Sei sulla pagina 1di 24

I V R A ISSN 0021-3241

R I V I S TA INTERNAZIONALE DI
DIRITTO ROMANO E ANTICO

ESTRATTO DAL VOL. 65 (2017)

[Pubbl. 2017]

VOLUME DEDICATO A CESARE SANFILIPPO


NEL CENTENARIO DELLA NASCITA

EDITORE - JOVENE - NAPOLI


394 NOTE E DISCUSSIONI

Alle origini dei beni comuni

SOMMARIO: 1. La categoria giuridica delle res communes omnium. – 2. Discussioni in me-


rito alla classicità della categoria. – 3. Le origini letterarie e filosofiche delle res
communes omnium. – 4. La riflessione in tema di beni comuni in Cicerone. – 5.
La riflessione in tema di beni comuni in Seneca. – 6. Considerazioni conclusive.

1. La categoria delle res communes omnium, intese come cose che non
appartengono ai privati né a una collettività politica, ma che sono lasciate al
godimento di tutti gli esseri umani1, fa la propria espressa comparsa nel
mondo del diritto, stando alle fonti di cui disponiamo, con il giurista Elio
Marciano2, vissuto tra il II e il III secolo d.C., al quale è attribuito il notissimo
passo riportato nel Digesto3 che ne contiene la definizione e l’elencazione.

1 Anche degli animali secondo O. BEHRENDS, Die allen Lebewesen gemeinsamen

Sachen (‘res communes omnium’) nach dem Glossatoren und dem klassischen römischen
Recht, in Festschrift für H. Lange zum 70. Geburtstag (Stuttgart 1992) 3 ss., ora in Institut
und Prinzip. Ausgewählte Aufsätze, II (Göttingen 2004) 599 ss.
2 Sulla figura di tale giurista v. C. FERRINI, Intorno alle Istituzioni di Marciano, in

Opere, II (Milano 1929) 285 ss.; W.W. BUCKLAND, Marcian, in Studi in onore di S. Ricco-
bono, I (Palermo 1936) 273 ss.; R. ORESTANO, voce Elio Marciano, in NNDI 10 (Torino
1982) 254; L. DE GIOVANNI, Per uno studio delle ‘Institutiones’ di Marciano, in SDHI. 49
(1983) 121 ss.; ID., Giuristi severiani: Elio Marciano (Napoli 1989) 13 ss.; R. LAMBERTINI,
Sull’esordio delle ‘Institutiones’ di Marciano, in SDHI. 61 (1995) 282; T. GIARO, ‘Aelius
Marcianus’, in Der Neue Pauly. Enzyklopädie der Antike, I (Stuttgart-Weimar 1996) 172;
D. LIEBS, Äelius Marcianus. Ein Mittler des römischen Rechts in die hellenistische Welt, in
ZSS. 128 (2011) 46 s.
3 D. 1.8.2 pr-1 (Marcian. 3 inst.): Quaedam naturali iure communia sunt omnium,

quaedam universitatis, quaedam nullius, pleraque singulorum quae variis ex causis cuique
NOTE E DISCUSSIONI 395

Il giurista severiano afferma che alcune cose – specificate nell’aria4,


nell’acqua corrente5, nel mare e, per suo tramite6, nel lido, il quale è in-
adquiruntur. 1: Et quidam naturali iure omnium communia sunt illa: aer, aqua profluens,
et mare, et per hoc litora maris. Per una analitica ricostruzione delle molteplici interpre-
tazioni dottrinali sul passo cfr., da ultimi, J.D. TERRAZAS PONCE, El concepto de “res” en
los juristas romanos, II: las “res communes omnium”, in Revista de Estudios Histórico-Jurí-
dicos (2012) 127 ss.; M. SCHERMAIER, Private Rechte an ‘res communes’?, in ‘Carmina iu-
ris’. Mélanges en l’honneur de M. Humbert, a cura di E. Chevreau, D. Kremer, A. Laquer-
rière-Lacroix (Paris 2012) 694 ss.; D. DURSI, ‘Res communes omnium’. Dalle necessità eco-
nomiche alla disciplina giuridica (Napoli 2017) 21 ss.
4 G. GROSSO, Corso di diritto romano. Le cose (Torino 1941), 100 ss. [ora, con una

«nota di lettura» di Filippo Gallo, disponibile in Rivista di Diritto Romano, 1 (2001)] os-
serva che l’aria a fatica rientra nel concetto di cosa e ritiene che sul punto Marciano si
sia lasciato «trascinare da concezioni extragiuridiche, dalla considerazione di rapporti di
socievolezza, che fanno dire che l’acqua, come il fuoco, non si nega a nessuno»; al con-
trario G. BRANCA, Le cose ‘extra patrimonium humani iuris’. Corso di esegesi del diritto ro-
mano (Bologna 1946) 204 ritiene che «la presenza dell’aria ha anch’essa un’intima ratio
facendo vedere che la communio dev’essere intesa in modo diverso dalla proprietà soli-
dale o parziaria».
5 A. OSSIG, Das römisches Wasserrecht (Leipzig 1898) 47 ss., aveva identificato l’a-

qua profluens con l’acqua piovana, mentre A. PERNICE, Die sogenannten ‘res communes
omnium’, in Festgabe für H. Dernburg (Berlino 1900) 127 ss. e G. SCHERILLO, Lezioni di
diritto romano. Le cose. Parte prima. Concetto di cosa. Cose ‘extra patrimonium’ (Milano
1945) 84, l’avevano intesa in senso generico, come elemento naturale. Successivamente
G. LOMBARDI, Ricerche in tema di ‘ius gentium’ (Milano 1946) 101 e A. DELL’ORO, Le ‘res
communes omnium’ dell’elenco di Marciano e il problema del loro fondamento giuridico, in
Studi Urbinati 31 (1962-1963) 285 ss., l’hanno interpretata come l’acqua che scorre nei
fiumi. Il tema dell’acqua ha suscitato negli ultimi anni un ampio dibattito: cfr. J. PLESCIA,
The Roman Law on Waters, in Index 21 (1993) 433 ss.; G. LOBRANO, Uso dell’acqua e di-
ritto nel Mediterraneo. Uno schema di interpretazione storico-sistematica e ‘de iure con-
dendo’, in Diritto@Storia 3 (2004); M. FIORENTINI, L’acqua da bene economico a ‘res com-
munis omnium’ a bene collettivo, in Analisi giuridica dell’economia, 1 (2010) 59 ss.; F.
VALLOCCHIA, ‘Aqua publica’ e ‘aqua profluens’, in Diritto@Storia, 10 (2011-2012); A.
SCHIAVON, Acqua e diritto romano: ‘invenzione’ di un modello?, in L’acqua e il diritto. Atti
del convegno tenutosi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento (2 feb-
braio 2001), a cura di G. Santucci, A. Simonati, F. Cortese (Trento 2011) 117 ss.; D. CA-
SALINI, Fondamenti per un diritto delle acque dolci (Torino 2014) 7 ss.; CANGELOSI, ‘Pu-
blica’ e ‘communis’. Acqua, mondo romano e beni comuni (Roma 2014) 19 ss.; D. DURSI,
‘Res communes omnium’ cit., 2 ss.
6 «I litora maris partecipano delle condizioni del mare solo attraverso il contatto

con questo: dove esso manchi, i litora maris non seguono più la condizione giuridica del
mare»: così A. DELL’ORO, Le ‘res’ cit., 265; cfr. F. MAROI, Sulla natura giuridica del mare
e delle sue rive in diritto romano, in RISG 62 (1919) 160 ss.; P. MADDALENA, Il diritto del-
396 NOTE E DISCUSSIONI

dispensabile e strumentale all’uso del mare7 – sono comuni8 a tutti, a


prescindere dall’appartenenza o meno alla civitas9; altre cose sono delle
l’uomo alla conservazione e gestione del mare: azione e giurisdizione, in Les zones protégées
en Méditerranée: espaces, espèces et instruments d’application des conventions et protocoles
de la Méditerranée (Actes de colloque, Tunis - Novembre 1993) (Tunis 1995) 251 ss.; M.G.
ZOZ, Fondamenti romanistici del diritto europeo. Aspetti e prospettive di ricerca (Torino
2007) 138.
7 Il lido deve essere aperto a tutti perché il mare è un bene comune, l’accesso al

quale non può essere proibito. Le fonti giuridiche sulla natura del lido del mare presen-
tano molti aspetti contraddittori, in quanto talora affermano che si tratterebbe di res nul-
lius [D. 18.1.51 (Paul. 21 ad ed.)], altre volte ne dichiarano l’appartenenza alle res publi-
cae [D. 41.1.14.1 (Nerat. 5 membr.)]. Sulla questione, v. da ultima C. MASI DORIA, ‘Litus
maris’: définition et controverses, in ‘Riparia’, un patromoine culturel. La gestion intégrée
des bords de l’eau (Oxford 2014) 233 ss., la quale correttamente osserva che per com-
prendere la questione è opportuno adottare un paradigma funzionalista e tenere conto che
«il y a un intérêt général d’accessibilité à la mer pour tous et d’exploitation économique
de ses ressources. C’est à ceux-ci que font référence les textes sur la nature publique ou
commune du bien littoral. Mais dans le même temps, c’est précisément la spécification de
certains intérêts économiques relatifs à des activités qui se tiennent sur le littoral, qui
peut déterminer une utilitas particulière que le système juridique entend protéger» (239);
in senso analogo già B. BIONDI, La condizione giuridica del mare e del ‘litus maris’, in
Studi in onore di S. Perozzi (Palermo 1925) 271 ss.: «siamo in presenza di una di quelle
bizzarre contraddizioni che sono state sempre un vero martirio degli interpreti, i quali
hanno voluto fare il torto ai giuristi classici di ritenere che la complessa realtà giuridica
possa adattarsi esattamente alle rigide categorie che la logica astratta costruisce» (280).
8 Il termine stesso, communis, indica tecnicamente un’appartenenza collettiva, an-

che di natura privata come nel caso del condominio, una cosa in proprietà condivisa, in
comunione tra più persone; «… di cose comuni in diritto romano s’incontrano tre diverse
categorie: le res communes omnium … le res plurium communes, ossiano quelle che ap-
partengono soltanto a due o più persone, per quel tale rapporto che i Romani chiamarono
per eccellenza communio e gli interpreti e i giuristi moderni condominio o comproprietà,
e finalmente le res communes o communio universitatis, siano esse reipublicae o civitatis»:
così C. MANENTI, Concetto della ‘communio’ relativamente alle cose private, alle pubbliche
ed alle ‘communes omnium’, in Filangieri 6-7 (1894) 8.
9 Anche Ulpiano attribuisce la qualifica di communis omnium al mare, al lido e

all’acqua: D. 47.10.13.7 (Ulp. 57 ad ed.): … et quidem mare commune omnium est et li-
tora, sicuti aer, et est saepissime rescriptum non posse quem piscari prohiberi …; D. 8.4.13
pr. (Ulp. 6 opin.): … quamvis mari, quod natura omnibus patet, servitus imponi privata
lege non potest, quia tamen bona fides contractus legem servari venditionis exposcit, perso-
nae possidentium aut in ius eorum succedentium per stipulationis vel venditionis legem obli-
gantur; D. 39.2.24 pr. (Ulp. 81 ad ed.): Fluminum publicorum communis est usus, sicuti
viarum publicarum et litorum. in his igitur publice licet cuilibet aedificare et destruere, dum
tamen hoc sine incommodo cuiusquam fiat …
NOTE E DISCUSSIONI 397

universitates, cioè delle comunità cittadine10, e altre ancora sono res nul-
lius11.
L’uso delle res communes omnium è limitato solamente dal medesimo
diritto attribuito agli altri uomini; esse non sono suscettibili di appropriazione
individuale in via definitiva, né di gestione economica individuale: sono una
via di mezzo tra i beni giuridici e le cose naturali12, perché tutti gli uomini ne
possono trarre utilità, ma nessuno se ne può appropriare in via esclusiva13.
Marciano contrappone poi tutte queste categorie di cose ai beni che
sono in proprietà privata, i quali sono la maggior parte. Non cita le res pu-
blicae, che compaiono invece nel passo parallelo delle Istituzioni giustinia-
nee14 e che, secondo alcuni autori, sarebbero sparite dal testo del Digesto
per la svista di un amanuense15 ovvero per una scelta deliberata dei compi-

10 Cfr. D. 50.16.15 (Ulp. 10 ad ed.): Bona civitatis abusive ‘publica’ dicta sunt:

sola enim ea publica sunt, quae populi Romani sunt.


11 Secondo F. VASSALLI, Premesse storiche alla interpretazione della nuova legge

sulle acque pubbliche, in Studi giuridici, II (Milano 1960) 20, già in Acque e trasporti, I.1
(1917) nelle res nullius Marciano avrebbe ricompreso anche le res publicae; secondo P.
MADDALENA, I beni comuni nel diritto romano: qualche valida idea per gli studiosi odierni,
in SDHI. 79 (2013) 1065, invece, la categoria delle res nullius sarebbe stata aggiunta in
epoca postclassica.
12 «Anche il bene semplicemente utile era giuridicamente rilevante (iure natu-

rali), ancorché privo del carattere della patrimonialità (requisito ulteriore richiesto dal ius
civile): così L. SOLIDORO MARUOTTI, La tutela dell’ambiente nella sua evoluzione storica.
L’esperienza del mondo antico (Torino 2009) 107, che si basa sulla distinzione prospettata
da Ulpiano in D. 50.16.49 (59 ad ed.): ‘Bonorum’ appellatio aut naturalis aut civilis est.
naturaliter bona ex eo dicuntur, quod beant, hoc est beatos faciunt: beare est prodesse. in
bonis autem nostris computari sciendum est non solum, quae dominii nostri sunt, sed et si
bona fide a nobis possideantur vel superficiaria sint. aeque bonis adnumerabitur etiam, si
quid est in actionibus petitionibus persecutionibus: nam haec omnia in bonis esse videntur.
13 V. G. GROSSO, Corso cit., 99 s. «Possiamo occupare parzialmente le res commu-

nes omnium, appropriarcene alcune particelle, ma si tratta di particelle così piccole da


essere praticamente trascurabili»: così V. SCIALOJA, Teoria della proprietà nel diritto ro-
mano, I (Roma 1928) 127 s.
14 I. 2.1 pr-1: … quaedam enim naturali iure communia sunt omnium, quaedam

publica, quaedam universitatis, quaedam nullius, pleraque singulorum, quae variis ex cau-
sis cuique adquiruntur, sicut ex subiectis apparebit. 1 Et quidem naturali iure communia
sunt omnium haec: aer et aqua profluens et mare et per hoc litora maris. …
15 Cfr. G. GROSSO, Corso cit., 92 s.; G. LOMBARDI, Ricerche cit., 94; G. BRANCA, Le

cose cit., 205; M.G. ZOZ, Riflessioni in tema di ‘res publicae’ (Torino 1999) 40; F. SINI, Per-
sone e cose: ‘res communes omnium’. Prospettive sistematiche tra diritto romano e tradizione
398 NOTE E DISCUSSIONI

latori, che forse ritenevano già trattato esaustivamente l’argomento nel prece-
dente frammento D. 1.8.1 pr. (Gai. 2 inst.)16.
L’individuazione di tale apposita categoria si fonda sullo ius naturale,
ossia sull’idea di un diritto comune a tutti i popoli, concetto che consentì ai
giuristi romani di considerare l’umanità stessa come soggetto collettivo, al
pari del populus e delle comunità cittadine17.

2. In passato soltanto pochi interpreti18 hanno ritenuto che la catego-


ria delle res communes omnium si potesse considerare patrimonio del diritto
classico. Seguendo Mommsen, che la definì senza capo né coda19, la critica
interpolazionistica affermò che essa sarebbe stata introdotta soltanto in epoca
giustinianea20, mentre per altra parte della dottrina essa sarebbe stata un’in-
venzione di Marciano21, influenzato dal pensiero filosofico22. Vi è anche chi

romanistica, in Diritto@Storia, 7 (2008); M. FIORENTINI, L’acqua cit., 43; P. MADDALENA, I


beni cit., 1064. Per P. BONFANTE, Corso di diritto romano, II, La proprietà, 1 (rist. Milano
1966) 54 ss. Marciano avrebbe identificato le res communes omnium con le res publicae.
16 In questo senso D. DURSI, ‘Res communes omnium’ cit., 7 ss.
17 Secondo alcuni autori, invece, Marciano intendeva soltanto dire che «si trattava

di res le quali erano communes omnium per la loro stessa natura»: così P. BONFANTE, Corso
cit., 52.
18 Cfr. B. BIONDI, La condizione cit., 278 s.; V. SCIALOJA, Teoria cit., 126 ss.; G.

BRANCA, Le cose cit., 201 ss. (il quale però ritiene che sia stata aggiunta la menzione del-
l’acqua); GROSSO, Corso cit., 98 ss.
19 TH. MOMMSEN, Sopra un’iscrizione scoperta in Frisia, in BIDR. 2 (1889) 131.
20 S. PEROZZI, Istituzioni di diritto romano I (Firenze 1906) 596 ss.; V. ARANGIO-

RUIZ, Istituzioni di diritto romano I (Napoli 1921) 171; U. ROBBE, La differenza sostanziale
fra ‘res nullius’ e ‘res nullius in bonis’ e la distinzione delle ‘res’ pseudo-marcianea ‘che non
ha né capo né coda’ I (Milano 1979) 104 ss.; ID., La non classicità delle ‘res communes
omnium’, in Studi in onore di A. Arena IV (Padova 1981) 2157 ss. Secondo alcuni autori
la categoria sarebbe ascrivibile a Marciano, ma i giustinianei la avrebbero ampliata, in
particolare E. COSTA, Le acque nel diritto romano (Bologna 1919) 111 ss. ritiene che vi
abbiano aggiunto il lido del mare.
21 P. BONFANTE, Corso cit., 54 ss.; G. LOMBARDI, Sul concetto di ‘ius gentium’

(Roma 1947) 156.


22 Secondo Alfred Pernice (Die Sogenannten ‘res’ cit., 8 ss.) Marciano sarebbe

stato suggestionato dalla filosofia stoica, in base alla quale tutto è corporale e quindi non
si potrebbe neppure ammettere una distinzione tra cose corporali e cose incorporali. Le
res communes omnium sarebbero derivate dai quattro elementi naturali, ridotti soltanto al-
l’aria e all’acqua, perché la terra, pur essendo anch’essa inizialmente indivisa, era in se-
guito stata fatta oggetto di appropriazione privata, e il fuoco coinciderebbe con lo stesso
pneuma che unifica tutte le cose; in alternativa lo studioso immagina che l’esclusione del
NOTE E DISCUSSIONI 399

l’ha ritenuta una categoria non giuridica perché ricomprende elementi etero-
genei23.
In realtà, alcuni accenni al concetto di beni comuni a tutta l’umanità
si trovano in giuristi precedenti a Marciano, come Nerazio Prisco, che già
verso la fine del I secolo d.C. conosce delle cose che primum a natura pro-
dita sunt et in nullius adhuc dominium pervenerunt, tra le quali considera in-
nanzitutto il lido del mare24: egli le chiama cose pubbliche, ma precisa su-
bito che il termine in questo caso non fa riferimento a beni che sono nel pa-
trimonio del popolo, ma piuttosto a cose che sono comuni a tutti gli uomini,
analogamente ai pesci e alla selvaggina25.
Del resto, il concetto di ‘pubblico’26 si specificava in due categorie di
27
beni : alle res in pecunia populi, beni ‘patrimoniali dello stato’ che circola-

fuoco sia stata dettata da ragioni pratiche, in quanto esso si differenzia dalla terra e dal-
l’aria non essendo oggetto di appropriazione privata e potendo essere creato da chiunque.
Cfr. P. SOKOLOWSKI, Die Philosophie im Privatrecht, I, Sachbegriff und Körper in der klas-
sischen Jurisprudenz und der moderner Gesetzgebung (Halle 1907) 43 ss.
23 «Qualsiasi raggruppamento può essere legittimo solo se gli altri che lo com-

pongono abbiano qualche carattere comune, cosa che qui … non può dirsi. In realtà si
tratta di una categoria sociale, non di una categoria giuridica»: così G. SCHERILLO, Lezioni
cit., 87; cfr. G. GROSSO, Corso cit., 113.
24 D. 41.1.14 pr. (Nerat. 5 membr.): Quod in litore quis aedificaverit, eius erit: nam

litora publica non ita sunt, ut ea, quae in patrimonio sunt populi, sed ut ea, quae primum a
natura prodita sunt et in nullius adhuc dominium pervenerunt: nec dissimilis condicio eorum
est atque piscium et ferarum, quae simul atque adprehensae sunt, sine dubio eius, in cuius
potestatem pervenerunt, dominii fiunt. Cfr. L. SOLIDORO MARUOTTI, La tutela cit., 108.
25 Concezione non dissimile dell’idea di cosa pubblica si intravvede nell’osserva-

zione fatta da Aristone secondo la quale sicut id, quod in mare aedificatum sit, fieret pri-
vatum, ita quod mari occupatum sit, fieri publicum [D. 1.8.10 (Pomp. 6 ex Plaut.)]. «Ari-
stone guarda alla condizione giuridica del mare con la stessa prospettiva che sarà di Mar-
ciano. La pubblicità del mare appare qui sinonimo di res nullius occupabile che, con
l’occupazione, è sottratta momentaneamente agli usi comuni»: così M. FIORENTINI, Fiumi
e mari nell’esperienza giuridica romana. Profili di tutela processuale e inquadramento si-
stematico (Milano 2003) 451 s.
26 Sul binomio pubblico-privato cfr. M. KASER, ‘Ius publicum’ und ‘ius privatum’,

in ZSS. 103 (1986) 6 ss.; G. NOCERA, Il binomio pubblico-privato nella storia del diritto
(Napoli 1989) 171 ss.; L. CAPOGROSSI COLOGNESI, Spazio privato e spazio pubblico, in La
forma della città e del territorio. Esperienze metodologiche e risultati a confronto. Atti S.
Maria Capua Vetere 27-28 novembre 1998, a cura di L. Quilici, S. Quilici Gigli (Roma
1999) 17 ss., ora in L. CAPOGROSSI COLOGNESI, Scritti scelti I (Napoli 2010) 501 ss.
27 Cfr. R. ORESTANO, Il ‘problema delle persone giuridiche’ in diritto romano I (To-

rino 1968) 300 ss.


400 NOTE E DISCUSSIONI

vano in modo analogo alle cose in proprietà dei privati, si contrapponevano le


res in publico usu, destinate a soddisfare in modo diretto i bisogni di tutti, e
quindi non commerciabili, tra le quali erano comprese le vie, le piazze, i fori,
i mercati, i teatri, i porti, i lidi del mare28, i fiumi perenni. Più in generale,
«publicus e communis possono in molti casi usarsi promiscuamente» e ciò
«deve renderci cauti nell’interpretazione dei testi e indurci a non porre troppo
rigorosamente a base dei nostri ragionamenti le parole usate nei testi»29.
Il mare non rientrava tra le res in publico usu, perché non poteva con-
siderarsi in alcun modo di pertinenza del popolo romano; i giuristi classici si
limitavano a sottolineare che esso è commune omnium, che natura omnibus
patet, che il suo uso è communis hominibus30. In tal modo si esprimeva già
Celso, secondo il quale l’uso del mare, come anche quello dell’aria, è co-
mune a tutti gli uomini31: «che talune res siano a disposizione di tutta la co-
munità umana … è affermazione che sembra porsi come corollario del prin-
cipio per cui talune res, in quanto originariamente apprestate dalla natura,
non possono ritenersi appannaggio, non solo dei privati, ma neppure della
singola comunità»32. Celso ne trae poi la conseguenza che i pescatori diven-

28 «… Non è strano che la giurisprudenza, o almeno alcuni giuristi, tenendo con-


tro di alcune peculiarità nel regime del mare e del lido, li abbia contrapposti alle altre
cose pubbliche, per le quali le accennate peculiarità non avevano luogo, fino a farne un
gruppo a parte, di cui si potrà anche aver voluto cercare una giustificazione in un’appar-
tenenza a tutti gli uomini in quanto tali. È necessario tener presente questo lavorio della
giurisprudenza, perché spiega le oscillazioni dei testi, sia nella terminologia che nel re-
gime giuridico»: così G. SCHERILLO, Lezioni cit., 73. Cfr., da ultimi, M. SCHERMAIER, Pri-
vate Rechte an ‘res communes’? cit., 694 ss.; A. ALEMÁN MONTERREAL, La problemática del
‘litus maris’ en derecho romano y su pervivencia, in AFDUC 17 (2013) 553 ss.
29 Così V. SCIALOJA, Teoria cit., 130; cfr. già F. VASSALLI, Sul rapporto fra le ‘res

publicae’ e le ‘res fiscales’ in diritto romano, in St. Sen. 25 (1908) 74 ss., ora in Studi giu-
ridici II (Milano 1960) 13 ss. Nello stesso senso, da ultimo, A. SCHIAVON, Storia cit., 623.
30 Cfr. G. LOMBARDI, Sul concetto cit., 155.
31 D. 43.8.3.1 (Cels. 39 dig.): Maris communem usum omnibus hominibus, ut ae-

ris, iactasque in id pilas eius esse qui iecerit: sed id concedendum non esse, si deterior lito-
ris marisve usus eo modo futurus sit. Cfr. L. DEBRAY, Les doctrines de Celsus sur les ‘res
communes omnium’, et la composition du livre 39 de ses ‘Digesta’, in Annuario dell’Istituto
di storia del diritto romano dell’Università di Catania 15-16 (1925) 187 ss.
32 N. DE MARCO, I ‘loci publici’ dal I al III secolo: le identificazioni dottrinali, il

ruolo dell’’usus’, gli strumenti di tutela (Napoli 2004) 54; in senso analogo cfr. già G.
SCHERILLO, Lezioni cit., 77. P. CERAMI, La concezione celsina del ‘ius’. Presupposti culturali
ed implicazioni metodologiche in AUPA. 38 (1985) 209, nt. 412, osserva che nel contesto
NOTE E DISCUSSIONI 401

gono proprietari di ciò che raccolgono con le reti, salvo essere tenuti a pre-
venire i disagi alla navigazione che possono essere causati dalla loro attività
ed essere obbligati a risarcire eventuali danni.
Pure Pomponio si riferisce al lido e al mare con il termine publicus ed
è interessante osservare come egli ammetta l’autodifesa privata per il caso in
cui l’inizio di una costruzione su tali beni porti incommodum ad altre per-
sone33.
Valorizzando questi dati, alcuni studiosi ritengono che Marciano
avrebbe ricavato la categoria delle res communes omnium traendola da uno
sviluppo giurisprudenziale venutosi maturando nel secolo precedente: «i giu-
risti romani avevano intrapreso ad elaborare categorie di res, il cui inquadra-
mento era particolarmente difficile nelle categorie fino ad allora costituite e
perciò tentarono, più o meno decisamente, di dar vita ad un nuovo concetto:
il primo a pervenire a un risultato concreto ben definito è stato Marciano»34.
In tempi più recenti sembra essersi consolidata l’opinione per cui
Marciano si sarebbe limitato a dare una veste formale a una categoria che già
circolava nella riflessione giurisprudenziale35, attribuendole un nome nuovo

del discorso originario Celso imputava i litora «non già in funzione della loro apparte-
nenza patrimoniale (res in pecunia populi), bensì in funzione della loro appartenenza poli-
tica (imperium) al populus Romanus».
33 D. 41.1.50 (Pomp. 6 ex Plaut.): Quamvis quod in litore publico vel in mari ex-

struxerimus, nostrum fiat, tamen decretum praetoris adhibendum est, ut id facere liceat:
immo etiam manu prohibendus est, si cum incommodo ceterorum id faciat: nam civilem
eum actionem de faciendo nullam habere non dubito. In particolare sul problema della tu-
tela v. A. DI PORTO, La tutela della ‘salubritas’ fra editto e giurisprudenza, I. Il ruolo di
Labeone (Milano 1990); A. DI PORTO, Interdetti popolari e tutela delle ‘res in usu publico’,
in Diritto e processo nella esperienza romana. Atti del Seminario torinese (4-5 dicembre
1991) in memoria di G. Provera (Napoli 1994) 481 ss.
34 Così A. DELL’ORO, Le ‘res’ cit., 251 ss.; cfr. G. SCHERILLO, Lezioni cit., 71.
35 «La nozione di res communes omnium, con il connesso regime giuridico, non si

è formata d’improvviso nella mente di Marciano (o di chiunque altro), ma è il frutto di un


lungo processo di raffinamento concettuale, alla cui sommità si trova Marciano solo per-
ché egli visse la fase finale della vicenda storica della giurisprudenza romana come
scienza»: così M. FIORENTINI, L’acqua cit., 45; nello stesso senso G. GROSSO, Corso cit.,
112; A. DELL’ORO, Le ‘res’ cit., 253; M.G. ZOZ, Riflessioni cit., 63; P. MADDALENA, I beni
cit., 1067 ss.; M. GIAGNORIO, Il contributo del ‘civis’ nella tutela delle ‘res in publico usu’,
in Teoria e storia del diritto privato 6 (2013) 11; V. MANNINO, Il «bene comune»: tra prece-
dente storico e attualità, in ‘Civitas et civilitas’. Studi in onore di F. Guizzi, II, a cura di A.
Palma (Torino 2013) 51 s.; D. DURSI, ‘Res communes omnium’ cit., 144 ss.
402 NOTE E DISCUSSIONI

che non creasse ambiguità con le res publicae36, in relazione alle quali l’ori-
ginario riferimento al populus Romanus nel contesto socio-politico dell’ultimo
Principato poteva ormai risultare incongruo37.

3. Si è scritto spesso che Marciano sarebbe stato influenzato da con-


cezioni filosofiche per la sua classificazione delle cose38; sappiamo che era
un giurista colto perché nelle sue opere si trovano molteplici allusioni lette-
rarie e filosofiche39, oltre a innumerevoli citazioni di rescritti imperiali40.
In effetti, i testi letterari che fanno riferimento a risorse considerate
beni comuni a tutto il genere umano sono molteplici, e spesso sono state se-
gnalate dagli studiosi, senza essere però mai analizzate nel dettaglio41. Ri-

36 Secondo F. VALLOCCHIA, ‘Aqua’ cit., la creazione della categoria sarebbe stata


una «risposta, da una prospettiva giuridica, all’affermata politica di concessioni di res
publicae … Questa categoria non si ergeva a negazione di tale politica, ma si poneva
come una limitazione, in quanto vi sono res che non possono essere sottratte all’uso di
tutti gli uomini».
37 «La sua riclassificazione delle res risiederebbe infatti su un adeguamento del-

l’apparato concettuale giuridico romano alla trasformazione delle strutture organizzative e


degli atteggiamenti ideologici in corso sotto i suoi occhi»: A. SCHIAVON, Storia dei dogmi
ed individualità dei giuristi nell’interpretazione della categoria delle ‘res communes om-
nium’, in Dogmengeschichte und historische Individualität der römischen Juristen. Storia
dei dogmi e individualità storica dei giuristi romani. Atti del Seminario internazionale
(Montepulciano 14-17 giugno 2011), a cura di C. Baldus, M. Miglietta, G. Santucci ed E.
Stolfi (Trento 2012) 633. Nello stesso senso cfr. già M. SARGENTI, Le ‘res’ nel diritto del
tardo impero, in Labeo 40 (1994) 313 ss.
38 Cfr. P. BONFANTE, Corso cit., 55. Secondo M. SARGENTI, Le ‘res’ cit., 313 s., in-

vece, il criterio ispiratore della classificazione proposta da Marciano sarebbe da indivi-


duare, piuttosto «che nella recezione di modelli letterari privi di valori giuridici e di pra-
tica importanza», in una sollecitazione della realtà socio-politica, in cui si assisteva a un
processo di svalutazione delle res publicae intese come res populi.
39 Ad esempio, in D. 1.3.2 troviamo una citazione in greco dell’oratore Demostene

e del filosofo Crisippo; in D. 1.8.6.5, in riferimento al cenotafio, è citato Virgilio; in D.


32.65.4 (= I. 4.3.1) si richiama Omero in relazione alla definizione del gregge.
40 L’abbondante presenza di citazioni di rescritti imperiali ha fatto pensare che

Marciano fosse un funzionario della cancelleria o che per lo meno vi avesse libero ac-
cesso: cfr. A.M. HONORÉ, The Severan Lawyers: a Preliminary Survey, in SDHI. 28 (1962)
162 ss.
41 Per uno studio degli aspetti filosofici in epoca medievale v. M.J. SCHERMAIER,

‘Res Communes Omnium’: The History of an Idea from Greek Philosophy to Grotian Juri-
sprudence, in Grotiana 30 (2009) 20 ss.; per la riflessione filosofica sul tema in età con-
temporanea v. L. PENNACCHI, Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pub-
NOTE E DISCUSSIONI 403

tengo dunque opportuno dedicare alcune pagine allo studio di tali testi, per-
ché «nemmeno per i periodi storici riguardo a cui esistono scritti di giuristi,
e nonostante l’ampio ambito delle testimonianze da essi forniti, può dirsi che
basti, se ci si vuole fare un’idea abbastanza attendibile e abbastanza com-
pleta del diritto romano, consultare questi soli scritti, poiché essi danno co-
munque di tale diritto una visione monca e unilaterale. Occorre integrarli
con tutte le altre testimonianze reperibili …»42.
Già in Plauto compare un riferimento al mare43 come bene comune a
tutti44, nonché ad alcuni beni che non possono essere comprati col denaro,
come il sole e la luna, l’acqua, il giorno e la notte45. Un accenno compare
anche in Virgilio, ove Enea chiede, oltre a una piccola sede e un’innocua
riva, acqua e aria libere per tutti46.
L’idea delle res communes omnium è evocata a volte con finalità ludi-
che, come in Petronio47 ove si afferma che deve essere comune a tutti ciò

blica (Roma 2012) 3 ss.; S. RODOTÀ, Il terribile diritto: studi sulla proprietà privata e i beni
comuni (Bologna 2013); S. ESPOSITO, Beni comuni. Da Seneca a Rodotà (Milano 2013).
42 Così G. PUGLIESE, Storia dei giuristi e storia del diritto, in La giurisprudenza ro-

mana nella storiografia contemporanea, a cura di A. Schiavone e A. Cassandro (Bari


1977) 59.
43 Anche «la prassi greco orientale e quella egiziana … sembrano in generale in

sintonia con la concezione romana non patrimonialistica del mare e delle spiagge»: G.
PURPURA, ‘Liberum mare’, acque territoriali e riserve di pesca nel mondo antico, in AUPA.
40 (2004) 171.
44 Pl., Rud. 4.3.5-42 (971-974): [GRIP.] Ecquem esse dices in mari piscem meum?

quos cum capio, siquidem cepi, mei sunt; habeo pro meis, nec manu adseruntur neque illinc
partem quisquam postulat. in foro palam omnes vendo pro meis venalibus. Mare quidem
commune certost omnibus; [TRACH.]: Adsentio: qui minus hunc communem quaeso mi esse
oportet vidulum? in mari inventumst communi. Cfr. E. COSTA, Il diritto privato nelle com-
medie di Plauto (Torino 1890) 238 ss.; C. CHARBONELL, Aux sources du droit maritime à
Rome: le Rudens de Plaute et le droit d’epaves, in RHD. (1995) 303 ss.; E. CANGELOSI, ‘Pu-
blica’ cit., 66 ss.; D. DURSI, ‘Res communes omnium’ cit., 141 ss.
45 Pl., Asin. 1.3.46: A. Vbi illaec quae dedi ante? C. Abusa. nam si ea durarent

mihi, mulier mitteretur ad te, numquam quicquam poscerem. diem aquam solem lunam
noctem, haec argento non emo: ceterum quae volumus uti Graeca mercamur fide. …
46 Verg. Aen. 7.228-230: Diluvio ex illo tot vasta per aequora vecti / dis sedem exi-

guam patriis litusque rogamus / innocuum et cunctis undamque auramque patentem. Cfr.
F. SINI, ‘Bellum nefandum’. Virgilio e il problema del diritto internazionale antico (Sassari
1991) 13 ss. V. anche Serv. ad Verg. Aen. 1.540: Litus … commune omnium.
47 Arbitri Satyricon 100.1-5: Non commune est quod natura optimum fecit? sol om-

nibus lucet. luna innumerabilibus comitata sideribus etiam feras ducit ad pabulum. quid
404 NOTE E DISCUSSIONI

che la natura ha creato: di giorno il sole brilla per tutti; di notte la luna, ac-
compagnata da innumerevoli stelle, guida con la sua luce anche gli animali
ad abbeverarsi; persino l’acqua, la più bella di tutte le cose, scorre per tutti;
solo l’amore non è comune a tutti e servirsene senza permesso configura un
furto48.
In Ovidio si trova l’idea dell’uso comune delle acque dolci correnti e
si afferma come, seguendo la natura, non si possa dire che il sole o l’aria o
l’acqua siano in proprietà di alcuno49. Molto suggestiva la metamorfosi ope-
rata dalla dea Latona, la quale, giunta in Licia sfinita e assetata, vide un pic-
colo lago, in fondo a una valle, si avvicinò e inginocchiatasi si chinò per at-
tingere acqua fresca e bere, quando dei contadini (rustica turba) glielo vieta-
rono e lei così si rivolse loro: quid prohibetis aquis? usus communis aquarum
est. nec solem proprium natura nec aera fecit nec tenues undas. Da notare
come la dea si riferisca alle acque definendole publica munera: «la scelta
linguistica di Ovidio, che utilizza un nesso proveniente dal linguaggio giuri-
dico e riconoscibile come tale, suppone un sistema di doveri di scambio e di
interazione reciproca … Non soltanto l’uso dell’acqua è comune, ma le ac-
que stesse nella loro pubblicità sono parte di un sistema fondato sui doveri
reciproci e sull’interazione all’interno della comunità»50.
La dea non pretendeva di aver diritto ad usarne, ma chiedeva solo il
permesso di berne un po’; non aveva intenzione di abusare di quell’acqua la-
vandosi il corpo, ma le sarebbe bastato solo un sorso per dissetarsi. I conta-
dini non solo persistono nel vietarle di bere, aggiungendo minacce e ingiu-
rie, ma cominciano anche a intorbidire il lago, smuovendo il fango dal fondo:
a questo punto la collera fa tacere la sete e Latona, levati i palmi delle mani
verso il cielo, dice «che viviate per l’eternità in questo stagno!» e trasforma
in rane quei contadini51. In tal modo essi potranno vivere sempre in quel-

aquis dici formosius potest? in publico tamen manant. solus ergo amor furtum potius quam
praemium erit? Cfr. G. VANNINI, Petroni Arbitri Satyricon 100-115. Edizione critica e com-
mento (Berlin-New York 2010) 95 s.
48 Nello stesso senso già Pl. Rud. 434 s.; Ov. Ars 3.87 ss. e Am. 2.2.12.
49 Ovid. met. 1.132 ss.: vela dabant ventis nec adhuc bene noverat illos navita,

quaeque prius steterant in montibus altis, fluctibus ignotis insultavere carinae, communem-
que prius ceu lumina solis et auras cautus humum longo signavit limite mensor, e Ovid.
met. 8.187: omnia possideat, non possidet aera Minos.
50 E. CANGELOSI, ‘Publica’ cit., 74 s.
51 Ovid. met. 6.349-355.
NOTE E DISCUSSIONI 405

l’acqua, sotto forma però di essere non umani, disumani, come era stato il
loro comportamento52.
Tale episodio «sottolinea non soltanto la gratuità propria delle acque
che scorrono, ma anche la caratterizzazione estremamente negativa, tanto da
essere sottoposta ad una punizione esemplare, di chi viola questa norma fon-
damentale»53.

4. Nelle opere di Cicerone si incontrano vari riferimenti ad alcune ca-


tegorie di cose che sono comuni a tutta l’umanità e si intravede una prima ri-
flessione generale sul tema54.
Nella difesa di Sesto Roscio Amerino l’oratore enumera alcuni beni
che sono al massimo grado comuni a certe categorie di persone e che ven-
gono invece negate al colpevole di parricidio55; si tratta dell’aria56, comune a
tutti i viventi e negata al parricida chiuso nel sacco; della terra, comune ai
morti che vi vengono inumati e negata al corpo del parricida gettato in mare
o nel fiume; del mare, comune ai naufraghi e negato al parricida che chiuso
nel sacco non viene lavato da esso; del lido del mare, comune a chi vi viene
sospinto dal mare57 e negato al parricida che non può trovarvi riposo58: ete-

52 Cfr. E. CANGELOSI, ‘Publica’ cit., 75.


53 Così E. CANGELOSI, ‘Publica’ cit., 72.
54 In merito all’approccio al mondo giuridico da parte di Cicerone v. praecipue E.

COCCHIA, Cicerone oratore e giureconsulto, in Atti della Reale accademia di archeologia,


lettere e belle arti di Napoli 9 (1926), 3 ss.; G. RIGHI, La filosofia civile e giuridica di Ci-
cerone (Bologna 1930) 80 ss.; R. HARDER, Zu Ciceros Rechtsphilosophie, in Atti del Con-
gresso internazionale di diritto romano I (Roma 1933) 169 ss.; U. VITORIA, La filosofia
jurídica de Cicerón (Valladolid 1939); O. ROBLEDA, Filosofia jurídica de Cicerón, in Studi
in onore di B. Biondi III (Milano 1965) 467 ss.; P. DE FRANCISCI, Cicerone e il diritto, in
Scritti in onore di A. Giuffrè I (Milano 1967) 273 ss.; F. BONA, L’ideale retorico ciceroniano
e il ‘ius civile in artem redigere’, in Cicerone fra diritto e oratoria: saggi su retorica e giu-
risprudenza nella tarda repubblica (Como 1984) 62 ss.
55 Nonne videntur hunc hominem ex rerum natura sustulisse et eripuisse cui repente

caelum, solem, aquam terramque ademerint ut, qui eum necasset unde ipse natus esset, ca-
reret eis rebus omnibus ex quibus omnia nata esse dicuntur? … (Rosc. 26.71).
56 In un altro passo dell’orazione si fa riferimento alla luce come bene comune:

Rosc. 52.150: … ne lucem quoque hanc quae communis est eripere cupiat …
57 La natura communis del lido cui si accenna è intesa in un senso del tutto par-

ticolare, riferibile ai naufraghi rigettati dalle onde: E. COSTA, Cicerone giureconsulto I (Bo-
logna 1927) 412, nt. 2.
58 In origine il sacco serviva piuttosto a proteggere l’aria, l’acqua e la terra dal

contatto con il parricida e lo stesso Cicerone ne è consapevole quando dice: … noluerunt


406 NOTE E DISCUSSIONI

nim quid tam est commune quam spiritus vivis, terra mortuis, mare fluctuan-
tibus, litus eiectis?59
Anche nel de officis60 Cicerone indica delle cose che sono comuni a
tutti gli uomini. Dopo aver osservato come il principio primo che per natura61
unisce la comunità degli esseri umani e li differenza dagli animali è la ra-
gione e la parola, egli afferma che nella società umana occorre conservare la
comunanza di tutti quei beni che la natura ha creato proprio ad communem
hominum usum: essi devono essere tenuti e goduti dagli uomini come patri-
monio di tutti e di ciascuno, così come raccomanda il proverbio greco, se-
condo il quale «gli amici hanno tutto in comune con gli amici».
Ma quali sono tali cose, che le leggi e il ius civile non hanno destinato
alla proprietà privata62? Si tratta di quei beni che, come dice il poeta Ennio,
possono essere condivisi con gli altri, anche con gli estranei, senza che ciò

feris corpus obicere ne bestiis quoque quae tantum scelus attigissent immanioribus uteremur;
non sic nudos in flumen deicere ne, cum delati essent in mare, ipsum polluerent … (Rosc.
26.71); sul punto cfr. E. CANTARELLA, I supplizi capitali (Bari 2011) 283 s.
59 Cic. Rosc. 26.72 che così prosegue: Ita vivunt, dum possunt, ut ducere animam

de caelo non queant, ita moriuntur ut eorum ossa terra non tangat, ita iactantur fluctibus
ut numquam adluantur, ita postremo eiciuntur ut ne ad saxa quidem mortui conquiescant.
La frase viene ripresa da Seneca Retore, contr. 7.2.3 e Quint. 12.6.4. Cfr. G. LA BUA, Di-
ritto e retorica: Cicerone ‘iure peritus’ in Seneca Retore e Quintiliano, in Ciceroniana 12
(2006) 199 s.
60 Sull’opera v. P. FEDELI, Il ‘De Officiis’ di Cicerone. Problemi e atteggiamenti

della critica moderna, in ANRW 1.4 (Berlin-New York) 1973, 361 ss.; A. MICHEL, Philo-
sophie grecque et libertés individuelles dans le ‘de Officiis’ de Ciceron, in Colloquio. La fi-
losofia graeca e il diritto romano, I (Roma 1976) 83 ss.; E. GABBA, Per un’interpretazione
politica del ‘de Officiis’ di Cicerone, in Rendiconti Accademia dei Lincei 34 (1979) 117 ss.;
L. PERELLI, Il pensiero politico di Cicerone. Tra filosofia greca e ideologia aristocratica ro-
mana (Firenze 1990) 137 ss.; A.R. DICK, A commentary on Cicero, ‘De Officiis’ (Ann Ar-
bor 1996); R. FIORI, ‘Bonus vir’. Politica filosofia retorica e diritto nel ‘de Officiis’ di Cice-
rone (Napoli 2011).
61 Sul punto cfr. P. DESIDERI, Impero romano e diritto di natura, in Letteratura e

‘civitas’. Transizioni dalla Repubblica all’Impero. In ricordo di E. Narducci, a cura di M.


Citroni (Pisa 2012) 73 ss.; F. CITTI, ‘Quaedam iura non lege, sed natura’: Nature and Na-
tural Law in Roman Declamation, in Law and Ethics in Greek and Roman Declamation, a
cura di E. Amato, F. Citti e B. Huelsenbeck (Berlin-Munich-Boston 2015) 95 ss.
62 In altro luogo della stessa opera (1.7.21) il retore afferma: sunt autem privata

nulla natura, sed aut vetere occupatione, ut qui quondam in vacua venerunt, aut victoria, ut
qui bello potiti sunt, aut lege, pactione, condicione, sorte … Ex quo, quia suum cuiusque fit
eorum, quae natura fuerant communia, quod cuique optigit, id quisque teneat …
NOTE E DISCUSSIONI 407

sia di danno a colui che tale bene sta usando, come l’acqua corrente63 e il
fuoco, o perfino un buon consiglio dato a chi dubita64. «Non vi è dubbio che
l’approccio ciceroniano sia caratterizzato da palese cinismo, tuttavia il ragio-
namento testimonia l’esistenza di doveri imprescindibili nei confronti degli
altri uomini: doveri di giustizia e al tempo stesso di aiuto materiale e con-
creto, la cui ineludibilità trova ulteriore fondamento proprio nel non recare
danno a chi vi si conformi»65.
Come è evidente, alcuni beni cui l’oratore si riferisce nella esemplifi-
cazione sono abbastanza lontani da quelli che verranno elencati da Marciano
e appartengono a una categorizzazione più filosofica che giuridica66, tuttavia
appare chiaro il concetto per cui l’ordinamento giuridico avrebbe individuato
alcuni beni che possono essere oggetto di proprietà privata, mentre altre cose
rimangono, come nell’originario stato di natura, comuni a tutta l’umanità.
L’oratore ne individua altresì una delle caratterische fondamentali, cioè il
fatto che esse possano essere utilizzate da ciascun uomo senza che ciò ne li-

63 Da notare come l’oratore utilizzi lo stesso termine di Marciano, aqua profluens.


64 Cic. off. 1.16.50-52: Optime autem societas hominum coniunctioque servabitur,
si, ut quisque erit coniunctissimus, ita in eum benignitatis plurimum conferetur. Sed quae
naturae principia sint communitatis et societatis humanae, repetendum videtur altius. Est
enim primum quod cernitur in universi generis humani societate. Eius autem vinculum est
ratio et oratio, quae docendo, discendo, communicando, disceptando, iudicando conciliat
inter se homines coniungitque naturali quadam societate, neque ulla re longius absumus a
natura ferarum, in quibus inesse fortitudinem saepe dicimus, ut in equis, in leonibus, iusti-
tiam, aequitatem, bonitatem non dicimus; sunt enim rationis et orationis expertes. 51. Ac
latissime quidem patens hominibus inter ipsos, omnibus inter omnes societas haec est. In
qua omnium rerum, quas ad communem hominum usum natura genuit, est servanda com-
munitas, ut quae discripta sunt legibus et iure civili, haec ita teneantur, ut sit constitutum
e quibus ipsis, cetera sic observentur, ut in Graecorum proverbio est, amicorum esse commu-
nia omnia. Omnium autem communia hominum videntur ea, quae sunt generis eius, quod
ab Ennio positum in una re transferri in permultas potest: Homo, qui erranti comiter mon-
strat viam, / Quasi lumen de suo lumine accendat, facit. / Nihilo minus ipsi lucet, cum illi
accenderit. / Una ex re satis praecipit, ut, quicquid sine detrimento commodari possit, id tri-
buatur vel ignoto. 52. Ex quo sunt illa communia: non prohibere aqua profluente, pati ab
igne ignem capere, si qui velit, consilium fidele deliberanti dare, quae sunt iis utilia, qui
accipiunt, danti non molesta. Quare et his utendum est et semper aliquid ad commune uti-
litatem afferendum.
65 Così E. CANGELOSI, ‘Publica’ cit., 77 s.
66 Lo stesso si può dire del riferimento contenuto in Sen. contr. 1.14:… iniquum

est conlapsis manum non porrigere; commune hoc ius generis humani est.
408 NOTE E DISCUSSIONI

miti l’uso da parte degli altri (una ex re satis praecipit, ut, quicquid sine de-
trimento commodari possit, id tribuatur vel ignoto).
Interessante, infine, un brano dei Topica67 in cui Cicerone riporta la
definizione data dal giurista Aquilio Gallo in merito al lido del mare68, defi-
nizione icastica69 e poetica, secondo la quale appartiene al lido ciò che viene
toccato e poi abbandonato dai flutti del mare70; secondo l’Arpinate usare una
tale definizione sarebbe come chiamare l’adolescenza fiore dell’età o la vec-
chiaia tramonto della vita: si può intravvedere una vena polemica di Cice-
rone che pare non apprezzare l’uso della metafora nelle definizioni71. Il Di-
gesto tramanda una definizione del lido del mare che lo stesso oratore
avrebbe fornito in occasione di una decisione arbitrale72: molti autori, par-
tendo dalla riscrittura del testo proposta dal Mommsen nella sua edizione dei
Digesta, ritengono che la definizione fosse in realtà quella stessa di Aquilio,
che la tradizione successiva avrebbe attribuito a Cicerone73; più di recente,

67 Sull’opera v. B. RIPOSATI, Studi sui ‘topica’ di Cicerone (Milano 1947); G. CRIFÒ,


Per una lettura giuridica dei ‘Topica’ di Cicerone, in AISS. 1 (1967), 134 ss.
68 Cic. top. 7.32: Saepe etiam definiunt et oratores et poetae per translationem verbi

ex similitudine cum aliqua suavitate. sed ego a vestris exemplis nisi necessario non rece-
dam. Solebat igitur Aquilius, conlega et familiaris meus, cum de litoribus ageretur, quae
omnia publica esse vultis, quaerentibus eis quos ad id pertineat, quid esse litus, ita definire,
qua fluctus eluderet. Hoc est, quasi qui adulescentiam florem aetatis, senectutem occasum
vitae velit definire.
69 Così è, del resto, anche la famosissima definizione di dolo riportata in Cic. off.

3.14.60 (… in quibus ipsis, cum ex eo quaererent, quid esset dolus malus, respondebat, cum
esset aliud simulatum, aliud actum) e in Cic. nat. 3.30.74 (… quem dolum idem Aquillius
tum teneri putat, cum aliud sit simulatum, aliud actum).
70 M. FIORENTINI, ‘Fructus’ e ‘delectatio’ nell’uso del mare e nell’occupazione delle

coste nell’età imperiale romana, in Riparia dans l’Empire romain pour la definition du con-
cept, a cura di E. Hermon (Oxford 2010) 272, afferma che per Aquilio il litus è tale per-
ché il mare e-ludit, alludendo al gioco dell’onda sulla battigia.
71 «Cicero objects to this definition because it departs from the words appropriate

to the thing and to a jurist. One might also feels that the definition is not precise enough
and leaves considerable room for doubt as to the extent of the sea-shore»: così A. WATSON,
The Law of Property in the Later Roman (Oxford 1968) 13. F. SCHULZ, Storia della giuri-
sprudenza romana (Firenze 1968) 178 ritiene la definizione di Aquilio straordinaria nella
sua incisiva plasticità, anche se troppo metaforica per appartenere a un giurista.
72 D. 50.16.96 (Cels. 25 dig.): Litus est, quousque maximus fluctus a mari perve-

nit: idque Marcum Tullium aiunt, cum arbiter esset, primum constituisse.
73 «Celso riprende il passo e attribuisce direttamente a Cicerone la definizione di

litus, che nei Topica è invece attribuita ad Aquilius. Si tratta dunque di una citazione al-
NOTE E DISCUSSIONI 409

però, si è osservato che tale correzione non è indispensabile e anzi farebbe


perdere di vista la specifica decisione effettuata da Cicerone in qualità di ar-
bitro74.
La definizione di Aquilio è preceduta da un’osservazione squisita-
mente giuridica dello stesso Cicerone, il quale in un inciso afferma che per
i giuristi75 tutte le spiagge dovevano essere considerate publiche; argomen-
tando dal passo sopra visto, pro Roscio 72, alcuni autori ritengono che l’ora-
tore non concordasse con l’opinione giurisprudenziale e ritenesse invece il
lido un bene comune dell’umanità76. A mio avviso, invece, Cicerone concor-
dava con i giureconsulti del suo tempo77, ma nel senso di intendere publicus
come termine che indicava anche i beni comuni a tutti gli uomini78; ricor-
diamo, infatti, che «in età repubblicana … il termine ‘pubblico’, se non
equivale a comune, ha in sé l’idea di ‘comune’, di ‘utilità comune’ …»79.

quanto superficiale del brano ciceroniano, che esclude un controllo diretto del passo dei
Topica da parte di Celso»: così U. ROBERTO, Aspetti della conoscenza di Cicerone nella ri-
flessione giuridica tardoantica, in Ciceroniana online 13 (2009) 220; cfr. E. COSTA, Cice-
rone I cit., 412, nt. 2; R. MARTINI, Le definizioni dei giuristi romani (Milano 1966) 68 e
99; D. NÖRR, Cicero-Zitate bei den klassischen Juristen, in Ciceroniana 3 (1978) 126 ss.;
A. TRIGGIANO, ‘Conlega et familiaris meus’: note minime su Cicerone e Aquilio Gallo, in
Index 38 (2010) 377 ss.
74 «La définition attribuée à Cicéron arbitre est plus précise … que celle plus

brève et peut être même ironique (par l’utilitation du verbe eludo) d’Aquilius Gallus»: C.
MASI DORIA, ‘Litus’ cit., 237.
75 Sui rapporti con la giurisprudenza v. A. CASTRO SÁENZ, Cicerón y la jurispru-

dencia romana. Un estudio de historia jurídica (Valencia 2010).


76 Cfr. G. SCHERILLO, Lezioni cit., 73; A. DELL’ORO, Le ‘res’ cit., 264; A. WATSON,

The Law cit., 13; H. ANKUM, ‘Litora maris’ et ‘longi temporis praescriptio’, in Index 26
(1998) 361 ss.; L. GUTIERREZ-MASSON, ‘Mare nostrum’: ‘imperium’ ou ‘dominium’, in
RIDA. 40 (1993) 300. V. però le osservazioni di M. FIORENTINI, Fiumi cit., 437, nt. 17, in
merito al fatto che esiste «una difformità nei registri espressivi tra le orazioni e le opere
filosofiche e retoriche, di cui è necessario tener conto per non sovraesporre le afferma-
zioni delle orazioni, che avevano come scopo primario convincere il giudice e i giurati,
non fornire profili sistematici».
77 E. COSTA, Cicerone I cit., 412, nt. 2 nota come Cicerone «accenna che Treba-

zio, al quale il libro è diretto, ed altri con lui, ritenevano che tutti i lidi appartenessero
alle res publicae … senza nulla obbiettare in contrario».
78 «Publicus ne doit pas être compris comme une entité dans la disponibilité du

peuple romain …, mais plutôt comme une qualification qui exclut, pour des motifs fonc-
tionnels, la propriété privée»: C. MASI DORIA ‘Litus’ cit., 236.
79 Così A. DI PORTO, ‘Res in usu publico’ e beni comuni. Il nodo della tutela (To-

rino 2013) XVIII.


410 NOTE E DISCUSSIONI

5. L’idea che esistano vari beni comuni a tutta l’umanità si trova ap-
profondita con una certa frequenza anche nelle opere di Seneca80, dalle quali
emerge «con chiarezza la sua cura nei confronti dell’ambiente naturale e la
sua decisa condanna di quanti, già ai tempi suoi, si prodigavano per alterarlo
o addirittura per distruggerlo»81.
Nel de beneficiis82 egli afferma che molti beni naturali, come il giorno,
il sole, l’avvicendarsi delle stagioni, le piogge, le sorgenti di acqua potabile,
il mare e i venti, sono stati creati dagli dei per tutti gli uomini, siano essi
buoni o malvagi: Deus quoque quaedam munera universo humano generi de-
dit, a quibus excluditur nemo. L’essenza di questi beni è tale che, perché ne
possano godere le persone per bene, deve poterne usufruire anche chi ne
sarebbe indegno: quaedam non poterant ceteris contingere, nisi universis da-
rentur83.

80 Sui molteplici punti di contatto tra il pensiero di Cicerone e quello di Seneca

cfr. C. MORESCHINI, Cicerone filosofo fonte di Seneca, in RCCM. 19 (1977) 527 ss.; E. AN-
DREONI FONTECEDRO, Intellettuali e politica: Cicerone e Seneca per la storia di un percorso
di idee, in Aufidus 45 (2001) 7 ss.; A. SETAIOLI, Seneca e Cicerone, in Aspetti della fortuna
di Cicerone nella cultura latina, a cura di E. Narducci (Firenze 2003) 55 ss.; P. FEDELI,
Cicerone e Seneca, in Ciceroniana 12 (2006) 217 ss.; R. DEGL’INNOCENTI PIERINI, Modelli
etici e società da Cicerone a Seneca, in Letteratura e ‘civitas’. Transizioni dalla Repubblica
all’Impero. In ricordo di E. Narducci, a cura di M. Citroni (Pisa 2012) 211 ss.
81 Così P. FEDELI, Seneca e la natura, in Seneca e il suo tempo (Roma 2000) 31.
82 Sull’opera v. F.-R. CHAUMARTIN, Le ‘De beneficiis’ de Sénèque: sa signification

philosophique, politique et sociale (Lille-Paris 1985); M.T. GRIFFIN, Seneca on Society. A


Guide to ‘De Beneficiis’ (Oxford 2013).
83 Sen. ben. 4.28.1: ‘Di quoque’ inquit ‘multa ingratis tribuunt’. Sed illa bonis pa-

raverunt; contingunt autem etiam malis, quia separari non possunt. Satius est autem pro-
desse etiam malis propter bonos, quam bonis deprodesse etiam malis propter bonos, quam
bonis de esse propter malos. Ita, quae refers, diem, solem, hiemis aestatisque cursus et me-
dia veris autumnique temperamenta, imbres et fontium haustus, ventorum statos flatus pro
universis invenerunt; excerpere singulos non potuerunt. 2: Rex honores dignis dat, congia-
rium et indignis; frumentum publicum tam fur quam periurus et adulter accipiunt et sine
dilectu morum, quisquis incisus est; quidquid aliud est, quod tamquam civi, non tamquam
bono datur, ex aequo boni ac mali ferunt. 3: Deus quoque quaedam munera universo hu-
mano generi dedit, a quibus excluditur nemo. Nec enim poterat fieri, ut ventus bonis viris
secundus esset, contrarius malis, communi autem bono erat patere commercium maris et re-
gnum humani generis relaxari; nec poterat lex casuris imbribus dici, ne in malorum inpro-
borumque rura defluerent. 4: Quaedam in medio ponuntur: tam bonis quam malis condun-
tur urbes; monumenta ingeniorum et ad indignos perventura publicavit editio; medicina
etiam sceleratis opem monstrat; conpositiones remediorum salutarium nemo subpressit, ne
NOTE E DISCUSSIONI 411

Seneca è ancora convinto che le risorse naturali siano inesauribili84 e


sostiene che gli dei le abbiano messe in gran quantità a disposizione degli
uomini85, anche se in un passo delle naturales quaestiones si può intravve-
dere una critica ante litteram dei tentativi di appropriarsi dei beni comuni86:
egli «annota che i suoi contemporanei giudicano vergognoso comprare l’ac-
qua, mentre non biasimano chi compra la neve o il ghiaccio, che in realtà
non sono altro che acqua»87; così facendo, commenta Seneca, si è finito per
acquistare l’acqua, che non costa nulla88.
Molteplici sono i riferimenti ai beni comuni contenuti nelle Epistulae
ad Lucillium89. Nella lettera 9090 Seneca richiama l’idea di uno stato di na-

sanarentur indigni. 5: In iis exige censuram et personarum aestimationem, quae separatim


tamquam digno dantur, non in his, quae promiscue turbam admittunt. Multum enim refert,
utrum aliquem non excludas an sua repetunt etiam, qui aliena rapuerunt; percussores et
domi ferrum exercentes murus ab hoste defendit; legum praesidio, qui plurimum in illas
peccaverunt, proteguntur. 6: Quaedam non poterant ceteris contingere, nisi universis daren-
tur; non est itaque, quod de istis disputes, ad quae publice invitati sumus. Illud, quod iudi-
cio meo ad aliquem pervenire debebit, ei, quem esse ingratum sciam, non dabo.
84 Qualche anno più tardi Plinio il vecchio dimostrerà chiara consapevolezza del

fatto che le risorse naturali potranno esaurirsi in conseguenza delle attività umane (Plin.
nat. 33.3).
85 Ben. 4.6.1. Sul tema cfr. R. LUZZI, Dal dono agli dei al dono degli dei: la rifon-

dazione del ‘beneficium’ in Seneca, in Comunità e reciprocità. Il dono nel mondo antico e
nelle società tradizionali, a cura di U.M. Olivieri e R. Luzzi (Napoli 2014) 131 ss.
86 Nat. 4.13.3: Nos uero quaeramus potius quomodo fiant niues quam quomodo se-

ruentur, quoniam non contenti uina diffundere, ueteraria per sapores aetatesque disponere,
inuenimus quomodo stiparemus niuem, ut ea aestatem euinceret et contra anni feruorem de-
fenderetur loci frigore. Quid hac diligentia consecuti sumus? Nempe ut gratuitam merce-
mur aquam: nobis dolet quod spiritum, quod solem emere non possumus, quod hic aer etiam
delicatis diuitibusque ex facili nec emptus uenit. O quam nobis male est, quod quicquam a
rerum natura in medio relictum est!
87 Così M. GIACCHERO, Economia e società nell’opera di Seneca. Intuizioni e giu-

dizi nel contesto storico dell’età giulio-claudia, in Filiva~ cavrin. Miscellanea di studi clas-
sici in onore di E. Manni III (Roma 1980) 1112.
88 «Sembra proprio … che all’uomo dispiaccia di non poter comprare l’aria che

respira o il sole che lo illumina e lo riscalda»: P. FEDELI, Seneca cit., 28 s. V. anche dello
stesso autore La natura violata: ecologia e mondo romano (Palermo 1990).
89 Sull’opera cfr. H. CANCIK, Untersuchungen zu Senecas ‘Epistulae morales’ (Hil-

desheim 1967); G. MAURACH, Der Bau von Senecas ‘Epistulae morales’ (Heidelberg 1970)
154 s.; C. MONTELEONE, Seneca: l’utopia negata, in Ann. Fac. Lett. Bari 29 (1986) 101 ss.
90 Sen. ep. 90.37: Statum quidem generis humani non alium quisquam suspexerit

magis, nec si cui permittat deus terrena formare et dare gentibus mores, aliud probaverit
412 NOTE E DISCUSSIONI

tura originario in cui tutto era condiviso: la terra stessa, nella sua condizione
originaria, quando non la si poteva neppure contrassegnare o dividere, sa-
rebbe il paradigma delle res communes91. In quell’età dell’oro gli uomini
erano felici: in commune rerum natura fruebantur; sufficiebat illa ut parens in
tutelam omnium; haec erat publicarum opum secura possessio92.
Il passaggio più significativo sul tema dei beni comuni si trova nella
lettera 73, ove il filosofo ribadisce che il sole, la luna, il succedersi delle sta-
gioni sono beni che gli uomini godono tutti insieme93, e critica la stolta ava-
rizia degli uomini – e il riferimento potrebbe essere ai giuristi che hanno in-
trodotto le categorie dell’appartenenza94 – i quali distinguono il possesso
dalla proprietà95, distinzione che porta a non considerare proprio ciò che è

quam quod apud illos fuisse memoratur apud quos «nulli subigebant arva coloni; / ne si-
gnare quidem aut partiri limite campum / fas erat: in medium quaerebant, ipsaque tellus /
omnia liberius nullo poscente ferebat. 38. Quid hominum illo genere felicius? In commune
rerum natura fruebantur; sufficiebat illa ut parens in tutelam omnium; haec erat publica-
rum opum secura possessio. Quidni ego illud locupletissimum mortalium genus dixerim in
quo pauperem invenire non posses? …
91 Se ne può individuare un ricordo anche in un brano di Ermogeniano in cui, tra

gli istituti sorti ex iure gentium, si indica la distribuzione in proprietà privata delle terre:
D. 1.1.5 (Ermog. 1 iuris epit.): Ex hoc iure gentium introducta bella, discretae gentes, re-
gna condita, dominia distincta, agris termini positi, aedificia collocata, commercium, emp-
tiones venditiones, locationes conductiones, obligationes institutae: exceptis quibusdam quae
iure civili introductae sunt.
92 «Seneca mostra di aver ben colto l’atteggiamento singolarmente contraddittorio

dell’uomo nei confronti della natura, quando afferma che essa ha messo tutto alla sua por-
tata, ma l’uomo ha complicato la propria vita per la sua avversione nei confronti delle
cose facili e, senza considerare che la natura è sufficiente a soddisfare i suoi bisogni, ha
preso a desiderare ciò che è superfluo e dannoso. …»: così P. FEDELI, Seneca cit., 28 s.
93 Ep. 73.6: Multi enim sunt ex his togatis quibus pax operosior bello est: an idem

existimas pro pace debere eos qui illam ebrietati aut libidini impendunt aut aliis vitiis quae
vel bello rumpenda sunt? Nisi forte tam iniquum putas esse sapientem ut nihil viritim se de-
bere pro communibus bonis iudicet. Soli lunaeque plurimum debeo, et non uni mihi oriun-
tur; anno temperantique annum deo privatim obligatus sum, quamvis nihil in meum hono-
rem *** discripta sint.
94 Anche in altri luoghi della sua opera Seneca è molto critico nei confronti dei

giuristi: v. ad es. ben. 6.5.3: iuris consultorum istae acutae ineptiae sunt.
95 «This primitive communism was destroyed by the arrival of avarice … Private

property brings with it inequality, poverty, contestation, hatred, envy, disingenuousness,


fretfulness, fear, vanity, viciousness»: C. PIERSON, Just Property: A History in the Latin
West. 1: Wealth, Virtue and the Law (Oxford 2013) 54; v. anche M. DUCOS, Les Romains et
la loi (Paris 1984) 225 ss.
NOTE E DISCUSSIONI 413

pubblico (Stulta avaritia mortalium possessionem proprietatemque discernit


nec quicquam suum credit esse quod publicum est)96.
Nelle prime righe del settimo paragrafo97 si possono intravedere rife-
rimenti ad alcuni importanti concetti giuridici collegati con l’idea di beni
che sono in comunione a più persone: ciò non deve stupire, se si considera
che Seneca ebbe una formazione giuridica e tra i filosofi è il più dotto di di-
ritto98. Egli nota come il saggio consideri proprio in primo luogo ciò di cui ha
il consortium con tutta l’umanità: è evidente qui un richiamo all’antico con-
sortium ercto non cito; continua poi osservando come il fatto che tutti gli uo-
mini siano comproprietari, anche se in minima parte, dei beni comuni li
rende soci e qui immediato è il riferimento al contratto di societas con cui si
mettono in comune alcuni beni. In un passo del de beneficis99 si mette in evi-
denza la differenza tra avere dei beni in comune con un socio – nel qual caso
ciascuno è proprietario della propria quota – e averli con un amico, con il

96 In senso analogo ep. 90.3: Huius opus unum est de divinis humanisque verum in-
venire; ab hac numquam recedit religio, pietas, iustitia et omnis alius comitatus virtutum
consertarum et inter se cohaerentium. Haec docuit colere divina, humana diligere, et penes
deos imperium esse, inter homines consortium. Quod aliquamdiu inviolatum mansit, ante-
quam societatem avaritia distraxit et paupertatis causa etiam iis quos fecit locupletissimos
fuit; desierunt enim omnia possidere, dum volunt propria; Ep. 90.39: Inrupit in res optime
positas avaritia et, dum seducere aliquid cupit atque in suum vertere, omnia fecit aliena et
in angustum se ex inmenso redegit. Avaritia paupertatem intulit et multa concupiscendo
omnia amisit.
97 Stulta avaritia mortalium possessionem proprietatemque discernit nec quicquam

suum credit esse quod publicum est; at ille sapiens nihil magis suum iudicat quam cuius illi
cum humano genere consortium est. Nec enim essent ista communia, nisi pars illorum per-
tineret ad singulos; socium efficit etiam quod ex minima portione commune est.
98 Cfr. F. STELLA MARANCA, Seneca giureconsulto (Lanciano 1926) 13 ss.; R. DÜLL,

‘Seneca iurisconsultus’, in ANRW. II.15 (Berlin-New York 1976) 364 ss.; M. DUCOS, Sénè-
que et le monde du droit, in Présence de Sénèque, a cura di R. Chevallier et R. Poignault
(Paris 1991) 109 ss.; G. LOTITO, Linguaggio giuridico e linguaggio filosofico in Seneca. La
prima lettera a Lucillio, in Per la storia del pensiero giuridico romano. Da Augusto agli
Antonini. Atti del Seminario di S. Marino, 12-14 gennaio 1995, a cura di D. Mantovani
(Torino 1996) 111 ss.; A. SCHIAVONE, Anni difficili. Giuristi e principi nella crisi del primo
secolo, in Seneca uomo politico e l’età di Claudio e Nerone. Atti del convegno internazio-
nale (Capri 25-27 marzo 1999), a cura di A. De Vivo e E. Lo Cascio (Bari 2003) 52 s.;
A. ARGIROFFI, La filosofia di Lucio Anneo Seneca tra etica, diritto e politica (Torino 2012).
99 Cfr. ben. 7.12.1: … non enim mihi sic cum amico communia omnia sunt, quo-

modo cum socio, ut pars mea sit, pars illius, sed quomodo patri matrique communes liberi
sunt, quibus cum duo sunt, non singuli singulos habent, sed singuli binos.
414 NOTE E DISCUSSIONI

quale si è congiuntamente proprietari di tutto100, così come i genitori possie-


dono entrambi per intero tutti i loro figli.
Per terminare, notiamo come anche nei passi esaminati il termine pu-
blicus sia utilizzato a più riprese non nel significato di appartenente al po-
polo romano, bensì in quello di comune a tutti gli uomini; emblematica in
questo senso è la definizione che Seneca ne dà in un passo dell’epistola 88:
Negant iurisconsulti quicquam usu capi publicum: hoc quod tenes, quod tuum
dicis, publicum est et quidem generis humani101. Come notava già Vittorio
Scialoja «l’uso promiscuo e la variabilità di significato di publicus e di com-
munis si ha già nei classici migliori»102.

6. A conclusione dell’indagine, possiamo ritenere indubbio che l’idea


di un’appartenenza comune di alcuni beni esistesse nella società romana a
partire almeno dal primo secolo a.C.103 e, vista l’ampiezza della riflessione in
tema di beni comuni presente nella letteratura latina, è difficile dubitare del-
l’influenza da questa esercitata sulla concettualizzazione giuridica, dal mo-
mento che «Plauto, Cicerone, Seneca, Ovidio … facevano parte del patrimo-
nio culturale di tutti coloro che appartenevano al populus Romanus»104.
Se i giuristi non vivevano isolati in una torre d’avorio, non deve sor-
prendere che essi abbiano piegato «ad espressioni concrete del loro pensiero
i concetti desunti dalle speculazioni filosofiche»105 e siano giunti a intro-

100 Cfr. ep. 73.8: Adice nunc quod magna et vera bona non sic dividuntur ut exi-
guum in singulos cadat: ad unumquemque tota perveniunt. E congiario tantum ferunt ho-
mines quantum in capita promissum est; epulum et visceratio et quidquid aliud manu capi-
tur discedit in partes: at haec individua bona, pax et libertas, ea tam omnium tota quam
singulorum sunt; ben. 7.10.6: … dimitte me et illis divitiis meis redde; ego regnum sapen-
tiae novi, magnum, securum; ego sic omnia habeo, ut omnium sint.
101 Ep. 88.12. V. anche ep. 79.6: Nec illis manus inicit tamquam alienis; sunt enim

publica. [Iurisconsulti negant quicquam publicum usu capi.]


102 Teoria cit., 131.
103 «L’evoluzione giurisprudenziale è arrivata là dove molto prima era arrivata la

tradizione filosofico-letteraria»: G. SCHERILLO, Lezioni cit., 85; cfr. V. MANNINO, Il «bene


comune cit., 52; D. DURSI, ‘Res communes omnium’ cit., 146.
104 Così E. CANGELOSI, ‘Publica’ cit., 113.
105 Così F. STELLA MARANCA, Seneca cit., 14, il quale continua evidenziando «la

tendenza di riprodurre con linguaggio giuridico, di introdurre con formule di diritto, di


tradurre sempre più e sempre meglio in realtà giuridiche le progressive necessità di or-
dine morale».
NOTE E DISCUSSIONI 415

durre la nuova categoria giuridica delle res communes omnium106. «Questo


frequente richiamo nella letteratura, e non soltanto filosofica, alla categoria
delle res communes omnium, intesa anche più largamente che nei giuristi, di-
mostra come il concetto relativo fosse diffuso e non fa meraviglia che sia pe-
netrato tra i giuristi e in particolare nell’opera di Marciano, che tra i giuristi
è il più ricco di allusioni e reminiscenze letterarie e filosofiche; caso mai è
strano che essa non sia stata accolta più largamente nella giurisprudenza ro-
mana»107.
Del resto, non è una novità che la giurisprudenza romana sia stata de-
bitrice di speculazioni teoriche elaborate a livello filosofico108, anche se di
rado essa dichiara espressamente tale debito; nel caso delle res communes
omnium non è difficile individuare, anche in dati esterni rispetto ai testi giu-
ridici, i riscontri necessari per corroborare l’ipotesi di un’ascendenza filoso-
fica sui giuristi romani109.
Del resto, averne provato la derivazione dalle concezioni filosofiche
non comporta la necessaria attribuzione di natura atecnica all’indicata cate-
goria: nulla impedisce che «un mot emprunté au lexique des valeurs reli-
gieuses et morales ne saurait revêtir, dans la langue du droit, un sens juridi-
que autonome»110. La contaminazione con aspetti culturali, che per alcuni
studiosi limiterebbe l’importanza giuridica della testimonianza marcianea,
può essere considerata, al contrario, un contributo sostanziale per le caratte-
ristiche proprie del dibattito sui beni comuni, che anche oggi vede una for-

106 «La categoria era viva nella tradizione filosofico-letteraria. In sé quindi nulla
di strano se qualche giurista, analogamente a quanto è avvenuto per le res incorporales,
abbia – a ragione o a torto – creduto opportuno trasportare, o adattare, la categoria nel
campo del diritto»: G. SCHERILLO, Lezioni cit., 72.
107 Così G. SEGRÈ, Corso di diritto romano. Le cose (Torino 1927) 61.
108 Cfr. praecipue F. WIEACKER, Römische Rechtsgeschichte I (München 1988) 618

ss.; G. FALCONE, La ‘vera philosophia’ dei ‘sacerdotes iuris’. Sulla raffigurazione ulpianea
dei giuristi (D. 1.1.1.1), in AUPA. 49 (2004) 1 ss.; O. BEHREND, Gesetz und Sprache. Das
römische Gesetz unter dem Einfluß der hellenistischen Philosophie, ora in Institut und Prin-
zip. Ausgewählte Aufsätze I (Göttingen 2004) 15 ss. In merito all’influsso dello stoicismo
sul pensiero giuridico romano cfr. M.L. COLISH, The Stoic Tradition from Antiquity to the
Early Middle Ages. 1. Stoicism in Classical Latin Litterature (Leiden-New York-Ko-
benhavn-Köln 1990) 341 ss.
109 V. in proposito le osservazioni di FREZZA, La cultura di Ulpiano, in SDHI. 34

(1968) 363 ss.


110 Così Y. THOMAS, La langue du droit romain. Problèmes et méthodes, in Archi-

ves de philosophie du droit 19 (1974) 107.


416 NOTE E DISCUSSIONI

tissima interazione fra aspetti giuridici e aspetti sociali. Colpisce come anche
nella società romana, così come in quella odierna, il diritto tardi prima di ri-
conoscere ufficilmente la categoria dei beni comuni: la consapevolezza della
società civile è molto anticipata e più diffusa rispetta a quella della scienza
giuridica.
Non penso però che per i giuristi romani l’opportunità di considerare
comuni certi beni poggiasse già su un’idea, radicata e condivisa, di giustizia
e di humanitas111; l’introduzione della nuova categoria fu resa necessaria
piuttosto da esigenze pratiche112, in primo luogo dal mutamento di significato
subito dal concetto di ‘pubblico’, il quale nel passaggio dall’epoca repubbli-
cana a quella imperiale si era svuotato dell’idea di popolare, di comune che
vi era implicita, imponendo la creazione di una terza dimensione, quella ap-
punto delle res communes omnium113.

Padova P. LAMBRINI

Abstract
The essay investigates the origins of res communes omnium in literary sources and
comes to the conclusion that the idea of common goods existed in Roman society starting
at least from the first century b.C.

Keywords
res communes omnium – origine del concetto – fonti letterarie – Cicerone –
Seneca.

111 Così A. DANI, Il concetto giuridico di ‘beni comuni’ tra passato e presente, in

www.historiaetius.eu 6 (2014).
112 «Crediamo che la distinzione non abbia solamente un significato teorico, es-

sendovi anche un diverso trattamento giuridico per le res publicae e per le res communes.
… Le res communes … sono tali che ogni e qualunque persona può servirsene, né lo Stato
può comunque impedirne l’uso, onde in esse manca il rapporto di appartenenza allo Stato
caratteristico delle res publicae, e l’uso comune ha una maggiore ampiezza e intensità che
nelle res publicae. D’altra parte ciascuno può impunemente occupare parzialmente una res
communis …, mentre nessuno potrebbe impunemente occupare neppure parzialmente una
res publica …»: V. SCIALOJA, Teoria cit., 132.
113 Cfr. A. DI PORTO, ‘Res’ cit., XX.

Potrebbero piacerti anche