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"L'Egitto dopo i faraoni" Alan

K. Bowman
Storia Economica
Università degli Studi di Milano
22 pag.

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1. Il dono del Nilo
Per tutta la durata della sua storia, lo sviluppo dell'Egitto è stato condizionato enormemente dal
fiume che lo percorre, il Nilo. Tra il 332 a.C e il 642 d.C., periodo in cui l'Egitto fu sotto la
dominazione di macedoni, romani e bizantini, i suoi confini si estendevano dalla costa del
Mediterraneo alla prima cateratta del Nilo (Elefantine); a ovest i confini desertici erano più labili: si
sapeva di essere in Egitto quando si arrivava alla città di Paretonio. A est, invece, il confine andava
dal golfo di Suez alla città di Rinocolura.
Le tre principali aree coltivabili dell'Egitto erano la valle e il delta del Nilo e l'oasi del Fayum, una
depressione a sud-ovest del delta. La fertilità di quest'ultima area dipendeva dal fatto che essa
circondava il lago Meride, che raccoglieva le acque del Bahr Yusuf che partiva dal fiume e rendeva
fertile la zona. A Oriente e a Occidente il deserto, punteggiato di oasi, era scarsamente popolato. Il
paesaggio del fiume è cambiato rispetto all'antichità, a causa delle piene che, avvenute in modo
incontrollato per molto tempo, hanno innalzato il suo livello e spostato il letto del fiume di ca 3 km.
Nel V secolo, Erodoto analizza il fenomeno straordinario delle inondazioni del Nilo, cercando di
individuarne le cause; Strabone, come la maggior parte dei suoi contemporanei, riteneva che esse
fossero dovute alle piogge esitve dell'Etiopia settentrionale. Già allora, però, era evidente come la
vita intera di questo paese dipendesse dalle piene annuali del fiume. A Erodoto la coltivazione di
questo terreno sembrava molto più semplice di quanto in realtà non fosse; in realtà, l'economia
dell'Egitto dipendeva dalla capacità di sfruttare al meglio la variabilità della risorsa idrica e dallo
sforzo di riuscire ad ampliare la superficie coltivabile (che, alla sua massima espansione tra periodo
tolemaico e romano, raggiunse ca 25mila km2).
Altre risorse naturali largamente sfruttate erano la flora, la fauna e le risorse minerarie.
Importante era la produzione di papiro nella zona del delta, usato per la carta, per gli indumenti e
per le stuoie. Altre produzioni importanti erano quelle dei datteri e del balsamo, dell'acacia, della
quercia e del sicomoro. La fauna era composta da numerosissime specie, soprattutto uccelli e pesci,
che offrivano divertimento e sostentamento ai cacciatori. Ammiano Marcellino lamenta la
scomparsa degli ippopotami a causa della caccia indiscriminata, ma erano sempre presenti i
coccodrilli, protetti anche dal rispetto sacro che si aveva per loro. La pesca svolgeva ovunque una
funzione molto importante. Di grande rilievo anche le risorse minerarie: si estraevano granito rosso,
grigio e porfido (dal Mons Claudianus e dal Mons Porphyrites).
L'etnia degli egiziani era mista e oggi si tende a pensare che fossero un amalgama di popolazioni
circostanti; dopo l'invasione dei macedoni, poi, i matrimoni misti tra greci ed egizi erano la norma e
i tratti somatici tipici di quella regione si devono essere perduti nel tempo. Secondo Flavio
Giuseppe, sotto i Tolomei la popolazione raggiunse i 7 milioni e mezzo. In teoria, considerando la
produttività dei terreni, l'Egitto avrebbe potuto mantenere una popolazione di tale entità: sarebbe
infatti stato necessario che ogni terreno avesse un rapporto semente/prodotto di 1:10 e Ammiano
Marcellino afferma che alcuni terreni arrivavano a 1:70. In mancanza di dati più certi, però, si
possono solo fare calcoli e supposizioni. Sicuramente l'Egitto era il più ricco e il più popoloso degli
stati ellenistici. Durante il periodo tolemaico, con la fondazione di una nuova capitale e il benessere
diffuso, la popolazione crebbe molto e il centro di gravità del paese si spostò verso il Mediterraneo.
Con ogni probabilità aumentarono anche il numero delle città e le dimensioni di quelle già esistenti.
Più difficile è calcolare l'entità dei mutamenti in epoca romana e bizantina. È quasi certo che la
popolazione diminuì al tempo di Marco Aurelio a causa di una rave pestilenza e che l'oasi del
Fayum subì una grave decadenza e spopolamento nel IV secolo; è possibile, però, che questi siano
casi isolati.
La prosperità dell'Egitto in epoca ellenistica e poi greca e romana si dovette principalmente alla
costante cura del sistema di irrigazione creato in epoca tolemaica. Le zone che non erano soggette

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ad allagamento naturale erano inondati tramite vari meccanismi di sollevamento idrico; il
cambiamento più evidente si riscontrò nell'oasi del Fayum. La manutenzione del sistema di canali
era impegnativa, ma fondamentale per il mantenimento dell'economia; era fatta soprattutto tramite
prestazioni di lavoro obbligatorie per la parte maschile della popolazione. I romani sfruttarono
abilmente questa rete di canali a scopo di comunicazione e vi aggiunsero le strade e le vie di
comunicazione costruite da loro o ripristinate (ad esempio, il canale scavato tra il Nilo e il canale di
Suez), anche a scopo di difesa. Si creò quindi un importante rapporto tra l'Egitto precedente alla
conquista romana e i romani stessi, rapporto ben documentato dalle testimonianze scritte che, grazie
al clima secco del deserto, si sono conservate molto meglio che nel resto del mondo antico.

2. Il potere dei dominatori

Quando Alessandro Magno arrivò in Egitto e impose la dominazione macedone, incontrò una scarsa
resistenza: i persiani, infatti, erano odiati dalla popolazione locale e Alessandro fu salutato come un
salvatore. L'elemento greco era da tempo presente in Egitto, dove risiedevano, soprattutto a Menfi,
gruppi di Ioni e di Cari + fondata Naucrati, colonia di Mileto, nel VII secolo. La visita di
Alessandro in Egitto è avvolta dalla leggenda: sicuramente si recò nell'oasi di Siwha, dove fu
proclamato figlio di Ammone, e fondò presso il villaggio di Rhakotis la futura Alessandria. È
probabile anche che si fece incoronare come un faraone presso Menfi e, di conseguenza, fu
identificato con il dio Horo. Ma Alessandro se ne andò molto presto, nel 331, e lasciò in Egitto un
satrapo con poteri di viceré, Cleomene di Naucrati.
Alla morte di Alessandro, tale carica fu assegnata a Tolomeo figlio di Lago (nonostante il tentativo
di usurpazione da parte di Perdicca nel 321), che governò formalmente al posto prima di Filippo
Arrideo, fratellastro di Alessandro, e poi di suo figlio, Alessandro IV, ancora bambino. Nel 305 poi
si proclamò ufficialmente sovrano di un regno indipendente con il nome di Tolomeo I Sotere.
L'Egitto fu governato dai suoi discendenti fino al 30 a.C., con la morte di Cleopatra VII. Fu sempre
il regno più ricco tra quelli dell'ex dominio di Alessandro Magno e l'ultimo a cadere sotto il dominio
romano; per molti aspetti, il suo dominio costituì un modello per gli altri regni ellenistici. La
monarchia tolemaica era una sorta di “azienda familiare” e i nomi adottati dai sovrani sottolineano
l'armonia al suo interno (Filadelfo, Filopatore...) oppure il sentimento di benevolenza verso i sudditi
(Evergete). La stabilità della famiglia reale fu assicurata dalla pratica di associare al trono il
discendente scelto e dal matrimonio tra consaguinei, cosa che potrebbe non essere un residuo
dell'antica tradizione faraonica (ma che comunque non creò alcun problema tra la popolazione). La
corte tolemaica viveva nel lusso e perfettamente integrata nel sistema egizio; tuttavia nessuno dei
sovrani, ad eccezione dell'ultima, imparò mai l'egiziano e nella corte si continuò a parlare greco.
Dopo il primo secolo di regno, gli intrighi della corte cominciarono a farsi più gravi. Sembra che un
intrigo di corte abbia posto sul trono Tolomeo V, ancora bambino, attraverso l'assassinio di sua
madre Arsinoe. Una quarantina di anni più tardi la lotta tra Tolomeo VI e il fratellastro, il futuro
Tolomeo VIII, si risolse con l'assegnazione a quest'ultimo del dominio di Cirene; alla fine però
Tomoleo VIII (detto il Fiscone) riuscì con una serie di azioni efferate a conquistare il trono di
Alessandria.
La forza della monarchia tolemaica si fece sentire anche fuori dall'Egitto. Fin dall'epoca di Tolomeo
I, i sovrani d'Egitto non ebbero mai intenzione di restare chiusi in Egitto: tramite azioni sia
diplomatiche sia militari, i Tolomei puntarono ad estendere il loro dominio su tutto il Mediterraneo.
Uno strumento essenziale erano i legami di parentela con le altre dinastie regnanti (ad esempio, la
figlia di Tolomeo II Filadelfo sposò Antioco III, re seleucide). L'obiettivo era quello di creare
compattezza e connessione tra le case regnanti, anche per continuare a identificarsi come macedoni.
La ricchezza dell'Egitto sotto i primi Tolomei fu immensa. L'Egitto si assicurò presto l'influenza su

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molte città del Mediterraneo tramite donazioni in oro: Rodi, per esempio, fu a lungo utilizzata come
scalo commerciale. Mantenere il dominio, però, non era facile: molto frequenti furono le lotte con la
confinante monarchia seleucide e, alla fin della quinta guerra siriaca (200 a.C.), il dominio dei
Tolomei all'infuori dell'Egitto si era ridotto all'isola di Cipro e a Cirene → il colpo più grave fu
perdere l'influenza sui territori della Ionia e dell'Egeo.
I funzionari egiziani erano tutti di origine greca ma, soprattutto in corrispondenza della perdita dei
territori, divenne importante mantenere un buon rapporto con la popolazione egizia: la stele di
Rosetta, risalente al 196 a.C., riporta la formula di proclamazione di Tolomeo V in greco, demotico
e geroglifico. Tuttavia, più o meno nello stesso periodo, ebbero inizio anche le rivolte nella Tebaide
(207-206), durante le quali vennero proclamati “faraoni” locali. Generalmente questi tumulti
vengono interpretati come un risveglio della coscienza nazionale e dall'utilizzo da parte di Tolomeo
IV di truppe indigene nella battaglia di Rafia contro Antioco III, ma questo non è accertato. Anche
una parte della letteratura riflette questo tipo di sentimenti: accanto a un interesse per l'elemento
indigeno pre-tolemaico, si diffuse anche un testo apocalittico, l'Oracolo dei Vasaio, in cui si
prediceva la fine della dinastia tolemaica e il ritorno dei faraoni. È anche vero, però, che raramente
queste istanza produssero risultati significativi.
Nel 170 a.C. l'Egitto subì l'invasione di Antioco V, che voleva instaurare un protettorato sul giovane
Tolomeo VI e che ripetè l'operazione nel 168, lasciando a Menfi un suo governatore. In questa
contesa si inserì, per la prima volta, il mondo romano: un ambasciatore romano, Popilio Lenate,
intimò ad Antioco di ritirarsi dall'Egitto e il paese tornò indipendente. L'episodio, però, aveva
dimostrato che ormai i romani erano una potenza con cui bisognava fare i conti. Dopo il 168 a.C.
l'indipendenza dell'Egitto fu di fatto gestita e controllata direttamente da Roma. Tolomeo VIII
Evergete (Fiscone) pensò di consegnare il regno direttamente nelle mani dei romani. L'ultimo
periodo della dinastia tolemaica viene visto come un periodo tetro e di decadenza; in realtà, benché
l'Egitto fosse da lei dipendente, Roma non aveva interessi a ostacolare la politica di uno stato che
non si rivelava minaccioso (i possedimenti fuori dall'Egitto si erano ridotti ormai alla sola Cipro).
D'altra parte, le ricchezze dell'Egitto esercitavano una sicura attrattiva sui romani e già Crasso e
Cesare avevano avuto l'idea di trasformarlo in una provincia di Roma. Pompeo rimise sul trono
Tolomeo XII Aulete, lasciando presso di lui Rabirio Postumo come ministro delle finanze. Alla
morte del sovrano, Pompeo si autonominò tutore del figlio piccolo Tolomeo XIII, decretando
l'espulsione della figlia Cleopatra.
L'ultima regina d'Egitto, Cleopatra VII, fu energica e molto capace; tra i suoi piani c'era, senza
dubbio, quello di restituire dignità alla casata tolemaica e al suo paese. Molti generali romani
soccombettero al suo fascino, primo fra tutti Giulio Cesare, che soggiornò in Egitto tra il 48 e il 47 e
le diede un figlio, Tolomeo Cesarione. Il rapporto con Marco Antonio va visto nel contesto
dell'ambizione di entrambi: Antonio, infatti, sperava che il dominio dell'Oriente gli avrebbe
procurato quella popolarità che aveva dato a Pompeo. Ma il tutto fu guastato dalla pesante
campagna diffamatoria messa in atto da Ottaviano in Occidente, secondo cui Antonio, ormai
succube della regina straniera, si dava a banchetti, ubriachezza e si presentava nelle vesti di un
sovrano persiano. Nel 34 Cesarione fu associato al trono di sua madre e si presero disposizioni per i
figli nati da Antonio e Cleopatra: ad Alessandro Elio furono assegnate l'Armenia, la Media e la
Partia; a Tolomeo la Fenicia, la Siria e la Cilicia; a Cleopatra Selene la Cirenaica. Di fatto, questo
non avrebbe destato molto scandalo a Roma (era usanza affidare le province a famiglie potenti
locali, purché clienti di Roma) se non fosse stato per la diffamazione a cui fu sottoposto Antonio. Il
conflitto si risolse ad Azio nel 31 a.C., quando la flotta tolemaica di Cleopatra si ritirò
misteriosamente nel mezzo del conflitto. Antonio e Cleopatra si rifugiarono ad Alessandria, dove
non rimase loro che attendere l'arrivo di Ottaviano dieci mesi dopo. I due, insieme a Tolomeo
Cesarione, furono uccisi, mentre furono risparmiati (forse per un formale passaggio del potere) i

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loro figli. Per Ottaviano fu il primo e unico viaggio in Egitto.
È probabile che la fine della monarchia tolemaica non abbia suscitato molta impressione nella
popolazione, ma vi furono molti cambiamenti. Augusto ideò per l'Egitto un sistema totalmente
diverso rispetto a quello adottato per le altre province e il paese conobbe trecento anni di pace.
L'Egitto fu affidato a un governatore con poteri di vicerè, scelto tra i cavalieri personalmente
dall'imperatore a cui doveva direttamente rispondere; questo governatore aveva dignità e rango pari
a qualsiasi altro governatore proveniente dal senato. A nessun senatore o cavaliere, poi, era
permesso mettere piede in Egitto senza il consenso dell'imperatore: una classe dirigente ricca in una
paese ricco come l'Egitto era troppo pericolosa. Qui infatti non vi furono mai tentativi di
usurpazione.
Per più di 350 anni l'impero romano affidò all'Egitto la produzione di tutto il grano che serviva a
sfamare la popolazione di Roma, forse trascurando in parte i rischi che si correvano con la
navigazione e la possibilità che i rifornimenti venissero bloccati in Egitto. Oltre al grano, Roma
riceveva dall'Egitto anche materiale da costruzione e altri prodotti importanti, come il papiro. Fu
anche molto importante a livello militare per l'obiettivo di Roma di consolidare la propria posizione
in Oriente: dopo l'arrivo di Ottaviano, furono istituite 3 legioni che si acquartierarono a Tebe,
Babilonia e Alessandria. Pacificato il regno, ne furono lasciate solo due. Si tentò un'espansione
verso oriente e verso sud (con la spedizione di Elio Gallo). L'Arabia fu conquistata da Traiano e
permise la riapertura del canale che collegava il Nilo al Golfo. Per breve tempo fu conquistata
anche la regione a sud, abitata dai meroiti, ma poiché non portava vantaggi sufficienti a giustificare
le spese militari fu abbandonata. Il prefetto d'Egitto fu sempre una figura molto importante, anche
se doveva rispondere all'imperatore anche per la sua condotta morale: Cornelio Gallo, per esempio,
fu allontanato perché si era vantato troppo di aver pacificato la Tebaide. Il suo potere effettivo
divenne però evidente quando, nel periodo degli imperatori-soldato, se ne cercava l'appoggio per
essere proclamati in Egitto e arrivare più facilmente al riconoscimento a Roma (es. Vespasiano):
essere proclamati imperatori in Egitto secondo le loro usanze era un ottimo punto propagandistico.
L'episodio più violento in questa regione fu la rivolta ebraica del 115-117, che probabilmente si
fondò sull'antica inimicizia tra ebrei e greci, ma anche sul malcontento verso i dominatori romani e,
in generale, verso l'imperatore. A parte alcune eccezioni, come Caracalla, le visite degli imperatori
erano piuttosto benaccolte, nonostante l'onere finanziario che comportavano. Quella da noi meglio
conosciuta è la visita di Adriano, che soggiornò in Egitto tra gli otto e i dieci mesi.
Il III secolo vide un indebolimento del potere imperiale sull'Egitto a causa dei gravi disordini
nell'impero. Di questo approfittarono i persiani, che iniziarono a comportarsi in modo più
aggressivo verso le province orientali, e i governatori di Palmira, Odenato e Zenobia, che tentarono
di imporsi come imperatori. Le più gravi rivolte iniziarono alla fine del III secolo d.C., dove
intervenne anche lo stesso Diocleziano, che presenziò alla caduta di Alessandria dopo un assedio
durato 8 mesi. Conclusosi l'assedio, Diocleziano risalì il Nilo e si fermò a sud, dove rinforzò gli
avamposti di confine. Quattro anni dopo, poco prima della Grande Persecuzione, Diocleziano fu di
nuovo ad Alessandria, dove era disprezzato dai cristiani egizi (ma non dal resto della popolazione,
che lo accolse con benevolenza). Fu probabilmente l'ultimo imperatore a visitare l'Egitto.
Una grande svolta per l'Egitto avvenne sotto il regno di Costantino, negli anni tra il 311 e il 313.
oltre alla cessazione delle persecuzioni contro i cristiani, prima con l'Editto di Tolleranza di Galeno
e poi con l?Editto di Milano, l'Egitto vide cambiare anche il sistema per l'esazione delle imposte,
ora basato su cicli di quindici anni chiamati indizioni; dal 308 cambiò la datazione, basata non più
sugli imperatori ma sui consoli in carica; nel 296 la zecca di Alessandria smise di coniare la
tetradracma. Un altro evento fondamentale fu la fondazione di Costantinopoli nel 330, innanzitutto
perché divenne la prima città di lingua greca dell'Oriente, togliendo il primato ad Alessandria, e in
secondo luogo perché la maggior parte delle risorse dell'Egitto furono ora destinate lì.

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Durante e dopo il regno di Costantino, l'Egitto si cristianizzò sempre di più: pare che nella seconda
metà del IV secolo, il 80-90% della popolazione fosse cristiana, ma probabilmente il dato è
esagerato. Sicuramente importanti elementi pagani continuarono a sopravvivere lungo il III secolo e
anche oltre, inseriti nel particolare contesto egiziano. La superiorità numerica dei cristiani non è
però sufficiente per spiegare il particolare fenomeno dell'Egitto. Dalla morte di Costantino all'arrivo
delle armate islamiche, la Chiesa in Egitto dominò tutte le istituzioni, tanto religiose quanto
secolari. Il patriarca di Alessandria era di gran lunga l'uomo più potente dell'Egitto: era
direttamente responsabile della nomina dei vescovi di tutto il paese e quindi, indirettamente, anche
delle nomine di livello inferiore. È da tenere presente che il patriarcato di Alessandria non copriva
solo l'Egitto, ma anche la Libia e la Pentapoli; sotto il suo dominio si trovavano oltre centotrenta
diocesi. Quando l'Egitto venne diviso in unità amministrative minori, il patriarcato non subì la
stessa sorte: il patriarca di Alessandria, quindi, era di gran lunga più potente di qualsiasi funzionario
dell'amministrazione. Quando poi il patriarca era anche un funzionario, acquisiva un potere
immenso. Esso perse la sua preminenza quando, nel Concilio di Costantinopoli del 381, si sancì la
superiorità del patriarcato di Costantinopoli, secondo soltanto a quello di Roma. Le lotte che ebbero
luogo tra IV e VI secolo riguardarono quindi soprattutto il tentativo da parte dei vescovi di
Alessandria di mantenere il loro potere in Oriente. Tra le diocesi di Alessandria e Costantinopoli,
però, non c'era sempre contrasto: entrambe dovevano gestire da un lato i rapporti con il potere
imperiale, più o meno forte, e dall'altro i rifornimenti che dovevano continuare ad arrivare
dall'Egitto. Ben presto ad Alessandria divenne chiaro che non era possibile conciliare l'approvazione
di Costantinopoli e quella delle forze sociali in Egitto: si creò così una vera e propria spaccatura tra
il mondo greco di Alessandria e quello egizio. Il IV secolo vide nascere dispute di carattere
dottrinale e religioso. Atanasio, grande patriarca di Alessandria, combatté duramente contro Ario e
la sua confessione riguardante la natura separata di Padre e Figlio; si scontrò anche riguardo
all'atteggiamento da tenere nei confronti di coloro che avevano rinnegato la fede cristiana durante le
persecuzioni di Diocleziano.
Nel V secolo si verificò l'evento che sancì per sempre la divisione della chiesa di Alessandria da
quella di Costantinopoli. Durante il Concilio di Calcedonia del 451 si sancì definitivamente che la
natura di Gesù Cristo era duplice, umana e divina. La Chiesa egiziana, invece, aderiva alla dottrina
monofisita, che riconosceva in Cristo la sola natura divina. La situazione fu ulteriormente
complicata dal fatto che la moglie dell'imperatore Giustiniano, Teodora, era monofisita. In Egitto il
patriarcato divenne oggetto di contesa tra i copti (seguaci del monofisismo) e i calcedoniani,
sostenuti dall'imperatore di Costantinopoli. Giustiniano tentò di ricondurre la Chiesa dell'Egitto
sotto la sua autorità, ma senza successo: tale tentativo, probabilmente, era suggerito anche
dall'esigenza di mantenere unito l'impero contro le invasioni che minacciavano la sua parte
meridionale.
Una quarantina di anni dopo si affacciò nuovamente la minaccia persiana. L'ostilità dei persiani
verso i cristiani li costrinse a rifugiarsi ad Alessandria, ma presto il nemico vi arrivò e la prese
(618). Iniziò nel 619 un periodo di dominazione conclusosi nel 628 con un trattato di pace, un
periodo, stando alle fonti, in cui i cristiani furono violentemente perseguitati. Poco dopo, però, una
nuova minaccia giunse in Egitto: nel 642 arrivarono gli arabi che entrarono ad Alessandria senza
incontrare resistenza. La tradizione copta vede nei suoi adepti gli ultimi sopravvissuti alla
persecuzione degli arabi, ma è probabile che in molte zone dell'Egitto il cristianesimo continuasse
ad essere praticato senza problemi; altrove, invece, la popolazione si convertì all'Islam,
probabilmente anche per l'offerta di una religione senza complicazioni. Comunque sia, non vi sono
prove di violenze da parte degli arabi. Nel 641 Bisanzio rinunciò formalmente all'Egitto, con la
partenza della flotta che si ritirò a Rodi e Cipro: un evento che segnò la fine della dominazione

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greco-romana.

3. Stato e sudditi
L'Egitto sotto il dominio dei Tolomei viene generalmente identificato come una della più efficienti
burocrazie esistite nella storia, una macchina amministrativa il cui scopo era l'arricchimento del
paese e della casata regnante. In effetti l'amministrazione era in mano a un esercito di funzionari e
burocrati che registravano ogni diritto e dovere dei cittadini, come i lavori obbligatori per la
manutenzione dei canali e le imposte dovute allo stato. La terra apparteneva al sovrano, che la dava
in affitto; le altre attività produttive, in particolare l'industria del papiro e dell'olio, erano
rigidamente controllate. Queste attività vengono di solito definite monopoli reali, anche se in realtà
non erano tutte gestite direttamente dalla corona. I Tolomei crearono inoltre un sistema di
monetazione chiuso e rigidamente controllato, che contribuì al declino del potere dei templi e della
casta sacerdotale. La situazione è ben conosciuta grazie a un testo in demotico del 258 a.C., che
richiede con precisione informazioni utili per un censimento delle proprietà del paese, gestito dal
ministro delle finanze. La rigida gerarchizzazione dell'Egitto, però, non deve mettere in ombra la
complessità del sistema economico, basato sì sull'agricoltura, ma anche su un'amplissima gamma di
attività produttive e su una monetarizzazione forte e distribuita a tutti i livelli.
Al vertice della piramide economica sta ovviamente il re, la massima autorità del paese, che
controlla (almeno in linea di principio) le attività dello stato ed è a disposizione dei suoi sudditi, con
i quali ha un rapporto diretto – il tono delle petizioni rivolte al re, anche per questioni banali, è
molto familiare. Ai suoi funzionari spettava il compito di mettere in pratica i suoi decreti, ma uno
dei problemi a cui il re doveva far fronte erano le frequenti accuse di corruzione proprio dei suoi
funzionari. I funzionari subito al di sotto del monarca erano un piccolo gruppo di persone molto
potenti, la cui giurisdizione si estendeva su tutto il paese: il ministro delle finanze, il ragioniere
capo, i funzionari che si occupavano dell'archivio, dei decreti e della corrispondenza. C'erano poi
molti altri funzioni minori, il cui potere si limitava a una regione, a una singola città o a un
villaggio, come l'oikonomos, l'amministratore di una delle circoscrizioni, o nomoi, in cui l'Egitto era
diviso dal tempo dei faraoni.
È importante tenere conto che, sebbene l'amministrazione dell'Egitto fosse rigidamente
gerarchizzata, non c'era una suddivisione chiara dei compiti di ciascun funzionario: uno stesso
compito poteva essere svolto da autorità civili, militari, giudiziarie o perfino religiose. Spesso,
quindi, risulta difficile specificare l'area di competenza di un certo personaggio. Il posto di
funzionario era molto ambito e per ottenerlo si ricorreva a ogni genere di espedienti e di
conoscenze; le irregolarità erano punite severamente, ma i vantaggi che tale posizione comportava
facevano sì che qualcuno corresse sempre dei rischi. Apollonio, ministro delle finanze sotto
Tolomeo II Filadelfo, divenne un personaggio estremamente influente e ricco grazie alla donazione
da parte del re di una vasta tenuta nel villaggio di Philadelphia (dorea), che costituiva il centro della
rete di commerci di Apollonio; ne conosciamo i dettagli grazie all'archivio del suo amministratore,
Zenone. Questo dimostra come la distinzione tra affari privati e pubblici non fosse per nulla netta;
un'altra prova è l'esistenza di un “conto speciale” (idios logos) del re, cosa che suggeriva che il
regno non fosse una proprietà del sovrano, ma che questi fosse in fondo “il primo dei funzionari”.
Attività pubbliche come l'esazione delle imposte e l'amministrazione delle banche, poi, veniva data
in appalto a privati cittadini, per i quali non era prevista nessuna forma di stipendio fisso, come per
i funzionari – questa concezione, derivata dall'Atene democratica, spiega la profonda corruzione del
sistema egiziano. La macchina burocratica egiziana parlava essenzialmente greco: un egizio che
volesse entrare a farne parte doveva ellenizzarsi, sia per la lingua sia per i costumi. Sebbene ci fosse
una reciproca ostilità tra elemento indigeno e greco, però, non si può parlare di una vera e propria

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esclusione: quando c'era una magistratura riservata all'uno o all'altro gruppo, era solo per soddisfare
meglio le esigenze di una certa parte della popolazione. I greci furono indubbiamente privilegiati,
ma la lingua demotica continuò ad essere parlata in molti ambiti, anche all'interno
dell'amministrazione. La prova di questo amalgama si può cogliere nella composizione dell'esercito:
i soldati congedati dopo una battaglia diventavano cleruchi, cioè veniva loro assegnato un lotto di
terra da coltivare a canoni bassissimi, e costoro erano greci; gli affittuari delle terre reali, invece, i
basilikoi gheorgoi, erano egizi. Dal 217, però, anche gli egizi acquisirono il diritto di un'analoga
assegnazione di terre.

Preziose informazioni su come avvenisse nei fatti il funzionamento della macchina statale ci
arrivano dall'archivio di Dionisio, un individuo modesto che vive in un villaggio del Medio Egitto e
si destreggia tra due mondi, quello egizio e quello greco (scrive in entrambe le lingue). Dionisio ci
dà informazioni anche sulla sua famiglia e apprendiamo che molte persone, lui compreso, hanno un
doppio nome, uno greco e l'altro egizio – Dionisio ha anche un terzo nome demotico che indica una
carica sacerdotale. Questo personaggio, che rivestì una carica sacerdotale egizia, era entrato però a
far parte del mondo greco grazie all'esercito; lo vediamo, inoltre, nel ruolo di affittuario di terre
reali, la sua principale fonte di reddito. Molti dei documenti del suo archivio si riferiscono a
transazioni economiche, soprattutto a prestiti con il 50% di interesse richiesti a persone simili a lui.
Questo fatto non era inusuale nel mondo antico. Quando qualcuno si trovava in difficoltà
economica, per prima cosa chiedeva aiuto allo stato e ai suoi funzionari, soprattutto per chiedere
giustizia e la maggior parte delle volte questo funzionava. Tutto questo dimostra come, nel suo
piccolo, il privato avesse una certa libertà di azione, anche all'interno dei rigidi meccanismi della
burocrazia: poteva vendere e comprare terre come se fossero sue, gestire crediti e debiti, crescere
professionalmente ed economicamente fino a raggiungere una classe superiore o, alla peggio,
fuggire e darsi al brigantaggio. Tuttavia nessun cittadino aveva la possibilità di modificare o mettere
in discussione il sistema: manca quella che, dal nostro punto di vista, è libertà politica.
Per tutto il periodo tolemaico il sistema di governo rimase sostanzialmente inalterato; sembra che
verso la fine di quest'epoca l'amministrazione fosse sprofondata nella corruzione e che, all'arrivo di
Ottaviano, fosse stato necessario l'esercito per ripristinare le condizioni precedenti. È anche vero,
però, che la situazione di declino dei villaggi potrebbe essere stata esagerata da fonti
propagandistiche. Il modello instaurato da Augusto in Egitto, invece, doveva rimanere inalterato
per tre secoli e anche in seguito avrebbe subito pochi cambiamenti. Di fatto, non c'era molta
differenza tra un re macedone e un imperatore romano; i cambiamenti che avvennero furono
soprattutto “cumulativi”. Un'importante aggiunta, per esempio, fu il diritto romano, raccolto in
codici di facile consultazione per gli amministratori. Ci si può aspettare che i funzionari incaricati di
amministrare l'Egitto fossero addestrati appositamente per questo compito, ma non era così: anche
le più alte cariche erano in genere ricoperte da stranieri di rango equestre, che non possedevano
alcuna competenza specifica e restavano in carica per tre o quattro anni. Grazie alla loro conoscenza
dell'amministrazione e del diritto romani, però, riuscivano a gestire la situazione. La più alta carica
era quella di prefetto, che governa nell'antico palazzo dei Tolomei, cui seguiva un gruppo di
subordinati, ciascuno responsabile di un settore dell'amministrazione. Al di sotto di questi c'erano
gli epistrategoi, che svolgevano le stesse funzioni in una zona geograficamente limitata. Questi
primi tre gruppi di cariche erano esercitate da membri della classe equestre, mentre quelle di livello
inferiore da esponenti di spicco della società egizio-romana: gli strateghi, i funzionari a livello di
nono, per esempio, erano nati in Egitto ma venivano mandati in un distretto diverso da quello di
origine. Una delle innovazioni più significative è che ora i funzionari sono stipendiati; le capitali dei
nomoi (metropoleis) si modificarono profondamente per adattarsi agli organismi di governo locali,
divennero centri amministrativi ed economici con un'importanza che prima non conoscevano.

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Vennero introdotte anche le cosiddette liturgie, cioè l'obbligo di assolvere incarichi pubblici o
lavori, che andavano dalla manutenzione e costruzione dei canali alla raccolta e trasporto dei cereali
alla riscossione di imposte. Le magistrature erano, in teoria, più prestigiose e desiderabili rispetto
alle liturgie; secondo alcune testimonianze, però, alla fine dell'impero esse erano diventate così
gravose da non essere molto diverse da un obbligo.
Lo scopo principale di questa organizzazione era sgravare i funzionari di grado di elevato di molti
compiti che riguardavano le singole città, come l'esazione delle imposte. Una descrizione
importante del funzionamento di questo sistema ci arriva dai documenti ritrovati a Ossirinco, che
era proprio una capitale di nomo. Qui il principale organo di governo dopo l'anno 200 d.C. era il
consiglio, composto da membri della classe ginnasiale scelti in basi a requisiti di censo (che
tendevano a rendere la carica ereditaria) e cooptati a vita. All'interno del consiglio venivano eletti
un presidente, un segretario e un tesoriere in base a meriti precedenti; generalmente si riuniva una
volta al mese, ma erano anche possibili assemblee straordinarie. Il compito principale di questi
consigli era vigilare affinché il nomo e la città adempissero ai loro obblighi fiscali, attraverso la
nomina di funzionari liturgici. A presiedere tutto era lo strategos, di diretta nomina imperiale. Oltre
a questo, i consigli avevano altri compiti: a) tenere aggiornati i registri catastali, in base ai quali si
calcolava l'imposta; b) riscuotere tasse straordinarie, per esempio per la visita di un imperatore; c)
riscuotere imposte addizionali per il mantenimento dell'esercito. A livello locale, i consigli si
occupavano di amministrare i fondi della città e sovrintendevano all'affitto di beni della proprietà
pubblica; organizzavano inoltre eventi come spettacoli e mercati e, gestivano la distribuzione di
grano e si occupavano della manutenzione di edifici pubblici.
Il compito del prefetto e dei funzionari minori non era semplice: esso comprendeva una serie di
responsabilità giudiziarie, militari e finanziarie spesso non separabili; dovevano inoltre interpretare
e applicare un corpus legislativo immenso, fatto di codici, editti e decreti in continuo mutamento,
consuetudini greche ed egizie, disposizioni speciali per una parte della popolazione e, infine, ius
civile romano. La giustizia era amministrata sia da grandi tribunali, come quello di Alessandria, sia
da corti minori e locali, delle quali il prefetto faceva il giro. Oltre a questo, il prefetto e i suoi
subordinati ricevevano anche petizioni e denunce, anche riguardanti la pratica amministrativa.
Questo potrebbe non sembrare il campo della giurisdizione, ma ogni risposta di un funzionario
aveva in pratica valore di legge e la distinzione tra le competenze avveniva soprattutto in base alla
classe sociale a cui apparteneva l'interessato. Molto importante era la presenza dell'esercito,
presente con due legioni dal 23 d.C. (il numero di soldati si avvicinava ai 20mila). Molte truppe
provenivano da fuori il paese ed era vietato loro di acquistare terra finché erano in servizio, ma
comunque il grado di integrazione in città e villaggi doveva essere alto: l'esercito svolgeva funzioni
di polizia, soprattutto per il trasporto di beni lungo il Nilo e la supervisione dei lavori. La loro
presenza si fece invece ingombrante quando la popolazione civile iniziò ad essere obbligata a
rifornire di cibo e ad alloggiare le legioni oppure, dal III secolo, quando dovette versare una tassa in
più per il mantenimento dell'esercito.
La maggior parte dei compiti dei funzionari, tuttavia, si poteva riassumere nell'acquisizione di
entrate per lo stato sotto forma di tasse, che poi venivano ridistribuite per la provincia o mandate a
Roma. Le imposte principali erano: a) l'imposta fondiaria, pagata in natura; b) le imposte
individuali (testatico), da cui erano esentati i cittadini romani, mentre quelli greci erano privilegiati;
c) imposte sul commercio, dazi e tasse sui mercati; d) imposte straordinarie. Alle entrate regolari
vanno poi aggiunte quelle particolari, destinate al Conto Speciale dell'imperatore, che raccoglievano
beni espropriati, proprietà di chi moriva senza testamento e dei fuorilegge. L'esazione delle imposte
avveniva soprattutto tramite appalto, a volte a funzionari appositamente nominati che, se non
avessero raggiunto la quota fissata, avrebbero dovuto rimetterci di tasca propria. In seguito si cercò
di legare il singolo al luogo in cui viveva e lavorava per questioni di tasse, ma è anche vero che il

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sistema era piuttosto flessibile e sapeva adattarsi agli anni sfortunati. Un'innovazione di età romana
fu l'introduzione massiccia della proprietà privata, che favorì i ricchi grazie al basso livello di
imposizione fiscale. Molti terreni, però, rimanevano di proprietà imperiale e potevano essere
affittati (a un canone più alto rispetto alla tassa di proprietà → 30-60% del raccolto) oppure gestiti
dal Conto Speciale.
Alla fine del III secolo d.C. nei documenti si nota la difficoltà della macchina statale, che non
funzionava più come prima; la cosa sorprendente, però, è che all'arrivo dei Persiani prima e degli
arabi poi questa funzionasse ancora in qualche modo. Nel periodo bizantino vi furono importanti
cambiamenti nell'amministrazione, tra il 293-330 d.C. e soprattutto durante il regno di Giustiniano
che, con l'editto del 537/8, riformò completamente il sistema dell'Egitto. La fondazione di
Costantinopoli segnò un cambiamento importante perché l'Egitto tornò a rivolgersi all'Oriente,
inviando le sue eccedenze alla nuova capitale. Sotto Diocleziano, il potere amministrativo venne
affidato completamente al prefetto, che divenne il vice dell'imperatore, a cui erano subordinati dei
vicarii. Dal 293/94 l'Egitto venne diviso in più province e la Tebaide venne separata dalle altre; da
allora numerose divisioni si sono susseguite. In generale, si vede un tentativo di suddividere i
compiti per creare un equilibrio tra le autorità centrali e i funzionari locali, ma senza dare troppo
potere al singolo. Queste autorità erano in genere di natura civile, militare o religiosa, senza che si
potesse distinguere bene la funzione propria di ciascuno. Per contro, si ha nei villaggi un maggior
contatto con l'autorità: grazie al sistema in vigore, era possibile che una petizione arrivasse
direttamente all'imperatore. Si ha anche un cambiamento nel formulario delle petizioni: il tono
brusco e quasi colloquiale viene sostituito da formule iperboliche, che non sono sintomo di
servilismo perché si ritrovano anche in personaggi dotti e ricchi. Il cambiamento più importante
sotto Diocleziano, però, fu la divisione del potete civile (affidato a un praeses) da quello militare
(affidato a un dux). A lungo andare questa soluzione si rivelò insoddisfacente perché l'autorità
ecclesiastica, che non era stata suddivisa, poteva scavalcare entrambi; Giustiniano, quindi, provvide
a riunire le competenze civili e militari nella persona del dux. Tra il IV e il V secolo i nomoi persero
la loro importanza come unità amministrative, sostituite da circoscrizioni più piccole, i pagi,
governati dai pagarchi; era una carica di alto livello, occupata soprattutto da proprietari terrieri, con
funzioni di riscossione delle imposte, ma a volte anche militari.
I consigli municipali delle città persero gradualmente di importanza perché i suoi membri si
ridussero ad essere dei “funzionari di riserva”, nominati direttamente dall'amministrazione centrale.
Per fare carriera era importante avere contatti a Costantinopoli: alcuni egizi riuscirono ad arrivare ai
vertici, come gli Apioni di Ossirinco. Ma erano soprattutto i gradini inferiori della scala sociale o
militare che erano utili a fare carriera (Flavio Abinneo). La presenza dell'esercito fu sicuramente più
massiccia rispetto all'epoca precedente: le unità furono frazionate per poter meglio difendere i
confini, minacciati a est dai Persiani e a sud dai Blemmi; altri reparti, invece, erano preposti
all'aiuto dell'amministrazione nel trasporto di grano e nella riscossione delle imposte. Non
mancarono casi di prevaricazione sulla popolazione, ma al contempo nacquero anche i buccellarii,
soldati che venivano “presi in affitto” dai ricchi proprietari come guardia privata. Questi stessi
soldati potevano poi anche proteggere la popolazione dai malfunzionamenti della giustizia. A
proposito della giustizia, poi, acquisì un'importanza fondamentale la Chiesa che, se inizialmente
dirimeva solo questioni di propria competenza, poi si ritrovò anche a dover ricoprire questo ruolo
sempre.

4. Povertà e prosperità

Il fondamento del sistema economico egizio stava nella capacità, massima durante la dominazione
greca e romana, di saper sfruttare le risorse naturali del paese e nel saper amministrare il ricavato.

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L'agricoltura, i traffici, il commercio e le attività manifatturiere erano diversi aspetti di
quest'economia che cooperavano insieme; spesso la popolazione era impegnata
contemporaneamente in più di uno di questi settori, ma indubbiamente era il settore agricolo a
dominare l'economia.
Il mercato egizio era a struttura gerarchica: la forma più semplice era quella del villaggio, si
passava poi a quella della capitale del nomo e poi a quella di Alessandria, la forma più complessa.
Il meccanismo di scambio si verificava, quindi, anche a livello del piccolo villaggio, cosa che
dimostra che 1) esisteva una specializzazione nella produzione, 2) l'agricoltura non era solo di
sussistenza, ma produceva anche eccedenze, che servivano per lo scambio di beni che mancavano.
Bisogna considerare, inoltre, che anche le imposte, i prestiti, gli interessi e il salario dei lavoratori
spesso venivano pagati in natura. Nonostante questo, aveva un grande ruolo negli scambi anche la
moneta. L'Egitto fu nel mondo antico il paese in cui la monetarizzazione fu più sviluppata, non
soltanto tra gli strati alti della popolazione, ma anche tra quelli bassi (transazioni minori).
A causa della vastità del paese e della mancanza di una teoria economica efficace, era molto
difficile tenere sotto controllo il rapporto tra merci, servizi e moneta, tanto che spesso i prezzi dei
prodotti variavano in maniera incontrollata. Lo stato, però, si impegnò sempre a mantenere un certo
controllo sul quadro economico generale allo scopo di massimizzare le entrate fiscali. Nell'antico
Egitto lo stato controllava la consistenza complessiva delle entrate fiscali determinando la natura
della moneta e il suo rapporto con il valore di beni e servizi. Durante il periodo tolemaico e
bizantino, lo stato esercitò un controllo rigoroso sulla purezza della moneta che emetteva perché il
suo valore era strettamente legato alla quantità di metallo prezioso in essa contenuta. In epoca
romana, invece, il valore della moneta variava a seconda della disponibilità di metallo prezioso.
Fino all'inizio dell'epoca bizantina il sistema monetario egizio fu chiuso: non si poteva esportare
moneta e non veniva accettata quella straniera. Se l'oro e l'argento venivano a mancare, si sviliva il
quantitativo della moneta, ma questa perdeva immediatamente di valore e la gente non riponeva più
la fiducia nello stato. In caso di mancanza di valore di una moneta, il commerciante (e lo stato
stesso) poteva pretendere un pagamento in natura o innalzare i prezzi in modo da colmare
l'ammanco; ma questo faceva scendere ancora di più il valore della moneta.
Con l'imperatore Diocleziano il sistema monetario dell'Egitto venne riformato: innanzitutto si cercò
di ridare valore alla moneta e di stabilire un tetto massimo di prezzi per evitare che commercianti
con pochi scrupoli speculassero sull'inflazione. In generale, sembra che questo tentativo fallì:
all'inizio del V secolo sappiamo che i prezzi di alcuni prodotti aumentarono in modo vertiginoso.
Questo però fu dovuto probabilmente alla perdita di valore della moneta e non si riflesse, di fatto,
sulla popolazione. Bisogna considerare, inoltre, due fattori: 1) la maggior parte dei patrimoni,
piccoli o grandi che fossero, consisteva in terreni, bestiame, immobili; 2) la moneta dell'impero
bizantino non doveva subire il confronto con quella delle altre economie, come avviene oggi.
Tra le economie del Mediterraneo, quella dell'Egitto fu sempre una delle più forti e il suo bilancio
risultò sempre positivo. Durante la dominazione tolemaica, quando c'era la concorrenza con altri
regni ellenistici, i proventi permettevano alla corte di vivere nel lusso e di avere anche notevoli
eccedenze. Durante la dominazione romana e poi bizantina, una buona parte di quelle eccedenze
veniva incamerata dallo stato sotto forma di imposta in denaro o in natura (anche se non si riesce a
stabilire l'esatta entità). La produzione dell'Egitto forniva oltre il 10% delle entrate di tutto l'impero
e possiamo pensare che, grazie alle notevoli entrate, la pressione fiscale non fosse poi così elevata.

Vi furono anche grandi cambiamenti della storia economica dell'Egitto. All'inizio i Tolomei
adottarono un sistema per cui le terre di proprietà reale erano date in affitto, alcune produzioni,
come vino e olio, erano strettamente controllate dallo stato e molte imposte venivano riscosse in
natura. Con la dominazione romana si ridussero fortemente i terreni dello stato, il controllo statale

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sulle imprese diminuì e le imposte vennero riscosse per lo più in moneta. Aspetti importanti: 1)
pressione fiscale non troppo elevata; 2) l'amministrazione e la riscossione delle imposte a livello
locale permetteva di risparmiare denaro; 3) erano aumentate le opportunità di arricchimento
individuale. Durante il periodo bizantino l'unico grande cambiamento fu l'aumento dell'apparato
burocratico (e quindi della necessità di denaro da parte dello stato): questo provocò l'aumento di
molti capitali, ma anche la diminuzione del numero dei “grandi ricchi”.
Le imposte formavano la maggior fonte di reddito per lo stato, ma non l'unica. Importante era anche
il ricavato dei canoni d'affitto (spesso più alti del normale) delle proprietà reali sotto i Tolomei e
delle rendite dei terreni del re. Sotto i romani, il sistema non scomparve del tutto e i terreni furono
spesso dati in concessione ad amici o parenti dell'imperatore; le miniere e le cave venivano affittate
ad appaltatori. Nel periodo bizantino le proprietà imperiali vennero per la maggior parte vendute,
creando così una casta di magnati. Altre grandi ricchezze furono accumulate da enti privati o
pubblici; in particolare i templi acquisirono un grande potere grazie all'affitto di terreni, di spazi per
il mercato o da piccole imprese. Sotto i romani questo potere venne ridotto. Importante: sotto i
romani acquisì importanza anche la possibilità per città e villaggi di acquisire dei terreni per
formare una propria rendita da impiegare in lavori pubblici o per altre necessità. A partire dall'epoca
di Costantino la Chiesa ricoprì un grande ruolo nell'economia del paese: essa potè acquisire terreni
e beni immobili che, sebbene sottoposti a tassazione, procuravano delle eccedenze abbastanza
ampie da corrispondere a un grande potere politico.
Infine per tutto il periodo considerato ebbe anche un grande ruolo l'iniziativa del singolo.
L'individuo poteva vendere o acquistare terre, anche se queste transazioni prendevano
nominalmente la forma di scambi di concessioni statali. Anche una persona di condizioni modeste
poteva acquistare un piccolo terreno o una sua parte, un immobile o una sua parte, affittare e dare in
affitto le sue proprietà, coltivare la terra per conto di qualcun altro o dello stato. Durante il periodo
tolemaico era soprattutto diffuso il piccolo affitto di terreni dello stato, mentre nel periodo bizantino
l'aumento della proprietà privata aumentò anche il divario tra ricchi e poveri e limitò la mobilità
sociale; ma non sembra che la vita dei contadini ne venne radicalmente modificata.
In tutto il mondo antico però la proprietà terriera costituirà sempre la base di obblighi e diritti e il
fondamento di qualsiasi transazione economica (quelle più grandi e importanti): ogni scambio era
rassicurato dall'avere dietro una grande proprietà terriera. Per questo per lo stato era importante
catalogare con precisione l'estensione dei terreni e la loro proprietà. Un terreno poteva anche essere
ipotecato come garanzia per il pagamento di tasse. La proprietà terriera poteva essere trasmessa in
eredità (solitamente una parte più grande spettava al figlio maggiore, il resto era diviso equamente),
alla quale partecipavano anche le donne; per evitare eccessive frammentazioni è possibile però che
una famiglia continuasse a coltivare uno stesso terreno in comunità.
I mezzi di guadagno di questa società erano molto vari e, anche se ogni tipo di servizio era in
definitiva legato alle attività agricole, questo non impediva alla gente di svolgere più di una
mansione in diversi campi. È l'agricoltura però che vedeva impegnata la maggioranza della
popolazione. Il contadino privato poteva lavorare presso i grandi proprietari terrieri, l'élite
privilegiata, che reclutavano una grandissima quantità di manodopera. La proprietà poteva essere
gestita direttamente oppure, più spesso, data in affitto → Apollonio, ministro delle finanze di
Tolomeo II, prese in affitto la dorea di Filadelfia. All'inizio del II secolo d.C. compare il nome di
Tiberio Giulio Teone, grande proprietario che possedeva terreni in diverse zone dell'Egitto e li
gestiva personalmente (cioè non tramite affittuari). In epoca bizantina la migliore tenuta conosciuta
è quella degli Apioni, grande famiglia fondiaria che possedeva terreni in diversi nomi del Basso
Egitto: le proprietà erano gestite da affittuari che facevano capo a una sede centrale gestita da un
membro della famiglia. Sotto di loro lavoravano molti contadini, che però affittavano piccoli
appezzamenti a prezzi molto vantaggiosi e in cambio di protezione fiscale.

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All'estremità opposta della scala economica c'erano i piccoli proprietari, assegnatari di piccoli lotti
di terreno di cinque arure; costoro vivevano sempre nell'incertezza di riuscire a guadagnare
abbastanza e nel timore di essere inglobati dai grandi proprietari. Potevano contare solo sulle
proprie forze e su quelle della loro famiglia. Nonostante questo, la piccola proprietà sarà sempre
importante in Egitto in tutto il periodo greco-romano. Tra questi due estremi stavano i contadini
ricchi o gli abitanti delle città che possedevano terreni nelle vicinanze. Essi acquisirono grande
importanza nel periodo romano, mentre nel periodo bizantino tendevano a diventare piccoli
proprietari o al contrario grandi magnati.

La produzione del terreno egizio era estremamente variabile sia come quantità sia come prodotti; la
zona più fertile era ovviamente quella del delta. A partire dal periodo tolemaico si sperimentò una
grande quantità di innovazioni in campo agricolo, aumentando la produttività del terreno e
introducendo nuove piante: i cereali furono sempre molto importanti, ma anche la vite, il lino, i
datteri, i fichi e le noci. Si praticavano l'apicoltura e l'allevamento di piccioni, polli e suini, pecore e
capre, da cui si ricavavano prodotti caseari e lana. Molto importante era anche l'allevamento delle
bestie da soma, utili per il lavoro dei campi: buoi, che però erano molto costosi, più spesso asini e a
volte cammelli. Spesso i contadini prendevano in affitto le bestie, non potendo permettersene di
proprie.
L'anno agricolo seguiva il ciclo di inondazioni del fiume. Prima che l'inondazione avvenisse,
bisognava dragare e riparare i canali che portavano l'acqua alla diverse zone coltivate; era anche
necessario misurare il livello del fiume, per calcolare l'entità dell'inondazione e capire se ci sarebbe
stata carestia (in quel caso lo stato concedeva esenzioni fiscali) o abbondanza. Alcune colture
richiedevano un'irrigazione costante e si ricorreva, quindi, ad altri sistemi. Quando la piena si
ritirava, si procedeva (senza aratura) alla semina dei cereali e delle leguminose; ogni anno si
effettuava almeno un raccolto, a volte due. La raccolta avveniva tra aprile e giugno e, prima, ci si
doveva occupare delle altre colture. Il raccolto veniva poi portato nelle aie pubbliche per la
trebbiatura; da lì finiva nei mercati, nelle casse dello stato come imposta o imbarcato per il
Mediterraneo.
Le proprietà più vaste (come quella di Apollonio nel II sec. d.C. o quella degli Apioni) erano quelle
in cui c'era la maggior diversificazione di attività economiche: vigneti, frutteti e coltivazioni di
ortaggi, apicoltura e allevamento. Una parte degli appezzamenti era poi data in affitto, mentre l'altra
era coltivata da lavoratori salariati. La forza-lavoro dei contadini è un aspetto molto importante per
la sopravvivenza di queste grandi tenute: in alcuni periodi poteva essere necessario fare ricorso a
esperti oppure assumere personale in più (anche donne e bambini) come braccianti. L'interazione
economica tra città e campagna era quindi strettissima perché la campagna dava ricchezza alla città,
ma quest'ultima aveva bisogno di manodopera, di tecnologia, di esperienza proveniente dai campi.

L'influenza del mondo greco si fece sentire anche nel campo dell'industria → trasferendosi in
Egitto, i greci portavano con sé la propria esperienza e il proprio mestiere. Grazie a questo nel
primo periodo tolemaico l'Egitto subì una rapida monetarizzazione, che influì sulle attività
commerciali e sugli scambi. Questa crescita continuò sotto i romani, favorita dal lungo periodo di
pace, e ve n'è traccia anche nel periodo bizantino. La gamma di beni e servizi offerti era molto
ampia. Comparve in Egitto l'istituzione del mercato, tipica del mondo greco, ossia un centro
commerciale spesso associato a un edificio pubblico (ad esempio, il tempio di Serapide). I resti
archeologici di mercati non sono molti, ma a Marea rimangono resti di un porticato con una serie di
botteghe e di una lunga via principale.
Nelle città e nei villaggi di grandi dimensioni si poteva trovare una grande quantità di servizi offerti
da “specializzati” itineranti, a cui spesso fanno ricorso i grandi proprietari terrieri. In alcune città,

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gli artigiani e i prestatori di particolari servizi si concentravano in uno stesso quartiere; qui c'erano
le botteghe, che facevano da laboratorio, abitazione e punto vendita. Altre attività erano collocate
per necessità lontano dal centro abitato, come i forni, collocati vicino a un granaio, e i vasai. Anche
la tessitura era tradizionalmente un'attività di campagna, ma in città si potevano trovare degli abili
tessitori itineranti.
L'addestramento di lavoratori specializzati avveniva in massima parte per via ereditaria, ma anche
per apprendistato: verso i tredici anni un ragazzo, a volte uno schiavo, veniva mandato presso un
maestro artigiano sotto contratto a imparare un mestiere. Tipica dell'Egitto di questo periodo era
anche l'esistenza di corporazioni simili alle gilde medievali, formate dai proprietari dei mezzi di
produzione di un particolare settore che si aiutavano a vicenda e proteggevano gli interessi del
gruppo. Anche se il fine principale era salvaguardare l'interesse economico, far parte di una
corporazione comportava anche obblighi morali e le quote di iscrizione venivano spese in banchetti
e ritrovi ufficiali. Durante il periodo tolemaico le licenze di vendita dei prodotti a prezzo fisso
venivano rilasciate direttamente alle corporazioni, che così tenevano sotto controllo i propri membri
e gli esterni; in epoca romana e bizantina queste istituzioni crebbero e si moltiplicarono →
svolgevano un ruolo fondamentale nel trasporto dei beni ed erano responsabili
dell'approvvigionamento delle città e dell'esercito.

Il sistema finanziario di epoca tolemaica presenta ancora molti punti oscuri. Si sa che anche
esercitare privatamente un'attività finanziaria richiedeva una licenza da parte dello stato ed era
soggetta a rigorosi controlli. Le funzioni principali del sistema bancario erano: a) contribuire alla
riscossione delle tasse; b) conservare in deposito il denaro dei cittadini; c) cambiare le valute
straniere. Quest'ultima attività era quella che probabilmente rendeva di più, perché venivano
applicate delle commissioni per ogni cambio. Il banchiere non era però una professione che
permetteva grandi arricchimenti. Ciò che le banche non facevano era prestare denaro dietro
pagamento di interessi, cosa che veniva lasciata all'iniziativa dei privati dietro stipula di un contratto
(in epoca romana esistevano delle associazioni di prestatori). I prestiti privati erano generalmente
modesti, ma la quantità di queste operazioni era molto grande: tutti davano o ricevevano denaro in
prestito. Si trattava di solito di denaro che serviva a superare un momento di difficoltà e il prestito,
che di preferenza rimaneva all'interno della famiglia, veniva saldato alla scadenza. In caso questo
non si verificasse, il debitore poteva perdere i propri beni e la libertà.
Un altro modo per procurarsi denaro era l'ipoteca di beni, che prevedeva ovviamente che la persona
possedesse dei beni da offrire in garanzia (per il contadino poteva essere un raccolto non ancora
maturato). Per chi non riusciva a farsi prestare denaro e non aveva beni da ipotecare le possibilità
non erano molte, dal momento che non esisteva la beneficenza verso i più poveri: si poteva fuggire
in cerca di fortuna oppure darsi al brigantaggio. In quel caso, la famiglia faceva iscrivere nel
registro di “coloro che sono fuggiti” l'interessato, in modo da non dover pagare i suoi debiti.
D'altra parte le grandi tenute, pur essendo fonte di grande ricchezza per i loro proprietari, erano
anche fonte di lavoro per moltissimi artigiani e contadini, sia che venissero assunti direttamente sia
che da loro si comprassero materiali utili per la tenuta. Gli aspetti negativi di queste grandi
ricchezze erano 3: a) molto denaro veniva investito in imprese improduttive (come l'abbellimento
della tenuta); b) si spendeva molto per l'avanzamento della carriera (corruzione); c) si prestava
denaro ai contadini, che spesso non erano in grado di restituirlo. Il ruolo della persona ricca era
importante anche fuori dai confini dell'Egitto: molti affari si compivano all'estero perché il mercato
nazionale non sarebbe stato in grado di assorbire tutta la produzione di merci. Altrimenti il ricco
possidente poteva occuparsi del trasporto di merci da una tenuta all'altra, cosa che facilitava gli
spostamenti nelle grandi città. Il più sfruttato canale, soprattutto in epoca romana, era quello del
Nilo. Il volume degli scambi che compare dalle testimonianze scritte è impressionante. Va precisato

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che nei papiri si trovano notizie dei commerci delle grandi tenute; ma da questi possiamo dedurre
anche l'esistenza di un'economia più piccola, ma comunque proficua.

5. Greci ed egizi

Prima dell'arrivo dei Greci, in Egitto la classificazione sociale era strettamente legata alla funzione.
Con i macedoni, però, si rese necessario classificare anche gli stranieri, che si distinguevano per
lingua e cultura (i Greci di Naucrati, gli Ioni che risiedevano a Menfi e gli ebrei delle varie
comunità). Anche se ogni gruppo conservava la propria identità sociale, non venivano evitati i
contatti tra gli uni e gli altri, testimoniati per esempio dai matrimoni misti. L'arrivo dei macedoni
modificò molto la società egizia. Per i primi decenni vi fu un immigrazione costante dalla Grecia e
dalla Macedonia e dal II secolo a.C. si incrementò anche la comunità ebraica. Gli egizi rimanevano
il gruppo più numeroso, ma era l'élite greca a dominare la società, economicamente e socialmente,
benché non mancassero per gli egizi ambiziosi le possibilità di fare carriera. Le manifestazioni più
evidenti del predominio greco erano a livello culturale e linguistico: per accedere ad alcune
posizioni sociali era necessario rispondere a certi criteri di carattere economico e linguistico →
molti individui erano bilingui. Sotto i Tolomei gli egizi che volevano entrare nei gradi più alti della
burocrazia dovevano ellenizzarsi.
Dal III secolo a.C. si fece sempre più importante la componente ebraica, anche grazie alla politica
di filo-semitismo di Tolomeo VI Filometore. Molti gruppi si stabilirono a Elefatina e ad
Alessandria, lasciando come testimonianze le sinagoghe. La coesione della comunità ebraica era
rafforzata anche dal fatto che, fino all'epoca romana avanzata, essi poterono professare la propria
religione. La situazione peggiorò con la rivolta ebraica del 66-73, repressa da Vespasiano. Gli ebrei
praticavano qualunque tipo di attività e, in generale, la loro integrazione con il mondo greco era
buona: sono testimoniati doppi nomi e ricorsi alle autorità greche.
Più difficile è valutare l'integrazione degli egizi. La loro identità tendeva ad esprimersi più che altro
attraverso la sopravvivenza dei culti locali, ma il peso politico dei templi di divinità autoctone
venne radicalmente ridimensionato. Dal punto di vista più secolare, non è raro trovare contratti e
altri documenti di età tolemaica scritti in demotico (soprattutto contratti di matrimoni), anche tra
persone greche ed egizie.
Le distinzioni di status sociale venivano rafforzate anche dalla creazione di istituzioni in
determinate città. Esempi di istituzioni greche si trovano nelle città di fondazione greca: oltre ad
Alessandria, Naucrati, Tolemaide e Antinoopoli. Queste città erano l'espressione di privilegi
concessi all'élite greca che in esse viveva. La cittadinanza veniva concessa con grande cautela,
solitamente come onorificenza; esistevano assemblee di cittadini, consigli, magistrature, ma il loro
governo non era democratico. Presto anche le capitali nei nomoi cominciarono ad adottare
istituzioni che le avvicinavano al modello delle città greche e iniziarono a definirsi dei privilegi
anche per i greci che vivevano in queste capitali di provincia: si concessero magistrature e ginnasii,
cerimonie di iniziazione, riduzioni dell'imposta capitale, associazioni di anziani. Il sistema era
basato quindi su obblighi e privilegi legati alla nascita: per goderne bisognava poter dimostrare di
avere antenati greci, sia da parte della madre che del padre. I romani mantennero e, a volte,
cercarono di ampliare ulteriormente queste distinzioni sociali, rese ancora più marcate dal fatto che
molti egizi non sapevano parlare greco; un esempio è l'editto di Caracalla con cui quasi tutti gli
egizi venivano espulsi da Alessandria, un sentimento di antipatia che ritroviamo condiviso da molti
greco-romani.
La cittadinanza romana esercitò un forte influsso sulla composizione della società egizia.

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Inizialmente venne concessa solo ai veterani e ai loro figli, se entrambi i genitori erano di
cittadinanza romana. Più avanti venne concessa anche ad alcuni egizi, anche se con molte riserve.
La cittadinanza romana comportava una serie di obblighi e privilegi: bisognava seguire il diritto
romano nelle questioni ufficiali come matrimoni, contratti, diritto di proprietà e di tutela, testamenti.
Queste distinzioni cessarono nel 212 quando l'imperatore Caracalla concesse la cittadinanza a quasi
tutti i sudditi dell'impero. Si attuò allora un'altra suddivisione sociale, dai confini non meglio
definibili, quella tra honestiores e humiliores; fino all'epoca bizantina sarà questa divisione a
regolare il sistema di privilegi. All'inizio dell'epoca bizantina, però, la diminuzione del prestigio
delle istituzioni civiche fa in modo che la collocazione sociale sia più strettamente legata alle
funzioni e ai titoli; si sviluppa nuovamente la distinzione tra ricchi e poveri, anche se non manca la
mobilità sociale. A questi elementi si aggiunge l'influenza della Chiesa sui meccanismi sociali:
l'adozione da parte della Chiesa della lingua copta fornisce un nuovo mezzo di espressione e una
nuova identità agli egizi non ellenizzati. Contemporaneamente si crea una profonda spaccatura tra
cristiani, pagani ed ebrei che, con la crisi dell'ellenismo, si sentono liberi di esprimere la propria
identità. Altri elementi introdotti dalla Chiesa sono il dovere morale di assistenza ai poveri e i
monasteri, che offrivano riparo, asilo spirituale e possibilità di indipendenza economica.

Il nucleo centrale dell'Egitto greco-romano era sempre stata la famiglia, che non verrà intaccata
dalla vita monastica. La famiglia era di tipo allargato: non era raro che due sposi con i fratelli di uno
o dell'altro coniuge, tutti i figli e qualche schiavo vivessero in uno stesso nucleo abitativo, senza
distinzioni troppo precise tra gli spazi. La consuetudine egizia era di trasmettere il patrimonio a tutti
i figli, anche alle donne, cosa che comportava una frammentazione dei beni (soprattutto della
proprietà immobiliare); il problema veniva risolto non separando i nuclei familiari o, a volte, con il
matrimonio tra fratello e sorella. Moltissime lettere sottolineano la solidità e l'importanza dei legami
familiari, anche se non mancano discordie. Solitamente però la vita famigliare si svolgeva senza
complicazioni, a parte la morte dei suoi membri che era qualcosa di piuttosto frequente: la mortalità
infantile era elevatissima, per le donne c'era il rischio della morte di parto e chi riusciva a
raggiungere l'età adulta (14 anni per le femmine, meno di 20 per i maschi) non sempre superava i 30
anni. Dalle lettere emerge soprattutto l'aspetto pratico delle relazioni: si parla poco si amore e
passione e i rapporti sessuali sono visti solo dal lato pratico. Il matrimonio era spesso combinato e
poteva andare dalle forme più ufficiali (con contratti) alla semplice convivenza, che non era
legalmente perseguibile. L'aspetto religioso importava poco e si guardava soprattutto al vantaggio
economico (per questo non erano riprovati i matrimoni tra consanguinei). La donna portava al
marito una dote che veniva restituita in caso di divorzio a lei o a suo padre: la procedura del
divorzio era abbastanza semplice. La morte, infine, era accettata con relativa serenità, forse data dal
fatalismo o dall'abitudine: si esortava soprattutto i familiari a non lasciarsi andare al dolore, cosa
che acquisì ancora più importanza in epoca cristiana. C'era poi anche un aspetto economico da non
sottovalutare, cioè le spese per il rito funebre, che a volte erano coperte dalle associazioni a cui il
defunto aveva aderito.
Ciò che dice di più di questi individui era il modo in cui si identificavano in documenti ufficiali.
Emerge una grande importanza per il riferimento a gruppi a cui appartiene. L'età non era
importante, soprattutto ai livelli più bassi della scala sociale: a volte le persone, nonostante
sapessero la data del loro compleanno, non conoscevano l'anno di nascita e arrotondavano la propria
età alla decina o alla mezza decina. Gli schiavi non erano numerosi in Egitto, ma la loro presenza è
certa: essi venivano impiegati in casa, nei lavori domestici, mentre non sembra venissero impiegati
nell'agricoltura. Lo schiavo non godeva di alcun diritto politico e poteva essere comprato e venduto
a discrezione del padrone. A volte la loro vita non era miserevole: il padrone poteva trattarli come
persone di famiglia, far imparare loro un mestiere, a volte liberarli o lasciare loro parte dell'eredità. I

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matrimoni tra schiavi non erano riconosciuti, ma di fatto avvenivano e in alcuni periodi erano
l'unico modo per mantenere costante il numero di schiavi.
L'uomo libero che volesse cambiare la propria condizione aveva come possibilità la fuga e il
brigantaggio nel deserto; a volte poteva rientrare poi nella comunità entrando in monastero. Un'altra
possibilità era la vita ascetica. Poteva anche aspirare alla promozione e intraprendere una carriera
ufficiale, che poteva portarlo, come nel caso degli Apioni, alle più alte cariche; oppure ancora
poteva diventare un artista o un atleta, cosa che dava notorietà e fama.

La popolazione della valle e del delta del Nilo si concentrava in poche città di grandi dimensioni e
in molti piccoli villaggi. Anche se la maggior parte delle informazioni riguardano l'epoca romana,
possiamo stimare che esistessero 30-40 capitali di provincia di notevoli dimensioni (intorno ai
30mila abitanti): alla fine del III secolo, solo le due città di Ossirinco ed Ermopoli contavano 1,2
milioni di abitanti. Tutti le altre persone abitavano nei villaggi, che potevano andare da quelli di
grandi dimensioni come Karanis (4mila abitanti) a quelli più piccoli, con poche centinaia di
residenti. A parte gravi eventi come delle pestilenze, la popolazione di un villaggio non cambiava
moltissimo nel corso del tempo (a parte quelli del Fayum, che si spopolarono dal II secolo d.C.). i
villaggi facevano capo per fini fiscali a una metropoli, ma non ne erano dipendenti.
È difficile ricostruire l'aspetto di queste antiche città perché gli scavi archeologici non sono ancora
stati esaurienti da questo punto di vista, ma ce ne si può fare un'idea generale. La grande città di
Ossirinco, a 200 km a sud dell'apice del delta, misurava 2 km in lunghezza e 800 m in larghezza ed
era circondata da una cinta muraria, nella quale si aprivano 5 porte. La sua pianta non era studiata
come quella di città più recenti, ma gli edifici dominavano la scena. Numerosissimi erano i templi
risalenti a ogni epoca: il più importante era quello di Serapide, che racchiudeva anche edifici
minori sia legati al culto sia di genere diverso (botteghe, mercati, ecc.). Serapide era una delle
principali divinità dell'Egitto, ma poteva non essere quella maggiormente adorata nella città (a
Ermopoli, per esempio, la divinità maggiore era Thoth). Altri edifici pubblici che potevano essere
presenti erano il ginnasio, dove i giovani della classe più elevata allenavano corpo e spirito, e le
terme (a Ossirinco ce n'erano 3); per rifornire questi edifici di acqua corrente si faceva ricorso a
diversi sistemi che portavano l'acqua dal Bahr Yusuf, vicino alla città. Importanti erano poi gli
spettacoli pubblici: Ossirinco possedeva un teatro che ospitava 11mila spettatori, dove potevano
avvenire esibizioni atletiche, musicali, artistiche, di mimi e di poeti. Nel VI secolo a Ossirinco fu
costruito un ippodromo, il cui mantenimento era a carico dello stato, per le esibizioni degli aurighi:
questo era un divertimento molto comune per la folla.
Nei villaggi gli edifici pubblici principali erano presenti in dimensioni minori (dipendenti dalla
dimensione dello stesso villaggio). Qui si conservarono più a lungo i culti degli dei autoctoni: a
Karanis e a Socnopaios Nesos importantissimi erano i templi dedicati alle diverse manifestazioni
del dio coccodrillo. A Dionysias erano presenti grandi bagni pubblici e una caserma, mentre a
Karanis c'erano degli enormi granai che raccoglievano i prodotti agricoli dalla campagna, dove
venivano catalogati. Per quanto riguarda i divertimenti, gli abitanti del villaggio erano costretti a
spostarsi nelle città più grandi, dove venivano ospitati per esempio nei templi. In epoca romana,
però, non si badava a spese pur di far venire qualche importante artista nei villaggi per rompere la
routine. La crescita graduale delle città non permetteva il rispetto di un piano urbanistico preciso;
spesso i quartieri si ingrandivano “specializzandosi” in diverse funzioni o mestieri. Anche per
quanto riguarda le abitazioni non ci sono certezze se non per l'epoca romana; in generale, gli
immigrati greci dopo la conquista macedone portarono la loro architettura, con un cortile su cui si
aprivano i due ambienti principali, soppiantando a poco a poco le case preesistenti. La tipologia
locale, visibile in alcuni villaggi di epoca romana, prevedeva invece uno spazio aperto su cui si
affacciavano tutte le stanze. La maggior parte delle persone dei villaggi e delle città trascorreva la

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propria vita in alloggi modesti; spesso un nucleo abitativo, anche se abbastanza ampio, ospitava più
famiglia ed era in uso la pratica di affittare una parte dell'abitazione. In periodi di crisi, poi, sembra
che la popolazione tendesse a concentrarsi maggiormente in una zona, stringendosi ulteriormente.
Nei periodi di prosperità, invece, le case tendevano a crescere verticalmente per fare in modo che
gli abitanti rimassero vicini e per non togliere spazio alle colture. Delle case di città si sa poco, ma
verosimilmente erano costruite come tipiche domus romane.
Gli scavi archeologici rivelano che per le abitazioni private si utilizzava la pratica di costruire sulle
fondamenta di edifici crollati. Le abitazioni più modeste erano fatte di mattoni d'argilla e paglia,
riunite in insulae con molte unità abitative, ciascuna delle quali però era piuttosto piccola (ca 60
mq); l'uso della pietra era raro per il costo del materiale. Frequente era l'uso del legno, che però
aumentava i rischi di grandi incendi. Le case più lussuose possedevano due o tre piani con
pavimenti battuti, pareti intonacate e a volte decorate e nicchie per riporre gli oggetti. La maggior
parte delle case aveva un cortile in cui si svolgevano importanti attività domestiche, come
l'allevamento di animali e la cottura del pane nel forno. Importanti erano anche le colombaie, in
quanto i piccioni erano un'importante fonte di sostentamento e di concime. L'alimentazione della
popolazione era costituita soprattutto da cereali e verdure bollite, a volte da lenticchie e fagioli;
salendo la scala sociale, si potevano trovare anche altri prodotti come carne, latte, birra e formaggi.
Anche se il cibo non scarseggiava, la qualità della vita era peggiorata dalle frequenti malattie
(l'assistenza medica non era ovviamente contemplata). La medicina era ritenuta ancora una pratica
semi-magica risalente ai tempi antichissimi della dinastia faraonica; l'arrivo della medicina più
razionale greca e poi romana portò qualche beneficio alle élites della città, ma non nei villaggi. I
beni di proprietà delle famiglie sono impossibili da quantificare: se un uomo ricco come Zenone
poteva permettersi un ampio guardaroba, altrove si trovano solo oggetti più poveri e di uso comune,
come attrezzi in legno, pentole e bottiglie, qualche giocattolo. Ce ne si può fare un'idea dai
ritrovamenti nelle abitazioni dei villaggi del Fayum, che venivano abbandonate in gran fretta
insieme agli oggetti non strettamente necessari.
È difficile dire quanto le persone effettivamente si spostassero. Sicuramente la maggior parte della
popolazione non si spostava dal proprio villaggio di nascita; gli altri avevano poche vie per farlo
(lungo il Nilo e i canali da esso ricavati o a piedi, con l'ausilio di qualche animale). La rete stradale
collegava bene le maggiori città, ma durante le piene era spesso impraticabile. Molti spostamenti
avvenivano dalla città alla provincia da parte dei proprietari che avevano là i loro terreni oppure da
chi offriva servizi utili alla campagna (artisti, macchinari...). Gli spostamenti opposti avvenivano
soprattutto per motivi amministrativi, dal momento che i funzionari risiedevano nelle metropoli; le
persone potevano risiedervi anche per alcuni mesi. Altri tipi di spostamenti erano poi quelli legati
alle professioni, per esempio operai che prestavano la propria opera a villaggi vicini. In generale
però la vicinanza familiare e i meccanismi dell'eredità, insieme alle misure prese dal II secolo per
legare le persone al loro distretto natale, scoraggiavano grandi spostamenti. Diversi sono i viaggi
lunghi, compiuti solitamente da intere famiglie per trasferirsi in luoghi con condizioni di vita più
favorevoli (es. alla fondazione di Antinoopoli). Altri viaggi vengono compiuti dai ricchi cittadini di
Alessandria, che spesso possedevano tenute lungo il corso del Nilo ma non vi risiedevano
abitualmente: potevano essere cittadini originari della capitale oppure della campagna, trasferiti ad
Alessandria dopo l'ottenimento della cittadinanza. Molti poi soggiornavano nella capitale per lunghi
periodi per affari, studio o piacere. I viaggi oltre i confini erano invee riservati ai ricchi funzionari
amministrativi o, al più, agli immigrati greci che mantenevano un contatto con la madrepatria. In
epoca bizantina la meta principale era Costantinopoli, raggiunta anche da patriarchi e vescovi. Per
le persone umili simili viaggi erano praticamente impossibili: per lasciare l'Egitto, al tempo dei
Tolomei e dei romani, era necessario un salvacondotto. Più frequenti erano gli spostamenti dei
militari all'estero.

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Le lingue più usate in Egitto tra l'arrivo dei macedoni e quello degli arabi erano il greco, l'egizio e,
in misura minore, il latino. L'egizio era conosciuto nelle sue diverse forme: il demotico conosce
una notevole diffusione durante il periodo tolemaico e viene abbandonato nel I secolo d.C.; il
geroglifico, impiegato soprattutto in ambito cerimoniale e religioso, viene impiegato a lungo
(l'ultima testimonianza è del 394); simile il destino dello ieratico, usato per le scritture nei templi; il
copto, infine, la lingua egizia scritta in caratteri greci, viene usato dalla Chiesa cristiana dal III
secolo per comunicare con le masse. Il latino subisce un incremento nell'uso a partire dall'epoca di
Diocleziano.
Queste lingue sono rappresentate da documenti d'affari, corrispondenza privata e opere letterarie e
sempre domina il greco; il latino è impiegato soprattutto in ambito militare, mentre il demotico
conosce una larga diffusione nei testi documentari. Per quanto riguarda la lingua parlata,
possediamo ovviamente scarse testimonianze. Sicuramente alcuni egizi non conoscevano il greco,
ma molti lo impararono per convenienza. I greci di norma non conoscevano l'egizio, eccetto quando
imparavano a scriverlo per necessità o, più probabilmente, ne imparavano qualche parola. Molto
frequente il caso di bilinguismo greco-egizio, meno diffusa la conoscenza del latino. La valutazione
del livello di alfabetizzazione è piuttosto complessa. Sicuramente si tratta di un numero non molto
grande di persone e sicuramente si sapeva leggere e scrivere più nelle città che nei villaggi: in molti
documenti si trova scritto che “X scrisse in mia vece, poiché io non so scrivere”. I greci, però,
tendevano a classificare come “analfabete” tutte le persone che non sapessero leggere e scrivere
greco, cosa che impediva l'accesso a molte cariche pubbliche. Le donne erano meno alfabetizzate
degli uomini e saper leggere e scrivere era qualcosa di cui ci si poteva vantare. Un'ulteriore
complicazione deriva dal fatto che alcune persone erano probabilmente semi-analfabete, in quanto
dicono di se stesse di saper leggere e scrivere “con difficoltà”. Tutti costoro erano costretti a
ricorrere a scribi professionisti oppure all'aiuto di parenti e amici alfabetizzati, a costo di imbrogli.
È importante considerare il livello di cultura raggiunto da chi era alfabetizzato. Alessandria fu il
centro in cui si conservò la cultura ellenica: qui uno studente, dopo aver frequentato le scuole nel
proprio villaggio, poteva studiare con i migliori maestri. Il funzionamento delle scuole dei villaggi è
testimoniato dal ritrovamento di alcuni papiri contenenti esercizi scolastici. Generalmente le scuole
erano private, anche se molte capitali dei distretti si vantano di aver istituito un “maestro pubblico”.
L'istruzione non era riservata solo ai figli di cittadini liberi: si poteva mandare a scuola anche un
giovane schiavo per fini pratici. Con l'avvento del cristianesimo, poi, sarà la Chiesa a farsi carico
dell'istruzione, insegnando sia greco che copto e utilizzando come base le Sacre Scritture.
L'arrivo dei greci non relegò la lingua egizia ai villaggi o alle città più “tradizionali” come Menfi:
durante tutto il periodo tolemaico numerosi sono i documenti quotidiani scritti in demotico ed è
probabile che chi sapeva leggere sapesse sia greco che demotico. Nel III secolo l'uso del demotico
era diventato evidentemente meno comune se la Chiesa ritiene opportuno trascrivere la lingua
egizia con caratteri greci. La corrispondenza privata delle persone non rivela molto della loro
mentalità: sono rare le considerazioni personali o i riferimenti all'attualità, tanto che si è stati
tentanti di concludere che le persone non ragionassero in modo complesso. Non bisogna però
dimenticare che la consegna della corrispondenza non era un'operazione semplice né era garantita:
le persone, quindi, si limitavano a scriversi per scopi pratici quando non ne potevano fare a meno.
Più particolari sono le lettere che parlano di opere letterarie e che ci rivelano che a Ossirinco e
Karanis c'erano delle copisterie.
Le opere letterarie appartenenti a questo millennio ritrovate nei papiri riguardano un altissimo
numero di autori. Il più letto è di gran lunga Omero, seguito dai tragici e dai comici della
commedia Nuova, dagli oratori, dai filosofi e dagli storici. Moltissimi sono i romanzi, le novelle, le
poesie d'amore e la manualistica in campo amoroso. Ateneo di Naucrati era uno dei personaggi colti

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che leggeva tutte queste opere e che raccolse una serie di opere e detti in un'opera immensa. Ancora
nel IV e nel V secolo c'erano in alcune città dei fiorenti circoli di lettori e autori pagani, come
Panopoli, in cui forse la cultura era una tradizione già di epoca classica. La letteratura latina è meno
rappresentata, ma i personaggi più colti dimostrano di conoscere Virgilio, Cicerone, Giovenale,
Livio e Lucano. La letteratura indigena è invece rappresentata da un gran numero di romanzi
sentimentali, generalmente ambientati nella corte faraonica, e da “testi di insegnamento”, cioè
raccolte di massime e detti proverbiali. Le opere in demotico furono copiate fino all'ultimo periodo
tolemaico o al primo periodo imperiale; durante il II e III secolo furono spesso tradotte in greco,
segno che le persone ormai di preferenza utilizzavano questa lingua. La letteratura copta non
cristiana, per quanto esigua, presenta elementi che fondono queste due componenti; è comunque
accertato che già dal periodo tolemaico la letteratura demotica prendeva temi e forme da quella
greca.

6. Dei, templi e Chiese

L'aspetto religioso dell'Egitto non può essere tenuto del tutto separato da quello “secolare”.
Importate: durante il millennio considerato vi furono dei cambiamenti, ma ogni caratteristica nuova
si adattava e veniva inglobata dagli elementi preesistenti. È importante capire in che modo i diversi
elementi – indigeno, greco e romano – si sono giustapposti o sovrapposti, mantenendo la propria
identità a seconda delle diverse aree: è in conseguenza di questo amalgama che il cristianesimo
egizio assumerà caratteri particolari, diversi da quello degli altri stati.
La gamma di istituzioni e pratiche religiose dell'Egitto è amplissimo. Al vertice della piramide vi
sono i governanti che si sono susseguiti, immergendosi o meno nelle tradizioni religiose del paese:
Alessandro Magno, che viene salutato come figlio di Amon, Tolomeo II, che istituisce il culto di se
stesso e della sorella/moglie Arsinoe, gli imperatori romani. Alla base della piramide vi sono tutte le
forme di superstizione: amuleti e statuine portafortuna, invocazioni agli dei, incantesimi e
maledizioni. Nel mezzo ci sono tutti i culti più antichi che trovano posto soprattutto nei villaggi,
come quello del dio coccodrillo Sobek.

È importante rendersi conto di come i greci interpretavano la religione egizia perché questo influì
enormemente su come il paese venne modellato dai dominatori nelle epoche successive a quella
faraonica. A livello più formale, il culto è dominato dai grandi templi delle divinità tradizionali che,
anche se generalmente si pensa il contrario, risalgono per la maggior parte al periodo tolemaico e
romano; a Karnak, per esempio, vennero eseguite nel periodo tolemaico rilevanti aggiunte al grande
tempio di Amon e a Luxor, sempre in un tempio di Amon, si trovano raffigurazioni di sovrani che
non sono i faraoni egizi, ma i re macedoni e gli imperatori romani (fino a Decio). Fin dai primissimi
anni del loro regno, i Tolomei si impegnarono nella conservazione delle istituzioni religiose
tradizionali: il decreto di Canopo del 238 a.C. emanato da Tolomeo III sottolinea che il re ha
restituito ai templi le ricchezze portate via dai persiani, annuncia benefici per i sacerdoti e impone
di chiamare i sovrani “dei benefattori”. La religione tradizionale accettò i nuovi dominatori senza
troppi problemi; contemporaneamente, però, nacquero nuovi santuari dedicati al culto dei sovrani
(es. tempio di Arsinoe II a Teadelfeia, tempio di Tolomeo Sotere a Copto). Questi nuovi templi
erano punti di riferimento per gli abitanti greci, che così potevano adottare cariche sacerdotali,
alcune delle quali espressamente riservate a loro (come quelle nelle nuove città di Alessandria e
Tolemaide). Dopo la morte di Arsinoe II nel 270, poi, si cominciò ad adottare la pratica di collocare
statue dei sovrani defunti anche nei templi degli dei tradizionali. C'erano poi dei culti che

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assumevano una dimensione nazionali, come quelli di Amon, Hathor, Anubi, Osiri, Isi e Horo; un
caso particolare riguarda il culto della dea Isi, che prese i connotati di un culto misterico e si diffuse
in tutto il mondo antico, esercitando grande fascino anche per l'identificazione della dea con le
grandi regine egizie come Arsinoe II e Cleopatra VII.
Nei villaggi sopravvivevano forme di culto più particolari e meno influenzate dalla presenza
straniera. In un villaggio, per quanto piccolo, potevano essere presenti anche molti templi diversi:
da quelli per le divinità tradizionali a quelli per divinità elleniche, come Zeus e i Dioscuri.
All'interno dei santuari, oltre al tempio, erano presenti molti altri edifici, alcuni riservati ai sacerdoti
e agli altri ministri del culto, altri per attività più “materiali” come il commercio; sappiamo inoltre
che spesso i santuari erano sede di piccole industrie, ad esempio per la produzioni di birra e prodotti
tessili. Uno dei culti tradizionali più diffusi nei villaggi, soprattutto del Fayum, era quello del dio
Sobek (in greco Souchos), chiamato anche Pnepheros e Petesouchos; la tradizione religiosa lo
metteva in relazione con le forze creatrici primordiali. A Tebtynis sembra vi fossero addirittura
alcuni esemplari di coccodrillo addomesticati da mostrare ai pellegrini-turisti e un pratica molto
comune era quella della mummificazione dei coccodrilli morti (a volte anche dei cuccioli o delle
sole uova). Esempi di mummificazione di animali sacri si trovano in realtà in tutto l'Egitto: a Menfi,
oltre a una necropoli per i tori sacri ad Api, si sono ritrovate mummie di babbuini, falchi, legati al
dio Horo, e ibis. Tali pratiche davano lavoro in abbondanza sia agli allevatori e addestratori sia agli
imbalsamatori. La presenza degli animali era molto importante: in essi si scorgeva un aspetto divino
e questo spiega la continua presenza di statuette di divinità con la testa di animali. Anche in templi
piccoli come quello di Karanis non si escludeva la presenza di più culti contemporaneamente,
soprattutto verso il periodo romano. Con l'aumentare del cosmopolitismo, aumentò anche il numero
dei culti (vennero introdotti quelli greci). Di grande importanza fu il culto del dio Serapide, creato
soprattutto per far assumere al culto egizio una forma che anche i greci potessero comprendere. Il
suo culto ebbe le sedi principali ad Alessandria e Menfi, insieme a quello del toro sacro Api.
La relazione dei greci con la religione egizia ha molti aspetti interessanti, tra questi il fatto che i
greci accettavano senza problemi la “giurisdizione” degli altri dei e consultavano un oracolo come
avrebbero fatto normalmente. Un altro aspetto complesso è l'identificazione degli dei egizi con
quelli greci (es. Zeus-Amon, Apollo-Horo), che non era per nulla fissa e scontata: il medesimo dio
poteva avere in diverse località più identificazioni. Motivo probabilmente sta nel fatto che gli egizi,
a differenza dei greci, non sentivano il bisogno di precisare la natura, le competenze, addirittura il
nome delle divinità; la natura e le caratteristiche di una divinità potevano essere attribuite a un'altra
in certi contesti. Al di là della sovrapposizione si possono poi trovare tracce di culti che hanno
conservato il loro ellenismo, come quello dei Dioscuri a Teadelfia o di Giove Capitolino ad Arsinoe.
Anche gli ebrei conservarono, nonostante le persecuzioni, il loro culto e non vi sono prove che
questa promiscuità creasse imbarazzo o difficoltà. Proprio per questo la tradizione egizia riuscì a
conservarsi per molto tempo senza essere tutto sommato attenuata o assorbita dalle altre; nonostante
questo, a partire dal periodo tolemaico i sacerdoti e i templi videro ridotti di molto il loro potere e le
loro ricchezze rispetto al periodo faraonico. Sotto il regno di Adriano l'amministrazione dei templi
verrà affidata al “sommo sacerdote di Alessandria e di tutto l'Egitto”, che in realtà era un
funzionario di rango equestre; le rendite e il sostentamento di chi viveva nei templi, inoltre, erano
regolati dallo stato attraverso la syntaxis. Nonostante questo, la casta sacerdotale rimarrà sempre
ben distinta all'interno della popolazione e il regolamento degli imperatori ne assorbì le norme.
Durante il periodo romano, lo status dei sacerdoti subì un declino: ricevevano uno stipendio e
furono suddivisi in tribù e in categorie, a seconda del ruolo svolto. Attorno ai santuari ruotava un
numeroso gruppo di persone che svolgevano attività connesse al culto: erano gli hierodouloi
(schiavi sacri), persone che si votavano spontaneamente alla vita dedicata a un culto.
La differenza fondamentale del culto greco era che non esisteva una casta sacerdotale: i ministri del

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culto erano in pratica privati cittadini che ricoprivano una magistratura. Anche il culto degli dei
aveva delle caratteristiche peculiari: il culto della divinità fluviale Nilos, per esempio, era greco
perché apparivano Ninfe e una personificazione dell'Abbondanza. Per il paganesimo greco-egizio
l'esperienza di contatto con la divinità non si riduceva alla frequentazione dei templi: la
manifestazione del dio poteva trovarsi ovunque e il soprannaturale era parte integrante della vita.
Un contesto in cui il rapporto tra uomo e divino ha un ruolo centrale è quello riguardante le pratiche
della morte. Le numerose mummie, risalenti fino al IV secolo, dimostrano la cura profusa da chi se
lo poteva permettere per l'imbalsamazione. Il Libro dei Morti veniva sistematicamente copiato in
epoca tolemaica e le raffigurazioni degli dei egizi legati alla morte, Osiri e Anubi, si trovano in tutte
le tombe, perfino quelle di ambiente greco; al contempo però si rileva la presenza dell'elemento
greco.
Molto importante è anche la testimonianza offerta dall'onomastica e dalle formule usate dalle
persone. Frequentissimi sono in epoca tolemaica i nomi propri che contengono o coincidono con il
nome di un dio; le formule di saluto comuni contengono espressioni come “gli dei ti proteggano”.
Della vita comune facevano parte anche gli amuleti, gli incantesimi, gli oracoli e gli oroscopi, che
erano solo un altro aspetto della religiosità indistinguibile dalla magia. Le divinità potevano essere
tanto buone quanto malvagie: per questo si diffuse un'ampia manualistica riguardante la cura delle
maledizioni, del malocchio, ecc. Alle volte l'impero, che li disapprovava, cercò di frenare queste
manifestazioni con editti, che però si rivelarono efficaci.

Il cristianesimo giunse in Egitto molto presto, sicuramente favorito dalla presenza di una forte
comunità ebraica ad Alessandria. È difficile ricostruirne le vicende iniziali perché le testimonianze
sono piuttosto scarse: forse l'Egitto, abituato da secoli a ricevere gli apporti di altre religioni, non vi
prestò inizialmente attenzione. Le prime persecuzioni iniziarono a metà del III secolo, sotto
l'imperatore Decio, e la Chiesa venne privata di tutti i suoi beni; ma questo non impedì al
cristianesimo di continuare a crescere. Durante la Grande Persecuzione di Diocleziano, sembra che
l'Egitto venne preso particolarmente di mira, forse anche a causa del carattere anticristiano del suo
prefetto. Nonostante il racconto di Eusebio di Cesarea, non sembra però che la persecuzione fosse
così drammatica: le Chiese venivano chiuse e i beni confiscati, ma i cristiani potevano anche evitare
di dichiararsi tali e salvarsi. Dopo l'Editto di Tolleranza del 311 e il successivo riconoscimento
della Chiesa da parte di Costantino, i cristiani acquisirono più sicurezza (cominciarono ad adottare
apertamente dei nomi biblici), ma la religione continuò a crescere gradualmente. È certo che la
religione pagana non scomparve rapidamente, nemmeno quando dal 385 furono i cristiani a
cominciare a perseguitare i pagani; un episodio significativo fu la distruzione del Serapeo di
Alessandria nel 391, pubblicizzata dai cristiani come una grande vittoria. Il paganesimo sopravvisse
fino al V secolo, ma era ormai evidente la superiorità dei cristiani.
Dal IV secolo le città cominciarono a essere dominate dalla mole delle chiese, solitamente piuttosto
modeste oppure insediatesi dentro templi pagani. Questa crescita andò di pari passo con la crescente
gerarchizzazione della Chiesa (a partire da Costantino). Inizialmente al vertice dell'autorità cittadina
era il vescovo, poi gradualmente i vescovi si riunirono sotto l'autorità di un patriarca (quello di
Alessandria). I sacerdoti di grado inferiore venivano nominati dai loro “colleghi”, ma una
fondamentale influenza era esercitata dal patriarca. Le cariche ecclesiastiche rappresentavano per
molti un'attrattiva, non solo perché erano remunerate, ma anche perché i chierici godevano di
esenzioni fiscali.
A partire dal IV secolo si diffuse quell'istituzione per cui il cristianesimo in Egitto si distingue dagli
altri, cioè il monachesimo. Le comunità monastiche devono la loro nascita al desiderio di molti
individui di congregarsi in un luogo desertico attorno a una figura ascetica rinomata; dal 321 si
diffusero i monasteri pacomiani, dei complessi che, anche se autosufficienti, non tagliavano

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qualsiasi rapporto con il mondo. I monaci stessi eleggevano il proprio superiore e questi abati
spesso divennero persone di spicco, in grado di guidare assalti contro i pagani. I monaci potevano
anche vivere in piccole comunità all'interno delle città stesse e si distinguevano dal resto della
popolazione per l'abbigliamento e i comportamenti. A partire da Costantino, l'impero non solo
permise l'esistenza di queste istituzioni, ma concesso loro anche aiuti economici; oltre a questo, il
reddito di Chiese e monasteri proveniva anche dallo sfruttamento e dall'affitto di terreni di loro
proprietà. Parte di questo reddito era poi destinato all'aiuto dei poveri, che andavano a rafforzare la
fiducia e l'ascendente della Chiesa sui poveri.
A partire dal II secolo, i pensatori cristiani più influenti cominciarono a riflettere sull'ortodossia e
sui fondamenti della religione; più avanti, queste riflessioni misero le basi per l'esclusione di quelle
sette considerate eretiche e per le dispute sulla natura di Dio e di Cristo. Il trionfo dell'ortodossia in
Egitto non fu semplice e arrivò solo nel V-VI secolo; nel frattempo il cristianesimo aveva dovuto
combattere contro lo gnosticismo e il manicheismo. Un importante passo fu la traduzione delle
Sacre Scritture in copto, cosa che permise una maggiore diffusione della religione tra gli egizi e
costituì la base per l'affermazione del monofisismo. Ciò che distingueva lo gnosticismo e il
manicheismo dal cristianesimo ortodosso era soprattutto il forte aspetto di dualità: secondo i
manichei, il mondo è governato dalle forze del Bene e del Male e l'uomo possiede in sé entrambe.
Di conseguenza, la Crocifissione di Cristo non è un evento fondamentale, ma solo una
manifestazione della capacità di auto-salvezza dell'uomo. Per gli gnostici, invece, il mondo è
intrinsecamente malvagio e la salvezza poteva essere raggiunta solo tramite la riflessione interiore.

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