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Le contraddizioni dell’atteggiamento fascista nei confronti delle donne

L'apparente normalità delle limitazioni delle libertà femminili le rese particolarmente


mistificanti, insidiose ed avvilenti. Da un lato i fascisti condannavano tutte le pratiche
sociali connesse con l'emancipazione femminile, dal voto al lavoro extradomestico, al
controllo delle nascite, cercando, per di più, di estirpare quegli atteggiamenti che cercavano
di affermare i propri interessi individuali, e spinte all’autonomia ed eguaglianza. Dall'altro
lato, nel tentativo di accrescere la forza economica della nazione e di mobilitare ogni risorsa
disponibile - inclusa la capacità riproduttiva delle donne - i fascisti finivano, inevitabilmente,
per promuovere quegli stessi cambiamenti che cercavano di evitare. Infatti, mentre le
istituzioni fasciste ripristinavano principi di maternità e paternità, femminilità e virilità,
richiedevano, al contempo, nuove forme di coinvolgimento sociale.

In ogni caso, la nazionalizzazione delle donne italiane proseguì con decisione. Il fascismo
affermò la diversità naturale tra uomini e donne anche in campo sociale e politico a
vantaggio degli uomini. Su questa base fu eretto un nuovo sistema particolarmente
repressivo e pervasivo: ogni aspetto della vita delle donne fu commisurato agli
interessi dello Stato e della dittatura, dalla definizione della cittadinanza femminile al
governo della sessualità, alla determinazione dei livelli salariali e delle forme di
partecipazione alla vita sociale. Il diritto di famiglia, disciplinato dal 1865 dal Codice Pisanelli,
improntato sulla supremazia maschile, precludeva alle donne ogni decisione, di natura
giuridica o commerciale (atti legali e notarili, stipule, contratti, firme di assegni e accensione
di prestiti), senza l'autorizzazione del marito o del padre.

In questo sistema, il riconoscimento dei diritti delle donne in quanto cittadine andò di pari
passo con la negazione dell'emancipazione femminile, mentre le riforme volte alla
protezione sociale delle madri e dei bambini si intrecciarono con forme brutali di
oppressione. Per sfruttare il desiderio delle donne di identificarsi e di servire la comunità
nazionale il regime cercò un difficile equilibrio tra modernizzazione ed emancipazione.
Mentre si crearono nuovi tipi di organizzazione che consentissero di soddisfare il desiderio di
impegno pubblico delle donne, si reprimevano le varie forme di solidarietà femminile ed i
valori di libertà, individuale e politica, in precedenza promossi dalle associazioni femministe.
Le femministe di un tempo volsero il loro impegno al volontariato sociale o all'attivismo
culturale. Per quanto diffidenti nei confronti dell'esaltazione della forza operata dal fascismo,
le donne erano, nondimeno, attratte dal suo forte spirito di sacrificio.

Dopo il 1925 le donne organizzate non furono mai più considerate parte attiva nella politica
fascista. La dittatura riconobbe solo due "movimenti" delle donne: le organizzazioni femminili
fasciste ed i gruppi cattolici, le prime sostenute, le seconde tollerate. Ciò non significava che
le donne non fossero oggetto di una politica. Miriam Mafai, giornalista, scrittrice e politica
italiana evidenzia come la politica fascista e l'ideologia cattolica "si intrecciano e si
sostengono a vicenda, imponendo alla donna un destino tutto biologico" e la sua
subalternità nella famiglia e nella società.
Negli anni Trenta, le Italiane erano diventate "importanti", in quanto mogli e madri
esemplari, angeli del focolare, madri di pionieri e di soldati, milizia civile al servizio dello
Stato; titoli a testimonianza dei loro doveri verso il regime e dei presunti diritti che
quest’ultimo concedeva loro.

Sicuramente la grande maggioranza delle donne, negli anni Trenta, sostenne il Duce, ma
furono le stesse che si sarebbero rifiutate, più tardi, di rispettare le norme sul razionamento
dei beni di prima necessità, o di consegnare i figli alla leva, e che avrebbero lottato per
impedire la deportazione dei loro uomini nei campi di lavoro forzato in Germania. La dittatura
mussoliniana ridefinì i confini tra pubblico e privato, tra intervento pubblico ed iniziativa
individuale. Come risposta, le donne cercarono nuove forme di espressione autonoma,
che andavano dallo scrivere romanzi alla cura ed all'abbellimento della casa.

Il discorso del Duce dell'Ascensione (26 maggio 1927), che pose l'enfasi sull'incremento del
tasso di natalità, segnò un punto di svolta nella politica sessuale della nazione. La
maternità, che definiva potenzialmente ogni aspetto dell'essere sociale femminile, veniva
ridotta all'atto fisico di produrre bambini.
Bisognava istituzionalizzare questa concezione ristretta del ruolo femminile. Il primo passo in
questa direzione fu far entrare le prostitute nei bordelli controllati dallo Stato, in cui erano
soggette a controlli medici obbligatori. Così lo Stato poteva preservare il luogo e la finalità
del sesso legittimo, che doveva svolgersi nel matrimonio, su iniziativa dell'uomo, allo scopo
di procreare. Il culto della maternità era pervasivo. Non a caso, oggetto di celebrazione non
erano le madri qualsiasi, ma quelle prolifiche. Allo scopo di incrementare le nascite, lo Stato
fascista vietò l'uso di anticoncezionali e il ricorso all'aborto, nonché qualsiasi forma di
educazione sessuale. "Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. […] La sua maternità
psichica e fisica non ha che questo unico scopo". Così si legge in un manuale di igiene,
divulgato dal regime alla fine degli anni '30. Il pro-natalismo fascista categorizzò due tipi di
genere femminile: la donna-crisi, cosmopolita, urbana, magra, isterica, decadente e sterile;
e la donna-madre, patriottica, rurale, florida, forte, tranquilla e prolifica.

Durante l'emergenza per la guerra d'Etiopia vi fu la raccolta dell'oro: le donne consegnarono


la loro fede e qualsiasi altro ninnolo possedessero. Quest'adesione alla causa sembrò
varare una nuova unione tra le donne italiane, le loro famiglie e lo Stato fascista. Nel
momento in cui le mogli rinunciavano alle fedi nuziali per dimostrare la loro fiducia in
Mussolini, e le madri sacrificavano i risparmi ed i più intimi ricordi di famiglia, l'emozione
femminile si univa alla ragion di Stato, il nucleo familiare alla nazione, la domesticità
pacifica al militarismo fascista. Oltre al peso simbolico, le cerimonie dell'offerta degli anelli
ebbero importanti conseguenze pratiche poiché diedero forte impulso al proselitismo delle
organizzazioni fasciste presso le donne comuni, con oltre mezzo milione di nuove iscritte
alla fine del 1936, di cui duecentocinquantamila Massaie Rurali. Il massaismo, promuovendo
l'accesso al mercato, consentiva un reddito autonomo alle mogli ed alle figlie del reggitore.

L’Abruzzo non fu esente dalla politica fascista. Infatti il dualismo tra modernizzazione e
negazione dell’emancipazione femminile si può notare nel coinvolgimento delle donne
alle iniziative nazionali: ad esempio, le Giovani Fasciste di Popoli e Città Sant’Angelo
giungevano in gita a Pescara per il “Sabato fascista”; oppure per la “Befana fascista”, le
appartenenti al fascio femminile del capoluogo avevano confezionato doni per l’infanzia
pescarese e 250 pacchi da inviare ai “grandi fratelli lontani” intenti a combattere “per la
civiltà in terra di Spagna”. Tutte queste iniziative erano una efficace opera di propaganda
capace di far “conoscere del fascismo uno degli aspetti più simpatici e umanitari [...]”.

Anche gli aspetti più femminili della vita di una donna come l’abbigliamento, vennero
condizionati. Ad esempio, su “L’Adriatico” Ninetta Canali descriveva la “sahariana nera”,
divisa provvista di “spalline con fascio littorio” ed una “M d’oro dal lato del cuore”, indossata
nei giorni di festa e di attività quale simbolo di una “silenziosa milizia”.

L’emancipazione avvenne anche tramite la nascita di cooperazioni femminili, che si


rivelarono molto accessibili in quanto il prezzo per aderirvi non era elevato. Ad esempio
aderire alla sezione “Operaie e Lavoranti a Domicilio” costava solo due lire ed era presso
ogni federazione provinciale. Generalmente si preferiva educare le donne all’economia
domestica, rispetto allo sport o all’arte.
Questo concetto è rinforzato anche dai premi che si conferivano alle donne che avevano
maggior numero di figli in minor tempo. Ad esempio, come il libro “Il fascismo femminile
nel Pescarese” riporta, “il primo premio, di L. 2000, veniva assegnato ad una coppia di
pirotecnici di Pescara, con 16 figli in 19 anni di matrimonio”.

In conclusione, possiamo affermare che il fascismo, nonostante abbia cercato di arginare le


spinte emancipatrici delle donne, abbia contribuito a dare loro dei mezzi per rendersi
indipendenti.

Sitografia:
http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne1.htm
http://win.storiain.net/arret/num107/artic5.asp

Bibliografia:
“Il fascismo femminile nel Pescarese” di Sara Follacchio

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