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HEGEL

Le tesi di fondo del sistema:


Per poter seguire lo svolgimento del pensiero di Hegel risulta indispensabile aver chiare, fin
dall'inizio, le tesi di fondo del suo idealismo:
- la risoluzione del finito nell'infinito;
- l'identità tra ragione e realtà;
- la funzione giustificatrice della filosofia.

→ Finito e infinito
L'espressione "risoluzione del finito nell'infinito" allude al fatto che per Hegel la realtà non è
un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario di cui tutto ciò che esiste è
parte o manifestazione.
Tale organismo, coincide con l'Assoluto e con l'infinito, mentre i vari enti del mondo, essendo
manifestazioni di esso, coincidono con il finito. Pertanto il finito, come tale, non esiste,
perché ciò che noi chiamiamo "finito" non è altro che un'espressione parziale dell'infinito.

L'hegelismo si configura quindi come una forma di monismo panteistico, cioè come una
teoria che vede nel mondo (nel finito) la manifestazione o la realizzazione di Dio
(dell'infinito). A questo punto l'hegelismo potrebbe sembrare una forma di spinozismo.
La differenza tra i due sistemi è notevole:
- Spinoza: l'Assoluto è una sostanza statica che coincide con la natura;
- Hegel: si identifica invece con un soggetto spirituale in divenire, di cui tutto ciò che
esiste è "momento" o "tappa" di un processo di realizzazione.

→Ragione e realtà
Il soggetto spirituale infinito che sta alla base della realtà viene denominato da Hegel «idea»
o «ragione», termini che esprimono l'identità di ragione e realtà.
Da ciò il noto aforisma: «Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale»:
- "Ciò che è razionale è reale”: Hegel intende dire che la razionalità non è pura
idealità, ma la forma stessa di ciò che esiste;
- “e ciò che è reale è razionale”: Hegel intende affermare che la realtà non è una
materia caotica, ma il dispiegarsi di una struttura razionale.
Con il suo aforisma, Hegel esprime la necessaria, totale e sostanziale identità di realtà e
ragione.
Tale identità implica anche l'identità tra essere e dover essere, in quanto ciò che è risulta
anche ciò che razionalmente deve essere.
Il mondo, in quanto è, e così com'è, è razionalità dispiegata, ovvero ragione reale e realtà
razionale che si manifesta attraverso una serie di momenti necessari, i quali non possono
essere diversi da come sono. Hegel, in altri termini, secondo uno schema tipico della
filosofia romantica, ritiene che la realtà costituisca una totalità processuale necessaria.

→ La funzione della filosofia:


Hegel ritiene che il compito della filosofia consista nel prendere atto della realtà e
nel comprendere le strutture razionali che la costituiscono. A dire come dev'essere il mondo,
la filosofia arriva sempre troppo tardi; giacché sopraggiunge quando la realtà ha compiuto il
suo processo di formazione. Essa, afferma Hegel con un paragone famoso, è come la
nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, cioè quando la realtà è già
bell'e fatta. La filosofia deve dunque «mantenersi in pace con la realtà» e rinunciare alla
pretesa assurda di determinarla e guidarla. L'autentico compito che Hegel ha inteso
attribuire alla filosofa è la giustificazione razionale della realtà.

I presupposti della filosofia hegeliana:


L'Idea è il punto di partenza della filosofia hegeliana. In prima approssimazione essa può
essere intesa come la razionalità del reale: il fatto che il mondo ci appaia come razionale
presuppone, secondo Hegel, che esso derivi da una razionalità preesistente, quasi un
progetto che poi si sviluppa. Tale «progetto» complessivo è appunto l'Idea.
Hegel presenta la propria filosofia come un sistema unitario, che muove da alcune premesse
generali per svilupparle nell'articolazione dei contenuti.

→Reale e razionale:
Hegel formula un principio: “ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”.
La razionalità del reale e la realtà del razionale costituiscono i poli della teoria hegeliana. Il
reale è lo sviluppo della razionalità (dell'Idea) che ad esso preesiste; la filosofia non
determina questo processo, ma semplicemente lo riconosce.
D'altro canto il pensiero razionale deve realizzarsi nel mondo, è il mondo stesso, e il compito
della filosofia è quello di riconoscere il razionale non in termini astratti, ma nella realtà. Per
intendere compiutamente il senso è fondamentale chiarire la differenza, sulla quale Hegel
insiste continuamente, tra ciò che è reale e ciò che è semplicemente esistente.

Esistente e reale non coincidono e proprio questa mancanza di coincidenza crea lo spazio
per la riflessione filosofica, il cui compito è quello di riconoscere il reale nell'esistente, e
dunque l'Idea nel mondo.

La razionalità non è però nel singolo esistente, ma costituisce la struttura e la connessione


delle esistenze e dunque è processo. Questa processualità comprendere la realtà della
pianta soltanto se la si riconduce alla nozione di organismo vivente, se si pone questa in
relazione con la nozione di organismo in
generale e così via. Si tratta di una processualità circolare che permette di comprendere la
singola cosa solo cogliendola come momento di una realtà complessiva.

Il razionale è l'universale che diventa individuale, cioè reale, e da esso non può essere
distinto, riprendendo una metafora di Hegel, non possiamo distinguere «la frutta» dalle
ciliegie ecc., ma queste vanno intese come il realizzarsi concreto di quella. In base a questa
premessa diventa per Hegel centrale l'analisi della relazione tra universale e particolare e
soprattutto del passaggio dall'uno all'altro, nella determinazione di quello che viene definito
«l'universale concreto». Hegel intende dire che l'universale non è separato dalla realtà, ma
si esprime nel concreto, nelle cose esistenti, le quali devono essere ricondotte all'universale
di cui sono espressione.

L'universale non coincide con nessuno dei momenti particolari in cui si articola, ma non è
neppure immaginabile come separato da essi. La soluzione, che è poi
il punto di partenza del sistema hegeliano, consiste nel considerare il particolare come
qualcosa che non si esaurisce in se stesso, ma rimanda ad altro, e l'universale come lo
sviluppo completo di questi riferimenti.
es: se consideriamo il bocciolo, il fiore e il frutto come realtà individuali, ognuno è diverso
dagli altri e da essi distinto; anzi, ognuna di queste realtà si afferma negando l'altra. Tuttavia
la verità di questi diversi momenti non è in nessuno di essi, presi singolarmente, ma è nel
processo complessivo della pianta. Il movimento che caratterizza il passaggio fra i diversi
momenti in opposizione l'uno con l'altro è il processo che Hegel indica con il termine
«dialettica».

La dialettica hegeliana si articola in tre momenti:


- intellettivo-astratto: l'intelletto astrae il singolo momento dal processo e lo considera
come una realtà esistente indipendentemente dal resto (il fiore come diverso dal
frutto);
- dialettico o negativo-razionale: è la negazione del momento singolo per riaffermare la
processualità (il fiore sparisce per lasciare il posto al frutto);
- speculativo, o positivo-razionale: l'unione dei due momenti dà la totalità della cosa,
intesa come processo (Il fiore e il frutto vengono considerati momenti dello sviluppo
della pianta).

→ La dialettica: il vero è l’intero


Da un lato dunque la realtà della pianta, è la totalità dei suoi momenti (il bocciolo, il fiore, il
frutto…), dall'altro ogni singolo momento nega se stesso e solo così può affermarsi nella sua
totalità. Questa dinamica, fondamento della concezione dialettica, caratterizza ogni
esistenza particolare e l'Assoluto stesso.

Per Hegel il vero è il tutto, l'intero, e non la parte, e quindi è la pianta a essere la realtà
concreta. Per Hegel il rapporto parte-tutto è divenire dialettico, per cui la totalità è l'insieme
stesso delle parti nel processo che le comprende in un intero. «Il vero» scrive Hegel «è
l'intero» e l'Assoluto può essere inteso solo come risultato di un processo «che solo alla fine
è ciò che è in verità». Intendere l'Assoluto come risultato vuol dire intenderlo come la totalità
dei suoi momenti.

→ La dialettica: la sostanza è soggetto


La dialettica è la dinamica del ricongiungimento dell'individuale con l'Assoluto. Ciò implica
una nuova definizione della nozione di «sostanza», che viene da Hegel
considerata non come realtà rigida e compiuta in sé, ma come processualità.
La filosofia ha tradizionalmente indicato con la nozione di sostanza ciò che rimane immutato
nel divenire. Hegel definisce la sostanza come soggetto, ciò che è reale non è qualcosa di
rigido, statico e immutato, ma è soggetto, cioè qualcosa che va inteso come divenire, come
processo, in cui ogni singola realtà è concepita
come parte di un intero, ogni particolare rimanda a una totalità.

Idea, natura e spirito: le partizioni della filosofia


Hegel ritiene che il farsi dinamico dell'Assoluto passi attraverso i tre momenti dell'idea:
- tesi - L'idea «in sé e per sé» o «pura»: è l’idea considerata in se stessa, a
prescindere dalla sua concreta realizzazione nel mondo. Secondo un noto paragone
teologico l'idea è assimilabile a Dio «prima della creazione della natura e di uno
spirito finito», ovvero al "programma” o all'ossatura logico-razionale della realtà;
- antitesi - L'idea «fuori di sé»: è la natura, cioè l'alienazione dell'idea nelle realtà
spazio-temporali del mondo.
- sintesi - L'idea che «ritorna in sé»: è lo spirito, cioè l'idea che, dopo essersi fatta
natura, torna «presso di sé» nell'uomo.
Questa triade non va intesa in senso cronologico, ma in senso ideale. Infatti ciò che
concretamente esiste nella realtà è lo spirito (la sintesi), il quale ha come sua coeterna
condizione la natura (l'antitesi) e come suo coeterno presupposto il programma logico
rappresentato dall'idea pura (la tesi).
A questi tre momenti strutturali dell'Assoluto Hegel fa infatti corrispondere le tre sezioni in cui
si divide il sapere filosofico:
- logica: è «la scienza dell'idea in sé e per sé», cioè dell'idea considerata a
prescindere dalla sua concreta realizzazione nella natura e nello spirito;
- filosofia della natura: è «la scienza dell'idea nel suo alienarsi da sé»;
- filosofia dello spirito: è «la scienza dell'idea, che dal suo alienamento ritorna in sé».

La dialettica:
L’Assoluto, per Hegel, è fondamentalmente "divenire"; la legge che regola tale divenire è la
"dialettica", che rappresenta, al tempo stesso, la legge (ontologica) di sviluppo della realtà e
la legge (logica) di comprensione della realtà.

→I tre momenti del pensiero:


Hegel distingue tre momenti o aspetti del pensiero:
- momento astratto o intellettuale: consiste nel concepire l'esistente sotto forma di una
molteplicità di determinazioni statiche e separate le une dalle altre. In altri termini, il
momento intellettuale è quello per cui il pensierò si ferma alle determinazioni rigide
della realtà, limitandosi a considerarle secondo i principi di identità e di
non-contraddizione;
- momento dialettico o negativo-razionale: consiste nel mostrare come le
determinazioni del momento astratto siano unilaterali ed esigano di essere messe "in
movimento", ovvero di essere relazionate con altre determinazioni, risulta,
indispensabile procedere oltre il principio di identità e mettere in rapporto le varie
determinazioni con le determinazioni opposte;
- momento speculativo o positivo-razionale: consiste invece nel cogliere l'unità delle
determinazioni opposte, ossia nel rendersi conto che tali determinazioni sono aspetti
unilaterali di una realtà più alta che li ri-comprende o sintetizza entrambi.

Dalla distinzione dei tre momenti del pensiero si può evincere la contrapposizione
individuata da Hegel tra:
- intelletto: è un modo di pensare "statico", che considera gli enti, soltanto nella loro
reciproca esclusione;
- ragione: è un modo di pensare "dinamico", capace di cogliere la concretezza del
reale dietro la fissità imposta dalle determinazioni intellettuali.

In quanto dialettica, la ragione nega le determinazioni astratte dell'intelletto, mettendole in


relazione con le determinazioni opposte; in quanto speculativa, essa coglie l'unità degli
opposti realizzandone la sintesi.

Sé l'intelletto è l'organo del finito, la ragione è l'organo dell'infinito, ossia lo strumento tramite
cui il finito viene risolto nell'infinito. Come nota Guido De Ruggiero, l'intelletto non è che la
ragione che, dimenticando il suo compito più alto, s'irrigidisce nelle distinzioni.
Sinteticamente considerata, la dialettica consiste quindi:
- affermazione o posizione di un concetto astratto e limitato, che funge da tesi;
- negazione di questo concetto come alcunché di limitato o di finito e nel passaggio a
un concetto opposto, che funge da antitesi;
- unificazione delle precedenti affermazione e negazione in una sintesi positiva
comprensiva di entrambe.

La sintesi si configura dunque come una riaffermazione potenziata dell'affermazione iniziale


(tesi), ottenuta tramite la negazione della negazione intermedia (antitesi). Riaffermazione
che Hegel focalizza con il termine tecnico «Aufhebung», che esprime l'idea di un
"superamento" che è, al tempo stesso, un togliere (l'opposizione tra tesi e antitesi) e un
conservare (la verità della tesi, dell'antitesi e della loro lotta). L'Aufhebung allude di
conseguenza a un progresso che accoglie in sé quello che c'è di vero nei momenti
precedenti della tesi e dell'antitesi, e lo porta alla sua migliore e più alta espressione.

→ puntualizzazioni circa la dialettica


La dialettica corrisponde alla totalità dei tre momenti elencati.
Essa non fa che illustrare il principio fondamentale della filosofia hegeliana: la risoluzione del
finito nell'infinito. Essa ci mostra come ogni finito, cioè ogni spicchio di realtà, non possa
esistere in se stesso, ma solo in un contesto di rapporti. Per porre se stesso, infatti, il finito è
obbligato a opporsi a qualcos'altro, cioè a entrare in quella trama di relazioni che forma la
realtà. La dialettica esprime appunto il processo mediante cui le varie parti o determinazioni
della realtà perdono la loro rigidezza, si fluidificano e diventano "momenti" di un'idea unica e
infinita.

La dialettica ha un significato globalmente ottimistico, poiché essa ha il compito di unificare il


molteplice, conciliare le opposizioni, pacificare i conflitti. In altri termini, il negativo,
per Hegel, sussiste solo come momento del farsi del positivo e la tragedia, nella sua
filosofia, è solo l'aspetto superficiale e transeunte di una sostanziale commedia.

Appurato che pensare dialetticamente significa pensare la realtà come una totalità
processuale che procede secondo lo schema triadico di tesi, antitesi e sintesi, ci si può
chiedere se la dialettica hegeliana sia a sintesi aperta o a sintesi chiusa. Infatti, poiché ogni
sintesi rappresenta a sua volta la tesi di un'altra antitesi, a prima vista la dialettica sembra
esprimere un processo costitutivamente aperto.
In verità, Hegel pensa che in tal caso si avrebbe il trionfo della «cattiva infinità», ossia un
processo che, spostando indefinitamente la meta da raggiungere, toglierebbe allo spirito il
pieno possesso di sé medesimo. Di conseguenza, egli opta per una dialettica a sintesi finale
chiusa, cioè per una dialettica che ha un ben preciso punto di arrivo.

Tutti i filosofi che si rifaranno in qualche modo all'hegelismo criticheranno questa idea di uno
"stagnante epilogo" della storia del mondo, recuperando piuttosto quella di un processo che,
pur coincidendo a ogni istante con se stesso, risulta costitutivamente aperto. Inoltre, più che
sul momento della "conciliazione", tali filosofi insisteranno sul momento chiamato «il
travaglio del negativo».

La fenomenologia:
Il termine "fenomenologia" indica la descrizione o la scienza di ciò che appare. Poiché nel
sistema hegeliano l'intera realtà è spirito, la fenomenologia consisterà nell'apparire dello
spirito a se stesso, cioè nel pervenire dello spirito alla consapevolezza di essere tutta la
realtà, cioè l'Assoluto.
Il principio della risoluzione del finito nell'infinito, o dell'identità di razionale e reale, viene
infatti illustrato da Hegel in due modi diversi:
- Hegel si sofferma ad analizzare la lunga vicenda storica che la coscienza umana ha
compiuto per arrivare alla consapevolezza di tale risoluzione o identità: si tratta della
prospettiva diacronica o fenomenologica;
- il filosofo esamina il principio in questione quale appare in atto in tutte le
determinazioni fondamentali della realtà: è la prospettiva sincronica, così chiamata
perché prende in considerazione l'eterna coesistenza, nel reale, dei tre "momenti" del
lógos, della natura e dello spirito, delineando il cosiddetto sistema dell'Assoluto.

È evidente che la descrizione diacronica della via che lo spirito infinito ha dovuto seguire per
riconoscersi nella sua infinità attraverso le manifestazioni finite fa anch’essa parte della
realtà: pertanto dovrà ripresentarsi come parte del sistema generale della realtà e,
precisamente, come parte della filosofia dello spirito. Per questo Hegel ripresenta la
fenomenologia dello spirito nell'Enciclopedia: le vicende dello spirito narrate in quest'opera
corrispondono infatti alle vicende del principio hegeliano dell'infinito nelle sue prime
apparizioni.
Nella Fenomenologia Hegel descrive dunque il progressivo affermarsi e "conoscersi" dello
spirito, e lo fa attraverso una serie di «figure», cioè di tappe ideali che hanno trovato,
ciascuna, un' esemplificazione tipica nel corso della storia, e che esprimono i settori più
disparati della vita umana. In questo senso le «figure» possono essere considerate come
momenti della progressiva conquista della verità da parte dell'uomo.
La fenomenologia è la storia romanzata della coscienza, la quale, attraverso contrasti,
scissioni, esce dalla sua individualità, raggiunge l'universalità e si riconosce come ragione
che è realtà e realtà che è ragione. L'intero ciclo della fenomenologia si può vedere nella
“coscienza infelice”, quella che non sa di essere tutta la realtà, perciò si ritrova scissa in
differenze.
La fenomenologia ha pertanto uno scopo introduttivo è pedagogico.

La fenomenologia, come divenire della filosofia, prepara e introduce il singolo alla filosofia,
essa si divide in due parti:
- i tre momenti della coscienza (tesi- attenzione per l’oggetto), dell'autocoscienza
(antitesi- soggetto) e della ragione (sintesi-unità profonda di soggetto e oggetto);
- le tre sezioni dello spirito, della religione e del sapere assoluto

→ la coscienza
La prima tappa della fenomenologia dello spirito è dunque la coscienza, intesa come ciò che
si rapporta a un "oggetto", ovvero a qualcosa di "esterno". La coscienza si articola a sua
volta nei tre momenti:
- certezza sensibile: non rende certi che di una indeterminata e generica cosa singola,
(questo albero) qui e ora davanti a noi; è la forma di conoscenza più astratta e
indeterminata. Hegel intende criticare tutte le forme di sapere immediato, La certezza
sensibile, infatti, non può "pensare" il proprio oggetto, perché pensandolo dovrebbe
introdurre un meditazione (è un albero e non è una casa); essa si limita invece a
sentirlo nella sua unicità e immediatezza →ineffabile;
- percezione: il passaggio dal sapere immediato al sapere mediato si realizza con la
«percezione», la quale esplicita quella distinzione tra soggetto che percepisce e
oggetto percepito. Nella percezione il generico "questo", che si cercava di afferrare
con i sensi, diventa la "cosa", percepita dall'io come sostrato o sostanza a cui
ineriscono diverse proprietà. Hegel intende dire che gli oggetti non sono che insiemi
di proprietà che la coscienza "unifica" o colleziona: l'oggetto non può essere
percepito come uno, se l'io non riconosce che l'unità dell'oggetto è da lui stesso
stabilita. In tal modo l'oggetto si risolve interamente nel soggetto. La coscienza
dell'oggetto è coscienza di sé quale centro unificatore dei dati dell'esperienza;
- intelletto: consiste nella capacità di cogliere gli oggetti non come tali, ovvero non in
base alle qualità sensibili che sembrano costituirli, ma come "'fenomeni", cioè solo
come risultati di una «forza» che agisce sul soggetto secondo una legge
determinata. Hegel ritiene che l'essenza vera dell'oggetto, non si possa cogliere
mediante l'intelletto. Pertanto, poiché il fenomeno è soltanto nella coscienza e ciò
che è al di là del fenomeno o è un nulla o è qualcosa per la coscienza, la coscienza a
questo punto ha risolto l'intero oggetto in se stessa ed è diventata coscienza di sé:
autocoscienza.

→autocoscienza
Con 'autocoscienza, l'attenzione si sposta dall'oggetto al soggetto, ovvero all'attività
concreta dell'io, considerato nei suoi rapporti con gli altri.
L'uomo, secondo Hegel, è autocoscienza solo se riesce a farsi riconoscere da un'altra
autocoscienza, ha costitutivamente bisogno degli altri uomini.
Si potrebbe pensare che «il reciproco riconoscersi delle autocoscienze» debba avvenire
tramite l'amore; il filosofo sceglie però un'altra strada, in quanto nell'amore intravede un'unità
attinta, per così dire, "a buon mercato". L'amore,
infatti, non insistendo abbastanza sul carattere drammatico della separazione tra le
autocoscienze e sulle peripezie per giungere al loro reciproco riconoscimento, è pur sempre
qualcosa a cui mancano «la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo».
Il riconoscimento non può che passare attraverso un momento di lotta e di sfida, ossia
attraverso il conflitto tra le autocoscienze. Tale conflitto non si conclude con la morte delle
autocoscienze contendenti,, ma con il subordinarsi dell'una all'altra nel rapporto
servo-signore.
Il signore è colui che, pur di affermare la propria indipendenza, ha messo valorosamente a
repentaglio la propria vita, mentre il servo è colui che, a un certo punto, ha preferito la
perdita della propria indipendenza, pur di avere salva la vita.
La dinamica del rapporto servo-signore è destinata a mettere capo a una paradossale
inversione di ruoli, ossia a una situazione in cui il signore diviene servo del servo e il servo
signore del signore. Infatti il signore, che inizialmente appariva indipendente, finisce per
dipendere da loro. Invece il servo, che inizialmente appariva dipendente, nella misura in cui
padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce per
rendersi indipendente.
Questo processo di progressiva acquisizione di indipendenza da parte del servo avviene
attraverso i tre momenti:
- paura della morte;
- servizio: la coscienza si autodisciplina e impara a vincere, in tutti i singoli momenti, i
propri impulsi naturali;
- lavoro: il servo trattiene in un certo senso il proprio appetito rimandando il momento
dell'utilizzo dell'oggetto che sta producendo.

La figura hegeliana del servo-signore è stata apprezzata soprattutto dai marxisti; ciò non
significa che si possa leggere Hegel pensando di fatto a Marx. Infatti, la figura hegeliana non
si conclude con una rivoluzione sociale o politica, ma con la coscienza dell'indipendenza del
servo nei confronti delle cose e della dipendenza del signore nei confronti del lavoro servile.

→stoicismo e scetticismo
Il raggiungimento dell'indipendenza dell'io nei confronti delle cose, trova la sua
manifestazione filosofica nello stoicismo, ossia in un tipo di visione del mondo che celebra
l'autosufficienza e la libertà del saggio nei confronti di ciò che lo circonda. Ma nello stoicismo
l'autocoscienza, raggiunge soltanto un'astratta libertà interiore, giacché quei
condizionamenti permangono e la realtà esterna non è affatto negata.

La pretesa di mettere completamente tra parentesi quel mondo esterno da cui lo stoico si
sente indipendente appartiene invece allo scetticismo, ossia a una visione del mondo che
sospende l'assenso su tutto ciò che è comunemente ritenuto vero e reale.

Lo spirito oggettivo
La volontà di libertà trova la sua realizzazione soltanto nella sfera dello spirito oggettivo, in
cui lo spirito si manifesta in istituzioni sociali concrete. I momenti dello spirito oggettivo sono
tre:
- il diritto astratto (tesi);
- la moralità (antitesi);
- l’eticità (sintesi - famiglia, società civile, stato)

→il diritto astratto


Il volere libero si manifesta come volere del singolo individuo, considerato, come persona
dotata di capacità giuridiche. Il diritto astratto o formale (coincide con il diritto privato quello
penale) - riguarda appunto la manifestazione esterna della libertà delle persone, concepite
come puri soggetti astratti di diritto.
La persona trova il suo primo compimento in una «cosa esterna», che diventa sua
"proprietà". La proprietà diviene però effettivamente tale soltanto in virtù del reciproco
riconoscimento tra le persone, ossia tramite l'istituto giuridico del "contratto". L'esistenza del
diritto rende possibile l'esistenza del suo contrario, cioè il torto, che nel suo aspetto più grave
è il delitto. Ma la colpa richiede una sanzione o una pena (secondo lo schema: diritto = tesi,
delitto = antitesi, pena = sintesi). La pena, intesa come una riaffermazione potenziata del
diritto, appare agli occhi di Hegel, come una necessità oggettiva del nostro razionale e
giuridico vivere insieme. Tuttavia, perché la pena sia efficacemente punitiva e formativa (e
non vendicativa) occorre che sia riconosciuta interiormente dal colpevole. Ma questa
esigenza, richiama dialetticamente la sfera della moralità.

→la moralità
La «moralità» è la sfera della volontà soggettiva, quale si manifesta nell'azione. Quest'ultima
ha una portata morale solo in quanto sgorga da un proponimento. Il proponimento prende la
forma dell'intenzione. Quando l'intenzione si solleva all'universalità, il fine assoluto della
volontà diventa il bene in sé e per sé, Ma il bene in questo caso è ancora un'idea astratta. In
altri termini, il dominio della moralità è caratterizzato dalla separazione tra la soggettività che
deve realizzare il bene e il bene che deve essere realizzato. Hegel intende dire che per un
verso la morale esige la realizzazione del dovere, ma per un altro verso non deve
raggiungere tale realizzazione, in quanto la moralità implica un limite da superare. Questa
insolubile contraddizione tra essere e dover essere è tipica della morale kantiana, che Hegel
critica per la sua formalità e astrattezza. In altre parole, senza una indicazione concreta
riguardo a che cosa sia autenticamente bene, la «coscienza buona» può degradarsi e
dissolversi in «cattiva coscienza».
Manifestazioni estreme di questo soggettivismo astratto sono anche, secondo Hegel, le
diverse forme della morale del cuore, che fanno consistere il bene nelle inclinazioni arbitrarie
o nelle intenzioni velleitarie del soggetto.

→l’eticità
La separazione tra la soggettività e il bene tipica della moralità viene annullata e risolta
nell'«eticità», nella quale il bene si attua concretamente e diviene esistente. Infatti, mentre la
moralità è la volontà soggettiva del bene, l'eticità è la moralità sociale, ovvero la
realizzazione concreta del bene in quelle forme istituzionali che sono la famiglia, la società
civile e lo Stato. E’ interessante notare che il termine "eticità" deriva dalla parola "costume".
Con questa il filosofo sottolinea che ogni individuo, si trova collocato in una sorta di "dimora"
precostituita che orienterà le sue scelte. Questo significa che la coscienza individuale non
può (e non deve) operare in modo autonomo, poiché è calata in un tessuto di relazioni
interpersonali In quanto moralità sociale concreta, essa rappresenta infatti il superamento di
quella spaccatura tra interiorità ed esteriorità che è propria della morale del dovere. Ciò
significa che, configurandosi come una sorta di morale che ha assunto le forme del diritto o
di diritto che ha assunto le forme della morale, l'eticità risulta in grado di superare le opposte
unilateralità del diritto e della morale.
- La famiglia: Il primo momento dell'eticità è la famiglia, nella quale il rapporto naturale
tra i sessi assume la forma di una «únità spirituale» fondata sull'amore e sulla fiducia.
La famiglia si articola nel matrimonio, nel patrimonio e nell'educazione dei figli. Una
volta cresciuti, i figli escono dalla famiglia originaria, in tal modo si passa al secondo
momento dello spirito oggettivo;
- La società civile: Con la formazione di nuovi nuclei familiari il sistema unitario e
concorde della famiglia (tesi) si frantuma nel sistema "atomistico" e conflittuale della
società civile (antitesi), che si identifica sostanzialmente con la sfera
economico-sociale e giuridico-amministrativa del vivere insieme, ovvero con il luogo
di scontro, ma anche di incontro, di interessi particolari e indipendenti. La società
civile, pur rappresentando «il campo di battaglia dell'interesse privato e individuale di
tutti contro tutti» cioè il momento negativo dell'eticità, è pur sempre parte dell'eticità.
La società civile si articola in tre momenti:
- il sistema dei bisogni: Il sistema dei bisogni nasce dal fatto che gli individui,
dovendo soddisfare le proprie necessità mediante la produzione della
ricchezza e la divisione del lavoro, danno origine a differenti classi; Hegel
distingue tre classi: classe «sostanziale» - agricoltori, classe «formale» degli
artigiani, dei «fabbricanti» e dei commercianti, la classe «universale» dei
pubblici funzionari.
- l'amministrazione della giustizia: L'amministrazione della giustizia concerne la
sfera delle leggi e della loro tutela giuridica e si identifica sostanzialmente con
il diritto pubblico;
- la polizia e le corporazioni: provvedono alla sicurezza sociale. Nel sistema di
Hegel le corporazioni di mestiere rivestono un ruolo particolare, in quanto,
attuando una sorta di unità tra la volontà del singolo e quella della categoria
lavorativa. L'idea di porre, tra l'individuo e lo Stato, quella sorta di terzo
termine che è la società civile è stata ritenuta una delle maggiori intuizioni di
Hegel. Tale idea sarà largamente utilizzata dagli studiosi di problemi
economici e sociali e troverà in Marx un originale interprete.
- Lo Stato: rappresenta il momento culminante dell'eticità, ossia la ri-affermazione
dell'unità della famiglia (tesi) al di là della dispersione della società civile (antitesi). Lo
Stato, sta infatti alla società civile come l'universale (la ricerca del bene comune) sta
al particolare (la ricerca dell'utile privato). Di conseguenza, lo Stato non implica una
soppressione della società civile, ma uno sforzo di indirizzarne i particolarismi verso il
bene collettivo.

Hegel ha la teoria secondo cui la sovranità dello Stato deriva dallo Stato medesimo, il quale
ha dunque in se stesso, e non al di fuori di sé, la propria ragion d'essere e il proprio scopo. Il
che equivale a dire che lo Stato non è fondato sugli individui, ma sull'idea di Stato, ossia sul
concetto di un bene universale.

–p516
^ La polemica anti-liberale e anti-democratica di Hegel ha perciò, come suo presupposto
teorico, la prospettiva "organicistica" (v. "Glossario") secondo cui non sono tanto gli indi-
vidui a fondare lo Stato, ma lo Stato a fondare gli individui, sia dal punto di vista storico-
temporale (in quanto lo Stato è cronologicamente "prima" degli individui, che già nascono
nell'ambito di esso), sia dal punto di vista ideale e assiologico (in quanto lo Stato è "supe-
riore" agli individui, esattamente come il tutto è superiore alle parti che lo compongono).
Il rifiuto
L'ottica organicistica si accompagna a un simultaneo rifiuto del modello contrattualisti-
del modello
contranualistico
co, ovvero delle teorie che vorrebbero far dipendere la vita associata da un contratto che.
scaturisce dalla volontà arbitraria degli individui. Simili teorie, per Hegel, rappresentano
un insulto all' «assoluta autorità e maestà» dello Stato e un attentato al «diritto supremo»
che esso possiede nei confronti dei cittadini.
... e di quello
giusnaturalistico
Hegel contesta anche il giusnaturalismo, ossia l'idea di diritti naturali esistenti prima e
oltre lo Stato, affermando che «la società è la condizione in cui soltanto il diritto ha la sua
realtà» (Enciclopedia, par. 502).
Tuttavia, come ha mostrato Norberto Bobbio', Hegel condivide con il giusnaturalismo
sia la tendenza a fare dello Stato il punto culminante del processo storico, sia la tesi
della supremazia della legge, concepita come la più alta manifestazione della volontà ra-
zionale dello Stato.
Q
le
e
La superiorità
Lo Stato di Hegel, infatti, pur essendo assolutamente sovrano, non è, per questo, uno Sta-
delle leggi
I
to dispotico, ossia illegale, in quanto il filosofo tedesco, conformemente a una tradizione
che va da Hobbes a Rousseau, ritiene che lo Stato debba operare soltanto attraverso le
farne
leggi e nella forma delle leggi, E ciò in omaggio al principio secondo cui a governare non
devono essere gli uomini, ma le leggi (cfr. Lineamenti, par. 278). Di conseguenza, lo Sta-
to hegeliano si configura come «quello che la giurisprudenza tedesca chiamò più tardi un
Rechtstaat» (George Holland Sabine), ovvero uno Stato di diritto fondato sul rispetto
il nomin
delle leggi e sulla salvaguardia della libertà "formale" dell'individuo e della sua proprietà
(da ciò l'ammirazione hegeliana per la codificazione napoleonica).
Il concetto
di costituzione
Coerentemente con la sua ottica storicistica, Hegel sostiene che la costituzione, cioè «'or-
ganizzazione dello Stato», non è il frutto di un'elucubrazione a tavolino, ma qualcosa
che sgorga necessariamente dalla vita collettiva e storica di un popolo:
Ciò che si chiama fare una costituzione non è mai [...] accaduto nella storia; come non si
è mai fatto un codice: una costituzione si è soltanto svolta dallo spirito.
(Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, par. 540)
Constatee
syaye
shei
[...] ogni popolo ha quindi la costituzione che gli è adeguata.
*
Aenno
stonce
(Lineamenti di filosofia del diritto, par. 274)
Tant'è vero, esemplifica Hegel, che se si vuole imporre a priori una costituzione a un po-
polo (come fece ad esempio Napoleone con gli spagnoli) inevitabilmente si fallisce, an
che se la costituzione proposta è senz'altro migliore di quella esistente.
Hegel identifica la costituzione «razionale» con la monarchia costituzionale moderna,
ossia con un organismo politico che prevede una serie di poteri distinti, ma non divi-
si, tra loro, Tali poteri sono tre: legislativo, governativo e principesco (manca, come si
può notare, il potere giudiziario, in quanto l'amministrazione della giustizia fa parte, co-
me abbiamo visto, della società civile).
La monarchia
costituzionale
ei suoi pote
Il potere legislativo consiste nel «potere di determinare e di stabilire l'universale» e
Il potere
«concerne le leggi come tali», A tale potere concorre «l'assemblea delle rappresentanze di
legislativo
classi», che trova la propria espressione in una Camera alta e in una Camera bassa.
Pur insistendo sull'importanza mediatrice dei ceti - che «stanno tra il governo in gene-
re da un lato, e il popolo dissolto in individui e sfère particolari dall'altro» (Lineamenti,
par. 302) - Hegel si mostra diffidente nei confronti del loro agire politico, ritenendo che
questi, per loro natura, siano inclini a far valere gli interessi privati «a spese dell'inte-
resse generale». Inoltre, esplicitando ancora una volta la propria lontananza dal pensie-
ro democraticò, Hegel annovera, tra le «storte e false» opinioni correnti, quella per cui «i
deputati del popolo o magari il popolo debba intendere nel miglior modo quel che torni al
suo meglio», giungendo perfino ad affermare che i membri del governo «possono fare ciò
che è il meglio senza i ceti», in quanto essi possiedono una «profonda conoscenza e intel-
lezione» dei bisogni e degli affari dello Stato, mentre il popolo «non sa ciò che vuole» (Li-
neamenti, par. 301). Coerentemente con queste premesse, Hegel dichiara che l'assemblea
dei ceti è soltanto una parte, quella meno determinante, del potere legislativo, poiché a
quest'ultimo concorrono anche, in funzione preminente, gli altri due poteri di cui dob-
biamo ancora parlare: quello governativo e quello principesco.
L'agire politico
dei ceti
e i suoi limiti
Il potere governativo, o esecutivo, che comprende in sé i poteri giudiziari e di polizia Il potere
operanti a livello di società civile, consiste nella «sussunzione delle sfere particolari e dei
governativo
casi singoli sotto l'universale» (Lineamenti, par. 273), ossia nello sforzo di tradurre in at-
to, in riferimento ai casi specifici, l'universalità delle leggi, A questo compito sono adì-
biti i funzionari dello Stato.
Il potere del principe rappresenta l'incarnazione stessa dell'unità dello Stato, cioè il mo-
mento in cui la sovranità di quest'ultimo si concretizza in un'individualità reale, cui spet-

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