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Chimica fisica per i Beni Culturali

Gabriele Giancane

IL PRESENTE DOCUMENTO NON E’ UNA DISPENSA, OSSIA NON DISPENSA DALLO STUDIO DEGLI APPUNTI
E DI QUANTO DETTO A LEZIONE. RAPPRESENTA SOLO UNO STRUMENTO DI SUPPORTO A QUANTO
SVILUPPATO DURANTE IL CORSO. SFORTUNATAMENTE NON HO ANCORA AVUTO TEMPO DI RILEGGERE
QUANTO SCRITTO QUINDI PERDONATEMI ERRORI E SVISTE DI VARIA FORMA E NATURA. PRIMA DI
SPEDIRVI LA VERSIONE COMPRENSIVA DI TUTTI GLI ARGOMENTI SARA’ MIA CURA RILEGGERE TUTTO ED
EMENDARLO DA ERRORI.

Introduzione
Secondo il Little Oxford Dictionary la chimica è <<la scienza degli elementi e le leggi che ne regolano la loro
combinazione e comportamenti>>. Tradizionalmente essa è suddivisa in chimica organica, chimica
inorganica e chimica fisica.

La chimica organica è definita generalmente come la chimica dei composti che contengono il carbonio, la
chimica inorganica è lo studio di tutti gli altri elementi e composti compresi i carbonati (ossia i composti che
contengono il gruppo chimico CO32-). La chimica fisica include lo studio delle strutture degli atomi, molecole
e composti che porta alla conoscenza delle energie di tali entità al fine di comprendere come e perché
avvengono le reazioni chimiche.

Atomi, elementi e molecole: cenni storici e concetti generali

Un atomo è da considerarsi il building block della materia, sebbene si conoscano molte particelle
subatomiche che costituiscono gli atomi. È interessante osservare che il concetto di atomo fu introdotto nel
V secolo a. C. da Democrito in maniera molto precisa. L’atomo, infatti, era inteso come la sostanza
fondamentale ed indivisibile che compone la materia. Inoltre, sempre secondo Democrito, a natura
contempla molti tipi di atomi che differiscono tra loro solo in forma e dimensione e tutte le sostanze altro
non sono se non il frutto della separazione e ricombinazione di tali atomi. Purtroppo questa visione della
natura fu presto abbandonata a vantaggio di un’idea secondo cui la natura era composta da 4 elementi
fondamentali: aria, terra, fuoco e acqua.

Bisogna attendere fino al 1779, anno in cui il chimico Lavoisier reintrodusse l’atomo come unità
fondamentale della materia.

Un primo modello, semplificato ma molto utile, fu introdotto dal danese Niels Bohr che ipotizzò che
l’atomo fosse strutturato come un “piccolo sistema solare” in cui la posizione centrale è occupata dal
nucleo e le particelle subatomiche note come elettroni ci ruotano intorno. Il nucleo è composto da due tipi
di particelle: i protoni e i neutroni, i protoni hanno una carica positiva mentre i neutroni sono privi di
carica. Il numero di neutroni, a parità di numero di protoni, definisce il particolare isotopo: lo stesso
elemento può avere atomi con lo stesso numero di protoni ma diverso numero di neutroni, ossia possono
esistere diversi isotopi.

Gli elementi sono indicati con simboli chimici spesso derivanti dal nome classico della sostanza, ad esempio
il sodio, simbolo Na, era noto in antichità come Natrium. Oppure possono derivare da nomi classici, come
nel caso del rame che si indica con il simbolo Cu, che deriva da Cuprum, ossia l’isola di Cipro che era la
maggior fonte di rame in antichità. Altri ancora sono dedicati a scienziati illustri, come ad esempio il
Laurenzio (simbolo Lr), dedicato a Ernst Lawrence, inventore del ciclotrone.

Composti e miscele (cenni generali)

In maniera strettamente tecnica si definisce sostanza un elemento che contiene un solo tipo di atomo. In
natura ci sono 91 elementi ma centinaia di composti organici e molti milioni di composti inorganici.

Gli atomi che si combinano formano le molecole ed è proprio questa la forma con cui si trovano la gran
parte degli elementi in natura, come ad esempio l’ossigeno molecolare (O2).

Quando due atomi si combinano per formare una molecola stabile, si ha la formazione di un composto, che
può avere caratteristiche chimiche e fisiche completamente diverse dagli atomi da cui deriva. Ad esempio,
quando l’elemento estremamente reattivo noto come sodio (Na) si combina con il gas verde e tossico noto
come cloro (Cl) si ottiene una polvere bianca e cristallina chiamata cloruro di sodio (NaCl), ossia il sale da
cucina.

Questi atomi, molecole e composti si manifestano a noi come materia in tre stati: solido, liquido e gassoso
e si indica con un pedice: solido(s) (NaCl(s)), liquido(l) (H2O(l)) e gassoso(g) (Cl2(g)).

La materia può essere composta da elementi puri come lo zolfo giallo (simbolo S), composti puri (come il
sale NaCl) o da miscele di composti (come la gran parte delle rocce naturali). In ogni compoto gli elementi
sono tra loro in proporzioni fisse, ossia in un cristallo di cloruro di sodio un atomo di sodio è sempre
combinato con un atomo di cloro. Questa relazione fissa tra i costituenti di un composto prende il nome di
stechiometria del composto.

Si possono mischiare, ad esempio, due composti come il sale e lo zucchero. Questa sarà una miscela priva
però di una “identità” precisa: i due elementi possono essere separati con metodi fisici e tale miscela
prende il nome di miscela eterogenea, ossia la composizione della miscela non è uniforme. Il contrario
della miscela eterogenea è a soluzione. Soluzione non è necessariamente sinonimo di stato liquido, come
accade ad esempio nelle leghe (l’acciaio è infatti una lega solida costituita da ferro e carbonio).
PARTE 1
Il concetto di mole

La chimica atomica cominciò nei primi anni del 1800 quando Dalton scoprì empiricamente che quando un
elemento si combina con la stessa massa di un secondo elemento per formare composti diversi, le masse
del primo elemento stanno tra loro in rapporti esprimibili mediante numeri interi e piccoli.

Facciamo un esempio per chiarire questo enunciato. Consideriamo il carbonio e l’ossigeno e misuriamo che
tali composti reagiscono nel rapporto 1 g di carbonio con 1,33 grammi di ossigeno e si ottengono 2,33
grammi di un composto noto come ossido di carbonio. Se invece carbonio e ossigeno agiscono tra loro in
rapporto 1 grammo di carbonio con 2,66 grammi di ossigeno si ottengono 3,66 grammi di un gas noto come
anidride carbonica. Ciò che osservò Dalton fu che le masse di carbonio che si combinavano con la stessa
massa di ossigeno (1 grammo) erano una il doppio dell’altra (2,66 è il doppio di 1,33).

Dalton intuì che solo immaginando la materia come composta di particelle microscopiche, indistruttibili,
indivisibili e non creabili si poteva spiegare l’osservazione sopra riportata e nota come legge di Dalton.

Inoltre, osservazioni congiunte di Dalto e Gay-Lussac portarono a concludere Amedeo Avogadro che volumi
uguali di gas devono contenere un numero uguale di molecole. Partendo da questi risultati Stanislao
Cannistraro riuscì a calcolare il peso degli atomi rapportandolo all’atomo di idrogeno. Il metodo utilizzato è
il seguente: supponiamo di avere a che fare solo con composti puri, è possibile misurarne empiricamente la
sua densità ρ1. Facciamo lo stesso con un secondo gas che avrà densità ρ2, e supponiamo per semplicità che
sia pari a metà di ρ1 (quindi ρ1=2 ρ2). È noto, inoltre, che la densità può essere espressa come segue:

= , dove M e V rappresentano massa e volume. Quindi poniamoci a volume uguale, ossia V1=V2.

Ma, inoltre, abbiamo precedentemente detto che nello stesso volume è contenuto lo stesso numero di
molecole, quindi basta sostituire ρ1=2 ρ2 nell’espressione di quindi ρ1 e si ha:

2 =

Quindi eguagliando:
= => =2
2

Quindi è possibile calcolare tutte le masse atomiche per confronto con una massa, che è quella
dell’idrogeno. In realtà l’elemento da cui si parte è il carbonio 12, ossia quell’atomo di carbonio che ha nel
suo nucleo 6 neutroni + 6 protoni. Si definisce quindi la massa dell’idrogeno, composto da un solo protone,
pari a 1/12 della massa del carbonio 12. Sarà quindi così possibile calcolare anche il peso molecolare di una
molecola come il propano:

quindi 3 atomi di carbonio dal peso pari a 12 e 8 atomi di idrogeno dal peso di 1, quindi

3*12+1*8 = 44 u. m. a. (unità di massa atomica).

È possibile stimare quanti atomi o molecole sono presenti in un dato volume? Per farlo si introduce il
concetto di mole definita come:

la quantità di sostanza che contiene un numero di entità pari al numero di atomi presenti in 12 grammi di
carbonio 12.

Tale numero è noto come numero di Avogadro ed è, ovviamente, una costante, ossia una mole di una
qualsiasi sostanza conterrà sempre la stessa quantità di entità, ossia il numero di Avogadro. Tale quantità si
può calcolare in molti modi e qui di seguito se ne riporta una molto semplice ed empirico.

Si prenda una superficie di acqua e spruzziamo su di essa una quantità nota in volume di una sostanza in
densità inferiore dell’acqua e in quantità in volume molto inferiore al volume dell’acqua. Si potrebbe
pensare ad una goccia di olio su un piatto pieno d’acqua. Supponiamo che la sostanza spruzzata sia l’acido
oleico riportato nella figura in basso:

La formula bruta è CH3(CH2)7CHCH(CH2)7COOH, E IL SUO PESO MOLECOLARE è 282.45. La densità dell’acido


oleico è 0.873, quindi il volume di una mole di acido oleico dovrà essere:
= => = , quindi

282.45
= = 323.53
0.873

Se spruzziamo un volume di olio pari a 10-5 cm3 e la macchia di olio su acqua prodotta è di diametro pari a
10 cm e molto molto sottile, allora la superficie della macchia sarà:

ℎ = 10 ∗ = 31.4

Poiché il volume è pari ad Area di base * altezza è possibile stimare che l’altezza della macchia di olio sarà:

1 ∗ 10
ℎ= = = 3.1 ∗ 10
31.4

Quindi se lo strato è tanto sottile da poter essere considerato spesso quanto una singola molecola di acido
oleico, allora il volume di una molecola di acido oleico sarà h3, ossia 30*10-21 cm3.

Quindi il numero di molecole contenuto in 1 mole sarà:

.
= ∗
= . ∗ (non troppo lontano dal valore reale)

Il numero di Avogadro è pari a 6.022*1023 particelle (entità, molecole, atomi ….).

Infine, poiché una molecola di idrogeno è H2, ed ha quindi peso molecolare pari a 2, significherà che 2
grammi di idrogeno molecolare contengono una mole di H2, ossia 6.023*1023 molecole di idrogeno, quindi il
peso di 1 idrogeno è:

1 = . ∗
= 1.67 ∗ 10

LA SCOPERTA DELL’ELETTRONE

Le prime osservazioni che suggerirono la presenza di cariche negative su particelle subatomiche furono
effettuate tramite dei tubi a scarica. Si tratta di tubi di vetro contenenti aria o altri gas alle cui estremità
sono sigillati degli elettrodi collegati ad un generatore di corrente ad alta tensione.
Immagine da “Chimica: concetti e modelli G.Valitutti, M.Falasca, A.Tifi, A.Gentile”, Zanichelli

Anche applicando una tensione altissima ai capi degli elettrodi non si registra alcun fenomeno rilevante. Al
contrario, mantenendo una tensione molto alta e praticando il vuoto all’interno del tubo, si osserva un
fenomeno di fluorescenza sull’anodo (che è carico positivamente). Quindi è come se si generano dei raggi
che partono dal catodo e vanno verso l’anodo e collidono con il vetro dietro al catodo stesso, facendolo
fluorescere. Si dimostrò che tali raggi fossero indipendenti sia dalla natura del metallo sia dal gas contenuto
nel tubo. Altri esperimenti permisero di concludere che i raggi catodici si muovono lungo una traiettoria
rettilinea dal catodo verso l’anodo.

Approfondimento

Una spiegazione di tale fenomeno è che a seguito di collisioni casuali delle molecole di gas all’interno del
tubo le particelle si ionizzano e sono quindi soggette al campo elettrico applicato tra anodo e catodo che le
accelera e ne aumenta l’energia cinetica. Tanto più è alta la densità del gas, tanto minore sarà
l’accelerazione e la loro energia cinetica. La lunghezza del cammino libero medio delle particelle è legato
alla probabilità che esse si possano scontrare e quindi tanto minore sarà il loro percorso e la loro energia
cinetica. Perciò diminuendo la pressione, ossia rarefacendo il gas con la pompa da vuoto, aumenterà
l’energia cinetica delle particelle cariche e si innescherà un processo a cascata che si manifesta nel
passaggio di una corrente.
Per valutare la natura di tale raggio catodico si elaborò un nuovo esperimento in cui si mise un mulinello sul
percorso del raggio catodico e si osservò che al crescere della tensione applicata aumentava la velocità del
mulinello. Questo suggeriva che la natura corpuscolare di tale carica negativa.

Immagine da http://www.chimica-online.it

Furono quindi elaborati via via esperimenti più complessi per meglio capire la natura del fascio. Ad
esempio, nella figura in basso, con l’introduzione di due differenze di potenziale (ossia due coppie anodo-
catodo), una ad elevati volt l’altra a minor voltaggio, si osservò che era possibile deflettere il raggio sempre
verso il polo carico positivamente.

Immagine da “Chimica: concetti e modelli G.Valitutti, M.Falasca, A.Tifi, A.Gentile”, Zanichelli


Con l’esperimento di Thomson si riuscì a calcolare il rapporto tra la carica e la massa degli “oggetti” che
costituivano il fascio. In basso il layout sperimentale impiegato da Thomson:

Il fascio generato veniva fatto passare attraverso due ulteriori elettrodi e all’interno di un campo
magnetico. Operando contemporaneamente su entrambi i campi, elettrico e magnetico, si può fare in
modo che non vari la direzione delle particelle. Nel caso più generale, indicando con α l’angolo POP’, con m
la massa dell’oggetto, con q la sua carica, con H l’intensità del campo magnetico, E quella del campo
elettrico ed l la lunghezza delle armature (piastre), Thomson ricavò la seguente equazione:

2
=

Lo stesso Thomson riuscì ad ottenere un valore di q/m, in valore assoluto, pari a 1*10-8 C g-1 (C sono i
Coulomb, g sono i grammi). Attualmente, il valore di q/m è stato calcolato essere pari a 1.7*10-8 C g-1.

La scoperta che tale rapporto non dipendesse mai dai gas sottoposti ad esperimento permise di concludere
che la natura di tale particelle negative fosse la stessa,, a prescindere dal tipo di atomo. A tali particelle fu
dato il nome di elettrone. Partendo dal calcolo di q/m fu poi possibile calcolare i due valori separatamente
e ciò fu fatto da Millikan nell’esperimento che porta il suo nome nel 1909 (figura in basso).
Immagine da www.dima.unige.it

Egli utilizzò due piastre parallele (P1 e P2 in figura sopra) disposte orizzontalmente tra cui generò un campo
elettrico di intensità variabile, da un piccolo foro presente sulla piastra superiore fece scendere una
gocciolina d’olio finemente nebulizzato in goccioline che, scendendo verso la piastra inferiore per forza di
gravità, venivano irraggiate da raggi X.

In assenza di campo elettrico, e sotto l’azione dell’accelerazione gravitazionale g, le goccioline per effetto
dell’attrito dell’aria raggiungono una velocità costante che dipende dal raggio e della densità delle stesse.
Tale velocità v si esprime con l’equazione di seguito:

=
6

dove m e r sono rispettivamente la massa e il raggio della gocciolina, g è l’accelerazione di gravità, e η è la


viscosità dell’aria. Inoltre, se ρ è la densità dell’olio si può scrivere:

3
=
4

Il gas nel cilindro di Millikan è ionizzato dai raggi X, le goccioline di olio ne assumono la carica subendo così
l’azione del campo elettrico che, agendo in direzione contraria a quella di gravità, le spinge verso l’elettrodo
positivo, cioè verso l’alto, frenando la loro caduta. La velocità in tale condizione può essere riscritta come:

( )
=
6

In questo caso q è la carica elettrica negativa TOTALE assorbita dalla gocciolina. Regolando
opportunamente il campo elettrico è possibile tenere le goccioline sospese, ossia portare v=0, quindi
creando un equilibrio tra le due forze in gioco, ossia quella di gravità (=m*g) e la forza elettrostatica (=q*E).
Se quindi partiamo dal presupposto che una gocciolina può assorbire n cariche negative e possiamo scrivere
l’equilibrio tra le due forze così:

∗ = ∗ ∗

In cui la carica q è stata espressa come n*E.

Millikan scoprì che la carica portata era sempre un multiplo intero del valore 1.602*10-19 C che è appunto la
carica dell’elettrone e. Determinata la carica dell’elettrone, fu possibile calcolare la massa dell’elettrone
che è pari a 9.11*10-28 grammi.

LA SCOPERTA DEL PROTONE

Fu da subito ipotizzato che per neutralizzare la carica negativa dell’elettrone doveva esistere una carica
positiva. Il primo a ottenere un’evidenza sperimentale fu Eugene Goldstein che chiamò tale particelle ioni.
Fu ipotizzato che esse dovevano essere ciò che rimaneva delle particelle quando venivano estratti gli
elettroni. Si osservò, inoltre, che il rapporto carica/massa dipendeva dal gas utilizzato. Nel caso del gas H+ fu
calcolata una massa di 1.67*10-24 grammi (104 volte più grande di quella dell’elettrone).

Immagine da Chimica-online

Parte delle particelle positive accelerate dal catodo lo superano urtando il tubo e fluorescendo.

LA RADIOATTIVITÀ NATURALE

La prima evidenza della radioattività naturale fu riportata da Bacquerel che notò che sali di uranio avevano
l’abilità di impressionare le lastre fotografiche anche quando queste ultime erano coperte da spessi fogli
neri. Becquerel intuì, quindi, che doveva esistere una qualche forma di radioattività con caratteristiche
molto diverse da quelle della luce. Qualche anno dopo Rutherford riuscì ad individuare due tipi di
radiazione, che lui chiamò radiazioni α e radiazione β. Notò, inoltre, che sia le α che le β erano in grado di
ionizzare le particelle di vapor d’acqua presenti nell’aria e le particelle α erano molto più ionizzanti delle β.
In un noto esperimento Rutherford, e poi in maniera ancora più accurata Villard, dimostrò che era possibile
deflettere le radiazioni modulando un campo elettrico e uno magnetico, mentre c’era una radiazione che
non risentiva dei due campi e fu chiamata radiazione γ.

Il termine radioattività comunque fu coniato dai coniugi Curie che condivisero con Bacquerel il premio
Nobel nel 1903.

Per molto tempo si cercò di stimare il rapporto tra carica e massa per queste radiazioni ma a causa delle
elevate velocità furono commessi molti errori. Infatti i raggi β, sebbene sono deflessi con angoli uguali a
quelli degli elettroni viaggiano a velocità estremamente più elevate, dette velocità relativistiche in quanto
paragonabili alla velocità della luce (circa 3 × 108 m/s). Per un oggetto che viaggia a velocità prossime alla
velocità della luce (anche la metà della velocità della luce) le implicazioni derivanti dalla teoria della
relatività diventano importanti e il sistema fisico non può essere trattato con principi di fisica classica.

Approfondimento sulle velocità relativistiche

Secondo la teoria della relatività l’energia e la massa sono tra loro collegate dalla nota espressione E=mc2.
In realtà tale espressione è una approssimazione valida per velocità considerevolmente inferiori a quella
della luce. Se è v la velocità di un oggetto ed m la sua massa l’espressione dell’energia diventa:

=
1

Quando v<<c il rapporto v2/c2 diventa molto piccolo, quindi sotto la radice è come se ci fosse solo 1 e si
ottiene, quindi la nota espressione E=mc2. Se v e c sono invece paragonabili al denominatore, sotto il segno
di radice, rimane un numero molto piccolo, quindi l’energia sarà uguale al rapporto tra mc2 ed un numero
molto prossimo a 0, quindi tale rapporto diventa molto molto grande, ossia per velocità relativisti può
succedere:

 O le energie diventano molto molto grandi


 O la massa diventa molto molto grande.

Proprio quest’ultima considerazione era la causa dei grandi errori compiuti nella stima della massa degli
oggetti che generavano le radiazioni β.

Rutherford e Geiger riuscirono a calcolare la carica delle particelle α che risultò essere pari a 3.19*10-19 C,
ossia il doppio (in valore assoluto) di quella dell’elettrone. In seguito fu dimostrato che le particelle α
erano costituite da nuclei di atomi di elio.

Di natura completamente diversa sono le radiazioni γ che non hanno carica e una lunghezza d’onda di 10-13
m.

LA SCOPERTA DEL NEUTRONE

Fu presto ipotizzata l’esistenza di una particella di massa simile a quella del protone ma di carica neutra
Proprio questa mancanza di carica elettrica rese molto difficile individuare sperimentalmente questa
particella. La dimostrazione sperimentale di tale particella subatomica la si deve a Bothe e Becker, i quali
bombardarono con particelle α una lastra di litio (Li) e osservarono la formazioni di una radiazione neutra
molto più penetrante della radiazione γ. Inizialmente si pensò si trattasse di radiazione γ particolarmente
energetiche, ma in un seguente esperimento queste radiazioni furono utilizzate per bombardare un
campione di cera di paraffina e si osservo l’emissione di protoni. Applicando la teoria classica della
conservazione della quantità di moto (vedi dopo, paragrafo in corsivo) negli urti fu calcolata una energia
energia di circa 55 MeV (Mega elettronVolt) che è molto più alta dell’energia emessa da qualsiasi materiale
radioattivo. Applicando le leggi della meccanica classica, Chadwich concluse che si doveva trattare di una
particella avente la stessa massa del protone ma senza alcuna carica elettrica e per questo gli fu dato il
nome di protone.

La conservazione della quantità di moto

La quantità di moto è un vettore, che si indica con p, legato alla massa e alla velocità dell’oggetto in esame:

= ∗

A parità di velocità, quindi, un oggetto massivo possiederà più quantità di moto di un oggetto poco massivo.
L’importanza della quantità di moto risiede anche nel fatto che è legata all’energia cinetica dalla semplice
relazione:
=
2

In un urto elastico tra due o più oggetti la quantità di moto si deve conservare, ossia deve essere la stessa
prima e dopo l’urto. Quindi se un oggetto di massa m1 e velocità v1 urta un oggetto di massa m2 e un
oggetto di massa m3, la quantità di moto prima e dopo l’urto sarà

piniziale=m1*v1

pfinale=m2*v2+m3*v3

e per la conservazione della quantità di moto piniziale=pfinale, m1*v1=m2*v2+m3*v3.

IL MODELLO ATOMICO PLUM PUDDING

Dopo le prove ottenute con lo studio della radioattività era facile intuire che gli atomi fossero costituiti da
particelle positive e negative. Il primo a proporre un modello atomico fu Thomson nel 1904, il quale
ipotizzò che l’atomo fosse costituito da una grande massa avente carica positiva all’interno della quale ci
sono gli elettroni in numero sufficiente da controbilanciare la parte positiva e neutralizzare l’atomo. Questo
modello fu quindi chiamato modello del plum pudding, dolce tipico inglese molto simile ad un panettone in
cui l’uva passita è l’analogo culinario degli elettroni.

Immagine da http://atomictheorychem.weebly.com
Dopo breve periodo, Lenard ideò un esperimento in cui fece incidere un fascio di elettroni su alcuni fogli
metallici. Secondo il modello di Thomson, la gran parte degli elettroni dovevano essere deflessi dalla gran
massa positiva, invece accadeva esattamente il contrario ossia la gran parte degli elettroni passavano
indisturbati attraverso la lastra. Questo minava fortemente il modello del plum-pudding.

IL MODELLO ATOMICO PLANETARIO DI RUTHERFORD (Bohr e Sommerfeld)

Rutherford, in un noto esperimento, prese un sottilissimo foglio d’oro e lo bombardò con delle particelle α.
Tali particelle sono molto più massive di un elettrone e Rutherford osservò che quasi tutte le particelle
passano attraverso il foglio d’oro senza essere in alcun modo deflesse. Solo 1 su 20.000 veniva deflessa di
angoli molto grandi.

Immagine da http://physics.stackexchange.com

Deflessioni così grandi non potevano (fisicamente) essere dovuti ad urti successivi ma si doveva trattare di
una singola riflessione, ossia la collisione di una particella α con un singolo atomo metallico. Quindi
Rutherford ipotizzò che la deflessione più che dovuta ad un evento meccanico (ossia un urto) era dovuta a
una qualche repulsione elettrostatica. Il fatto che la particella α fosse carica positivamente non poteva che
implicare che anche il bersaglio fosse carico positivamente, ma anche fisicamente molto più piccolo in
quanto solo una particella su 20.000 subiva una grande deflessione. Quindi egli assunse che l’intera carica
positiva fosse concentrata nel nucleo dell’atomo, in una regione molto piccola. L’elttroneutralità dell’atomo
fosse garantita dalla presenza intorno a tale nucleo degli elettroni. Essendo gli elettroni molto leggeri
influenzavano poco lo scattering delle particelle α incidenti (per il principio della conservazione della
quantità di moto).

Immagine da www.khanacademy.org

Lo stesso esperimento fu usato per predire le dimensioni e la carica del nucleo target. Se assumiamo che
l’impatto avviene tra una particella α (carica +2e) e il nucleo carico +Ze (Z è un generico numero intero per
ora), l’energia potenziale è data dalla repulsione elettrostatica tra le cariche positive in gioco, quindi:

( )(2 )
=
4

Dove r è il raggio massimo del nucleo metallico e 4 è una costante (=4π*8.854*1012 kg-1 m-3 s4 A2). Al
momento della riflessione tale energia potenziale DEVE essere uguale all’energia cinetica (principio di
conservazione dell’energia):

1
=
2

Dove M è la massa della particella α già stimata 4 volte quella del protone (ossia 4*1.67*10-27 kg).

Quindi, eguagliando le due energie (potenziale e cinetica) si ha:

1 2
=
2 4

Di questa equazione conosciamo tutto:


e è la carica dell’elettrone (1.6*10-19 C), v la velocità della particella proiettile (α) pari a circa 2*107 m/s, Z è
il numero di cariche positive degli atomi del metallo bersaglio (Au), ed è 79. Manca solo r, che è proprio
quello che vogliamo calcolare. Infatti r è la distanza a cui avviene l’urto, ossia la dimensione del nucleo.

Riarrangiando e sostituendo:

4 4 ∗ 79 ∗ (1.6 ∗ 10 )
= = = ∗
4 4 ∗ 3.14 ∗ 8.854 ∗ 10 ∗ 4 ∗ 1.67 ∗ 10 ∗ (2 ∗ 10 )

Questa è la massima dimensione del nucleo dell’atomo di oro che, comparata a quanto calcolato nel
modello del plum pudding (4*10-9 m) è 5 ordini di grandezza più piccoli. Se tutta la massa dell’atomo è
localizzata in uno spazio così piccolo, ne consegue che la sua densità deve essere altissima.

A questo punto è possibile “formalizzare” il modello atomico di Bohr-Rutherford:

la gran parte della massa dell’atomo è concentrata nel nucleo dove si trovano i PROTONI (carichi
positivamente) e i NEUTRONI (carichi negativamente). Il numero dei protoni del nucleo è chiamato
NUMERO ATOMICO e si indica con Z. La somma di protoni e neutroni si chiama MASSA ATOMICA e si
indica con A. La neutralità è garantita da un numero di elettroni aventi carica negativa uguale in numero
ai protoni nel nucleo, ma rappresentano solo una frazione della massa dell’atomo e ruotano intorno al
nucleo come in un piccolo sistema solare.

ISOTOPI STABILI E ISOTOPI RADIOATTIVI

Il ruolo del neutrone è stato pienamente spiegato solo con la meccanica quantistica (e i diagrammi di
Feynman) ma, in maniera semplicistica, può essere inteso come quello di collante che evita che le particelle
positive si respingono in quanto aventi la stessa carica. Tutti gli elementi, eccetto l’idrogeno, hanno sempre
dei neutroni nel loro nucleo. Ad esempio l’elio (He) ha due protoni e due neutroni nel suo nucleo, ma
quando il numero di protoni aumenta, si rende necessario avere “un eccesso” di numero di neutroni per
mantenere unito l’atomo. L’oro (Au), con numero atomico Z=79 ha 118 neutroni nel suo nucleo,
conferendo un peso totale all’atomo pari a 197 u.m.a. (A= N+Z = 118+79 = 197).

In generale si definiscono isotopi due elementi aventi stesso Z ma diverso N, quindi diverso peso atomico.
Su 103 elementi solo 21 sono monoisotopici (hanno cioè un unico isotopo). Per tenere conto di ciò, sulla
tavola periodica compare il peso equivalente alla media “pesata” dei vari isotopi di quell’elemento, ed è
proprio questa la ragione per cui molti pesi atomici appaiono NON INTERI. Per esempio, il rame (Cu) pesa
63.54, come risultato della media dei suoi due isotopi più abbondanti, uno di massa 63 con abbondanza
relativa del 69% e uno con massa 65 con abbondanza del 31%. Se si vuole indicare il numero atomico si
scrive: 63Cu e 65Cu.

Per gli elementi più comuni, gli isotopi più stabili (ossia non cambiano nel tempo le loro caratteristiche)
sono quelli più leggeri che di solito sono anche i più abbondanti. Quindi nel caso del Carbonio 12C (carbonio
12) è in assoluto il più abbondante (circa il 99%) e 13C rappresenta circa l’1% del carbonio in natura. Un
terzo isotopo, il 14C, è estremamente raro ed è radioattivamente instabile. Altri esempi sono:

14
N  99.6%; 15N  0.4%

16
O  99.76%; 17O  0.04%; 18O  0.2%

Chimicamente tutti gli isotopi stabili dello stesso elemento si comportano nello stesso modo.

ISOTOPI RADIOATTIVI

All’aumentare del peso atomico aumenta la probabilità di incontrare isotopi. Per esempio, il piombo (Pb)
esiste in tutte le seguenti forme stabili:

204
Pb  1.3%; 206Pb  26.3%; 207Pb  20.8%; 208Pb  51.5%. Il record è, però, dello stagno (Sn) che ha ben
10 isotopi stabili. Molti elementi accanto a questi isotopi stabili hanno anche uno o più isotopi
14
radioattivamente instabili che sono prodotti o come risultato di processi nucleari (ad esempio C è il
risultato dell’interazione dei neutroni prodotti dalla radiazione cosmica con il 14N presente in atmosfera) o
come nuclidi derivanti dal decadimento di atomi instabili più grandi.

Il piombo, oltre ad avere i 4 isotopi stabili sopra riportati, ha ben 17 isotopi instabili (da 194Pb a 214Pb) con un
tempo di emivita che varia da 800 millisecondi a 3*105 anni. Per capire l’entità degli isotopi instabili basti
pensare che su 1700 elementi (nuclidi) solo 260 sono stabili. La ragione per cui alcuni nuclei sono stabili e
altri sono instabili è stata spiegata in fisica nucleare tramite la cosiddetta teoria dei numeri magici: ci sono
probabilità alte che il nuclide sia stabile se sia Z che N sono pari, solo 4 elementi con Z e N entrambi dispari
sono stabili.

IL DECADIMENTO RADIOATTIVO

Rutherford illustrò il decadimento radioattivo come un elemento instabile che ha la necessità energetica di
emettere una particella α o una particella β con il risultato che si formerà un nuovo elemento (detto
elemento figlio) con caratteristiche fisiche e chimiche molto diverse da quelle dell’elemento padre. In
realtà ora si sa che ci sono molti altri processi con cui si accompagna e avviene la disintegrazione
radioattiva.

Quasi tutte le disintegrazioni nucleari sono accompagnate dall’emissione di energia elettromagnetica nota
come emissione γ.

Emissione α

Un nucleo di elio ( ) è espulso dal nucleo padre rendendolo più leggero di 4 u.m.a.:

Emissione β

Un neutrone decade in una coppia protone-elettrone (più un cosiddetto antineutrino elettronico ). Il


protone resta nel nucleo atomico, mentre le altre due particelle vengono emesse

In un caso concreto:

Antiteticamente all’emissione β esiste l’emissione di un positrone, ossia un elettrone avente carica positiva
(prende il nome di decadimento β+).

Si faccia attenzione che nelle emissioni β l’elettrone viene creato nel nucleo ed emesso dal nucleo, da non
confondere con gli elettroni intorno al nucleo.

I decadimenti prima descritta possono essere graficati come segue:


Il decadimento radioattivo di un nucleo è caratterizzato da un numero noto come emivita (T1/2), che è il
tempo necessario per cui la metà del materiale originale cambia in un altro elemento per effetto del
decadimento radioattivo. È molto importante perché il decadimento di un atomo è un evento stocastico,
quindi non si può predire quando avverrà non è possibile calcolare la probabilità di decadimento grazie
all’emivita. Nota l’emivita, si può calcolare “l’aspettativa di vita” del particolare atomo in un insieme di suoi
simili utilizzando la formula:

.
=

Dove λ è la costante di decadimento radioattivo. Quella che abbiamo definito “aspettativa di vita” è più
rigorosamente il numero di disintegrazioni radioattive per grammo per secondo ed è definita come:

1
=

ORBITE E ORBITALI: LA QUANTIZZAZIONE DELL’ENERGIA

Dagli studi sul corpo nero e sullo spettro di emissione a righe degli atomi, ci si rese conto che l’energia, in
natura, è scambiata utilizzando quanti (ossia pacchetti) di energia talmente piccoli che nella realtà dei
nostri sensi sono difficili da apprezzare. In particolare, Planck dimostrò che il fattore di proporzionalità con
cui veniva scambiata energia è pari alla costante che porta il suo nome, la costante di Planck:

h=6.626*10-3 J s

In seguito Einstein dimostrò che un’onda avente una frequenza ν può scambiare energia con la materia
secondo la relazione:

E=hν

(in seguito l’argomento onde elettromagnetiche verrà affrontato approfonditamente).

Bohr estese l’idea di quantizzazione dell’energia agli atomi e alle molecole. In particolare osservò che
quando un elemento (puro) viene riscaldato ri-emette l’energia assorbite a bene precise lunghezze d’onda ,
formando così uno spettro di emissione discreto.
Immagine da http://www.bmscience.net

Egli concluse che dovevano essere gli elettroni che, in seguito all’assunzione di energia venivano eccitati ad
un livello superiore di energia e, decadendo, emettevano una ad una ben precisa lunghezza d’onda e ciò, in
accordo con la teoria della quantizzazione dell’energia, avviene a bene precise lunghezze d’onda.

Esiste una relazione tra lunghezza d’onda λ e frequenza ν:

Dove c è la velocità della luce. Inoltre, essendo ν direttamente proporzionale all’energia, la lunghezza
d’onda risulterà inversamente proporzionale all’energia stessa.

Quindi gli elettroni “ruotano” intorno ad orbite quantizzate, che possiedono un energia bene precisa e
quindi la stessa distanza ΔE dovrà e potrà essere espressa secondo la relazione ΔE=hν.
Ben presto, però ci si rese conto che una spiegazione “planetaria” era inadeguata a spiegare alcuni
comportamenti che si osservavano soprattutto nei decadimenti radioattivi. Si cominciò, quindi, a introdurre
il concetto di probabilità che l’elettrone occupi una regione di spazio. Il concetto di elettrone, molto utile e
tutt’ora usato in chimica e fisica, venne quindi integrato e sostituito con il concetto di funzioni d’onda.

La funzione d’onda, indicata con ψ, ed è legata alla probabilità di incontrare un elettrone in una regione di
spazio V:

à= | |

Per avere un’espressione della funzione d’onda si deve risolvere l’equazione di Schrödinger:

Risolvendo l’equazione e calcolando la probabilità si otterranno le FORME degli orbitali, o per dirlo in
maniera rigorosa le regioni a più alta probabilità di incontrare l’elettrone intorno al nucleo. In questo caso
non si parla più di orbite ma di orbitali.

Quando si risolve l’equazione di Schrödinger per il primo orbitale si ottiene:


Che prende il nome di orbitale s. Al crescere della distanza dal nucleo si ha l’orbitale p:

O come nuvola elettronica p:

Come si vede dalla figura in alto esistono 3 orbitali p, che si dice quindi 3 volte degenere.

Aumentando ancora la distanza dal nucleo si ha l’orbitale d:


L’orbitale d è 5 volte degenere.

Ancora oltre c’è il 7 volte degenere orbitale f:

Ogni orbitale, o livello energetico, è unicamente caratterizzato da un set di numeri quantici.

Il numero quantico principale n determina la distanza media degli elettroni dal nucleo e la maggior parte
della loro energia. Teoricamente n può assumere tutti i valori compresi tra 1 e +∞, quindi
matematicamente possiamo scrivere che . In realtà già per n=7 vengono sistemati tutti gli elettroni
degli elementi della tavola periodica.

I sottolivelli sono descritti dal numero quantico angolare l, che può assumere i seguenti valori

0 1

Con l=0 si ha il livello s, l=1 corrisponde agli orbitali p, l=2 agli orbitali d e così via.

Quindi nel caso del primo livello (guscio), ossia numero quantico principale n=1 si ha 0 1 1 quindi
l=0, ossia per il primo guscio si può avere solo l’orbitale s. Per n=2, l potrà variare tra 0 e 1, ossia assumere i
valori 0 e 1 quindi per n=0 si avranno l’orbitale s e gli orbitali p.

Quella che prima è stata definita degenerazione si esprime con il numero quantico magnetico ml che può
assumere valori: . Quindi se l=1 ossia l’orbitale p, ml può essere -1, 0, +1, infatti abbiamo
visto che il p ha una degenerazione 3, ossia esistono 3 orbitali (px, py, pz).

L’ultimo numero quantico è il numero quantico di spin e può assumere valori ↑ e ↓ (oppure +1/2 e -1/2).

Gli elettroni all’interno di un atomi verranno alloggiati, quindi, secondo il seguente schema:
Per riempire gli orbitali con gli elettroni e calcolare quella che si chiama configurazione elettronica
dell’atomo, si deve tenere conto del principio di esclusione di Pauli:

non possono esistere due elettroni aventi tutti i numeri quantici uguali.

Quindi possono essere alloggiati solo 2 elettroni per ogni livello (con spin opposti).

Esempio. Se vogliamo calcolare la configurazione elettronica dell’azoto (7 elettroni) procediamo in questa


maniera:

2 elettroni in 1s  ↑↓

2 elettroni in 2s  ↑↓

3 elettroni in 2p  ↑ ↑ ↑

Quindi la sua configurazione elettronica sarà 1s2 2s2 2p3.


PARTE 2
LA TAVOLA PERIODICA DEGLI ELEMENTI

Già dai tempi dell’alchimia si notò che le proprietà di alcuni elementi erano comuni a gruppi di 3-4
elementi. Per esempio il Calcio (40), lo Stronzio (87) e il Bario (137) hanno il loro peso legato dalla relazione

A=7+(2n)*8

dove n può assumere il valore di 0, 1, 2.

Dopo pochi anni Cannizzaro intuì la necessità di distinguere tra peso atomico e peso molecolare e formulò
la legge delle ottave:

elementi di tipo simile erano ricorrenti ad intervalli regolari di 8 posizioni, che lui assimilò alle ottave
musicali.

Intorno al 1870 Mendeleev dispose gli elementi in ordine di peso atomico lasciando spazi vuoti prevedendo
che alcuni elementi fossero ancora sconosciuti (come accadde per il gallio, lo scandio e il germanio).

In base alla sua tavola degli elementi, Mendeleev concluse che:

 Gli elementi, se arrangiati in accordo al loro peso, mostrano periodicità nello loro proprietà
chimiche e fisiche
 Elementi con proprietà chimiche simili hanno o peso molecolare simile (platino  195, indio
192, osmio  190) oppure che aumenta regolarmente (potassio  39, rubidio  85, cesio 
133)

Poco dopo fu evidente che ciò che legava la periodicità degli elementi con la loro posizione sulla tavola
periodica non fosse il peso atomico ma il numero atomico. Il numero di protoni è legato al numero di
elettroni e, quindi, alla configurazione elettronica. La stessa configurazione elettronica determina se e
come si formano molecole.

FORMAZIONI DI SEMPLICI MOLECOLE ETEROATOMICHE

Un atomo di idrogeno ha un protone e, quindi, un elettrone. La sua configurazione elettronica è 1s. Se


vogliamo verificare l’esistenza della molecola H2, quindi dovremmo fare la combinazione lineare tra gli
orbitali dei due elettroni ossia ψ1=1s+1s e ψ2=1s-1s. Ciò che accade energeticamente è la formazione di un
livello energetico dovuto alla somma e uno alla differenza:
Immagine da https://saylordotorg.github.io/text_general-chemistry-principles-patterns-and-applications-
v1.0

Poiché ogni livello energetico può ospitare fino a due elettroni, la configurazione energetica finale è
conveniente rispetto alla situazione di due idrogeni separati, quindi la molecola di idrogeno è
energeticamente favorevole rispetto all’atomo di idrogeno.

Nel caso in cui si volesse verificare la “convenienza” energetica della molecola He2, si ha:

Immagine da https://saylordotorg.github.io/text_general-chemistry-principles-patterns-and-applications-
v1.0

Come è facile vedere non vi è alcuna convenienza nell’avere la molecola di He2 rispetto ai semplici atomi di
elio, quindi in natura l’elio si trova come elemento e non molecola.
VALENZA, LEGAMI E MOLECOLE

Per definizione i composti sono formati da più atomi che possono legarsi tra loro formando sia molecole
distinte (ad esempio H2O) sia cristalli infinitamente grandi come, ad esempio, il cloruro di sodio. I composti
si generano in seguito alla formazione di legami mettendo in compartecipazione gli elettroni più esterni
(più lontani dal nucleo), per tale ragione la configurazione elettronica influenza fortemente il modo in cui
gli atomi si legano e la forma delle molecole risultanti.

Si definisce valenza come la capacità di combinarsi di un elemento e, per ogni elemento, è costante. Una
grossolana idea della valenza di un elemento è data dal numero di idrogeni con cui l’elemento si combina,
quindi ad esempio l’ossigeno, legandosi con due idrogeni (forma l’H2O), ha valenza 2. Se l’elemento non
forma legami con l’idrogeno, si può utilizzare un “trucco”, se l’elemento forma ossidi si può usare la
stechiometria con l’ossigeno. Quindi, ad esempio, l’ossido di magnesio prevede che un atomo di magnesio
leghi un atomo di ossigeno, avendo l’ossigeno valenza 2 allora il magnesio ha valenza 2. Può succedere,
però, che alcuni elementi formano più di un ossido, come ad esempio accade con il rame (Cu): esiste infatti
l’ossido rameoso (Cu2O) e l’ossido rameico (CuO) quindi il rame ha due numeri di valenza, ossia 2 e 4.

STRUTTURA ELETTRONICA E LEGAME

La regola dell’ottetto già riportata in precedenza deriva dalla capacità di otto elettroni che possiede ogni
shell più esterna. L’eccezione è rappresentata dall’idrogeno e dall’elio che necessitano di “soli” 2 elettroni
per completare la shell più esterna. Quando l’ottetto è completo l’elemeto non ha propensione a reagire ed
è questa la regione per cui i gas nobili non reagiscono per formare molecole:

Ne  1s2 2s2 2p6 Ar  (Ne)3s23p6 Kr  (Ar)3d10 4s2 4p6

Prendiamo, invece, come esempio gli elementi del gruppo VII, ossia gli alogeni:

F  1s2 2s2 2p5 Cl  (Ne)3s2 3p5 Br  (Ar)3d10 4s2 4p5 I  (Kr)4d10 5s2 5p5

essi sono tutti mancanti di 1 solo elettrone per completare l’ottetto, devono quindi o condividere un
elettrone con un altro elemento, oppure appropriarsi di un elettrone da un altro elemento.

Dall’altra parte della tavola periodica, invece, ci sono i metalli alcalini:

Li  1s1 2s1 Na  (Ne)3s1 K  (Ar)4s1

Questi elementi, quindi hanno “un elettrone di troppo”, tenderanno quindi o a cedere l’elettrone o lo
metteranno in compartecipazione per riempire la shell s. In base a quanto detto si assegna gli alogeni e a
metalli alcalini valenza 1. Il legame è, quindi, una compartecipazione di un elettrone da parte di ogni
atomo, quindi il legame è fatto sempre da una coppia di elettroni e la valenza come il numero di legami
che un elemento può formare, oppure il numero di coppie di elettroni coinvolte nel legame.

Quando due atomi, considerati per comodità uguali tra loro, iniziano ad avvicinarsi da distanza infinita, in
accordo alle interazioni coulombiane è possibile affermare che le cariche dei nuclei e degli elettroni iniziano
ad attrarsi, diminuendo così la loro energia potenziale. A una distanza ottimale tale energia raggiungerà un
valore minimo per poi risalire rapidamente al diminuire della distanza, come descritto nella curva
potenziale di Morse riportata in basso.

Immagine da Chimica-online

L’ELETTRONEGATIVITA’

La tendenza da parte di un atomo ad attirare a se un elettrone permette di introdurre il concetto di


elettronegatività che rappresenta la tendenza competitiva dell’atomo ad attrarre su di sé elettroni
quando è coinvolto in un legame chimico.

È facile capire, quindi, che l’elettronegatività di un atomo non può essere espressa in maniera equivoca in
quanto il suo comportamento è relazionato al comportamento dell’atomo o degli atomi a cui si lega. Per
cui, un atomo A potrebbe attirare su di sé la carica negativa quando si combina con un atomo B e per
questo si dice che A è più elettronegativo di B; lo stesso atomo A però potrebbe cedere parte della sua
carica negativa quando si combina con l’elemento C e in questo caso si dice che A è meno elettronegativo
di C.

La scala di elettronegatività più comunemente impiegata è la scala di Pauling che permette di ordinare
tutti gli elementi della tavola periodica in base alla loro elettronegatività:

IL LEGAME COVALENTE

Seconda la teoria dell’elettronegatività, il legame covalente può avvenire tra atomi aventi valori simile di
elettronegatività. Se due atomi sono uguali, come ad esempio di H che si legano per formare un H2, quello
che accade è:

Tale legame prende il nome di legame σ. Se i due atomi sono diversi, la densità di carica si localizzerà vicino
all’atomo più elettronegativo, in questo caso il legame è definito come legame eteropolare e la lettera δ
rappresenta la carica parziale delocalizzata su ogni atomo:
Nel caso di molecole più complesse bisogna tenere conto che ogni atomo può fare legami con più atomi. Ad
esempio nel caso dell’etano il legame del carbonio è con 3 idrogeni ed un altro carbonio:

Molto interessante è quando si ha a che fare, ad esempio, con una molecola di etene, ossia una molecola
fatta da due atomi di carbonio legati tra di loro con un doppio legame:

Ossia oltre agli elettroni messi in compartecipazione per formare il legame σ ce ne sono altri due, messi in
compartecipazione, per formare un cosiddetto legame π. Si forma, quindi un doppio legame formato da un
legame σ ed un legame π.

I legami σ i legami π

Quando due orbitali di tipo s si sovrappongono per formare un legame si ottiene quello che è noto come
legame di tipo σ:
Se si immagina di sovrapporre un s con un p si ottiene una regione di sovrapposizione dei due orbitali molto
simile a quella osservata nel caso di sovrapposizione di due orbitali s, quindi anche in questo caso si ottiene
un legame σ che, per distinguerlo dal precedente si indica con σ(sp):

Un po’ più complessa è la situazione quando si ha a che fare con due orbitali p che si sovrappongono per
formare un nuovo orbitale (in un legame). Infatti sappiamo che gli orbitali p sono degeneri, ossia esiste il px,
py e pz, e si possono sovrapporre in almeno due diversi modi. Il primo modo è quello che prevede un
avvicinamento dei due orbitali nella direzione di massima densità di carica ed anche in questo caso la
regione di sovrapposizione è simile a quella del σ

Quando si sovrappongono lungo la direzione a minore densità di carica le regioni di sovrapposizione sono
invece 2 e il legame prende il nome di π:

Tutto ciò che abbiamo detto è riassumibile come segue:


IL LEGAME IONICO

Quando un atomo (A) è molto molto più elettronegativo di un altro (B) può accadere che riesce a strappare
un elettrone e si carica quindi negativamente (A-) e l’altro atomo si carica positivamente (B+).

Tra i due atomi si registra, quindi un’attrazione di tipo elettrostatica tra i due ioni come riportato in figura:

Questo tipo di legame è adirezionale, ossia non ha una direzione a differenza di quanto avviene per i legami
ionici e quelli covalenti. Per questo motivo non c’è alcuna ragione fisica per cui si devono attrarre solo uno
ione positivo e uno negativo, ma uno ione positivo potrà attrarre più di un anione e viceversa, si formerà
quindi un cristallo ionico:
IL LEGAME METALLICO

I solidi tenuti insieme da un legame metallico formano una classe molto particolare che hanno proprietà
molto peculiari e proprio per tali proprietà vengono impiegati e ricercati fin dall’antichità. I metalli sono
degli ottimi conduttori termici ed elettrici, sono duttili e malleabili, e queste loro proprietà possono essere
spiegate dalla teoria a bande. Quello che accade è un’estensione di quanto visto nel caso del legame
molecolare dell’idrogeno: due orbitali si legano e danno origine ad altri due orbitali, uno di legame e uno di
antilegame (σ e σ*). Si pensi di estendere questo concetto da due atomi a molti atomi, come avviene in
figura in basso. Si creano quindi molti orbitali di legame e molti orbitali di antilegame:
Estendendo ad un solido (quindi un numero elevatissimo di atomi) si ottiene quella che si chiama struttura
a bande. Questa definizione deriva dalla netta distinzione degli orbitali di legami, che vengono identificati in
una banda detta di valenza (e pieni degli elettroni di legame), e degli orbitali di antilegame (accomunati
nella banda di conduzione) privi di elettroni:

La distanza tra le due bande si chiama energy gap (ΔE) e se è molto grande (>2 eV) il solido è un isolante, se
l’energy gap è compreso tra 1 eV e 2 eV si ha a che fare con un semiconduttore, nel caso in cui la ΔE è
piccola o assente si forma un solido metallico. Una ΔE alta significa che è necessaria molta energia per
portare un elettrone in banda di conduzione, quindi ci vuole molto ad esempio per riscaldare un isolante,
esattamente il contrario avviene nel caso di un metallo.

IL LEGAME IDROGENO

È un legame elettrostatico debole ma molto importante per la vita sulla terra. Molto semplicemente,
quando un idrogeno si lega ad un atomo molto più elettronegativo, come abbiamo già detto, sposta in
parte il suo elettrone sulla specie elettronegativa formando un dipolo. Il caso classico è quello che accade
nella molecola di acqua:
La carica formale negativa sull’idrogeno può attrarre un’altra molecola d’acqua dalla parte dell’ossigeno
che ha una carica parziale negativa, proprio queste interazioni costituiscono il legame ad idrogeno che
permette all’acqua di rimanere liquida.

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