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RIASSUNTO “DALLE PAROLE AI DIZIONARI”

DI MARCELLO APRILE.

CAP. 1: LE PAROLE

1. Parole, lessemi, varianti


Gli studiosi non sono arrivati ad un accordo definitivo e condiviso su ciò che parola
significa dal punto di vista linguistico. Possiamo attribuirle dei caratteri condivisi. La parola
- È un’unità minima isolabile all’interno della frase;
- È composta da una sequenza di suoni, in particolare da fonemi (uno o più suoni che
distinguono due parole diverse; per esempio, p e r sono fonemi diversi perché
distinguono pane e rane);
- È dotata di un significato autonomo fondamentale (per le parole semanticamente piene
come i nomi, gli aggettivi e gli avverbi) o di una funzione sintattica (per le parole
semanticamente vuote, come gli articoli, i pronomi, le preposizioni, le congiunzioni).
In relazione al mezzo, possiamo chiamare la parola fonologica quella del parlato, che
consiste in una sequenza di suoni in cui i confini sono determinati da regole riguardanti la
struttura delle sillabe, l’accento, e parola grafica, ovvero una parola nello scritto che si può
riconoscere perché si tratta di una sequenza di lettere intervallate da spazi. La parola
fonologica è meno riconoscibile, almeno da parte di chi non conosce la lingua. Noi abbiamo
l’impressione che una parola abbia confini definiti, ma ciò non è vero quando parliamo: se
diciamo “voglio una penna blu che non macchi” non facciamo nessuna interruzione, ci
comportiamo come se questa frase fosse un’unica parola. Se non sappiamo una lingua, non
capiamo dove finisce una parola e dove ne inizia un’altra. Avremo l’impressione di un flusso
continuo di suoni.
Il lessico, cioè il patrimonio delle parole, è un insieme complesso. È composto da diversi
filoni e strati di diversa importanza quantitativa e qualitativa. Le unità del lessico servono per
formare gli enunciati, cioè le frasi. Per questa operazione usiamo le parole semanticamente
piene e vuote, usate solo per realizzare i rapporti grammaticali che rendono possibili le frasi,
cioè la comunicazione.
Se cerchiamo diedi sul dizionario non lo troviamo. Dobbiamo cercarla sotto dare. Quindi
dare è il lessema e diedi è una forma flessa: diedi, demmo, darò sono diverse
manifestazioni dello stesso lessema, scelte secondo il contesto grammaticale.
Hanno varianti flessionali (cioè legate al numero, genere, ecc..) i nomi (casa/case), pronomi
(questo/questa), aggettivi (bello/bella). Questi ultimi hanno anche i superlativi, ricavati con
il suffisso -issimo.

2. Parole e grammatica
Mentre il numero delle parole è arricchibile all’infinito, il numero delle regole grammaticali
è un insieme stretto e stabile: il cambiamento di una regola grammaticale produce
trasformazioni e riassestamenti in tutto il sistema, quindi è un fatto molto rilevante e in
alcuni casi distruttivo: per esempio, il graduale passaggio dal sistema delle declinazioni
latine all’opposizione singolare/plurale delle lingue romanze implica la fine del latino. Se
cambia una parola non succede quasi nulla, se cambia una regola grammaticale sì.
Il lessico è un insieme aperto, dotato di dinamismo. Ciò implica che è più facile dare giudizi
di accettabilità grammaticale (cioè stabilire se una frase è corretta o meno) che di
accettabilità lessicale.
Il lessico e la grammatica non sono mondi separati perché quando si realizza una frase le
parole vengono adattate (cioè usate al maschile, femminile, plurale, o nel caso dei verbi,
coniugate secondo un tempo, modo o persona) secondo un insieme di regole grammaticali.
Le interferenze tra lessico e grammatica ci sono anche ad altri livelli. Ci sono alcuni elementi
del lessico usati con funzioni grammaticali, come le locuzioni preposizionali o
congiunzionali, cioè insiemi fissi di parole che costituiscono unità autonome con la funzione
di una preposizione o congiunzione (per esempio a causa di, in funzione di, da parte di o
dal momento che): sono elementi grammaticali che hanno subito un processo di
lessicalizzazione. Ci sono, viceversa, elementi che un tempo appartenevano alla sfera della
grammatica, come alcuni participi presenti: mediante, per esempio, era originariamente solo
il participio presente del verbo mediare e poi con l’uso si è trasformato in una preposizione
che ha assunto il significato di “per mezzo di”. Nel caso di mediante c’è stato un processo di
grammaticalizzazione, opposto a quello di lessicalizzazione (come in a causa di).

3. Vocabolario comune e vocabolario di base: la disponibilità all’uso


Ogni parola ha una frequenza d’uso o una disponibilità all’uso. Parole come letto, tavolo
sono usate di più rispetto a frattografia (una tecnica di osservazione con strumenti ottici
usata per esaminare le fratture dei metalli).
Calcolare questa frequenza o disponibilità è difficile e si presta a problemi teorici complessi.
Noi possiamo essere certi che una parola si usi più di un’altra solo all’interno di un
determinato corpus, cioè all’interno di una serie di testi, orali o scritti, scelti come campione
di rilevamento. Se cambia il campione, cambia la frequenza. Più il campione è ampio dal
punto di vista del numero di testi scelti e della loro varietà (il tg e un manuale di chimica, il
meteo e le poesie di Ungaretti, il contenitore televisivo domenicale e il codice civile) e più
possiamo essere sicuri che ci avviciniamo ad un risultato accettabile, senza incertezze.
Per quanto il corpus potrebbe essere vasto e vario, potrebbero figurare come rare o non
essere presenti per niente, parole come aceto, apribottiglie, note quasi a tutti; e al contrario,
potrebbero figurarvi come frequenti parole legate a un’attualità che dopo la costituzione del
corpus è scemata.
Il problema della frequenza d’uso diventa di primo piano nell’apprendimento dell’italiano
come lingua straniera o per i bambini italiani in età prescolare o scolare. Qualsiasi strumento
di acquisizione dell’italiano per stranieri o qualunque vocabolario pensato per età, è fondato
sul principio della frequenza del lessico, che consente di indirizzare e canalizzare il suo
apprendimento in modo razionale.
Normalmente nei manuali di apprendimento di una lingua vengono selezionate le parole più
frequenti in una quantità variabile; esse consentono la comprensione di gran parte degli
enunciati e dei testi. Si può pensare che le prime 2000 parole coprano circa l’80% degli
enunciati e che le successive 2000 consentono la comprensione di un ulteriore segmento che
si aggira attorno al 5%. Questi dati sono però contestabili: ci sono vocabolari fondamentali
basati su 1000 o 3000 parole e la quota delle conversazioni o dei testi comuni che si possono
comprendere o riprodurre è contestabile anche perché la stessa idea di “testi comuni” è un
po’ vaga. Per apprendere una lingua, il bambino o lo straniero devono partire dalle parole
che sembrano più usate.
Storicamente, esiste una correlazione tra le parole fondamentali e l’antichità della loro
esistenza in vita. Si può calcolare che delle 4000 parole che costituiscono lo zoccolo duro
dell’italiano, circa l’87% era già in uso alla fine del 300. Un altro 10% viene aggiunto nel
XV e nel XVI secolo, e quello che resta nei secoli successivi. Il 900 aggiunge l’1%. Le
parole del lessico fondamentale sono quelle più antiche. La crescita esponenziale delle parole
in italiano è un fenomeno in costante accelerazione che ha portato al loro raddoppio nel
corso del XX secolo, accomuna l’italiano alle grandi lingue europee di cultura ed è dovuto
all’enorme sviluppo della terminologia tecnica e scientifica in età moderna; ma non tocca il
lessico ad alta disponibilità. Quello è cambiato poco.
È difficile e forse impossibile stabilire a quante parole corrisponda la reale competenza di un
adulto. Secondo i dati del vocabolario francese contemporaneo più importante, il Grand
Robert, dovrebbe trattarsi di circa 10.000 – 12.000 parole, un dato corrispondente a quello
del Sabatini – Coletti. Ma non può essere molto al di sotto di questa soglia, almeno nella
competenza passiva, cioè nella capacità di comprendere parole che poi non vengono usate.

SCHEDA 1: Disponibilità all’uso del lessico e apprendimento dell’italiano


Il tasso di frequenza deve essere collegato all’idea delle famiglie lessicali. Per esempio, i
nomi delle 4 stagioni non sono documentati con la stessa frequenza: estate è il più usato,
seguito da primavera, inverno, autunno. In molti casi le parole – chiave, cioè quelle che
consentono la chiarezza di un testo scritto o di un enunciato orale, sono quelle meno
frequenti. Si deve tener conto anche delle concrete situazioni comunicative, per cui
probabilmente in un’aula universitaria la parola power point è indispensabile, anche se non
rientra tra quelle considerate fondamentali.

4. LESSICO MENTALE
Il lessico mentale è l’insieme delle parole memorizzate da un parlante e la relazione che il
parlante stabilisce tra loro. Questa relazione può essere:
1) Di tipo formale, come le rime (botto, cotto, motto), le assonanze (cuore/suole), le
allitterazioni (Amor ch’a nullo amato amar perdona) o altri schemi di questo tipo
tra serie di parole;
2) Di tipo semantico, come quelle tra sinonimi (libro/volume), antonimi (alto/basso),
iperonimi/iponimi (animale/cane).
3) Di tipo formale e semantico, come le relazioni che sviluppano all’interno della
formazione delle parole (forma/formale/formalizzare)

5. RAPPORTI PARADIGMATICI E RAPPORTI SINTAGMATICI


Nel dizionario le parole sono in ordine alfabetico. Però quest’ordine non rende l’idea delle
strutture del lessico. La correlazione delle parole può essere di diversi tipi. Fondamentali
sono i legami semantici che collegano tra loro i componenti di una frase, i rapporti
sintagmatici. Per esempio, se diciamo “Carlo premette il pedale dell’ – e l’auto partì”, noi
facciamo appello alla nostra competenza linguistica per integrare senza difficoltà la parola
omessa, cioè acceleratore. Se invece consideriamo i rapporti semantici che legano ciascun
componente della frase con i suoi possibili sostituti abbiamo i rapporti paradigmatici: se
diciamo “Carlo dev’essere già lontano” e qualcuno risponde “no, è qui vicino”, la
sostituzione di lontano con il suo contrario (o antonimo) costituisce un esempio di rapporto
paradigmatico, con un cambiamento di significato della frase.
Se consideriamo l’espressione il frigorifero pieno, possiamo metterla in relazione con varie
espressioni come il frigorifero piccolo, il frigorifero vuoto, in cui ciascuna ha un ordine
fisso, articolo + nome + aggettivo (sintagmi nominali).
Questi sintagmi nominali sono semanticamente accettabili (cioè hanno un significato
accettabile) perché il significato associato alle singole parole che costituiscono il sistema
linguistico è accettabile: non sarebbe così se dicessimo il frigorifero sanguigno, la dispensa
moribonda, anche se la struttura è la stessa.
Quindi, le parole si richiamano tra loro secondo modalità prevedibili: ciò vale in casi di
parole con un’alta specificità di significato come miagolare che richiamo gatto e altri
sostantivi della stessa sfera semantica. Più è ampia l’estensione e meno i contesti sono
prevedibili: per esempio, fare, nero, giovane sono parole che possono essere usate in molti
contesti. Le parole di pertinenza grammaticale (articoli, preposizioni) che sono
semanticamente vuote, sono soggette solo a restrizioni grammaticali, non semantico –
pragmatiche, nel senso che in un sintagma come il frigorifero pieno l’articolo maschile
singolare è correlato con il genere e il numero di frigorifero, ma se lo sostituissimo con
l’articolo femminile (la frigorifero pieno) il sintagma diventerebbe inaccettabile.

CAP. 2: IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE

1. Significante, significato, referente


Il rapporto tra la parola e il suo significato è un problema capitale che può essere osservato
da diversi punti di vista.
Sulla base delle intuizioni che la scienza, non solo linguistica, deve a Ferdinand De Saussure,
possiamo distinguere 2 parti in una parola: un’espressione (il significante) e un contenuto (il
significato). Nella parola tavolo il significante corrisponde all’immagine acustica, alla serie
di suoni t + a + v + o + l + o. Questa serie di suoni costituisce una parola se le si associa a
una determinata rappresentazione dell’oggetto mentale (può anche corrispondere ad
un’astrazione). La parola tavolo designa un mobile, cioè l’immagine mentale di un oggetto.
A questi due elementi, riuniti nel segno linguistico, si aggiunge un elemento
extralinguistico: la realtà che è fuori del linguaggio. Il significante evoca solo una
rappresentazione schematica della cosa: se diciamo “vado a comprare un tavolo” non
sappiamo quale tavolo sceglieremo: tavolo evoca nella nostra mente la categoria di un
mobile con 4 gambe che sorreggono una superfice piana, costruito in legno o altri materiali.
Il concetto non cambia se ci riferiamo al passato: se diciamo “ho comprato un tavolo”, noi
sappiamo com’è fatto, ma non lo sa il nostro interlocutore, dato che nella sua
rappresentazione mentale è evocata solo la categoria. Il rapporto tra il significante (la forma
della parola) e il referente (l’elemento non linguistico, cioè il tavolo “reale”) è mediato dal
significato (il concetto di “tavolo”).

2. Convenzionalità, immotivazione, rimotivazione secondaria


Se nelle diverse lingue uno stesso oggetto mentale viene designato con immagini acustiche
diverse, ne consegue che non esiste nessuna relazione tra il significante e il significato. Non
c’è nessuna necessità che l’oggetto con 4 gambe e una superficie si chiami tavolo, e ne
abbiamo la prova nel fatto che un parlante tedesco lo chiamerà in un modo e un parlante
greco in un altro. La parola che i parlanti scelgono per designare un oggetto mentale è frutto
di una scelta arbitraria, convenzionale. La controprova è data dal fatto che si usa la stessa
successione di suoni (per esempio: inglese tear (lacrima), francese tir (tiro)) per oggetti
mentali che non hanno a che vedere l’uno con l’altro. L’immotivazione del segno provoca
anche la curiosità dei non specialisti.
Non c’è quindi nessun rapporto di identità tra l’oggetto e la parola con cui lo designiamo.
Noi tendiamo invece a identificare istintivamente la parola con la cosa. A tal proposito
l’aneddotica è ricchissima.
Fanno eccezione a questo discorso le onomatopee, cioè le parole che riproducono un suono.
In generale non c’è nessuna motivazione. L’unica ragione per cui chiamiamo albero l’albero
è nel fatto che fin dalla prima infanzia siamo stati abituati a collegare questa successione di
fonemi al contenuto mentale che abbiamo astratto dai vari alberi che abbiamo incontrato:
questa successione ci è stata imposta insieme al suo significato. Il contenuto semantico,
l’oggetto mentale sono necessari, il nome è convenzionale.
L’etimologia popolare è il risultato dello scontro tra due famiglie di parole sul piano della
forma dell’espressione, per cui una parola poco familiare viene modificata dal parlante
attraverso l’accostamento a una parola più familiare. A proposito del rapporto tra etimologia
popolare e ambiti religiosi o sessuali, è chiamato in causa il rapporto tra lingua e pensiero,
cioè il fatto oggi riconosciuto che ogni comunità linguistica accetta e sviluppa attraverso la
sua lingua una certa visione del mondo. Ma questa visione è condizionata dall’esperienza
che i parlanti hanno del loro mondo materiale e spirituale.
Il rapporto tra la lingua e la concezione del mondo è reciproco e l’etimologia popolare ha
influenzato le credenze e le pratiche religiose. Abbiamo fenomeni di ciò anche in italiano,
soprattutto nel culto dei santi: se Santa Lucia è la protettrice della vista, ciò è dovuto al fatto
che si crea un’associazione tra il nome della santa e la parola luce. I santi protettori della
vista presso altri popoli sono diversi, ma l’etimologia popolare si verifica lo stesso: in
francese tra Saint Clair e Clair “chiaro”. L’etimologia popolare è il risultato della tensione
tra l’arbitrarietà del segno e il bisogno dei parlanti di dargli una motivazione.
Un altro campo in cui agiscono meccanismi di questo genere è quello dei nomi di animale.
Spesso si attribuiscono ad alcuni animali cattive abitudini di cui essi non sono responsabili.
Per esempio, attraverso i Sepolcri di Ugo Foscolo varie generazioni di studenti si sono fatti
l’idea che l’upupa sia un animale notturno che contribuisce con il suo aspetto un po’ tetro a
dare un’atmosfera inquietante ai cimiteri, in cui vivrebbe. L’upupa deve questa fama non alle
sue presunte abitudini cimiteriali, ma all’aspetto fonico del nome, dato che invece si tratta di
un vivace animale diurno un po’ più piccolo della tortora che abita prevalentemente nei
boschi e migra in Italia in primavera.
Per etimologia popolare sono nate molte leggende e credenze in tutti i tempi; e ne sono
derivati anche nuovi ideali di bellezza che resistono anche oggi. L’ideale degli occhi verdi è
il caso più indicativo. Gli occhi di un uomo e di una donna possono essere di tanti colori, ma
non possono essere verdi, in forma pura. Come si spiega, allora, il fatto che essi
rappresentino un ideale di bellezza maschile e femminile fin dal Medio Evo in tutta l’Europa
occidentale e che abbiano giocato un ruolo fondamentale nelle letterature dal Portogallo alla
Germania? La risposta sta nella collisione di 2 famiglie di parole nella Francia medievale
dove gli ieus vairs, “occhi grigio – blu” (con idea di chiarezza) diventarono omonimi e
omofoni degli ieus verts (dal latino viridis), cioè occhi verdi. Il nuovo ideale ebbe un
successo immediato che dura ancora oggi.

3. Motivazione e nomi di luogo


La lingua condiziona in alcuni casi le credenze e il mondo immaginativo dell’uomo; il caso
estremo è quello della superstizione.
Tornando al problema della rimotivazione delle parole che nel corso del tempo i parlanti non
comprendono più, esistono 2 settori che per via della loro natura contengono tante parole
morte non motivate: l’antroponomastica (i nomi di persona) e la toponomastica (i nomi di
luogo). In entrambi, ma soprattutto nell’ultimo settore, prevale una tendenza conservatrice
per cui gli stessi nomi vengono usati anche dopo che i parlanti hanno perso la coscienza di
ciò che un giorno significavano.
Il nome di Napoli deriva dal greco nea “nuova” e polis “città”; tramontata la presenza
ellenica, la parola, seppur un po’ adattata ha resistito, anche se chi veniva dopo non la
comprendeva più.
Molte di queste parole morte rappresentate dai toponimi, si prestano al fenomeno della
rimotivazione del parlante e ad essere trasformate attraverso l’interferenza di altre parole
vive che presentano motivazioni secondarie.
Per esempio, Il nome dell’Aspromonte è associato dai parlanti al concetto di “monte aspro”,
cioè impervio, ma questa è un’etimologia popolare, anche se di epoca antica: la spiegazione
etimologica scientifica del primo elemento va cercata non nell’italiano aspro ma nel greco
áspros, “bianco”, e Aspromonte significa “Monte bianco”.
Dato che questi meccanismi funzionano in tutte le lingue perché la rimotivazione è un
bisogno universale dei parlanti, ecco un toponimo italiano trasformato per etimologia
popolare dagli svizzero – tedeschi: la denominazione della città di Milano è stata recepita
con il nome di Mailand, ossia “paese del mese di maggio”.

4. La polisemia
La maggior parte delle parole come tavolo, mano è “immotivata”, cioè non trae la propria
forma dalla realtà.
L’immotivazione produce un risultato secondario: il fatto che ogni parola possa avere più
significati. Questo fenomeno prende il nome di polisemia, che si ha quando una stessa
immagina acustica può essere simbolo di diverse realtà, cioè può avere più contenuti e
significati. In questo caso, i diversi significati sono ordinati dai vocabolari all’interno di una
sola voce.
Quasi tutte le parole più diffuse nell’uso quotidiano sono polisemiche, cioè hanno più
significati. Se pensiamo alla parola acqua senza l’ausilio di un vocabolario, ci viene in
mente il liquido inodore, insapore che beviamo. In una frase come l’acqua viene giù a
dirotto la parola significa “pioggia”. Al plurale, le acque indicano la distesa del mare, di un
fiume o di un lago, o le acque termali; la rottura delle acque indica il momento in cui
fuoriesce il liquido amniotico all’inizio di un parto. Ci sono poi significati minori: acqua
vuol dire “infuso, decotto”, ma anche, in secoli passati, “sorgente” e “profumo”; il plurale
acque significa “maree” in dialetto veneziano. Se allarghiamo lo sguardo alla fraseologia, la
documentazione si allarga dall’acqua di colonia all’acqua minerale; nel modo di dire la
classe non è acqua la parola significa “cosa senza valore” (all’interno di un modo di dire in
cui, come spesso succede in questi casi, un singolo elemento smette di avere un significato
preciso a vantaggio del significato di frase).
Se una parola ha più accezioni (come barriera), bisogna sapere come decifrarne il
significato esatto. In questo caso, bisogna fondarsi su una visione più larga di quella della
singola parola, considerando che non parliamo per parole isolate, ma in frasi: la parola
isolata si inserisce in una struttura più ampia e attraverso essa si determina il pensiero che
figura sullo sfondo di questa parola. È il contesto che precisa la scelta del significato in una
data situazione linguistica. L’importanza del contesto spiega come mai in alcune situazioni
possiamo anche sbagliare nella scelta di una singola parola, senza che agli altri sia impedito
capire cosa vogliamo dire.
La polisemia è un meccanismo adottato estesamente nella lingua della pubblicità e della
satira per via degli effetti stilistici che può produrre. Prendiamo un manifesto che pubblicizza
un’iniziativa per la realizzazione di varie trasmissioni televisive su un’emittente locale.
L’iniziativa si chiama “TV Students” ed è gestita dalle organizzazioni studentesche
universitarie. Il manifesto ha il titolo Libera frequenza e gioca sull’ambiguità polisemica tra
il significato scientifico di frequenza, noto ai parlanti comuni soprattutto in riferimento alle
trasmissioni radiotelevisive, e il senso di “partecipazione alle lezioni”.

5. L’OMONIMIA
Una parola può avere più significati (polisemia). Quando parole diverse assumono forma
uguale e coincidono foneticamente abbiamo l’omonimia, che si definisce come l’identità di
due forme di origine diversa:
sale a) “cloruro di sodio” < latino sal
b) “egli sale” (3 persona del verbo salire). < latino salit
Da un punto di vista sincronico, sale è una sola parola con 2 significati diversi: quello di
forma verbale della 3 persona del presente indicativo di salire e quello di “cloruro di sodio”.
Ma qui non si tratta di un caso di polisemia: da un punto di vista diacronico (storico) si tratta
di 2 parole diverse, che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra e hanno un’etimologia
(cioè un’origine e una storia) separata. La prova pratica sta nel fatto che se le cerchiamo sul
vocabolario, una sarà sotto il verbo salire e l’altra sarà una voce a sé (sale).
L’omonimia può riguardare anche più di 2 parole. Per esempio parto può essere una voce
del verbo partire, il nome che indica l’azione del partorire e anche l’appartenente ad
un’antica popolazione orientale contro cui combatterono i Romani. Queste forme le troviamo
distanti nel vocabolario: la prima sotto il verbo partire e le altre due sotto parto1 e parto2;
e tutte e 3 hanno un’etimologia e una storia diversa e indipendente.
Esiste un altro caso di omonimia: dal significato primario di una parola si sviluppano
accezioni secondarie che si differenziano così tanto da costituire nella coscienza dei parlanti
due omonimi, due parole diverse che hanno lo stesso contenuto fonico. Per esempio, la stessa
parola (immagine acustica) bolla può designare: la bolla d’acqua; un sigillo, un marchio, un
timbro o un documento scritto. Entrambi i significati base risalgono al latino bulla, ma sono
percepiti ormai come due omonimi (e nel dizionario hanno due entrate diverse, cioè si
trovano sotto voci diverse): nello Zingarelli il primo significato lo troviamo sotto bólla1,
mentre gli altri sotto bólla2.
L’omonimia, come la polisemia, può dar vita a dei giochi di parole che consentono una
scrittura vivace e brillante e quindi sono molto sfruttati nell’italiano dei giornali. Per
esempio, l’omonimia tra parabola, “antenna parabolica” (dal greco parabolé, “sezione
comica”) e parabola, “racconto evangelico” (dal latino parabola), è alla base del titolo Ma
che brutta parabola di un articolo che verte sull’inesteticità delle antenne paraboliche nelle
città.

Scheda 2.1

OMONIMIA E ORIGINE DEL LESSICO


Si hanno quindi rapporti di omonimia:
- Tra una parola di tradizione popolare come impugnare, cioè “stringere in pugno” e
una parola di tradizione dotta come impugnare, cioè “chiedere al giudice il riesame di
un giudizio, di una sentenza”;
- Tra una parola di tradizione dotta come lustro, ovvero “lucentezza” e un’altra parola
di tradizione dotta come lustro, cioè “arco di 5 anni”;
- Tra una parola di tradizione dotta come genio, ossia “talento” e un prestito da un’altra
lingua come genio civile e militare (dal francese);
- Tra due prestiti di lingue diverse, come banda, cioè “lato, parte” (dal provenzale),
banda, cioè “striscia (dal francese antico) e banda, cioè “gruppo” (dal gotico).

6. L’INTERDIPENDENZA TRA FAMIGLIE DI PAROLE


L’omonimia è un caso estremo dell’interdipendenza tra famiglie di parole: nell’omonimia il
processo giunge a compimento, con la completa identità tra 2 parole di origine diversa. Ma il
caso più diffuso è quello della semplice somiglianza delle forme, che può provocare anche
squilibri nel sistema.
Facciamo un caso tratto dalla fitonimia (cioè dalla denominazione delle piante) che
coinvolge il problema di quale nome dare in italiano a piante locali che non ne hanno uno in
italiano. Nei dialetti della fascia sudorientale (Puglia e Lucania) un cipollotto selvatico
commestibile è denominato, con le variazioni legate ai dialetti locali, lampascione. Ma molti
parlanti di queste regioni, non avendo un termine in italiano con cui chiamarli, li hanno
iniziati a chiamare lamponi, usando una parola italiana sentita come vicina formalmente
(anche se in realtà essa indica un vegetale diverso), tanto che in questo equivoco cadono
anche dialettologi di professione, che in un’inchiesta del 1973 fanno un’equivalenza tra
lambašóune e lampone. In questo esempio funziona una sorta di attrazione semantica resa
possibile da una somiglianza formale; l’attrazione è involontaria e si tratta di un errore
ammesso e accolto dalla comunità linguistica, anche se oggi nelle regioni interessate è in
regresso, dato che si tende a ripristinare la versione corretta.
Per quanto riguarda le deformazioni volute e cercate, anche in questo caso c’è un contrasto
tra parole, ma esso dipende dal bisogno psicologico del parlante di dare una rimotivazione a
parole che non ne hanno più una. Facciamo un esempio che ha fatto parte a lungo del
repertorio della lotta politica prenovecentesca. I nemici della democrazia hanno radici
antiche, e ne ha fatto le spese la stessa parola, che nel linguaggio politico dei suoi avversari è
stata incrociata, creando una certa suggestione nelle classi popolari più legate ad aspetti
esteriori della religione, con demonio, dando vita a demonocrazia. Democrazia è stata
anche, volutamente, incrociata con demente.

7. SINONIMIA E ANTONIMIA
Le parole che hanno lo stesso significato sono dette sinonimi. Ma come già era chiaro a
Niccolò Tommaseo, che nel 1830 compilò un Dizionario dei sinonimi, una perfetta identità
di significato o di possibilità d’uso non esiste. Anche tra parole per cui sembrerebbe
possibile la sinonimia assoluta, come tra e fra, una piccola differenza, almeno nell’uso, c’è
sempre: per motivi di eufonia (perché suona meglio) si preferisce dire “eravamo tra fratelli”
evitando la ripetizione di due fra ravvicinati, come per lo stesso motivo si preferisce dire “è
compreso fra tre e quattro.
Parleremo di sinonimia relativa, preferendo dire che le parole, anche quelle più vicine,
possono condividere lo stesso significato fondamentale. Tutto questo diventa immediato
quando verifichiamo il contesto d’uso di 2 parole. Prendiamo il caso di 2 parole indicate
come sinonimi, equità e giustizia. In alcuni casi esse sono interscambiabili; per esempio, si
può dire “si è comportato con equità” o “con giustizia” oppure “è un fatto di giustizia
sociale” o “di equità sociale”. Ma le due parole non possono essere interscambiabili in altri
contesti. Si può dire “intralciare la giustizia” ma non “intralciare l’equità”, “amministrare la
giustizia” ma non “amministrare l’equità”.
Il fatto che una sinonimia assoluta non esista, non significa che usare sinonimi non
costituisca una ricchezza stilistica interessante che permette a chi lo fa di esprimere la varietà
del pensiero e di usare sfumature stilistiche importanti.
Differenza tra CONTRARI e CONTRADDITTORI: il contrario di lento è veloce, il
contraddittorio di veloce è non veloce, quello di vita è non vita.
All’interno dei contrari vi è una differenza tra contrari graduabili e contrari non
graduabili. I primi, come le coppie veloce/lento e caldo/freddo possono esprimere una
comparazione: si può dire, per esempio, “tu sei più veloce di me”/ “tu sei più lento di me”. I
secondi esprimono una scelta netta: vivo e morto, maschio e femmina sono contrari non
graduabili perché l’uno è la negazione dell’altro. Non si può dire “Marco è più vivo di
Francesco”. I contrari non graduabili usati in senso metaforico diventano graduabili. Per
esempio se diciamo “Francesco è vivo” significa che non è morto (contrario non graduabile),
ma in “Milano è una città viva”, nel senso metaforico di “vivace”, vivo ridiventa graduabile
perché può essere usato in frasi come “Milano è più viva di Vienna”.
In situazioni particolari gli antonimi si neutralizzano. Ci sono aggettivi come bello o bravo,
o sostantivi come velocità che possono diventare gli equivalenti ironici dei loro contrari
(brutto, incapace, lentezza) se usati in contesti come “hai avuto proprio una bella pensata”
(di un pasticcio).
Esistono anche aggettivi senza contrario, in un singolo significato o in tutti. Per esempio
freddoloso non ha un antonimo, dato che non esiste un aggettivo che significhi “che
sopporta male il caldo”.

8. SINONIMI E TRADIZIONI REGIONALI DEL LESSICO


Esistono coppie di sinonimi come adesso/ora, prendere/pigliare, dimenticare/scordare. Si
tratta di parole che all’inizio si usavano in un dialetto o in un altro e solo dopo sono state
usate nell’italiano standard, giungendo a formare delle coppie in cui entrambi i termini sono
a disposizione dei parlanti. A causa della loro origine geografica diversa, (anguria
proveniente dal nord, cocomero dal centro – sud) si può anche parlare di geosinonimi.
Il fenomeno è esteso: la spazzatura a Bergamo si chiama spórco e a Roma monnezza.
I geosinonimi entrano spesso in conflitto per prevalere e si può prevedere, sulla base dei
movimenti attuali, che in futuro i concorrenti sconfitti si estingueranno, o che resteranno in
un uso di nicchia. Per esempio, rubinetto di derivazione piemontese, ha sconfitto i
geosinonimi concorrenti, a iniziare da cannella, usato in Italia centrale.

9. IPERONIMIA E IPONIMIA, ESTENSIONE E INTENSIONE


Un sottotipo di sinonimia è costituito dal rapporto tra iperonimi e iponimi. Si tratta della
relazione che vi è tra una parola di significato più esteso e generico (iperonimo) e una di
significato più ristretto e specifico, compreso nel primo (iponimo). Esempio: felino è
l’iperonimo (cioè la parola di senso più ampio) che comprende vari elementi come gatto,
tigre, leone, pantera che sono detti iponimi. Non sono categorie fissate una volta per tutte,
ma ciascuna parola va vista nell’insieme delle relazioni che la legano alle altre: felino che è
iperonimo di gatto, è a sua volta iponimo di animale, e gatto che è iponimo di felino, è a
sua volta iperonimo di gatto persiano, gatto siamese.
Il rapporto tra una parola e il suo significato può essere visto dal punto di vista
dell’estensione e dell’intensione. Un significato come “mobile” ha maggiore estensione di
quello di “armadio” perché ci sono molti mobili che non sono armadi. Però il significato di
“armadio”, che è più specifico, ha più intensione di quello di “mobile”. Queste due qualità
sono in rapporto inverso: quanto maggiore sarà l’estensione, tanto minore sarà l’intensione.

10. REALTÀ E OGGETTO MENTALE


La realtà è una varietà infinita e si presenta il problema di come stabilire i confini mentali e
linguistici al suo interno.
All’interno della realtà extralinguistica, tra un bosco e una foresta, tra il pomeriggio e la sera,
è difficile tracciare confini netti: è molto più semplice immaginare una zona – limite. La
realtà extralinguistica conosce solo gradazioni impercettibili: la lingua delimita questa linea
continua. E ogni lingua si crea questi limiti e questi tagli da sola nella massa del contenuto.
Lepschy dice che ogni lingua impone ai suoi parlanti un modo diverso di vedere il mondo e
li costringe ad esprimersi secondo categorie concettuali e strutture logiche diverse da lingua
a lingua.
I colori sono un caso dell’impossibilità di tagliare i confini del reale. Il coreano non ha il
verde, e non perché sono daltonici. I latini consideravano il bianco lucente (candidus) e il
bianco latte (albus) come due colori diversi, non come due sfumature dello stesso colore.
La suddivisione dell’anno in 4 stagioni ci viene insegnata fin dalla scuola dell’infanzia. Il 21
marzo inizia la primavera. Ma questa divisione non è data dalla natura, e non lo è neanche la
delimitazione tra le stagioni. Nella maggior parte del nostro paese le stagioni, almeno fino a
quando nella nostra cultura dominavano le abitudini contadine, era solo un’idea scolastica,
trasmessa dall’insegnante elementare. I nostri progenitori non concepivano 4 stagioni, ma
solo 2, una calda e una fredda. Infatti nella maggior parte dei dialetti italiani l’autunno e la
primavera non esistono: non ci sono parole per designarli, o ce ne sono alcune assurde (nei
dialetti lombardi l’autunno si chiama San Martin). Per i contadini esistevano solo l’inverno
e l’estate. È così forte questa bipartizione che in molti dialetti italiani l’estate, che è
femminile sia in italiano che in latino, ha cambiato genere: dato che l’inverno era maschile,
sembrava strano che l’estate fosse femminile, e quindi, entrambe sono diventate di genere
maschile, per simmetria. Perciò a Pigna, in Liguria, come a Milano e a Lecce si diceva lo
estate.
Noi riceviamo l’immagine del mondo con la nostra lingua materna. È un fatto di cui non
siamo coscienti. Concetti come “giorno” e “notte” sono presenti in tutte le lingue, ma tagliati
in modo diverso a seconda dei gruppi di lingue. L’italiano, come il francese, lo spagnolo, il
romeno, il portoghese è una lingua romanza e l’origine e la cultura comune fanno sì che
anche la realtà sia concepita e suddivisa dalla lingua secondo una visione comune.
Da questo punto di vista, le principali lingue romanze conoscono mangiare, manger e
comer/manducar per indicare l’azione di “ingerire un cibo solido”. Se cambiamo area
geografica, linguistica e culturale, in aymara (lingua precolombiana parlata in Bolivia)
abbiamo 8 verbi diversi per le azioni di “mangiare”. Le lenti attraverso cui vediamo il mondo
e rappresentiamo gli oggetti mentali sono diverse.
Ma ovviamente differenze si hanno anche all’interno della nostra famiglia linguistica, quella
neolatina. In spagnolo di usano 2 verbi diversi (el tren trae retraso e el treno lleva retraso)
se un treno è in ritardo sulla partenza o non è ancora arrivato; questa distinzione non c’è in
italiano e nemmeno in francese (il treno ha/porta ritardo; le train a du retard). Le lingue
romanze invece si presentano compatte rispetto al tedesco (lingua germanica) in un altro
campo: la distinzione tra “pelo” e “capello” (francese poil/cheveu, spagnolo pelo/cablo,
contro tedesco haar che designa sia il pelo che capello). Però alcune differenze ci sono
anche tra lo spagnolo e l’italiano da una parte che riferiscono pelo sia agli uomini che agli
animali, e il francese dall’altra in cui il poil si riferisce solo agli uomini.
Quando cerchiamo di applicare i nostri schemi mentali a realtà che non corrispondono ad
essi, ci sono delle difficoltà: la nostra incertezza viene proprio dal fatto che abbiamo
un’immagine mentale un po’ troppo precisa di quello che devono essere. Infatti la realtà
poche volte conosce limiti precisi.
I limiti sono nella lingua. La parola cavallo nel suo significato base può coincidere con una
specie naturale, con qualcosa di oggettivo, ma non è così per cavallo di razza, puro sangue
(espressioni che possono essere applicate metaforicamente all’uomo), né per cavallo da
monta, da tiro. L’unico linguaggio che crea limiti oggettivi è quello della scienza:
l’univocità tra termine e oggetto designato (cioè la monosemia) è una delle sue principali
caratteristiche. Il linguaggio stabilisce limiti nell’esperienza umana.
La lingua comune si facilita spesso il compito lessicalizzando concetti corrispondenti a realtà
intermedie, come il crepuscolo (detto per antonomasia tramonto). Ma anche il concetto di
“crepuscolo” presenta le stesse difficoltà perché anche esso ha fasi intermedie difficilmente
determinabili tra il suo inizio (trapasso con il giorno) e la sua fine (passaggio alla notte).
La definizione di un oggetto mentale smette di essere una questione teorica per diventare il
cuore di problemi che toccano la nostra identità.
11.LA DEFINIZIONE DEGLI OGGETTI MENTALI
Quando diciamo “vado a comprare un tavolo” non sappiamo come esso sarà. Eppure siamo
in grado di riconoscere un tavolo, anche se lo vediamo per la prima volta. Quindi dobbiamo
chiederci quali siano i fattori costitutivi dell’oggetto mentale e quali sono le caratteristiche
distintive di un oggetto mentale rispetto ad un altro oggetto mentale.
Per rispondere a queste domande si devono ripercorrere le tappe dello studio di Pottier
sull’oggetto mentale “sedia”. La scomposizione di domande complesse in elementi di base o
componenti, prende il nome di analisi componenziale. Gli elementi di base sono i sèmi.
Esistono tanti modelli rispondenti all’oggetto mentale “sedia” e quindi non ne esistono 2
uguali e, a parte la diversità di modelli, non esistono nemmeno 2 sedie identiche. Il catalogo
di una grande catena di arredamento ne presenta 15 in un solo sguardo. Eppure il pubblico
utente non si fa cogliere da questi dubbi. E se davanti a una serie di oggetti /x1, x2… xn/ la
risposta è /X/, si dirà che /X/ è l’unità lessicale che designa questo oggetto.
Determinate caratteristiche hanno sempre una risposta affermativa (+), mentre altre a volte
hanno una risposta affermativa (+), altre volte negativa (-). Tutti gli oggetti sono su piedi e
servono per sedersi (ecco perché il divano – letto corrisponde ad un oggetto mentale
diverso). Per quanto riguarda ciò che invece li differenzia, la sedia e lo sgabello non hanno
braccia. La differenza tra una poltrona e un divano, che hanno in comune i sèmi
fondamentali, sta nel numero di persone per cui sono concepiti, una per la poltrona, più di
una per il divano. Lo sgabello, oltre alle braccia, non ha lo schianale.
Motivi di marketing e di produzione artistica impongono che il design punti in questo settore
a sperimentare forme molto ardite per mercati di nicchia. Se una sedia fosse senza piedi, si
potrebbe rinunciare a chiamarla sedia? Se uno sgabello avesse un mezzo schienale che
arrivasse fino alla regione lombare, non sarebbe più uno sgabello?
Questi problemi sono reali e si diventano ancora di più quando si passa dalla definizione di
referenti concreti a quella di referenti astratti. Un’analisi impostata in questo modo è corretta
quando si passa dalla riflessione teorica alla prassi lessicografica, cioè quando si fa un
vocabolario e si deve definire un oggetto mentale individuandone le caratteristiche distintive
e essenziali.

12.NOMI ASTRATTI E NOMI CONCRETI


La differenza tra nomi concreti e nomi astratti è intuitiva: letto, sedia e auto appartengono
alla 1 categoria, allegria, solitudine e titubanza alla seconda. Nel caso dei nomi concreti il
referente è accessibile ai sensi; nel caso degli astratti, il referente, che è immateriale, non è
accessibile ad essi. Ma dal punto di vista concettuale le cose sono più complesse e spesso tra
materialità e immaterialità ci sono delle gradazioni. Un nome è astratto o concreto secondo il
suo significato. Spesso non sono i nomi ad essere astratti o concreti di per sé, ma è astratto o
concreto il senso in cui sono usati.
Anche per un nome apparentemente concreto come cosa possono valere le stesse
considerazioni, se lo usiamo in una frase come “una cosa è il pane e una cosa è la libertà”.
Anche le malattie si espongono ad obiezioni simili: alcuni si possono percepire dai sensi
(l’acne, la micosi), altre così difficilmente si percepiscono che possono essere diagnosticate
solo attraverso strumentazioni apposite (il cancro), altre sono immateriali di per sé (l’ansia,
la depressione).
Si deve quindi stabilire una gradualità tra nomi più o meno astratti, o più o meno concreti.
Un’ora è più astratta di un giorno (che è segnato dal ritorno e dal tramonto del sole); un
mese è meno concreto di un anno (che è segnato dal ritorno delle stagioni).
Gli iperonimi sono più astratti degli iponimi: pianta è più astratto di albero, che a sua volta
è più astratto di pino. Piano piano che si sale nella gerarchia degli iperonimi, il grado di
esattezza cresce: nella sequenza tigre bengalese/tigre/felino/animale/essere, solo i primi 2
termini si possono rappresentare concretamente.
Un altro aspetto del problema è costituito dal fenomeno della concretizzazione degli
astratti, cioè della coesistenza, all’interno della stessa parola (è un nome deverbale, cioè un
nome derivato da un verbo), di un senso concreto e di uno astratto. Per essere reso concreto,
il deverbale deve derivare da un verbo rispondendo alla parafrasi ciò che + si + verbo, che
riscontriamo per esempio in costruzione=ciò che si costruisce. Esempi:
Costruzione: a) “azione del costruire”
b) “ciò che qualcuno costruisce”.
Questi esempi dimostrano come questa forma di polisemia per cui uno stesso deverbale può
essere nello stesso tempo astratto e concreto non è né sistematica né automatica, neanche in
nomi formati tutti nello stesso modo (in questo caso con il suffisso -zione).
In tutte le lingue però è possibile anche il processo inverso, quello per cui da un significato
concreto si passa ad uno astratto. Facciamo l’esempio di astrazione con lingua. Essa ha
originariamente il significato di “organo anatomico” da cui si sviluppa quello astratto di
“sistema grammaticale attraverso il quale gli appartenenti ad una comunità parlano o
scrivono tra loro”.

13. LA DEFINIZIONE DI UNA PAROLA


Da alcuni decenni, l’importanza della definizione del significato è stata riconosciuta come
un’operazione linguistica, quindi scientifica, e come la via di collegamento tra la semantica e
la logica. Ogni dizionario, per assegnare una definizione a ciascuna parola, ha dovuto
inventarne le forme e i tipi.
I sèmi più generali possono essere compresi nella definizione, ma spesso sono inutili e
quindi dati per acquisiti. Torniamo alla parola sedia: ci sono 4 sèmi: 1) per sedersi, 2) su
piedi, 3) per una persona, 4) con schienale; un eventuale quinto seme, “senza braccia”, non è
riconosciuto come fondamentale da nessuno dei grandi dizionari italiani.
Le definizioni dei vocabolari partono da unità più generiche per aggiungere sèmi sempre più
specifici.
Viene usata una tecnica che vale nella maggior parte delle definizioni dei dizionari, in cui è
presente una parola più astratta e una più generale (un iperonimo) di quella da definire. Una
definizione qualunque è quindi costituita da almeno 2 parole.
Abbiamo un’analisi che consiste nel definire una parola attraverso un iperonimo (genere
prossimo) e poi attraverso differenze specifiche esaurisce due possibilità. Altre due:
- L’analisi per negazione, costituita dalla definizione attraverso antonimi (contrari):
lasciare “cessare di reggere, stringere, trattenere”, o “non prendere, non portare con
sé”;
- Il rinvio a un sinonimo o ad una serie di sinonimi. In questo caso non c’è analisi; è la
tipologia definitoria tipica, nella storia della lessicografia italiana, della tradizione del
Vocabolario della Crusca, in cui per i concetti astratti, più difficili da definire, si
usano sinonimi in serie, solitamente di 3: beato “felice, contento appieno, che gode la
beatitudine”.
CAPITOLO 3: LA FRASEOLOGIA

1. CARATTERI FUNZIONALI E STRUTTURALI DELLE LOCUZIONI


Per motivi pratici, i dizionari descrivono le parole isolandole, e cioè astraendole dai contesti
in cui ricorrono. Ma la parola va vista nell’ambito della frase: Benveniste infatti dice che non
esiste segno linguistico che non sia destinato a combinarsi con altri segni formando delle
frasi che servono per comunicare tra i membri di una comunità. La parola non è un’unità
isolata, posta al di là e al di fuori del contesto comunicativo. La globalità del significato non
può essere considerata come la somma dei significati delle singole parole. Esempi: essere un
osso duro, ossia il significato di “persona o cosa non facile da affrontare” non è la
sommatoria di essere + articolo + osso + duro, ma ha un significato complessivo.

2. MODI DI DIRE E SISTEMI SOCIALI


I modi di dire sono diventati, attraverso l’uso, elementi fissi della lingua. Si sono
generalizzati perché il loro uso era largo e apparteneva a fasce molto ampie di parlanti, e
anche perché rappresentavano qualcosa di importante nella storia, nella cultura delle
comunità. Poi, i cambi sociali e culturali hanno provocato l’opacizzazione di molti di questi
modi di dire (fare le corna, fare fiasco, dare un bidone), che oggi vengono usati
meccanicamente, senza che ci si renda conto davvero della loro motivazione. I modi di dire
sono una spia che apre squarci su alcuni sistemi di valori sociali e su varie esperienze che
furono importanti per le comunità. Nelle lingue il discorso ripetuto riverbera esperienze che i
gruppi umani hanno vissuto in modo intenso, da imprimersi nella memoria collettiva.
Molti modi di dire nascono da prassi giudiziarie del passato o da pratiche di giustizia tribali.
Di esse si è persa traccia, anche se continuiamo a usare espressioni di cui in fondo non
capiamo bene la motivazione. Abbiamo fallito l’esame di italiano? Abbiamo allora fatto
fiasco. Dato che la realtà sociale in cui tutti essi si sono formati si è trasformata, tendiamo a
formarci mentalmente una spiegazione a posteriori. Invece i modi di dire sono spesso residui
cristallizzati di realtà storiche di un certo spessore, di durata anche plurisecolare.
Fare/mettere le corna alla moglie o al marito, prima di essere un modo di dire comune e
usatissimo, era una pratica di giustizia elementare usata nel Medio Evo, quando era
d’abitudine imporre delle corna di scherno (anche attraverso disegni o gesti) ai mariti che
tolleravano una condotta immorale della moglie. Ciò avveniva spesso durante le sfilate in cui
i 2 erano mostrati al paese in segno di disprezzo, spesso abbigliati con abiti particolari (o
nudi) e a dorso d’asino. La pratica delle sfilate o l’abitudine di appendere le corna davanti
alla casa degli interessati, è cessata, ma il modo di dire è rimasto.
Un altro campo fertile per i modi di dire è costituito dai riferimenti agli animali:
antropomorfismo e bestiario si prestano a tantissime analogie (pulsioni, comportamento,
aspetto) tra l’uomo e l’animale. L’italiano avere/dare la scimmia (che ha avuto una
riattualizzazione legata al consumo di droghe pesanti intorno agli anni ’70 del 900) ha origini
simili a quelle dei modi di dire visti prima: risale ad abitudini giudiziarie del passato, e cioè
all’uso di un animale come elemento e simbolo di punizione, fatto portare o cavalcare
(spesso a ritroso) in segno di scherno. Lo stesso fenomeno si ha per i vestiti in quanto
rappresentano lo status sociale: attraverso i segni esterni e i colori (o attraverso la nudità) si
potevano applicare punizioni esemplari, o si poteva far valere la propria superiorità sociale.
Da qui vari modi di dire: fare cappotto, nascere con la camicia, essere di manica larga,
avere il cintolino rosso (cioè “essere fortunati”).
Tracce profonde sulla nostra fraseologia sono lasciate dalle esperienze legate alla religione.
Diversi riflessi di esperienze religiose si sono sedimentati nel vissuto della gente: l’intrico fu
ed è tale che spesso oggi non sappiamo più riconoscerle. Molti sono i ricordi indiretti
dell’ambiente ecclesiastico: avere talento, prendere quel che passa il convento, è un
bacchettone: quest’ultimo modo di dire, oggi poco comprensibile nella sua origine, deriva
dal fatto che nelle processioni di un tempo c’era un confratello con una bacchetta in mano
che controllava che i partecipanti alle funzioni si comportassero in modo giusto. Dall’ambito
religioso, ma con un processo di laicizzazione, provengono indirettamente anche il gioco
non vale la candela, trasformazione della formula precedente il santo non vale la candela,
che si chiarisce nella sua origine se si pensa ad un santo incapace di soddisfare le richieste
del fedele e a cui era quindi inutile accendere una candela che andava sprecata.

3. MODI DI DIRE E TRADIZIONI REGIONALI


Il nostro è un paese in cui le tradizioni regionali contano molto, anche nei modi di dire.
I dialetti settentrionali, e in particolare quelli lombardi, forniscono tanti modi di dire, molti
dei quali derivati da antiche pratiche di scherno: essere in bolletta, figlio della serva, far
ridere i polli.
Essere nati con la camicia e restare in braghe di tela (con allusione ad antiche pratiche
giudiziarie e ai modi in cui i falliti dovevano essere vestiti) sono veneti.
L’apporto del romanesco ai modi di dire dell’italiano, da quando Roma è diventata capitale,
è consistente: avere la iella, tirare a campare, fare una pennichella.
Molto consistente è anche il filone meridionale, soprattutto quello napoletano: passare un
guaio, cose da pazzi, invece su questo non ci piove e pezzo da novanta (originario di
ambienti legati alla mafia) vanno ascritti all’influsso siciliano.
Genericamente meridionale è come il cacio sui maccheroni.
I modi di dire e le locuzioni viaggiano: e non si limitano a passare da un dialetto all’altro, ma
in alcuni casi varcano i confini linguistici nazionali e diventano europei, dimostrando
profondi contatti tra culture. La maggior parte delle locuzioni paneuropee oggi in voga
(come molti proverbi e paragoni fissi) risalgono al comune fondo culturale greco, latino,
cristiano, medievale e rinascimentale. Vi è anche la traccia dell’Illuminismo e dei grandi
successivi movimenti storici.
In alcuni casi c’è un semplice calco, cioè sostituzione lessematica: con parole italiane si
traduce una sostanza semantica di una locuzione di un’altra lingua. Altre volte si assume
anche la parola straniera, adattandola fonomorfologicamente alle strutture della lingua
d’arrivo (l’italiano), come colpo di Stato che non ha origine in italiano: è un calco del
francese coup d’état.

4. MODI DI DIRE E PERSISTENZA DELLE PAROLE


Esistono in italiano parole che si sarebbero estinte da tempo, se non ricorressero in
determinati modi di dire o in nessi fissi di parole. Per esempio, l’espressione
entrare/scendere in lizza significa “prendere parte a una gara, a una discussione”. Come
espressione fraseologica è molto frequente. Tuttavia, la parola lizza è estinta. Presa da sola,
lizza è un arcaismo che significa in origine “palizzata, steccato” da cui “spazio recintato
entro cui si svolgevano le giostre all’epoca della cavalleria”. Da questo significato nasce il
senso del modo di dire usato ancora oggi: entrare in lizza significa “scendere nello spazio in
cui si svolge la lotta”; è rimasto il significato complessivo del modo di dire, ma quella della
parola di per sé è sconosciuta a quasi tutti gli italiani.
In un altro caso si è avuto un percorso che parte dal significato di una singola parola, transita
attraverso un modo di dire che è costruito con questa parola e approda ad un significato
nuovo per la stessa parola, sganciata dal modo di dire: mancia che significa “ricompensa,
piccolo compenso in denaro”, nella situazione rappresentata per esempio da una
consumazione in un ristorante o bar. La parola è nata sganciandosi da una locuzione ormai
non più capita, dare la mancia (detto di una dama), in cui mancia che è un prestito dal
francese manche, “manica”, indicava la manica offerta in dono dalla dama al cavaliere in un
torneo. Mancia aveva quindi un significato originario, “manica”, è stata inserita in un modo
di dire e alla fine ha assunto un nuovo significato che ha fatto estinguere il vecchio. La
ricompensa al cameriere è venuta molto dopo.

5. LOCUZIONI E MODI DI DIRE, OGGI


Oggi la produzione di nessi fissi continua.
Il paternalismo con cui era trattata la condizione femminile 800entesca è espressa meglio dai
modi di dire correnti che non dai manuali di storia: abbiamo per esempio il sesso debole
(espressione nata a fine 600, ma ancora in uso oggi, seppure in contesti ironici) o il gentil
sesso; il principe azzurro come aspirazione per le ragazze di buona famiglia. La maternità
al di fuori del matrimonio veniva trattata con nessi come figlio del peccato, figlio della
colpa, frutto del peccato. Alcuni decenni di pari opportunità hanno poi rimesso in gran
parte le cose posto e oggi i versi come quelli scritti da Giovanni Berchet nella prima metà
dell’800 sono lontani; ma basta tornare alla paraletteratura per capire che si tratta di formule
ancora oggi vitali nel linguaggio dei fotoromanzi o dei romanzi di consumo. È vitale anche
l’uso scherzoso di questi modi di dire (per esempio la canzone Cassonetto differenziato per
il frutto del peccato di Elio e le storie tese).
Da qualche decennio la produzione di nuove locuzioni è in gran parte frutto dell’influenza
congiunta dei mass media e della politica. Grande è il successo di formule come
politicamente corretto (dal 1987), con il suo contrario politicamente scorretto (dal 1988),
conflitto di interessi, diritto di cronaca. Oggi si ricorda che tra gli stereotipi del ’68 ci sono
le locuzioni nella misura in cui e a monte e a valle; il fuoco di sbarramento verso questi
due stilemi è stato così forte che sono quasi usciti dall’uso. Il modo di dire più fortunato del
periodo è il vitalissimo, ancora oggi, autunno caldo, che indica in origine le tensioni sociali
che caratterizzarono l’autunno del 1969 e poi viene riferito a tantissime situazioni, anche
meno drammatiche (subisce quindi un processo di banalizzazione).

6. IL MECCANISMO DELL’ANALOGIA
Dal punto di vista della formazione di nuovi modi di dire, abbiamo il fenomeno
dell’analogia. I modi di dire vengono spesso coniati sulla base di altre parole o di sequenze
di parole già esistenti e memorizzate dai parlanti. Per esempio, l’espressione madre di tutte
le battaglie, risalente alla prima guerra del Golfo, ha prodotto per analogia delle espressioni
simili come madre di tutte le partite, di tutte le cause.

Quadro 3.1
VOCABOLARI E STUDI SUI MODI DI DIRE
I modi di dire sono stati oggetto di studio scientifico sistematico solo recentemente, anche se
l’interesse erudito sulla questione risale al 700. Si deve segnalare l’antico precedente di
Sebastiano Pauli, che nel 1740 pubblica a Venezia una raccolta di Modi di dire toscani
ricercati nella loro origine. Ricco nella fraseologia è Bellezze di modi comici e famigliari
ovvero tesoretto di lingua e popolar sapienza pubblicato ad Ancona nel 1858 da Consolo.
Se ci riferiamo ai proverbi (abbiamo anche un precedente 6centesco di Orlando Pescetti che
nel 1611 pubblica a Venezia una raccolta di Proverbi italiani raccolti e ridotti sotto a certi
capi per ordine alfabetico), l’800 ci fornisce un repertorio importante dal punto di vista
documentario, la Raccolta di proverbi toscani curata da Gino Capponi dal materiale
manoscritto del poeta Giuseppe Giusti. Anche il ricorrere di proverbi e modi di dire in più
lingue ha attirato spesso gli eruditi; si veda, per esempio, un Dizionario comparato di
proverbi e modi proverbiali in 7 lingue, pubblicato dalla Hoepli a Milano nel 1929 e più
volte ristampato. Dello stesso genere è la raccolta di Modi di dire italiani, francesi, inglesi
e tedeschi pubblicata nel 1923 dalla stessa casa editrice milanese.
Non si possono elencare i repertori che hanno per oggetto la fraseologia nei dialetti. Per
quanto riguarda i repertori dell’italiano disponibili oggi, si parte da Frase fatta capo ha.
Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, a cura di Giuseppe Pittano; Dizionario
dei modi di dire della lingua italiana e Capire l’antifona. Dizionario dei modi di dire
con esempi d’autore di Giovanna Turrini e altri.
Lo strumento più ampio, aggiornato e affidabile è dello svizzero Ottavio Lurati che nel 2001
pubblicò un Dizionario di modi di dire in cui molti casi dubbi si sono risolti grazie ad una
ricerca in fonti antropologiche e ad un rinnovamento metodologico nella disciplina. Dello
stesso autore è il successivo Per modo di dire…, organizzato in forma di studio metodico.

CAP. 4: LESSICO E SOCIETÀ

Nell’italiano di oggi il ruolo guida della letteratura si è ridimensionato. Raffaele Simone dice
che l’innovazione lessicale deriva dal giornalismo e dai mass media, dalla burocrazia, dalla
cultura diffusa e dalle mode culturali (soprattutto giovanili), dai contatti dell’Italia con altri
paesi e con le loro lingue (come l’inglese d’America, vivacissimo nei campi della finanza,
della borsa, del commercio e da qualche tempo anche della medicina, della tecnologia e delle
scienze), dal rimescolarsi della lingua con le sue varietà regionali e con i suoi dialetti.

1. I LINGUAGGI SETTORIALI
Le varietà dell’italiano usate in ambiti specifici della vita sociale e professionale (linguaggi
settoriali) rappresentano una forza espansiva fondamentale nell’italiano di oggi a causa della
specializzazione sempre maggiore della società nei saperi, nelle tecniche e negli aspetti della
vita pubblica e privata. Ci sono i linguaggi settoriali delle scienze (la matematica, la fisica, la
biologia, la fonetica) o del diritto e dell’amministrazione, ma anche di hobby come il
modellismo, di sport come il calcio. Ciascuna ramificazione del sapere e delle sue
applicazioni ha un suo vocabolario, cioè una sua terminologia. Data l’inarrestabile
specializzazione dei saperi, ciascuna ramificazione ha un suo lessico specialistico. I
linguaggi settoriali convergono nelle varie lingue di cultura perché molte professioni sono
sovranazionali. Pensiamo alla lingua del turismo, per la quale è stato istituito un comitato
tecnico che ha regolato per l’Unione Europea la terminologia in fatto di servizi e assistenza
per informazioni al pubblico, trasporti, tariffe, assicurazioni, contratti di viaggio.
Come si forma un linguaggio settoriale? La costruzione del suo lessico segue 2 vie:
1) Si coniano o si prendono in prestito da altre lingue parole (termini) o unità
polirematiche che la lingua comune non ha e che sono proprie di quel determinato
settore: per la medicina prendiamo tachicardia, colecistite, colica epatica. La
medicina riprende gran parte della sua terminologia dal greco e latino (altri settori
prendono i loro elementi lessicali da altre lingue, come l’economia dall’inglese o la
gastronomia dal francese);
2) Si usano parole che sono già della lingua comune ma le si specializza attraverso una
rideterminazione semantica, cioè attraverso l’acquisizione di un nuovo significato,
proprio di quel settore. Prendiamo la lingua del calcio, che è ricca di determinazioni:
abbiamo scivolata, che nella lingua comune significa “scivolone, azione dello
scivolare”. Nelle cronache sportive la scivolata è un’azione di gioco che consiste in un
intervento con le gambe in avanti, regolare se colpisce il pallone, falloso se colpisce
anche o solo le gambe dell’avversario. Lo stesso termine, nel linguaggio del settore
aeronautico, indica una derapata (termine specialistico), cioè uno spostamento laterale
per la forza del vento o durante una virata non corretta, verso il lato basso dell’aereo.
Una parola del linguaggio comune, quindi, può, se rideterminata semanticamente,
diventare un termine specialistico anche di più settori; in ciascun settore avrà il suo
significato specifico, senza che ci siano confusioni o ambiguità da parte di chi
recepisce la parola.
A ciascun termine deve corrispondere un solo significato. La polisemia, che è diffusa nel
lessico comune, a tal punto che la maggior parte delle parole ha più di un significato, nei
linguaggi settoriali deve essere ridotta al minimo, o deve scomparire in favore della
monosemia. In qualunque ambito specialistico, la polisemia introdurrebbe ambiguità e
l’ambiguità è una negazione della comunicazione scientifica.
I mutamenti sociali e politici sono visti come un fattore di evoluzione del lessico. Iniziamo
dal cambiamento dell’organizzazione del lavoro e dei mestieri, che ha mandato in pensione
professioni e saperi fino a pochi decenni fa diffusissimi e di cui ora si trova traccia solo nei
musei di tradizioni popolari. Se prendiamo il vocabolario ottocentesco di Giacinto Carena,
uscito in varie edizioni a cavallo dell’Unità politica d’Italia, ci accorgiamo che molti nomi di
oggetti e mestieri è perlopiù ignota agli italiani di un secolo e mezzo dopo. Per Carena la
cacciatoia è un pezzo di legno tagliato a sbieco a uso di conio che serve per aprire, serrare o
stringere le forme in torchio. Apparteneva al linguaggio dei tipografi. Sono parole e
significate ormai desueti, legati a un mondo che non esiste più.
Il mondo del lavoro cambia e con esso cambiano le denominazioni delle professioni.
Stagnaio, lattoniere, fontaniere non sono più vitali come un tempo nelle varie regioni da
quando il mestiere artigianale ha cominciato ad organizzarsi su un piano aziendale; la
denominazione si è unificata a favore di idraulico o installatore termoidraulico.
Il fenomeno, dato il rapido sviluppo della tecnologia nel mondo moderno, si può misurare
ormai non nell’arco di secoli, ma di pochi decenni, o in alcuni settori della scienza e della
tecnica anche in pochi anni. Un ventenne di oggi, forse non ha mai sentito nominare una
scheda perforata, un sopporto fondamentale nell’informatica di ieri che consentiva di
trascrivere dati per apparecchiature elettroniche per mezzo di una perforatrice: a una tecnica
superata corrisponde di solito una terminologia superata, con qualche eccezione.
Le conoscenze del lessico non sono omogenee nella comunità linguistica, ma cambiano nei
diversi strati sociali in rapporto al grado di conoscenza e alla divisione del lavoro: una parola
che può apparire specialistica per un parlante comune, può essere percepita diversamente da
uno specialista per il quale apparirà di uso frequente e continuo.

Quadro 4.1
I tecnicismi collaterali
I tecnicismi collaterali completano sul piano dell’espressione stilistica la terminologia. Sono
forme lessicali non necessarie (come lo sono i tecnicismi specifici di un linguaggio
settoriale), e che però rispondono all’esigenza stilistica di mantenere al discorso settoriale un
certo grado di specificità e di separatezza rispetto al linguaggio comune. Non sarebbe
indispensabile scrivere accusare al posto di sentire un dolore, assumere al posto di
prendere un farmaco, ma esprimersi così aumenta il tasso tecnico del discorso.

2. PERSISTENZA DEL LESSICO E PROGRESSO DELLE CONOSCENZE


Il fatto che a una tecnica superata corrisponda di solito una terminologia superata ha varie
eccezioni che sono utili a comprendere alcuni fenomeni strutturali. Ci sono casi in cui il
nome dell’oggetto sopravvive anche se la tecnologia è stata resa obsoleta dall’evoluzione
delle conoscenze.
Per scrivere usiamo tutti i giorni la penna senza pensare al fatto che si chiama così perché un
tempo era una penna d’oca intinta nell’inchiostro: l’oggetto si è modificato diventando molto
diverso, ma il nome è rimasto. Anzi, negli ultimi anni la penna designa nel linguaggio
informatico un supporto mobile per la conservazione di dati (lo stick): il legame con la
penna d’oca e il calamaio è lontano, ma la persistenza della parola è tenace.
Si modificano le tecnologie e si modificano anche i gusti. Tuttavia ci sono settori del lessico
che persistono immutati, almeno in apparenza. L’evoluzione del lessico segue quella dei
sistemi sociali, e si apre alle novità, subendo nello stesso tempo perdite fisiologiche dovute
all’invecchiamento di arti, mestieri e abitudini.

Quadro 4.2
Varietà sociali e lessico
L’uso della lingua e del lessico può dipendere anche da variabili sociali come il sesso, l’età,
la classe socioeconomica, i gruppi di appartenenza, il grado di istruzione. Quanto alla prima,
la questione della lingua dei giovani, ammesso che ne esista una, va vista in un quadro più
generale: qualsiasi gruppo chiuso tende a produrre usi linguistici parzialmente diversi. Anche
la relazione tra lingua e sesso è molto problematica e difficilmente misurabile. È possibile
che uomini e donne parlino in modo leggermente diverso in relazione alle attività svolte e
che le donne siano più propense all’uso dell’italiano nella sua varietà locale. Una
correlazione tra classe sociale/livello di istruzione e lingua c’è, ma anche in questo caso è
difficilmente misurabile e non possono essere fatti discorsi generalizzanti: se è vero che in
linea di principio alti redditi consentono studi migliori (e questo ha un riflesso sulla lingua),
è vero per converso che spesso tra le classi più agiate ciò non si verifica; al contrario, tra i
gruppi sociali meno abbienti ci sono persone di ottima formazione culturale.
Il grado di misurabilità dell’impatto di questi fattori sul lessico, con gli strumenti e i modelli
teorici esistenti, è quindi basso.

3. I NEOLOGISMI
Una parola nuova nasce perché creare una nuova unità lessicale rappresenta il mezzo più
semplice ed economico per identificare oggetti del mondo fisico e contenuti mentali.
La neologia, cioè la possibilità di ogni lingua di formare nuove unità del lessico, è un
meccanismo fondamentale perché consente ad una lingua di rimanere viva. Le lingue che
sono state codificate e fissate in un determinato momento della loro storia per motivi
religiosi o letterari, sono quelle morte come il latino classico, il sanscrito o l’ebraico biblico.
Attraverso di esse non è stato più possibile seguire i cambiamenti sociali: sono cristallizzate
in una data epoca e sono considerate concluse. La neologia si colloca nell’ambito del
cambiamento linguistico. Un neologismo si forma in 2 modi:
1) Con la produzione di una vera e propria parola nuova (neologismo lessicale)
attraverso le regole di formazione delle parole, cioè la prefissazione, la suffissazione,
la composizione, il prestito o (sul piano della frase, non della singola parola) la
produzione di un’unità polirematica;
2) Con la nascita di un significato nuovo di una parola già esistente (neologismo
semantico).
Le nuove attività dell’uomo sono quindi segnate non solo dall’apparizione di nuove parole,
ma anche dallo sviluppo di nuovi significati figurati.
Mentre i neologismi lessicali sono facilmente riconoscibili (sono parole che prima non
esistevano: last minute, resettare), quelli semantici sono più difficili da osservare e da
catalogare: navigare (in rete) e chiocciola, il nome associato al simbolo @.
Il cambiamento della società è percepibile dalla nascita di nuove parole e significati. In
genere, la quota maggioritaria del lessico di una lingua si conserva e viene tramandata. Il
lessico è però condizionato dalla tensione tra forze innovative e forze conservative, che
producono un equilibrio instabile tra l’apparizione di nuove parole e significati e
l’invecchiamento di altre parole e significati.
Lo stesso concetto di neologismo pone problemi teorici di difficile risoluzione, a cominciare
da quanto debba essere nuova una parola per essere considerata un neologismo. Alla parola
“neologismo” però, deve essere riconosciuto un certo grado di ambiguità.
Alcuni prestiti attecchiscono e si impiantano in una lingua stabilmente, mentre la maggior
parte di essi vengono usati occasionalmente e poi scompaiono; secondo Migliorini il
neologismo capriccioso ricade presto nell’ombra, quello che dà forma a un nuovo concetto
largamente diffuso entra nel lessico.
I neologismi usati in funzione espressiva e stilistica da giornalisti in particolari contesti sono
detti neologismi stilistici. Tra essi, si annida la maggior parte delle parole nuove che non
attecchiscono stabilmente.
Ma anche i neologismi stilistici possono attecchire con successo. Per esempio, lottizzazione,
applicato alla spartizione di posti e incarichi pubblici (pagati con i soldi della collettività) in
funzione dell’appartenenza politica, è un neologismo coniato (da Albert Ronchey) in
funzione espressiva, ma con un tale successo che questa nuova accezione è più nota di quella
primaria (“dividere in lotti un terreno”). Moltissimi però sono destinati a sicura estinzione,
dopo essere stati usati una sola volta o per un breve periodo di tempo: nei giornali del 2008
troviamo parole come precarity day, supertata che difficilmente supereranno l’anno o
saranno usati 2 volte.
Hanno più possibilità di successo i neologismi denominativi, cioè quelli che servono a dare
un nuovo nome ad oggetti nuovi o a nuove tecniche. Essi rispondono ad un problema di
difettività lessicale, cioè colmano un vuoto del sistema. Colma una lacuna reale la parola
agroecologia, la scienza che studia i fenomeni ecologici all’interno del campo coltivato
inteso come ecosistema: non solo compare sui giornali, ma ad essa è dedicato un corso di
laurea specialistica dell’Università di Torino, e conosce equivalenti nelle altre lingue
europee. Sulla sua stabilizzazione si può puntare. I neologismi denominativi sono facilmente
legati all’evoluzione tecnologica e ai consumi di una moderna società postindustriale: oggi
abbiamo, per esempio, la computergrafica (grafica computazionale).
Anche nel caso dei neologismi denominativi, ci sono però tecniche che invecchiano
velocemente, il quale coinvolge anche il lessico ad esse legato. Fino a qualche anno fa il
supporto privilegiato della visione privata di film era la videocassetta, che entra nell’italiano
nell’edizione 1970 dello Zingarelli. Ancora oggi tanti italiani conoscono questa parola, ma
nel giro di qualche anno il dvd (attestato nel 1996) ha soppiantato del tutto, dopo un breve
periodo di coesistenza tra i 2 oggetti e i loro lettori, la videocassetta mandandola in pensione
o nel mercato del modernariato, mandandone in pensione il nome; esso, a sua, volta è in via
di sostituzione da parte di formati ancora più avanzati.
Il lessico, a differenza della grammatica, è un sistema aperto. Ciò implica la nascita e il
deperimento di migliaia di parole, con l’avvertenza che la creazione di una nuova parola, non
implica necessariamente l’uscita dall’uso di una parola precedente, alla quale, in molti casi
(per esempio nell’uso di gruppi sociali diversi), si può affiancare, creando un sinonimo.
Facciamo un esempio tratto dalla lingua del calcio. A contropiede, il termine classico con
cui si descrive il rapido contrattacco di una squadra con capovolgimento di fronte del gioco,
si è aggiunto negli ultimi anni anche il più tecnico ripartenza (coniazione di Arrigo Sacchi),
che non l’ha sostituito, ma l’ha affiancato. A volte le parole e le locuzioni sono più di 2: è
così per gomma da masticare (1911), chewing gum (1927), gomma americana (1959) e
infine gomma (1967) che si sono affiancati senza sostituirsi.
Si possono considerare neologismi anche gli elementi del lessico che nascono come termini
specialistici di un determinato ambito settoriale e poi si diffondono, di solito con un
allargamento del significato, presso la generalità dei parlanti.
Facciamo l’esempio di un verbo non molto nuovo, attestato per la prima volta nel 1964, che
non si è mai riuscito ad affermare del tutto, ossia attenzionare. Forse è nata all’interno del
gergo dei funzionari di polizia, quindi di un linguaggio settoriale; il suo significato è
“sottoporre all’attenzione”, in particolare all’attenzione investigativa delle forze dell’ordine.
Dalle investigazioni l’uso del verbo si è esteso alla lingua comune: si dice frequentemente
attenzionare un evento, un problema. L’estensione dell’uso non ha ancora garantito
l’accettazione piena di attenzionare dalla parte della comunità dei parlanti (ne è una spia il
numero altissimo di volte in cui la parola, sui giornali, è scritta tra virgolette; essa è presa di
mira spesso nelle rubriche di posta dei lettori di quotidiani, che si lamentano dell’uso).
Quest’ultimo fatto è rilevante perché le parole nuove ottenute attraverso meccanismi come la
suffissazione, prima di affermarsi, passano un periodo di ambientamento, in cui possono
essere criticate. È stato così anche per verbi che oggi sono accettati come minimizzare e
massimizzare, a riprova del fatto che l’accettazione di una parola dipende solo
dall’abitudine e che non esistono parole belle e brutte. Nel caso di obliterare e obliteratrice,
le critiche hanno avuto l’effetto contrario: grazie al fatto che queste parole sembravano
diventate nemiche della purezza dell’italiano, e che quindi di esse si è parlato tantissimo,
esse oggi sono conosciutissime. Non si può sapere se il fuoco di sbarramento che spesso
accompagna la nascita di parole nuove sia destinato al successo o no: in passato, molte
previsioni sul movimento della lingua sono state smentite. Il fenomeno, che non è solo
italiano, ha radici antiche. La battaglia contro le parole straniere comincia con un movimento
ottocentesco, il purismo.
Nel caso dei neologismi con suffisso, agisce il meccanismo dell’analogia. Esempio: il
suffissoide -poli passa a designare uno scandalo dopo la coniazione del neologismo
tangentopoli: abbiamo così affittopoli, parentopoli.

Quadro 4.3
I CREATORI DELLE PAROLE
In un gruppo minoritario il creatore di una parola, ossia l’onomaturgo è individuabile e di
conseguenza una parola viene datata in modo esatto. Per esempio, la parola velivolo, nel
senso di “aeroplano”, è stata creata da D’Annunzio e da lui usata per la prima volta sul
Corriere della Sera il 28 novembre 1909. Si tratta di un neologismo d’autore databile e
localizzabile. Si può risalire molto più indietro: bolgia, per esempio nel significato di
“sezione dell’Inferno” risale a Dante; cannocchiale è forse stato coniato da Giuseppe
Biancani nel 1611.
Tutto ciò è maggior ragione possibile oggi, per esempio con le parole della politica: i
nomignoli di vari sistemi elettorali della 2 Repubblica sono stati coniati dal politologo
Giovanni Sartori (Mattarellum, Porcellum). La parola doppiopesismo, politicamente
rivolta ad indicare l’atteggiamento parziale e fazioso di chi, secondo la propria parte politica,
dà su vicende simili giudizi diversi, è stata coniata da Paolo Mieli sul Corriere della Sera il
19 maggio del 1996.
Solitamente però è difficile risalire al creatore di una parola. La prima datazione che
compare sui dizionari va intesa come provvisoria e sempre migliorabile e precisabile dopo
ricerche successive.

Quadro 4.4
PURISMO E NEOPURISMO
Il purismo nasce sotto la spinta di Antonio Cesari all’inizio dell’800. All’interno di un
quadro più ampio, in cui si è avanzata la proposta sulla lingua per la letteratura che vuole
tornare alla lingua usata in Toscana nel 300, vista come modello di purezza, si apre un fronte
contro le voci provenienti da lingue straniere, soprattutto il francese, anche se adattate. Le
voci prese di mira dipendono dai singoli lessicografi, che sono raggruppabili in 2 correnti,
una più aperturista e l’altra più rigorista. Ad una condanna si accompagna almeno una
proposta di sostituzione. Con gli occhi di oggi, sorridiamo di fronte al tentativo del purista
Bernardoni di sostituire asfittico con la circonlocuzione chi soffre privazione improvvisa o
mancamento sensibile del polso e della respirazione prodotta da’ vapori del carbone o
da altro accidente. Con gli occhi di oggi sono sorprendenti anche i giudizi di completo o
parziale rifiuto di elementi del lessico che oggi sono usati sempre, da parlanti di ogni livello
di istruzione, come inoltrare, allarmare. Parole o costruzioni come avere influenza,
lusingarsi sono colpite da prescrizione non solo nell’800, ma anche nel 1956 in un’opera di
Aldo Gabrielli.
Un lessicografo purista dell’epoca, Tommaso Azzocchi, parla dei suoi contemporanei come
dei nostri Francesi – Italiani infetti da francese mania.
In alcuni casi la battaglia censoria nei confronti dei francesismi ha avuto successo. Per via di
un’aggressiva campagna sono scomparse dall’uso parole come estremare, “dare l’estrema
unzione”, immorare, “trattenersi”, ma molti prestiti riescono a sfuggire ai puristi, e in tutti i
campi semantici.
Per quanto riguarda il ventennio fascista, la battaglia neopurista contro le parole straniere
riprende vigorosa, sollecitata da motivazioni politiche. La lotta è affidata all’Accademia
d’Italia che pubblica in 3 anni 15 elenchi di parole straniere da sostituire con parole italiane.
Alcuni tentativi di sostituzione riescono: sportello soppianta guichet, assegno si affianca a
chèque rendendolo raro, e due proposte di Bruno Migliorini, regista e autista mandano
fuori uso régisseur e chauffeur. Ma anche in questo caso, il tentativo di sopprimere
centinaia di parole, va a vuoto: restano stabili parquet, dessert, mentre le proposte
sostitutive (tassellato, alla frutta o fin di pasto e uovo scottato) vengono dimenticate.

Quadro 4.5
I VOCABOLARI DEI NEOLOGISMI
La nascita dei neologismi ha interessato chi se ne è occupato fin da quando la realizzazione
del nuovo Stato unitario si è imposta nell’agenda politica, cioè dall’800. Le vicende della
lingua e della storia sono collegate perché si tratta degli anni in cui l’italiano esce dagli
ambiti ristretti in cui era confinato e diventa la lingua di tutti. Inizia un processo di veloce
cambiamento del lessico in cui l’italiano di adegua alle veloci trasformazioni culturali e
sociali. La differenza tra i repertori di neologismi dell’800 e quelli successivi sta nel fatto
che i primi hanno origine come raccolte di parole da non usare: sono i dizionari puristici.
Con questi intenti di condanna nasce all’inizio anche quella di Alfredo Panzini che,
modificata nel corso dei decenni, sarebbe diventata la più importante raccolta di neologismi
del 900 (prima edizione: 1905). Ma la raccolta di Migliorini – Panzini si trasforma nella
registrazione fedele dei cambiamenti del lessico della nostra lingua sotto la spinta delle
trasformazioni dell’Italia. Nel Dizionario moderno vengono registrati solo i neologismi che
avevano buone probabilità di attecchire. In questo repertorio si trovano tantissime parole che
oggi sono ambientate e usate tantissimo: fard, permanente.
Dal Dizionario moderno in poi gli specialisti si sono sempre più interessati ai neologismi e
negli ultimi decenni le iniziative in merito sono aumentate. La fonte più documentata per le
parole nate tra gli anni 60 e 80 è il Cortelazzo – Cardinale dove si cerca di cogliere nella
grande massa di forme nuove che si ritiene abbiano la probabilità di restare nel vocabolario
comune. Negli stessi anni, un altro importante repertorio è quello di Claudio Quarantotto,
Dizionario del nuovo italiano. Agli anni 80 è dedicato anche 3000 parole nuove. La
neologia negli anni 1980 – 1990 di Ottavio Lurati.
Le iniziative successive, che riguardarono gli anni ’90 sono tantissime e il loro aumento
appare in coincidenza con il passaggio traumatico dalla prima alla seconda Repubblica, che
ha portato a vari cambiamenti, tra cui l’adozione di sistemi elettorali (soprannominati
Mattarellum e Porcellum) diversi da quello con cui il parlamento è stato eletto dal
dopoguerra in poi (quello proporzionale “puro”) e il cambio della denominazione di quasi
tutti i partiti e movimenti. Prima di questo periodo, che inizia nel 1992, vi è un ampio
repertorio (5000 parole), concepito all’inizio in funzione dei lavori per l’aggiornamento del
Devoto – Oli, ossia quello di Bencini – Citernesi, fondato su un corpus raccolto tra il 1990 e
i primi mesi del 1992. Il sommovimento politico – giudiziario successivo ha avuto una certa
ripercussione sul lessico dei giornali dell’epoca. Gran parte dei repertori che documentano la
creatività lessicale del periodo è orientata sulla politica e sul nuovo lessico dei quotidiani e
settimanali d’informazione. Fanno riferimento alla realtà politica i repertori di Novelli –
Urbani, Dizionario italiano. Parole nuove della seconda e terza Repubblica e Dizionario
della seconda Repubblica: le parole nuove della politica. Un’iniziativa proseguita per 3
numeri è quella di Michele Cortelazzo, Annali del lessico contemporaneo italiano (ALCI).
È dedicato alle parole nuove il supplemento di un vocabolario in più volumi, il GRADIT di
Tullio De Mauro.
Per quanto riguarda l’inizio del nuovo secolo, abbiamo 2 volumi di Adamo – Della Valle,
Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millenio e 2006 parole nuove, che
offrono un quadro delle nuove parole fondato sullo spoglio di quotidiani nazionali.
Interessante è il volume di Bencini – Manetti, Le parole dell’Italia che cambia, che usa il
materiale accumulato negli ultimi 10 anni per gli aggiornamenti delle edizioni più recenti del
Dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli.
Ha uno scopo diverso, ossia quello di offrire una riflessione ampia sulla storia e la diffusione
di alcuni, selezionati neologismi della politica, il quadro presente nel volume di Dell’Anna –
Lala.

4. GLI ARCAISMI
Il movimento di una lingua non si manifesta solo attraverso il suo arricchimento e la
formazione di neologismi. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dall’invecchiamento
di una parte del vocabolario e di una parte dei significati e dalla loro progressiva scomparsa.
Gli arcaismi che conosciamo attraverso le testimonianze del passato, possono essere distinti
in varie categorie.
Prescindendo dagli arcaismi morfologici (cioè da forme verbali e pronominali uscite fuori
dell’uso) e sintattici (cioè da costruzioni in cui l’ordine delle parole è oggi desueto), ci
concentreremo sugli arcaismi lessicali, costituiti dalle parole uscite fuori dall’uso, che non
esistono più nell’italiano di oggi: compunto, ossia “trafitto, amareggiato”, erta, ossia
“salita”.
Alcune parole della Divina Commedia esistono ancora oggi, ma con significati diversi. Sono
gli arcaismi semantici, difficili da individuare perché il lettore moderno può farsi ingannare
dal fatto che queste parole sono presenti nella lingua a lui familiare: presto, ossia “veloce”
(come aggettivo) e non “entro breve tempo” (come avverbio).
Parte degli arcaismi sopra citati (compunto, erta) può essere considerata letteraria: sono
parole usate poi dalla tradizione lirica italiana fino al 900.

5. L’USO DELLE PAROLE: LA CORRETTEZZA POLITICA


La correttezza politica, cioè l’esigenza di usare le parole secondo caratteri non sessisti e non
offensivi verso minoranze politiche, etniche o religiose, ha determinato negli ultimi anni un
cambio di mentalità e di comportamenti linguistici. Questa tendenza al politicamente
corretto, che si è diffusa dagli Stati Uniti al resto del mondo occidentali, ha agito lungo
diverse direttrici.
Nei confronti di alcune situazioni di disagio, per esempio, si è scelto di preferire
denominazioni come portatore di handicap, non vedente a quelle (che implicano
disprezzo) prima prevalenti; nel primo caso, una progressiva sensibilizzazione al problema
ha fatto emergere la denominazione di disabile (probabile anglicismo che ha sostituito
handicappato) e di recente quella di diversamente abile o diversabile. Lo stesso
atteggiamento ha portato alla revisione della denominazione di gruppi etnici sentiti come
troppo vicini al passato coloniale che rappresenta una pagina ingloriosa della storia europea
degli ultimi secoli, per cui, in linea con quanto accade nel mondo occidentale, la parola
negro e i suoi corrispondenti nelle altre lingue sono stati banditi in favore di nero o di
colore. Nel mondo anglosassone ciò ha portato alla soppressione della parola nigger dai
vocabolari, anche se era stata usata senza nessun intento negativo da grandi scrittori del
passato.
La correttezza politica, oltre a riguardare i gruppi etnici e religiosi e minoranze (o nel caso
delle donne, maggioranze) sessuali, tocca da vicino anche il mondo del lavoro, in cui varie
professioni hanno cambiato nome. Si può ironizzare per la trasformazione degli spazzini in
netturbini e poi in operatori ecologici, ma ciò appartiene ad una rivalutazione e
all’autocoscienza del proprio ruolo nella società di oggi, a parte il fatto che il cambiamento
di nome in qualche caso coincide con cambiamenti nella professione stessa. La tecnica di
raccolta dei rifiuti solidi urbani è molto cambiata nel tempo, anche se le trasformazioni di
solito sfuggono alle osservazioni condotte nel breve periodo: da quando gli addetti si
calavano nei cunicoli delle cloache svuotandole con i secchi (fino all’800 si fece così) alle
tecniche meccanizzate e agli studi sull’impatto ambientale di oggi, tutto è cambiato, e
sarebbe antiquato usare le stesse denominazioni del passato per professioni che si sono
trasformate. Ciò vale per tante categorie di lavoratori.

Quadro 4.6
Le “Raccomandazioni” per un uso non sessista della lingua italiana
Un documento redatto da Alma Sabatini per la presidenza del Consiglio nel 1987 e per la
Commissione per la parità e le pari opportunità rappresenta una svolta simbolica ed è il
primo documento ufficiale italiano che propone un taglio netto con la discriminazione
linguistica verso le donne. Esso raccomanda delle alternative compatibili con il sistema della
lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, soprattutto quelle più soggette
al cambiamento, per stabilire un rapporto tra valori simbolici nella lingua e valori concreti
nella vita.
Le Raccomandazioni consistono in 2 liste di parole o frasi, una per le forme di cui si
propone la sostituzione e una per le corrispondenti forme non sessiste.
Si propone di evitare formule come i diritti dell’uomo sostituendole con diritti umani, o
uomini primitivi con popolazioni primitive, in modo che la parola uomo che indica sia
l’essere umano (iperonimo), sia quello di sesso maschile (iponimo), perda la sua ambiguità
indicando il maschio (primitivo è da considerare politicamente scorretto se riferito a
popolazioni attuali, perché implica un giudizio di arretratezza: si deve usare popolazioni a
tecnologia non avanzata). Sono colpiti anche l’articolo accanto ai cognomi femminili se
non lo si mette anche a quelli maschili; l’appellativo signorina, molto usato all’università
nel rapporto docenti/studentesse, poiché dissimmetrico rispetto al corrispondente signorino
che non viene mai usato. Sono consigliati i femminili dei nomi di mestiere o cariche, se
l’interessata è una donna (direttrice, non direttore), e anche l’articolo femminile per nomi
come la preside, la manager.
Ci sono anche proposte di difficile o problematica attuazione, come quella che riguarda
l’accordo del participio passato al femminile, nel caso di nomi maschili e femminili (è giusto
dire Carla, Maria, Giacomo, Sandra sono arrivate e non arrivati). Irricevibili perché
violano il principio della fissità dei modi di dire e dei nessi sono anche proposte di
sostituzione come caccia all’individuo al posto di caccia all’uomo; e pongono problemi
idee come quella di evitare fraternità, fratellanza, paternità in contesti in cui si riferiscono
a donne. La lingua, se è rivelatrice di atteggiamenti culturali, deve adeguarsi ai cambiamenti
e all’emancipazione femminile, uno dei fenomeni sociali più importanti degli ultimi 2 secoli.

6. LESSICO FORMALE E INFORMALE


Esistono parole riservate a situazioni comunicative più alte, come lo scritto formale o un
incontro ufficiale, e di parole che si possono in contesti più informali e quotidiani.
Catalogare queste forme lessicali e ricavarne elenchi precisi è quasi impossibile: per
esempio, alcune parole, usate in un determinato contesto, sono formali (l’altra faccia della
vicenda), in altri contesti informali (hai la faccia gonfia).
Esistono però casi individuabili con sicurezza di parole che possono essere di solito sostituite
da altre meno confidenziali che concorrono alla fisionomia della varietà della lingua
contemporanea che è stata definita “italiano dell’uso medio”: pigliare (prendere), fregare
(ingannare), scassare (rompere). Ci sono anche parole informali quasi uscite dall’uso
quotidiano, ma rimaste nel linguaggio giornalistico come macchie espressionistiche per
conferire una certa brillantezza agli articoli di cronaca: grana (denaro), soffiata
(rivelazione). È informale il turpiloquio (parolacce), da tempo accettato dai mezzi di
comunicazione di massa, ma escluso dai contesti più formali.
A volte la scala può essere più complessa: in ordine di informalità, abbiamo incazzarsi,
arrabbiarsi, adirarsi.

CAP. 5: IL LATINO COME MATRICE: TRAFILA EREDITARIA E TRAFILA


DOTTA

1. PREMESSA
Tutte le parole che usiamo o che troviamo in un vocabolario hanno una loro storia, per
alcune millenaria e per altre breve o brevissima.
Il lessico di una lingua è un insieme aperto e in movimento. L’adeguamento alle esigenze
poste dal progresso e dall’evoluzione sociale avviene in due direzioni, una in entrata e una in
uscita. Da una parte si ha un arricchimento del lessico e uno sviluppo di nuovi significati da
parte delle parole già esistenti, dall’altra c’è un settore del lessico che non corrisponde più
alla realtà, quello che è stato sorpassato dall’evoluzione, cade in disuso, viene obliterato e
sparisce. Le nascite e le morti sono in un certo equilibrio che vede le prime prevalere sulle
seconde.
Dal punto di vista della formazione e dell’origine delle parole, il patrimonio lessicale
dell’italiano può essere suddiviso in:
- Parole di tradizione ininterrotta, dal latino fino ad oggi;
- Parole di tradizione latina o greca, ma giunte in italiano per via dotta (cultisimi);
- Prestiti e calchi da lingue straniere o dai dialetti locali e regionali;
- Neoformazioni (suffissati, prefissati, composti).

2. TRAFILA EREDITARIA E TRAFILA DOTTA


L’italiano continua il latino, lingua che si è estinta da circa un millennio e mezzo.
L’espressione “continua il latino” viene usata per sottolineare che il passaggio dal latino alle
lingue neolatine (o romanze) è stato il risultato di un processo progressivo, lento, graduale e
ininterrotto, di cui abbiamo una documentazione scritta e non orale perché quando essa
avvenne non esisteva ancora il registratore. In questo periodo durato alcuni secoli, i
cambiamenti non sono stati avvertiti dai parlanti.
La documentazione di questa lenta serie di cambiamenti è molto scarsa, per le prime fasi e
lascia grande spazio alle congetture e alle interpretazioni (e infatti gli studiosi sono divisi su
come il cambio sia effettivamente avvenuto), ma si fa via via più abbondante per le fasi
successive, fino a quando la nuova lingua acquista anche una sua autonomia e dignità scritta:
siamo però dopo l’anno Mille e il processo del passaggio dal latino alla nuova lingua si è già
compiuto da secoli nel parlato.
Il latino è il maggior serbatoio delle parole italiane. Una parte importante delle parole che
usiamo quotidianamente presenta dal punto di vista linguistico 2 condizioni:
- Deriva dal latino parlato (che aveva una struttura diversa da quello scritto che
conosciamo attraverso la lettura dei classici scolastici, così come l’italiano parlato è un
po’ diverso da quello letterario);
- È stata usata ininterrottamente, attraverso i secoli, da quando si parlava in latino
fino ad oggi.
La prima condizione è intuitiva; la seconda precisazione non è superflua perché in italiano
c’è un’importante quota di parole che derivano anch’esse dal latino, ma che erano uscite
dall’uso e ad un certo punto sono state rimesse in circolazione per via dotta, artificialmente.
Il fenomeno è molto proficuo per le nostre possibilità comunicative perché ha aumentato il
nostro ventaglio espressivo. Per questo secondo insieme non si può parlare di trafila
ereditaria e di continuazione ininterrotta, ma si parla di trafila dotta, cultismi o
latinismi. Ciò non deve meravigliare visto che il latino, anche dopo la sua estinzione come
lingua parlata, rimane la lingua della cultura e dei dotti in tutta l’Europa; resta la lingua
ufficiale della Chiesa Cattolica fino al Concilio Vaticano II (1963).
Le parole di tradizione ininterrotta si concentrano in campi dell’attività umana di grande
importanza per la vita di tutti i giorni.
Nel corso del processo dobbiamo tenere conto anche di un altro elemento: il cambiamento
di significato.
Supponiamo che un antico romano torni a vivere oggi e che gli mostriamo un cavallo. Forse
capirebbe la parola cavallo perché in latino ne esisteva una simile, caballus (da cui cavallo
deriva). Ma se gli mostriamo un cavallo da corsa si stupisce per il fatto che lo chiamiamo
cavallo, perché per i latini un caballus era solo un cavallo da tiro, di qualità scadente, un
animale da corsa o da guerra si sarebbe chiamato equus. Questo è un caso di cambiamento di
significato: il latino aveva 2 nomi per designare l’animale di buona e di cattiva qualità.
Equus si è estinto e caballus ha preso il posto di entrambi, cambiando il proprio significato
da “cavallo di cattiva qualità” a “cavallo” (di qualsiasi qualità). Questa parola è vissuta
ininterrottamente dalla latinità fino ad oggi (per questo si parla di “trafila ereditaria”), ma il
significato si è leggermente ampliato, modificato.
In altri molti casi non ci sarebbe possibilità di capirsi, perché l’evoluzione fonetica dal latino
è stata tale che un parlante comune che non sia uno specialista del settore, non sarebbe in
grado di riconoscere la derivazione dalla lingua di partenza a quella di arrivo. Pochi
riconoscerebbero nell’italiano coppia la continuazione del latino copula, o il rapporto
genetico che lega cerchio a circulum.
Il lessico di trafila ereditaria (ma anche buona parte di quello di trafila dotta) deriva dalla
forma dell’accusativo latino lupum, non il nominativo lupus. È ancora più evidente per gli
imparisillabi della 3 declinazione, l’italiano ruggine continua l’accusativo latino aeruginem,
non il nominativo aerugo.

3. I CULTISMI
Accanto a varie parole latine che si sono conservate, c’è anche un gruppo che si è estinto.
Non c’è più traccia di bellum, ossia guerra, tellus, ossia terra.
I dotti di ogni età successiva all’estinzione del latino (uomini del diritto, della Chiesa, delle
lettere) hanno usato il latino (e in determinate epoche anche il greco) come un serbatoio a cui
attingere in caso di necessità espressive particolari. Quando le lingue moderne hanno avuto
bisogno di designare oggetti o concetti per cui non avevano un corrispondente nel proprio
patrimonio linguistico, lo hanno attinto dal latino scritto che era (e lo è stato fino a poco
tempo fa) la lingua della Chiesa, della scuola e delle persone colte. Migliaia di parole sono
state tratte fuori dal dimenticatoio e riportate in vita attraverso questa via libresca.
Abbiamo parlato di lingue di cultura e non solo dell’italiano perché l’elemento latino e greco
ricreato dai dotti ha uno status privilegiato e transnazionale dalla cultura umanistica e
rinascimentale in poi.
In molti casi la vita di queste parole non è stata stentata e riservata ad una piccola cerchia di
dotti: tantissime parole di questo tipo si sono ambientate così bene che sono entrate nell’uso
comune della lingua e dei dialetti e ci sono rimaste, usate da persone di ogni ceto sociale e
ogni grado di istruzione. Si tratta di uno dei motivi per cui usiamo l’etichetta di “voci dotte”
in riferimento alla modalità di nascita di queste parole, create e usate dai dotti, avendo però
presente il fatto che si tratta solo di una prospettiva storica: se guardiamo a come vengono
usate, dobbiamo prendere in considerazione anche altri parametri come il successo effettivo
di una parola, e dobbiamo tenere in conto che il passaggio del lessico da un livello all’altro
della lingua, dal livello popolare a quello dotto e viceversa, è un fenomeno normale in tutte
le lingue romanze.
Bisogna partire dal fatto che, nel lungo periodo di transizione dal latino all’italiano, molte
parole sono scomparse. Il latino ignis che significava “fuoco”, si è estinto da secoli. Essendo
però rimasto scritto nelle opere dei grandi autori latini, che hanno continuato fino ad oggi ad
avere un grandissimo prestigio in tutto l’Occidente, ignis rimaneva lì per un eventuale
recupero colto che c’è stato: per esempio, l’italiano ignifugo, che significa “che impedisce o
ritarda la combustione”, è una ripresa dotta di ignis, con l’aggiunta del suffissoide -fugo. Le
parole non devono necessariamente morire per sempre.
Come si riconosce una parola di tradizione popolare da una di trafila dotta? La fonetica, cioè
l’esame dell’aspetto fonetico delle parole, è fondamentale: già dai tempi di Cicerone nel
nesso ns la s non si pronunciava più. I romani scrivevano sponsa ma leggevano sposa. Se in
italiano abbiamo parole che originariamente presentavano ns in latino ma che in italiano
presentano solo s come sposa, siamo certi che sono di trafila popolare. Ma in italiano, per
esempio, l’aggettivo di sposa è sponsale: quindi l’aggettivo è di trafila dotta, cioè si è estinto
ed è stato richiamato in vita per via colta. Questo vale per molte parole italiane: assenso,
ansimare.
Un altro criterio è dato dalla morfologia. Sappiamo per esempio che tutte le parole che
terminano con suffissi come -zione o -àbile sono di trafila dotta: areazione, dannazione.
Per contro, ci sono buone possibilità che le parole che finiscono in -aio/-aia, sviluppo
popolare toscano del latino -arium, siano di trafila popolare: calzolaio, fornaio.
Non va trascurata la semantica che in alcuni casi è fondamentale nel riconoscimento di una
parola di trafila dotta da una di trafila popolare: in questo caso però sono possibili anche
interpretazioni diverse della stessa voce. Se una parla appartiene alla sfera del lessico
intellettuale, è più facile che sia dotta; se appartiene alla sfera della cultura materiale,
aumentano le possibilità che si tratti di una trafila popolare, ma non ci sono prove certe. La
particolare natura dell’italiano, che nell’aspetto fonetico delle parole ha conservato molto del
latino, in molti casi non permette di capire se siamo in presenza di una trafila o dell’altra. Per
esempio, il verbo desolare per alcuni studiosi è dotto, per altri popolare.
I latinismi sono diffusi in tutti i settori. Ne adopera tantissimi la tradizione poetica: infra,
prandi (e non pranzi), ermo.

4. GLI ALLOTROPI
Esistono due modalità attraverso le quali le parole di origine latina sono presenti nella nostra
lingua: attraverso l’uso ininterrotto che se ne è fatto dalla latinità fino ad oggi (trafila
ereditaria) oppure attraverso la ripresa successiva (trafila dotta).
Esiste una terza modalità, che incrocia le due precedenti: a volte ci si presentano parole che
risalgono alla stessa forma latina, ma che presentano una forma molto diversa e anche
significati diversi.
Abbiamo a che fare con gli allotropi, cioè con quelle parole che in italiano, ma anche in altre
lingue, si rifanno alla stessa parola latina, ma si presentano in forma diversa.
L’allotropo dotto è più vicino alla forma latina di quello popolare, che ha subito un processo
di alterazione più accentuato.
Forma latina Esito di trafila ereditaria Esito di trafila dotta
Angustia(m) Angoscia Angustia
Dalla stessa base latina si formano due derivati distinti, ma normalmente essi hanno due
significati così diversi che il parlante non pensa ci sia una connessione. Partiamo da cerchio
(un derivato di trafila popolare, è la parola circulum che si è lentamente modificata
assumendo la forma finale che conosciamo) e circolo (di trafila dotta). Il significato più
diffuso è diverso: “figura geometrica piana racchiusa in una circonferenza” contro
“associazione di persone”.
In altri casi sul piano semantico è più semplice trovare un legame tra gli allotropi.
Sicuramente rissa e ressa non indicano la stessa cosa (la rissa è un’azione violenta
volontaria, non premeditata, la ressa indica la calca), ma hanno qualcosa in comune.
Un altro tipo di allotropia è quella in cui si producono due parole che risalgono alla stessa
base latina, una attraverso la trafila ereditaria e una come prestito, attraverso un’altra lingua
romanza (di solito il francese e provenzale). Sono voci latine giunte a noi una prima volta
direttamente dal latino, e una seconda volta attraverso il francese.

Forma latina Esito di diretta derivazione latina Esito di trafila francese o


provenzale
Fabricare Fabbricare Forgiare (attraverso il fr. Forger).
5. L’ALTRA LINGUA DELL’ANTICHITÀ: IL GRECO
L’altra lingua classica che ha fornito un grande contributo alla cultura moderna è il greco. La
presenza, dall’epoca rinascimentale in poi, di grecismi nel vocabolario intellettuale di tutte le
principali lingue europee è un fatto importante come già osservava Leopardi, che
sottolineava “il ruolo fondamentale per la diffusione in tutte le lingue di “voci comuni”
giocato dalla comune organizzazione del sapere e dalla sua “circolarità” continentale.”
La reimmissione nell’italiano e nelle altre lingue di parole del greco antico nel lessico
intellettuale (filosofia, storia, retorica, scienze) è stata massiccia e profonda. Dall’ambito
umanistico e rinascimentale abbiamo cataclisma, catarsi, catastrofe.
Il 600 – 700 propone la circolazione paneuropea dei franco – latinismi e franco – grecismi,
parole di origine classica, quindi di vocazione internazionale e universale, riprese prima in
francese e poi trasmesse da questa lingua a tutte le altre: analisi, congestione.
Ma soprattutto il greco è fondamentale nella formazione di nuovi composti che ne
conservano solo lo schema grammaticale. Il fenomeno è molto vasto nei linguaggi
specialistici (medicina, chimica). In questo caso, non si tratta neanche di grecismi, ma
dell’uso di radici greche, usate spesso come prefissoidi e suffissoidi. Parole come
antropologia, filologo, non sono mai esistite in greco: dal greco vengono solo i loro
elementi costituitivi, non le parole in sé. Il successo di queste formazioni nei linguaggi
specialistici è dovuto alla preferenza della lingua contemporanea a usare nei settori
specialistici elementi più rari e meno coinvolti con le sfere d’uso quotidiano dello strumento
linguistico. Da questa angolazione, il greco gode della posizione favorevole di possedere
strutturalmente un numero altissimo di formativi e lessemi meno implicati nella pratica
comunicativi di tutti i giorni, dato che esso è meno diffuso del latino anche presso ambienti
sociali colti.
Tra gli pseudogrecismi, cioè le parole inesistenti in greco antico o esistenti con un altro
significato, abbiamo antologia, il cui senso era nella lingua originaria solo quello di
“raccolta di fiori” e che prende il significato attuale di “raccolta di brani in poesia o in prosa”
solo nel 700 inoltrato.

6. AMPLIAMENTO E CAMBIAMENTO DEI SIGNIFICATI


Il nostro mondo è diverso da quello di millenni fa. Una conseguenza di questo fatto è che la
lingua si è arricchita di nuove parole e di nuovi significati in corrispondenza con l’aumento
della complessità e con la trasformazione del mondo moderno.
Abbiamo già visto alcuni casi in cui, nel passaggio dal latino all’italiano, il significato di una
parola cambia: può trattarsi di cambiamenti dovuti a fattori culturali e religiosi (pagano), al
cambiamento di percezione qualitativa (cavallo, casa che passano dai sensi che implicano
qualità negative a un significato neutro, né positivo né negativo), oppure ad altri fattori (la
metafora, la vicinanza tra due significati).
Esistono poi tante parole che al vecchio significato latino, che si è conservato, ne hanno
aggiunti altri che si sono formati nelle lingue romanze. Prendiamo il latino pater che diventa
(attraverso l’accusativo patrem) l’italiano padre. Il senso di “uomo (o animale) che ha
concepito un figlio” si trasmette dal latino all’italiano. Ma l’italiano, nel corso dei secoli,
sviluppa significati nuovi, ignoti alla lingua di partenza: per esempio, quello di “titolo di
rispetto che si dà ai religiosi, soprattutto ai frati”.
Questo vale anche per i cultismi, le parole di origine dotta: per esempio il latino actor
significava solo “esecutore” o chi “agisce in giudizio contro altri”, mentre il significato di
“attore” si sviluppa dopo, a partire dal 300, ed è un’innovazione dell’italiano, assente nel
latino.
I fattori decisivi per l’ampliamento o il cambiamento di un significato sono l’analogia e la
metafora.
La metafora consiste nel fatto che una parola viene usata, trasportata (il significato originario
della parola, in greco è “trasporto”) in un contesto diverso rispetto a quello abituale in base
alla somiglianza del significato letterale. Se prendiamo la parola messe, essa significa
“mietitura” o “periodo della mietitura”. Ma se la parola è portata in un contesto diverso,
come “l’opera dei religiosi ha dato una buona messe di anime”, essa assume il significato di
“ciò che si raccoglie come frutto di un’attività, di un’opera intrapresa”.
Ci sono invece molti casi, in italiano e nelle altre lingue, in cui la metafora è talmente
consolidata e ripetuta da non essere più neanche percepibile come tale. In questo caso si
parla di metafora spente. Per esempio, se diciamo “la gamba del tavolo”, nessuno pensa ad
una gamba: eppure si tratta di metafora in cui la forma di queste parti del corpo umano e
animale è stata accostata, per somiglianza, ad analoghe parti di oggetti.
In qualche caso il significato originario di una parola va perso in favore di quello che si è
sviluppato per metafora. Abbiamo esempi già antichissimi di questo fenomeno, e si tratta di
casi fondamentali perché coinvolgono parole che usiamo sempre. In latino, per esempio, la
parola testa significava “vaso di argilla”; e non è un caso che questo significato continui
ancora in alcuni dialetti, come quello napoletano. Ma già dall’Alto Medio Evo, la parola
inizia a prendere il senso metaforico di “capo, parte del corpo umano sopra il tronco”, che si
stabilizza in italiano (e anche nel francese tête) oscurando quello originario di “vaso” che
muore. Sulla vicenda è circolata per molto tempo una spiegazione che ha a che vedere
l’immagine che ci siamo costruiti dei barbari della tarda antichità: il passaggio di significato
da “vaso” a “testa” si ebbe perché essi bevevano nei crani umani, ma la spiegazione sembra
costruita a posteriori e la lingua è piena di metafore analoghe che poi hanno avuto successo:
basta pensare al fatto che in modo scherzoso, a volte, chiamiamo la testa, in perfetto italiano,
zucca.
Metafore e analogie sono alla base della nascita di migliaia di nuovi significati e giocano un
ruolo fondamentale nel loro sviluppo.
La contiguità (cioè la vicinanza) tra 2 o più parti di un oggetto, di un corpo, di un elemento
naturale determina spesso il cambiamento del significato di una parola, con l’estinzione del
significato precedente dopo un periodo più o meno lungo di convivenza tra i 2 (l’ambiguità
viene risolta con la sopravvivenza di quello più diffuso). Il fenomeno è detto metonìmia, da
una parola greca che significa “scambio di nome”. Oppure, focus che nell’antichità
designava il “focolare”, mentre oggi il suo continuatore, fuoco, designa le fiamme: tra i 2
sensi c’è contiguità, vicinanza.
Esistono poi fattori di importanza più limitata per lo sviluppo della polisemia, come la
sineddoche, cioè il fatto di nominare la parte per il tutto, come in tetto per indicare l’intera
casa. La formazione di nuovi concetti può essere poi il prodotto di nuove conoscenze. Tutti
sappiamo cos’è una pianta. I Romani invece non avevano nessuna espressione per esprimere
questo concetto: il latino planta significava solo “pianta del piede”. Distinguevano solo tra
“alberi” ed “erbe”. L’innovazione è introdotta nel XIII secolo da Alberto il Grande nel
trattato De vegetalibus et plantis, scritto in latino, ma questa novità rimase per secoli
sconosciuta ai botanici. Dopo qualche secolo, con la diffusione delle conoscenze botaniche,
il concetto “pianta” e la sua rappresentazione linguistica diventeranno patrimonio stabile
della lingua quotidiana di milioni di persone.
Le dinamiche del cambiamento di significato sono molto più complesse e riguardano anche
fatti legati alla formazione delle parole, soprattutto nel periodo di transizione tra latino e
italiano. Nella protostoria dell’italiano sono per esempio documentate parole che un tempo
erano diminuitivi. Restando nel campo delle parti del corpo umano, che ha subito una grande
ristrutturazione nel passaggio dal latino all’italiano, noi oggi usiamo alcune parole che
inizialmente erano diminuitivi: orecchio viene da un diminutivo del latino auris
(auriculum). Con l’uso, il senso di “piccolo” si è depotenziato fino a perdersi del tutto, e noi
usiamo queste parole nel loro significato “pieno”.

CAP. 6 I PRESTITI

1. PREMESSA
Le parole straniere che entrano in una lingua in seguito a fenomeni di interferenza tra sistemi
linguistici vengono definite come “prestiti”. Il termine è inadeguato: il prestito, nella vita
reale, presuppone la restituzione dell’oggetto o della somma di denaro temporaneamente
ricevuti. Nelle lingue, quando una parola entra può radicarsi, cambiare significato,
estinguersi, ma non viene restituita.
Il prestito è una delle modalità di arricchimento del lessico della nostra lingua;
l’importazione di parole straniere (con quelle latine di trafila ereditaria e di trafila dotta e con
le neoformazioni) è una delle componenti fondamentali del lessico italiano.
I cultismi sono prestiti, con la precisazione che si tratta di prestiti da lingue estinte e non da
lingue viventi. Per quanto riguarda i prestiti dalle lingue viventi, il fenomeno chiama in
campo fattori sociali, economici, culturali, storici e di costume.
Il bilinguismo ha determinati gli scambi di parole tra lingue, soprattutto nel passato, quando
gli scambi tra le persone erano diretti. La massiccia diffusione di neologismi inglesi
dell’informatica si deve anche al fatto che il gruppo sociale che si occupa di informatica in
Italia è bilingue, così come sono bilingui i fisici, biologi, etc… Lo sviluppo del turismo di
massa, fenomeno sociale per cui per la prima volta nel corso della storia masse ingenti di
persone si sono spostate volontariamente per visitare nuovi paesi anziché essere costrette da
guerre, carestie o migrazioni in cerca di cibo, determina anch’esso riflessi linguistici.
Oltre al contatto diretto tra parlanti di lingue diverse, oggi gioca un ruolo fondamentale lo
sviluppo dei media e delle lingue trasmesse, in cui l’interazione paritaria tra parlanti non è
più necessaria (i giornali, la TV, la radio trasmettono una lingua, non si può rispondere a un
telegiornale); si è aggiunto negli ultimi anni anche la corrispondenza via email.
Quando tra due popoli, e quindi tra due lingue si stabiliscono dei rapporti commerciali,
culturali, religiosi, c’è sempre una ripercussione sul lessico. Bisogna tener conto del
prestigio: la lingua sentita dal parlante come più prestigiosa è quella che dà più prestiti alla
lingua sentita come meno prestigiosa, ma bisogna sottolineare che il rapporto è quasi sempre
reciproco. Per esempio, il latino (sentito come meno prestigioso) ha preso dal greco tanti
prestiti, ma anche il greco ha preso qualche parola dal latino.
Si potrebbe essere indotti dalla falsa idea che i rapporti tra le lingue o tra i popoli che le
parlavano siano improntati alla pace e alla tolleranza. In realtà le crociate cristiane diedero
vita a delle guerre ai danni di ebrei e arabi e il Mediterraneo fu infestato per secoli da pirati
arabi che praticavano la schiavitù, senza che questo abbia impedito a tantissime parole
orientali di entrare in italiano e nelle altre lingue europee e a migliaia di parole francesi,
spagnole e italiane di entrare nei dialetti arabi. Anche quello tra schiavi e padroni era un
rapporto di bilinguismo. Tracciare la storia dei prestiti nell’italiano (o dei prestiti
dell’italiano in altre lingue) significa scrivere un pezzo importante della storia non solo
linguistica del nostro paese.
Il fenomeno comincia in un periodo molto antico. Per valutare in pieno l’importanza della
questione dobbiamo tornare a quando le forze disgregatrici dell’Impero romano d’Occidente,
provocano l’entrata nel fondo latino di molte parole dei nuovi arrivati: germanici, bizantini,
slavi ed arabi. In direzione inversa, la civiltà antico – cristiana determinò l’accoglimento di
parole latine da parte dei popoli germanici, così come il cristianesimo greco agì fortemente
sui popoli slavi.
Un prestito è il frutto di un’acquisizione individuale che poi si allarga fino a coinvolgere
sempre più parlanti. Poi bisogna porre attenzione a quali gruppi sociali, nel corso della storia
dell’italiano, hanno acquisito determinate tipologie di prestiti, e allo status di un determinato
prestito presso i diversi gruppi che compongono la complessa realtà linguistica.
Un altro fattore che favorisce o penalizza l’acquisizione di un prestito è la somiglianza
lessicale e strutturale tra lingua donatrice e lingua ricevente. Anche se ci sono lingue, come
l’arabo, che hanno fornito tantissime parole all’italiano e alle altre lingue romanze, esse ci
hanno trasmesso quasi sempre nomi, pochi aggettivi e quasi mai verbi (che, indicando
azioni, sono più soggetti al problema dell’incompatibilità tra sistemi linguistici). Lo scambio
tra le lingue indoeuropee è stato invece continuo e larghissimo, motivo per cui, ad esempio,
l’inglese, dal punto di vista del lessico, è più una lingua a base latina che una lingua
anglosassone, visto che gli elementi che provengono direttamente o indirettamente dal latino
sono tantissimi. La somiglianza lessicale tra le lingue rende possibile l’identificazione
interlinguistica degli elementi lessicali, cioè il riconoscimento di molte parole che nelle
lingue differiscono solo per dettagli minimi come la terminazione (desinenza) o il suffisso,
come accade per letteratura (italiano), littérature (francese), literature (inglese), Literatur
(tedesco).
Qualunque flusso di prestiti si sia verificato storicamente, i sostantivi hanno la maggioranza
sugli aggettivi e sui verbi. Ciò si spiega con motivi semantici: l’adozione di una parola
dipende dalla necessità di esprimere un certo significato e dall’efficacia con cui essa svolge
questo compito. Siccome tra quello che si prende all’estero sono molto più frequenti nuovi
oggetti e nuovi fenomeni che non qualità, procedimenti o azioni nuove, ovvio che la richiesta
sarà maggiore per i sostantivi e minore per le altre parti del discorso: i primi arrivano come
etichette per gli oggetti e le nozioni importate, le seconde richiedono un certo sforzo di
astrazione.

2. PRESTITI ADATTATI E NON ADATTATI.


Si istituisce una differenza tra i prestiti adattati alla fonetica dell’italiano (per esempio il
francese béchamel, che entrando in italiano viene adattato in besciamella) e i prestiti non
adattati, che entrano in italiano così come sono nella lingua originaria (per esempio il
francese crème caramel). È una semplificazione efficace e ben rispondente a criteri
didattici, anche se non del tutto soddisfacente da un punto di vista teorico perché il prestito
rappresenta una risposta attiva della lingua alle sollecitazioni e agli influssi provenienti da
un’altra lingua. Questa risposta non può mai adeguarsi perfettamente all’archetipo, perché
una corrispondenza tra entità non commensurabili come sono i singoli sistemi linguistici è
approssimativa.
Ci sono quindi diversi gradi di adattamento, e tra i prestiti adattati e quelli non adattati c’è
una gamma larghissima di sfumature intermedie.
L’ostilità della nostra lingua a contemplare parole che terminassero per consonante è stata,
fino all’800 inoltrato, una spinta verso l’integrazione dei prestiti nelle strutture fonetiche e
morfologiche dell’italiano. Con regolarità, parole come flanelle, patriota sono diventate
flanella, patriota. La tendenza si è invertita nel 900 e sempre più velocemente, tanto che
l’italiano contemporaneo non integra quasi più i prestiti, che quindi entrano in forma non
adattata: camping, best – seller. Al massimo giunge ad adattare alla prima coniugazione i
verbi inglesi senza marca morfologica, di qualunque desinenza caratteristica: da flirt si ha
flirtare.
I prestiti vengono assunti al singolare. C’è una convinzione per cui essi normalmente
rimangono invariati anche quando dovrebbero essere usati al plurale: si dice “i gol”, non “i
goals”. Ci sono però casi in cui il plurale non viene identificato correttamente e viene
scambiato con il singolare. Ciò accade spesso, sin dall’antichità, con le lingue semitiche,
lontane dalla nostra (diciamo cherubino perché, già nel tardo latino, l’ebraico kerubim, che
sono forme plurali, sono state scambiate per singolari), ma può succedere anche con lingue
molto vicine, come lo spagnolo: diciamo “il silos” non rendendoci conto che silos in
spagnolo è il plurale di silo.
Gusmani osserva che i prestiti possono anche contenere suoni nella lingua di partenza che
nella lingua di arrivo non ci sono. Per esempio, beige presenta il suono /z/ (vedi pag. 91).
Sono parole molto usate oggi, ma l’estraneità di questo suono al sistema di molti parlanti è
tale che alcuni di essi pronunciano /s/ (vedi pag. 91) (con la stessa consonante iniziale di
scena), con una variante popolare più integrata.

3. PRESTITI CHE ENTRANO ATTRAVERSO LA LINGUA SCRITTA


Concentrandoci sulla modalità di acquisizione dei prestiti, gran parte di essi viene a noi
attraverso il parlato, anche se il principale veicolo non è più tanto il contatto diretto tra le
persone, quanto il parlato televisivo e radiofonico. Li riconosciamo perché li pronunciamo
come nella lingua originaria: news viene scritto così e pronunciato /'nju:z/, come in inglese.
L’altro canale è lo scritto. In italiano pronunciamo tunnel, come si scrive e non un ipotetico
tannel, adattamento della pronuncia inglese, proprio perché lo vediamo scritto di solito sui
cartelli stradali. Pronunce del genere, un tempo più frequenti, stanno perdendo terreno in
favore di quelle più vicine alla lingua originaria per la maggiore diffusione delle lingue
straniere anche nel nostro paese.
Il fenomeno si amplia con le voci provenienti da paesi extraeuropei, le cui parole ci vengono
attraverso la mediazione di lingue di cultura del nostro continente. Prendiamo bungalow
pronunciato /'bungalo(v)/ come si scrive in inglese, e che nel bengali (lingua di provenienza
della parola) è banglā.

4. PRESTITI DI NECESSITÀ E PRESTITI DI LUSSO


I prestiti di necessità riguardano l’acquisizione di nuovi oggetti o di nuovi concetti prima
sconosciuti. Se alla nostra cultura, nel 500, mancava la patata, ecco un prestito di necessità:
abbiamo importato dall’America, attraverso la mediazione dello spagnolo, i nuovi oggetti
assieme ai nomi che li designano. Ostello, pipa, arazzo sono prestiti di necessità.
I prestiti di lusso sono quelli per cui l’italiano ha già un corrispondente, almeno
approssimativo. L’inglese week end è un prestito di lusso, perché in italiano c’è anche fine
settimana.
Questa suddivisione si espone a vari problemi teorici: la necessità assoluta di un prestito non
esiste: ogni lingua possiede i mezzi per indicare nuovi oggetti o nuovi concetti senza
ricorrere a parole straniere, tant’è che se il francese ha accolto la voce tomate (di origine
atzeca), l’italiano per denominare lo stesso prodotto ha usato la perifrasi pomodoro. Non
tutti i prestiti di lusso sono inutili, in quanto spesso la voce straniera può contenere delle
sfumature diverse da quelle della parola indigena.
Un prestito di necessità non è mai indispensabile: anche patata è entrata in italiano
attraverso lo spagnolo, ma altre lingue europee hanno preferito una perifrasi, che nelle varie
lingue significa “mela di terra”, all’assunzione di un prestito. L’oggetto è necessario, per il
nome si possono trovare anche soluzioni alternative.

5. PRESTITI DEFINITIVI E PRESTITI NON RIUSCITI


Ci sono prestiti che si sono ambientati perfettamente nell’italiano da secoli, di cui magari
oggi il parlante medio ignora la provenienza, pensando ad una normale parola italiana.
Pochi sospetterebbero che la parola mangiare provenga dal francese antico mangier. È un
prestito definitivo, radicato da più di un millennio (la prima attestazione in italiano è del
1158). Così è per gli altri germanismi medievali o anche per un anglicismo come internet,
sulla cui durata si può scommettere.
Ma esistono anche tanti casi di prestiti non riusciti, che non attecchiscono in italiano, o che
vengono usati per poco tempo e poi cadono in disuso. Le cause di questo fenomeno possono
essere interne alla lingua o legate a vicende culturali. Anche questi prestiti di vita effimera
sono culturalmente significativi perché rivelano il fatto che tra due lingue (e quindi tra due
civiltà) ci sono, in un dato momento, scambi e contatti intensi. Per esempio, nell’Italia
cinquecentesca, circolano molte parole spagnole che poi cadono in disuso: dal punto di vista
della storia del lessico restano solo al livello di curiosità, ma dal punto di vista della storia
culturale hanno un loro interesse. L’italiano del 700 è zeppo di francesismi in modo così
capillare da sovrastare l’importanza attribuita oggi all’inglese: “la maggior parte del ceto
borghese e aristocratico lo parlava correntemente, più e meglio dell’italiano, inquinato dai
dialetti locali. Molti dei francesismi acquisiti allora sono rimasti, ma molti si sono persi per
strada e sono usciti dall’uso. Oppure sono occasionali e transitori molti dei prestiti che
compaiono nelle relazioni di viaggio (quelle delle Venezia 500entesca pullulano di parole
turche citate solo una volta) o nei romanzi d’avventura, in cui costituiscono delle macchie di
colore.

6. I CALCHI
Una parola italiana può anche cambiare sotto l’influsso di una lingua straniera,
sviluppandone forme e significati non originari: in questo caso abbiamo un calco o
sostituzione lessematica. La differenza tra il prestito e il calco consiste nel fatto che il
prestito è una parola straniera (adattata o non adattata), mentre il calco è una parola italiana o
un gruppo di parole italiane su cui agisce un influsso straniero.
Il calco, rispetto al prestito, è una copia meno fedele della parola straniera, ma presuppone
un grado di bilinguismo molto più avanzato del prestito e quindi ha un carattere colto perché
entra in gioco un fattore legato alla motivazione. Se da una lingua straniera prendiamo in
prestito la parola beefsteak, possiamo adattarla in bistecca, ma la parola inglese è motivata,
cioè ha un significato analizzabile, scomponibile in beef, “bue” e steak, “costola”: quella
italiana no. Se diciamo invece guerra fredda, che è un calco di cold war, le parole italiane
sono chiare per il parlante, che non è cosciente del fatto che sta usando una parola o un
gruppo di parole che risentono di un influsso straniero.
Abbiamo vari tipi di calco:
- Il calco strutturale si soprattutto nel caso di composti e di locuzioni e rappresenta una
traduzione letterale, con parole italiane, di una corrispondente espressione straniera.
Per esempio il composto grattacielo è un calco dell’inglese skyscraper.
- Il calco semantico si ha quando una parola già esistente sviluppa un nuovo significato
per effetto dell’influsso di una corrispondente parola straniera. Esempio recente, non
ancora registrato nei vocabolari: il verbo indossare, che in italiano si usava fino a
qualche anno fa solo in riferimento ai vestiti, oggi si usa, sotto l’influsso dell’inglese
to wear, anche in riferimento ad oggetti accessori (si dice indossare i tacchi),
venendo così a coprire uno spazio che prima era di portare o di mettere
(portare/mettere i tacchi).
Nel caso di un calco strutturale si ha l’aggiunta di una nuova parola che entra nel repertorio
lessicale di una lingua: grattacielo, conferenza stampa arricchiscono il lessico dell’italiano
di una nuova unità per ciascuno. Nel caso di un calco semantico, una parola già esistente in
italiano acquista un nuovo ambito d’uso, una nuova applicazione, un nuovo significato:
indossare già esisteva, il suo nuovo significato no.

7. LA SEMANTICA DEI PRESTITI


Per quanto riguarda la corrispondenza tra il significato del prestito nella lingua di partenza e
in quella di arrivo, raramente c’è una perfetta corrispondenza di significato: di norma non è
possibile riprodurre con assoluta fedeltà la funzione semantica dell’archetipo, essendo questa
condizionata da relazioni che non possono ritornare identiche nella lingua mutuante.
I termini tecnici hanno una corrispondenza potenzialmente completa perché raramente hanno
un concorrente indigeno e sono spesso uguali o simili in tutte le lingue.
Ma nella normalità dei casi, la sovrapposizione tra il significato della lingua originaria e
della lingua di arrivo non è perfetta e presenta restringimenti o allargamenti. Per quanto
riguarda i primi: il francese lapin che nella lingua di partenza significa “coniglio”, entrando
in italiano si specializza fino ad indicare la pelliccia di alcune specie di coniglio. In inglese
drink indica una bevanda o una bevuta, mentre in italiano designa una bevanda alcolica, o la
festa in cui si offrono bevande alcoliche.
Gli allargamenti di significato sono meno frequenti. L’inglese raid ha un significato solo
militare. Nel passaggio all’italiano, pur conservando il senso di “incursione”, ne acquista di
più generici, fino ad indicare qualsiasi azione compiuta velocemente, soprattutto da un
gruppo di persone.
Nel caso dei prestiti di lusso, agiscono anche altri fattori, più complessi. Ci si può lamentare
del fatto che manager abbia affiancato dirigente e rendez – vous conviva con
appuntamento, ma è innegabile che queste coppie di parole non siano costituite da perfetti
sinonimi (dato che la perfetta sinonimia non esiste): il manager designa solitamente,
distanziandosi in questo dal significato del modello inglese, chi occupa un posto di maggiori
responsabilità ed evoca un complesso d’immagini che non sono richiamate da dirigente e al
capoufficio è preferibile dare un appuntamento perché se gli si chiede un rendez – vous
significa che le cose stanno prendendo una piega diversa da quella del semplice rapporto di
lavoro.
L’integrazione semantica di un prestito non è semplicemente un atto di trasposizione
meccanica, così come il prestito non è qualcosa di estraneo che si aggiunge ad una serie non
coerente di parole; tra il nuovo termine e quelli già presenti nel sistema della lingua si
stabilisce un rapporto di reciproco condizionamento ed è da questa trama di relazioni che si
determina il significato del prestito.

8. I PRESTITI NEL QUADRO DELL’EUROPEIZZAZIONE DEL LESSICO


DELLE SINGOLE LINGUE
Le lingue europee (e quindi anche l’inglese, il francese, spagnolo, portoghese parlati fuori
dall’Europa) subiscono da secoli un processo di conguaglio e di europeizzazione. L’italiano
non fa eccezione. Il fenomeno di affinità più evidente tra le lingue d’Europa è costituito dal
lessico intellettuale, dai termini astratti costruite con varie tecniche sul modello greco –
latino.
Questo fenomeno conosce varie tappe:
- La prima è il cristianesimo, attraverso cui il lessico dell’esperienza religiosa si
diffonde con prestiti e calchi che permeano in tutte le lingue europee (anche quelle
non indoeuropee come il basco o l’ungherese);
- La seconda è la diffusione, presso i gruppi dirigenti e intellettuali del tempo, del
modello della poesia cortese proveniente dalla Francia (secoli XII – XIII);
- La terza è la cultura rinascimentale proveniente dall’Italia, che diffonde presso tutte
le lingue molte creazioni linguistiche greco – latine dei dotti dell’epoca (XV – XVI
secolo) ricavate con prefissoidi e suffissoidi;
- La quarta è l’Illuminismo, in cui agisce un modello francese, o franco – latino e
franco – greco se consideriamo il peso altissimo che le lingue dell’antichità hanno
sulla cultura francese.
Oggi il processo di conguaglio lessicale nelle società post – industriali, che hanno
sconfitto l’analfabetismo, è in atto. Uno dei mezzi con cui si è messo in atto
parallelamente in tutte le lingue, italiano compreso, è l’uso di prefissoidi come euro-,
mini-, tele-, per formare nuove parole: l’organismo pensato dal Consiglio dei Ministri
della Giustizia e degli Affari interni dell’Unione Europea per rafforzare la lotta contro le
forme gravi di criminalità si chiama Eurojust. Qualche esempio di internalizzazione del
lessico: la parola miniparco, che è entrata da poco nell’uso, trova corrispondenza in tutte
le principali lingue europee, in inglese e tedesco minipark, francese e spagnolo
miniparc.
Questo fenomeno si accompagna all’adozione più o meno contemporanea di prestiti o
calchi simili in tutte le lingue.

9. LA STRATIGRAFIA DEI PRESTITI


Vediamo qual è l’apporto delle singole lingue alla storia dell’italiano.
Non tutte le lingue hanno pesato allo stesso modo. La questione ha un aspetto geografico e
uno diacronico (storico). Quanto al primo, le lingue parlare in aree più vicine a noi hanno
storicamente pesato di più.
Molto rilevante è l’apporto germanico dei secoli compresi tra il tardo Impero romano e
l’Alto Medio Evo. In questo caso i contatti sono ravvicinatissimi, dato che le popolazioni
germaniche (Goti, Longobardi, Franchi) avevano invaso la penisola: l’apporto delle lingue
germaniche appartiene a lingue che si sono sovrapposte alla nostra. Tornando alla questione
geografica, l’influsso più importante (sul piano della quantità di parole trasmesse all’italiano
e della continuità dei prestiti) è stato quello francese, relativo a un paese confinante con il
nostro. Meno rilevante, ma fondamentale, è l’apporto delle lingue del Mediterraneo
occidentale (soprattutto lo spagnolo) e orientale (arabo e turco), geograficamente un po’ più
distanti. Piano piano che ci si allontana, i contatti sono minori e di conseguenza i prestiti
diminuiscono. Anche il tupi (lingua dei nativi brasiliani) o le lingue della Polinesia ci hanno
trasmesso i loro elementi lessicali, ma la rilevanza numerica è bassa. La vicinanza o la
lontananza giocano quindi un ruolo; ma questo criterio non va inteso troppo rigidamente, in
particolare oggi. Lo sviluppo della comunicazione ha avvicinato le distanze, che non si
misurano più solo in chilometri. L’influsso culturale dell’inglese è oggi sviluppatissimo in
tutti i campi, senza che ci sia un contatto diretto in senso geografico: nel mezzo c’è un canale
(la Manica) o un oceano (l’Atlantico).
Ma la questione dei prestiti ha anche un aspetto storico – diacronico. Ci sono lingue che
hanno pesato tantissimo ma per poco tempo e altre che hanno proiettato la loro influenza in
modo molto costante. Per esempio, l’influsso delle lingue germaniche è stato
importantissimo per tutto l’Alto Medio Evo, poi si è prosciugato, tanto che gli apporti del
tedesco all’italiano negli ultimi secoli si riducono a pochi elementi. L’influsso dell’arabo è
molto rilevante, ma è ancora più concentrato e riguarda il Basso Medio Evo, epoca della
massima espansione culturale e commerciale di questa civiltà; poi si prosciuga del tutto.
L’influsso del francese è non solo molto rilevante, ma anche costante nel tempo dal Medio
Evo fino almeno alla metà del 900 (con punte massicce nel XVIII secolo); in seguito ha
conosciuto e conosce una forte e progressiva contrazione, tanto che oggi gli apporti nuovi da
questa lingua sono ridotti.
Partendo da delle considerazioni di carattere culturale, Klajn ha osservato che esistono lingue
che sono fornitrici fisse di un’altra (italiano), travasandovi parole ed elementi strutturali ed
esercitando sulla lingua ricevente un influsso largo e costante che comprende termini astratti,
verbi, aggettivi ed elementi grammaticali, contribuendo all’arricchimento delle sue capacità
espressive. Lingue donatrici di questo tipo sono l’inglese e il francese; tutte le altre,
compreso il tedesco, sono esotiche, perché forniscono solo sostantivi (quasi mai aggettivi e
verbi) che indicano le specialità naturali o etniche del luogo.

9.1 I FRANCESISMI
I rapporti, non sempre pacifici, tra la penisola italiana e la Francia sono antichi e intrecciati
fin dal Medio Evo, in cui tutto (le dominazioni francesi su larghe parti della penisola,
l’amministrazione pubblica, gli insediamenti monastici, la letteratura, gli scambi
commerciali) contribuisce a determinare un influsso profondo.
Il bagaglio più interessante viene dai contatti commerciali tra i mercanti francesi e quelli
della penisola. La stessa parola viaggio è un francesismo medievale che assieme a oste e
ostello rende piuttosto bene l’idea di quanto l’idea e l’organizzazione dello spostamento
debba al francese. Molte parole entrate in italiano in questo periodo si devono alla civiltà
cavalleresca e feudale: abbiamo marchese, visconte, dama.
Tra il 300 e 500 l’afflusso dei francesismi diminuisce, ma non si ferma neppure durante il
periodo di predominio spagnolo e continua a rappresentare il contingente di prestiti più
numeroso. Esso riprende copioso nel 600, soprattutto nella seconda metà del secolo.
L’afflusso dei francesismi raggiunge il culmine nel 700. Nasce il fenomeno linguistico e di
costume, detto poi “gallomania”. Questa definizione contiene in sé una venatura polemica,
perché forte è la resistenza che l’ingresso dei francesismi genera nei difensori della purezza
della lingua.
Esiste una correlazione tra la vitalità culturale, politica ed economica della Francia del 700 e
la sua influenza linguistica. Essa, oltre che sul lessico, si dispiega su piani più profondi:
l’imitazione fu fin dall’inizio massiccia e capillare: si copiarono l’abbigliamento civile e
militare, le abitudini gastronomiche, i passatempi, i caratteri della comunicazione epistolare,
etc…; il ricalco discese anche a livelli più profondi fino alle forme della socialità o ad
atteggiamenti tra l’intellettuale e il mondano, come l’ostentato ateismo di facciata. La lingua
riflette questa permeabilità alle molteplici suggestioni della cultura e della vita francese,
aprendosi ad accogliere, nonostante le opposizioni puristiche, sempre più forestierismi, tanto
nei linguaggi speciali quanto nella lingua usuale e media (la presenza di molti di essi nei
dialetti testimonia una penetrazione a tutti i livelli).
Siamo nel secolo dei lumi e dei filosofi in cui la riflessione sulle forme politico – sociali
genera l’Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, che
circola in Italia in originale: un segno del fatto che il francese era noto a quasi tutte le
persone di cultura medio – alta. Melchiorre Cesarotti testimonia che la lingua francese è
comunissima a tutta Italia. La vitalità e l’esuberanza delle forme politico – istituzionali
rivoluzionarie della fine del secolo e dell’inizio del secolo successivo producono risultati
importanti. Su altri piani, la letteratura francese appare molto vitale.
Segno di questa presenza capillare sono le parole astratte, indicatore di un influsso molto
profondo e un dislivello di prestigio di una lingua rispetto all’altra. Entrano in questo periodo
in italiano fanatismo, limitrofo, elettrizzare.
Oltre alla voce dei filosofi e degli scrittori, esiste un altro fattore attraverso cui la cultura
francese si afferma in modo significativo: musicisti, cuochi, parrucchieri e stilisti ante
litteram che contribuisce al radicamento della lingua non solo in ambienti dotti, ma anche ad
un livello più popolare. La francesizzazione riguarda anche il pubblico femminile,
considerato per la prima volta come una possibile area di consumatori. In questi anni viene
pubblicato il giornale “La donna galante ed erudita”, che riproduce figure a colori con le
novità principali della moda transalpina.
Molti dei termini della gastronomia si sono conservati fino ad oggi: per esempio ragù,
bignè, croccante. Nella musica, nel teatro e nello spettacolo accade il contrario, ossia è il
francese ad essere tributario dell’italiano; ma almeno minuetto, oboe viaggiano da Parigi
verso l’italiano.
A parte l’età napoleonica, nell’800 gli eventi della storia francese sono molto travagliati e le
ripercussioni (storiche, prima che linguistiche) sull’Italia si avvertono. Il francese è ancora
conosciutissimo, ma nell’800 si rafforza un movimento di rifiuto nel nome dell’ideale
purezza della lingua e quindi di tensioni patriottiche, esso rigetta per partito preso la
contaminazione con l’elemento gallico.
Questo atteggiamento fa da contraltare a movimenti transalpini protesi da secoli a dimostrare
la superiorità del francese sulle altre lingue: la reazione antiitaliana in Francia parte dal 600 e
dalle idee diffuse dal gesuita Dominique Bouhours che teorizzò il fatto che gli italiani
sospiravano, gli spagnoli declamavano, e solo i francesi parlavano. Ciò è evidente nei
dizionari puristici dell’epoca che filtrano il lessico insorgendo al minimo sospetto di influsso
francese.
L’influenza del francese nel 900 è forte nella prima metà e anche nei primi decenni del
dopoguerra, ma si è attenuata molto negli ultimi anni. Il quadro si è capovolto verso la metà
degli anni 70: nonostante l’avanzata dell’inglese, fino a quegli anni il francese continua ad
essere la lingua più conosciuta. Oggi quest’affermazione vale solo in relazione alla fascia
d’età superiore ai 50 anni. Nella seconda metà del 900 entra qualche termine politico, come
gollista “militante del partito del generale de Gaulle”, ma solo riferendosi alla politica
francese, e un contingente di varie voci come parà.

9.2 GLI ANGLICISMI


L’influsso dell’inglese è nullo per tutto il Medio Evo ed è scarso anche nel periodo
successivo. La tendenza alla scoperta della cultura inglese inizia a diventare consistente nel
700, anche se gli anglicismi continuano ad essere pochi e soprattutto ad essere usati solo in
riferimento a usanze, istituzioni e abitudini isolane. Gli intellettuali italiani (qui primeggiano
gli illuministi lombardi) ammirano la struttura sociale, l’amministrazione della giustizia e il
sistema politico della democrazia più antica del mondo, ma ciò non si traduce ancora nella
massiccia adozione di parole da questa lingua, se non nell’ambito istituzionale e
parlamentare. Nei prestiti lessicali sono concentrati i fondamentali del funzionamento della
democrazia moderna: atto, proroga, club. Molti di essi provengono dal latino e sono tornati
indietro nelle lingue romanze, soprattutto nel francese e nell’italiano. Nel caso dei nostri
prestiti rimane aperta, e spesso irrisolvibile, la questione se il passaggio sia avvenuto
direttamente dall’inglese all’italiano o se il francese abbia fatto da tramite; probabilmente la
seconda trafila è quella giusta.
Questo nuovo prestigio della cultura d’oltremanica pone le premesse per una familiarità
maggiore con la lingua. Nell’800 l’inglese si conquista una posizione più stabile, anche se
Manzoni continua a leggere Shakespeare in francese e Tommaseo traduce Walter Scott dal
francese. Un settore in cui la traduzione è essenziale per l’acclimatazione degli anglicismi è
la stampa quotidiana che si caratterizza per la tendenza ad accoglierli anche in forma non
adattata.
Ciò che è cambiato strutturalmente è il passaggio dal prestito occasionale nelle relazioni di
viaggio ad una serie di prestiti riusciti che hanno una larghissima diffusione nell’italiano di
oggi. Ebbero successo parole che si insediarono in italiano nella prima metà dell’800 e ben
documentate nella prosa giornalistica del tempo come album, colonizzazione, panorama.
A dimostrazione del clima cambiato stanno gli anglicismi non adattati che entrano nella
nostra lingua e che vengono maggiormente da settori che testimoniano un fatto socialmente
nuovo come la pratica dello sport e di attività nel tempo libero, da football a golf. La
prevalenza dell’inglese nel vocabolario degli sport si consolida nel 900.
Dopo gli anni 30 e 40, l’ascesa dell’inglese riprende. L’ondata dell’ultimo quarto di secolo
ha visto un sorpasso sul francese. La forza espansiva dell’inglese è tale che non solo
abbiamo prestiti adattati (devoluzione) e soprattutto non adattati (manager), calchi
(skyscraper=grattacielo), ma anche processi di derivazione che dimostrano il radicamento
del prestito e l’acclimatazione nella nostra lingua: con l’aggiunta di suffissi, da film si hanno
filmare, filmato, filmico. Per quanto riguarda gli pseudoanglicismi, cioè una serie di
vocaboli comuni che un inglese o un americano non capirebbero, almeno nell’accezione in
cui sono usati in Italia: autostop, bar, pullman. Queste parole costituiscono un ostacolo
all’internalizzazione dell’italiano. La fortuna degli pseudoanglicismi è una prova del
prestigio dell’inglese e delle connotazioni positive di modernità, efficienza, rapidità che lo
accompagnano.
Gli anglicismi non adattati sono troppi perché se ne dia anche una parziale esemplificazione
che ognuno può ricavarsi da sé; basta pensare che sono inglesi i due termini simbolo della
nuova epoca delle comunicazioni veloci, computer ed internet. Entrambi risalgono al
latino: un’altra lingua che si è diffusa universalmente e che continua ad esercitare il suo
influsso dopo la sua scomparsa.

Quadro 6.1
IL CALCIO, UNO SPORT NATO IN INGHILTERRA
Lo sport più popolare in Italia, il calcio, fonda la sua terminologia sulla compresenza tra
italiano e inglese, di cui in molti casi esiste il doppione che aiuta i telecronisti e radiocronisti
nel variare stilisticamente il lessico: calcio d’angolo e corner nella serie in cui il termine
italiano è più comune di quello inglese; cross e traversone in cui viceversa è più comune il
termine inglese. Sono equivalenti per la diffusione goal e rete, ma forse con una leggera
prevalenza del primo. Stopper è una delle poche parole di cui non esiste un corrispondente
in italiano; è stato mandato in pensione più dai cambiamenti nell’assetto tattico del calcio
moderno che da tentativi di usare alternative italiane. Anche pressing e forcing
(atteggiamenti collettivi o anche, nel primo caso, individuali) non hanno un perfetto
corrispondente nella nostra lingua. L’italianizzazione del lessico calcistico ha determinato
l’uscita definitiva di molte parole inglesi (ball, forward); ma la tendenza degli ultimi anni va
verso una re – anglicizzazione (champions league).

9.3 GLI IBERISMI


Quando parliamo di iberismi intendiamo le parole provenienti dalle 3 lingue principali che si
parlano nella penisola iberica: lo spagnolo, il catalano, il portoghese. A parte considereremo
un nucleo costituito dalle parole provenienti da lingue locali extraeuropee (amerindie,
africane, asiatiche) portate in quelle europee attraverso le lingue iberiche.
L’influsso spagnolo ha iniziato ad esercitarsi in età recente. Il primo strato è rappresentato da
un gruppo di ispanismi (di provenienza spagnola, ma anche catalana) che sono entrati nel
Regno di Napoli nel 400 durante la dominazione della dinastia aragonese e sono rimasti
confinati nell’Italia meridionale, dove poi si sono in maggioranza estinti. L’afflusso più
massiccio di iberismi in Italia si è avuto in un periodo compreso tra la pace di Cateau –
Cambrésis (1559) e la fine del 600. Le direttrici di diffusione dello spagnolo sono molteplici:
dalla burocrazia (nelle aree controllate) all’azione dei mercanti e banchieri italiani in Spagna,
dalla religione all’arte e alla cultura. A parte le parole usate solo a volte dagli scrittori
dell’epoca (o anche le tante parole spagnole che circolavano tantissimo, ma che poi sono
cadute in disuso), interessanti sul piano culturale perché documentano una situazione vivace
di contatto, esiste un gruppo numeroso di parole che si stabilizzano in italiano e si radicano
nell’uso. In questo periodo, l’influsso spagnolo tocca alcuni campi: nomi di danze, vesti,
termini che riguardano la vita sociale.
Gli spagnoli sono grandi esploratori e navigatori: viaggiano così termini del mare come
flotta, risacca, rotta. La cifra dell’influenza spagnola in Italia è data dalla terminologia dei
rapporti sociali e del costume. Anche a prescindere dalla moda, la cui influenza è fortissima,
ma transitoria; restano parole che appartengono all’educazione e al comportamento pubblico
che sono sopravvissute all’ambiente che le ha generate: baciamano, complimentoso,
disinvoltura.
A partire dalla seconda metà del 600, l’influenza politica e culturale, e quindi il numero dei
prestiti, si riduce; ma ci fu una ripresa nell’800, e soprattutto una grande impennata relativa
agli ultimi decenni del 900. Vengono dallo spagnolo (ma dall’America latina) i nomi di gran
parte delle danze. A parte flamenco che è spagnolo anche in senso geografico, abbiamo
tango (Argentina), rumba (Cuba); la tendenza si è accentuata negli ultimi anni, in cui salsa,
merengue e per un certo periodo macarena hanno costituito un sottogenere di successo. Tra
i prestiti recenti, hanno successo quelli legati alla storia latinoamericana degli ultimi decenni:
entrano in italiano dall’800 (anche se sono attestati prima) guerriglia (che è già 500entesco)
e guerrigliero, miliziano e golpe. Grande è il recente successo di prestiti latinoamericani nel
campo della diffusione delle droghe pesanti: coca, narco, usato come sostantivo sempre al
plurale (i narcos), ma anche come prefissoide in parole come narcotraffico.
Il portoghese ha un’importanza minore dello spagnolo, rispetto all’italiano. Tra i lusismi
(cioè i prestiti dal portoghese) più importanti e radicati c’è sombrero, casta, marmellata; il
lessico marinaresco ci offre tolda. Il contributo del portoghese nella diffusione di parole
esotiche da lingue extraeuropee sarà più significativo.

9.4 I GERMANISMI
I contatti tra la penisola italiana e le popolazioni germaniche risalgono all’Impero romano. A
cominciare dagli ultimi tempi dell’Impero romano d’Occidente, queste ultime, nel quadro di
giganteschi spostamenti di popoli migratori che coinvolgono l’Europa dell’Est e l’Asia,
invadono a più riprese anche l’Italia. Sono gruppi etnici esigui, in alcuni casi di poche
centinaia di migliaia di persone. Tuttavia, il loro apporto alla formazione dei nascenti volgari
italiani (cioè delle lingue che nascono dalla frammentazione linguistica del latino) è
fondamentale; per essi, durante il Medioevo, le lingue germaniche forniscono parole ed
elementi strutturali.
Non è facile stabilire con certezza il momento in cui le parole germaniche entrano nel latino
parlato quotidianamente. Un numero piuttosto alto di Germani era arruolato nell’esercito
romano, e in base alle considerazioni sul bilinguismo, non è difficile che una serie di parole
germaniche abbia cominciato a circolare nel latino popolare anche prima del crollo politico
di Roma sotto le pressioni di queste popolazioni. A questi fattori vanno aggiunti gli scambi
commerciali.
I parlanti del gotico, longobardo e francone perdono piano piano la loro lingua originria
adottando quella delle popolazioni conquistate, romanizzandosi e introducendo nel contempo
nel loro neolatino tante parole di origine germanica.
Ci sono 2 parole fondamentali che risalgono a uno strato antichissimo, interessanti perché
introducono importanti trasformazioni in una delle sfere concettuali più stabili, quella dei
colori: una è blavus, da cui l’italiano (con le altre lingue romanze moderne) ricava blu,
l’altra è brunus, “bruno”. Quanto al resto, i prestiti più antichi più significativi
(paleogermanismi), risalenti all’età imperiale, sono alce, tasso, vanga. Sono voci sia del
linguaggio militare, sia della sfera domestica, sia del commercio: tutti segnali di mistione
sociale fra coloro che parlavano il germanico e coloro che parlavano il latino.
L’importanza e la profondità dell’influsso germanico sono profonde. Molte parole sono
fondamentali anche nell’italiano di oggi: bara, panca, federa: esse si concentrano nel
campo semantico delle parti del corpo umano: guancia, schiena, milza.
Facciamo qualche caso dalla dominazione franca (l’esponente più noto è Carlo Magno).
L’italiano bosco è esempio di una forma originariamente francone e diffusa nella penisola
con l’amministrazione di Carlo. Il suo successo è così grande che questa parola ne sostituisce
un’altra di origine germanica (ma dello strato longobardo), cioè gualdo < longobardo *wald.
Ma dato che spesso le parole non svaniscono senza lasciare traccia, la parola longobarda si
ritrova nei nomi di molti luoghi italiani di varie regioni e con densità nell’area centro –
meridionale, da Piano di Gualdo (Pesaro) a Guallo (Pescara).
Un altro elemento del francone ha avuto successo linguistico: in un’epoca di liti come è stata
quella dei Merovingi, la voce guerra proviene dal francone werra, “lite”, attestata per la
prima volta in un testo dell’858. Questa voce, in tutte le lingue romanze occidentali,
sostituisce il latino bellum, che rimane in italiano solo come cultismo in alcuni derivati
(bellico, bellicoso).
I germanismi provenienti dalle lingue germaniche del Medioevo sono tutti prestiti adattati: il
parlante comune, se non ha fatto studi specifici sull’argomento, non può conoscerli.
Andiamo ai secoli successivi al Medioevo. I contatti con l’area germanica diminuiscono,
senza scomparire. Bisogna arrivare al 900 per trovare i primi prestiti non adattati: krapfen,
strudel e i prodotti della gastronomia; ma anche una parte della terminologia filosofica e, in
riferimento alle vicende tragiche che precedono e accompagnano la 2 guerra mondiale,
termini storici (Führer), alcuni dei quali usati anche dopo in maniera molto più innocua
(Panzer indica dal 1942 il carro armato, ma da alcuni decenni designa anche i calciatori
tedeschi per sottolineare l’impostazione atletica molto accentuata della scuola calcistica
germanica). Tra i germanismi moderni i più antichi sono la conseguenza delle invasioni
militari e della presenza dei lanzichenecchi, i più moderni dipendono in parte da contatti
bellici, ma anche da contatti con la società asburgica e guglielmina; molti rientrano nella
sfera semantica delle scienze, in cui il peso del tedesco fino a qualche decennio fa era
notevole.
Tra i termini che cambiano significato nel passaggio dal tedesco all’italiano il più importante
è lager, che nella lingua originaria è il “campo, accampamento”, mentre in italiano, per
effetto del romanzo di Primo Levi Se questo è un uomo, si specializza nel significato di
“campo di sterminio (nazista)”.

9.5 I GRECISMI BIZANTINI


Parlando dell’influsso del greco sull’italiano dobbiamo distinguere due strati: quello antico e
quello bizantino/moderno. Ci occuperemo di quest’ultimo: la cultura dell’antica Grecia è uno
dei pilastri della nostra civiltà e quindi anche del nostro lessico, ma il suo posto è tra i
cultismi, cioè tra le parole che si erano estinte e che i dotti di tutte le età dall’umanesimo in
poi hanno richiamato in servizio, arricchendo le possibilità comunicative delle lingue
moderne (così come è successo per il latino).
Quanto alle voci greche medievali, si deve andare all’Impero bizantino, che dominava
importanti aree dell’Italia settentrionale (il Ducato di Venezia e la Romagna) e meridionale
(la Puglia e la Calabria meridionali, la Sicilia). Amministratori, soldati, marinai, mercanti
orientali e in seguito i mercanti occidentali, pellegrini e crociati, hanno contribuito ad
assicurare durante l’alto medioevo e oltre la continuità di un influsso tardo – greco. La
capillarità della diffusione della cultura bizantina è testimoniata dall’ingresso nell’italiano
(dalle regioni meridionali) del greco thio= in it. Zio, parola che entra in una sfera concettuale
stabile, ossia quella dei rapporti di parentela, alterandola molto.
La più significativa epoca di rapporti tra Occidente e mondo greco è successiva e raggiunge
il culmine con l’espansione delle Repubbliche marinare verso est. In questo il ruolo
principale è assunto da Venezia. Entra quindi un’importante gruppo di termini commerciali:
raso, bottarga, caviale. Il greco medievale è una ricca miniera anche per il diritto legato al
commercio e alla navigazione: catasto, anagrafe, polizza e per la stessa terminologia
marinaresca: fanale, ormeggiare.
La civiltà bizantina si fa veicolo anche di alcuni termini orientali (arabi e persiani); ma la
strada che prendono le parole è spesso tortuosa e segue più direzioni, quindi vale anche il
discorso inverso, e cioè che il greco bizantino si fa veicolo di parole di origine latina nelle
lingue orientali. Esempio: il latino centenarius, attraverso il greco medio kentenarion è una
forma aramaica, penetrata nell’arabo diventando, attraverso delle trasformazioni, quintār; e
siccome poi la voce è rientrata in Occidente attraverso la dominazione e gli scambi
commerciali dei popoli arabi, diventando cantaro in italiano e quintal in spagnolo e
portoghese, che poi a loro volta ci hanno trasmesso l’unità di misura quintale. Le vie che
seguono le parole sono quindi a volte molto complesse, e il mare è una strada privilegiata e a
volte imprevedibile per la loro circolazione.

9.6 GLI ISLAMISMI (L’ARABO, IL TURCO, IL PERSIANO)


Mettiamo insieme lingue così diverse (geneticamente non imparentate tra loro) perché, più
che di apporti delle singole lingue, si deve parlare di un apporto islamico, facendo
riferimento a un criterio culturale più che linguistico: se la lingua di intermediazione fu ora
l’arabo, ora il turco, ora il persiano, la cultura di cui questi strumenti linguistici si fecero
portatori non può essere considerata nazionale (quindi araba, persiana, turca). Per questo si
devono definire questi prestiti “islamismi”.
I contemporanei invece non facevano nessuna differenza tra l’Oriente slavo, greco, arabo.
L’influenza dell’arabo sull’italiano e sui suoi dialetti è stata fortissima all’apice della civiltà
islamica e si è ridotta quasi a zero nei secoli successivi, parallelamente al ripiegamento su se
stesso e alla progressiva chiusura involutiva del mondo arabo nei confronti dell’Occidente.
Non si tratta solo del dominio politico su parte dell’Europa (la Spagna meridionale, la
Sicilia, per un breve periodo parte della Puglia), ma anche di intensi, spesso non pacifici,
scambi commerciali tra le sponde del Mediterraneo e di un influsso intellettuale legato al
livello di grande splendore della speculazione filosofica e scientifica del mondo arabo
medievale.
Gli ambiti di scambio si prestiti sono 2: quello legato al commercio e alla navigazione e
quello legato alle scienze e alla medicina. Quanto al primo, oggi, usiamo nomi di piante
provenienti dall’arabo: albicocco, arancio. La lingua della navigazione e della marineria
pullula di arabismi: darsena, arsenale, ammiraglio. Sono arabi (almeno in una certa fase)
alcuni nomi di unità di misura fondamentali come quintale.
Quanto al secondo aspetto, la lingua della matematica deve molto al lessico arabo, a iniziare
dal nome dell’algebra; sono fondamentali anche zero, cifra. Alla chimica e alla farmacopea
appartengono alchimia, talco, alcol.
Poi, Il flusso di arabismi si prosciuga per secoli. Tuttavia, negli ultimi anni i media hanno
diffuso una serie di parole legate all’attualità spesso tragica (neoislamismi). Il punto di svolta
è da individuare nella rivoluzione islamica iraniana del 1979 guidata da Khomeini che ha
cambiato il mondo moderno: sharia, “legge coranica”, mullah, “titolare di un rango
religioso”. I nomi legati alle vicende mediorientali sono a volte produttivi; il nome di al –
Qaeda dà vita a qaedista. Tra i neoislamismi, l’attualità ci porta anche burka, usato, oltre
che nel senso di “manto che ricopre tutto il corpo femminile”, anche in quello di
“oppressione intollerabile di stampo illiberale” (anche come aggettivo: legge burka).
Torniamo ai secoli precedenti per esaminare gli altri filoni islamici. L’influsso turco è molto
più debole di quello dell’arabo (e si esercita a volte per via diretta, altre volte attraverso la
mediazione dell’arabo stesso), ma non insignificante, soprattutto nel campo della
gastronomia e dell’alimentazione: abbiamo yogurt, caffè, sorbetto. All’abitazione
appartengono chiosco, divano.
L’influsso persiano si esercita anch’esso sia direttamente sia attraverso il tramite dell’arabo,
come nel caso degli spinaci e dello scacco matto nel gioco degli scacchi (parole persiane
diffuse dagli arabi). Le parole persiane sono fondamentali: azzurro, bazar. Iranismi recenti
diffusi dai media sono chador, “velo femminile, ayatollah (a sua volta dall’arabo), “guida
spirituale e religiosa esperta in scienze teologiche” e pasdaran, “guardiano della rivoluzione
islamica”; gli ultimi 2 sono usati in italiano contemporaneo anche ironicamente per indicare
qualcuno troppo ligio ad una causa tanto da sostenerla fanaticamente.

9.7 GLI EBRAISMI


Il contributo dell’ebraico alla lingua e alla cultura italiana va ripartito in 2 filoni, quello
biblico e quello posteriore alla diaspora del popolo di Israele. Il primo è un contributo
indiretto, mediato dal latino e dal greco; in ogni caso il peso esercitato dalla Bibbia è enorme
in tutta Europa, e la nostra lingua non fa eccezione.
Le traduzioni della Bibbia che circolano oggi dipendono dal testo latino, la Vulgata (dovuta
a San Girolamo), in cui compaiono alcuni ebraismi che poi si sono diffusi entrando a far
parte del vissuto quotidiano popolare: amen, alleluia, osanna, manna (attraverso l’aramaico
come pasqua). Tra i giorni della settimana è ebraico (attraverso il latino) sabato, con la
differenza che esso è per le culture romanze cristiane un giorno di lavoro, non il giorno
dedicato al riposo e alla preghiera.
Altre volte l’influsso è ancora più sottile: dall’ebraico, anche se attraverso il latino, viene
l’abitudine di usare il plurale cieli e non il singolare in contesti religiosi (il regno dei cieli):
la tradizione biblica prevede l’esistenza di un cielo superiore e di uno inferiore, e quindi la
possibilità di usare il plurale. Per lo stesso motivo, in particolari contesti, usiamo il plurale
acque anziché il singolare, senza che ce ne sia bisogno. Si devono all’influsso del pensiero
ebraico su quello greco e latino anche i significati metaforici che nascono dal cuore inteso
come sede dei sentimenti e dell’amore, e non solo come muscolo.
La cultura ebraica successiva alla diaspora fornisce parole come cabala che all’inizio ha un
solo significato filosofico, ma che poi acquista in italiano e nelle altre lingue europee
significati più banali, come “imbroglio” e poi anche “sistema per scoprire i numeri del lotto”.
Dopo la diaspora del popolo ebraico e le vicende medievali degli ebrei che si erano trasferiti
in Italia, le comunità italiane vivono in gruppi concentrati in alcune città del centro e del
nord. Alcune parole del loro gergo riescono a superare la cerchia ristretta dei ghetti e ad
entrare in italiano. Accade così per marachella (forse dalla comunità triestina), fasullo
(dalla comunità romana attraverso il gergo dei bagarini).
Alcuni prestiti in forma non adattata sono recenti e vengono dalla cultura israeliana e
dall’influsso dei media più che dalla cultura religiosa: kibbutz, “fattoria collettiva”, i nomi
di alcuni partiti (shas, kadima), insolitamente conservati nella lingua originale (di solito i
nomi dei partiti degli altri paesi, con la parziale eccezione dell’Inghilterra, sono tradotti in
italiano).

9.8 GLI ESOTISMI


La stessa definizione di “lessico esotico” richiede una premessa. Qui sono trattate le parole
che provengono da zone lontane rispetto al continente europeo: voci delle lingue dei nativi
americani, da lingue africane, dall’Estremo Oriente, dall’Oceania. Raramente vengono
direttamente dalle lingue extraeuropee. Molto più spesso il tramite sono le lingue delle
potenze coloniali, in primo luogo lo spagnolo, portoghese, francese (ma anche olandese e
inglese). D’Agostino osserva che nel caso una parola sia di origine esotica (americana,
africana, asiatica), le vie di ingresso nell’italiano sono tante e in alcuni casi una non esclude
le altre:
- Raramente per via diretta dalla stessa lingua esotica;
- Attraverso una lingua universale, come il latino;
- Attraverso il tramite di un’altra lingua, che può essere e nella maggioranza dei casi lo
è, una di quelle iberoromanze (spagnolo o portoghese, mai catalano), o il francese, o
una lingua germanica (di solito inglese e olandese).
Per quanto riguarda le modalità di trasmissione, i canali di arrivo sono quello commerciale e
quello legato alla letteratura di viaggio che è piena di parole esotiche (spesso però usate in
modo occasionale per accrescere il “colore locale”) e, dall’800 in poi, alla narrativa
d’avventura (in Italia, in primo luogo Emilio Salgari).
L’età delle scoperte geografiche porta all’Europa, oltre che una grande quantità di ricchezze
e metalli preziosi, anche tantissimi prestiti di necessità. Nuovi animali, piante, oggetti
vengono da nuovi continenti, soprattutto quello americano. Tramite dell’introduzione delle
nuove parole nelle lingue europee è soprattutto lo spagnolo. Attraverso di esso arrivano voci
caraibiche (amaca), antillesi (uragano), azteche (cacao), di altre lingue dell’America
centrale (mais) e meridionale (condor).
Attraverso il francese giunge dalle lingue locali la parola mocassino.
Anche i portoghesi sono grandi navigatori. Attraverso il portoghese, dal Brasile vengono
cavia e parole relative a danza (samba) o prodotti locali (tapioca). Dall’India il portoghese
(e quindi, indirettamente, l’italiano) trae bambù; dalle lingue africane (Angola) macaco;
dalla Cina mandarino (funzionario dell’Impero cinese); dalla Guinea banana.
Esaminando i prestiti del malese si devono riaprire i romanzi d’avventura di Emilio Salgari
che è responsabile del successo di alcuni di essi in italiano. Abbiamo tek, “legno durissimo e
resistente”, orangutan (scimmioni grandi), babirussa, blaciang (miscuglio di gamberetti e
di piccoli pesci tritati insieme, lasciati marcire al sole e poi salati che mangiano i malesi).
Anche l’India offre il suo manipolo di prestiti, e Salgari è ancora presente. Tra i termini
stabili rientrano quelli che indicano credenze e abitudini religiose: nirvana, yoga, trimurti.
Quest’ultima che significa “associazione delle 3 figure divine Brahma, Shiva e Vishnu in
un’unica manifestazione”, per un periodo ha indicato ironicamente le 3 confederazioni
sindacali CGIL, CISL, UIL.
Per quanto riguarda il Giappone, i nipponismi sono usati in riferimento a usi e costumi del
luogo: bonzo, kimono, samurai, bonsai, vari nomi di lotta: judo (anche il nome judoka è
un prestito integrale con il suffisso giapponese -ka che indica professione, mentre judoista e
judoistico sfruttano le regole di formazione delle parole italiane), tekwondo, karate;
recentemente, nomi legati a tecniche di disegno (i fumetti manga). La parola giapponese
oggi più usata è kamikaze, un tempo riferita ai piloti di aerei che si lanciavano carichi di
esplosivo contro un obiettivo nemico e oggi riadattata alle vicende mediorientali. Negli
ultimi 15 anni clamoroso è il successo di karaoke e quello recentissimo di sudoku.
Per quanto riguarda l’Oceania, attraverso l’inglese, vengono canguro, boomerang
(Australia), kiwi (dal maori, Nuova Zelanda).

9.9 ANCORA IL LATINO


Richiamiamo il latino per descrivere un fenomeno interessante dal punto di vista culturale
che riguarda una serie di parole ed espressioni latine, che sono entrate nel linguaggio
comune, e a volte anche nei dialetti, attraverso la liturgia, il diritto, l’amministrazione, la
scuola e altri tramiti, a volte seri, altre scherzosi.
Il peso di questi prestiti non adattati è maggiore di quanto si immagini: una ricerca condotta
su una giornata di ascolto radiofonico delle 3 reti RAI risalente al 1994 ha dimostrato che un
decimo dei prestiti è latino.
Oggi il problema è meno avvertito perché dal 1963 il latino non è più la lingua della messa e
delle funzioni religiose; ma prima di questa data esso veniva ascoltato ogni settimana da
milioni di italiani. Il latino ecclesiastico stravolto dal popolo romano è fondamentale, per
esempio, nella poesia di Belli: er pasvobbi (pax vobis), er murtosanno (ad multos annos).
Di queste parole o frasi, molte sono penetrate anche nei dialetti e ciò conferma la loro
popolarità. Prenderemo in considerazione qualche esempio, non escludendo casi di
etimologia popolare come repulisti, “piazza pulita”, che muove dall’inizio del Salmo XLII
con cui inizia la messa “Quare me repulisti?”, cioè “Perché mi hai cacciato indietro?”.
L’espressione non era capita dalla maggior parte dei parlanti che l’hanno associata a
ripulire, e ciò ha favorito il suo radicamento nella lingua comune. Dall’ambito religioso
vengono in extremis, mea culpa. Di origine ecclesiastica è lavabo, che è la prima parola del
Salmo XXV, un futuro latino che significa “laverò” e che non avrebbe nulla a che fare con i
lavelli: tuttavia il versetto era inciso anche intorno agli acquai che si trovavano nelle
sagrestie e quindi da qui è passato ad indicare qualsiasi acquaio anche fuori dell’ambiente
ecclesiastico. Ciò è interessante sia perché ci conferma come molte voci derivino da una
parola o frase scritta su un oggetto, sia perché è una forma verbale diventata sostantivo.
Non tutti i relitti latini nella nostra lingua hanno un’origine ecclesiastica: album, alibi,
ultimatum, aut aut sono parole latine arrivate a noi dal mondo del diritto, della diplomazia,
della politica o della scuola, spesso attraverso il tramite di altre lingue (spagnolo, inglese)
che conoscono il fenomeno della presenza di prestiti integrali dal latino (in Germania la
facoltà di giurisprudenza si chiama Jura). Anche la medicina e le altre scienze offrono il loro
contributo: abbiamo ictus, placebo. Legato all’università è campus, che però ritorna
all’italiano attraverso l’inglese (è un’istituzione nordamericana); così è anche per audio e
video, ritrapiantati in italiano come sostantivi (in latino erano verbi e significavano “sento” e
“vedo”).
A volte la presenza del latino è nascosta dal fatto che l’italiano e la sua lingua madre hanno
delle parole identiche; molti non sanno che l’abitudine di dire “Milano – Firenze via
Bologna” appartiene al latino e non all’italiano. Anche agenda, latinismo trasmesso a noi dal
francese, ha l’aspetto di una parola italiana, ma è latina.
Sono latinismi integrali (anche se mediati dall’inglese) media e sponsor.

10. PRESTITI ITALIANI NELLE ALTRE LINGUE


I rapporti tra culture diverse possono anche essere squilibrati negli apporti numerici, ma sono
sempre reciproci. Di conseguenza, così come l’italiano è interessato a un antico e massiccio
afflusso di prestiti da altre lingue, anche le altre lingue europee sono raggiunte dagli
italianismi. La lingua più interessata all’afflusso di prestiti italiani è il francese.
L’arte e la musica italiane dei secoli passati, più della letteratura, esercitano un forte influsso
culturale e linguistico: adagio, allegro, crescendo sono da molto tempo parole italiane nella
musica classica e operistica di tutte le lingue. L’italiano bancario e contabile segna un
influsso ancora più antico perché nel Medioevo mercanti e banchieri italiani avevano
rapporti stabili con tutto il mondo: banco, banca, credito, fattura si diffondono con vari
adattamenti e varie trafile nelle lingue europee principali, ma anche in quelle lontane
(polacco).
Sono italianismi recenti ormai diffusi in tutte le lingue ciao (originariamente dal dialetto
veneziano), l’esclamazione bravo (dalla tradizione teatrale), alcuni nomi di cibi come pizza,
spaghetti (con la locuzione avverbiale al dente, molto usata per esempio nel francese
televisivo e pubblicitario).
Dato che la storia del lessico è molto complessa, può capitare che le parole migrino
dall’Italia in altri luoghi e vi facciano poi ritorno: l’italiano bacchetta viene accolto come
prestito dal francese, che lo adatta in baguette e lo restituisce all’italiano in cui, con una
forte restrizione semantica, designa un pane particolare.

CAPITOLO 7
LA GEOGRAFIA DEL LESSICO: IL CONTRIBUTO DELLE REGIONI
1. PRESTITI DAI DIALETTI
L’apporto delle parole dialettali all’italiano è molto più ampio di quanto si creda e forse
anche di quanto gli studiosi del settore abbiano finora chiarito, per cui nella conoscenza del
fenomeno potrebbero esserci ancora delle lacune. Mentre il contributo delle parole straniere
(almeno nel caso dei prestiti non adattati come club) è più facilmente individuabile, quello
delle parole dialettali lo è meno perché quasi tutte si presentano in forma italianizzata e
hanno perso la loro natura “locale”.
Sono difficoltà che non si presentano solo al parlante comune, ma anche agli specialisti.
Senza accertamenti non sarebbe possibile dimostrare che l’italiano giocattolo (una parola
800entesca) è in realtà un prestito dal veneziano zugatolo (attestato già dal 500) che provoca
la scomparsa di balocco, parola toscana. Per accertare la dialettalità d’origine di una parola
si deve dimostrare che questa è attestata prima in un dialetto o in un’area dialettale e solo
molto più tardi nell’italiano comune; tanto meglio se si può dimostrare che la parola in
questione ha fatto scomparire una preesistente parola toscana.
Condurre questi accertamenti non è facile perché in genere la documentazione è scarsa. I
dialetti italiani non hanno quasi mai dizionari storici che consentono di datare le attestazioni
dialettali anche di secoli lontani. Abbiamo solo dizionari dialettali 8-9enteschi che non ci
servono da questo punto di vista.
Questo inconveniente è limitato ad un numero ristretto di casi. In realtà una parte
significativa delle parole dialettali prestate alla nostra lingua vi è entrata dopo l’Unità per
motivi politici e tecnologico – comunicativi. Da un secolo e mezzo i rapporti tra le regioni
italiane si sono stretti e l’italiano ha assunto per tutti i cittadini la funzione di lingua – tetto.
Questo ha provocato l’italianizzazione dei dialetti, ma anche l’acquisizione di un certo
numero di parole da parte dell’italiano, soprattutto in alcuni campi (la gastronomia).
In secondo luogo, hanno giocato fattori legati al progresso dei mezzi di comunicazione di
massa: i giornali (fenomeno già radicato e ampio al Nord alla fine dell’800), la radio e la tv.
Essi hanno contribuito alla diffusione dell’italiano, ma hanno anche accorciato le distanze,
consentendo ai regionalismi di diffondersi laddove un tempo sarebbe stato impossibile.
Vediamo i campi semantici in cui il contributo dei dialetti all’italiano si distribuisce: l’area
lombardo – veneta ha dato il suo contributo maggiore per quanto riguarda la morfologia del
terreno, i fenomeni atmosferici e l’ambiente (qui è la fascia alpina delle 2 regioni a svolgere
un ruolo di primo piano), dall’altro le arti, i mestieri e l’abbigliamento. Le voci
originariamente venete prevalgono nel settore dell’amministrazione pubblica, mentre quelle
piemontesi, quasi tutti penetrate in italiano fra 800 e 900, riguardano l’amministrazione e la
vita militare. Il Centro – Sud recupera terreno nella gastronomia (in cui domina l’area
napoletana) e nel campo degli usi espressivi (il primato spetta a Roma). Poco ambito è il
predominio di un’area più meridionale che include la Sicilia nelle voci del mondo della
malavita e dell’emarginazione. Un caso a sé è rappresentato dalla Toscana dove la
distinzione tra lingua e dialetto è molto labile.
La gastronomia è il settore di maggiore affermazione dei dialettismi. La diffusione delle
parole dialettali ha fatto sì che oggi termini come fusilli, tagliatelle, cannoli e forse anche
pizzoccheri siano chiari ai parlanti di qualsiasi età e condizione socio – culturale. Questa
globalizzazione interna delle culture regionali ha prodotto il risultato per cui tutte le cose (e
quindi tutte le parole che le designano) sono oggi a disposizione di tutti.

2. DIALETTISMI NON ADATTATI E CALCHI DIALETTALI


I dialettismi non adattati sono pochissimi. Il piemontese bagna cauda è un’intingolo con
olio, aglio e acciughe in cui si immergono verdure, soprattutto crude, dove il primo elemento
è integrato, ma il secondo è dialettale (in italiano sarebbe calda). Al cinema e ai mezzi di
comunicazione di massa si deve il successo di amarcord, “rievocazione nostalgica del
passato” che in romagnolo significa “mi ricordo” e si deve al titolo del film di Federico
Fellini. Nella politica gli unici dialettalismi importanti entrati nell’uso si riferiscono ad un
movimento localistico: lumbàrd e senatùr designano per antonomasia i militanti leghisti e u
loro capo storico. Sono prestiti non adattati anche 2 parole calabresi, ‘nduia e ‘ndrangheta:
nessuna parola italiana può iniziare per nd-. Sono riconoscibili come sarde due parole
simbolo della cucina sarda, il pane carasau e il vino cannonau. Il resto della trattazione è
dedicato ai dialettismi adattati, la parte maggioritaria di questa componente esterna del
lessico italiano.
Parlando di calchi dialettali ci riferiamo soprattutto all’uso di suffissi dialettali come il
romanesco -aro e -arolo, attraverso i quali si formano nell’italiano di oggi nuove parole, non
legate all’ambito romanesco, caratterizzate da connotazione negativa (-aro) o ironica (-
arolo). Con il primo si formano nomi come gruppettaro, palazzinaro, fumettaro, mentre
con il secondo tombarolo e bombarolo.

3. LA GASTRONOMIA
Settentrionali (ma senza che sia possibile ricondurli ad un’area precisa) sono gli amaretti e
quanto alla tecnica di preparazione dei cibi, i verbi pelare (di un frutto) e trifolare.
Originariamente culinario era il senso di boiata che significava “broda, cattiva minestra” ma
passa poi ad indicare una “cosa fatta male, di scarso valore”.
Riconosciuta universalmente è la provenienza ligure del pesto, che si accompagna in modo
efficace con le trenette. Il Piemonte offre gli agnolotti (agnolôt), la fonduta (fondua), i
gianduiotti (dalla maschera torinese Gianduia). I grissini vengono importati in Lombardia
nella prima metà dell’800 e arrivano a Trieste con la fine della prima guerra mondiale.
La Lombardia fornisce un ricco e importante contingente: risotto e minestrone (in origine si
preparava con il riso). Per la carne abbiamo la fesa, l’osso buco (il milanese oss bus). Tra i
formaggi lo stracchino, il gorgonzola (forma ellittica dal milanese stracchin de
Gorgonzoeula, un centro a est di Milano), mascarpone; tra i dolci, il panettone; tra i
liquori, la grappa.
Il Veneto fornisce prima di tutto un termine che si riferisce alla tecnica di cottura: il modo di
dire “a scottadito” di vivande arrostite da consumare subito è il veneziano a scotadeo. Tra i
termini gastronomici di successo vi è tiramisù, un tempo solo di area trevigiana. L’Emilia –
Romagna presenta un significativo contingente di paste alimentari: tortellini, tagliatelle,
cappelletti, ma anche salumi come cotechino, culatello (tipico dell’area piacentino –
parmigiana). Recente è il successo della piada e della piadina romagnola.
L’apporto più significativo dei dialetti marchigiani settentrionali all’italiano è brodetto (di
pesce); il successo della parola è tale che essa si afferma nell’italiano e poi migra come
prestito nei dialetti greci della costa epirota (da noi registrata nella forma burdeto nel greco
regionale di Preveza, usata dai pescatori nel 1980).
Sono tipici di Siena il panforte, i ricciarelli. A Livorno ci porta il cacciucco
(originariamente un turchismo), fino a pochi anni fa classificato come solo regionale, ma nel
giro di 10 anni si è diffuso ovunque anche grazie ad una pubblicità televisiva. Il passato (di
verdura) è di tutta la regione.
Quanto a Roma, la terminologia gastronomica inizia con cenone, che un tempo indicava la
cena della vigilia di Natale e oggi quella di Capodanno. Anche le forme espressive sbafare,
a sbafo sono romane. Tra i piatti, le fettuccine, i rigatoni e forse anche i bucatini
provengono da Roma. gli spaghetti alla amatriciana prendono il nome da Amatrice. Sono
romani i saltimbocca, i supplì. Il contributo gastronomico della più antica comunità ebraica
dell’Occidente è offerto dai carciofi alla giudìa.
Per il patrimonio gastronomico dell’Italia meridionale il centro irradiatore oltre alla Sicilia, è
Napoli, patria della pizza, cibo sconosciuto anche a Roma fino al 900 e nel resto d’Italia fino
alla 2 guerra mondiale. Allo stesso filone vanno attribuiti il calzone e il panzarotto. Tra le
paste alimentari, è napoletano il nome dei fusilli. Tra i pesci abbiamo calamaro. Vongola è
meridionale, mentre cozza è un nome pugliese (come scamorza). La pasticceria napoletana
offre le sfogliatelle e la pastiera; quella abruzzese il parrozzo.
Per quanto riguarda l’apporto siciliano, abbiamo abbuffarsi “mangiare molto e con avidità”,
che originariamente significava “gonfiarsi come un rospo” (in siciliano buffa). Scuocersi e
scotto, termini che oggi riferiamo soprattutto alla pasta, sono sicilianismi recenti. La
pasticceria offre il cannolo e la cassata, famosi, ma diffusi nell’italiano da poco più di un
secolo.

4. LE ARTI E I MESTIERI, LA CULTURA MATERIALE, IL MARE


Il contributo dei dialetti liguri è uno di quelli più significativi. Da essi viene abbaino (dal
ligure abbaén), che significa “abbate, piccolo abbate”. La trasposizione si deve forse al
colore grigio – scuro delle vesti degli abati, che ricorda quello di una lavagna (termine
ligure) o di una lastra di ardesia, il materiale che serve per le piastre necessarie a costruire gli
abbaini. La Liguria ci trasmette anche una parola 3-400entesca, acciuga.
Dalla Lombardia la cultura materiale recente ci offre le tapparelle e il lavandino (assieme a
lavello ha sostituito il toscano acquaio).
La baita, “abitazione di montagna”, è settentrionale (non di una regione precisa); sono
entrate parole sarde come i nuraghi e i trulli pugliesi.
Quanto alle voci marinaresche, a prescindere da un numero importante di parole orientali che
hanno avuto come tramite soprattutto i dialetti liguri, veneti e siciliani, è importante il
contributo di Venezia: gondola (originariamente un grecismo), zattera (che soppianta il
toscano fodero), pontile, traghetto; attraverso Venezia si sono diffuse anche parole
originariamente arabe come darsena o arsenale. Origini marinaresche ha anche il veneto
fusoliera (ma originariamente circolante in area padana), che oggi (dopo che D’Annunzio ne
adattò il significato all’ambito dell’aviazione e ne decretò la fortuna) significa “corpo
centrale e principale di un velivolo”, ma originariamente indicava “un’imbarcazione leggera
e snella, usata soprattutto per andare a caccia dell’uccello acquatico fisolo.
Tra i mestieri, mezzadro è un nome emiliano, usato da scrittori locali o di altre aree con
riferimento a vicende e situazioni dell’Emilia; dall’accoglimento del termine nel Codice
civile del 1865 esso inizia a soppiantare la voce toscana mezzaiolo, oggi estinta. Sono vivi
altri nomi di mestiere toscani, come imbianchino e giornalaio. I nomi di mestiere
romaneschi hanno il suffisso -aro. Sono mestieri anche il bagarino, ossia “chi fa incetta di
biglietti per rivenderli ad un prezzo più alto”, ma in origine “incettatore di merci”. Al
napoletano dobbiamo il nome del sommozzatore e del pizzaiolo.

5. IL SETTORE MILITARE, L’AMBITO GIURIDICO – AMMINISTRATIVO


L’acquisizione di prestiti dialettali è significativo per comprendere le vie attraverso le quali
si è realizzata l’unità amministrativa, sociale e linguistica della nazione.
L’ambito militare è ricchissimi di parole originariamente piemontesi: ciò è prevedibile dato
che l’esercito italiano si è costituito sulla base di quello piemontese. Tra le parole più
significative abbiamo ramazza, “scopa”, passamontagna, che si è diffuso dal Piemonte
durante la 1 guerra mondiale e arrivato sui giornali durante l’inverno del 1915.
Viene dal Veneto (dai dialetti veneti di montagna) un termine che forse con l’abolizione
della leva obbligatoria diventerà un brutto ricordo: naia, il termine spregiativo che designa il
servizio militare (all’inizio presso i reparti degli alpini, poi ovunque). Originariamente, nel
dialetto di Conegliano significava “gente, razza” che si trasforma in quella di “genìa”, per
cui l’espressione essere sotto la naia significa all’inizio “essere sotto la genìa dei genitori”.
Riferita al servizio militare, sot la naia significa “essere sotto la genìa dei superiori”; da lì al
passaggio verso naia, ossia “servizio di leva”, il passo è breve. Emiliana è anche una voce
oggi molto diffusa grazie alle caserme, ossia lavativo (in origine “persona fastidiosa”, poi
“scansafatiche”).
Al contrario di ciò che ci si aspetta (dato che il processo di unità nazionale ha preso le mosse
dallo Stato sabaudo), l’apporto del piemontese alla lingua giuridico – amministrativa è
minimo. Invece il contributo lombardo è consistente. Abbiamo fedina, “certificato penale”, i
declinanti perché politicamente scorretti guardina, “carcere” e secondino, “agente di polizia
penitenziaria”. In declino per lo stesso motivo è barbone, milanese ma più recente. Non è
recente, invece, l’uso in senso politico di ribaltone, una parola settentrionale periodicamente
reimmessa nel circuito giornalistico: usata dal vocabolario Tommaseo – Bellini nel senso di
“condizione politica, sociale o economica che si rovescia”, è stata poi applicata alle
situazioni più diverse, dalla 1 guerra mondiale (parlando del cataclisma del 1918 a causa
della fuga degli eserciti austroungarici) alla caduta del fascismo, fino ad essere riesumato
con la caduta del governo nel 1994.
Tornando al contributo degli Stati preunitari alla lingua del diritto e dell’amministrazione,
dalla Serenissima si diffondono anagrafe e catasto (entrambi greci). Molto usati in italiano
sono alcuni termini riferibili al sistema sociale, lazzaretto (deformazione del nome del
monastero veneziano di Santa Maria di Nazareth), quarantena e ghetto. Quest’ultimo
deriva sicuramente dalla fonderia che in veneziano si chiamava getto, in cui nel 1516 furono
rinchiusi gli ebrei. Ad abitudini sociali va anche riferita una lunga serie di parole veneziane
accolte dall’italiano: contrabbando, scontrino, grazie che era di origine burocratica (con
essa si chiudevano le lettere e le petizioni alla Signoria) e passata alla lingua nell’800; ad
usarla per primo è Ugo Foscolo, veneziano d’adozione. A Venezia si deve la parola
gazzetta, gazzettino: originariamente era una moneta da 2 soldi. Un processo simile si ha a
Bologna dove il quotidiano locale si chiama il Resto del Carlino, anche qui dal nome della
moneta locale.
Il contributo più importante del Regno delle Due Sicilie alla lingua dell’amministrazione
dell’Italia è demanio, con l’aggettivo demaniale.

6. I FENOMENI ATMOSFERICI E NATURALI, LA CONFORMAZIONE DEL


TERRENO, IL SISTEMA DELLE ACQUE
Vari termini indicanti fenomeni atmosferici che si verificano con particolare intensità o in
forme specifiche in determinate aree sono locali e poi sono stati accolti, con qualche
adattamento, dalla lingua nazionale. Tra quelli liguri: piovasco, adattamento del genovese
ciuvasco (da cieuve, “piovere”). La bora è triestina.
A proposito della conformazione del terreno, brughiera, “terreno alluvionale permeabile,
incolto e ricoperto di arbusti e cespugli” è una parola lombarda diffusa in italiano per via
letteraria (attraverso Pascoli e D’Annunzio). Un contributo importante a questo settore viene
dai dialetti veneti di montagna. Slavina è una voce veneta e trentina. Foiba è uscito dal
novero delle voci specialistiche a causa delle tragiche vicende che ci furono dopo la 2 guerra
mondiale; da questa parola, con significato solo politico, si sono formati i neologismi
infoibare e infoibatore.
Quanto al sistema delle acque, laguna con il significato di “specchio d’acqua litoraneo che
comunica con il mare da cui è separato attraverso una striscia di terra” è veneziano; in
italiano il significato antico di laguna era “specchio d’acqua, per lo più stagnante”. Si è
diffuso da Venezia anche estuario, poi diventato corrente nella terminologia geografica
italiana. Ha una grande risonanza mediatica anche l’acqua alta che periodicamente
sommerge la città.
Il paesaggio e l’intervento umano sul paesaggio dell’area appenninica dell’Italia centrale ci
trasmettono tratturo, termine abruzzese che ebbe fortuna grazie a D’Annunzio. Sono
meridionali i faraglioni, la cui diffusione si deve alla notorietà di quelli di Capri e la lava.

7. GLI ASTRATTI
Tra gli astratti si deve segnalare il contingente lombardo con fifa, fifone, maneggione,
schiappa. Di area veneta sono pettegolo/pettegolezzo, trombone “persona enfatica e vuota”
che entra nell’italiano nel 900, ma nei dialetti di area veneto – friulana è attestato già nel
secolo precedente. Da Venezia ha origine il saluto, oggi panitaliano, ma anche
internazionale, ciao: la formula, che originariamente suonava come s-ciao, cioè “schiavo
(vostro)”, era un saluto reverenziale e non confidenziale come oggi. La scalogna è triestina e
va collegata con il nome locale della cipolla, che secondo la credenza popolare diffusa in
Friuli porta male se la si tocca e poi si gioca a carte.
Il ferragosto, che oggi indica il 15 agosto, parte da Firenze, dove però all’inizio del 900
designava il primo giorno del mese in cui i dipendenti ricevevano una regalìa dal datore di
lavoro. Sono fiorentini anche ganzo, striminzito.
Sono romanesche varie espressioni ingiuriose: burino che all’inizio designava il contadino
che veniva a Roma per lavorare la terra e poi una persona rozza; racchia, “ragazza molto
brutta”. Il riposo pomeridiano si chiama pennichella; l’abbronzatura estiva tintarella.
Il recente successo nel linguaggio giornalistico di inciucio ci porta a Napoli. Più antico è il
successo di iettatura (napoletanismo) e malocchio (meridionalismo); al Meridione si deve
anche la fortuna di sfizio e del recente sfizioso.
La Sicilia presenta altri regionalismi: incazzarsi, “arrabbiarsi” e rimpatriata, “riunione di
amici che abitano lontani o che non si incontravano da tempo” oggi usati molto, ma entrati in
italiano nel 900 inoltrato.

CAPITOLO 8 – LA FORMAZIONE DELLE PAROLE

PREMESSA
Il lessico dell’italiano è dato da parole che derivano dalla latinità (il fondo ereditario), dai
prestiti da lingue antiche (greco, latino) e moderne (inglese, francese, spagnolo, etc…) e
anche dai prestiti interni, cioè dalle parole provenienti dai dialetti.
Ci sono però tantissime parole che non rientrano in queste categorie e sono le
neoformazioni, cioè le parole che non esistono in latino e che si sono formate direttamente
in italiano sfruttando dei meccanismi e delle opportunità offerte da essa. In questo caso si
parte da parole che già esistono in italiano. Esse non vanno confuse con i neologismi, che
sono le parole nuove: una neoformazione può anche avere secoli di vita (per essere definita
così però non deve esistere già in latino e non deve essere un prestito).
I processi di formazione delle parole nell’italiano di oggi e di ieri sono molto complessi: i
processi più importanti sono suffissazione, prefissazione (per entrambi può essere usato il
termine complessivo di derivazione) e composizione.
In lessicologia (la scienza che studia la natura del lessico) una base è una parola fornita di
una categoria grammaticale che può subire trasformazioni.
Le parole italiane sono soprattutto nomi, aggettivi e verbi. Ne esistono anche altre (articoli,
avverbi), ma se guardiamo al numero, la maggior parte delle parole appartiene a queste 3. La
frequenza d’uso è un’altra cosa: gli articoli, per esempio, che usiamo in tutte le frasi, sono 6
(il, lo, la, i, gli, le; in italiano antico ce n’erano altri, come li), mentre i verbi, nomi e
aggettivi sono tantissimi.
Esistono poi alcuni elementi che possono essere incorporati ad una base e ne modificano il
valore, il significato e a volte anche la funzione. Gli elementi aggiunti prima della base sono
i prefissi (per esempio a-, in-, s-, in parole come apolitico). Quelli aggiunti dopo si chiamo
suffissi (per esempio -zione, -oso, -ista in parole come circolazione).
Ai prefissi e ai suffissi tradizionali, di origine prevalentemente latina, vanno aggiunti anche i
prefissoidi e suffissoidi, ovvero elementi che pur non essendo proprio suffissi e prefissi, si
comportano come tali, avendo perso parte del loro valore originario. Per esempio, anti-,
tele-, euro- in parole come antinebbia, telecomando sono prefissoidi; -forme, -scopio,
-metro in parole come microscopio, aculeiforme sono suffissoidi. La maggior parte dei
suffissi e prefissi italiani è già attestata nel latino, che presentava infatti processi di
formazione delle parole molto simili rispetto a quelli dell’italiano e delle altre lingue
romanze. Non tutti i prefissi e suffissi sono frequenti allo stesso modo: per esempio, il
suffisso -are con cui si formano i verbi della 1 coniugazione italiana e latina ricorre
tantissimo da formare parole vecchie e nuove (abusare, accentuare), mentre suffissi come
-bondo o -uario sono molto rari e danno vita a poche unità (moribondo, affittuario) che
non si incontrano sempre. In relazione alla capacità di un suffisso o prefisso di dar vita a
nuove formazioni parliamo di produttività: cioè il suffisso -are è molto produttivo, mentre
-bondo è poco produttivo, o anche che il suffisso -ere dei verbi della 2 coniugazione un
tempo era produttivo e oggi no.
Il concetto di lessico mentale (cioè l’insieme delle parole memorizzabili da un parlante),
studiato soprattutto dalla psicolinguistica, è utile anche per spiegare il perché del blocco
delle parole virtuali: si osserva spesso che una determinata parola che, secondo le regole di
formazione di parole della lingua, dovrebbe essere accettabile, è evitata o respinta dai
parlanti a causa dell’esistenza di un sinonimo ben radicato nella lingua. Per esempio, la
parola rubatore sarebbe normale nell’italiano, parallelamente a tutta una serie di parole che
finiscono in -tore (muratore, esattore). Però noi lo evitiamo dato che in italiano c’è già
ladro che è molto frequente. Più un sinonimo bloccante è frequente, più il blocco di una
parola virtuale è efficace. È questo il motivo per cui diciamo, senza nessun motivo, potatura
di un albero e non potaggio, potamento, che dal punto di vista delle regole di formazione
delle parole sarebbero regolari.

2. LA SUFFISSAZIONE
La suffissazione consiste nell’aggiunta di un suffisso a destra di una base (dopo di essa): se
alla base bianco aggiungiamo il suffisso -ezza o -astro abbiamo bianchezza e biancastro.
Questa nuova parola può avere la stessa categoria grammaticale della forma di partenza: per
esempio il sostantivo rumore, con l’aggiunta del suffisso -accio, dà vita ad un altro
sostantivo, rumoraccio; solitamente quando la categoria grammaticale rimane la stessa,
siamo in presenza di un’alterazione (cioè di un diminutivo, accrescitivo o peggiorativo). La
categoria grammaticale può anche cambiare (in questo caso si parla di
transcategorizzazione): se al sostantivo rumore aggiungiamo il suffisso -oso abbiamo
l’aggettivo rumoroso, se aggiungiamo -eggiare abbiamo il verbo rumoreggiare.
Il discorso si ripete per le altre categorie: dall’aggettivo grande abbiamo l’aggettivo
grandicello, ma anche il sostantivo grandezza e il verbo grandeggiare.
Un suffissato che si forma da un nome si chiama denominale, uno che si forma da un
aggettivo si chiama deaggettivale, uno che si forma da un verbo si chiama deverbale.
Infine esistono i deavverbiali, cioè suffissati che si formano da avverbi: da indietro si forma
indietreggiare (verbo deavverbiale).
I suffissi più produttivi in italiano, partendo dalle trasformazioni nome verbo e aggettivo
verbo, in cui esaminiamo il ruolo dei suffissi -are, -ere, -ire con i quali si formano tutti gli
infiniti dei verbi italiani.
Il suffisso -ere in italiano non è più produttivo, cioè non dà più vita a nuove parole. Ciò
significa che la 2 coniugazione italiana, quella in -ere, è una classe chiusa non più
suscettibile di essere ampliata con nuovi arrivi: i verbi che sono già presenti nella nostra
lingua (alcuni frequentissimi come avere, dovere) restano, ma non se ne formeranno più
altri in futuro. Lo stesso discorso (o quasi) vale per i verbi in -ire: continueremo a dire
partire, pentire, ma non si formeranno più verbi nuovi con questo suffisso. L’unica
eccezione è costituita dai verbi parasintetici.
Il suffisso -are ha invece un’enorme produttività: sono derivati da nomi (cioè sono verbi
denominali) abusare da abuso, addizionare da addizione; sono derivati da aggettivi (verbi
deaggettivali) immortalare da immortale, attivare da attivo. -are conosce anche altre
varianti molto produttive come -iare (finanziare), -icare e -ificare (morsicare, calcificare),
-eggiare (albeggiare, arieggiare), -izzare (atrofizzare, idealizzare) e anche suffissi con
valore diminutivo molto frequenti come -ucchiare (mangiucchiare) o -icchiare e -acchiare
(dormicchiare, rannicchiare). I verbi della 1 coniugazione occupano circa il 13% del
lessico italiano.
La controprova della fortuna di -are, -ere, -ire nell’italiano postunitario (larghissima per il
primo, nulla o scarsa per gli altri 2) a cui si accennava prima sta nella formazione di
neologismi: quando il progresso tecnologico ha messo a disposizione il fax, il computer, la
chat i verbi che se ne sono ricavati sono faxare, computerizzare, chattare e non
faxere/chattere/computerizzere.
Nell’italiano di oggi hanno più successo alcuni suffissi di origine dotta (-tore/-trice, -zione,
-ista, -ismo) che suffissi di trafila ereditaria e popolare come -tà, -ià, -tù che hanno avuto
successo nell’italiano antico ma oggi ne hanno pochissimo: sono quelli dotti che dapprima
sono stati usati molto nella lingua delle scienze e della tecnica, i suffissi davvero produttivi e
vitali nella lingua di oggi.
I nomi di azioni indicano l’azione o le sue modalità. I suffissi più produttivi sono:
-zione: asportare = asportazione, navigare = navigazione;
-mento: danneggiare = danneggiamento; avvertire = avvertimento;
-tura: stirare = stiratura.
Spesso si formano anche in questo caso vere e proprie coppie di derivati con significati
diversi: da collocare si ha collocazione e collocamento (si può dire collocazione di un
libro, ma non collocazione delle azioni: in questo caso si deve dire collocamento); da
fondare si hanno fondazione e fondamento (di un’argomentazione, di una notizia); da
perturbare si hanno perturbazione e perturbamento (equivale al primo, ma non in tutti i
contesti: non si può dire perturbamento atmosferico, ma perturbazione atmosferica); da
stirare si può avere stiratura (della biancheria) o stiramento (del muscolo): si può dire lo
stiramento della camicia, ma non la stiratura del muscolo; da investire si ha
investimento se parliamo di Borsa e un’investitura se parliamo di un re.
Questi suffissi, ma direi tutti, non possono quindi essere usati indifferentemente l’uno al
posto dell’altro. Anche quando non si formano coppie come queste viste, dobbiamo pensare
che si può dire, per esempio, rappresentazione e non rappresentamento o
rappresentatura, o al contrario, avviamento e non avviazione; avviatura è raro ma esiste.
Tutti dicono rappresentazione perché lo hanno sempre detto tutti: sono abitudini che si
trasmettono e che vengono condivise, ma non sono il frutto di nessuna legge.
L’altra categoria a cui facevamo riferimento era quella dei nomi di agente che indicano la
persona o la cosa che compie un’azione e che usiamo molto (anche se non solo) quando
parliamo di nomi di mestiere. Il suffisso più produttivo in questo caso è -tore/-trice:
calciatore, ricercatore con i femminili calciatrice, ricercatrice. Quando abbiamo -tore/-
trice si tratta sempre di nomi derivati da verbi (calciare, ricercare). Perché riservati agli
uomini (muratore, miniatore), alcuni di questi nomi non hanno un corrispondente
femminile in -trice. Molti altri suffissi indicano persone che compiono azioni o fanno
professioni e mestieri. Tra i denominali spiccano -ista (artista, giornalista) e -aio
(giornalaio, orologiaio). Quanto ai nomi di strumenti, torniamo al suffisso -tore/-trice per
ricordare qualche deverbale che designa nomi di macchine o strumenti della vita quotidiana:
affettatrice (dal verbo affettare), frullatore (dal verbo frullare). A volte i 2 suffissi
convivono: esistono, per esempio, calcolatore e calcolatrice (il primo è un sinonimo di
computer, il secondo è uno strumento con cui si eseguono calcoli matematici).

3. GLI INFINITI SOSTANTIVATI E ALTRI TIPI DI PASSAGGIO DI CATEGORIA


GRAMMATICALE
Un certo numero di parole presenta un cambiamento di categoria grammaticale
(conversione) senza per questo cambiare forma, cioè senza l’intervento di un suffisso o
prefisso.
Un particolare aspetto di questo fenomeno è la nominalizzazione dell’infinito, cioè la
presenza nella lingua dell’infinito sostantivato. In questo e in altri casi abbiamo una
transcategorizzazione (cioè un cambiamento di categoria grammaticale) senza aggiungere un
suffisso. Qualsiasi infinito può diventare sostantivato: basta usarlo in frasi come “accusare
ingiustamente qualcuno provoca danni incalcolabili”. Esso può anche essere accompagnato
dall’articolo (o da una preposizione articolata), fatto con cui la nominalizzazione ha un
contrassegno formale evidente: abbiamo così frasi come la civiltà del bere.
Ci può anche essere il passaggio completo alla categoria dei sostantivi: pochissimi parlanti
riflettono sul fatto che frasi come fare il proprio dovere, il piacere di ridere, è un essere
indifeso contengono un infinito sostantivato: nell’ultimo caso se ne può ricavare un
diminutivo (è un esserino fragile). La prova definitiva del passaggio alla categoria dei
sostantivi è data dal fatto che tutti i nomi appena citati possono avere un plurale: i doveri, i
piaceri.
Non si tratta dell’unico caso in cui le parole rimangono immutate ma cambia la loro
categoria grammaticale. Comunissimo è il caso degli aggettivi sostantivati: “approvata la
finanziaria”, “siamo nel penale”. In alcuni casi, come il povero o il ricco (soprattutto se
usati al plurale, i poveri e i ricchi), il passaggio di categoria è così ben attuato che i parlanti
non se ne rendono più conto.
Gli aggettivi sostantivati derivano molto spesso dall’ellissi (cioè dall’omissione) del nome in
una sequenza nome + aggettivo: la stradale è un aggettivo sostantivato che si è formato dal
sintagma polizia stradale, la metropolitana dal sintagma ferrovia metropolitana. È
possibile anche un’ellissi partendo dalla sequenza nome + di/a/da + nome, come in vino di
Marsala = il marsala, sedia a sdraio = sdraio. Il fenomeno è così diffuso che in molti casi i
parlanti non hanno più la percezione di usare un aggettivo sostantivato. Abbiamo aggettivi
diventati nomi in altissimo numero sia tra i maschili (accrescitivo, acido, adesivo,
trascurando i diffusissimi nomi geografici come ambrosiano, americano o i suffissati in
-ato come alluvionato, alterato), sia tra i femminili (acetosa, aliquota).
Anche i participi presenti sostantivati sono tanti. La cronaca recente ci restituisce badante (e
la fantascienza ci offre mutante e replicante), ma il fenomeno è di antica data: tra quelli di
cui ormai si è perso del tutto il valore verbale abbiamo per esempio aiutante, ambulante.
Meno comune è il caso dei gerundi trasformati in sostantivi: abbiamo però alcuni casi del
linguaggio della musica (il diminuendo, il crescendo), della matematica (l’addendo, il
sottraendo), dell’economia (il dividendo); il laureando.

4. DERIVATI A SUFFISSO ZERO


I derivati a suffisso sono quelli in cui il risultato non è una parola di un grado più complesso
morfologicamente, ma una parola che presenta lo stesso grado di complessità o una
complessità inferiore: apparecchiare produce apparecchio, accusare produce accusa.
I derivati a suffisso zero hanno un grande successo nell’italiano 8-900entesco. Si tratta di
sostantivi che derivano da un verbo, ma senza suffissi, anzi, con un’amputazione: da
collaudare si è formato collaudo, da verifica verificare.
Questo tipo di derivazione è stato al centro delle polemiche puristiche, anche perché molto
diffusa nel linguaggio burocratico. Tra i maschili abbiamo per esempio addebito alla
risposta (da addebitare), pizza da asporto (da asportare). Tra i femminili diciamo spesso
autentica di una firma (da autenticare), delibera di giunta (da deliberare), determina
(da determinare), oggi molto usato negli ambienti burocratici nel senso di “decisione,
risoluzione” (ovviamente nel senso di “volontà ferma, risolutezza” si continua a dire “ha una
forte determinazione”).
Nonostante l’opposizione tradizionalista, che ha tentato spesso di affiancare una parola con
un suffisso a quella a suffisso zero, spesso quest’ultima ha prevalso: rettifica è molto più
diffusa di rettificazione, modifica è più diffusa di modificazione. Tuttavia, come accade
spesso in questi casi, a volte il tentativo di sostituzione è andato a buon fine: è così per
rivendicazione, che anche nel sottocodice sindacale ha soppiantato rivendica. E ci sono
derivati a suffisso zero non attecchiti, nonostante il fatto che, soprattutto nel sottocodice
sindacale, li si sia usati per qualche tempo: supero per eccedenza, defalco per detrazione.
Più spesso, si sono formate vere e proprie coppie in cui ciascun termine (quello a suffisso
zero e quello con suffisso regolare) si è specializzato in un determinato ambito: si dice il
comando delle operazioni ma il primo comandamento, oppure la carica della cavalleria
ma il caricamento del fucile.
C’è anche il caso in cui è scomparso il verbo da cui è nato il derivato, mentre quest’ultimo è
vivo e si usa. Per esempio, il verbo discaricare è estinto da secoli, ma i deverbali discarico
(inventariale) nella burocrazia e discarica (di rifiuti) sono comunissimi; stesso discorso per
il deverbale divieto, che deriva da divietare oggi estinto. Un caso limite è costituito dai
participi presenti, i quali, configurandosi nella realtà linguistica come forme verbali, sono
sopravvissuti al verbo da cui da un punto di vista grammaticale sono formati. Un esempio è
dato dal fatto che diciamo dimagrire, ma diciamo anche cura dimagrante da dimagrare,
della 1 coniugazione che oggi è stato soppiantato da dimagrire, ma è stato usato per secoli;
il participio dimagrante è sopravvissuto. Allo stesso modo diciamo discrepante da
discrepare che si è estinto nell’800.

5. L’ALTERAZIONE
Fa parte della coscienza della maggior parte dei parlanti l’esistenza di categorie come quelle
di diminutivo, accrescitivo, peggiorativo. Definiamo queste categorie come alterati, e il
processo come alterazione.
L’alterazione è un caso particolare di suffissazione in cui il cambiamento avviene dentro la
stessa categoria grammaticale: non c’è transcategorizzazione. Possiamo avere diminutivi da
nomi (coperta = copertina), da aggettivi (caro = caruccio) e anche da verbi (trottare =
trotterellare). Possiamo avere accrescitivi da nomi (libro = librone) o da aggettivi (pigro =
pigrone) o peggiorativi da nomi (partita = partitaccia) o da aggettivi (pigro = pigraccio).
Gli alterati possono essere analizzati in relazione alla quantità (piccola nel caso dei
diminutivi, grande nel caso degli accrescitivi) e alla qualità (positiva o negativa). Il carattere
dimensionale e quello nozionale non si escludono, ma si richiamano a vicenda: alla
piccolezza si riferisce la delicatezza e la gentilezza o la debolezza e la meschinità; alla
grandezza si riferisce la forza o la cattiveria e la bruttezza. Negli alterati possiamo
considerare l’asse oggettivo in cui alla grandezza si oppone la piccolezza, e l’asse soggettivo
in cui agisce un fattore d’affetto, per cui si oppone qualcosa di buono e positivo a qualcosa di
brutto e negativo. Se diciamo “una capretta bela” stiamo attribuendo a questo diminutivo
qualità di dolcezza bucolica positive; se diciamo “è un avvocatuccio” non gli stiamo facendo
un complimento: la quantità è piccola, ma il valore negativo. Per quanto riguarda gli
accrescitivi, se diciamo “ha giocato una partitona” abbiamo un accrescitivo analizzabile in
termini di quantità grande e di qualità positiva. Se diciamo invece “è un bamboccione” la
quantità è sempre grande, ma la qualità negativa.
I diminutivi sono il gruppo più rappresentativo e numeroso. I suffissi più produttivi nei
diminutivi sono: -ino/-ina (luce = lucina), -etto/-etta (bacio = bacetto), -ello/-ella (asino =
asinello), che si possono anche combinare in catene di suffissi (gonna = gonnella =
gonnellina, capra = capretta = caprettina).
Quanto agli accrescitivi, il suffisso più produttivo è -one/-ona (bottega = bottegona, letto =
lettone; anche con cambio del genere come pecora = pecorone).
I peggiorativi sono ricavati da -accio (libraccio, tiraccio; con una connotazione
qualitativamente positiva abbiamo colpaccio, ossia “colpo ben riuscito”) o dalla variante
espressivo – regionale -azzo (amorazzo); ci sono altri suffissi, con un valore un po’
attenuato, tipo -astro: medico = medicastro. Alcuni di questi derivati si sono lessicalizzati,
cioè sono diventate parole autonome: figliastro (soprattutto nel nesso fisso figli e figliastri),
fratellastro, sorellastra, ma il valore peggiorativo è rimasto (infatti sono tutti ormai
considerati politicamente scorretti).
A parte gli ultimi, quelli esaminati finora sono alterati veri. Ma esistono anche gli alterati
falsi, cioè parole che gradualmente si sono staccate da quelle da cui provenivano, per cui
oggi sono sentite come parole autonome, senza rapporto con la base originaria. In questo
caso si dice che questi alterati si sono lessicalizzati, ossia sono diventate parole autonome,
che sul dizionario possono essere cercate come parole a sé.
Se mangiamo gli spaghetti o i fusilli non riflettiamo sul legame originario tra i primi e lo
spago e tra i secondi e fuso, cioè sul rapporto che questi alterati falsi hanno con le due basi
che hanno dato vita a questi nomi di paste alimentari. I parlanti non collegano più il rosone
di una chiesa alla rosa. In alcuni casi un certo legame tra la base e il derivato è ancora
presente: per esempio, in minestrone che è una parola autonoma ormai che vuol dire
“minestra con verdure e legumi”, è ancora presente un legame semantico con minestra.
Rimanendo nel quadro dell’alterazione, i verbi deverbali (cioè derivati da altri verbi) hanno
in italiano un aspetto connotato in senso espressivo. Si tratta di alterati con suffissi come
-ellare/-erellare/-arellare (saltellare, bucherellare), -ettare/-ottare (fischiettare,
scoppiettare), -icchiare, -acchiare (dormicchiare, bevicchiare).

6. LA PREFISSAZIONE
La prefissazione consiste nell’aggiunta di un prefisso a sinistra di una base (cioè prima di
essa): se alla base comporre aggiungiamo i prefissi de-, ri-, s-, otteniamo decomporre,
ricomporre, scomporre.
Un dato che caratterizza la prefissazione è che essa non comporta il cambiamento della
categoria grammaticale: un nome prefissato rimane un nome (legittimazione =
delegittimazione; appello = preappello), un aggettivo prefissato rimane un aggettivo
(adorno = disadorno, accettabile = inaccettabile), un verbo prefissato rimane un verbo
(durare = perdurare, affermare = riaffermare). All’interno dei prefissati la categoria dei
verbi è la più numerosa.
La principale eccezione alla regola per cui un prefisso non cambia la categoria grammaticale
di una parola consiste nel prefissoide anti-, che in determinati casi dà origine a nomi che si
comportano come veri e propri aggettivi. Abbiamo per esempio (movimento)
antiapartheid, (farmaco) antiobesità. Lo stesso può accadere con pre-: impianto è un
nome, ma in (diagnosi) preimpianto, (analisi) prepartita i prefissati si comportano come
aggettivi.
Un prefissoide o un prefisso, a differenza di un suffisso, a volte può essere usato
autonomamente. In casi limite, nell’italiano contemporaneo esso può diventare una vera
parola dotata di vita a sé, assumendo da solo il carico semantico dell’intera unità: la tele,
l’auto, gli ultrà. Nel linguaggio della politica (polemicamente) si può giungere a veri e
propri composti di prefissi: per esempio gli ex – post (chi nella 1 Repubblica si riconosceva
in partiti che poi hanno rivisto la loro collocazione in determinate tradizioni politiche, e di
conseguenza hanno anche cambiato nome), che può arrivare fino a neo – ex – post.

7. I PARASINTETICI
I parasintetici sono caratterizzati dall’aggiunta simultanea di un prefisso e di un suffisso a
una base costituita da un nome o un aggettivo: briciola = sbriciolare, acido = inacidire.
Qualche volta (i casi sono molto rari) la base di partenza può anche essere un avverbio:
dentro = addentrare.
Si dice simultanea perché la parola si forma solo se il prefisso e il suffisso sono aggiunti
insieme, non un elemento per volta: per esempio, il verbo sbandierare, è composto da
prefisso s- + base + bandiera + suffisso -are; ma non si può aggiungere prima il suffisso
perché si ottiene una parola inesistente in italiano, bandierare, né prima il prefisso perché si
ottiene l’inesistente sostantivo *la sbandiera.
Tanti sono i prefissi che danno vita a parasintetici (mentre i suffissi sono solo 2, -are e -ire)
a + (raddoppiamento della consonante iniziale) (bottone =abbottonare), de – (preda =
depredare), in- (valido = invalidare) s- privativo (folla = sfollare), s- rafforzativo (farfalla
= sfarfallare), dis- (bosco = disboscare).
I nomi dei colori producono spesso parasintetici in -ire: arrossire, ingiallire, imbrunire.
Per quanto riguarda il primo, rosso dà vita a due parasintetici, arrossare e arrossire, che
hanno 2 livelli stilistici e grammaticali diversi: il primo significa “rendere rosso” (il caldo gli
arrossa le guance), il secondo “diventare rosso” (le guance arrossiscono per il caldo). Lo
stesso discorso vale più o meno per ammollare e ammollire, inacerbare e inacerbire.

8. LA COMPOSIZIONE
La composizione è il procedimento con cui si uniscono 2 basi che ne formano una terza, che
ha un significato autonomo e denota un concetto unico. Essa è un procedimento
fondamentale nella formazione di parole nuove e tende a essere usata nell’italiano di oggi
(ma anche nelle altre lingue romanze) ben più di quanto avvenisse in passato: per la sua
analiticità e per la sua produttività, questo tipo di formazione delle parole si adatta alle
esigenze di sempre nuove e articolate terminologie corrispondenti allo sviluppo e alla rapida
penetrazione della tecnica nel mondo di oggi. Questo procedimento avveniva anche in latino
(per esempio, il verbo maledico era un composto), ma era molto più raro.
Non considereremo composti di lunga data di cui i parlanti comuni non percepiscono più la
natura, come allarme, che è originariamente un composto di preposizione + articolo +
sostantivo; non tratteremo dei composti con preposizione (lungarno, capodanno) che
esistono e hanno pure una certa fortuna.

8.1 COMPOSTI CON BASE VERBALE E CON BASE NOMINALE


In italiano, come nelle altre lingue romanze, esistono composti con base verbale, costituiti
da un verbo transitivo (forse un imperativo, ma non è certo) e da un sostantivo senza
l’articolo: appendiabiti, fermacarte, girarrosto, parafango. Quasi tutti questi composti
sono costituiti da verbi bisillabici (con due sillabe) della 1 coniugazione (negli esempi solo il
1 è un trisillabo in -ere). Alcuni dei nomi che occupano il 2 posto di questi composti sono al
singolare (fango, arrosto) mentre altri sono al plurale (abiti, carte). In casi limite è possibile
anche che il 2 elemento, oltre al 1, sia un infinito, e che si abbiano quindi 2 verbi
(lasciapassare); se l’elemento verbale non è un infinito ma un participio presente
(luogotenente, nullafacente) o un participio passato (terracotta, cartapesta), esso prende
di solito nel composto la seconda posizione, e il nome prende il primo. Anche in calchi da
altre lingue, come il recente terraformare (usato a proposito della colonizzazione di Marte),
l’elemento verbale del composto prende il secondo posto.
Il processo di formazione dei composti verbali è antichissimo ed è documentato da più di un
millennio, ancora prima che venisse abbandonato il latino nella scrittura dei documenti. Esso
conosce un grande successo soprattutto tra le denominazioni popolari di piante, animali e
strumenti e nel settore dei soprannomi. Per dare un’idea dell’antichità del fenomeno, in
alcune carte campane dell’XI secolo compaiono nomignoli scherzosi come Pappacarbone,
così come in una carta proveniente dai dintorni di Firenze che risale al 1160 – 80 dove si cita
un certo Liccapadella. Non è diverso il caso di piante molto popolari come il pungitopo.
Sono un caso particolare i composti formati da 2 imperativi coordinati come saliscendi,
dormiveglia o ripetuti come fuggifuggi, lecca – lecca.
I composti con base nominale presentano varie strutture. La più comune di esse è formata
da un nome e un aggettivo (terrasanta, palcoscenico) oppure da un aggettivo e da un nome
(mezzanotte, gentiluomo).
Esiste un tipo di composizione che vede l’accostamento di 2 sostantivi per la designazione di
oggetti o persone che cumulano 2 destinazioni o 2 funzioni. Questi composti con cumulo di
funzioni possono essere graficamente resi con o senza trattino: possono individuare 2
professioni o ruoli svolti da una sola persona, come studente – lavoratore o capocronista, 2
strumenti o 2 indumenti, per esempio sciarpa – foulard, gonna pantalone, 2 attività svolte
nello stesso locale, come bar – ristorante, due funzioni svolte dalla stessa soluzione
abitativa, come salotto – veranda, divano letto e altre tipologie simili: vacanza – viaggio,
mostra mercato.
Ha un certo successo anche la coordinazione di 2 aggettivi (chiaroscuro, agrodolce); questo
tipo è molto usato nel caso di designazione dei calciatori o dei sostenitori di una squadra di
calcio (bianconeri, rossoneri).

8.2 COMPOSTI DI FORME LIBERE E DI FORME NON LIBERE


Un’altra distinzione fondamentale può essere fatta tra i composti con forme libere e i
composti con forme non libere. Tutti i composti visti finora sono ottenuti con forme libere
perché i 2 elementi da cui sono formati possono ricorrere in una frase come elementi
indipendenti: così per appendi e abiti, ferma e carte.
Diverso è il caso dei composti come ippodromo, cardiopatia, i cui elementi costituenti non
hanno senso presi da soli, almeno in italiano (in greco ne hanno uno preciso): ippo- e
-dromo, cardio- e -patia, fuori dalle combinazioni viste, non vivono da soli. Quindi si
definiscono come composti di forme non libere.
Se osserviamo bene i composti di forme non libere appena visti, notiamo che anche tra loro
esistono composti con base nominale e composti con base verbale. Ippodromo e nevralgia
sono composti di forme non libere con base nominale, dato che gli elementi che li
compongono sono sostantivi: hippos significa “cavallo”, dromos “corsa”, nêuron “nervo”,
algos “dolore”. Al contrario, antropofago è un composto con base verbale visto che
anthropos significa “uomo”, ma fago in greco è un verbo e significa “mangio”.
Abbiamo:
- Composti con base nominale di forme libere (pescecane);
- Composti con base verbale di forme libere (fermacarte);
- Composti con base nominale di forme non libere (ippodromo);
- Composti con base verbale di forme non libere (antropofago).
La difficoltà pratica a cui si accennava consiste nel modo in cui vanno considerati elementi
come euro-, tele- auto- in parole come euroscettico, telegiornale, autopromozione. In
genere, per motivi di comodità, consideriamo cassapanca e ippodromo composti e
euroscettico e telegiornale parole formate con un prefissoide. La differenza è nel fatto che
cassa e panca sono parole autonome, e nella lingua di partenza (il greco) lo sono anche
hippos e dromos, mentre in euroscettico e telegiornale, euro- e tele- non sono elementi
autonomi, cioè non rientrano in nessuna categoria delle parti del discorso, e quindi li
consideriamo come prefissoidi.

8.3 RIDUZIONE PER TRONCAMENTO


Sulla scia dei modelli provenienti dall’inglese, ha un grande successo da qualche decennio la
riduzione per troncamento di uno degli elementi del composto (più frequentemente, la
prima parola) in casi come cantante + autore = cantautore, fantasia + scienza =
fantascienza. Di questo sistema, che usa spezzoni di parole, si serve molto la lingua della
scienza e della tecnica: eli(cottero) + porto = eliporto, cito + (proto)plasma = citoplasma.
Esso è molto diffuso anche nei media e nel sindacalese, per esempio nelle denominazioni di
strutture organizzative come col(tivatori) + diretti = coldiretti. Sistematico è l’uso di
conf(federazione) in denominazioni come confcommercio, confagricoltura, e di
feder(azione) in federcalcio, federcasalinghe; il fatto ha generato anche qualche ironia
(feder – feder era il nome di una fantomatica organizzazione citata in una trasmissione
televisiva di Renzo Arbore).
Vi sono anche formazioni in cui gli elementi coinvolti sono 3, come nel caso di
lavatergilunotto, postelgrafonici (i lavoratori delle poste).

9. LE UNITÀ POLIREMATICHE
Ci sono in italiano, così come nelle altre lingue, alcune serie di parole come ferro da stiro,
agenzia viaggi, che assumono un ordine fisso, non modificabile neanche dall’aggiunta di un
aggettivo, che può essere messo prima o dopo il termine fraseologico, ma non può
interromperlo: per esempio, si può dire “un rovente ferro da stiro” (con l’aggettivo rovente
prima), oppure un “ferro da stiro rovente” (con l’aggettivo dopo) ma non “un ferro rovente
da stiro” (con l’aggettivo in mezzo), perché l’insieme non avrebbe senso. Si tratta di
combinazioni di parole percepite come un’unica unità lessicale, anche se non sono
propriamente delle parole singole. Chiameremo questi elementi fissi unità polirematiche
distinguendo tra i loro sottotipi numerosi e concentrandoci su quelli più diffusi.
1) Unità polirematiche nominali che possono essere costituite in vario modo. Iniziamo
dal tipo nome + aggettivo o viceversa (anima gemella, scala mobile, alte sfere); la
distinzione tra questo tipo e i composti con base nominale di forme libere è complessa.
Il secondo tipo è costituito dal modello nome + di/del + nome, con complemento di
specificazione: ufficio del lavoro, agente di custodia, patente di guida. Ne è molto
ricco il lessico di base, ma lo sono ancora di più le terminologie settoriali. Qualche
esempio tratto dalla lingua delle istituzioni: corte dei conti, tribunale di
sorveglianza. Il terzo è dato dal modello nome + a + nome, come in occhi a
mandorla, testa a testa, locuzioni ormai cristallizzate (cioè che restano nell’uso così
come sono, invariate). Questo modello nell’italiano di oggi è orientato sulla
funzionalità, come in motore a gas o a benzina, cioè “che funziona con il gas o la
benzina”. Alla funzionalità è orientato un quarto tipo, nome + da + nome nei
composti del tipo camera da letto, fornello da campo.
2) Unità polirematiche verbali, come stare fresco;
3) Unita polirematiche avverbiali, come così così, a suo tempo;
4) Unità polirematiche aggettivali, come (ragazza) acqua e sapone.

10. FORMAZIONE DELLE PAROLE E SIGNIFICATO


La relazione che corre tra il significato della base e quello dei suffissi/prefissi (nel caso della
derivazione) o della seconda base (nel caso della composizione), impone una precisazione.
Prendiamo la parola mangiapatate, un composto il cui significato letterale, che risulta dalla
composizione delle 2 basi, mangia e patate, è “chi mangia le patate”. Dato che questo
significato risulta dalla composizione di più elementi (in questo caso 2 basi, ma possono
essere anche una base e un prefisso o suffisso), lo chiameremo significato composizionale.
Ma quest’ultimo è affiancato da un altro significato non prevedibile sulla base degli elementi
del composto: “persona che non vale nulla”. Questo secondo senso sviluppato dopo è il
significato lessicale.
Si tratta di casi comunissimi. Mestatore, suffissato formato dal verbo mestare, ha un
significato composizionale ormai estinto “che mesta, mescola” (risultato del verbo e del
suffisso -tore, che significa “chi/che fa qualcosa”) e un significato lessicale “che trama
imbrogli e crea intrighi”.
11.ETIMOLOGIA POPOLARE, EUFEMISMI E ALTRE MODIFICAZIONI
INATTESE DELLA BASE
Quando una parola entra in un sistema linguistico, può accadere che i parlanti la ritengano un
corpo estraneo e reagiscano cercando di adattarla ad un elemento del sistema già noto. Per
esempio, dal latino liquiritia abbiamo l’italiano liquirizia. Questa parola, tuttavia, non è
stata ben capita in alcuni dialetti del nord e ha dato vita a varie trasformazioni che
riaccostano la parola ad altre già note: a Rovigo diventa acquarisia (con avvicinamento ad
acqua), a Pistoia logorizia (con avvicinamento a logorare).
L’accostamento di una parola sentita come estranea ad un’altra già nota prende il nome di
paretimologia o etimologia popolare.
Passiamo ad un altro esempio. Primo Levi si interroga, in Se questo è un uomo, sul perché
dell’abitudine del gergo dei lager di definire i musulmani i deportati più scheletrici. Il
termine è un adattamento paretimologico, conosciuto anche al francese musulman, del
tedesco mühselig, “debilitato” e Mann “uomo”, due parole forse non capite e riaccostate ad
una terza parola già nota, ossia musulmano. I detenuti dei campi di concentramento non
avevano nulla a che fare con la regione islamica; sul fatto che fossero debilitati (si usa un
eufemismo) non c’è dubbio.
A proposito dell’islam, possiamo osservare un’altra reinterpretazione paretimologica
derivata dall’abitudine che si è protratta per tutto il Medioevo, di ritenere il suo fondatore
uno stregone empio. In Cecco Angiolieri possiamo vedere la deformazione del nome di
Maometto in Malcommetto, cioè “commetto il male”. Una deformazione forse spontanea
nella religiosità popolare, ma forse anche indotta (abbiamo visto casi simili nella
deformazione di democrazia in dementocrazia, demoncrazia).
La rimotivazione legata a meccanismi di autodifesa del parlante vale anche nel caso della
fraseologia e dei modi di dire che hanno alla base parole straniere. Per esempio, darsi agli
stravizi: tenderemo a collegarla alla parola vizi con un prefisso intensivo stra- che ne
aumenta la portata. Invece stravizi è un adattamento del serbo – croato zdravica “sfida al
bere”, un prestito antico, entrato in italiano nel 400. L’accostamento a vizio è successivo, e si
deve al fatto che la parola slava, così com’era, non era comprensibile.
Questi meccanismi di autodifesa del parlante possono far sorridere oppure possono portare
alla condanna sociale: endovenose diventa nell’italiano di alcuni parlanti indovinose perché
indovinare è l’elemento familiare, reumatico diventa aromatico.
Non si tratta di curiosità isolate o immotivate, ma di un vero meccanismo del sistema sul
quale c’è poco da ironizzare, anche perché ci sono casi in cui queste modificazioni diventano
strutturali e rimangono nella lingua o ancor di più nei dialetti.
Esistono poi delle parole modificate intenzionalmente, per altri motivi, spesso di natura
tabuistica (cioè legata a tabù, di tipo religioso o sessuale).
Per meccanismi culturali antichi, scattano nei parlanti meccanismi con cui si tende a evitare
di nominare direttamente l’entità divina e il sacro. Abbiamo la trasformazione eufemistica di
Dio in zio (e di per dio in perdinci, perdiana), di Madonna in Maremma o madosca, di
Cristo in cribbio (che significa “crivello” nei dialetti lombardi, ma nella percezione degli
altri parlanti è una parola inventata). Si conserva quindi la parte iniziale della parola e se ne
cambia quella finale, usando a volte parole già esistenti nel sistema (zio, Maremma) o non
esistenti (perdinci).
Non va evocato neanche il male: per esempio, si dice diamine, diamberne per diavolo;
discolo è una modificazione tabuistica di diascolo, forma inventata per non nominare
direttamente l’interessato. Nell’ambito magico – superstizioso, un caso di eufemismo è
costituito dal nome della donnola, chiamata così perché ha fama di animale magico e
pericoloso; quindi è bene non nominarla e designarla con un termine cortese (donnola
significa “piccola donna, donnina”; il suo nome latino era mustela).
L’altra area del lessico in cui si verificano trasformazioni di tipo eufemistico è il turpiloquio;
funziona lo stesso tipo di meccanismi che abbiamo appena visto, con la presenza di parole
inventate o già esistenti che hanno in comune con quella che non si può dire il segmento
iniziale come in cavolo, capperi o quello finale, come in balle: sono tutte formazioni che
hanno lo scopo di non nominare direttamente i componenti dell’apparato sessuale maschile.
In altri casi si usano invece parole che non hanno nessun suono in comune con la parolaccia,
ma che la evocano lo stesso (il didietro, le scatole, i cosiddetti).

12. I DERIVATI PER ACCORCIAMENTO


Nell’italiano comune esistono parole che nascono dall’accorciamento di parole preesistenti.
Facciamo degli esempi che si usano da vari decenni e che quindi sono entrate da molto
tempo nelle abitudini linguistiche degli italiani: prendere un aereo (= aeroplano), comprare
un’auto (= automobile), fare una foto (= fotografia). Questo processo di accorciamento è
più diffuso nelle principali lingue europee (francese e inglese) e forse proviene proprio da
queste: auto entra in italiano nel 1898 per influsso del francese (e sicuramente anche cinema
ha la stessa origine).
Quasi tutti quelli finora nominati sono accorciamenti di parole in cui viene tagliato ciò che
segue il prefissoide: per esempio, da fotografia si mantiene spesso solo il prefissoide foto.
Ciò però va considerato solo orientativo: nel caso di bicicletta si conserva bici, che è il
prefisso bi- più l’inizio della parola successiva.
Alcuni di questi mozziconi di parole sono recenti e sono ormai completamente stabilizzati:
per esempio meteo (= meteorologico), sia aggettivo (informazioni meteo) sia sostantivo (il
meteo), la tele (= televisione); altri sono stati in auge per qualche tempo, ma poi sono usciti
dall’uso (per esempio, alla fine degli anni ’70 del 900, la disco = discoteca.
Nelle abitudini linguistiche giovanili (ma ormai non solo giovanili) lo scorciamento è molto
diffuso nei nomi propri (perlopiù quelli con più di 3 sillabe) e non si forma da prefissoidi:
abbiamo allora Vale (= Valentino, Valentina), peraltro con la realizzazione di un nome
identico per i due sessi; questo non vale per i nomi solo o prevalentemente femminili (Vero
= Veronica).
Vanno poi considerate le parole accorciate che terminano in consonante; le più usate (da
decenni ormai) sono prof (= professore), sub (= subaqueo) e Inter (= Internazionale,
nome ufficiale che pochi conoscono).
Un fenomeno analogo riguarda alcune parole straniere delle quali nella nostra lingua si usa
solo la prima parte. Se ne è già parlato a proposito degli pseudoanglicismi. Abbiamo basket
da basket – ball, night da night – club.
Un gruppo di accorciamenti con 3 sillabe (tutti gli esempi visti finora ne hanno 2) viene da
parole composte come tossico da tossicodipendente, etero da eterosessuale.

13. LE SIGLE
Nell’italiano (non solo in quello veicolato dai media) si ampia progressivamente il ruolo
delle sigle usate come vere e proprie parole fino al punto che esse stesse diventano
produttive di ulteriori suffissati. L’aumento di sigle e abbreviazioni in italiano
contemporaneo ha un rapporto con l’influsso della lingua inglese.
In qualche caso la sigla ha preso il posto della locuzione che l’aveva generata, come nel caso
delle denominazioni sindacali (CGIL, CISL) o anche di quelle che riguardano il mondo del
lavoro (INPS): UIL si forma da “Unione Italiana del Lavoro”, INPS si forma da “Istituto
Nazionale Previdenza Sociale”. Nella maggior parte dei casi, però, si usano sia la sigla
(PDL, PD; ciascuna può essere scritta anche con la sola prima lettera maiuscola e le altre
minuscole) sia la locuzione generante (Popolo della Libertà, Partito Democratico).
In alcuni casi le sigle vengono scritte seguendo la pronuncia delle lettere di cui sono
composte, compreso il raddoppiamento della seconda sillaba. Progenitore di questo modello
è stato tivvù (TV), ma anche negli ’70 si trovava la diccì (DC), il piccì (PCI); fuori della
politica, il cittì (commissario tecnico) della nazionale di calcio.
Quanto alla realtà internazionale o transnazionale, alcune sigle sono modellate sulla base
dell’italiano come UE = Unione Europea, o sulla base della traduzione italiana, come ONU
= Organizzazione delle Nazioni Unite. Altre conservano il modello inglese: USA = United
States of America, AIDS = Acquired Immuno – Deficiency Syndrome; il corrispondente
italiano, “Sindrome da Immunodeficienza Acquisita”, non si è tradotto nella sigla SIDA, che
si è usata minoritariamente per qualche tempo ma che non ha attecchito (a differenza di ciò
che è successo in francese e spagnolo).
Le sigle sono così ben ambientate nel sistema linguistico che se ne possono ricavare altri
derivati: cislino da CISL, onusiano da ONU.

14.ONOMATOPEE E VOCI ESPRESSIVE E IMITATIVE


Si tratta di un gruppo di parole che giocano un ruolo importante e che traggono origina da
suoni che indicano o indicavano in origine rumori, grida, voci, movimenti rapidi o lenti o
ripetuti, azioni ripetute a lungo, cose che accadono all’improvviso, operazioni o atti violenti,
movimenti di va e vieni, com’è il caso dei nomi dell’altalena, o fenomeni atmosferici o che
esprimono altri concetti.
Fa parte della competenza scolastica di molti italiani il fatto che le onomatopee siano uno dei
marchi di fabbrica di un poeta come Pascoli (gre gre) o di D’Annunzio (crepitio).
Il suono (se si tratta di un suono) che le onomatopee tentano di riprodurre è piuttosto
approssimativo: brivido, miagolare, belare, ma si tratta dell’unico gruppo di parole motivato
semanticamente, mentre nella grande maggioranza dei casi le parole non hanno nessuna
motivazione. Le parole borbottio e sbruffo sono motivate dalla somiglianza tra i suoni di
cui questi nomi sono formati e quelli a cui si riferisce il significato. La parola brivido
“tremore involontario che coglie a brevi intervalli” è uno sviluppo di un’onomatopea che
suona più o meno come *bvr-, che a sua volta designa il vento forte e la sensazione
provocata dal freddo. È l’unica categoria lessicale in cui esiste una relazione diretta tra la
parola usata e la cosa (solitamente invece le parole non hanno motivazioni primarie, cioè
indotte dalla realtà). Anche nel caso delle onomatopee, il legame però è parziale e anche in
questo caso si produce un processo di astrazione: non è la cosa che si incorpora nel
linguaggio, ma solo un segnale che traduce un suono o un movimento”. Se il legame fosse
completo e biunivoco, le parole che designano i versi degli animali sarebbero uguali in tutte
le lingue, cosa che non è. La replica della struttura acustica è anzi piuttosto approssimativa: il
verso del gatto è miao in italiano, niao in greco e miaow in inglese.
Anche a voler prescindere dal confronto tra lingue diverse e a voler concentrare l’esame
sull’italiano, le onomatopee e le parole espressive sono molto varie. Da una stessa base
onomatopeica *brof (f)- si formano parole diverse come sbruffare e brufolo. Da una base
espressiva *brok(k)- provengono parole come brocco, ossia “cavallo scadente”, sbroccare,
ossia “parlare con sfogo”, borchia, ossia “capocchia dei chiodi”, imbroccare “colpire nel
segno”, broccato “tessuto a brocchi”.

15. PAROLE E NOMI


15.1 I DEONOMASTICI
Una componente non trascurabile del lessico italiano è costituita da:
- Nomi di persona o di luogo diventati nomi comuni;
- Nomi, aggettivi e verbi derivati da nomi di persona o da nomi geografici attraverso
processi di suffissazione e prefissazione.
Questa seconda modalità è molto usata nel linguaggio politico, in cui a ciascun personaggio
è associato anche un aggettivo di relazione. Prescindendo da quelli occasionali, tramontati
nel giro di pochi mesi, tra quelli stabilizzati (attestati continuativamente per alcuni decenni e
usati ancora oggi) abbiamo degasperiano da De Gasperi, craxiano da Craxi.
Ancora più diffusa è la modalità per cui da un nome di luogo si ottiene un derivato, a iniziare
da italiano da Italia. Gli esempi sono tantissimi: africano da Africa, laziale da Lazio. In
pochi casi il derivato non ha un rapporto diretto e trasparente con il nome a cui si riferisce. In
questo caso, si tratta di nomi in cui interviene una trafila dotta. Il nome dotto degli abruzzesi
è aprutini; gli abitanti di Gubbio si chiamano eugubini, una forma medievale derivata da
iguvinus, il nome latino degli abitanti di Iguvium. Gli abitanti di Padova si chiamano
padovani, ma anche patavini perché il nome latino della città era Patavium.

15.2 I NOMI DI PERSONA DIVENTATI NOMI COMUNI


La rappresentazione che noi abbiamo dell’antichità ci ha fornito diversi esempi di questo
genere, quando si ha una persona o una cosa che nella storia o nella mitologia ha
rappresentato una eccezionale o straordinaria realizzazione. È un’estensione semantica di
tipo metaforico o metonimico. Una guida turistica viene chiamata cicerone dal nome del
grande oratore latino. Un finanziatore di artisti è definito mecenate dal nome del ministro
dell’imperatore Augusto che proteggeva i poeti della latinità. Una raccolta di carte
geografiche è oggi chiamata atlante, dal nome del titano che era stato condannato da Giove
a sostenere i pilastri del cielo e che, forse per confusione con un omonimo re della
Mauritania, fu identificato come colui che reggeva sulle spalle il globo terrestre. Una persona
che distrugge e devasta è scherzosamente chiamata attila, dal nome del re degli Unni.
Passando al contributo religioso, è molto comune che la parola giuda significhi “traditore,
spergiuro, persona non affidabile”; questo personaggio dei Vangeli (ma anche di tante sacre
rappresentazioni nelle piazze e nelle vie) ha impersonato l’idea del tradimento e, dato
l’impatto della religione cristiana nel vissuto quotidiano, il passaggio dal nome proprio al
nome comune si giustifica ampiamente. All’ambito religioso vanno riportati vecchio
bacucco e forse anche il paragone vecchio come il cucco, che derivano dall’iconografia del
profeta Habacuc, rappresentato come un vecchio barbuto. C’è un ampio ventaglio di nomi
ebraici che assumono i valori di nomi comuni: caino “cattivo, maledetto”, beniamino
“prediletto”, matusalemme “uomo vecchio e antiquato”.
Il contributo della storia moderna e contemporanea alla generalizzazione dei nomi di persona
è molto ricco. Non è molto chiaro il perché dal nome del personaggio si sia passati a definire
un ritratto su fondo bianco che riproduce i contorni di qualcuno, ma silhouette era il
cognome di un controllore delle finanze francesi che ebbe questo incarico per pochi mesi nel
1759. Anche casanova, nome con cui si designano in modo un po’ più ammiccante i
seduttori, è il nome di un avventuriero veneziano vissuto nel 700.
La generalizzazione di un nome proprio è molto comune nella moda: raglan (dal nome di un
lord che comandava le truppe inglesi nella guerra di Crimea) e montgomery (dal nome di un
generale americano che nella 2 guerra mondiale indossava un cappotto di modello duffel –
coat).
Dal costume e dalla vita sociale del 900 ci vengono molti contributi. Qualsiasi libro che
presenti in forma molto compendiata e assimilabile in poco tempo una materia ampia viene
chiamato bignami (era l’autore ed editore di una collana di libretti che riassumevano le
materie scolastiche), o con il diminutivo bignamino. Un fotografo di attualità mondana è un
paparazzo, dal cognome di un fotografo del film La dolce vita di Federico Fellini. La
molotov e il kalashnikov prendono la denominazione dai nomi dei 2 inventori russi e
sovietici.
Quanto alla gastronomia, consideriamo il tipo nome di un piatto + alla + nome di un
personaggio (bistecca alla Bismarck) in cui non esiste nessun legame tra il piatto e il
personaggio. Il caso più importante è quello della pizza oggi considerata più rappresentativa
del patrimonio gastronomico napoletano, che si chiama margherita in onore della regina
allora regnante.

15.3 I NOMI DI LUOGO DIVENTATI NOMI COMUNI


Anche i nomi di luogo offrono un repertorio molto vasto: si pensi alle denominazioni di
prodotti gastronomici o di oggetti. Così è per i nomi di vini: Malvasia (vino considerato
prezioso per il Medioevo) e Vernaccia (da uno dei paesi delle 5 Terre, Vernazza), ma anche
Chianti, Prosecco, Barolo.
Molti di questi nomi sono prestiti (lo è anche Malvasia, che è un adattamento veneziano del
nome della città greca di Monenvasia). Dall’inglese abbiamo jeans, ricavato dal nome
inglese della città di Genova. La lana d’àngora invece deriva dalla denominazione della città
di Ankara, capitale della Turchia. L’arazzo è un adattamento del nome della città francese
di Arras (famosa in passato per la produzione di questo manufatto).
È un prestito e segue la stessa trafila nel passaggio da un nome di luogo a un nome comune,
anche una delle voci marinaresche, baia. La voce in italiano è un prestito dal portoghese
baía “golfo” o dallo spagnolo baya e ricorre spesso nelle carte marittime cinquecentesche e
nelle relazioni degli scopritori come Amerigo Vespucci. La sua origine va ricercata nell’isola
Baia di Bourgnief, sulla costa atlantica francese, che prende questo nome perché nel VI
secolo vi fu fondata l’abbazia. L’isola era fondamentale per il commercio del sale, che nel
Medioevo era un bene prezioso, quindi all’epoca aveva una grande notorietà; presto si passò
dal nome geografico Baia al nome comune baia che indicava e indica qualsiasi piccolo
golfo. Questo stesso processo (anche se non si tratta di un prestito) è alla base del fatto che
noi oggi chiamiamo vulcano qualsiasi apertura naturale della crosta terrestre da cui fuoriesca
lava: abbiamo generalizzato come nome comune il nome di luogo di Vulcano (l’isola delle
Lipari); anche quest’isola era nota nel Medioevo per via dell’allume, un altro prodotto
commerciale. La storia della lingua e quella del commercio, quindi, sono spesso intrecciate.
In molti casi la denominazione di un prodotto trae la propria origine da un nome di luogo
attraverso un processo di ellissi, cioè per omissione di alcune parole. Per esempio,
gorgonzola si forma in origine come formaggio di Gorgonzola, asiago come formaggio di
Asiago.
Frequentissimo è il caso in cui un oggetto prende il nome dagli abitanti di un luogo, più che
dal luogo stesso: attraverso il processo di ellissi abbiamo (bistecca alla) fiorentina,
(formaggio) parmigiano. Ancora più frequente è nella terminologia gastronomica, il ricorso
al modello nome di un piatto + alla + nome etnico: i casi più classici in italiano sono
spaghetti all’amatriciana (Amatrice è una località della provincia di Rieti) o alla
bolognese, cotoletta alla milanese, polpette alla lombarda, vongole alla portoghese.
Abbiamo vari nomi geografici che sono diventati per antonomasia simboli di disastri, veri o
metaforici. Per decenni, far casamicciola “fare uno sconquasso” è stato il ricordo del
terremoto che a Casamicciola, nell’Isola di Ischia, fece circa 1700 morti nel 1883. La
sconfitta italiana in una famosa battaglia della 1 guerra mondiale è all’origine di caporetto
come “grave sconfitta”, in tutti i campi, da quello politico a quello sportivo; il ricordo che si
tratta di un nome di luogo è però ancora presente nel fatto che si dice “una caporetto” al
femminile, non “un caporetto”. Anche waterloo, dal nome della disfatta di Napoleone
(1815) è sinonimo di grave sconfitta.
La cattiva abitudine di attribuire i difetti agli altri popoli ci porta, senza alcun motivo oggi
ricostruibile, a dare del portoghese a chi entra senza pagare o senza essere invitato. Anche
l’origine di crumiro ha un collegamento con la diffidenza e l’ostilità verso l’altro. La parola
nell’italiano indica all’inizio (con connotazione negativa) il lavoratore che accetta di lavorare
al posto di un altro che sciopera, e oggi il lavoratore che non aderisce allo sciopero. I Crumiri
appartengono a una popolazione berbera che, spesso, alla fine dell’800, si dedicava ad atti di
razzia. Il legame tra un non scioperante e il membro di una tribù berbera non è immediato.
Esso si spiega solo con l’abitudine, anch’essa politicamente scorretta, di dare un significato
negativo a tutte le parole collegate ad alcune popolazioni, come beduino, che in seguito
all’influenza del francese aveva assunto un significato pesantemente ingiurioso. E infatti
come risulta dalle testimonianze dell’epoca (per esempio una relazione ministeriale del
1879), gli operai che non scioperavano erano chiamati all’inizio beduini. Con la diffusione
delle notizie sulla nuova popolazione africana, cioè i Crumiri, accadde che a questi si diedero
le connotazioni negative che colpivano i beduini. Oggi dei Crumiri come tribù non parla più
nessuno, mentre è rimasto solo il significato di “non scioperante”. Resiste ancora il
significato storico originale, ma anche per vandalo il significato più diffuso in italiano non è
questo, ma quello metaforico di “devastatore”.
La moda porta con sé un contingente vastissimo. Il bikini è il nome commerciale di un
indumento femminile che trae origine dal nome di un atollo del Pacifico in cui furono
eseguiti esperimenti nucleari: dal senso metaforico di “esplosivo” si passò a quello di
“indumento”, esplosivo anch’esso per la storia del costume. Un copricapo si chiama basco,
la giubba larga con colletto chiuso sahariana (la differenza è nel fatto che il copricapo
proviene dai Paesi Baschi, mentre la sahariana di esotico ha solo il nome); il territorio
indiano del Kashmir dà il nome alla stoffa cachemire (entrato in italiano in grafia francese).
Anche in questo campo i prestiti non adattati sono tantissimi: madras, satin.
Non hanno a che vedere con antroponimi e toponimi, ma anche i nomi di date
particolarmente topiche possono diventare in alcuni casi nomi comuni: 48 indica uno stato di
grande confusione e agitazione perché il 1848 fu un anno fondamentale per il Risorgimento
italiano (1 guerra d’indipendenza); lo stesso vale per 68 e 77, che designano movimenti di
contestazione studentesca e politica. Si avvia allo stesso valore simbolico anche 11
settembre, data che nel 2001 è segnata dall’attentato alle Torri Gemelle di New York.

15.4 I MARCHIONIMI
Una serie di parole nasce in italiano da marchi registrati disponibili in commercio, cioè dai
marchionimi. A volte essi si generalizzano fino ad indicare per antonomasia il prodotto (una
classe intera di oggetti: le compresse contro l’influenza, il nastro adesivo, etc…). I
marchionimi quindi diventano nomi comuni: è il caso di aspirina, un marchio registrato che
designa le compresse usate come antipiretico, antidolorifico e antireumatico, ma anche di
autogrill che indica le aree di ristoro nelle autostrade, sottiletta, ossia il formaggio fuso.
Ogni volta che pronunciamo una di queste parole stiamo usando un nome commerciale, che
spesso costituisce marchio registrato. Il presupposto perché questo passaggio al nome
comune si verifichi è il successo universale del prodotto.

16. SIMMETRIE E DISSIMMETRIE


A volte, nella nostra lingua, si creano dissimmetrie anche nelle famiglie di parole che
provengono dallo stesso ceppo: in italiano abbiamo cavallo, che ha una famiglia molto
ramificata. L’aggettivo più comune legato a cavallo è equino, di trafila dotta (cavallo è un
nome di trafila popolare). Equino si forma da equinus, una base diversa (l’aggettivo
cavallino esiste, ma è raro e desueto; si usa ancora nel composto mosca cavallina). Il
motivo di perché accade ciò forse va ricercato nell’ambiguità tra l’aggettivo cavallino e il
nome cavallino, che è diminutivo di cavallo (l’aggettivo caprino non si espone alla stessa
omonimia, dato che il diminutivo di capra non è caprino o caprina ma capretta).
Il risultato di questa evoluzione storica è una dissimmetria per cui nello stesso ambito d’uso
si hanno parole del tutto diverse, come cavallo ed equino o anche equestre, accompagnate
da altre parole che verticalmente (etimologicamente) hanno anch’esse una loro identità
specifica, come cavalcare (dal latino caballicare, con vari derivati: cavalcatore,
cavalcatura, cavalcavia) e cavaliere (dal latino caballarius, attraverso un prestito
dall’occitanico cavalier, anch’esso con vari derivati: cavalleria, cavalleresco). Alla stessa
famiglia dobbiamo riportare altri prestiti dal francese, (a) cavalcioni e cavalleggero e uno
dallo spagnolo, cavallerizzo.
Situazioni di questo genere, apparentemente caotiche, sono il prodotto dell’evoluzione della
lingua che prende percorsi non sempre razionalizzabili. Possiamo schematizzare così le
conseguenze della continua evoluzione dell’italiano:
a) Persistenza di parole derivate da parole che sono scomparse;
b) Mancanza di parallelismo all’interno di alcune famiglie di parole (dissimmetrie);
c) Persistenza di alcune forme arcaiche o desuete solo all’interno di formule fisse ormai
cristallizzate;
d) Persistenza di parole solo nell’uso metaforico o in formule fisse, e non nel loro
significato originario.
Il caso della famiglia di guerra può assorbire le tipologie in a) e in b). Da guerra si forma
l’aggettivo guerresco, ma allo stesso campo semantico afferiscono anche bellico e bellicoso,
due cultismi (parole di tradizione dotta). Abbiamo in questo modo sia un caso di
dissimmetria (bellico e guerra formalmente non sono imparentati), sia un caso in cui si ha la
persistenza di parole come bellico e bellicoso derivate da parole che sono scomparse.
Facciamo qualche esempio di dissimmetria con sopravvivenza di un derivato da una parola
estinta. Chi si occupa di collezionismo dei vecchi LP sa che un acetato è un disco usato per
incisioni provvisorie, che possono anche essere modificate, e queste modifiche aumentano il
loro valore commerciale. Il verbo acetare (acetato all’inizio era il participio passato) però si
è estinto intorno agli anni ’30 del 900.
Facciamo l’esempio di una dissimmetria in cui tutte le parole esistono in italiano: amico sta
ad amicizia, mentre nemico sta ad inimicizia. Questo perché in latino il contrario di amicus
e amicitia erano inimicus e inimicitia: l’italiano conosce sia inimico sia nemico, ma oggi
questa è la forma prevalente, mentre nel caso del derivato esiste solo inimicizia.
Quanto alla persistenza di alcune forme arcaiche o desuete solo all’interno di formule fisse
ormai cristallizzate, prendiamo in considerazione i seguenti esempi. Uno riguarda
l’estinzione, oggi, della i prostetica, cioè della i che si aggiungeva davanti a s + consonante
quando essa era preceduta da preposizione terminante per consonante. Si aggiungeva una i in
casi come in Ispagna, in Isvizzera, per ischerzo. Di tutte queste forme solo per iscritto
sopravvive ancora, e si è cristallizzata così com’era. Malgrado l’articolo usato davanti a
parola che inizia per p- sia oggi il, in perlopiù e perlomeno sono rimaste cristallizzate
forme dell’italiano medievale; anche in questo caso oggi nessuno dice “per il più, per il
meno”. Insospettabile è l’origine di vaglia: è la sopravvivenza di una formula arcaica, vaglia
lire tot, di un congiuntivo presente desueto del verbo valere (oggi soppiantato da valga).
Quanto al caso (4), ossia la persistenza di parole solo nell’uso metaforico o in formule fisse o
locuzioni e non nel loro significato originario, c’è l’imbarazzo della scelta. Per le singole
forme, facciamo l’esempio di soprano, che oggi è una parola nota non solo nel significato
musicale (indica principalmente la voce nel registro più alto, o anche uno strumento come il
sassofono soprano) e associata a Maria Callas, Cecilia Gasdia e altre campionesse del canto.
Ma questo non è il significato originario di soprano: la parola indicava “chi sta sopra, in
posizione più elevata”. Ecco un caso in cui il significato originario si perde e rimane solo
quello sviluppato dopo.

17. LE PAROLE NATE PER ERRORE


Può accadere che una parola sia stata letta male ad un certo punto della sua storia e che
questa lettura sbagliata si sia poi stabilizzata, dando origine a un nuovo nato che poi si è
conquistato pieno diritto di cittadinanza con l’uso.
Il fatto stesso che abbiamo parlato di errata lettura implica che queste parole si siano diffuse
per iscritto, quasi sempre in tempi in cui la stampa non ancora era inventata. La stampa mette
le cose a posto perché non è equivocabile (ma quest’affermazione è relativa: per esempio il
cognome Bafile è nato da Basile perché nei vecchi caratteri a stampa si usava una s lunga,
simile alla f). Nella scrittura manoscritta, invece, questi errori di lettura sono all’ordine del
giorno.
L’italiano basalto viene da una lettura sbagliata della parola greca basanites, usata nella
Storia naturale di Plinio. Molto frequenti sono gli errori dovuti alla confusione tra le
gambette di m, n, i. L’italiano collimare è nato dall’errata decifrazione del latino colliniare
(ni = m). Lingue lontane offrono casi molto curiosi. Vediamo la storia di tulipano: la pianta
fu introdotta in Europa da un uomo della Fiandra Francese, Ogier – Ghislain de Busbecq che
nella seconda metà del 500 era ambasciatore presso Solimano il Magnifico. In una sua
relazione, parlando di questa pianta, disse che i turchi la chiamavano tulipan, mentre in
turco il tulipano si chiama lâle, e con la parola tülbent si indica il copricapo che da noi era
entrato come turbante. La parola si è conservata con il significato sbagliato nelle lingue
europee.
Il nome del tulipano, in tutte le lingue d’Europa, nasce dalla relazione di un ambasciatore
che aveva confuso il nome del fiore con quello di un copricapo.
A parte quelle descritte da Zolli che considera le parole nate per sbaglio attraverso il canale
scritto (l’errata lettura di una parola), esistono parole nate per un errore dei parlanti (prima
che degli scriventi): quella in cui l’articolo viene separato male dal corpo della parola.
L’italiano lastrico viene dal latino astracum (o dal latino parlato astricum) “pavimento”, ma
ad un certo punto della storia della parola (già nel IX secolo d.C) i parlanti hanno percepito
l’articolo come se facesse parte della parola (l’astrico = lastrico); ma questo non è successo
nei dialetti dell’Italia meridionale in cui si è continuato ad usare astrico. La nuova parola è
attecchita così bene nell’italiano che poi da essa si sono formati nuovi nuclei lessicali con
propri derivati come lastricare, lastra, lastrone.

CAPITOLO 9 – I DIZIONARI DELL’USO

1. PREMESSA
La produzione di dizionari è caratteristica delle società moderne e risponde ad esigenze di
informazione e comunicazione. Lo scopo pedagogico di questo strumento è essenziale
perché con esso si punta a colmare lo scarto tra le conoscenze individuali del lettore e quelle
della comunità. I vocabolari sono quindi anche strumenti di educazione permanente che
coinvolgono o dovrebbero coinvolgere parlanti e scriventi di tutte le età e grado di istruzione.
A seconda della loro tipologia, i vocabolari hanno lo scopo di:
1) Tradurre le parole di altre comunità linguistiche del presente (lingue straniere) o del
passato (lingue antiche come il greco e il latino) con cui la nostra è entrata in rapporti
culturali, economici o di altro tipo (dizionari bilingui o plurilingui);
2) Transcodificare in una norma comune, all’interno della stessa comunità linguistica, le
conoscenze tecnico – specialistiche di gruppi sociali o culturali: in questo modo il
dizionario aiuta a colmare la distanza tra il lettore e il compilatore del testo, che però
fanno riferimento entrambi a una competenza linguistica comune, cioè sono di solito
entrambi specialisti (dizionari tecnici e specialistici);
3) Padroneggiare i mezzi espressivi attraverso l’analisi semantica, sintattica, morfologica
e fonetica della lingua, aiutando il lettore a valorizzare i suoi comportamenti verbali in
una società in cui essi hanno spesso un valore determinante (abbiamo così i dizionari
monolingui, spesso in un solo volume come quelli che si usano a scuola, altre volte in
più volumi come i vocabolari storici);
4) Accrescere il sapere dei lettori attraverso l’intermediazione delle parole (abbiamo i
dizionari enciclopedici).
I dizionari sono legati ad uno stadio molto avanzato della cultura di una comunità e allo
sviluppo della comunicazione scritta, della letteratura come espressione della cultura,
dell’insegnamento come mezzo della trasmissione del sapere.
I dizionari sono anche prodotti commerciali: hanno quindi tempi di lavorazione, valutazioni
di mercato, rapporti tra costi e guadagni, necessità di contenimento delle dimensioni,
esigenze pubblicitarie che ne influenzano i comportamenti, nel male (a volte i dizionari
dell’uso tendono a inseguire novità imposte dalla moda ma che si rivelano transitorie) come
nel bene (la concorrenza ha aumentato mediamente la qualità dei prodotti). Il primo vero
dizionario dell’uso dell’italiano risale alla fine dell’800 ed è il Giorgini – Broglio. È un
prodotto scientifico di straordinaria compattezza ed efficacia, ma anche di un fallimento
commerciale, motivo per cui forse non ha irradiato la sua influenza sugli utenti come
avrebbe potuto ed è rimasto isolato, uno strumento imitato dai suoi contemporanei, ma presto
finito, dal punto di vista del pubblico, nel dimenticatoio.
In questi discorsi pratici i marchi contano tantissimo: lo Zingarelli del suo autore, Nicola
Zingarelli (morto nel 1935) ha ormai solo il nome. Per il resto del XX secolo e per il XXI
secolo questo vocabolario è stato fatto da altri, ma il marchio, conosciuto fino a diventare per
antonomasia sinonimo di vocabolario (come è successo al Larousse in Francia), è rimasto
intatto. Un discorso simile vale anche per il Devoto – Oli che si continua a rielaborare anche
dopo la morte dei due autori. Il Garzanti invece punta direttamente sul nome della casa
editrice.

2. NATURA E CARATTERISTICHE DI UN VOCABOLARIO MODERNO


Un dizionario è uno strumento in cui la comprensione implica la conoscenza delle modalità
di presentazione dei dati e delle definizioni. Esso comporta un certo numero di scelte e non
nasce dal nulla, ma si iscrive in una tradizione lunga.
Prendiamo in considerazione i vocabolari monolingui: lo Zingarelli, il Devoto – Oli, il
Garzanti, il Sabatini – Coletti.
Essi contengono un numero di voci che si aggira intorno alle 100.000 – 150.000 unità
(parole), una quota limitata se si considera che le stime di quante siano le parole variano tra
le 500.000 e i milioni, comprendendo i linguaggi tecnici.

Quadro 9.1
VOCABOLARIO E DIZIONARIO
Tra dizionario e vocabolario vi è una differenza: il dizionario è uno strumento in cui è
raccolto e ordinato il lessico. Il è un settore determinante del lessico stesso. Tutte le parole
che si trovano in un autore, in un parlante, in un ambiente, in una scienza o tecnica sono il
vocabolario di un determinato autore, parlante, ambiente, scienza: per esempio, il
vocabolario di Gadda, della Divina Commedia, dei politici italiani, della biologia,
dell’informatica.

3. LA NOMENCLATURA (O LEMMARIO)
Un vocabolario, per essere tale, consta di una lista di forme, cioè delle parole del dizionario o
del vocabolario che definiremo entrate o voci o lemmi.
L’insieme delle entrate di un dizionario costituisce la nomenclatura o lemmario. La
nomenclatura di un vocabolario deve essere presentata in un ordine formale, di solito quello
alfabetico; ma quello alfabetico non è l’unico possibile. I dizionari alfabetici classificano le
parole secondo un principio relativo alla grafia. Le parole indipendentemente dal significato,
possono essere più o meno vicine o lontane tra loro: parole come vento e ventosa sono
acusticamente più vicine di dente e cifra che non hanno segni alfabetici in comune. Anche
se l’italiano si scrive (quasi) come si legge, questo fatto riguarda la grafia, non la pronuncia.
Questa precisazione non va fatta per l’inglese e il francese dove c’è una grande distanza tra il
sistema grafico e la pronuncia.
Un dizionario alfabetico presenta il lessico secondo un criterio di vicinanza grafematica, cioè
secondo una successione predeterminata di lettere dell’alfabeto. È un criterio arbitrario
all’origine, dato che l’ordine alfabetico prescrive una successione di suoni fissata
arbitrariamente, anche se migliaia di anni fa: non è stabilito da nessuna legge della natura
che a debba precedere b e che b debba precedere c.
Esiste un criterio per classificare la nomenclatura, quello del raggruppamento morfologico
(cioè delle famiglie di parole), che ha vari esempi nel campo dei vocabolari specialistici e
uno in quello dei vocabolari per tutti, quello del DIR (Dizionario Italiano Ragionato) di
Angelo Gianni e Luciano Satta. Questo dizionario nasce perché l’inconveniente dell’ordine
alfabetico è che esso interrompe le relazioni tra le forme che consentono di capire il
funzionamento del lessico. L’ordine alfabetico non consente di osservare con uno sguardo la
relazione che corre tra fare, disfare e rifare perché i prefissati sono posti a distanza tra loro.
Il DIR raggruppa invece le parole per famiglie, cioè mette insieme, sotto un unico blocco,
tutte quelle voci che per affinità di significati e origine (per affinità semantica e di etimo)
sono legate tra loro: battericamente, battericida, batterico si trovano sotto batterio.
Quelle che iniziano con un’altra lettera (per esempio antibatterico, nitrobatterio) vanno in
un altro capoverso sotto la lettera corrispondente, ma il legame tra le forme non viene
spezzato grazie alle frecce di rinvio. Il lettore ha quindi sotto gli occhi tutta la ramificazione
formale e semantica di una voce.
Come vengono selezionate le entrate di un vocabolario? Non vengono selezionate tutte: non
è pensabile per motivi pratici e teorici. Non è semplice formulare stime quantitative
sull’estensione del lessico di una lingua. Su questo terreno sono di poco aiuto i dizionari che,
anche quando si prefiggano la massima completezza, sono sempre selettivi. Le cifre
cambiano a seconda dei criteri adottati: se nel conteggio si comprendono o meno le varianti,
gli alterati (diminutivi, accrescitivi), i termini specialistici delle scienze e tecniche, i
regionalismi, i forestierismi, i neologismi e le parole che sono state create occasionalmente
da qualcuno (per esempio un giornalista).
In questi ultimi anni i dizionari, per motivi commerciali, hanno spesso accolto coniazioni
momentanee di giornalisti; e, di solito, una parola fa presto ad entrare in un dizionario, ma
poi non ne esce quasi mai: bisogna contare un divario temporale spesso rilevante tra la realtà
dell’uso e il suo riflesso nei dizionari contemporanei.
È prevedibile che tutto ciò provocherà tra qualche anno l’affastellarsi di rami secchi.
L’attenzione verso questo rischio inizia ad essere molto alta, almeno per le parole del
passato, e l’edizione 2013 del Garzanti ne ha già individuate e eliminate 200, chiamandoli
archeologismi: non si trattava di voci antiche abbandonate da un certo momento in poi, ma
di parole documentate nell’intera storia dell’italiano, poche volte e non in testi importanti:
parole entrate per amore di completezza nel Vocabolario degli Accademici della Crusca e
poi rimbalzate in tutti gli altri vocabolari antichi e recenti: egente, ossia “povero”, orbità,
ossia “cecità, privazione”.
Al di là dell’impossibilità di definire con precisione quante siano le parole, bisogna tener
conto del fatto che i confini del lessico cambiano a seconda della prospettiva dalla quale
esaminiamo la questione. La creatività lessicale di una lingua è infinita (ciò non significa che
le parole di una lingua sono infinite, ma che non si possono contare). Il patrimonio lessicale
si arricchisce ogni giorno mediante vari procedimenti, dal mutamento semantico alla
formazione delle parole, al prestito linguistico. Una parte non piccola del lessico si modifica
sempre per adattarsi alle nuove esigenze comunicative della società, e così si hanno parole
che cadono in disuso, altre che vengono create di nuovo, altre che cambiano per il significato
o l’ambito di impiego. La scelta dei vocaboli da inserire in un dizionario è un’operazione
preordinata a determinati scopi: dimensioni e finalità dell’opera, pubblico a cui si rivolge,
criteri di scelta dei neologismi, delle forme dotte, delle varianti, tipologia dell’opera che si
vuole realizzare.
Quanto agli alterati, essi rappresentano un’altra questione importante per decidere quante
parole entrano in un vocabolario, dato che tutti gli aggettivi possono avere uno o più
diminutivi, accrescitivi e peggiorativi. Tutti no; non sarebbe possibile. La novità più
consistente è stata introdotta da Serianni e Trifone che affrontano la questione inserendo nel
nuovo Devoto – Oli criteri chiari e definiti: per la prima volta gli alterati sono stati
selezionati non solo sulla base della competenza del lessicografo (o sul modello dei dizionari
precedenti), ma verificando attraverso testi reali, disponibili in rete, quali fossero davvero in
circolazione. Sono emerse forme di fortuna recente, ma già ben radicate nell’uso: diminutivi
usati in accezioni particolari nel linguaggio quotidiano (la pagellina degli scolari) o che
hanno assunto specifici valori tecnici (l’animazioncina e l’inconcina o l’iconette nel
linguaggio informatico); accrescitivi di femminili che si affiancano ai corrispettivi maschili
(felpona e felpone).
Ormai tutti i vocabolari più importanti hanno inserito espedienti grafici per segnalare il
lessico fondamentale. Il Sabatini – Coletti ha introdotto un fondino (grigio nell’edizione del
1997, rosso in quelle dal 2004 in poi), distinguendo le circa 10.000 parole ad alta
disponibilità, un concetto diverso da quello della frequenza d’uso a causa dei suoi limiti
teorici e pratici. Gli autori integrano e correggono con valutazioni personali le liste
predisposte in base alla loro ricorrenza in un corpus; la disponibilità diventa quindi la
presumibile conoscenza e comprensione delle parole da parte di un determinato pubblico. E
quindi le parole di alta disponibilità sono segnalate da un fondino che mette chi comunica
con il pubblico (i giornalisti, per esempio) in condizione di ricevere un’indicazione sul fatto
che si tratta di un vocabolario ben conosciuto dalla maggior parte degli utenti, a differenza di
possibili sinonimi. Il Garzanti considera di alta frequenza d’uso circa 6000 lemmi, rimarcati
in azzurro. Lo Zingarelli considera fondamentali circa 4500 parole in base alla frequenza
d’uso stabilita da liste pensate appositamente (lessici di frequenza), ma anche in base a
proprie elaborazioni statistiche, e le fa precedere da un piccolo rombo.
Il Devoto – Oli ha introdotto una fascia di 10.000 parole considerate fondamentali, segnate
con un colore diverso dalle altre (il colore è il nero perché le entrate sono solitamente rosse);
in questo caso, il dato fornito dalle liste di frequenza è stato integrato e modificato anche
sulla base dell’esperienza e della sensibilità linguistica del lessicografo.
Nel lessico fondamentale (o ad alta disponibilità) rientrano le parole grammaticali (articoli,
pronomi, preposizioni), semanticamente vuote (cioè senza significato) e indispensabili per
l’intelaiatura del discorso. Ma in un vocabolario dell’uso entrano molte più parole di quelle
considerate fondamentali. Trovano un posto più o meno ampio parole molto più rare: gli
arcaismi, gli usi letterari o poetici, alcuni termini dei linguaggi speciali e settoriali o di
determinati ambienti sociali. Con questi elementi si arriva alle cifre medie viste prima.
Chi si rivolge ad un vocabolario in un solo volume, deve poter disporre dell’insieme delle
parole italiane (o sentite come italiane, se includiamo in questa categoria anche i prestiti
adattati) correnti nella lingua del momento, di una parte di quelle che si trovano nei testi
letterari letti (ciò vale solo per quelli studiati a scuola), anche non più in uso, e dei prestiti
non adattati più comuni.
Ogni vocabolario organizza la nomenclatura secondo determinati criteri, fornendo all’utente
un certo numero di informazioni il cui interesse varia secondo chi usa l’opera. Anche in
questo caso dobbiamo considerare che la moltiplicazione delle forme arcaiche o rarissime,
magari coniate e usate solo una volta da uno scrittore in vena di espressionismi qualche
secolo fa, e poi entrate in un vocabolario e da qui transitate in tutti gli altri, è un’operazione
rischiosa.
La selezione delle entrate in un vocabolario dell’uso moderno è il risultato di tutte queste
considerazioni che sono ben presenti a chi compila i dizionari. Ciò spiega in parte perché la
selezione delle entrate all’interno di centinaia di migliaia di parole possibili segua criteri così
largamente condivisi da tutti i dizionari, per cui i vocabolari sono in fondo più o meno
equivalenti.
Se facciamo i conti in tasca ai nostri recenti vocabolari in un unico volume e ne
confrontiamo un blocco omogeneo di entrate escludendo rinvii e varianti minime che non
incidono sul nostro ragionamento, il numero delle entrate in comune tra i vocabolari è
altissimo, superiore all’80%. Questa percentuale però non rende le dimensioni del fenomeno,
considerando che vanno tenute in conto anche le entrate in comune a 3 vocabolari su 4 di
quelli nominati: in questo caso siamo sopra il 90% di voci in comune.
Il valore di un vocabolario non dipende dal numero delle entrate, cioè da un principio
quantitativo: questo è un criterio pubblicitario con cui si fa intendere che un vocabolario è
più completo di un altro perché ha più entrate.
Le entrate di un dizionario dell’uso contano ciascuna per un’unità (a parte gli espedienti
grafici per segnare la loro appartenenza al lessico fondamentale): ciò significa che il verbo
fare, che usiamo spesso tutti i giorni, vale una solo unità come il sostantivo bigàto che usano
solo i numismatici (significa “moneta d’argento della Roma repubblicana che reca incisa una
biga” che a sua volta è “un cocchio a 2 ruote trainato da cavalli”) e che non usiamo mai.
L’importanza relativa delle parole emerge attraverso la ricchezza del trattamento riservato ad
alcune di loro rispetto ad altre. Parole come buono, fare, mare sono ricchi di senso,
citazioni, esempi, sottoarticolazioni. La ricchezza di trattamento restituisce ad esse il peso
culturale e linguistico che spetta loro rispetto alle altre.

QUADRO 9.2
L’ORDINE ALFABETICO
La conquista dell’ordine alfabetico è progressiva e faticosa, e avviene durante il Medioevo
prima dell’invenzione della stampa. La sua introduzione non fu senza resistenze, perché con
la sua razionalità rompe la percezione medievale delle informazioni, che è basata perlopiù su
sistemi simbolici. Il sistema di ordinamento delle parole secondo una successione ordinata
impone una logica rivoluzionaria di classificazione della lingua ed è l’esito finale di un
processo che avanza gradualmente. La prima è molto rudimentale. Le parole vengono
classificate secondo l’ordine alfabetico, ma solo guardando alla 1 lettera: tutte quelle con la
a, poi con la b, senza alcun criterio aggiuntivo: aceto può venire prima di abete e dopo alto,
l’importante è che tutte le parole che iniziano con a vengano prima di quelle che iniziano con
b. La seconda tappa consiste in una classificazione che tiene conto delle prime 2 lettere, cioè
della sequenza aa, poi ab, poi ac, poi la b secondo il criterio ba, be, bi, etc…; anche in
questo caso, nonostante il progresso (perché consideriamo già due lettere e quindi aceto deve
seguire abete e precedere alto), le parole che iniziano con ab sono disposte in modo
disordinato al loro interno. La 3 tappa, che tiene conto delle prime 3 lettere, costituisce un
progresso che si stabilizza per qualche secolo.

QUADRO 9.3
PAROLE DI SUCCESSO TEMPORANEO E DIZIONARI
La storia recente è piena di casi specifici di nomi o sigle legati a eventi temporanei che
vivono una di grande successo per un tempo limitato, ma anche di parole che circolano
sotterraneamente per diventare all’improvviso popolari. Abbiamo casi come tzunami, che
non è una parola nuova essendo comparsa in italiano già nel 1961, ma ha avuto nei primi
decenni una vita molto grama: contava sul Corriere della Sera 2 attestazioni nel 2000, una
nel 2001 e una nel 2002, 4 nel 2005, passando a 82 nel 2004 a causa della tragedia
indonesiana del 27 dicembre di quell’anno e poi a un boom di 529 occorrenze l’anno
successivo per scendere stabilizzandosi. Si tratta di una parola che potrebbe attecchire, tanto
che ha preso una via italiana (è applicata a vari campi come gli sconvolgimenti politici). Ma
non è così per eventi/nomi come la s, una grave forma di polmonite atipica comparsa tra il
2002 e il 2003, e poi, come forma lessicale, in declino (il boom di 640 occorrenze nel 2003
scende a 128 l’anno dopo, a 46 nel 2005, a 30 nel 2006, a 9 nel 2007 per poi oscillare: 26
casi nel 2008, 27 nel 2009, 7 nel 2010; l’arrivo di una nuova SARS, assieme alla
rievocazione storica della vecchia, ha poi riportato le occorrenze a 16 nel 2013). La sua
inclusione nei vocabolari forse è un’idea temporanea che potrebbe prevedere tra qualche
anno la sua rimozione. Ma, giudicare il successo realizzato o potenziale di una parola in un
arco di pochi anni è difficile.

4. LA STRUTTURA DELLE ENTRATE


In tutti i vocabolari anche la struttura grafica ha una sua funzione: è un fattore che trova
una precisa rispondenza nell’ordinamento interno del materiale immesso nell’opera. Ogni
tipo di informazione corrisponde a un carattere di stampa specifico. Non ci possono essere
ambiguità.
I dati contenuti in un vocabolario dell’uso sono questi:
- Un’area dell’entrata, in cui compaiono la parola considerata (in grassetto in tutti i
vocabolari), la pronuncia o la sillabazione (se c’è), l’informazione grammaticale;
- Un’area della semantica, in cui vengono disposti i significati, gli esempi d’uso, la
fraseologia;
- Altre informazioni complementari (etimologia e la data di prima attestazione di una
parola, i sinonimi, i contrari, etc…) possono essere disposte variamente secondo i
vocabolari.

4.1 L’AREA DELL’ENTRATA E DELL’INFORMAZIONE GRAMMATICALE


Nell’area dell’entrata giocano un ruolo fondamentale catene di abitudini culturali che sono
ormai date per acquisite (sono tutte secolari, qualcuna millenaria), che le si considerano
naturali e non come sono in realtà, ossia arbitrarie. Le principali convenzioni, che valgono
per tutti i vocabolari, sono queste:
1) I sostantivi sono lemmatizzati (cioè sono immessi in qualsiasi dizionario) al singolare,
non al plurale (bisogna cercare libri sotto libro);
2) Gli aggettivi sono lemmatizzati al maschile singolare (bisogna cercare bella, belli,
belle sotto bello);
3) I verbi sono lemmatizzati all’infinito. Anche questa è una scelta arbitraria (adottata
anche dal francese e dal tedesco). I verbi latini e greci sono lemmatizzati alla 1
persona singolare del presente indicativo (bisogna cercare nel vocabolario laudo e non
laudare); quelli ebraici, secondo un sistema che si allontana piano piano dalle nostre
abitudini e quindi ci appare sempre più strano, sono lemmatizzati alla 3 persona del
passato remoto. Sono convenzioni con cui gli utenti assumono una tale familiarità che
diventa impossibile farne a meno.
La lemmatizzazione dei sostantivi va incontro a diversi problemi. È il caso dei femminili di
nomi mobili, cioè di sostantivi per cui esiste sia il maschile che il femminile
(arredatore/arredatrice). Questi problemi di solito sono risolti nell’entrata.
Molti nomi di mestiere o di cariche pubbliche erano considerate appannaggio esclusivo dei
maschi e quindi avevano un nome maschile. In altri casi il femminile poteva avere una
sfumatura ironica (come avvocatessa) o una connotazione ironica, quando non spregiativa
(dottora). Il femminile di nome mobile è ormai la regola, ma rimangono difficoltà,
testimoniate indirettamente da quante volte, per esempio, il femminile ministra o sindaca è
scritto tra virgolette (anche qui in contesti ironici), segno di non ancora piena accettazione.
In altri casi le regole di formazione rendono normale il femminile che però non è ancora
attestato; possiamo forse parlare, in questo caso, come per il francese, di femminili virtuali.
Sembra questo anche il caso di alcuni femminili come meccanica, femminile di meccanico,
“chi ripara automobili”, dato per attestato dai vocabolari ma che non si incontra nella realtà
concreta.
Problemi simili si presentano anche nella lemmatizzazione dei nomi di specie animali per cui
esistono il maschile e il femminile (leone/leonessa). In questi casi, per una scelta comoda e
dovuta a fattori culturali plurimillenari (le società indoeuropee e il diritto romano erano di
tipo patriarcale), si preferisce il genere maschile, riservando al femminile una citazione
all’interno dell’entrata, ma non un’entrata autonoma. Problemi simili esistono anche al
contrario: ci sono mestieri, prevalentemente frequentati da maschi (la guardia, la sentinella)
o frequentati da entrambi i sessi, ma femminili (la guida), o nomi di specie solo al femminile
in cui esemplari maschi non ne hanno uno con cui essere chiamati (il maschio della tigre).
Queste scelte (il genere di un sostantivo o aggettivo, il numero singolare o plurale) non sono
naturali, ma frutto di un’arbitrarietà che non si può eliminare.
Ormai in molti vocabolari è aggiunta un’informazione sistematica sulla divisione in sillabe e
sulla pronuncia. La divisione in sillabe si può giovare del fatto che nella videoscrittura si va
a capo automaticamente o si attiva un sillabatore che esegue quest’operazione in modo
automatico. Ma è un’arma a doppio taglio. Se la lingua impostata nella sillabazione non è
l’italiano ma l’inglese, si rischia di separare male le parole con st (questo viene sillabato
[ques-to] e non [que-sto]). Il fenomeno sta dilagando nella stampa quotidiana. I dizionari
possono rappresentare in questo un aiuto importante.
Quanto alla pronuncia, per le parole straniere i vocabolari forniscono l’indicazione del
timbro delle vocali e dell’esatta articolazione delle consonanti, fornita secondo la
trascrizione dell’IPA. Il Sabatini – Coletti e il Devoto – Oli forniscono anche la pronuncia
adattata, cioè quella corrente in italiano: per esempio, l’inglese club è pronunciato in Italia
più spesso clab che cleb, come dovrebbe essere nella lingua di partenza. L’adattamento della
pronuncia è un fatto normale e riguarda persone di qualsiasi grado di cultura. Se qualcuno
dicesse Oxford, week end come si pronunciano in inglese o in francese, risulterebbe snob e
forse non verrebbe neanche capito. Ma anche le parole italiane ricevono un’indicazione di
pronuncia chiara e lineare, attraverso lo sfruttamento di segni alfabetici normali, con qualche
accorgimento: all’interno della divisione in sillabe si fornisce il grado di apertura delle e e
della o (è = e aperta, é = e chiusa, ò = o aperta, ó = o chiusa) e la pronuncia sonora o sorda
della s e della z.
Il dato è considerato una sorta di accessorio di serie. La fruizione della trascrizione fonetica,
quando c’è, è però un dato di nicchia per un pubblico attento o molto curioso, o per gli
stranieri che apprendono l’italiano, che hanno bisogno di indicazioni supplementari chiare.
Un’informazione obbligata è la marca grammaticale che è stringata. In generale:
- I sostantivi hanno l’abbreviazione s.m, cioè “sostantivo maschile”, o s.f, cioè
“sostantivo femminile”;
- Gli aggettivi hanno l’abbreviazione agg.;
- Le altre categorie grammaticali meno diffuse hanno abbreviazioni canoniche: avv. =
avverbio, cong. = congiunzione (ma spesso, come nello Zingarelli, anche
congiuntivo), escl. = esclamazione, ecc…
- Per i verbi (v.) e per le preposizioni (prep.) le oscillazioni tra i vocabolari sono ampie,
perché la loro classificazione comporta problemi aggiuntivi; sono comuni
abbreviazioni come v.tr = verbo transitivo, v. tr. Pron. = verbo transitivo
pronominale, v.rifl = verbo riflessivo, v.impers = verbo impersonale.
I vocabolari italiani esaminati, tranne lo Zingarelli che è rimasto ancorato alla concezione
tradizionale, sotto la spinta della 1 edizione del Sabatini – Coletti del 1997 (DISC), hanno
introdotto nell’area della grammatica il cambiamento concettuale più importante: la
classificazione dei verbi e poi con un progresso dovuto al nuovo Devoto – Oli, anche delle
preposizioni, secondo la teoria delle valenze concepita da Lucien Tesnière.
La flessione di sostantivi, aggettivi e verbi può costituire un problema, soprattutto nel caso di
irregolarità nella coniugazione o nella declinazione. Nei principali vocabolari dell’uso
sono sistematici i rinvii:
- Ai plurali irregolari (bue/buoi);
- Ai plurali dei maschili in -a (maratoneta/maratoneti);
- Ai plurali in -co, -go e -sco (manico/manici, rigo/righi, disco/dischi);
- Ai plurali in -cia e -gia che producono incertezza tra gli scriventi di qualsiasi età e
forse di qualsiasi grado di istruzione (ciliegia/ciliegie, frangia/frange);
- Ai plurali dei nomi composti (cassaforte/casseforti);
- Ai plurali dei nomi che al plurale cambiano genere (dito/dita) o che affiancano un
plurale maschile a quello femminile (braccio/braccia/bracci).
In tutti i vocabolari sono anche indicate le funzioni secondarie, come quella dell’aggettivo
sostantivato, dell’infinito sostantivato o del participio che può essere usato come aggettivo
(ma a volte il processo arriva così avanti che esso diventa un’entrata autonoma, per esempio
indotto, originariamente participio di indurre, poi passato a funzione aggettivale in contesti
come attività indotte e infine diventato sostantivo in mille posti nell’indotto).
Il fatto che una parola possa cambiare categoria grammaticale non comporta la creazione di
una nuova entrata. Bianco è un aggettivo ma può diventare anche un sostantivo, in contesti
in cui indica il colore bianco (il bianco delle montagne) o la parte bianca di qualcosa (il
bianco dell’uovo): in questo caso i vocabolari non fanno 2 entrate, ma una sola entrata
ripartita in 2 aree.
Quanto ai prestiti, quelli non adattati in alcuni vocabolari (il Sabatini – Coletti) sono
segnalati con espedienti grafici, in altri no (lo Zingarelli, il Garzanti). Alcuni di essi come
bar, film, sport sono così ben acclimatati in italiano che non sono segnalati con espedienti
grafici particolari neanche dai vocabolari che ne adottano per le altre parole straniere.

QUADRO 9.4
LA TEORIA DELLE VALENZE NELLA RISTRUTTURAZIONE DEI VERBI NEI
VOCABOLARI
L’applicazione della teoria delle valenze alla struttura di un dizionario è un passo avanti
importante. Iniziamo dai verbi: il loro uso è descritto prendendo in considerazione il numero
degli elementi necessari a formare un concetto minimo di senso compiuto. Questi elementi
sono chiamati argomenti. Prendiamo il verbo attaccare che può essere transitivo,
intransitivo o riflessivo. Attraverso questo nuovo sistema di organizzazione dell’uso dei
verbi, otteniamo informazioni supplementari:
1) Se il verbo è usato come transitivo, può avere come unico argomento il complemento
oggetto, sia nel significato di “unire tra loro 2 o più cose” (attaccare i pezzi), sia in
quello di “prendere d’assalto” (attaccare l’accampamento), sia in quello sportivo di
“condurre un’azione contro un’altra squadra” (in questo caso l’argomento, ossia il
complemento oggetto può essere sottinteso: la nostra squadra attacca di continuo),
sia in ulteriori significati. Ma, restando nell’ambito dell’uso transitivo, gli argomenti
possono anche essere 2, quando in gioco entra anche la preposizione a: nel significato
di “unire qualcosa ad altro con colle, ganci (attaccare un francobollo alla cartolina),
in quello di “affiggere qualcosa” (attaccare un manifesto al palo), in quello di
“trasmettere a qualcuno una malattia” (mi attacchi il raffreddore), e infine in quello
di “collegare un apparecchio elettrico alla presa della corrente” (attaccare la radio
alla presa, o con il secondo argomento sottinteso attaccare la radio);
2) Se il verbo è usato come intransitivo, non ha argomenti (cioè è usato in senso
assoluto): questa colla non attacca, lo spettacolo attacca con un balletto (con un
balletto non è un argomento perché non fa parte del nucleo fondamentale della frase);
3) Se il verbo è usato come riflessivo, può non avere argomenti, come nel caso del
significato “aderire l’una all’altra (di 2 cose)” (le pagine del libro si attaccano), di
“combattersi (di 2 persone)” (i 2 pugili si attaccano duramente). Ma può anche avere
un argomento costituito da complementi introdotti dalla preposizione a, nel caso dei
significati “rimanere unito a qualcosa per la presenza di colla, ganci, ecc…” (il
cartoncino bagnato si è attaccato al piano del tavolo), o “tenersi con decisione a
qualcosa” (attaccarsi a un ramo), o ancora “fare riferimento a pretesti e piccolezze
per sostenere le proprie idee (attaccarsi a ogni cavillo) e “provare affetto verso
qualcuno” (il piccolo si attacca a tutti).
L’organizzazione delle relazioni grammaticali secondo la teoria delle valenze e secondo gli
argomenti consente di considerare l’uso effettivo dei verbi. L’indicazione delle reggenze
verbali implica la riscrittura delle definizioni secondo criteri coerenti che implicano il
rispetto della struttura sintattica del verbo. Ad esempio, ambire nel suo uso transitivo
(“ambire la gloria”) vale “desiderare intensamente”, mentre nel suo uso intransitivo (“ambire
alla gloria”) vale “aspirare a qualcosa”.

4.2 L’AREA DELL’ESEMPLIFICAZIONE E DELL’INFORMAZIONE


SEMANTICA

Viene poi il corpo dell’entrata, la sua parte più lunga. Vi sono disposti:
- I significati (le definizioni);
- Gli esempi d’uso e la fraseologia;
- Gli eventuali alterati e derivati avverbiali.
È proprio questo il campo in cui si avvertono le differenze più rilevanti tra vocabolario e
vocabolario (o anche le somiglianze non casuali, cioè le dipendenze di un’opera dall’altra). Il
fatto di ordinare il corpo dell’entrata, nel caso dei verbi, seguendo o non seguendo la teoria
delle valenze cambia di riflesso anche questa parte.
La classificazione dei significati e degli impieghi è gerarchica, non casuale. Ciò vale per
tutte le entrate, quelle semplici (ammorbidimento, aspettativa) e quelle complesse (avere,
fare).
I livelli della gerarchia sono scanditi in modo molto rigido e consequenziale da numeri e
lettere e ciascun livello è subordinato al precedente. Il livello grammaticale (per esempio
nella parola brutto, il passaggio dalla categoria dell’aggettivo a quella dell’uso avverbiale
fino a quella di sostantivo) è segnalato nello Zingarelli da lettere maiuscole, nel Devoto –
Oli, nel Sabatini Coletti e nel Garzanti da simboli geometrici (il rombo pieno).
Se (come accade spesso) la definizione di una parola si articola in più significati, essi
vengono distinti attraverso numeri arabi, in grassetto rosso puntato nel Devoto – Oli, in
grassetto non puntato e colorato variamente nello Zingarelli, nel Garzanti e nel Sabatini
Coletti. L’ordine delle accezioni rispetta la frequenza e l’importanza di queste, ma viene
modificato quando l’accezione più comune o importante è uno sviluppo figurato di altra
meno comune. Gli altri vocabolari seguono sistemi simili, rigidamente codificati al loro
interno.
Ci sono infine livelli non gerarchizzati attraverso simboli alfanumerici (numeri e lettere), ma
distinguibili. Le possibilità di classificazione sono tantissime. I significati possono essere
disposti in ordine storico, cioè seguendo l’ordine in cui sono nati che non è detto sia anche
quello di maggiore diffusione. In tutti i vocabolari dell’uso, per esempio, il verbo arrabbiare
presenta prima il significato più antico, quello relativo alla malattia della rabbia, e poi quello
più diffuso, “andare in collera, irritarsi, adirarsi”. Questo sistema presenta il vantaggio
dell’oggettiva storicità e si appoggia a dati certi e scritti una volta per tutte (se una nuova
scoperta retrodata il significato bisogna anche cambiare l’ordine di citazione); esso è tipico
di molti vocabolari etimologici, per esempio il DELI e il LEI, ma non è, per motivi pratici, il
sistema prediletto dai vocabolari dell’uso.
Un secondo sistema è l’ordine logico. Esso regola il fatto che un senso concreto precede
quelli figurati che si sviluppano per metafora o attraverso altre procedure prevedibili (la
metonimia e le altre figure retoriche, o lo sviluppo di un nuovo significato per influsso di una
parola straniera, come avviene nei calchi semantici).
Il terzo sistema è dato dall’ordine di diffusione, maggiore o minore, di un significato, che
comporta il suo spostamento verso l’alto o verso il basso della scala gerarchica. È il sistema
più arbitrario, usato molto nell’800, quando vigeva una lessicografia prescientifica non
ancora adeguata alle esigenze di oggi; ma se usato con cautela, può essere ancora
vantaggioso.
Sull’ordinamento dei significati parla lo Zingarelli: l’ordinamento delle accezioni nella voce
segue un criterio logico e storico al tempo stesso: precedono le definizioni dei significati
propri ed originariamente più in uso e seguono quelle dei significati figurati, estensivi,
specifici. In questo modo, leggendo tutta la voce, ci si può rendere conto della logicità
storica che regola i passaggi semantici dall’uno all’altro significato come passaggi
dall’implicito all’esplicito, dall’indifferenziato al differenziato.
Esiste una tecnica implicita nella struttura delle definizioni: la natura della definizione (cioè
quella della parafrasi con sinonimi) è correlata con la categoria grammaticale della parola
definita. Abbiamo queste corrispondenze:
- Un nome viene definito attraverso un altro nome o un sintagma nominale (cioè
un’unità costituita da un nome e un determinante, che può essere un altro nome o un
aggettivo), per esempio conclusione = “compimento, termine”;
- Un infinito viene definito attraverso un altro infinito, per esempio concordare =
“mettere d’accordo”;
- Un aggettivo viene definito attraverso uno o più aggettivi (incostante = “variabile,
diseguale”) o un sistema di parafrasi come di, proprio di, relativo a, detto di + il
sostantivo corrispondente (per esempio ossetico = “relativo agli Osseti”) o come una
frase relativa introdotta da che (per esempio emulatore = “che emula”), o con un
participio usato in funzione aggettivale (elastico = “dotato di agilità”).
In genere, l’analisi semantica a fini lessicografici si basa su due criteri, il senso e l’impiego
che si dovrebbero incrociare e incontrare, dando luogo ad una voce chiara ed equilibrata. In
alcuni casi, per voci molto complesse che riflettono le possibili ambiguità dell’uso, non è
possibile far incontrare questi 2 criteri in modo lineare.
Alle principali conseguenze dell’omonimia e della polisemia sull’organizzazione delle
entrate già si è accennato. Solitamente il comportamento è questo:
- Gli omonimi con 2 origini diverse considerati sempre sotto 2 entrate diverse: per
esempio miglio1 (estratto da milia, che in latino è il plurale di mille “mille”) e miglio2
“erba delle Graminacee” (dal latino milium);
- Nel caso della polisemia storica percepita come omonimia dai parlanti, per cui si
considerano come parole diverse anche gli sviluppi italiani ormai lontanissimi tra loro
della stessa base latini, i vocabolari dell’uso preferiscono considerare la voce come è
percepita oggi (il punto di arrivo): le parole bolla “bolla d’aria o d’acqua” e bolla
“documento”, che sono classificate in tutti i vocabolari sotto entrate diverse anche se
vengono dalla stessa parola latina bulla; ciò significa che un tempo non si trattava di 2
parole diverse (omonimia), ma della stessa parola con significati diversi (storicamente
si tratta di un caso di polisemia, anche se nell’uso attuale la percezione è diversa). In
casi come questi si opta di solito per la separazione in 2 entrate diverse.
Eppure, si tratta di discorsi che subiscono qualche oscillazione anche tra i lessicografi: lo
stesso Zingarelli, fino all’edizione del 2008, ha messo insieme (inopportunamente), sotto
lo stessa lemma, imposta “sportello girevole per chiudere porte e finestre” e “quota di
reddito prelevata da un ente pubblico”, due significati distanti che dovevano essere
separati pur risalendo etimologicamente alla stessa parola (il participio passato del verbo
imporre): si è così adeguato agli altri vocabolari come il Sabatini – Coletti e il Devoto –
Oli, che distinguevano imposta1 da imposta2. La definizione serve a tracciare dei confini
all’interno del reale.
Oggi in un dizionario la definizione dovrebbe essere il più possibile neutra, secondo scopi
descrittivi. Non è sempre stato così (oscillano molto in settori chiave del lessico, come
quelli legati all’attualità, alla correttezza politica, al ruolo della donna nella società); non
lo è e non può esserlo interamente anche oggi. La definizione è il luogo in cui l’ideologia
del lessicografo, solitamente occultata o dissimulata, ha la possibilità di affiorare alla
superficie. Serianni cita per esempio le posizioni filofasciste del Mestica, autore di un
vocabolario scolastico del 1936 in cui alcune voci fondamentali erano arricchite da
apologie del regime che vigeva allora: sotto la voce donna si leggeva che l’educazione
fascista rende la donna forte e ardita e le ispira ancora di più il sentimento della maternità
considerata anche come missione sociale.
Anche le preoccupazioni di neutralità e obiettività sono una spia della difficoltà di
arrivare a una descrizione davvero oggettiva. Per esempio, è difficile conciliare
l’osservazione pura dei fenomeni linguistici con l’inserimento in un dizionario di
significati ideologicamente marcati. Sono state eliminate dai vocabolari espressioni come
angelo del focolare, che si riferiscono a una considerazione riduttiva e superata del ruolo
femminile (ma non si tiene conto degli usi ironici e dissacratori dell’espressione, che
invece sono ancora vivi). È difficile mantenere la neutralità nel caso di concetti e sistemi,
prima di tutto politici (fascismo, nazismo), ma anche culturali (strutturalismo,
psicanalisi) e religiosi (cristianesimo, ebraismo).
In molti casi particolari ci sono imbarazzi nell’approccio definitorio per le parole che
connotano offensivamente minoranze sessuali o religiose: la contraddizione sta nel fatto
che sono parole vitali (e un vocabolario dovrebbe considerare le parole usate, non quelle
che piacciono ai redattori) ma ripugnanti (e che quindi i lessicografi non vogliono
includere, come accadeva tempo fa per il turpiloquio). Ciò non riguarda solo l’italiano. in
molti vocabolari dell’inglese la parola nigger, è stata eliminata nonostante essa sia
conosciuta da tutti e abbia trascorsi illustri visto che la usavano scrittori eccelsi (Joseph
Conrad). In Francia, l’edizione di un vocabolario dei sinonimi è stata ritirata dal mercato
nel 1995 per aver offeso una minoranza religiosa con stereotipi plurisecolari e pericolosi.
A differenza dei dizionari bilingui e dialettali, che per ciascuna delle entrate descritte
forniscono un equivalente in italiano o nell’altra lingua, che deve essere breve e allo
stesso livello formale (parola per parola, e se possibile locuzione per locuzione), il
dizionario dell’uso ha davanti a sé possibilità più complesse.
La definizione, che nei dizionari monolingui deve spiegare il senso delle parole o
locuzioni per rendere più chiare all’utente, richiede l’applicazione di molte regole,
rimaste spesso implicite per secoli, finché non si è avviata sull’argomento una discussione
teorica.
Una definizione deve corrispondere a tutto l’oggetto definito per essere adeguata, e solo
all’oggetto definito per essere esatta. Deve inoltre rispondere a due fini:
- Rendere più comprensibile l’oggetto definito e quindi essere redatta in un linguaggio il
più possibile chiaro e preciso,
- Rendere chiara la strutturazione semantica del lessico e il suo rapporto con la
morfologia e la grammatica.
Nei dizionari la definizione precede gli esempi d’uso o la fraseologia. Il problema della
definizione si carica di un altro problema: la necessità di definire quel valore aggiunto
rispetto al senso letterale e al senso della parola considerata di per sé. Abbiamo 2 tipi di
definizione:
- Quello in cui l’espressione è tradotta da un’equivalenza (bagno di sangue, “strage,
massacro”; bagno di folla, “il trattenersi a lungo tra una folla entusiasta durante una
manifestazione pubblica, detto spec. Di personaggio famoso”);
- Quello in cui si ripete solo un elemento in una sorta di glossa (essere in un bagno di
sudore, “grondare di sudore”).
Quanto alla definizione dei termini settoriali e scientifici, il comportamento dei principali
vocabolari italiani dell’uso è quasi sempre impeccabile. Ci sono eccezioni.
Nelle definizioni scientifiche dei vocabolari dell’uso possono essere usati altri tecnicismi.
Il salto di qualità delle strutture definitorie dei vocabolari moderni rispetto a quelli passati è
dato dai tecnicismi collaterali, cioè da parole non necessarie, ma che rispondono
all’esigenza stilistica di mantenere al discorso settoriale un certo grado di specificità e di
separatezza rispetto al linguaggio comune.
Anche se osservando un vocabolario si può avere l’impressione contraria, le parole non
vivono isolate, imbrigliate in lunghe liste presentate in ordine alfabetico. Si combinano,
rispettando certi vincoli grammaticali e formando enunciati. Le combinazioni tra le parole
sono infinite. Perché un dizionario non sia un semplice elenco di forme, è necessario che
esso fornisca alle parole isolate un contesto d’uso, che restituisca loro qualcosa della
complessità dell’universo del discorso (fornendo esempi e modelli non troppo fittizi o
segnati dal tempo) e che metta in evidenza gli usi fissi, i modi di dire, i proverbi.
La tipologia degli esempi raccolti in un dizionario è complessa. Prima di tutto dobbiamo
distinguere tra:
- Sequenze di parole il cui ordine può essere modificato (esempi d’uso o le citazioni);
- Sequenze di parole il cui ordine non può essere modificato (nessi fissi, locuzioni,
proverbi, ecc…).
Spesso i limiti tra l’uno e l’altro caso non sono nettissimi. Ciò spiega anche perché, per
comodità, marche come “loc.” (= locuzione) o “prov.” (= proverbio) non siano usate dai
dizionari, i quali mettono le due macrocategorie insieme, senza una vera distinzione. La
fraseologia e le citazioni esemplificano in contesti di lingua parlata o letteraria, gli usi
semantici delle parole e indicano le reggenze sintattiche di aggettivi, verbi, ecc… (per
esempio interessarsi a…, interessarsi di…).
Le citazioni da testi letterari in prosa o in poesia in un dizionario dell’uso sono frequenti,
ma essenziali; un vocabolario non è un’antologia di aforismi o di citazioni. Esse sono tratte
da tutto l’arco temporale della letteratura italiana, da Dante ai classici del 900. A parte i testi
letterari, poche sono le citazioni da altri filoni trattate come tali (cioè tra virgolette; le
citazioni sotto forma di semplici esempi sono integrate nelle entrate). Lo spazio dedicato alle
citazioni dall’italiano del passato nei dizionari italiani è ampio, anche eccessivo se
confrontato con quello concesso dai dizionari inglesi, francesi e spagnoli che sono tagliati
sull’uso attuale della lingua. Se un non italiano volesse usare i dizionari italiani, si
troverebbe in imbarazzo perché spesso gli esempi citati sono tratti da autori del passato, che
hanno una lingua diversa dalla nostra. Lo spazio delle citazioni è anche quello che consente
di osservare meglio la dipendenza di un vocabolario dall’altro.
In un dizionario concepito in ordine alfabetico lo spazio per le famiglie di parole è molto
limitato e si concentra più su aspetti formali che semantici: sotto fuoco, il Sabatini – Coletti
mette, per esempio, aggettivi di relazione che etimologicamente non sono derivati da questa
parola (igneo e pirico, due parole del lessico dotto), ma che dal punto di vista concettuale si
ricollegano allo stesso lemma. Ciò è utile per racchiudere in un colpo d’occhio le
informazioni che altrimenti andrebbero perdute.
Il posto dei sinonimi e dei contrari è al termine della trattazione del singolo significato a cui
si riferiscono.

4.3 L’AREA DELLE INFORMAZIONI COMPLEMENTARI


Infine, un cenno ad alcune informazioni complementari introdotte recentemente, come la
datazione, cioè la data di nascita di una parola. È un’innovazione discutibile e migliorabile:
il meccanismo commerciale per il quale un nuovo prodotto cerca in ogni modo di essere
competitivo, offrendo tutto quello che offrono i concorrenti, spiega il crescente spazio che la
lessicografia accorda a un’informazione particolare, se non specialistica, come la datazione
dei lemmi. Quasi tutte le informazioni etimologiche e le datazioni provengono da studi
precedenti e sono quindi compilative: informazioni di prima mano implicherebbero ricerche
apposite, e non è questo lo scopo di un vocabolario dell’uso. È l’informazione meno
importante nei vocabolari destinati al grande pubblico.
Sono importanti le marche diasistematiche, cioè le notazioni che si riferiscono al livello
d’uso delle parole o di loro singoli significati. Nello Zingarelli abbiamo arc(aico),
bur(ocratico), oltre al simbolo della croce che indica parole o significati estinti. Uguale è la
funzione di questi indicatori negli altri vocabolari. Il Sabatini – Coletti chiarisce il sistema
con cui vengono distribuite queste marche: a chiusura dell’area di lemma si colloca, quando
richiesto, un indicatore che segnala se la parola, o una sua variante, è qualificabile come
antica, antiquata, regionale (distinguendo solo l’ambito toscano da tutti gli altri, non
specificati), dialettale, letteraria o non comune. Una parola che sembra uscita dall’uso
comune entro la metà dell’800 (data convenzionale tra la svolta manzoniana e i mutamenti
generali portati dall’unificazione nazionale) si considera “antica”; si considera “letteraria” se
usata nei poeti e nei prosatori di stile alto, antichi e moderni o anche solo moderni. Gli stessi
indicatori possono essere usati anche per le singole accezioni nell’area semantica.
Molte sono anche le marche che si riferiscono ai linguaggi settoriali. Per lo Zingarelli
abbiamo abbigl(iamento), aer(onautica).
Le marche diasistematiche aiutano l’utente ad orizzontarsi negli usi sociali della lingua.
Questi indicatori rappresentano un vero giudizio e quindi vanno incontro a contestazioni; a
qualche utente sembrerà in uso ancora una parola giudicata invecchiata da un dizionario,
mentre altri utenti possono considerare comuni termini valutati come caratterizzanti dei
linguaggi tecnico – scientifici.
Se manca qualche marca diasistematica, la parola e i suoi significati sono giudicati normali e
correnti. In riferimento al tempo, si indicano gli usi arcaici, o antiquati. Il caso non può
essere esteso automaticamente agli oggetti che con il progresso tecnologico sono andati in
parte in disuso. Il termine mongolfiera è ancora oggi corrente e compreso, anche se il
designato non è di norma un oggetto dell’orizzonte di oggi. Le cariche dell’antica Roma
(console, decurione, tribuno) sono lontane nel tempo e non usate in riferimento alla
terminologia politica di oggi, ma la storia romana è studiata da decine di migliaia di persone
ogni anno, che entrano in contatto con questa cultura e familiarizzano anche con questo tipo
di lessico. In questo caso i dizionari non usano marche particolari.
Nella società le distinzioni sono molto più delicate. L’abbreviazione “pop.”, per esempio, è
ambigua perché le parole marcate così non sono tipiche di una determinata classe sociale e di
determinate fasce d’età, visto che non appartengono solo alla cultura giovanile. Essa verrà
impiegata per qualche tratto condannato dalle persone di cultura medio – alta,
sovrapponendosi forse a “fam.”, indicatore pertinente ad una comunicazione sociale,
preferibilmente parlata, priva della formalità di altre situazioni comunicative. Con “fam.” È
marcato l’uso dell’avverbio assolutamente come negazione di per sé, uso che si incontra
spesso nelle risposte (“Sei stanco?” “Assolutamente”).
Nella frequenza la marca “raro” o “non com.” caratterizza impieghi minoritari rispetto alla
norma, poco attestati, ma che non dovrebbero essere arcaici. I linguaggi settoriali presentano
molte denominazioni e anche molti sintagmi rarissimi o sconosciuti all’uso generale ma noti
agli addetti ai lavori. Non tutti i termini scientifici portano una marca: per esempio, ossigeno
e telescopio, che fanno parte della lingua della scienza ma anche del vocabolario comune a
milioni di persone, non sono marcati in nessun modo; fiorifero (“bot.”) e margarite
(“min.”) sono invece accompagnati dalla marca.

5. I DIZIONARI DI BASE
I dizionari di base o fondamentali non sono un prodotto recente, di cui ancora oggi, la
scuola italiana non ha colto tutte le potenzialità. Essi sono concepiti per un’utenza
particolare. A tal proposito si deve ricordare il DIB, ossia il Dizionario di base della lingua
italiana di Tullio De Mauro e Gian Giuseppe Moroni, studiato per un pubblico
preadolescente (è destinato ad utenti di età a cavallo tra le elementari e le medie) sia nella
scelta del lemmario sia nella tecnica delle definizioni.
Nell’introduzione De Mauro spiega che il DIB è uno strumento utile ad un apprendimento
consolidato, progressivo e dinamico di nuclei sempre più estesi del vocabolario della nostra
lingua. Questi nuclei sono organizzati in modo stratigrafico partendo dal gruppo di 2000
parole selezionate come fondamentali, contrassegnate dal segno O; esse permettono di
comprendere il 95% dei discorsi, e quindi l’insegnante deve far sì che siano ben comprese
nelle loro sfumature di senso e ben usate nell’uso parlato e scritto. Seguono le successive
3000 parole di alta frequenza, indispensabili per passare da testi semplici a testi che
rispondono sia al bisogno di esprimersi con maggiore appropriatezza sia al bisogno di
comprendere bene la maggior parte dei discorsi e dei testi scritti che trattano della nostra vita
e del nostro mondo. Esiste un nucleo di ulteriori 2000 parole spesso di umile riferimento, che
diciamo o scriviamo meno di altre, ma che sono presenti bene nella nostra mente perché
strategiche nella nostra vita. Poi esiste un quarto nucleo di 8000 parole che portano il
lemmario a 15000, scelto sulla base di criteri pragmatici.
Del normale apparato tecnico di cui sono dotati i vocabolari monolingui, sopravvive
l’indispensabile. Non solo le entrate, ma anche le parole usate per spiegarle devono
appartenere al lessico fondamentale. La parola abete nel Sabatini – Coletti è definita come in
un trattato di botanica e in un dizionario di base è spiegata con parole di alta disponibilità.
Un altro elemento strutturale è il fatto che nel dizionario di base ogni definizione è
accompagnata, con un intento didattico, da un esempio d’uso.

6. I DIZIONARI DELL’USO IN PIÙ VOLUMI


Esistono nella lessicografia italiana anche vocabolari dell’uso in più volumi: l’Enciclopedia
Italiana fondata da Giovanni Treccani che porta il titolo di Vocabolario della lingua
italiana del 1997, noto con il titolo Il Vocabolario Treccani e quello curato da Tullio De
Mauro noto con la sigla GRADIT (Grande Dizionario italiano dell’uso in 6 volumi del
1999, più un settimo per le parole nuove). Essi, per la loro mole, contengono un numero di
entrate molto superiore a quello medio di un vocabolario in un solo volume, ma sono
comunque ancora molto sotto le entrate di un’enciclopedia, che risentono della vastità e
complessità della nomenclatura delle scienze e delle tecniche.
A parte le dimensioni, le due opere seguono gli stessi principi degli altri vocabolari. Per il
Vocabolario Treccani:
- Intestazione della voce in grassetto, con trascrizione fonetica per le parole straniere e
per poche eccezioni tra le parole italiane (solo quelle problematiche), eventuali
varianti (brullo/ant. Brollo), marca grammaticale, femminile per i nomi mobili, lingua
di appartenenza per le parole non italiane, etimologia.
- Corpo della voce, con definizione ed esemplificazione, citazioni, fraseologia;
- Sottoentrate, costituite dagli alterati (diminutivi, accrescitivi e peggiorativi) registrati
sotto l’entrata principale, dagli avverbi che finiscono in -mente, ecc…
Del Vocabolario Treccani è uscito anche Il Conciso, diretto da Raffaele Simone, non un
riassunto dell’edizione maggiore, ma un’opera con caratteristiche autonome.
Il GRADIT che tocca le 250.000 entrate, fornisce in più, per l’area dell’intestazione, la
pronuncia e la sillabazione per tutte le parole, italiane e straniere (si è seguita la pronuncia
toscana e romana colta, dando qualche volta caso di eventuali doppie pronunce, ma tenendo
fuori quelle regionali). Si attribuiscono marche d’uso a tutte le entrate e alle unità
polirematiche, in qualche caso anche ai significati. Le marche sono graficamente racchiuse
in un quadratino: FO=fondamentale, AU=di alto uso, AD= ad alta disponibilità,
CO=comune, TS=legato ad un uso tecnico – specialistico, LE= di uso solo letterario,
RE=regionale, DI= dialettale, ES=esotismo, BU= di basso uso, OB= obsoleto. La fraseologia
del GRADIT è ricchissima.

CAP. 10: I DIZIONARI STORICI ED ETIMOLOGICI

1. I VOCABOLARI STORICI
Comprendiamo altri tipi di vocabolari, pensati per un pubblico più ristretto e per un uso
medio – alto, se non specialistico. Partiamo dai vocabolari storici, dotati di una tradizione
plurisecolare che comincia a Firenze.
Un vocabolario storico si caratterizza perché, oltre alle parole e alle definizioni, include
anche le citazioni d’autore senza le quali, secondo Voltaire, un vocabolario è uno scheletro.
Queste citazioni un tempo servivano anche come esempio di formazione stilistica per chi
volesse cimentarsi nella scrittura; oggi la loro funzione si è orientata sul valore di
documentazione storica. Attraverso gli esempi, cioè attraverso l’uso che di una parola è stato
fatto dagli scriventi delle varie epoche, se ne può seguire lo sviluppo in modo reale, concreto
e progressivo.

1.1 LA TRADIZIONE DELLA CRUSCA


Esiste una data – simbolo nella storia dei vocabolari (non solo italiani) ed è il 1612, anno in
cui uscì la prima edizione o Impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca.
Perché questa data e questo vocabolario dovrebbero essere così importanti? Per rispondere a
questa domanda bisogna combattere il rischio di farsi fuorviare da una prospettiva finalistica
che tenga conto solo della situazione attuale. Oggi i vocabolari sono distribuiti non solo nelle
librerie ma anche nelle edicole come gadget dei quotidiani. Il punto di partenza della nostra
storia è diverso: immaginiamo un mondo senza vocabolari e chiediamoci come definiremo
un oggetto o un’idea astratta.
Immaginiamo di chiederci come definiremo la parola cotone senza l’aiuto del vocabolario.
Ci viene in mente che il cotone è una fibra ricavata da una pianta con un fiore di consistenza
soffice e di colore biancastro, ma ci renderemo conto che una definizone del genere è
insoddisfacente. Apriamo il vocabolario e vediamo che ci dice che il cotone è prima di tutto
“una pianta erbacea o arbustiva delle Malvacee, annua o bienne, provvista di foglie grandi
lobate, fiori a calice, gener. Giallino, frutto a capsula, i cui semi sono rivestiti da una peluria
bianca usata come fibra tessile”; è anche la “la fibra tessile che se ne ricava”. Quando uscì il
Vocabolario della Crusca, nel 1612, i suoi redattori erano in una situazione simile alla nostra
prima di aprire il dizionario: non avevano nulla a cui appigliarsi né nella scelta di parole da
inserire nel vocabolario, né nella formulazione delle definizioni.
Fino al 900, tutti quelli che vennero dopo quel gruppo di una 40ina dotti di Firenze (nessuno
era un vocabolarista e nessuno si occupava di linguistica professionalmente, visto che essa
nemmeno era nata) poterono scegliere se attenersi a quel modello o contestarlo, ma tutti ne
tennero conto. L’apparizione del Vocabolario della Crusca determinò in Italia reazioni
fortissime dovute anche a motivazioni e risentimenti personali o municipali: sicuramente
però non lo si poteva ignorare.
Il Vocabolario era fondato su presupposti teorici molto semplici e chiari. Venivano
sottoposti a spoglio tutti gli autori toscani del 300, a cominciare dalle 3 Corone, considerati
per la loro autorevolezza “autori della 1 classe”. Ma venivano presi in considerazione anche
molti autori minori o anonimi, purché fossero vissuta in Toscana e nel 300,
indipendentemente dal loro valore letterario. Era stata individuata un’età dell’oro e il resto
della storia veniva considerato come un processo di corruzione, di allontanamento
progressivo da quest’età dell’oro.
Vediamo com’è articolata una voce del Vocabolario, traendola dalla 1 edizione: peggiorare.
Dopo il nome della voce (in maiuscoletto) e la sua variante (PIGGIORARE) c’è il significato
principale, “ridurre di cattivo stato in peggiore”; segue il corrispondente in latino (che non è
l’etimologia, ma la traduzione), mutarem in peiorem partem, obesse, nocere. Vengono poi
gli esempi letterari: 2 di Boccaccio, altri 3 di autori minori come Matteo Villani (morto nel
1363), il volgarizzamento del Tesoro di Brunetto Latini attribuito a Bono Giamboni (fine del
200) e Domenico Cavalca (morto nel 1342): 2 fiorentini e un pisano. Sono applicati i
principi esposti prima: non solo esempi tratti dalle 3 Corone, ma anche dai minori dello
stesso secolo vissuti in Toscana nel 300.
Nella stessa voce c’è un altro significato, staccato dal primo attraverso un segno “andar di
cattivo stato in peggiore (aggravarsi)”. Anche qui abbiamo il corrispondente latino in peius,
ruere e gli esempi letterari tratti da Boccaccio. Un altro segno introduce il proverbio mal ci
cresce chi non peggiora, spiegato “dicesi d’uno che sia insieme con la persona cresciuto
anche di malizia: e quasi che sia difficil cosa il crescere, senza diventar malizioso”; ma senza
esempi d’autore. La voce è quindi impostata partendo dal significato principale e sviluppa i
significati secondari ed infine la fraseologia, i proverbi. Un impianto di una certa
sistematicità e di ammirevole sicurezza tecnica.
L’impostazione di esso dipende da fonti scritte. Ciò si riflette anche sul sistema adottato
dagli Accademici per definire le parole. Colpisce negativamente l’abitudine (introdotta da un
autore di paleo – vocabolari cinquecenteschi, Francesco Alunno) di rinunciare ad illustrare
animali, vegetali, minerali e oggetti comuni, per cui abbiamo “animal noto e domestico
dell’uomo per (non) definire cane”, “uccel notturno notissimo” per gufo. Spesso, per
temperare la carenza, si invita i lettori a leggere i naturalisti contemporanei: felce, “herba
nota, della qualità della quale Vedi Mattiuolo (Pierandrea Mattioli, traduttore 500entesco di
un’opera di materia botanica). Parole afferenti alle stesse sfere, ma meno note, sono definite
però con grande accuratezza. Per gli oggetti vale l’esempio di gruccia, “bastone di
lunghezza alla spalla dell’huomo, in capo al quale è confitto, o commesso un pezzo di legno
lungo quanto un palmo, incavato a guisa di Luna nuova, per inforcarvi le ditella, o l’ascelle,
da chi non riesce a reggersi sulle gambe (è il primo significato, quello di “stampella”; quello
più diffuso oggi è “attrezzo per appendere i vestiti” che nel 1612 non si era ancora formato”.
La struttura definitoria del Vocabolario della Crusca è di sorprendente sistematicità e
modernità fin dalla 1 edizione. Sono definite solitamente con un solo sinonimo le parole che
rimandano ad un oggetto specifico, che designano un’azione concreta e ben determinabile:
biscia, “serpe”; più spesso con 2 sinonimi nei sostantivi come grotta, “spelonca, caverna”.
La spiegazione con un solo sinonimo può valere anche se il termine è astratto, ma fa parte di
una serie di corradicali (cioè di parole che hanno in comune la radice) che si susseguono
nell’ordine alfabetico (diminuzione è spiegato con “diminuimento”, che è a 2 parole di
distanza), o se si tratta di una variante (per esempio, morfologica: cernire, “cernere”). Per i
concetti astratti, più difficili da definire, si usano sinonimi in serie, solitamente di 3: beato,
“felice, contento appieno, che gode la beatitudine”. Ciò vale anche per i verbi: diminuire,
“scemare, stremare, ridurre a meno”. A volte l’imbarazzo è tangibile: grossezza è definito
“astratto di grosso”.
I nomi che designano un’azione che in italiano finiscono con suffissi come -mento, -zione,
-tura, sono definiti tramite il corrispondente infinito sostantivato: acconciatura,
“l’acconciare”. La lunga serie di nomi di agente in -tore viene definita da una frase relativa:
battitore “che batte”.
Con la pubblicazione dell’opera, l’italiano aveva un dizionario contenente un tesoro delle
proprie parole molto consistente: più di 40.000 parole. Ne seguirono il Dictionnaire de
l’Académie française, il Diccionario de la lengua castellana della Real Academia
Espanola e il Dictionary of the English Language di Samuel Johnson.
Il Vocabolario della Crusca non è importante solo dal punto di vista storico, ma anche
perché apre una tradizione che resta per secoli il punto di riferimento per le grandi scelte e
per gli aspetti minimi e trascurati dagli studiosi, come quello del sistema di citazione degli
autori, che cambierà leggermente nel 900 inoltrato, in direzione di una maggiore esplicitezza
nei confronti del cognome dell’autore, che dal Vocabolario dell’Accademia d’Italia (1941) in
poi verrà citato per esteso anziché abbreviato (per esempio “Magal.” Diventerà “Magalotti”),
compensata da una perdita di informazioni rispetto all’opera citata (non traspare più il fatto
che l’abbreviazione “Botero I-433” corrisponda all’opera di Botero Della ragion di Stato, p.
433). Già dal 700 ci saranno altri vocabolari, anche importanti (quello di D’Alberti da
Villanuova), che proporranno scelte parzialmente diverse, ma la tecnica lessicografica resterà
quella messa a punto dai primi Accademici della Crusca e non sarà mai messa in
discussione.
Non si può più ripercorrere una lunga storia, protrattasi per secoli dalla 1 edizione del 1612,
attraverso la 2 del 1623, la 3 in 3 volumi del 1691, la 4 in 6 volumi del 1729 – 38. Una 5
edizione parte nel 1863 e rimane interrotta nel 1923: la crisi dei metodi lessicografici ormai
fuori del tempo determina il suo tramonto definitivo.

1.2 IL TOMMASEO – BELLINI (TB)


Tra il 1865 e il 1879, era apparso il Dizionario della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo
e Bernardo Bellini (ma il contributo del primo è fondamentale). È la migliore realizzazione
lessicografica dell’800 e di un’opera imprescindibile fino al completamento del Battaglia nel
2002. Si tratta di un’opera con una documentazione di larghezza fino ad allora insolita
derivante dalla lettura e dalla schedatura di tantissime opere, dalla letteratura alle scienze
fino alla tecnica (arte militare, gastronomia, musica) e alla lingua dell’uso, prerogativa del
Tommaseo. Il vocabolario si caratterizza anche per il rifiuto delle pedanterie
fiorentineggianti e di un atteggiamento normativo.
Tommaseo dimostra un’eccezionale finezza interpretativa nella definizione dei significati,
anche se è a volte si dimostra un po’ umorale: è celebre la stroncatura di Leopardi contenuta
sotto la definizione del verbo procombere che usa nella canzone All’Italia. Tommaseo, a
cui non piacevano né il verbo né Leopardi, scriveva nel dizionario che l’usava un
verseggiatore moderno che voleva morire per la patria, ma non avendo dato prova di saper
sostenere i dolori, ciò a lui sembrava una retorica pedanteria. L’episodio è famoso perché
coinvolge due dei massimi intellettuali italiani dell’800 (anche Leopardi non era poi così
gentile visto che spesso riferiva in privato un giudizio di Monti, che chiamava “tommasei”
alcune parti del corpo umano che non possono essere nominate): una spia dello stesso
atteggiamento antiscientifico è la decisione presa da Giancarlo Oli nel 1993 di togliere dal
Devoto – Oli (suo vocabolario) voci che si riferivano a personaggi politici che non gli
piacevano (anche se queste parole si usavano e si usano anche oggi). Le decisioni umorali e i
giudizi ideologici riversati nelle definizioni non sembrano legate solo a fasi 800entesche
della nostra lessicografia.

1.3 IL GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA (GDLI)


Il Grande Dizionario della Lingua Italiana, iniziato da Salvatore Battaglia nel 1961 (poi
sostituito alla sua morte da Giorgio Bàrberi Squarotti) e terminato nel 2002 con l’apparizione
del 21esimo volume, è oggi il vocabolario storico italiano più importante e diffuso.
Concepito in 4 volumi come un ammodernamento del Tommaseo – Bellini, era già salito ad
8 al momento dell’uscita del primo (lettere A-BALB); poi, con l’ampliamento degli spogli,
l’opera ha raggiunto le dimensioni attuali. L’opera è stata concepita e portata a termine senza
l’ausilio di fondi pubblici, ma solo con i mezzi della casa editrice.
Un’opera così vasta è pensata, nel solco della tradizione di lessicografia storica, con
l’ambizione non rappresentare solo uno strumento per la consultazione veloce, secondo la
sorte riservata solitamente ai vocabolari. Essa, attraverso le citazioni, vuole ambire a
ricondurre il Dizionario nell’ambito della letteratura sottraendolo all’immobile astoricità che
incombe sulla sua sorte; ecco perché vi è la necessità di fare sempre appello alla convalida
delle testimonianze letterarie. In questo rapporto tra definizione e testimonianza, il
Dizionario ha una funzione dialettica; ed è l’esemplificazione degli scrittori e poeti che ogni
volta riattualizza la parola e la restituisce alla sua integrità e autenticità.
Il GDLI parte quindi con intenti e metodi di forte caratterizzazione letteraria. Vengono citati
autori italiani (per i primi secoli toscani) dal 200 al 900, con uno spazio enorme per quelli
dell’800, ma anche con una ricchezza di citazioni per quelli dei secoli intermedi (dal 500 al
700) che non si era mai vista nella storia della lessicografia italiana. Quanto
all’atteggiamento verso gli autori moderni e contemporanei, essi sono citati e registrati non
ancora come classici, ma come “testimoni attuali” perché anche un vocabolario, per essere
vivo e proficuo, deve rispecchiare il volto della propria età, piuttosto che erigersi a
legislatore. Viene privilegiata, soprattutto all’inizio, la testimonianza degli scrittori anche per
le parole più usate.
Punti fondamentali del programma di Battaglia, ma di qualunque vocabolario storico, sono la
qualità della definizione, che deve essere caratterizzante e perspicua, la distinzione dei
significati della stessa voce per seguire e specificare le sue trasmigrazioni da un ambito
culturale o sociale o tecnico ad un altro affine o diverso, e il trapasso dal tipo concreto al
traslato, al figurato, al concettuale, l’accertamento delle testimonianze più antiche della
parola e dei suoi significati, la ricchezza e l’ampiezza delle citazioni d’autore per calare ogni
voce nella sua vita concreta, la continuità delle citazioni per dare l’idea della vitalità della
voce attraverso i secoli, e qualche nota etimologica.
Nonostante le critiche al progetto del Battaglia e a come si è sviluppato, sono punti che sono
tenuti abbastanza fermi per più di 40 anni e che consentono al GDLI una certa uniformità tra
l’inizio e la fine.
Vediamo com’è impostata una voce del Battaglia, ossia acconciatore: l’entrata, in grassetto,
è seguita dalla marca grammaticale, aggettivo e sostantivo maschile. Il femminile di nome
mobile (acconciatrice) è tra parantesi. Poi abbiamo la definizione relativa al 1 significato
(ne sono 5): “che acconcia, adatta, corregge”. È usata una terna di sinonimi. In corpo minore
c’è l’esempio d’autore, tratto da un passo di Antonio Maria Salvini, scrittore morto nel 1729.
Il 2 significato, contrassegnato dal numero 2. è “che appresta, che fabbrica un oggetto” con
una coppia di sinonimi; qui abbiamo anche un’unità polirematica, acconciatore di scarpe,
spiegato con il sinonimo “calzolaio” e con un esempio di Leonardo Da Vinci.
Nel 3 significato abbiamo la successione di più esempi: prima Selvaggia Borghini (Pisa,
1654 – 1731), poi Gasparo Gozzi (Venezia, 1713 – 1786), poi Matilde Serao (Grecia, 1856 –
Napoli, 1927). I tre esempi si succedono in ordine cronologico, dal più antico al più
moderno, e mostrano il principio per cui bisogna far vedere la vitalità e la continuità di una
voce attraverso il tempo. Il 4 è documentato attraverso due esempi di Boccaccio; il quinto,
l’unico caratterizzato dalla marca “ant.”, ossia “antico”, presenta un esempio di Francesco da
Buti (a cavallo tra la fine del 300 e l’inizio del 400) e l’unica attestazione di tutta la voce
tratta da un glossario medievale del commercio.
Quanto al sistema di definizione, esso non è sempre adeguato alle esigenze oggi avvertite
nella lessicografia scientifica. A parte le sequenze di sinonimi, c’è un eccessivo
dispiegamento del sistema di spiegare i nomi di azioni con l’infinito sostantivato. Nella
prima colonna abbiamo la definizione del Battaglia, nella 2 quella del Devoto – Oli
(vocabolario dell’uso) adeguato alle esigenze di scomposizione del significato in nuclei
fondamentali.
Per quanto l’uso dell’infinito sostantivato si sia ridotto negli ultimi volumi, qualche residuo
rimane anche in questi (salmeggiamento, “il cantare o recitare salmi, il salmeggiare;
salmodia”).
Il sistema su cui è fondato il Battaglia non cambia nei volumi successivi, mantenendosi
stabile nel tempo. Questa precisazione è utile perché le opere che si protraggono per vari
decenni sono di solite soggette a ripensamenti e a cambiamenti di metodo in corso d’opera.
Qualche riaggiustamento c’è stato anche nel Battaglia, però.
Il primo cambiamento è l’attenuazione del carattere letterario del vocabolario, che è venuto
sempre più a caratterizzarsi come una raccolta molto ampia della lingua scritta nelle sue più
diverse realizzazioni, anche di quella di ambito saggistico, scientifico, giornalistico. In
questa direzione c’è stato qualche eccesso, a causa delle critiche a cui l’opera è stata
soggetta. Le voci scientifiche (quelle appartenenti alle scienze esatte) sono prive di esempi
d’autore per la loro natura.
Un secondo cambiamento, conseguente al 1, è l’allargamento delle fonti spogliate a saggi e
quotidiani; ma anche le fonti letterarie ampliano il quadro originario, fondato per le fasi
antiche su testi toscani. Negli ultimi volumi sono state prese in considerazione opere delle
origini appartenenti alla letteratura didattico – moraleggiante dell’Italia settentrionale del 200
– 300 come il milanese Bonvesin o il veneto Giacomino Da Verona. Questo allargamento è
lodevole, ma ci si può chiedere se valesse davvero la pena di mettere in discussione la
compattezza di un’opera fondamentale (resterà quasi l’unico vocabolario storico dell’italiano
almeno per il XXI secolo) per ampliamenti in una direzione che metterebbero in discussione
anche il titolo dell’opera o una delle 5 parole di cui è composto: se il vocabolario si chiama
Grande Dizionario della Lingua Italiana, lo spazio del milanese o del napoletano antico
dovrebbe essere forse in altri repertori (TLIO o il GAVI). L’incidenza quantitativa di queste
presenze nel lemmario (cioè nelle parole prese in considerazione) è minima e che la
compattezza dell’opera non è messa in discussione da esse.
Un terzo cambiamento è dato dall’atteggiamento un po’ più largo verso le parole straniere
non adattate, inizialmente escluse dal Battaglia, con qualche eccezione per quelle più
acclimatate nell’italiano a tal punto che i parlanti non le percepivano neanche più come
straniere, come bar. Nel 1994 (anno di pubblicazione di questo volume) era lemmatizzato
rosato anche nel senso di “vino di colore poco intenso” ma non il corrispondente francese
rosé, che è un’entrata a sé in tutti i vocabolari dell’uso; ed era lemmatizzato il
semiadattamento italiano rosbif dall’inglese roast – beef, ma non la parola inglese.
L’atteggiamento è quindi rimasto caratterizzato in senso negativo, ma in alcuni casi si
lemmatizzano anche parole straniere, come röntgen “unità di misura dell’intensità dei raggi
X”, che 20 anni prima avrebbero posto qualche problema, o esotismi come ronin “samurai
dell’antico Giappone rimasti privi del loro signore”, neanche considerati dai vocabolari
dell’uso.
Tra i difetti del Battaglia, a parte il taglio inizialmente troppo letterario, è stato più volte
ricordato l’uso di fonti filologicamente non all’altezza delle aspettative moderne (per
esempio, la schedatura di edizioni 7-800entesche di opere del 300).
Le critiche sono fondate, ma anche ingenerose: non tengono conto del fatto che un’opera di
queste proporzioni debba mettere in conto un certo numero di errori materiali che comunque
è molto basso, in base alle verifiche condotte a campione sulle banche dati informatiche oggi
disponibili.
In secondo luogo, per moltissimi dei testi schedati da Battaglia, le edizioni che circolavano
erano le uniche a cui attingere e non si può chiedere a chi costruisce un vocabolario storico
proiettato sull’arco dell’intera storia linguistica, culturale e letteraria dell’italiano di rifare
anche le edizioni dei testi per controllare che chi ha pubblicato un testo antico non abbia
compiuto errori di trascrizione.
L’editore di testi e il lessicografo fanno mestieri diversi e la lente microscopica con cui
bisogna guardare ai fenomeni che riguardano una singola opera produce un effetto distorsivo
se applicata ai grandi fenomeni o ad archi temporali molto lunghi.

1.4 IL GLOSSARIO DEGLI ANTICHI VOLGARI ITALIANI (GAVI)


Il Glossario degli antichi volgari italiani è una delle 2 realizzazioni lessicografiche che
hanno come oggetto l’italiano antico. Per molti anni è stato l’unico strumento di
consultazione in grado di offrire informazioni su questo periodo della nostra lingua. Il suo
scopo è quello di raccogliere in un vocabolario storico le attestazioni dell’italiano e dei
volgari (cioè dei dialetti) antichi, di un’epoca in cui l’italiano non si era ancora stabilizzato
come lingua nazionale.
All’inizio era previsto lo spoglio dei testi fino alla morte di Dante (1321), ma poi è stato
preso in considerazione tutto il 300, per arrivare fino al 400, inizio del 500 (Ariosto) o più in
là rendendo l’opera non un doppione del TLIO ma un repertorio fondamentale per gli
studiosi della lingua antica. Le attestazioni sono registrate indipendentemente da qualunque
valore letterario. Il GAVI è stato redatto grazie al lavoro di Giorgio Colussi, dell’Università
di Helsinki, e senza l’ausilio di fondi pubblici. Ciò ha rappresentato anche la sua debolezza,
rimasto interrotto nel 2007 con la morte dell’autore.
La pubblicazione dell’opera è cominciata nel 1983. Ne sono usciti 32 volumi, corrispondenti
alle lettere A, B, C, D, S, U, V, Z (si tratta di metà dell’opera). La lettera A è stata pubblicata
nel 1983 in un solo volume di 342 pagine, ma essa è stata rifatta tra il 2002 e il 2004 in 13
tomi di circa 400 pagine ciascuno, e ciò indica quanto l’esame delle fonti e il metodo di
lavoro abbiano fatto progressi giganteschi.
Prendiamo la voce abbagliare: il verbo, nell’uso transitivo, significa “turbare e alterare la
vista per la luce troppo intensa” (1 datazione: prima del 1292, Bono Giamboni); nell’uso
intransitivo pronominale (riflessivo) significa “confondersi la vista per soverchio splendore”
(1 datazione: il Paradiso di Dante, prima del 1321) e “ingannarsi” (1 datazione: 1341 – 42,
Boccaccio). Le informazioni più importanti sulla storia della voce sono tratte da un
vocabolario etimologico, il DELI (la sigla usata dal GAVI è C – Z, dal nome degli autori
Cortelazzo e Zolli).
Poi vi è il primo commento linguistico di Colussi: “Verbo quasi esclusivo dei testi toscani o
toscaneggianti”; poi sono disposti gli esempi aggiunti dall’autore che li ha scelti tra quelli
che aveva lui, elencati in un ordine che vede prima quelli in poesia e poi quelli in prosa:
- UB = Frate Ubertino (vissuto nel 200);
- FI = Il Fiore (opera attribuita al periodo giovanile di Dante, 1287);
- DA A = Inferno di Dante (1313);
- PER = Neri Moscoli (poeta perugino, prima metà del 300).
Gli esempi sono arricchiti dai Commenti (qui quello sul Fiore di Gianfranco Contini). Le
sigle sono di difficile lettura e non si può fare a meno del supplemento bibliografico.
Ma alla storia della voce abbagliare mancano 2 tasselli: se sfogliamo il vocabolario lo
vediamo dal segno che introduce le postille. Il primo tassello è il rinvio alla voce
abbarbagliare, il 2 sconfina molto rispetto ai limiti cronologici imposti e aggancia la forma
napoletana 600entesca sbagliare, che non significa “commettere sbagli” ma “abbagliare” per
sostituzione di prefisso e con parziale scarto semantico.
Fin dall’inizio, tra le due imprese che si occupano del periodo delle Origini (GAVI e TLIO)
si sono instaurati canali di raccordo nella gestione e nell’interpretazione dei dati e di aperto e
reciproco incoraggiamento.
Forse la principale differenza tra le 2, a parte quelle percepibili per via della diversa
presentazione grafica del materiale, sta nel fatto che il GAVI cita fonti a stampa (scheda le
edizioni di testi già esistenti e disponibili), mentre il TLIO è un vocabolario di 1 mano (cita i
testi controllandoli sui manoscritti, rifacendo e ridiscutendo a volte le edizioni correnti).

1.5 IL TESORO DELLA LINGUA ITALIANA DELLE ORIGINI (TLIO)


Il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, rispetto alle altre imprese lessicografiche
italiane, parte con il vantaggio dell’informatizzazione totale del corpus studiato, del metodo
di lavoro e dell’apertura verso il pubblico (il sito è www.vocabolario.org, la consultazione è
gratuita per gli utenti registrati), con una concezione in cui si uniscono le acquisizioni della
lessicografia tradizionale con le possibilità in evoluzione dei nuovi strumenti informatici.
La versione web della banca dati è stata curata da esperti delle università americane (prima
di tutto Chicago). Il laboratorio che lo supporta (l’Opera del Vocabolario Italiano, un ente
del CNR) è diretto, dal 1992, da Pietro Beltrami che ha dato all’opera un ritmo di
pubblicazione elevatissimo, dopo anni di paralisi produttiva e di inconcludente impiego delle
risorse pubbliche. I lavori verranno conclusi, per un totale di circa 45.000 voci, entro il 2021
(per un vocabolario di queste dimensioni si tratta di un tempo molto ragionevole).
Come accade nel GAVI di Colussi, sono prese in considerazione tutte le forme dei dialetti
(volgari) antichi, da tutte le aree italiane, fino al 1375, anno di morte di Boccaccio (ma in
realtà sono considerate opere fino alla fine del 300).
Vediamo la voce abbagliamento: in testa alla voce c’è il lemma abbagliamento, preso nella
sua forma italiana moderna, con una marca grammaticale, s.m. = sostantivo maschile. Poi,
prima della trattazione vera, ci sono dei punti numerati. Il punto 0.1 elenca le 2 forme
grafiche trovate dal redattore della voce nella banca dati, abbagliamento e aballiamento. Il
punto 0.2 definisce l’etimologia che è il verbo abbagliare (con rinvio al LEI), a sua volta da
una base preromanza *balyo – “lucente”. Il punto 0.3 dà un’informazione storica: la fonte
più antica in cui ricorre la parola è il Trattato di virtù morali, testo toscano a cavallo tra il
XIII e il XIV secolo. Il punto 0.4 fornisce un’informazione geografica: la parola ricorre in
testi solo toscani come ribadisce la nota [N]. Mancano i punti 0.5 e 0.6, riservate solitamente
ad osservazioni fonetiche, morfologiche e sintattiche e ad osservazioni varie. Il punto 0.7
riassume i significati della voce (2): “offuscamento della capacità visiva o intellettuale,
provocato da una luce eccessiva” e “falsa immaginazione, inganno”. La voce, ci informa il
punto 0.8 (che solitamente contiene anche il nome e cognome del redattore che qui non è
noto), è stata redatta il 10 marzo 1998.
La trattazione, fondata come in tutti i vocabolari storici sulla documentazione, è scandita in
modo semplice e chiaro. Sotto ogni significato ci sono i contesti tratti dalle opere in cui la
parola ricorre. Sotto “offuscamento della capacità visiva o intellettuale” ce ne sono 3 (il
Trattato di virtù morali, in cui la parola ricorre nella forma aballiamento, il Valerio
Massimo e la Deca prima di Tito Livio); sotto “falsa immaginazione, inganno” ve ne è uno
solo preso da un trattato di Jacopo Passavanti. I contesti sono adeguati: non troppo brevi in
modo da non trascurare informazioni importanti e non troppo lunghi per non essere
divaganti.
La pubblicazione delle voci è dal 1997 solo in rete. Ciò consente di mettere a disposizione
degli studiosi i risultati del lavoro, senza aspettare i lunghi tempi della pubblicazione a
stampa, ma consente soprattutto all’opera di autoaggiornarsi in tempo reale, senza affidare le
aggiunte ad appendici scomode da leggere e consultare.

2. I VOCABOLARI ETIMOLOGICI
I vocabolari etimologici, indipendentemente dalla loro impostazione, hanno negli ultimi anni
acquisito una natura lontana da quella del semplice repertorio che indica l’origine di una
parola, com’era un tempo. Seguendo un indirizzo che nella ricerca etimologica è invalso da
decenni soprattutto per impulso della scuola svizzero – tedesca che parte da Wartburg,
l’autore del FEW, il Vocabolario Etimologico Francese in 25 volumi), la ricerca in questo
campo vuole chiarire non più l’etimologia – origine, ma l’etimologia – storia di una parola.
L’indicazione di quale sia l’etimologia di una forma non basta a chiarirne la storia, che può
prendere strade complesse e diverse; bisogna ripercorrerne le vicende tenendo conto di tanti
fattori: l’evoluzione fonetica, i suoi cambiamenti di significato, i gruppi sociali che l’hanno
usata, le componenti etnologiche, antropologiche, religiose, demografiche, politiche che ne
hanno condizionato o determinato l’esistenza. Si tratta di fattori linguistici e storico – sociali
che ne rendono insoddisfacenti e riduttive risposte come “l’italiano bocca deriva dal latino
bucca”: questo è vero ma non risolve il fatto che il latino bucca significava “guancia”, non
ciò che significa oggi. Per giungere alla soluzione del problema, bisogna scomodare vari dati
semantici, fonetici e lessicali che hanno a che vedere con il sistema delle denominazioni
delle parti della testa. Etimologia non significa un punto lontano nel passato, ma storia della
parola.
I metodi etimologici sono stati affinati nel corso dei secoli, e all’inizio presentavano sistemi
e risultati oggi imbarazzanti. Gilles Ménage, erudito del 600, faceva derivare il francese
laquais dal latino verna: da verna ha ricavato i diminutivi vernula e vernaculus.
Quest’ultima forma avrebbe un femminile, vernulaca, da cui si ricaverebbe vernalacaius,
da cui la forma accorciata lacaius, da cui il francese laquay. Dalla stessa base Ménage fa
derivare l’italiano ragazzo: da vernulacus – vernulaca – vernulacacius – racacius –
ragatius – ragazzo. Se queste, nel 600, erano le basi, non aveva tutti i torti Sant’Agostino
che molti secoli prima aveva affermato che con l’origine delle parole le cose stanno come
l’interpretazione dei sogni, ognuno le spiega secondo il proprio ingegno. Oggi i metodi sono
molto raffinati e si giovano di quasi 2 secoli in cui la linguistica si è dotata di basi solide
scientifiche. Il punto di svolta è indicato nel 1 vero dizionario etimologico delle lingue
romanze di Friedrich Diez (1854). L’italiano ha oggi vari strumenti etimologici. Ne
presenteremo 3, compresi tra la 2 metà del 900 e oggi. Sono vocabolari molto diversi tra loro
e quindi complementari; anche il più vecchio di loro, il DEI di Battisti e Alessio, non può
essere considerato del tutto superato; e la sua importanza storica è indubbia visto che quando
fu pubblicato gli autori scrivevano che non esistevano vocabolari italiani adeguati alle attuali
condizioni della glottologia neolatina.

2.1 IL DIZIONARIO ETIMOLOGICO ITALIANO (DEI)


Pubblicato tra il 1950 e il 1957 in 5 volumi, il Dizionario Etimologico Italiano, opera dei 2
glottologi Carlo Battisti e Giovanni Alessio, offre un’ampia raccolta di parole, in oltre
50.000 voci. È un vocabolario che tratta la lingua nazionale con ampi sconfinamenti in varie
direzioni. I criteri di inclusione ed esclusione risentono di una certa libertà rivendicata dagli
autori. Sono esclusi settori del lessico tecnico che avrebbero reso macchinoso e
inconsultabile il vocabolario:
Sono invece incluse le seguenti categorie di parole:
1) Quelle della tradizione letteraria italiana, anche quelle estinte;
2) Vari tecnicismi, soprattutto moderni;
3) I forestierismi dell’uso comune (vengono tagliati quello poco comuni, estinti o non
adattati);
4) Le voci dialettali e regionali adottate dagli scrittori (molto frequente nella letteratura
dell’Italia unita, Verga, Pascoli, Serao, Pirandello), o quelle che sono entrate
nell’italiano regionale e quelle che sono sembrate interessanti.
L’ultimo punto è quello più esposto alla soggettività degli autori che operano larghe puntate
negli ambiti regionali se ciò sembra utile a chiarire alcuni aspetti della storia della lingua:
quando gli autori del DEI attribuirono una speciale importanza ad una voce regionale non
toscana e non accettata dalla lingua letteraria, essa fu inclusa nel vocabolario). Per esempio,
nell’ambito della cultura popolare e dell’etnoantropologia, sono registrate non solo padella,
la parola di origine settentrionale ormai diffusa ovunque, ma anche altri modelli lessicali
come il pugliese fersora. Le parole regionali o dialettali nel DEI si riconoscono facilmente
perché sono precedute da una tilde. Prendiamo la voce aiéta: viene data un’indicazione
veloce sull’ambito d’uso (dialettale, botanico), sulla diffusione areale (napoletano, calabrese,
siciliano), sul corrispondente italiano (bietola).
Quanto ai derivati, il DEI è il primo vocabolario italiano a presentare come entrate i suffissi e
suffissoidi e i prefissi e prefissoidi. Hanno quindi un’entrata autonoma i prefissi come ante-
e i suffissi come -zione, con informazioni generali sulla formazione delle parole (per quanto
riguarda il primo, l’utente apprende che si tratta di prefisso in voci dotte che indica
precedenza di luogo e tempo”).
Un’altra caratteristica innovativa del DEI è l’attenzione al latino medievale, lingua in cui
erano scritti gli atti amministrativi, gli inventari, gli statuti cittadini e altri documenti che
rappresentano ancora oggi una fonte preziosa e non sempre nota per la conoscenza del
volgare (cioè dell’italiano e dei dialetti delle origini) in una fase in cui la documentazione
scritta è scarsa. Il DEI usa queste fonti e ciò che ne arricchisce l’impianto.
Il DEI offre spesso anche una datazione per le parole italiane (ma di solito non per quelle
dialettali). È il dato più criticabile perché per molte parole è solo orientativo, essendo
indicato solo il secolo senza che ne sia riferita la fonte precisa: per esempio abaco è datato
dal XVII secolo. In altri casi (una minoranza) la datazione è più precisa, per esempio nel
caso di camelia che per il DEI è documentata a Casera nel 1760 prima che ancora a Firenze
nel 1794. In altri ancora la datazione è implicitamente fornita dal riferimento ad un autore,
per esempio Dante per la voce caldaia.
Si tratta comunque di un passo avanti fondamentale: l’ampiezza della scelta delle voci fa sì
che in questo vocabolario ci siano ancora molti dati che non sono stati più superati o
aggiornati da quelli successivi.

2.2 IL DIZIONARIO ETIMOLOGICO DELLA LINGUA ITALIANA (DELI)


Il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana è l’opera, uscita tra il 1979 e il 1988 in 5
piccoli volumi dei 2 studiosi veneti Manlio Cortelazzo (Padova) e Paolo Zolli (Venezia),
quest’ultimo morto prima di poter mettere mano alla revisione, poi uscita in un unico volume
nel 1999 a cura di Manlio e Michele Cortelazzo con il titolo Il nuovo etimologico.
Sin da poco la sua uscita, Colussi aveva previsto che qualsiasi dichiarazione attinente alla
storia del lessico italiano doveva confrontarsi con il Cortelazzo – Zolli; e qualsiasi progresso
fatto da altri, era anche merito del Cortelazzo – Zolli. Questa previsione fu esatta.
Il DELI è più del DEI un vocabolario etimologico della lingua italiana, senza sconfinamenti
nei dialetti che vadano oltre le parole locali che si sono affermate in italiano. Il corpus delle
parole scelte è stato definito con semplicità e chiarezza: le entrate del DELI sono quelle
dell’edizione minore dello Zingarelli, il quale contiene circa 60.000 parole, molte delle quali
sono registrate in più accezioni e nei vari modi di dire.
Ciascuna entrata è ripartita in 2 parti:
- La documentazione;
- Il commento sull’etimologia – storia della parola.
La prima parte comprende il lemma in grassetto, l’indicazione grammaticale, la definizione
racchiusa tra virgolette semplici, la data e la fonte della prima attestazione conosciuta. La
data non è più generica come era nel DEI, ma il più possibile precisa, e ciò vale anche per la
fonte che deve essere indicata con esattezza. Anche tutte le altre accezioni di una stessa
parola devono essere datate, e a volte la datazione riguarda anche le stesse varianti grafico –
fonetiche (cioè come la parola viene scritta e pronunciata).
In alcuni decenni si passa dai dati generici del DEI alla larghezza del DELI, che porta la
datazione dei singoli dati (anno di apparizione della voce, dei singoli significati, delle singole
varianti grafico – fonetiche) a un alto livello di precisione. In mezzo però c’è stata la
pubblicazione del Battaglia, di cui il DEI non ha potuto approfittare e il DELI, nella 2
edizione, si è potuto avvantaggiare di decine e decine di opere uscite nel frattempo, e per le
lettere A e B del LEI.
Con questo sistema e con una schedatura molto larga, il DELI arriva a dimostrare che parole
che si credevano attestate solo recentemente o nell’800, sono in realtà molto più antiche.
Anche a questo scopo il DELI prosegue la tradizione inaugurata dal DEI di usare le fonti
poco note del latino medievale, che a volte possono documentare una parola in epoche
antiche.
L’insistenza sulla ricerca della data di più antica attestazione non è una ricerca dettata dalla
curiosità, mentre è superflua nei dizionari dell’uso. È uno dei criteri alla base della ricerca
etimologica moderna; ad esso spesso si dà la stessa importanza data agli indirizzi fonetici,
semantici e geografici (cioè al luogo in cui le parole sono attestate).
È un dato accettato il fatto che la 1 attestazione, a meno che non si risale al creatore della
parola o di un significato, è un punto provvisorio che può essere soggetto a precisazioni e
miglioramenti con la scoperta di una nuova fonte che può consentire un ulteriore passo
indietro, verso il momento in cui la parola è stata messa in circolazione.
Una corretta ricostruzione della storia di una parola deve anche tener conto di ciò: si deve
stabilire non solo quando, ma anche dove una parola abbia la sua 1 attestazione. Se questa la
si può rintracciare in un testo che abbia avuto larga diffusione (un classico della letteratura o
delle scienze, un giornale, un dizionario, un’enciclopedia), possiamo essere sicuri che a
quella prima attestazione abbia fatto seguito una circolazione più o meno larga nella
comunità di parlanti; quindi abbiamo trovato l’atto di nascita di quella parola. Ma se la
retrodatazione ci riporta ad un manoscritto oscuro di qualche biblioteca di provincia, letto a
suo tempo da poche persone e dimenticato da tutti, allora la notizia, pur dotata di un certo
significato, si avvicina di più ad una curiosità erudita che ad una vera scoperta linguistica: è
la storia di un aborto più che di una nascita.
Tornando al DELI, una novità importante è il fatto che i derivati con suffisso e i composti
vengono messi, in ordine alfabetico e in corpo minore, nello stesso paragrafo della parola da
cui provengono: sotto accalappiare abbiamo accalappiacani, accalappiamento,
accalappiatore.
La 2 parte di ogni voce comprende l’etimologia – storia della parola. Solitamente oltre
all’etimologia prossima viene fornita anche quella remota (cioè una volta accertato che la
parola italiana deriva da una greca o latina o francese, si danno indicazioni sull’origine e, per
certe lingue, la data della prima attestazione). Nel caso di etimologie semplici e accertate
pacificamente, la discussione è breve e termina nel rinvio alla parola che l’ha generata. In
casi più complessi c’è una discussione più lunga, con l’indicazione delle ipotesi principali e
dei rinvii bibliografici che consentono a chi è interessato di approfondire la questione.
Prendiamo la voce baleno:
- Nella prima parte compare la voce principale (baleno), di un modo di dire (in un
baleno), di 2 derivati (balenare, che ha più significati, tutti datati e con una fonte e
balenìo);
- La seconda parte (introdotta dal simbolo •) è dedicata al commento e alla storia della
parola, così complessa che gli studiosi hanno dato diverse spiegazioni etimologiche
con gli estremi bibliografici per consentire ai lettori di avere un quadro d’insieme. In
questa voce compare una vera e propria bibliografia con rinvio ad un articolo di Frau
sulla rivista “Incontri Linguistici” del 1974 e ad un lavoro di Alessio nella rivista
“Word” del 1951.
Il successo del DELI è stato istantaneo. Oggi è il più importante dizionario etimologico
completo dell’italiano. Altri fini e altre dimensione ha il 2 vocabolario etimologico odierno,
che a causa del suo gigantismo non è ancora stato completato, il Lessico Etimologico
Italiano (LEI)

2.3 IL LESSICO ETIMOLOGICO ITALIANO (LEI)


Gli specialisti di linguistica e storia dell’italiano hanno i primi 10 volumi del Lessico
Etimologico Italiano fondato da Max Pfister (oggi affiancato da Wolfgang Schweickard) e
sostenuto quasi solo da fondi della ricerca nazionale tedesca. È un vocabolario etimologico
che vuole raccogliere tutte le attestazioni dell’italiano e dei suoi dialetti, antichi e moderni,
dalle origini fino ad oggi. Vi è una differenza tra il LEI e tutti gli altri vocabolari italiani: in
esso la direzione in cui è organizzato il materiale è inversa rispetto a quella abituale, dato che
si parte dall’etimo per arrivare alla forma italiana. Ciò significa che negli altri vocabolari per
conoscere la storia di cavallo si cerca cavallo e si risale alla parola latina caballus. Nel LEI
invece bisogna cercare caballus e risalire al fatto che il suo principale derivato è cavallo.
L’impostazione del LEI è monumentale: ricorda quella di un’opera architettonica, più che di
un vocabolario, e la lettura interna a ciascun articolo è complessa, perché un lettore non
specialista può perdersi al suo interno senza ricavarne nulla. La dimensione degli articoli
varia da poche righe a diverse centinaia di pagine, ma ci sono criteri di lettura che regolano
la decifrazione dei contenuti.
Ciascuna voce è distinta in 3 parti, contrassegnate da numeri romani corrispondenti ad una
lettura etimologico – storica precisa: I. corrisponde alle parole di trafila popolare, II. a quelle
di trafila dotta, III. ai prestiti da lingue straniere. Così il lettore sa che se trova una parola
sotto II. ha a che fare con un cultismo, ossia con una parola che appartiene al lessico latino o
greco – latino che si era estinta ma è stato ripreso dai dotti dal Medioevo in poi.
In questo modo, ogni lettore ha in un solo sguardo tante informazioni disperse in una
pluralità di fonti diverse (le fonti consultate dal LEI sono più di 10.000). Diventano visibili
dei dati culturali sulla cronologia e sulla diffusione geografica della voce: se una parola è
usata o no in italiano, da quando è usata, se e in quale dialetto antico o moderno è attestata,
se da essa si sviluppano unità polirematiche e modi di dire, se la sua vita si incrocia con
quella di altre parole.

CAP. 11: DIZIONARI ELETTRONICI E ONLINE

1. PREMESSA
I dizionari elettronici sono nati come trasposizioni digitali (in cd - rom) dei dizionari
cartacei, rispetto ai quali si distinguono per l’interattività intrinseca al sistema, che si traduce
nella maggiore versatilità offerta all’utenti che reperisce le informazioni: le versioni
elettroniche dei dizionari hanno facilitato l’estrazione dei dati in essi contenuti (la marca
grammaticale, la definizione, la pronuncia, i sinonimi, l’etimologia…) consentendo strategie
di interrogazione che, a differenza delle edizioni cartacee, prescindono dall’ordinamento
alfabetico delle entrate. I dizionari consultabili attraverso il pc permettono la ricerca a partire
da valori diversi, come la categoria sintattica, l’ambito d’uso, la lingua di origine, la data
della 1 attestazione di una voce, e permettono anche di mettere in relazione alcune di queste
variabili per ottenere liste di voci che corrispondono alla combinazione dei criteri di ricerca
impostati volta per volta dall’utente. I programmi di interrogazione, molto semplici e
intuitivi, forniscono così l’accesso immediato a dati la cui raccolta richiederebbe un lavoro di
ricerca più complesso e lento a partire dalle corrispondenti versioni cartacee.

2. ORGANIZZAZIONE E REPERIMENTO DELLE INFORMAZIONI


Prendiamo in esame la versione elettronica dei dizionari monolingui, ossia lo Zingarelli, il
Devoto – Oli, il Sabatini – Coletti, il Garzanti, il GRADIT. L’installazione di questi
programmi non necessita di particolari competenze informatiche. Un moderno dizionario in
cd – rom presente tutte le caratteristiche di quello nella versione cartacea. Ogni entrata è
strutturata, sebbene in maniera diversa, in 3 aree (entrata, semantica, informazioni
complementari) e quindi corredata di marca grammaticale, pronuncia, divisione in sillabe,
definizione, eventuali sinonimi e contrari, etimologia.
Nel formato elettronico vengono recuperati alcuni espedienti visivi mettendo in rilievo delle
parole che compongono il lessico fondamentale, evidenziate con un piccolo rombo nello
Zingarelli, con un cerchietto particolare nel Sabatini – Coletti, con un cerchio arancione nel
Devoto – Oli (ma solo nella lista dei lemmi e non nella singola voce, che invece si
differenzia dalle altre per il corsivo).
Quasi tutti i dizionari elettronici in commercio condividono standard applicativi di base: per
esempio, se si digitano le prime lettere di una voce, il sistema sfoglierà il dizionario e
aggiornerà l’elenco sottostante. Questi standard sono combinati e presentati in modi diversi a
seconda del software di ricerca usato. Nella maggior parte dei repertori digitali esaminati
(con l’unica eccezione del GRADIT) è possibile anche far interagire le definizioni con gli
apparati aggiuntivi dei dizionari (le tavole illustrate e nomenclatorie) e ascoltare la pronuncia
delle parole.
Le procedure di interrogazione non richiedono nessuna specifica capacità informatica, per
cui tutti gli utenti medi possono usarli. I programmi consentono 2 strategie di interrogazioni:
1) La ricerca semplice o immediata, che consente di consultare il contenuto di una voce,
presentata nella parte centrale della finestra di ricerca;
2) La ricerca complessa o avanzata, che, operando su una o più entrate, permette di
creare elenchi ordinati di parole accomunate da determinate caratteristiche in campi
definiti come la categoria grammaticale, l’etimo, l’ambito d’uso (tuttavia, il risultato
di una ricerca può coincidere anche con una sola parola o con nessuna, se la ricerca
non ha avuto buon fine).
Se la prima modalità di ricerca consente di consultare tutte le entrate e le loro definizioni
come si farebbe con una versione cartacea, la seconda, che rappresentava la vera novità
offerta dai dizionari elettronici, apre il campo per l’utente medio a nuove e innumerevoli
possibilità di ricerca. Ecco il valore dei principali “caratteri jolly” usati nei software di
ricerca:
l’asterisco (*) che equivale a una qualsiasi stringa di testo (bell* = bello, bella, bellezza,
bellico) e il punto interrogativo (?) che corrisponde a un solo carattere (bell? = bella, bello
ma non bellico o bellezza). Questo sistema simbolico si rivela utile se si vogliono creare
sottoinsiemi di parole che presentano la stessa sequenza di lettere all’inizio, all’interno o alla
fine, anche se non sempre i sistemi di ricerca danno risultati soddisfacenti in questo senso,
soprattutto perché non differenziano la forma di citazione dalle altre varianti (la ricerca di
bell? Darà come risultato anche settebello).

3. LE RICERCHE INCROCIATE
Una delle potenzialità dei dizionari in formato elettronico consiste nell'incrociare diversi
criteri di ricerca ottenendo risposte immediate, anche per operazioni che presuppongono la
ricerca su tutto il corpus. Questo tipo di consultazione, che determina l’accostamento di
entrate lontane tra loro nell’ordinamento alfabetico, costituisce gran parte dell'apparato
innovativo dei dizionari su cd-rom. Attraverso questo sistema è possibile svolgere studi
quantitativi sul lessico italiano prendendo in considerazione un gran numero di parole.
Interroghiamo i nostri cd – rom per verificare quanti e quali verbi inglesi sono entrati in
italiano nel XVIII secolo: il GRADIT registra 76 termini, il Sabatini – Coletti 59, lo
Zingarelli 63, il Devoto – Oli 28. Da questa ricerca si possono osservare i comportamenti dei
dizionari in questione. Le evidenti differenze dei risultati ottenuti, non sono solo
riconducibili a discordanze dovute a diverse date di attestazione, ma anche a qualche
incongruenza interna, sempre possibile e da tenere in conto in queste ricerche. Le ricerche in
questo senso si potrebbero moltiplicare, raffinando ogni volta i criteri di selezione. Possiamo
vedere quante parole usate da Ariosto ci sono nello Zingarelli (289); possiamo vedere quanti
suffissi in italiano hanno valore spregiativo (8 nello Zingarelli, tra cui -aiolo (donnaiolo),
-ardo (beffardo), -oide (intellettualoide); quali parole possono essere considerate
“stereotipi linguistici”, ovvero espressioni proverbiali o singole parole dove si riflettono
pregiudizi e opinioni, spesso negative, su gruppi sociali, professionali, etnici come terrone,
polentone.

4. IL TOMMASEO – BELLINI IN CD – ROM


Fino a poco tempo fa l'unico dizionario storico disponibile in formato digitale era il
Dizionario della Lingua Italiana di Tommaseo e Bellini (ancora oggi è l’unico disponibile
in cd – rom). L'edizione elettronica del TB si avvale dello stesso motore di ricerca degli altri
cd-rom dei dizionari Zanichelli, presentando due distinti livelli di interrogazione, quello base
e quello avanzato. Grazie alla consultazione ipertestuale, che consente la ricerca per lemmi o
a tutto testo, si aprono nuove strade di analisi e di scoperta delle informazioni racchiuse
nell'opera. È possibile scandagliare e investigare il testo in ogni sua parte: si possono
ricercare gli interventi di Tommaseo (nel testo originale contraddistinti da una (T), studiare
gli esempi d’uso, i proverbi, ricostruire le fonti letterarie e il loro uso nelle voci.
L’interfaccia grafica consente anche di accedere alla storia dell’opera dando al lettore la
possibilità di leggere la Prefazione, le Avvertenze e la Tavola delle Abbreviature, ma
anche di fare ricerche a tutto testo al loro interno.
Non è stato ancora realizzato il cd - rom del Battaglia (né sappiamo se e quando verrà
pubblicato).

5. LA CRUSCA IN RETE
La Crusca ha diffuso di recente la versione digitale delle cinque impressioni del Vocabolario
(consultabile al sito www.lessicografia.it; il motore di ricerca nasce da un accordo fra la
Crusca e Google, sintetizzato nel neologismo sincratico Cruscle). Il progetto, che
rappresenta una vera rivoluzione nel campo della digitalizzazione dei dizionari storici e si
avvale di una grafica accattivante e moderna, prevede ben quattro diverse modalità di
ricerca: una Ricerca libera per la quale "è sufficiente digitare una stringa di caratteri
corrispondenti ad una forma per accedere a tutti i contesti in cui compare" (definizioni,
esempi, proverbi), (è possibile limitare la ricerca a una o più edizioni del Vocabolario e
scegliere se tenere conto delle correzioni e integrazioni apportate); una Ricerca avanzata
che "consente di ricercare anche due o più forme a distanza stabilita, di effettuare ricerche
sule punteggiatura, di utilizzare strumenti di ausilio per l'individuazione di varianti formali,
di limitare la ricerca a specifici macrocontesti (lemma, definizione, esempio, commento) o
microcontesti (uso vivo, proverbi, locuzioni, parole latine, parole greche, straniere,
abbreviature dei citati)"; una Ricerca esperta che "si presenta con un'interfaccia simile a
quella dei principali motori di ricerca sul Web, consentendo all'utente usuale della rete di
ritrovare modalità di accesso abituali, e consente di effettuare ricerche molto complesse"; e
infine una Ricerca per immagini che "consente di ricercare un lemma sulle cinque edizioni
del Vocabolario e di richiamare la riproduzione in facsimile della pagina che lo contiene e di
sfogliare il volume a partire da questa". Completano il quadro tre diverse Ricerche guidate
(per “contesti”, “Citati” e “indici”),"rivolte all'utente che voglia avvicinarsi ala banca dati
senza avere in mente una ricerca specifica" che danno accesso a un grande patrimonio
lessicale, consultabile sia in formato digitale, sia attraverso fotoriproduzioni ad alta
definizione (la 5 edizione del Vocabolario è disponibile per il momento solo in questo
formato). Digitando la stringa di testo dizionar con il carattere jolly *, abbiamo 3 forme:
dizionario (lemmatizzato solo dalla 3 edizione del Vocabolario, con la definizione di “Libro
ove sian raccolte, e esposte varie dizioni; Vocabolario”, e presente anche nella 4 e 5),
dizionarietto (“Diminut. Di Dizionario. Dizionario di mole piuttosto piccola”) e
dizionarino (“Diminut. Di Dizionario. Dizionario di piccola mole, e per lo più
compendioso”), entrambi posti a lemma nella quinta. Manca ancora la possibilità di creare
sottodizionari in base a parametri prestabiliti o quella di effettuare statistiche sull'intero
patrimonio lessicale in altre parole: Cruscle consente solo ricerche di tipo testuale e non
indagini quantitative.

6. IL DELI IN CD – ROM
Ancora fermo al 1999 è il software del DELI, di cui tuttavia si attende a breve una nuova
versione. Nella versione digitale si riversano la semplicità e la chiarezza che avevano
contraddistinto già l'edizione cartacea, e che restano i punti di forza di questo strumento. In
apertura il dizionario presenta una doppia possibilità: da una parte si può visualizzare una
serie di documenti accessori introduttivi (la presentazione dell’operae dei suoi autori,
l’introduzione alla prima edizione, le abbreviazioni usate e la bibliografia di riferimento) che
possono essere consultati usando la linguetta Indice generale; dall'altra, usando la linguetta
ricerca, si accede alla consultazione del dizionario vero e proprio.
La possibilità di spostarsi da una sezione all'altra del vocabolario può risultare molto utile. Se
la voce ombrellata è datata al 1841, con una sigla “Tomm. N.prop” con un clic sulla
linguetta ci si sposta sull’indice generale e si può, cercando nella bibliografia, ritrovare la
sigla, chiarirla e scioglierla (N.Tommaseo, Nuova proposta di correzioni e di giunte al
Dizionario italiano). Le sigle quasi sempre immediatamente comprensibili.
Ogni voce è strutturata in maniera molto semplice. Il lemma è più alto, in grassetto e in
corpo più grande rispetto al resto del testo, ed è seguito da marca grammaticale, definizione e
data e fonte di prima attestazione.
Sono datate con lo stesso sistema anche le eventuali varianti grafiche (molino) e tutte le altre
accezioni della voce (mulinello tra i derivati).
Nella parte immediatamente sottostante al lemma principale, segue il blocco delle locuzioni
e quello dei derivati. La voce è chiusa dall'area del commento sulla storia della parola e dei
principali derivati.
Le voci del dizionario sono registrate nello stesso ordine alfabetico in cui compaiono
nell'edizione cartacea. Ciò consente la navigazione tra le voci vicine in modo simile allo
scorrere dell'opera cartacea. All'interno delle voci sono presenti anche molte sottovoci:
derivati del lemma o locuzioni che lo contengono. La ricerca di parole contenute in queste
sottovoci conduce al documento principale (voce) con la sottovoce posizionata all'inizio
della finestra di visualizzazione. Se cerchiamo per esempio la parola gatto, nella finestra
comparirà la voce gatto per intero e sul latino sinistro dello schermo un elenco dei sintagmi
che la contengono. Ma, oltre a gatto a nove code, gatto delle nevi, che fanno parte della
voce – base, troviamo anche lingue di gatto (s.v lingua) e gatto siamese (s.v siamese).
Basta cliccare nella sottovoce affinché si apra la finestra delle voci lingua e siamese, anche
se nella schermata di sinistra rimane la ricerca effettuata per gatto.
Una volta arrivati ad una voce è però possibile passare direttamente ad altre voci utilizzando
le apposite funzioni del menù Documento. In particolare si può:
- passare alla voce alfabeticamente precedente o seguente nell'opera;
- saltare alla voce (o sottovoce) alfabeticamente precedente o seguente nell'elenco di
quelle trovate nella ricerca effettuata;
- saltare alla voce o alla sottovoce vista prima, dopo o per ultima durante l'ultima ricerca
effettuata.
Spesso è utile trovare in modo rapido il lemma corrispondente ad una parola contenuta nel
documento aperto in consultazione o fare una ricerca direttamente dall'interno di un
documento. A questo scopo si usa il “Navigatore” che si attiva cliccando sul pulsante sinistro
del mouse sopra la parola cercata (o con la funzione del Menù “Documento”). Viene aperta
una piccola finestra di dialogo sulla sinistra dello schermo, al cui interno compare un piccolo
riquadro con la parola puntata dal cursore nel documento. Nel riquadro sottostante vi è una
porzione dell’indice di ricerca. Se la parola cercata è presente nell'indice, questa compare al
centro del riquadro, preceduta e seguita dalle parole alfabeticamente vicine. In questo caso il
riquadro più grande sulla destra contiene una lista dei documenti trovati e visualizzabili. Se
invece la parola cercata no è presente nell’indice, nel piccolo riquadro sottostante la ricerca
compaiono le parole più vicine in ordine alfabetico prima e dopo quella cercata.

7. DIZIONARI ONLINE
Un discorso a parte meritano i tanti dizionari oggi disponibili online in libera consultazione.
Bisogna distinguere le opere nate per il web (il Dizionario Italiano) dai programmi che
sfruttano precedenti versioni cartacee e in cd – rom, come il Vocabolario Treccani o la
versione in rete del Sabatini – Coletti (disponibile nel sito del “Corriere della Sera”) e del
Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli (consultabile nel sito della casa editrice Hoepli
registrandosi). Questi progetti, per quanto diversi per impostazione e metodologia, sono
accomunati dal medesimo fine: essi rendono disponibile la consultazione della propria banca
dati per utenti e scopi diversi. Ma non offrono nulla di più: i dizionari dell'uso presenti su
internet non consentono ricerche complesse, né di tipo testuale, né di tipo quantitativo.
Questo resta il limite più evidente dei repertori presenti sul web (e ha anche risvolti di
marketing e commerciali); essi restano tuttavia utili per le semplici consultazioni.

8. LIMITI E PREGI DEI DIZIONARI ELETTRONICI


I dizionari elettronici e online sono strumenti di consultazione molto utili, dal momento che
non poche ricerche che essi permettono sarebbero impensabili se effettuate con la
corrispondente versione cartacea. La grande espansione dell'editoria elettronica negli ultimi
anni lo conferma in pieno, dimostrando come si possano rendere disponibili al grande
pubblico diverse tipologie di dizionari, sia storici (quindi pieni di citazioni e di varianti: si
pensi all’informatizzazione del Tommaseo – Bellini), sia etimologici (il DELI di Cortelazzo
– Zolli); per non parlare dei dizionari che hanno fatto del supporto elettronico e di internet il
loro canale per il pubblico, come il TLIO e il recente Cruscle.
I dizionari elettronici sono stati accusati di essere poco più che versioni elettronico dell'opera
a stampa. Pur con inevitabili limiti sono però strumenti importantissimi (e molto utili,
soprattutto se confrontati con i dizionari creati per i programmi di videoscrittura che spesso
danno soluzioni banali o inutilizzabili): a saperne sfruttare bene le possibilità si ottengono
risultati notevoli e stimolanti. Infine le versioni elettroniche se, da un lato, esaltano quanto
c'è di buono in un dizionario liberandolo dall’ordine alfabetico, dall'altro ne rivelano anche
difetti e incongruenze (soprattutto nelle ricerche che prevedono l’accostamento di lemmi
distanti secondo l’ordinamento alfabetico), e potrebbero anche essere un buon punto di
partenza per capire dall'interno il sistema vocabolario.

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