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tutte le bugie

che ti hanno detto a proposito del


referendum sull'acqua

Innanzitutto, cos'è .lib, e perchè ha scritto questo documento?


.lib è un'associazione totalmente indipendente di persone che si interessano alla politica. Ci sta a
cuore contrastare la disinformazione, e ne abbiamo vista molta negli ultimi tempi riguardo al
referendum sull'acqua del 12 e 13 giugno. Siamo inoltre convinti che sia importante sapere come
stanno le cose, per poter fare delle scelte consapevoli. Per questo abbiamo deciso di smascherare
tutte le bugie che ci hanno detto.

Devo votare no per dire si? come funziona?


IL REFERENDUM È ABROGATIVO. Questo significa che la domanda è fatta, all'incirca, in questa
maniera: “vuoi tu abolire la legge Ronchi del 2009”? (in realtà si aboliscono parti di essa). Se si vota
sì, si sceglie di far abolire la legge. Se si vota no, tutto rimane come prima. I quesiti sono due. Uno
dei due, quello della scheda gialla, chiede se, dall'art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (o
“Codice dell’Ambiente”), vadano eliminate le parole “dell’adeguatezza della remunerazione del
capitale investito”. Ciò significa che chi decide le tariffe per un ipotetico gestore privato, non può
inserire costi aggiuntivi finalizzati a far guadagnare chi investe in obbligazioni o quote azionarie
delle società di gestione degli acquedotti. Questo sarebbe un forte disincentivo per un privato, che
non avrebbe interesse a investire sulle reti idriche, dato che non potrebbe ottenere nulla dal suo
investimento. È una norma suggerita dalla UE ai fini della trasparenza: poiché, altrimenti, si
potrebbe cercare di remunerare il capitale investito per vie traverse (ad esempio tramite le tasse
dei cittadini). Ricordiamo inoltre di tener conto dell'effetto di un disincentivo agli investimenti
nonostante le reti italiane ne siano in disperata necessità, e nonostante l'Italia sia incapace di fornire
denaro pubblico, vista la tragica situazione di indebitamento in cui si trova. Un particolare da notare
è che il rendimento sul capitale investito è fissato in un'altro articolo di legge, il cosiddetto “metodo
tariffario normalizzato”. Tale articolo fissa il rendimento al 7%, una cifra molto alta commisurata al
rischio che si corre. Sull'altro quesito invece torniamo più avanti.

Ma stanno privatizzando l'acqua?


FALSO. l'acqua e gli acquedotti erano e rimarranno pubblici, sia che vinca il si, sia che vinca il no.

Che l'acqua sia un bene pubblico è un principio sancito dal numerose leggi ordinarie, tra cui l'articolo 822 del
Codice Civile. Ciò è ribadito più volte dalla legge Ronchi del 2009, quella che il referendum vuole parzialmente
abolire, la quale all'articolo 15 parla di «piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo
spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche.»

Allora cosa cambia?


POCHISSIMO. Di fatto, la legge Ronchi (quella che si vuole abolire col quesito della scheda rossa),
dà la libertà, alle amministrazioni locali, di affidare, se lo vogliono, la sola gestione degli acquedotti
(e non la loro proprietà) a imprese private, tramite gare ad evidenza pubblica. Se vince il si, si
applicherà la normativa europea, che permette comunque di affidare la gestione a privati e sempre
tramite gara pubblica.

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La legge Ronchi stabilisce che la prassi per la gestione degli acquedotti è l'affidamento a società di qualunque tipo
(sia pubblica che privata) con gara ad evidenza pubblica. Alternativamente è possibile affidare la gestione a
società miste con almeno il 40% di partecipazione in società private, scelte con gara pubblica (si noti che è
comunque meno del 50%+1 necessario a controllarle). Ma lascia anche la libertà di andare in deroga, e affidare la
gestione a imprese totalmente pubbliche (senza in questo caso l'obbligo di gara), come succede adesso nella
stragrande maggioranza dei casi. Di fatto, le amministrazioni locali (e quindi i cittadini, a livello dei comuni)
possono scegliere ciò che ritengono più opportuno.
Inoltre ricordiamo che la legge Ronchi non regola solo le norme sulla gestione del servizio idrico, ma anche di tutti
i servizi pubblici locali di rilevanza economica esclusi trasporti ferroviari, energia elettrica, gas e farmacie. La sua
abrogazione determinerebbe, quindi, una lacuna normativa in tutti i settori interessati da tale legge.

Se vince il si, a detta delle sentenze 24 e 25 del 12/1/11 della Corte Costituzionale, il vuoto normativo lasciato
dalla legge Ronchi dovrà essere sostituito dall'applicazione generalizzata del principio della gara ad evidenza
pubblica, pena il mancato rispetto delle norme europee. Ricordiamo che la legge Ronchi integra nella legge
italiana le normative suggerite dall'Unione Europea (tuttavia non necessariamente vincolanti), le quali
raccomandano che l'affidamento a privati con gara sia la pratica di uso comune. Le norme UE hanno importanza
maggiore rispetto alle leggi ordinarie italiane, come stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale N.183 del
1973, in applicazione dell'articolo 11 della Costituzione. Uno dei quesiti referendari proposti, quello che prevedeva
il divieto totale di affidamento ai privati, è stato infatti ritenuto inammissibile dalla Corte Costituzionale per
inutilità, in quanto la vittoria del sì avrebbe riportato in vigore la normativa europea, che prevede l'affidamento
con gara pubblica.
In che stato sono gli acquedotti italiani oggi?
PESSIMO. Le perdite ammontano in media al 30% (ciò significa che per ogni tre litri prelevati alla
fonte, uno va sprecato per strada), con punte del 70% al sud. In più, spesso agli acquedotti è
concesso andare in deroga (cioè ignorare) ai controlli sull'assenza di sostanze nocive nell'acqua. In
molti comuni, specialmente al sud, non è garantita la fornitura di acqua corrente tutti i giorni, da
anni. Il 30% circa della popolazione italiana non dispone di impianti di depurazione adeguati.

Si stima che siano necessari, per la riparazione e l'ampliamento delle reti idriche, circa 2 miliardi di euro all'anno
per i prossimi 20-30 anni. Una cifra molto grande, e non è ben chiaro da chi verrà pagata. Finora, nella
maggiorparte dei casi, si è scelto di investire pochissimo e saltuariamente, lasciando così come sono perdite,
sprechi, inefficienze, inquinamento, con danni non solo ecologici ma anche economici ingenti. è stato reso poco
trasparente il modo in cui questi danni vengono pagati.

Chi decide le tariffe e gli investimenti da fare?


I POLITICI. Finora, la decisione sulle tariffe è stata affidata ai politici: sindaci, presidenti di province
e regioni, tramite i cosiddetti ATO (Autorità di ambito territoriale ottimale). Che spesso hanno scelto
di tenerle bassissime (sono le più basse in Europa) per ricevere consensi elettorali. Così gli
acquedotti si indebitavano, e i debiti venivano coperti con i soldi delle tasse (e non delle bollette).
Questo significa che chi si è sforzato di consumare poca acqua per non sprecarla ha pagato, tramite i
soldi delle tasse, i consumi di chi invece ha sperperato l'acqua. Con la legge Ronchi non cambia nulla
in merito a questa questione, quindi, qualunque sia l'esito del referendum, questa situazione rimarrà
immutata.

Come stabilito dal Decreto Ministeriale 1/08/96 , esiste un tetto massimo alle tariffe, ma non un limite minimo. La
tariffa viene stabilita da un decreto annuale del Ministero dell'Ambiente in base a una serie di fattori che lasciano
comunque un ampio margine di ritocco. In realtà sarebbe necessario reperire i i soldi per la manutenzione e
l'ampliamento delle reti esistenti, che sono investimenti necessari. Non è affatto chiaro da dove questi soldi
arriveranno (se arriveranno). I finanziamenti agli acquedotti con il denaro delle tasse rendono tutto poco
trasparente: non si capisce bene chi paga. Si perde così, inoltre, la progressività: è infatti possibile che, anche chi
ha meno e si sforza di sprecare meno acqua, debba pagare molto, mentre chi è più abbiente e sperpera acqua
paghi relativamente poco. La legge Ronchi non entra affatto nel merito di questa questione, che andrebbe invece
curata con grande attenzione da chi ci governa, e colpevolmente e interessatamente la ignora.

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Esiste un organismo di controllo indipendente, che possa verificare il buon
funzionamento degli acquedotti?
NO. Tutti gli organismi di controllo sono fortemente dipendenti dalla volontà dei politici. Così non
c'è nessuno che controlli se sbagliano. O meglio, loro controllano sè stessi, e se sbagliano nessuno
può punirli.

Fino a Gennaio 2011 la sorveglianza sulle reti idriche era affidata alle ATO ("Autorità d'ambito territoriale
ottimale"), enti locali composti sostanzialmente da sindaci, presidenti di province e regioni. Le stesse che avevano
il compito di gestire il servizio. Dal 2011 è lasciato alle Regioni il compito di istituire degli organismi di controllo
decentrati, con modalità scelte arbitrariamente. A livello nazionale esiste il CONVIRI (Commissione Nazionale di
Vigilanza sulle Risorse Idriche). Nessuna di queste istituzioni, però, ha il potere di multare o sanzionare in caso ci
siano degli errori o delle negligenze. Spesso sono anche incapaci di raccogliere i dati necessari per l'analisi
dell'andamento del servizio. Di fatto, sono inutili come organismi di controllo. In molti paesi europei esiste invece
un'organismo di controllo al disopra dei politici, che può sanzionare chi fornisce male il servizio ai cittadini, e il
tutto è sottoposto al controllo delle Autorità Antitrust.

Ma è vero che con la privatizzazione aumentano le tariffe?


NO. Almeno secondo i pochi dati disponibili. Al 1 gennaio 2011 gli unici ATO affidati ai privati (5 su
54) erano 4 in Sicilia e uno in Lazio. Gli altri “privati”, di cui si sente parlare spesso a sproposito, sono
società miste pubblico/privato, dove la quota di partecipazione del pubblico è superiore al 50%
(quindi i privati non hanno potere decisionale). Nel primo caso, non si registrano sensibili aumenti di
tariffa rispetto alla media, almeno per la Sicilia. Acqualatina S.p.A. in Lazio, invece, ha visto un
aumento notevole delle tariffe, in un contesto però di pessima e opaca gestione che durava da anni,
che ha incluso anche indagini della magistratura e arresti. Dal 1 gennaio 2011 gli ATO sono stati
aboliti, e le Regioni stanno lavorando per elaborare i nuovi sistemi di gestione della rete idrica.

Ribadiamo ulteriormente che se il sistema italiano fosse sano e trasparente, le tariffe dovrebbero essere
sensibilmente più alte. Ad oggi, i soldi che i gestori perdono a causa delle tariffe troppo basse vengono rimpiazzati
con il denaro delle tasse (che pagano tutti, quindi anche chi è meno abbiente o si sforza di non sprecare l'acqua).

E la Puglia, come sta?


OBIETTIVAMENTE MALE. La rete idrica pugliese è gestita interamente dalla AQP S.p.A., società
quotata in borsa, di proprietà totalmente pubblica dai primi di maggio 2011, per decreto del
Consiglio Regionale. I consiglieri d'amministrazione sono scelti politicamente, su nomina della
coalizione al governo. Riportiamo i dati della relazione al parlamento del CONVIRI 2009 (quella del
2010 non è reperibile). Si evince che la Puglia è sest'ultima su 54 ATO per il rapporto fra investimenti
previsti e investimenti effettuati, con un tasso di realizzazione del 16% (laddove la media nazionale
è del 54%), contando anche il denaro pubblico ricevuto a fondo perduto. Inoltre, è sest'ultima anche
per quantità di perdite, con il 54%, per un totale di 284.506.690 metri cubi di acqua perduti per
strada ogni anno. Infine, è l'acquedotto più grande d'Italia e d'Europa con più di 4 milioni di utenze
(e ciò significa che porta questo servizio a una enorme quantità di cittadini). Non sappiamo se sia in
virtù di questi dati che il presidente Vendola parla di «un'azienda presa a modello dalle principali
riviste economiche e di settore perchè è un'azienda pubblica che ha saputo risanare e rilanciare la
propria immagine (...) un'azienda sana» (dichiarazione del 27 aprile 2011).

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Cosa ne pensa .lib?
Questa è l'unica parte del testo in cui esprimiamo opinioni nostre invece che dati di fatto.
Pensiamo che, aldilà dello scontro sui referendum, innanzitutto, sia necessario avere più trasparenza
nel servizio pubblico: deve essere chiaro di chi è la responsabilità per gli errori, chi si occupa di fare
le decisioni, chi controlla e anche chi sta pagando per cosa, e al momento questo è quasi impossibile.
Inoltre, pensiamo che sia necessaria una autorità di controllo indipendente dalla volontà dei politici,
che stabilisca degli standard di qualità precisi e li faccia rispettare, come avviene nel resto d'Europa.
I politicanti, alla ricerca di consenso elettorale a breve termine, prendono delle decisioni dannose
per la collettività sul lungo termine, e non c'è nessuno a fermarli, sia perchè hanno potere assoluto,
sia perchè sono difficili da controllare, poichè tutto il sistema non è assolutamente trasparente.
Infine, siamo convinti che il problema non risieda nella gestione pubblica o privata degli acquedotti -
per quanto in molti casi si sia visto che una gestione privata è più efficiente. Quello che conta è il
modo in cui la gestione è effettuata - e ad oggi la situazione è pessima. Questo accade per precisa
volontà dei politici, che rendendosi impossibili da controllare, hanno ancora più potere in mano.

Come posso essere sicuro che mi stiate dicendo tutta la verità?


Tutto quello che abbiamo scritto qui è documentato da fonti attendibili, spesso istituzionali, e
liberamente reperibili su Internet. Se siete interessati a verificare che abbiamo detto la verità,
oppure ad approfondire, potete consultare il sito:
http://punto-lib.blogspot.com/
dove troverete la bibliografia completa che è stata utilizzata per scrivere questo documento,
nonchè altri approfondimenti.

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