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SCALEA

Alla scoperta del


CENTRO
STORICO
La cartolina, risalente agli inizi
degli anni Venti, ritrae uno scorcio
dell’abitato con persone in posa,
di cui alcune sullo scoglio di
San Nicola, poi “scioccamente
abbattuto”, come ricorda Attilio
Pepe, in quanto ostacolava il
tracciato della Statale 18.

Nota per il lettore


In questa pubblicazione sono riportati i seguenti segni dialettali, che sono da legger-
si all’italiana:
ǝ – vocale centralizzata indicante il suono indistinto in fine di parola;
š – corrisponde in Italiano al suono “sci”.
da pag. 7 a pag. 34

“ Storia, “
cultura e religione

da pag. 35 a pag. 48

“ Il paese “
si racconta
Il mio paese
H o davanti una pagina bianca e devo presentare questo prezioso e nuovo lavoro, che
trovo molto bello e anche elegante nella sua cura; le capacità dello Studio Gridei sono
di grande livello.
Gianfranco Deidda ed Enzo Grisolia hanno assecondato l’importanza annessa a questo
progetto e la nostra antica collaborazione ne ha creato le condizioni. In un post che compare
sul mio diario FB sono spiegati in modo semplice l’idea di lavorare a questo fascicolo e, at-
traverso la costruzione di un’idea, il modo di realizzarlo. Vorrei sottolineare l’importanza di
dare al nostro amico interlocutore e turista dei materiali seri e anche semplici, pur nella dif-
ficoltà di rendere facili argomenti un po’ complessi; in vacanza, cultura e leggerezza devono
viaggiare insieme. Per affrontare la Storia e dare al viandante o pellegrino l’importanza che
merita, caricandolo della responsabilità del silenzio e della preghiera e di riflessioni sulla vita
delle persone che hanno vissuto in questo magico sito, ho pensato a uno storico vero della
Scalea magica e antica per offrire una guida rassicurante in una ricerca anche personale a
chi lascia i passi e i pensieri dove altri prima di loro lo hanno fatto. Antonio Vincenzo Valente,
scaleoto e studioso, è il nostro storico con cui ho in passato affrontato altri impegni editoriali
fra cui un’opera importante scritta a quattro mani con un altro storico di Scalea, Amito Vac-
chiano: San Nicola dei Greci a Scalea - La cappella bizantina tra arte e storia è il titolo
di tale volume.
Alla Scoperta del Centro Storico, titolo centrale di questo lavoro, è diviso in due parti: la
prima mette in risalto i temi della Storia, della Cultura, in senso molto ampio, e la Religione.
La presenza delle due Chiese principali del paese e il loro respiro profondo, che racchiude
gli affanni e le preghiere di intere comunità, danno al lavoro uno spessore straordinario.
Mentre la prima parte è arricchita da una ricerca iconografica di grande livello dello Studio
Gridei, la seconda parte, non meno bella, mi ha spinto a chiedere a Gilberto D’Esposito di
fare un viaggio, con la sua macchina fotografica, alla ricerca degli angoli più suggestivi e
magici del nostro borgo antico. Camminando su e giù, Gilberto ha fotografato con grande
sapienza e un po’ da poeta angoli meravigliosi. Infatti, guardando le immagini con Enzo e
Gianfranco, ho pensato a un titolo che si avvicina all’idea che mi sono sempre fatto dopo le
chiacchierate uniche e ricche di umanità con Nuccio Maiorana, caro amico dalle elemen-
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tari. Nuccio è nato e vissuto fino al matrimonio nel centro antico e, con una capacità unica,
mi ha tolto molte curiosità, raccontandomi storie incredibili di personaggi indimenticabili.
Quando Nuccio racconta, io ascolto con attenzione e nel silenzio di questa campagna, nella
quale oggi mi trovo, nel Monferrato, sfogliando le bozze e rivedendo le foto di Gilberto sento
delle voci conosciute, tanto da farmi scrivere “IL PAESE SI RACCONTA”.

Osvaldo Cardillo
Particolare del sarcofago
di Ademaro Romano del
XIV secolo, realizzato da
una bottega napoletana di
scuola tinesca.
Un po’ di storia...
L ’agglomerato di Scalea contiene importanti testimonianze del suo passato. Esse, tuttavia,
non appaiono percepibili al visitatore ordinario, spesso distratto e frettoloso, ma a quello
curioso e attento ai particolari, che sono davvero tanti, nonostante le manomissioni avvenute
soprattutto negli ultimi decenni. Si tratta per lo più di elementi architettonici che contraddi-
stinguono le varie epoche, a partire da quella medioevale, in cui affondano le vere radici del
paese, come ha rilevato Amito Vacchiano.
Ancora oggi sono molti a credere che il nome dell'abitato derivi dalla forma “a scala”,
ossia a gradinata verso il mare. Così è scritto anche in alcuni libri, ma è vero questo? Del
problema etimologico si sono occupati gli storici locali, che hanno dato versioni diverse.
Soltanto negli ultimi anni si è tenuto conto dell’ipotesi di Gerhard Rohlfs, già nota in ambito
accademico. Secondo il glottologo tedesco, che si fermò anche nella nostra zona, la denomi-
nazione poteva risalire al greco “skalìa”, cioè “approdo per navi”.
Alla luce dell’ipotesi formulata dallo studioso, il Vacchiano ha collegato il toponimo al
“periodo della dominazione bizantina (sicura per la zona a partire dalla fine del IX secolo,
ma forse iniziata già molto tempo prima)”, sostenendo una derivazione quasi certa dal greco
Daskalion o Daskalia, con cui si indica delle piccole isole in prossimità della costa, ritenute
un ottimo attracco per le imbarcazioni. Questa etimologia, come spiega lo stesso Autore,
trova riscontro in alcuni documenti antichi, nei quali il centro costiero è chiamato Discolia,
Dioscalea, Didascalia e d.sqâliâh, nella versione araba del geografo Edrisi. Egli, inoltre,
rileva che accanto alla forma greca troviamo quella latina nell’XI secolo, la quale può essere
considerata come un’evoluzione fonetica, oppure come una semplificazione della forma più
arcaica.
Si tratta certamente di una interpretazione interessante, poiché il borgo prenderebbe il
nome dall'isolotto prospiciente, che in passato era parte del joli port naturel, come lo definì
François Lenormant, storico e archeologo francese dell’Ottocento. Oggi questo porto è pur-
troppo scomparso a causa della regressione marina, che ha interessato tutta la Piana del Lao,
alla cui foce, in circa un secolo, la terraferma è avanzata di quasi cinquecento metri. A tal
proposito, l’archeologo Gioacchino Francesco La Torre fa presente che le fotografie dell’inizio
del Novecento “mostrano con evidenza come l’eminenza calcarea (...) fosse allora una sorta
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di promontorio proteso sul mare che dava origine a una insenatura ai piedi della falesia sulla
quale sorge Scalea, dove era ospitato il porticciolo della città”. In precedenza, fino al XVIII
secolo, lo scoglio era del tutto staccato dalla terraferma, come si evince dalle carte geogra-
fiche d’epoca. Sappiamo inoltre che nel Cinquecento, quando venne edificata la Torre, poi
detta Talao, la stessa era conosciuta come Torre dell’Isola, la quale faceva parte del sistema
protettivo costiero voluto da Carlo V, comprendente ben 337 costruzioni difensive, una in vista
dell’altra, per fronteggiare le incursioni dei Turchi.
Il nome dell’abitato non può comunque derivare dalla disposizione a scala perché in
passato non vi erano i tanti gradini di oggi, né la pendenza accresciuta di molto con l’ultima
ripavimentazione, realizzata tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, con
pietre di cava disposte a facciavista, come si dice nel gergo dei muratori. Fino al XIX secolo le
strade erano per lo più in terra battuta e soltanto i tratti ripidi avevano un maggior numero
di scalini. La mancanza del lastrico non era dovuta all’arretratezza dei nostri avi, come si
potrebbe pensare, ma all’esigenza di evitare l’aumento dei gradini, che avrebbero reso più
difficoltoso sia il transito delle persone, sia quello degli animali destinati al trasporto dei ca-
richi. Chi decise di pavimentare le strade con i vicoli fu il dottor Francesco Vignieri negli anni
in cui fu sindaco, intorno alla metà dell’Ottocento, come ricorda Attilio Pepe, scegliendo, per
le vie principali, di utilizzare i ciottoli piatti di mare, detti stracciullǝ (dal greco starkion,
coccio), mentre per le vie secondarie delle pietre di risulta. Il selciato, pur aumentando il
numero dei gradini, fu fatto in modo tale da rimanere al di sotto della soglia dei katuoǝ
(dal greco katogheion, sotterraneo, cantina), utilizzati per lo più come botteghe, stalle o
magazzini.
Questi dati sembrano confermare l’origine bizantina del paese e quindi anche del nome,
che in realtà si è conservato nella forma dialettale fino ai nostri giorni: infatti i cittadini di
Scalea usano ancora il toponimo Scalìa; idem i viciniori, che li chiamano “skaliòti” o “ska-
liuòti”, quindi con termini che conservano il tipico suffisso greco –otis, con cui si formano
gli etnonimi. Non è possibile stabilire se al tempo della dominazione di Bisanzio vi fosse o
meno un borgo già strutturato, oppure, come pare più certo, un piccolo nucleo formatosi in-
torno al monastero basiliano di San Nicola dei Siracusani, di cui resta soprattutto la cappella,
con i frammenti pittorici. C’è anche chi sostiene una continuità abitativa con l’età romana
imperiale, come pure la presenza di un agglomerato nel periodo longobardo, nonostante la
mancanza di prove.
Di sicuro Scalea comincia a diventare un centro importante in seguito all’arrivo dei Nor-
manni, come attesta il cronista Goffredo Malaterra, che indica la città come un castrum,
ossia un castello munito e sicuro, circondato da vigneti e da oliveti. Di quest’epoca rimane
poco, a cominciare dai ruderi del castello, più volte rimaneggiato nel corso dei secoli ma che
comunque è da considerarsi di fondazione normanna, assieme alla cripta protoromanica
della chiesa di San Nicola in Plateis e al finestrone absidale della chiesa di Santa Maria
6 d’Episcopio, di cui si parlerà più avanti. Allo stesso periodo appartiene anche un rustico
pseudo-loggiato ad archi intrecciati, adiacente allo stesso luogo sacro, che secondo Gisberto
Martelli “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura civile normanna
in Calabria”.

Antonio Vincenzo Valente


“ Storia, “
cultura e religione

Dedicata a San Nicola di Mira, o di Bari, la


chiesa è documentata già intorno al 1100
come uno dei luoghi di culto appartenenti
alla Badia benedettina della SS. Trinità di
Cava dei Tirreni. Essa presenta una struttu-
ra composta da più corpi di fabbrica, realiz-
zati dal Trecento al Settecento sull’edificio
originario, costituito dalla cripta normanna,
ritenuta erroneamente di origine bizantina
ma in realtà edificata sui resti di un locale
di epoca romana imperiale, con funzione di
magazzino portuale, in base a una ricogni-
zione effettuata nel 1958 dall’archeologo
Bruno D’Agostino. Come si evince dallo
studio di Ferdinando Marino, il corpo primi-
tivo risulta “appoggiato” alla cinta muraria;
esso, inoltre, “è l’unico esempio in Calabria
che non sia soccorpo di una chiesa catte-
drale”, per cui non è da escludere che sia
stata costruita dagli stessi Benedettini per
custodire delle reliquie o sacre memorie di
un santo, poi non più collocate, visto che
neanche la tradizione devozionale ne tra-
manda la presenza.

A chiesǝ i vašǝ
La chiesa di San Nicola in Plateis
Il monumento
funerario di
Ademaro Romano,
con il baldacchino ad
arco quadrilobato,
sostenuto da due
colonnine tortili.

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Sull’origine, Carmine Manco fa presente che è costituita dalle colonne e dai pilastri, con
furono proprio i monaci a introdurre lo stile capitelli intagliati e compositi; la seconda,
protoromanico, cioè la corrente artistica che invece, è formata dalle cinque volte a cro-
Biagio Cappelli definì romanico-amalfitana, ciera. Nella costruzione sono stati impiegati
la quale si innestò su quella bizantina e ara- pochi elementi di spoglio: le quattro colonne
ba. La cripta, a pianta basilicale a tre navate, della campata centrale e le tre basi attiche.
presenta un'architettura composta da una I manufatti provengono dalla vicina località
struttura portante e da una portata: la prima Fischija, dove nel periodo romano imperiale
Il sarcofago con la
statua del defunto.
Nei bassorilievi: la
Madonna col
Bambino al centro e,
a partire da sinistra,
San Giovanni Battista,
Santa Margherita
di Antiochia,
Santa Caterina
d’Alessandria e San
Giovanni Evangelista.

La cripta
dell’Addolorata negli
anni Settanta, con le
pitture della seconda
metà del XVIII secolo,
eseguita da autore
ignoto.
Da notare le colonne,
installate capovolte.

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sorgeva un piccolo centro, formato da ville, e chia dell’Addolorata, vestita su modello spa-
identificato con Lavinium Bruttiorum. gnolo, la cui presenza è attestata nel secolo
Sino agli inizi degli anni Ottanta, il soccorpo successivo; nelle altre pareti, invece, vi era
si presentava con le volte decorate alla fine un coro ligneo dello stesso periodo e un pic-
del Settecento; le stesse, come ricorda Ma- colo organo a canne. Al di sopra degli stalli
rio Panarello, furono poi “cancellate da mal erano ben visibili i cinque busti reliquiari in
condotti interventi di ristrutturazione”. Nella legno, risalenti al Seicento, di buona fattura,
parte terminale si trovava l’altare con la nic- provenienti da una bottega di santari meri-
L’interno della chiesa
di San Nicola con le
decorazioni a stucco
del Settecento,
attribuite a Pasquale e
Salvatore
Gesummaria.

Affresco
cinquecentesco
della SS. Trinità con i
Santi Nicola e
Leonardo da
Nobiliacum, di cui
non si conosce
l’autore.

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dionali. Questi ultimi manufatti, benché di- santo, nel 1837.
sposti in modo diverso, sono stati ricollocati Non sappiamo molto sul corpo superiore,
negli stessi posti, assieme alla statua della attestato come luogo di culto parrocchiale
Dolente e a quella lignea del Sacro Cuore nel Trecento. Esso, proprio in questo perio-
di Gesù, realizzata a Nicotera da Giuseppe do, assunse la denominazione “in Plateis”
Sigillò e Figlio alla fine dell’Ottocento. Dietro in quanto l’ingresso venne a trovarsi dinan-
il muro di fondo vi è il vano sepolcrale, utiliz- zi al largo tuttora esistente. La chiesa, che
zato fino alla costruzione del primo campo- nel 1510 divenne arcipretale, prese la forma
Pala di Sant’Antonio
da Padova, dipinta nel
Cinquecento da Dirck
Hendricksz, con tre
episodi della sua vita:
La predica ai pesci a
Rimini, Il miracolo
della mula e La
bilocazione di
Montpellier.

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attuale nella seconda metà del Settecento, Novecento sono state apportate altre modi-
quando fu decorata con stucchi barocchi; fiche parziali, come il rifacimento degli altari
non fu tuttavia toccato l’esterno, che con- e del pulpito in marmo, che prima erano in
servò l’aspetto rustico che si può ammirare muratura e rivestiti da stucchi.
nelle fotografie d’epoca. Le mura vennero Il luogo di culto conserva diverse opere, a
intonacate dopo la ricostruzione del campa- cominciare dal monumento funebre di Ade-
nile, che prima era in tufo, distrutto nel corso maro Romano, vice ammiraglio della flotta
del bombardamento navale del 1943. Nel angioina, morto nel 1344. Secondo Maria
Tela secentesca della
Madonna del
Carmelo, di Giovan
Bernando Azzolino,
con San Nicola che
tiene per i capelli
Adeodato, e San
Carlo Borromeo;
in basso i principini
Spinelli: forse
Francesco a sinistra
ed Ettore a destra.

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Pia Di Dario Guida, il manufatto marmo- ra, a cui si accede da un portale in pietra
reo rimane “la più alta testimonianza della arenaria, che pare costituito da manufatti di
scultura trecentesca in Calabria”, realizzata spoglio di epoca romana imperiale. Vi sono,
a Napoli da artisti che si ispiravano al mo- inoltre, una finestra litica ad arco lobato e
dello arnolfiano, diffuso da Tino di Camaino una monofora in muratura, ritenuta l’unico
e dalla sua scuola. Il sepolcro si trova nella avanzo del cenotafio di Ruggiero Loria.
cappella di Santa Caterina d’Alessandria, di Per quanto riguarda le pitture, vanno ricor-
stile romanico-gotico con la volta a crocie- dati gli affreschi cinquecenteschi della cripta,
Affresco del miracolo di San
Nicola al Concilio di Nicea,
eseguito nel XVIII secolo da
Genesio Galtieri. Nel cartiglio,
la seguente iscrizione: Patria
sat semper fuit isto Numine
tuta, hoc porto Templum
dedimus hicque colas (La
patria fu sempre al sicuro con
la protezione di questo Santo,
perciò, Gli abbiamo dedicato
questo Tempio).

Affresco del Battesimo


del Signore nelle acque
del Giordano, dipinto
dallo stesso Galtieri.

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eseguiti da autori ignoti: il primo raffigurante no; la tela secentesca della Madonna del
la SS. Trinità con i Santi Nicola e Leonardo Carmelo, opera di Giovan Bernardo Azzoli-
da Nobiliacum; il secondo, invece, San Lo- no, in cui compaiono il Santo Titolare con
renzo Arcidiacono con Sant’Antonio Abate Adeodato, San Carlo Borromeo e, oranti, i
e Santa Caterina d’Alessandria. Vi è inoltre due principini Spinelli; gli affreschi raffiguranti
la tavola coeva di Sant’Antonio da Padova, il Battesimo di Gesù e Il Miracolo di San Ni-
dipinta dal fiammingo Dirck Hendricksz e cola, entrambi realizzati nel XVIII secolo da
proveniente dal vicino convento francesca- Genesio Galtieri da Mormanno.
“ Storia, “
cultura e religione

La chiesetta bizantina di San Nicola dei


Greci, meglio conosciuta come Cappel-
la dello Spedale, si trova nella parte alta
dell’agglomerato antico, a poche decine
di metri dalla matrice di Santa Maria d’Epi-
scopio. Vista dalla parte dell’ingresso, po-
sto a nord, essa appare come una delle
tante case del centro storico, semplice e
senza elementi distintivi, mentre dal lato
mare si distingue soltanto per la presenza
delle due finestre ad arco, visibili anche a
distanza e appartenenti al vano adiacente.
Questo “misterioso” monumento, che ne-
anche un esperto saprebbe riconoscere
a prima vista come un edificio di culto, è
rimasto troppo a lungo nell’oblio e nel de-
grado, dopo aver attraversato tutte le fasi
della storia del centro tirrenico, partecipan-
do dei periodi di splendore e soffrendo per
le tragiche vicende che l’hanno segnato
fino all’Ottocento.

L’ingresso della cappella


di San Nicola dei Greci.

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A cappellǝ bizantinǝ
San Nicola dei Greci
La zona absidale nella
seconda metà degli
anni Sessanta. Sono
rimaste le macine
in pietra, utilizzate
quando l’edificio sacro
venne trasformato in
frantoio.

L’interno della cappella


dopo il recupero
effettuato dalla
Soprintendenza di
Cosenza negli anni
Settanta. Da notare la
fossa comune in cui
furono sepolte le
persone decedute a
causa dell'epidemia
tifica del 1817.

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La cappella faceva parte del monastero che lo indica presso il mare nella regione di
basiliano dei Siracusani, dedicato al Santo Mercurio, confinante con quella di Aieta. In
di Mira, la cui fondazione va attribuita a un seguito è attestato come dipendente dal
gruppo di monaci fuggiti dalla città sicula monastero di Santa Maria di Rofrano nel
all’epoca della conquista musulmana (878). Cilento e poi come proprietà dell’abbazia di
Esso viene ricordato per la prima volta nella Santa Maria di Grottaferrata, fino agli inizi del
Vita di San Saba il Giovane, scritta nel X se- Cinquecento.
colo da Oreste, patriarca di Gerusalemme, Oggi resta davvero poco dell’intera struttura,
Affresco di San Nicola
in trono,
appartenente al III
strato, databile tra l’XI
e il XIII secolo.

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per lo più inglobata nel palazzo Grisolia: un l’area bizantina, cioè nella parte più antica
tratto del muro perimetrale del giardino, un dell’abitato.
tempo provvisto di un pozzo, e il bel cam- Rimanendo pur sempre un bene apparte-
panile incastonato in un vicolo cieco di Via nente al patrimonio ecclesiastico, la cappel-
Gravina, che si distingue per i due archi, i la poté essere utilizzata come coemeterium
quali hanno le incavature per ospitare i ceppi nel giugno del 1817, durante l’epidemia di
delle campane, di certo piccole, ma comun- tifo petecchiale, come attesta il Liber mor-
que in grado di diffondere il suono in tutta tuorum. In essa vi furono sepolte diciotto
San Basilio Magno
(III strato).

San Giovanni
Crisostomo (III strato).

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persone, di cui restano alcune ossa visibili Soprintendenza di Cosenza, dopo le tante
nella fossa comune. Acquistata in seguito richieste inoltrate da Gennaro Serra di Sca-
da privati, perse lo status di luogo sacro e lea, che, sollecitato da Attilio Pepe, si era da
fu trasformata in frantoio. In conseguenza tempo attivato presso le autorità competen-
dell’abbandono, nel secondo dopoguerra ti, ottenendo il permesso di ripulirla a proprie
subì un processo di degrado, con il crollo spese da tutti i detriti.
del tetto e altri danni. Venne salvata in extre- Dal punto di vista architettonico, l’edificio a
mis nel 1976 con l’intervento effettuato dalla navata unica, un tempo con il tetto a capan-
San Fantino il Giovane,
raffigurato nel
diaconico (III strato).

Le immagini della
parete absidale
(III strato): in alto
una parte mutila
dell’Ascensione; in
basso, al di sotto della
fascia ornamentale,
Sant’Ezechiele Profeta
a destra e San Lorenzo
Arcidiacono a sinistra.

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na, si caratterizza soprattutto per il motivo Nel catino absidale compare l’effigie ieratica
terminale, rivolto a levante, costituito dall’ab- del Titolare in cattedra, posta al centro, con
side centrale e dalle due nicchie laterali, det- quelle dei Santi Gerarchi: Gregorio di Na-
te pròtesis e diakonikòn, la prima a sinistra zianzo, Basilio Magno, Giovanni Crisostomo
e la seconda a destra di chi guarda l’altare. e Gregorio di Nissa. Nel diaconico resta il
Proprio nel muro di fondo vi è la parte più volto di San Fantino il Giovane, il cui ricono-
consistente dei reperti pittorici, appartenenti scimento si deve a Marina Falla Castelfran-
al terzo strato, realizzati tra l’XI e il XIII secolo. chi, la quale è riuscita a leggere l’iscrizione
Veduta del campanile
del monastero
basiliano dei
Siracusani, costruito
sull’arco di accesso
al complesso tra il
XII e il XIII secolo.

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posta accanto al nimbo e a stento distingue- Lorenzo Arcidiacono e le parti inferiori di
re per le numerose abrasioni. L’immagine è una Ascensione. Ulteriori reperti, disposti
importante non tanto perché presenta un su quattro strati ed eseguiti in epoche di-
santo autoctono, quanto perché è “l’unica verse, cioè dal X al XIV secolo, sono visibili
rappresentazione antica del monaco Fanti- anche nel muro meridionale, in cui compare
no che esista tuttora in Italia”. Nella stessa la Visione di Sant’Eustazio, appartenente al
parete sono rimasti altri frammenti, in cui si primo ciclo di affreschi. Sono inoltre da men-
riconoscono Sant’Ezechiele Profeta, San zionare altre due immagini di San Nicola, che
Particolare del
campanile, con le
frecce indicanti le
incavature che
ospitavano i ceppi
delle due campane.

L’esterno della
cappella, indicata con
la freccia, con il muro
del monastero.

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in quella più antica è raffigurato con San Gio- da. Il “Cantore di Dio”, come viene chiamato,
vanni Battista. Resta molto meno nella pare- è vestito come un imperatore bizantino, con
te settentrionale, tra cui l’effigie mutila di San la stola dei regnanti (lòros), perlinata e indos-
Pietro Apostolo. Occorre infine ricordare la sata sopra la tunica bianca, e con le eleganti
figura acefala in abiti regali, che risulta coe- calzature di cuoio rosso, che appaiono simili
va delle pitture del muro terminale. Essa può a quelle ricordate nel Cerimoniale di Costan-
essere identificata con il Re Davide per la tino, usate anche dai Pontefici romani fin dai
presenza di uno strumento musicale a cor- tempi di San Silvestro.
“ Storia,
Dedicata alla SS. Annunziata, la chiesa “
matrice risulta edificata già prima del 1130,
come si evince dal documento più antico,
cultura e religione
risalente appunto a tale epoca, con cui
essa viene confermata alla Badia di Cava
dei Tirreni, assieme al vicino ospedale,
che probabilmente si trovava nell’edificio
annesso, poi trasformato in una cappella
dedicata a San Domenico Glorioso, detta
anche “del Purgatorio”, che, oltre a presen-
tare un motivo icnografico civile, conserva
dei reperti archiacuti dello stesso periodo.
A motivo della denominazione “de Episco-
pio”, si è creduto in passato all’esistenza
di un vescovado, anche per la presenza
del già citato edificio con pseudo loggia-
to, indicato dalla tradizione come “casa del
vescovo”. Non sussistendo prove sull’esi-
stenza di una sede vescovile, documentata
invece nel periodo tardoantico per la vicina
Cirella a sud e per Blanda a nord, in prossi-
mità di Tortora, si può supporre che tale de-
nominazione, attestata soltanto dal 1545,
sia inerente alla posizione elevata e che, di
conseguenza, provenga da un toponimo
formato da epì, “sopra” e “skopéo”, “guar-
do”, dunque significare “sulla cima”, come
riporta Giovanni Celico. Di recente il Vac-
chiano ha ipotizzato un’origine greca per il
titolo, poi latinizzato, che potrebbe essere
tîs episcopîs, cioè “della diocesi”, indican-
te una fondazione monastica nata da una
particolare forma di donazione da parte di
laici che, dopo aver chiesto di trasformare
la propria dimora in un monastero, pronun-
ciavano i voti davanti al vescovo.

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A chiesǝ i supǝ
La chiesa di Santa Maria d’Episcopio
Il finestrone arabo-
normanno di forma
ogivale, realizzato per
lo più in laterizio, che
si caratterizza per
l’intreccio di archi
trilobati.

L’interno della chiesa


come si presenta
oggi, con le
decorazioni
barocche del
Settecento, realizzate
da stuccatori
meridionali.

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L’edificio sacro è anch’esso composto da eleganza l’intelaiatura architettonica e l’ario-
più corpi di fabbrica, risalenti a epoche di- sità del grande spazio voltato”. Nel corso
verse. La navata con volta a botte viene ri- dei lavori eseguiti negli anni Settanta, sono
configurata nel Settecento con decorazioni stati purtroppo rimossi gli stucchi della pare-
a stucco; queste, come rileva Roberto Bian- te terminale, con la tela dell’Annunciazione,
chini, sono tuttavia limitate “ai principali nodi allo scopo di lasciar vedere dall’interno il fi-
plastici, secondo un’accezione del gusto nestrone di età normanna, che però appare
barocco tendente a evidenziare con sobria traslato rispetto all’asse centrale, in quanto
Tela cinquecentesca
dell’Annunciazione,
di Giovan Angelo
Criscuolo.

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appartenente a una struttura preesistente. laterali e il fonte battesimale, rifatti in marmo
Esso è considerato importante per l’impa- nell’Ottocento.
ginato ornamentale, che attesta la presenza Rispetto all’interno, l’esterno appare intona-
di “impulsi arabo-siculi filtrati probabilmente cato e con la facciata a capanna, la quale
attraverso esempi di area amalfitana”, come presenta essenziali modanature di gusto
evidenzia lo stesso studioso. Durante i sud- ottocentesco ma in realtà risalenti agli anni
detti lavori sono stati inspiegabilmente tolti la Quaranta del Novecento. In precedenza la
balaustra del presbiterio, il pulpito, gli altari struttura presentava la muratura rustica delle
Tela secentesca della
Circoncisione del
Signore, di Paolo De
Matteis.

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abitazioni circostanti, con i tipici fori da im- altro reperto antico è il fonte battesimale, co-
palcatura, come si può desumere da alcu- stituito da una conca in arenaria.
ni documenti fotografici d’epoca. Degno di Per quanto riguarda le testimonianze artisti-
nota è il portale, descritto dal Bianchini come che, vanno ricordati gli affreschi mutili della
un manufatto “di severa impronta classici- cappella alla base del campanile: un lacerto
sta, secondo un’attardata impostazione di di una maestà con il volto della Madonna e
tipo rinascimentale diffusamente adottata in con il busto di un santo e i resti dell’imma-
Calabria ancora nel Seicento inoltrato”. Un gine di Santa Caterina d’Alessandria con
La venerata statua
della Beata Vergine
del Carmelo in una
processione della fine
degli anni Cinquanta.
Dietro alla Madonna
c’è ancora il
baldacchino,
simbolo della regalità
di Maria, poi non più
usato e ripristinato
quest'anno dopo oltre
mezzo secolo.

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un altro santo; la Martire è riconoscibile dal del Cinquecento, e quella secentesca della
frammento della ruota dentata, che è l’attri- Circoncisione, dipinta da Paolo De Matteis.
buto iconografico principale. Lo studioso già Altre due tele più piccole, raffiguranti San
citato ritiene che tali reperti siano “ascrivibili Gioacchino e Sant’Anna, in cattivo stato di
nel clima del Gotico internazionale, a testi- conservazione ma recuperabili con un re-
moniare interventi collocabili alla fine del stauro, si trovano nelle pareti laterali del pre-
XIV secolo”. Le opere più importanti sono sbiterio. In una delle due vi è la firma del pit-
l’Annunciazione di Giovan Angelo Criscuolo tore, purtroppo non leggibile. Vanno inoltre
Statua lignea di San
Domenico Guzman,
di autore ignoto del
Seicento, in
precedenza
collocata nella
cappella adiacente
alla chiesa, dedicata
al Santo.

Statua lignea
dell’Immacolata
Concezione, di autore
ignoto, realizzata a
Napoli nella seconda
metà dell’Ottocento.
Essa fu donata alla
Chiesa dalla famiglia
Rocca di Scalea, in
segno di devozione
e come ricordo del
Dogma proclamato dal
Beato Pio IX nel 1854.

26
ricordati i due quadri di Domenico Battaglia, co Guzman a mezzo busto del Seicento, un
realizzati in loco nel 1894 e poi collocati nel- tempo a figura intera, e quella ottocentesca
la cappella del Carmine: il primo raffigurante dell’Immacolata Concezione. Altri manufatti
San Giovanni della Croce e il secondo Santa di minor pregio, sia in gesso che cartapesta,
Teresa d’Avila. Nel luogo sacro si possono sono conservati nelle nicchie della navata:
ammirare anche delle opere lignee di buona tra questi, quello di Santa Lucia.
fattura: un Crocifisso di piccole dimensioni Nella stessa cappella, rivestita di marmi po-
del Cinquecento, la statua di San Domeni- licromi nella seconda metà dell’Ottocento,
Tele raffiguranti
San Giovanni della
Croce e Santa Teresa
d’Avila, dipinte da
Domenico Battaglia di
Napoli nel 1894, su
commissione di
Giuseppe Calvano
Grisolia, Procuratore
dell’Arciconfraternita
del Carmine.

27
si trova l’effigie della Madonna del Carme- tante non tanto per il suo valore artistico, ma
lo, vestita su modello spagnolo, che però perché rappresenta la Protettrice della Città,
è priva del Bambinello originario in cirmolo, proclamata “Patrona principale” dal popo-
rubato nel ’96. Essa venne commissionata a lo il 7 marzo del 1855, per aver ricevuto la
un santaro partenopeo dai componenti della grazia di essere stato liberato dall’epidemia
Congrega dello Scapolare, fondata nel 1606. colerica, che colpì il Regno delle Due Sicilie
L’immagine, molto probabilmente risalente nel 1837, causando molti decessi anche a
agli ultimi decenni del Settecento, è impor- Scalea.
“ Storia,
Secondo diversi studiosi, l’edificio fortifica- “
to venne costruito su una rocca longobar-
da. Questo dato, tuttavia, viene smentito
cultura e religione
dai nuovi studi, che tendono a confermare
un’origine bizantina del borgo, sorto intor- nel 1289. Di certo vi fu accolto Riccardo I
no al monastero dei Siracusani. Cuor di Leone il 18 settembre del 1190,
In base a quanto scrive il Vacchiano, pos- mentre era in viaggio per la III Crociata. La
siamo desumere che sia stato edificato da data è riportata da Ruggiero di Hoveden,
Guglielmo d’Altavilla nel primo periodo nor- il quale narra che il monarca “venit ad ci-
manno e che, in un secondo momento, sia vitatem et castellum quae dicitur Escalee”.
passato a Ruggiero, che assieme al fratello Il complesso doveva essere simile ad altri
Roberto il Guiscardo vi avrebbe firmato il costruiti dai Normanni. In seguito fu rima-
“patto di Scalea”, con cui i due si divide- neggiato fino al XV secolo. Il declino iniziò
vano il territorio conquistato della Calabria. con l’abbandono del feudalesimo. Esso
Esso, in ogni caso, per tutta l’epoca della risulta già diroccato agli inizi dell’Ottocen-
dominazione “rappresentò la più importan- to, come ricorda Lorenzo Giustiniani. Oggi
te fortezza militare del Golfo di Policastro”, rimane davvero ben poco, tra cui una torre
come rileva il Manco. cilindrica mutila e dei resti di mura perime-
Si dice che vi sia nato Ruggiero Loria e che trali, che in alcuni tratti presentano delle
sia stato visitato dal re Giacomo d’Aragona scarpate con la parte terminale merlata.

I ruderi del castello


normanno.

28

U castijellǝ
Il castello normanno
“ Storia,
L’agglomerato antico non ha delle vere “
e proprie piazze ma dei larghi, tra i quali
questo, denominato Cimalonga, che era
cultura e religione
più ampio, come si può vedere in una car-
tina del 1880, in cui non compare l’edificio na. Purtroppo mancano notizie su questo
centrale. Rimane incerta la sua denomina- avvenimento di epoca medievale, inserito
zione di origine popolare, come fa presen- nell’ambito della festa religiosa della Martire
te don Vincenzo Barone, forse indicante la siracusana. Nella forma conosciuta, esso si
cima rocciosa su cui venne edificata la tor- caratterizza per le diverse gare, come quel-
re omonima. Secondo Vincenzo Napolillo la del palo della cuccagna.
il nome deriva, invece, proprio dall’ampia Questo spiazzo, chiamato “Largo Nazio-
cimatura della costruzione difensiva. nale” dopo l’unificazione, era anche utiliz-
Essendo in passato il largo più grande, zato per il cosiddetto “incanto” in occasio-
esso costituiva il principale “spazio pubbli- ne della processione della Madonna del
co” per gli scaleoti, che vi si ritrovavano per Carmelo, che ancora oggi vi sosta. Come
condividere alcuni momenti importanti della indica il termine, si trattava di un’asta poi
vita cittadina, a cominciare dal Palio di San- abolita alla fine degli anni Sessanta, con cui
ta Lucia del 13 dicembre, detto in dialetto si acquistava il diritto di portare la venera-
U pannə, indicante in origine il drappo o lo ta Statua e, di conseguenza, quello di farla
sterdardo da vincere, simile a quello di Sie- portare a persone preferite.

Un’immagine recente
di Largo Cimalonga,
con la pavimentazione
realizzata agli inizi degli
anni Novanta.

29

Cimalonghǝ
Largo Cimalonga
“ Storia,
Il massiccio torrione cilindrico, che si fa “
risalire al XV secolo, cioè al periodo arago-
nese, secondo il Vacchiano va invece con-
cultura e religione
siderato angioino, almeno nell’impianto.
Esso fu edificato per migliorare il sistema
difensivo a sud-est dell’agglomerato, che
con il passare dei decenni si era ampliato.
La costruzione era stata posta a guardia
della terza porta d’entrata, poi smantellata
con le altre due: quella del Forte e del Pon-
te, situate rispettivamente nei pressi del ca-
stello e del Palazzo dei Principi. Dei quat-
tro accessi, oggi resta solo la Porta della
Marina, al cui interno sono ancora visibili
le tracce di affreschi con gli stemmi degli
ultimi feudatari.
La struttura è composta da due livelli,
contrassegnati dall’anello litico che li divi-
de. Essa presenta tre aperture, con due
bocche di fuoco e una feritoia; nella parte
superiore si distinguono i beccattelli orna-
mentali in pietra, di forma triangolare, simili
a quelli della Torre di Drogone a San Marco
Argentano. Rispetto ad altre dello stesso
periodo, questa di Scalea ha la copertura
in tegole.
Una volta venuta meno la funzione difensi-
va, il torrione venne utilizzato per usi diver-
si, assieme all’edificio annesso. In epoca
borbonica e per buona parte del Novecen-
to ospitò il carcere mandamentale. Dopo
alcuni lavori di ristrutturazione, nel 1987 è
stato trasformato in un antiquarium, dove
sono esposti reperti dal Paleolitico alla tar-
da antichità.

30

U carcǝrǝ
Torre Cimalonga
“ Storia,
è la strada più ampia del centro antico, “
così chiamata perché in alto termina a cro-
cevia con Via Golfo a sinistra e con Via Mu-
cultura e religione
nicipale a destra. Dopo l’unificazione venne
dedicata al Caloprese e dai primi del Nove- ca per le affissioni, vi sono due locandine
cento a Cesare De Bonis, che partecipò ai di film scritte a mano, quelle di Mamma
Moti calabresi del 1848. perdonami e Marcellino pan y vino, e una
Essa si caratterizza per la presenza di edi- terza a stampa della birra Sernia, importata
fici grandi e signorili, un tempo con botte- dal Belgio.
ghe e negozi, come si vede in una cartolina Nel punto più alto della gradinata vi è una
del 1910, in cui si distingue uno dei pochi pietra con un’epigrafe mutila in latino,
lampioni a gas dell’abitato. Un altro aspet- purtroppo non traducibile, che conserva
to scomparso del posto, che riguardava l'iniziale D.O.M. (A Dio Ottimo Massimo),
l’intero borgo, era il ritrovo delle donne all’epoca sempre usato. Si tratta di una
del vicinato. A tal riguardo, vi è fotografia lapide inerente alla strada per la presenza
pubblicata da Gaetano Greco Naccarato, della locuzione “viam hanc” (per di qua o
che ne ritrae alcune con dei bambini senza da questa parte). In basso c’è l’anno, che
scarpe, tant’è che l’autore riporta la se- è 1758. è possibile che l’iscrizione possa
guente didascalia: Vita dura per i calzolai riferirsi al confine stabilito tra le due parroc-
del paese. Nel muro, che funge da bache- chie.

A Crucivijə in una
cartolina del 1910,
con il selciato
ottocentesco. Come
indica la scritta in
basso, anche la
piazza era dedicata al
filosofo cartesiano.

31

A Crucivijǝ
Via Cesare De Bonis
“ Storia,
Dopo la Grande Guerra fu intitolata al “
Maggiore Francesco De Palma, caduto
valorosamente durante il conflitto. Nono-
cultura e religione
stante fosse un largo come quello di Ci-
malonga, venne denominato “piazza” per dalle città: l’uso delle insegne per i luoghi
il nuovo modo di indicare gli spazi pubblici aperti al pubblico. In tal caso si distingue
agli inizi del Novecento, sul modello delle il cartello indicante il salone, senza il nome
città. Gli scaleoti la chiamarono “vecchia” del mastro, e quello della sartoria di Nicola
per distinguerla da quella nuova, dedicata Rotondaro.
al Caloprese, che assunse l'aspetto attua- All’epoca la piazza era importante non solo
le negli anni Venti, con la costruzione della per le putiə (botteghe), ma anche perché
Strada Statale 18. vi erano le Poste e l’Ufficio del Registro.
Osservando la cartolina già citata del 1910, Essa costituiva un punto di ritrovo per tutti,
si notano diverse persone che si prestano ma in particolare per i contadini, che ogni
a fare da attori per il fotografo. Tra queste giorno utilizzavano l’abbeveratoio per i loro
vi è un uomo seduto che legge il giornale asini, ubicato dove oggi c’è la fontana, for-
sull’uscio della bottega del barbiere; non se già esistente prima del 1908, quando
mancano le donne e i bambini, con i tipi- venne costruito il primo acquedotto con il
ci abiti del tempo. L’immagine documenta serbatoio ricavato tra i ruderi del castello
anche una novità di quegli anni, importata normanno.

La Crucivia come si
presenta oggi, con la
pavimentazione rifatta
alla fine degli anni
Ottanta.

32

A chiazza vecchia
Piazza Maggiore De Palma
“ Storia,
L’imponente e massiccia costruzione “
signorile, come la definisce il Manco, è
costituita da più corpi di fabbrica aggiun-
cultura e religione
ti nel tempo a quello primitivo, risalente
alla prima metà del XIII secolo, facilmente cortile interno, in cui è situato l’ingresso
identificabile dai rosoni plurilobati, visibili principale che porta ai piani superiori, dove
dall’esterno. In origine la struttura era più si trova una scala a chiocciola in pietra. In
bassa e molto probabilmente a terrazzo; linea con il gusto del tempo, nel Seicento e
essa, inoltre, risultava inglobata nella cinta in quello successivo alcune parti dell’edifi-
muraria, che in corrispondenza dell’ingres- cio furono trasformate in dimore sontuose.
so aveva una porta riservata al feudatario Di questo periodo resta soltanto la sala che
e al suo seguito, la quale era forse munita ospita la Biblioteca Comunale, decorata
di un ponte levatoio o comunque di uno in con pitture di discreta fattura, purtroppo in
muratura sul torrente non più esistente, vi- pessime condizioni, realizzate da un igno-
sto che la strada da cui si accede al palaz- to artista del Settecento. Al centro vi è un
zo è ancora denominata “Via Ponte”. pannello, ora smontato per restauro, con
Oltre ai rosoni, nelle mura più antiche rima- l’immagine dell’imperatore Costantino a
ne una bifora ogivale, che ripete il motivo cavallo, mentre ai lati vi sono due affreschi
ad archi intrecciati di stile amalfitano; il ma- con scene bibliche: Il trionfo del re Davide
nufatto si può ammirare nella facciata del e Il passaggio nel Mar Rosso.

Il Palazzo dei Principi


negli anni
Sessanta, con la
muratura ancora
caratterizzata dai fori
per l’impalcatura.

33

U palazzǝ di Principǝ
Palazzo Spinelli
“ Storia, “
cultura e religione
Bifora ogivale
appartenente alla
struttura originaria del
XIII secolo.

Due particolari degli


affreschi settecenteschi di
autore ignoto,
raffiguranti Il passaggio
del Mar Rosso: Mosè
mentre divide le acque;
un carro e dei cavalieri
dell’esercito del Faraone
tra le onde, prima di
essere sommersi.

34
Si ritiene che il palazzo fosse la dimora della il cinema “San Carlo” e anche diverse fami-
famiglia Romano, benché non vi siano pro- glie, tra cui quella dei proprietari. Esso venne
ve a riguardo. Fu certamente la residenza abbandonato dopo la violenta tempesta di
di alcuni feudatari e in seguito dei Principi vento che si abbatté sulla la costa tirrenica
Spinelli fino all’eversione della feudalità, per agli inizi del 1981. Successivamente fu ac-
poi passare a privati, in ultimo agli Oliva di quistato dal Comune, che lo ha recuperato
Papasidero. Al suo interno furono ospitati la a più riprese con interventi anche discutibili,
Pretura, l’Ufficio del Registro, alcune scuole, terminati da poco.
“ Il paese “
si racconta

Come è stato detto all’inizio del presente


lavoro, questa sezione raccoglie le imma-
gini di Gilberto D’Esposito, attraverso le
quali è possibile vedere non solo ciò che
è rimasto intatto, ma anche ciò che è sta-
to alterato in epoca recente con interventi
non consoni. L’Autore non si è limitato a
riproporre i posti più noti, per cui ha fo-
tografato anche quelli poco conosciuti o
addirittura ignorati dagli stessi scaleoti. Si
tratta di angoli nascosti, ormai abbandona-
ti da decenni e perciò rimasti com’erano.
Non manca il relativo commento, inserito
a piè di pagina, che contiene altri elementi
interessanti sul centro storico.

35

Le fotografie rappresentano le tappe di un


percorso che inizia dalla Porta Marina, da
dove si raggiunge la chiesa di San Nico-
la. Nel breve tratto in salita si può vedere
il portale del palazzo appartenuto al Calo-
prese, nel quale soggiornò Pietro Metasta-
sio nel periodo in cui fu allievo del filosofo.
Uno degli angoli del
rione Marina, con
rifacimenti recenti.

Un tipico
pianerottolo a ponte
di un’antica casa,
con l’ingresso ad
arco del vano
sottostante.

36

Salendo dall’angiporto di Via Marittima si glio di età romana imperiale, prelevato dal
arriva al rione dei pescatori, costituito per lo vicino sito della Fischjia.
più da fabbricati piccoli, con i vani sottostan- Proseguendo verso l’alto ci si trova alle
ti utilizzati non solo per la lavorazione e la “case cadute”, che sono tra le prime ad es-
conservazione del pescato, ma anche come sere state abbandonate con il trasferimento
magazzini. Osservando la muratura, si nota nella piana, favorito soprattutto dalla costru-
in alcuni punti l’impiego di materiale di spo- zione degli alloggi popolari, a partire dagli
Finestra ad arco
ribassato di epoca
medievale.

Scorcio con
le “case cadute”.

37

“ Il paese “
si racconta
Scorcio con muro
medievale.

Uno dei posti


abbandonati, con le
macine in pietra di
un frantoio.

38

anni Cinquanta. In questa parte diversi stabili periodo borbonico ospitava un luogo di
sono ormai allo stato di rudere, o di casalinə, ricovero per persone bisognose o di pas-
come si dice in dialetto; altri, invece, rimasti saggio, ubicato nei locali annessi alla cap-
in discrete condizioni, sono stati recuperati pella di San Nicola dei Greci. Come è stato
nel modo già detto. rilevato, la zona appare la più antica, cioè
Continuando a salire si giunge nell’area bi- risalente al periodo compreso tra il IX e l’XI
zantina, detta “dello Spedale” perché nel secolo. Essa, in particolare, si distingue per
Edificio ristrutturato
negli ultimi anni.

Una delle vie che


porta alla zona dello
Spedale.

39

“ Il paese “
si racconta
Altro edificio
ristrutturato in
epoca recente.

Il campanile del
monastero dei
Siracusani,
incastonato nel
vicolo di Via
Gravina.

40

i vicoli alquanto stretti e per la presenza de- rato, costruiti nel tempo per recuperare gli
gli astrachiellə, i tipici pianerottoli con pochi spazi nei piani superiori, senza modificare
gradini, da cui si accede alle abitazioni. l’assetto viario del borgo. In dialetto si chia-
Andando un po’ avanti si arriva alla chiesa di mano suppuortə (supporti), proprio perché
Sopra, circondata sia da edifici piccoli che sostengono i fabbricati con travature in
grandi. Non mancano gli angiporti, che sono legno, trattate con pece greca per evitare
altri elementi distintivi dell’intero agglome- i danni causati dai tarli. Osservando quello
Un altro scorcio
interessato da
ultimi interventi.

Angolo con edifici


ristrutturati.

41

“ Il paese “
si racconta
Arco ogivale
medievale
dell’angiporto del
largo antistante la
cappella di San
Domenico.

Veduta
dal "supporto" di
Via Purgatorio.

42

antistante la cappella di San Domenico, si pici portali in pietra, che si ritrovano in diver-
può notare che a differenza degli altri è mol- si punti del paese. Tali manufatti, imitando
to basso, il che dimostra l’innalzamento del gli archi di trionfo di epoca romana, rappre-
livello della strada, aumentato soprattutto sentano l’importanza di chi ha acquisito il
con le ultime ripavimentazioni. titolo nobiliare. Alcuni recano lo stemma con
Dal luogo sacro si sale al rione del Castello, le iniziali del proprietario, talvolta assieme
dove vi sono alcune dimore signorili con i ti- all’anno di costruzione dell’immobile.
L’angiporto di Via
Purgatorio, con
l’arco ricostruito
negli anni Novanta.

Ancora uno scorcio


di Via Purgatorio.

43

“ Il paese “
si racconta
L’angiporto di Via
Castello.

Un angolo di Via
Municipale, con
edifici ristrutturati
negli ultimi decenni.

44

La parte alta del centro antico era per lo più dievale con feritoie e dai beccattelli in mura-
abitata da contadini. Le loro case si distin- tura. Proseguendo si arriva al “supporto” di
guono per la semplicità e per il vano infe- Cimalonga e all’omonimo largo con la Torre,
riore, utilizzato come cantina o stalla per gli da cui si può vedere la nuova Scalea. Anche
asini. Scendendo da Via Municipale si passa in questa zona vi sono edifici signorili, con
per il Pioppo, u Chiuppə, uno degli angoli più dei locali utilizzati in passato come botteghe.
belli del borgo, caratterizzato dalla porta me- Ripresa la strada si arriva alla Crucivia e da
La porta medievale
del Pioppio, con una
scalinata in pietra.

Il largo del Pioppio


visto dall’alto.

45

“ Il paese “
si racconta
La porta medievale
con le feritoie.

Una veduta di Via


Municipale.

46

qui a Piazza De Palma, raggiungibile anche altri edifici importanti: il Palazzo Del Buono,
da Via San Giacomo. Infine si prosegue per rimasto integro, al cui interno vi sono delle
Via Ponte fino al Palazzo dei Principi, dove si pitture di Domenico Battaglia; ed il Palazzo
chiude il giro del centro storico. Si può tor- Palamolla, purtroppo ristrutturato con nuo-
nare al punto di partenza se dalla piazza si vi criteri, in cui nacque padre Costantino
svolta a destra verso la chiesa di San Nicola. dell’omonima casata, morto in concetto di
Lungo il tratto che porta alla chiesa sorgono santità nel 1651.
Scorcio di
Via Municipale.

Via San Giacomo,


con il portale della
farmacia.

47

“ Il paese “
si racconta
Il portale litico del
Palazzo
Armentano,
costruito nel 1820.
La data e le iniziali
del primo
proprietario, che si
chiamava
Domenico, si
leggono sulla
chiave di volta.

Pietra con iscrizione


mutila in latino, del
1758.

48
Bibliografia essenziale:

Attilio Pepe, Visioni e ricordi d’altri tempi, D’Agostino - Napoli, 1958


Mario Manco - Giuseppe Cupìdo, Scalea a Scalìa, Edizioni Manco - Studio
Tipografico Scalea, 1977
Gioacchino Francesco La Torre, Blanda, Lavinium, Cerillae, Clampetia, Temsa,
Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1999
Giovanni Celico, Scalea tra duchi e principi, mercanti filosofi e santi, Editur
Calabria, Soveria Mannelli, 2000
Atlante del Barocco in Italia. Calabria, a cura di Rosa Maria Cagliostro, De Luca
Editori d’Arte, Roma, 2002
Storia della Calabria, le Cattedrali, a cura di Simonetta Valtieri, Gangemi Edi-
tore, Roma, 2002
Antonio Vincenzo Valente, La chiesa di San Nicola in Plateis a Scalea, Salviati,
Milano, 2003
Amito Vacchiano, Antonio Vincenzo Valente, San Nicola dei Greci a Scalea - La
cappella bizantina tra arte e storia, Salviati, Milano, 2006
Amito Vacchiano, Scalea antica e moderna, Salviati, Milano, 2006
Carmine Manco, Opere, a cura di Alfonso Mirto, Salviati, Milano, 2007
Don Vincenzo Barone, Scalea, Riviera che racconta, introduzione e cura di
Alfonso Mirto, Salviati, Milano, 2010
Rosanna Droghini, Le chiese dell’Alto Tirreno Cosentino, Salviati, Milano, 2013
Vincenzo Napolillo, Scalea, culla della storia, Francesco De Maria Editore, Co-
senza s.d.

Progetto ideato da: Osvaldo Cardillo


Realizzazione: Gridei - Scalea (CS)
Testi: Antonio Vincenzo Valente
Controllo redazionale: Marialuisa Galmarini
Foto per “Storia, cultura e religione”: archivio Gridei
Foto per “Scalea si racconta”: Gilberto D’Esposito
Stampato in Italia - Printed in Italy
Luglio 2015
Proprietà riservata

In copertina:
Sant’Ezechiele Profeta con la fascia ornamentale (XI-XIII secolo) - Cappella di San Nicola dei Greci
Alla SCOPERTA DEL CENTRO STORICO è diviso in due
parti: la prima mette in risalto i temi della Storia, della Cultu-
ra, in senso molto ampio, e la Religione. La presenza delle
due Chiese principali del paese e il loro respiro profondo,
che racchiude gli affanni e le preghiere di intere comunità,
danno al lavoro uno spessore straordinario. La seconda
parte nasce da una richiesta avanzata a Gilberto D’Espo-
sito di fare un viaggio, con la sua macchina fotografica,
alla ricerca degli angoli più suggestivi e magici del nostro
borgo antico. La prima parte è dedicata ai monumenti più
importanti che arricchiscono la storia del Paese con la
sapienza di uno storico, Antonio Vincenzo Valente, della
Scalea magica e antica per offrire una guida rassicurante
in una ricerca anche personale a chi lascia i passi e i pen-
sieri dove altri, prima di loro, lo hanno fatto. La seconda
parte, ricca delle foto di Gilberto D’Esposito e dei ricordi
raccontati da Nuccio Maiorana che ha vissuto nel centro
storico per tantissimi anni fin da bambino, mette in evi-
denza angoli molto ricchi di umanità vissuta. Da questo
vissuto abbiamo pensato di dare un significato simbolico
con un titolo che dà anche alle pareti dei muri delle case
voci tali da identificare il titolo IL PAESE SI RACCONTA.

S T O R I A
CULTURA
RELIGIONE

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