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Relazione sul convegno

Stati alterati di coscienza come pratica rituale

Salvatore Luiso, A28/577

Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”


Dipartimento di Lettere e Beni Culturali
Corso di Laurea in Filologia Moderna
Giovedì, 20 aprile 2017

Sommario
Il convegno “Stati alterati di coscienza come pratica rituale”, che si è tenuto
giovedì 20 aprile 2017 presso l’aulario del Dipartimento di Lettere e Beni Cultu-
rali, è stato organizzato dalla prof.ssa Claudia Santi1 e dal prof. Daniele Solvi2 e
ha visto la partecipazione di diversi accademici con argomenti molto interessan-
ti. Il tema degli stati alterati di coscienza, infatti, è stato analizzato da più punti
di vista, distanti non solo nello spazio e nel tempo, ma anche nelle discipline dei
vari interventi. Si è partiti dalla descrizione di un rito sciamanico mongolo e sub-
siberiano (prof. Marcello De Martino,3 se ne parla ampiamente più avanti), per
arrivare alle allucinazioni indotte a tema religioso dei film (prof.ssa Claudia San-
ti, «Esperienze psichedeliche e paradisi (o inferni?) artificiali nella controcultura
statunitense.»), passando per l’“alterazione” greco-romana (prof. Carmine Pi-
sano,4 «Forme rituali di possessione nella Grecia antica: il caso della Pizia») e
l’estasi mistica nell’arte da Giotto alla Controriforma (prof.ssa Alessandra Bar-
tolomei Romagnoli,5 «Estasi barocche. Tipologie iconografiche tra scrittura e
rappresentazione»).
Questa relazione tratterà dell’intervento del prof. De Martino, «Vie del-
l’estasi in Eurasia. Convergenze sacrali tra sciamanesimo buriato e culto del
fuoco indoeuropeo», che ha mostrato e commentato il video di uno sciamano
mongolo, argomentando una suggestiva ipotesi sull’origine siberiana dei riti
sciamanici indoeuropei e americani.

Vie dell’estasi in Eurasia. Convergenze sacrali tra sciamane-


simo buriato e culto del fuoco indoeuropeo
Il prof. De Martino mostra un video girato da lui stesso di un rito sciamanico
buriato. Le riprese sono state fatte a Binder, in Mongolia, a 50 km della capitale
1
Cattedra di Storia delle Religioni, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.
2
Cattedra di Letteratura Latina Medievale e Umanistica, Università della Campania “Luigi
Vanvitelli”.
3
International Institute of South Asian Studies.
4
Università di Napoli “Federico II”.
5
Pontificia Università Gregoriana.

1
Ulan Bator, nel 2015. Si tratta di un estratto di un video più lungo che mostra sia il
maestro che l’allievo: il professore si è avvalso solo delle immagini di quest’ultimo.
Entrambi non sono di etnia propriamente mongola, bensì sono buriati. Durante il
rito bevono moltissima vodka, che ha sostituito la tradizionale birra.6 L’alcol, infatti,
insieme al tabacco, servono a purificare lo sciamano, per cui ne fa largo uso.
Si può diventare sciamano dopo aver sentito la “chiamata divina”: i “predesti-
nati” possono essere sfiorati da un fulmine (in questo caso è Dio stesso che glielo
ordina), oppure possono sentire forti dolori, che dureranno finché non ci si dedichi
alle pratiche sciamaniche.
Il luogo dove si tengono i riti è la tradizionale tenda circolare, la iurta (in mon-
golo Ger). In quella mostrata nel video, convivono tradizione e modernità, sacro e
profano: ci sono le immagini sacre del dio celeste del fulmine Tengri e, al suo fianco,
del lupo, ma anche una televisione o un molto occidentale tubo di Pringles. Il centro
della tenda coincide con il centro del mondo: durante il rito, micro- e macro-cosmo
coincidono. Una funzione simile viene svolta anche dal fuoco nei riti che lo richiedo-
no: posizionato al centro della scena, serve a purificare sia la tenda, sia gli strumenti
che vengono utilizzati dallo sciamano, in particolare il tamburo. Il fuoco, del resto,
è la base della civiltà, e venne concesso proprio tramite un fulmine. Il mito sulla sua
origine ritorna con aspetti simili in diverse civiltà asiatiche ed europee.
A proteggere lo sciamano, invece, servono i particolarissimi vestiti. I tre colori
principali sono l’argento/bianco, il rosso e l’azzurro/blu, che rappresentano i tre
mondi sotterraneo, terreno e celeste: solo lo sciamano può attraversarli tutti e tre.
Il cappello presenta una visiera di coda di cavallo che copre gli occhi, in modo
che lo sciamano non abbia alcun contatto con il mondo esterno. Il tamburo è la
voce dello sciamano, e coincide con quella del tuono. È fatto generalmente di pelle
di pecora o di capra e viene purificato attraverso l’affumicatura sul fuoco dei riti.
Anche la purificazione iniziale dello sciamano viene fatta mediante una abluzione
di acqua bollente scaldata nel braciere centrale, rimestato per 108 volte: il numero è
importante anch’esso.
Il professore ha chiesto ben due riti a questo sciamano: il primo è una possessione,
il secondo una divinazione. Nel primo caso, lo sciamano ha battuto diverse volte
il tamburo mentre aveva gli occhi coperti, quindi è stato posseduto da un antico
spirito. Durante la possessione, lo sciamano beve un’intera bottiglia di vodka: lo
spirito ha bisogno di corporeità e l’alcol lo rende forte. Parla solo con una persona
in antico mongolo: si presenta come un guerriero di Gengis Khan del sec XIII. Nel
secondo, lo sciamano ha preso uno specchio per leggere il futuro del professore
nella luce riflessa del sole, concepito come un riflesso lontano del fuoco.
Questi rituali vengono da quelli delle popolazioni sub-siberiane, e sono uguali –
o almeno molto simili – dalla Mongolia fino all’Ucraina: ciò fa pensare che in realtà
tutti i riti sciamanici abbiano un’unica origine, cioè la Siberia, e poi siano giunti, attra-
verso le popolazioni indoeuropee, in Europa e, attraverso le migrazioni per lo stretto
di Bering, in America, dove poi si sono evoluti negli sciamani dell’immaginario
collettivo, quelli dei nativi americani.

6
L’introduzione da parte dei russi della vodka, con un tasso alcolico molto più alto della birra
mongola, ha avuto devastanti effetti sociali in Mongolia, tanto che il Paese registra un’altissima
percentuale di alcolizzati.

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