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REATI CONTRO L’ORDINE PUBBLICO

Il titolo V del libro II del codice contiene i delitti contro l’ordine pubblico. L’ordine pubblico non va
confuso col più ampio concetto di ordine giuridico, il quale, come sistema di norme e di enti,
comprende tutte le manifestazioni della vita del diritto. Ai fini del diritto penale, l’ordine
pubblico ha significato più ristretto: è il buon assetto e il regolare andamento della vita sociale,
che consente la pacifica coesistenza dei cittadini. L’interesse assume le forme del senso
collettivo della tranquillità e della sicurezza.
L’ordine pubblico pare essere un puro obiettivo polito-criminale che ispira una categoria di reato
caratterizzato da logiche marcatamente preventive (non a caso ci si trova in presenza di reato a
consumazione particolarmente anticipata). Il concetto di ordine pubblico deve essere
interpretato non come pura obbedienza dei cittadini rispetto alla legge, ma come sicurezza
materiale e collettiva.
Sono considerati rilevanti penalmente solo quelle condotte che si caratterizzano per la capacità
di suscitare disordine e violenza tali da sovvertire l’ordinario e pacifico svolgimento della vita dei
cittadini e mettere concretamente a repentaglio la sicurezza fisica degli stessi.

✓ Pubblica istigazione a violare le leggi.


Raggruppiamo in questa categoria le 4 figure criminose che sono previste negli artt. 414 e 415
c.p., e cioè l’istigazione a delinquere, l’apologia di delitto, l’istigazione a disobbedire alle leggi e
l’istigazione all’odio fra le classi sociali. Carattere comune a tutte queste fattispecie è la
pubblicità del comportamento: il fatto deve essere realizzato pubblicamente e cioè deve essere
commesso col mezzo della stampa o con altro mezzo di propaganda, oppure in un luogo
pubblico o aperto al pubblico, in presenza di più persone o in una riunione che per il luogo in cui
è tenuta, oppure, per il numero degli intervenuto o per lo scopo od oggetto di essa, abbia
carattere di riunione non privata (Art. 266 cp).
La pubblicità costituisce elemento essenziale dei reati in esame. Per la sussistenza del dolo, il
soggetto, oltre alla volontà dell’azione, deve avere la consapevolezza di agire in presenza di
quelle condizioni da cui dipende la pubblicità del suo comportamento. Mancherebbe, quindi, il
dolo, ad es., nel caso dell’individuo che, per esercitarsi all’oratoria, facesse un discorso
incendiario in un luogo aperto al pubblico, ritenendo di essere solo, mentre vi sono alcune
persone che lo ascoltano.

✓ Istigazione a delinquere (414 cp)


<< Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto
dell’istigazione”. Questa incriminazione rappresenta una deroga al principio generale sancito
dall'art. 115 del codice secondo cui, l’istigazione a commettere un reato non è punibile, se non
sia accolta e seguita dalla commissione del reato medesimo.
La minaccia all’ordine pubblico, derivante dalla pubblicità del fatto, spiega l’eccezione.
Il codice distingue, ai fini della pena, secondo che si tratti di istigazione a commettere delitti o di
istgazioni a commettere contravvenzioni.

A) L’istigazione è sinonimo di eccitamento. Essa implica un’azione sulla psiche di altre persone
per spronarle a compiere determinati fatti, facendo sorgere o rafforzando motivi di impulso,
ovvero distruggendo o evolendo motivi inibitori. Non si richiede che l’istigazione sia diretta al
pubblico, e cioè alla folla, ma deve ritenersi necessario che il fatto sia commesso in presenza di
una pluralità di persone. L’istigazione può essere posta in essere nei modi e coi mezzi più svariati:
scritti, parole, rappresentazioni teatrali, proiezioni cinematografiche, trasmissioni radiofoniche e
televisione, etc., e persino coi fatti.
Anche l’istigazione indiretta, e cioè nascosta attraverso scritti o discorsi apparentemente leciti,
può integrare gli estremi del reato in esame.
B) Oggetto dell’istigazione deve essere la commissione di uno o più reati, delitti o
contravvenzioni. E’ necessario che si tratti di reati determinati, e cioè di una o più figure
criminose oppure di una o più fattispecie criminose concrete. L’istigazione a commettere reati, in
generale, non realizza il reato in esame ma rientra nella previsione dell’istigazione a disobbedire
alle leggi. Non occorre che l’agente indichi specificamente il nomen iuris del fatto istigato: basta
che questo corrisponda ad un tipo di reato previsto dalla legislazione in vigore. Non esige
neppure che il fatto sia punibile in concreto, e perciò nulla rileva che si tratti di un reato
perseguibile a querela o di reato amnistiato. È fuori dubbio che il delitto resta unico, quando, col
medesimo comportamento, si istighi a commettere più reati.
C) Ai fini della consumazione è suffciente il fatto dell'istigazione in pubblico: si prescinde quindi
dalla commissione o meno dei reati a cui l’istigazione medesima era diretta. Deve però trattarsi
di una condotta concretamente idonea per l’istigazione a delinquere.
D) Il dolo consiste nella volontà di istigare alla commissione di uno dei fatti costituenti reato. Tale
volontà deve essere accompagnata dalla consapevolezza dell’effetto dell’istigazione e da quella
di agire pubblicamente.
E) Il titolo delittuoso ha carattere generico e quindi è applicabile soltanto quando il fatto non sia
incriminato in modo specifico da altra norma penale.
F) Se l’istigazione commessa pubblicamente e rivolta anche ad una o più persone determinate, è
accolta da queste ultime e il reato viene realizzato, l’istigatore deve rispondere anche di
quest’ultimo in qualità di concorrente, sempre che la sua azione abbia recato quel contributo al
verificarsi del fatto che è richiesto affinché possa parlarsi di compartecipazione criminosa. In tale
eventualità, la qualificazione giuridica corretta per l’istigazione non sarebbe l’ipotesi prevista
all’art. 414, bensì il concorso morale nel reato commesso dall’istigato.

SANZIONI:
- per l’istigazione a commettere uno o più delitti è prevista la reclusione da 1 a 5 anni
- per l’istigazione a commettere uno o più contravvenzioni è prevista la reclusione fino a 1 anno
o la multa fino a 206€
- se si tratta di istigazione a commettere uno o più delitti e una o più contravvenzioni, si applica la
reclusione da 1 a 5 anni (Art. 414 c.3)

✓ Apologia di delitti.
Art. 414 c. 3: è punito <<Chiunque pubblicamente fa apologia di uno o più delitti>>. L’apologia è
una manifestazione di pensiero consistente nell’esaltare un dato di fatto o il suo autore, con
l’intento di propaganda, e cioè con lo scopo di spronare, eccitare altri all’imitazione o quanto
meno di eliminare in essi la ripugnanza verso il fatto medesimo o il suo autore. In sostanza, non
che una forma di istigazione indiretta.
L’apologia di reato, pertanto, si concreta nell'esaltazione di un’attività delittuosa capace di far
sorgere il pericolo di ulteriori reati e di turbare l’ordine pubblico.
L’apologia deve avere ad oggetto uno o più delitti; le contravvenzioni non sono considerate dalle
norme incriminatrici.
Per i modi di esecuzione, il momento consumativo e il dolo vale quanto è stato detto per
l’istigazione a delinquere.
SANZIONE: reclusione da 1 a 5 anni.
✓ Istigazione o apologia ai delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità.
Ai sensi dell'art. 414 c.4 cp., introdotto nel luglio del 2005, <<fuori dai casi dell’art. 302
(istigazione a commettere alcuni dei delitti prevenuti dai capi primo e secondo e cioè “delitti
contro la personalità internazionale dello Stato” e “delitti contro la personalità interna dello
Stato”), se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la
pena è aumentata della metà>>.
La creazione di tale circostanza aggravante si incardina nelle innovazioni del decreto Pisanu,
finalizzate a rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto del terrorismo internazionale.
Tale configurazione aggravata ha carattere sussidiario, essendo realizzabile solo fuori dei casi
dell’art. 302 cp. Nel 2015 è stato introdotto un ultimo periodo dell’art. 414 c. 4, che punisce con
una pena aumentata fino ai 2/3 colui che commetta il fatto di istigazione o apologia di delitti di
terrorismo o crimini contro l’umanità attraverso strumenti informatici o telematici.

✓ Istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia.


Nel 2012 è stato inserito all’art. 414-bis una nuova fattispecie speciale di istigazione a delinquere
e apologia di delitti con specifico riferimento alle pratiche di pedofilia e pedopornografia.
L’oggetto dell’istigazione e dell’apologia sono i delitti previsti dagli artt. 600-bis, 600-ter e 600-
quater cp., anche quando relativi agli artt. 600-quater1, 600-quinquies, 609-bis, 609-quater e
609-quinquies.
L’art. 414-bis è speciale rispetto alle ipotesi generali di reato di cui all’art. 414, ma per espressa
clausola di esordio della disposizione (Salvo che il fatto costituisca più grave reato), è sussidiario
rispetto ad ogni più grave reato, sicché dovrà cedere il passo all’applicazione dei reati oggetto di
istigazione ed apologia qualora le pratiche di pedofilia e pedopornografia vengano commesse.
Inoltre, è prevista un’esplicita esclusione di ogni scriminante basata su finalità artistiche,
culturali e di costume.
SANZIONE: reclusione da 1 anno e 6 mesi a 5 anni.

✓ Istigazione a disobbedire alle leggi.


Art . 415: <Chiunque pubblicamente istiga alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico,
ovvero all’odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni>. Il reato consiste
nell’istigare pubblicamente alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico. L’incriminazione è
intesa ad evitare condizioni sociali favorevoli alla violazione delle leggi in materia di ordine
pubblico.
A) La disobbedienza a cui deve essere rivolta l’istigazione è il rifiuto di osservare i precetti
contenuti nella legge. La propaganda per l’abrogazione di una legge, non rientra nel paradigma
del reato.
B) La determinazione del concetto di legge di ordine pubblico non è pacifica. L’espressione
"ordine pubblico" non va intesa nel senso ristretto in cui viene usata quando si fa riferimento alla
categoria dei delitti contro l’ordine pubblico.
- Secondo il Vannini: le leggi di ordine pubblico sono le leggi penali
- Secondo altri autori: sono quelle che riguardano la tutela degli ordinamenti fondamentali dello
Stato nei suoi organi costituzionali e nei suoi istituti basilari
- Per il Manzini: quelle norme giuridiche rispetto alle quali non è riconosciuta ai destinatari
alcuna potestà dispositiva o derogatoria.
Per quanto la norma incriminatrice parli di "leggi" è fuori dubbio che anche la disobbedienza di
una sola legge è sufficiente per concretare il reato: deve trattarsi di legge già in vigore.
Se la disobbedienza istigata riguarda una data norma di diritto penale, per il principio di
specialità si applica l’articolo precedente che prevede l’istigazione a delinquere. L’articolo in
esame è applicabile, solo quando l’istigazione non abbia per oggetto uno o più determinati reati,
ma in genere la violazione delle leggi penali.
C) Per ciò che riguarda i modi di esecuzione del reato, la consumazione e il dolo, si rinvia a
quanto è stato esposto per l’istigazione a delinquere, non essendo altra differenza fra i due reati
che quella che concerne l’oggetto della istigazione.
SANZIONE: reclusione da 6 mesi a 5 anni.

Istigazione all’odio fra le classi sociali.


Questo delitto è previsto insieme con l’art. 415, ne differisce sostanzialmente, perché in esso la
pubblica istigazione non mira alla disobbedienza alle leggi, ma all’odio fra le classi sociali. È una
istigazione indiretta.
A) L’interpretazione del termine "classe sociale" dà luogo ad incertezze perché, mentre alcuni lo
intendono nel senso di categoria sociale unificata dal vincolo di comuni interessi economici, altri
ritengono che il concetto comprenda ogni gruppo di persone tenute insieme da comuni
sentimenti,interessi, ideologie, anche semplicemente spirituali.
B) Perché sussista il reato non occorre che il colpevole induca una classe contro l’altra, né che
spinga ad odiare un’intera classe: basta che susciti o rafforzi l’odio delle persone, a cui si rivolge,
contro gruppi di individui appartenenti a classi sociali diverse.
SANZIONE: reclusione da 6 mesi a 5 anni.

✓ Associazione per delinquere (Art. 416)


Tale delitto si verifica quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti.
Coloro che partecipano all’associazione solo per ciò sono puniti. Il codice sancisce una pena più
grave per le persone che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione, come pure i
capi dell’associazione mafiosa. L’esistenza di un’associazione per delinquere costituisce un
fenomeno antagonistico all’ordinamento e alla sua scala di valori, quindi, di per sé sola, e cioè
indipendentemente dai delitti che siano commessi, determina una condizione disvoluta dal
sistema penale. L’incriminazione, al pari dell’istigazione a delinquere, costituisce una deroga al
principio generale sancito all’art. 115 (“Quando due persone si accordino allo scopo di
commettere un reato, e quindi non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto
dell’accordo”), deroga che è giustificata dal pregiudizio particolare che è insito nel fatto
configurato (il fatto di una associazione a delinquere).
A) L’associazione per delinquere si caratterizza per tre fondamentali elementi:
- Vincolo associativo: permanente, o comunque stabile, destinato a durare nel tempo
- Indeterminatezza del programma criminoso: distingue il reato associativo dall’accordo che
sorregge il concorso di persone nel reato.
- Esistenza di una struttura organizzativa: sia pur minima, ma idonea e soprattutto adeguata a
realizzare gli obiettvi criminosi.
Associazione non equivale ad accordo. Affinché esista associazione occorre qualche cosa di più: è
necessaria l’esistenza di un minimum di organizzazione a carattere stabile senza che, però,
decorra alcuna distribuzione gerarchica di funzioni.
La forma di organizzazione adottata è indifferente.
Il carattere stabile del vincolo associativo dà al reato la netta impronta del delitto permanente. È
ben possibile che l’organizzazione in cui consiste l’associazione, sia in realtà preesistente al
sodalizio e persino volta originariamente a scopi leciti da cui viene poi deviata ad opera degli
associati.
Non è poi richiesta nemmeno una durata, né una stabilità particolare, ma semplicemente che
l’organizzazione non sia a priori costituita per uno o più reati definiti e predeterminati.
B) Obiettivo dell’associazione deve essere la commissione di più delitti (non di contravvenzioni).
Si esige che l’associazione abbia come scopo l’attuazione di un programma di delinquenza e cioè
il compimento di una serie indeterminata di delitti. Associarsi per commettere un solo delitto
non integra la fattispecie in esame. A differenza del codice Zanardelli, non si richiede che gli
associati abbiano di mira alcuni delitti piuttosto che altri. Pure irrilevante è che i delitti in
programma siano della stessa specie. L’associazione per delinquere presenta qualche affinità con
la compartecipazione criminosa, ma ne differisce profondamente.
Nel concorso di persone l’accordo fra i compartecipi è circoscritto alla realizzazione di uno o più
delitti nettamente individuati, commessi i quali l’accordo si esaurisce e viene meno ogni
ulteriore pericolo.
Nell’associazione a delinquere, invece, dopo l’eventuale commissione di uno o più reati, il
vincolo associativo permane per l’ulteriore attuazione del programma di delinquenza
prestabilito e quindi persiste quel pericolo per l’ordine pubblico che è caratteristica essenziale
del reato. È ben possibile partecipare a due o più associazioni per delinquere. Risponde di
concorso esterno nel reato associativo e non di favoreggiamento personale, colui che, esterno al
sodalizio, agisce con la finalità di fornire non un aiuto al singolo ad eludere le indagini, ma un
contributo alla capacità operativa dell’associazione, alla sua conservazione ed alla realizzazione
di future imprese criminali. È punibile a titolo di partecipazione e non in applicazione della
disciplina del concorso esterno, colui che presta la sua adesione ed il suo contributo all’attività
associativa, anche per una fase temporalmente limitata.
C) Per la configurabilità del delitto occorre la partecipazione di almeno tre persone. Si discute se
debbano essere computate nel numero minimo dei soggetti attivi richiesti le persone sfornite
della capacità di intendere o di volere, e cioè gli infermi di mente e gli immaturi. La dottrina
prevalente e la giurisprudenza lo negano, ma l’esclusione non ha alcuna giustificazione ed è in
contrasto con l’art.112 secondo cui anche i non imputabili vanno annoverati tra i concorrenti del
reato. Il codice distingue, ai fini della pena, dai semplici associati, i promotori, i costitutori, gli
organizzatori e i capi.
• Promotori : promuovono l’associazione le persone che se ne fanno iniziatrici
• Costitutori : coloro che con le loro attività ne determinano o concorrono a determinare la
nascita
• Organizzatore : chi coordina l’attività dei singoli soci, per assicurare la vita, l’efficienza e lo
sviluppo dell’associazione, il coordinamento e l'impiego delle strutture e delle risorse
associative, nonché reperisce i mezzi necessari alla realizzazione del programma criminoso
• Capi : sono gli individui che regolano, in tutto o in parte, l’attività collettiva con posizione di
superiorità
• Partecipi : coloro che esplichino una qualsiasi attività, anche di secondaria importanza, al
momento della costituzione o dell’organizzazione del gruppo criminale, nonché in occasione
dell’esecuzione dei vari reati oggetto del sodalizio illecito, che può anche consistere nel
preventivo impegno ad assicurare la propria copertura in caso di necessità. Non è necessario il
mantenimento del legame con l’organizzazione per un periodo di tempo particolarmente
protratto, potendo rilevare anche una partecipazione di breve durata.
D) Il delitto si perfeziona non appena è costituita l’associazione. Ai fini della sua esistenza non
importa che siano commessi o meno i reati che sono in programma ma il solo fatto
dell’associazione integra il delitto. I compartecipanti che ammettono uno o più dei reati che
formano oggetto dell’associazione, ne rispondono individualmente in concorso col delitto di
associazione per delinquere. Nulla esclude che si possa pervenire ad un’associazione a
delinquere partendo da una societas esistente: ciò avverrebbe qualora alle finalità originarie e
lecite i comportamenti sostituissero o aggiungessero quella di commettere più delitti.
Naturalmente, nei confronti di chi entri a far parte dell’associazione a delinquere
successivamente alla sua costituzione, la violazione si verifica nel momento in cui avviene
l’ingresso nell’associazione. Trattandosi di un reato permanente, la consumazione si protrae fino
a quando si verifica lo scioglimento dell’associazione.
E) Il dolo consiste nella volontà di entrare a far parte di un’associazione, avendo lo scopo di
commettere delitti e sapendo che in essa vi sono almeno due altre persone che si propongono lo
stesso fine. Si tratta di dolo specifico (è una forma di dolo in cui il legislatore richiede, per la
consumazione del reato, che l’agente agisca per un fine particolare). Richiedere la coscienza e la
volontà di partecipare attivamente alla realizzazione del programma in modo stabile e
permanente non equivale ad esigere che tutti gli associati abbiano in programma i medesimi
fatti criminosi.
F) Per quanto riguarda la consumazione non è configurabile il tentativo con riferimento ai delitti
di partecipazione, promozione, direzione o organizzazione di un’associazione per delinquere in
fase di costituzione ma non ancora costituita.
Una volta fatto ingresso nell’associazione, però, il reato è consumato anche per il partecipe che
poi se ne dissoci, recidendo i legami con il resto del sodalizio, sicché le condotte di volontario
allontanamento dal consesso criminale non possono essere mai inquadrate come desistenza ma
soltanto quali espressione di cessazione della permanenza del reato con riferimento allo
specifico membro dell’associazione che abbia mutato le proprie determinazioni criminose.
G) Come l’istigazione a delinquere, il delitto in esame ha carattere generale. La disposizione
relativa, pertanto, non si applica quando un fatto di associazione per delinquere sia preveduto in
modo specifico da altra norma penale (Es: associazioni di tipo mafioso anche straniere,
cospirazione politica mediante associazione).
H) Sono previste quattro circostanze aggravanti speciali:
- Quando gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie (brigantaggio). Per la
sussistenza dell’aggravante non è necessaria l’abitualità dei fatti di scorreria, ma è sufficiente una
ripetjzione che produca un più grave pubblico allarme. Non occorre neppure che durante la
scorreria siano commesse depredazioni, bastano che uno o più degli associati percorrano armati
le campagne e le pubbliche vie al fine di attuare il loro programma di delinquenza.
- Quando il numero degli associati è di 10 o più. Nel numero stabilito dalla legge debbono essere
computati anche gli incapaci penalmente.
- È stata introdotta nel 2009 una circostanza aggravata quando se l’associazione è diretta a
commettere delitti di cui agli artt. 600 (riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù), 601
(tratta di persone) e 602 (acquisto e alienazione di schiavi).
- È stata introdotta nel 2012 e tale circostanza aggravata ricorre quando l’associazione è diretta a
commettere i delitti di cui agli artt. 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater1, 600-quinquies,
609-bis se in danno di minorenni, 609-quater, 609-quinques, 609-octies se in danno di
minorenni, 609-undecies.
SANZIONI:
> Capi, promotori, costitutori e organizzatori: pena della reclusione da 3 a 7 anni
> Associati: pena della reclusione da 1 a 5 anni
- Aggravante dei fatti di scorreria: pena della reclusione da 5 a 15 anni
- Aggravante se gli associati sono 10 o più: pena aumentata fino ad 1/3
- Pene aumentate ulteriormente da 1/3 alla metà se il fatto è commesso da persona già
sottoposta a misura di prevenzione con provvedimento definitivo
+ Alla condanna per il delitto di associazione per delinquere, in ogni sua ipotesi, segue
obbligatoriamente l’applicazione di una misura di sicurezza: in particolare la libertà vigilata, a
meno che, per le qualità personali del soggetto, sia applicata una misura più grave o il giudice
ritenga di disporre l’internamento in una colonia agricola o in una casa di lavoro.

Assistenza agli associati.


L’art. 418 prevede come delitto autonomo il fatto di chiunque, fuori dai casi di concorso nel reato
o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce il vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di
comunicazione a taluna delle persone che partecipano all’associazione. L’assistenza non deve
essere tale da costituire concorso nell’associazione per delinquere. L’aiuto non deve andare a
favore di tutta l’associazione perché in tale ipotesi sarebbero applicabili le disposizioni di cui agli
artt. 110 e ss.
È necessario che l’aiuto sia prestato a singoli membri dell’associazione, senza che questa nel suo
complesso se ne avvantaggi in modo rilevante. Non deve trattarsi di favoreggiamento vale a dire
di un aiuto prestato post crimen patratum (dopo l’esaurimento dell’attività criminosa
dell’associazione) per eludere le investigazioni dell’Autorità o sottrarsi alle ricerche di questa.
L’aiuto ai singoli membri dell’associazione deve consistere nel dare rifugio, vale a dire nel
procurare asilo, ricovero o luogo di scampo, oppure nel fornire vitto, e cioè quel che serve sia al
mangiare che al bere, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione. Altre forme di
aiuto non sono considerate dalla legge. Il delitto di assistenza agli associati presuppone
l’estraneità dell’agente rispetto al sodalizio criminale e la coincidenza temporale dell’attività di
assistenza con l’operatività dell’associazione criminale. La fornitura di vitto o rifugio compiuta in
favore dei singoli associati dopo la cessazione del sodalizio può integrare eventualmente il delitto
di favoreggiamento personale.
A) Se l’assistenza è prestata continuamente, il delitto è aggravato.
B) Causa speciale di esclusione della pena, disponendo che non è punibile chi commette il fatto
in favore di un prossimo congiunto.
SANZIONI: La pena originaria della reclusione fino a 2 anni è stata sostituita con la pena della
reclusione da 2 a 4 anni.

Associazioni di tipo mafioso anche straniere.


L’art. 416-bis incrimina chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più
persone. I connotati di tale associazione sono:
- Particolare forza intimidatrice del vincolo associativo
- La condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva.
Fattori di cui si avvalgono i suoi componenti non solo per commettere delitti, ma anche per
acquisire in modo direttoo o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche,
di concessioni, di autorizzazioni appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi
ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di
procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Sono previste sanzioni più
gravi per i dirigenti, promotori o organizzatori, nonché nel caso in cui l’associazione sia armata,
intendendosi per tale quella in cui i partecipanti siano in grado di realizzare i propri fini illeciti
grazie alla disponibilità di armi o materie esplodenti. Un ulteriore aumento di pena si ha quando
le attività economiche, assunte o controllate dagli associati, vengono finanziate in tutto o in
parte con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti. La condanna importa sempre la confisca
delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il
prezzo, il prodottoo, il profitto o che ne costituiscono l’impiego. Le norme suddette si applicano
anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, che valendosi
della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle
associazioni di tipo mafioso.
A) Se il reato in esame ha natura permanente è perché è stabile il vincolo associativo; ciò che lo
distingue dal delitto di cui all’art. 416 è il venir meno dell’indispensabilità della prova di un
carattere tipico di quella figura criminosa: la finalità di realizzare più specifici delitti.
B) Il concetto di organizzazione mafiosa necessita di una serie di precisazioni che il legislatore
ha inteso fornire all’interprete. La finalità di arricchimento dei componenti sfruttando rapporti di
dipendenza personale a tutti i livelli è inserita in una logica di dominio e di conquista illegale e
violenta di spazi di potere reale.
C) Non basta all’esistenza del reato il mero accordo; occorre una struttura organizzativa che
l’articolo in esame non definisce.
D) Sul numero dei partecipanti e sui criteri individuazione dei promotori, dirigenti o organizzatori
rinviamo a quanto osservato per l’art. 416. Una pronuncia delle Sezioni Unite aveva riconosciuto
l’ammissibilità del concorso esterno in associazione mafiosa, sottolineando la diversità dei ruoli
tra chi partecipa all’associazione ed il concorrente eventuale: mentre il primo è colui che
fornisce un apporto continuo ed assiduo all’associazione, il secondo (concorrente) è colui che
non vuole far parte dell’associazione, ma al quale essa si rivolge sia ad esempio per colmare i
temporanei vuoti in un determinato ruolo, sia soprattutto nel momento in cui la fisiologia
dell’associazione entra in fibrillazione, attraversando una fase patologica, che per essere
superata esige il contributo temporaneo, limitato, di un esterno.
Fornisce un apporto causalmente efficiente alla realizzazione del reato colui il quale pone in
essere una condotta che appaia ex ante idonea a facilitare la commissione dello stesso,
aumentando le probabilità di verificazione, anche se ex post si sia poi rivelata inutile o dannosa.
Tale impostazione era stata fortemente criticata dalla dottrina sulla base di svariate
considerazioni, prima tra tutte il fatto che, da un lato si rischiava di trasformare l’istituto del
concorso di persone nel reato in una fattispecie a consumazione anticipata, chiamata a
sanzionare la creazione di un mero pericolo per l’ordine pubblico, dall’altro, si rischiava di
ricondurre l’istituto in esame esclusivamente alla categoria del concorso morale. La sentenza
Carnevale ha dapprima riconfermato il tema dell’ammissibilità del concorrente esterno ed in
secondo luogo ne ha meglio precisato i confini. Le Sezioni Unite del 2002 hanno individuato la
figura del concorrente esterno in colui che, a differenza del partecipe, è privo dell’affectio
societatis e non è stabilmente inserito nella struttura organizzativa del sodalizio, ma fornisce
comunque un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere
indifferentemente occasionale o continuativo.
Tale contributo deve avere un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del
rafforzamento dell’associazione e l’agente deve rappresentarsi l’utilità per la realizzazione, anche
se parziale, del programma criminoso. Il contributo dell’extraneus deve essere effettivamente
idoneo, mediante un comportamento positivo, ad arrecare un oggettivo apporto di
rafforzamento o consolidamento dell’associazione, sulla base di un giudizio effettuato ex ante.
Con la sentenza Mannino sono stati ridefiniti i contorni del contributo atipico dell’extraneus, da
intendere come colui che fornisce un apporto che abbia avuto una reale efficienza causale, che
sia stato condizione necessaria per la concreta realizzazione del fatto criminoso collettivo e per la
produzione dell’evento lesivo del bene giudico protetto.
Il beneficio per l’associazione può assumere varie consistenze, dall’incremento della potenza
finanziaria della cosca, all’aumento del prestigio e dell’importanza nell’ambito dei rapporti con
le altre consorterie criminali, indipendentemente dai risultati economici ottenuti. La rilevanza del
contributo del concorrente esterno è effettuata verificando se, eliminata quella determinata
condotta si sarebbe comunque verificato quel determinato risultato. Tale approccio ha
consentito di escludere tutti quei contributi dei concorreti che si siano rivelati controproducenti
o comunque ininfluenti. Le Sezioni Unite hanno così definitivamente abbandonato la teoria
sposata in particolare nella sentenza Carnevale, secondo la quale era considerata sufficiente per
configurare la condotta del concorrente esterno la generica messa a disposizione di un soggetto
particolarmente qualificato per la sua peculiare posizione nel contesto politico a favore
dell’associazione. Tale contributo morale non è più destinato a rilevare di per sé, ma soggiace ad
una verifica ex post, per accertare l’effettiva incidenza causale del contributo stesso sul
mantenimento in vita o il rafforzamento dell’associazione mafiosa. Ancora di recente, la
Cassazione è intervenuta per delineare i connotati del concorrente esterno, identificandoli per
differenza rispetto a quelli del partecipe. La distinzione tra il partecipante ad associazione
mafiosa ed il concorso esterno deve impostarsi come una differenza qualitativa e non
quantitativa, poiché ciò che rileva è l’organicità del rapporto tra il singolo e la consorteria, per cui
deve essere qualificato come contributo di piena partecipazione quello del soggetto cui sia stato
attribuito un ruolo nel sodalizio, anche se lo stesso non abbia mai avuto occasione di attivarsi.
Al contrario, va qualificato come contributo concorsuale esterno quello di colui sulla cui
disponibilità il sodalizio non può contare, ma a cui l’associazione si rivolge occasionalmente sulla
base di autonomi accordi, siglati di volta di volta.
E) Il delitto ha carattere permanente e, mentre esso si consuma con l’ingresso nell’associazione,
la consumazione si protrae siano a quando non intervenga lo scioglimento o l’abbandono da
parte del soggetto attivo.
F) Il dolo consiste nella volontà di essere associato, entrando nella consorteria o rimanendovi, e
nella coscienza delle caratteristiche e finalità di quest’ultima.
G) Costituiscono aggravanti speciali: l’aver promosso, diretto od organizzato l’associazione;
l’avere i partecipanti la disponibilità di armi o materie esplodenti, con previsione, in tal caso, di
ulteriore aggravamento di pena per i promotori, dirigenti ed organizzatori; il finanziamento di
attvità economiche con il prezzo, prodotto o il profitto di delitti.
SANZIONI:
- Capi, promotori, organizzatori: reclusione da 12 a 18 anni se l’associazione non è armata; se
l’associazione è armata da 15 a 26 anni
- Partecipanti: reclusione da 10 a 15 anni se l’associazione non è armata; se l’associazione è
armata da 12 a 20 anni
- Pene tutte aumentate da 1/3 alla metà: se le attività economiche di cui gli associati intendono
assumere o mantenere il controllo risultino finanziate in tutto o in parte con il prezzo, prodotto o
profitto di delitti.
- Pene tutte aumentate da 1/3 alla metà: se il fatto è commesso durante l’applicazione di una
misura di sicurezza e sino a 3 anni dopo. - È sempre obbligatoria la confisca delle cose che
servirono o furono destinate a commettere il reato o delle cose che servirono o furono destinate
a commettere il reato o delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto.
- Sono effetti penali della condanna: la decadenza delle licenze di polizia, di commercio, la revoca
delle concessioni di acque pubbliche, la cancellazione dagli albi degli appaltatori di opere o
forniture pubbliche.

Scambio elettorale politico-mafioso.


È stato introdotto nel 1992 l’art. 416-ter che stabilisce che la pena stabilita dal primo comma
dell’art. 416-bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti in cambio della erogazione di
denaro. Nel 2014 il legislatore ha profondamente modificato il delitto. La disposizione originaria
costituiva un reato plurisoggettivo improprio, dal momento che pur descrivendo un reato
caratterizzato dall’intersezione di prestazioni sinallagmatuche, sottoponeva a pena unicamente il
politico e non anche il procacciatore dei voti appartenente all’associazione mafiosa. Oggi la
tipicità del fatto risulta notevolmente più ampia, essendovi state ricondotte entrambe le figure,
nonché l’accettazione della promessa di voti in cambio della mera promessa di denaro.
È stata in fine aggiunta ogni altra utilità quale prezzo del reato.
A) Nell’art. 416-bis tre le finalità dell’associazione di tipo mafioso è venuto a comprendere il fine
di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri. La risposta
penale conseguente a questa precisazione era sempre condizionata all’appartenenza
all’associazione medesima.
Con l’art. 416-ter, il legislatore ha inteso meglio realizzare gli scopi generali creando un nuovo
reato volto a perseguire chi, pur al di fuori dell’organizzazione, compri la promessa di voto
erogando denaro. L’art. 416-bis esige, se non la partecipazione all’associazione, un qualche
collegamento con sistemi organizzativi e metodi mafiosi: bisogna che l’acquisto sia
accompagnato da quella forza persuasiva di chi acquista e da quelle condizioni di
assoggettamento, in ambiente di omertà, di chi riceve il denaro a precise condizioni, che sono
tipiche dei luoghi dove le associazioni mafiose esercitano il loro potere. La formulazione dell’art.
416-ter risulta una fattispecie diferente: è prevista la punibilità dell’altra parte dell’accordo
criminoso con le stesse pene di chi accetta la promessa di voti.
Per essere punibile, la condotta di accettazione deve riguardare una promessa di
procacciamento di voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’art. 416-bis, vale a dire
avvalendosi del vincolo di assoggettamento ed intimidazione derivante dall’appartenenza al
sodalizio mafioso.
Il contenuto della contro-prestazione del politico deve consistere nell’erogazione o nella
promessa di erogazione di denaro o altra utilità. Il legislatore ha ampliato, rispetto alla fattispecie
precedente, il novero dei fatti punibili, affiancando alla condotta dell’erogazione anche quella
promessa di erogazione.
La modifica normativa recepisce un orientamento giurisprudenziale secondo il quale il termine
"erogazione" doveva essere interpretato come comprensivo della mera promessa,
indipendentemente dalla materiale erogazione del denaro.
Ulteriore e più rilevante modifica riguarda l’oggetto dell’accordo tra politico e mafioso, che non è
più circoscritto alla sola erogazione di denaro in cambio di voti, bensì è esteso anche ad altra
utilità,dal momento che quasi mai la prestazione del politico consisteva nella dazione di denaro,
quanto piuttosto nella promessa di altri comportamenti indebiti e vantaggiosi per l’associazione
mafiosa.
B) La nuova fattispecie sembra individuare il momento consumativo in quello della accettazione
della promessa, anche se la previsione come controprestazione in via alternativa della
erogazione o della promessa di erogazione di denaro o altra utilità potrebbe condurre a ritenere
che, nel caso in cui alla stipula del patto segua una dazione materiale frazionata nel tempo di
denaro o utilità, il reato non si consumi nel momento della conclusione dell’accordo ma in quello
dell’ultimo pagamento. Potrebbe considerarsi, dunque, che il momento consumativo del reato
sia indifferentemente quello dell'erogazione o della promessa di erogazione.
C) Il dolo esige la volontà di richiedere o accettare la promessa di voti in cambio di denaro o
utilità, nonché, per la controparte di promettere voti in cambio di denaro o altra utilità, con la
piena coscienza per entrambi dell’impiego strumentale delle condizioni di cui all’art. 416-bis.
D) Dopo la riforma è possibile ritenere che la fattispecie si ponga in rapporto di sussidiarietà con
quelle del concorso esterno in associazione mafiosa. La nuova formulazione dell’art. 416-ter
descrive una condotta lesiva del medesimo bene giuridico aggredito da quelle di concorso
esterno in una associazione mafiosa, ma dotata di intensità e disvalore minori. Come detto, dopo
la sentenza Mannino (2005) ai fini della rilevanza penale a titolo di concorso esterno di una
condotta di contiguità mafiosa da parte di un politico, è indispensabile precedere alla
dimostrazione dell’effettivo rafforzamento che essa ha prodotto per l’intera associazione; il
nuovo art. 416-ter invece rappresenta un reato a consumazione anticipata, limitandosi a punire
la mera stipulazione del patto, a prescindere della verifica di qualsiasi efficacia eziologica dello
stesso sulla prosperità dell’associazione. Il nuovo reato sembrerebbe, infine, porsi in un rapporto
di consunzione con quelli meno gravi di corruzione e coercizione elettorale.
E) La novella del 2014 ha ridotto la cornice sanzionatoria rispetto a quella prevista per il concorso
esterno in associazione mafiosa. Ora entrambi i paciscenti dell’accordo sono punibili con la
reclusione da 4 a 10 anni.
SANZIONI: reclusione da 4 a 10 anni ed è sempre ordinata una misura di sicurezza.

Devastazione e saccheggio.
L’art. 419 punisce chiunque fuori dei casi previsti dall’art. 285, commette fatti di devastazione o
di saccheggio. La norma ha carattere sussidiario, in quanto può essere applicata solo quando non
ricorrano gli estremi del delitto di cui all’articolo richiamato, e precisamente quando i fatti non
siano commessi allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato.
A) Poiché il legislatore non ha precisato in alcun modo le due ipotesi previste dall’art. 419,
l’interpretazione della fattispecie dà luogo ad incertezze. Il dubbio in merito alla legittimità
costituzionale della fattispecie è stato fugato dalla Cassazione, secondo la quale la finalità
dell’incriminazione ed il contesto ordinamentale in cui si colloca consentirebbero comunque al
giudice di stabilire con precisione il significato delle parole che, isolatamente considerate,
potrebbero anche apparire non specifiche, e consentirebbero al destinatario della norma di
avere una percezione sufficientemente chiara ed immediata del valore precettivo di essa.
Premesso che "devastare", in genere, significa guastare con violenza, mettere a soqquadro,
mentre "saccheggiare" vuol dire fare man bassa, svaligiare, si deve ritenere che la devastazione
importi anzitutto il danneggiamento di cose mobili o immobili, in modo da distruggerle o quanto
meno da alterarle profondamente nella loro essenza. Il saccheggio, d’altra parte, implica sempre
la depredazione di cose mobili.
Queste caratteristiche non bastano per concretare le ipotesi considerate dalla legge. Il
collocamento dell’incriminazione non lascia dubbio che i danneggiamenti e le sottrazioni, oltre a
ledere interessi patrimoniali, debbano offendere l’ordine pubblico: debbano, cioè, essere in
grado di determinare un turbamento della tranquillità dei cittadini.
Questo risultato che distingue il delitto in esame dal comune danneggiamento e dal furto, si
verifica quando il fatto, per le sue modalità e per le circostanze di tempo e di luogo in cui si
svolge determina nell’ambiente un particolare allarme sociale.
Emerge, dunque, la necessità che la condotta abbia un riflesso sociale affinché sia posto in
pericolo l’ordine pubblico, inteso come buon assetto o regolare andamento del vivere civile;
deve in qualche modo essere minata, nella collettività, l’opinione e il senso della sicurezza
collettiva. Un solo fatto non dovrebbe dunque bastare, occorrendone una molteplicità come si
desume dalla lettera della legge “fatti di devastazione o di saccheggio”.
I danni arrecati inoltre debbano essere piuttosto rilevanti. È indifferente che i fatti siano
commessi a danno di più persone o di una sola e allo stesso modo non rileva che autore del fatto
sia un solo individuo.
B) Il delitto si consuma nel momento in cui i danneggiamenti o furti assumono il profilo proprio
della devastazione e del saccheggio: vale a dire, quando vengono a costituire una minaccia per
l’ordine pubblico.
C) In ordine all’elemento soggettivo, prevale l’opinione che siano sufficienti la coscienza e la
volontà di porre in essere fatto di devastazione o saccheggio. Ai fini della configurabilità del dolo
è necessario che l’agente non solo si rappresenti e voglia la condotta distruttiva da lui posta in
essere, ma anche che agisca nonostante abbia percepito che tale condotta si inserisca in un
contesto che la rende concausa di un evento di devastazione. La coscienza e la volontà di tenere
le condotte sono praticamente inscindibili dalla coscienza e volontà di turbare l’ordine pubblico.
D) Quanto al concorso di persone, può non essere sufficiente che l’agente compia
materialmente un atto di danneggiamento o partecipi ai disordini, essendo necessario un
contributo di ordine morale e materiale all’azione distruttiva nel suo complesso, anche
eventualmente per quella sola parte che, in quanto collegata con il fenomeno complessivo, è
causa efficiente dell’evento di devastazione.In sostanza, la condotta del singolo, deve inserirsi
organicamente nel fatto collettivo che perturba l’ordine pubblico o in altro modo ogni singolo
concorrente deve porre in essere una condotta di rilevanza pubblica.
E) Poiché la devastazione e il saccheggio costituiscono due fattispecie alternative e penalmente
equivalenti, non è ammissibile il concorso di reati quando ambedue siano realizzate in un unico
contesto di azione. La continuazione del delitto deve ritenersi configurabile. Essa si avrà quando i
fatti di devastazione o di saccheggio vengono commessi in tempi diversi, ma in esecuzione di un
medesimo disegno criminoso come ad esempio in attuazione del piano di saccheggiare le case
sinistrate per effetto di un terremoto. Si applicano logicamente i principi che nel nostro diritto
regolano il concorso di reati, bisogna giungere alla conclusione che restano assorbiti nel delitto in
parola i danneggiamenti e i furti perché essi vi sono necessariamente contenuti, non essendo
concepibile un saccheggio senza furti e una devastazione senza danneggiamenti. Tutti gli altri
reati che siano commessi durante la devastazione e il saccheggio (incendi, lesioni personali,
stupri) concorrono col delitto in esame. Anche la rapina vi potrebbe concorrere, non essendo la
violenza personale un requisito essenziale della devastazione e del saccheggio.
F) È prevista un’aggravante speciale, che ricorre quando il fatto è commesso su armi, munizioni
o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito.
SANZIONI: la reclusione da 8 a 15 anni con l’aumento ordinario in caso di concorso della
circostanza ora indicata.

Pubblica intimidazione.
Due figure previste dagli artt. 420 e 421 e cioè la pubblica intimidazione mediante esplosioni
terroristiche e la pubblica intimidazione mediante minaccia o pubblica intimidazione
propriamente detta. Con tali norme, il legislatore aveva inteso prevenire dei comportamenti che,
gettando allarme nella collettività, pongono in pericolo l’ordine pubblico.

Attentato a impianti di pubblica utilità (Art. 420): incrimina, salvo che il fatto costituisca più
grave reato, chiunque commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere impianti di
pubblica utilità, nonché, chi commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere sistemi
informatici o telematici di pubblica utilità, ovvero dati, informazioni o programmi in essi
contenuti o ad essi pertinenti. È prevista una pena maggiore se dal fatto deriva la distruzione o il
danneggiamento dell’impianto o del sistema, dei dati, delle informazioni o dei programmi ovvero
l’interruzione anche parziale del funzionamento dell’impianto o del sistema. Il secondo comma
che puniva con la pena di cui al primo comma chi commette un fatto atto a distruggere o
danneggiare sistemi informatici o telematici o dati in essi contenuti o pertinenti, nonché il terzo
comma, che sanzionava la distruzione effettiva dei sistemi o dei dati informatici o dell’impianto
di pubblica utilità e l’interruzione del funzionamento del sistema o dell’impianto, sono statk
soppressi nel 2008.
A) L’ordine pubblico può essere gravemente turbato, oltreché con l’intimidazione diretta sulle
persone, anche con forme di intimidazione indiretta sulle cose di utilità generale; il nuovo delitto
si colloca tra i reati in esame. Non si esige per l’integrazione del reato che dal fatto sia derivato
pericolo alla pubblica incolumità. Ciò ne fa un illecito di pericolo astratto comunque sussidiario,
per espressa previsione normativa, ad ogni altro più grave reato.
B) È stato rilevato che il mancato richiamo al requisito dell’idoneità non vale ad escluderlo in un
ordinamento che non attribuisce rilievo agli atti preparatori non idonei, e comunque, prevede
espressamente la non punibilità del reato impossibile. La nuova formula ha superato il dubbio
esigendo in ogni caso il requisito della pubblica utilità.
C) Il reato si consuma col solo fatto del porre in essere l’azione volta a danneggiare o non
distruggere.
D) Non basta per il dolo la volontà di danneggiare o distruggere, ma occorre la coscienza di
compiere un fatto capace di porre in pericolo l’ordine pubblico.
SANZIONI: reclusione da 1 a 4 anni.

Pubblica intimidazione mediante minaccia (Art. 421): viene incriminato chiunque minaccia di
commettere delitti contro la pubblica incolumità, ovvero fatti di devastazione o di saccheggio, in
modo da incutere pubblico timore. A differenza del reato precedente, in questo si richiede un
pericolo concreto che si estrinseca in una semplice minaccia. Tale minaccia deve avere come
oggetto uno dei delitti previsti nel titolo IV del codice (strage, incendio, disastro ferroviario, ecc.),
ovvero il delitto previsto nell’art. 419 (devastazione e saccheggio).
Il verificarsi del pubblico timore deve ritenersi elemento costitutivo del reato e non condizione di
punibilità. Se si considera la verificazione del pubblico timore un elemento essenziale del reato
non è, però, necessario che ad esso debba essere indirizzata la volontà dell’agente: basta che
costui se ne sia rappresentata la possibilità senza escluderla (dolo eventuale).
SANZIONE: reclusione fino ad 1 anno.

CONTRAVVENZIONI CONCERNENTI L’ORDINE PUBBLICO


Nel libro III del codice figurano varie norme contravvenzionali che sono tipicamente dirette a
rafforzare la tutela dell’ordine pubblico. Si tratta di varie disposizioni che contemplano alcune
minori manifestazioni sediziose o pericolose e lievi turbamenti della tranquillità pubblica e
privata. Sono le seguenti:

- Formazione di corpi armati non diretti a commettere reati (Art. 653): è punito chiunque, senza
autorizzazione, forma un corpo armato non diretto a commettere reati. "Formare un corpo
armato" significa creare un’organizzazione di persone munite di armi. La norma in parola, quindi,
non riguarda coloro che semplicemente partecipano al corpo armato, ma soltanto coloro che lo
costituiscono. La formazione del corpo armato deve avvenire senza l’autorizzazione della
competente autorità. Occorre, inoltre, che il corpo armato non sia diretto alla commissione di
più reati, perché altrimenti sarebbero applicabili l’art. 416 (associazione per delinquere) o l’art.
306 (banda armata).
Il Vannini ritiene che lo scioglimento della formazione del corpo armato da parte
dell’organizzatore, prima dell’ingiunzione dell’Autorità o della forza pubblica o immediatamente
dopo, determini l’impunità: opinione degna di considerazione. Nel 1948 viene sancito il divieto
della associazioni di carattere militare.
SANZIONE: arresto fino a 1 anno

- Grida e manifestazioni sediziose (Art. 654): incorre in questa contravvenzione, chiunque, in


una riunione che non sia da considerare privata, ovvero in un luogo pubblico, aperto o esposto
al pubblico, compie manifestazioni o emette grida sediziose, qualora il fatto non costituisca
reato. Per poter qualificare sediziose grida o manifestazioni (scritte sui muri, sui marciapiedi), è
necessario un comportamento che offenda o minacci la pubblica autorità o che comunque faccia
sorgere un pericolo per il mantenimento dell’ordine pubblico (alcune forme di manifestazioni
negli stadi in occasione di partite di calcio). Inoltre, è sempre considerata manifestazione
sediziosa l’esposizione di bandiere o emblemi che sono simbolo di sovversione sociale o di
rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità.
È manifestazione sediziosa anche l’esposizione di distintivi di associazioni faziose.
È vietato partecipare a pubbliche manifestazioni col volto in tutto o in parte coperto, facendo
uso dicaschi protettivi o comunque in modo da rendere diffcile il riconoscimento.
La responsabilità dell’agente non è esclusa dal fatto che le grida sono state emesse in una
riunione autorizzata dalla polizia. L’illecito ha carattere sussidiario: per la sua applicabilità
occorre che il fatto non costituisca reato.
Il fatto è doloso e la sua sussistenza rimane esclusa dall’errore sulla pubblicità del luogo. Esso
può assumere carattere permanente, come nel caso di affissione di manifesti. SANZIONE:
Sanzione amministrativa pecuniaria da 103 a 619 €

- Radunata sediziosa (Art. 655): la contravvenzione consiste nel semplice far parte di una
radunata sediziosa di 10 o più persone.
Costituisce aggravante la circostanza di essere armato ed è sancita l’impunibilità per colui che
prima dell’ingiunzione dell’Autorità, o per obbedire ad essa, si ritira dalla radunata. "Radunata" è
la riunione di più persone nello stesso luogo per uno scopo prestabilito. Si distingue dall’
"assembramento" che è una riunione dovuta a motivi occasionali o improvvisi. Atteggiamento
sedizioso penalmente rilevante è solo quello che implica ribellione, ostilità, eccitazione al
sovvertimento delle istituzioni e che risulti concretamente idoneo a produrre un pericolo per
l’ordine pubblico. Affinché la contravvenzione si verifichi, è necessario che la radunata sia di
almeno 10 persone ed abbia carattere sedizioso e cioè che rappresenti un pericolo per l’ordine
pubblico. Di tale carattere si debbano rendere conto i partecipanti, sicché non incorre nella
contravvenzione l’individuo che si avvicini alla folla soltanto per curiosità.
SANZIONI: arresto fino a 1 anno. Per colui che partecipa armato alla radunata la pena
dell’arresto non inferiore a 6 mesi.

- Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine


pubblico (Art. 656): viene punito se il fatto non costituisce un più grave reato, chiunque pubblica
o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose per le quali possa essere turbato l’ordine
pubblico. La Corte costituzionale ha precisato che sono "notizie false, esagerate o tendenziose"
quelle notizie che rappresentano la realtà in modo alterato. Per l’esistenza del reato basta che le
notizie siano atte a turbare l’ordine pubblico non essendo necessario che questo sia
effettivamente turbato. All’agente deve potersi rimproverare almeno un'imprudenza o
negligenza sia nella propagazione delle notizie, sia in ordine alla falsità, esagerazione o
tendenziosità delle medesime.
SANZIONE: arresto fino a 3 mesi o ammenda fino a 309€.

- Grida o notizie atte a turbare la tranquillità pubblica o privata (Art. 657) – ABROGATA:
commetteva questa contravvenzione, abrogata per effetto di una legge del 1999, colui che, con
lo scopo di smerciare o distribuire scritti o disegni in luogo pubblico ovvero aperto al pubblico o
esposto al pubblico, avesse annunciato o gridato notizie dalle quali potesse essere turbata la
tranquillità pubblica o privata. Per la sussistenza della contravvenzione non era necessario il fine
di lucro perché la norma accanto allo smercio, considerava la distribuzione. Un effettivo
turbamento della tranquillità pubblica o privata non era richiesto e si riteneva sufficiente che il
fatto lo avesse reso possibile.

- Procurato allarme presso l’autorità (Art. 658): risponde di questo reato, chiunque,
annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità o presso
enti o persone che esercitano un pubblico servizio. Esempio tipico è la chiamata dei vigili del
fuoco con la falsa notizia di un incendio.
L’incriminazione mira ad impedire che l’attività della Pubblica Amministrazione sia messa in moto
senza necessità o subisca deviazioni od intralci.
L’annunzio deve avere l’attitudine a suscitare allarme e cioè una giustificata apprensione con la
conseguente possibilità di provvedimenti per fronteggiare i danni o i pericoli prospettati. Questi
debbano essere inesistenti, ma non ne è necessario che l’agente fosse di ciò pienamente
consapevole, trattandosi di contravvenzione: basta che a lui si possa rimproverare una semplice
colpa.
La semplice chiamata dell’autorità di Pubblica Sicurezza per segnalare falsamente una condotta
non in grado di ingenerare pubblico allarme non integra reato.
SANZIONE: arresto fino a 6 mesi ovvero l’ammenda da 10 a 516€.

- Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone (Art. 659).


Due ipotesi:
1) il caso di colui che mediante schiamazzi (grida o urli incomposti) o rumori, ovvero abusando
di strumenti sonori (pianoforti, trombe, violini, etc. o anche apparecchi radiofonici, televisivi,
etc.; quanto alle campane la contravvenzione sussiste solo quando il loro uso non sia conforme
alle prescrizioni della Autorità ecclesiastica o alle consuetudini) o di segnalazioni acustiche
(sirene, clacson, etc.), ovvero suscitando o non impedendo strepitii di animali, disturba le
occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o trattenimenti pubblici.
La condotta sanzionata può assumere anche carattere omissivo sotto forma di omesso
impedimento degli schiamazzi altrui, come chiarito dalla Cassazione con riferimento al gestore di
un pubblico esercizio. A costui è imposto l’obbligo giuridico di controllare che la frequenza del
locale da parte degli utenti non sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela
dell’ordine e della tranquillità pubblica. La contravvenzione è reato quando abbia provocato un
effettivo disturbo alle occupazioni o al riposto delle persone, non sarebbe necessaria la prova
che il rumore abbia concretamente molestato una platea più diffusa di persone, essendo
sufficiente l’ idoneità del fatto a disturbare un numero indeterminato di individui.
SANZIONE: arresto fino a 3 mesi o ammenda fino a 309€

2) il caso di chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della
legge o le prescrizioni dell’Autorità. L’esercente risponderà della contravvenzione di cui al primo
comma dell’articolo in esame, se disturberà la quiete pubblica con rumori volutamente eccessivi
o estranei alla sua attività.
SANZIONE: l’ ammenda da 103 a 516€

- Molestia o disturbo alle persone (Art. 660): incorre in questo reato chiunque, in un luogo
pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza (arroganza) o per
altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo. Esempi: importunare per via una
donna con eccessive proposte amorose, pedinare con insistenza e petulanza senza giusto motivo
una coppia di fidanzata, compiere in un luogo pubblico una manifestazione ostile contro una
persona, chiamare taluno senza scopo al telefono o al citofono, specialmente in ore notturne.
Non è necessaria la reiterazione degli atti, bastano anche una sola azione di molestie e disturbo.
Si è posto il problema della distinzione del reato in analisi con quello di atti persecutori di cui
all’art. 612-bis.
Quest’ultimo è reato abituale che differisce dal reato di cui all’art. 660 per la produzione di un
evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e
grave stato di ansia o di paura o di un evento di pericolo consistente nel fondato timore per
l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di un persona cui si è legati da relazione
affettiva.
Per la Cassazione il reato di cui all’art. 660 non viene assorbito dal delitto di cui all’art. 612-bis in
quanto è posto a tutela di una altro bene giuridico rispetto a quello tutelato da quest’ultuma
fattispecie, mirando a prevenire il turbamenti della pubblica tranquillità attuato mediante l’offesa
alla quiete pubblica. Per la sussistenza del reato occorre il dolo, perché il fatto deve essere
commesso per petulanza (con arroganza, insolenza, sfacciataggine, ecc.) o per altro biasimevole
motivo (es. per fare un dispetto).
SANZIONE: arresto fino a 6 mesi o ammenda fino a 516€.

- Abuso della credulità popolare (Art. 661: ABROGATA): è sanzionato colui che pubblicamente
cerca con qualsiasi impostura anche gratuitamente di abusare della credulità popolare, se dal
fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico. Consiste nel tentare di trarre vantaggio
dalla credulità popolare, vale a dire dalla corrività delle persone a prestar fede derivante da
deficienza di cultura, da scarsezza di intelligenza o da inclinazione superstiziosa. Il mezzo deve
esser una impostura di qualsiasi genere, intendendosi per impostura ogni atteggiamento
malizioso diretto ad ingannare e idoneo allo scopo in relazione alle persone verso cui si esplica.
Rientra nella previsione l’attività specifica dei maghi, streghe, veggenti, cabalisti, falsi fachiri, ecc.
Il fatto deve essere commesso pubblicamente e deve poter determinare un turbamento
dell’ordine pubblico: non occorre che tale turbamento si sia verificato.
L’illecito è amministrativo e quindi punibile anche per colpa rimane strutturalmente doloso in
quanto ne è impensabile l’integrazione per negligenza, imprudenza e imperizia. Se l’impostura è
diretta anche ad una persona determinata e sussistono gli altri requisiti della truffa (danno per
l’ingannato e profitto per l’ingannatore) si avrà concorso fra i due reati.
SANZIONE: sanzione amministrativa pecuniaria da 5000 a 15000 €.

REATI CONTRO LA FEDE PUBBLICA


Sono quei delitti che pregiudicano la fiducia che la società ripone in particolari oggetti,
documenti, segni e forme ai quali l’ordinamento attribuisce un valore importante. I delitti contro
la fede pubblica si sostanziano nella falsificazione di tali oggetti, documenti, segni e forme. Solo
le falsificazioni in grado di ingannare e nuocere la società sono punibili, mentre non sono punibili
le falsificazioni grossolane, cioè quelle fortemente evidenti e non idonee ad ingannare. Allo
stesso modo possiamo escludere la punibilità delle falsificazioni innocue cioè quelle che
riguardano un elemento non essenziale dell’oggetto, documento, segno o forma. Il titolo VII del
libro II che ha per oggetto i delitti contro la fede pubblica, si divide in 4 capi:
- Falsità in valori pubblici
- Falsità in contrassegni
- Falsità in documenti
- Falsità personali
"Falsificare" significa porre volontariamente in essere una situazione capace di far apparire la
realtà diversa da quella che è, provocando pregiudizio altrui. L’alterazione del vero assume il
significato sia di non genuino e sia di non veritiero. Il codice, nel delineare le varie figure
criminose, usa i verbi "contraffare" o "alterare" per indicare la non genuinità.
Contraffare: caso in cui l’oggetto sia posto in essere da persona non autorizzata.
Alterare: quando l’oggetto, pur provenendo dall’autorizzato, abbia subito modificazioni non
consentite.
Oggetto giuridico è la fede pubblica, intesa come fiducia e sicurezza nelle relazioni giuridiche. I
delitti contro la fede pubblica sono appartenenti alla categoria dei reati plurioffensivi. In essi si
riscontrano due offese:
- Alla fede pubblica: la fiducia e la sicurezza nel traffico giuridico
- All’interesse specifico: variabile ed a contenuto patrimoniale che trova una garanzia nella
genuinità e veridicità dei mezzi probatori.
Nei delitti di falso per costiuire il dolo non è sufficiente la consapevole volontà di immutare il
vero, ma occorre che il soggetto si renda conto di nuocere altri, cioè di ledere o porre in pericolo
interessi che non sono di sua spettanza.

FALSITA’ IN DOCUMENTI
L’atto del reo si svolge su quegli oggetti che vanno sotto il nome di documenti (soltanto ormai
atti pubblici). Per l’esistenza del documento occorrono i seguenti requisiti:
- Forma scritta: il documento può essere scritto anche con mezzo meccanico o elettronico. Non
occorre che lo scritto sia effetuato con un mezzo indelebile, si richiede però che il mezzo usato
sia idoneo a conservare lo scritto almeno per un certo tempo.
- Riconoscimento dell’autore: dallo scritto, deve risultare l’autore, cioè l’individuo o l’ente da cui
proviene. Lo scritto anonimo non costituisce documento.
Il contenuto può essere di due specie:
• Esposizione di un fatto
• Dichiarazione di volontà

ATTI PUBBLICI.
L’atto pubblico è il documento redatto, con le richieste formalità, da un notaio o da un altro
pubblico uffciale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è formato. L’atto
pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento, dal pubblico
ufficiale che lo ha formato nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico
uffciale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuto. Vengono alla luce due gruppi di
documenti:
- Documenti che i pubblici uffciali compilano nell’esercizio delle loro funzioni, non per attribuire
ad essi pubblica fede, ma per altri scopi
- Tutti gli atti che i pubblici impiegati incaricati di un pubblico servizio redigono nell’esercizio delle
loro attribuzioni.

Atto pubblico in senso lato: tutti i documenti compilati dai pubblici uffciali o dai pubblici
impiegati incaricati di un pubblico servizio nell’esercizio delle loro funzioni o attribuzioni.
Atto pubblico in senso stretto: il documento redatto, con le formalità prescritte dal pubblico
ufficiale che è autorizzato nel caso speci co ad attribuirgli pubblica fede.

Perché un atto faccia fede, occorrono i seguenti requisiti:


- Che esso sia redatto da un pubblico ufficiale
- Che il pubblico ufficiale sia autorizzato dalla legge ad attribuire all’atto pubblica fede: ciò
significa che il documento deve essere formato dal pubblico ufficiale nell’esercizio del potere di
pubblica certificazione.

È necessario distinguere gli originali dalle copie autentiche.


- Originale: documento che è stato redatto dalla persona che era a ciò autorizzata
- Copia autentica: riproduzione fedele e completa di un documento originale, effettuata con
qualsiasi mezzo e dichiarata conforme all’originale da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato. Le
falsità compiute su queste copie, sono parificate alle falsità compiute sugli att originali.

FALSITA’ MATERIALI IN DOCUMENTI PUBBLICI


Il documento viene falsificato nella sua essenza materiale.Si tratta di un documento non
genuino. Il falso materiale può presentarsi soltanto in due forme:
• Contraffazione: il documento è posto in essere da persona non autorizzata
• Alterazione: il documento ha subito una modi cazione dopo la sua definitiva formazione.
Queste falsità sono contemplate in 4 norme incriminatrici:
- Falsità materiale commessa dal pubblico uffciale in atti pubblici (Art. 476). Viene previsto il caso
del pubblico ufficiale il quale nell’esercizio delle sue funzioni, forma in tutto o in parte un atto
falso o altera un atto vero.
Il reato è aggravato se la falsità concerne un atto o una parte di atto che faccia fede fino a
querela di falso.

> Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in certificati o autorizzazioni


amministrative (Art. 477).
Viene previsto il caso in cui il pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, contraffà o altera
certificati o autorizzazioni amministrativi ovvero, mediante contraffazione o alterazione, fa
apparire adempiute le condizioni richieste per la loro veridicità.
Certificati: documenti nei quali si attesta la verità o la scienza di determinati fatti, qualità o
situazioni. Essi rientrano nella categoria degli atti pubblici.
L’atto pubblico è caratterizzato sia dalla produttività di effetti costitutivi, traslativi, modificativi od
estintivi di situazioni giuridiche soggettive di rilevanza pubblicistica.
Per poter qualificare come certificato amministrativo un atto proveniente da un pubblico
ufficiale devono concorrere due condizioni:
- Che l’atto non attesti i risultati di un accertamento compiuto dal pubblico ufficio redigente, ma
riproduca attestazioni già documentate
- Che l’atto, per quanto riproduca informazioni desunte da altri atti già documentati, non abbia
una propria distinta e autonoma efficacia giuridica, ma si limiti a riprodurre anche gli effetti
dell’atto preesistente.
Con l’espressione "autorizzazioni amministrative" il codice si riferisce alle dichiarazioni rilasciate
da un pubblico ufficio, dalle quali risulta che l’Autorità amministrativa ha rimosso,
permanentemente o temporaneamente, limiti posti dalla legge a determinate attività dei singoli:
licenze di porto d’armi, patenti di guida, abilitazioni professionali. Il reato sussiste non solo
quando la contraffazione o l’alterazione riguardino il contenuto del certificato o della
autorizzazione amministrativa, ma anche quando si riferiscano alle condizioni richieste per la
validità di tali atti, come la legalizzazione della firma e la vidimazione.

> Falsità materiale commessa dal privato o dal pubblico ufficiale fuori dall’esercizio delle sue
funzioni (Art. 482).
Si punisce il privato che commette alcuno dei fatti previsti (falsità materiale in atti pubblici, in
certificati o autorizzazioni, in copie autentiche di atti pubblici o privatj e in attestati dei contenuti
di atti). Al privato la legge espressamente equipara il pubblico ufficiale che agisce fuori
dall’esercizio delle sue funzioni.
Il reato presuppone che l’autore del fatto sia soltanto il privato o colui che ad esso è equiparato.
La falsità documentale deve essere idonea non solo ad ingannare il pubblico, ma anche a ledere
o porre in pericolo gli interessi specifici che trovano garanzia nella genuinità del mezzo di prova.
La contraffazione o l’alterazione grossolana non è punibile. La consumazione si verifica nel
momento in cui è condotta a termine la contraffazione o l’alterazione giuridicamente rilevante.
Per quanto concerne il dolo, oltre che alla cosciente volontà di falsificare il documento, il dolo
esige che l’agente abbia la consapevolezza di offendere interessi che non gli appartengono.

> Falsità materiale commessa dal pubblico uffciale in copie autentiche di atti pubblici o privati
e in attestati del contenuto di atti (Art. 478).
Viene punito il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, supponendo esistente un
atto pubblico o privato, ne simula una copia e la rilascia in forma legale ovvero rilascia una copia
di un atto pubblico o privato diversa dall’originale.
La falsità consiste esclusivamente nella non veridicità del contenuto.
Il reato si connota per la presenza di due ipotesi:
• Nella prima viene rilasciata una pretesa copia di un atto che non esiste
• Nella seconda l’atto esiste, ma la copia è, nei suoi propri contenuti, difforme dall’originale.
È indifferente che la difformità sia totale o parziale, ma si deve trattare di difformità rilevante in
quanto tale in grado di rendere l’atto suscettibile di diversi effetti giuridici.
Il reato si perfeziona con il rilascio della copia. Una circostanza aggravante è ravvisata nel caso in
cui la falsità concerna un atto o una parte di atto che fa fede sino a querela di falso. Viene
prevista una pena minore per l’ipotesi che la falsità sia commessa dal pubblico ufficiale in un
attestato sul contenuto di atti pubblici o privati. Questa specie di documento si ha quando il
pubblico ufficiale rilascia uno scritto in cui espone in forma sintetica il contenuto di un altro
documento esistente. Si tratta di un semplice riassunto.

FALSITA’ IDEOLOGICHE IN DOCUMENTI PUBBLICI


Il documento è falsificato nel suo contenuto ideale. Il documento seppur genuino (non alterato e
non contraffatto) non è attendibile perché colui che l’ha formato gli attribuisce contenuti contrari
o difformi al vero.

> Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (Art. 479).
Consiste nel fatto del pubblico ufficiale il quale, ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle
sue funzioni:
• Attesta falsamente che un atto è stato da lui compiuto o è avvenuto in sua presenza
• Attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese
• Omette o altera dichiarazioni da lui ricevute
• Attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.
Il requisito della presenza è comprensivo in ogni caso in cui il soggetto abbia attestato di aver
direttamente percepito il fatto di cui tratta nell’atto pubblico.
In relazione alla condotta di omissione è necessario che il pubblico ufficiale abbia l’obbligo
giuridico di attestare la dichiarazione effettivamente ricevuta. L’omissione riveste rilevanza
penale di fronte alla sussistenza di due presupposti:
• L’esistenza del documento
• L'incompletezza con riguardo a fatti disomogenei.
Sono considerati rilevanti anche i significati impliciti dell’atto come i giudizi di valore.
Se il giudizio del pubblico ufficiale, espresso sulla base di una libera scelta dei criteri di
valutazione, è assolutamente discrezionale, il documento che lo rappresenta non è destinato a
provare la verità di alcun fatto, mentre nel caso in cui l’atto faccia riferimento implicito a
previsioni normative che dettano criteri di valutazione, si è in presenza di quella che si denomina
"discrezionalità tecnica" e cioè vincola la valutazione ad una verifica: l’atto può essere
obiettivamente falso se il giudizio del pubblico ufficiale che è di conformità non risponde ai
parametri cui è implicitamente vincolato. La falsità ideologica può sussistere anche negli atti
dispositivi, a contenuto negoziale. Per la configurabilità del reato è necessario che l’atto
provenga dal suo autore apparente, sia cioè genuino essendo irrilevante la veridicità di un atto
materialmente falso. Il delitto è aggravato quando la falsità riguarda un atto o una parte di atto
che faccia prova fino a impugnazione del falso.

> Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati o in autorizzazioni


amministrative (Art. 480).
Viene prevista l’ipotesi in cui il pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, attesta
falsamente, in certificati o autorizzazioni amministrative, fatti dei quali l’atto è destinato a
provare la verità.
Fatti: comprende tutti gli avvenimenti e le situazioni personali alla cui prova è destinato l’atto in
virtù del potere certificante del pubblico ufficiale.
Il soggetto attivo: può essere non solo il pubblico ufficiale ma anche il pubblico impiegato
incaricato di un pubblico servizio, relativamente ai soli atti che lo stesso viene a redigere
nell’esercizio delle sue attribuzioni.
L’esistenza del reato: presuppone un obbligo giuridico di attestare o far risultare vero. Tale
obbligo sussiste sempre per coloro che esplicano un potere di pubblica certificazione; nei
confronti degli altri pubblici impiegati può derivare dall’ordinamento interno della PA.
La falsità deve essere giuridicamente rilevante.
I reati in discorso si perfezionano nel momento in cui l’atto contenente dichiarazioni menzognere
è chiuso, vale a dire è completo e definitivamente formato.
Per quanto concerne il dolo, la semplice volontà di far risultare una cosa non rispondente al vero
non basta: il soggetto deve rendersi conto della possibilità di ledere interessi che non sono di sua
spettanza. Se quindi, egli agisce col ragionevole convincimento dell’assoluta innocuità del fatto, il
dolo non sussiste.

> False attestazioni di privati in documenti pubblici (Art. 483).


Viene punito chiunque attesta falsamente al pubblico uffciale in un atto pubblico, fatti dei quali
l’atto è destinato a provare la verità. Il fatto pur riflettendosi in un documento pubblico non è
dovuto dall’autore (soggetto pubblico) di questo, ma ad una terza persona, quindi viene a
trattarsi di falsità ideologica indiretta o mediata.
Il delitto è aggravato se si tratta di false attestazioni in atti dello stato civile.
Occorre distinguere l’ipotesi in cui le false dichiarazioni del privato siano assunte dal pubblico
ufficiale per formare un’attestazione proveniente dallo stesso pubblico ufficiale, nel qual caso il
privato risponderà per aver indotto in errore il pubblico ufficiale che andrà esente da pena in
quanto appunto indotto in errore, dall’ipotesi in cui il pubblico ufficiale si limita a recepire le
false dichiarazioni del privato, che nell’atto pubblico risultano come provenienti dal privato. In
questa seconda ipotesi il pubblico ufficiale si limita a trasfondere nell’atto la dichiarazione
ricevuta della cui verità risponde il dichiarante in relazione al preesistente obbligo giuridico di
affermare il vero, mente il pubblico ufficiale risponde solo della conformità dell’atto alla
dichiarazione ricevuta.

ALTRE FALSITA’ IDEOLOGICHE

> Falsità ideologiche in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica


necessità (Art. 481).
Consiste nel fatto di colui che nell’esercizio di una professione sanitaria o forense, o di un altro
servizio di pubblica necessità, attesta falsamente in un certificato, fatti dei quali l’atto è destinato
a provare la verità. Il soggetto attivo deve essere necessariamente un soggetto che esercita una
professione sanitaria o forense o altro servizio di pubblica necessità.
I soggetti devono ovviamente essere forniti di un potere di certificazione.
La condotta tipica consiste nella falsa attestazione in un certificato.
Certicati: scritture private in quanto non provengono né da pubblici ufficiali né da impiegati di
enti pubblici incaricati di un pubblico servizio, ma godono di un maggiore credito delle comuni
scritture private per la posizione giuridica di colui che li rilascia.
Con riguardo agli esercenti la professione forense si è affermato che la falsa attestazione del
difensore sull’autenticità della firma della parte, apposta all procura alle liti, concretizza tale
ipotesi di reato se l’attestazione è limitata alla mera dichiarazione di autenticità della firma,
senza anche la menzione della presenza del sottoscrittore.
Per quanto riguarda il certificato medico per alcune particolari situazioni concrete finalizzate a
produrre effetti giuridici ed in base alla particolare qualifica pubblicistica assunta dal sanitario in
dette situazioni concrete, rientra nella categoria degli atti pubblici aventi fede privilegiata, in
quanto attesta direttamente da parte del sanitario lo stato di salute del paziente, con rilevanza
giuridica esterna in ordine a situazioni giuridiche soggettive a carattere pubblicistico, sicché
l’avvenuta falsificazione concreterà un falso in atto pubblico e non un falso in certificato.

> Falsità in registri e notificazioni (Art. 484).


Viene punito chiunque, essendo per legge obbligato a fare registrazioni soggette a ispezione
dell’Autorità dibpubblica sicurezza o a fare notificazione all’Autorità stessa circa le proprie
operazioni industriali, commerciali o professionali, scrive o lascia scrivere false indicazioni.
Oggetto materiale del falso debbono essere le registrazioni sottoposte all’ispezione dell’Autorità
di pubblica sicurezza o le notificazioni all’Autorità stessa. La legge esige che il privato abbia
obbligo giuridico di fare le predette registrazioni o notificazioni in ordine alle proprie operazioni
industriali, commerciali o professionali.

FALSITA’ IN FOGLIO FIRMATO IN BIANCO


Il foglio formato in bianco è ogni mezzo atto alla documentazione, il quale contenga soltanto la
firma di colui che lo ha rilasciato o una dichiarazione incompleta, destinata ad essere integrata
con qualche elemento essenziale, come ad es. la data o una cifra.

> Falsità in foglio firmato in bianco. Atto pubblico (Art. 487).


È il caso del pubblico ufficiale che abusando di un foglio firmato in bianco, del quale abbia il
possesso per ragione del suo ufficio e per un titolo che importa l’obbligo o la facoltà di riempirlo,
vi scrive o vi fa scrivere un atto pubblico diverso da quello a cui era obbligato o autorizzato.
Questo abuso è punito a titolo di dolo generico, non costituisce una falsità in quanto colui che lo
commette non compie né un falso materiale né un falso ideologico. Il reato presuppone
nell’agente il possesso e cioè la disponibilità del foglio firmato in bianco. Presuppone altresì
nell’agente l’obbligo o la facoltà di riempire il foglio anzidetto. L’azione esecutiva consiste nello
scrivere o far scrivere nel documento un atto diverso da quello a cui il soggetto era obbligato o
autorizzato.

> Altre falsità in foglio firmato in bianco. Applicabilità delle disposizioni sulle falsità materiali
(Art. 488).
Modificato nel 2016, tale articolo prevede che ai casi di falsità su un foglio firmato in bianco
diversi da quelli preveduti dall’art. 487 si applicano le disposizioni sulle falsità materiali in atti
pubblici. Il reato si configura quando il riempimento è opera di chi non aveva il potere di
effettuarlo, anche se in possesso del documento. La disposizione incrimina quindi colui che
commette la falsità essendo sfornito del diritto di riempire il foglio in bianco per averne acquisito
il possesso in modo illegittimo, nonché colui che è sprovvisto del mandato ad scribendum perché
detto mandato non è mai esistito o non è valido.

> Uso di documento falso (Art. 489).


Risponde di questo reato chiunque, senza essere concorso nella falsità, fa uso di un atto falso.
Presupposto del reato è che l’autore del fatto non sia concorso nella falsità. Se egli in qualsiasi
modo ha partecipato alla perpetrazione del falso sarà punito come concorrente ma non per l’uso
successivo del documento falso. Questa impunità trova la sua spiegazione nel fatto che la
falsificazione di regola non è fine a se stessa, ma viene posta in essere per offendere gli interessi
che sono garantiti dalla genuinità e veridicità dei mezzi probatori.
L’uso contemplato nella norma in esame va inteso nel senso di impiego del documento come
mezzo di prova. Il documento deve essere adoperato per uno di quegli scopi a cui servirebbe se
non fosse falso. Non ricorre il reato se il documento è usato come carta, ad es. per avvolgere un
oggetto.
La consumazione del reato si realizza nel momento e nel luogo dell’uso, senza che occorra il
verificarsi di unbdanno effettivo. Siccome, il delitto in esame presuppone che in antecedenza sia
commesso un reato di falso, se la falsità non è giuridicamente rilevante, anche la punibilità
dell’uso deve escludersi. Per l’esistenza del dolo occorre sia la conoscenza della falsità del
documento, sia la volontà di adoperare il documento per fini probatori.
Il soggetto deve voler usare il documento come se fosse vero, perché qualora egli lo adoperi per
dimostrare la falsità, non si può parlare di dolo. L’uso deve essere volontario. In conseguenza non
vi è responsabilità se il documento falso cade in possesso dell’Autorità in seguito a sequestro o
nelle mani di terze persone per cause non imputabili al soggetto.

> Soppressione o occultamento di documenti (Art. 490).


Consiste nel fatto di colui che in tutto o in parte, distrugge, sopprime od occulta un atto pubblico
vero o, al fine di recare ad altri un danno, distrugge, sopprime od occulta un testamento
olografo, una cambiale o un altro titolo di credito trasmissibile per girata o al portatore veri.
"Distruggere": non far più sussistere il documento nella sua materialità con conseguente
annientamento totale o parziale dello stesso.
"Sopprimere": operare in modo che lo scritto non possa più considerarsi documento, come nel
caso in cui sia reso illeggibile o ne sia fatta scomparire la sottoscrizione.
"Occultamento": si ha quando il documento è nascosto, o comunque ne è resa impossibile
l’utilizzazione.
Oggetto dell’azione delittuosa sono gli atti pubblici, certificati o autorizzazioni amministrative. Vi
rientrano anche le copie autentiche. Il documento deve essere vero, vale a dire genuino.
L’antigiuridicità del fatto è da considerarsi esclusa nel caso in cui l’agente abbia la piena ed
esclusiva disponibilità del documento. Tale disponibilità la quale implica il diritto di usare il
documento come mezzo di prova, non sussiste se il possessore era obbligato ad esibirlo o a
restituirlo.
Il reato si consuma nel momento in cui l’avente diritto rimane privato della disponibilità del
documento. Affinché sussista il dolo oltre alla volontà consapevole di distruggere, sopprimere od
occultare, in tutto o in parte, il documento, occorre la volontà di eliminare un mezzo di prova.
Con la riforma del 2016 quando si tratta di testamento olografo, cambiale o altro titolo di credito
trasmissibile per girata o al portatore è richiesto il dolo specifico.

FALSITA’ PERSONALI
La materia del falso è stata arricchita nel nostro codice con la creazione del capo riguardante le
falsità personali. In questa categoria sono state raccolte alcune figure criminose consistenti in
azioni che possono indurre in errore le Autorità o il pubblico sulla identità, sullo stato o sulle
qualità di una persona. In tale classe non è l’oggetto materiale che viene in considerazione, ma
lo scopo a cui l’inganno stesso è diretto. Nei casi compresi in tale gruppo non sempre è agevole
ravvisare un’offesa della pubblica fede, mentre il più delle volte ciò che veramente viene leso è
un interesse della pubblica Amministrazione.

- Sostituzione di persona (Art. 494). Colui che induce taluno in errore, sostituendo
illegittimamente la propria alla altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome (si
intende il nome di battesimo, prenome, il cognome e tutti i contrassegni di identità), o un falso
stato (si intende la posizione assunta da una persona in qualsivoglia ambiente sociale), ovvero
una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici (deve trattarsi di effetti giuridici propri e
specificativi del rapporto nel quale assumono significato di individuazione). Il delitto ha natura
plurioffensiva in quanto preordinato non solo alla tutela di interessi pubblici ma anche diquelli
del soggetto privato nella cui sfera giuridica l’atto sia destinato ad incidere concretamente, con la
conseguenza che quest’ultimo riveste la qualità di persona offesa dal reato e ha la possibilità di
esercitare tutti i diritti riconosciutigli dall’ordinamento. Si presenta particolarmente attuale la
problematica relativa alla creazione di un falso account, l’abusivo utilizzo dell’immagine di una
terza persona e la realizzazione del delitto di sostituzione di persona commesso tramite internet,
con la giurisprudenza che ritiene integrato il delitto in questione dalla condotta di colui che crei
ed utilizzi un profilo su social network. Anche qualora sia stato creato ed usato un account su un
social network con un nickname di fantasia.
La Cassazione ha affermato che la partecipazione ad aste online con l’uso di uno pseudonimo
presuppone necessariamente che a tale pseudonimo corrisponda una reale identità, accertabile
online da parte di tutti i soggetti con i quali vengono concluse le compravendite.
Nello stesso senso, sussiste il reato di sostituzione di persona nell’ipotesi in cui un soggetto,
dopo aver creato ed utilizzato un account di posta elettronica apparentemente intestato allo
stesso, abbia allacciato i rapporti con utenti della rete, inducendoli in errore circa la natura
veritiera delle generalità declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità
siano state abusivamente spese.
Il fatto deve essere commesso al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri
un danno. Il vantaggio o il danno non debbono essere necessariamente economici.
Il delitto si consuma non appena l’induzione in errore sia avvenuta senza che occorra il
conseguimento del vantaggio o la verificazione di un danno.
FALSE DICHIARAZIONI SULLE PROPRIE OD ALTRUI QUALITA’ PERSONALI
Si tratta di figure criminose che sono previste negli artt. 495, 495bis, 495ter e 496.

- Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali


proprie o di altri (Art. 495).
La falsa attestazione può essere tanto provocata da richiesta, quanto spontanea. Il reato si
perfeziona nel momento in cui le false dichiarazioni vengono fatte. Nella dizione “identità” o
“qualità personali proprie o altrui” sono compresi anche il domicilio o la residenza del
dichiarante.
Il delitto è aggravato nei seguenti casi:
• Se si tratta di dichiarazioni in atto dello stato civile
• Se la falsa dichiarazione sulla propria identità, sul proprio stato o sulle proprie qualità personali
è resa all’Autorità giudiziaria da un imputato o da una persona sottoposta ad indagini
• Se per effetto della falsa dichiarazione, una decisione penale viene iscritta nel casellario
giudiziale sotto falso nome.

- Falsa dichiarazione o attestazione al certificatore di firma elettronica sull’identità o su qualità


personali proprie o altrui (Art. 495bis).
È punito chiunque dichiara o attesta falsamente al soggetto che presta servizi di certificazione
delle firme elettroniche l’identità o lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona. Si
tratta di un delitto di falsità ideologica commessa dal privato.

- Fraudolente alterazioni per impedire l’identificazione o l’accertamento di qualità personali


(Art. 495ter).
E’ punito chiunque, al fine di impedire la propria o altrui identificazione, altera parti del proprio
o dell’altrui corpo utili per consentire l’accertamento di identità o di altre qualità personali. Il
fatto è aggravato se commesso nell’esercizio di una professione sanitaria. Rientra nella fattspecie
la condotta chi, ricorrendo a sostanze chimiche o mediante strumenti meccanici, cancelli le
creste papillari dei polpastrelli al fine di rendere impossibile l’identificazione.

- False dichiarazioni sulla identità o sulle qualità proprie o altrui (Art. 496).
È punito colui che interrogato sulla identità, sullo stato o su altre qualità della propria o dell’altrui
persona, fa mendaci dichiarazioni a un pubblico ufficiale o a persona incaricata di un pubblico
servizio, nell’esercizio delle funzioni o del servizio. La richiesta può essere sia verbale, sia per
iscritto. L’elemento soggettivo consiste, oltre che nella coscienza e volontà di effettuare una falsa
dichiarazione, anche nella consapevolezza di rispondere ad un soggetto che agisce nell’esercizio
di una funzione o di un servizio pubblico.

- Frode nel farsi rilasciare certificati del casellario giudiziale ad uso indebito di tali certificati
(art. 479).
Tale delitto è previsto in 2 ipotesi alternative che penalmente si equivalgono:
• Fatto di procacciarsi fraudolentemente in certificato del casellario giudiziale o altro certificato
penale relativo ad altra persona
• La seconda ipotesi si ha quando uno dei detti certificati viene usato per uno scopo diverso da
quello per cui fu domandato.
Per l’applicabilità della disposizione in esame, non devono ricorrere gli estremi di un delitto di
falsità in atti. Gli altri certificati penali sono tutti quelli attinenti agli atti di un determinato
procedimento penale.
- Possesso o fabbricazione di documenti di identificazione (Art. 497bis).
È punito chiunque viene trovato in possesso di un documento falso valido per l’espatrio. La pena
è aumentata per chi fabbrica o comunque forma il documento falso. Integra il reato il mero
possesso di un documento falso valido per l’espatrio, che si tratti di passaporto o di carta di
identità. È configurabile il reato anche quando la falsificazione sia solo parziale.

- Possesso di segni distintivi contraffatti (Art. 497ter).


Le pene di cui all’art. 497bis (possesso o fabbricazione di documenti di identificazione) si
applicano anche:
• A chiunque illecitamente detiene segni distintivi, contrassegni o documenti di identificazione in
uso ai Corpi di polizia, ovvero oggetti o documenti che ne simulano la funzione
• A chiunque illecitamente fabbrica o comunque forma gli oggetti e i documenti indicati nel
comma precedente.

- Usurpazione di titoli o di onori (Art. 498). È punito:


• Chiunque abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego
pubblico, o di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la
quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, ovvero indossa abusivamente in pubblico
l’abito ecclesiastico
• Chiunque si arroga dignità o gradi accademici, titoli decorazioni o altre pubbliche insegne
onorifiche, ovvero qualifiche inerenti ad alcuno degli uffici, impieghi o professioni indicati al
comma precedente.
In ambedue i casi l’azione deve essere illegittima: tale non è solo quando il soggetto non ha mai
avuto il diritto di portare la divisa, etc., ma anche quando tale diritto è stato da lui perduto o gli è
stato sospeso. Nella prima ipotesi si esige che il fatto sia venuto in pubblico. Quanto alla seconda
ipotesi, non commette l’illecito colui che si lascerà attribuire, senza protesta, titoli, dignità, gradi
a cui non ha diritto.
Il dolo, oltre alla volontà del fatto, esige la consapevolezza di agire senza diritto, trattandosi di un
caso di illiceità speciale. Es: laureato in giurisprudenza che si arroga il tiolo di avvocato, senza
essere iscritto nel relativo albo.

REATI CONTRO L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA


La categoria dei reati che vanno sotto il nome di delitti contro l’amministrazione della giustizia,
figura nel nostro codice nel titolo III del secondo libro. Il termine "amministrazione della
Giustizia" in senso tecnico ha il medesimo significato di giurisdizione ed indica, quindi, il potere
dello Stato che ha per oggetto l’accertamento e l’attuazione del diritto. Non è però in questo
senso ristretto che il concetto di amministrazione della giustizia è assunto dal codice. Al detto
concetto viene attribuita un’estensione molto maggiore, perché, oltre ai reati che offendono
l’attività giudiziaria vera e propria, vengono considerate figure delittuose che implicano
l’osservanza dei provvedimenti giudiziari e perciò sono dirette contro l’esecuzione dei
provvedimenti giudiziari e perciò sono dirette contro l’esecuzione dei provvedimenti stessi. Ma il
codice va anche più in là, perché comprende nella categoria alcuni fatti nei quali si ravvisa la
sostituzione dell’attività individuale a quella degli organi della Giustizia, vale a dire, l’arbitraria
assunzione di poteri che sono riservati alla Autorità giudiziaria. Si desume che l’espressione
"Amministrazione della Giustizia" è intesa dal legislatore penale in senso latissimo,
comprendendo tutti i comportamenti che hanno una qualsiasi attinenza con lo scopo ultimo
della Giustizia, fatta eccezione di quelli che per il loro carattere generico sono già contemplati fra
i reati contro la PA.
Il codice distingue i reati in tre gruppi, ai quali corrispondono tre distinti capi:
-> Delitti contro l’attività giudiziaria
-> Delitti contro l’autorità delle decisioni giudiziarie
-> Tutela arbitraria delle private ragioni.
Nel primo gruppo, che è di gran lunga il più importante, viene tutelato il normale ed efficace
funzionamento dell’Amministrazione della Giustizia, funzionamento che implica varie esigenze, e
in particolare:
• Che l’Autorità giudiziaria sia messa in condizione di promuovere l’azione penale, mediante la
notizia dei reati da parte di chi ha il dovere di fornirla
• Che coloro i quali hanno particolari doveri verso l’amministrazione della giustizia, li osservino
con lealtà e tempestivamente
• Che la macchina della giustizia non sia fatta funzionare inutilmente
• Che tutti si astengano dal compiere atti che possano fuorviare l’attività giudiziaria
• Che questa attività non sia ostacolata mediante aiuti prestati a chi è sospetto di aver commesso
reati.
• Che le persone chiamate a collaborare con gli organi della Giustizia esercitino il loro ministero
correttamente.
In relazione alle predette esigenze si delineano i seguenti reati o gruppi di delitti:
A) Violazione degli obblighi concernenti la notizia di reati
B) Rifiuto di uffici legalmente dovuti: viene tutelato l’interesse pubblico affinché non sia
frustrata l’efficacia dei provvedimenti giudiziari e che questi abbiano piena esecuzione. Tale
interesse è offeso quando i privati si sottraggono allo stato legittmo di arresto o di detenzione,
agli effetti penali delle condanne o all’esecuzione di misure di sicurezza e, infine, agli obblighi
civili derivanti dai provvedimenti del giudice. Di qui le varie figure criminose di evasione,
inosservanza di pene accessorie e di procurata inosservanza di pene e di misure di sicurezza, i
reati di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice o di sanzioni pecuniarie e
quello di violazione colposa dei doveri inerenti alla custodia di cose.
C) Simulazione di reato, calunnia ed autocalunnia: comprende le figure criminose che, nel
pensiero del legislatore, implicano la violazione del divieto dell’auto-giustizia, ledendo per tal
modo l’interesse dell’Autorità giudiziaria all’esercizio esclusivo dei suoi poteri.
D) Falsa testimonianza ed altre falsità giudiziarie
E) Favoreggiamento
F) Prevaricazione

REATI CONTRO L’ATTIVITA’ GIUDIZIARIA

Violazione di obblighi concernenti la notizia di reato.


Affinché l’attività giudiziaria si possa svolgere occorre la cooperazione di determinate persone.
Questa cooperazione si esplica in primo luogo mediante la notitia criminis, senza la quale
evidentemente l’attività anzidetta non può mettersi in moto. Di qui le seguenti figure delittuose:
✓ Omissione di rapporto (Art. 361 e 362).
Art. 361: “Il pubblico ufficiale, il quale omette o ritarda di denunciare all’Autorità giudiziaria, o ad
un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui si ha avuto notizia
nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, è punito con la multa da 31 a 516€.
La pena è della reclusione fino a 1 anno, se il colpevole è un ufficiale o una agente di polizia
giudiziaria, che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto".

Art. 362: “L’incaricato di un pubblico servizio, che omette o ritarda di denunciare all’Autorità
giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato del quale abbia
avuto notizia nell’esercizio o a causa del servizio, è punito con la multa fino a 103€”.
Questo reato consiste nel fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, il
quale omette o tarda nel fare il rapporto di cui agli artt. 331 e 347 del cpp.
Entrambe queste norme accennano a notizia di reato.
Ci si deve chiedere quale grado di concretezza e di certezza debba avere la notizia perché scatti
l’obbligo di riferire. Non è sufficiente un mero sospetto o una semplice convinzione soggettiva,
ma neppure è necessaria una certezza assoluta: basterà all’obbligo una situazione obiettiva tale
da indurre una normale persona di giudizio a concludere nel senso che è probabile sia stato
commesso un reato. Il codice scinde il delitto in due distinte figure criminose, l’una riguarda il
pubblico ufficiale (art. 361), l’altra l’incaricato di un pubblico servizio (art. 362).
In un caso e nell’altro il delitto è aggravato se la omessa o ritardata denuncia riguarda un delitto
contro la personalità dello Stato.È altresì aggravato se il colpevole è un ufficiale o un agente di
polizia giudiziaria. Presupposto del delitto è che il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico
servizio abbia avuto notizia di un reato, nell’esercizio o a causa delle sue funzioni o del suo
servizio. Per gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria basta che comunque abbiano avuto notizia
del reato, giacché essi si considerano in servizio permanente. Tale indicazione è ravvisabile
solamente in relazione agli appartenenti a strutture militari o a corpi di polizia giudiziaria a
carattere militare.
Negli uffici gerarchicamente organizzati l’obbligo è assolto con la comunicazione al capo
dell’ufficio su cui incombe il dovere di informare tempestivamente l’Autorità giudiziaria.
Si ravvisa l'omissione suscettibile di punizione quando l’agente si trovi dinnanzi ad un fatto che
presenti elementi che appaiano sufficientemente affidabili e capaci di indurre una persona
ragionevole concludere che vi sono apprezzabili probabilità che un reato sia stato commesso.
Non potrebbe togliere rilevanza all’omissione l’assunto dell’esistenza di una causa di estinzione
del reato, dovendo essere apprezzata soltanto dal giudice.
Occorre tuttavia che la notizia presenti ragionevoli caratteri di attendibilità.
Perché si configuri il delitto è necessario che il reato sia già stato consumato, essendo irrilevante
che gli elementi di fatto portino a far sorgere il sospetto di una futura possibile attività illecita. In
tal caso, ricorrendo le condizioni, il pubblico ufficiale, potrebbe essere tenuto ad impedire la
commissione del reato ma non a presentare denuncia.
L’elemento oggettivo consiste nel fatto di omettere o ritardare di fare rapporto del reato
all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella debba riferire.
Non si considera altra autorità a questi fini, ogni pubblico ufficiale o incaricato di pubblico
servizio, sul quale incombe l’obbligo di denuncia, bensì solo quella che abbia un obbligo
specifico, istituzionale, di acquisire e riferirne al pubblico ministero.
Il ritardo che la legge equipara all’omissione, si ha quando l’indugio è tale da non nuocere in
modo non irrilevante agli interessi della giustizia. L’omissione è posta al fine di aiutare il reo ad
eludere le investigazioni e assicurarsi il profitto del reato stesso, l’omissione potrebbe rilevare
quale favoreggiamento personale.
L’obbligo del rapporto implica quello di denunciare la verità e perciò, all’omissione o al ritardo
del rapporto equivale la presentazione di un rapporto falso, reticente o comunque
essenzialmente incompleto. Il delitto si consuma nel tempo e nel luogo in cui doveva farsi il
rapporto, decorso il quale l’agente non è più in grado di tenere utilmente la condotta imposta.
Il dolo è costituito dalla volontà di omettere o ritardare la presentazione del rapporto,
accompagnata dalla consapevolezza, fondata su elementi di giudizio sicuri in ordine alla
commissione di un reato perseguibile senza querela.
Per il carattere specifico delle norme in esame, all’omissione di rapporto non si applica la
disposizione generica che contempla l’omissione o rifiuto di atti di ufficio, la quale troverà invece
applicazione nel caso dell’ufficiale o agente di polizia giudiziaria che, avendo ricevuto una
querela o istanza, ne ometta o ritardi la trasmissione.
SANZIONI:
1) Se si tratta di un ufficiale o agente della polizia giudiziaria: reclusione fino a 1 anno.
2) Se si tratta di altri pubblici ufficiali: multa da 30 a 516€.
3) Se si tratta di incaricati di pubblico servizio: multa fino a 103€.
Nella forma aggravata:
• per gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria: reclusione da 1 a 5 anni
• per le altre persone tenute al rapporto: reclusione da 6 mesi a 3 anni

✓ Omessa denuncia di reato da parte del cittadino


Art. 364: "Il cittadino che, avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello Stato, per
il quale la legge stabilisce l’ergastolo, non ne fa immediatamente denuncia all’autorità giudiziaria
o alla polizia giudiziaria, è punito con la reclusione fino a 1 anno o con la multa da 103 a 1.032€.”
L’art. punisce il cittadino, che, avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello Stato,
per il quale la legge stabilisce l’ergastolo, non ne fa immediatamente denunzia all’Autorità
giudiziaria o alla Polizia giudiziaria. Soggetto attivo può essere soltanto il cittadino.
Affinché il reato sussista, la notizia che si è appresa deve avere il carattere della serietà, non
bastando una diceria vaga ed incontrollabile e non deve essere di dominio pubblico.
Siccome la legge parla di notizia di un delitto occorre che uno dei reati contro la personalità
dello Stato sia stato commesso o sia in corso di esecuzione.
Il segreto professionale può giustificare il fatto contemplato dall’art. 364, perché se esso
autorizza l’astensione dall’obbligo di testimoniare, dovrà legittimare anche la mancata denuncia.
SANZIONE: la reclusione fino a 1 anno o la multa da 103 a 1032€.

✓ Omissione di referto (Art. 365): “Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria
prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per
il quale si debba procedere d’ufficio, omette o ritarda di riferirne all’Autorità giudiziaria o ad
un’altra Autorità, è punito con la multa fino a 516€. Questa disposizione non si applica quando il
referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale.”
Con tale articolo viene punita come delitto la violazione dell’obbligo di referto che incombe a
coloro che esercitano una professione sanitaria, e cioè ai medici chirurghi, veterinari, farmacisti,
levatrici, assistenti sanitari, visitatrici e infermieri diplomati. Queste persone, qualora
nell’esercizio della loro professione, abbiano prestato la propria assistenza od opera in casi che
possono presentare i caratteri di un delitto del quale si debba procedere d’ufficio, sono tenuti a
riferirne all’Autorità giudiziaria o alla Polizia giudiziaria entro 48 ore o, se vi è pericolo nel ritardo,
immediatamente. Se omettono o ritardano nel presentare il referto si rendono responsabili del
delitto in esame.
L’obbligo del referto non è illimitato. Per la tutela del segreto professionale, l’art. 365 non si
applica quado il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (cura di lesioni
riportate dal partecipante ad una rissa).
Nel bilanciamento tra i diversi interessi contrapposti (diritto alla salute e diritto alla corretta
acquisizione della notitia criminis) a prevalere è necessariamente il primo; e ciò anche al fine di
ostacolare il ricorso a persone esercenti abusivamente la professione sanitaria.
La semplice qualità di sanitario non è sufficiente per l’esistenza dell’obbligo di referto e, quindi
occorre che il soggetto, così qualificato, abbia compiuto una prestazione professionale, non
importa se richiesta è spontanea, remunerata o gratuita. Non è necessario che si tratti di una
prestazione di carattere continuativo, e cioè di una vera e propria assistenza, bastando qualsiasi
intervento, anche occasionale (semplice visita).
Si richiede, inoltre, che il caso in cui si è prestata l’opera possa presentare i caratteri di un delitto
perseguibile d'ufficio.
Poiché la "possibilità" è qualche cosa di meno della "probabilità", l’obbligo del referto sussiste
anche se sia improbabile che si tratti di un delitto. Qualora più persone abbiano,
contemporaneamente o successivamente, prestato la loro opera od assistenza nella medesima
occasione, sono tutte del pari obbligate a presentare il referto.
Cessazione dell’obbligo quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento
penale: essa vale anche se in seguito la condizione sia venuta meno e il sanitario abbia interrotto
ogni rapporto professionale con il cliente. Si richiede l’esistenza di un nesso di causalità
immediata tra l’esercizio della professione sanitaria ed il delitto che, in tal modo, si viene a
scoprire. La disposizione in esame è inapplicabile quando il sanitario abbia prestato la propria
assistenza in favore di un latitante colpito da provvedimento restrittivo per un reato del tutto
diverso dal suo stato patologico: in tal caso, infatti, si rileva, giustamente, che il referto non
determinerebbe l’esposizione della persona assistita a procedimento penale, essendo questo già
in corso o addirittura esaurito.
Per l’esistenza del dolo oltre alla coscienza e volontà di omettere o di ritardare il referto, è
necessario che il soggetto si renda conto che trattasi di fatti i quali possono presentare i caratteri
di un delitto perseguibile d’ufficio. In conseguenza, il sanitario non presenta il referto perché
erroneamente crede che non sussista un delitto di quella specie, deve essere assolto per difetto
di dolo. In questa prospettiva, l’esclusione del dolo discende dall’accertamento che il soggetto
abbia agito con la ragionevole convinzione, desumibile da elementi di fatto certi ed obiettivi,
dell’insussistenza del reato. Circa l’obbligo di denunciare la verità con la conseguente
parificazione del referto falso, reticente o comunque incompleto all’omissione di referto.
SANZIONI: multa sino a 516€. Poiché il reato implica la violazione dei doveri inerenti ad una
professione sanitaria, la condanna importa la pena accessoria della interdizione temporanea
della professione.

✓ Rifiuto di uffici legalmente dovuti (Art. 366): “Chiunque nominato dall’Autorità giudiziaria
perito, interprete, ovvero custode di cose sottoposte a sequestro dal giudice penale, ottiene con
mezzi fraudolenti l’esenzione dell’obbligo di comparire o di prestare il suo ufficio, è punito con la
reclusione fino a 6 mesi o con la multa da 30 a 516€. Le stesse pene si applicano a chi, chiamato
dinanzi all’Autorità giudiziaria per adempiere ad alcuna delle predette funzioni, rifiuta di dare le
proprie generalità, ovvero di prestare il giuramento richiesto, ovvero di assumere o di adempiere
le funzioni medesime. Le disposizioni precedenti si applicano alla persona chiamata a deporre
come testimone dinanzi all’Autorità giudiziaria e ad ogni altra persona chiamata ad esercitare
una funzione giudiziaria. Se il colpevole è un perito o un interprete, la condanna importa
l’interdizione dalla professione o dall’arte”.
L’art. 366 punisce l’elusione o il rifiuto di prestazioni dovute da determinate persone all’Autorità
giudiziaria nei procedimenti penali, civili o amministrativi. Si tratta di persone la cui cooperazione
è assolutamente necessaria perché la detta Autorità possa assolvere i suoi compiti. Le persone
considerate dalla legge sono le seguenti:
- Perito: consulente tecnico nominato dal giudice civile
- Interprete
- Custode di cose sottoposte a sequestro dal giudice penale
- Testimone
- Ogni altra persona chiamata ad esercitare temporaneamente una funzione giudiziaria (giudici
popolari della Corte d’Assise, esperti del Tribunale per i minorenni o delle sezioni agrarie, notai
chiamati a sostituire il cancelliere impedito, nonché, a condizione che abbiano accettato
l’incarico, i curatori fallimentari, i commissari giudiziari, gli amministratori giudiziari, i notai
delegati dall’Autorità giudiziaria in materia successoria).
Non vi sono compresi invece gli arbitri non obbligatori e i componenti di giurì d’onore e non
possono giovarsi della disposizione in esame le Autorità giudiziarie straniere (es. testimoni citati
per rogatoria da uno Stato estero) e le giurisdizioni ecclesiastiche, anche nelle cause
matrimoniali.
Il reato è previsto in due ipotesi:
• Nel fatto del perito, testimone, etc. che ottiene con mezzi fraudolenti l’esenzione dall’obbligo
di comparire o di prestare il suo ufficio.
N.B.: L’esenzione dall’obbligo deve essere ottenuta con mezzi fraudolenti e cioè con falsi
pretesti, artifici, menzogne e, in genere, con qualsiasi inganno idoneo a conseguire lo scopo
(malattia simulata, allegazione di inesistenti incapacità o incompatibilità, sostituzione di
persona). La semplice non comparizione senza che sia usata alcuna frode, è punita soltanto con
sanzioni amministrative.
• Nel fatto di chi, chiamato dinanzi all’Autorità giudiziaria per adempiere ad alcuna delle predette
funzioni, rifiuta di dare le proprie generalità, ovvero di prestare il giuramento richiesto, ovvero di
assumere o di adempiere le funzioni medesime.
Il rifiuto dalle prestazioni, deve essere definitivo, non bastando la semplice tergiversazione, né la
mera mancata comparizione all’udienza fissata per il conferimento dell’incarico.
Se il soggetto non rifiuta di dare le proprie generalità, ma le dà false, egli risponderà nel delitto
più grave previsto dall’art. 495 (falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla
identità o su qualità personali proprie o di altri).
Le due ipotesi sono strutturalmente diverse, perché nella prima si richiede un risultato esteriore
dell’azione, vale a dire che l’agente sia riuscito ad esimersi dall’adempimento dell’obbligo,
mentre nella seconda basta il fatto omissivo del rifiuto.
Di conseguenza, il tentativo che non è giuridicamente concepibile nel secondo caso, è ben
possibile nel primo (il testimone allega una malattia inesistente ma non ottiene l’esenzione).
La punibilità del fatto presuppone l’esistenza di un obbligo giuridico.
Perciò il reato non sussiste se la nomina o la chiamata è irregolare o se proviene da un organo
non munito dei relativi poteri o non è effettuata nella forma prescritta dalla legge. Non sussiste
neppure se il rifiuto è legittimo, in quanto fondato su una facoltà riconosciuta dalla legge o da un
impedimento che lo giustifichi.
SANZIONI: reclusione fino a 6 mesi o la multa da 50 a 516€. Se il colpevole è un perito o un
interprete, la condanna comporta l'interdizione dalla professione o dall’arte.

✓ Simulazione di reato (Art. 367): “Chiunque con denuncia, querela, richiesta o istanza  anche
se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella
abbia obbligo di riferirne, afferma falsamente essere avvenuto un reato, ovvero simula le tracce
di un reato, in modo che si possa iniziare un procedimento penale per accertarlo, è punito con la
reclusione da 1 a 3 anni.”
Scopo dell’incriminazione è impedire che gli organi destinati all’accertamento e alla repressione
dei reati vengano messi in moto inutilmente: in altri termini, di evitare che la macchina della
giustizia penale sia fatta lavorare a vuoto, con sperpero di tempo e di energia. Questo delitto si
può presentare in due forme:
• La simulazione formale o diretta consiste nel fatto di colui che con denuncia, querela, richiesta
o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra
Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, afferma falsamente essere avvenuto un reato.
L’espressione "denuncia" comprende anche il referto e il rapporto, e in genere, ogni notitia
criminis, orale o scritta, non importa se presentata spontaneamente dal soggetto o per invito
dell’Autorità.
• La simulazione reale o indiretta si concreta nel simulare le tracce di un reato, e cioè nel far
apparire falsamente che è stato commesso un reato.
Per "tracce di un reato" si devono intendere tutti gli indizi materiali dell’esecuzione di un reato,
come la presenza di sangue o di contusioni, la lacerazione del vestiario, lo scasso di una porta, gli
strumenti che possono servire per commettere un reato, le impronte e così via dicendo. In un
caso e nell’altro il fatto deve essere realizzato in modo che si possa iniziare il procedimento
penale per accertare il preteso reato.
Il delitto è attenuato se la simulazione concerne un fatto preveduto dalla legge come
contravvenzione. Tanto per la simulazione formale come per quella reale la sussistenza del
delitto dipende da 4 condizioni:
- La simulazione deve avere per oggetto un reato vero e proprio (delitto o contravvenzione).
- Il reato non deve essere avvenuto: deve trattarsi di un reato immaginario.
Tale condizione ricorre anche se un fatto delittuoso si è bensì verificato, ma in modo
essenzialmente diverso da quello denunciato o simulato.Per la sussistenza del reato rilevano solo
quelle alterazioni del vero che, pur senza influire sul titolo del reato, ne modi cano in modo così
sostanziale gli aspetti concreti da incidere sulla sua identificazione. Non così se la diversità
riguarda soltanto una circostanza del fatto, come nel caso che si denunzi un furto aggravato,
mentre si è verificato un furto semplice.
- La denuncia deve essere tale da poter determinare l’inizio di un procedimento penale. Questa
possibilità manca quando la denuncia abbia per oggetto un fatto incredibile, perché contrario
all’ordine naturale delle cose o comunque assurdo, oppure quando la simulazione delle tracce
sia così grossolana da non poter ingannare gli organi della Giustizia o della Polizia.
Non è necessario che il procedimento penale abbia avuto inizio: la legge richiede soltanto la
possibilità di tale procedimento
- Non deve trattarsi di incolpazione personale vale a dire, il fatto non deve essere attribuito  a un
determinato individuo perché altrimenti si avrebbe il delitto più grave di calunnia.
- Il delitto istantaneo e di pericolo si consuma nel momento e nel luogo in cui è stata ricevuta
dall’Autorità giudiziaria o da altra Autorità con obbligo di rapporto, la falsa denuncia o le
simulate tracce sono state scoperte dall’Autorità stessa.
In ambedue le forme del delitto è configurabile il tentativo.
- Per la sussistenza del dolo l’agente, oltre a volere il fatto (presentare la denuncia o porre in
essere tracce di un reato), deve sapere che il reato denunciato o simulato non è stato commesso
e che esiste la possibilità che venga instaurato un procedimento penale per accettarlo.
SANZIONI: la reclusione da 1 a 3 anni. Nella forma attenuta (simulazione di un fatto preveduto
dalla legge come contravvenzione la stessa pena diminuita fino a 1/3).

✓ Calunnia (Art. 368): “Chiunque, con denuncia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima
o sotto falso nome diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo
di riferirne o alla Corte penale internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa essere
innocente o simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da 2 a 6 anni.
La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato per il quale la legge stabilisce la pena della
reclusione superiore nel massimo a 10 anni, o un’altra pena più grave. La reclusione è da 4 a 12
anni, se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a 5 anni; è da 6 a 20 anni, se dal
fatto deriva una condanna all’ergastolo.”
La ratio dell’incriminazione va ravvisata nella necessità di evitare il pericolo che
l’Amministrazione della Giustizia sia tratta in inganno, nonché il pericolo che venga leso l’onore
ed eventualmente la libertà personale del cittadino incolpevole. Il reato a cui si riferisce
l’incolpazione può essere di qualsivoglia natura, nel caso di contravvenzione è però stabilita una
diminuzione di pena. Non è quindi sufficiente che il fatto corrisponda ad una fattipecie oggettiva,
ma occorre anche l’assenza di cause di giustificazione e il concorso del dolo o della colpa. In
conseguenza non costituisce calunnia, ad es. il comunicare all’Autorità che taluno ha ucciso per
legittima difesa, in stato di necessità o per caso fortuito. Realizza il delitto chi accusi taluno di un
fatto di reato tacendo gli estremi di una causa di giustificazione che lo accompagna.
È assai controverso se incontri le sanzioni della legge l’incolpazione di un reato estinto.
Naturalmente deve trattarsi di un reato estinto prima della comunicazione all’Autorità, perché
nel caso di fatti estintivi intervenuti successivamente non sussistono dubbi sull'esistenza del
reato. Merita accoglimento la soluzione affermativa, perché non risponde al vero l’asserto
secondo il quale in casi del genere mancherebbe la possibilità di un procedimento e quindi la
possibilità di danno. Stesso ragionamento va fatto per l’incolpazione di reato punibile a querela,
ove questa non intervenga. Poiché la querela non è un elemento di reato ma una semplice
condizione di procedibilità, il reato nella sua essenza di illecito sussiste indipendentemente da
essa, e questo è sufficiente per esporre a pericolo l’onore della persona incolpata.
D’altra parte, non manca in tali ipotesi l’offesa agli interessi dell’Autorità giudiziaria.
La calunnia sussiste anche nell’incolpazione di un fatto che al momento della comunicazione
all’Autorità costituiva reato, ma non lo era più al momento del giudizio. Non integra il delitto di
calunnia l’attribuzione di circostanze aggravanti false o inesistenti e ciò per il riflesso che in tal
caso non viene imputato a taluno un fatto che egli non abbia commesso. Il delitto sussiste
quando la circostanza falsamente attribuita, determini il mutamento del titolo delittuoso.
Non è necessario che il reato falsamente attribuito sia in concreto avvenuto: esso può essere
anche immaginario o inesistente.
Il reato deve essere imputato a persona innocente. È tale non solo chi non ha commesso il fatto
attribuitogli, ma anche chi lo ha commesso in condizioni diverse, le quali escludano in esso il
carattere di illecito penale (quando viene consapevolmente taciuta una causa di giustificazione
che esclude la colpevolezza).
Le modalità dell’incolpazione possono concretare:
- la calunnia diretta o formale: quando l’attribuzione dell’illecito penale si attua mediante
denuncia, querela, richiesta o istanza.
- la calunnia indiretta o materiale: quando l’incolpazione si pone in essere simulando a carico di
talune le tracce di un reato.
Per "denuncia" deve intendersi ogni comunicazione diretta all’Autorità giudiziaria. Non si esigono
particolari formalità: può essere verbale o scritta, anonima o sotto falso nome o a mezzo di
pseudonimo.
È stata ritenuta possibile anche una comunicazione posta in essere facendo dichiarazioni in
un’intervista su giornali a larga diffusione. Non è necessario che la denunzia sia spontanea.
Risponde di calunnia l’imputato che accusi un innocente nel corso di un interrogatorio. Non si
può ritenere scriminata la cosiddetta calunnia per difesa, che si ha quando si accusi un
innocente per allontanare da sé un’imputazione di reato e tanto meno la calunnia per ritorsione
la quale si ha quando l’incolpato attribuisce al suo accusatore un altro reato per sminuire
l’efficacia dell’accusa. Non si richiede che sia designata nominativamente la persona incolpata,
bastando che siano offerti all’Autorità elementi che ne consentano l’identificazione.
In ordine alla calunnia indiretta (o materiale), la quale consiste nel simulare a carico di taluno
che si sa essere innocente, tracce di un reato, si deve rilevare che queste tracce sono costituite
da tutti i fatti o circostanze che servono a designare un determinato individuo come certo o
probabile autore o compartecipe di un fatto criminoso.
I modi più comuni in cui si commette questa forma di calunnia sono:
• la simulazione di violenza sulla persona o sulle cose
• il collocamento di oggetti indizianti presso il calunniato.
Non rientra nella previsione della legge, la calunnia commessa distruggendo un decisivo mezzo
di prova dell’innocenza dell’incolpato. Le modalità di incolpazione devono essere tali da rendere
possibile l’apertura di un procedimento penale contro l’incolpato, anche se poi, in concreto, ciò
non accada. Non sussisterà calunnia quando la denuncia si riveli grossolanamente falsa o
inverosimile. Non è necessario che la denuncia provochi in concreto una istruttoria o l’esercizio
dell’azione penale: è sufficiente che l’azione criminosa sia idonea a dare inizio a un
procedimento penale.
Il delitto si consuma nel momento in cui la notizia del presunto reato viene a conoscenza
dell’Autorità. Nel caso della calunnia indiretta si ravvisa da taluno il momento consumativo
nell’istante in cui sono simulate le tracce.
Il tentativo deve ritenersi ammissibile.
Il dolo si concreta nella volontà di realizzare il fatto di calunnia diretta o indiretta, con la
consapevolezza che l’incolpato è innocente. Si esclude la sussistenza nei casi di dubbio o di
errore ragionevole circa la colpevolezza dell’incolpato. Deve trattarsi di un dubbio condivisibile
da parte di una persona di normale cultura e capacità di discernimento e che si trovi nella stessa
situazione di conoscenza.
Si esclude la rilevanza dell’errore quando i fatti storici cui esso si riferisce avrebbero potuto
essere agevolmente verificati. L’errore sul carattere delittuoso del fatto denunciato esclude il
dolo (es. agente crede, a torto, che si tratti di semplice irregolarità amministrativa).
La calunnia colposa, commessa cioè per leggerezza, non è punibile.
Vengono previste due circostanze aggravanti consistenti:
- nell’incolpazione di un reato per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore
nel massimo a 10 anni o un’altra pena più grave
- nel fatto che, in seguito alla calunnia, l’incolpato abbia subito una condanna irrevocabile alla
reclusione superiore a 5 anni
- Ulteriore aggravante è prevista per i falsi dissociati delle associazioni mafiose che, per ri-
usfruire di riduzioni di pena abbiano commesso il delitto in esame.
Circostanza attenuante speciale si ha quando la calunnia concerna un fatto preveduto dalla
legge come contravvenzione.
La giurisprudenza ha ritenuto che in caso di simulazione di reato e di calunnia non si ha concorso
di reati, ma un reato solo: quello di calunnia, che è più grave, assorbe l’altro.
SANZIONE: reclusione da 2 a 6 anni. Concorrendo la prima aggravante (incolpazione di un reato
punibile nel massimo con più di 10 anni di reclusione) la pena subisce l’aumento normale ( fino a
1/3). Concorrendo la seconda aggravante la pena è della reclusione da 4 a 12 anni se dal fatto
deriva una condanna superiore a 5 anni, da 6 a 20 anni se dal fatto deriva una condanna
all’ergastolo.

✓ Autocalunnia (Art. 369): “Chiunque mediante dichiarazione ad alcuna delle Autorità anche se
fatta con scritto anonimo o sotto falso nome, ovvero mediante confessione innanzi all’Autorità
giudiziaria, incolpa se stesso di un reato che egli sa non avvenuto, o di un reato commesso da
altri, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni”.
Occorre evitare che sia sviata o comunque ostacolata l’attività della Giustizia, per quanto l’agente
possa essere mosso da scopi non immorali e talora anche comprensibili, come ad es. l’intento di
salvare un parente.
È esclusa l’ipotesi in cui l’agente abbia commesso il fatto per esservi stato costretto dalla
necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento
nella libertà o nell’onore.In tale ipotesi ricorre una causa speciale di giustificazione, la quale non
è operativa per il delitto di calunnia.
L’autocalunnia differisce dalla calunnia per le seguenti note:
- Il soggetto attivo non incolpa falsamente altri, ma se stesso
- Non è prevista l’ipotesi della simulazione di tracce di un reato, e non sussiste quindi
autocalunnia corrispondente alla calunnia indiretta
- Non si accenna alla querela, istanza o richiesta, non essendo possibile che tali atti siano posti in
essere da taluno contro se medesimo
- Unico soggetto passivo è l’Amministrazione della Giustizia.
Nel caso in cui taluno si autocalunnia per aiutare altri ed eludere le investigazioni dell’Autorità, si
è discusso se sia ravvisabile anche il favoreggiamento personale: siamo propensi a ritenere il solo
delitto di autocalunnia.
SANZIONE: la reclusione da 1 a 3 anni.

✓ False informazioni al pubblico ministero o al procuratore della Corte penale internazionale


(Art. 371bis):
“Chiunque, nel corso di un procedimento penale, richiesto dal pubblico ministero o dal
procuratore della Corte penale internazionale di fornire informazioni ai fini delle indagini, rende
dichiarazioni false ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene
sentito, è punito con la reclusione fino a 4 anni. Ferma l’immediata procedibilità nel caso di
rifiuto di informazioni, il procedimento penale, negli altri casi, resta sospeso fino a quando nel
procedimento nel corso del quale sono state assunte le informazioni sia stata pronunciata
sentenza di primo grado ovvero il procedimento sia stato anteriormente definito con
archiviazione o con sentenza di non luogo a procedere.
Le disposizioni di cui ai commi primo e secondo si applicano, nell’ipotesi prevista dall’art. 391bis,
comma 10, del codice di procedura penale, anche quando le informazioni ai fini delle indagini
sono richieste dal difensore”.
Per quanto attiene ai motivi del punire basta richiamarsi all’esigenza di conoscere
tempestivamente e con completezza la verità sui fattinindagati, in modo che sia evitato, nel
maggior numero possibile di casi e adottando ogni cautela suggerita dalla ragione e dalla
esperienza, quell’errore giudiziario capace di provocare danni personali irreparabili e discredito
della giustizia. Sicché la persona offesa viene ravvisata esclusivamente nello Stato- collettività
con esclusione del soggetto danneggiato.
Il termine "informazioni" può comprendere anche supporti documentali.
Prima del decreto del 1992 non era prevista sanzione penale nel caso di reticenza o false
informazioni innanzi al pubblico ministero. Con l’art. 371bis è stata eliminata la lacuna. La
condotta dell’informatore acquista rilievo se gli è richiesto di fornire notizie. Inoltre, la fattispecie
trova applicazione solo se la richiesta provenga dal pm e non anche dalla polizia giudiziaria, pur
se su delega dello stesso pm. Essenziale resta il collegamento tra le informazioni e le indagini in
corso, cosicché le prime debbono essere funzionalmente collegate alle seconde.
Il reato si consuma non appena la dichiarazione falsa ha avuto termine e il pm ne ha preso atto
considerandola definitiva. La chiusura dell’esame segna anche il momento consumativo della
reticenza.
Il dolo si sostanzia nella coscienza e volontà di dichiarare il falso o tacere ciò che si sa.
Sono applicabili le circostanze aggravanti di cui all’art. 375 (la pena è della reclusione da 3 a 8
anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione non superiore a 5 anni; è della reclusione
da 4 a 12 anni, se dal fatto deriva un condanna superiore a 5 anni, ed è della reclusione da 6 a 20
anni se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo) e le cause di esclusione della punibilità di cui
agli artt. 376 (il colpevole non è punibile se nel procedimento penale in cui ha prestato il suo
ufficio o reso le sue dichiarazioni ritratta il falso e manifesta il vero non oltre la chiusura del
dibattimento) e 384 (non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla
necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento
nella libertà e nell’onore).
Il secondo comma dell’articolo in esame contiene una disposizione di carattere processuale e
stabilisce che il procedimento penale, immediatamente procedibile nel caso di rifiuto di
informazioni, negli altri casi resta sospeso sino alla sentenza di primo grado relativa al processo
per il quale sono stata assunte le informazioni, salvo che in antecedenza sia intervenuta
archiviazione o sentenza di non luogo a procedere.
SANZIONE: la reclusione fino a 4 anni.

✓ False dichiarazioni al difensore (Art. 371-ter): “Nelle ipotesi previste dall’articolo 391-bis
commi 1 e 2, del codice di procedura penale, chiunque rende dichiarazioni false è punito con la
reclusione fino a 4 anni. Il procedimento penale resta sospeso fino a quando nel procedimento
nel corso del quale sono stata assunte le dichiarazioni sia stata pronunciata sentenza di primo
grado ovvero il procedimento sia stato anteriormente definito con archiviazione o con sentenza
di non luogo a procedere”.
La facoltà richiamata è quella di non rispondere o non rendere la dichiarazione, mentre le ipotesi
di cui ai commi primo e secondo dell’art. 391bis cpp. si riferiscono alla facoltà dei difensori, loro
sostituti, investigatori privati autorizzati e consulenti tecnici di acquisire notizie, attraverso un
colloquio non documentato, conferendo con le persone in grado di riferire circostanze utili ai fini
dell’attività investigativa. Nonché di chiedere alle stesse persone una dichiarazione scritta o di
rendere informazioni.
Questa faticosa norma vorrebbe affermare una impossibile par condicio tra l’attività inquisitoria
del pm volta alla ricerca della verità ed inchieste difensionali dirette soltanto alla tutela del
cliente, è tipica espressione di indirizzi di politica legislativa contrari alla nostra tradizione.
SANZIONE: reclusione fino a 4 anni.

✓ Falsa testimonianza (Art. 372):


“Chiunque deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria o alla Corte penale
internazionale afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai
fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da 2 a 6 anni.”
La ratio dell’incriminazione è evidente. L’Autorità giudiziaria per assolvere i suoi compiti, ha
bisogno di mezzi di prova e particolarmente di testimonianze, le quali debbano essere veritiere e
complete affinché possano essere emessi provvedimenti giusti. La testimonianza falsa può
fuorviare l’attività giudiziaria e per questa ragione viene sottoposta a pena.
Oggetto della tutela penale è l’interesse dell’Amministrazione della Giustizia alla veridicità e
completezza di quel mezzo di prova che va sotto il nome di testimonianza.
Soggetto attivo del reato può essere solo il testimone, vale a dire la persona che in un processo
è chiamata a dire ciò che sa su determinati fatti.
Affinché ricorra il delitto si richiede che la testimonianza sia resa davanti all’Autorità giudiziaria,
non importa se ordinaria o speciale, oppure se penale, civile o amministrativa. Fa eccezione a
questo principio la legge che estende la sfera di azione del reato alle false deposizioni avanti alla
Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo. Non danno luogo al reato le dichiarazioni
fatte avanti al PM in sede di sommarie informazioni nonché quelle rese innanzi agli uffici della
Polizia giudiziaria, alle commissioni di inchiesta e agli arbitri non obbligatori.
Nel nostro ordinamento penale la sussistenza del delitto di falsa testimonianza non è
subordinata alla prestazione del giuramento.
L’elemento oggettivo del delitto di falsa testimonianza può assumere tre forme e può consistere:
- Nell’affermare il falso
- Nel negare il vero
- Nel tacere, in tutto o in parte, ciò che si sa intorno ai fatti sui quali si è interrogati (reticenza).
La prima e la seconda si equivalgono, perché tanto vale affermare il falso, quanto negare il vero.
La reticenza ha un contenuto diverso, perché con essa non si fornisce una prova falsa, ma si fa
mancare, totalmente o parzialmente una prova che il soggetto era in grado e in dovere di
fornire.
Oggetto della testimonianza possono essere tanto fatti compiuti dall’individuo che viene
interrogato, quanto fatti relativi ad atre persone, ma da lui percepiti. Per i secondi nasce il
dubbio se il concetto di falsità importi:
• una divergenza tra l’affermazione del teste e la verità oggettiva
• una divergenza tra quell’affermazione e le percezioni sensorie ricevute dal teste medesimo.
Il dubbio prospettato deve risolversi nel senso della seconda alternativa: falsa è la deposizione
che contrasta con ciò che il deponente sa per averlo visto od udito. È responsabile di falsità, colui
che, contrariamente al vero, dichiara di aver visto una persona in un dato luogo anche se questa
in realtà non vi si trovava e il deponente ne era certo. Qui sorge un quesito: si domanda se per la
sussistenza del delitto basti qualsiasi falsità (o reticenza), anche se minima e trascurabile.
Affinché possa darsi luogo alla punizione per noi è necessario che la falsità sia giuridicamente
rilevante, il che significa che deve contrastare con lo scopo della norma incriminatrice. Ne
consegue che debbano considerarsi giuridicamente irrilevanti non solo le falsità che concernano
circostanze estranee alla causa, oppure insignificanti, ma anche tutte le altre che per la loro
natura o per l’oggetto a cui si riferiscono non hanno alcuna possibilità di turbare il corso
dell’attività giudiziaria. Per quanto concerne la reticenza non si può parlare di responsabilità
penale se non sia stata rivolta al deponente una domanda specifica sulla circostanza taciuta.
Il momento consumativo del delitto di cui trattasi si verifica non appena il teste ha condotto a
termine la sua deposizione e il giudice ne ha preso atto, considerandola definitiva. Colui che
nello stesso processo, in diverse fasi depone il falso risponde di un solo reato. Se deponendo il
falso, incolpa un’altra persona che sa innocente, sarà responsabile anche di calunnia.
L’elemento soggettivo di questo reato consiste nella coscienza e volontà di affermare il falso, di
negare il vero, oppure di tacere, in tutto o in parte.
Il dolo è escluso dall’errore di fatto, il quale può essere anche determinato da dimenticanza.
Vengono contemplate alcune circostanze aggravanti speciali. Esso dispone infatti che la pena è
della reclusione da 3 a 8 anni, se dal fatto deriva una condanna alla reclusione non superiore a 5
anni; della reclusione da 4 a 12 anni, se dal fatto deriva una condanna superiore a 5 anni; ed è
della reclusione da 6 a 20 anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.
Per l’applicabilità degli indicati aggravamenti di pena occorre:
> che la sentenza di condanna sia passata in giudicato
> che la testimonianza falsa o reticente abbia avuto un’influenza decisiva sul convincimento del
giudice, sia pure col concorso di altri elementi
> che la sentenza pronunziata sia sostanzialmente ingiusta.
Per il delitto in discorso, è prevista una causa speciale di estinzione della punibilità.
Essa è data dalla ritrattazione, la quale si verifica quando il colpevole nel procedimento penale in
cui ha prestato il suo ufficio o reso le sue dichiarazioni, ritratta il falso e manifesta il vero non
oltre la chiusura del dibattimento. Per produrre il suo effetto non si esige che la ritrattazione sia
spontanea: basta che sia volontaria e completa. Essa inoltre deve avvenire nello stesso
procedimento in cui è stata commessa la falsità, e in caso di proscioglimento prima che la
sentenza sia divenuta irrevocabile, e in caso di giudizio prima della chiusura del dibattimento.
L’estinzione della punibilità determinata dalla ritrattazione non si estende ai compartecipi, e
nemmeno all’istigatore, a meno che il testimone abbia ritrattato proprio per incitamento di colui
che lo aveva indotto a deporre il falso.
Il falso testimone non è punibile se ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla
necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento
nella libertà e nell’onore.
La punibilità è esclusa anche se la falsa testimonianza è stata resa da chi per legge non avrebbe
dovuto essere assunto come testimone, ovvero avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di
astenersi dal rendere la testimonianza.
SANZIONI: per delitto semplice, la reclusione da 2 a 6 anni; per delitto aggravato la pena della
reclusione da 3 a 8 anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione non superiore a 5 anni;
è della reclusione da 4 a 12 anni, se dal fatto deriva una condanna superiore a 5 anni; ed è della
reclusione da 6 a 20 anni se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.

ALTRE FALSITA’ GIUDIZIARIE

✓ Falsa perizia o interpretazione (Art. 373):


“Il perito o l’interprete, che, nominato dall’Autorità giudiziaria, dà parere o interpretazioni
mendaci, o afferma fatti non conformi al vero, soggiace alle pene stabilite nell’articolo
precedente. La condanna importa, oltre l’interdizione dai pubblici uffici, l’interdizione dalla
professione o dall’arte”.
Nell’espressione "perito" rientra il consulente tecnico del processo civile. Non vi è compreso
invece il consulente tecnico del giudizio penale, perché costui nel nostro ordinamento giuridico è
equiparato ai difensori.
La falsità può presentarsi in due forme:
• nel dare pareri o interpretazioni mendaci: non si limita a riferire ciò che ha appreso coi suoi
sensi, ma formula un giudizio. Tale giudizio è mendace quando non è conforme all’intimo
convincimento di colui che lo emette e così differisce da quella che secondo la sua coscienza è la
verità. Si tratta di una divergenza tra il convincimento reale e quello manifestato e ciò spiega
come il mendacio assai difficilmente possa essere accertato e le falsità peritali finiscono quasi
sempre col restare impunite
• nell’affermare fatti non conformi al vero: quando il perito o l’interprete afferma di aver
compiuto un’indagine che non ha eseguito o di aver accertato un fatto inesistente, di aver
ricevuto una dichiarazione che non gli fu resa.
Anche il reato di falsa perizia o interpretazione si aggrava nei casi contemplati dall’art. 375 del
codice e cioè quando dalla falsità deriva una delle condanne indicate nell’articolo stesso (pena
della reclusione da 3 a 8 anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione non superiore a 5
anni; e della reclusione da 4 a 12anni, se dal fatto deriva una condanna superiore a 5 anni; ed è
della reclusione da 6 a 20 anni se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo).
Vale pure per il delitto in esame la causa speciale di estinzione della punibilità che va sotto il
nome di ritrattazione. La punibilità è esclusa quando la falsità è stata commessa da chi per legge
non avrebbe dovuto essere assunto come perito o interprete.
SANZIONI: Reclusione da 2 a 6 anni. La condanna importa, oltre all’interdizione dai pubblici
uffici, l’interdizione della professione o dall’arte.

✓ Falso giuramento della parte (Art. 371):


“Chiunque come parte in giudizio civile, giura il falso è punito con la reclusione da 6 mesi a 3
anni. Nel caso di giuramento deferito d’ufficio, il colpevole non è punibile se ritratta il falso prima
che sulla domanda giudiziale sia pronunciata sentenza definitiva, anche se non irrevocabile. La
condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.”
Questo delitto viene comunemente denominato "spergiuro" e consiste nel fatto di colui che
come parte in giudizio civile, giura il falso.
Per parte in giudizio civile deve intendersi colui che domanda in proprio nome un’attuazione di
legge e colui nei cui confronti questa è richiesta.
Al giudizio civile è equiparato quello amministrativo.
Se la parte è una persona giuridica, il delitto può essere commesso solo dalla parte fisica, in
rappresentanza di quella, presta di fatto il giuramento.
Il giuramento secondo le regole civilistiche è la solenne affermazione della verità di un fatto o di
un rapporto giuridico. Esso può essere:
- decisorio: quando una parte deferisce o riferisce all’altra per farne dipendere la decisione
totale o parziale della causa
- suppletorio: il giuramento che è deferito d’ufficio dal giudice ad una delle parti per integrare la
prova o per stabilire il valore dell’oggetto della domanda.
Le nullità del giuramento (mancanza dell’ammonimento, vizi del contenuto della formula,
irregolarità verbale) non impediscono l’esistenza del reato, il quale è escluso solo quando il
giuramento sia giuridicamente inesistente per carenza di giurisdizione o incompetenza assoluta
nell’organo davanti a cui è prestato o per difetto, in colui che lo presta della qualità di parte.
Il reato di falso giuramento della parte può e deve essere provato in sede penale con tutti i mezzi
di prova consentiti dal diritto processuale penale.
Il reato, di mero pericolo, si consuma appena è resa la dichiarazione giurata. Non si richiede che
in base ad esso il giudice abbia pronunciato sentenza.
Secondo la regola generale il dolo è costituito dalla volontà di prestare il giuramento, sapendo
che quanto si afferma è falso, cioè avvertendo la divergenza tra il conosciuto e il dichiarato.
Si considera come causa di estinzione della punibilità la ritrattazione, la quale però è ammessa
solo per il giuramento deferito d’ufficio perché quello decisorio, equivalendo ad un atto
unilaterale di disposizione, vincola senz’altro le parti e il giudice.
Per essere efficace la ritrattazione deve avvenire prima che sulla domanda sia pronunciata
sentenza definitiva, anche non irrevocabile.
La ritrattazione deve essere accompagnata dalla manifestazione implicita del vero. La sentenza
che accerta il delitto di spergiuro non esercita alcuna influenza sulla decisione della lite civile,
non essendo consentito alla parte di provare la falsità del giuramento deferito o riferito.
Resta però salvo il diritto al risarcimento del danno ex delicto.
SANZIONI: la reclusione da 6 mesi a 3 anni. La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.
✓ Intralcio alla giustizia (Art. 377): “Chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla
persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria o alla Corte penale
internazionale ovvero alla persona richiesta di rilasciare dichiarazioni dal difensore nel corso
dell’attività investigativa, o alla persona chiamata a svolgere attività di perito, consulente tecnico
o interprete, per indurla a commettere i reati previsti dagli artt. 371bis, 371ter, 372 e 373,
soggiace qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alle pene stabilite negli artt. medesimi
ridotte dalla metà ai 2/3. La stessa disposizione si applica qualora l’offerta o la promessa sia
accettata, ma la falsità non sia commessa.
(introdotti i commi 3 e 4 nel 2006):
Chiunque usa violenza o minaccia ai fini indicati al primo comma, soggiace, qualora il fine non sia
conseguito, alle pene stabilite in ordine ai reati di cui al medesimo primo comma, diminuite in
misura non eccedente 1/3. Le pene previste ai commi primo e terzo sono aumentate se
concorrono le condizioni di cui all’art. 339 (circostanze aggravanti). La condanna importa
l’interdizione dai pubblici uffici”.
La ratio dell’incriminazione risiede nella tutela del corretto svolgimento dell’attività processuale,
in relazione a condotte volte a pregiudicare la serena acquisizione delle dichiarazioni di soggetti
sui quali grava l’obbligo di rispondere.
Il soggetto attivo del reato in esame può essere chiunque, e, quindi, anche l'imputato nel
procedimento cui si riferisce la testimonianza, la perizia o l'interpretazione.
Il delitto sussiste a condizione che la falsità non venga commessa dal testimone, perito o
interprete, abbiano o no queste persone accettato l’offerta o la promessa.
Il motivo della mancata esecuzione è indifferente.
Il dolo richiesto è specifico in quanto il soggetto deve realizzare il fatto (offerta o promessa di
denaro) per un fine che sta al di là della consumazione del reato.
Si esclude la configurabilità del tentativo perché la subordinazione in sostanza è un tentativo e il
tentativo di tentativo non è punibile (si pensi ad un’offerta o promessa fatta mediante uno
scritto, che non pervenga al destinatario) non si scorge la ragione per cui debba escludersi la
figura del reato tentato.
Il nostro codice non prevede per il delitto di subordinazione la scriminante del fine di
salvamento.
SANZIONI: le stesse pene per i reati di falsa testimonianza e di falsa perizia o interpretazione,
ridotte dalla metà ai 2/3. La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

✓ Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità


giudiziaria (Art. 377bis):
“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, con violenza o minaccia, o con offerta o
promessa di denaro o di altra utilità, induce a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni
mendaci la persona chiamata a rendere davanti alla autorità giudiziaria dichiarazioni utilizzabili in
un procedimento penale, quando questa ha la facoltà di non rispondere, è punito con la
reclusione da 2 a 6 anni”.
Questo delitto è stato introdotto nel 2001. Nonostante le evidenti affinità e similitudini con il
precedente art. 377 (intralcio alla giustizia), l’attuale fattispecie se ne distingue non solo sul
piano dell’individuazione del destinatario della condotta sanzionata ma anche per la diversa
struttura delle due ipotesi criminose: a differenza dell’intralcio alla giustizia, il delitto in esame è
configurato come reato ad evento, a dolo generico, che si perfeziona con l’effettivo ottenimento
del silenzio o del mendacio da parte del soggetto chiamato a rendere dichiarazioni di cui trattasi
e destinatario della condotta induttiva.
La ratio della incriminazione è duplice:
• nel caso di mere offerte di denaro o utilità: a trarne nocumento sarà unicamente
l’amministrazione della giustizia, che si vede privata dell’apporto conoscitivo che il soggetto
destinatario può fornire al procedimento penale.
• Nel caso di violenza o minaccia: il reato risulta plurioffensivo essendo vulnerata anche la
libertà individuale del soggetto passivo della condotta. La nuova fattispecie risulta condizionata
nel suo operare, dalla clausola di riserva espressamente prevista, che ne subordina l’applicazione
all’ipotesi in cui il fatto non costituisca più grave reato.
Soggetto attivo può essere chiunque, dal momento che il legislatore non ha inteso circoscrivere
in alcun modo la cerchia dei destinatari del precetto penalmente sanzionato.
La fattispecie risulta configurata in chiave plurisoggettiva impropria: la persona indotta, infatti,
pur dovendo realizzare le condotte tipiche descritte dalla fattispecie, non è punibile, nemmeno
nel caso in cui queste siano state realizzate in cambio dell’offerta o promessa di denaro o di altra
utilità.
La condotta di induzione, per essere penalmente rilevante, deve concretizzarsi attraverso una
delle due modalità tassativamente descritte e cioè con violenza o minaccia ovvero attraverso
l’offerta di denaro o altra utilità.
Per quanto concerne il significato del termine "induzione", si ritiene che con esso il legislatore
abbia inteso far riferimento all’esercizio di un’influenza sulla psiche del soggetto che ne è
destinatario, determinandolo a tenere il comportamento prefigurato.
Destinatario della condotta può essere solo chi sia chiamato a rendere, davanti all’autorità
giudiziaria, dichiarazioni utilizzabili in un procedimento penale e che, al contempo, possa
avvalersi della facoltà di non rispondere. Da una parte deve trattarsi di persona che può avvalersi
della facoltà di non rispondere e dall’altra, le dichiarazioni che la stessa potrebbe rendere
devono essere utilizzabili nel procedimento penale. Per una prima impostazione, l’art. 377bis
potrebbe operare solo nel caso in cui l’induzione al silenzio o al mendacio sia attuata nei
confronti di chi possa avvalersi della facoltà tassativamente indicata dalla norma, e non anche
delle altre. In particolare, non sarebbero ricompresi nel novero dei soggetti in esame quei
testimoni cui la legge attribuisce il privilegio contro l’autoincriminazione, o la facoltà di astenersi
dal deporre a tutela del segreto professionale o familiare affermando che non possono essere
obbligati a deporre.
La diversa impostazione invece estende l’ambito di applicazione della fattispecie a tutte quelle
ipotesi in cui il destinatario dell’induzione sia annoverabile tra i dichiaranti cui il codice di rito, in
qualche modo, concede una forma di facultas tacendi. Il destinatario della condotta induttiva
deve essere chiamato a rendere dichiarazioni utilizzabili in un procedimento penale.
Il termine del procedimento è tale da ricomprendere anche la fase delle indagini preliminari,
mentre il requisito della utilizzabilità delle dichiarazioni deve necessariamente desumersi dalle
regole di giudizio proprie delle disposizioni processuali.
L'utilizzabilità o meno delle dichiarazioni deve essere valutata ex ante alla luce della disciplina
legale e fisiologica dell’atto e non ex post in relazione ad eventuali vizi. Altrimenti il legittimo
svolgimento dell’atto finirebbe per atteggiarsi a condizione obiettiva di punibilità.
La condotta induttiva deve portare alla verificazione dell’evento, consistente nel non rendere
dichiarazioni da parte del chiamato o nella sua dichiarazione mendace. Quest’ultima situazione
presuppone che il dichiarante non si sia avvalso della facoltà che gli è riconosciuta, mente la
prima implica l’effettivo esercizio della stessa.
Il delitto si consuma con la dichiarazione mendace o con la dichiarazione con cui il destinatario
della condotta si avvale della facoltà di non rispondere.
Il tentativo deve ritenersi ammissibile. È stato precisato che anche con riferimento all’ipotesi
tentata è necessario che la condotta sia posta in essere nei confronti del soggetto già chiamato a
rendere le suddette dichiarazioni.
L’elemento soggettivo non desta particolari problematiche: per la sussistenza del reato, infatti, è
sufficiente il dolo generico consistente nella coscienza e volontà di provocare il silenzio o il
mendacio della persona nei cui confronti si dirige la condotta, attuata con le forme
tassativamente descritte.
SANZIONI: reclusione da 2 a 6 anni.

✓ Frode processuale (Art. 374):


“Chiunque, nel corso di un procedimento civile o amministrativo, al fine di trarre in inganno il
giudice in un atto d’ispezione o di esperimento giudiziale, ovvero il perito nella esecuzione di una
perizia, immuta artificiosamente lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone, è punito,
qualora il fatto non sia provveduto come reato da una particolare disposizione di legge, con la
reclusione da 6 mesi a 3 anni. La stessa disposizione si applica se il fatto è commesso nel corso di
un procedimento penale, anche davanti alla Corte penale internazionale o anteriormente ad
esso; ma in tal caso la punibilità è esclusa, se si tratta di reato per cui non si può procedere che in
seguito a querela, richiesta o istanza, e questa non è stata presentata".
Questa norma incriminatrice costituisce un’innovazione. Essa mira ad assicurare la genuinità
delle fonti del convincimento del giudice in ordine agli elementi di prova che si possono
desumere da alcune operazioni processuali, assicurando l’interesse della collettività al corretto
funzionamento della giustizia.
Autore del reato può essere chiunque, e, quindi, nei procedimenti civili e amministrativi anche
chi sia estraneo al rapporto processuale e nei procedimenti penali anche l’imputato, nonché il
suo avvocato o procuratore.
L’elemento materiale consiste in un’immutazione artificiosa, la quale deve cadere:
- Sullo stato dei luoghi: come ad es. l’elevazione di un muro, l’apertura di un passaggio, la
cancellazione di una traccia
- Sullo stato delle cose: come l’eliminazione di macchie di sangue da un vestito
- Sullo stato delle persone: ad es. un’autolesione, la cancellazione di un tatuaggio, il farsi
crescere la barba.
L’immutazione deve essere diretta a trarre in inganno il giudice nelle ispezioni giudiziali e negli
esperimenti giudiziali e il perito nell’esecuzione delle operazioni peritali.
L’immutazione deve avvenire, in ipotesi di procedimento civile o amministrativo, nel corso del
procedimento stesso, e cioè dopo che questo sia stato iniziato con la citazione o il ricorso.
Trattandosi di affare penale, la frode concreta il reato anche se posta in essere anteriormente
all’inizio del processo come ad es. nel caso del conducente di automobili il quale sposti il
cadavere dell’investito dopo il fatto o comunque prima del sopralluogo delle Autorità.
La ragione della diversità è ovvia, dato il maggiore interesse che ha lo Stato alla genuinità delle
prove in materia penale. L’immutazione deve possedere una qualche idoneità a trarre in inganno
e deve cadere su elementi rilevanti per la decisione. Pertanto il diritto vien meno se l’alterazione
è così evidente e grossolana da non poter dar luogo alla situazione di pericolo colpita dalla
norma incriminatrice.
La consumazione del reato si verifica nel luogo e nel momento in cui la frode viene conosciuta
dall’inquirente. Non si richiede che il magistrato o il perito siano caduti nell’inganno.
Non vi è ragione di escludere la possibilità del tentativo (taluno è sorpreso mentre sta
eliminando una traccia di sangue).
Per l’esistenza del dolo oltre alla volontà di compiere l’immutazione dello stato dei luoghi, delle
cose o delle persone, occorre il fine specifico di trarre in inganno il giudice o il perito.
Il delitto di frode processuale è aggravato quando dal fatto deriva una condanna penale.
SANZIONI: per il delitto semplice la reclusione da 6 mesi a 3 anni; per il delitto aggravato le pene
indicate nell’art. 375.

✓ False dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria o alla Corte penale
internazionale (Art. 374bis):
“Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni
chiunque dichiara o attesta falsamente in certificati o atti destinati a essere prodotti all’autorità 
giudiziaria o alla Corte penale internazionale condizioni, qualità personali, trattamenti
terapeutici, rapporti di lavoro in essere o da instaurare, relativi all’imputato, al condannato o alla
persona sottoposta a procedimento di prevenzione.
Si applica la pena della reclusione da 2 a 6 anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale,
da un incaricato di un pubblico servizio o da un esercente la professione sanitaria”.
La ratio di questa norma incriminatrice è la tutela dell’efficacia probatoria di documenti destinati
ad essere prodotti all’autorità giudiziaria la cui veridicità è fondamentale per una serie di
importantu effetti sia sul processo che sui bene ci attinenti alla custodia cautelare e
all’esecuzione delle pene e delle misure di prevenzione. L’esperienza dei giudici conosce la
frequenza con la quale in passato certificazioni false o compiacenti sullo stato di salute degli
imputati di gravi processi venivano prodotte per ottenere il rinvio di dibattimenti, o la loro
sospensione o comunque dilazioni dell’iter processuale e anche di false situazioni familiari per
ottenere arresti domiciliari.
Soggetto attivo del reato può essere chiunque. Gli atti destinati ad essere prodotti avanti
l’autorità giudiziaria comprendono qualsiasi documentazione idonea a perseguire gli scopi che il
soggetto attivo del reato si propone di raggiungere.
L’azione criminosa consiste nella dichiarazione o attestazione di fatti non rispondenti al vero e in
qualche modo idonei a realizzare gli scopi che un soggetto in attesa di giudizio definitivo, o già
condannato con sentenza passata in giudicato, o sottoposto al procedimento per applicare
misure di prevenzione, si propone di perseguire.
Problemi interpretativi può porre il momento consumativo poiché la norma, accennando non ad
atti già presentati ma a certificati o ad atti destinati ad essere prodotti, anticipa al tempo in cui gli
atti vengono compiutamente redatti, la perfectio del reato. Per tal motivo, sarà necessario
accertare l’effettiva destinazione delle false dichiarazioni ad essere utilizzate nel modo indicato,
mediante un’accurata valutazione degli elementi emergenti dalla situazione concreta.
Il dolo consiste nella volontà della falsa dichiarazione o attestazione con la coscienza che esse
attengono a certificati o atti destinati ad essere prodotti all’autorità giudiziaria.
È prevista una circostanza aggravante se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un
incaricato di pubblico servizio o da un esercente la professione sanitaria.
SANZIONI: reclusione da 1 a 5 anni nell’ipotesi semplice e da 2 a 6 anni nella forma aggravata.

FAVOREGGIAMENTO.

Gli artt. 378 e 379 prevedono due distinte figure di favoreggiamento:


-> Favoreggiamento personale: è punito chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale
la legge stabilisce l’ergastolo o la reclusione, e fuori dei casi di concorso nel medesimo, aiuta
taluno ad eludere le investigazioni dell’Autorità, comprese quelle svolte da organi della Corte
penale internazionale, o a sottrarsi alle ricerche effettuate dai medesimi soggetti.
-> Favoreggiamento reale: è punito colui che, fuori dai casi di concorso nel reato, aiuta taluno ad
assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato.
Le disposizioni di questi artt. si applicano anche quando la persona aiutata non è imputabile o
risulta che non ha commesso il delitto.
Il favoreggiamento non è stato sempre considerato dalle legislazioni e dalla dottrina come reato
autonomo. È stato per molti secoli concepito come una forma particolare di concorso di persone
nel reato, e precisamente come una compartecipazione criminosa post delictum.
Le due specie di favoreggiamento erano previste insieme nel codice Zanardelli.
Il codice attuale le ha separate facendone distinti tipi di reato.
La scissione deve ritenersi giustificata, perché la differenza tra il favoreggiamento personale e
quello reale è notevole, pur riguardando lo stesso oggetto e la stessa tutela giuridica.
Nel primo è protetto l’interesse dell’Amministrazione della Giustizia al regolare svolgimento del
processo penale, perché i fatti che lo costituiscono tendono a fuorviare od ostacolare l’attività
diretta all’accertamento e alla repressione dei reati.
Nel favoreggiamento reale, invece, è tutelato principalmente l’interesse generale che ha lo
Stato ad impedire che sia prestata ai delinquenti una collaborazione destinata a far diventare
definitivi i vantaggi da essi conseguiti con azioni criminose.
Nel favoreggiamento reale è pregiudicato anche l’interesse del soggetto passivo del reato
precedente perché la dispersione delle cose di provenienza delituosa ne rende più difficile il
recupero, consolidando il danno subito dalla vittima.
Il favoreggiamento personale e quello reale hanno in comune due presupposti:
- La preesistenza di un reato: non è possibile parlare di favoreggiamento se prima non è stato
commesso un reato.
- La mancata partecipazione nel reato antecedente: il soggetto deve essere rimasto del tutto
estraneo al detto reato, perché in caso diverso ne risponde a titolo di concorso.
Dato che il favoreggiamento implica un’attività che si svolge dopo la commissione di un reato, la
compartecipazione che ne esclude la sussistenza non può essere che quella che si concreta nella
promessa di aiuto fatta prima o durante l’esecuzione del reato, promessa che abbia suscitato o
rafforzato negli autori del medesimo il proposito criminoso.
La punibilità in concreto dell’autore del fatto non è necessaria perché non è necessaria
l’esistenza del reato.
La sorte del reato presupposto influisce sul delitto di favoreggiamento solo quando ne risulti
accertata l’obiettiva insussistenza. Può aversi favoreggiamento anche rispetto ad un reato
permanente, purché la condotta di ausilio non possa in alcun modo tradursi in un sostegno o in
un incoraggiamento alla prosecuzione dell’attività delittuosa altrimenti si avrebbe il concorso nel
reato presupposto.

✓ Favoreggiamento personale (Art. 378): “Chiunque dopo che fu commesso un delitto per il
quale la legge stabilisce l’ergastolo o la reclusione,  e fuori dei casi di concorso nel medesimo,
aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’Autorità, comprese quelle svolte da organi della Corte
penale internazionale, o a sottrarsi alle ricerche effettuate dai medesimi soggetti, è punito con la
reclusione fino a 4 anni.
Quando il delitto commesso è quello previsto dall’art. 416bis (associazioni di tipo mafioso anche
straniere), si applica, in ogni caso, la pena della reclusione non inferiore a 2 anni.
Se si tratta di delitti per i quali la legge stabilisce una pena diversa, ovvero di contravvenzioni, la
pena è della multa fino a 516 euro.
Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando la persona aiutata non è imputabile
o risulta che non ha commesso il delitto.”
L’azione esecutiva consiste nell’aiutare taluno ad eludere le investigazioni dell’Autorità o a
sottrarsi alle ricerche di questa.
Per "indagini" si intendono le investigazioni degli ufficiali della polizia e degli organi giudiziaria
svolte per la ricerca di notizie relative alla pronuncia di merito.
"Eludere le indagini" significa impedire che esse conducano al risultato a cui sono dirette, il che
può ottenersi con i mezzi più svariati, e specialmente con la soppressione od occultamento degli
elementi di prova e con la creazione di falsi indizi.
Le ricerche dell’Autorità riguardano gli atti di coercizione che possono essere compiuti
dall’Autorità stessa nei confronti di una persona sospettata di un reato.
La sottrazione alle ricerche si ha tutte le volte che i predetti atti sono in qualsiasi modo ostacolati
e, perciò anche quando siano soltanto ritardati. 
Anche il difensore di una persona sospettata di un reato può rendersi responsabile di
favoreggiamento. Ciò avviene quando il difensore esorbita dai limiti del suo ufficio, come nel
caso che comunichi al suo assistito la notizia dell’emissione di un provvedimento di custodia
cautelare, consigliandogli di darsi alla fuga o quando fornisce a terzi notizie di cui sia venuto a
conoscenza nell’esercizio del proprio assistito e che devono rimanere riservate. Compito della
difesa è di illuminare la giustizia; essa è difesa del diritto non del reato.
L’informazione data all’assistito, sulla base della cognizione lecita di atti processuali rilevanti gravi
indizi di colpevolezza, della possibile emissione nei suoi confronti di una misura cautelare
personale è atto che non integra il delitto in esame.
Del pari meritevole di attenzione è l’intervento del medico che presti consapevolmente
assistenza al paziente che versi nelle condizioni di illegalità.
Appare condivisibile l’orientamento che individua il confine dell’irrilevanza penale nella
circostanza che la prestazione di assistenza non sia accompagnata da ulteriori elementi idonei ad
eludere le indagini dell’autorità.
Qualunque aiuto prestato ad una persona per eludere le investigazioni o sottrarsi alle ricerche
dell’Autorità integra il reato indipendentemente dall’effettivo vantaggio conseguito dal soggetto
favorito. Deve però trattarsi di un’azione idonea a determinare il risultato, perché in caso
contrario mancherebbe un’apprezzabile offesa all’interesse tutelato dalla norma incriminatrice.
Peraltro non è necessario che la stessa interferisca con le indagini in corso, essendo sufficiente
che ciò possa accadere.
L’aiuto in cui si concreta il reato deve essere prestato a taluno. Con questa espressione generica
la legge ha voluto dire che favoreggiato può essere qualsiasi individuo che sia sospettato di aver
commesso un illecito penale. Va tenuto presente che se è aiutata una persona la cui condanna
sia divenuta irrevocabile, chi l’aiuta a sottrarsi alla pena non risponde del reato in parola ma di
procurata inosservanza di pena.
Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui l’agente ha posto in essere il
comportamento destinato ad aiutare taluno ad eludere le investigazioni o sottrarsi alle ricerche
dell’Autorità. Non è necessario che questo risultato sia stato conseguito.
La configurabilità del tentativo è fuori discussione.
Il dolo implica la volontà di realizzare il fatto sapendo che la persona aiutata, anche se non la si
conosce, è, o può essere, sospettata di aver commesso un reato e rendendosi conto che dalla
propria azione può derivare un intralcio alle investigazioni o alle ricerche dell’Autorità.
All’ipotesi in parola è riferibile la particolare causa di estinzione del reato (ritrattazione).
Al favoreggiamento personale inoltre è applicabile l’esimente di cui all’art. 384 e perciò non è
punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se
medesimo o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento nella libertà e
nell’onore.
L’autofavoreggiamento non è punibile, neppure nel caso che si risolva a vantaggio di altri.
Nel 2011 il Codice antimafia ha previsto che le pene previste da questo delitto sono aumentate
da 1/3 alla metà se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad
una misura di prevenzione personale durante il periodo previsto di applicazione e sino a 3 anni
dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione.
SANZIONI: reclusione fino a 4 anni, se per il reato antecedente la legge commina la pena
dell’ergastolo o della reclusione non inferiore a 2 anni se il delitto commesso sia quello di
associazione di tipo mafioso (art. 419bis).
La multa fino a 516€ se si tratta di un delitto per cui sia stabilita la pena della multa, oppure di
contravvenzione. Tali pene sono aumentate da 1/3 alla metà se il fatto è commesso da persona
già sottoposta a misura di prevenzione con provvedimento definitivo ed entro 3 anni dalla
cessazione della misura.

✓ Favoreggiamento reale (Art. 379):


“Chiunque, fuori dai casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli artt. 648 (ricettazione),
648bis (riciclaggio) e 648ter (impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita), aiuta
taluno ad assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato, è punito con la reclusione fino
a 5 anni se si tratta di delitto e con la multa da 51 a 1032€ se si tratta di contravvenzione.”
L’elemento oggettivo del testo in parola è costutuito dal fatto di aiutare taluno ad assicurare il
prodotto o il profitto o il prezzo di un reato.
"Prodotto" del reato non sono soltanto le cose pervenute direttamente in possesso del reo a
mezzo del reato (refurtiva) ma anche quelle derivate da successiva specificazione (fusione degli
oggetti d’oro rubati), quelle ricavate dall’alienazione (il denaro ottenuto con la vendita della
refurtiva) ed anche le cose poste in essere col reato (documento falsificato).
"Profitto" è ogni vantaggio derivato dal reato, vantaggio che può anche non essere puramente
economico.
"Prezzo" è ogni ricompensa avuta dal colpevole o a lui promessa per commettere il reato.
L’azione esecutiva del reato in esame si concreta nell’assicurare i beni e vantaggi ora indicati.
Con tale espressione il legislatore allude a tutte le attività svolte per acquisire definitivamente i
detti beni o vantaggi della sfera patrimoniale del favoreggiato, sia mettendoli al sicuro, sia
realizzandoli se sono stati soltanto promessi. Rientra nella previsione della legge anche colui che
si interpone tra il ladro e il derubato per far ottenere al secondo la restituzione del tolto
mediante sborso di un prezzo di riscatto.
La consumazione del delitto si verifica nel tempo e nel luogo in cui l’agente ha posto in essere il
comportamento in cui si concreta l’aiuto. Non è necessario che il bene o il vantaggio sia entrato
definitivamente nel patrimonio del favoreggiato: basta che sia realizzata un’azione idonea a
determinare tale risultato.
Perché sussista il dolo, l’agente deve sapere che la persona aiutata è sospettata di aver
commesso un reato. Deve, inoltre, rendersi conto che l’aiuto da lui prestato può avere per effetto
l’assicurazione, cioè la definitiva acquisizione del prodotto, profitto o prezzo di un fatto
criminoso.
Il fatto per costituire favoreggiamento reale, non deve presentare gli estremi dei delitti di
ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.
La differenza rispetto alla ricettazione è che per quest’ultima si richiede che il reo abbia agito
con lo scopo di procurarsi un profitto, mentre tale scopo non è necessario nel favoreggiamento.
Il ricettatore è un individuo che agisce per fine di lucro e mira all’utile proprio.
Il favoreggiatore invece vuole soprattutto giovare ad un’altra persona, aiutandola a consolidare i
vantaggi che le sono derivati dalla commissione di un reato.
Al favoreggiamento reale non si applica la causa di esclusione della pena stabilita nell’art. 384.
In conseguenza il favoreggiamento reale prestato a favore di prossimi congiunti non è esente da
pena.
Il favoreggiamento reale effettuato nel proprio interesse (autofavoreggiamento) non è punibile,
e ciò in applicazione del principio generale del nostro diritto per cui non si fa carico all’imputato
o condannato di tentare la propria salvezza con mezzi che non sono per se stessi delittuosi.
SANZIONI: la reclusione fino a 5 anni, se il reato precedente è un delitto e non inferiore a 2 anni
se si tratta del delitto di associazione di tipo mafioso (art. 419bis); la multa da 51 a 1032€ se si
tratta di contravvenzione.
Le pene sono aumentate da 1/3 alla metà se il fatto è commesso da persona già sottoposta a
misura di prevenzione con provvedimento definitivo ed entro 3 anni dalla cessazione della
misura.

✓ Rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale (Art. 379bis):


“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie segrete
concernenti un procedimento penale, da lui apprese per aver partecipato o assistito ad un atto
del procedimento stesso, è punito con la reclusione fino a 1 anno. La stessa pena si applica alla
persona che, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva
il divieto imposto dal PM ai sensi dell’articolo 391-quinquies del codice di procedura penale.”
La ratio della tutela consiste nella necessità di rafforzare il segreto processuale.
Soggetto attivo può essere soltanto chi ha preso parte o ha assistito ad un atto del procedimento
o chi è destinatario del potere di segretazione del pm (se sussistono specifiche esigenze attinenti
all’attività di indagine, il pm può, con decreto motivato, vietare alle persone sentite di
comunicare i fatti e le circostanze oggetto dell’indagine di cui hanno conoscenza).
La condotta penalmente sanzionata è duplice e può consistere in:
- Indebita rivelazione di notizie segrete: si può realizzare in relazione alle notizie che possono
essere quali cate come segrete e che siano pertinenti al procedimento penale. È penalmente
rilevante solo se avente ad oggetto notizie apprese direttamente dall’aver partecipato o assistito
ad un atto del procedimento.
L’oggetto del divieto di rivelazione, riguarda l’atto del procedimento e la sua documentazione e
non il fatto storico oggetto dell’atto ed in genere dell’indagine, del quale il soggetto abbia
conoscenza aliunde (da altro luogo, da altra persona).
La rivelazione per essere punibile deve essere indebita e cioè non deve trovare giustificazione in
alcuna esimente, né in alcuna ragione ammessa dall’ordinamento processuale.
- Violazione del segreto imposto dal pubblico ministero: consiste nella violazione del dovere di
segretezza imposto dal PM. In questo caso l’oggetto della divulgazione illecita consistere non
solo negli atti di indagine, ma negli stessi fatti e circostanze oggetto di indagine; sicché la
rivelazione deve considerarsi vietata anche se concerne fatti e circostanze apprese aliunde.
Il delitto si consuma per entrambe le ipotesi contemplate, nel momento e nel luogo in cui
avviene la rivelazione delle notizie, coperte da segreto, indipendentemente dal prodursi di
qualsiasi conseguenza dannosa per le indagini cui le stesse si riferiscono.
SANZIONI: la reclusione fino ad 1 anno.

PREVARICAZIONE

Affinché l’Amministrazione della Giustizia possa funzionare regolarmente è necessario che sia
assicurato un minimum di correttezza e lealtà da parte dei patrocinatori e consulenti tecnici, i
quali per le loro funzioni sono chiamati a collaborare con gli organi giudiziari. Di qui le seguenti
figure criminose che comunemente vengono riunite sotto la denominazione di prevaricazione.
✓ Patrocinio o consulenza infedele (Art 380): “Il patrocinatore o il consulente tecnico che,
rendendosi infedele ai suoi doveri professionali, arreca nocumento agli interessi della parte da
lui difesa, assistita o rappresentata dinanzi all’Autorità giudiziaria o alla Corte penale
internazionale è punito con la reclusione da 1 anno a 3 anni e con multa non inferiore a 516€.
La pena è aumentata:
- Se il colpevole ha commesso  il fatto, colludendo con la parte avversaria
- Se il fatto è stato commesso a danno di un imputato.
Si applicano la reclusione da 3 a 10 anni e la multa non inferiore a 1032€, se il fatto è commesso
a danno di persona imputata di un delitto per il quale la legge commina l’ergastolo ovvero la
reclusione superiore a 5 anni.”
L’espressione "patrocinatore" comprendeva non solo gli avvocati e i procuratori ma anche i
causidici ammessi, un tempo al patrocinio davanti alla pretura.
Nella locuzione "consulente tecnico" non rientra il consulente di cui all’art. 64 cpc., al quale si
applicano le disposizioni che riguardano i periti.
È indifferente che il patrocinatore e il consulente tecnico comunque nominati, siano retribuiti o
meno. L’infedeltà che viene colpita dalla legge non va considerata in relazione all’incarico
ricevuto, ma in rapporto ai doveri professionali.
Per la configurabilità del reato è richiesto che il patrocinatore ponga in essere condotte
irrispettose dei doveri professionali che la legge pone a suo carico per la tutela della parte
assistita, determinando una lesione degli interessi di quest’ultima, causandole un danno
patrimoniale o il mancato raggiungimento dei vantaggi che sarebbero stati soddisfatti con il
corretto leale esercizio del patrocinio.
Il consenso del mandante perciò a meno che non si tratti di diritti disponibili non esclude il reato,
come nel caso che l’avvocato lasci condannare il suo cliente che sa innocente, d’accordo con lo
stesso.
Costituiscono infedeltà ai doveri professionali ad esempio la violazione del segreto
professionale, la soppressione, l’alterazione e l’omessa produzione di mezzi di prova,
l’intenzionale trascuranza dei termini, l’occultamento di notizie o la comunicazione di notizie
false o fuorvianti, l’omissione dolosa della difesa e in ogni caso quelle infedeltà che impediscono
alla parte di ottenere i risultati attesi con l’esplicazione di un’attività professionale rispondente ai
requisiti di correttezza e lealtà idonee a garantire la tutela dell’interesse pubblico al buon
funzionamento della giustizia.
Per la consumazione del reato è necessario che si sia verificato un nocumento alla parte difesa,
assistita o rappresentata dinanzi all’Autorità giudiziaria o alla Corte penale internazionale; parte
che costituisce la persona offesa dal reato o la parte avversaria se anche questa sia vittima degli
accordi collusivi intercorsi tra i rispettivi difensori.
Il dolo consiste nella volontà di recare nocumento anzidetto con la coscienza di venir meno ad
un dovere professionale.
Sono previste due circostanze aggravanti:
> La prima ricorre se il colpevole ha commesso il fatto patteggiando segretamente con la
controparte. In questo caso, è evidente, si ha un vero tradimento della fiducia che è stata riposta
nel difensore.
> La seconda aggravante concerne l’ipotesi in cui il fatto sia commesso a danno di un imputato,
vale adire, a pregiudizio della libertà e dell’onore di una persona a cui è attribuito un delitto o
una contravvenzione. In tale ipotesi è previsto un maggior aggravamento di pena allorché
l'imputazione ha per oggetto un delitto per il quale la legge commini la reclusione superiore a 5
anni o una pena più grave.
SANZIONI: la reclusione da 1 a 3 anni e la multa non inferiore a 516€. Concorrendo una delle
circostanze aggravanti, le pene sono aumentate nella misura ordinaria (fino ad 1/3) ma se il fatto
è commesso a danno di una persona imputata di un delitto punibile con la reclusione superiore a
5 anni o conuna pena più grave, si applica la reclusione da 3 a 10 anni e la multa non inferiore a
1032€.
La condanna importa in ogni caso l’interdizione dai pubblici uffici e l’interdizione della
professione.

✓ Altre infedeltà del patrocinatore o del consulente tecnico (Art. 381):


“Il patrocinatore o il consulente tecnico che in un procedimento dinanzi all’Autorità giudiziaria,
presta contemporaneamente anche per interposta persona il suo patrocinio o la sua consulenza
a favore di parti contrarie, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave reato, con la
reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la multa non inferiore a 103€. La pena è della reclusione fno
a 1 anno e della multa da 51 a 516€, se il patrocinatore o il consulente, dopo aver difeso,
assistito o rappresentato una parte, assume senza il consenso di questa nello stesso
procedimento, il patrocinio o la consulenza della parte avversaria”.
Sono contemplate le seguenti ipotesi a confronto:
• Del patrocinatore o del consulente tecnico che in un procedimento dinanzi all’Autorità
giudiziaria, presta contemporaneamente anche per interposta persona il suo patrocinio o la sua
consulenza a favore di parti contrarie.
La contemporanea prestazione dell’opera, che può effettuarsi anche facendo figurare un
prestanome, per concretare il reato deve riferirsi a due parti contrarie e cioè aventi interessi in
contrasto, anche se non siano avversarie nel senso tecnico della parola.
• Del patrocinatore o del consulente tecnico che dopo aver difeso assistito o rappresentato una
parte, assume, senza il consenso di questa, nello stesso procedimento, il patrocinio o la
consulenza della parte avversaria.
Deve trattarsi di parti avversarie (es.: avvocato che dopo aver difeso l’imputato nel giudizio di
primo grado, passa a sostenere in appello la parte civile). Non si esige la verificazione di un
danno per il privato difeso, assistito o rappresentato, perché trattasi di un reato contro
l’Amministrazione della Giustizia e il legislatore ha di mira anche la dignità e la serietà della
professione forense.
Il delitto si consuma col semplice porre in essere una delle azioni descritte. Per la sussistenza del
dolo basta la volontà di realizzare una delle azioni anzidette accompagnata dalla consapevolezza
della situazione di incompatibilità esistente.
SANZIONI: per la prima ipotesi, la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la multa non inferiore a 103€
con l’interdizione dai pubblici uffici e dalla professione; per la seconda, la reclusione sino a 1
anno e la multa da 51 a 516€.

✓ Millantato credito del patrocinatore (Art. 382):


“Il patrocinatore che millantando credito presso il giudice o il pubblico ministero che deve
concludere, ovvero presso il testimone o l’interprete, riceve o fa dare o promettere dal suo
cliente, a sé o ad un terzo, denaro o altra utilità,col pretesto di doversi procurare il favore del
giudice o del pubblico ministero o del testimone, perito o interprete, ovvero di doverli
remunerare, è punito con la reclusione da 2 a 8 anni e con la multa non inferiore a 1032€”.
Il reato in parola non è che una sottospecie del delitto di millantato credito.
Nell’articolo in esame è contemplata la millanteria del patrocinatore, non quella del consulente
tecnico, perché costui non ha rapporti diretti con l’Autorità giudiziaria.
SANZIONI: la reclusione da 2 a 8 anni e la multa non inferiore a 1032€. La condanna importa
l’interdizione dai pubblici uffici e dalla professione.

ESIMENTI SPECIALI.

Nel capo relativo ai delitti contro l’attività giudiziaria esiste una disposizione che sancisce per la
maggior parte di essi cause speciali di non punibilità.
Trattasi dell’art. 384 il quale prevede che in alcuni casi (artt. 361, 362, 363, 364, 365, 366, 369,
371bis, 371ter, 372, 373, 374 e 378) non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato
costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e
inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore.
Nei casi degli artt. 371bis, 371ter, 372 e 373 la punibilità è esclusa se il fatto è commesso da chi
per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire informazioni ai fini delle indagini o
assunto come testimone, perito, consulente tecnico o interprete ovvero non avrebbe potuto
essere obbligato a deporre o comunque rispondere o avrebbe dovuto essere avvertito della
facoltà di astenersi dal rendere informazioni, testimonianza, perizia, consulenza o
interpretazione.
I delitti a cui si applica la norma del primo comma sono:
1) False informazioni al pubblico ministero (art. 371bis)
2) False dichiarazioni al difensore (art. 371ter)
3) Falsa testumonianza (art. 372)
4) Falsa perizia o interpretazione (art. 373)
5) Autocalunnia (art. 369)
6) Frode processuale (art. 374)
7) Favoreggiamento personale (art. 378)
8) Omissioni di denuncia e di referto (artt. 361-365)
9) Rifiuto di uffici legalmente dovuti (art. 366).
L’esimente al primo comma viene giustificata con l’istinto alla conservazione della propria libertà
e del proprio onore e con l’esigenza di tener conto dei vincoli di solidarietà familiare.
Si tratta di una forma speciale di stato di necessità.
Essa differisce dallo stato di necessità in quanto non presuppone che il pericolo non sia stato
causato dall’agente e si applica anche quando è stato l’agente stesso, commettendo un reato, a
determinare la situazione in cui si trova.
Per lo stato di necessità l’azione è giustificata anche se è diretta a salvare una persona che non
abbia alcun vincolo con l’agente, mentre nella scriminante in esame l’intervento è consentito
solo a favore dei prossimi congiunti.
Si esige che il pregiudizio minacciato non possa altrimenti evitarsi che con una azione che di
regola costituisce reato.
Si richiede un rapporto di derivazione causale tra fatto commesso ed esigenza di tutela dei beni
indicati, che impedisce di invocare l’esimente sulla base del mero timore di un pregiudizio.
Questo deve presentare i caratteri dell’attualità e della gravità.
Nell’art. 384 non si richiede esplicitamente che il fatto sia proporzionato al pericolo. Trattasi però
di una differenza soltanto apparente, perché a nostro parare il requisito della proporzionalità è
sempre necessario.
Per quanto riguarda la nozione di prossimo congiunto prima non era compreso anche il
convivente more uxorio ma con una pronuncia della Suprema Corte ha riconosciuto la possibilità
di estendere la causa di non punibilità anche al convivente more uxorio.
Si domanda se l’esimente in parola sia applicabile a chi abbia deposto il falso dopo essere stato
avvertito della facoltà di astenersi dal rendere la testimonianza.
La Cassazione ha risolto il quesito asserendo che non può chiamarsi situazione di necessità
quella a cui un individuo si espone liberamente.
L’esimente di cui al secondo comma relativa alle solo ipotesi di:
- Falsa testimonianza (Art. 372)
- Falsa perizia o interpretazione (Art. 373)
- False informazioni al PM (Art. 371bis)
- False dichiarazioni al difensore (Art. 317ter)
Tale esimente è conseguenza del mancato rispetto dei presupposti tipici per l’acquisto delle
qualità considerate, col risultato che la testimonianza, perizia, consulenza o interpretazione
assunte contra jus non possono acquisire rilievo neppure sul piano del falso, per carenza dei
requisiti necessari. La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della disposizione nella
parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte
dalla polizia giudiziaria, fornite da chi avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi
dal renderle. Di recente, è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della disposizione nella
parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni rese alla
polizia giudiziaria da chi non avrebbe potuto essere obbligato a renderle o comunque a
rispondere in quanto persona indagata per reato probabilmente collegato a quello, realizzato da
altri, cui le dichiarazioni si riferiscono.

✓ Punibilità dei fatti commessi in collegamento audiovisivo nel corso di una rogatoria
dall’estero (Art. 384bis):
“I delitti di cui agli artt. 366, 367, 368, 369, 371bis, 372 e 373, commessi in occasione di un
collegamento audiovisivo nel corso di una rogatoria dall’estero, si considerano commessi nel
territorio dello Stato e sono puniti secondo la legge italiana”.
- Rifiuto di uffici legalmente dovuti (art. 366)
- Simulazione di un reato (art. 367)
- Calunnia (art. 368)
- Autocalunnia (art. 369)
- False dichiarazioni al PM (art. 371bis)
- Falsa testimonianza (art. 372)
- Falsa perizia o interpretazione (art. 373)

CONTRAVVENZIONI CONCERNENTI L’ATTIVITA’ GIUDIZIARIA.

✓ Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale (Art. 684):


"Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o guisa d’informazione, atti o
documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione, è punito con
l’arresto fino a 30 giorni o con l’ammenda da 51 a 158€”.
La fonte del divieto è oggi l’art. 114 cpp. il quale proibisce la pubblicazione anche parziale o per
riassunto con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, gli atti coperti dal segreto o
anche solo del loro contenuto.
Sono coperti dal segreto gli atti e documenti del processo destinati alla lettura nel pubblico
dibattimento. Sono acquisibili scritti o altri documenti anche fotografici, cinematografici,
fonografici o espressi da qualsiasi altro mezzo.
Anche degli atti non più coperti dal segreto, la pubblicazione è vietata fino a che non siano
concluse le indagini preliminari ovvero sino al termine dell’udienza preliminare.
Il giudice può disporre che il dibattimento si svolga a porte chiuse quando la pubblicità può
nuocere al buon costume o può comportare la diffusione di notizie da mantenere segrete
nell’interesse dello Stato se vi sia richiesta dell’autorità competente.
Anche altri interessati possono chiedere che si proceda a porte chiuse all’assunzione di prove
capaci di causare pregiudizio alla riservatezza dei testimoni ovvero alle parti private in ordine a
fatti che non costituiscono oggetto dell’imputazione. Inoltre, il giudice deve disporre che il
dibattimento o parte di esso si svolga a porte chiuse quando la pubblicità può nuocere alla
pubblica igiene, quando avvengano da parte del pubblico manifestazioni che turbano il regolare
svolgimento delle udienze o quando è necessario salvaguardare la sicurezza di testimonio di
imputati.
Di regola avvengono a porte chiuse i dibattimenti davanti al tribunale per i minorenni per il quali
vige comunque il divieto di pubblicare o divulgare notizie o immagini che ne consentano
l’identificazione.
L’art. 329 prevede che:
- Gli atti di indagine compiuti dal PM e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a
quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque non oltre la chiusura delle
indagini preliminari
- Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il PM, può consentire con decreto
motivato la pubblicazione di singoli atti o di parti di essi. In tal caso, gli atti pubblicati sono
depositati presso la segreteria del pubblico ministero.
- Anche quando gli atti non sono più coperti dal segreto il PM in caso di necessità per la
prosecuzione delle indagini può disporre con decreto motivato:
• L’obbligo del segreto per singoli atti, quado l’imputato lo consente o quando la conoscenza
dell’atto può ostacolare le indagini riguardanti altre persone
• Il divieto di pubblicare il contenuto di singoli atti o notizie specifiche relative a determinate
operazioni.
Pertanto, oggi, salvo i limiti appena indicati, la sfera di azione della norma incriminatrice in
esame comprende anche gli atti dell’indagine preliminare, compresi quelli della polizia
giudiziaria. In ogni caso, l’ambito operativo del segreto concerne gli atti ed i documenti derivanti
dall’attività dell’indagine del pm o della polizia giudiziaria.
Non rientrano nella previsione dell’articolo in esame gli atti e i documenti di procedimenti civili,
amministrativi o disciplinari.
SANZIONI: arresto sino a 30 giorni o ammenda da 51 a 258€.

✓ Indebita pubblicazione di notizie concernenti un procedimento penale (Art. 685):


“Chiunque pubblica i nomi dei giudici, con l’indicazione dei voti individuali che ad essi si
attribuiscono nelle deliberazioni prese in un procedimento penale è punito con l’arresto fino a 15
giorni o con l’ammenda da 25 a 103€”.
I giudici non sono soltanto i magistrati togati ma anche le altre persone che sono chiamate ad
esercitare una funzione giurisdizionale in via ordinaria, straordinaria o speciale.
La norma in esame, nell’atto di limitare la libertà d’informazione, tende ad assicurare un’altra
libertà: quella delle decisioni giudiziarie.
Essa non è applicabile quando per decorso del tempo, la decisione ha ormai perduto ogni
interesse attuale,assumendo un valore puramente storico.
SANZIONI: arresto sino a 15 giorni o ammenda da 25 a 103€.
REATI CONTRO LA PERSONALITÀ DELLO STATO.
Titolo I libro II. Sotto la denominazione di delitti contro la personalità dello stato, sono contenuti i
delitti politici. È delitto politico quello che offende un interesse politico dello Stato e che politico
è l’interesse proprio dello Stato considerato nel suo complesso, vale a dire l’interesse che attiene
alla vita dello Stato nella sua essenza unitaria.

✓ Istigazione di militari a disobbedire alle leggi (Art. 266):


“Chiunque istiga i militari a disobbedire alle leggi o a violare il giuramento dato o i doveri della
disciplina militare o altri doveri inerenti al proprio stato, ovvero fa a militari l’apologia di fatti
contrari alle leggi, al giuramento, alla disciplina o ad altri doveri militari, è punito per ciò solo se il
fatto non costituisce un più grave delitto, con la reclusione da 1 a 3 anni. La pena è della
reclusione da 2 a 5 anni se il fatto è commesso pubblicamente. Le pene sono aumentate se il
fatto è commesso in tempo di guerra. Agli effetti della legge penale, il reato si considera
avvenuto pubblicamente quando il fatto è commesso:
• Col mezzo della stampa o con altro mezzo di propaganda
• In luogo pubblico o aperto al pubblico in presenza di più persone
• In una riunione che per il luogo in cui è tenuta, o per il numero degli intervenuti, o per lo scopo
od oggetto di essa, abbia carattere di riunione non privata".
Scopo dell’incriminazione è di prevenire e reprimere un fatto che insidia la compagine
dell’esercito e quindi, attentando alla potenzialità militare della Nazione, cerca di colpirla nella
sua parte più vitale che è costituita dalla sicurezza interna ed esterna.
Militari sono tutti coloro che, in attività di servizio o di congedo illimitato sono arruolati nelle
forze armate dello Stato e cioè gli appartenenti all’Esercito, alla Marina, all’Aeronautica, ai
Carabinieri, alla Guardia di Finanza, come pure coloro ai quali la legge attribuisce altrimenti la
qualità di militari, i militarizzati, gli assimilati ai militari e gli appartenenti ai corpi civili
militarmente ordinati se sono inquadrati nelle predette forze armate e muniti dei distintivi
prescritti.
Le leggi alle quali il militare può essere istigato a disobbedire non sono soltanto le leggi militari e
quelle di ordine pubblico, ma ogni legge dello Stato.
È indifferente che il fatto sia diretto a uno o più militari.
Il delitto è aggravato in due casi:
> Se il fatto è commesso pubblicamente, vale a dire col mezzo della stampa o con altro mezzo di
propaganda, oppure in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone o se è
commesso in una riunione che abbia carattere di riunione non privata
> Se il fatto è commesso in tempo di guerra.
SANZIONI: per il reato semplice la reclusione da 1 a 3 anni e per il reato aggravato quando il
fatto è commesso pubblicamente con la reclusione da 2 a 5 anni. Le suddette pene sono
aumentate quando il fatto è commesso in tempo di guerra.

✓ Associazione sovversiva (Art. 270):


“Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette
e idonee a sovvertire violentemente gli ordini economici o sociali costituiti nello Stato ovvero a
sopprimere violentemente l’ordinamento politico e giuridico dello Stato, è punito con la
reclusione da 5 a 10 anni. Chiunque partecipa alle associazioni di cui al primo comma è punito
con la reclusione da 1 a 3 anni. Le pene sono aumentate per colo che ricostituiscono, anche sotto
falso nome o forma simulata, le associazioni di cui al primo comma, delle quali sia stato ordinato
lo scioglimento.”
Inizialmente la norma era rivolta a colpire gli oppositori al fascismo, in particolare le associazioni
comuniste, socialiste e anarchiche. Dopo la caduta del regime, si discusse se la fattispecie in
esame dovesse essere considerata abrogata insieme a tutte le altre norme poste a tutela delle
istituzioni fasciste.
Prevalse in giurisprudenza l’orientamento favorevole a riconvertire il reato associativo in
strumento di tutela della personalità dello Stato nelle sue esigenze fondamentali. La fattispecie
era destinata a colpire quelle associazioni aventi come programma la diffusione delle ideologie
rivoluzionarie che teorizzano il ricorso alla violenza.
Sebbene la dottrina avesse ripetutamente evidenziato i diversi pro li di contrasto della fattispecie
con fondamentali garanzie costituzionali tra cui il principio di uguaglianza, la libertà di
manifestazione del pensiero, la libertà di associazione, era stata proposta una interpretazione
compatibile con il quadro delle garanzie costituzionali facendo leva sulla presenza dell’avverbio
"violentemente".
È stata riconosciuta l’illiceità penale solo di quelle associazioni che si propongono un concreto
programma di violenza per l’attuazione di finalità eversive dell’ordinamento, indipendentemente
dal colore politico del programma.
Questa lettura della norma, facendo venir meno lo specifico riferimento a determinate ideologie
politiche non solleva più dubbi di legittimità costituzionale, poiché non è consentito il ricorso alla
violenza per il perseguimento di qualsivoglia finalità politica.
L’art. 270 trovò applicazione anche nella stagione del terrorismo.
I problemi posti dalla presenza di una fattispecie scomoda si sono aggravati con l’approvazione
della legge 1980 che senza abrogare l’art. 270 ha introdotto nel codice penale l’art. 270bis il cui
ambito di applicazione copre gli stessi fatti già sanzionati attraverso l’interpretazione
costituzionalmente orientata dall’associazione sovversiva.
Sarebbe allora stato necessario abrogare l’art. 270.
Ma la legge nel 2006 invece di intervenire in tal senso, ha mantenuto la fattispecie,
riformulandola nel seguente modo: “Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce,
organizza o dirige associazioni dirette e idonee a sovvertire violentemente l’ordinamento politico
e giuridico dello Stato, è punito con la reclusione da 5 a 10 anni”.
Soggetto attivo può essere chiunque: si tratta quindi di un reato comune.
Sono previste diverse condotte punite più gravemente quelle di promozione, costituzione,
organizzazione e direzione, con una pena più bassa quelle di semplice partecipazione.
È necessario che il fatto sia commesso nel territorio dello Stato.
Elemento centrale della fattispecie è l’associazione per la cui esistenza non basta un mero
accordo, ma è necessaria una organizzazione di mezzi e uomini con caratteri di stabilità.
I dubbi in ordine alla idoneità dell’organizzazione al raggiungimento degli scopi sono stati risolti
dalla legge n.85/2006. Viene richiesto in tutti i reati associativi l’idoneità dell’organizzazione
rispetto al perseguimento delle finalità.
Nella valutazione della idoneità dell’associazione si deve tener conto:
- dei mezzi di collegamento
- delle disponibilità finanziarie
- del numero degli associati.
Il programma dell’associazione sovversiva si connota in relazione alle modalità di attuazione ed
agli scopi. Quanto alle modalità di attuazione del programma è rimasto immutato il riferimento
alla violenza.
Violenza come strumento di attuazione del programma politico: si deve quindi richiedere un
concreto programma di azioni criminose.
Quanto agli scopi: sovvertire gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato o
sopprimere l’ordinamento politico e giuridico dello Stato.
Costituisce circostanza aggravante il fatto di ricostituire anche sotto falso nome o forma
simulata, le associazioni delle quali sia stato ordinato lo scioglimento.
SANZIONI: reclusione da 5 a 10 anni per la promozione, costituzione, organizzazione e direzione
dell’associazione; reclusione da 1 a 3 anni per la partecipazione.

I DELITTI CON FINALITA’ DI TERRORISMO O DI EVERSIONE DELL’ORDINE DEMOCRATICO.

Sul finire degli anni ’70 il legislatore si trovò a dover affrontare il fenomeno del terrorismo. Le
nuove fattispecie incriminatrici che il legislatore ha inserito sono tutte connotate dalla finalità di
terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.
Non tutte le fattispecie penali in materia di terrorismo sono collocate nel capo dedicato ai delitti
contro la personalità internazionale dello Stato, in quanto alcuni delitti sono compresi tra i delitti
contro la personalità interna. È un segno evidente della distinzione tra personalità internazionale
ed interna dello Stato.
Questa particolare finalità opera all’interno del sistema sia come elemento costitutivo di alcune
fattispecie e sia come circostanza aggravante.
Lo scopo di eversione si identifica con lo sconvolgimento dell’ordine costituzionale attuato con il
portare confusione nelle strutture sociali nell’intento di scardinarle.
"Finalità di terrorismo" e "finalità di eversione" sono concetti distinti.
La finalità di terrorismo ricorre quando gli atti di violenza sono rivolti contro lo Stato estero,
un’istituzione o un organismo internazionale.
Questa estensione dell’ambito di tutela riguarda esclusivamente la finalità terroristica, non
quella eversiva, che è mantenuta distinta: le condotte finalizzate all’eversione di Stati esteri
rimangono estranee all’ambito di tutela della disciplina penale italiana.
La Convenzione di New York del 1999 contro il finanziamento del terrorismo, identificava
indirettamente una serie di atti come terroristici: viene considerato terroristico anche qualsiasi
atto destinato a cagionare la morte o lesioni personali gravi a un civile o a qualsiasi altra persona
che non partecipi direttamente alle ostilità nel corso di un conflitto armato, quando lo scopo di
tale atto sia di intimidire la popolazione o di costringere un governo o un’organizzazione
internazionale a compiere o omettere un atto.
Un’altra definizione di atto terroristico è stata elaborata dal Consiglio dell’Unione europea, il
quale attribuisce ad una serie di gravi reati, la qualifica di terroristici se commessi al fine di
intimidire gravemente la popolazione, costringere indebitamente i potei pubblici o
un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto,
destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali,
economiche o sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale.
Il legislatore è intervenuto nel 2005 prevedendo all’art. 270-sexies che sono considerate
condotte con finalità di terrorismo le condotte che per la loro natura o contesto possono
arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo
scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione
internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o
distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o
di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse
con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per
l'Italia.
Oggettivamente si richiede una condotta che sia idonea a causare un grave danno ad un Paese o
ad una organizzazione internazionale: non è necessario che il danno si sia effettivamente
prodotto, ma è sufficiente una situazione di pericolo.
Le condotte terroristiche si qualificano per una triplice finalità:
- Intimidire la popolazione
- Costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal
compiereun qualsiasi atto
- Destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e
sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale.
- La seconda parte della definizione viene lasciata in bianco e consente l’automatico
adeguamento del nostro ordinamento alle possibili definizioni elaborate in convenzioni
internazionali o in altre norme internazionali vincolanti per l’Italia.
La qualifica di terroristici va esclusa solo agli atti rivolti esclusivamente nei confronti delle forze
impegnate nel conflitto armato; se invece l’azione è rivolta contro i civili o contro chi non prende
parte attiva al conflitto, la qualifica si configura come terroristica.
L’eversione viene assimilata al terrorismo.
La nozione di eversione che era, in origine, riferibile solo all’ordinamento costituzionale italiano,
dal 2005 può interessare anche un altro Paese o un’organizzazione internazionale.
Con riferimento ai reati aggravati dalla finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine
costituzionale sono previste particolari disposizioni premiali in presenza di diverse forme di
dissociazione e collaborazione.
È prevista una particolare attenuante nei confronti del concorrente che dissociandosi dagli altri,
si adoperi per evitare conseguenze ulteriori dell’attività delittuosa o aiuti in modo concreto la
polizia o la magistratura a raccogliere prove determinanti per l'individuazione e la cattura dei
responsabili.
Si applica anche una particolare disciplina nel caso di ravvedimento del colpevole.
Se questi non solo impedisce volontariamente l’evento, ma fornisce elementi di prova
determinanti per l'esatta ricostruzione del fatto o per l'individuazione degli eventuali
concorrenti, il suo operoso pentimento lo rende non punibile.
Sono state previste ipotesi di rilevanza del ravvedimento post delictum, sia sotto il profilo della
mitigazione della pena e sia sotto quello di un vero e proprio motivo di impunità.
-> La pena è ridotta per chi, in qualsiasi stato o grado del processo, renda piena confessione e
aiuti la polizia e la magistratura nella raccolta di prove decisive per la individuazione o la cattura
degli autori ovvero fornisce comunque elementi di prova rilevanti per l’esatta ricostruzione del
fatto e la scoperta degli autori.
-> È prevista la non punibilità nei confronti di coloro che non avendo concorso alla commissione
dei reati per cui l’associazione o la banda si è costituita, prima della sentenza definitiva di
condanna determinano lo scioglimento di queste ultime, si ritirano da esse e forniscono ogni
notizia sulla loro struttura ed organizzazione o impediscono l’esecuzione di reati.
A completare la strategia di contrasto al terrorismo, intervengono misure di prevenzione e
misure amministrative, che incidono soprattutto sui beni patrimoniali.
Il contrasto ai flussi di finanziamento del terrorismo, senza i quali le organizzazioni non possono
operare è stato affidato ad un sistema di congelamento delle risorse finanziarie di persone e
organizzazioni sospettate di terrorismo ed inserite in apposite liste predisposte dall’Onu.
Nel dibattito internazionale sui limiti di legittimità degli strumenti di contrasto al terrorismo è
stata profilata una teoria da Jakobs.
Il ragionamento seguito dall’autorevole penalista tedesco si fonda sul principio che solo chi
mostra fedeltà all’ordinamento può essere trattato come cittadino ed essere destinatario delle
relative garanzie; chi, invece per la sua pericolosità, come i terroristi, tradisce la fiducia dei
consociati si autoesclude dalla comunità e perde il diritto alle garanzie. Il terrorista diventa un
nemico e ciò giustifica una disciplina penale speciale, un diritto penale del nemico che si
contrappone ad un diritto penale del cittadino.

ASSOCIAZIONI CON FINALITA’ DI TERRORISMO ANCHE INTERNAZIONALE O DI EVERSIONE


DELL’ORDINE DEMOCRATICO (Art. 270bis)

Tale articolo incrimina chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni
che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione
dell’ordine democratico. Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando
gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione e un organismo
internazionale.
Si tratta di un reato di pericolo presunto che, collocandosi tra i delitti contro la personalità
internazionale dello Stato, mira a contrastare con pene rigorose il fenomeno della proliferazione
di associazioni il cui scopo dichiarato è il rovesciamento dell’ordine costituzionale con metodi
violenti o il compimento di atti violenti di natura terroristica.
Al contrario di ciò che avviene per l’associazione a delinquere e per la cospirazione politica
mediante associazione, il numero degli associati può essere di 2 soltanto. Viene richiesta una
struttura organizzativa dotata di un grado di effettività tale da rendere almeno possibile
l’attuazione del progetto criminoso e da giustificare la valutazione legale di pericolosità correlata
alla idoneità della struttura al compimento della serie di reati per la cui realizzazione
l’associazione è stata costituita.
Con l’inciso “chiunque, promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia”, la norma ha inteso
coprire tutte le ipotesi di attività particolarmente rilevanti per quanto attiene alla nascita ed al
funzionamento delle strutture associative contrapponendole alla semplice militanza.
Scopo dell’associazione è il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine
democratico o di terrorismo: è necessario un concreto e specifico programma di violenza, non
essendo sufficiente la semplice idea eversiva non accompagnata da concreti propositi di
violenza.
Gli atti di violenza devono essere riconducibili a fatti di per sé penalmente rilevanti. La nuova
definizione dell’art. 270sexies include tra le finalità delle condotte terroristiche anche quella
sovversiva, volta a destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali,
economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale.
Particolarmente complesso si presenta il rapporto del delitto in esame con l’associazione
sovversiva. Entrambe le norme colpivano le associazioni che si proponevano il raggiungimento di
finalità eversive attraverso il compimento di atti di violenze.
Le due recenti riforme che hanno interessato l’art. 270bis e l’art. 270 non hanno risolto il
rapporto tra le due norme. Infatti dopo che con la riforma del 2005 si è definifivamente chiarito
che la finalità terroristica comprende anche quella sovversiva, sembrava davvero che l’art. 270
fosse destinato all’abrogazione. La riforma del 2006 ha reso sempre più irrazionale il rapporto tra
le due norme.
Ora le finalità dei due reati associativi finiscono parzialmente per coincidere già ad un confronto
letterale tra le due norme: l’art. 270 richiede la finalità di sovvertire gli ordinamenti economici o
sociali costituiti nello Stato o di sopprimere violentemente l'ordinamento politico e giuridico
dello Stato, mentre il combinato disposto degli artt. 270-bis e 270-sexies richiede che
l'associazione si proponga il compimento di atti di violenza finalizzati a destabilizzare o
distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o
di un'organizzazione internazionale.
Rispetto alle finalità sovversive dell'ordinamento italiano, le due fattispecie coincidono, con la
conseguenza che il principio del ne bis in idem impone l'assorbimento dell'art. 270 nella più
grave fattispecie dell'art. 270-bis.

DELITTI DI CONTIGUITÀ ALLE ASSOCIAZIONI TERRORISTICHE.

Sotto questa denominazione possono essere comprese alcune fattispecie accomunate dal fatto
di sanzionare condotte che fanno da supporto alle associazioni terroristiche: assistenza agli
associati, arruolamento con finalità di terrorismo, addestramento ed attività con finalità di
terrorismo.
Al di fuori dai casi previsti dall’art. 270bis, nel caso in cui le condotte tipizzate nei predetti articoli
siano tenute da chi è parte del sodalizio criminoso, il loro autore, in presenza dei requisiti
soggettivi, risponderà a titolo di partecipazione, con esclusione delle meno gravi fattispecie
contigue.

- Assistenza agli associati (art. 270ter): viene punito, chiunque fuori dai casi di concorso nel
reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di
comunicazione a taluna delle persone che partecipano alle associazioni indicate negli artt. 270 e
270bis.
È contemplata una circostanza aggravante se l’assistenza è prestata con continuità.

- Arruolamento con finalità di terrorismo (art. 270quater): è punito chiunque arruola una o più
persone per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali,
con finalità di terrorismo, anche se rivolte contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo
internazionale.
Ai fini della consumazione non basta l’accordo tra arruolatore e arruolato, ma è necessario che
quest’ultimo sia effettivamente entrato a far parte della struttura armata.
Prima veniva punito solo l’arruolatore, ora è stata prevista anche la punibilità del soggetto
arruolato. Tale modifica ha comportato la trasformazione della disposizione in un reato
necessariamente plurisoggettivo proprio in cui viene prevista la punibilità di entrambi i soggetti
la cui presenza è necessaria ai fini della configurabilità.
L’arruolato è colui che si mette seriamente e concretamente a disposizione come milite,
soggiacendo a vincoli di obbedienza gerarchica per il compimento di atti di terrorismo, anche al
di fuori della sussunzione in un ruolo funzionale della compagine associativa.

- Addestramento ed attività con finalità di terrorismo (art. 270quinquies): è punito il fatto di


chiunque addestra comunque fornisce istruzioni sulla preparazione o sull’uso di materiali
esplosivi, di armi da fuoco o di altre armi, di sostanze chimiche o batteriologiche nocive e
pericolose, nonché di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di
sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro uno
Stato estero, un’istituzione o un’organizzazione internazionale.
La condotta è duplice:
> l’addestramento implica una pluralità di condotte reiterate nel tempo e richiede un contatto
con l’addestrato
> il fornire istruzioni può essere integrato anche da una sola condotta e non richiede
necessariamente il predetto contatto, basta l’invio delle modalità di preparazione dell’esplosivo o
dell’uso di un’arma via internet.
La norma configura un reato a concorso necessario, in quanto richiede la presenza di almeno un
altro soggetto: chi viene addestrato, rispetto alla prima condotta, o chi riceve le informazioni
rispetto alla seconda condotta.
La realizzazione di atti preparatori non può assumere rilevanza penale nel nostro ordinamento in
quanto gli atti idonei e diretti in modo non equivoco a commettere un delitto possono solo
essere gli atti di natura esecutiva.
La previsione legislativa di deroghe a tale principio può trovare giustificazione solo se poste a
tutela dei beni pregnanti e se la fattispecie incriminatrice limita la punibilità a quelle condotte
idonee e dirette univocamente alla realizzazione di attività terroristica.
Non rientra nella portata applicativa della nuova disposizione l’ipotesi del soggetto che si
prepara ad atti terroristici senza alcun addestramento ma solo quella di colui che compie atti
finalizzati in modo univoco alla commissione delle condotte terroristiche. Univocamente: le sole
condotte che per il grado di sviluppo raggiunto lasciano prevedere come possibile la
realizzazione di attentati terroristici. Viene richiesto il doppio dolo specifico, rappresentato dalla
finalità del compimento degli atti di violenza o del sabotaggio di servizi pubblici essenziali e da
una delle finalità terroristiche dell’art. 270sexies.

- L’organizzazione di viaggi e trasferimenti con addestramento ad attività per finalità di


terrorismo (Art. 270quater n.1): vengono punite condotte riconducibili all’organizzazione di
trasferimenti in territorio estero finalizzate al compimento di condotte con finalità di terrorismo.
Tale fattispecie modellata sulla preesistente ipotesi di turismo sessuale e definibile quale turismo
terroristico si può qualificare quale reato di pericolo dal momento che incrimina condotte
finalizzate ad agevolare l’affluenza dei potenziali autori di attività terroristiche nei luoghi in cui
tale condotte possono trovare una loro estrinsecazione materiale.
Si tratta di un reato comune che troverà applicazione in via sussidiaria, nei soli casi in cui sia
dimostrata in concreto la sussistenza di un gruppo organizzato o la riconducibilità alla condotta di
arruolamento. Le condotte devono presentare l’idoneità alla realizzazione in concreto dello
scopo terroristico. Non assumerà rilevanza penale per esempio la mera propaganda di viaggi
all’estero. L’organizzatore, il propagandatore e il finanziatore non devono solo avere la volontà
delle condotte in esame ma anche la volontà di realizzare una delle finalità terroristiche.

DELITTI POLITICI DI ASSOCIAZIONE E PROPAGANDA (ABROGATI!)

Sono comprese una serie di norme incriminatrici alcune delle quali, originariamente inserite nel
codice per colpire gli avversari politici del regime fascista, erano da ritenere in contrasto coi
principi della Costituzione e non hanno avuto praticamente applicazione dopo la caduta del
regime fascista.

- Attività antinazionale del cittadino all’estero: viene punito il cittadino che fuori dal territorio
dello Stato, diffondesse o comunicasse voci o notizie false, esagerate o tendenziose sulle
condizioni interne dello Stato, in modo da menomare il credito o il prestigio dello Stato all’estero,
o svolgesse comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi nazionali.
La norma era stata pensata per colpire il fenomeno del fuoriuscitismo, ossia l’attività contro il
regime svolta dagli oppositori politici rifugiatisi all’estero e mai applicata dopo la caduta del
regime fascista.

- Associazioni antinazionali: veniva punito chiunque, nel territorio dello Stato promuovesse,
costituisse, organizzasse o dirigesse associazioni che si proponessero di svolgere o che
svolgessero un’attività diretta a distruggere o reprimere il sentimento nazionale.

- Illecita costituzione di associazioni avente carattere internazionale: veniva punito chiunque


senza autorizzazione del Governo promuovesse, costituisse, organizzasse o dirigesse nel
territorio dello Stato associazioni, enti o istituti di carattere internazionale o sezioni di essi.

- Illecita partecipazione ad associazioni aventi carattere internazionale: veniva punito chiunque


partecipasse nel territorio dello Stato ad associazioni, enti o istituti, o sezioni di essi, di carattere
internazionale, per i quali non fosse stata concessa l’autorizzazione del Governo

- Propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale: veniva punito chiunque nel territorio


dello Stato chi facesse propaganda per la instaurazione violenta della dittatura di una classe
sociale sulle altre, o per la soppressione violenta di una classe sociale o, comunque, per il
sovvertimento violento degli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato, ovvero fa
propaganda per la distruzione di ogni ordinamento politico e giuridico della società.

REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Il titolo II del secondo libro del codice contempla i delitti contro la Pubblica Amministrazione.
Il concetto di P.A. comprende tutta l’attività dello Stato e degli altri enti pubblici.
Viene tutelata non solo l’attività amministrativa in senso stretto ma sotto vari aspetti anche
l’attività legislativa e quella giudiziaria.
I delitti contro la pubblica Amministrazione sono distinti dal codice in due classi:
- Delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica Amministrazione
- Delitti dei privati contro la Pubblica Amministrazione
La distinzione in verità è sempre meno rispondente ad un’effettiva capacità selettiva ad orientare
l’interprete nella ricostruzione delle singole fattispecie contenute nelle singole partizioni di cui si
compone il titolo.
Soprattutto nel primo caso, sono compresi tanto i reati che possono essere commessi da soggetti
pubblici quanto i reati realizzabili solo da chi sia estraneo alla pubblica amministrazione.
Il primo capo ricomprende fatti criminosi caratterizzati dalla violazione di doveri funzionali delle
persone che esercitano mansioni pubbliche o di particolari doveri di correttezza e di onestà di
coloro che pur estranei alla pubblica amministrazione si interfacciano con essa.
Nel delitti della seconda classe, invece il turbamento è recato da individui che sono estranei
all’attività funzionale colpita dall’azione criminosa.
Mentre nell’epoca dell’entrata in vigore del codice predominava una lettura formalistica dei
doveri affidati ai pubblici ufficiali che si rispecchiava sull’interpretazione delle fattispecie ad essi
riferite affiancata da una tutela del prestigio dell’autorità dalle aggressioni che potevano esserle
arrecate dai privati, oggi prevale un’impostazione funzionale alla tutela dei principi di
imparzialità e buon andamento dell’agire della pubblica amministrazione.
Di tali mutamenti sono segno evidente i plurimi interventi legislativi che hanno interessato la
materia in esame a partire dall’introduzione della causa di non punibilità della reazioni agli atti
arbitrari del pubblico ufficiale, all’estensione di alcune fattispecie alle categorie soggettive
pubblicistiche di stati esteri, organizzazioni sovranazionali dell’Ue, sino alle più recenti modifiche
nel 2015.
Si tratta di un cammino di riforma che oltre ad aver progressivamente liberato lo statuto penale
della PA dall’impostazione tipica del regime fascista ha perseguitato il duplice obiettivo di
assicurare maggiore tassatività alle fattispecie incriminatrici e di adeguare la risposta
sanzionatoria alle istanze di tutela provenienti dalle sollecitazioni internazionali.
A fianco della responsabilità dell’autore (persona fisica) del reato, si colloca la responsabilità
amministrativa degli enti.
La legge del 2012 ha varato l’introduzione di un sistema di controllo sull’azione della PA
incentrato sulla procedimentalizzazione delle decisioni interne ai singoli enti pubblici,
chiamati ad adottare piani triennali di prevenzione.
Al vertice di questo sistema si colloca l’ANACA (Autorità Nazionale Anti Corruzione) cui è affidato
il compito di alta vigilanza e controllo sull’operato delle singole amministrazioni.
In tal modo la legalità nell’azione della pubblica amministrazione viene perseguita anzitutto sul
terreno delle buone prassi e sull’autodeterminazione delle singole realtà operative.
Si segnala l’oggettiva difficoltà di distinguere la quali ca del pubblico ufficiale da quello
dell’incaricato di pubblico servizio, la cui reciproca differenza si colloca sul terreno dei poteri
dagli stessi esercitabili.

PUBBLICO UFFICIALE
Sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o
amministrativa.
Di queste solo l’ultima è espressamente descritta nei suoi tratti costitutivi al secondo comma,
mentre le altre sono rimesse alla ricostruzione dell’interprete.
La definizione di pubblica funzione amministrativa è incentrata su alcuni indici sintomatici che
valgono a determinarla sia rispetto alle attività privatistiche (delimitazione esterna) sia rispetto al
pubblico servizio (delimitazione interna).
Dal primo angolo di visuale vengono in rilievo le fonti di disciplina e i poteri attraverso i quali si
estrinseca il potere di formare e manifestare la volontà della pubblica amministrazione, quello
autoritativo e quello certificativo. Sul piano delle fonti si richiede che le stesse siano costituite
da norme di diritto pubblico (norme che attribuiscono alla PA una posizione di supremazia nei
rapporti con i terzi, norme di organizzazione volte a regolamentare la vita e l’ordinamento dei
pubblici uffici, determinando competenze, attribuzioni e responsabilità dei funzionari) e da atti
autoritativi (atti con i quali la PA agisce modificando la sfera giuridica degli altri).
Non può dirsi sufficiente ai fini del riconoscimento della qualifica pubblicistica, l’esistenza del
mero atto autoritativo, dovendosi avere riguardo anche alla necessità che la singola attività sia
anche regolamentata da norme di diritto pubblico. Per quanto concerne i poteri viene in rilievo
quello di formare o manifestare la volontà della pubblica amministrazione.
Il potere di manifestare la volontà della pubblica amministrazione è rinvenibile non solo in capo
al vertice dell’ente ma riguarda tutti coloro che sono preposti a tale compito nei confronti dei
terzi.
Il potere autoritativo si riferisce a tutti quegli atti in grado di incidere coattivamente nel
patrimonio giuridico dei destinatari.
Mentre il potere certificativo è riferito a tutte quelle attività di documentazione cui
l’ordinamento assegna efficacia probatoria.

INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO


Sono incaricati di pubblico servizio coloro i quali prestano un pubblico servizio.
La figura dell’incaricato di pubblico servizio si differenzia dal pubblico ufficiale per l’assenza dei
poteri tipici di quest’ultimo: deliberativo, autoritativo e certificativo (limite superiore).
Il limite inferiore è individuato nello svolgimento di semplici mansioni d’ordine o prestazioni
d’opera meramente materiali. La disposizione sembra richiedere in capo al destinatario della
qualifica l’esercizio di un qualche potere decisionale autonomo sia pur modesto.

ESERCENTE UN SERVIZIO DI PUBBLICA NECESSITA’


Prestano un servizio di pubblica necessità:
- I privati che esercitano professioni forensi o sanitarie o altre professioni il cui esercizio sia per
legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato.
- I privati che non esercitando una pubblica funzione, né prestando un pubblico servizio
adempiono un servizio dichiarato di pubblica necessità mediante un atto della pubblica
amministrazione.

CONFISCA (Art. 322ter)


Espropriazione a favore dello Stato dei beni di un condannato o del corpo di un reato. È stato
introdotto dalla l. 300/2000, prevede una nuova ipotesi di confisca.
- Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti per uno di questi
delitti:
• Peculato
• Peculato mediante profitto dell’errore altrui
• Malversazione a danno dello Stato
• Concussione
• Corruzione
È sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo  che
appartengano a persona estranea al reato, quando essa non è possibile.
- Nel caso di condanna o di applicazione della pena per il corruttore è sempre ordinata la
confisca dei beni che ne costituiscono il profitto salvo che appartengono a persona estranea al
reato o quando essa non è possibile.
- Nei casi di cui ai commi primo e secondo, il giudice, con la sentenza di condanna, determina le
somme di denaro o individua i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il
prezzo del reato. L’istituto è frutto dell’accresciuta  ducia del legislatore nell’efficacia delle misure
di sicurezza patrimoniali, come mezzo di contrasto alla criminalità organizzata. Costituisce una
forma di prelievo pubblico a compensazione di prelievi illeciti ed assume carattere sanzionatorio.
Una delle principali difficoltà che questa disposizione pone sul piano operativo concerne
l’individuazione del signi cato da attribuire al termine profitto.
A fronte di queste incertezze pare evidente la via caratterizzata da maggiore praticità di
considerare tout court deducibili i costi funzionalmente correlati all’attività illecita, che
rappresentano costi di transazione sopportati con esclusione, quindi di quelli di per sé illeciti e
collegati alla commissione del reato.

RIPARAZIONE PECUNIARIA (Art. 322quater)


Introdotto nel 2015 prevede che con la sentenza di condanna per i reati di:
- Peculato
- Concussione
- Corruzione per l’esercizio delle funzioni
- Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio
- Corruzione in atti giudiziari
- Induzione indebita a dare o promettere utilità
- Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio.
È sempre ordinato il pagamento di una somma pari all’ammontare di quanto indebitamente
ricevuto dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di un pubblico servizio a titolo di riparazione
pecuniaria in favore dell’amministrazione cui il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico
servizio appartiene o nel caso di induzione indebita in favore dell’amministrazione della giustizia.
Si tratta di una sanzione civile destinata a svolgere una funzione punitiva, deterrente assumendo
un significato simbolico di quanto indebitamente percepito dal pubblico ufficiale o dall’incaricato
di un pubblico servizio.

DELITTI DEI PUBBLICI UFFICIALI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

PECULATO
In seguito alla riforma attenuata nel 1990 che ha abrogato il delitto di malversazione a danno dei
privati ed ha introdotto l’ipotesi di peculato d’uso si delineano tre ipotesi di peculato:
- Quella incentrata sulla condotta di appropriazione (art. 314 c. 1)
- Quella incentrata sull’uso momentaneo (Art. 314 c. 2)
- Il peculato mediante profitto dell’errore altrui (Art. 316)

PECULATO INCENTRATO SULLA CONDOTTA DI APPROPRIAZIONE (Art. 314 c. 1)


È punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che avendo per ragione del suo
ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui,
se ne appropria.
Le peculiarità della fattispecie incriminata sembrano evidenziarne la natura plurioffensiva:
- Il dato patrimoniale esaltato dalla condotta appropriata
- Interesse alla destinazione del bene nel rispetto dei criteri di imparzialità e buona andamento
che devono governare l’agire della p.a.
Presupposto del delitto è che il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio abbia, per
ragione di ufficio o di servizio, il possesso o comunque la disponibilità della cosa o del denaro.
"Possesso", in questo caso indica la possibilità di disporre della cosa al di fuori dell’altrui sfera di
vigilanza. A questa nozione di possesso il legislatore nel 1990 ha affiancato quella di disponibilità
giuridica che consentono al soggetto di inserirsi nella disponibilità del danaro o della cosa mobile
di appropriazione.
Alla stregua di tale concetto, potrà rispondere quindi, del delitto in esame tanto chi sia custode
della cosa, quanto chi, pur non avendone la disponibilità materiale, si trovi in un tale rapporto
gerarchico da potersela procurare mediante il ricorso agli strumenti giuridici di cui dispone per
ragioni legate alla funzione o al servizio.
Il possesso funzionale all’appropriazione rileva in quanto sia esercitato per ragioni di ufficio o di
servizio.
Si tratta di un requisito che oltre a circoscrivere l’ambito di applicazione della fattispecie, ne
giustifica l’inserimento tra i delitti contro la PA, poiché solo quell’appropriazione che abbia ad
oggetto un bene di cui il soggetto possa disporre in ragione delle mansioni affidategli può
compromettere gli interessi, di rango pubblicistico.
Oggetto materiale della condotta può essere il denaro o la cosa mobile, purché entrambi siano
qualificabili come altrui.
Cosa mobile: immobile mobilizzato.
È assimilabile alla cosa mobile l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia valore economico.
I beni immateriali non rilevano. Deve trattarsi di un bene suscettibile di rilevanza economica.
Nel caso in cui si tratti di un bene effettivamente privo di valore economico, rispetto al quale
non si rinviene alcun concreto interesse pubblicistico suo tramite perseguito dalla p.a., non pare
potersi ravvisare alcuna offesa agli interessi protetti dalla norma.
Laddove, invece, assuma un effettivo rilievo funzionale in seno all’organizzazione della PA,
concretamente lesa dall’apprensione della cosa mobile di cui trattasi, potrebbe affermarsi la
sussistenza di un’offerta suscettibile di rilevanza penale.
In questo senso, alla connotazione schiettamente economica della cosa mobile, potrebbe
sostituirsi quella più sfumata di "utilità" da apprezzarsi nell’ottica funzionale della PA.
La cosa e il denaro devono essere altrui nel senso che debbono appartenere alla pubblica
amministrazione o a qualsiasi soggetto privato comunque diverso dall’agente.
La Cassazione ha affermato che nell’ambito del diritto pubblico, il concetto di appartenenza
comprende non solo i poteri che derivano da rapporti di natura patrimoniale, ma anche da
rapporti di altra indole che, comunque, importino la facoltà di disporre della cosa per destinarla
al conseguimento di particolari scopi.
La condotta consiste nell’appropriazione del denaro o della cosa mobile altrui posseduta per
ragioni di ufficio o di servizio.
Appropriarsi di una cosa significa esercitare su di essa atti di dominio incompatibili con il titolo
che ne giustifica il possesso, quali la distruzione, l’uso consumante e la mancata restituzione.
L’appropriazione è suscettibile di realizzarsi:
- Mediante una condotta appropriativa in senso stretto
- Per effetto di una mera distrazione (appropriarsi di una cosa e utilizzarla per uno scopo
ulteriore) della cosa a finalità differenti rispetto a quelle legittimamente imposte dal dominus
della stessa.
Non può negarsi che il concetto di appropriazione possa ricomprendere in sé anche quello di
distrazione; occorre chiedersi se questa, allorché si risolva in uno sviamento della cosa verso
finalità differenti da quelle imposte dalla PA senza che ciò si risolva in un’effettiva sottrazione
della cosa stessa al controllo della PA, sia comunque suscettibile di esprimere l’offesa punita
dall’art. 314.
Sembra sottoscrivibile la soluzione accolta dalla giurisprudenza maggioritaria che ravvisa la
sussistenza del peculato nell’ipotesi in cui la distrazione sia rivolta a fini privati del pubblico
ufficiale da cui consegue l’effettiva sottrazione della cosa dal controllo della PA, mentre ravvisa
gli estremi dell’abuso d’ufficio allorché il bene pur sviato rispetto alle finalità cui era
originariamente destinato, rimane comunque nella disponibilità della PA.
La condotta di appropriazione è riconoscibile non solamente quando il pubblico agente fa sua la
cosa, ma anche quando, abusando dell’uso del denaro o della cosa di cui ha il possesso o la
disponibilità in ragione del suo ufficio o del suo servizio, priva la PA della possibilità di utilizzare
quel denaro o quella cosa mobile per il perseguimento di finalità pubbliche. Viceversa, ove tale
privazione non si verifichi, la distrazione potrà rilevare quale abuso d’ufficio.
L’elemento soggettivo deve individuarsi nel dolo generico nel cui oggetto debbono rientrare sia
la qualifica rivestita, sia il previo possesso e la conseguente appropriazione della res che la
giurisprudenza individua nel mutamento dell’atteggiamento psichico dell’agente nel senso che
alla rappresentazione di essere possessore della cosa per conto di altri succede quella di
possedere per conto proprio.
Il reato si consuma nel momento in cui si realizzano gli atti di appropriazione cioè nel momento
in cui si impartisce alla cosa una destinazione oggettivamente incompatibile con quella originaria
ed espressiva della volontà dell’agente di comportarsi uti dominus.

PECULATO D’USO (Art. 314 c. 2)


Quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa e questa, dopo
l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita. Si tratta di un reato autonomo e non di
una circostanza attenuante dell’ipotesi del primo comma, con la precisazione che giustifica la
minor pena l’avere il colpevole agito al solo scopo di far uso momentaneo della cosa,
restituendola poi immediatamente.
La cosa usata deve essere di natura tale da non perdere consistenza economica né identità per
effetto dell’uso.
La durata maggiore o minore dell’uso, può incidere soltanto sulla pena, non sull’esistenza del
reato. Inoltre, richiedendosi la restituzione dovrà necessariamente trattarsi della stessa res.
La sussistenza del reato viene vincolato all’accertamento di un apprezzabile lesione della
funzionalità della PA ed all’accertamento di un danno alla sua integrità patrimoniale.
Il dolo consiste nella volontà di fare un uso della cosa qualficato dallo scopo di farne uso
momentaneo. Pur se il tentativo sarà difficilmente ipotizzabile, non vi sono ragioni per
escluderne la possibilità.

PECULATO MEDIANTE PROFITTO DELL’ERRORE ALTRUI (Art .316)


È punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, il quale, nell’esercizio delle
funzioni o del servizio, giovandosi dell’errore altrui, riceve o ritiene indebitamente, per sé o per
un terzo, denaro od altra utilità.
È dovere del pubblico funzionario non accettare cose che gli siano consegnate per errore e
restituirle subito dopo esservi accorto dell’errore stesso, se le ha ricevute in buona fede.
La differenza tra la presente fattispecie e quella dell’art. 314 consiste nel rilievo che essa non
richiede il previo possesso della cosa. L’art. 316 invece di menzionare accanto al denaro le cose
mobili, menziona invece “altre utilità”, le quali comprenderebbero anche vantaggi puramente
morali. Simili vantaggi sono però incompatibili con la nozione di peculato e quindi la locuzione
del codice è dovuta senza dubbio ad un difetto di coordinamento e va intesa nel senso di cose
mobili.
"Ricevere" significa accettare una cosa.
"Ritenere" importa la non restituzione della cosa ricevuta.
L’errore di cui si avvantaggia il funzionario infedele può essere non solo di un privato ma anche
della PA. In ogni caso non deve essere provocato dolosamente dal funzionario medesimo, perché
se così fosse, egli risponderebbe di concussione (art. 317).
Il dolo esige la consapevolezza dell’errore altrui e la volontà di ricevere o di ritenere
indebitamente dopo la scoperta dell’errore.

MALVERSAZIONE A DANNO DELLO STATO (Art. 316bis)


È punito chiunque, estraneo alla pubblica amministrazione, avendo ottenuto dallo Stato o da
altro ente pubblico o dalle Comunità Europee contributi, sovvenzioni o finanziamenti destinati a
favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere od allo svolgimento di attività di pubblico
interesse, non li destina alle predette finalità.
La previsione di questo delitto è stata motivata dalla necessità di reprimere il distorto impiego di
sovvenzioni pubbliche destinate al sostegno delle attività private. Siccome la fattispecie è
commissibile da chiunque, l’illecito avrebbe trovato migliore collocazione fra i delitti dei privati
contro la pubblica amministrazione.
Il delitto ha natura plurioffensiva da individuarsi nella tutela degli aspetti tipicamente
patrimoniali connessi alla corretta allocazione del finanziamento pubblico, cui si affiancano,
quelli del buon andamento della pubblica amministrazione.
Il soggetto passivo del reato deve essere individuato nella PA o nell’ente sovranazionale il cui
contributo è stato indebitamente utilizzato. La ratio dell’incriminazione deve ritenersi il
riferimento a quei finanziamenti agevolati che, essendo prestati a condizioni più favorevoli di
quelle offerte dal mercato, vengono a costituire un onere per l’ente pubblico che li concede.
Per la consumazione del delitto è necessario che tali erogazioni siano effettivamente ottenute.
Si ha l’esclusione della rilevanza penale di quelle ipotesi in cui il finanziamento sia stato erogato
per la realizzazione di opere per lo svolgimento di attività che non perseguono un pubblico
interesse. La condotta si sostanzia nella mancata destinazione dei benefici economici ottenuti
alle opere od attività per le quali erano stati concessi.
Trattandosi di comportamenti omissivi e non risultando fissato un termine per la loro attuazione,
si pone il problema del momento consumativo del reato. Se il provvedimento che autorizza
l’erogazione e l’atto che lo rende operante, nello stabilire il vincolo di destinazione, fissano anche
un termine massimo di adempimento, è tale termine che dovrà aversi riguardo.
In difetto, e comunque quando il termine, se pur non espresso, non possa essere desunto
interpretando i provvedimenti o le normative di massima dell’ente pubblico erogante (il che
dovrebbe avvenire assai di rado), tale elemento rientrerà nell’ambito degli accertamenti diretti a
verificare se il contributo sia stato in concreto destinato ad un’opera diversa.
Inoltre, non può ritenersi sufficiente ad integrare il reato qualunque ritardo, ma soltanto un
ritardo essenziale tale da incidere sul soddisfacimento degli interessi connessi alla realizzazione
dell’opera o dello svolgimento dell’attività.
Il dolo consiste nella coscienza e volontà dell’omessa destinazione dei benefici ottenuti dall’ente
pubblico alle opere o attività di pubblico interesse previste.
Esclude il dolo, l’errore che porti il beneficiario della sovvenzione a ritenere di aver
effettivamente realizzato l’opera o svolto l’attività dovuta.
Il delitto si consuma con la mancata destinazione delle somme entro il termine indicato dal
provvedimento o comunque desumibile dalle fonti regolanti l’attività dell’ente pubblico
erogante.
Se il finanziamento è stato ottenuto con artifizi e raggiri che hanno indotto in errore l’ente
pubblico e successivamente l’opera e l’attività non siano state compiute è ravvisabile il concorso
tra il delitto in esame e quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
La truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche guarda al momento
dell’acquisto delle erogazioni, mentre la malversazione a danno dello stato guarda al mancato
adempimento del vincolo di destinazione.

INDEBITA PERCEZIONE DI EROGAZIONI A DANNO DELLO STATO (Art. 316ter)


È punito chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o
attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue
indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni
dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o
dalle Comunità europee.
Si tratta di un’innovazione che ha sollevato severe critiche sia per la difficoltà di individuare un
reale spazio operativo alla nuova fattispecie, sia per la sua collocazione nel titolo in esame
anziché nel titolo dei delitti contro il patrimonio.
Si tratta di un reato plurioffensivo posto a tutela sia dell’interesse patrimoniale dell’ente
erogante i contributi indebitamente percepiti, sia di quello della corretta individuazione degli
obiettivi cui destinare le proprie risorse finanziarie (buon andamento della PA).
L’illecito, commissibile da chiunque sia estraneo all’Ente erogante, colpisce l’indebito
conseguimento dei contributi mediante l’utilizzo delle dichiarazioni o dei documenti mendaci
ovvero mediante l’omessa effettuazione delle dichiarazioni dovute.
Alla condotta deve seguire l’ottenimento indebito di finanziamenti, mutui agevolati o altre
erogazioni dello stesso tipo, comunque denominati concessi o erogati dallo Stato, da altri enti
pubblici o dall’Unione Europea.
Il delitto si consuma con l’effettivo conseguimento della concreta disponibilità dell’erogazione da
parte del privato.

CONCUSSIONE (Art. 317)


È punito il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a
dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità (concussione per
costrizione).
Il delitto di concussione, unitamente alle ipotesi di corruzioni, è stato al centro della riforma
attuata dalla l. 190/2012 (Legge Severino). L’obiettivo perseguito è stato quello di superare
l’originaria parificazione di due modalità comportamentali tra loro significativamente differenti,
sia per portata offensiva sia per il diverso coinvolgimento del privato-vittima rispetto alla
rispettiva realizzazione.
La formulazione originariamente prevista, parificando la condotta costrittiva a quella induttiva,
da un lato, assimilava situazioni tra loro anche profondamente distanti e, dall’altro, non teneva
adeguatamente conto della difficoltà in tal modo generata rispetto alla necessità di distinguere la
fattispecie concussiva da quella corruttiva.
Si accordava la veste di vittima di concussione anche a chi, invero, si fosse dimostrato
concretamente propenso ad accettare le richieste del pubblico agente.
È stata evidenziata l’irragionevolezza di una scelta normativa che, assimilando l’induzione alla
costrizione, garantiva l’impunità a chi si era dimostrato disponibile al pagamento di quella che
poteva considerarsi una vera e propria tangente.
Nel 2012 il legislatore ha dato vita quello che comunemente viene indicato come
spacchettamento delle condotte di costrizione e di induzione, trasponendo quest’ultima nella
nuova fattispecie di induzione indebita a dare o promettere utilità(art. 319quater).
Il nuovo assetto normativo prevede tre ordini d’intervento punitivo:
- Quello rivolto ai fatti di corruzione: per i quali il soggetto pubblico e quello privato sono
parificati anche sul terreno sanzionatorio.
- Quello rivolto ai fatti di induzione: in cui il soggetto pubblico e quello privato, pur se entrambi
punibili, soggiacciono a reazioni sanzionatorie differenti.
- Quello diretto a colpire la condotta di concussione: rispetto alla quale il privato riveste il ruolo
di vittima.
Soggetto attivo può essere tanto il pubblico ufficiale quanto l’incaricato di pubblico servizio.
Originariamente, nella versione codicistica del 1930, il delitto era commissibile solo dal pubblico
ufficiale per poi essere esteso anche all’incaricato di pubblico servizio dal legislatore del 1990.
La riforma del 2012 restrinse nuovamente, il novero dei soggetti attivi ai soli pubblici ufficiali.
Questa soluzione è stata superata nel 2015 che ha riesteso ad entrambe le figure pubblicistiche
l’ambito di applicazione della fattispecie.
Soggetto passivo oltre alla PA è la persona che subisce il danno derivante dall’azione criminosa.
Il termine "taluno" comprende non solo i privati, ma anche le persone investite di mansioni di
interesse pubblico, di qualsiasi categoria e grado e persino gli enti pubblici.
Il delitto di concussione, mantiene natura plurioffensiva che può colpire sia l’integrità
patrimoniale e la libertà di autodeterminazione della vittima, sia l’imparzialità ed il buon
andamento della PA.
Il fatto di concussione si sostanzia nell’abuso della qualità o dei poteri da parte del pubblico
ufficiale con cui questi costringe il privato a dare o promettere denaro o altra utilità.
La costrizione deve essere realizzata abusando della qualità o dei poteri, sicché l’abuso
costituisce il mezzo imprescindibile attraverso il quale la vittima viene costretta a dare o
promettere l’indebito.
L’abuso consiste in un uso distorto, contra jus, dei poteri o delle qualità del pubblico agente.
> Abuso delle qualità (abuso soggettivo): si ha quando il pubblico ufficiale o la persona incaricata
di un pubblico servizio, fa un uso distorto del suo potere, inducendo altri a dare o promettere, a
prescindere dal fatto che la dazione o la promessa siano connessi ad atti del proprio ufficio.
> Abuso dei poteri (abuso oggettivo): manifestazioni delle sue potestà funzionali per un scopo
diverso da quello per il quale sia stato investito.
L’abuso deve avere per effetto il costringimento della vittima alla dazione o promessa a cui tende
il funzionario.
Le Sezioni Unite hanno affermato che il delitto di concussione è designato dall’abuso costruttivo
del pubblico ufficiale, attuato mediante violenza, minaccia esplicita o implicita, di un danno
contra ius da cui deriva una grave limitazione della libertà di autodeterminazione del
destinatario che senza alcun vantaggio indebito per sé, è posto di fronte all’alternativa secca di
subire il male prospettato o di evitarlo con la dazione o la promessa dell’indebito.
Per contro, hanno individuato gli estremi del delitto di induzione indebita nella condotta di
persuasione, di suggestione, di inganno, di pressione morale, con più tenue valore condizionante
la libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi margini
decisionali, finisce col prestare consenso alla richiesta della prestazione non dovuta, perché
motivato dalla prospettiva di conseguire un indebito tornaconto personale, il che lo pone in una
posizione di complicità col pubblico agente e lo rende meritevole di sanzione.
Il costringimento deve avere per effetto una dazione o promessa indebita.
Ai fini della consumazione del delitto è sufficiente la mera promessa purché sia seria ed
effettiva.
Oggetto della dazione o promessa può essere tanto il denaro quanto un’altra utilità.
La prestazione è indebita quando non è dovuta per legge né al pubblico ufficiale né all’incaricato
di pubblico servizio, né alla PA.
La concussione sussiste anche nel caso che il pubblico ufficiale abusi dei suoi poteri per
costringere o indurre taluno a corrisponderli una somma che gli è dovuta come privato perché
egli per soddisfare il suo credito doveva valersi dei mezzi ordinari concessi dalla legge e non
avvalersi della sua posizione procurandosi in tal modo, un vantaggio indebito.
Il dolo esige anche la conoscenza del carattere indebito della dazione o promessa. Se l’agente in
buona fede ritiene che questa gli sia dovuta, il dolo è escluso.
Il reato si consuma nel momento in cui ha luogo la dazione o la promessa.
Quando vi è quest’ultima non occorre la successiva dazione, perché il reato è già consumato al
momento della promessa.
Si ammette la configurabilità del concorso dell’extraneus a condizione che costui, in accordo con
il titolare della posizione pubblica, tenga una condotta che contribuisca a creare nel soggetto
passivo quello stato di costrizione o di soggezione purché la vittima sia consapevole che l’utilità
sia richiesta e voluta dal pubblico ufficiale.

INDUZIONE INDEBITA A DARE O PROMETTERE UTILITÀ (Art. 319quater)


È punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o
dei suoi poteri, induce taluno a dare o promettere indebitamente a lui o a un terzo, denaro o
altra utilità.
Nel secondo comma è prevista la pena per il privato che dà o promette denaro o altra utilità
aderendo alla richiesta del pubblico agente.
L’interesse tutelato deve focalizzarsi solo sull’interesse pubblicistico dell’imparzialità e del buon
andamento dell’operato della pubblica amministrazione.
L’induzione può assumere diverse forme: inganno, persuasione, suggestione, allusione, silenzio o
ostruzionismo.
Nel caso in cui l’adesione del privato sia frutto dell’induzione in errore provocata dalla falsa
rappresentazione da parte del pubblico agente, circa la liceità e la doverosità della disposizione,
troverà applicazione il reato di truffa, specie se la persona offesa non abbia tratto alcun
vantaggio dall’abuso del pubblico ufficiale.
La posizione del privato può essere oggi catalogata in tre distinte situazioni, a seconda del ruolo
ricoperto nel relazionarsi con il soggetto pubblico:
- Vittima della costrizione (concussione)
- Correo meno punito (induzione)
- Correo tout court (corruzione)

CORRUZIONE
I delitti di corruzione costituiscono un tema classico del diritto penale della PA che dopo essere
stati significativamente interessati dalla riforma del 1990, La Legge Severino ha profondamente
rimaneggiato.
Per corruzione si intende il passaggio di un’indebita retribuzione da un privato ad un pubblico
agente per il compimento avvenuto o a venire, da parte del secondo, di un’attività del proprio
ufficio.
Si ergono oggi le seguenti ipotesi criminose:
- Corruzione per l’esercizio della funzione (art. 318)
- Corruzione propria (art. 319)
- Corruzione in atti giudiziari (art. 319ter)
- Istigazione alla corruzione (art. 322)
A tali ipotesi si affiancano anche:
- Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio (art. 320)
- Pene per il corruttore (art. 321).
Che estendono la punibilità anche all’incaricato di un pubblico servizio e al corruttore.
I delitti in esame ledono il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione.
I soggetti attivi dei delitti di corruzione sono il pubblico ufficiale, l’incaricato di un pubblico
servizio (“corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio art. 320) ed i membri della
Corte penale internazionale ed i funzionari dell’Unione Europea e degli Stati esteri e il privato
(pene per il corruttore art. 321).
Soggetto passivo è soltanto la PA.
Le condotte punite consistono nella dazione o nella promessa di danaro o altra utilità da parte
del privato e nella conseguente accettazione da parte del soggetto pubblico.
Oggetto dell’accordo può essere il danaro o altra utilità.
Quest’ultima viene letta in modo molto ampio da ricomprendervi qualsiasi vantaggio materiale o
morale, patrimoniale o non patrimoniale. Il corrispettivo consiste:
- Nella messa a disposizione della pubblica funzione (art. 318)
- Nella realizzazione di un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319).
Per la consumazione si ritiene sufficiente il mero raggiungimento anche solo di un accordo sulla
ricompensa da versare in cambio dell’atto o del comportamento del pubblico agente, anche se
restino da definire ancora dettagli sulla concreta fattibilità dell’accordo e sulla precisa
determinazione del prezzo da pagarsi.
Sul presupposto che il delitto di corruzione costituisce un’ipotesi di reato a duplice schema che
si perfeziona alternativamente:
- Con l’accettazione della promessa
- Con la dazione-ricezione dell’utilità.
Si afferma che ove alla promessa faccia seguito la dazione-ricezione è solo in tale ultimo
momento che il reato viene a consumazione.
Quando all’unicità di accordo faccia seguito un adempimento frazionato ai fini della
consumazione rileva ogni adempimento parziale, compreso l’ultimo, per il progressivo
aggravamento che ne deriva dalla lesione recata al bene giuridico.
Deve ritenersi ammissibile il concorso del terzo alla realizzazione del fatto corruttivo: sia nel caso
in cui il contributo del terzo si realizza nella forma della determinazione o del suggerimento, per
cui si risolve in un’attività di intermediazione finalizzata a realizzare il collegamento tra gli autori
necessari.
Prima dello spacchettamento, l’elemento differenziatore tra la corruzione e la concussione
veniva ravvisato in funzione di chi assumeva l’iniziativa:
- Il privato nei fatti di corruzione
- Il soggetto pubblico nei fatti di concussione.
Questo criterio venne criticato, non solo perché la concussione può essere realizzata anche
senza una vera e propria richiesta del funzionario, come nel caso che costui, con un
comportamento volutamente ostruzionistico, spinga il privato a corrispondergli una somma, ma
anche perché ampiamente superato dalla previsione che ha sancito la punibilità dell’istigazione
alla corruzione posta in essere dal pubblico agente.
Un secondo criterio, incentrato sulle finalità perseguite dal privato nel dare o promettere
ravvisava un episodio di corruzione e non di concussione se tale finalità fosse consistita nel
conseguimento di un vantaggio illecito a danno della pubblica amministrazione. Questo criterio è
stato espresso dicendo che:
- Nella concussione il privato disputa per evitare un danno
- Nella corruzione il privato consegue un ingiusto vantaggio.
Secondo un terzo orientamento, l’accento doveva essere posto esclusivamente sulla soggezione
subita dal privato nei confronti del pubblico agente nel caso di concussione e sulla parità tra le
due parti dell’accordo,in caso di corruzione.
Questi criteri, nessuno dei quali era in grado di risolvere il quesito loro affidato, debbono essere
rivisti all’esito dell’entrata in vigore della riforma del 2012.
Seguendo lo schema adottato anche dalle Sezioni Unite, infatti dovrà ravvisarsi un episodio di:
- Corruzione in presenza di un accordo raggiunto all’esito di una libera contrattazione, condotta
su un piano di sostanziale parità
- Concussione quando la volontà del privato sia casualmente indotta dalla condotta abusiva del
pubblico ufficiale.

CORRUZIONE PER L’ESERCIZIO DELLE FUNZIONI (Art. 318)


È punito il pubblico ufficiale che per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente
riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa. L’accordo punito
s’incentra sull’esercizio della funzione o dei poteri.
La dazione o la promessa debbono avere carattere d’indebito il che si verifica non solo quando le
stesse sono espressamente vietate dall’ordinamento, ma anche quando non sono
espressamente consentite.
Il dolo è costituito per il soggetto pubblico, dalla coscienza e volontà di ricevere per sé o per un
terzo, una retribuzione non dovuta, con la consapevolezza che essa viene prestata per ottenere il
compimento di un atto d’ufficio ovvero per l’asservimento della funzione.
Quanto al privato il dolo implica la coscienza e la volontà di dare o promettere al funzionario una
retribuzione non dovuta allo scopo che questi compia un atto di ufficio ovvero ponga a suo
servizio i poteri o le funzioni esercitati.

CORRUZIONE PROPRIA (Art. 319)


È punito il pubblico ufficiale che per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto
del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio,
riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità o ne accetta la promessa.
Affinché ricorra il delitto di corruzione propria è necessario che il compenso sia dato o promesso
per:
- Omettere o ritardare un atto di ufficio
- Compiere un atto contrario ai doveri di ufficio.
Atto d’ufficio: comprensivo non solo degli atti formali ma anche di qualunque concreto esercizio
dei poteri inerenti all’ufficio e più in generale la vasta gamma di comportamenti umani,
effettivamente o potenzialmente riconducibili all’incarico del pubblico ufficiale, sino ad
abbracciare le condotte meramente materiali o il compimento di atti di diritto privato.
Per la sussistenza del reato si richiede che:
- L’atto rientri nella competenza dell’ufficio cui appartiene il soggetto
- In relazione al quale egli eserciti, o possa esercitare, una qualche forma di ingerenza.
Per quanto concerne la nozione di atti contrari ai doveri di ufficio si osserva che tale locuzione
comprende ogni atto che sia in contrasto con norme giuridiche o con istruzioni di servizio,
nonché col buon uso del potere discrezionale, vale a dire si risolva in un uso che non si ispiri a
imparzialità e giustizia oppure non corrisponda allo scopo per cui il potere medesimo è
conferito.
Si esclude la sussistenza del delitto in casi di manifesta sproporzione tra la prestazione indebita
dell’extraneus e l’atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero nei casi quando la prestazione è
talmente irrisoria da ritenere che la stessa non possa aver avuto alcun significato motivazionale
sul comportamento del pubblico agente.
L’aggravamento di pena è sancito per il caso che il fatto abbia per oggetto:
- Il conferimento di pubblici impieghi, stipendi, pensioni
- La stipulazione di contratti nei quali sia interessata l’amministrazione di cui fa parte il pubblico
ufficiale.
Tanto il conferimento che la stipulazione debbono essere indebiti.

CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI (Art. 319ter)


Sei i fatti indicati negli artt. 318 (corruzione per l’esercizio della funzione) e 319 (corruzione per
un atto contrario ai doveri d’ufficio) sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un
processo civile, penale o amministrativo.
Soggetti attivi possono essere soltanto i pubblici ufficiali.
Il dolo comprende la finalità di danneggiare o favorire una parte nel processo.

ISTIGAZIONE ALLA CORRUZIONE (Art. 322) Viene punito:


- Chiunque offre o promette denaro od altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un
incaricato di un pubblico servizio, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri.
- Chiunque formula l’offerta o la promessa per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di un
pubblico servizio ad omettere o a ritardare un atto del suo ufficio ovvero a fare un atto contrario
ai suoi doveri.
- Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di
denaroo altra utilità per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri.
- Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di
denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall’art. 319 (corruzione per
un atto contrario ai doveri d’ufficio).
L’istigazione per non essere punita come tale, deve essere non accolta pur se pervenuta a
conoscenza del destinatario. È inoltre necessario che si tratta di offerte/promesse o richieste
serie e potenzialmente idonee a realizzare gli scopi che l’agente si propone.

ABUSO D'UFFICIO (Art. 323)


È punito il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che nello svolgimento delle
funzioni o del servizio in violazione di norme di legge o di regolamento ovvero omettendo di
astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi
prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero
arreca ad altri un danno ingiusto.
Questo reato nell’impostazione del codice Rocco era definito abuso innominato di ufficio e
puniva il pubblico ufficiale che abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni, avesse commesso
per recare ad altri un danno o procurargli un vantaggio, qualsiasi fatto non preveduto come
reato da una particolare disposizione di legge.
Questa impalcatura originaria ha subito due profondi interventi riformatori, uno nel 1990 e
l’altro nel 1997 e in ne dall’intervento del 2012.
I beni tutelati dall’incriminazione sono rappresentati dal buon andamento e dall’imparzialità
della PA.
In particolare, si richiede che il buon andamento rilevi quale interesse alla legalità dell’azione
amministrativa nell’ambito della funzione o del servizio svolto, mentre l’imparzialità rileverà
quale interesse a che l’attività amministrativa non sia improntata ad atteggiamenti preferenziali o
discriminatori.
Soggetto attivo può essere tanto il pubblico ufficiale quando l’incaricato di pubblico servizio.
Soggetto passivo del reato è soltanto la pubblica amministrazione mentre il terzo danneggiato è
considerato portatore dei soli interessi risarcitori.
L’elemento oggettivo, prima dell’ultima riforma consisteva nel compiere un fatto qualsiasi che
avesse provocato un abuso di ufficio, intendendo l’ufficio come un complesso di poteri e facoltà
inerenti alle funzioni o al servizio.
L’attuale formula ha il pregio di aver sostituito il richiamo all’ambiguo concetto di abuso con la
violazione di legge o regolamento e con l’espresso richiamo all’obbligo di astensione nei casi di
conflitto di interessi o nei quali l’astensione sia comunque imposta dall’ordinamento.
Presupposto del reato è che il soggetto pubblico si trovi nell’esercizio effettivo ed attuale delle
funzioni o del servizio.
Si richiede che l’agente agisca formalmente nella sua veste pubblica e nell’esercizio delle
prerogative ad essa conseguenti.
Sono punite due condotte alternative:
- La violazione di legge o di regolamento
- L’omessa astensione nei casi di conflitto d’interesse del pubblico funzionario o di un suo
prossimo congiunto o negli altri casi previsti dalla legge.
Per la consumazione del delitto è necessario che alla condotta consegua un vantaggio
patrimoniale ingiusto per il soggetto pubblico o per altri o un danno ingiusto per il terzo.
L’evento non solo deve essere prodotto non jure ma deve essere esso stesso contra jus.

RIVELAZIONE E UTILIZZAZIONE DI SEGRETI D’UFFICIO (Art. 326)


Commette tale delitto il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che,
violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità,
rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete o ne agevola in qualsiasi modo la
conoscenza.
È punito il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio che per procurare a sé
o ad altri un indebito profitto patrimoniale si avvale illegittimamente di notizie di ufficio, le quali
debbano rimanere segrete.
Ha il carattere di segreto d’ufficio la notizia che non deve essere palesata agli estranei. Non ha
carattere di segretezza la notizia che sia stata regolarmente pubblicata o sia comunque notoria,
come pure la notizia che per il tempo trascorso o per le mutate circostanze non presenti più un
interesse attuale.
La notizia deve essere di ufficio cioè riguardare un atto o un fatto della PA.
Occorre che la notizia sia appresa dall’agente a causa delle sue mansioni.
Il fatto materiale del reato consiste nel rivelare una delle notizie predette o nell’agevolarne in
qualsiasi modo la conoscenza e cioè a portare la notizia medesima a cognizione di persone non
autorizzate a riceverle o nel tenere un comportamento che facili al non autorizzato la cognizione
della notizia.
Per la consumazione dei reati non è necessario che dal fatto dell’agente sia derivato un danno
all’Amministrazione.
Il dolo oltre alla volontà del fatto richiede la consapevolezza che la notizia costituisce un segreto
d’ufficio.
Viene punita anche l’agevolazione colposa del delitto. Questa ipotesi si verifica quando la
conoscenza del segreto di ufficio da parte dell’estraneo non avviene per volere del pubblico
ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, ma a causa della sua imprudenza o negligenza,
come nel caso che egli abbia lasciato incustodito un importante documento riservato.

UTILIZZAZIONE D’INVENZIONI O SCOPERTE CONOSCIUTE PER RAGIONI DI UFFICIO (Art. 325)


È punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale impiega a proprio o
altrui profitto invenzioni o scoperte scientifiche o nuove applicazioni industriali che egli
conosca per ragioni dell’ufficio o servizio e che debbano rimanere segrete.
Impiegare a proprio o altrui profitto vuol dire usare illegittimamente una cosa per assicurare sé o
ad altri un vantaggio materiale o soltanto morale.
È sufficiente che alle invenzioni o alle scoperte scientifiche o nuove applicazioni industriali sia
imposto il segreto.
Il reato si consuma nel momento in cui avviene l’utilizzazione.
Non occorre che il profitto avuto di mira si sia verificato, ma se il soggetto non riesce ad utilizzare
in alcun modo il segreto, potrà ricorrere il tentativo.
Per l’esistenza del dolo oltre alla volontà di impiegare a proprio o altrui profitto l’invenzione, la
scoperta scientifica o la nuova applicazione industriale, occorre la consapevolezza che essa deve
rimanere segreta.

VIOLAZIONI DI DOVERI INERENTI ALLA CUSTODIA DI COSE SEQUESTRATE (Artt. 334 e 335)
Questo abuso consiste nel sottrarre, sopprimere, distruggere, disperdere o deteriorare cose
sottoposte a sequestro.
L’art. 334 formula tre ipotesi secondo che il fatto sia commesso:
- Dal custode al solo fine di favorire il proprietario della cosa sequestrata
- Dal proprietario che abbia la custodia della cosa stessa
- Dal proprietario della cosa sottoposta a sequestro che non ne sia custode.
Il sequestro a cui si riferisce è quello disposto nel corso di un procedimento penale o
amministrativo.
OMISSIONI DOLOSE DI DOVERI FUNZIONALI
Allo scopo di assicurare il regolare funzionamento delle pubbliche amministrazioni, il codice
punisce i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio i quali non per semplice
trascuratezza o indolenza ma intenzionalmente vengono meno ai loro doveri.

OMISSIONE O RIFIUTO DI ATTI DI UFFICIO (Art. 328)


È punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto
del suo ufficio che per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene
e sanità, deve essere compiuto senza ritardo.
Una pena minore è comminata per il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che
entro 30 giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non
risponde per esporre le ragioni del ritardo.
Il rifiuto consiste nel diniego di compiere un atto doveroso.
Deve trattarsi di atti che debbono essere compiuti senza ritardo. Il secondo comma contempla
una situazioni diversa e suppone da parte di chi vi abbia interesse ad un atto di ufficio una
richiesta redatta in forma scritta e rivolta al pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio.
Dalla legge è fissato il limite dei 30 giorni entro il quale si aprono al funzionario due vie:
- Compiere l’atto
- Non provvedere.
Se egli non provvede risponde per ciò solo: risponde del reato soltanto se, oltre a non
provvedere, non motiva le ragioni del ritardo. Il rifiuto deve veri carsi senza un motivo legittimo.
Il rifiuto, l’omissione o il ritardo, per cadere sotto la sanzione penale debbano essere
giuridicamente rilevanti e cioè tali da poter cagionare un danno alla PA o ledere legittimi
interessi dei privati.
Il delitto del primo comma si consuma nel momento e nel luogo in cui si verifica il rifiuto.
La fattispecie del secondo comma è consumata allo scadere del termine di 30 giorni.

RIFIUTO O RITARDO DI OBBEDIENZA COMMESSO DA UN MILITARE O DA UN AGENTE DELLA


FORZA PUBBLICA (Art. 329)
Si prevede il caso del militare o dell’agente della forza pubblica il quale rifiuta o ritarda
indebitamente di eseguire una richiesta fatta agli dall’Autorità competente.
Il soggetto attivo deve essere un militare e cioè una persona appartenente con qualunque grado
alle forze armate dello Stato, o un agente della forza pubblica.

SCIOPERO O OSTRUZIONISMO IN UFFICI PUBBLICI E IN SERVIZI PUBBLICI O DI PUBBLICA


NECESSITA’
Una serie di articoli prevedono lo sciopero e l’ostruzionismo che si verificano negli uffici pubblici
e nei servizi pubblici o di pubblica necessità.
La legge dopo aver elencato i servizi pubblici essenziali, pone limiti al diritto di sciopero con lo
scopo di garantire un livello minimo di funzionalità di questi ultimi.
L’inosservanza di tali limiti può dar luogo a sanzioni disciplinari e normative. L’inosservanza
dell’ordinanza che garantisce le prestazioni e i livelli di funzionamento indispensabili determina
sanzioni pecuniarie amministrative.
Una Commissione di garanzia deve provvedere al controllo delle misure volte a contemperare
l’esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona costituzionalmente
tutelati.
INTERRUZIONE DI UN SERVIZIO PUBBLICO O DI PUBBLICA NECESSITÀ
È punito chi esercitando imprese di servizi pubblici o di pubblica necessità, interrompe il servizio
ovvero sospende il lavoro nei suoi stabilimenti, uffici o aziende, in modo da turbare la regolarità
del servizio.

DISPOSIZIONI PATRIMONIALI
Salvo quanto previsto dall’art. 322ter, nel caso di condanna per i delitti previsti dal presente capo
è comunque ordinata la confisca anche nelle ipotesi previste dall’art. 240.

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