, il mondo è stato costruito a partire da
un embrione, da un « centro ». Così, ad esempio, la costruzione del­
l’altare del fuoco vedico riproduceva la creazione del mondo e l’altare
stesso era un microcosmo, un'imago mundi. L ’acqua nella quale si im­
pasta l’argilla, dice il Qatapatha Bràhmana (i 9,2,29; vi 5,ls. ecc.) è
l’Acqua primordiale; l’argilla che serve di base all’altare è la terra; le
pareti laterali rappresentano l’atmosfera, ecc. (Bisognerebbe forse ag­
giungere che questa costruzione implica altresì una costruzione del Tem­
po cosmico, ma non è il caso di affrontare questo problema in questa
sede; cfr. Le Mytbe de l’Eternel Retour, pp. 122s.; ed. it. pp. 83s.).
È inutile, quindi, insistere; la storia delle religioni conosce un nu­
mero considerevole di costruzioni rituali di un « Centro ». Osserviamo
una cosa soltanto, molto importante a nostro modo di vedere: nella mi­
sura in cui i vecchi luoghi sacri, i templi o gli altari, perdono la loro ef­
ficacia religiosa, si scoprono e si applicano altre formule geomantiche,
architettoniche o iconografiche le quali, in fin dei conti, rappresentano,
talora in modo assai sorprendente, lo stesso simbolismo del « Centro ».
Scegliamo un unico esempio: la costruzione e la funzione del manda­
la ". Questo termine significa « cerchio »; le traduzioni tibetane lo ren­
dono a volte con « centro », a volte con « ciò che circonda ». Di fatto.

11 Cfr. il nostro libro Tecbniques du Yoga, Gallimard, Paris 1948, pp. 185s.
(tr. it. Tecniche dello Yoga, Boringhieri, Torino 1975); Giuseppe Tucci, Teoria
e pratica del mandala, Roma 1949, sul simbolismo del mandala, cfr. C.G. Jung,
Psychologie und Alchemie, Zurich 1944, pp. 139 sq. (tr. it. Psicologia e alchimia.
Astrolabio, Roma 1950); id., Gestdtungen des Unbewussten, Zurich 1950, pp. 187s

50
Costruzione di un centro

un mandala rappresenta tutta una serie di cerchi, concentrici o meno,


* »fritti in un quadrato; all’interno di questo diagramma, disegnato per
•erra con fili di diversi colori o con polvere di riso colorata, trovano po­
mi le diverse divinità del pantheon tantrico. Il mandala rappresenta
quindi un'imago mundi e, al tempo stesso, un pantheon simbolico. Tra
l'altro, per il neofita, l’iniziazione consiste nel penetrare nelle diverse
«ine e accedere ai diversi livelli del mandala. Questo rito di penetrazio­
ne può essere considerato l’equivalente del rito ben noto della deambu­
la».ione attorno ad un tempio (pradakshina) o del progressivo innalzarsi,
•Il terrazza in terrazza, fino alle « terre pure » del piano superiore del
tempio. D ’altra parte, l’inserimento del neofita in un mandala può es­
tere comparato all’iniziazione mediante penetrazione in un labirinto;
taluni mandala, del resto, hanno un carattere nettamente labirintico. La
Iunzione del mandala può essere considerata quanto meno duplice, al
|Mtri di quella del labirinto. Da un lato l’inserimento in un mandala di­
segnato per terra equivale a un rituale d’iniziazione; d’altra parte, il
mandala « difende » il neofita da qualsiasi forza esterna nociva e al tem-
) n i »tesso lo aiuta a concentrarsi, a trovare il suo « centro ».

Qualsiasi tempio indiano, comunque, visto dall’alto o proiettato in


pianta, è un mandala. Qualsiasi tempio indiano è, al pari del mandala,
un microcosmo e un pantheon a un tempo. A che prò, allora, costruire
un mandala? Perché aver bisogno di un nuovo « Centro del Mondo »?
Semplicemente perché, per certi devoti che sentivano la necessità di
un’esperienza religiosa più autentica e più profonda, il rituale tradizio­
nale risultava fossilizzato: la costruzione di un altare del fuoco o Pascen­
done delle terrazze di un tempio non permetteva loro più di ritrovare
II loro « Centro ». A differenza dell’uomo arcaico o dell’uomo dei Veda,
l'uomo tantrico aveva bisogno di un’esperienza personale per rianima­
te nella sua coscienza determinati simboli primordiali. È questo, d’al­
tronde, il motivo per cui determinate scuole tantriche hanno rinuncia­
to ni mandala esterno ed hanno fatto ricorso a mandala interiorizzati.
(Juesti possono essere di due tipi: 1) una costruzione puramente men­
tale, la quale funge da « supporto » alla meditazione, oppure 2) un’iden­
tificazione del mandala nel proprio corpo. Nel primo caso lo yogin si
Introduce mentalmente all'interno del mandala e con ciò realizza un at­
to ili concentrazione e al tempo stesso di « difesa » contro le distrazio­
ni e le tentazioni. Il Mandala « concentra »: protegge dalla dispersio­
ne, dalla distrazione. L’identificazione del mandala nel proprio corpo ri­
vela il desiderio di identificare la propria fisiologia mistica a un micro­

51
Il simbolismo del « Centro »

cosmo. Una trattazione più particolareggiata della penetrazione grazie


a tecniche yoga all’interno di ciò che si potrebbe chiamare il proprio
« corpo mistico » ci condurrebbe troppo lontano. Ci basti dire che la
rianimazione successiva dei cakra, delle « ruote » (cerchi) considerate al­
trettanti punti di intersezione della vita cosmica e della vita mentale, è
messa in parallelo con la penetrazione iniziatica all’interno di un man­
dala. Il risveglio della kundalini equivale alla rottura del livello ontolo­
gico, ovvero alla realizzazione piena e cosciente del simbolismo del
« Centro ».
Come abbiamo appena visto, il mandala può essere, contempora­
neamente o volta per volta, il supporto di un rituale concreto, oppure
di una concentrazione spirituale o ancora di una tecnica di fisiologia
mistica. Questa polivalenza, questa capacità di manifestarsi su piani mol­
teplici, sebbene omologabili, è una caratteristica del simbolismo del Cen­
tro in generale e il perché di ciò è facilmente comprensibile: ogni esse­
re umano tende, anche inconsciamente, verso il Centro e verso il suo
proprio Centro, il quale gli conferisce la realtà integrale, la « sacralità ».
Questo desiderio profondamente radicato nell’uomo di trovarsi nel cuo­
re stesso del reale, al Centro del Mondo, nel punto in cui si stabilisce
la comunicazione con il Cielo, ecco ciò che spiega l’uso smodato dei
« Centri del Mondo ». Abbiamo visto più sopra che l’abitazione era omo­
logata a sua volta al Centro del Mondo. Ne consegue che tutte le case
— così come tutti i templi, i palazzi, le città—si trovano situate in un
unico, un identico punto comune, il Centro dell’Universo.
Qui, tuttavia, non abbiamo forse una certa contraddizione? Tutto
un insieme di miti, di simboli e di pratiche rituali concordano nel por­
re l’accento sulla difficoltà di penetrare in un centro e d’altra parte, pa­
rallelamente, una serie di miti e di riti stabiliscono che questo Centro
è accessibile. Ad esempio, il pellegrinaggio ai luoghi santi è difficile, pe­
rò ogni visita a una chiesa costituisce un pellegrinaggio. L ’Albero Co­
smico è inaccessibile da un lato, dall’altro, invece, lo si può trovare in
qualsiasi yurta. L’itinerario che conduce al « Centro » è disseminato di
ostacoli eppure ogni città, ogni tempio, ogni dimora si trova al Centro
dell’Universo. Le sofferenze e le « prove » affrontate da Ulisse sono fa­
volose, eppure qualsiasi ritorno al focolare « vale » il ritorno di Ulisse
a Itaca.
Tutto questo sembra indicare che l’uomo può vivere solo in uno
spazio sacro, nel « Centro ». Si osserva che un gruppo di tradizioni at­
testa il desiderio dell’uomo di trovarsi senza sforzo al « Centro del

52
Costruzione di un centro

Mondo », mentre un altro gruppo mette l’accento sulla difficoltà e di


lonieguenza sul merito insito nel riuscire a penetrarvi. Non ci interes-
in questa sede, ricostruire la storia di ciascuna di queste tradizioni,
il (atto che la prima—quella che consente la costruzione del « Centro »
nell* casa stessa dell’uomo, quella della « facilità »— si incontri quasi
dappertutto, ci conduce a ritenerla la più significativa. Essa mette in
illievo una certa situazione umana che potremmo chiamare la nostal-
iit del paradiso. Con questo intendiamo il desiderio di trovarsi sempre
i senza sforzo al centro del mondo, nel cuore della realtà e, per farla.
Itreve, superare in modo naturale la condizione umana per ritrovare la
««indizione divina: un cristiano direbbe, la condizione anteriore al pec-
i «io originale w.
Non vorremmo concludere questo saggio senza aver richiamato un
mito europeo che, benché riguardi solo indirettamente il simbolismo e
I riti del Centro, concorre ad integrarli nell’ambito di un simbolismo
amor più vasto. Si tratta di un particolare della leggenda di Parsifal e
ilei Re Pescatore®. Si ricorda che il vecchio Re, detentore del segreto
iltl Graal, era paralizzato da ima malattia misteriosa. Non era, del re­
no, il solo a soffrire: intorno a lui tutto cadeva in rovina, andava in
ill«f*dmento, il palazzo, le torri, i giardini; gli animali non si moltipli-
invino più, gli alberi non davano più frutti, le sorgenti si prosciugava­
no. Numerosi medici avevano cercato di curare il Re Pescatore senza il
minimo risultato. Giorno e notte arrivavano cavalieri e tutti comincia­
vano col domandare notizie circa la salute del re. Un unico cavaliere
—povero, sconosciuto e perfino un po’ ridicolo— si permise di ignorare
II cerimoniale e le buone maniere. Il suo nome era Parsifal. Senza tener
nmto del cerimoniale di corte si diresse direttamente verso il Re e sen-
M alcun preambolo, gli chiese: « Dov’è il Graal? » In quell’istante tut­
to il trasforma: il Re si alza dal suo letto di sofferenze, l’acqua ripren­
da • scorrere nei fiumi e nelle fontane, la vegetazione rinasce, il castel­
lo è miracolosamente restaurato. Le poche parole pronunciate da Par­
titili erano bastate per rigenerare la Natura tutta. Quelle poche parole,
tuttavia, costituivano la questione centrale, l’unico problema che pote­
va Interessare non soltanto il Re Pescatore, ma l’intero Cosmo: dove si
trovava il reale per eccellenza, il sacro, il Centro della vita e la fonte

* Cfr. Traiti d’Histoire des Religioni, pp. 326«. (ed. it. pp. 395«.); Le Chama-
IM im i, pp. 417, 428s. (ed. it. pp. 467, 478s.).
• Ptrceval, ed. Hucher, p. 466; Jessie L. Western, From Ritual to Romance,
Cambridge 1920, pp. 12s. Lo stesso motivo mitico si ritrova nel culo di sir
Qawain (Weston, ibid.).
33
Il simbolismo del « Centro »

dell’immortalità? Dove si trovava il Sacro Graal? Nessuno, prima di


Parsifal, aveva pensato a formulare questa domanda centrale, e il mon­
do periva a causa di tale indifferenza metafisica e religiosa, a causa di
tale mancanza d’immaginazione e assenza del desiderio del reale.
Questo piccolo dettaglio di un grandioso mito europeo ci rivela al­
meno un lato trascurato del simbolismo del Centro: non solo esiste
un’intima solidarietà tra la vita universale e la salvezza dell’uomo, ma
basta porsi il problema della salvezza, basta porsi il problema centrale,
ovvero il problema, perché la vita cosmica si rigeneri in perpetuo. Ché
spesso la morte— come questo frammento mitico sembra indicare—non
è che il risultato della nostra indifferenza di fronte all’immortalità.

54
Capitolo secondo
SIMBOLISMI INDIANI
DEL TEMPO E DELL’ ETERNITÀ

La funzione dei miti

I miti indiani, prima di essere « indiani », sono « miti », il che vuol


«lire che rientrano in una particolare categoria di creazioni spirituali
ilell ’umanità arcaica e, di conseguenza, possono essere paragonati a qual-
i Imì altro gruppo di miti tradizionali. Prima di presentare la mitologia
Indiana del Tempo, teniamo a ricordare brevemente gli intimi rapporti
die esistono tra il Mito in quanto tale, forma originale dello spirito, e
Il Tempo. Infatti, oltre alle specifiche funzioni che esso svolge nelle so­
cietà arcaiche e su cui in questa sede possiamo evitare di soffermarci,
Il mito è altresì importante per le rivelazioni che ci fornisce in merito
alla struttura del Tempo. Come tutti oggi concordano nell’affermare, un
mito raccontava eventi che hanno avuto luogo in principio, ovvero « al­
le origini », in un istante primordiale e atemporale, in un arco di tem-
fo sacro. Questo tempo mitico o sacro è qualitativamente diverso dal
tempo profano, dalla durata continua e irreversibile, in cui si inserisce
la nostra esistenza quotidiana e desacralizzata. Nel raccontare un mito
il riattualizza in qualche modo il tempo sacro in cui si sono compiuti
gli avvenimenti di cui si parla. (È del resto questa la ragione per cui,
nelle società tradizionali, i miti non si possono raccontare non importa
t|uando e non importa come: essi possono essere recitati solo durante
1« Magioni sacre, fuori dal villaggio e durante la notte, oppure attorno
•I Cuoco prima o dopo le cerimonie, ecc.). In una parola si ritiene che il
ffilto si svolga in un tempo—ci si passi l’espressione—intemporale, in

55
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

un istante senza durata, che è il modo in cui certi mistici e certi filosofi
si rappresentano l’eternità.
£ questa una constatazione importante poiché da ciò consegue che
la recitazione dei miti non è senza conseguenze per chi la compie e per
coloro che l’ascoltano. Per il semplice fatto di narrare un mito il tem­
po profano è— almeno simbolicamente— abolito: il narratore e il suo
pubblico sono proiettati in un tempo sacro e mitico. In altro luogo 1 ab­
biamo cercato di mostrare che l’abolizione del tempo profano tramite
l’imitazione dei modelli esemplari e la riattualizzazione degli eventi mitici
costituisce un tratto specifico di ogni società tradizionale e che basta que­
sto unico tratto per differenziare il mondo arcaico dalle nostre società
moderne. Nelle società tradizionali ci si sforzava, in modo conscio e de­
liberato, di abolire periodicamente il Tempo, di cancellare il passato e
di rigenerare il Tempo tramite una serie di rituali che, in certo qual mo­
do, riattualizzavano la cosmogonia. Possiamo fare a meno, in questa
sede, di addentrarci in elaborazioni che ci porterebbero troppo lontano
dal nostro argomento specifico. Accontentiamoci di ricordare che un
mito strappa l’uomo al tempo che gli è proprio, al suo tempo indivi­
duale, cronologico, « storico », e lo proietta, almeno simbolicamente,
nel Gran Tempo, in un istante paradossale che non può essere misurato
in quanto non costituito da una durata. £ come dire che il mito impli­
ca una rottura del tempo e del mondo circostante: realizza un’apertura
verso il Gran Tempo, verso il Tempo sacro.
In virtù del semplice fatto di ascoltare un mito, l’uomo dimentica
la sua condizione profana, la sua « situazione storica », come si ha oggi
l’abitudine di dire. Non è affatto necessario partecipare a una civiltà sto­
rica per poter dire di qualcuno che si trova in una « situazione stori­
ca ». L ’aborigeno australiano che si ciba di insetti e di radici si trova
anche lui in una « situazione storica », ovvero in una situazione ben de­
limitata, che è espressa da una determinata ideologia ed è sostenuta da
un determinato tipo di organizzazione sociale ed economica; nel caso
specifico, l’esistenza dell’australiano rappresenta con ogni probabilità
una variante della situazione storica dell’uomo paleolitico. L ’espressio­
ne « situazione storica », infatti, non necessariamente implica la « sto­

1 Cfr. Le Mythe de l’Eternel Retour: Archétypes et Répétition, Gallimard,


Paris 1949, pp. 83s. e passim (tr. it. Il mito dell’eterno ritorno, Rusconi, Milano
1975, pp. 62s.).

56
Miti indiani del Tempo

ri« » nell’accezione maggiore del termine: implica soltanto la condizio­


ne umana in quanto tale, ovvero ima condizione retta da un determina­
lo sistema di comportamenti. Orbene, tanto un australiano che un indi­
viduo appartenente a ima civiltà molto più evoluta, ad esempio un ci­
nese o un indù, oppure un contadino di un paese europeo, ascoltando
un mito, dimenticano in certo modo la loro situazione specifica e ven­
dono proiettati in un altro mondo, in un universo che non è più il loro
misero, ristretto universo di ogni giorno.
Ricordiamo che per ognuno di questi individui, per l’australiano
come per il cinese, per l’indù come per il contadino europeo, i miti
•uno veri in quanto sono sacri, in quanto parlano degli Esseri e degli
avvenimenti sacri. Ne consegue che nell’atto di recitare o di ascoltare
un mito, si riprende contatto con il sacro e con la realtà e così facendo
«1 supera la condizione profana, la « situazione storica ». Si supera, in
nitri termini, la condizione temporale e l’ottuso senso di sufficienza che
è destino di ogni essere umano per il semplice fatto che ogni essere
umano è « ignorante », identifica cioè se stesso e identifica il Reale con
1« propria particolare situazione. L ’ignoranza, infatti, è in primo luogo
questa falsa identificazione del Reale con ciò che ciascuno di noi sem­
bra essere o sembra possedere. Un politico crede che l’unica, la vera
realtà sia il potere politico, un miliardario è convinto che soltanto la ric­
chezza è reale, un erudito pensa la stessa cosa delle sue ricerche, dei suoi
libri, dei suoi laboratori e via di seguito. La stessa tendenza si ritrova
anche tra i meno civilizzati, tra i « primitivi » e i « selvaggi », con la
differenza che presso di loro i miti sono ancora vivi e perciò impedisco­
no di identificarsi in modo completo e continuo con la non realtà. La
recitazione periodica dei miti spezza i muri eretti dalle illusioni dell’esi-
utenza profana. Il mito riattualizza di continuo il Gran Tempo e così
facendo proietta l’udienza su un piano sovrumano e sovrastorico che,
tra l’altro, consente a tale udienza di accostarsi a una realtà impossibile
da raggiungere sul spiano dell’esistenza profana individuale.

Miti indiani del Tempo

Certi miti indiani illustrano in modo particolarmente felice questa


funzione capitale di « infrangere » il tempo individuale e storico e di
attualizzare il Gran Tempo mitico. Ne daremo un esempio celebre, trat­
to dal Brabmavaivarta Puràna, che il compianto Heinrich Zimmer ave­

57
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternita

va commentato e riassunto nel suo libro Myths and Symbols in Indian


Art and Civilization2. Questo testo ha il merito di introdurre diretta-
mente il Gran Tempo quale strumento di conoscenza e quindi di libe­
razione dai legami di Màyà.
Indra, dopo aver sconfitto il drago Vrtra, decide di rifare e abbelli­
re la residenza degli dei. Vifvakarman, l’artigiano divino, dopo un anno
di lavoro riesce a costruire un palazzo magnifico. Indra, però, non si ri­
tiene soddisfatto: vuole ingrandire ancora la costruzione, renderla più
maestosa, unica al mondo. Sfiancato dallo sforzo Vi?vakarman si lagna
con Brahma, il Dio Creatore, il quale promette di aiutarlo e interviene
presso Visnu, l’Essere Supremo, di cui Brahma stesso è un semplice
strumento. Visnu si incarica di far tornare Indra alla realtà.
Un bel giorno Indra riceve nel suo palazzo la visita di un ragazzo
tutto stracciato. Si trattava di Visnu in persona il quale aveva assunto
quelle sembianze per umiliare il Re degli Dei. Senza svelare subito la
sua identità, lo chiama « figlio mio » e comincia a parlargli degli innu­
merevoli Indra che fino a quel momento hanno popolato gli Universi
senza numero. « La vita e il regno di un Indra, gli dice, durano 71 eoni
(un ciclo, un mabàyuga, comprende 12000 annate divine, ovvero 4320000
anni): un giorno e una notte di Brahma equivalgono a 28 esistenze di
Indra. Tuttavia l’esistenza di un Brahma, misurata sulla base di que­
sti giorni e notti di Brahma, è di soli 108 anni. A un Brahma ne segue
un altro; uno si corica, l’altro si alza. Non li si può contare. Il numero
di questi Brahma non ha fine— per non parlare degli Indra!...
Ma chi calcolerà il numero degli Universi, ciascuno con il loro
Brahma e il loro Indra? Al di là della visione più lontana, al di là di
ogni spazio immaginabile, gli Universi nascono e svaniscono all’infinito.
Al pari di vascelli leggeri, questi Universi galleggiano sull’acqua pura e
senza fondo che costituisce il corpo di Visnu. Da ogni poro di questo
corpo un Universo affiora un istante e scoppia. Avresti forse la presun­
zione di contarli? Credi forse di poter enumerare gli dei di tutti questi
Universi—gli Universi attuali e quelli passati?... »
Mentre il ragazzino parlava una processione di formiche aveva fatto
la sua comparsa nel salone del palazzo. Schierato in una colonna larga
due metri, la folla delle formiche sfilava sul pavimento. Il bambino le
nota, poi, preso da stupore, scoppia in un’improvvisa risata. « Perché

2 Cfr. Heinrich Zimmer, Myths and Symbols in Indian Art and Civilization,
a cura di Joseph Campbell, The Bollingen Series, vi, New York 1946, pp. 3s.

58
Miti indiani del Tempo

ridi? » gli chiede Indra. « Ho visto le formiche, oh Indra, che sfilavano


In lunga parata. Ognuna di esse era stata un Indra in passato. Al pari
di te, per la sua pietà, ognuna di esse era salita un tempo al rango di
Re degli Dei. Ora però, dopo molteplici trasmigrazioni, ognuna è ridi­
ventata formica. Questo esercito di formiche è un esercito di antichi
Indra... »
A seguito di questa rivelazione Indra comprende la vanità del suo
orgoglio e delle sue ambizioni. Chiama l’ammirevole architetto Vi?vakar-
man, lo ricompensa regalmente e rinuncia per sempre ad ingrandire il
palazzo degli dei.
L’intenzione di questo mito è trasparente. La vertiginosa evocazio­
ne degli innumerevoli Universi che sorgono e scompaiono dal corpo di
Visnu basta, da sola, a risvegliare Indra, cioè a costringerlo a superare
l'orizzonte limitato e rigorosamente condizionato della sua « situazio­
ne » di Re degli Dei. Si sarebbe anzi tentati di aggiungere, della sua « si­
tuazione storica », in quanto Indra si trova ad essere il Gran Capo guer­
riero degli dei in un determinato momento storico, in una data tappa
ilei grandioso dramma cosmico. Indra ascolta dalla bocca stessa di
Vlsnu una storia vera: la vera storia dell’eterna creazione e distruzione
dei mondi, a fianco della quale la sua storia personale, le innumerevoli
«vventure eroiche che culminano nella vittoria su Vrtra sembrano, ef­
fettivamente, essere « storie false », ovvero eventi privi di significato
trascendente. La storia vera gli rivela il Gran Tempo, il tempo mitico,
che è la vera fonte di ogni essere e di ogni evento cosmico. Indra, poi­
ché riesce a superare la sua « situazione » storicamente condizionata e
riesce a strappare il velo illusorio creato dal tempo profano, cioè dalla
■uà « storia » personale, è guarito del suo orgoglio e della sua ignoran­
ti!«; in termini cristiani egli viene « salvato ». E questa funzione reden­
trice del mito opera non soltanto per Indra ma anche per ciascun uomo
che ascolta la sua avventura. Trascendere il tempo profano, ritrovare il
gran tempo mitico, equivale a una rivelazione della realtà suprema:
realtà rigorosamente metafisica alla quale ci si può accostare soltanto at­
traverso i miti e i simboli.
Questo mito ha un seguito su cui torneremo più avanti. Per il mo­
mento precisiamo che la concezione del tempo ciclico e infinito, presen­
tata in modo così avvincente da Visnu, è la concezione panindiana dei
deli cosmici. La creazione nella creazione e nella distruzione periodica
«lell’Universo si trova già nell’Atharva Veda (x 8, 39-40). Essa appartie­
ne, del resto, alla Weltanschauung di tutte le società arcaiche.

59
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

La dottrina degli « Yuga »

L ’India, tuttavia, ha elaborato una dottrina dei cicli cosmici ampli­


ficando in proporzioni sempre più terrificanti il numero delle creazioni
e delle distruzioni periodiche dell’Universo. L ’unità di misura del ciclo
più piccolo è lo yuga, 1’« età ». Uno yuga è preceduto da un’«, aurora »
e seguito da un « crepuscolo » che collegano tra di loro le « età ». Un
ciclo completo o mabàyuga si compone di quattro « età » di durata ine­
guale, con la più lunga all’inizio del ciclo e la più corta alla suà conclu­
sione. I nomi di questi yuga sono mutuati dai termini che designano i
diversi « colpi » al gioco dei dadi. Krta yuga (dal verbo kr, « fare, com­
piere ») vuol dire 1’« età compiuta », cioè, nel gioco dei dadi, il colpo
vincente, quello che lancia il dado a quattro punti. Il numero quattro,
infatti, nella tradizione indiana simboleggia là totalità, la pienezza e la
perfezione. Il krta yuga è l’età perfetta ed è per questo chiamato anche
satya yuga, cioè 1’« età reale », quella vera, autentica, perfetta. È, da
ogni punto di vista, l’età dell’oro, l’epoca beatifica in cui regnano la giu­
stizia, la felicità, l’opulenza. Durante il krta yuga, l’ordine morale del-
l’Universo, il dbarma, è rispettato nella sua integrità. Cosa ancor più
importante, esso è rispettato spontaneamente, senza costrizioni, da tut­
ti gli esseri, in quanto, durante il krta yuga, il dbarma in certo modo si
identifica con l’esistenza umana. L ’uomo perfetto del krta yuga incarna
la norma cosmica e di conseguenza la legge morale. Vive un’esistenza
esemplare, archetipa. In altre tradizioni, fuori dall’india, questa età del­
l’oro equivale all’epoca paradisiaca primordiale.
L ’età successiva, il tretà yuga, la « triade », così chiamata a causa del
dado a tre punti, segna già una regressione. Gli umani ormai seguono
solo tre quarti del dbarma. Il lavoro, la sofferenza e la morte sono ora
appannaggio degli uomini. Il dovere non è più spontaneo, deve essere
appreso. I modi d’essere propri delle quattro caste cominciano ad esse­
re alterati. Con il dvàpara yuga (1’« età » caratterizzata dal « due »), in
terra sussiste solo metà del dbarma. I vizi e le disgrazie aumentano, la
durata della vita umana diminuisce ulteriormente. Nel kdi yuga, 1’« età
cattiva » resta solo un quarto del dbarma. Il termine kali indica il dado
con un punto solo, di conseguenza il colpo perdente (impersonato del
resto da un genio cattivo); kali significa anche « disputa, discordia » e,
in genere, il più cattivo in un gruppo di esseri o di oggetti. L ’uomo e
la società raggiungono, nel kdi yuga, il punto estremo di disintegrazio­
ne. Secondo il Visnu Puràna (iv 24) la sindrome del kali yuga si ricò-

60
La dottrina degli « Yuga »

nosce in virtù del fatto che nel corso di questa epoca solo la proprietà
conferisce il rango sociale, la ricchezza diventa l’unica fonte delle vir­
tù, la passione e la lussuria l’unico vincolo tra gli sposi, la falsità e la
menzogna l’unica condizione del successo nella vita, la sessualità l’unico
mezzo di godimento e la religione esteriore, puramente ritualistica, vie­
ne confusa con la spiritualità. Da molti millenni stiamo vivendo, benin­
teso, nel kali yuga.
Le cifre 4, 3, 2 e 1 denotano a un tempo la durata decrescente di
ogni yuga e la progressiva diminuzione del dharma che in esso sussiste,
■ cui corrisponde del resto una diminuzione della durata della vita
umana, accompagnata, come abbiamo visto, da un progressivo allentarsi
dei costumi e da un declino continuo dell’intelligenza. Certe scuole in­
diane, come il Pàncaràtra, collegano del resto alla teoria dei cicli m a
dottrina della « decadenza della conoscenza » (jhàna bramca).
È possibile calcolare in modo diverso la durata relativa di ciascuno
di questi quattro yuga: tutto dipende dal valore che viene accordato
■gli anni, cioè se si ha a che fare con anni umani, oppure con anni «c di­
vini », ciascuno dei quali abbraccia 360 anni. Qualche esempio basterà.
Secondo certe fonti (Manu, i, 69s.; Mahàbràrata, in 12.826) il krta yuga
dura 4000 anni, più 400 anni di « aurora » e altrettanti di « crepusco­
lo »; vengono poi tretà yuga di 3000 anni, dvàpara di 2000 e kali yuga
di 1000 anni (più, si intende, le « aurore » e i « crepuscoli » corrispon­
denti). Un ciclo completo, un mahàyuga, abbraccia quindi 12000 anni.
Il passaggio da uno yuga all’altro si verifica nel corso di un « crepusco­
lo » che segna un calando all’interno stesso di ciascuno yuga e ciascu­
no di essi si conclude con una tappa di tenebre. Man mano che ci si av­
vicina alla fine del ciclo, ovvero al quarto ed ultimo yuga, le « tene­
bre » si infittiscono. L ’ultimo yuga, quello in cui ci troviamo attualmen­
te, è del resto considerato 1’« età delle tenebre » per eccellenza, in quan­
to, con un gioco di parole, esso è stato messo in rapporto con la dea
KAlì, cioè « la Nera ». Kàlì è uno dei tanti nomi della Grande Dea, del­
la (¿akti, la sposa del dio Qiva. Non è mancato l’accostamento tra que­
llo nome della Grande Dea e il termine sanscrito kMa, « tempo »: Kàlì
■arebbe non soltanto « la Nera », ma anche la personificazione del Tem­
po1. Qualunque sia il valore di questa etimologia, l’accostamento tra
kila, il « Tempo », la dea Kàlì e kali yuga è lecito sul piano della strut­

1 Cfr. J. Przyluski, « From thè Great Goddess to Kàla » in Indiati Historical


Quarterly, 1938, pp. 267—74.

61
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

tura: il Tempo è « nero » in quanto è irrazionale, duro, spietato e Kali,


come tutte le altre Grandi Dee, è la signora del Tempo, dei destini che
essa forgia e realizza.
Un ciclo completo, un mahàyuga, termina con una « dissoluzione »,
un pralaya, che si ripete in modo più radicale ( mahàpralaya, la « Gran­
de Dissoluzione ») alla fine del millesimo ciclo. Infatti l’ulteriore specu­
lazione ha amplificato e riprodotto all’infinito il ritmo primordiale,
« creazione-distruzione-creazione », proiettando l’unità di misura, lo
yuga, in cicli sempre più vasti. I 12000 anni di un mahàyuga sono stati
considerati « anni divini », ciascuno dei quali ha una durata di 360 an­
ni, per cui abbiamo un totale di 4320000 anni per ciascun ciclo cosmi­
co. Un migliaio di mahàyuga di questo tipo costituiscono un kalpa
(« forma »); 14 kalpa fanno un manvantàra. « Viene così chiamato in
quanto si ritiene che ogni manvantàra sia retto da un Manu, il mitico
Antenato-Re ». Una kalpa equivale a un giorno della vita di Brahma; un
altro kalpa a una notte. Cento di questi « anni » di Brahma, ovvero
311000 miliardi di anni umani, costituiscono la vita del dio. Tuttavia
questa considerevole durata della vita di Brahma non riesce neppure ad
esaurire il Tempo, in quanto gli dei non sono eterni e le creazioni e di­
struzioni cosmiche si susseguono ad infinitum.
Ciò che vai la pena di ritenere di tutta questa valanga di cifre è il
carattere ciclico del tempo cosmico. In effetti assistiamo alla ripetizio­
ne infinita dello stesso fenomeno (creazione-distruzione-nuova creazio­
ne) avvertito in ogni yuga (« aurora » e « crepuscolo ») ma compieta-
mente realizzato da un mahàyuga. La vita di Brahma comprende quindi
2560000 di questi mahàyuga, ciascuno dei quali ripercorre le stesse tap­
pe (krta, tretà, dvàpara, kali) e finisce cqp un pralaya, con un ragnarók
(la distruzione « definitiva », nel senso della totale dissoluzione del-
l’Uovo cosmico, la quale si verifica alla fine di ogni kalpa al momento
del mahà pralaya. Precisiamo che il mahà pralaya implica la regressione
di tutte le « forme » e di tutti i modi di esistenza alla prakrti indiffe­
renziata originale. Sul piano mitico, nulla sussiste al di fuori ddl’Ocea-
no primordiale, sulla cui superficie dorme il Grande Dio, Visnu).
Oltre alla svalutazione metafisica della vita umana in quanto storia *
—la quale, nella misura e sulla base del semplice fatto della sua dura­
ta, provoca un'erosione di tutte le forme, esaurendone la sostanza onto­

4 A questo proposito cfr. Le Mytbe de l’Eternel Retour, pp. 170s. e passim


(ed. it. pp. I20s. e passim).
La dottrina degli « Yuga »

logica—e oltre al mito della perfezione degli inizi, tradizione universale


che ritroviamo anche qui (mito del paradiso gradualmente perduto in
ragione del semplice fatto che si realizza, che prende forma e che dura)
ciò che in quest’orgia di cifre merita di fermare la nostra attenzione è
l'eterna ripetizione del ritmo fondamentale del Cosmo, la sua periodica
distruzione e ricreazione. L’uomo può sganciarsi da questo ciclo senza
inizio né fine, che è la manifestazione cosmica della màyà, solo in vir­
tù di un atto di libertà spirituale (giacché tutte le soluzioni soteriologi-
che indiane si riducono alla liberazione preliminare dall’illusione cosmi­
ca e alla libertà spirituale).
Le due grandi eterodossie, il buddismo e il jainismo, accettano nel­
le grandi linee la dottrina panindiana del tempo ciclico e lo paragonano
« una ruota a dodici raggi (questa immagine è già utilizzata nei testi ve­
dici, cfr. Atharva Veda, x 8, 4; Rig Veda, i 166, 115, ecc.). Il buddi­
smo adotta come unità di misura dei cicli cosmici il kalpa (in pàli: Map­
pa), suddiviso in un numero variabile di ciò che i testi chiamano « in­
calcolabili » (asamkhyeya; in pàli asankheyya). Le fonti pàli parlano in
(tenere di quattro asankheyya e di centomila kappa (cfr. ad esempio
jàlaka, i, p. 2). Nella letteratura mahàyànica, il numero di « incalcola­
bili » varia fra 3, 7 e 33 ed essi sono messi in relazione con il progres-
»o del Boddhisattva nei diversi cosmi. La progressiva decadenza del­
l’uomo segnata nella tradizione buddista da una costante diminuzione
della durata della vita umana. Così, secondo Dighanikàya n, 2-7, al­
l’epoca del primo Budda, Vipassi, il quale fece la sua comparsa 91 kap­
pa or sono, la durata della vita umana era di 80000 anni; all’epoca del
•econdo Budda, Sikhi (31 kappa or sono), di 70000 anni e cosi via. II
»ettimo Budda, Gautama, compare nel momento in cui la vita umana è
ormai di soli 100 anni, ovverb è ridotta al limite estremo. (Lo stesso
motivo si ritroverà nelle apocalissi iraniche). Eppure per il buddismo,
come per la speculazione indiana nella sua totalità, il tempo è illimitato
r il Boddhisattva si incarnerà, al fine di annunciare la buona novella di
ulvezza a tutti gli esseri, in aeternum. L ’unica possibilità di uscire dal
tempo, di spezzare il cerchio di ferro delle esistenze, è l’abolizione della
condizione umana e la conquista del Nirvàna. Del resto tutti questi « in­
calcolabili » e tutti gli innumerevoli eoni hanno anch’essi una funzione
m»enologica: la semplice contemplazione del loro panorama terrorizza
l’uomo e lo costringe a « rendersi conto » che deve ricominciare miliar­
di di volte questa stessa esistenza evanescente e sopportare le stesse sof­

63
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

ferenze senza fine; l’effetto di dò è quello di esacerbare la sua volontà


di evasione, doè di spingerlo a trascendere definitivamente la sua con­
dizione di « esistente ».

Tempo cosmico e Storia

Soffermiamod un attimo su questo punto preciso; la visione del


Tempo infinito, del d do senza fine delle creazioni e delle distruzioni de­
gli Universi, in ultima istanza il mito dell’eterno ritorno, elevato a
« strumento di conoscenza » e mezzo di liberazione. Nella prospettiva
del Gran Tempo, ogni esistenza è precaria, evanescente, illusoria. Se le
si considera sul piano dei ritmi cosmid superiori, doè sul piano d d
mahàyuga, dei kalpa, d d manvantàra, non solo l’esistenza umana e la
storia stessa—con tutti i suoi imperi, le sue dinastie, le sue rivoluzioni
e controrivoluzioni—si riveleranno effimere, in qualche sorta irreali, ma
lo stesso universo è svuotato di realtà, ché, come abbiamo visto , gli
Universi nascono in continuazione dagli innumerevoli pori d d corpo
di Visnu e scompaiono con la rapidità di una bolla d’aria che scoppia
una volta raggiunta la superficie dell’acqua. L’esistenza nel Tempo è,
dal punto di vista ontologico, una non esistenza, un’irrealtà. In questo
senso deve essere inteso quanto afferma l’idealismo indiano e in primo
luogo il Vedànta: il mondo è illusorio, privo di realtà, dal momento
che la sua durata è limitata poiché, nella prospettiva dell’eterno ritor­
no, essa è una non durata. Il tavolo su cui scrivo è irreale non perché
non esiste nel senso proprio del termine, nel qual caso sarebbe un’illu­
sione dei nostri sensi; non è illusione: esiste in questo momento pre-
dso—ma questo tavolo è illusorio in quanto non esisterà più da qui a
diecimila o centomila anni. Il mondo storico, le società e le civiltà co­
struite a fatica con lo sforzo di migliaia di generazioni, tutto questo è
illusorio in quanto, sul piano dei ritmi cosmici, il mondo storico dura
10 spazio di un istante. L ’uomo del Vedànta, il buddista, lo rsi, lo yogi,
11 sàdhu, ecc., tirano le logiche conclusioni della lezione d d Tempo in­
finito e dell’Etemo Ritorno, rinunciano al mondo e ricercano la Realtà
assoluta, ché solo la conoscenza dell’Assoluto li aiuta a liberarsi dall’il­
lusione, a strappare il velo della Màyà.
La rinuncia al mondo, tuttavia, non è l’unica conseguenza che un in­
diano è in diritto di trarre dalla scoperta del Tempo ciclico infinito. Co­
me oggi si comincia a meglio comprendere, l’india non ha conosciuto

64
Tempo cosmico e Stona

unicamente la negazione e il rifiuto totale del mondo. Partendo sempre


dal dogma dell’irrealtà di fondo del Cosmo, la spiritualità indiana ha
altresì elaborato ima via che non necessariamente conduce all’ascesi e
«D'abbandono del mondo. È, ad esempio, la via predicata da Krsna nel­
la Bhagavad-Gtta5: la phalatrsnavairàgya, ovvero la «rinuncia ai frut­
ti delle proprie azioni », ai benefici che si possono trarre dalle azioni,
ma la rinuncia all’agire in sé. È la via che mette in luce il seguito del
mito di Visnu e di Indra, di cui abbiamo raccontato più sopra l’avven­
tura.
In effetti Indra, umiliato dalla rivelazione di Visnu, rinuncia alla sua
vocazione di dio guerriero e si ritira sulle montagne per praticare l’asce­
tismo più terribile. In altri termini si appresta a trarre quella che gli
•embra essere l’unica conclusione logica della scoperta dell’irrealtà e del-
I* vanità del mondo. Si trova in una situazione identica a quella in cui
ni trovò il principe Siddhàrta immediatamente dopo aver abbandonato
il suo palazzo e le sue spose a Kapilavatsu ed essersi dedicato a penose
mortificazioni. Ci si può domandare se un Re degli Dei, uno sposo,
avesse il diritto di trarre simili conclusioni da una rivelazione di ordi­
ne metafisico, se la sua rinuncia e la sua ascesi non mettessero in peri­
tolo l’equilibrio del mondo. In effetti, poco tempo dopo, sua moglie,
la regina Caci, desolata di essere stata abbandonata, implora l’aiuto del
prete-consigliere Brhaspati. Costui, prendendola per mano, va da Indra
c gli parla lungamente, non soltanto della virtù della vita contemplati­
va, ma anche dell’importanza della vita attiva, della vita che trova la
mia pienezza in questo mondo. Indra, a questo modo, riceve una secon­
da rivelazione: comprende che ciascuno deve seguire la via che è la sua
c realizzare la propria vocazione, ovvero, in ultima istanza, compiere il
«uo dovere. Però, dal momento che la sua vocazione e il suo dovere era­
no di continuare a rimanere Indra, egli riprende la sua identità e pro­
segue le eroiche avventure, senza orgoglio e senza fatuità, poiché ha
compreso la vanità di ogni « situazione », fosse anche quella di Re de­
gli Dei...
Questo seguito del mito ristabilisce l’equilibrio: l’importante non è
tempre rinunciare alla propria situazione storica sforzandosi invano di
unirsi all’Essere universale, bensì di conservare costantemente nello spi­

* Cfr. ad esempio, Bhagavad-Gità, iv, 20; cfr. il nostro libro Techniques da


Voga, Gallimard, Paris 1948, pp. 141s. (tf. it. Tecniche dello yoga, Boringhieri,
Torino 1975, pp. 187s.).

65
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

rito le prospettive del Gran Tempo, pur continuando ad adempiere al


proprio dovere nel tempo storico. £ esattamente questa la lezione che,
nella Bhagavad-Gita, Krsna impartisce a Arjuna. In India, come un po’
dovunque nel mondo arcaico, questa apertura sul Gran Tempo, otte­
nuta tramite la recitazione periodica dei miti, consente di prolungare al­
l’infinito un certo ordine, metafisico, etico e sociale a un tempo, ordine
che non conduce affatto all’idolatria della Storia, ché la prospettiva del
Tempo mitico rende illusorio qualsiasi frammento del tempo storico.
Come abbiamo appena visto, il mito del Tempo ciclico e infinito,
strappando le illusioni ordite dai ritmi minori del Tempo, cioè dal tem­
po storico, ci rivela a un tempo la precarietà e, in fin dei conti, Tir-
realtà ontologica dell’Universo e la via della nostra liberazione. In effet­
ti ci si può salvare dai vincoli della Màyà o attraverso la via della con­
templazione, rinunciando al mondo e praticando l’ascesi e le tecniche
mistiche che ad essa conducono, oppure attraverso una via attiva, con­
tinuando a rimanere nel mondo, senza più godere però dei « frutti del­
le proprie azioni » (phalatrsnavairàgya). In un caso come nell’altro, Pim-
portante è non credere unicamente alla realtà delle forme che nascono
e fioriscono nel Tempo: non bisogna mai perdere di vista il fatto che
tali forme sono « vere » unicamente sul piano di riferimento che è loro
proprio, ma che, dal punto di, vista ontologico, sono prive di sostanza.
Come dicevamo più sopra, il tempo può diventare uno strumento di co­
noscenza nel senso che basta proiettare una cosa o un essere sul piano
del Tempo cosmico per rendersi immediatamente conto della sua irreal­
tà. La funzione gnoseologica e soteriologica di un simile cambiamento
di prospettiva ottenuto tramite l’apertura verso i ritmi maggiori del
tempo è messa in luce in modo ammirevole da certi miti che si riferi­
scono alla Màyà di Vii«u.
Ecco uno di questi miti, nella versione moderna e popolare narrata
da Sri Ramakrishna *. Un asceta illustre di nome Nàrada si conquistò
con le sue innumerevoli pratiche austere la grazia di Vìsnu e un giorno
il dio gli appare e gli promette di adempiere qualsiasi suo desiderio.
« Mostrami la potenza magica della tua màyà », gli chiede Nàrada.
Vir#u acconsente e gli fa cenno di seguirlo. Poco tempo dopo, trovan­
dosi su un sentiero deserto in pieno sole ed essendo assetato, Vìsnu lo
prega di andare qualche centinaio di metri più in là, dove si intravede

* The Sayings of Sri Ramakrishna, Madras 1938, Libro iv, capitolo 22. Cfr.
un’altra versione di questo mito secondo la Matsya Purina, raccontata da H. Zim-
mer, Myths and Symbols, pp. -27s.

66
Il « terrore del Tempo »

un piccolo villaggio, a prendergli un po’ d’acqua. Nàrada si precipita e


bussa alla porta della prima casa che incontra. Gli apre una bellissima
ragazza. L ’asceta la guarda a lungo e dimentica la ragione della sua ve­
nuta. Entra in casa e i genitori della ragazza lo ricevono con il rispetto
dovuto a un santo uomo. Passa il tempo, Nàrada finisce con lo sposare la
ragazza, conosce le gioie del matrimonio e sperimenta quanto sia dura
la vita del contadino. Passano dodici anni e, dopo la morte di suo suo­
cero, egli diventa proprietario della fattoria. Nel corso del dodicesimo
anno, però, la regione è inondata da piogge torrenziali. In una tiotte
il bestiame annega, la casa crolla. Sostenendo con una mano sua moglie,
tenendo con l’altra i suoi due figli e portando sulla spalla il più picco­
lo, Nàrada si fa strada con difficoltà attraverso le acque. Il fardello,
però, è tròppo pesante, egli scivola e il più piccolo cade in acqua. Nàra­
da lascia gli altri due bambini e fa di tutto per ritrovarlo, ma è troppo
tardi: il torrente lo ha trascinato via. Mentre è alla ricerca del piccolo,
le acque inghiottono gli altri due bambini e, poco dopo, la moglie. Lo
«tesso Nàrada cade e il torrente lo trascina privo di sensi, come un pez­
zo di legno. Quando ritorna in sé, sbattuto contro una roccia, e gli ven­
dono in mente le sue disgrazie, scoppia in singhiozzi. All’improvviso,
l>crò, sente una voce familiare. « Figliolo! Dov’è l’acqua che mi dovevi
|x>rtare? È più di mezz’ora che ti aspetto! ». Nàrada gira la testa e si
guarda intorno. Al posto del torrente che aveva distrutto ogni cosa ve­
de i campi deserti, scintillanti sotto il sole. « Capisci ora il segreto della
mia màyà? » gli chiede il dio.
È evidente che Nàrada non poteva affermare di aver capito tutto,
|«rò aveva imparato una cosa essenziale: ora sapeva che la Màyà cosmi-
in di V ì j « u si manifesta attraverso il Tempo.

Il « terrore del Tempo »

Il mito del tempo ciciclo, ovvero dei cicli cosmici che si ripetono al­
l'infinito non è un’innovazione del pensiero speculativo indiano. Come
abbiamo mostrato altrove7, le società tradizionali—le cui rappresenta­
zioni del Tempo risultano così difficili da cogliere, proprio perché sono
«presse attraverso simboli e rituali il cui significato profondo ci rima­
ne talora inaccessibile— immaginano l’esistenza temporale dell’uomo non

1 Le Mythe de l’Eternel Retour, passim.

67
Simbolismi indiani del Tempo e delI’Eternità

soltanto come una ripetizione ad infinitum di determinati archetipi e de­


terminati gesti esemplari, ma altresì come un.eterno ricominciare. In ef­
fetti dal punto di vista simbolico e rituale, il mondo viene periodica­
mente ricreato. Almeno una volta all’anno si ripete la cosmogonia; e
il mito cosmogonico serve anche di modello per un gran numero di azio­
ni: il matrimonio, ad esempio, oppure le guarigioni.
Qual è il senso di tutti quei miti e di tutti questi riti? È che il
mondo nasce, si sfalda, perisce e nasce nuovamente a un ritmo preci­
pitoso. Il caos e l’atto cosmogonico che mette fine al caos vengono pe­
riodicamente riattualizzati. L ’anno— o ciò che questo termine abbrac­
cia— equivale alla creazione, alla durata e alla distruzione di un mondo,
di un Cosmo. £ molto probabile che questa concezione della creazione
e distruzione periodiche del mondo, per quanto sia stata consolidata dal­
lo spettacolo della morte e risurrezione periodiche della vegetazione,
non sia per questo una creazione di società agricole. Essa si ritrova nei
miti delle società preagricole e si tratta, con tutta probabilità, di una
concezione di struttura lunare. La luna, in effetti, misura le periodicità
più marcate e i termini relativi alla luna sono stati usati per primi ad
esprimere la misura del tempo. I ritmi lunari segnano sempre una
« creazione » (la luna nuova), seguita da una crescita (la luna piena),
un calo e una « morte » (le tre notti senza luna). Con ogni probabilità
è l’immagine di questa eterna nascita e morte della luna ciò che ha con­
tribuito a cristallizzare le intuizioni dei primi uomini circa la periodici­
tà della Vita e della Morte e che ha in seguito sprigionato il mito della
creazione e della distruzione periodica del mondo. I miti più antichi
del diluvio rivelano una struttura e un’origine lunari. Dopo ogni dilu­
vio un Antenato mitico dà alla luce una nuova umanità. Orbene, il più
delle volte succede che questo Antenato mitico prende le sembianze di
un animale lunare. (Con questo nome in etnologia vengono indicati gli
animali la cui vita rivela una certa alternanza e in primo luogo un pe­
riodico apparire e scomparire).
Per il « primitivo », di conseguenza, il Tempo è ciclico, il mondo
viene periodicamente creato e distrutto e il simbolismo lunare di « na­
scita-morte-rinascita » è manifesto in un gran numero di miti e di riti.
A partire da un tale retaggio che si perde nella notte dei tempi, si è
andata elaborando la dottrina panindiana delle età del mondo e dei ci­
cli cosmici. Va da sé che l’immagine archetipa dell’eterna nascita, mor­
te e risurrezione della luna, è stata sensibilmente modificata dal pen­
siero indiano. Per quanto riguarda l’aspetto astronomico degli yuga, è

68
Simbolismo indiano dell’abolizione del Tempo

probabile che esso sia stato influenzato dalle speculazioni cosmologiche


e astrologiche dei Babilonesi; in questa sede, tuttavia, non ci sofferme­
remo sulle eventuali influenze storiche esercitate dalla Mesopotamia sul­
l’india. Quel che ci preme di mettere in luce è che l’indiano, ingran­
dendo con audacia sempre crescente la durata e il numero dei cicli co­
smici, mirava ad un fine soteriologico. Atterrito dal numero senza fine
di nascite e di rinascite degli Universi, a cui si accompagnava un nume­
ro altrettanto considerevole di nascite e rinascite umane rette dalla leg­
ge del karma, l’indiano era in certo qual modo costretto a cercare uno
sbocco a questa ruota cosmica e a queste trasmigrazioni infinite. Le dot­
trine e le tecniche mistiche che si prefiggono di liberare l’uomo dal do­
lore e dal ciclo infernale di « vita-morte-rinascita », si impadroniscono
delle immagini mitiche dei cicli cosmici, le amplificano e le utilizzano ai
loro fini di proselitismo. L ’eterno ritorno, per gli Indiani dell’epoca post-
vedica, cioè per gli Indiani che avevano scoperto la « sofferenza dell’esi­
stenza », equivale al ciclo infinito della trasmigrazione retto dal karma.
Questo basso mondo, illusorio e passeggero, il mondo del sàmsara, il
mondo del dolore e dell’ignoranza, è il mondo che si svolge all’insegna
del Tempo. Liberarsi da questo mondo e ottenere la Salvezza equivalgo­
no a una liberazione del Tempo cosmico.

Simbolismo indiano dell’adozione del Tempo

In sanscrito il termine kàla è usato sia nel senso di periodi di tem­


po, sia di durate infinite, sia in quello di un determinato momento
—come nelle lingue europee (ad es.: « What time is now? »). Nei te­
nti più antichi sì sottolinea il carattere temporale di tutti gli Universi e
di tutte le possibili esistenze: « li Tempo ha generato tutto ciò che è e
thè sarà » (Atharva Veda, xix 54,3). Nelle Upanisad, Brahman, lo Spi­
rito Universale, l’Essere assoluto, è concepito sia come trascendente il
Tempo che come fonte e fondamento di tutto ciò che si manifesta nel
Tempo: « Signore di ciò che è stato e ciò die sarà, egli è contempora­
neamente oggi e domani » ( Kena Up. iv, 13). E Krisna, manifestando­
li a Arjuna nella sua veste di Dio cosmico, dichiara: « Io sono il Tem­
po che, nella sua avanzata, distrugge il mondo » (Bbagavad-Gità xi, 32).
Come è noto, le Upanisad distinguono due aspetti di Brahman, PEs-
»ere universale: « il corporeo e l’incorporeo, il mortale e l’immortale,
il fisso (sthita) e il mobile, ecc. » (Brbadàranyaka-Upanisad li, 3,1). È

69
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Etemità

come dire che tanto l’universo nei suoi aspetti manifesti e non manife­
sti, che lo Spirito nelle sue modalità di condizionato e non condiziona­
to, riposano nell’Unico, nel Brahman che annulla tutte le polarità e tutte
le opposizioni. Orbene la Maitri Upanisad ( v i i 11,8), precisando questo
aspetto bipolare dell’Essere universale sul piano del Tempo, distingue
le « due forme » (dve rupe) di Brahman (cioè gli aspetti delle « due na­
ture » [ dvaitibhava] di un’unica essenza Itad ekan\) in quanto « Tem­
po e senza-Tempo » [kàlaq - càkalaq-ca). In altri termini il Tempo, al
pari dell’Eternità, sono i due aspetti dello stesso Principio: nel Brahman
il nuttc fluens e il nunc stans coincidono. La Maitri Upanisad prosegue:
« Ciò che precede il sole è senza-Tempo (akàla) e non diviso (akala);
ma ciò che comincia con il Sole è il tempo che ha delle parti (sakala) e
la sua forma è l’Annata... »
L ’espressione « ciò che precede il Sole » potrebbe essere intesa tan­
to sul piano cosmologico, in quanto riferita all’epoca che precedeva la
Creazione—poiché negli intervalli tra i mahàyuga o tra i kalpa, nel cor­
so delle Grandi Notti Cosrtiiche, la durata non esiste più—ma essa si
applica soprattutto sul piano metafisico e soteriologico, cioè essa indica
la situazione paradossale di chi ottiene l’illuminazione, diventa un
jivanmukta, un « liberato nella vita » e proprio in virtù di ciò supera il
Tempo, nel senso che non partecipa più alla durata. In effetti la Chàn-
dogya-Upanisad (in 11) afferma che per il Saggio, per l’illuminato, il
Sole resta immobile. « Ma dopo essersi alzato allo zenit, esso [il Sole ]
non si alzerà e non si poserà più. Si terrà solitario al Centro (ekala eva
madhyhe sthàlà). Da qui il verso: « Giammai là [cioè nel mondo tra­
scendentale del brahman] è tramontato, giammai è sorto... Non si le­
va né si posa; una volta per tutte ( sakrt ) è nel cielo per colui che co­
nosce la dottrina del brahman ».
Si tratta qui, si intende, di un’immagine sensibile della trascenden­
za: allo zenit, cioè alla sommità della volta celeste, al «Centro del
mondo », nel punto dove sono possibili la rottura dei livelli e la comu­
nicazione tra le zone cosmiche, il Sole ( = il Tempo) rimane immobile
per « colui che sa », il nuric fluens si trasforma paradossalmente in nunc
stans. L’illuminazione, la comprensione, realizza il miracolo dell’uscita
dal Tempo. L ’istante paradossale dell’illuminazione è paragonato nei te­
sti vedici e nelle Upanisad al lampo. Brahman si capisce all’improvviso
come un lampo ( Kena Up. iv 4,5). « Nel lampo, la Verità » ( Kausitaki
Up. iv 2. È noto che la stessa identica immagine, lampo— illuminazione
spirituale, si incontra nella metafisica greca e nella mistica cristiana).

70 j
Simbolismo indiano dell’abolizione del Tempo

Soffermiamoci un istante su questa immagine mitica: lo zenit—che


è a un tempo la Sommità del Mondo e il « Centro » per eccellenza, il
punto infinitesimale attraverso cui passa l’Asse Cosmico (Axis Mundi).
Nel capitolo precedente abbiamo mostrato quanto sia importante que­
sto simbolismo per il pensiero arcaico8. Un « Centro » rappresenta un
punto ideale che non appartiene allo spazio profano, geometrico, bensì
allo spazio sacro e in cui può realizzarsi la comunicazione con il Cielo o
l’inferno; in altri termini un « Centro » è il luogo paradossale della rot­
tura dei livelli, il punto in cui il mondo sensibile può essere trasceso.
Ma per il fatto stesso di trascendere l’Universo, il mondo creato, si tra­
scende il tempo, la durata e si ottiene la stasi, l’eterno presente atem­
porale.
La solidarietà tra l’atto di trascendere lo spazio e quello di trascen­
dere il flusso temporale è messa in luce bene da un mito relativo alla
natività del Budda. Il Majjhima Nikàya (in, p. 123) racconta che « ap­
pena nato il Boddhisattva posa i piedi a piatto per terra e, rivolto a nord,
fa sette passi al riparo di un parasole bianco. Esamina tutte le regioni
intorno e con la sua voce di toro dice: ‘Sono il più alto del mondo, sono
il migliore del mondo, sono il primogenito del mondo; questa è la mia
ultima nascita, ormai per me non ci sarà più una nuova esistenza’ ».
Questo tratto mistico della Natività del Budda è ripreso, con certe va­
rianti, nell’ulteriore letteratura dei Nikàya-Agama, dei Vinaya e nelle
biografie del Budda9. I sapta padani, i sette passi che portano il Budda
sulla vetta del mondo sono stati raffigurati anche nell’arte e nell’icono­
grafia buddista. Il simbolismo dei « Sette Passi » è abbastanza traspa­
rente I0. L ’espressione « sono il più alto del mondo » (aggo'ham asmi
lokassa) comunica la trascendenza spaziale del Budda. In effetti egli ha
raggiunto « la cima del mondo » (lokkagge) attraversando i sette stadi
cosmici a cui corrispondono, come è noto, i sette cieli planetari. Però,
in virtù di ciò, egli trascende anche il tempo poiché, nella cosmologia
indiana, il punto da cui è cominciata la creazione è la vetta, perciò essa
è anche il punto più « vecchio ». È questo il motivo per cui Budda

* Cfr. più sopra pp. 37ss.


* Etienne Lamotte ha riunito i testi più importanti in una lunga nota a margine
della sua traduzione di Mahàprajnàpàramitacastra di Nàgàrjuna; cfr. Le Traiti de
la Grande Vertu de Sagene de Nàgàrjuna, Louvain 1944, t. I, pp. 6s.
10 Cfr. Mircea Eliade, « Les Sept Pas du Bouddha » in Pro Regno prò Sanctua-
rio, Hommage Van der Leeuw, Nijkerk 1950, pp. 169-175.

71
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

esclama: « Sono io il Primogenito del mondo » (jettbo'barn asmi lokas-


sa) giacche nel momento in cui raggiunge la vetta cosmica, Budda di­
venta contemporaneo all'inizio del mondo. Magicamente egli ha abolito
il tempo e la creazione e si ritrova nell’istante temporale che precede
la cosmogonia. L ’irreversibilità del tempo cosmico, legge terribile per
tutti coloro che vivono nell’illusione, per Budda non vale più. Per lui
il tempo è reversibile e può perfino essere conosciuto in anticipo, che
il Budda conosce sia il passato che l’avvenire. Ciò che ci preme sotto-
lineare è che il Budda non soltanto diventa capace di abolire il tempo,
ma può anche percorrerlo all’indietro (patiloman, in sanscrito pratilo-
man, « contropelo ») e questo varrà anche per i monaci buddisti e per
gli yogi i quali, prima di ottenere il Nirvana o il samadhi, operano un
« ritorno indietro » che consente loro di conoscere le esistenze anteriori.

L'« Uovo infranto »

A fianco di questa immagine di trascendenza dello spazio e del tem­


po con la traversata dei sette livelli cosmici che proietta il Budda al
« Centro » del mondo e al tempo stesso lo riporta al momento tempo­
rale che precede la creazione del mondo, esiste un’altra immagine che
congiunge in modo felice il simbolismo dello spazio e quello del tem­
po. In un’eccellente tesi di laurea, Paul Mus ha richiamato l’attenzione
su questo testo del Suttavibhanga 11: « Quando una gallina ha deposto
delle uova, disse il Budda, otto o dieci o dodici e questa gallina vi si è
seduta sopra e le ha tenute al caldo e le ha covate a sufficienza; quan­
do dunque uno dei pulcini, il primo, con la punta della sua zampa o con
il becco spezza il guscio ed esce felicemente dall’uovo, come chiamere­
mo questo pulcino, il più vecchio o il più giovane? ‘Lo si chiamerà il
primogenito, venerabile Gotama, giacché è il più vecchio di tutti’. ‘Al­
lo stesso modo, oh bramino, tra gli esseri che vivono nell’ignoranza e
sono come chiusi e imprigionati in un uovo, io l’uovo l’ho infranto, ho
infranto il guscio dell’ignoranza e solo al mondo ho ottenuto la felice,
l’universale dignità di Budda. Quindi, oh bramino, io sono il primoge­
nito, il più nobile di tutti gli esseri ».

11 Suttavibhanga, Pàrà/ika i, i, 4; cfr. H. Oldenberg, Le Rouddba, tr. fr. A.


Foucher, pp. 364-365; Paul Mus, « La Notion de temps réversible dans la my-
thologie bouddhique » (estratto dell’Annuaire de l’Ecole pratique des Hautes
Etudes, Section des Sciences religieuses, 1938-1939, Melun 1939), p. 13.

72
L ’« Uovo infranto »

Come dice Paul Mus, è questa una « rappresentazione di una sem­


plicità ingannevole». Per bene intenderla bisogna ricordarsi che l’ini­
ziazione braminica era considerata una seconda nascita. Il nome più co­
mune degli iniziati era dvija, ‘nato due volte, twice born’. Orbene gli
uccelli, i serpenti, ecc., ricevevano anch’essi questo appellativo in quan­
to nati da un uovo. L ’atto di depotre l’uovo era assimilato alla « prima
nascita », ovvero alla nascita naturale dell’uomo. « Lo schiudersi dell’uo­
vo corrispondeva alla nascita sovrannaturale dell’iniziazione. D ’altro
canto i codici braminici non mancano di stabilire il principio secondo
cui l’iniziato è sul piano sociale il superiore, il fratello maggiore, del non
iniziato, qualunque siano i loro rapporti di età fisica o di parentela »
(Mus, op. cit., pp. 13-14).
Ma c’è di più. « Come descrivere, anche solo metaforicamente, la
nascita sovrannaturale del Budda assimilandola alla rottura dell’uovo in
cui è racchiuso, in potenza, il « Primogenito » (jyeshta) dell’universo,
senza riportare naturalmente alla mente di chi ascolta 1’« uovo cosmi­
co » delle tradizioni braminiche, da cui, all’alba dei tempi, esce il Dio
primordiale della creazione, variamente chiamato l’Embrione d’Oro
(Hiranyagarbha), il Padre o il Signore dei Creatori (Prajàpati), Agni
(Dio del fuoco e Fuoco rituale) ovvero il brahman (principio sacrificale,
« preghiera », testo degli inni, ecc., divinizzato)? » (Mus, p. 14). Orbe­
ne noi sappiamo che 1’« uovo cosmico » è « formalmente identificato
con Panno, espressione simbolica del Tempo cosmico: il samsàra, altra
immagine della durata ciclica, ricondotto alle sue cause, corrisponde quin­
di esattamente all’uovo mitico » (ibid., p. 14, nota 1).
Così l’azione di trascendere il tempo è veicolata da un simbolismo
cosmologico e spaziale ad un tempo. Infrangere il guscio dell’uovo equi­
vale, nella parabola di Budda, a infrangere il samsàra, la ruota delle esi­
stenze, e questo vuol dire trascendere tanto lo spazio cosmico che il
Tempo ciclico. In questo caso anche il Budda usa delle immagini ana­
loghe a quelle cui ci avevano abituato i Veda e le Upanisad. Il sole im­
mobile allo zenit della Chàndogya Upanisad è il simbolo spaziale che
esprime Patto paradossale dell’evasione dal Cosmo con forza pari a quel­
la dell’immagine buddista dell’uovo infranto. Avremo occasione di in­
contrare ancora immagini archetipe del genere, usate al fine di simboleg­
giare la trascendenza, quando presenteremo determinati aspetti delle
pratiche yogico-tantriche.

73
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

La filosofia del Tempo nel buddismo

Il simbolismo dei Sette Passi del Budda e dell’Uovo Cosmico impli­


ca la reversibilità del tempo e su questo paradossale processo dovremo
ritornare. Prima, però, bisogna che presentiamo le grandi linee della
filosofia del tempo, elaborata dal buddismo e specialmente dal buddismo
mahàyànico a . Per i buddisti anche il tempo è costituito da un flusso
continuo ( samtàna) e, proprio per la fluidità del tempo, ogni « forma »
che si manifesta nel tempo è non soltanto deperibile, ma altresì irreale
sul piano ontologico. I filosofi del Màhàyàna hanno disquisito a iosa su
quel che si potrebbe chiamare l’istantaneità del tempo, cioè sulla fluidi­
tà e, in ultima istanza, la non realtà dell’istante presente che si trasfor­
ma continuamente in passato, in non essere. Per il filosofo buddista,
scrive Stcherbatzky, « l’esistenza e la non esistenza non sono apparente
diverse di una cosa, bensì la cosa in sé ». Come dice Qantaraksita, « la
natura di ogni esistente è la sua istantaneità (fatta di un numero consi­
derevole) di stasi e di distruzioni» (Tattvasangraha, p. 137; Stcher­
batzky, Buddbist Logic, i, pp. 94.). La distruzione cui fa allusione Qan-
taraksita non è la distruzione empirica, ad esempio un vaso die si in­
frange quando cade a terra, bensì la nullificazione intrinseca e continua
di ogni esistente che si trova coinvolto nd Tempo. È per questo che
Vasubandhu scrive: « Giacché la nullificazione è istantanea e ininterrot­
ta, non esiste movimento (reale) » 13. Il movimento e di conseguenza il
tempo in sé, la durata, è un postulato pragmatico, così come lo è per il
buddismo, l’io individuale; in quanto concetto, invece, il movimento
non corrisponde a una realtà esterna, poiché è « qualcosa » che noi
stessi abbiamo costruito. La fluidità e l’istantaneità del mondo sensibi­
le, la sua continua nullificazione, è la formula mahàyànica per eccellen­
za per esprimere l’irrealtà del mondo temporale. Partendo dalla conce­
zione mahàyànica del tempo si è talora giunti alla condusione che, per
i filosofi del Grande Veicolo, il movimento è discontinuo, che « il mo­

12 La base documentaria si ritrova nei due volumi di Th. Stcherbatzky, Buddbist


Logic, Bibliotheca Buddhica, Leningrad 1930-1932 e nella ricca relazione di Louis
de la Vallée-Poussin, «Documents d’Abhidharma: la Controverse du Temps » in
Milanges chinois et boudàbtques, v, Bruxelles 1937, pp. 1-158. Cfr. anche S.
Schayer, Contributions to thè problem of Time in Indiart Pbilosopby, Cracovia
1938 e Ananda K. Coomaraswamy, Time and Eternity, Ascona 1947, pp. 30s.
15 Abbidbarmakoca, iv, 1, citato da Coomaraswamy, op. cit., p. 58. Cfr. la tra­
duzione commentata di Louis de la Vallée-Poussin, 5 voli., Paris 1923-1931.

74
La filosofia del Tempo nel buddismo

vimento è costituito da una serie di immobilità » (Stcherbatzky). Però,


come giustamente osserva Coomaraswamy (op. cit., p. 60), una linea
non è fatta di una serie infinita di punti, ma si presenta come un conti­
nuum. Lo stesso Vasubandhu lo afferma: « lo slancio dei momenti è
ininterrotto » ( nirantara-ksana-utpada). Il termine samtàna, che Stcher­
batzky traduce con « serie », etimologicamente significa « continuum ».
Tutto questo non è nuovo. I logici e i metafisici del Grande Veico­
lo non hanno fatto altro che spingere al limite estremo le intuizioni
panindiane sull’irrealtà ontologica di ogni esistente nel Tempo. La flui­
dità corrisponde all’irrealtà. L ’unica speranza e l’unica via di salvezza
c il Budda il quale ha rivelato il Dharma (la realtà assoluta) e ha indi­
cato la via del Nirvana. I discorsi del Budda riprendono instancabilmen­
te il tema centrale del suo messaggio: tutto ciò che è condizionato è ir­
reale; egli non dimentica però mai di aggiungere: «questo non sono
10 » (na me so atta). Infatti lui, il Budda, è identico al Dharma ed è, di
conseguenza, « semplice, non composto » (asamkhata) e « atemporale,
senza tempo » (akàliko, come dice VAngui tara Nikàya iv, 359-406). A
più riprese il Budda ricorda che egli « trascende gli eoni » (kappàlilo...
vipumallo), che lui « non è uomo degli eoni » ( akkapiyo), cioè che non
è veramente coinvolto nel flusso ciclico del tempo, che ha superato il
Tempo cosmico14. Per lui, dice il Samyutta Ntkàya (i 141) « non esi­
ste né passato né avvenire » (na lassa paccha na ria purattham athi). Per
11 Budda tutti i tempi sono resi presenti ( Visuddhi Magga, 411): ciò si­
gnifica che egli ha abolito l’irreversibilità del tempo.
Il presente totale, l’eterno presente dei mistici, è la stasi, la non du­
rata. Nel linguaggio del simbolismo spaziale, la non durata, l’eterno pre­
sente è l’immobilità. E, in effetti, per indicare lo stato non condiziona­
to di Budda o di liberato, il buddismo—al pari dello Yoga del resto—
utilizza espressioni che si riferiscono all’immobilità, alla stasi. « Colui
il cui pensiero è stabile » ( thila-citto; Digha Nikàya n, 157), « colui il
cui spirito è stabile » (thit’allà; ibid. i, 57, ecc.), « stabile, immobile »,
ccc. Non dimentichiamo che la definizione prima, la più semplice, dello
Yoga è quella fornita dallo stesso Patanjali all’inizio delle sue Yoga-
Sùtra (i 2): yogah cittavrttinirodhah, cioè « lo yoga è la soppressione
degli stati di coscienza ». La soppressione, però, è solo l’obiettivo fina­
le. Lo yogi comincia col « fermare », con 1’« immobilizzare » i suoi sta-

14 Sutta Nipàta, 373, 860, ecc. e altri testi raccolti da Coorparaswamy, op. cit.,
pp. 40s.

75
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

ti di coscienza, il suo flusso psico-mentale. (Il significato più comune di


nirodha è d’altronde quello di « restrizione, ostruzione », è il fatto di
rinchiudere, di circondare, ecc.) Torneremo sulle conseguenze che pos­
sono derivare da questo « arresto », da questa « immobilità » degli stati
di coscienza sull’esperienza temporale, degli yogin.
Colui « il cui pensiero è stabile » e per il quale il tempo non scorre
più, vive in un eterno presente, nel nunc stans. L ’istante, il momento
attuale, il nunc, in sanscrito si dice ksana e in pàli khana 1S. Il tempo si
misura attraverso il ksana, il « momento ». Questo termine ha però an­
che il significato di « momento favorevole, opportunity » e per il Budda
è possibile uscire dal tempo approfittando di un « momento favorevo­
le » del genere. In effetti, Budda consiglia di « non perdere il momen­
to », poiché « si lamenteranno coloro che perderanno il momento ».
Egli si felicita con i monaci « che hanno colto il loro momento » (kbano
vo patiladdho) e compiange coloro « per cui il momento è passato »
(khanàtità; Samyuta Nikaya iv, 126). È come dire che, dopo la lunga
via percorsa nel tempo cosmico, attraverso le esistenze innumerevoli,
l’illuminazione è istantanea ( eka-ksana). « L ’illuminazione istantanea »
(eka-ksanabhisambodhi) come viene chiamata dagli autori del mahàyàna,
vuol dire che la comprensione della Realtà avviene all'improvviso, come
un lampo. È esattamente la stessa immagine verbale, fondata sul simbo­
lismo del lampo, che abbiamo incontrato nei testi delle Upanisad. Un
istante qualsiasi, uno ksana qualsiasi può diventare il « momento favo­
revole », l’istante paradossale che sospende la durata e proietta il mo­
naco buddista nel nunc stans, in un eterno presente. Questo eterno pre­
sente non fa più parte del tempo, della durata: è qualitativamente di­
verso dal nostro « presente » profano, da questo presente precario che
si erge debolmente tra due non entità—-il passato e l’avvenire—e che
si fermerà con la nostra morte. Il « momento favorevole » dell’illumi­
nazione è da paragonare al lampo o all’estasi mistica che comunica la ri­
velazione e che si prolunga paradossalmente fuori dal tempo.

Immagini e paradossi

Osserviamo che tutte queste immagini attraverso cui ci si sforza di


'•* Cfr. Louis de la Vallée-Poussin, « Notes sur le ‘moment’ ou ksana des
bouddhistes » in Roeznik Orientalistczny, voi. vili, 1931, pp. 1-13; Coomaraswamy.
op a t , pp 56$

76 1
Immagini e paradossi

esprimere l’atto paradossale dell’« uscita dal tempo » valgono anche per
esprimere il passaggio dall’ignoranza all’illuminazione (ovvero, in altri
termini, dalla « morte » alla « vita », dal condizionato al non condizio­
nato,ecc.)- Grosso modo esse possono essere raggruppate in tre classi:
1) le immagini che indicano l’abolizione del tempo, e di conseguenza,
l’illuminazione tramite una rottura dei livelli (1’« Uovo infranto », il
Lampo, i Sette Passi del Budda, ecc.); 2) quelle che esprimono una si­
tuazione inconcepibile (l’immobilità del sole allo zenit, la stabilità del
flusso degli stati di coscienza, il completo arresto della respirazione nel*
la pratica yoga, ecc.) e, per finire, 3) l’immagine contraddittoria del
« momento favorevole », frammento temporale trasfigurato in « istan­
te deH’illuminazione ». Le ultime due classi di immagini indicano, a lo­
ro volta, una rottura di livelli, poiché mettono in luce il passaggio para*
dossale da uno stato « normale » sul piano profano (la corsa del sole,
il Busso della coscienza, ecc.) a uno stato « paradossale » (l’immobilità
del sole, ecc.) oppure implicano la transustanzializzazione che si produ­
ce all’interno stesso del momento temporale. (Com’è noto, il passaggio
dalla durata profana al tempo sacro messo in moto da un rituale si ot­
tiene altresì attraverso una « rottura dei livelli »: il tempo liturgico non
continua la durata profana in cui si inserisce, bensì, paradossalmente, il
tempo dell’ultimo rituale celebrato. Cfr. il nostro Traité d’Histoire des
Religioni, PP- 332s., ed it. p. 402s.).
La struttura di queste immagini non ha nulla di sorprendente: qual­
siasi simbolismo della trascendenza è paradossale e sul piano profano
impossibile da concepire. Il simbolo maggiore usato per esprimere la rot­
tura dei livelli e la penetrazione nell’« altro mondo », nel mondo sopra-
sensibile (sia esso il mondo dei morti o quello degli dei), è quello de}
« passaggio difficile », il filo del rasoio. La Katha XJpanisad (ili 14) af­
ferma: « È arduo passare sulla lama alata del rasoio, dicono i poeti, per
esprimere le difficoltà del cammino (che conduce alla conoscenza supre­
ma) ». Sovviene quel che dice il Vangelo: « Quanto stretta è invece la
porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli
che la trovano » (Mt 7, 14). La « porta stretta », il filo del rasoio, il
ponte esiguo e pericoloso non esauriscono, del resto, la ricchezza di que­
sto simbolismo. Altre immagini ci presentano una situazione apparen­
temente senza via d’uscita. L ’eroe di un racconto iniziatico deve passa­
re nel punto « in cui il giorno e la notte si incontrano », oppure trova­
re una porta in un muro che si presenta compatto, o salire al Cielo at­
traverso un passaggio che si socchiude per un solo istante, passare tra

77
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

due mole in continuo movimento, tra due massi che si scontrano in con­
tinuazione, o ancora tra le fauci di un mostro, ecc.I6. Tutte queste im­
magini mitiche esprimono la necessità di trascendere i contrari, di abo­
lire la polarità che caratterizza la condizione umana per accedere atta
realtà suprema. Come dice Coomarasmy, « chi vuole trasportarsi da
questo mondo all’altro, o farvi ritorno, lo deve fare nell’intervallo uni­
dimensionale e atemporale che separa delle forze apparenti ma contra­
rie, attraverso cui si può passare solo in un istante » (Symplegades,
p. 486).
In effetti, poiché per il pensiero indiano la condizione umana si de­
finisce in base all’esistenza dei contrari, la liberazione (ovvero l’aboli­
zione della condizione umana) equivale a uno stato non condizionato che
supera i contrari ovvero, ed è poi la stessa cosa, a uno stato in cui i con­
trari coincidono. Ci si ricorderà che la Maitri Upanisad, riferendosi agli
aspetti manifesti e non manifesti dell’essere, distingue le « due for­
me » di Brahman in « Tempo ,e Senza-Tempo ». Per il Saggio, Brahman
tiene il ruolo di modello esemplare: la liberazione è un’« imitazione di
Brahman ». È dire che, per « colui che sa », il « Tempo e il Senza-Tem-
p© » perdono la loro tensione di opposti: non sono più distinti l’uno
dall’altro. Per illustrare questa paradossale situazione ottenuta grazie al­
l’abolizione delle « coppie di contrari », il pensiero indiano, al pari di
qualsiasi pensiero arcaico, utilizza delle immagini nella cui stessa strut­
tura è inclusa la contraddizione (immagini del tipo: trovare una porta
in' un muro che non rivela nessuna apertura).
La coincidenza degli opposti è messa in luce ancora meglio dall’im­
magine dell’« istante » (ksana) che si trasforma in « momento favore­
vole ». Apparentemente, nulla distingue un frammento qualsiasi del
Tempo profano dall’istante intemporale ottenuto attraverso l’illumina­
zione. Per ben comprendere la struttura e la funzione di una tale imma­
gine è necessario tener presente la dialettica del sacro: un oggetto qual­
siasi diventa paradossalmente una ierofania, un ricettacolo del sacro,

16 ■In merito a questi motivi, cfr. A.B. Cook, Zeus, in, 2, Cambridge 1940,
Appendice B: « Floating Islands », pp. 975-1006; Ananda Coomaraswamy, « Sym­
plegades » in Studies and Essays in thè History' of Science and Learning ofteredK
in Homage to George Sarton, New York 1947, pp. 463-488; Eliade, Le Chamani-
sme et les techniques archaiques de l'extase, Payot, Paris 1951, pp. 419s. e
passim (tr. it. Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Ed. Mediterranee, Roma
1975, pp. 468s. e passim).

78
Tecniche dell’« uscita dal Tempo »

pur continuando a partecipare all’ambiente cosmico circostante (una pie­


tra sacra rimane comunque una pietra qualsiasi, ecc.)17. Da questo punto
di vista, l’immagine del « momento favorevole » esprime il paradosso
dèlia coincidenza degli opposti con forza ancor maggiore di quanto av­
venga con le immagini delle situazioni contraddittorie (tipo: immobilità
del sole, ecc.).

Tecniche dell'« uscita dal Tempo »

L ’illuminazione istantanea, il salto paradossale fuori dal Tempo, si


ottiene a seguito di una lunga disciplina, la quale comporta tanto una
filosofia che una tecnica mistica. Ricordiamo alcune tecniche che hanno
come obiettivo l’arresto del flusso temporale. La tecnica più nota, che è
davvero panindiana, è il pranàyàma, il controllo del ritmo respiratorio.
Per cominciare, un’osservazione che ci sembra importante: la pratica
dello yòga, sebbene il suo fine ultimo sia quello di superare la condizio­
ne umana, comincia con il ripristinare e il migliorare questa stessa con­
dizione dell’uomo, col dargli un’ampiezza e una maestosità che sembra­
no inaccessibili ai profani. Noi pensiamo di primo acchito aìl'Hatha-
Yoga, il cui obiettivo specifico è quello di giungere ad un’assoluta pa­
dronanza del corpo e dello psichismo umano. Comunque tutte le forme
dello Yoga implicano una trasformazione preliminare dell’uomo profa­
no—debole, disperso, schiavo del suo corpo e incapace di compiere un
vero sforzo mentale—in un Uomo glorioso: in perfetta salute fisica, si­
gnore assoluto del suo corpo e della sua vita psico-mentale, capace di
concentrarsi, cosciente di sé. Tale uomo perfetto lo Yoga si sforza di
riuscire finalmente a superare, non soltanto l’uomo profano, l’uomo di
ogni giorno.
In termini cosmologici (e per penetrare il pensiero indiano è neces­
sario usare sempre questa chiave) è a partire da un Còsmo perfetto che
lo Yoga si sforza di trascendere la condizione cosmica in sé; non è a
partire da un caos. Orbene, la fisiologia e la vita psicomentale dell’uomo
profano rassomigliano molto a un caos. La pratica dello yoga comincia
con l’organizzare questo caos, col—diciamo pure la parola—cosmiciz-
zarlo. Il pr&nàyàma, il controllo del ritmo respiratorio, trasforma un po’

17 Sulla dialettica del sacro, cfr. il nostro Traiti d’Histoire des Religioni, pp. 15s.
(tr. it. Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1972, pp. 16s.).

79
Simbolismi indiani del Tempo e delTEternità

alla volta lo yogìn in un Cosmo 18: la respirazione non è più aritmica,


il pensiero non è più disperso, la circolazione delle forze psico-mentali
non è più anarchica. Orbene, operando in questo modo sulla respirazio­
ne, lo yogìn opera direttamente sul tempo vissuto. E non esiste allievo
di yoga che nel corso di questi esercizi respiratori non abbia sentito una
qualità di tempo del tutto diversa. Si è invano cercato di descrivere
questa esperienza del tempo vissuto durante il prànàyàma; la si è para­
gonata al tempo beatifico dell’ascolto di buona musica, all’esaltazione
dell’amore, alla serenità o alla pienezza della preghiera. Una cosa è cer­
ta: rallentando progressivamente il ritmo della respirazione, prolungan­
do sempre di più l’espirazione e l’inspirazione e lasciando passare un in­
tervallo di tempo quanto più lungo possibile tra questi due momenti
della respirazione, lo yogìn vive un tempo altro rispetto al nostro l9.
Due punti sono a nostro avviso importanti nella pratica del prà­
nàyàma-. 1) lo yogìn comincia con il « cosmicizzare » il suo corpo e la
sua vita psico-mentale; 2) attraverso il prànàyàma, lo yogin riesce ad
inserirsi a suo piacimento nei diversi ritmi del tempo vissuto. Patanialì
raccomanda, nel suo stile estremamente conciso, « il controllo dei mo­
menti e della loro continuità » (Yoga Sutra 3,52). I trattati yogico-tan-
trici posteriori forniscono maggiori dettagli in merito a questo « con-

11 Cfr. il nostro articolo « Cosmological homology and Yoga » in Journal of thè


Indian Society of Orientai Art, Calcutta 1937, pp. 188-203. Sul prànàyàma, cfr.
Techniques du Yoga, pp. 75s. (ed. it. pp. 123s.).
19 £ anzi possibile che il controllo del ritmo respiratorio abbia considerevoli
conseguenze sulla fisiologia dello yogìn. Io non ho nessuna competenza in questo
campo, però sono rimasto colpito, a Rishikesh e in altre località dell’Himalaya, dal
formidabile stato fisico degli yogì che pure si nutrivano appena. Uno dei vicini
del mio kutiar a Rishikesh era un naga, un asceta nudo, il quale trascorreva quasi
tutta la notte a praticare il prànàyàma e che non mangiava mai più di un pugno
di riso. Il suo fisico era quello di un atleta perfetto: non rivelava alcun segno
di denutrizione o di stanchezza. Mi sono chiesto come mai non avesse mai fame.
« Vivo solo di giorno », mi rispose. « Durante la notte, riduco a un decimo il
numero delle mie respirazioni ». Non sono del tutto sicuro di aver capito quel
che voleva dire, ma forse il senso di ciò era semplicemente che la durata vitale
si misura in base al numero delle inspirazioni e delle espirazioni e poiché egli du­
rante la notte riduceva tale numero ad un decimo del normale, viveva di dieci ore
del nostro tempo solo la decima parte, cioè un’ora. Calcolata in ore-respirazione,
una giornata di 24 ore solari per lui aveva soltanto 12 o 13 ore-respirazione, il che
equivale a dire che il suo corpo aveva un’usura e un invecchiamento più lenti
ogni 12 o 13 ore. Comunque, per quanto ne so io, non è stata ancora fornita una
spiegazione soddisfacente della sorprendente giovinezza degli yogì.

80
Tecniche dell’« uscita dal Tempo »

trailo » del tempo. Il KMacakratantra, ad esempio, si spinge abbastanza


in là: mette in rapporto l’inspirazione e l’espirazione con il giorno e la
notte, poi con le quindicine, i mesi, gli anni, arrivando progressivamen­
te fino ai massimi cicli cosmici20. È come dire che, attraverso il suo
ritmo respiratorio, lo yogìn ripete e in certo qual modo rivive il Gran­
de Tempo cosmico, la creazione e le distruzioni periodiche degli univer­
si. Questo esercizio ha un duplice scopo: da un lato lo yogìn è portato
ad identificare i suoi ritmi respiratori personali con i ritmi del Grande
Tempo cosmico e, così facendo, egli realizza la relatività del tempo e,
in ultima istanza, la sua irrealtà. D ’altra parte, però, egli ottiene la re­
versibilità del flusso temporale (sàra), nel senso che torna indietro, ri­
vive le sue esistenze anteriori e « brucia », per usare la parola dei testi,
le conseguenze dei suoi atti anteriori, annulla tali atti onde sfuggire alle
loro conseguenze karmiche.
In un simile esercizio di prànàyàma si indovina la volontà di rivi­
vere i ritmi del Gran Tempo cosmico: è, in certo modo, un’esperienza
identica a quella di Nárada che abbiamo narrato più sopra, esperienza
che questa volta, è realizzata in modo volontario e cosciente. La verità
di ciò è dimostrata dall’assimilazione delle due « vene mistiche », ida e
píngala, alla Luna e al Sole21. È noto che nella fisiologia mistica dello
yoga, ida e píngala sono i due canali attraverso cui circola l’energia psico­
vitale all’interno del corpo umano. L ’assimilazione di queste due vene
mistiche al Sole e alla Luna corona l’operazione che abbiamo denomi­
nato la « cosmizzazione » dello yogìn. Il suo corpo mistico diventa un
microcosmo. La sua inspirazione corrisponde alla corsa del Sole, cioè al
Giorno; la sua espirazione alla Luna, cioè alla Notte. In virtù di questo
il ritmo respiratorio dello yogìn sfocia nella perfetta integrazione nel
ritmo del Gran Tempo cosmico.
Tuttavia questa integrazione nel Gran Tempo cosmico non abolisce
il Tempo in quanto tale; quel che cambia sono soltanto i ritmi: lo
yogìn vive un Tempo cosmico, ma nonostante ciò egli continua a vivere
nel Tempo. Orbene, il suo obiettivo ultimo è uscire dal Tempo. È, ef­

20 Kàlacakra Tantra, citato da Mario E. Carelli nella prefazione all’edizione da


lui curata di Sekoddesatikà, pp. 16s.; cfr. Sekoddesatikà of Nadapàda (Nàropà),
being a Commentar) of thè Sekoddesa Section of thè Kàlacakra Tantra, Gaekwad
Orientai Series, voi. xc, Baroda 1941.
31 Cfr. i testi raccolti da P.C. Bagchi, « Some technical terms of thè Tantras » in
The Calcutta Orientai Journal, i, 2, novembre 1934, pp. 75-88, specialmente pp.
82s. e Shashibhusan Dasgupta, Obscure réligious cults, Calcutta 1946, pp. 274s.

81
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

fettivamente, ciò che avviene quando lo yogin riesce ad unificare le due


correnti di energia psico-vitale che circolano attraverso ida e pingala.
Attraverso un processo che è troppo difficile da spiegare in poche paro­
le, lo yogin cessa di respirare e, unificando le due correnti, le concentra
e le obbliga a circolare attraverso la terza « vena », susumna, la vena
che si trova al « centro ». Orbene, dice la Hatha yoga-pradipikà (iv
16-17), « Susumna divora il Tempo». Quésta paradossale unificazione
delle due vene mistiche ida e pingala, delle due correnti polari, equiva­
le all’unificazione del Sole e della Luna, cioè all’abolizione del Cosmo,
alla reintegrazione dei contrari, che è come dire che lo yogin trascende
sia l’Universo creato che il Tempo che lo governa. Ricordiamoci l’im­
magine mitica dell’uovo il cui guscio viene infranto dal Budda. È quel
che succede allo yogin che « concentra » i suoi respiri nella susumna:
egli spezza la scorza del suo microcosmo, egli trascende il mondo con­
dizionato che esiste nel tempo. Un numero considerevole di testi yogici
e tantrici alludono a questo stato non condizionato e senza tempo dove
« non esiste né giorno né notte », dove « non ci sono più né malattia
né vecchiaia », formule ingenue e approssimative, queste, dell’« uscita
dal Tempo ». Trascendere « il giorno e la notte » significa trascendere
i contrari, e corrisponde, sul piano temporale, al passaggio attraverso
la « porta stretta » sul piano spaziale. Questa esperienza yogico-tantrica
prepara e precipita il samàdhi, quello stato che di sdito viene indicato
con la parola « estasi », ma che noi preferiamo rendere con il termine
instasi. Lo yogin finisce col diventare un jivan-mukta, un « liberato nel­
la vita». È impossibile per noi raffigurarci la sua esistenza, del tutto
paradossale. A credere a quanto afferma, il jivan mukta non vive più
nel tempo in cui viviamo noi, bensì in un eterno presente, nel nune
stans, che è il termine con cui Boezio definiva l’eternità.
Tuttavia il processo yogico-tantrico a cui abbiamo or ora accennato
non esaurisce la tecnica indiana dell’« uscita dal Tempo ». Da un certo
punto di vista si potrebbe anzi dire che lo Yoga, in quanto tale, si pre­
figge la liberazione dalla schiavitù temporale. Ogni esercizio di concen­
trazione e di meditazione yogica « isola » chi lo pratica, lo sottrae al
flusso della vita psico-mentale e, di conseguenza, allenta la pressione del
del Tempo. C’è di più: la «distruzione del subconscio », la « combustio­
ne » dei vàsanàs che lo yogin cerca di realizzare. È nota l’importanza con­
siderevole che lo yoga accorda alla vita subliminale, che viene designa­
ta con il termine vàsanàs. « I vàsanàs hanno origine nella memoria »,
scrive Vyàsa (commento al Yoga Sutra iv, 9), ma non si tratta soltanto

82
Tecniche dell’« uscita dal Tempo »

della memoria individuale, la quale per un indù comprende sia il ricor­


do dell’esistenza attuale che i residui karmici delle innumerevoli esisten­
ze anteriori: oltre a ciò i vàsanàs rappresentano tutta la memoria col­
lettiva che si trasmette per mezzo del linguaggio e delle tradizioni: è in
certo modo l’inconscio collettivo di cui parla il professor Jung.
Con il suo sforzo di modificare il subconscio e in fin dei conti di
« purificarlo », di « bruciarlo » e di « distruggerlo » 22, lo yogìn cerca di
liberarsi dalla memoria cioè di abolire l’opera del Tempo. Non è que­
sta, d’altronde, una prerogativa delle tecniche indiane. È noto che un
mistico della levatura di Mastro Eckardt non cessa di ripetere che « al­
l’unione con Dio non esiste ostacolo maggiore del Tempo », che il Tem­
po impedisce all’uomo di conoscere Dio, ecc. E a questo proposito non
è senza interesse ricordare che le società arcaiche « distruggono » perio­
dicamente il mondo per poterlo « rifare » e, di conseguenza, poter vive­
re in un Universo « nuovo », senza « peccato », cioè senza € storia »,
senza memoria. Un gran numero di rituali periodici tendono egualmen­
te alla « purificazione collettiva dai peccati » (pubbliche confessioni, il
capro espiatorio, ecc.), in ultima istanza all’abolizione del passato. Tut­
to questo dimostra, ci sembra, che non esiste soluzione di continuità tra
l’uomo delle società arcaiche e il mistico appartenente alle grandi reli­
gioni storiche: l’uno e l’altro lottano con pari forza, sebbene con mez­
zi diversi, contro la memoria e contro il Tempo.
Questa svalutazione metafisica del Tempo e questa lotta contro la
« memoria » non esauriscono peraltro la posizione della spiritualità in­
diana nei confronti del Tempo e della Storia. Ricordiamoci la lezione
dei miti di Indra e di Nàrada: la màyà si manifesta attraverso il Tem­
po, ma in sé la màyà è soltanto la forza creatrice, e soprattutto la for­
za cosmogonica, dell’Essere assoluto ( = Qiva, Visnu): è dire che, in ul­
tima analisi la Grande Illusione cosmica è una ierofania. Questa Verità
rivelata, nei miti, da una serie di immagini e di « storia » viene esposta
in modo più sistematico dalle Upanisad23 e dai filosofi successivi: ovve­
ro che il fondamento ultimo delle cose, il Grund è costituito al con­
tempo dalla màyà e dallo Spirito Assoluto, dall’illusione e dalla Realtà,

a Una simile presunzione sembrerà con ogni probabilità vana o addirittura pe­
ricolosa agli occhi degli psicologi occidentali. Pur declinando qualsiasi qualifica
per intervenire nel dibattito, teniamo a ricordare da un lato La straordinaria scie»
za psicologica degli yogi e degli spirituali indù, e dall’altra l’ignoranza degli stu­
diosi occidentali circa- la realtà psicologica delle esperienze yogiche.
u Cfr. sopra, pp. 70ss.

83
Simbolismi indiani del Tempo e dell’Eternità

dal Tempo e dall’Eternità. Identificando tutti i « contrari » nello stes­


so, unico Vuoto universale (gunya), certi filosofi mahàyànici (ad esem­
pio Nàgàrjuna) e soprattutto le diverse scuole tantriche, sia buddiste
(Vajrayàna) che induiste, sono giunte a conclusioni simili. Tutto questo
non ha nulla di sorprendente, quando si conosce la sete della spirituali­
tà indiana per il superamento dei contrari e delle tensioni polari, per
l’unificazione del Reale, per la reintegrazione nell’Uno primordiale. Se
il Tempo, in quanto màyà, è anch’esso una manifestazione della Divi­
nità, vivere nel tempo non è, in sé, una « cattiva azione »: la « cattiva
azione » è credere che non esista nuli’altro al di fuori del Tempo. Si è
divorati dal Tempo, non perché si vive nel Tempo, ma perché si crede
nella realtà del Tempo e, di conseguenza, si dimentica o si disprezza
l’Eternità.♦
Questa conclusione non è senza importanza; c’è una tendenza a ri­
durre la spiritualità indiana alle sue posizioni estreme, fortemente « spe­
cializzate » e per ciò stesso, accessibili unicamente ai saggi e ai mistici,
e ci si dimentica delle posizioni panindiane, illustrate soprattutto dai miti.
In effetti, 1’« uscita dal tempo » ottenuta dallo jivan-mukta equivale a
un’instasi o un’estasi inaccessibili alla maggioranza degli uomini. Tutta­
via se 1’« uscita dal tempo » rimane la via maestra della liberazione (si
ricordino i simboli deU’illuminazione istantanea, ecc.), questo non vuol
dire che tutti coloro che non l’hanno ottenuta siano spietatamente con­
dannati all’ignoranza e alla schiavitù. Come dimostrano i miti di Indra
e di Nàrada, basta rendersi coscienti dell’irrealtà ontologica del Tempo
e « realizzare » i ritmi del Gran Tempo cosmico per liberarsi dall’illu­
sione. Quindi, per riassumere, l’india non si limita a conoscere due si­
tuazioni possibili nei confronti del Tempo: quella dell’ignorante che vi­
ve esclusivamente nella durata e nell’illusione e quella del Saggio o del­
lo yogìn il quale si sforza di « uscire dal Tempo », ma ne conosce an­
che una terza, intermedia: è la situazione di chi, pur continuando a vi­
vere nel suo tempo specifico (il tempo storico), conserva un’apertura
verso il Grande Tempo, senza mai perdere coscienza dell’irrealtà del
tempo storico. Questa situazione, illustrata da Indra dopo la sua secon­
da rivelazione, è ampiamente esplicitata nella Bhagavad-Gìtà. Essa vie­
ne esposta soprattutto nei testi indiani di spiritualità destinati ai laici,
e viene predicata dai maestri dell’india moderna. È di un certo interes­
se osservare che quest’ultima posizione è in certo modo il prolungamen­
to del comportamento dell’« uomo primitivo » nei confronti del Tempo.

84
ì
Capitolo terzo
IL «D IO LEGATORE»
E IL SIMBOLISMO DEI NODI

II Sovrano Terribile

È noto il ruolo che Dumézil assegna al Sovrano Terribile delle mi­


tologie indo-europee: da un lato, nell’ambito stesso della funzione del­
la sovranità, egli si contrappone al Sovrano Giurista (Varuna si contrap­
pone a Mitra, Jupiter a Fides); d’altro lato, paragonato agli dei guer­
rieri che combattono sempre con mezzi militari, il Sovrano Terribile ha
in certo qual modo il monopolio di un’altra arma, la magia. « Non esi­
stono quindi miti sui combattimenti a riguardo di Varuna, che pure è
il più invincibile degli dei. La sua grande arma è la sua 'màyà d'Asura
la sua magia di sovrano, creatrice di forme e di illusioni, la quale gli con­
sente anche di amministrare, di equilibrare il mondo. Quest’arma si pre­
cisa del resto il più delle volte in forma di laccio, di nodo, di vincoli
[pàgàh), materiali o figurati. Il dio guerriero, invece, è Indra, dio com­
battente, dio che manipola il fulmine, eroe di innumerevoli duelli, di
rischi affrontati, di vittorie contrastate ». La stessa contrapposizione si
rileva in Grecia: mentre Zeus combatte e sostiene guerre difficili, « Ura­
no non combatte, nella sua leggenda non vi è traccia di lotta, sebbene
egli sia il più terribile dei re, il più difficile da detronizzare: con una
presa infallibile egli immobilizza, per essere precisi « lega », incatena
agli inferni i suoi eventuali rivali, che pure sono vigorosi quanti altri
mai ». Nelle mitologie nordiche, « Odino è indubbiamente il grande ca­
po, il leader dei guerrieri in questo mondo come nell’altro. Però né nel-
YEdda in prosa né nei poemi eddici egli combatte di persona... Ha tutta

85
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

una serie di ‘doni’ magici, il dono dell’ubiquità o per lo meno dello spo­
stamento immediato, l’arte del travestimento e il dono della metamor­
fosi illimitata, infine e soprattutto il dono di accecare, di togliere l’udi­
to, di paralizzare i suoi avversari e di togliere ogni efficacia alle loro ar­
mi ». Nella tradizione romana, infine, ai procedimenti di Jupiter, il
quale interviene nella battaglia in qualità di stregone onnipotente, si
contrappongono i mezzi normali, puramente militari, di Marte2. È questa
una contrapposizione che in India si manifesta a volte in modo ancor
più netto: Indra, ad esempio, salva, « slegandole », le vittime « legate »
da Varuna ì.
Com’era da prevedere, Dumézil prosegue la verifica di questa pola­
rità « legatore »-« slegatore » nelle sfere più concrete dei riti e delle
usanze. Romolo « tiranno terribile quanto prestigioso, che lega con vin­
coli onnipotenti, che ha istituito dei Lupercali furibondi e dei Celeri
frenetici » (Horace et les Curiaces, 1942, p. 68) è, sul piano « storiciz­
zato » della mitologia romana, l’equivalente di Varuna, di Urano e di
Giove. Tutta la sua « storia » e le istituzioni socio-religiose di cui gli
viene attribuita la fondazione si spiegano a partire dall’archetipo che
egli in certo qual modo incarna: il Sovrano Magico degli indo-europei,
signore dei « vincoli ». Dumézil ricorda un testo di Plutarco ( Romulus,
26) in cui si dice che, davanti a Romolo, camminavano sempre « degli
uomini armati di verghe i quali tenevano a distanza la folla ed erano
cinti di corregge al fine di legare immediatamente coloro che egli aves­
se ordinato di legare » 4. I Luperchi, confraternita magico-religiosa isti­
tuita da Romolo, appartengono all’ordine degli equites e, in quanto tali,
portano un anello al dito (Mitra-Varuna, p. 16). Il flàmen dialis, invece,
rappresentante della religione grave, giuridica, statica, non può né mon­
tare a cavallo ( equo dialem flaminem vehi religio est, Aulo Gellio, x 15)
né portare anello, a meno che non sia traforato e vuoto {item annulo

1 Georges Dumézil, Mythes et Dieux des Germainst Paris 1939, pp. 21s., 27s.j
Jupiter, Mars, Quirinus, Paris 1941, pp. 79s.; cfr. Ouranos-Varuna, Paris 1934,
passim.
2 Dumézil, Mitra-Varuna, Paris 1940, p. 33; Jupiter, Mars, Quirinus, pp. 81«.
3 Dumézil, Flàmen-Brahman, Paris 1935, pp. 34s.; Mitra-Varuna, pp. 79s.
4 Mitra-Varuna, p. 72; cfr. Le osservazioni di Jean Bayet in Rev. Hist. des
Religions, cxxiv, 1941, pp. 194s. Sempre secondo Plutarco, Questions Romaines
67, il nome stesso di lictores deriva da ligare e Dumézil non vede motivo di « re­
spingere il rapporto che avvertivano gli antichi tra lictor e ligare-. lictor può
essere formato su un radicale non attestato ligere, che sarebbe, rispetto a ligare,
quel che dicere è rispetto a dicare» (ibid., p. 72).

86
Il Sovrano Terribile

uti, nini pervio cassoque, fas non est). « Entra [dal flàmen dialis] un
uomo incatenato, si deve liberarlo, i suoi legami devono essere fatti sa­
lire sul tetto attraverso l’impluvium e di là gettati in strada. Egli (il
flàmen) non porta nodi né al berretto né alla cintura né in altra parte
( nodum in apice neque in cinctu neque in alia parte ullum habet). Se si
trascina un uomo che deve ricevere delle vergate e costui si getta sup­
plicando ai' piedi del flàmen, è sacrilegio batterlo quel giorno » (Aulo
Gellio, Noctes Atticae, x 15) s.
Non è il caso di riprendere la documentazione riunita ed analizzata
in modo ammirevole da Dumézil. Il nostro intento è del tutto diverso-,
vogliamo seguire su un piano comparativo ancor più vasto i motivi del
« dio legatore » e della magia della « legatura », sforzandoci di enuclear­
ne i significati e di precisarne altresì le funzioni all’interno di altri am­
biti religiosi che non siano quelli della sovranità magica indo-europea.
Non sarà nostra pretesa esaurire questo materiale enorme, su cui già
sono state scritte svariate monografie6. Il nostro proposito è, invece,
piuttosto di ordine metodologico: approfittando da un lato dei ricchi
repertori di fatti accumulati dagli etnografi e dagli storici delle religio­
ni e, dall’altro, delle ricerche svolte da Dumézil nella sfera specifica del­
la sovranità magica indo-europea, ci chiederemo: 1) in che senso l’idea
del « sovrano legatore » è specifica, caratteristica del sistema religioso
indo-europeo; 2) qual è il contenuto magico-religioso di tutti i miti, i
riti e le superstizioni incentrati sul motivo della « legatura ». Non ci
sfuggono i pericoli che un tale programma comporta, in primo luogo il
« confusionismo » brillantemente denunciato da Dumézil (Naissance de
Rome, 1944, pp. 12s.). Qui, tuttavia, non si tratta tanto di spiegare i
fatti indo-europei attraverso paralleli eterocliti, quanto di tracciare som­
mariamente la mappa dei « complessi » magico-religiosi dello stesso tipo
e di precisare, nella misura del possibile, i rapporti tra il simbolismo

* Cfr. Servius, in Aen., ni, 607; J. Heckenbach, «D e nuditate sacra sacrisque


vinculis» in iw , ix, 3, Giessen 1911, pp. 69s.; Dumézil. Flatnen-Brabmatr,
pp. 66s.
* Dopo il libro al quanto deludente di Heckenbach, segnaleremo Frazer, Taboo
*nd thè perils of thè soul, pp. 296s. (tr. fr. di Henri Peyre, Tabou et ler périls de
¡’ime, Paris 1927, pp. 245s.); I. Scheftelowitz, Das Schlingen-und Netzmotiv im
Glauben und Brauch der Volker (rw , xii, 2, Giessen 1912); id.. Die altpersische
Religion und das Judentum, Giessen 1920, pp. 92s. e gli studi etnografici e folklo-
rici rilevati da Dumézil, Ouranos-Varuna, p. 52, n. 1. Sul nexurn romano, i nodi
magici e il diritto penale, cfr. Henri Decugis, Les étapes du droit, 2a ed., Paris
1946, t. i, pp. 157-178.

87
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

indo-europeo della « legatura » e sistemi morfologicamente vicini. A


questo modo saremo in condizione di valutare se un tale confronto può
presentare qualche interesse per la storia generale delle religioni e in
particolare per la storia delle religioni indo-europee.

Il simbolismo di Varuna

Facendo seguito a Bergaigne e a Güntert, Dumézil ha ricordato il


potere magico di Varuna. Questo dio è un vero « signore dei vincoli *
e numerosi inni e cerimonie non hanno altro scopo se non quello di
proteggere o di liberare l’uomo dai « lacci di Varuna » (ad es.; Rig Ve­
da, i 24,15; vi 74,4; vii 65,3; x 85,24, ecc.). Sàyana, commentando il
verso rv, i 89,3, spiega il nome di Varuna collegandolo al fatto che
« avvolge, cioè imprigiona i cattivi nei suoi lacci » ( vrnoti, pàpakrtah,
svakìyaih pàgair àvrnoti). « Possa tu liberare dai loro vincoli coloro che
sono legati! » (bandhàn mungasi baddhakam, Atharva Veda, vi 121,4).
I lacci di Varuna sono attribuiti anche a Mitra e Varuna considerati in­
sieme (rv vii, 65,3: «hanno molti lacci...» ecc.) e perfino all’intero
gruppo degli Aditya (ad es. rv ii, 27,16: « i vostri lacci aperti per il
perfido, per l’ingannatore... »). Tuttavia è soprattutto Varuna che ha il
potere magico di legare a distanza gli uomini o di slegarli7; ciò è vero
a tal punto che si è perfino spiegato il suo nome in rapporto a questa
capacità di legare; infatti, rinunciando all’etimologia tradizionale
(varvrndi, « coprire », « rinchiudere ») che metteva in evidenza il suo
carattere uraniano, oggi si tende piuttosto a seguire l’interpretazione
proposta da Petersson e accettata da Güntert (op. cit., p. 144) e da Du­
mézil ( Ouranós-Varuna, p. 49) e ci si riporta a un’altra radice indo- euro­
pea uer, « legare » (sanscrito varatrà, « correggia, corda », lettone wéru,
wert, « infilare, ricamare », russo verenica, « fila ininterrotta » ) 8. Va­
runa viene rappresentato con una corda in mano9 e, nelle cerimonie,

7 A. Bergaigne, La Religion védique d'après les Hymnes du Rig-Veda, ili, Paris


1883, pp. 114, 157s.; H. Güntert, Der arische Weltkönig und Heiland, Halle
1923, pp. 120ss.; Dumézil, Ouranós-Varuna, p. 50. Identico attributo nei Brähma-
nas, cfr. Silvain Lévi, La Doctrine du Sacrifice dans les Brähmanas, Paris 1898,
pp. 153ss.
* Cfr. Walde-Pokomy, Vergleichendes Wörterbuch der indogermanischen Spra­
chen, i, ,1930, p. 263.
9 Bergaigne, op. cit., m , p. 114; S. Lévi, op. cit., p. 153; E.W. Hopkins, Epic
Mythology, Strasbourg 1920, pp. 116s.

88
Il simbolismo di Varuna

tutto dò che lega, a comindare dai nodi, viene detto varuniano I#. Du-
mézil giustifica questo prestigio del signore legatore in base alla sovra­
nità di Varuna. « I vincoli di Varuna sono magid, come è magica la so­
vranità stessa; essi sono il simbolo delle forze mistiche detenute dal ca­
po e che si chiamano: giustizia, amministrazione, sicurezza reale e pub­
blica, tutti i ‘poteri’. Scettro e vincoli, dattda e pàcàh si spartiscono, in
India come altrove, il privilegio di rappresentare tutto ciò » [Ouranós-
Varuna, p. 53).
G ò è senza alcun dubbio esatto, tuttavia l’aspetto di « sovrano » e
addirittura di « sovrano-mago » non esaurisce la natura complessa die
caratterizza Varuna fin dai più antichi testi vedici. Sebbene non lo si
possa dassificare esclusivamente tra gli « d d del Cielo », ciò non toglie
che egli possiede alcuni tratti propri alle divinità uraniche. Egli è viqva-
dargala «visibile ovunque » ( r v vili, 41,3), egli «h a separato i due
mondi » (vii 86,1), il vento è il suo soffio ( v i i 87,2), lui e Mitra sono
venerati in qualità dei « due potenti e sublimi signori del Cielo », i
quali « si mostrano con le nuvole diversamente dipinte nel primo bron­
tolio di tuono e fanno piovere il Cielo grazie a un miracolo divino »
(v 63,2-5), ecc. Questa struttura cosmica gli ha consentito molto presto
di assumere caratteristiche lunari11 e piovose al punto che, col tem­
po, è diventato una divinità delPOceano l2. Questa stessa struttura co-
smico-uraniana spiega le altre funzioni e prestigi di Varuna: ad esem­
pio la sua onniscenza ( a v , i v 16,2-7, eco) e la sua infallibilità ( r v , i
35,7s.). Egli è sahasràksa, « dai mille occhi » ( r v , vili 34,10), formula
mitica che fa riferimento alle stelle e che, almeno all’origine, non pote­
va designare che una divinità uraniana13. I prestigi della sovranità so­
no aumentati ed hanno moltiplicato i prestigi celesti: Varuna vede e
conosce tutto in quanto dalla sua dimora siderale egli domina l’Univer-
so; e, al medesimo tempo, egli può tutto, dal momento che è cosmocra-
te e punisce « legando » (cioè con la malattia, con l’impotenza) coloro
che infrangono la legge, d d momento che egli è il custode dell’ordine
universale. Esiste dunque un’ammirevole simmetria tra ciò che potrem­
mo chiamare lo « strato cdeste » di Varuna e il suo « strato regale »,
due strati in reciproca corrispondenza e che si completano a vicenda: il

10 S . L é v i, p . 15 3 ; D u m ézil,Ouranós-Varuna, p . 5 1 , n. 1.
11 H iU eb ran d , Vedische Mythologie, B re slau 1902, n i , p p . l s .
12 S . L é v i, op. cit., p p . 1 5 8 ss.; J . J . M eyer, Trilogie altindischer Mächte und
Teste der Vegetation, Z ü rich -Leipzig 1937, i n , p p . 206$., 2 6 9 s.
13 R affaele P ettazzon i, « L e C o rp s p arsem é d ’y eu x » in Zalmoxis, i, 1938, p p . l s .

89
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

Cielo è trascendente e unico, proprio come il Sovrano Universale; la


tendenza alla passività, manifesta in tutti gli dei supremi del Cielo
ben corrisponde ai prestigi « magici » degli dei-sovrani, i quali « agisco­
no senza agire», operano direttamente attraverso la «forza dello spi­
rito ».
La struttura di Varuna è complessa, però c’è sempre, cioè esiste
un’intima coerenza tra le sue diverse modalità. Cosmocrate o divinità
uranica egli è sempre onniveggente, onnipotente e, se necessario, egli
« lega » grazie alla sua « forza spirituale », grazie alla sua magia. Il suo
aspetto cosmico, tuttavia, è ancor più sostanzioso: come abbiamo visto
egli è non soltanto un dio celeste, ma altresì un dio lunare ed acquati­
co. C’è stata in Varuna, forse già molto presto, una certa dominante
« notturna » che Bergaigne e, di recente, Ananda Coomaraswamy15 non
hanno mancato di mettere in rilievo. Bergaigne segnalava ( op. cit., n i,
p. 213) il commentatore di Taittiriya Samhilà i, 8, 16, 1 secondo cùi
Varuna designa « colui che avvolge come l’oscurità ». Questo lato « not­
turno » di Varuna non si presta unicamente ad un’interpretazione nel
senso uranico di « Cielo notturno », ma può essere inteso anche in sen­
so più vasto, veramente cosmologico e addirittura metafisico. La Notte
è anch’essa virtualità, germi, non manifestazione 16 ed è per l’appunto
questa modalità « notturna » di Varuna che gli ha permesso di diven­
tare un dio delle Acque (cfr. già Bergaigne, in, p. 128) e che ha aperto
la via alla sua assimilazione con il « demonio » Vrtra. Non è questa la
sede per affrontare il problema « Vrtra-Varuna » e ci limiteremo a ri­
cordare che tra le due entità esiste più di un tratto in comune. Anche
se non si insiste sulla probabile parentela etimologica tra i loro due no­
mi (Bergaigne, in, p. 115 ecc.; Coomaraswamy, pp. 129s) è importan­
te rilevare che entrambi hanno rapporti con le Acque e in primo luogo
con le « Acque trattenute »-(«il grande Varuna ha nascosto il mare... »
r v i x , 73,3) e che Vrtra, al pari di Varuna, viene talora chiamato
màying, « m aga» (ad es. u , 11, 10),7. Da un certo punto di vista, que-

M C fr. il n o stro Traiti d’Histoire des Religioni, P ay o t, P a ris 1 949, p p . 4 7 s.


(tr. it. Trattato di storia delle religioni, B orin gh ieri, T o rin o 1 972, p p . 8 0 s.).
15 S o p ra ttu tto in The darker side of thè Dawn, Sm ith son ian M iscellan eou s Col-
lection s, voi. 9 4 , n. 1, W ash ington 1935 e Spiritual Authority and Temporal Power
in thè Indian Theory of Government, A m erican O rie n tai Society , N e w H a v e n 1942.
16 C fr. C oom arasw am y , Spiritual Authority, in p artico lare p p . 2 9 s.
17 C fr. [ E . B en ven iste— ] L. R e n o u , Vrtra et Vrthragna, P a ris 1 9 3 4 , p p . 140-141,
il qu ale sb aglia n ell’aifen n are che n ella m aggior p arte d e l b ran i « la m agia d i V rtr a

90
« Dei legatori » nell’india antica

ste diverse assimilazioni di Vrtra e di Varuna, come del resto tutte le


altre modalità e funzioni di Varuna, sono in corrispondenza e si giusti­
ficano a vicenda. La Notte (il non manifestato), le Acque (il virtuale, i
germi), la « trascendenza » e il « non agire » (caratteristiche degli dei
celesti e sovrani) sono solidali, a un tempo sul piano mitico e su quello
metafisico, con i « vincoli » di ogni sorta, da un lato, e con il Vrtra che
ha « trattenuto », « fermato » o « incatenato » le Acque dall’altro M.
Sul piano cosmico, Vrtra è anche lui una divinità «che lega». Come
tutti i grandi miti, il mito di Vrtra è polivalente e la sua interpretazione
non si esaurisce in un unico significato. Si può anzi dire che una delle
principali funzioni del mito è quella di unificare i diversi livelli del rea­
le che, sia per la coscienza immediata che per la riflessione, risultano
molteplici ed eterogenei. Così, nel mito di Vrta, a fianco di altre valen­
ze, si osserva quella di un ritorno al non manifestato, di un « blocco »,
di un « vincolo » che impedisce il dispiegarsi delle « forme », cioè del­
la Vita cosmica. Non è lecito, evidentemente, spingere troppo in là l’ac­
costamento tra Vrtra e Varuna, tuttavia è innegabile la parentela tra
Varuna, il « notturno », il « non agente », il « mago », colui che lega a
distanza i colpevoli19 e Vrtra, colui che « incatena » le Acque. L ’agire
dell’uno come dell’altro ha l’effetto di « bloccare » la vita, di portare la
morte— sul piano individuale in un caso, su quello cosmico nell’altro.

« Dei legatori » nell’india antica

Nell’India vedica, Varuna non è l’unico dio « legatore ». Tra quelli


che usano questa arma magica notiamo Indra, Yama, Nirrti. Di Indra,
ad esempio, si dice che ha portato con sé un vincolo (sina) per Vrtra
(rv ii 30,2) e che lo ha legato senza usare corde (n 13,9). Bergaigne,
tuttavia, nel rilevare questi testi (op. cit., in, p. 115, nota 1), osserva
che « abbiamo qui, evidentemente, solo uno sviluppo secondario del mi-

risp on d e a q u e lla d i In d ra e ne d eriv a » . A priori la m ag ia è u n attrib u to p iu t­


tosto d egli esseri ofidici— e V rtra è p er eccellenza u n o d i q u esti— che non un
attrib u to d eg li d ei— eroi. T o rn erem o p iù avan ti su lla m agia d i In d ra.
11 C fr. l ’a n alisi d el m otivo d elle A c q u e in R e n o u , op. cit., p . 141s.
19 Sarem m o anzi ten tati d i vedere in q u esto tip o d i pu nizione u n ’esten sion e,
un approfo n d im en to d el tip o sté sso d i V aru n a, nel se n so che eg li co strin ge il
colpevole a d u n a « regression e allo sta to v irtu ale, a ll’im m obilità » , sta to d i cu i
lu i ste sso è in qualch e, so rta la rappresen tazion e.

91
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

to, il cui senso è che Indra ritorce contro il demonio i suoi stessi espe­
dienti ». Chè non soltanto Varuna e Vrtra, ma anche altri esseri divini
possiedono la loro maya: è il caso dei Marut (rv v, 53,6), di Tvashtr
(x 53,9), di Agni (i 144,1; ecc.) di Soma (ix 73,5 ecc.) e perfino degli
A$vin (v 78,6 ecc.; cfr. Bergaigne, in, pp. 80s). D’altro lato, però, qui
si ha spesso a che fare con esseri religiosi ambivalenti, nel senso che in
loro, a fianco degli elementi divini, coesiste un elemento demoniaco
(Tvashtr, Marut); d’altro lato la denominazione « mago » non è un at­
tributo specifico e viene aggiunta alle personalità divine solo in forma
di omaggio supplementare: è tale il prestigio del màyin che si sente il
bisogno di attribuire questo titolo a qualsiasi divinità che si vuol ono­
rare. La tendenza « imperialista » che spinge una forma religiosa vitto­
riosa ad inglobare ogni sorta di altri attributi divini e ad estendere il
suo dominio sulle diverse zone del sacro è un fenomeno ben noto nella
storia delle religioni e delle religioni indiane in particolare. Nel caso in
questione, questa tendenza ad annettersi prestigi e poteri estranei alla
sfera propria del dio è tanto più interessante in quanto si tratta di una
struttura religiosa arcaica, cioè del prestigio del « mago ». E colui che
ne ha tratto maggior profitto è Indra. « Ha sconfitto i màyin per mez­
zo dei màyà » è questo il tema conduttore di vari testi (Bergaigne, in,
p. 82). Tra le « magie » di Indra abbiamo in primo luogo il suo potere
di trasformazione M, ma sarà forse il caso di fare una distinzione tra le
sue molteplici epifanie particolari, omologate (toro, ecc.) e il potere ma­
gico indefinito che permette ad un qualsiasi essere (divino, demoniaco,
umano) di assumere una qualsiasi forma animale. Va da sé che tra la
sfera dell’epifania mitico-religiosa e quella della metamorfosi esistono
delle interferenze, dei prestiti, delle confusioni e che, in una sfera in­
stabile quanto quella della mitologia vedica, non sempre è facile distin­
guere che cosa appartiene all’una e cosa all’altra. Tuttavia proprio que­
sta imprecisione e questa instabilità sono istruttive dal punto di vista
fenomenologico, in quanto esse mettono a nudo la tendenza propria del­
le « forme » religiose all’interpenetrazione e all’assorbimento reciproco
e questa prospettiva dialettica non può che contribuire alla comprensio­
ne dei fenomeni religiosi arcaici.
Ritorniamo a Indra. Egli non è soltanto un « mago » in certi casi:
anch’egli, esattamente come Varuna o come Vrtra, è un « legatore ».

30 Kleine Beitràge zur indo-iranischen Mytbologie, U p p sa la


C fr. J a r l C h arpen tier,
1911, p p . 3 4 *.; id ., Brahman, U p p sa la 1932, p . 4 9 , n. 1 ; L . R e n o u , op. cit., p . 141.

92 I
« Dei legatori » nell’india antica

L’atmosfera è il suo laccio ed è con questo laccio che egli avvolge i suoi
avversari ( a v v i i i , 8, 5-8, ecc.). Il suo corrispettivo iranico, Verelhra-
gna, lega le mani dell’avversario ( Yasht, 14,63). Questi sono, comun­
que, tratti secondari che forse si spiegano in relazione all’uso effettivo,
nella preistoria, del laccio come arma21. È vero che, nell’ottica del pen­
siero arcaico, un’arma è sempre un mezzo magico, ma questo non im­
pedisce che un dio guerriero ili senso proprio come Indra utilizzi que­
sto mezzo magico in veri e propri combattimenti, mentre Varuna si ser­
ve dei suoi « vincoli » senza combattere, senza agire e in modo magico
Più istruttivo è l’esempio degli altri due dei legatori, Nirrti e Yama,
entrambi divinità della morte. I vincoli di Yama (yamasya padbìqa, a v ,
v i 96,2; vili 7,28) vengono chiamati in maniera generale « i vincoli del­
la morte » (mrlyupàgàh, a v , v i i 112,2; vili 2,2; ecc.; cfr. Scheftelowitz,
p. 6). Nirrti, dal canto suo, incatena coloro di cui vuole la rovina ( a v ,
v i 63,1-2; Taitt. Sam., v 2,4,3; Cdapatha Brahmana, v i i 2,1,55) e si
rivolgono preghiere agli dei affinché allontanino « i vincoli di Nirrti *
( a v , i 31,2), così come l’uomo implora Varuna affinché lo salvi dai suoi
« vincoli ». Come in certi casi Agni, Soma o Rudra (Güntert, p. 122)
vengono invocati perché liberino dai « vincoli di Varuna », si ritiene
che Indra sia in grado di liberare non soltanto dai « vincoli di Varuna »,
ma altresì dalla « legatura » dei demoni della morte (ad es., a v , i x 3,
2-3 in cui il problema è quello di tagliare i vincoli del demonio femmi­
na Vifvavàra con l’aiuto di Indra, ecc.). Le malattie sono dei « lacci »
e la morte non è che il « vincolo » supremo. Questo spiega che, in
Yama e in Nirrti, questi attributi sono più che importanti, essi sono
davvero fondamentali.
Malattia e morte: questi due elementi del complesso magico-religio-
so della « legatura » sono quelli che, quasi in ogni parte del mondo,
hanno goduto della massima popolarità e sarebbe interessante cercare
di scoprire se la loro diffusione non sia in grado di gettar luce su certi
aspetti del problema che ci sta a cuore. Tuttavia, prima di lasciare l’am­
bito indiano, cerchiamo di riassumere schematicamente gli insiemi più
importanti che in esso abbiamo rilevato: 1) Varuna, il Grande Asura,
lega magicamente i colpevoli e a lui vengono rivolte preghiere affinché

;i C fr. K u r t L in d n er, La Cbasse pribistorique, tr. fr., P a ris 1940, pp. 5 3 s. e


passim.
22 Sul ràjanya leg ato d a g li d ei fin d a q u an d o si tro v a n el v en tre d i su a m ad re
( « i l ràjan y a è n ato l e g a t o » , Taitt. Sambita, n , 4 , 13, 1), cfr. D u m ézil, Flamen-
Brahman, pp. 2 7 s.

93
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

non leghi o affinché sleghi; 2) Vrtra incatena le Acque e certi aspetti


del suo mito corrispondono all’aspetto notturno, lunare, acquatico, di
Varuna, nella misura in cui queste modalità del gran Dio esprimono il
« non manifesto » e il « bloccato »; 3) Indra, al pari di Agni e di Soma,
libera gli uomini dai vincoli di Varuna e dañe catene delle divinità fu­
nerarie: « taglia » o « spezza » tali « vincoli », allo stesso modo in cui
nel mito taglia, fa a pezzi, ecc. il corpo di Vrtra; oltre ai mezzi guerrie­
ri che gli sono propri, anzi esclusivi, ¿gli quindi, per sconfiggere il ma­
go Vrtra, ricorre anche a « mezzi magici »: comunque sia i « vincoli »
in lui non costituiscono un tratto fondamentale, anche se il laccio deve
essere annoverato tra le sue armi; 4) viceversa i lacci, le corde, i nodi,
caratterizzano le divinità della morte (Yama, Nirrti) e i demoni delle
diverse malattie; 5) infine, nelle parti « popolari » dei libri vedici, gli
incantesimi diretti contro i vincoli di questi demoni sono numerosi
quanto i sortilegi « che legano » usati contro i nemici umani.
Si può vedere che, anche così sintetizzate, le cose non sono sempli­
ci. Tuttavia si delineano certe linee di forza: sul piano mitico delle ge­
sta divine, abbiamo da un lato il non agire magico di Varuna e di Vrtra,
dall’altro l’agire di Indra; sul piano umano delle malattie e della mor­
te, l’importanza dei lacci e dei nodi nel caso delle divinità funerarie e
dei demoni e l’utilizzo magico della « legatura » sia nella medicina po­
polare che nei sortilegi. Fin dai tempi vedici, quindi, il complesso della
« legatura », pur rimanendo caratteristico, costitutivo della zona della
sovranità magica, la oltrepassa sia dalf’alto (livello cosmologico: Vrtra)
che dal basso (livello funerario: Yama, Nirrti; livello « stregoneria »).
Cerchiamo di vedere quali tocchi nuovi può aggiungere a questo qua­
dro il confronto con gli altri settori indo-europei.

Traci, Germani, Caucasici

È probabile, come ha mostrato Güntert (op. cit., p. 154), che il no>


me del dio tracio Darzales, attestato dalle iscrizioni, si spieghi in rela*
zione a una radice che contiene la nozione di « legame » (av. darazeili,
« legare », darez, « corda, laccio »), però di questo dio ignoriamo quali
tutto23. La stessa etimologia vale indubbiamente anche per il nome del

23 D arzales è sta ta localizzata n e lla regione p on tica (S in o p e ), a S a ra p is; cfr. 0 .


W einreich, Neue Urkunden zur Sarapis-Religion, T ü b in ge n 1 919, p . 7 , che fa ri­
ferim en to alle ricerche d i R o stovtzeff. C fr. S tig W ik an d er, Vayu, i , L u n d -L e ip ii|
1 941, p p . 4 3 s.
94
Traci, Germani, Caucasici

dio geto-tracio Derzelates, ben noto a Odessos 24, dove si celebravano i


darzaleìa destinati a favorire i raccolti25 e attestato altresì a Tomis su
anelli che recano l’iscrizione Derzo 26, come vale per la dea tracio-frigia
Bendis27, per il lituano Bentis28 e per l’illirico Bindüs29. Sfortunata­
mente si sa ben poco di questi ultimi due; il sacrificio umano praticato
dagli Illiri veniva forse offerto a Bindus?
Più rivelatori sono certi rituali di cui si è conservata notizia sia nel­
l’ambito germanico che nella regione tracio-frigia e caucasica. Parlando
della grande festa religiosa annuale dei Semnoni, Tacito ( Germania, 39)
aggiunge che i presenti potevano parteciparvi solo dopo essersi legati
(nemo nisi vinculo ligatur indreditur). Closs (pp. 564s., 609s., 643, 668)
che ha ampiamente commentato questo rito e citato numerosi paralleli,
lo considera'una testimonianza di sottomissione nei confronti della di­
vinità nazionale (p. 566), mentre Pettazzoni30 lo annovera piuttosto tra
le Qrdalie. Comunque sia, è lecito paragonarlo alle cerimonie d’inizia­
zione mitriache, in cui l’iniziato aveva le mani legate dietro alla schiena
con una corda31. Si pensa anche all’anello di ferro che i Chatti porta­
vano « a mo’ di catena » fino a quando non avessero ucciso il loro pri­
mo avversario ( Germania, 31), all’incatenamento rituale praticato dagli
Albanesi (Strabone, xi, 503) come pure alle catene portate dai Georgia­
ni devoti del « Giorgio Bianco » 32, ai riti di « legatura » dei re armeni

H M on ete e iscrizioni in d ivid u ate d a C asile P àrvan , Gerusia, M ém oires d e l ’A-


('•dém ie R ou m ain e, Section littéraire, 1919-1920, B u carest 1924, pp. 9 , 2 3 , ecc.
M D ocum entazione nella riv ista Istros (p u b b licata in fran cese a B u carest), I,
1934, p p . 118s.
M R . V u lp e, « H isto ire ancienne d e la D o b ro u d ja » (n el volu m e co llettiv o La
Dobroudja, p u b b licato d a ll’A cad ém ie R ou m ain e, B u carest 1 938, . p p . 35-454), p p .
2 )3 , 237. C fr. anche K azaro w , in P auly-W issow a, x v , p p . 2 2 7 s.
n A ssim ilata a d A rtem id e (E ro d o to , iv , 3 3 ), a C ib ele e , negli inni orfici, a
P en efo n e; cfr. G ü n te rt, p . 115, n. 1; co n sid erata orgiastica d a Strab on e, x , p . 470.
M H . U sen er, Gotternamen (ristam p a, B o n n 1929), p . 8 0.
n A . C lo ss, « D ie R eligion d es Sem nonen stam m es » in Wiener Beiträge zur
Kulturgeschichte und Linguistik, iv , Salzb u rg-L eipzig 1936, p . 619.
10 R . P ettazzon i, « R egn ator om nium d eu s » in Studi e Materiali di Storia delle
Religioni, x ix - x x , 1943-1946, p . 155.
11 F . C um on t, Les Religioni orientales dans le paganisme romain, P a ris 1929,
tavola x n i ; co rd a che, secondo P s.— A u g u stin o , Quaest., v , èra fa tta d i intestinis
pttllinis (C u m on t, Textes et Monuments relatifs aux mystères de Mithra, B ru xelles
IB94-1900, il , p p . 7-8).
" C lo ss, p . 5 6 6 ; ibid., p. 6 4 3 , in cui si cita O .G . W esen d on k, « U eb er georgi­
sches H e id e n tu m » in Caucasica, fase, i , L e ip zig 1 924, p p . 5 4 s., 9 9 , 101. G . D u-

95
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

(Tacito, Attnales x i i , 45; Closs, p. 619) e a certi costumi albanesi con­


temporanei 33. Da tutti questi riti emerge un atteggiamento servile: il
credente si presenta come uno schiavo o un prigioniero di fronte al suo
padrone. La « legatura » si concretizza quindi in una sorta di marchio
di vassallaggio34. Closs (p. 620) ha forse ragione nelPattribuire il ritua­
le dei Semnoni all’influenza illirica e nel considerarlo appartenente in
proprio a un livello culturale lunare-ctonio con centro nelle regioni del
sud35. Oltre a questo rituale, tuttavia, presso i Germani si incontrano
altri elementi che si integrano a loro volta nello stesso complesso della
« legatura »: ad esempio la morte rituale per impiccagione spiega l’epi­
teto di Odhinn, « dio della corda » ( Haptagud, Closs, p. 609); analoga­
mente le dee funerarie germaniche tirano i morti con una corda36 e le
divinità guerriere (antico scandinavo Disir, antico alto tedesco Idisu) le­
gano coloro che vogliono far cadere37. Dobbiamo tenere a mente questi
tratti: essi ricordano la tecnica di Yama e di Nirrti; del resto i fatti che
citeremo più avanti getteranno luce su di essi.

m ézil, « Tjtuós » in R e v . H ist. R e lig., t. c x i , 1935, p p . 66-89, p p . 6 9 s., stu d ia


su lla scorta d elle su e fo n ti georgian e gli « s c h ia v i d e l G io r g io B i a n c o » : « c h iu n ­
q u e d esid eri on orare o calm are il G io rg io B ian co d iv en tan d o su o sch iav o pren d e
u n a d i q u este caten e, se la m ette al collo e fa , a p ied i op p u re a gin occh io, il
g iro d ella ch iesa » . C fr. anche S e rg i M ak alath ia, « E in ig e eth n ographisch-archäolo­
gisch e P arallelen a u s G eo rg ien » in Mitteilungen Antbropolog. Gesellschaft Wien,
6 0, 1930, p p . 361-365.
33 N e l co rso d i u n p rocesso d i v en d etta, il co lpevole si d ev e presen tare d av an ti
al trib u n ale con le m ani leg ate (C lo ss, op. cit., p . 6 0 0).
34 B a sta paragon are a q u esto co m plesso germ ano-illiro-caucasico le cerim onie d i
« legam e d i sangu e » (la blood-brotberbood) p raticate u n p o ’ o v u n q u e in E u ro p a ,
p e r rendersi co n to d ella d istan za che se p ara il vin colo « padrone-sch iavo » d al
vin colo tra « frate lli d i croce » (è q u e sta u n ’esp ressio n e rum ena, fratta de cruce);
cfr. su lle frate rn ità d i san gu e, A . D ieterich , Mutter Erde, 3a e d ., L eip zig-B erlin
1925, p p . 1 3 0 s.; il lib ro classico d i H .C . T ru m b u ll, T he Blood Covenant, L o n d o n
1887 e S tith T h o m p so n , Motif-Index of Folk-Literature, li, H e lsin k i 1935, p . 125.
S i sareb b e ten tati d i assim ilare q u este form e d i frate rn ità ai rap p o rti religiosi e si­
ste n ti tra g li esseri um ani e M itra— co n trap p osti ai rap p o rti a lq u an to d u ri tra
V aru n a e i su o i d ev o ti. Il che non im plica affatto , anzi, che il valo re religioso d i
V aru n a sia « p overo » !
35 A . C lo ss, op. cit., p p . 6 4 3 , 6 6 8 . Secon d o lo ste sso au to re ( p . 5 6 7 ), il fa tto
d i leg are la v ittim a ritu ale sareb b e un co m p lesso d elle cu ltu re m egalitich e e d e l­
l ’A sia su d orientale.
36 J. G rim m , Deutsche Mythologie, i l , 7 0 5 , IV, 2 5 4 ; Sch eftelow itz, op. cit., p . 7 .
37 R .H . M eyer, Altgermanische Religiongeschichte, 1910, p . 158, 160. T u tta v ia
’la person alità d i q u este d iv in ità è p iù co m p lessa; cfr. Ja n d e V rie s, Altgermanische
Religiongeschichte, n , B erlin 1937, p p . 3 7 5s.

96
Iran

Iran

I dati relativi all’Iran sono di due tipi: 1) qualche allusione al de­


mone Astóvxdhótush, che, anche lui, lega con uno spago l’uomo che vuol
far morire M; 2) le gesta degli dei guerrieri e degli eroi iranici: Frédùn,
ad esempio, lega il demone Azdahàk e lo incatena al monte Dimàvand
(Dinhard, ix 21, 103), il dio Tishtrya lega le streghe Pairika con due
o tre corde (Yasht 8,55); Verethragna, come si è visto, lega le braccia
dell’avversario (Yasbt, 14, 33); in certi episodi del Shah Nameb, come
ha osservato Scheftelowitz ” , Ahriman ha un laccio e si fa anche accen­
no ai vincoli del dio del destino. L ’assènza di un Sovrano che lega, re­
plica iranica di Varuna, non è senza spiegazioni: che il posto di Varuna
sia occupato soltanto, come in genere si pensa, dal dio supremo Ahura
Mazdah, oppure che lo sia anche, come suggerisce Dumézil (Naissance
d'Arcbanges, 1945, pp. 82s., lOOs.) àsOl’amesba spenta Asba, in un ca­
so come nell’altro si ha a che fare con entità purificate, moralizzate dal­
la riforma zoroastriana, nella cui natura sarebbe inconcepibile ritrovare
là «c magia » di Varuna. Gli elementi « sovrani » che sopravvivono in
Ahura Mazdah (Widengren, op. cit., p. 259.) non lasciano più intrave­
dere affatto una « sovranità terribile » e se egli è talora dio del destino
(Yasna, 1, 1; trad. pehlevi, Widengren, p. 253), si tratta di un tratto
troppo comune degli dei supremi e uranici perché da esso si possa trar­
re una qualsiasi conclusione. Sarebbe tuttavia azzardato o certamente
falso concludere, sulla base del fatto che non sappiamo quasi nulla del-
l’equivalente iranico del Varuna vedico prima della riforma di Zoroa-
stro, che la caratteristica di dio «c legatore » di Varuna sia dovuta in In­
dia a un’influenza non ariana. L ’Urano greco, infatti^ a sua volta lega i
suoi rivali e, come ha mostrato Dumézil (Ouranós-Varma, passim), vi
è motivo di cercare nel mito di Urano e degli Uranidi le tracce di uno
schema già indo-europeo. Comunque sia, i fatti iranici attestati coprono
solo due dei motivi da noi individuati nell’insieme indiano: 1) il dio

38 L e g a i m oribon d i co n i su òi « legam i d ella m orte » (derezà maraithyaoscb,


Yasna 5 3 , 8 ; Sch eftelow itz, Die altpersiscbe Religion, p . 9 2 ). « L o leg a A stóvidh ò-
tu sh e V ay u se lo p o rta v ia leg ato » , Vendidad, 5 , 8 ; H .S . N y b erg, « Q u e stio n i
de co sm ogo n ie e d e co sm ologie m a z d é e n n e s» , n in Journal Asiatique, ottobre-
d icem bre 1 9 3 1 , p p . 193-244, p . 2 0 5 ; G . D u m ézil, Tarpeta, P a ris 1947, p . 7 3 . C fr .
Minoici Kbrat 2 , 1 1 5 ; G . W id en gren , Hocbgottglaube im Alteri Iran, U p p sa la
1938, p . 196.
39 Das Scblingen— und Netzmotiv, p. 9; Die altpersiscbe Religion, p. 92.

97
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

o l’eroe che lega i demoni; 2) il demone funerario che lega l’uomo pri­
ma di trascinarlo verso il ponte Cinvat. À seguito, forse, della riforma
zoroastriana, gli altri due motivi importanti dell’insieme indiano—la
« magia » di Varuna e la « legatura » cosmologica—non compaiono più.

Paralleli etnografici

Sarebbe vano formulare delle conclusioni di ordine generale sui fat­


ti indo-europei senza aver ampliato, come abbiamo annunciato, la no­
stra prospettiva storica e culturale e aver integrato il complesso della
« legatura » in un gruppo più vasto di simbolismi analoghi o identici.
Fin da ora, tuttavia, si possono segnalare alcuni paralleli etnografici al
gruppo indo-europeo di dei e demoni funerari che « legano » i moi;ti.
La figura più vicina alla coppia iranica Vayu-Astóvidhótush non è altro
che il dio cinese del vento e della rete, Pauhi, il quale è in stretto rap­
porto con la dea-serpente Nakura e questo dimostra che egli appartiene
a un livello culturale ctonio-lunare40. Quanto alle corde di Yama, di
Nirrti, di Astóvidhótush e delle dee germaniche, le loro repliche più
esatte si ritrovano nella sfera del Pacifico. Presso la tribù australiana de­
gli Aranda, i demoni tjimbarkna legano nel corso della notte le anime
degli esseri umani e li uccidono stringendo forte la corda41. Nelle isole
Danger, il dio della morte, Vaerua, lega i defunti con delle corde e li
trascina così nel paese dei morti42. Nelle isole Hervey, l’anima del de­
funto, scendendo all’infernp lungo un albero miracoloso, scorge la rete
del dio Akaanga che lo aspetta e a cui non può sfuggire43. A San Cri­
stobai, il « Fisher of soul », seduto su una roccia, pesca le anime Nel­
le isole Salomon sono i parenti che pescano l’anima del defunto per ri-

40 In o n e, citato d a C lo ss, p. 6 4 3 , n. 44. C fr. la leggen d a d e i d u e sp iriti, Shen-t’u


e Y ii-lei, i q u a ir ie g a n o le anim e dei defu n ti n el fo n d o d i u n a cav ern a; C . H en tze,
Die Sakralbronzen und ihre Bedeutung in den friihchinesischen Kulturen, A ntw er-
pen 1941, p. 23.
41 C ari Streh low , Die Aranda-und Loritja-Stamme in Zentral-Australien, I,
F ran k fu rt a. M . 1 907, p . 11.
42 W . W yatt G ill, Life in thè Southern Isles, L o n do n 1876, p p . 181s.
4J W . W y att G ill, Mylhs and Songs from thè South Pacific, L o n d o n 1 876, p p .
161s.; cfr. anch e E .S .C . H an d y , Polynesian Religion, H o n o lu lu 1927, p . 7 3. Cfr.
M . W alleser, « R e ligio se A n sch au n gen u . G eb rau ch e d er B ew o hn er von J a p » in
Anthropos, v m , 1913, p p . 607-629, p p . 612-613.
44 D r . C .E . F o x , The Threshold of thè Pacific, L o n d o n 1924, p p . 2 34s.

98
Paralleli etnografici

porla in una scatola assieme a una reliquia corporea (cranio, mascellare,


dente, ecc.)45. Gli stregoni delle isole Hervey possiedono trappole ma­
giche in cui catturano le anime di coloro che vogliono rovinare46. Lo
stesso costume si incontra in altre zone culturali47, ma è importante no­
tare la profonda analogia che vi è, in Melanesia, tra il modo in cui il
dio della morte « pesca » e « lega ».le anime, e la tecnica omicida degli
stregoni. Questa solidarietà tra i due tipi di magia contribuisce a get­
tar luce sul problema della « legatura ».
Si è visto che, presso gli Indo-Europei, i motivi dei lacci, dei nodi
e delle corde si ripartiscono tra vari insiemi distinti: tra certi dei, eroi
o demoni, certi rituali, certi costumi. Il problema si presenta sotto tut-
t’altro aspetto nel mondo semitico: qui i vincoli magici di ogni genere
sono un prestigio divino (e demoniaco) pressoché universale. E ci sono
dei sovrani, come Enlil e sua moglie Ninkhursag ( = Ninlil), oppure di­
vinità lunari come En-zu ( = Sin), i quali catturano nelle loro reti co­
loro che si rendono colpevoli di spergiuro48. Shamash, tuttavia, il dio
solare, è anche lui armato di lacci e di corde e anche lui viene pregato
di liberare chi è legato; la dea Nisaba lega i demoni delle malattie (il
demone della peste viene invocato con queste parole: « con la rete, le­
ga e annichila i Babilonesi! » ) 49. A Bèl ( = Enlil) si dice: « Padre Bèl,
tu lanci i lacci ed ogni cappio è un cappio ostile » 50. Tammuz viene
chiamato « Signore dei lacci » 51, però, nel mito, lui stesso viene legato

45 W .G . Iv en s, The Melanesiani of thè S.E. Solomon Islands, L o n d o n 1927,


op. cit., p . 92.
p . 178; lo ste sso costu m e a H aw ai', cfr. E .S . C raigh ill H an d y ,
46 W . W y att G ill, Life..., p p . 1 8 0 s.; Myths..., p . 171.
47 L o sciam an o tu n gu so utilizza u n lasso p e r ripren d ere l ’anim a fu g g itiv a d i u n
m alato; S. Sh iro kogoro w , The psychomental complex of thè Tungus, Sh angai-
Lon don 1935, p . 2 9 0 . L o sciam an o, d el resto , im ita la tecnica d egli sp iriti; ibid.,
p. 178. S te sso co m plesso cu ltu rale tra g li C iu k ci. S u q u e sto p rob lem a cfr. il n ostro
libro Le Chamanisme et les techniques archàiques de l’extase, P ay o t, P a ris 1951
(tr. it. Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, E d . M ed iterran ee, R om a 1975).
44 L . W . K in g , History of Sumer and Akkad, L o n d o n 1910, p p . 1 2 8 s.; G . F ur-
Uni, La religione babilonese-assira, i , B o lo gn a 1928, p . 1 5 9 ; E . D h orm e, Les Re­
ligioni de Babylonie e d’Assyrie, C ollection « M an a » , n , P a ris 1945, p p . 2 8 , 4 9 ;
E . D o u g la s V an B u ren , « Sy m b o ls o f th è G o d s in m esopotam ian A rt » in Andecla
Orientalia, 23, R om a 1945, p p . 11-12.
w Sch eftelow itz, Das Schlingen-und Netzmotiv, p p . 4 s.
* M . Ja stro w , Die Religion Babyloniens und Assyriens, voi. n , G ie sse n 1912,
p. 15.
*' Sch eftelow itz, op. cit., p . 4.

oo
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

e chiede di essere salvato dai lacci52. Si prega Marduk affinché liberi


dalle catene e dai lacci, giacché anch’egli è un legatore esperto. Al pati
di Indra egli utilizza il cappio e le corde da dio campione, in guisa
« eroica ». Nel poema della Creazione, Enuma Elish, si distinguono due
specie di « legatori » che ricordano il dittico vedico Varuna-Indra. Ea,
il dio delle Acque e della saggezza, non lotta « eroicamente » con i mo­
stri primordiali Apsu e Mummu: li « lega » con incantesimi magici e
poi li uccide (Enuma Elisb, i 60-74). Manduk, dopo essere stato inve­
stito dall’assemblea degli dei della prerogativa della sovranità assoluta
(che fino ad allora appartenevano al dio celeste Anu, iv, 4 e 7) e dopo
aver ricevuto da essa lo scettro, il trono e l’accetta (iv, 29), comincia a
combattere il mostro marino Tiamat e questa volta assistiamo veramen­
te a una lotta « eroica »; comunque l’arma capitale di Marduk rimane
la « rete » « dono di suo padre Anu » 53. Marduk « lega » Tiamat, lo
« incatena » e gli strappa la vita (iv, 104). Incatena poi tutti gli dei e
demoni che avevano aiutato Tiamat e, dice il poema, « furono gettati
in una rete e sedettero in un sacco. Stettero in caverne » (iv, 111-114,
117, 120). Marduk conquista la sovranità tramite la sua lotta eroica,
però conserva anche le prerogative della sovranità magica. Se si tiene
anche conto del valore magico delle corde, dei nodi e dei cappi nella
stregoneria e nella medicina popolare (cfr. più avanti), l’impressione ge­
nerale che si sprigiona da questo rapido sorvolo dell’ambito mesopota-
mico è quella di una confusione quasi totale. La « legatura » sembra es­
sere un prestigio magico-religioso egualmente ben assimilato da tutte le
« forme » religiose. Sarebbe opportuno che uno specialista delle religio­
ni mesopotamiche riprendesse il problema per stabilire se, dietro a que­
sta confusione, è possibile ricostituire una « storia ».

Magia dei nòdi

Esaminiamo ora nel suo complesso la morfologia dei vincoli e dei


nodi nella pratica della magia. I fatti più importanti si potrebbero rag­

53 M . W itzel, « T am m u n z-Liturgien u n d V erw an d tes » in Anatecta Orientai»,


10, R o m a 1 937, p . 140. G e o W id en gren , Mesopotamian elementi in Manichaeim,
U p p sa la 1946, p . 80.
53 Ibid., iv , 4 9 . N e lla tav o letta i, 8 3 , M ard u k è figlio d i E a tu tta v ia , q u a le ch e
sia il sen so d i q u e sta filiazion e, la su a essen za è q u e lla d e lla so v ran ità m agica.
Segu iam o la trad uzion e italian a d i G . F u rlan i, Miti babilonesi e assiri, San so n i,
F iren ze 1958.
100
Magia dei nodi

gruppare in due grandi rubriche: 1) i «vin coli» magici usati contro


gli avversari umani (in guerra, nella stregoneria) e insieme l’operazione
opposta del « taglio dei vincoli »; 2) i nodi e i vincoli benefici, mezzo
di difesa contro gli animali selvatici, contro le malattie e i sortilegi,
contro i dèmoni e la morte. Ci accontenteremo di qualche esempio. Nel­
la prima categoria si possono ricordare i lacci magici rivolti contro gli
avversari (Atharva Veda n, 12,2; vi 104; vili 8,6), le corde gettate dal
principe sul percorso degli eserciti nemici (Kauqìtaki Samhità, xvi, 6)
la corda sotterrata vicino alla casa di un nemico o ancora, nascosta nel­
la sua barca per farla rovesciare54, infine i nodi che infliggono ogni sor­
ta di mali, sia nella magia antica55 che nelle superstizioni moderneS6.
Quanto al « taglio dei vincoli », esso è già utilizzato AsSÌ'Atbarva Veda
iad es. vi, 14, 2s.) e, nello stesso ordine di idee, nella sua qualità di
mezzo di prevenzione, si legge spesso nella letteratura etnografica che
gli uomini non devono portare alcun nodo sulla loro persona in deter­
minati periodi critici (il parto, il matrimonio, la morte)57.
Nella seconda categoria possono essere raccolti tutti gli usi che at­
tribuiscono ai nodi e ai vincoli una funzione di guarigione, di difesa

54 Kaufitaki Samhità, xlviii, 4-5: C alan d , Altindische Zauberritual, A m sterd am


La Magie dans l’Inde antique, P a ris 1 9 0 3 , p . 2 2 9 ; Schefte-
1900, p . 16 7 ; V . H en ry ,
low itz, p . 12.
55 E z 13, 18-21; C . F o sse y , La Magie assyrienne, P a ris 1 9 0 2 , p . 8 3 ; M . Ja s tr o w ,
The religion of Babylonia and Assyria, B o sto n 1 8 98, p p . 2 8 0 s.; ecc.
56 W . C ro o k e, The populär religion and folklore of Northern India, W estm in ster
1896, l i , p p . 4 6 s.; S . Seligm an , Der böse Nick, B e rlin 1910, I , p p . 2 6 2 , 3 2 8 s.; Schef-
telow itz, p . 14; F razer, Taboo, p p . 3 01s. (tr. fr. p p . 2 5 1 s.); G .L . K ittre d g e , Witcb-
craft in Old and New Engfand, C am b rid g e, M ass. 1929, p p . 2 0 1 s.; cfr. Handwör­
terbuch des deutschen Aberglaubens, alle voci Schlinge, Netz, ecc.; nel folk lo re,
Stith T h o m p so n , Motif-Index, vol. n , p . 313.
37 O gn i co sa d ev e essere ap erta e d isfa tta p e r facilitare il p a rto , F raze r, op. cit.,
pp. 2 9 6 s. (tr. fr. p p . 2 4 7 s.); tu ttav ia cfr. la rete q u a le d ife sa co n tro i d em on i d u ­
rante il p a rto , tra i C alm ucch i, F raze r, Folklore in thè Old Testament, n i, London
1919, p . 4 7 3 . Si p o te v a im ped ire ch e v e n isse co n su m ato u n m atrim on io tram ite
la m agia d elle corde e d ei n od i, F raze r, Taboo, p . 2 9 9 s. ( tr . fr. p . 2 4 9 ). N o n si
può m orire fin tan to ch e ci so n o d elle se rratu re c h iu se e d e i catenacci tir a ti in ca sa
(ibid., p . 3 0 9 , tr. fr. p . 2 5 7 ) e in ce rti lu o g h i ven gon o sn o d a ti i co rd on cin i d e l
su dario p e r g aran tire il rip o so d e ll’anim a (ibid., p . 3 1 0 ; tr. fr. p . 2 5 8 ). I n com pen­
so, p er d ifen d ersi contro le anim e d ei d efu n ti, in N u o v a G u in e a le v ed o v e p o rtan o
in segno d i lu tto d elle reticelle (F raz er, The Belief in Immortdity), L o n d o n 1 913,
pp. 2 4 1 , 2 4 9 , 2 6 0 , 2 7 4 , 2 9 3 ). I cad av eri v en gon o le g a ti se m p re com e d ife sa con­
tro g li sp iriti d ei m orti (F ra z er, La Crainte des morts, tr. f r ., 2 a serie, P a ris 1 935,
pp. 5 3 s.) sebben e il significato d i q u e sto co stu m e sia p iù co m p lesso.

101
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

contro i demoni, di conservazione della forza magico-vitale. Già nell’an­


tichità 58 si legava, al fine di guarirla, la parte malata del corpo e ancora
ai nostri giorni la stessa tecnica è molto diffusa nella medicina popola­
re w. Ancor più diffuso è il costume di difendersi contro le malattie e i'
demoni per mezzo di nodi, di spaghi e di corde “ , specialmente nel mo­
mento del parto61. Un po’ ovunque nel mondo si portano nodi a mo’
di amuleto62. È significativo l’utilizzo dei nodi e degli spaghi nel rituale
nuziale per proteggere i giovani sposi63, mentre proprio i nodi, com’è
noto, rischiano di impedire che venga consumato il matrimonio. Questa
ambivalenza, però, rientra nel numero di quelle che si osservano in tutti
gli utilizzi a fini magico-religiosi dei nodi e dei vincoli. I nodi provoca­
no la malattia e anche la tengono lontana oppure guariscono l’infermo;
le reti e i nodi stregano ed anche proteggono contro la stregoneria; im­
pediscono il parto e lo facilitano; premuniscono. Insomma, il tratto es­
senziale di tutti questi riti magici e magico-medici, è l’orientamento che
viene imposto alla forza che risiede in qualsiasi « legatura », in qualsia­
si azione di « legare ». Orbene, Vorientamento può essere positivo op­
pure negativo e questa contrapposizione, d’altronde, può essere intesa
nel senso di « benefico »-« malefico » oppure in quello di « difesa »-« at­
tacco ».

Magia e religione

Tutte queste credenze e tutti questi riti, certo, ci conducono nella


sfera della mentalità magica. Però, il fatto che queste pratiche popolari
siano di natura magica autorizza forse a considerare il simbolismo gene­
rale del « legame » una creazione esclusiva della mentalità magica? A
nostro modo di vedere, no. Anche se i riti e i simboli della « legatura »
presso gli Indo-Europei comportano degli elementi ctonico-lunari e ma­
nifestano, di conseguenza, forti influssi magici— il che non è sicuro—

58 Kaucitaki-Sam, x x x u , 3; C alan d , Altindische Zauberritual, p. 1 0 4 ;' R .C .


T h om p so n , Semitìc Magic, its origini and devélopment, L o n d o n 1908, pp. 165s.
59 Sch eftelow itz, p . 2 9 , n. 1, 31; F razer, Taboo, p . 301s. (tr. fr. p . 252s.).
60 A ssiria : T h o m p so n , op. cit., p. 171; F u rlan i, La Religione babilonese-assira,
n , Bologna 1929, p. 166; C in a, In d ia : Sch eftelow itz, p. 38.
él In d ia : W . C rook e, op. cit., il, p . 36; T o d a s, ecc.: Sch eftelow itz, p. 39; A fri­
ca, ibid., p. 41.
a F razer, Taboo, p p . 308s. (tr. fr. p. 2 5 5 s.): Sch eftelow itz, p . 4 1.
63 Sch eftelow itz, p p. 52s.

102
Magia e religione

restano da spiegare altri documenti che esprimono non soltanto un’au­


tentica esperienza religiosa, ma altresì una concezione generale dell’uo­
mo e del mondo che, lei sì, è autenticamente religiosa e non magica. I
dati relativi alla Mesopotamia che abbiamo passato in rassegna, ad esem­
pio, non si lasciano ridurre in toto a un’interpretazione magica. Tra gli
ebrei le cose sono ancor più chiare: è vero che la Bibbia parla dei « lac­
ci della morte » (ad es.: « Mi avviluppavano le funi degli inferi; mi sta­
vano davanti i lacci della morte », 2 Sani 22,6; cfr. Sai 18,6; « Mi strin­
gevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi. Mi opprimevano
tristezza e angoscia e ho invocato il nome del Signore: ‘Ti prego, Signo­
re, salvami’ », Sai 116,3-4). Tuttavia il signore terribile di queste funi
è Yahvé in persona, e i Profeti lo dipingono con in mano delle reti per
punire i colpevoli: « Dovunque si rivolgeranno stenderò la mia rete
contro di loro e li abbatterò come gli uccelli dell’aria » (Os 7,12) « Ma
10 tenderò la mia rete contro di lui ed egli rimarrà preso nei miei lac­
ci: lo condurrò a Babilonia » (Ez 12,13; cfr. 17,20); « Tenderò contro
di te la mia rete » (ibid., 32,3). E l’esperienza religiosa così profonda e
autentica di Giobbe ritrova la stessa immagine per esprimere l’onnipo­
tenza di Dio: « Sappiate dunque che Dio mi ha piegato e mi ha avvi­
luppato nella sua rete » (Gb 19,6). I giudeo-cristiani che sapevano an­
che loro che è il demonio che « lega » i malati (ad es. Le 13,16), pur-
tuttavia davano anche al Dio supremo l’appellativo di « signore dei vin­
coli ». In uno stesso popolo, quindi, incontriamo una polivalenza ma-
gico-religiosa dei «vincoli»: vincoli della*morte, della malattia, della
stregoneria e anche vincoli del Dio M. « Una rete è stesa su tutti gli es­
seri viventi », scriveva Rabbi Aquiba (Pirqé Abót, 3,20; Scheftelowitz,
p. 11). Si tratta di una formula felice, in quanto essa non esprime una
visione esclusivamente « magica » o « religiosa » della vita—bensì espri­
me, in tutta la sua complessità, la situazione stessa dell’uomo nel mon­
do; per usare una terminologia alla moda, essa esprime la condizione
dell’esistente in sé.
Effettivamente, il « filo della vita » in moltissimi paesi simboleggia
11 destino dell’uomo. « Il filo della loro vita (lett. la funicella della loro
tenda) viene strappato! » esclama Giobbe (4,31; cfr. 7,6). Achille, co­
me tutti i mortali « soffrirà ciò che il destino, alla sua nascita, ha filato
per lui con il lino, il giorno in cui sua madre lo mise al mondo » ( Iliade

È , di consegu enza, lecito su p p o rre che certe allu sion i vediche ai lacci d i Va-
tuna esprìm ono a loro volta u n ’esperienza religiosa p arago n ab ile a q u ella di G io b b e .

103
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

20, 128; cfr. 24,210). Le dee del destino tessono il filo della vita uma­
na: « Là lo lasceremo subire il destino che hanno filato per lui le tristi
Filatrici nel momento in cui da sua madre ha ricevuto la vita... » ( Odis­
sea 7,189)®. Ma c’è di più: lo stesso Cosmo è concepito come un tes­
suto, come un’enorme « trama ». Nella speculazione indiana, ad esem­
pio, l’aria ( vàyu) « ha tessuto » l’universo collegando, come tramite un
filo, questo e l’altro mondo e tutti gli esseri insieme (Brhadàranyaka Up.
n i, 7,2) così come il soffio (prona) ha « tessuto » la vita umana. (« Chi
ha tessuto il soffio in lui? » Atharva Veda x, 2,13). Da ciò risulta che '
un simbolismo assai denso esprime due cose essenziali: da un lato che
nel Cosmo come nella vita umana, tutto è legato a tutto da un invisibi­
le tessuto e, d’altro lato, che determinate divinità66 sono padrone di
quei « fili » che, in ultima istanza, costituiscono una vasta « legatura »
cosmica.
£ raro che l’etimologia fornisca argomenti decisivi in problemi deli­
cati come quelli relativi all’« origine » della religione e della magia, però
spesso è istruttiva. Scheftelowitz e Guntert hanno ricordato che, in sva­
riate famiglie linguistiche, le parole che designano l’azione di « legare »
servono anche per esprimere l’ammaliamento: ad esempio in turco-tar­
taro, bag, baj, boi significa a un tempo « stregonerìa » e « legame, cor­
da » 67; il termine greco xaTaSéw significa « legare solidamente » e an­
che « legare con un incantesimo magico, facendo un nodo » (da cui
xitaìsjnos « corda, stregare », Inscr. Graec., ni, 3, p.v.; Scheftelowitz,
p. 17); il termine latino fascinum, « incantesimo, maleficio » è apparen­
tato con fascio, « benda, fasciatura, con fascis, « fascio * ; ligàre e liga-
tura, « atto di legare » sono1altresì « stregare » e « incantesimo » (cfr.
il rumeno legatura, « azione di legare » e « stregare »); in sancrito yukti,
letteralmente « attaccare, legare » assume il significato di « mezzi magi­
ci » e i poteri dello yoga, vengono talora intesi come un ammaliamento
tramite « legatura » 68. Tutte queste etimologie confermano che l’azione

65 C fr. vitae fila, Eroidi, 15, 82. C fr. il cap ito lo su i ritu ali
O v id io , e le m ito ­
lo g ie lunari n el n o stro Traiti d'Histore des Religioni, p p . 142s. (e d . it. p p . 183s.).
46 I I p iù d elle volte— m a non sem pre— d elle d iv in ità lu n ari, talo ra ctonio-lunari
47 H. V am béry, Die primitive Kultur des turko-tatarischen Volkes, L e ip zig 1879,
p . 2 4 6 . L ’id ea d i « d e -stre g a re » si esp rim e tram ite l ’esp ressio n e « lib e r a r e dai
vin coli » ; tra g li Y o ru b a , la p aro la edi « leg atu ra » h a anche il se n so d i « m agia *
e la p a ro la E w e vósesa, « a m u l e t o » , significa « s l e g a r e » (A .R . E llis, Yorubé
speaking peoples, L o n d o n 1894, p . 118).
“ A d es. Mahabhàrata, x i n , 4 1 , 3 s., in cu i V ip u là « aveva so g g io gato i se n si d i
R u c i per m ezzo d ei legam i dello Y o g a * (babandha yogabandhàic ca tasyàb str­

io*
Simbolismo delle « situazioni limite »

di legare è essenzialmente magica. Qui abbiamo a che fare con una


« specializzazione » estrema: stregare, legare con la magia, ammalia­
re. ecc. Sul piano etimologico, religio denota anch’essa una forma di
« attaccamento » alla divinità, ma sarebbe imprudente intendere (come
fa Guntert, p. 130) religio nel senso di « stregoneria ». Giacché, come
abbiamo detto, la religione al pari della magia contiene nella sua stes-
5a essenza l’elemento di « legatura » ma, è evidente, con tutt’altra inten­
sità e, soprattutto, con un orientamento contrario.

Simbolismo delle « situazioni limite »

Svariati altri complessi simbolici caratterizzano, con formule quasi


identiche, la struttura del Cosmo e la « situazione » dell’uomo nel mon-
mo. Il termine babilonese markasu, « legame, corda », designa nella mi­
tologia « il principio cosmico che unisce tutte le cose » ed anche « il
supporto, la potenza e la legge divina che tengono insieme l’Univer-
so » M. Così pure Tchouang Tsen (cap. vi) parla del tao definendolo la
« catena dell’intera creazione » 70, espressione che ricorda la terminolo­
gia cosmologica indiana. D ’altra parte, il labirinto è inteso talvolta co­
me un « nodo » il quale deve essere « snodato » e questa nozione si col­
loca in un insieme metafisico-rituale che contiene le idee di difficoltà,

vendriyàni sah; cfr. il mio Yoga. Essai sur les origine* de la mystique indienne,
Paris-Bucarest 1936, p. 151. Cfr anche Ananda K. Coomaraswamy, « ‘Spiritual
Paternity’ and the ‘Puppet-Complex’ f in Psychiatry, vili, n. 3, Agosto 1945, pp.
25-35, specialmente pp. 29s.
w S. Langdon, Semitic Mythology, Boston 1931, p. 109. Svariati templi babi­
lonesi sono denominati markas shamé u irshiti, « Collegamento tra Cielo e Terra »,
cfr. E. Burrows, « Some cosmological patterns in babylonian religion » in Labyrinth,
a cura di S.H. Hook, London 1935,pp. 45-70, p. 47-48, n. 2. Un antico nome su­
mero del tempio è « dimgal della regione ». Burrows (p. 47, n. 7) propone la tra­
duzione « Great binding post »; dim = « post », ecc. ed anche « rope »; proba­
bilmente dim = « tobind, thing to bind to, thing to bind with ». Il simbolismo
della «legatura» si trova qui integrato in un insieme più ampio che si potrebbe
denominare il « simbolismo del Centro »; cfr. sopra pp. 37ss.
70 Hughes, in Everyman's Library, p. 193, traduce: The link of all Creation. Il
carattere tradotto con « link » è hsi (Giles 4062) i cui significati sono « depen­
dence, fastening, tie, link, nexus, chain, lineage, etc. », cfr. A.K. Coomaraswamy,
« The iconography of Diirer’s ‘Knots’ and Leonardo’s ‘concatenation’ » in T èi Art
Quarterly, Primavera 1944, p. 127, n. 19.

105
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

di pericolo, di morte e di iniziazione71. Su un piano diverso, il piano


della conoscenza e della saggezza, si incontrano espressioni simili: si
parla della « liberazione » dalle illusioni (che, in India, hanno lo stesso
nome della magia di Varuna, màyà); si cerca di « strappare » i veli del­
l’irrealtà, di « disfare » i « nodi » dell’esistenza, ecc. Ciò dà l’impres­
sione che la situazione dell’uomo nel mondo, da qualsiasi punto di vi­
sta la si consideri, si esprima sempre attraverso parole chiave che con­
tengono l’idea di « legamento, di concatenamento, di attaccamento » ecc.
Sul piano magico, l’uomo si serve di nodi-amuleti per difendersi contro
i vincoli dei demoni e degli stregoni; sul piano religioso, si sente « le­
gato » da Dio, preso al suo « cappio »; però anche la morte Io « lega »,
concretamente (il cadavere viene « legato ») oppure metaforicamente (i
demoni « legano » l’anima del defunto). Meglio ancora: la vita stessa
è un « tessuto » (a volte un tessuto magico di proporzioni cosmiche,
màyà), oppure un « filo » che tiene la vita di ciascuno dei mortali. Que­
ste diverse prospettive hanno certi punti in comune: in ogni luogo il
fine ultimo dell’uomo è quello di liberarsi dai « vincoli »: all’iniziazio­
ne mistica del labirinto, nel corso della quale si impara a sciogliere il
nodo labirintico per mettersi in condizione di disfarlo quando l’anima lo
incontrerà dopo la morte, corrisponde l’iniziazione filosofica, metafisica,
il cui intento è quello di « strappare » il velo dell’ignoranza e di libe­
rare l’anima dalle catene dell’esistenza. È noto che il pensiero indiano
è dominato da questa sete di liberazione e che la sua terminologia più
caratteristica si lascia ridurre a polarità del tipo « incatenato-liberato »,
« legato-slegato », « attaccato-staccato », ecc. 72. Le stesse formule ricor­
rono nella filosofia greca: nella caverna di Platone gli uomini sono trat­
tenuti da catene che impediscono loro di muoversi e di girare la testa

71 Gfr. i labirinti in forma di nodi nei riti e le credenze funerarie a Malekula;


A. Bernard Deacon, « Geometrical drawings from Malekula and other islands of
thè New Hebrides » in Journal of thè Anthropological Institute, vol. lxvi, 1934.
pp. 129-175; id., Malekula. A vanishing people of thè New Hebrides, London 1934.
in particolare pp. 552s.; John Layard, « Totenfahrt auf Malekula » in Eranos-
Jahrbuch 1937, Zürich 1938, pp. 242-291; id., Stone Men of Malekula, London
1942, pp. 340s., 639s. Interpretazioni di tipo comparativo, W.F. Jackson Knight,
Cumaean Gates, Oxford 1936; Karl Kerenyi, Labyrinth-Studien, Albae Vigiliae, xv,
Amsterdam-Leipzig 1941.
72 Cfr. il nostro libro Tecniche dello yoga, passim. Nel suo articolo «The icono-
grapby of Diirer’s ‘Knots’ », A.K. Coomaraswamy ha studiato i valori metafisici
dei nodi e la loro sopravvivenza nell’arte popolare, oltre che in certi artisti del
Medio Evo e del Rinascimento.

106
Simbolismo delle « situazioni limite »

(Repubblica, v i i , 514a s.). L ’anima «dopo la caduta è stata catturata,


essa è incatenata... » essa è, si dice, in una tomba e in una caverna, pe­
rò volgendosi verso le idee essa si libera dai suoi vincoli... » (Plotino,
Enneadi, iv, 8,4; cfr. iv, 8,1; « I l cammino verso l’intelligenza è, per
l'anima, la liberazione dai suoi vincoli »).
Questa polivalenza del complesso della « legatura »—che abbiamo
or ora osservato sul piano cosmologico, magico, religioso, iniziatico,
metafisico, soteriologico— è probabilmente dovuta al fatto che l ’uomo
riconosce in questo complesso una sorta di archetipo della sua propria
situazione nel mondo. A questo modo egli contribuisce innanzitutto a
porre un problema di antropologia filosofica in cui la ricerca filosofica
vera e propria avrà molto da guadagnare se non trascurerà questi docu­
menti relativi a determinate « situazioni-limite » dell’uomo arcaico, che
se il pensiero contemporaneo si vanta di aver riscoperto l’uomo concre­
to, è altresì vero che le sue analisi si riferiscono soprattutto alla condi­
zione dell’occidentale moderno e che essa pecca quindi di una mancan­
za di universalismo, di una sorta di « provincialismo » umano che in de­
finitiva è monotono e sterile.
Il complesso della « legatura », d’altra parte, pone o meglio costitui­
sce un problema che interessa in massimo grado la storia delle religio­
ni. Ciò non solo per i rapporti che esso mette in luce tra la magia e la
religione, ma soprattutto in quanto esso ci rivela ciò che si potrebbe
chiamare la proliferazione delle forme magico-religiose e la « filosofia »
di tali forme: abbiamo l’impressione di assistere a una « legatura » ar­
chetipica che cerca di realizzarsi tanto sui diversi piani della vita magi-
co-religiosa (cosmologia, mitologia, stregoneria, ecc.) che ai diversi stadi
di ciascuno di questi piani (ad esempio la grande e la piccola magia;
la stregoneria aggressiva e la stregoneria difensiva, ecc.). In un certo
senso si può addirittura affermare che se il « sovrano terribile » storico
o storicizzato si sforza di imitare il suo prototipo divino, il « dio lega­
tore », qualsiasi stregone imita, a sua volta, il sovrano terribile e il suo
modello trascendente. Dal punto di vista morfologico non vi è soluzio­
ne di continuità tra Vrtra che « incatena » le Acque, Varuna che « le­
ga » i colpevoli, i demoni che catturano i morti nella loro « rete » e gli
stregoni che legano magicamente l’avversario o slegano, le vittime degli
altri stregoni. In tutte queste operazioni la struttura è identica. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze è difficile precisare se questa uni­
formità proviene dall’imitazione, da mutui « storici » (nel senso che at­
tribuisce a questo termine la scuola storico-culturale) oppure se si spie­

107
I
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

ga in base al fatto che tutte queste operazioni sgorgano dalla situazione


in sé dell’uomo nel mondo, cioè sono le varianti di uno stesso archeti­
po che si realizza in momenti successivi sui molteplici piani e in aree
culturali diverse. Sembra assodato che, quanto meno nel caso di deter­
minati complessi (ad esempio quello della sovranità magica degli Indo-
Europei) abbiamo a che fare con insiemi mitico-rituali storicamente so­
lidali. Tuttavia la realtà storica del complesso indo-europeo della « le­
gatura » non necessariamente implica che tutti gli altri costumi e cre­
denze magico-religiosi diffusi attraverso il mondo e relativi ad un com­
plesso analogo siano, a loro volta, « storici » (derivino cioè da uno stes­
so dato ancestrale, oppure risultino da influssi diretti o indiretti, da pre­
stiti, ecc.). Al fine di precisare quel che abbiamo in mente aggiungere­
mo chè se il caso particolare degli Indo-Europei non necessariamente
implica questa conclusione, nemmeno la esclude e che, per prudenza, la
questione deve rimanere aperta.

Simbolismo e storia

A titolo comparativo, tuttavia, potremmo citare un caso analogo:


il complesso dell’ascensione rituale e del volo magico. Mentre è possi­
bile individuare determinati rapporti storici (filiazione, prestiti) tra le
diverse credenze e i diversi sistemi (rituali, mistici, ecc.) che comporta­
no l’ascensione tra i loro elementi essenziali73, la morfologia dell’ascen­
sione e del simbolismo del volo supera di molto questi rapporti storici.
Anche se un giorno si riuscirà ad individuare la fonte storica responsa­
bile di tutti i rituali e i simbolismi sociali dell’ascensione, anche se, a
seguito di ciò, si sarà in grado di precisare il meccanismi) o le tappe del­
la loro diffusione, rimarrà ancora da spiegare il simbolismo del sogno
ascensionale, delle, rèverie e delle visioni estetiche, le quali, oltre ad es­
sere incentrate attorno al complesso dell’ascensione e del volo, presen­
tano questo complesso già organizzato e carico degli stessi valori che
vengono rivelati dai rituali, dai miti e dai pbilosophoumena dell’ascen­
sione. In altra sede abbiamo tracciato le vie lungo cui deve muoversi
uno studio comparativo di questo tipo74. Accontentiamoci di conclude­

73 Cfr. il nostro libro Le Cbamanisme et les techniques archdiques de l'extase,


pp. 137s., 296s., 362s., 423s. e passim (ed. it. pp. 206s., 324s., 406s., 471s.).
74 « Durohàna and thè ‘waking dream’ » in Art and Thought. A Volume in
Honour of thè late Dr. Ananda K. Coomaraswamy, London 1947, pp. 209-213.

108
Simbolismo e storia

re che ci troviamo di fronte delle espressioni non storiche di uno stes­


so simbolismo archetipico, il quale si manifesta in maniera coerente e
sistematica tanta sul piano dell’« inconscio » (sogno-allucinazione, ré-
verie) che su quelli del « trans-conscio » e della coscienza (visione este­
tica, rituali, mitologia, philosophoumena). Sottolineiamo al passaggio
che le manifestazioni dall’inconscio e del sub-conscio presentano una
struttura e dei valori che concordano pienamente con le manifestazioni
coscienti, e dal momento che queste sono « ragionevoli », nel senso che
i loro valori si giustificano logicamente, si potrebbe parlare di una « lo­
gica » sub- o trans-conscia che non sempre sarebbe eterogenea rispetto
alla logica « normale » (intendasi la logica classica, oppure quella del
buon senso). Provvisoriamente, quindi, accettiamo l’ipotesi che almeno
una certa zona del subconscio è dominata dagli stessi archetipi che do­
minano anche l’esperienza conscia e transconscia. Sulla base di ciò sare­
mo autorizzati a considerare le molteplici varianti di un complesso sim­
bolico (negli esempi che abbiamo portato, il complesso dell’« ascensio­
ne » o quello della « legatura ») come una successione infinita di « for­
me » che, sui diversi piani del sogno, del mito, del rito, della teologia,
della mistica, della metafìsica, ecc., si sforzano di « realizzare » l’arche­
tipo.
Certo, tutte queste « forme » non sono spontanee, non tutte dipen­
dono direttamente dall’archetipo ideale; molte di esse sono « storiche »,
nel senso che sono il risultato dell’evoluzione o dell’imitazione di una
forma già esistente. Talune varianti della ¿stregoneria della « legatura »
presentano un aspetto di scimmiottamento assai sconcertante: si ha l’im­
pressione che esse hanno copiato, sul loro piano limitato, le « forme sto­
riche » già esistenti della sovranità magica o della mitologia funeraria.
Bisogna, però, essere prudenti, in quanto è un dato di fatto generale
che le varianti patologiche dei complessi religiosi presentano a loro vol­
ta un aspetto scimmiesco. Ciò che sembra più sicuro è la tendenza di
ogni « forma storica » ad avvicinarsi il più possibile al suo archetipo,
anche nei casi in cui essa si. è realizzata su un piano secondario, insigni­
ficante: questo fenomeno si verifica ovunque nella storia religiosa del­
l’umanità. Qualsiasi divinità locale tende a diventare la Grande Dea;
qualsiasi villaggio ¿ i l « Centro del Mondo »; qualsiasi stregone si pre­
tende, al culmine dei suoi riti, il Sovrano Universale. È proprio questa
tendenza verso l’archetipo, verso la restaurazione della forma perfetta
—di cui un rito, un mito o una qualsiasi divinità, sono solo delle varian­
ti, spesso alquanto sbiadite—quel che rende possibile la storia delle re­

109
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

ligioni. In assenza di ciò l’esperienza magico-religiosa creerebbe in con*


tinuazione delle forme folgoranti o evanescenti di dei, di miti, di dog­
mi, ecc. e l’osservatore si troverebbe di fronte a un moltiplicarsi di tipi
incessantemente nuovi che non consentirebbe nessun tipo di messa in
ordine. Invece una volta « realizzata », « storicizzata », la forma religio­
sa tende a distaccarsi dalle sue condizioni di tempo e di luogo e a dive­
nire universale, a ritrovare l’archetipo. Infine, 1’« imperialismo » delle
forme religiose vittoriose si spiega anch’esso sulla base di questa tenden­
za che porta ogni ierofania o teofania a diventare « Totalità », cioè ad
esaurire da sola la manifestazione del sacro, ad assorbire in sé l’immen­
sa morfologia del sacro75.
Qualunque sia il valore di queste concezioni generali, è probabile
che il complesso magico-religioso della « legatura » corrisponda effetti­
vamente a un archetipo o a una costellazione di archetipi (ne abbiamo
rilevati alcuni: la tessitura del Cosmo, il filo del destino umano, il labi­
rinto, la catena dell’esistenza, ecc.). L ’ambivalenza e l’eterogeneità dei
motivi della « legatura » e dei nodi, nonché della « liberazione dai vin­
coli », confermano quanto molteplici e diversi siano i piani su cui que­
sti archetipi si sono « realizzati ». Ciò non significa, beninteso, che al­
l’interno di questa massa enorme di fatti relativi ai complessi magico-
religiosi presi in esame non sia possibile distinguere determinati insie­
mi storicamente solidali e che non si sia autorizzati a considerarli dipen­
denti gli uni dagli altri oppure sfociati tutti da una fonte comune. È
quello che hanno fatto, in prospettive diverse, Giintert, Dumézil e Closs
per l’ambito indo-europeo. Si esiterà a seguire Closs quando, fedele ai
principi della scuola storico-culturale di Vienna76, questo studioso ha la
pretesa di spiegare un dato o mito di « legatura » americano o melane­
siano dichiarandolo storicamente dipendente dalla fonte da cui sono
nate le forme indo-europee. Più verosimile è la sua ipotesi circa l’origi*
ne caucasica (p. 643) del complesso della « legatura » rituale indoeuro­

75 Cfr. Traité d’Histoire des Religions, pp. 392%. (ed. it. pp. 469s.).
76 La scuola storico-culturale di W. Schmidt e W. Koppers ha reso fino ad OM
importanti servigi alla storia delle religioni, tuttavia le sue tesi, spinte all’etttcniOi
sfociano in una tale « storicizzazione » dell’uomo che viene abolita pratictfntnM
qualsiasi spontaneità spirituale. Se l’uomo non può essere concepito che OOflM
essere storico, questo non toglie che per sua stessa natura l’uomo si oppone tilt
storia e si sforza di abolirla e di ritrovare, con ogni mezzo, un «paradiio» fUQlt
dal tempo in cui la sua situazione più che una « situazione storica », tU UM
« situazione antropologica » (cfr. il nostro libro II mito dell’eterno ritorno).
Simbolismo e storia

pea: i Fiftno-Ungari e i Turco-Tartari ignorano sia i riti che i miti di


« legatura » e questo sembra effettivamente indicare che l’origine di
questo complesso deve essere cercata nei paesi del sud. In effetti i pa­
ralleli che più si avvicinano al rito georgiano delle catene del « Giorgio
Bianco » (v.s.) si ritrovano in India: da un lato l’anello di ferro che lo
stregone (Panda) dei Gond11 porta intorno al collo durante i nove gior­
ni della festa di Kàli-Dùrga (festa che i Gond chiamano zvàrà, paróla
derivata dall’hindi javarà, « avena », che ne dimostra l’origine agraria);
d ’altra parte gli anelli di ferro che circondano il collo di un idolo fem­
minile e del « Proto Shiva » trovati a Mohenjo-Daro78. Va da sé che
sarebbe azzardato prospettare una derivazione diretta del rito attuale
dei Gond a partire dalla cultura protostorica dell'Indus, tuttavia l’acco­
stamento fatto da W. Koppers tra questi fatti non è privo di interesse19.
Comunque, la frequenza dei motivi della « legatura », dei « nodi »,
ecc. negli strati arcaici delle religioni mesopotamiche rimane ancora da
spiegare. £ forse una variante collaterale che, a differenza di quanto è
successo tra gli Indo-Europei, non è riuscita ad organizzarsi in un siste­
ma teologico e rituale e ad imporsi all’insieme della vita religiosa, una
variante che quindi si è moltiplicata all’infinito, si è trasformata in pre­
stigio divino oltre che demoniaco ed è stata inglobata da ogni divinità
e utilizzata da ogni stregone? Una cosa è certa: solo tra gli Indo-Euro-
pei—e le ricerche di Dumézil in particolare lo hanno dimostrato— ci si
trova davanti a un sistema coerente e di applicazione generale ¡sul pia­
no rituale, mitologico, teologico, ecc. Tuttavia nelle pagine che prece­
dono ci siamo sforzati di mostrare che anche tra gli Indo-Europei, que­
sto sistema, incentrato sulla concezione del Sovrano Terribile, non ha
esaurito la potenza creativa delle forme magico-religiose e dei simboli­
smi relativi alla « legatura » e abbiamo altresì tentato di trovare una
spiegazione di ciò sul piano ,della magia, della mitologia e della stessa

" Cfr. W. Koppers, « Zentralindische Fruchtbarkeitsriten und ihre Beziehungen


*ur Induskultur » in Geographica tìelvetica, r, 1946, Heft 2, pp. 168s.
'* Cfr. J. Marshall, Mohenjo-Daro and thè Indus Civilisation, London 1931, t.
I, uvola xii, 8, 17.
* Quanto alla funzione rituale dei nodi nelle religioni dell’Egeo (Arthur Evans.
t'hr palace of Minos, i, pp. 430s.), essa non è ancora risolta: questa funzione ri­
unir che era stata negata da P. Nilsson, che la riduce a puro valóre decorativo
{Minoan-Mycenaean Religion, Lund 1927, pp. 137s., 349s.), è stata di recente con-
t*rm«u da Axel W. Persson, The Religion of Greece in prehistoric tirnes, Berkeley
» Ijm Angeles 1942, p. 38 e 68. Cfr. anche Charles Picard, Les Religioni
pttMléntques Crete et Mycènes, Paris 1948, pp. 194-195.

I li
Il « dio legatore » e il simbolismo dei nodi

religione: esso sarebbe dovuto vuoi alla situazione stessa dell’uomo nel
mondo (« origine » spontanea) vuoi a un’imitazione più o meno servile
di forme già esistenti (« genesi » storica). Comunque, qualunque sia la
spiegazione che si preferisce, la complessità della concezione indo-euro­
pea del Sovrano Terribile è ormai fuori discussione. Si comincia ad in-
trawederne la preistoria, si è preparati a discernere in essa eventuali
prestiti da tradizioni religiose estranee. Sarebbe forse improprio defini­
re questa concezione una concezione esclusivamente magica, sebbene
spesso la sua struttura ci inviti a qualificarla così: da un lato abbiamo
sottolineato, nella stessa India, i valori cosmogonici e metafisici della
« legatura » di Varuna e di Vrtra; d’altro lato le esperienze religiose
provocate tra gli Ebrei dallo stesso complesso dimostrano che una vita
religiosa molto pura e molto profonda può trovare alimento anche nei
« lacci » di un Dio in apparenza terribile e « legatore ».
Capitolo quarto
OSSERVAZIONI SUL SIMBOLISMO
DELLE CONCHIGLIE

La Luna e le Acque

Le ostriche, le conchiglie, la lumaca, la perla sono solidali sia con le


cosmologie acquatiche che con il simbolismo sessuale. In effetti parte­
cipano tutte alle forze sacre concentrate nelle Acque, nella Luna, nella
Donna e sono inoltre, per ragioni diverse, rappresentazioni emblemati­
che di queste forze: somiglianza tra la conchiglia e gli organi genitali
della donna, rapporti che uniscono le ostriche, le acque e la luna, infi­
ne simbolismo ginecologico e embriologico della perla, la quale si for­
ma nell’ostrica. La credenza nelle virtù magiche delle ostriche e delle
conchiglie si ritrova nel mondo intero, dalla preistoria ai giorni nostri '.

1 G i7. Kunz e Charles Hugh Stevenson, The Book of thè Pearl, London 1908,
hanno riunito un considerevole materiale documentario relativo alla diffusione
delle perle; J.W. Jackson, « The geographical distribution of thè use of pearls and
pearl-shells », Manchester 1916, 53 p.; tesi ripubblicata nel volume Shells as Evt-
dence of thè migration of Early Culture, Manchester 1917, completa le informa­
zioni di Kunz e Stevenson. L’essenziale dell’enorme bibliografia relativa alla fun­
zione magica delle conchiglie può essere trovato nell’articolo di W.L. Hildburgh,
« Cowrie-Shells as amulets in Europe * in Folk-Lore, voi. 53-54, 1942-1943, pp.
178-195. Cfr. anche i diversi contributi al problema pubblicati sulla rivista Man:
ottobre 1939, n. 165, p. 167; M.A. Murray, «The meaning of Cowrie-shell », pen­
sa che il valore magico del cauri deriva dalla sua somiglianza ad un occhio soc­
chiuso; gennaio 1940, n. 20: risposta di Murray a Sheppard; n. 61, pp. 50-53:
Or. Kurt Singer, « Cowrie and Baubo in early Japan», pubblica una statuetta
neolitica giapponese che dimostra come la conchiglia sia assimilata alla vulva; n. 78:

113
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

Il simbolismo che sta alla base di tali concezioni appartiene con ogni
probabilità' ad uno strato profondo del peiisiero « primitivo », ma ha
conosciuto « attuazioni » e interpretazioni variate: si incontra la pre­
senza delle ostriche e delle conchiglie nei riti agrari, nuziali o funerari,
negli ornamenti vestimentari o in certi motivi decorativi, anche se più
di una volta il loro significato magico-religioso sembra essere andato
quasi perso o essersi imbastardito. Presso certi popoli le conchiglie con­
tinuano a fornire un motivo decorativo, mentre della loro valenza ma­
gica si è perso perfino il ricordo. La perla, un tempo emblema della for­
za generatrice, oppure simbolo di una realtà trascendente, ha conserva­
to in Occidente solo il valore di « pietra preziosa ». L ’ininterrotta de­
gradazione del simbolismo emergerà più nettamente alla fine della no­
stra trattazione.
L ’insieme iconografico acqua-ostriche è abbondantemente attestato
nell’America pre-colombiana. Il « Tuia relief » di Malinche Hill rappre­
senta una divinità circondata dalle Acque in cui galleggiano delle ostri­
che, delle spirali, dei doppi cerchi2. Nel Codex Nuttal predomina il
complesso iconografico Acqua-Pesce-Serpente-Granchio-Ostrica3. Il Co­
dex Dresdensis raffigura l’Acqua che a volte fuoriesce da conchiglie
d’ostrica, a volte riempie vasi formati da serpenti arrotolati4. Il dio
messicano della tempesta aveva al collo una catena d’oro a cui erano ap­
pese delle conchigliette5; il dio della luna aveva come simbolo una gran­
de lumaca di mare6.
Nell’antica Cina il simbolismo dell’ostrica è ancor meglio conserva­
to: qui le conchiglie partecipano alla sacralità della luna e al tempo
stesso sono il prolungamento delle potenze acquatiche. Nel trattato

C.K. Meek, « Cowrie in Nigeria»; n. 79: MD.W. Jeffreys, « Cowrie Shell» in


British Cameroua», contro l’ipotesi della signorina Murray; n. 101: Balcani; n.
102: J.H. Huttons, Naga Hills; n. 187: Grigson, Central Provinces, India; 1941,
n. 36: CX . Meek, Nigeria; n. 37: Fidji, Egitto, Sassoni; 1942, n. 71: M.D.W
Jeflreys; « Cowry, Vulva, Eye ».
2 Peñafill, Monumentos del arte mexicano antiguo, p. 154, riprodotto da Lao
Wiener, Mayan and Mexican Origins, Cambridge 1926, pi. iv, fig. 8.
3 Wiener, ibid., pi. IV, fig. 13; pi. vii, fig. 14 che riproduce il Codex NutUll,
p. 16, 36, 43, 49.
* Codex Dresdensis, p. 34, ecc., riprodotto da Wiener, fig. 112-116.
5 B. de Sahagun, Historia general de las cosas de Nueva España, Mexico 18% ,
voi. i, cap. 5; Wiener, p. 68; cfr. fig. 75.
6 J.W. Jackson, « The Aztec Moon-cult and its relation to thè Chankcult Of
India » In Manchester Memoirs, Manchester 1916, voi. 60, n. 5, p. 2.
La Luna e le Acque

L&sh'i ch'tin ts’iu (in sec. a.C.) possiamq leggere: « La luna è la radice
di tutto ciò che è yin; con la luna piena le ostriche pang e ko sono pie­
ne e tutte le cose yin diventano abbondanti; quando la luna si oscura
(ultima notte del ciclo lunare) le ostriche sono vuote e tutte le cose yin
si mettono a mancare » 7. Mo-tsi (v sec. a.C.), dopo aver osservato che
l’ostrica perlifera pang nasce senza l’interyento del maschio, aggiunge:
« Di conseguenza, se pang può avere come frutto una perla è perché
essa concentra tutta la sua forza yin » 8. « La luna », scrive Liou Ngan
(n sec. a.C.) « è il ceppo del yin. Per questo i cervelli dei pesci diminui­
scono quando la luna è vuota e le conchiglie delle monovalve spiroidi
non sono piene di parti carnose quando la luna è morta ». Lo stesso
autore aggiunge, in un altro capitolo: « Le conchiglie bivalve, i granchi,
le perle e le tartarughe crescono e calano con la luna » 9.
Lo yin rappresenta, tra l’altro, l’energia cosmica femminile, lunare,
« umida ». Così l’eccesso dello yin attivo in una determinata regione
esaspera l’istinto sessuale femminile e fa sì che « le donne lascive per­
vertano gli uomini » (7 Chou Shu, cap. 54, citato da Karlgren, op. cit.,
p. 38) Esiste, in effetti, una corrispondenza mistica tra i due principi,
yin e yang, e la società umana. Il carro del re era adorno di giada
(ricco di yang), quello della regina di piume di pavone e di conchiglie,
emblemi dello yin. I ritmi della vita cosmica seguono il loro corso nor­
male fintanto che la circolazione dei due principi opposti e complemen­
tari procede senza ostacoli. Scrive Sun-ts'i: « Se la giada è nella monta­
gna, gli alberi della montagna daranno frutto; se le acque profonde pro­
ducono perle, la vegetazione della riva non si seccherà » (Karlgren,
ibid., p. 40). Più avanti vedremo che la stessa polarità simbolica giada-
perla riappare nei costumi funerari cinesi.
Idee analoghe relative all’influsso delle fasi lunari sulle ostriche han­
no avuto corso nell’antichità.
Luna alit ostrea et implet echinos, muribus fibras et fecur addit, di­
ceva Lucilio: « La luna nutre le ostriche, riempie i ricci di mare, dà
forza e vigore alle cozze ». Plinio (Hist. Nat., il, 41,3), Aulo Gellio

’ Tr. B. Karlgren, « Some fecundity symbols in ancient China » in The Bulletin


ni thè Museum of Far Eastern Antiquities, n. 2, Stockolm 1930, pp. 1-54, p. 36.
1 Karlgren, ibid. Cit. i rapporti perle (conchiglie)—Luna in Granet, Dames et
IJteitdes de la Chine ancienne, Paris 1926, pp. 480, 514, ecc.
• J.- J. de Groot, Les Fétes annuellement célébrées à Entoui. Elude concernant
U religion populaire des Chinois, Paris 1886, voi. li, p. 491. Rapporti tra la luna
» l'ucqua, ibid., pp. 488s. Influsso della Luna sulle perle, pp. 490s.

115
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

(Noctes Atticae, xx, 8), assieme a svariati altri autori, pretendevano di


aver notato fenomeni simili. Questa tradizione para-scientifica, ereditata
da un simbolismo antico la cui funzione non veniva più colta, era desti­
nato a perpetuarsi in Europa fino al x v iii secolo 10.

Simbolismo della fecondità

Ancor più dell’origine acquatica e del simbolismo lunare delle ostri­


che e delle conchiglie, ciò che ha contribuito a una tale diffusione della
credenza nelle loro virtù magiche è con ogni probabilità la loro somi­
glianza con la vulva u. L ’analogia è del resto iscritta a volte nei termi­
ni stessi che designano determinati molluschi bivalve: ne è testimone
l’antico nome danese dell’ostrica, kudef.sk (kude = vulva; cfr. Karlgren,
p. 34 nota). L ’omologazione della conchiglia all’organo genitale fem­
minile è altresì attestata in Giappone 12. La conchiglia marina e l’ostri­
ca, quindi, partecipano ai poteri magici della matrice. Sono presenti e si
esercitano in esse le forze creatrici che sgorgano, come da una fonte ine­
sauribile, da qualsiasi emblema del principio femminile. Quindi, porta­
te sulla pelle a mo’ di amuleto o di ornamento, ostriche, conchiglie e
perle impregnano la donna di un’energia propizia alla fecondità, proteg­

10 P. Saintyves, L‘Astrologie populaire, étudiée spécialement dans les doctrines


et les traditions relatives à l'influence de la lune, Pati» 1937, pp. 231s.
11 Cfr. Aigremont, « Muschel und Schnecke als Symbol der Vulva einst und
jetzt » in Anthropopbyteia, 1909, vj, pp. 35-40; J.J. Meyer, Trilogie altindischer
Mächte und Feste der Vegetation, Zürich 1937, vol. i, p. 233. Cfr. anche la rivista
Man, 1939-1942.
u Cfr. Andersson, Children of the yellow earth. Studies in prehistoric China,
London 1934, p. 305. L’idolo femminile neolitico pubblicato dal dottor Kurt Singer
(Cowrie and Baubo in early Japan, p. 51) rivela una vulva mostruosa che altro don
è se non una conchiglia gigantesca sospesa ad una corda. La conchiglia bivalve ha
un ruolo nel mito della rinascita di O-Kuninushi. Secondo Kurt Singer, l’idolo
potrebbe essere la rappresentazione di Ama-no-Uzume-no-Mikoto, « la Tenibile
Donna del Cielo », la quale danza con il vestito sollevato usque ad partes privauu
{così si esprìme Chamberlain) e che con la sua risata provoca, costrìnge la Dei-
Sole, Amaterasu, ad uscire dalla caverna in cui si era nascosta. I naturalisti dii
x v i i i secolo, d’altronde, basavano le loro classificazioni delle conchiglie sulle so­
miglianze con la vulva. G. Elliot Smith in Tèe evolution of the Dragon, Manchester
1919 cita il seguente passaggio della Histoire naturelle du Sénégal (xviii secolo)
di Adamson: « Concha Venerea sic dieta quia partem foemìneam quodam modo
repraesentant: exteme quidem per labiorum fissuram, interne vero propter cavi*
tatem uterum mentientem ».
116
Simbolismo della fecondità

gendola al tempo stesso dalle forze nocive e dalla mala sorte. Le donne
Akamba portano cinture decorate con conchiglie d’ostrica, a cui rinun­
ciano dopo la nascita del primo figlio u. Altrove le ostriche costituisco­
no il regalo di nozze più appropriato. Nell’India meridionale, le ragaz­
ze portano collane di conchiglie14 e la moderna terapeutica indù utiliz­
za la polvere di perla per le sue qualità ricostituenti e afrodisiache15:
ancora un’applicazione « scientifica », sul piano concreto, immediato, di
un simbolismo che ormai viene colto solo a metà.
La funzione cosmologica e il valore magico della perla erano noti fin
dai tempi vedici. Un inno àél'Atharva Veda (iv, 10) la esalta in questi
termini: « Nata dal vento, dall’aria, dal lampo, dalla luce, possa la con­
chiglia nata dall’oro, la perla, difenderci dalla paura! Con la conchiglia
nata dall’oceano, la prima di tutte le cose luminose, noi uccidiamo i de­
moni (raksas) e sconfiggiamo i (demoni) divoranti. Con la conchiglia
(trionfiamo) sulla malattia, sulla povertà... La conchiglia è il nostro ri­
medio universale; la perla ci protegge dalla paura. Nata dal delo, nata
dal mare, portata dallo Sindhu, questa conchiglia, nata dall’oro, è per
noi il gioiello (mani) che prolunga la vita. Gioiello nato dal mare, sole
nato dalla nube, possa essa proteggerci da ogni lato dalle frecce degli
Dei e degli Asura. Tu sei uno degli ori (la « perla » è uno dei nomi del­
l’oro), tu sei nata dalla luna (Sòma), sei l’ornamento del carro, risplendi
sulla faretra. Prolunga le nostre vite! L ’osso degli dei si è fatto perla,
prende vita e si muove in seno alle acque. Io ti attacco per la vita, e il
vigore e la forza, per la lunga vita, la vita di cento autunni. Che la per­
la ti protegga! »
La medicina cinese, dal canto suo, considera la perla una droga, ec­
cellente per le sue virtù fertilizzanti e ginecologiche16. Secondo una cre­
denza giapponese certe cozze aiutano il parto: da qui il nome che viene
loro dato di « cozze parto facile » (Andersson, Children of *the yellòtu
earth, p. 304). In Cina si raccomanda di non dare alle donne incinte

13 Andersson, Children of thè yéllow earth, p. 304. Cfr. anche C.K. Meek, Man,
1940, n. 78.
t4 Andersson, ibid., p. 304. Le ragazze Tiagy portano la conchiglia di un mollu­
sco quale simbolo di verginità: nel momento in cui la perdono devono rinunciare
a portare la conchiglia.
15 Kunz e Stevenson, The Book of thè Pearl, p. 309, citano Sourindro Mohan
Tagore, Mani-MMà or a Treatise on Gems, Calcutta 1881.
14 Cfr. J.W. Jackson, Shells as evidence of thè mìgrations of early culture, p.
101; De Groot, The religioni system of China, col. i, Leiden 1898, pp. 217, 277.

117
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

una certa ostrica che ha la proprietà di accelerare il parto (Karlgren,


p. 36). Le ostriche, contenendo esclusivamente il principio yin, sono fa­
vorevoli al parto e talora lo accelerano. La somiglianza tra la perla che
si è sviluppata nell’ostrica e il feto è del resto osservata dagli autori ci­
nesi. In Pei ya (xi secolo) parlando dell’ostrica pang si afferma che « gra­
vida della perla essa è come (la donna) che porta nel ventre il feto ed
è per questo che pang si chiama ‘il ventre della perla’ » (Karlgren, p. 36).
Presso i Greci la perla era l’emblema dell’amore e del matrimonio l7.
Fin dai tempi pre ellenici, del resto, le conchiglie sono state in stretto
rapporto con le Grandi Dee 18. Delle conchiglie venivano consacrate a
Afrodite neil’isola di Cipro, dove la dea era stata condotta dopo la sua
nascita dalla schiuma del mare (Plinio, Hist. Nat., ix, 30; xxxn, 5). Il
mito di Afrodite nata da una conchiglia era probabilmente diffuso nel
mondo mediterraneo. Plauto, il quale traduce un verso di Difilo, ne co­
nosce la tradizione: Te ex concha natam esse autumnant19. In Siria, là
dea era chiamata la « Dama delle perle »; a Antiochia, Margaritó20. II
complesso: Afrodite-conchiglie viene confermato inoltre da numerose
incisioni su conchiglie (Déonna, op. cit., p. 402). L ’assimilazione della
conchiglia all’organo genitale femminile era senza dubbio nota anche ai
Greci. La nascita di Afrodite in una conchiglia illustrava questo legame
mistico tra la dea e il suo principio. Era questo simbolismo della nasci­
ta e della rigenerazione ciò che ispirava la funzione rituale delle conchi­
glie 21. È in virtù del loro potere creativo— in quanto emblemi della ma­
trice universale—che le conchiglie trovano posto nei riti funerari. Un

17 Kunz e Stevenson, op. cit., f>p. 307s.


18 Cit. Charles Picard, Les Religfons prébelléniques, pp. 60, 80, ecc.
19 W. Déonna, « Aphrodite à la coquille » in Reime Archéologique, novembre-
dicembre 1917, pp. 312-416, p. 399.
30 Déonna, p. 400. Hugo Winckler sostiene l’origine babilonese della parola
greca Margarite*, che fa derivare da mär-gallitu, tramite la trasformazione di / in r
(come in Diglat = Tigris); cfr. Winkler, Himmels-und Weltenbild der Babylonier,
ii ed., Leipzig 1903, p. 58, nota 1. Cfr. la presentazione delle ipotesi circa l’origine
della parola margarites in Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, t. IV,
p. 476 (G. Kittel).
™ Cfr. Dictionnaire des antiquités, alla voce Bucina-, Forrer in Reallexicon, alla
voce Muschelschmuck-, Pauly-Wissova, alla voce Margaritai-, Déonna, p. 406;
G. Beliucci, Parallèles ethnographiques, Pérouse 1915, pp. 25-27; U. Pestalozza,
« Sulla rappresentazione di un pithos arcaico-beotico » in Studi e Materiali di
Storia delle Religioni, voi. xiv, 1938, pp. 14s.; Hoemes-Menghin, Urgeschicbtt
der bildenden Kunst in Europa, Wien 1925, p. 319, fig. 1-4 (figurine in forma di
conchiglia provenienti dalla Tracia).

118
Simbolismo della fecondità

simile simbolismo della rigenerazione non si abolisce facilmente: le con­


chiglie che in svariati monumenti romani simboleggiano la risurrezione
passeranno nell’arte cristiana (Déonna, p. 408). Spesso, del resto, la
morta viene identificata a Venere: sul sarcofago essa viene rappresenta­
ta con il busto nudo e con ai suoi piedi la colomba [ibid., p. 409); gra­
zie a questa identificazione all’archetipo della vita in perpetuo rinnova­
mento, la morte si garantisce la risurrezione.
Ovunque la conchiglia, le perle, la lumaca, figurano tra gli emblemi
dell’amore e del matrimonio. La statua di Kàmadeva è adorna di con­
chiglie 22. In India si annuncia la cerimonia nuziale soffiando dentro una
grande conchiglia23. Questa stessa conchiglia (Turbinella pyrum) è d’al­
tronde uno dei due principali simboli di Visnu. Una preghiera illustra
le sue valenze religiose: « Alla bocca di questa conchiglia c’è il dio del­
la Luna, ai suoi fianchi dimora Varuna, sulla sua schiena Prajapati, sul­
la sua sommità il Gange, il Sarasvati e tutti gli altri fiumi sacri dei tre
mondi in cui, secondo quanto prescrive Vàsudeva, si fanno delle ablu­
zioni. In questa conchiglia c’è il capo dei bramini. Adoriamo dunque
questa santa conchiglia. Sia gloria a te, conchiglia sacra, tu sia bene­
detta da tutti gli dei, o tu nata dal mare e che Visnu tiene nella sua
mano. Adoriamo la conchiglia sacra, meditiamo su di lei. Esaltiamoci
nella gioia! » 24.
Tra gli aztechi la lumaca simboleggiava usualmente il concepimen­
to, la gravidanza, il parto25. A proposito della tavola xxvi del Codex
Vaticanus, Kingsborough trascrive la spiegazione che gli indigeni danno
dell’assimilazione tra il mollusco (sea-snail) e il parto: « ...come questo
animale marino esce dal suo guscio, così l’uomo nasce dal ventre di sua
madre » “ . Identica è l’interpretazione autoctona della tavola xi del
Codek Telleriano-Remensis (Ibid., vi, p. 122).

22 J.J. Meyer, Trilogie dtindiscber Màchie und Feste der Vegetation, Ziirich
1937, voi. i, p. 29.
M J-W. Jackson, « Shell-Trumpets and their distribution in thè Old and New
World » in Manchester Memoixs, 1916, ri. 8, p. 7.
24 Homeli, The sacred Chank of India, Madt» Fisherie* Publications, 1914, ci­
tato da Jackson, The Aztec Moon-Cult, pp. 2-3. Cfr. anche Arnould Locard, «L ei
Coquilles sacrées dans les religions indiennes » in Annales du Musée Guimet, t
v i i , p p . 292-306.
H Jackson, The Aztec Moon-Cult, passim.
3,1 Kingsborough. Antiqwties of Mexico. London 1831-W8. voi. vi. p. 203
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

Funzioni rituali delle conchiglie

In queste condizioni ci si spiega facilmente, sulla base dello stesso


simbolismo, la presenza delle conchiglie, delle ostriche e delle perle in
tanti riti religiosi, nelle cerimonie agrarie ed iniziatiche. Le ostriche e
le perle che favoriscono la fecondazione e il parto, hanno anche un’in
fluenza benefica sul raccolto. La forza espressa da un simbolo della fer­
tilità si manifesta su tutti i livelli cosmici.
In India si faceva risuonare la conca durante le cerimonie che si
svolgono nei templi, ma anche in occasione delle cerimonie agricole, nu­
ziali e funerarie (cfr. Le numerose referenze riunite da Jackson, Shell-
Trumpets, p. 3). In Siam i preti fanno risuonare la conchiglia all’inizio
delle semine (Jackson, The Aztec Moon-Cult, p. 3). Sulla costa di Ma­
labar, in occasione della raccolta dei primi frutti, il prete esce dal tem­
pio preceduto da un uomo che suona la conca ( ibid., p. 3). Identica la
funzione rituale della conchiglia tra gli Aztechi: certi manoscritti rap­
presentano il dio dei Fiori e del Cibo portato in processione, precedu­
to da un prete che fa suonare la conchiglia {ibid., p. 4).
Si è visto con quale precisione la conchiglia e le ostriche esprimono
il simbolismo della nascita e della rinascita. Le cerimonie d’iniziazione
comportano una morte e una risurrezione simboliche; la conchiglia può
esprimere l’atto di rinascita spirituale (risurrezione) con la stessa effica­
cia con cui assicura e facilita la nascita carnale. Da qui deriva il rito
che, presso certe tribù Algonquin, consiste nel colpire il neofita con una
conchiglia nel corso della cerimonia d’iniziazione e nel mostrargliene
una mentre gli vengono raccontati i miti cosmologici e le tradizioni del­
la tribù27. Le conchiglie occupano del resto una posizione importante
nella vita religiosa e nelle pratiche magiche di numerose tribù america­
ne (cfr. Jackson, Shell-Trumpets, pp. 17s). Nelle cerimonie iniziatiche
della « Società Grande-Medicina » degli Ojibwa e di « Medecine Rite »
dei Winnebago, le conchiglie intervengono come elemento indispensa­
bile: la morte e la risurrezione rituali del candidato sono ottenute toc­
candolo con conchiglie magiche conservate in borselli di pelle di lon­
tra n.
I vincoli magici che collegano le conchiglie alle cerimonie d’inizia-

17 J.W. Jackson, « The Money-Cowry (Cypraea moneta, L.) as a sacred object


among American Indians » in Manchester Memoirs, voi. 60, n. 4, 1916, pp. 5s.
28 Cfr. il nostro Chamanisme, pp. 286s. (ed. it. pp. 342s.).

120
Il ruolo delle conchiglie nelle credenze funerarie

zione e, in maniera più generale, ai diversi riti religiosi, si ritrovano


identici in Indonesia, in Melanesia, in Oceania 29. L ’ingresso dei villag­
gi del Togo è decorato di idoli i cui occhi sono fatti di conchiglie e da­
vanti ai quali si accumulano offerte di conchiglie (Andersson, Cbildren
of thè yellow earth, p. 306). Altrove si offrono conchiglie ai fiumi, alle
sorgenti, agli alberi (ibid., p. 312). Le virtù magico religiose delle con­
chiglie ne spiegano anche la presenza nell’amministrazione della giusti­
zia (ibid., p. 307). Come nella società cinese, nelle società « primitive »
l’emblema che incarna uno dei principi cosmici garantisce la giusta ap­
plicazione della legge: in quanto simbolo della Vita cosmica, la conchi­
glia ha il potere di scoprire qualsiasi infrazione alla norma, qualsiasi cri­
mine contrario ai ritmi e, implicitamente, all’ordine della società.
A causa della loro somiglianza con la vulva, la conchiglia marina e
numerose altre specie di conchiglie hanno fama di proteggere contro
qualsiasi magia, dalla jettatura o dal malocchio. Le collane di conchiglie,
i braccialetti, gli amuleti adorni di conchiglie marine o addirittura la
loro rappresentazione pura e semplice, difendono le donne, i bambini
e il bestiame contro la cattiva sorte, le malattie, la sterilità, ecc.30. Lo
stesso simbolismo—dell’assimilazione alla fonte stessa della Vita uni­
versale—alimenta la variegata efficacia della conchiglia, sia che si tratti
di perpetuare delle norme della vita cosmica ó sociale, di promuovere
uno stato di benessere e la fecondità, di garantire alla puerpera una fa­
cile gestazione o al neofita la « rinascita » spirituale nel corso di una
cerimonia d’iniziazione.

Il ruolo delle conchiglie nelle credenze funerarie

Il simbolismo sessuale e ginecologico delle conchiglie e delle ostri­


che implica, come si ricorderà, un significato spirituale: la « seconda na­
scita » realizzata dall’iniziazióne è resa possibile in virtù della stessa
fonte inesauribile che sostiene la vita cosmica. Da qui deriva anche la
missione delle conchiglie e delle perle nelle usanze funerarie; il defunto
non si separa dalla forza cosmica che ha alimentato e retto la sua vita.
Così nelle tombe cinesi si trova della giada: questa pietra impregnata

29 Jackson, Shell-Trumpets, pp. 8, 11, 90; W.H. R. Rivers, The history of Me-
lanesian Society, Cambridge 1914, voi. i, pp. 69, 98, 186; voi. il, pp. 459, 535.
10 Cfr. Numerosi esempi in S. Seligmann, Der bose Blick, Berlin 1910, voi. n,
pp. 126s., 204s.

121
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

di yang—il principio maschile, solare, « secco »—per sua stessa natura


si oppone alla decomposizione. « Se si tappano con oro e con giada i
nove orifizi del cadavere, esso sarà preservato dalla putrefazione » scri­
ve l’alchimista Ko Hung31. E nel trattato T’ao Hung-Cking (v secolo)
troviamo le seguenti precisazioni: « Se all’apertura di una tomba antica
il cadavere all’interno sembra vivo, sappiate che dentro e fuori del cor­
po c’è una grande quantità d’oro e di giada. Secondo le norme della di­
nastia Han, i principi e i signori venivano sepolti con i loro abiti adorni
di perle e con foderi di giada destinati a salvaguardare il corpo dalla de­
composizione » 32. I recenti scavi hanno confermato l’affermazione di
Ko Hung sulla giada che « tappa i nove orifizi del cadavere », afferma­
zione che era parsa sospetta a più di uno studioso 33.
La giada e le conchiglie concorrono nel creare un destino eccellente
nell’aldilà; l’una preserva il cadavere dalla decomposizione, mentre le
perle e le conchiglie preparano una nuova nascita per il defunto. Secon­
do Li ki la bara era ornata di « cinque file di conchiglie preziose » e di
« tavolette di giada » u. All’infuori dell’ostrica pei, il culto funerario ci­
nese utilizzava anche la più grande e fine delle cozze, shen. Cozze e con­
chiglie bivalve erano posate sul fondo della tomba (Karlgren, Some fe-
cundity symbols, p. 41). Cheng Hiian così commenta questa usanza:
« Prima di calare la bara, bisogna ricoprire di shen il fondo della tom­
ba al fine di impedire l’umidità » ( tb'td.). Si mettevano delle perle nella
bocca del morto e il rito funerario in uso per i sovrani della dinastia
Han precisa che « le loro bocche sono riempite di riso, di perle e di gia­
da, come prescrive il costume, fissato da tempi remoti, per queste ceri­
monie » 3S. Conchiglie di cauri sono state trovate nelle stazioni preisto­
riche di P u - C h a o C o m e vedremo, la ceramica cinese protostorica è

-,| B. Laufer, Jade, a study in Cbinese Archaeology and Religion, Field Muséum,
Chicago 1912, p. 299, jiota.
Laufer, op. cit., p. 299. Cfr. anche Karlgren, Some jecundity symbols, pp. 22s.;
Ciseler, « Les Symboles de jade dans le taoïsme » in Revue d’Histoire des Religions,
1932, t. 105, pp. 158-181.
33 C. Hentze, Les Figurines de la céramique funéraire, Dresden 1928. Cfr. anche
C. Hentze, « Le Jades archaïques en Chine» in Artibus Asiae, ni, 1928-1929,
pp. 96-110; id., «L es Jades Pi et les symboles solaires», ibtd., pp. 199-216; t.
iv, pp. 35-41.
54 S. Couvreur, Li Ki, t. h, Ho Kien Fou, il éd., 1913, p. 252. Cfr. anche Cou­
vreur, Tso tebouan, tr., t. i, p. 259.
35 De Groot, Religions System o/ China, 1892, i, p. 277.
30 Andersson, op. cit., p. 323 I cauri si trovano già nelle tombe della fine del
paleolitico; cfr. K. Singer, op. cit, p. 50.
122
i
Il ruolo delle conchiglie nelle credenze funerarie

stata anch’essa fortemente marcata dal simbolismo della conchiglia


Le conchiglie hanno un ruolo non meno importante nelle cerimonie
funerarie indiane. Viene fatta suonare la conchiglia e si cosparge di gu­
sci di molluschi il sentiero che porta dalla casa del morto al cimitero.
In certe province si riempie di perle la bocca del morto (Andersson,
p. 299). Questa usanza si ritrova nel Borneo, dove l’influsso indù si è
probabilmente innestato su un rito autoctono In Africa si stende uno
strato di conchiglie sul fondo della tomba M. Questa usanza era frequen­
te in molte popolazioni antiche d’America (cfr. più avanti). Si sono tro­
vate conchiglie, gusci di molluschi, perle naturali o artificiali in quanti­
tà considerevoli nelle stazioni preistoriche, il più delle volte all’interno
di tombe. Nella caverna di Langérie (valle della Vézère in Dordogna),
appartenente al paleolitico, gli scavi hanno portato alla luce numerose
conchiglie di specie mediterranee, Cypraea pyrum e C. lurida. Sullo sche­
letro le conchiglie erano disposte simmetricamente a coppie: quattro
sulla fronte, una su ogni mano, due su ogni piede, quattro vicino ai gi­
nocchi e alle caviglie. La grotta di Cavillon conteneva quasi ottomila
conchiglie, per lo più tinte di rosso, dieci per cento delle quali erano
perforate39. Dal canto suo, a Cro-Magnon si sono recuperate più di tre­
cento conchiglie di Littorina littorea perforate (Déchelette, op. cit., p.
208). Altrove uno scheletro di donna, coperto di conchiglie è stato ri­
trovato vicino ad uno scheletro d’uomo, con ornamenti e Tina corona
fatti di conchiglie perforate. L ’uomo di Combe-Capelle portava anche
lui come ornamento una catena di conchiglie perforate 40. Questo con­
duce Mainage a chiedersi: « Perché lo scheletro di Langerie-Basse (Dor­
dogna) portava una collana di conchiglie mediterranee e lo scheletro
di Cro-Magnon un ornamento confezionato con conchiglie oceaniche?
Perché a Grimaldi (Costa Azzurra) i giacimenti hanno rivelato conchi­
glie pescate sulle rive dell’Atlantico? E come mai a Pont-à-Lesse, in
Belgio, si sono ritrovate conchiglie d’epoca terziaria raccolte nei dintor­
ni di Reims? » 41. Il semplice nomadismo degli uomini del quaternario
basta con ogni probabilità a spiegare questi fatti, comunque è un’ulte­

37 Kunz e Stevenson, The Book of thè Pearl, p. 310.


38 Cfr. Robert Hertz, Mélanges de sociologie religieuse et de folklore, Paris
1928, p. 10.
39 Déchelette, Manuel d’archéologie préhistorique celtique et galloromaine, il ed.,
Paris 1924, t. i, p. 208.
40 Cfr. Osborn, Men of thè Old Stone age, pp. 304-305.
41 Th. Mainage, Les Religions de la préhistoire. I. L’Age paléolithique, Paris
1921, pp. 96-97.
123
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

riore prova dell’importanza magico religiosa delle conchiglie presso i


popoli preistorici.
Si sono trovate conchiglie anche nelle tombe dell’Egitto pre farao­
nico. Le conchiglie del mar Rosso fornirono per moltissimo tempo gli
amuleti agli Egiziani42. Gli scavi di Creta hanno rivelato un’analoga pro­
fusione di conchiglie. A Phaestos, in un deposito neolitico, sono state
ritrovate, a fianco di un’immagine femminile d’argilla, delle conchiglie
di pelunculus e il loro significato religioso non lascia il minimo dub­
b io 43. Gli scavi di Sir Arthur Evans hanno consentito di definire con
maggior chiarezza il valore magico e la funzione culturale delle conchi­
glie (cfr. Palace of Minos, x, pp. 5'17ss.). I disegni con motivi di con­
chiglie erano del resto frequenti e il loro perdurare nel tempo non è do­
vuto tanto al valore decorativo del motivo quanto al suo valore simbo­
lico (ibid., p. 519, figg. 377, 378). Una scoperta notevole da questo
punto di vista, scoperta che, secondo l’opinione autorevole di Andersson,
garantirebbe là transizione tra il ciclo culturale euro-africafto e l’Asia
orientale, è stata fatta da Pumpelly e Anu (Andersson, p. 298). An­
dersson a sua volta ha trovato delle conchiglie a Yang Chao Thun, a
Sha Ching (nel deserto di Chen Fu), cioè nelle stazioni preistoriche in
cui le urne funerarie attestano i disegni molto caratteristici a cui è stato
dato il nome di « death pattern » e di « cowrie pattern » e il cui sim­
bolismo morte-rinascita non lascia più il minimo dubbio (Andersson,
ibid., pp. 332s.). Un costume giapponese antichissimo si spiega sulla
base di credenze analoghe: ungendo il proprio corpo con polvere di
conchiglie si assicura la rinascita (Kurt Singer, op. cit., p. 51).
Perle e conchiglie sembrano aver rivestito un ruolo funerario di im­
portanza decisiva presso le popolazioni autoctone delle due Americhe.
La documentazione raccolta da Jackson è, a questo riguardo, sufficiente
mente eloquente **. Parlando degli indiani della Florida Streeter scrive
che « come in Egitto ai tempi di Cleopatra, in Florida le tombe dei re
erano decorate di perle. I soldati di Soto trovarono, in uno dei grandi
templi, delle bare di legno in cui giacevano, imbalsamati, i morti: vici­
no a loro c’erano dei piccoli panieri pieni di perle. Il tempio di Tolo-
mecco era il più ricco di perle: le alte mura e il tetto erano di madre­

42 Sir E. Wallis Burge, Amuleti and Superstitions, Oxford 1930, p. 73.


43 Sir Arthur Evans, The Palace of Minos, voi. i, London 1921, p. 37.
44 Jackson, « The geographical distribution of thè use od Pearls and Pearl-Shdl »
ripubblicato in Shells as evidence of thè migrations of early culture, pp. 72s. Cfr.
pp. 112s.

124
Il ruolo delle conchiglie nelle credenze funerarie

perla, collane di perle e di piume erano appese ai muri; sulle bare dei
re erano deposti i loro scudi adorni di perle e al centro del tempio si
trovavano dei vasi pieni di perle preziose » 45. Willoughby ha già dimo­
strato il molo essenziale tenuto dalle perle nelle cerimonie funerarie, de­
scrivendo i riti solenni di mummificazione dei re indiani della Virgi­
nia * . Zelia Nuttal ha scoperto, in vetta a una piramide messicana, uno
spesso strato di conchiglie e in mezzo ad esse delle tombe47. E questo
non è che un accenno dei documenti esistenti per quel che riguarda gli
Amerindi48. La presenza in certe regioni (lo Yucatan, ad esempio) di
pezzi di ferro49 a fianco delle perle e delle conchiglie, dimostra che si
voleva accostare il defunto a tutte le forme di energia magica a disposi­
zione e il ferro aveva, come a Creta, il ruolo che in Cina era assegnato
alla giada e all’oro M.
Nella caverna di Mahaxay (Laos) Madeleine Colani ha scoperto del­
le asce, dei cristalli di rocca e numerose conchiglie di Cypraea51 e al
tempo stesso è riuscita a dimostrare il carattere funerario e la funzione
magica delle asce52. Tutti questi oggetti venivano deposti nella tomba
allo scopo di garantire al defunto la miglior condizione nell’al di là.
Importanti depositi di conchiglie di ostriche e di conchiglie marine
sono stati ritrovati in numerosissime stazioni preistoriche molto distan­
ti le ime dalle altre. Delle conchiglie di Cypraea moneta, ad esempio,
sono state scoperte nella famosa necropoli di Koubatì, nel Caucaso set­
tentrionale (xiv sec. a.C.); altre conchiglie nelle tombe scite dei dintor­
ni di Kiev, appartenenti alla civiltà Ananino dell’Ural occidentale. De­

45 Jackson, Shells, pp. 116-117.


46 C.C. Willoughby, « The Virginia Indians in thè seventeenth century » in The
American Anthropologist, voi. ix, n. 1, gennaio 1907, pp. 61, 62.
47 Cfr. W.J. Perry, The Children of thè Sum, p. 66. Gli Indiani che vivono ai
bordi del golfo di California e la cui cultura è rimasta estremamente primitiva,
coprono i loro morti con un guscio di tartaruga, ibid., p. 250. La tartaruga in effet­
ti per la sua natura di animale acquatico è in stretto collegamento con le acque
e con la luna.
41 Cfr. Kunz e Stevenson, The Book of thè Pearl, pp. 485s.
49 Stephens; Incidenti of travel in Yucatan, t. n, p. 344, citato da Andree, Die
Metalle bei den Natur-volkern, Leipzig 1884, p. 136.
50 Cfr. il nostro Metallurgy, Magic and Alchemy, p. 12 (Zdmoxis, I, p. 94).
51 Madeleine Colani, « Haches et bijoux. République de l’Equateur, Insulinde,
Eurasie » in b e f e o , x x x v , 1935, fase. 2, pp. 313-362, p. 347.
52 Cfr. anche Hanna Rydh, « On symbolism in mortuary ceramics » in Bull, of
thè Museum of Far Eastern Antiquities, n. 1, Stockolm 1929, pp. 114s.

125
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

positi analoghi sono stati rilevati in Dosnia, in Francia, in Inghilterra


e in Germania, soprattutto sulla costa baltica dove gli antichi già cerca­
vano l’ambra 5\
Il ruolo capitale tenuto dalle perle nell’elaborazione dei diversi ri­
tuali mortuari si misura altresì sulla base della presenza di perle artifi­
ciali. Nieuwenhuis ha studiato quelle realizzate in pietra o in porcella­
na di cui si servono spesso gli abitanti di Borneo. L ’origine delle più
antiche rimane incerta, mentre le più recenti arrivano da Singapore ma,
il più delle volte, sono fabbricate in Europa, a Gablonz (Boemia), Bir­
mingham, MuranoM. Madeleine Colani così spiega il ruolo di queste
perle nelle ricorrenze agricole solenni, nei sacrifici o nelle cerimonie fu­
nerarie del Laos: « I morti sono provvisti di perle per la vita celeste;
perle vengono introdotte negli orifizi naturali del cadavere. Ai giorni
nostri, i morti vengono sotterrati con cinture, copricapi ed abiti adorni
di perle. Dopo la corruzione del corpo, le perle si staccano... » 5S. Lo
stesso autore ha trovato, sepolti vicino ai megaliti del Tran Ninh, una
massa di questi gioiellini di vetro, a volte centinaia: « Queste perle an­
tiche, con ogni probabilità, svolgevano un ruolo importante nella vita
del popolo delle giare. Quelle che abbiamo scoperto erano state nasco­
ste sotto terra perché potessero servire ai defunti. Esse sono molto più
semplici di quelle che sono riprodotte da Nieuwenhuis. La loro unica
attribuzione era di ordine funerario? Lo ignoriamo » (op. cit., p. 199).
Nelle vicinanze di queste perle arcaiche dell’Alto-Laos c’erano dei so­
nagli di bronzo. L ’associazione metallo-perle (conchiglie, ecc.) è del re­
sto frequente e si è mantenuta in certe regioni del Pacifico. Madeleine
Colani ricorda che « nel Borneo, ai giorni nostri, certe donne dayak por­
tano delle collane con numerosi sonagli » ( i b i d p. 199, fig. 24).
Il caso delle perle artificiali è un esempio sicuro di degradazione del
senso metafisico originale e della sua sostituzione a favore di un signi­
ficato secondario, esclusivamente magico. Il potere sacro delle perle pro­
veniva dalla loro origine marina e da un simbolismo ginecologico. È po­
co probabile che tutte le popolazioni che hanno utilizzato perle e con­
chiglie nelle loro cerimonie magiche e funerarie abbiano avuto coscien­
za di questo simbolismo; anche supponendo che vi sia stata coscienza

53 Andersson, op. cit., pp. 299s.; Jackson, The geographical distribution, passim.
54 Nieuwenhuis, « Kunstperlen und ihre kulturelle Bedeutung» in Internai.
Archiv f. Ethnographie, Bd. 16, pp. 135-153.
55 Madeleine Colani, « Essai d’ethnographie comparée » in b e f e o , voi xxxvi, 1936,
pp. 198s.

126
Il ruolo delle conchiglie nelle credenze funerarie

di questi rapporti, essa ha dovuto rimanere limitata a pochi membri del­


la società: questa conoscenza non sempre si conserva intatta. Abbiano
esse mutato la nozione magica della perla dall? popolazioni di cultura
superiore con cui entrarono in contatto, oppure la nozione loro propria
si sia col tempo imbastardita per l’intervento di elementi stranieri, re­
sta il fatto che certe popolazioni inserirono nelle loro cerimonie degli
oggetti artificiali, la cui unica qualità era quella di assomigliare ai « mo­
delli sacri ». Il caso non è unico. È noto il valore cosmologico del lapis­
lázuli in Mesopotamia. Il blu di questa pietra è il blu stesso del cielo
stellato, alla cui forza essa partecipa Una concezione analoga, del re­
sto, si incontra nell’America pre colombiana. In alcune tombe antiche
di un’isola dell’Ecuador sono stati ritrovati ventotto pezzi di lapis-lazuli
tagliati a cilindro e molto ben levigati, ma si è dimostrato che queste
pietre non appartenevano agli aborigeni dell’isola e che con ogni proba­
bilità sono state lasciate lì da visitatori giunti dal continente per cele­
brare sull’isola certi riti o cerimonie sacre 51.
È importante notare che anche in Africa occidentale si attribuisce un
valore eccezionale alle pietre artificiali di colóre blu. A questo riguardo
Wiener ha raccolto una vastissima documentazione58. È certo che il
simbolismo e il valore religioso di queste pietre trovano una spiegazio­
ne dell’idea della forza sacra a cui partecipano in virtù del loro colore.
Questa idea è di frequente ignorata, o mal capita, ovvero « degradata »,
da certi elementi di queste popolazioni, le quali hanno spesso mutuato
l’oggetto del culto o il simbolo di una cultura avanzata, senza adottar­
ne il significato normale, il più delle volte per loro inaccessibile. Si può
supporre quindi che le celebri false gemme colorate che dall’Egitto, dal­
la Mesopotamia, dall’Oriente romano, sono penetrate fino in Estremo
Oriente, abbiano avuto ad un certo momento un significato magico, in­
dubbiamente derivato dal loro modello naturale o dal simbolismo geo­
metrico che esse implicano59.

56 Ernst Darmstaedter, « Der babylonisch-assyrische Lasurstein » in Studien für


Geschichte der Chemie, Festgabe Ed. von Lippmann, Berlin 1927, pp. 1-8. Cfr. il
nostro libro Cosmologie sì alchimie babiloniana, pp. 51s.
57 George F. Kunz, The Magic of Jewels and Chartns, Philadelphia-London
1915, p. 308.
58 Leon Wiener, Africa and thè discovery of America, Philadelphia 1920-1922,
voi. ii, pp. 237-248; cfr. il nostro Cosmologie si alchimie babiloniana, pp. 56s.
59 C.G. Seligman e H.C. Beck, « Far eastern glass: some western origins » in
Bulletin of thè Museum of Far Eastern Antiquities, n. 10, Stockolm 1938, pp. 1-64.

127
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

La virtù sacra delle conchiglie si trasmette alla loro immagine e ai


motivi decorativi in cui la spirale è l’elemento essenziale. Nel Kansou
(periodo Ma Chang) sono state ritrovate numerose urne funerarie deco­
rate dal « cowrie-pattern » 60. Andersson d’altra parte interpreta la fi­
gura che predomina sulle urne di P’an Shan come un gioco di quattro
magnifiche spirali*1. Fatto degno di rilievo, questo motivo è riservato
quasi esclusivamente alle urne funerarie e non compare mai sulle terra­
glie destinate ad uso profano 62. È quindi ben dimostrato il valore me­
tafisico e rituale del « cowrie-pattern » (« death-pattern »). Questo mo­
tivo decorativo, specifico delle terraglie cinesi, ha un molo attivo nel
culto dei morti. L ’immagine della conchiglia o gli elementi geometrici
derivati dalla rappresentazione schematica della conchiglia, mettono in
comunicazione il defunto con le forze cosmiche che governano la ferti­
lità, la nascita e la vita. Giacché il valore religioso sta nel simbolismo
della conchiglia: l’immagine è di per se stessa efficace nel culto dei mor­
ti, sia essa presente attraverso la conchiglia o agisca semplicemente tra­
mite il motivo ornamentale della spirale o del « cowrie-pattern ». Que­
sto spiega la presenza nelle stazioni preistoriche cinesi sia di conchiglie
che di urne funerarie decorate a « cowrie-pattern » 61.
La funzione magica di questo motivo decorativo funerario, del re­
sto, non si riscontra soltanto in Cina. Hanna Rydh ha segnalato la so­
miglianza tra il « death-pattern » della ceramica preistorica cinese e i
disegni incisi sulle urne appartenenti alla cultura megalitica scandina­
va 64. Andersson, d’altra parte, osserva certe analogie tra le urne di
Kansou e la terraglia dipinta della Russia meridionale (Tripolje), analo­
gie che sono state anche studiate dal professor Bogajevsky. Questo mo­
tivo della spirale si ritrova, d’altronde, anche in numerosi punti d’Eu­
ropa, d’America, d’A sia65. Bisogna, tuttavia, aggiungere che il simboli-

40 Andersson, Children of the yellow earth, p. 323; « On symbolism in the


prehistoric painted ceramics of China » in Bulletin of the Museum of Far Eastern
Antiquities, vol. i, 1929, pp. 66s.
61 Children of the yellow earth, p. 324.
42 Andersson, « On symbolism in the prehistoric painted ceramics *, passim;
Hanna Rydh, « Symbolism in mortuary ceramics », pp. 81s.; cfr. Carl Hentze,
Mythet et symbóles lunaires, Anvers 1932, pp. 118s.
63 Andersson, Children of the yellow earth, pp. 323s.
64 « Symbolism in mortuary ceramics », specialmente pp. 72s.
45 Madeleine Colani, « Haches et bijoux», pp. 351s.

128
La perla nella magia e nella medicina

smo è assai complesso e la sua « origine » ancora incerta * . A titolo


provvisorio possiamo almeno evidenziare la polivalenza simbolica della
spirale, i suoi stretti rapporti con la luna, il lampo, le acque, la fecon­
dità, la nascita, la vita oltre tomba. Nemmeno la conchiglia, ricordia­
mo, si ricollega esclusivamente al culto dei morti. Essa compare in tutti
gli atti essenziali della vita dell’uomo e della collettività: nascita, ini­
ziazione, matrimonio, morte, cerimonie agricole, cerimonie religiose, ecc.

La perla nella magia e nella medicina

La storia della perla è una testimonianza ulteriore del fenomeno di


degradazione di un significato iniziale, metafisico. Quello che a un dato
momento fu simbolo cosmologico, oggetto ricco di benefiche forze sa­
cre, diventa, sottoposto all’azione del tempo, un elemento ornamentale
di cui si apprezzano le qualità estetiche e il valore economico. Comun­
que la transizione dalla perla— emblema della realtà assoluta alla per­
la— « oggetto di valore » dei nostri giorni è avvenuta attraverso varie
tappe. Nella medicina, ad esempio, sia orientale che occidentale, la per­
la ha svolto un ruolo importante. Takkur analizza in dettaglio le qua­
lità medicinali della perla, la quale viene usata contro le emorragie e
l’itterizia, guarisce gli indemoniati e cura la follia67. Questo studioso
indù non fa che continuare, del resto, una lunga tradizione medica: me­
dici illustri come Karaka e Su^ruta, raccomandano già l’uso della per­
la “ . Narahari, medico del Kashmir (nel 1240 circa) scrive nel suo trat­
tato Ràjanigantu (varga xn) che la perla guarisce le malattie degli oc­
chi, che è un antidoto efficace nei casi di avvelenamento, che guarisce la
tisi, infine che assicura forza e salute69. Nel Kathàritsàgasa leggiamo
che la perla— al pari degli elisir dell’alchimia— « scaccia il veleno, i de-

46 Cfr. le opere d’Andersson e Hentze. Cfr. anche L. Siret, Origine et signi-


fication du décor sptralé, xv Congrès Intem. d’Anthropologie, Portugal 1930, pp.
465-482: spiegazione razionalista. Sul simbolismo della conchiglia di mare nella
teologia e nell’arte indù, cfr. A. Coomaraswamy, Elementi of buddbist Iconograpby,
Cambridge 1935, pp. 77-78; A new approach to thè Vedas, London 1933, p. 91,
nota 67.
67 Kunz e Stevenson, op. cit., p. 209; Jackson, Shells as evidence of tbe mi-
grations o) early culture, p. 92.
68 Kunz, ibid., p. 308.
69 R. Garbe, Die Indische Mineralien, Leipzig 1882, p. 74.
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

moni, la vecchiaia e la malattia ». Il Harshacarita ricorda che la perla


nacque dalle lacrime del dio della luna e che la sua origine lunare—dal
momento che la luna è « fonte di ambrosia eternamente guaritrice »—
fa di essa l’antidoto per ogni tipo di avvelenamento10. In Cina la me­
dicina faceva uso unicamente della « perla vergine », non perforata, che
era ritenuta guarire tutte le malattie degli occhi. La medicina araba ri­
conosce alla perla identiche virtù n.
A partire dalFvin secolo l’uso medicinale della perla si diffonde an­
che nella medicina europea e nel giro di poco tempo si constata una for­
te domanda di questa pietra preziosa (Kunz e Stevenson, op. cit., p. 18)
Alberto Magno ne raccomanda l’uso (ibid., p. 311). Malachias Geiger
nel suo Margaritologia (1637) si occupa esclusivamente dell’uso medi­
cinale della perla, affermando di esservi ricorso con successo nel tratta­
mento dell’epilessia, della follia e della malinconia (ibid., p. 312). Un
altro autore sottolinea l’efficacia della perla per rafforzare il cuore e cu­
rare la malinconia (ibid., p. 312). Francis Bacon annovera la perla tra
le droghe della longevità (ibid., p. 313).
Va da sé che il ruolo della perla nella medicina di tante civiltà diver­
se non fa che proseguire l’importanza che ha avuto innanzitutto nella
religione e nella magia. In virtù del fatto di essere stata l’emblema del­
la forza acquatica e generatrice, la perla diventa— in epoca ulteriore—
tonico generale, afrodisiaco e al tempo stesso rimedio per la follia e la
malinconia, due malattie legate all’influsso della luna72, quindi sensibili
ad ogni emblema della Donna, dell’Acqua, delPErotismo. Il suo ruolo
nella guarigione delle malattie degli occhi e quale antidoto contro i ve­
leni è un’eredità dei rapporti mitici tra perla e serpente. In svariate re­
ligioni le pietre preziose erano ritenute cadute dalla testa dei serpenti
o contenute nel gozzo dei draghi73. In Cina c’è la convinzione che la

70 Harshacarita, tr. Cowell e Thomas, pp. 251s.


71 Ledere, Traiti des simples, voi. ili, p. 248 (Ibn el-Beithar cita Ibn Massa e
Ishak Ibn Amràn, tuttavia si limita al solo uso medicinale); Julius Ruska, Dai
Steinbuch des Aristoteles, Heidelberg 1921, p. 133; nelle credenze popolari del­
l'india e dell’Arabia: cfr. Penzet, Ocean of Story, London 1924, voi. j, pp. 212,
213 (la polvere di perla, rimedio per il male agli occhi, ecc.).
71 P. Saintyves, L'Astrologie populaire, pp. 181s.
73 Cfr. il nostro Tratti d’Histoire des Religions, pp. 377, 389 (bibliografia) (ed.
it. pp. 454, 525). L'essenziale si ritrova nello studio di W.R. Halliday, « Of snake-
s.tones » ripubblicato in Folklore Studies, London 1924, pp. 132-155. Cfr. anch«
M.O.W. Jeffreys, « Snakestones » in Journal of thè Royal African Society, un,
1942, n. 165.

130
La perla nella magia e nella medicina

testa del drago racchiuda sempre una perla o qualche altra pietra pre­
ziosa 74 e più di un’opera d’arte raffigura un drago con una perla tra le
fauci75. Questo motivo iconografico deriva da un simbolismo antichis­
simo e assai complesso che ci porterebbe troppo lontano76.
È significativo, infine, il valore di longevità che Francis Bacon attri­
buisce alla perla. Si tratta appunto di una delle virtù primordiali di que­
sta pietra preziosa. La sua presenza sul corpo dell’uomo, come del re­
sto quella della conchiglia, lo proietta alle fonti stesse dell’energia, del­
la fecondità e della fertilità universale. Quando questa immagine inte­
riore ha smesso di corrispondere al nuovo Cosmo scoperto dall’uomo,
o quando il suo ricorso, per ragioni diverse, si è imbastardito, l’oggetto
un tempo sacro ha conservato il suo valore, però tale valore si è defini­
to su un livello diverso.
Ai confini tra la magia e la medicina, la perla occupa il ruolo ambi­
guo di talismano77; ciò che prima dava fertilità e assicurava un desti­
no ideale post mortem poco a poco diventa fonte costante di prosperi­
tà 7*. In India questa concezione si è conservata fino ad un’epoca abba­
stanza tarda. « La perla deve essere sempre portata come amuleto da
coloro che ambiscono alla prosperità », dice Buddhabatta79. La dimo­
strazione che la perla è penetrata nella medicina per aver avuto innan­
zitutto un ruolo nella magia e nel simbolismo erotico-funerario, è che
le conchiglie, in certe regioni, hanno virtù medicinali. In Cina tanto so-

14 Cfr. ad esempio De Groot, Lei Fètes annuellement célébrées à Emouì, voi.


n, pp. 369, 385; Gieseler, «L e Mythe du dragon en Chine» in Kevue Archéolo-
gique, v serie, t. vi, 1917, pp. 104-170, passim.
75 Cfr. Josef Zykan, « Drache und Perle » in Artibus Asiae, vi, 1-2, 1936, p. 9,
fig. 1, ecc.
76 Cfr. Alfred Salmony, « The magic ball and thè golden fruit in ancient Chinese
art » in Art and Tbought, Hommage a Coomaraswamy, London 1947, pp. 105-109;
cfr. anche il nostro Traité d’ Histoire des Religioni pp. 250s. (ed. it. pp. 301s.).
Lo studio di Marc R. Sauter, « Essai sur l’histoire de la perle à ailette » in
Jahrbuch der Scbweizeriscben Gesellscbaft fiir Urgeschichte, xxxv, Frauenfeld
1945,non ha potuto essere da noi consultato.
77 S. Seligmann, Der bòse Blick, n, pp. 126, 209; id., Die magiscbe Heil- und
Schutzmittel, p. 199.
71 La perla costituisce una protezione contro le epidemie, di coraggio a chi la
porta, ecc.; cfr. M. Gaster, « The hebrew version of thè Secretimi Secretorum »,
ripubblicato in Studies and Texts, voi. n, London 1925-1928, p. 812.
79 Louis Finot, Les Lapidaires indiens, p. 16; Kunz, op. cit., p. 316.

131
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

no familiari al medico quanto sono preziose al mago®—e lo stesso di­


casi per certe tribù d’America81.
Al di fuori del valore riconosciuto loro dalla magia e dalla medici­
na, le conchiglie sono spesso state usate come moneta. Le informazioni
fomite in questo senso da Jackson ed altri autori lo dimostrano a suf­
ficienza tó. Karlgren, il quale ha dimostrato l’uso monetario delle con­
chiglie in Cina, ritiene che il costume di porre una moneta sulla fronte
non è che una reminiscenza del tempo in cui la conchiglia veniva cor­
rentemente portata come amuleto M. Il valore simbolico sacro della con­
chiglia e della perla si trasforma un po’ alla volta in valore profano.
Tuttavia la natura preziosa dell’oggetto non è modificata affatto da que­
sto spostamento di valore. In ogni momento si è concentrato in esso il
potere, esso è forza e costanza; infine rimane costantemente solidale con
la « realtà », con la vita e con la fertilità.

Il mito della perla

Le immagini archetipiche conservano intatte le loro valenze metafi­


siche indipendentemente dalle eventuali valorizzazioni « concrete »: il
valore economico della perla non abolisce in alcun modo il suo simbo­
lismo religioso, il quale viene di continuo riscoperto, reintegrato, arric­
chito. Ricordiamoci infatti il ruolo considerevole che occupa la perla
nella speculazione iranica, nel cristianesimo e nella gnosi. Una tradizio­
ne di origine orientale spiega la nascita della perla affermando che essa
è il frutto del lampo che penetra nell’ostrica M: la perla sarebbe il risul­
tato dell’unione tra il Fuoco e l’Acquà. Sant’Efrem utilizza questo mito

10 Karlgren, op. cit., p. 36.


81 Jackson, The Money Cowry (Cypraea moneta, L.) as a sacred object among
American Indiani, pp. 3s.
82 Cfr. «The use of Cowry-shells for thè purpose of currency, Amulets «od
Charms » in Manch. Mem., 1916, n. 13; Shells, pp. 123-194; Leo Wiener, Africa
and thè discovery of America, p. 203; Helmut Petri, «D ie Geldformen der
Sudsee » in Anthropos, 31, 1936, pp. 187-212; 509-554; pp. 193s., 509s. (cauri
usati come moneta), 208s. (la perla quale moneta). Lo studio di J.M. Faddegon,
«Notice sur les cauris» non ha potuto essere utilizzato (Tijdschrift van het Kon.
Ned. Genootschap vaorMunt-en Penningkunde, 1905; cfr. Isis, voi. 19, 1933,
p. 603).
83 Karlgren, op. cit., p. 34.
M Cfr. Pauly-Wissowa, alla voce Margaritai, col. 1692.

132 I
Il mito della perla

antico per illustrare sia l’immacolata Concezione che la nascita di Cri­


sto nel battesimo di fuoco85.
D’altro lato Stig Wikander ha mostrato che la perla era il simbolo
iranico per eccellenza del Salvatore M. L ’identificazione della Perla con
il « Salvatore Salvato » rendeva possibile un duplice simbolismo: la
Perla poteva rappresentare tanto il Cristo che l’anima umana. Origene
riprende l’identificazione di Cristo con la perla: a lui fanno seguito nu­
merosi autori (Edsman, Le baptême de feu, pp. 192.). In un testo del­
lo pseudo Macario la perla simboleggia da un lato Cristo Re, dall’altro
il discendente di Cristo, il cristiano: « La Perla, grande, preziosa e re­
gale, appartenente al diadema reale, conviene soltanto al re. Solo il re
può portare questa perla. A nessun altro è consentito portare una perla
del genere. Quindi un uomo che non è nato dallo spirito regale e divi­
no, che non è diventato membro della razza celeste e regale e che non
è figlio di Dio—come sta scritto: « A quanti però l’hanno accolta, ha
dato il potere di diventare figlio di Dio » (Gv 1,12)—non può portare
la preziosa perla celeste, immagine, della Luce indicibile che è il Signo­
re. Il fatto è che egli non è diventato un figlio di re. Coloro che porta­
no e possiedono la perla, vivono e governano con il Cristo per tutta
l’eternità * ( Omelia xxxn, 1; testo citato e tradotto in Edsman, op. cit.,
pp. 192s.).
Nel famoso scritto gnostico, gli Atti di Tommaso, la ricerca della per­
la simboleggia il dramma spirituale della caduta dell’uomo e della sua
salvezza: un Principe delI’Oriente arriva in Egitto per cercare la Perla
difesa da serpenti mostruosi. Il Principe deve superare un gran numero
di prove iniziatiche per ottenerla e del resto vi riesce soltanto con l’aiu­
to di suo padre, il Re dei Re, immagine gnostica del Padre celeste **. Il
simbolismo di questo testo è assai complesso: la Perla rappresenta, da
un lato l’anima umana decaduta nel mondo delle tenebre, dall’altro il

85 H. Usener, « Die Perle. Aus der Geschichte eines Bildes » in Tbeologische


Abbandlungen C. von Weizsàcker... gewidmet, Freiburg i. Breisgau 1892, pp.
201-213; Carl-Martin Edsman, Le Baptême de feu, Leipzig-Uppsala 1940, pp. 190s.
86 Recensione del libro di Edsman, Svensk Teologisk Kvartalskrift, voi. 17, 1945,
pp. 228-233: cfr. Geo Widengren, Mesopotamian elementi in manicheism, Uppsala
1946, p. 119; id., «Der iranische Hintergrund der Gnosis » in Zeiticbrift fiir
Religioni- und Geìstesgeschichte, iv, 1952, pp. 97-114, p. 113.
87 A. Hilgenfeld, « Der Konigssohn und die Perle * in Zeiticbrift fiir wissen-
schaftlicbe Theologie, voi. 47, 1904, pp. 219-249; R. Reitzenstein, Dai iraniicbe
Erlosungsmysterium, Bonn 1921, pp. 72s. (opera di importanza capitale); Edsman,
op. cit., p. 193, nota 4; Widengren, Der iranische Hintergrund der Gnosis, pp. 105s.

133
Osservazioni sul simbolismo delle conchiglie

« Salvatore salvato » in persona. L ’identificazione dell’uomo con la per­


la si incontra in gran numero di testi manichei e mandei. Lo Spirito Vi­
vente « estrae dalla lotta il Primo Uomo come una perla tratta dal ma­
re » ( Kephalaia, p. 85, citato da Edsman, p. 195). Sant’Efrem paragona
il mistero del battesimo a una perla che non può mai più essere presa:
« il tuffatore, anche lui, estrae dal mare. Tuffatevi (fatevi battezzare),
tirate dall’acqua la purezza che in essa si trova nascosta, la perla da cui
è uscita la corona della divinità » (citato da Edsman, p. 197).
In altra occasione, parlando in merito agli asceti e ai monaci, San­
t’Efrem paragona l’ascesi a un « secondo battesimo »: come il cercato­
re di perle deve tuffarsi nudo nell’oceano e aprirsi un cammino tra i
mostri marini, così gli asceti penetrano nudi tra gli « uomini di questo
mondo » (Edsman, p. 189). Oltre al simbolismo della nudità in questo
testo si può decifrare un’allusione ai mostri marini in agguato che mi­
nacciano il catecumeno durante la sua immersione battesimale (cfr. il
capitolo successivo, p. 157s.). La gnosi è « nascosta » e difficile da rag­
giungere, il cammino della salvezza è disseminato di ostacoli. La perla
simboleggia tutto questo e altre cose ancora: la sua apparizione in que­
sto mondo fenomenico è miracolosa, la sua presenza tra gli esseri deca­
duti è paradossale. La perla esprime il mistero del trascendente reso sen­
sibile, la manifestazione del Dio nel Cosmo. Grazie allo gnosticismo e
alla teologia cristiana, questo antico simbolismo della Realtà e della
Vita-senza-morte acquista nuove valenze: l’anima immortale, il « Sal­
vatore-salvato », Cristo re. Sottolineiamo una volta di più la continuità
dei diversi significati della perla, dai più arcaici ed elementari ai simbo­
lismi più complessi elaborati dalla speculazione gnostica e ortodossa.

1 XA
Capitolo quinto
SIMBOLISMO E STORIA

Battesimo, diluvio e simbolismi acquatici

Tra i vari gruppi di simboli tra loro solidali del simbolismo acqua­
tico che abbiamo appena presentato, quest’ultimo è di gran lunga il più
vasto e il più complesso. Abbiamo cercato di farne emergere la struttu­
ra in un precedente lavoro, a cui ci permettiamo di rinviare il lettore
(cfr. Traité d’Histoire des Religions, pp. I68ss.; ed. it. pp. 193s.): in
esso potrà trovare i documenti essenziali di un dossier sulle ierofanie
acquatiche e al tempo stesso un’analisi del simbolismo che le mette in
valore. In questa sede ci limiteremo ad esaminare alami dei tratti più
rilevanti.
Le acque simboleggiano la somma universale delle virtualità; esse ,
sono fotis et origo, il serbatoio di tutte le possibilità di esistenza; esse
precedono tutte le forme e fanno da supporto ad ogni creazione. L ’im­
magine esemplare di ogni creazione è l’isola, la quale si « manifesta »
all’improvviso in mezzo alle onde. L ’immersione nell’acqua, al contra­
rio, simboleggia la regressione nel pre formale, il reintegrare la moda­
lità indifferenziata della pre esistenza. L ’emersione ripete il gesto co­
smogonico della manifestazione formale; l’immersione equivale ad una
dissoluzione delle forme. Il simbolismo delle Acque, quindi, implica sia
la Morte che la Rinascita. Il contatto con l’acqua comporta sempre una
rigenerazione poiché, da un lato alla dissoluzione fa seguito una « nuo­
va nascita », dall’altro l’immersione rende fertile e moltiplica il poten­
ziale di vita. Alla cosmogonia acquatica corrisponde—a livello antropo-

135
Simbolismo e storia

logico—le ilogenie, le credenze secondo cui il genere umano è nato dal­


le Acque. Al diluvio, ovvero alla sommersione periodica dei continenti
(miti del tipo « Atlantide ») corrisponde, a livello dell’uomo, la « se­
conda morte» dell’anima (l’umidità e il leimon degli Inferni, ecc.) ov­
vero la morte iniziatica attraverso il battesimo. Tuttavia, tanto sul pia­
no cosmologico che su quello antropologico, l’immersione nelle Acque
equivale non ad un’estinzione definitiva, bensì ad una passeggera rein­
tegrazione nell’indistinto, seguita da una nuova creazione, da una nuo­
va vita o da un uomo nuovo, a seconda che si tratti di un momento co­
smico, biologico o soteriologico. Dal punto di vista strutturale il « di­
luvio » è paragonabile al « battesimo » e la libagione funeraria alle im­
mersioni dei neonati oppure ai bagni rituali di primavera che procurano
salute e fertilità.
Qualunque sia l’insieme religioso in cui le si incontra, le Acque con­
servano invariabilmente la loro funzione: disintegrano le forme, le abo­
liscono, « lavano i peccati », sono ad un tempo purificatrici e rigenera­
trici. Il loro destino è quello di precedere la Creazione e di riassorbir­
la, giacché sono incapaci di andare al di là della loro modalità specifica,
cioè di manifestarsi in forme determinate. Le Acque non possono tra­
scendere la condizione della virtualità, dei germi e delle latenze. Tutto
ciò che è forma si manifesta al di sopra delle Acque, staccandosi da es­
se. Viceversa ogni « forma », non appena si è staccata dalle Acque, non
appena ha cessato di essere virtuale, ricade sotto la legge del Tempo e
della Vita; essa riceve dei limiti, partecipa al rivenire universale, subi­
sce la storia, si corrompe e finisce per svuotarsi della sua sostanza, a
meno che non si rigeneri tramite immersioni periodiche nelle Acque e
ripeta il « diluvio » con il suo corollario « cosmogonico ». I bagni lu­
strali e le purificazioni rituali con l’acqua hanno come obiettivo l’attua-
lizzazione folgorante del momento atemporale (in ilio tempore) in cui
ebbe luogo la creazione; essi costituiscono la ripetizione simbolica del­
la nascita dei mondi ovvero dell’« uomo nuovo ».
Un tratto è essenziale qui: la sacralità delle Acque e la struttura del­
le cosmologie e delle apocalissi acquatiche non potrebbero essere rive­
late integralmente se non attraverso il simbolismo acquatico, in quanto
esso è l’unico « sistema » in grado di integrare tutte le specifiche rive­
lazioni delle innumerevoli ierofanie (cfr. il nostro Traité, p. 383; ed. it.
p. 466). È questa, d’altronde, la legge di ogni simbolismo: è l’insieme
simbolico ciò che dà valore ai significati diversi delle ierofanie (e li cor­
regge!). Le « Acque della Morte », ad esempio, rivelano il loro signifi­

136
Battesimo, diluvio e simbolismi acquatici

cato profondo solo nella misura in cui è nota la struttura del simboli­
smo acquatico. Questa particolarità del simbolismo non è priva di con­
seguenze per quel che riguarda 1’« esperienza » o la « storia » di un sim­
bolo qualsiasi.
Nel richiamare le direttrici principali del simbolismo acquatico, ave­
vamo appunto in mente un punto ben preciso, ovvero la nuova messa
in valore religiosa delle Acque instaurata dal cristianesimo. I Padri del­
la Chiesa hanno saputo sfruttare determinati valori precristiani e uni­
versali del simbolismo acquatico, arricchendoli di significati inediti, cor­
relati al dramma storico di Cristo. In altra sede {Traité, p. 175; ed. it.
p. 203) abbiamo richiamato due testi patristici relativi rispettivamente
ai valori sosteriologici dell’acqua e al simbolismo battesimale morte-
rinascita. Per Tertulliano (De baptismo, m-v), l’acqua è stata per prima
« la sede dello Spirito divino, il quale la preferiva allora a tutti gli altri
elementi... All’acqua per prima è stato ordinato di produrre delle crea­
ture viventi... L ’acqua per prima ha prodotto ciò che è dotato di vita
affinché il nostro stupore cessasse il giorno in cui, nel battesimo, avreb­
be generato la vita. Nella formazione dell’uomo stesso, Dio utilizzò l’ac­
qua per consumare la sua opera. Ogni acqua naturale, quindi, in virtù
dell’antica prerogativa di cui fu onorata all’origine, acquista la virtù di
santificazione nel sacramento, purché Dio sia invocato a tal fine. Non
appena si pronunciano le parole, lo Spirito Santo, sceso dai cieli, si fer­
ma sulle acque e le santifica grazie alla sua fecondità; le acque così san­
tificate si impregnano a loro volta della virtù santificante... Ciò che un
tempo guariva il corpo guarisce oggi l’anima; ciò che procurava la salu­
te nel tempo, procura la salvezza nell’eternità... »
Il « vecchio uomo » muore per immersione nell’acqua e genera un
essere nuovo, rigenerato. Questo simbolismo è ammirevolmente espres­
so da Giovanni Crisostomo ( Homil. in Job., xxv, 2) il quale, parlando
della polivalenza simbolica del battesimo, scrive: « Esso rappresenta la
morte e la sepoltura, la vita e la risurrezione... Quando tuffiamo la te­
sta nell’acqua come in un sepolcro, l’uomo vecchio è immerso, intera­
mente seppellito; quando usciamo dall’acqua, simultaneamente compa­
re l’uomo nuovo ».
Come si può vedere, le interpretazioni elaborate da Tertulliano e da
Giovanni Crisostomo si armonizzano perfettamente con la struttura del
simbolismo acquatico. Eppure, in questa messa in valore delle Acque
da parte del cristianesimo, intervengono determinati elementi di novità
legati a una « storia », nel caso specifico la Storia sacra. I lavori recen­

137
Simbolismo e storia

ti di P. Lundberg, di Jean Daniélou e di Louis Beirnaert hanno ampia­


mente dimostrato a qual punto il simbolismo battesimale sia saturo di
allusioni bibliche *. Vi è, innanzitutto, la messa in valore del battesimo
in quanto discesa nelPAbisso delle Acque per un duello con il mostro
marino. Il modello a cui si rifà questa discesa è Cristo nelle acque del
Giordano, evento che al tempo stesso era una discesa nelle Acque del­
la Morte. « Cirillo di Gerusalemme assimila, infatti, la discesa nella pi­
scina battesimale alla discesa nelle acque della morte, sede del drago
marino, ad imitazione di Cristo che, in occasione del suo battesimo,
scende nel Giordano a spezzare il potere del drago che vi è nascosto:
'Il drago Behemot secondo Giobbe, scrive Cirillo, abitava le acque e
accoglieva nelle sue fauci il Giordano. Ora, poiché era necessario ta­
gliare le teste del drago, Gesù, disceso nelle acque, affrontò quel vio­
lento affinché noi acquistassimo il potere di camminare sugli scorpioni
e i serpenti. Ecc.’ » 2. Sempre Cirillo mette in guardia il catecumeno:
« Il drago è sul bordo della strada ed osserva coloro che passano, stai
attento che non ti morda! Ti rechi dal Padre degli spiriti, però si deve
passare per questo drago» (cit, Beirnaert, p. 272). Come vedremo tra
poco, questa discesa e questo combattimento con il mostro marino co­
stituiscono una prova iniziatica attestata anche in tre religioni.
Viene poi la valorizzazione del battesimo quale antitypos del dilu­
vio. Cristo, nuovo Noè uscito vittorioso dalle acque, è diventato capo
di un’altra razza (Giustino, citato da Daniélou, Sacramentum futuri, p.
74). Quindi il diluvio raffigura sia la discesa nel profondo del mare che
il battesimo. Secondo Ireneo esso è l’immagine della salvezza attraver­
so Cristo e della condanna dei peccatori (Daniélou, Sacramentum futuri.
p. 72). « Il diluvio era perciò un’immagine che il battesimo porta a
compimento... Come Noè aveva affrontato il mare della morte in cui
l’umanità peccatrice era stata annientata e ne era riemerso, così il neo

1 P. Lundberg, La Typologie baptismale dans l'ancienne Eglise, Uppsala-Leipzig


1942; Jean Daniélou, sj, Sacramentum futuri. Etudes sur les origines de la typo-
logie biblique, Paris 1950, pp. 13-20, 55-85 e passim-, id., Bible et Liturgie, Paris
1951, pp. 29-173 (tr. it. Bibbia e liturgia, Vita e pensiero, Milano 1958, pp, 25-
152); Louis Beirnaert, sj, « La dimension mythique dans le sacramentalisme
chrétien » in Eranos-]ahrbuch, 1949, BD x v i i , Zürich 1950, pp. 255-286. I bei
Jibri di Lundberg e J. Daniélou contengono inoltre copiose indicazioni bibliogra­
fiche.
2 J. Daniélou, Bible et Liturgie, pp. 58-59 (ed. it. pp. 54-55); cfr. anche, Sacra­
mentum futuri, pp. 58s.; Lundberg, op. cit., pp. 148s.

138
Battesimo, diluvio e simbolismi acquatici

battezzato scende nella piscina battesimale per affrontare il drago in uno


scontro supremo ed uscirne vittorioso... » {ibid., p. 65).
Tuttavia, sempre a proposito del rito battesimale, Cristo viene al­
tresì messo in parallelo con Adamo. Il parallelo Adamo-Cristo tiene già
un posto considerevole nella teologia di San Paolo. « Con il battesimo,
afferma Tertulliano, l’uomo recupera la somiglianza con Dio » (De bapt.,
v). Per San Cirillo, « il battesimo oltre che purificazione dei peccati e
garanzia del dono dello Spirito Santo è anticipo della Passione di Cri­
sto » (citato da Daniélou in Bible et Liturgie, p. 61; ed. it. p. 59). La
nudità battesimale comporta anch’essa un significato a un tempo rituale
e metafisico: è l’abbandono della « vecchia tunica di corruzione e di pec­
cato che il battezzato depone ad imitazione di Cristo, la stessa di cui
era stato rivestito Adamo dopo il peccato » (Daniélou, p. 55; ed. it. p.
50), ed inoltre il ritorno all’innocenza primitiva, alla condizione di Ada­
mo prima della caduta. « O meraviglia » scrive Cirillo. « Eravate nudi
al cospetto di tutti e non ve ne vergognavate. In verità, recate in voi
l’immagine del primo Adamo, nudo nel Paradiso, senza provarne vergo­
gna » (citato da Daniélou, p. 56; ed. it. p. 51).
Il simbolismo battesimale non limita a questo la sua ricchezza di
riferimenti biblici e soprattutto di reminiscenze paradisiache, tuttavia
questi pochi testi bastano al nostro intento. Quel che ci sta a cuore,
inoltre, non è tanto esporre il simbolismo battesimale quanto piuttosto
fare il punto sulle innovazioni introdotte dal cristianesimo. I Padri del­
la Chiesa primitiva concepivano il simbolismo quasi esclusivamente co­
me tipologia: si preoccupavano di scoprire delle corrispondenze tra i
due Testamenti3. Gli autori moderni tendono a seguire il loro esempio:;

3 Ricordiamo il senso e il fondamento della tipologia. « L ’origine di essa si


trova nel Vecchio Testamento stesso. I Profeti—al tempo della cattività d’Israe­
le—annunciavano infatti che, in futuro, Dio avrebbe compiuto per il suo popolo
opere analoghe, ed anzi ancor più straordinarie, di quelle che vide il passato. Un
nuovo diluvio avrebbe distrutto il mondo peccatore e alcuni sarebbero stati pre­
servati per inaugurare una umanità nuova; vi sarebbe stato un secondo esodo—du­
rante il quale Dio, con la sua potenza, avrebbe liberato l’umanità dalla schiavitù
degli idoli—e, infine, un nuovo Paradiso, nel quale Dio avrebbe introdotto il suo
popolo liberato. Sono questi gli elementi costitutivi di una prima tipologia che
potremmo chiamare escatologica, poiché, per i Profeti, tali avvenimenti non si
compiranno che alla fine dei tempi.
La tipologia non è dunque una creazione del Nuovo Testamento, che si è
limitato ad indicarne la realizzazione nella persona di Gesù di Nazareth. Con
Gesù, infatti, gli avvenimenti finali della pienezza dei tempi possono dirsi compiuti.

139
Simbolismo e storia

invece di reinserire il simbolismo cristiano nel quadro del simbolismo


« generale », universalmente attestato dalle religioni del mondo non cri­
stiano, essi persistono nel metterlo in relazione unicamente con l’Anti­
co Testamento. Secondo questi autori ciò che nel simbolismo cristiano
balza agli occhi non è il senso generale e immediato del simbolo, ben­
sì la sua messa in valore biblica.
È un atteggiamento, questo, che si spiega perfettamente. Il fiorire
degli studi biblici e tipologici nel corso dell’ultimo quarto di secolo de­
nota una reazione contro la tendenza a spiegare il cristianesimo sulla
base dei misteri e delle gnosi sincretistiche ed anche una reazione con­
tro il « confusionismo » di certe scuole comparatiste. La liturgia e la
simbolica cristiana si ricollegano direttamente al giudaismo. Il cristia­
nesimo è una religione storica, le cui radici affondano in un’altra reli­
gione storica, quella degli Ebrei. Di conseguenza, per spiegare o per
meglio comprendere certi sacramenti o certi simbolismi è sufficiente ri­
cercarne le « figure » nell’Antico Testamento. Niente di più naturale
nella prospettiva storicistica del cristianesimo: la rivelazione ha ayuto
una storia-, la rivelazione primitiva, operata all’alba dei tempi, soprav­
vive ancora tra le nazioni, però è semi dimenticata, mutilata, corrotta;
l ’unica via per accostarsi ad essa passa attraverso la storia d’Israele: la
rivelazione è pienamente conservata soltanto nei libri sacri dell’Antico
Testamento. Come vedremo meglio più avanti, la religione giudeo-cri-
stiana si sforza di non perdere contatto con la storia sacra che, a diffe­
renza della « storia » di tutte le altre nazioni, è l’unica reale, l’unica che
abbia significato, in quanto è Dio in persona a farla.
I Padri della Chiesa, la cui preoccupazione prima era quella di ri­
collegarsi ad una storia che al tempo stesso era una rivelazione, ben at­
tenti a non essere confusi con gli « iniziati » delle diverse religioni mi­
steriche e delle molteplici gnosi che pullulavano alla fine dell’antichità,
erano obbligati a rinchiudersi in questa posizione polemica: il rifiuto

Egli ¿ il nuovo Adamo ed è giunto con lui il tempo del Paradiso futuro; in lui
¿ già realizzata la distruzione del mondo peccatore adombrata nel diluvio; in lui
si compie il veto esodo, che libera il popolo di Dio dalla tirannide del demonio.
La predicazione apostolica si è valsa della tipologia come di un argomento atto a
stabilire la veridicità del suo messaggio, dimostrando come Cristo continui e
superi il Vecchio Testamento: « Tutte queste cose avvennero in figure (typikós) e
furono scritte per ammonirci (1 Cor 10,11). È quello che San Paolo chiama la
consolatio Scripturarum (Rom 15,4) » (Jean Daniélou, Bible et Liturgie, pp. 9-10;
ed. it. pp. 2-4).
Battesimo, diluvio e simbolismi acquatici

di qualsiasi « paganesimo » età indispensabile per il trionfo del messag­


gio di Cristo. Ci si può domandare se ai giorni nostri un tale atteggia­
mento polemico si imponga ancora in modo così rigoroso. Non parlia­
mo in veste di teologo, ché non ne abbiamo né la responsabilità né la
competenza. Tuttavia per qualcuno che non si sente chiamato a dover
render conto della fede dei suoi simili, è evidente che il simbolismo
giQdeo-cristiano del battesimo non contraddice minimamente il simboli­
smo acquatico universalmente diffuso. In esso si ritrova tutto: Noè e il
diluvio hanno come corrispettivo in innumerevoli tradizioni il catacli­
sma che ha posto fine ad un’« umanità » (« società ») fatta eccezione
di un solo uomo che diventerà l’Antenato mitico di una nuova umanità.
Le « Acque della Morte » sono un motivo conduttore delle mitologie
paleo-orientali, asiatiche ed oceaniche. L ’acqua « uccide » per eccellen­
za: essa dissolve, abolisce ogni forma. Proprio per questo motivo è ric­
ca di « germi », creativa. Nemmeno il simbolismo della nudità battesi­
male è prerogativa della tradizione giudeo-cristiana. La nudità rituale
equivale all’integrità e alla pienezza; il « Paradiso » implica l’assenza
dei « vestiti », cioè l’assenza dell’« usura » (immagine archetipa del Tem­
po). Quanto alla nostalgia del Paradiso, essa è universalmente diffusa,
sebbene le sue manifestazioni presentino una varietà quasi infinita (cfr.
anche Tratti, p. 327ss.; ed. it. pp. 394ss.). La nudità rituale implica
sempre un modello intemporale, un’immagine paradisiaca.
I mostri dell’abisso si incontrano in numerose tradizioni: gli Eroi,
gli Iniziati, scendono nel fondo dell’abisso per affrontare i mostri mari­
ni; è questa una prova tipicamente iniziatica. Certo, le varianti abbon­
dano: a volte i draghi sono di guardia intorno a un « tesoro », imma­
gine sensibile del sacro, della realtà assoluta; la vittoria rituale ( = ini­
ziatica) rontro il mostro-guardiano equivale alla conquista dell’immor­
talità (cfr. Traiti, pp. 182s., 252s.; ed. it. pp. 215s., 299s.). Il battesi­
mo, per il cristiano, è un sacramento in quanto è stato istituito da Cri­
sto, ma dò non toglie che esso riprende il rituale iniziatico della prova
( = lotta contro il mostro), della morte e della risurrezione simbolica
( = la nascita dell’uomo nuovo). Non sosteniamo che il giudaismo e il
cristianesimo hanno « mutuato » questi miti e questi simboli alle reli­
gioni dei popoli vicini* non era necessario: il giudaismo era l’erede di
una preistoria e di una lunga storia religiosa in cui tutte queste cose già
esistevano. Non era nemmeno necessario che un determinato simbolo
fosse conservato « sveglio », nella sua integrità, dal giudaismo; bastava
che un gruppo di immagini sopravvivesse, se pur oscuramente, fin dai

141
Simbolismo e storia

tempi pre mosaici: simili immagini erano in grado di ritrovare in qual­


siasi momento una vigorosa attualità religiosa.
Certi Padri della Chiesa primitiva hanno valutato l’interesse insito
nella corrispondenza tra le immagini archetipe proposte dal cristianesi­
mo e le Immagini che sono patrimonio comune dell’umanità. « Una del­
le loro più costanti preoccupazioni è appunto quella di manifestare agli
increduli la corrispondenza tra i grandi simboli immediatamente espres­
sivi e persuasivi per la psiche e i dogmi della nuova religione. Per co­
loro che negano la risurrezione dei morti, Teofilo di Antiochia chiama
in causa gli indizi (tex[rf)pia) che Dio mette a loro portata nei grandi
fenomeni naturali: inizio e fine delle stagioni, dei giorni e delle notti.
Arriva al punto di dire: ‘Non vi è forse una risurrezione per le semen­
ti e la frutta?’. Per Clemente Romano, ‘il giorno e la notte ci mostrano
la risurrezione: la notte si ritira, il giorno si alza; il giorno se ne va,
la notte arriva » (Beirnaert, op. cit. ,p. 275). Per gli apologeti cristiani
le immagini erano cariche di segni e di messaggi; esse mostravano il sa­
cro attraverso i ritmi cosmici. La rivelazione portata dalla fede non di­
struggeva i significati « primari » delle Immagini, ma si limitava sem­
plicemente ad aggiungere ad esse un nuovo valore. Certo, per il creden­
te, questo nuovo significato eclissava gli altri: lui soltanto valorizzava
l’immagine, la trasfigurava in rivelazione. Ciò che importava era la ri­
surrezione di Cristo e non gli « indizi » che si potevano leggere nella
natura; nella maggior parte dei casi i « segni » si capivano soltanto do­
po aver trovato, nel fondo della propria anima, la fede. Il mistero del­
la fede, tuttavia, interessa l’esperienza cristiana, la teologia e la psico­
logia religiosa e va al di là d^lla nostra ricerca; nella prospettiva da noi
scelta solo una cosa importa: il fatto che ogni nuova messa in valore è
sempre stata condizionata dalla struttura stessa dell’immagine, a tal
punto che di un’immagine si può dire che essa attende che il suo signi­
ficato si compia. «
Il R.P. Beirnaert, procedendo ad un’analisi delle immagini battesi­
mali, dà atto dell’esistenza di « un rapporto tra le rappresentazioni dog­
matiche, le espressioni simboliche della religione cristiana e gli arche­
tipi attivati dai simboli naturali. Del resto come potrebbero i candidati
al battesimo capire le immagini simboliche che vengono loro proposte
se esse non corrispondessero ad una loro oscura aspettativa? » (op. cit.,
p. 276). L’autore non si stupisce che « molti cattolici abbiano ritrovato
la via della fede grazie ad esperienze del genere » (ibid.). Va da sé, con­
tinua il R.P. Beirnaert, che l’esperienza degli archetipi non spodesta

142
Immagini archetipe e simbolismo cristiano

l’esperienza della fede: « Ci si può incontrare in un comune riconosci­


mento del rapporto che intercorre tra i simboli religiosi e la psiche e
malgrado ciò continuare ad essere divisi in credenti e non credenti. Ciò
vuol dire, quindi, che la fede è altra cosa rispetto a questo riconosci­
mento [...] L ’atto di fede opera dunque nel mondo delle rappresenta­
zioni archetipe una linea di divisione. Ormai il serpente, il drago, le te­
nebre, Satana, designano ciò a cui si rinuncia. Si riconoscono come uni­
che rappresentazioni in grado di mediare la salvezza quelle che vengo­
no proposte come tali dalla comunità storica » [ibid., p. 277).

Immagini archetipe e simbolismo cristiano

Purtuttavia, e il R.P. Beirnaert lo riconosce, anche se le immagini;


e il simbolismo della sfera sacramentale cristiana non rimandano il cre­
dente « innanzitutto a miti e ad archetipi immanenti, benèì all’inter­
vento del Potere divino nella storia, questo nuovo significato non deve
offuscare la permanenza del senso antico. Rappresentando le grandi fi-:
gure e costruzioni simboliche dell’uomo religioso naturale, il cristiane- f
simo ne ha altresì ripreso le virtualità e i poteri sulla psiche profonda.!
La dimensione mitica e archetipica, pur essendo ormai subordinata a
un’altra dimensione, non per questo è meno reale. Il cristiano può be- :
nissimo essere un uomo che ha rinunciato a cercare la salvezza spiritua­
le nei miti e nell’esperienza esclusiva degli archetipi immanenti, ma non
per questo ha rinunciato a tutto quel che significano ed operano per ,
l’uomo psichico, per il microcosmo [...]. La ripresa ad opera di Cristo
e della Chiesa delle grandi immagini del sole, della luna, del bosco, del
l’acqua, del mare, ecc., significa un’evangelizzazione dei poteri affettivi f
così designati. Non bisogna ridurre l’incarnazione alla pura assunzione
della carne: Dio è intervenuto fin nell’inconscio collettivo per salvarlo
e realizzarlo. Cristo è sceso agli Inferni. In che modo quindi questa sal­
vezza raggiungerà il nostro inconscio se non parla la sua lingua, se non
riprende le sue categorie? » (L. Beirnaert, pp. 284-285).
Questo testo contiene alcune importanti precisazioni circa i rappor­
ti tra i simbolismi «immanenti» e la fede. Come abbiamo detto, il
problema della fede è estraneo alle considerazioni fatte in questa sede.
Uno dei suoi aspetti, però, ci interessa: la fede cristiana è sospesa ad
una rivelazione storica: è la manifestazione di Dio nel tempo e questo
garantisce, agli occhi dei cristiani, la validità delle immagini e dei sim­

143
Simbolismo e storia

boli. Abbiamo mostrato che il simbolismo acquatico « immanente »


non è stato abolito e nemmeno disarticolato a seguito delle interpreta-

È
”'oni locali e storiche del simbolismo battesimale giudeo-cristiano. Per
primerci in maniera un po’ semplicistica diremo che la storia non rie-
e a modificare in modo radicale la struttura di un simbolismo « im­
ánente ». La storia aggiunge in continuazione nuovi significati i quali,
¡[tuttavia, non distruggono la struttura del simbolo. Vedremo più avan­
ti le conseguenze che ne derivano sul piano della filosofia della storia e
della morfologia della cultura. Per il momento soffermiamoci ancora su
alcuni esempi. Abbiamo parlato (v.s. pp. 39s) del simbolismo dell’Al­
bero del Mondo. Il cristianesimo ha utilizzato, interpretato, ampliato
questo simbolo. La Croce, costruita con il legno dell’Albero del bene
e del male, prende il posto dell’albero cosmico; Cristo stesso viene de­
scritto come un Albero (Origene). Un’omelia dello Pseudo Crisostomo
evoca la Croce paragonandola ad un albero che « sale della terra ai cie­
li. Pianta immortale, esso si eleva al centro del cielo e della tèrra: so­
stegno solido dell’universo, legame di tutte le cose, supporto di tutta la
terra abitata, intreccio cosmico che comprende in sé tutta la varietà del­
la natura urnana... ». « E la liturgia bizantina canta ancora oggi, nel
giorno dell’Esaltazione della Santa Croce, ‘l’albero della vita piantato
sul Calvario, l’albero su cui il re dei secoli ha operato la nostra salvez­
za’, ‘s’è innalzato al centro di questa’ e ‘santifica fino ai confini dell’uni-
verso’ » 4. L ’Immagine dell’Albero Cosmico si conserva sorprendente­
mente pura. Con ogni probabilità il prototipo sarebbe da ricercare nel­
la Saggezza che, secondo i Proverbi, in, 8 « è un albero di vita per chi
ad essa si attiene». Quésta saggezza, commenta de Lubac (op. cit., p.
71; ed. it. p. 64) « per gli ebrei sarà la Legge, per i cristiani sarà il fi­
glio di Dio ». Altro prototipo probabile è l’albero visto in sogno da
Nabucodonosor (Dn 4, 7-15): « Io stavo guardando ed ecco un albero
di grande altezza in mezzo dia terra, ecc. ».
Il R.P. de Lubac ammette che, al pari del simbolo dell’Albero Co­
smico delle tradizioni indiane, l’immagine della Croce = Albero del
Mondo è il prolungamento, nell’ambito del cristianesimo, di « antiche
speculazioni mitologiche * (op. cit., p. 75; ed. it. p. 70). Egli, però, si

4 Henri de Lubac, Aspects du Bouddhisme, Paris 1951, pp. 57, 66-67 (tr. it.
Aspetti del Buddismo, Jaca Book, Milano 1980, pp.'47, 59-60). Su questo proble­
ma, cfr. R. Bauerreiss, Arbor Vitae. « Lebensbaum » und seine Vertoandung in
Liturgie, Kunst und Braucbtum des Abendlandes, Munich 1938, Abhandlungen der
Bayerischen Benediktiner-Akademie, ni.

144
Immagini archetipe e simbolismo cristiano

affretta a mettere in evidenza le innovazioni apportate dal cristianesi­


mo. Si osserva, ad esempio, nel seguito dell’omelia dello pseudo Criso­
stomo, che l’Universo è la Chiesa: « essa è il nuovo macrocosmo, di cui
l’anima cristiana è l’analogo in miniatura * (ibid., p. 77; ed. it. p. 72).
Pur essendo convinto che l’utilizzo, nel buddhismo come nel cristianesi­
mo, di un’immagine del genere « non è dopo tutto che un fatto di lin­
guaggio » (p. 76; ed. it. p. 71), l’eminente teologo sembra attribuire
un’importanza esagerata alle specificità storiche: « Ma tutta la questio­
ne sta nel sapere quali sono, in ciascun caso, il genere e il grado di ori­
ginalità della ‘versione particolare’ » (ibid., nota 101).
La questione si riduce davvero a questo? Siamo davvero condannati
ad accontentarci unicamente dell’analisi esaustiva delle « versioni parti­
colari » che, in fin dei conti, rappresentano ima storia locale? Non ab­
biamo nessun mezzo di approccio all’immagine, al simbolo, all’archeti­
po, in quella che è la loro struttura, in quella totalità che abbraccia tut­
te le « storie * pur senza confonderle? Numerosi testi patristici e litur­
gici paragonano la Croce a una scala, a una colonna o a una montagna
(de Lubac, op. cit., pp. 64-68; ed. it. pp. 55-60), tutte immagini che, co­
me si ricorderà, sono formule universalmente attestate del « Centro del
Mondo ». La Croce è stata assimilata all’Albero Cosmico nella sua qua­
lità di simbolo di Centro del Mondo. È la dimostrazione die YImmagi­
ne del Centro si imponeva naturalmente allo spirito cristiano. La comu­
nicazione con il Cido avviene tramite la Croce ( = Centro) e, di colpo,
l’intero Universo viene « salvato » (v.s. p. 39). Orbene, l’idea di « sal­
vezza » non fa che riprendere e completare le nozioni di perpetuo rin­
novamento e di rigenerazione cosmica, di fecondità universale e di sa­
cralità, di realtà assoluta e in fin dei conti di immortalità, tutte nozio­
ni che coesistono nel simbolismo dell’Albero del Mondo (cfr. il nostro
Traité, pp. 234s.; ed. it. pp. 282s.).
Non d si fraintenda: non contestiamo l’importanza della storia e, ,
nd caso d d giudeo-cristiànesimo, della fede, per giudicare d suo giusto \
valore un determinato simbolo così come esso era inteso e vissuto in unaji
cultura ben precita, anzi più avanti insisteremo su questo punto. Il pro­
blema essenzide, però, non verrà risolto « situando » un simbolo nella i
sua storia, poiché si tratta di capire dò che ci viene rivdato non da una |
« versione particolare » di un simbolo bensì dalla totalità di un simbo-
lismo. Si vede già che i diversi significati di un simbolo sono concate­
nati, sono solidali tra loro come in un sistema; le contraddizioni che è
possibile individuare tra le diverse versioni particolari, il più delle voi-

145
Simbolismo e storia

te sono solo apparenti e si risolvono non appena si considera il simboli­


smo nel suo insieme* non appena se ne mette in luce la struttura. Ogni
nuova messa in valore di un’immagine archetipa corona e consuma
quelle antiche: la « salvezza » rivelata dalla Croce non annulla 1 valori
pre cristiani dell Albero del Mondo, simbolo della renovatio integr4?
per eccellenza, al contrario la Croce costituisce il coronamento di tutte
le altre valenze e significati5. Osserviamo una volta di più che questa
nuova valorizzazione determinata dall’identificazione Albero Cosmico =
Croce, si è prodotta nella storia e attraverso un evento storico: la Pas­
sione di Cristo. Lo si vedrà subito: la grande originalità della religione
giudeo-cristiana è stata la trasfigurazione della Storià in teofania.
Ecco un altro esempio: è noto che lo sciamano discende agli Infer­
ni per cercare e riportare indietro l’anima del malato, anima che è stata
rapita dai demoni *. Orfeo, a sua volta, scende agli Inferni per riportare
indietro la sua sposa appena morta, Euridice. Miti analoghi esistono in
altre parti del mondo: in Polinesia, in America del Nord, in Asia cen­
trale (dove il mito è parte costitutiva di una letteratura orale di struttu­
ra sciamanica), si racconta che un eroe scende agli Inferni per recupera­
re l’anima della moglie morta: nei miti polinesiani e centro asiatici vi

5 II simbolismo è rafforzato dal fatto che l’Albero di Vita, nella decorazione


dei battisteri, è posto di fianco al Cervo, altra immagine arcaica del rinnovamento
ciclico (cfr. Henri-Charles Puech, « Le Ceif et le Serpent » in Cahiers archéólogi-
ques, iv, 1949, pp. 17-60, specialmente pp. 29s.). Orbene, nella Cina protostorica,
nell’Aitai', in certe culture dell’America Centrale e Settentrionale (soprattutto tra
i Maya e i Pueblo), il cervo è uno dei simboli della creazione continui! e della
renovatio, per l’appunto a causa del periodico rinnovarsi delle corna; cfr. C. Hentze,
« Comment il faut lire l’iconographie d’un vase en bronze chinois de la période
Chang» in Conferenze i s m e o , voi. i, Roma 1951, pp. 1-60, pp. 24s.; id.,
Bronzegeràt Kultbauten, Religion im altesten China dér Shang-Zeit, Antwerpen
1951, pp. 210s. Nelle tradizioni greche, il cervo si rinnova mangiando serpenti ed
abbeverandosi subito dopo alle acque di una sorgente: le coma cadono e il cervo
è ringiovanito per cinquanta o per cinquecento anni (cfr. i rinvii in Puech, p. 29).
L’inimicizia tra il cervo e il serpente è di ordine cosmologico: il cervo è collegato
con il fuoco e l’aurora (Cina, Aitai, America, ecc.), il serpente è una delle Imma­
gini della Notte e della vita larvale, sotterranea. Il serpente, però, è a sua volta
un simbolo del rinnovamento periodico, sebbene su un livello diverso. Di fatto la
contrapposizione cervo (o aquila )-serpente è piuttosto l’immagine dinamica di una
« coppia di opposti » che devono essere reintegrati.
,6 Su tutto questo, cfr. il nostro libro Le Chamanisme et les techniques archàiques
de l’extase, Payot, Paris, 1951 (tr. it. Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi. Ed.
Mediterranee, Roma 1974).

146
Immagini archetipe e simbolismo cristiano

riesce, mentre in quelli nord americani fallisce al pari di Orfeo. Non


dobbiamo aver fretta di trarre una conclusione in un senso o nell’altro.
Limitiamoci a registrare un dettaglio: Orfeo è il cantore che doma gli
animali feroci, il medico, il poeta e il civilizzatore, insomma riunisce
nella sua persona proprio le funzioni che spettano allo sciamano delle
« società primitive ». Costui è più che un guaritore e uno specialista
delle tecniche dell’estasi, è anche l’amico e il signore delle bestie feroci,
ne imita la voce, si trasforma in animale ed è inoltre cantore, poeta, ci­
vilizzatore. Osserviamo, per concludere, che anche Gesù scende agli In­
ferni, per salvare Adamo, per restaurare l’integrità dell’uomo decaduto
a causa del peccato (e una delle conseguenze della decadenza è stata ap­
punto la perdita del suo dominio sugli animali).
È lecito considerare Orfeo uno « sciamano » e paragonare la disce­
sa di Cristo agli Inferni alle analoghe discese degli sciamani in estasi?,.
Tutto vi si oppone: nelle diverse culture e religioni— siberiana o nord
americana, greca, giudeo-cristiana— queste discese sono valorizzate in
modo molto diverso. Inutile insistere su queste differenze che balzano
agli occhi. Un elemento, comunque, rimane immutabile e non deve es­
sere perso di vista: il persistere del motivo della discesa agli Inferni
compiuto per la salvezza di un’anima, l’anima di un malato qualsiasi
(sciamanismo stricto sensu), della sposa (miti greci, nord americani, po­
linesiani, centro asiatici) o dell’umanità tutta intera, poco importa per
il momento. La discesa, questa volta, non è più soltanto iniziatica e in­
trapresa per un vantaggio personale, ma ha uno scopo « salvifico »: si
« muore » e si « risuscita » non più per completare un’iniziazione già
acquisita, bensì per salvare un’anima. Una nuova nota caratterizza l’ar­
chetipo dell’iniziazione: la morte simbolica non serve unicamente alla
propria perfezione spirituale (in definitiva, la conquista dell’immortali­
tà), ma si realizza per la salvezza degli altri. Non abbiamo affatto la pre­
tesa di indicare nello sciamano primitivo o nell’Orfeo nord americano o
polinesiano la prefigurazione di Cristo. Ci limitiamo a constatare che
l’archetipo dell’iniziazione contiene anche questa valenza della « mor­
te » ( = discesa agli Inferni) a vantaggio di un altro. (Osserviamo al
passaggio che la seduta sciamanica, nel corso della quale si verifica la
« discesa agli Inferni » equivale ad un’esperienza mistica; lo sciamano
è « fuori di sé », la sua anima ha abbandonato il suo corpo).
Un’altra esperienza sciamanica fondamentale è l’ascensione celeste:
tramite l’Albero Cosmico, piantato nel « Centro del Mondo », lo scia­
mano penetra nel Cielo e vi incontra il dio supremo. È noto che tutti

147
Simbolismo e storia

i mistici utilizzano il simbolismo dell’ascensione per raffigurare l’eleva­


zione dell’anima umana e l’unione con Dio. Nulla permette di dichiara­
re identiche l’ascensione celeste dello sciamano, quella di Buddha, di
Maometto o di Cristo. Questo non toglie, tuttavia, che la nozione di
trascendenza si esprime universalmente attraverso un’immagine di ele-
; vazione e che l’esperienza mistica, qualunque sia la religione che la ve­
de nascere, implica sempre un’ascensione in cielo. Meglio ancora: certe
H§>èrienze sciamaniche fanno intervenire delle esperienze fotiche che
assomigliano come due gocce d’acqua ad analoghe esperienze dei grandi
mistici storici (India, Estremo Oriente, mondo mediterraneo, cristiane­
simo).
Secondo i Padri della Chiesa, la vita mistica consiste in un ritorno
al Paradiso7. Una delle caratteristiche della restaurazione paradisiaca
sarà per l’appunto il dominio sugli animali, che già costituisce la prero­
gativa degli sciamani e di Orfeo. Orbene il ritorno al Paradiso si ritro­
va nelle forme arcaiche e primitive di misticismo che vengono comune­
mente riunite sotto il nome di sciamanismo. Abbiamo già mostrato in
altra sede che la transe sciamanica ricrea la situazione dell’uomo primor­
diale: nel corso di essa lo sciamano recupera l’esistenza paradisiaca dei
Primi Esseri Umani, i quali non erano separati da Dio. In effetti le tra­
dizioni ci parlano di un tempo mitico in cui l’uomo comunicava diret­
tamente con gli dei del cielo: scalando una montagna, arrampicandosi
su un albero, su una liana, ecc. i Primi Uomini erano in grado di salire,
realmente e senza sforzo, in Cielo. Gli Dei, dal canto loro, scendevano
regolarmente sulla terra per mescolarsi agli Umani. A seguito di un
evento mitico qualsiasi (generalmente una pecca rituale), le comunica­
zioni tra il Cielo e la Terra si sono interrotte (l’Albero, la liana, sono
stati tagliati, ecc.) (In svariate tradizioni questo allontanamento del dio
celeste si è tradotto nella sua ulteriore trasformazione in deus otiosus).
Lo sciamano, tuttavia, grazie ad una tecnica di cui possiede il segreto,
riesce a ristabilire—in via provvisoria e per suo uso personale—le co­
municazioni con il Cielo ed a riprendere il dialogo con il Dio. In altri
termini riesce ad abolire la storia (tutto il tempo che è trascorso dal mo­
mento della « caduta », della rottura delle comunicazioni dirette tra
Gelo e Terra); torna indietro, ritrova la condizione paradisiaca primor-

7 Cfr. Dom Stolz, Theologie de la mystique-, J. Daniélou, Sacramentum futuri. Si


tratta piuttosto di. un’anticipazione, dal momento che la pienezza della reintegra­
zione del Paradiso sarà realizzata solo dopo la morte.

148
Immagini archetipe e simbolismo cristiano

diale. Questo ritrovamento di un illud tempus mitico che si opera nel­


l ’estasi sciamanica può essere considerata vuoi la condizione, vuoi la con­
seguenza del ritrovamento della condizione paradisiaca. In ogni caso è
chiaro che l’esperienza mistica dei « primitivi » è legata anch’essa al ri­
trovamento estatico del « Paradiso » *.
La questione non sta nello spiegare la mistica giudeo-cristiana tra- i"
mite lo sciamanismo né nell’identificare « elementi sciamanici » nel cri- X
stianesimo. Vi è però un punto la cui importanza non può sfuggire a '
nessuno: l’esperienza mistica dei « primitivi », al pari della vita misti- ^
ca dei cristiani, implica il ritrovamento della condizione paradisiaca pri- |
mordiale. L ’equivalenza vita mistica = ritorno al Paradiso non è quin- f
di un hapax giudeo-cristiano, creato dall’intervento di Dio nella storia; if
è un « dato » umano universale di incontestata antichità. —Jfe
Osserviamo, ancora ima volta, che 1’« intervento di Dio nella sto­
ria », cioè la rivelazione divina fatta nel Tempo, riprende e rafforza una
« situazione atemporale ». La rivelazione che il giudeo-cristianesimo ri­
ceve unicamente in un tempo storico che non si ripete più e che ha co­
me risultato di trasformarlo in una storia a senso unico, è una rivelazio­
ne che l’umanità arcaica conserva nei miti; eppure tanto l’esperienza
mistica dei « primitivi » che la vita mistica dei cristiani si traducono at­
traverso un archetipo identico: il ritrovamento del Paradiso originale.
Ben si vede che la storia—nel caso specifico la Storia Sacra—non ha
portato nessuna innovazione: tra i primitivi come tra i cristiani è sem­
pre un ritorno paradossale in illud tempus, un « salto all’indiétro » che
abolisce il tempo e la storia ciò che costituisce il ritrovamento mistico
del paradiso.
Di conseguenza, il simbolismo biblico e cristiano, per quanto carico
di un contenuto storico in fin dei conti « provinciale »— dal momento
che ogni storia locale è provinciale rispetto alla storia universale consi­
derata nella sua totalità—rimane pur sempre universale, al pari di qual­
siasi simbolismo coerente. Ci si può addirittura chiedere se 1’« accessi- j
bilità » del cristianesimo non sia in gran parte dovuta al suo simbolismo,

* Ben s’intende che l’esperienza estatica dello sciamanismo non può essere ri­
dotta a questo « ritorno al Paradiso »: in essa si ritrovano una quantità di altri eie*
menti. Avendo consacrato un intero libro a questo problema estremamente com­
plesso, non riteniamo necessario riprendere una volta ancora la discussione. Osser­
viamo tuttavia che l’iniziazione sciamanica consiste in un’esperienza estatica di
morte e di risurrezione, esperienza decisiva che si incontra in tutte le mistiche sto­
riche, compresa quella cristiana.

149
Simbolismo e storia

|se le I|pfaagif»i»nnigefsfl1i che riprende a sua volta non abbiano facili­


ss**

tato in modo considerevole la diffusione del suo messaggio. In prima


istanza, infatti, c’è una questione che turba il non cristiano: come può
una storia locale—la storia del popolo ebraico e delle prime comunità
giudeo-cristiano—pretendere di assurgere a modello di ogni manifesta­
zione divina nel Tempo concreto, storico? Riteniamo di aver già abboz­
zato la risposta: la storia sacra, benché agli occhi di un osservatore estra­
neo sia una storia locale, è altresì una storia esemplare, giacché ripren­
de e perfeziona delle Immagini trans temporali.
Da dove viene, allora, l’impressione irresistibile, avvertita soprat­
tutto dai non cristiani, che il cristianesimo ha innovato rispetto alla re­
lig io sità anteriore? Per un indù che simpatizza con il cristianesimo l’in­
novazione che colpisce maggiormente (se si lascia da parte il messaggio
o la divinità di Cristo) consiste nella valorizzazione del Tempo, in ulti­
ma istanza nella salvezza del Tempo e della Storia9. Si rinuncia alla,re­
versibilità del Tempo ciclico, si impone un Tempo irreversibile dal mo­
ménto che, questa volta, le ierofanie manifestate dal Tempo non sono
più ripetibili: Cristo è vissuto, è stato crocefisso, è risuscitato una vol­
ta sola. Ne deriva una pienezza dell’istante, un’ontologizzazione del
Tempo: il Tempo riesce ad essere, il che significa che cessa di divenire,
che si trasforma in eternità. Osserviamo subito che non è un momento
temporale qualsiasi che intacca l’eternità, ma soltanto il « momento fa­
vorevole », l’istante trasfigurato da una rivelazione (che questo « mo­
mento favorevole » venga chiamato kairos oppure no). Il Tempo diven­
ta un valore nella misura in cui JQio si manifesta attraverso di lui, gli
conferisce un significato trans storico e un intento soteriologico: in ogni
nuovo intervento di Dio nella storia non si trattava forse sempre della
salvezza dell’uomo, ovvero di qualcosa che con la storia non ha nulla a
che vedere? Il Tempo diventa pienezza in virtù del fatto stesso dell’in­
carnazione del Verbo divino; tuttavia questo stesso fatto trasfigura la
storia. Come potrebbe essere vano e vuoto il Tempo che ha visto na­
scere, soffrire, morire e risuscitare Gesù? Come potrebbe essere rever­
sibile e ripetibile a i infinitum?

9 Cfr. la conferenza di Henri-Charles Puech, « Temps, Histoire et Mythe dans


le christianisme des premiere siècles » in Proceedings of -thè viith Congress for
thè History of Religioni, Amsterdam 1951, pp. 33-52; cfr. anche il nostro Mythe
de l’Eternel Retour, pp. 152s. (tr. it. Il mito dell’eterno ritorno, Rusconi, Milano
1975, pp. llOs.) e Karl Lowith, Meaning in History, Chicago 1949 (tr. it. Ed. Co­
munità, Milano 1963).

150
Immagini archetipe e simbolismo cristiano

Dal punto di vista della storia delle religioni, il giudeo-cristianesi-


mo ci presenta la ierofania suprema: la trasfigurazione dell'evento sto­
rico in ierofania. Si tratta di qualcosa che va al di là della ierofanizzazio-
ne del Tempo, poiché il Tempo sacro è una nozione familiare a tutte
le religioni. Questa volta è l’evento storico in sé che rivela il massimo
di trans storicità: Dio non si limita a intervenire nella storia, come av­
veniva nel giudaismo, egli si incarna in un essere storico per subire
un’esistenza storicamente condizionata; nelle apparenze, Gesù di Naza­
reth non si distingue affatto dai palestinesi suoi contemporanei. In ap­
parenza il divino si è totalmente eclissato nella storia: nulla lascia in­
travedere nella fisiologia, la psicologia o la « cultura » di Gesù, il Dio
Padre in persona; Gesù mangia, digerisce, soffre di sete o di caldo al
pari di qualsiasi altro ebreo di Palestina. In realtà, però, 1’« evento sto­
rico » che costituisce l’esistenza di Gesù è una teofania totale; in esso
vi è una sorta di sforzo audace mirante a salvare l’evento storico in
quanto tale, accordandogli il massimo di essere.
Malgrado il valore che attribuisce al Tempo e alla Storia, la religio­
ne giudeo-cristiana non approda allo storicismo bensì a una teologia del­
la Storia. L ’evento è valorizzato non per se stesso, ma unicamente per
la rivelazióne che esso comporta, rivelazione che lo precede e lo trascen­
de. Lo storicismo in quanto tale è un prodotto di decomposizione del
cristianesimo; esso ha potuto costituirsi solo nella misura in cui si era
persa la fede in una trans storicità dell’evento storico.
Un fatto comunque rimane: il cristianesimo si sforza di salvare la
storia, innanzitutto poiché accorda un valore al tempo storico, poi per­
ché, per il cristiano, l’evento storico, pur rimanendo quello che è, diven­
ta capace di trasmettere un messaggio trans-storico: tutto sta nel deci­
frare questo messaggio. Che, dopo l’incarnazione di Cristo, il cristiani
deve cercare gli interventi di Dio non soltanto nel cosmo (con l’ausilio j
delle ierofanie cosmiche, delle Immagini e dei simboli), ma anche negli
eventi storici. L ’impresa non sempre è facile: si decifrano senza troppe
difficoltà i « segni » della presenza divina nel Cosmo, però « segni » si­
mili sono anche camuffati nella storia.
In effetti il cristiano ammette che dopo l’incarnazione il miracolo
non è più facilmente riconoscibile: dal momento che il « miracolo » più
grande è stata per l’appunto l’incarnazione, tutto ciò che si manifesta­
va chiaramente come miracolo prima di Gesù Cristo, non ha più senso
né utilità dopo la sua venuta. Esiste, ben s’intende, una serie ininterrot­
ta di miracoli accettati dalla Chiesa, ma tutti sono stati accettati come

151
Simbolismo e storia

validi in quanto dipendenti da Cristo, non per la loro qualità intrinseca


di « miracolo ». (È noto che la Chiesa opera una accurata distinzione
tra i miracoli dovuti alla « magia » e al « demonio » e quelli accordati
tramite la grazia). L ’esistenza e la validità dei miracoli accettati dalla
Chiesa lasciano purtuttavia aperto il grande problema òsXl’irriconosci­
bilità del meraviglioso nel mondo cristiano, che ci si può benissimo tro­
vare vicinissimi a Cristo, imitarlo, senza manifestare alcun segno visibi­
le di ciò: si può imitare il Cristo che vive la sua esistenza storica, quel­
la che in apparenza assomigliava alla vita di tutti. Insomma il cristiano
è portato ad accostarsi ad ogni evento storico in atteggiamento « timo­
roso e tremante », giacché ai suoi òcchi l’evento storico più banale, pur
continuando a rimanere « reale » (cioè storicamente condizionato) può
nascondere un nuovo intervento di Dio nella storia; in ogni caso, tale
avvenimento può avere un significato trans storico, può portare un mes­
saggio. Per il cristiano, dunque, la vita storica in sé può diventare glo­
riosa: la vita di Cristo e dei Santi stanno a testimoniarlo. Con il Cri­
stianesimo il Cosmo e le Immagini non sono più gli unici ad avere il
compito di raffigurare e di rivelare—c’è anche la Storia, soprattutto la
« storia minore », quella costituita da eventi in apparenza privi di signi­
ficato10.
Ciò è fuori dubbio, tuttavia non bisogna perdere di vista il fatto che
il cristianesimo è intervenuto nella storia per abolirla; la massima spe­
ranza del cristiano riposa nella seconda venuta di Cristo, la quale porrà
fine alla Storia. Da un certo punto di vista, per ogni cristiano, indivi­
dualmente, questa fine e l’eternità che la seguirà, il paradiso ritrovato,

10 Le espressioni «storia» e «storico» possono dar adito a confusione: esse


indicano, da un lato, tutto ciò che vi è di concreto e di autentico in un’esistenza
umana, contrapposto all’esistenza inautentica, costituita da evasioni e automatismi
di ogni genere. D’altro lato, nelle diverse correnti storicistiche ed esistenzialistiche,
le espressioni « storia » e « storico » sembrano implicare che l’esistenza umana è
autentica solo nella misura in cui essa è ridotta dia presa di coscienza del suo•
momento storico. È a quest’ultima accezione, totalitaria, che facciamo riferimento
nel dichiarare la nostra opposizione agli « storicismi ». Ci sembra, in effetti, che
l’autenticità di un’esistenza non possa limitarsi alla coscienza della propria stori­
cità: non si possono considerare « evasione » e « inautenticità » le espressioni fon­
damentali dell’amore, dell’angoscia, del sacro, dell’emozione estetica, della con­
templazione, della gioia, della malinconia, ecc., ciascuna delle quali utilizza un
ritmo temporale che le è proprio e tutte insieme concorrono nel costituire ciò
che si potrebbe chiamare l’uomo integrale, il quale non si sottrae al suo momento
storico, ma nemmeno si lascia identificare ad esso.

152
Simboli e cultura

possono aver luogo fin da ora. Quel tempo annunciato da Cristo è già
accessibile e per chi lo ha ritrovato, la storia cessa di esistere. La tra­
sformazione del Tempo in Eternità è cominciata con i primi credenti.
Tuttavia questa trasformazione paradossale del Tempo in eternità non
è una prerogativa del cristianesimo. Abbiamo incontrato la stessa con­
cezione e lo stesso simbolismo in India (v.s. p. 77). A ksana corrispon­
de il kairos: uno come l’altro possono divenire il « momento favorevo­
le » in virtù del quale si « esce dal tempo » e raggiungere l’eternità...
In ultima istanza si chiede al cristiano di diventare contemporaneo di
Cristo: questo implica sia un’esistenza concreta, nella storia, sia la con­
temporaneità della predicazione, dell’agonia e della risurrezione di Cristo.

Simboli e cultura

La storia di un simbolismo è un argomento di studio appassionante


e del resto assolutamente giustificato, in quanto costituisce la migliore
introduzione a ciò che è stata chiamata la filosofia della cultura. Le Im­
magini, gli archetipi, i simboli sono vissuti e valorizzati in modi diver­
si: il prodotto di queste attualizzazioni è ciò che in gran parte costitui­
sce lo « stile culturale » di una determinata regione. A Ceram, nelle iso­
le Molucche e ad Eieusi ritroviamo le avventure mitiche di una fanciul­
la primordiale: Hainuwele e Kore Persefone. Dal punto di vista strut­
turale 11 i loro miti si assomigliano, eppure che differenza tra la cultura
greca e quella di Ceram! La morfologia della cultura, la filosofia degli
stili presteranno attenzione soprattutto alle forme particolari che l’im­
magine della Fanciulla assume in Grecia e alle MoluCche. Tuttavia se
queste culture, in quanto formazioni storiche, non sono più intercam­
biabili, essendo già costituite nei loro proprii stili rispettivi, sono però
paragonabili a livello delle Immagini e dei simboli. Proprio questa pe­
rennità e questa universalità degli archetipi è ciò che « salva » in ultima
istanza le culture, rendendo al tempo stesso possibile una filosofia del­
la cultura che sia più di una morfologia o di una storia degli stili. Ogni
cultura è una « caduta nella storia » e, di conseguenza, è limitata. Non
ci si lasci trarre in inganno dall’incomparabile bellezza, dalla nobiltà e

11 Cfr. Ad. E. Jensen, Hainuwele. Volkerzählungen von der Molukken-Insel


Ceram, Frankfurt-a-Mein 1939; id., Die Drei Ströme, Leipzig 1948, pp. 277».;
C.G. Jung e Karl Kerényi, « Das Göttlichen Mädchen* in Albae Vigiliae, Heft 8-9,
Amsterdam 1941.

153
Simbolismo e storia

dalla perfezione della cultura greca, poiché nemmeno essa è universal­


mente valida in quanto fenomeno storico-, provate, ad esempio, a rive­
lare la cultura greca a un africano o a un indonesiano: il messaggio non
verrà loro trasmesso dall’ammirevole « stile » greco, bensì dalle Imma­
gini che essi riscopriranno nelle statue o nei capolavori della letteratu­
ra classica. Ciò che per un occidentale è bello e vero nelle manifestazio­
ni storiche della cultura antica, non ha valore alcuno per un indigeno
oceaniano, dal momento che le culture, manifestandosi in strutture e
stili condizionati dalla storia, si sono limitate. Tuttavia le Immagini che
le precedono e le informano rimangono eternamente vive e universal­
mente accessibili. È difficile che un europeo ammetta che il valore spi­
rituale per l’uomo in genere e il messaggio profondo di un capolavoro
greco, la Venere di Milo ad esempio, non risiede, per tre quarti dell’u-
manità, nella perfezione formale della statua, bensì nelPImmagine del­
la Donna che essa rivela. Eppure, se non riusciamo a renderci conto di
questa semplice verità di fatto, la speranza di allacciare un dialogo utile
con un non europeo è nulla.
Insomma, ciò che mantiene « aperte » le culture è la presenza delle
Immagini e dei simboli: a partire da qualsiasi cultura, quella dell’Aù-
stralia al pari di quella di Atene, le situazioni-limite dell’uomo sono
perfettamente rivelate grazie ai simboli che le sostengono. Se si trascu­
ra questo fondamento spirituale unico dei diversi stili culturali, la filo­
sofia della cultura sarà condannata a rimanere uno studio morfologico e
storico, privo di qualsiasi validità per la condizione umana in quanto
tale. Se le Immagini non fossero al tempo stesso un’« apertura » verso
il trascendente, in qualsiasi cultura, per quanto grande e ammirevole la
si ritenga, si finirebbe per soffocare. A partire da qualsiasi creazione spi­
rituale stilisticamente e storicamente condizionata si può ritrovare l’ar­
chetipo: Kore Persefone al pari di Hainuwele ci rivela lo stesso desti­
no, patetico ma fecondo, della Fanciulla.
Le Immagini costituiscono delle « aperture » verso un mondo trans­
storico. Non è questo il loro merito minore, in quanto grazie ad esse, le
diverse « storie » possono comunicare. Si è molto parlato dell’unifica­
zione dell’Europa medievale ad opera del cristianesimo. Ciò è vero so­
prattutto se si pensa all’omologazione delle tradizioni religiose popola­
ri: con l’intermediario dell’agiografia cristiana i culti locali—dalla Tra­
cia alla Scandinavia e dal Tago fino al Dnieper—sono stati riportati a
un « comun denominatore ». In virtù della loro cristianizzazione, gli dei
e i luoghi di culto dell’Europa intera non soltanto hanno ricevuto nomi

154
Osservazioni sul metodo

comuni, ma hanno in qualche sorta ritrovato i loro propri archetipi e,


di conseguenza, le loro valenze universali: una fonte della Gallia, con­
siderata sacra fin dalla preistoria, ma sacra per la presenza di una figu­
ra divina locale o regionale, diventa sacra per l’intera cristianità dopo
essere stata consacrata alla Vergine Maria. Tutti gli uccisori di draghi
vennero assimilati a San Giorgio o ad un altro eroe cristiano, tutti gli
dei della tempesta a San Elia. La mitologia popolare, da regionale e pro­
vinciale, diventa ecumenica. Il cristianesimo ha svolto un ruolo civiliz­
zatore considerevole soprattutto con la creazione di un nuovo linguag­
gio mitologico comune per le popolazioni rimaste legate alle loro terre
e che correvano quindi un maggior rischio di isolarsi nelle loro tradizio­
ni ancestrali: cristianizzando l’antico retaggio religioso europeo, non so­
lo lo ha purificato, ma ha trasportato nella nuova tappa spirituale del­
l ’umanità tutto ciò che meritava di essere « salvato » tra queste vec­
chie pratiche, credenze e speranze dell’uomo pre cristiano. Nel cristia­
nesimo popolare sopravvivono ancor oggi miti e credenze dell’era neoli­
tica: la pappa di grani in onore dei morti, ad esempio (la coliva dell’Eu­
ropa orientale ed egeica). La cristianizzazione degli strati popolari del­
l ’Europa ha avuto luogo soprattutto grazie alle Immagini: le si ritro­
vava ovunque, bastava ridar loro valore, reintegrarle e dar loro nuovi
nomi.
Non ci si aspetti per domani un fenomeno analogo, ripetibile su sca­
la planetaria. Al contrario, l’ingresso dei popoli esotici nella storia avrà
ovunque come ripercussione un aumentato prestigio delle religioni au­
toctone. Come abbiamo detto, l’Occidente è attualmente costretto al dia­
logo con le altre culture « esotiche » e « primitive ». Sarebbe deplore­
vole che questo dialogo venisse intavolato senza aver tratto alcun inse­
gnamento dalle rivelazioni emerse dallo studio dei simbolismi.

Osservazioni sul metodo

Dopo quel che abbiamo or ora esposto, si vede in che senso è stata
superata la posizione « confusionista » di un Tylor o di un Frazer i qua­
li, nelle loro ricerche antropologiche ed etnografiche, accumulavano esem­
pi privi di ogni continuità geografica o storica, citando un mito austra­
liano a fianco di un mito siberiano, africano o nord americano, convinti
che si trattasse sempre ed ovunque della stessa « reazione uniforme del­
lo spirito umano di fronte ai fenomeni della Natura ». Rispetto a que­

155
Simbolismo e storia

sta posizione, così simile a quella di un naturalista dell’epoca di Darwin,


la scuola storico-culturale di Graebner-Schmidt e le altre scuole storici-
ste hanno segnato un progresso incontestabile. Era tuttavia importante
non lasciarsi immobilizzare nella prospettiva storico-culturale e doman­
darsi se, oltre alla loro storia propria, un simbolo, un mito, un rituale
possono rivelarci la condizione umana in quanto modalità di esistenza
‘specifica nell’Universo. È quello che abbiamo cercato di fare in queste
pagine e in svariate altre nostre pubblicazioni recenti12.
Da buoni positivisti, Tylor o Frazer consideravano la vita magico-
religiosa dell’umanità arcaica un ammasso di « superstizioni » puerili,
frutto di paure ancestrali o della stupidità « primitiva ». Questo giudi­
zio di valore, però, è in contraddizione con i fatti. Il comportamento
magico-religioso dell’umanità arcaica rivela una presa di coscienza esi­
stenziale dell’uomo rispetto al Cosmo e a se stesso. Là dover Frazer ve­
deva soltanto una « superstizione », era già implicita una metafisica, an­
che se essa si esprimeva tramite i simboli più che attraverso l’intreccio
dei concetti: una metafisica, è dire una concezione globale e coerente
della Realtà e non una serie di gesti istintivi retti da una stessa e fon­
damentale « reazione dell’animale umano davanti alla Natura ». Così
quando, facendo astrazione dalla « storia » che li separa, noi raffrontia­
mo un simbolo oceaniano a un simbolo dell’Asia settentrionale, ci rite­
niamo autorizzati a farlo non in quanto entrambi sarebbero il prodotto
di una stessa « mentalità infantile », bensì perché il simbolo, in se stes­
so, esprime la presa di conoscenza di una situazione-limite.
Si è cercato di spiegare 1’« origine » dei simboli sulla base dell’im­
pressione sensibile, esercitata direttamente sulla corteccia cerebrale, dei
grandi ritmi cosmici (la traiettoria del sole, ad esempio). Non sta a noi
discutere questa ipotesi, tuttavia il problema dell’« origine », in sé, ci
sembra un problema mal posto (v.s. p. 111). Il simbolo non può essere
11 riflesso dei ritmi cosmici in quanto fenomeni naturali, in quanto un
simbolo rivela sempre qualcosa di più che l’aspetto della vita cosmica
che sta a rappresentare. I simbolismi e i miti solari, ad esempio, ci ri­
velano anche un lato « notturno », « malvagio » e « funerario » del so­
le, cosa che, di primo acchito, non è evidente nel fenomeno solare in
quanto tale. Questo lato in certo qual modo negativo, inosservato nel
Sole in quanto fenomeno cosmico, è elemento costitutivo del simboli­
smo solare e questo dimostra che, fin dall’inizio, il simbolo appare co­

12 Questo problema verrà ampiamente dibattuto nel secondo volume del nostro
Trattato di Storia delle religioni.
156
Osservazioni sul metodo

me una creazione della psiche. Ciò diventa ancor più evidente quanto
ci si ricorda che la funzione di un simbolo è proprio quella di rivelare
una realtà totale, inaccessibile agli altri mezzi di conoscenza: la coinci­
denza degli opposti, ad esempio, espressa dai simbolismi con tanta ab­
bondanza e tanta semplicità, non è data in nessun punto del Cosmo e
non è accessibile all’esperienza immediata dell’uomo né al pensiero di­
scorsivo.
Stiamo però attenti a non credere che il simbolismo si riferisca uni­
camente alle realtà « spirituali ». Per il pensiero arcaico una separazio­
ne del genere tra lo « spirituale » e il « materiale » non ha senso: i due
piani sono complementari. Il fatto di ritenere un’abitazione collocata al
« Centro del Mondo », non toglie che essa sia uno strumento che sod­
disfa precisi bisogni e che è condizionato dal dima, dalla struttura eco­
nomica della società e dalla tradizione architettonica. Ancora in tempi
recenti la vecchia disputa tra « simbolisti » e « realisti » è tornata a
scoppiare a proposito dell’architettura religiosa dell’antico Egitto. Le
due posizioni sono inconciliabili solo in apparenza: nell’orizzonte della
mentalità arcaica tener conto delle « realtà immediate » non vuol affat­
to dire che si ignorano o si disprezzano le loro implicazioni simboliche
e viceversa. Non bisogna credere che l’implicazione simbolica annulli il
valore concreto e specifico di un oggetto o di una operazione: quando
la zappa viene chiamata fallo (come avviene in certe popolazioni austro­
asiatiche) e la semina viene equiparata all’atto sessuale (come si fa qua­
si dappertutto nel mondo) non ne consegue che l’agricoltore « primiti­
vo » ignora la funzione specifica del suo lavoro e il valore concreto, im­
mediato, del suo attrezzo. Il simbolismo aggiunge un valore nuovo ad
un oggetto o ad un’azione, senza per questo intaccare i loro valori pro­
pri ed immediati. Applicandosi ad un oggetto o ad un’azione, il simbo­
lismo li rende « aperti ». Il pensiero simbolico fa « scoppiare » la real­
tà immediata, senza però sminuirla né svalutarla: nella sua ottica l’Uni-
verso non è chiuso, nessun oggetto è isolato nella sua esistenzialità: tut­
to è tenuto insieme da un sistema serrato di corrispondenze e di assi­
milazioni u. L ’uomo delle società arcaiche ha preso coscienza di sé in
un «mondo aperto» e ricco di significato: resta da sapere se queste
« aperture » sono altrettanti mezzi di evasione oppure se, al contrario,
esse costituiscono l’unica possibilità di accedere alla vera realtà del
mondo.
13 Per ben intendere la trasformazione del mondo ad opera del simbolo basti
ricordare la dialettica della ierofania: un oggetto diventa sacro pur rimanendo se
stesso (v. s. p. 80).
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