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LE PAROLE DEGLI ALTRI

1. I CON-TESTI DEL BIOGRAFICO


L’antropologia classica, centrandosi sull’osservazione partecipante, tende ad escludere le tracce dirette
degli interlocutori (dialoghi, diari di campo), in favore di una scrittura autoriale che rende più soggettivo e
“romantico” il campo della ricerca antropologica.
Tuttavia, in ogni campo di conoscenza il rapporto tra ricercatore e oggetto di ricerca è mediato dalla parola
dell’altro, scritta o parlata: qui nasce l’ANTROPOLOGIA DIALOGICA, basata sulle parole degli altri.
Secondo Pietro Clemente, l’antropologia non deve studiare le leggi generali delle culture, ma il modo in
cui, entro le singole vite, una cultura viene appresa, interpretata e modificata. Di conseguenza, le STORIE DI
VITA divengono fonti culturali preziosissime, che meritano un ampio riconoscimento scientifico.

2. STUDI DEMOLOGICI ITALIANI


Nella sezione dedicata alla TRADIZIONE ITALIANA DI STUDI SULLA CULTURA POPOLARE, Clemente sottolinea la
crescente importanza che le fonti orali e le storie di vita hanno assunto nella ricerca antropologica.
La storia degli studi demologici in Italia può sintetizzarsi in 3 fasi:
1. STORIA ANTICA (1800-1940) : iniziano ad imporsi il valore del documento orale e dei suoi portatori come
fonti. Soprattutto per quanto concerne il mondo agrario e le tradizioni popolari (Tommaseo), si nota
come alla natura orale della fonte vengano attribuiti particolari valori di autenticità e di verità. Inoltre,
l’800 è il secolo delle scienze sociali, e di una conoscenza prodotta “guardando il reale”
2. STORIA MODERNA (1940-1970) : la biografia irrompe con De Martino e Scotellaro. Il primo ha avuto il
merito di tentare di far vivere il documento orale come umanità vissuta e non oggettivizzata, mentre in
Scotellaro v’è il passaggio dall’uomo subalterno come “scrigno di tesori orali” a individuo deposito di
vicende, modi di concepire la vita e contraddizioni. Tuttavia, predomina un “atteggiamento nostalgico”,
e il quadro metodologico della raccolta orale non è molto curato.
Solo negli anni ’60, si assiste a un nuovo interesse per l’oralità, favorito da alcune nuove tecniche di
rilevazione sul campo, come l’uso del magnetofono per registrare canti, musica e narrativa.
Si fa strada, quindi, un modo di studiare usanze e modi di vita non più basato sull’osservazione di
“intermediari”, ma sulla voce, la memoria, la lingua dell’informatore
3. STORIA CONTEMPORANEA (1970-1980) : un quadro ricco di percorsi diversi (etnomusicologia, fiabe)

2.1 - ANTROPOLOGIA E STORIA


Nel secondo dopoguerra italiano, il RAPPORTO STORIA-ANTROPOLOGIA è stato considerato poco rilevante.
Per molti etnografi, il marxismo ha portato a studiare la dimensione sociale dei fenomeni (canti, cibo) e, più
in generale, a rivolgere l’attenzione sulle “classi subalterne” (mondo contadino).
Bosio, ad esempio, collegò ricerca storico-demologica e militanza, dando grande valore alla ricerca
idiografica e alla “scoperta” dei patrimoni culturali delle classi “non egemoniche”. Le sue ricerche,
presentate con notevole fedeltà alle testimonianze dei protagonisti e al loro parlato dialettale, sono oggi
considerate il punto di incontro tra storia contemporanea e antropologia.
Tuttavia, a parte gli studi di tradizioni popolari, l’antropologia marxista ha privilegiato lo studio delle leggi
sociali, con un interesse storiografico e nessuna visione idiografica. Pertanto, Clemente considera il
marxismo antropologico come un impoverimento della storicità della tradizione umanistica italiana.
Il rapporto tra storia e antropologia è stato ripreso negli anni ’80 dalle istituzioni extrauniversitarie, e con
esso l’uso delle storie orali in ambito storiografico. Tuttavia, le fonti orali non hanno ancora abbastanza
riconoscimento sul versante antropologico italiano, dove dominano 2 tendenze:
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 Snobismo malinowskiano : la ricerca è osservazione, il suo luogo è la monografia, l’uso di tecnologie di
registrazione audio-video non è “fine” né tanto meno “romantico”
 Snobismo demartiniano : l’aspetto essenziale della ricerca è quello interpretativo, per cui i documenti
rappresentano solo l’aspetto euristico e tecnico della ricerca
Sia l’antropologia che la storia beneficerebbero, secondo Clemente, da una loro maggior integrazione.
Non è possibile ridurre l’antropologia ad una mera analisi di documenti (storici, appunto).
In quest’ottica, le memorie diventano il punto di incontro tra storia e antropologia.

3. STATUTI
Questa sezione è una riflessione sullo statuto conoscitivo delle storie di vita nella ricerca antropologica.

3.1 - EDIZIONE CRITICA DI TESTI BIOGRAFICI ORALI


Pur essendo un tipo di documento ancora poco conosciuto, la BIOGRAFIA ORALE si colloca su un versante
opposto rispetto al sapere antropologico dell’Ottocento e del Novecento, la cui fondazione conoscitiva è
affidata a leggi, regole, generalizzazioni, astrazioni e l’individuo è solo un potenziale “esecutore”.
La biografia si pone contro i concetti euristici: non pretende di «dedurre l’albero dalla foresta», come le
scienze sociali, ma è l’espressione più irriducibile dell’individualità e, come tale, suggerisce esigenze
critiche e domanda nuove integrazioni e nuovi approcci.
Un’operazione da compiere su tali testi è l’EDIZIONE CRITICA, ossia la creazione di un sistema di note e
saggi critici intorno a una breve testimonianza biografica a partire da una più ampia biografia orale.
È un particolare tipo di pubblicazione che include saggi preliminari e note a piè di pagina allo scopo di
rendere il testo rendere il testo maggiormente fruibile.
Alcuni SAGGI CRITICI PRELIMINARI, ad esempio, possono essere tesi a indicare:
- Contesto storico-sociale : il quadro ambientale, sociale e familiare in cui la biografia si colloca
- Contesto della ricerca
- Linguaggio
L’operazione preliminare alle NOTE è l’analisi della struttura del testo, per tradurla in capitoli e paragrafi.
Organizzare il testo in sequenze permette di integrare meglio ogni sua parte, cogliendo l’aspetto narrativo
in modo complessivo. Nonostante l’uso delle note, è importante mantenere un certo grado di realismo
della narrazione: a questo scopo si rivela utile il ricorso al discorso diretto (proverbi).
Situato in una via intermedia tra la “distanza astronomica” e l’osservazione partecipante, l’approccio alla
biografia orale attraverso l’edizione critica, ovvero la mediazione del testo scritto, può essere inteso in
termini di “PROSSIMITÀ DELLA DISTANZA”. Bisogna essere vicini ma estranei, quel tanto distanti da non
perdere di vista i contesti e quel tanto empatici da non tradirli o violarli nell’interpretazione.

3.2 - OLTRE GEERTZ


Geertz critica l’approccio soggettivista, sottolineando la NATURA DISCORSIVA E AUTORIALE DELL’ETNOGRAFIA,
centrata sulla dimensione della scrittura. Il suo pensiero di riassume in 3 punti:
a) L’antropologia, o etnografia, si presenta con uno statuto ibrido, il quale si fonda sull”altrove” dello
sguardo esplorativo e sul “qui” della scrittura interpretativa e della comunicazione persuasiva
b) La crisi dell’antropologia si deve al multiculturalismo, al diminuire della “distanza” che fondava e
rendeva possibile la distanza tra “qui e altrove”. Da ciò deriva l’impossibilità dell’antropologia di essere
scienza dallo sguardo neutrale e dalla descrizione realistica: essa è invece impregnata da una
soggettività descrittiva e da una rappresentazione autoriale
c) Per superare la crisi, non si deve cercare di descrivere le cose esattamente come appaiono, ma è
necessario attribuire alle persone di cui si scrive un’esistenza immaginativa che corrisponde a quella
che hanno nella società reale. Ciò implica, tuttavia, che il problema dell’autore e della sua posizione
non perda rilievo, ma anzi si approfondisca

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La demologia italiana non ha mai avuto una tradizione empirica e un orizzonte di monografie centrate su
descrizioni obiettive di un gruppo, un villaggio o un popolo. Anche a causa del provincialismo, in Italia si è
rinunciato al tentativo di fornire teorie e leggi generali, dando sempre rilievo all’autonomia del documento,
a differenza della visione totalizzante e realistica che si è largamente diffusa in Europa.
Questa rinuncia le ha consentito di salvarsi dalla crisi di cui parlava Geertz, nonostante sia ancora
notevolmente attardata e deludente.
Geertz concepisce l’antropologo come un “uomo nudo”, armato solo delle sue capacità di vedere,
elaborare mentalmente e scrivere nel carnet. Sulla scia di questa considerazione si pone anche il suo
rifiuto verso l’uso di tecnologie di riproduzione, considerate fuorvianti.
Per Clemente, questo modello è poco efficace per comprendere la diversità culturale.
Andando “oltre il pensiero di Geertz”, che in linea di massima condivide, Clemente propone un’innovazione
tecnica e metodologica in campo antropologico che includa anche FONTI ORALI e DOCUMENTI VISIVI.
Solo ascoltando la voce della gente comune si può aprire la conoscenza allo studio delle diversità.

3.3 - L’AUTORE MOLTIPLICATO


Geertz adotta una visione scritturale e autoriale dell’antropologia: l’etnografo osserva e vive entro processi
culturali dotati di senso, predisponendosi a fornirne una DESCRIZIONE DENSA. Questa consiste non nella
semplice ed “esigua” descrizione degli eventi comportamentali, ma nella rappresentazione del senso di ciò
che altri fanno. In altre parole, la descrizione densa non è la restituzione oggettiva dello studio “del
villaggio”, ma il resoconto interpretativo dello studio “nel villaggio”. L’antropologo si identifica non nella sua
esperienza di terreno (il “there”), ma nel mondo accademico e universitario (lo “here”): pertanto, è nella
scrittura che la descrizione densa trova la sua forma comunicativa.
Il there è solo il luogo fondativo della particolarità della scrittura dell’autore in quanto proveniente da un
“atto immaginativo” operato sui significati culturali di popoli diversi dal proprio. Per “fingere” questi ultimi
(nel senso di un’opera di traduzione), occorre aver praticato con essi entro contesti di vita.
Quindi, i principi di legittimazione della scrittura antropologica sono:
 AUTORIALITÀ : ogni scrittura interpretativa è riconducibile a un autore che fonda e sviluppa il discorso
 DISCORSIVITÀ : il paradigma entro il quale la scrittura antropologica assume comunicabilità e senso
Geertz scredita l’introduzione delle voci del “there” in antropologia, in quanto complicherebbero il problema
della discorsività e dell’autorialità. L’uso del documento locale, e quindi l’inclusione delle voci proprie del
mondo del terreno, rappresenta un ostacolo per la densità della scrittura. Per Geertz, non si può concepire
un’antropologia eteroglottale (annullamento dello here a vantaggio del there) o una dispersione dell’autore
(l’antropologo mediatore della voce dell’altro). Egli non accetta il riconoscimento di “autori altri”: il “gioco
dell’autore indigeno” è una “illusione positivista”, un modo di nascondere che il potere discorsivo e testuale
resta sempre nelle accademie e negli autori legittimati.
Secondo Clemente, tale approccio pone qualitativamente più in basso rispetto alla scrittura (intesa come
opera finale) sia l’intervista agli informatori che la scrittura del diario. L’uso del saggio per esprimere i
risultati della ricerca antropologica, infatti, non concede autonomia ad altre fonti (fotografia, film, disegni).
Le autobiografie di Franci e Magni sono chiari esempi dell’irruzione in ambito antropologico di quello che
Geertz definiva “discorso sociale bruto”. Ciò che Franci e Magni fanno è interpretare la società rurale
toscana in cui hanno vissuto, alla luce della loro storia personale. Si può quindi affermare che la loro è
un’opera di “interpretazione primaria”, in quanto raccontano un mondo ed una vita che, benché vissuti, non
sono tuttavia “immediati”, ma costruiti ed interpretati.
In conclusione, essendo sempre più usato il documento indigeno, è necessario creare nuovi modelli di
descrizione densa e riconoscere nuove forme di “autorialità”, ampliando quelle visioni che vogliono
l’antropologo come unico possibile autore e quindi come filtro opaco dell’esperienza del there.
Se il “discorso sociale bruto”, sotto forma di racconti di vita o di rappresentazioni visive di cerimonie,
irrompe nelle nostre fonti, bisogna riconoscerne la densità e la non-brutalità, adottando un approccio
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interpretativo. Tutto ciò senza rinnegare le idee di Geertz, ma allargandone gli orizzonti e le possibilità:
includendo, cioè, una “seconda autorialità” di natura critico-interpretativa, quella dello studioso.

4. INTERPRETAZIONI
Le STORIE DI VITA sono indispensabili per capire le culture e, quindi, l’antropologia: aiutano a vedere la
cultura come qualcosa di dinamico, aperto, in cui l’individuo ha un ruolo diversificante.
Le storie di vita (Egidio Mileo) non solo arricchiscono il punto di vista dello studioso nei confronti della
società analizzata, ma esercitano a sviluppare quella che Clemente definisce “IMMAGINAZIONE MORALE”:
tramite esse, infatti, l’Io del lettore è stimolato a compiere un salto immaginativo e di immedesimazione
all’interno della realtà narrativa. Così facendo, è in grado di “decodificare dal basso” gli orizzonti di vita
vissuta, estraniandosi dalle ricostruzioni storico-sociali (“analisi dall’alto”) del contesto in questione. Nel
guardare l’altro, nell’entrare nella sua intimità soggettiva, il lettore si guarda e si sente guardato,
oggettivato: riscopre sé stesso specchiandosi nell’altro.
In questo consiste lo spirito della moderna ANTROPOLOGIA RIFLESSIVA. Le storie di vita permettono di
«vedere una cultura dall’interno di una vita, e una vita dall’interno di una cultura».
Chiaramente, l’utilità di una storia di vita non prescinde dalla conoscenza approfondita del contesto (storia,
politica, società): per ovviare a ciò si ricorre alla CONTESTUALIZZAZIONE, ovvero all’inserimento di
avvertenze, informazioni e consigli su come affrontare il testo. Questa operazione, atta a creare vere e
proprie “cornici interpretative”, è importante per comprendere il testo ed evitare fraintendimenti.

4.1 - AUTOBIOGRAFIE AL MAGNETOFONO


Nella metà degli anni ’70, le STORIE DI VITA iniziano ad essere studiate come temi rilevanti per la ricerca: il
movimento intellettuale detto “STORIA ORALE”, rivendicando il diritto di parola della gente comune, è stato
fondamentale per poter riconoscere la disponibilità di un tipo di fonti non formalmente incluse nel
paradigma accreditato della storiografia. Per la diffusione della storia orale e dell’intervista è stata decisiva
l’introduzione del magnetofono: nonostante la crescente importanza dell’individualità, le fonti orali entrano
a far parte degli studi nel momento in cui il processo di diffusione tecnica è ormai maturo.
Il crescente interesse per il RACCONTO AUTOBIOGRAFICO ha contribuito a farlo considerare come il più ricco
documento orale e il più rappresentativo del punto di vista dell”altro”. Si può affermare che la biografia è
una sfida alla conoscenza sociale otto-novecentesca, oggettiva e generalizzante, in primo luogo perché
tende alla comprensione, riducendo ogni pretesa di “spiegare” in modo esauriente con dati quantitativi e
generalizzazioni. Ogni biografia ricostruisce grandi spaccati temporali, visti da angolature diverse e da
diverse “postazioni” rispetto a chi guarda la vicenda storica dall’alto. La biografia è uno strumento
qualitativo e individualizzante: gli aspetti più padroneggiati dalla conoscenza sociale (usanze, proverbi,
feste, cerimonie) non vanno separati dal racconto di vita e incasellati in altri universi di riferimento, ma
bisogna vederli “agire nel vissuto” e cercare di cogliere le modalità dinamiche del loro uso sociale.
Infine, alle biografie si può legare la formula dei COAUTORI, poiché con essa si riconosce il ruolo
“suscitatore” del ricercatore e, al contempo, quello attivo e non meramente esecutivo del testimone.

4.2 - IL RACCONTO DI DELIA


Nella biografia di DELIA MEIATTINI, Clemente ribadisce l’importanza della biografia non professionale come
fonte, per approfondire e posizionarsi in mondi altrimenti poco raggiungibili (mondo mezzadrile).
Inoltre, pur avendo a che fare con racconti di vita di persone analfabete o poco acculturate, come Delia, è
importante considerare che la cultura non coincide con il livello di scolarizzazione. La vivacità, la forza
comunicativa, la semplicità e l’immediatezza espressiva di Delia sono un esempio dello stretto legame tra
cultura e vita quotidiana: un legame che non dipende dal livello di scolarizzazione.

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Nella scrittura biografica di Delia si può comprendere l’intersecarsi tra militanza politica e lotte contadine
nel mondo colonico del dopoguerra: un contesto vissuto “dall’interno”, con il sentimento vivo della dignità,
della difficoltà nel ricostruire la vita quotidiana, della precarietà e della solidarietà.

4.3 - SCRIVERE DI SÉ TRA DOLORE E PUDORE


Clemente affronta il dilemma del DICIBILE/INDICIBILE all’interno delle testimonianze biografiche.
Secondo l’autore, le vite degli individui divengono raccontabili e ascoltabili entro specifiche soglie che sono
quelle in cui la singola cultura regola i confini del “dicibile” e del “tramandabile”.
Primo Levi, nel scrivere dei campi di sterminio, si autointerroga sulla veridicità delle testimonianze
soggettive dei sopravvissuti: una verità che, poiché si basa sulla memoria, non può essere oggettiva.
Tuttavia, aggiunge Clemente, la stessa autocritica non è esercitata dagli storici sulle fonti d’archivio: è dato
per scontato che queste siano fonti oggettive e veritiere ma, a ben pensarci, possono considerarsi una
“soggettività di istituzione”, poiché anch’esse si legano a una modalità di uso della memoria.
Il tempo della memoria, il tempo della TRASMISSIONE TRA LE GENERAZIONI è un tempo sempre meno
presente nella nostra vita: le nuove tecnologie (televisione) e la crescente accelerazione del “ritmo del
tempo” sono fattori che rendono difficilmente possibile la trasmissione intergenerazionale.
Secondo Raffaello Ciucci, la massificazione della comunicazione e il controllo operato
dall’istituzionalizzazione dell’istruzione tendono a ridurre le differenze generazionali. Pertanto,
l’assimilazione e la rielaborazione di modelli delle generazioni precedenti perdono significato: le nuove
generazioni entrano in una sorta di “ADOLESCENZA INTERMINABILE”, un processo di negazione della morte
che ferma il tempo e non favorisce bensì occlude il transito per le nuove generazioni.
Sotto l’influenza dei media e delle istituzioni, le generazioni che si confrontano con la modernità tendono
voler dimenticare il passato: i singoli riconoscono sempre più nelle istituzioni il luogo “pubblico” di memorie
che prima erano private e familiari.
Le storie di vita, oltre ad avere valore accademico, contribuiscono a restituire voce alla soggettività, a
ricostruire un dialogo intergenerazionale interrotto: in altre parole, possono farsi memoria delle generazioni
ulteriori poiché contengono il senso vissuto del tempo. Questo diviene tramandabile solo in forma di
comprensione dell’esperienza di una forma di vita, non in quanto mera informazione o ricostruzione delle
dinamiche degli eventi e dei protagonisti della storia.
5.
LA POSTURA DEL RICORDANTE
Come detto, l’antropologia non studia le leggi generali delle culture, ma il modo in cui dentro le singole vite
una cultura viene coniugata, trasformata: per questo motivo le memorie dei singoli sono un deposito
eccezionale di insegnamenti. Il senso delle memorie non sta nel conservare il passato, ma nel non
lasciare il futuro solo e senza risorse, nel farlo vivere come futuro: cioè, come dotato di passato.
Clemente invita a considerare la lettura di una storia di vita alla stregua di un viaggio antropologico, che
consente di “procedere verso il futuro con la memoria di un passato”. Il guardare verso il passato diviene
strumento per il futuro: è così che, nel suo essere un paradigma interpretativo, la postura del ricordante
diviene la postura dello studioso, dell’autore.
La POSTURA DEL RICORDANTE richiede una torsione della temporalità: nei diari della seconda guerra
mondiale di Francesco Stefanile, nei racconti del colonnello americano Alingdon nell’Italia risorgimentale e
nella poesia del Novecento (Pascoli) si incontrano spesso queste “torsioni”.
Nella novella di Pirandello, Una giornata, è possibile rintracciare questa TORSIONE DEL SOGGETTO E DEL
TEMPO che è alla base della postura del ricordante. Il personaggio sogna sé stesso invecchiato in un
mondo che appartiene al suo passato, si ritrova davanti i suoi figli e i suoi nipoti e, riconoscendoli, si

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arrende allo scorrere del tempo. V’è quindi un senso di sdoppiamento, un poter guardare sé stessi come
oggetto, che è alla base dell’atteggiamento riflessivo che rende possibile scrivere la propria storia.
Prendendo spunto da questa novella, nel film Kaos i fratelli Taviani raccontano di un figlio che torna in
pellegrinaggio sui luoghi della madre, immergendosi un una nostalgia dei ricordi della madre bambina
(ormai morta). Nel film, la madre invita a «guardare le cose con gli occhi di quelli che non le vedono più»: il
ricordo è l’unica arma a nostra disposizione contro la dissipazione delle vite e la conseguenze interruzione
del dialogo intergenerazionale.
Maurizio Bettini, trattando di mondo romano, tratta della GESTIONE CULTURALE DELLA TEMPORALITÀ
attraverso la lingua e, con essa, attraverso la cultura. Nel suo viaggio nel tempo dei romani, connette
l’importanza culturale del “davanti” (corpo, cerimonie, potere) alla spazializzazione del tempo nel senso
“dietro=passato” e “davanti=futuro”. Questa operazione è una segnalazione dell’importanza del futuro
rispetto al passato: l’espressione “il passato di fronte agli occhi” interessa molto la postura del ricordante, il
quale, avendo il passato davanti agli occhi, deve aver prima compiuto una torsione, giacché esso sta
dietro le spalle (proprio per quell’eredita che Bettini ha segnalato).

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