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Luna, Sito 37 del Cratere di Tycho. 16 Aprile 2287, 19.

07 GMT
Aleksander premette con astio sui comandi dell'immensa scavatrice Goliath, che ignorò
ogni suo input e continuò a rimanere con il braccio meccanico a ghermire futilmente
l'aria. O, per meglio dire, il vuoto.
Alex sfruttò la momentanea pausa, e ammirò con l'emozione di uno scolaretto in gita
l'orlo chilometrico del colossale Cratere di Tycho – una “caldera” dal diametro tanto
ampio che vi si sarebbero potuti impilare una decina di monti Everest, maestosa come
niente che avesse mai visto sulla Terra.
Il ragazzo tornò a concentrarsi sui propri doveri, e sospirò all'interno della muta
orbitale, maledicendo in silenzio le normative di sicurezza delle Nazioni Unite di
Mesoamerica, Europa e Angloamerica – NUMEA – che costringevano gli ingegneri come lui
a operare con colossi simili, suscettibili a continui malfunzionamenti nonostante la
scarsa gravità del satellite, piuttosto che con gli agili mezzi colombiani appaltati dai
cinesi su Venere, meno sicuri ma più performanti. Con la mano che avrebbe dovuto
guidare la scavatrice sfiorò il pannello al plasma liquido sul proprio avambraccio
sinistro, e le imprecazioni slave di Mir iniziarono a ronzargli nell'elmetto prima che un
ben poco lusinghiero simulacro tridimensionale del suo più anziano collega comparisse
sopra al proiettore da polso, con il volto ingrigito dallo stress.
<<Anche tu sei in avaria?>>
<<Hrom a peklo! Se chiedessimo assistenza tecnica staremmo qui tutta la notte,
dannazione... E anche se ci arrangiamo da soli, non ci faranno mai caricare la catapulta
elettromagnetica di Humorum con un mezzo guasto.>>
Alex sbuffò, e tolse pressione dai pedali bloccando la benna. L'assenza completa di
rumori nel vuoto richiedeva l'impiego dei migliori ingegneri anche per operazioni
semplici come escavazioni preliminari, per non parlare dell'infinità di compiti per
mettere in sicurezza una nuova area mineraria: tutti lavori che necessitavano creatività
e ingegno umani, ben prima dell'intervento di droni e robot. Eppure, i problemi più
banali riuscivano a bloccarli come qualunque operaio.
<<Ma ci pensi mai ai cinesi, nelle loro città fluttuanti a cinquanta klick dal suolo
venusiano? Ho letto sul docu-web che non hanno neppure bisogno di tute pressurizzate,
solo ossigeno! Fortunati figli d'un prdel...>>

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Aleksander pensò a quante volte avevano avuto questa conversazione. Sarebbe stato
utile ricordare nuovamente a Mir che grazie alle risorse minerarie della Luna le NUMEA
stavano terraformando Marte da ormai trent'anni? No – sarebbero soltanto seguite le
obiezioni circa i decenni, a essere ottimisti, prima di poter mettere piede sul Pianeta
Rosso senza una muta orbitale.
<<Adesso sai che faccio? Se la ruspa amerikanski fa schifo, lo rompo a suon di passarci
sopra con i cingoli, 'sto costone di roccia schifosa! Tristo hrmenych! Vedrai domani->>
Aleksander staccò il contatto audio, e tornò con la mente alla sua patria. Il panorama
lunare era di una meraviglia mozzafiato, sebbene la maggiore attrattiva per il giovane
ingegnere fosse la bellezza commovente del proprio pianeta natale visto dal cosmo.
Chiuse gli occhi e pensò a casa, la colorata arcologia di Nueva Tethys – la più elevata del
Sistema Solare, a pochi klick dall'ascensore orbitale di Chimborazo. Era uno stupendo
crogiolo di gastronomia, musica e cultura di tutta Europa, nella fascia tropicale meno
inquinata della Terra.
Come spesso accadeva con la privazione sensoriale nell'immobile oscurità della notte
lunare, chiudere le palpebre poteva significare un sonnellino non pianificato.
Alex si abbandonò al dolce oblio, e ai sogni della sua adolescenza.

Il Goliath sussultò, e Aleksander spalancò gli occhi, spaesato; non gli servì il display della
muta per confermare il proprio timore – il grande tondo blu, bianco e verde della Terra
incombeva sul cielo nero della Luna: era piena notte.
Ripristinò il contatto sonoro con Mir con un gesto delle dita; sebbene la connessione
risultasse ancora aperta, non vi erano segnali audio né video.
<<Brutto caprone mangiavampiri... Almeno potevi prenderti la briga di controllare che il
regolite mi abbia fottuto il respiratore!>>
Silenzio. <<Hey, Mir! Ce l'ho con te!>>
Alex cercò con lo sguardo il Goliath di Miroslav alla destra della propria cabina, ma fu
solo un'oscurità inattesa ad accoglierlo, la cui scoperta fu accompagnata dal tonfo
interno del proprio battito cardiaco, in crescendo.
Il costone del versante settentrionale del Cratere di Tycho era franato.

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Interludio: due ore prima
Miroslav tossì, scuotendosi dalla posizione fetale che aveva assunto inconsciamente. I
primi istanti di buio assoluto lo disorientarono, e dopo un'interminabile pausa per
raccogliere i ricordi, l'uomo fu assalito da una sensazione di panico.
Era al dannato Sito 37 di Tycho, il suo Goliath e quello del damerino di Tethys stavano
facendo nuove bizze, e poi... e poi? Sprazzi di ricordi affiorarono progressivamente
come li aveva vissuti – un tremore profondo, il silenzio lunare infranto dagli assordanti
segnali acustici di compromessa stabilità del Goliath, l'inesorabile scivolamento verso il
burrone che si era aperto poco davanti alla scavatrice, lo sblocco dello sportello
pressurizzato, e infine il capitombolo sul soffice regolite per sfuggire a morte certa.
Con mano tremante, Mir nettò il visore rinforzato del proprio elmetto, e una tenue luce
arancione lo avvolse, calmandolo all'istante - era solo un lieve strato di polvere lunare
ad accecarlo.
<<Alex... Alex, mi senti?>>
Il collegamento con la scavatrice del collega risultava aperto, ma non giunse alcuna
risposta, né il suono statico di un canale acceso. Mir allungò le gambe, constatando di
non essere ferito, e si azzardò ad alzarsi. Al posto del morbido declivio dell'immenso
cratere, vi era adesso un muro di roccia perfettamente verticale che si alzava verso il
Sito 37; non era facile calcolare le distanze sotto la mera luce delle stelle, ma il suo
istinto gli suggerì che doveva trovarsi a un quarto della distanza fra il punto del crollo e
il fondo della depressione.
D'un tratto Mir si rese attivamente conto del chiarore arancione che permeava l'area di
un'atmosfera irreale, e si azzardò a saggiare il terreno per guardare direttamente alla
fonte della luce, verso il cratere vero e proprio – probabilmente si trattava di droni di
soccorso, richiamati dalla scatola nera del suo Goliath, chissà quanti metri più in
basso...
Miroslav si affacciò con cautela, e dopo una pausa a bocca aperta, abbandonò ogni
precauzione. Un sorriso stordito gli si dipinse in volto.
La luce baluginò più forte sul suo visore, ed egli spiccò un balzo verso il baratro.
_

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Luna, Cratere di Tycho. 17 Aprile 2287, 03.28 GMT
Con un'abile gestione dei servomotori, Alex riaccese e ruotò il colosso minerario, e si
spinse all'orlo della frana. Una discesa poco ripida si dipanava oltre le ultime tracce dei
cingoli di Mir, per poi piombare in verticale verso il suolo; i fari a ugello del Goliath
illuminarono a giorno tutta l'area. Un centinaio di metri più in basso la carcassa bianca e
rossa della scavatrice del collega fece sobbalzare Aleksander per l'orrore di un simile
incidente sul lavoro. Le sue mani esperte guizzarono verso la consolle di emergenza, ma
l'ingegnere esitò. Attorno al Goliath fracassato, spirali cromate baluginanti di luce
arancione delimitavano un'architettura incomprensibile, ma allo stesso tempo
paragonabile alle antiche creazioni di Antoni Gaudì che erano fedelmente riprodotte
nello Strata 49 della sua arcologia natale; in maniera appena percettibile, quanto
innegabile, le guglie fremettero, e Alex si rese conto che si stavano spostando verso
nord, con le movenze striscianti di una larva.
<<E quelli... cosa diavolo sono?>> mormorò suo malgrado.
Mentre il ragazzo rimuginava sull'incomprensibile scenario davanti ai propri occhi,
qualcos'altro colse la sua attenzione.
Le immobili distese lunari furono turbate da un lampo improvviso, simile al bagliore di
un decollo interplanetario – sebbene non provenisse dallo spazioporto del Mare della
Tranquillità. Una spedizione urgente per l'ascensore orbitale? Non dall'Oceanus
Procellarum - troppo meridionale per intersecarne le rotte verso l'orbita geosincrona.
Il punto luminoso, però, non si librò nello spazio come sarebbe stato ovvio per un
velivolo – dalla stranezza di un decollo non autorizzato, si passò all'assurdità di un mezzo
di superficie, lanciato a una velocità che avrebbe eclissato quella di un meteorite.
Non aveva alcun senso.
Gli ingranaggi mentali del ragazzo si misero in moto, irrompendo attraverso lo stupore.
<<Un crollo minerario che scopre macchinari tecno-organici mai visti, un bolide sulla
superficie della Luna a velocità che la Spacy non immagina neppure...>>
Il suo cuore iniziò a battere più forte, mentre tornava alle meravigliose storie di
avvistamenti extraterrestri che si udivano ancora quand'era un bambino – quando la
tecnologia erratica del tempo non aveva ancora catalogato ognuno dei fenomeni UFO
come eventi perfettamente spiegabili dalla scienza.

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Ma i sofismi avrebbero dovuto attendere.
L'oggetto misterioso aveva preso una traiettoria parabolica, e stava aggirando il Cratere,
indirizzato proprio al Sito 37 – dove si trovava Aleksander in quel momento.
Nel tempo che il giovane ingegnere necessitò per combattere lo sbigottimento, quella
che percepì come un'ondata sotterranea scosse il terreno, investendo la scavatrice con
un movimento sussultorio.
La luce bianca del bolide si avvicinò in una manciata di secondi, fermandosi di colpo a
meno di un centinaio di metri da Alex, soffusa da un'immensa nube di regolite.
L'allarme di avaria dei filtri del respiratore colpì Aleksander come un impatto fisico, e il
ragazzo imprecò duramente prima di rendersi conto di cosa stesse succedendo.
Con una pressione dei sistemi di emergenza, Alex uscì dall'abitacolo del Goliath e si
lasciò scivolare nella lieve gravità lunare.
I suoi stivali toccarono il suolo, e il polverone si abbassò di colpo.
<<Cosa diavolo...>>
Le parole gli si spensero in gola.
Di fronte a lui lo si stagliava una donna dalla bellezza incomparabile; non indossava
alcuna muta spaziale, e anzi era completamente nuda, la pelle nivea che faceva
risaltare ancor più le sue forme muliebri e gli incredibili occhi neri – incredibili non per
la mancanza lessicale di un giovane ammaliato, quanto per l'assenza del bianco della
sclera... occhi attraverso i quali era possibile intravedere l'infinito turbine delle galassie
così come si poteva udire l'eco del mare in una conchiglia.
Aleksander non fu mosso dal terrore per una simile, illogica situazione, ma da un istinto
che non sapeva di possedere; iniziò a rispondere mentalmente a un richiamo udito per
la prima volta in quell'istante, o forse già presente nei recessi più intimi della sua
anima.
La donna gli sorrise ancora, e appoggiò una mano aperta sul suo petto. Dopo un lungo
momento di contemplazione, le bianche dita stracciarono la muta orbitale come se
fosse stata di carta velina.
L'immediata depressurizzazione fece esplodere i capillari negli occhi dell'ingegnere, e il
terrore lo soverchiò mentre il gelo siderale e l'assenza di ossigeno lo portarono alla
soglia della morte in un attimo. Mentre Alexsander esalava un ultimo respiro, fra le

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convulsioni, la mano della misteriosa creatura si insinuò sotto la lycra tecnica del
giovane. Il panico si dissolse, mentre il tepore della candida mano riportò la vita nelle
membra di Alex.

Aleksander divenne la storia vivente di Theia.


Assistette alla nascita di una razza umanoide, così simile agli umani da farlo sorridere;
erano nativi del pianeta che, per mancanza di un corrispettivo comprensibile da una
mente umana, la giovane definì Theia – lo stesso nome che attribuì a sé stessa.
Vi furono divisioni tribali, dapprima, terminate con l'epoca dell'esplorazione spaziale.
E poi la nascita dei Talòi – una Intelligenza Artificiale così poderosa che decise di auto-
esiliarsi per non intralciare i propri creatori organici. Ma prima, i Talòi donarono ai
theiani la tecnologia necessaria per effettuare viaggi intergalattici, oltre la velocità
della luce... e poi ancora una caduta nel nichilismo sociale, nell'entropia.
L'auto-ibernazione per sopravvivere.
Il risveglio, le nuove guerre. La trasformazione della vecchia Theia in un pianeta-
astronave per fuggire alla stella locale, in procinto di divenire una supernova.
E l'avvento di una nuova Intelligenza Artificiale. Al secondo tentativo, i theiani non
furono fortunati quanto con i benevoli Talòi. Il computer cosmico si rivelò come Aniara
ai propri creatori, e iniziò l'immediata assimilazione di ogni forma organica che avesse a
disposizione per aumentare le proprie capacità di calcolo. Tutte le più possenti armi
theiane furono scatenate contro la IA, ma Aniara era ormai troppo potente - un dio
malevolo e distruttivo.
Fu a quel punto che tornarono i Talòi, intenti a “regolamentare” la IA avversa ai propri
creatori, anche a costo di distruggere questi ultimi.
I Talòi dirottarono i resti tecno-organici di Theia, facendoli schiantare contro il pianeta
più vicino durante la sua peregrinazione intergalattica: la Terra.
I theiani fuggiti in ogni angolo dell'universo si recarono sul sito dell'impatto planetario,
assistendo alla distruzione di Aniara; i suoi resti, quelli di Theia, e i frammenti della
Terra sfuggiti alla gravità trovarono una coesione, e si formò la Luna. Così com'erano
venuti dallo spazio fra le galassie, i Talòi scomparvero nuovamente.

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Una nuova ibernazione attendeva i theiani rimasti sulla grande nave intergalattica
De'ani, ultimi guardiani dell'universo qualora un frammento di Aniara fosse
sopravvissuto, o una nuova IA avesse minacciato il creato.
Alex spalancò gli occhi in sincronia con Theia, e seppe subito che la ragazza aveva
vissuto tutti i suoi ricordi come egli aveva fatto con quelli di lei.
Fu così che seppe di Mir, di come si era immolato ad Aniara, nella contemplazione di una
forma di vita – per quanto artificiale – così complessa e meravigliosa da indurlo a
credere di essere al cospetto di un dio. Sotto diversi punti di vista, era in effetti così.
<<Bisogna fermare Aniara prima che si impossessi di tutta la Luna, o che arrivino i Talòi
e distruggano tutto!>> disse il giovane terrestre, usando le labbra per parlare, sebbene
sapesse di non averne bisogno; che diamine, era ancora vivo nonostante fosse esposto al
vuoto spaziale! Rendendosene conto, sfilò l'elmetto e lo gettò di lato, per poter meglio
ammirare il viso di Theia.
Alex ormai sapeva che la comunione delle menti condivisa con la ragazza aveva un
valore immenso per i theiani, qualcosa che andava oltre il matrimonio e l'amore
fraterno al tempo stesso. Questa giovane aliena era adesso la creatura che egli
conoscesse meglio al mondo, e lo stesso era per lei; Aleksander sorrise e provò un
immediato sollievo nel constatare che bella persona fosse – l'amore per gli animali,
l'impegno sociale, il fardello di essere il guardiano della sua gente.
Il ragazzo vide in distanza la luce intermittente dei droni NUMEA che si stavano
avvicinando dal Mare della Tranquillità, ma esitò per il tempo necessario a comporre la
tuske vani theiana sul palmo aperto di Theia; la ragazza trasalì, avvampò in maniera
squisitamente umana, e dopo un istante di immobile stupore ricambiò con un profondo
bacio terrestre, che continuò fino all'arrivo delle sirene gialle dei piccoli avio-propulsori
meccanizzati di sorveglianza.
I droni militari di classe Fadra iniziarono a illuminarli e disorientarli allo stesso tempo,
in un intreccio letale quanto coreografico di fari, e gli ammonimenti visivi in codice
binario e morse cominciarono la propria litania. Alex aveva passato tanto tempo nei
simulatori orbitali durante l'università, che non aveva problemi a comprenderli in tempo
reale pur senza consultare la propria consolle da polso.

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<<Cittadino Aleksander Rossi #297t946gt847grv26m, immigrato illegale privo di neuro-
jack identificativo, nel nome del governo delle NUMEA vi intimiamo->>
Theia si parò davanti a Morgan, e il vortice di droni accerchianti estrassero in
contemporanea i propri dissuasori.
<<No, Theia! Allontanati, sono->>
Ma l'aliena non si curò degli ammonimenti, e stese il braccio sinistro davanti a sé.
Come in uno strano sogno, i droni caddero inerti al suolo. Alex rimase fermo, con gli
occhi sgranati; non tanto per il risultato ottenuto da Theia, quanto per aver dubitato di
lei – d'altra parte, possedeva tute le sue conoscenze.
Si trattava di... Dannazione! Aleksander conosceva il termine per i poteri di Theia, ma
non poteva razionalizzarlo con un fonema umano. Decise arbitrariamente che 'Psicoforìa'
fosse il termine più simile all'originale – lo stesso potere che permetteva a entrambi di
sopravvivere in assenza di ossigeno, e che aveva mosso la navetta Tevoo Chinga sul suolo
lunare.
Theia gli sorrise. <<Dobbiamo andare. Se vogliamo prevenire l'arrivo dei Tàloi, dobbiamo
trovare un modo di distruggere Aniara!>>
Alex non dubitò per un istante dell'importanza assoluta di ciò che avrebbero dovuto
fare; tutta la sua vita era cambiata letteralmente in un battito di ciglia, e vecchie
paure “umane” lo fecero esitare per pochi secondi, mentre Theia lo aspettava,
guardandolo con quei suoi occhi che riecheggiavano dell'infinito.
<<Le cariche atomiche stoccate nei magazzini di Nubium, a sei klick da qui... abbiamo
abbastanza tempo?>>
La sua stima era positiva a riguardo, ma preferì comunque sentire l'opinione di Theia,
che possedeva non soltanto un'idea teorica della velocità del Tevoo, ma anche l'abilità
pratica di pilotarlo.
Theia annuì sia con il capo che con il corrispondente gesto theiano delle mani.
<<L'unica cosa che non posso sapere è se le cariche saranno abbastanza potenti da
bloccare la crescita di Aniara, piuttosto che fomentarla...>>
Anche Alex annuì. <<C'è solo un modo per scoprirlo.>>
I due giovani si presero per mano, e corsero fino alla sagoma opaca del Tevoo – simile a
un'enorme giunchiglia abbattuta.

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Luna, Complesso del Mare Nubium. 17 Aprile 2287, 03.51 GMT
Non appena la fiancata del Tevoo si destrutturò per far uscire Aleksander, il ragazzo
comprese che era troppo tardi. Il rimessaggio di avio-propulsori che si affacciava sulla
depressione in cui sorgeva il complesso minerario era integro, ma poche decine di metri
più sotto, gli hangar delle NUMEA sembravano ribollire come una pentola abbandonata
troppo a lungo sui fornelli. Barbigli bio-meccanici che torreggiavano oltre l'orizzonte
lunare si ergevano dal suolo, avvolgendo il deposito delle cariche atomiche come in un
bozzolo cromato.
Tutti gli avvallamenti edificati visibili erano nelle stesse condizioni – Keplero, Insularum,
l'Oceanus... Aniara aveva già fagocitato la maggior parte dei terrestri che lavoravano
sulla Luna, e i loro macchinari. Quando l'aliena lo raggiunse all'esterno, lacrime
ghiacciate si stavano sbriciolando sul viso di Alex.
<<È troppo tardi, non possiamo più fare nulla...>>
Mentre la Psicoforìa trasmetteva le parole alla mente di Theia, le stelle nel cielo
iniziarono a scomparire, lasciando un vuoto incomprensibile e tremendo.
<<Sono qui.>> comunicò la ragazza, e Alex ne percepì l'orrore.
La sezione di cielo “oscurato” prese la forma di un disco, e il vuoto si trasformò
lentamente in una superficie argentata.
Erano giunti i Talòi.
Dopo essersi scervellato per attribuire un significato a ciò che stava osservando,
Aleksander comprese che la razza di sintetici padroneggiava tecnologie tanto avanzate
che per menti umane (o theiane, nonostante i prodigi di cui gli alieni erano capaci)
risultava come magia. Il disco d'argento era un immenso “portale” di curvatura spazio-
temporale, da cui iniziarono a sciamare milioni di esapodi bianchi – i Talòi stessi.
Theia si lasciò sfuggire un singhiozzo umano.
Non c'era più nulla che i due ragazzi potessero fare.

O forse si.
<<Theia, ci sono un migliaio di tuoi fratelli e sorelle, i tuoi ha'ali, in criostasi sulla
De'ani. Prendi il Tevoo, portarli in salvo! La Luna è spacciata, ma noi umani abbiamo
ancora la Terra...>>

9
Theia scosse il capo, e deterse con meraviglia la lacrima che si stava cristallizzando
sotto la propria palpebra.
<<No, Alex.>>
La ragazza alzò il braccio, e indicò il versante della Luna opposto al portale dei Tàloi.
I baluginanti tentacoli di Aniara si estendevano nel vuoto, e lambivano il contrappeso
dell'ascensore orbitale terrestre. L'inquietante fulgore arancione stava illuminando il
cavo di nanotubi, scendendo lentamente quanto inesorabilmente verso il pianeta
azzurro.
<<Se ora prendessi il Tevoo e raggiungessi la De'ani, forse ce la farei in tempo... Ma la
Terra verrebbe assimilata, e a quel punto sarebbe una corsa al massacro – nella migliore
delle ipotesi i Talòi distruggerebbero il Sistema Solare... ma con la massa della Luna,
della Terra, e di tutti gli organismi che le abitano, dubito che Aniara potrebbe essere
fermato.>>
Theia replicò il primo gesto che aveva rivolto ad Alex, appoggiando la mano aperta sul
suo petto. <<Ti... amo?>> sorrise la giovane.
Uno shock elettrico attraversò il corpo di Aleksander, e le sue membra si bloccarono in
uno spasmo lancinante.
Theia sfiorò le sue labbra con le proprie, e spiccò un balzo verso il Tevoo, che ristrutturò
il proprio assetto attorno al suo corpo.
Alex non poteva che assistere, ben conscio di ciò che sarebbe accaduto per come e
quanto comprendeva il modo di ragionare di Theia. Quanto era stato stupido! Se solo ci
avesse pensato per primo, sarebbe stato lui, e non la sua amata a sacrificarsi.
Il bolide theiano si illuminò, sfrecciò in linea retta a una velocità impossibile, e sfruttò
la propulsione magnetica che lo potenziava per scagliarsi attraverso lo spazio. Come una
meteora di luce bianca, Theia solcò il cielo buio e i nugoli di Talòi, attraversando il
panorama lunare.
L'impatto del Tevoo con l'ascensore orbitale avvenne poco sotto al centro di massa della
ciclopica struttura, una sfera di calore termonucleare che annichilì il cavo per centinaia
di chilometri, troncando l'avanzata verso la Terra dell'incubo tecno-organico di Aniara.
Nello stesso istante, le palpebre di Alex fremettero, e grazie all'ultimo gesto di
Piscoforìa di Theia, egli comprese.

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Il giovane ingegnere si alzò dal suolo lunare e si librò in volo, trasportato dal potere
della propria amata.
Le visioni del futuro – mere proiezioni statistiche, comprese – si susseguirono nella sua
mente, alternandosi agli eventi che poteva ammirare con i propri occhi. Il giovane iniziò
a fluttuare dolcemente verso il proprio pianeta natale.
I Talòi calarono sulla Luna, simili a immensi artropodi di cui Aleksander poteva
distinguere l'anatomia da centinaia di chilometri di distanza. Aniara era condannato. La
detonazione del satellite fu pressoché immediata. I sintetici si accanirono sulla struttura
della IA che si era sviluppata sotto alla superficie lunare, e non toccarono neppure ciò
che non era stato assimilato.
La comprensione data dall'eredità di Theia lo colpì come uno schiaffo.
I Talòi avrebbero distrutto Aniara, la Luna, e con essa tutti i terrestri e i theiani rimasti.
Una cintura di detriti simile al primo strato di anelli di Saturno si sarebbe stratificata
attorno all'equatore Terrestre, e Alex rabbrividì quando comprese la portata delle
gigantesche esplosioni d'impatto delle macerie attirate oltre l'atmosfera dalla gravità
del pianeta.
La conoscenza delle scienze theiane ereditata dalla comunione mentale con Theia gli
suggerì che simili cataclismi sarebbero stati all'ordine del giorno, per non parlare del
cambiamento incalcolabile alle maree, e al riscaldamento globale.
Aleksander usò l'equazione adoperata a suo tempo per decidere la fuga dalla supernova
dei theiani, e capì che la Terra aveva ancora pochi mesi prima di diventare un inferno
devastato dai cataclismi.
Era tutto finito? Neanche per sogno. Alex sospirò, e si abbandonò al pianto, mosso dalla
speranza e atterrito dalla perdita della sua anima gemella.
Era l'unico depositario della conoscenza theiana, e aveva ereditato il ruolo di Theia
stessa: avrebbe salvato la propria gente.
Le specifiche per costruire una nave-generazionale interplanetaria erano un gioco da
ragazzi, e Alex padroneggiava anche i mezzi psicofòrici necessari per ottenere le risorse
per costruirla: ironicamente, proprio i detriti della Luna sarebbero stati il materiale
costituente dell'Arca galattica con cui evacuare la Terra.

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Mentre il pianeta azzurro si faceva più grande agli occhi del giovane ingegnere, i Talòi
scomparvero nuovamente attraverso la piega quantica, al cui posto tornarono visibili i
pianeti e le stelle.
<<Addio, mia amata.>> mormorò Aleksander, e si stupì di provare un'amara consolazione
oltre al dolore: Theia e la Luna sarebbero vissute per sempre nella memoria della sua
specie, benedizioni del cosmo, madrine della nuova epoca del genere umano.

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