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Informazione e produzione.

L’eterna tensione verso l’emancipazione dalla natura.


Mentre scrivo, all’idea dell’homo technologicus, capace di sottomettere la natura alle proprie esigenze “si è
cominciata a sostituire una coscienza ambientale ed ecologica, rivolta a un rapporto verso la complessità dei
processi piuttosto che a relazioni deterministiche, lineari e meccaniche” (Saggio 2010, 440).
Sembra farsi spazio la consapevolezza che bisogna ripensare radicalmente il nostro sistema di priorità,
mettendo in discussione la stessa idea umanista che ha guidato finora l’uomo nella sua ricerca dell’abitare,
“con la consapevolezza che non siamo noi a progettare il reale, ma è il reale a progettarci” (Caffo 2020, 86).
Non vi è dubbio che nel corso degli ultimi anni “la concezione di dominio della natura […], l’uso
indiscriminato delle risorse a questa collegata, sono state progressivamente modificate dalla ricerca […] di
mutua integrazione tra natura e uomo, e quindi tra sistemi urbani, architettonici e ambiente” (Saggio 2010 p.
440) ma la nostra società fatica ancora a mettersi alle spalle il pensiero heideggeriano che, facendo
coincidere la vita umana con l’esserci (Heidegger 1999), esclude il non-umano dalla possibilità di
conoscenza, comprensione e relazione col mondo. Oggi, il dibattito culturale è quindi diviso tra il pensiero di
chi dà valore alla natura solo in relazione al suo grado di abbellimento della vita umana (Scruton 2008) e chi
cerca di allargare il confine del pensiero spingendolo oltre lo specismo (1), quindi verso il post-umanesimo.
Su questi temi applicati alla città, l’architettura sembra si stia muovendo sostanzialmente con tre diversi
approcci: accelerazionismo, decrescita felice e inverdimento urbano. (AMO 2020)
Nonostante la retorica del bosco verticale e degli orti urbani la cieca fiducia nei confronti della tecnologia
applicata alla completa automazione dei sistemi di produzione intensiva di cibo sta quindi spingendo alcune
città a completare il già intrapreso processo di emancipazione dalla natura (sia vegetale che animale)
all’interno del proprio tessuto urbano (2).
Così, in alcune città del Nord, la natura entra a far parte del progetto architettonico prettamente per ragioni di
abbellimento (3) o di marketing (4).
Non è più solo il parco urbano ad essere un “Tappeto Arcadico sintetico” (Koolhaas 2013, 21) ma è la città
tutta “a illustrare per sempre il dramma di una cultura che prende le distanze dalla natura”. (Koolhaas 2013,
20).
Distanze che d’altro canto si fanno siderali all’interno dell’ambiente domestico che ha assunto, dalla Cucina
di Francoforte, passando per la domotica, fino all’Internet-of-things, un grado di asetticità germofobica che
raramente avevamo raggiunto nel corso della storia.
12 Città Ideali di Superstudio, uno degli ultimi documenti del collettivo fiorentino, è probabilmente, in tal
senso, uno dei più dispotici ritratti della città e della casa del futuro. Città 2000 t., la prima di quelle
immaginate e descritte dagli architetti radicali per quel lavoro dei prima anni Settanta è un’unica grande città
globale che si articola su tutta la superficie terrestre senza soluzione di continuità in cui ogni abitante vive
isolato in una cella cubica le cui pareti di pochi metri sono capaci sia di soddisfare le esigenze fisiche e
corporali che di recepire e comprendere quelle mentali. Nell’utopia di Superstudio la cella è un organismo
senziente e l’isolamento è contemporaneamente l’unica possibilità di vita e il principale desiderio di morte.
Nelle celle della Città 2000 t. ogni desiderio, ogni rapporto con l’esterno è virtuale e suoni, odori e sensazioni
si trasmettono all’inquilino attraverso le pareti. Ogni volta che un abitante pensa all’ingiustizia della propria
condizione per due volte di seguito viene schiacciato dal soffitto e sostituito con un nuovo embrione.
Partendo dal modello della cella come spazio intimo perfetto, il pensiero moderno si è spinto per tutto il
Novecento, verso la definizione della scatola minima che potesse accogliere, riparare, isolare e catalogare
ogni individuo che scegliesse di far parte della società civilizzata. Ma se lo spazio fisico domestico si è
potuto comprimere su sé stesso è stato solo grazie alla tecnologia che, nel corso del Novecento, ha
consentito un costante allargamento della realtà. L’alloggio ha quindi subito un ridimensionamento costante
dello spazio fisico in favore di un proporzionale allargamento di quello immateriale. “Non parliamo più
di existenz minimum per un’architettura che esaudisca i bisogni, ma semmai di existenz maximum per
un’architettura che allarghi le possibilità e i desideri” (Saggio 2010, 442).
Oggi l’alloggio, come quello della Città 2000 t., è sia una cella, quindi un alloggio introverso che mira
all’autosufficienza energetica e all’ermetica sicurezza, che una bolla, un dispositivo iperconnesso che rende
possibile la costante comunicazione con il mondo esterno. All’inizio del nuovo millennio, Francois Roche si è
spinto addirittura alla ricerca di un’architettura che non fosse semplicemente interattiva e capace di recepire
impulsi e informazioni ma che si facesse corpo, che fosse in grado di “respirare, sudare, traspirare, digerire
eccetera”. (Saggio 2010, 439). Gli edifici di Francois Roche e del suo studio, insomma, “tendono a essere
esseri viventi” (Saggio 2010, 439). L’abitante in quanto user può così dipendere da un contesto che sembra
più confortevole e in cui le possibilità sembrano moltiplicarsi. Gli edifici di Francois Roche, come in Matrix,
catturano energia e secernono materia e informazioni. L’architettura in quanto producer tende così ad
essere contemporaneamente figlia e madre, al punto che l’emancipazione dell’uomo dalla natura sembra
essere in potenza di completamento.
NOTE
(1) Per la verità negli ultimi anni la filosofia si è spinta verso derive più complesse. Solo per citarne una si può fare riferimento all’Object-
Oriented Ontology: corrente di pensiero che da lo stesso valore sia alla vita umana che a quella degli oggetti arrivando a definire anche
la polvere o le nuvole come pari all’uomo.
(2) Entro il 2030, per esempio, Singapore ha progettato di produrre il 30% del fabbisogno della Repubblica all’interno della città stessa
costruendo grattacieli in cui, al posto degli uffici, ci siano vasche per l’aquacoltura.
(3) Vedi Bosco Verticale di Stefano Boeri Architetti, Milano.
(4) Vedi Markthal di MVRDV, Rotterdam.

BIBLIOGRAFIA
AMO 2020 - AMO, R. KOOLHAAS, Countryside, a report, Colonia, Tashen, 2020.
G. BORELLA, La megamacchina inceppata «Gli Asini», 2020.
Caffo 2020 - L. CAFFO, Dopo il Covid19, Milano, Edizioni Nottetempo, 2020.
Y. FRIEDMAN, Alternative energetiche. Breviario per l’autosufficienza locale, Torino, Bollati Boringhieri, 2012.
Heidegger 1999 - M. HEIDEGGER, Concetti fondamentali della metafisica. Il Melangolo. Genova 1999.
Koolhaas 2001 - R. Koolhaas, Delirious New York, Milano, Mondadori Electa, 2013.
PARASITE 2.0, Comrade Animal, Milano, Gluqbar Editions, 2018.
A. PASCALE, Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Milano, Chiarelettere, 2012.
Saggio 2010 - A. Saggio, Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, Carocci Editore, Roma 2010.
Scruton 2008 - R. Scruton, Gli animali hanno diritti?, Milano, Raffaello Cortina, 2008.
P. SINGER, Liberazione animale, Milano, Il Saggiatore, 2010.
C. STEEL, Sitopia: How Food Can Save the World, Londra, Vintage Edition, 2020.

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