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R.

Barthes, La Camera Chiara, 1980

Una fotografa può essere l'oggetto di tre pratiche: fare, subire, guardare. L'operator è colui che
fotografa, lo Spectator è l'osservatore, lo Spectrum è l'oggetto fotografato (termine in legame allo
spettacolo e al tema della morte). Davanti all'obiettivo io sono contemporaneamente quello che credo
di essere, quello che voglio fare credere di essere, quello che il fotografo crede di me e quello che gli
serve per rendere la sua fotografa “arte”.
La fotografa rappresenta quel particolarissimo momento in cui non sono né soggetto né oggetto, ma
piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto. In quel momento io vivo una micro-esperienza della
morte. Io divento spettro. Ciò che ravviso nella foto che mi viene fatta è la Morte. La morte è l'eidos
della fotografa.
Studium > che non signifca “lo studio”, ma l'applicazione ad una cosa, il gusto per qualcuno, un
interessamento sollecito ma senza particolare intensità. Attraverso lo studium mi interesso di molte
fotografe.
Punctum > questo elemento viene a infrangere lo studium, è ciò che mi trafgge in una scena. Esso è
puntura, piccolo taglio, macchiolina, è quella fatalità che mi punge, mi ferisce, mi ghermisce.
Lo studium dà vita ad un tipo di fotografa che possiamo defnire Unaria. La fotografa è unaria
quando trasforma enfaticamente la realtà senza sdoppiarla, senza farla vacillare. Le foto di reportage
sono spesso fotografe unarie. In esse il punctum è infatti assente, vi è shock ma non turbamento. La
foto può urlare ma non ferire. Queste fotografe mi interessano ma non le amo. Anche la fotografa
pornografca è unaria, niente è più omogeneo di essa. In queste fotografe unarie talvolta sono attratto
da un particolare, qualcosa che mi punge. Non è possibile fssare una connessione tra lo studium e il
punctum, si tratta solo di una co-presenza. Molto spesso il punctum è un particolare, un oggetto
parziale. Il punctum non è sempre intenzionale. Esso si trova nel campo della cosa fotografata come un
supplemento, qualcosa che è allo stesso tempo inevitabile, non voluto. Lo studium è sempre codifcato,
il punctum non lo è mai. Il punctum è immediato e per quanto immediato esso può adattarsi ad una
certa qual latenza, mai ad un esame. Il punctum è infne un supplemento, è già nella foto.

Nel cinema non sono libero di chiudere gli occhi, perchè riaprendoli non ritroverei più la stessa
immagine. Sono costretto ad una voracità continua, ma non vi è alcuna pensosità. Il cinema ha tuttavia
un potere che la fotografa a prima vista non ha. Lo schermo non è una cornice ma una maschera. Il
personaggio che ne scaturisce continua a vivere, come se si creasse un “campo cieco”. Nelle fotografe
tutto ciò che accade all'interno delle fotografe muore al di là di esse, i personaggi sono anestetizzati.
Non appena appare il punctum tuttavia, subito si crea un campo cieco. Il punctum fa fantasticamente
uscire il personaggio dalla fotografa. Se nell'immagine pornografca non vi è punctum, in quella erotica
può trascinare l'osservatore fuori dalla cornice, non facendo del sesso un oggetto centrale.

II

Chiamo “referente fotografco” non la cosa a cui rimanda un'immagine o un segno ma la cosa reale che
è stata posta dinnanzi all'obiettivo. In fotografa, al contrario delle altri imitazioni, non è possibile non
afermare che la cosa sia stata là. Il nome del noema (pensiero/concetto) della Fotografa è quindi “E'
stato” o anche l'Intrattabile.

Ciò che costituisce la natura della fotografa è la posa, laddove per posa intendiamo il trasferire
l'immobilità della foto presente su una registrazione passata. Nella foto qualcosa si è messo in posa e vi è
rimasto per sempre (al contrario del cinema). L'immobiltà della foto è come il risultato di una maliziosa
confusione tra due concetti: il Reale e il Vivente. Attestando che il soggetto è stato reale, essa induce a
credere che sia vivo, ma spostando questo reale verso il passato, essa suggerisce che sia già morto. La
fotografa non rimemora il passato: l'efetto che essa produce è quello di attestare ciò che è
efettivamente stato, il reale allo stato passato. Il linguaggio è per natura fttizio; per cercare di renderlo
infttizio si fa ricorso alla logica o al giuramento. La fotografa è invece indiferente a qualsiasi espediente
poiché essa non inventa, è l'autenticazione stessa. Ogni fotografa è un certifcato di identità.

La fotografa deve avere un rapporto con la “crisi della Morte” che ha inizio con la fne del XIX secolo.
Essa potrebbe infatti coincidere con l'irruzione nella nostra società moderna, di una Morte asimbolica,
al di fuori della religione e del rituale, un tufo nella morte letterale. Con la fotografa entriamo nella
“morte piatta”. Facendo della fotografa il testimone di ciò che è stato, la società moderna ha rinunciato
al monumento, ciò che nella società del passato rendeva il ricordo immortale.

Esiste un altro punctum, non più di forma ma d'intensità, è il Tempo.

Ciò che Marey e Muybridge fanno in qualità di operatores, io voglio farlo in qualità di spectator: io
scompongo, ingrandisco, e per così dire rallento per avere fnalmente il tempo di sapere. La fotografa
giustifca tale desiderio anche se poi non lo soddisfa. Io posso avere la folle speranza di scoprire la verità
perchè vivo nell'illusione che per accedere a ciò che sta dietro basta pulire la superfcie dell'immagine.
La foto tuttavia non sa dire ciò che dà a vedere.

La somiglianza è una conformità , ma conformità a che cosa? Ad un'identità. I soggetti sono somiglianti
nel momento in cui sono conformi a ciò che mi aspetto da loro. La somiglianza rimanda all'identità del
soggetto; essa lo ritrae in quanto se stesso mentre io voglio un soggetto come in se stesso. La somiglianza
mi lascia insoddisfatto. A volte la fotografa fa apparire ciò che non si coglie mai in un volto reale, il
tratto genetico. Fornisce un po' di verità a patto di spezzettare il corpo. Questa verità non è però quella
dell'individuo che resta irriducibile, bensì quella della discendenza. La discendenza dà un'identità più
forte dell'identità anagrafca, più rassicurante, poiché l'idea dell'origine ci placa mentre quella del futuro
ci mette in agitazione.

Bisogna dunque che mi arrenda a questa legge: non posso approfondire, penetrare la fotografa. Posso
solo esplorarla con lo sguardo come una superfcie mobile. La fotografa è piatta. A torto la si associa
all'idea di un passaggio oscuro. Bisognerebbe invece dire camera lucida (camera chiara). Dal punto di
vista dell'immagine infatti l'essenza dell'immagine è di essere tutta esteriore, e ciononostante più
inaccessibile dell'idea di interiorità. Se la fotografa non può essere approfondita è per la sua forza
d'evidenza. Tuttavia se si tratta di una persona e non più di una cosa, l'evidenza della fotografa assume
un altro rilievo. Dal momento che la fotografa autentifca l'esistenza di una persona, io voglio ritrovarla
globalmente, ossia in essenza,al di là di una semplice somiglianza anagrafca o ereditaria. Essa può
corrispondere al mio desiderio folle solo attraverso qualcosa di indicibile, che chiamo Aria.
L'aria è quella cosa esorbitante che si trasmette dal corpo all'anima. Essa è come il supplemento
intrattabile dell'identità, esprime il soggetto. Forse è in defnitiva qualcosa di morale, che apporta
misteriosamente al volto il rifesso di un valore di vita. Se il fotografo, per mancanza di talento o per
disavventura, non sa dare all'anima trasparente la sua ombra chiara, il soggetto muore per sempre.

Il noema della fotografa è semplice, “E' stato”. La follia è proprio qui; fno ad oggi nessuna
rafgurazione poteva assicurarmi circa il passato della cosa, se non per mezzo di riferimenti ad altre cose.
Con la fotografa invece la mia certezza è immediata. Essa diventa per me un medium bizzarro, una
nuova forma di allucinazione. Immagine folle, velata di reale.

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