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rende mansueti i cuori crudeli e muove a sua volontà gli ignoranti. Nell’allegoria «dei teo­ L’allegoria
logi», invece, il senso letterale è già vero per se stesso, non è inventato per significare qual­ dei teologi
che cosa: è storico. Questo è il caso della Sacra Scrittura: i fatti che essa racconta sono veri,
storicamente verificatisi; ma essi assumono, nel disegno di Dio, anche altri significati: la
fuga degli Ebrei dall’Egitto, sotto la guida di Mosè, significa la nostra redenzione ad opera
di Cristo.
In questo capitolo Dante precisa subito che nel suo commento alle canzoni vuol seguire
l’allegoria «dei poeti»; e difatti la «donna gentile» e il suo amore per lei sono solo una fin­
zione poetica. A dire il vero, nel dare esempi del senso morale e di quello anagogico, Dante
usa proprio esempi tratti dalla Sacra Scrittura, non da poeti; ma precisa anche che, nel com­
mentare le sue canzoni, toccherà solo incidentalmente questi due sensi, e si occuperà preva­
lentemente di quello letterale e di quello allegorico. Il discorso invece cambierà totalmente
quando dalle canzoni allegoriche passerà alla Commedia, come si può vedere nelYEpistola
a Cangrande (cfr. T139).

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T138 PROPOSTE DI LAVORO
1. Sintetizzare in uno schema i quattro sensi delle scritture.
2. Qual è la differenza tra l’allegoria dei poeti e quella dei teologi?
3. Cogliere tutte le figure retoriche presenti nel testo (ad esempio: metafore, similitudini, parafrasi...).
4. Confrontare l’interpretazione dell’allegoria presente qui nel Convivio con quella presente.nella lettera a Can­
grande (T139).
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dal YEpistola a Cangrande

Uallegoria, il fine,
il titolo della Commedia

g¡ L ’epistola XIII è indirizzata a Cangrande della Scala, signore di


Verona, presso cui Dante aveva trovato ospitalità durante l’esilio (e
che è celebrato anche in Paradiso, XVII); con essa, viene dedicato a Can­
grande il Paradiso. L ’epistola contiene tutta una serie di indicazioni
di lettura del poema. Si è molto discusso se essa sia autentica o no.
Ma, come ha osservato Umberto Eco, anche qualora non fosse stata
scritta da Dante, «rifletterebbe comunque un atteggiamento interpre­
tativo assai comune a tutta la cultura medievale», e «spiegherebbe il
modo in cui nei secoli Dante è stato letto» (U. Eco, L’epistola XIII,
l’allegorismo medievale, il simbolismo moderno, in Sugli specchi, Bom­
piani, Milano 1985, p. 215).

Per la chiarezza di ciò che va detto si deve sapere che il senso di quest’opera non è semplicemente
uno, anzi essa può dirsi polisignificante, cioè di più sensi; infatti il primo senso è quello che si ha dalla
lettera, ma altro è quello che si ottiene al di là delle cose significate letteralmente. Il primo si chiama
letterale, il secondo allegorico, o morale, o anagogico. Questo modo di esporre, perché sia più chiaro,

Dante
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si può considerare in questi versi: «All’uscita di Israele dall’Egitto, della casa di Giacobbe da una nazione
barbara, la Giudea diventò il suo santuario, Israele il suo dominio»1. Ora, se guardiamo solo alla let­
tera, ci vien significato che i figli d’Israele uscirono dall’Egitto al tempo di Mosè; se badiamo all’alle­
goria, ci vien significata la nostra redenzione attuata da Cristo; se al senso morale, la conversione
dell’anima dal lutto e dalla miseria del peccato allo stato di grazia; se all’anagogico, ci vien significata
la liberazione dell’anima santa dalla servitù della corruttibilità terrena verso la libertà della gloria eterna.
E benché questi sensi mistici si chiamino con vari nomi, si possono generalmente dire tutti allegorici,
in quanto sono traslati dal senso proprio o narrativo. Dicesi infatti «allegoria» da «alleon» greco2,
che in latino vuol dire «alienum» cioè «diversum».
Visto ciò, è chiaro che il soggetto deve essere duplice, e che i due sensi3 vi si intreccino alternati.
E perciò si deve vedere riguardo al soggetto di quest’opera, secondo che sia preso alla lettera e secondo
che sia preso nel significato allegorico. Il soggetto dell’insieme dell’opera dunque preso solo letteral­
mente è lo stato delle anime dopo la morte descritto in modo puro e semplice; e intorno a questo tema
si svolge tutto il processo dell’opera. Se lo si prende allegoricamente, il soggetto è l’uomo, in quanto
meritando o demeritando sulla base del libero arbitrio è suscettibile di giusto premio o di giusto castigo.
Ma anche la forma è duplice: la forma del trattato e la forma di trattare4. La forma del trattato
è triplice, secondo una triplice divisione. La prima divisione è quella per cui l’insieme dell’opera è ripartito
in tre cantiche. La seconda, perché ogni cantica è ripartita in canti. La terza, perché ogni canto è
ripartito in gruppi ritmici. La forma o modo di trattare è poetica, inventiva, descrittiva, digressiva,
transuntiva, e insieme definitiva, divisiva, probativa, reprobativa ed esemplificativa.
Il titolo del libro è «Comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi».
E per capire che cosa significa bisogna sapere che «commedia» si dice da «comos» contado, e «oda»
cioè canto, onde commedia è quasi «canto rustico». E la commedia è un genere di narrazione poetica
differente da tutti gli altri. Infatti è diversa dalla tragedia nella materia in questo, che la tragedia
dapprincipio è ammirabile e quieta, e nella fine o esito è rivoltante e terrificante; e perciò è detta così
da «tragos» che significa caprone, e «oda», quasi canto caprino, cioè fetido a guisa di capro5; come
è evidente nelle tragedie di Seneca. La commedia comincia dalle difficoltà di un soggetto qualunque,
ma la sua materia termina felicemente, com’è evidente nelle commedie di Terenzio. E di qui alcuni
scrittori presero l’abitudine di dire nei loro saluti invece dell’augurio «tragico principio e comica fine».
Similmente differiscono nel modo di esprimersi: la tragedia volendo elocuzione elevata e sublime, la
commedia invece dimessa ed umile, come impone Orazio nella sua Arte poetica6 dove permette ai
comici di esprimersi qualche volta come tragici, e viceversa:
Talora però anche la commedia leva la voce,
e Tirato Cremete7 disputa con gonfio linguaggio;
e spesso si duole con dimesse parole
il tragico Telefo e Peleo...
Per tutto ciò è chiaro che la presente opera si dica Commedia. Infatti se si guarda alla materia, è orri­
bile e repellente dal principio, perché è l’inferno, mentre alla fine è prospera, desiderabile e attraente,
perché è il Paradiso; se al modo di esprimersi, è il modo dimesso e umile, perché è la lingua volgare
in cui comunicano anche le donnette. Ci sono altri generi ancora di narrazione poetica, come il carme
bucolico, l’elegia, la satira, e il canto votivo, come può risultare anche da Orazio nella sua Arte poetica-,
ma non è ora il momento di trattarne [...].

1. «All’uscita... dominio»: è il Salmo 113. gorico, che può includere anche il morale allo svolgimento narrativo della materia.
Cfr. T138 (Convivio, II, 1). Va ricordato e l’anagogico. 6. Orazio ... Poetica: si tratta dell’E'jBi-
che gli eventi della storia del popolo ebraico 4. forma... trattare: con la prima espres­ stula ad Pisones di Orazio, un trattato di
raccontati nella Bibbia vengono interpre­ sione, forma del trattato, l’autore intende poetica noto e seguito nel Medio Evo come
tati come prefigurazione della vita e rive­ la struttura generale (metro e prosa), con testo fondamentale, tanto da costituire ima
lazione di Cristo. Nel canto II del Purga­ la seconda, forma di trattare, la struttura vera e propria “ autorità” , sulla base della
torio, il Salmo è intonato dalle anime che formale, interna all’opera. quale Dante giustifica la commistione di
pervengono alla montagna dopo la morte. 5. cioè ... capro: l’interpretazione dell’e- stile umile e sublime, presente nella Com­
2. Dicesi... greco: Dante ebbe evidente­ timo dei due generi (commedia e tragedia) media ma vietata dalle rigide norme della
mente qualche vaga notizia del greco, ma è tratta dalle Magnae Derivationes di retorica medievale.
la grafia della parola qui indicata è errata. Uguccione da Pisa, da cui proviene anche 7. Cremete: nome ricorrente di personaggi
3. due sensi: intende il letterale e l’alle- la distinzione dei generi operata in base della commedia antica.

Epistola a Cangrande
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Il fine del tutto e della parte potrebbe essere molteplice, cioè prossimo e remoto; ma, tralasciando
un minuzioso esame, si può dire brevemente che il fine del tutto e della parte è togliere dallo stato
di miseria i viventi in questa vita e condurli allo stato della felicità.
Il genere di filosofia, poi, secondo il quale si procede qui nel tutto e nella parte, è l’attività morale
ovvero etica; perché tanto il tutto quanto la parte non hanno un fine speculativo, ma concreto8. Infatti
se in qualche luogo o passaggio vi si tratta alla maniera dell’attività speculativa, ciò non avviene mirando
alla speculazione, ma all’opera concreta; perché, come dice il Filosofo nel secondo della Metafisica,
«talora i filosofi pratici speculano in relazione a cose e momenti particolari».
Trad. it. di F. Chiappelli in Dante Alighieri, Tutte le opere, Mursia, Milano 1965

8. ma concreto: Dante non nega la com- I che essa non tocca la filosofia teoretica
ponente dottrinale dell’opera ma chiarisce I bensì quella morale.

ANALISI DEL TESTO

In questo passo famoso Dante tocca alcuni punti essenziali per l’interpretazione del poema.
In primo luogo l’allegoria. Nel Convivio distingueva l’allegoria «dei poeti», in cui il senso L’allegoria
letterale è fittizio, da quella «dei teologi», in cui il senso letterale è reale, e affermava di della Commedia
voler seguire la prima. Ma qui l’esempio che dà non è più tratto da un poeta, Ovidio, bensì è «dei teologi»
dalla Sacra Scrittura (il salmo In exitu Israel de Aegypto). Ciò presumibilmente vuole indi­
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care, come ha mostrato Singleton {La poesia della «Divina commedia» cit.) che l’allegoria
della Commedia vuol essere l’allegoria dei teologi: in essa il senso letterale non è una «bella
menzogna», ma è un fatto reale. Non vi è più una «donna gentile» del tutto fittizia, puro
personaggio letterario, ma un Virgilio storico, una Beatrice storica, un san Bernardo sto­
rico. Il viaggio non è una finzione poetica, ma un evento storico, reale. Il poema si propone
dunque di imitare il modello della Sacra Scrittura, e in certo qual modo di offrirsi quale
«prosecuzione del libro divino» (Eco): non per nulla è il «poema sacro».
Dante passa poi a definire il soggetto dell’opera. Letteralmente è «lo stato delle anime Il soggetto
dopo la morte»; allegoricamente è il modo in cui la giustizia di Dio si esercita sull’uomo, dell’opera
sui suoi meriti e le sue colpe. Per quanto riguarda la forma della trattazione, Dante usa
dieci definizioni («poeticus, fictivus,... » ecc.). Le prime cinque sono le proprietà che la tradi­
zione assegnava al discorso poetico; le altre cinque sono tipiche del discorso teologico e filo­
sofico: Dante cioè ritiene che la poesia abbia dignità filosofica; e difatti legge i poeti classici
come se fossero portatori di verità, al pari della Scrittura (U. Eco, Arte e bellezza nell’este­
>
’ mmm tica medievale, Bompiani, Milano 1987).
Il passo successivo dà ragione del titolo, Commedia?-che deriva sia dalla materia, che Il titolo
all’inizio è aspra ma termina felicemente, sia dallo stile, che.è «dimesso e umile» (su questi e lo stile
ililiil
i problemi cfr. il profilo di Dante, § 7.6). Infine è importante l’affermazione che l’opera è stata
scritta non per puri fini speculativi, ma per l’azione, per rimuovere l’umanità dallo stato
presente di miseria e condurla alla felicità.

Dante

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