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TEORIA DEL PIACERE.

La teoria del piacere di Giacomo Leopardi viene enunciata all'interno dello Zibaldone, ed è così
chiamata dal suo stesso autore. Alla spiegazione di questa teoria Leopardi dedica una ventina di
pagine, che costituiscono un breve e coeso saggio filosofico, steso, come indicano le date che lo
chiudono, tra il 12 e il 23 luglio del 1820. La riflessione di Leopardi parte da un’idea ben precisa:
ogni uomo, nel suo agire, mira «al piacere, ossia alla felicità»; questa tendenza al piacere non
conosce limiti perché connaturata all’esistenza; al contrario, i mezzi attraverso i quali l’uomo cerca
di soddisfarla, i «piaceri», sono limitati, temporanei ed effimeri. Ne consegue la distanza
incolmabile tra desiderio del piacere ed effettiva possibilità di soddisfarlo. Leopardi dimostra le
seguenti tesi:
1=Il desiderio del piacere è infinito per durata (non si esaurisce finché non finisce la vita) e per
estensione (il desiderio del piacere è inesauribile perché riguarda il piacere in sé, e quindi non
possono esistere singoli oggetti che lo soddisfino);
2=Il conseguimento di un oggetto di desiderio non spegne il desiderio del piacere, in quanto
risponde con qualcosa di finito a una richiesta infinita;
3=soltanto l’immaginazione può soddisfare il desiderio del piacere – desiderio che è infinito –
perché soltanto l’immaginazione può creare oggetti infiniti per numero, per durata e per
estensione; l’uomo sperimenta una condizione di felicità quando può soddisfare la propria infinita
sete di piacere con questi oggetti infiniti illusori, creati dalla sua facoltà immaginativa;
4=la natura aveva disposto gli uomini al piacere facendoli ignoranti, cioè capaci di illusioni e di
immaginazione; in poesia il vago e l’indefinito sono fonti di piacere in quanto attivano
l’immaginazione (ciò che è indeterminato non può essere percepito dalla ragione perché la
ragione non ha la capacità di concepire oggetti).
La teoria del piacere di Leopardi mette in relazione tre discipline diverse, la psicologia, la filosofia
della storia e l’estetica:
la psicologia quando definisce il desiderio del piacere innato nell’uomo e inestinguibile,
la filosofia della storia quando afferma la Natura provvidenziale e la negatività della ragione,
l’estetica quando definisce il poetico come vago-indefinito (è questo un concetto di capitale
importanza nella poetica leopardiana, soprattutto per la scrittura degli idilli).
La teoria del piacere è esposta in una coesa prosa argomentativa mentre lo Zibaldone, procede
per frammenti, intuizioni, riflessioni brevi, slegate e discontinue.
La teoria del piacere continuerà a occupare un posto centrale nel pensiero di Leopardi anche
quando, dopo le Operette morali, l’immagine della natura avrà cambiato di segno e sarà diventata
negativa: allora Leopardi non insisterà più sul potere benefico e rigenerante delle illusioni, potere
garantito dalla natura agli antichi e ai fanciulli, ma insisterà sul carattere vano del piacere, che si
rivelerà un puro fantasma, un oggetto evanescente e inafferrabile, a differenza della sofferenza e
della noia, unici aspetti reali della vita umana.

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