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LAVORO

Se il conflitto blocca
lo sviluppo
Anche se alimentate da demagogie
e ataviche contrapposizioni tra colletti
bianchi, le tensioni tra imprenditori,

L’
ennesima spaccatura verificatasi tra i lavoratori e organizzazioni sindacali
principali sindacati italiani ripone hanno effetti concreti, e negativi,
sul tavolo l’annosa questione della
sul benessere del Paese. L’analisi
dialettica, marcatamente conflittuale,
tra le parti sociali. Un elemento che non può far di Salvatore Trifirò
altro che complicare un quadro economico e Andrea Moscariello
produttivo già di per sé critico ma che, in realtà,
non stupisce il Paese. «Le relazioni sindacali in
Italia sono sempre state caratterizzate da un’ac- via esasperandosi sino alla clamorosa rottura
cesa conflittualità, non solo tra le rappresentanze avvenuta nel 2009, quando la Cigl ha scelto di
sindacali da un lato e i datori di lavoro dall’al- non siglare con Cisl e Uil l’accordo-quadro per
tro, ma anche e soprattutto all’interno degli la riforma del sistema contrattuale.
stessi sindacati» sottolinea l’avvocato Salvatore Perché quel passaggio si è rivelato così
Trifirò, esperto in relazioni industriali. La con- critico?
flittualità cui fa riferimento il legale è andata via «L’accordo avrebbe dovuto rappresentare l’in-
gresso in una nuova era, quella dell’unità sin-
dacale e del perseguimento di un interesse col-
lettivo comune a tutte le rappresentanze dei
lavoratori. In realtà la frattura tra Cisl e Uil da
una parte e la Cigl dall’altra ha evidenziato che
il “mito” dell’unità sindacale non esiste. Tanto
più che la spaccatura si è riproposta anche in oc-
casione delle recenti vicende che hanno riguar-
dato la Fiat e lo stabilimento di Mirafiori».
Secondo lei si tratta di una frattura ri-
componibile?
«Non ritengo vi siano le condizioni per ricucire
lo strappo, almeno non attualmente. Il che non
può che avere effetti negativi sulle dinamiche so-
ciali e produttive. Finché continueranno a es-
servi organizzazioni sindacali che, al solo fine di
salvaguardare le proprie posizioni, anche a costo
di compromettere il futuro delle aziende, rifiu-
tano di accettare il cambiamento del sistema
produttivo e di adottare un metodo che privilegi
una logica di cooperazione con l’impresa, non
ci si può certo aspettare che il sistema econo-
mico possa uscirne rafforzato.
L’avvocato Mai come ora è necessario che
Salvatore Trifirò nel
suo studio di Milano lavoratori e sindacati superino

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Salvatore Trifirò

«L’essere piegate su sé stesse, restando ancorate,


in primo luogo, alla propria sopravvivenza. Non
tutte sono state disposte a mettere da parte i pro-
pri interessi corporativi, per difendere i quali si
sono trincerate dietro “battaglie” per la tutela di
diritti dei lavoratori dalle stesse rivendicati come
intangibili e immodificabili, a prescindere dal
contesto economico e organizzativo».
La scarsa evoluzione delle relazioni indu-
striali e sindacali in Italia quanto sta inci-
dendo sui livelli di produttività e sviluppo
delle aziende?
«In modo considerevole. Le relazioni industriali
e sindacali, impantanate nelle loro rigide con-
trapposizioni e divisioni, costituiscono un rile-
vante fattore di rallentamento della capacità con-
correnziale delle imprese. La mancanza di un
sistema di concertazione agile, snello e flessibile
e l’esistenza, per contro, di rigide “liturgie” da os-
servarsi al momento del confronto tra le parti so-
ciali, impediscono di adottare le misure neces-
sarie ad assicurare maggiori competitività e
produttività. Senza contare, poi, che la com-
plessità delle relazioni intersindacali che regola il
mondo del lavoro italiano rappresenta una delle
principali ragioni per cui le multinazionali non
investono nel nostro Paese. Basti pensare, a tal


proposito, al dietrofront di Air France nei con-
Le relazioni industriali e sindacali, fronti di Alitalia».
Quali strumenti mancano al paese per po-
impantanate nelle loro rigide ter far evolvere in chiave costruttiva i rap-
contrapposizioni, rallentano la


porti contrattuali di lavoro, combattendo in
capacità concorrenziale delle imprese primis il precariato?
«Il mondo del lavoro italiano è fortemente pe-
nalizzato dalla mancanza di una flessibilità in
le dinamiche conflittuali e collaborino con le uscita: per le aziende vi sono troppi limiti nel po-
imprese per trovare nuove forme di produzione ter recedere dai rapporti di lavoro. Occorrerebbe
e assetti che consentano di superare la crisi». pensare a una riforma della disciplina dei licen-
Qual è, a suo avviso, il limite principale ziamenti e, specialmente, dell’articolo 18 dello
delle organizzazioni sindacali italiane? Statuto dei lavoratori. Il vincolo della “stabilità 

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LAVORO

 reale” ostacola la mobilità del lavoro nell’ambito


 La risposta sta nell’abbandonare
la cultura del rapporto di lavoro
subordinato quale unica forma


dell’azienda, facendo sì che il datore di lavoro
sia spinto a stipulare contratti a tempo deter-
“garantista”
minato. Al contrario liberando le aziende dalla
rigidità della reintegrazione nel posto di la-
voro, si disincentiverebbe la parte datoriale dal cosiddetta tutela sindacale che, come ho già
ricercare la “flessibilità” a mezzo di contratti a detto, è un ostacolo alla produttività e alla com-
termine e contratto a progetto e si elimine- petitività. Il diritto vivente insegna che qualsiasi
rebbe, anche concettualmente, il cosiddetto attività umana può essere data o in regime di au-
“lavoro precario”. Inoltre le aziende, in un’ot- tonomia o in regime di subordinazione. Il lavo-
tica di riduzione dei costi, avendo minori re- ratore, forte di tutta la legislazione di sostegno,
strizioni, potrebbero fare scelte più ponderate può liberamente optare per un contratto di la-
e mirate, anziché vedersi costrette a sacrificare, voro autonomo».
come spesso accade, anche bravi e validi ma- Dunque occorrono formule meno vinco-
nager, in quanto i soli a essere licenziabili senza lanti, più libere?
il rischio della reintegrazione». «Esatto. Perché non dar vita a questi rapporti, sia
Sì, ma in concreto come si possono rendere pure caratterizzati dalla continuità della presta-
più flessibili i contratti? zione, da retribuzione fissa, da direttive e controlli
«La risposta sta nell’abbandonare la cultura del sull'esecuzione della prestazione, dalla messa a di-
rapporto di lavoro subordinato quale unica sposizione da parte del datore di lavoro di uffici,
forma “garantista” e lasciare spazio al lavoro au- scrivanie, telefoni e segreterie, insomma con tutto
tonomo anche nell’ambito dell’impresa. Per ri- l' apporto che l'organizzazione imprenditoriale
durre il tasso di disoccupazione, giovanile e non può offrire? Il lavoratore vedrebbe rivalutata la
solo, la soluzione è qui davanti: l’impresa del fu- propria professionalità e riceverebbe gratifica-
turo più flessibile che mai, fondata su rapporti zione dal proprio lavoro attraverso assunzioni di
di lavoro autonomo. Liberi, questi ultimi, dal si- responsabilità maggiori e una migliore redditività
stema parassitario e soffocante di contribuzione della propria prestazione. Il datore di lavoro ve-
cosiddette sociali, che servono ad alimentare drebbe realizzata un'impresa flessibile fondata
voragini di sprechi e di inefficienza. Liberi dalla su personale altamente motivato».

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