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canto I dell’Inferno è il proemio della Divina Commedia e del viaggio nell'oltretomba che

Dante all'età di 35 anni compirà attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.

È la notte del venerdì santo del 1300, anno del Giubileo. Dante, immerso in un sonno
profondo, si trova sperduto in una selva oscura (allegoricamente essa rappresenta il
peccato in cui si smarrisce facilmente l’anima umana). È così intricata che egli non
riesce a trovare la via della salvezza. Si sente perciò invadere da un senso di grande
smarrimento. Sconvolto dall’angoscia e dalla paura, arriva ai piedi di un colle illuminato dal
sole (simbolo della Grazia). A quella vista, si sente rincuorato e incomincia a salire il
pendio quando, all'improvviso, si vede sbarrato il cammino da tre fiere: una lonza, un leone e
una lupa (simboleggiano tre grossi vizi dai quali non è facile liberarsi: la lussuria, la
superbia e l’avarizia) che lo fanno retrocedere verso il basso. Ma in suo soccorso, ecco
apparire l’ombra di un uomo: è Virgilio, il poeta latino che gli era tanto caro (simbolo della
ragione umana). Dante lo prega di salvarlo e il grande poeta latino, per evitare la lupa
famelica, l’avarizia, peccato che ha corrotto la società intera, lo esorta a seguire un altro
percorso. Non basta l’intenzione di liberarsi dal peccato: per salvarsi, occorre conoscere
più a fondo le radici del bene e del male. Perciò, in attesa che arrivi il «veltro» a uccidere
la lupa, sarà bene che lo segua: gli farà da guida e gli mostrerà le pene dell’Inferno e le
gioiose espiazioni delle anime del Purgatorio destinate a salire in Paradiso. Se poi vorrà
vedere i beati, gli farà da guida un’anima più degna di lui (Beatrice che simboleggia la
Grazia) poiché Dio non vuole che egli, pagano, varchi la porta del Cielo. Rinfrancato da
queste parole di Virgilio, Dante dice che è pronto a seguirlo e incomincia così quel percorso
che lo condurrà alla salvezza, alla purificazione intellettuale e morale in un viaggio nel regno
dei morti che rappresenta tutta la società sviata e corrotta.

FIGURE ALLEGORICHE

● 1) Qual è il significato allegorico della «selva oscura»?


La selva oscura simboleggia il peccato che ottenebra la mente, uno stato di smarrimento in
cui si corre il pericolo della perdizione (= danno irreparabile).

2) Cosa rappresenta allegoricamente la «diritta via?


La diritta via è l'avere fede, è la vita secondo gli insegnamenti cristiani, ovvero la strada
giusta che bisogna intraprendere per poter arrivare a Dio.

3) Cosa rappresenta allegoricamente il «colle»?


Il colle illuminato dal sole rappresenta la luce di speranza che si accende nel cuore
angosciato di Dante, una speranza di salvezza accentuata dall’«ora del tempo», il mattino, e
dalla «dolce stagione», la primavera, la stagione del risveglio della natura e della
risurrezione pasquale di Cristo. Ma la strada per arrivare alla salvezza è lunga, in salita e
piena di ostacoli come le tre fiere.

4) Tre sono le fiere che sbarrano a Dante il cammino: quali sono? Ognuna ha un valore
allegorico-politico e uno simbolico-morale: quale?
Le tre fiere, la lonza, il leone e la lupa, raffigurano i tre peccati che maggiormente avvincono
l’umanità: la lussuria, la superbia e l’avarizia.
LUPA
Senso letterale: è un animale magro, agile e affamato;
Senso simbolico: l'avarizia;
Senso allegorico-politico: la Curia pontificia, in particolare Bonifacio VIII, avido di ricchezze.

LONZA
Senso letterale: fiera dal mantello screziato;
Senso simbolico: la lussuria;
Senso allegorico-politico: Firenze divisa in Bianchi e Neri.

LEONE
Senso letterale: fiera nota per la sua forza (da qui il simbolo);
Senso simbolico: la superbia;
Senso allegorico-politico: il regno di Francia.

5) Spiega la profezia del «veltro».


Il veltro è il nome antico dato a cani da inseguimento e da presa, simili agli attuali levrieri.
Il veltro, di cui Virgilio annuncia la venuta, raffigura colui che giungerà per redimere il genere
umano e riportarlo ai valori eterni del bene e della giustizia sociale. Nel veltro si deve quindi
vedere una forza capace di assumersi il compito di riformare la chiesa e di riportarla alle sue
origini. Potrà essere un imperatore, che ristabilisca la netta separazione tra potere temporale
e potere spirituale, o un pontefice che operi dall'interno il rinnovamento in senso evangelico
degli istituti ecclesiastici.

6) Chi è Virgilio e qual è il suo significato allegorico?


La figura di Virgilio che viene in soccorso di Dante, spaurito, che dubita ormai della salvezza
è la ragione che lo aiuta a uscire dall'intrico dei peccati per avviarlo sul sentiero della
rettitudine spirituale e morale. Dante aveva una stima immensa di Virgilio e ne aveva
studiato a fondo l’Eneide. Virgilio viene collocato nell'Inferno perché non avendo conosciuto
Cristo non è battezzato

Secondo canto

Tempo: tramonto di venerdì santo, 8 aprile del 1300

Spazio: il leggero pendio iniziale del colle della Grazia al limite della selva oscura (la diserta
piaggia)

Personaggi: Dante e Virgilio

Sintesi
L'invocazione alle Muse
Scende il tramonto e, mentre tutti gli uomini cessano dalla fatica del lavoro quotidiano, Dante
si appresta a intraprendere l'arduo viaggio infernale. Prima di iniziare la narrazione, tuttavia,
prega le Muse che gli concedano l'ispirazione necessaria e, contemporaneamente, chiede
aiuto al suo stesso ingegno dichiarando di confidare nella memoria, che registra con fedeltà
ogni avvenimento
Le esitazioni di Dante
Il poeta è indeciso se seguire,Virgilio, perché, non avendo fiducia nelle proprie capacita,
ignora le ragioni per le quali a lui dovrebbe essere stato concesso il privilegio del viaggio
ultraterreno. In passato, infatti, soltanto a Enea e a San Paolo fu permesso di visitare l'aldilà
con lo spirito e con il corpo. A ciascuno di loro, però, era stata affidata un'alta missione da
compiere: al primo la fondazione di Roma, la città dove, dopo la nascita dell'impero, avrebbe
avuto la sua sede il papa, vicario di Cristo in terra; al secondo, che giunse fino al terzo cielo
del Paradiso, il consolidamento della fede cristiana fra gli uomini.

L'esortazione di Virgilio
Virgilio rimprovera a Dante la sua viltà e, per spronarlo a mettere da parte ogni indugio, gli
rivela di essere un'anima del Limbo e di essere stato pregato da Beatrice, discesa dal
Paradiso di soccorrerlo e di fargli ritrovare la retta via che lo possa condurre alla salvezza
eterna. Beatrice, che per volere di Dio è in condizione di non dover temere neppure il
contatto con l'Inferno, gli ha rivelato di essere stata sollecitata da Santa Lucia, su invito della
Madonna, perché allontani il pericolo della dannazione eterna di Dante.

Dante riprende il cammino


Virgilio, quindi, lo esorta a mettere definitivamente da parte ogni tentennamento e a seguirlo.
Il poeta, sentendosi rassicurato, esprime a Virgilio la sua ormai irremovibile decisione di
intraprendere il viaggio ultraterreno sotto la sua guida

Analisi del canto

Il tempo
Nei 6 versi iniziali del canto veniamo informati che nel mondo terreno la giornata sta finendo
e le persone vanno a riposarsi per la notte, mentre Dante deve rimanere sveglio e vigile
perché sta per affrontare i grandi pericoli del viaggio tra le anime dannate

Il terzo uomo
Dante è pieno di paure e incertezze e non si sente all'altezza di compiere un viaggio simile
nel Regno dei morti e ricorda quei due uomini che lo hanno preceduto: l’eroe troiano Enea,
di cui ne parla Virgilio nell’Eneide (potere imperiale: fondò Roma, sede dell'Impero), e San
Paolo, che nella sua Seconda lettera ai Corinzi dichiara di essere stato assunto al terzo cielo
(potere della Chiesa).
Si chiede perché dopo queste due figure nobili, che sono state le due forze guida
dell'umanità, sia stato scelto proprio lui per questo importante viaggio.

Le tre donne benedette


Il cammino di Dante è determinato dalla volontà divina per mezzo della Vergine Maria che si
servirà di Santa Lucia, Beatrice (le tre donne celesti) e altri beati.

Le tre donne benedette hanno un chiaro valore simbolico:


Maria è la Grazia preveniente, dono che Dio a concesso gratuitamente a tutti gli uomini,
indipendentemente dai loro meriti. ;
Santa Lucia è la Grazia illuminante, che Dio ha concesso agli uomini per distinguere il
bene dal male;
Beatrice è la Grazia cooperante, ovvero quella che con la cooperazione dell’uomo lo aiuta
ad operare il bene.

La duplice funzione di Beatrice


La figura di Beatrice (donna amata da Dante nella vita terrena) è necessaria sia per
mandare Virgilio in soccorso a Dante, ma anche per anticipare lo scopo finale del viaggio.

Terzo canto
Sintesi
Sintesi
Virgilio e Dante si trovano di fronte alla porta dell'inferno, che nella parte superiore porta
incisa la famosa scritta conclusa con la sentenza "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
Entrambi attraversano l'uscio penetrando così nel mondo infernale. L'ambiente è buio, e si
sentono subito pianti, lamenti e grida dei dannati. Quell'anticamera dell'inferno accoglie gli
ignavi, coloro che vissero senza prendere mai una posizione, né buona né cattiva, inutili a
sé stessi ed alla società. Tra le anime dannate si trovano anche gli angeli che nella guerra
tra Dio e Lucifero non si schierarono né dall'una né dall'altra parte.
Gli ignavi si lamentano della loro sorte perché trascurati da tutti con disprezzo per non aver
lasciato in vita nessun ricordo di sé. La pena degli ignavi è avvilente e spregevole: sono
continuamente punzecchiati da mosconi e vespe, in un fango putrido, così da versare ora
inutilmente (sono solo cibo per vermi) quelle lacrime e quel sangue che in vita non furono in
grado di versare. Sono anche costretti ad inseguire una insegna che cambia rapidamente
posizione in ogni momento. Tra le anime Dante riesce a vedere quella di Celestino V, colui
che per vigliaccheria aveva ceduto alla carica papale lasciando il posto a Bonifacio VIII, che
il poeta ritiene responsabile del male di Firenze e del suo esilio. Questo papa voleva che la
chiesa avesse anche il potere temporale. Proseguendo nel loro cammino i due poeti
giungono sulla riva del fiume Acheronte dove un'immensa schiera di anime è pronta per
essere traghettata sull'altra sponda da Caronte.
Il nocchiero svolge il suo compito senza parlare: ordina alle anime di salire sulla barca
facendo loro dei cenni, e, se qualcuna mostra di voler indugiare, la percuote col remo.
Caronte, accortosi che Dante è ancora in vita, lo ammonisce a tornarsene sui suoi passi, ma
Virgilio lo costringe al silenzio rivelandogli che il viaggio del suo discepolo si compie per
volere del cielo. Improvvisamente la terra trema, e, mentre un lampo di luce rossa squarcia
le tenebre, Dante perde i sensi.

Analisi del canto


La porta dell’inferno
Attraverso le drammatiche parole incise sulla porta dell’inferno si riesce a trasmettere tutto il
dolore a cui sono condannate per sempre le anime che si trovano nella città infernale.
Rispetto al secondo canto che faceva riferimento alla sicurezza e alla protezione (le tre
donne benedette, il tema dottrinario e la conversione di Dante), in questo canto l'atmosfera
subisce un cambio netto, si entra nel vivo della scena che scorre più velocemente e si
avverte il pericolo e la paura ancor prima di attraversare quel varco (la porta infernale).

Caronte
Caronte è la prima figura demoniaca che Dante incontra nella Divina Commedia, il cui ruolo
è quello di traghettatore dell'Ade e trasporta le anime dei dannati da una riva all'altra del
fiume Acheronte.
Come base per la descrizione di questo personaggio, Dante userà quella di Virgilio
nell'Eneide (Libro VI 298-304): come vecchio e canuto, come nocchiero con la barba e gli
occhi infuocati, come demonio severo, ordinato e sistematico.
Il Caronte dell'inferno dantesco si differenzia da quello di Virgilio perché viene infernalizzato,
ovvero perde la sua virilità e la sua forza ma diventa un semplice esecutore in negativo della
volontà divina (un demonio).
Da segnalare la profezia di Caronte quando inizialmente si rifiuta di trasportare Dante
perché è ancora in vita, e gli spiega che non è la barca adatta a lui e che deve attraversare il
Regno dei morti per un altro luogo, questo è un riferimento al Purgatorio.

La volontà divina
Chiaramente Caronte si rifiuta di trasportare Dante perché ha un compito da svolgere, ma a
risolvere la situazione a favore del suo allievo ci penserà Virgilio che ammonirà Caronte: il
viaggio di Dante sta avvenendo per volontà divina. Questa spiegazione verrà usata da
Virgilio anche in future occasioni in cui la presenza di Dante non è ben vista e viene
ostacolato. Alla volontà divina tutti devono obbedire, anche le creature infernali, ed è per
questo che i dannati che giungono sulla riva dell'Acheronte corrono incontro alla loro pena.

Pena e contrappasso
Nella inferno dantesco si segue la legge del contrappasso: rappresenta il rapporto fra la
pena che scontano i dannati nella vita ultraterrena e i peccati che hanno commesso nella
vita terrena.

Gli ignavi
Il primo gruppo di penitenti che Dante vede è quello degli ignavi: sono coloro che in vita non
vollero prendere posizione, cioè non operarono né per il bene né per il male, e ora sono
costretti a rincorrere nudi un insegna mentre vengono pungolati da vespe e mosconi, e ai
loro piedi vermi che si nutrono del loro sangue e delle loro lacrime. Rispetto ad altre pene
questa non è tra la più dolorose, ma sicuramente la più umiliante. Dante li definisce come
individui che non hanno mai vissuto nella loro vita ("che mai non fur vivi").
Dante vede tra loro "colui che fece il gran rifiuto", un riferimento a Celestino V (che con la
sua abdicazione ha ceduto il pontificio a Bonifacio VIII, nemico personale di Dante e a suo
giudizio la causa della rovina della Chiesa e dell'umanità), ma non lo nomina perché Virgilio
gli dice "non ragioniam di lor, ma guarda e passa", in quanto gli ignavi non meritano nessuna
attenzione, devono solamente generare disprezzo negli occhi di chi li guarda.

I fiumi dell’oltretomba
La struttura dell'oltretomba è caratterizzata dalla presenza di fiumi e spazi d'acqua. Il primo
che Dante incontra è il fiume Acheronte che si trova all'entrata dell'Inferno. Dall'altro estremo
vi è il lago ghiacciato Cocito. Alla cima del monte del Purgatorio, che è circondato
dall'Oceano, si trovano i fiumi Letè ed Eunoè

IV CANTO
Questo il canto in cui Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel Limbo, luogo in cui si trovano
le anime che non ebbero peccati, se non quello originale di non essere stati battezzati: vi si
trovano quindi i bambini nati morti, le persone decedute prima della venuta di Cristo (come
lo stesso Virgilio) e quelle che per varie ragioni non ebbero modo di conoscere il suo
messaggio (come i musulmani). In questo canto incontrano i grandi poeti antichi: Omero,
Orazio, Ovidio e Lucano.

La questione teologica: il battesimo


Dante, moralmente tormentato dal problema della dannazione di anime innocenti e nobili ma
non cristiane, espone qui il dogma sul sacramento del battesimo. Il tema verrà ripreso e
chiarito in Paradiso, proprio nel cielo della giustizia divina.

Commento
Superata la fase di incoscienza, Dante si risveglia e si accorge di aver attraversato
l'Acheronte, e si guarda intorno per cercare di capire dove si trova. Dante appare più attivo
del solito, forse perché è appena uscito dal sonno del peccato, ma a questa scena fa da
contrasto il turbamento di Virgilio che partecipa all'angoscia delle anime eternamente
condannate alla sofferenza e alla privazione di Dio (questa scene rende più umana la figura
di Virgilio).
Ancora Virgilio protagonista: egli anticipa la domanda di Dante, quasi fosse desideroso di
chiarirgli la condizione di quella schiera di dannati a cui egli stesso appartiene. Essi non
sono peccatori, anzi possono aver avuto meriti in vita; la loro unica colpa è quella di non
aver conosciuto la vera fede, essere morti senza battesimo o, nel caso di quelli vissuti prima
di Cristo, non aver creduto nel vero Dio.
Ora essi sono condannati a desiderare Dio, senza alcuna speranza di poterlo raggiungere.
Le parole di Virgilio sono un misto tra la consapevolezza della propria innocenza e
rassegnazione al proprio destino.
La lezione è amara anche per Dante perché pure gli uomini di elevate qualità intellettuali e
morali non possono con le loro forze raggiungere la verità e la felicità. È la fede l'unico modo
per salvarsi.
Dante vede in lontananza genti degne di onore i cui loro gesti e le loro parole sono un
esempio di gentilezza e rispetto e sono in grado di esaltare i valori più elevati come l'onore,
la fama e la poesia, ovvero i valori che hanno contraddistinto il mondo classico e che sono
più cari a Dante sente; essi non sono in contrasto con i valori cristiani, anzi Dio stesso
mostra di pregiarli (grazia acquista in ciel che sì li avanza).
Dopo l'intenso parlare dei sei poeti spariscono la confusione dei sensi e l'angoscia del cuore
che erano subentrati mettendo piede nel mondo dei dannati.
L'ultima parte del canto contiene una rassegna di grandi personaggi dell'epopea troiana e
romana e dei massimi esponenti del pensiero filosofico e scientifico antico e comunque non
cristiano.

V CANTO

Nel canto V dell'Inferno, Dante e Virgilio si lasciano alle spalle il Limbo, Primo Cerchio della
voragine infernale e luogo di cui il Poeta ci ha parlato nel quarto canto, e si avviano verso il
secondo Cerchio, dove ha inizio il vero e proprio Inferno. All’ingresso di questa zona fa la
sua comparsa un personaggio mostruoso: Minosse. Terrorizzate dal suo aspetto, e
soprattutto dal suo giudizio, le anime dei dannati si presentano al suo cospetto per essere
giudicate. A Minosse basta guardarle per sapere quale pena infliggere, e comunica la sua
sentenza arrotolando la coda tante volte quanti sono i cerchi dell’Inferno a cui l’anima è
destinata. Anche Dante e Virgilio si presentano davanti al giudice infernale che, come già
aveva fatto Caronte sulle sponde dell’Acheronte, cerca di intimidire Dante impedendogli di
continuare il suo viaggio. Virgilio risponde con la formula che riserva ai guardiani dell’Inferno
quando questi cercano di bloccare il suo compagno: vuolsi così colà dove si puote ciò che si
vuole e più non dimandare!
I due superano Minosse e, finalmente, ecco stagliarsi davanti a Dante il primo vero scenario
infernale. Non c’è luce, l’aria è tenebrosa e scossa da una fortissima tempesta di vento
dentro la quale sono sbattute e percosse le anime dei dannati. Ci troviamo davanti un
contrappasso: che significato assume questa pena? Il vento rappresenta la mancanza di
lucidità e di ordine, l’assenza di razionalità e l’abbandono del corpo agli istinti corporali e alla
passione sessuale: in questo cerchio sono puniti i lussuriosi. Le anime, in questa tempesta,
non vagano alla rinfusa ma sono suddivise in schiere in base al tipo di amore che
condussero. La schiera che attira l’attenzione di Dante è quella di quei dannati che morirono
per amore. Fra queste, dopo un elenco di personaggi che viene riportato da Virgilio a Dante,
il Poeta è attratto da due amanti in particolare che, a differenza degli altri, sono scossi dalla
tempesta restando abbracciati e saldi uno all’altra. Sono le anime di Paolo e Francesca.

2 Canto V Inferno, i personaggi: Paolo e Francesca


Il Canto V dell’Inferno è il canto di Paolo e Francesca.
Paolo e Francesca che l'autore inserisce nel V canto dell'Inferno fanno parte della storia
contemporanea di Dante, potremmo dire della cronaca nera del suo tempo. Sono due
cognati uccisi dal marito di lei (e quindi dal fratello di lui) solo pochi anni prima della discesa
di Dante nell’Inferno. Sappiamo infatti, dalle parole di Francesca, che suo marito, Gianciotto
Malatesta, è ancora vivo e che la zona dell’Inferno detta Caina sta aspettando che lui muoia
per accoglierlo e fargli scontare la sua pena. Gianciotto ha ucciso i suoi familiari, e nella
Caina sono puniti i traditori dei parenti.

● L'amore di Lancillotto e Ginevra


La storiografia interpreta in diversi modi questo omicidio di cui Dante parla nel canto V
dell'Inferno. Si pensa che Francesca, com’era normale a quei tempi, fosse stata promessa in
sposa a uno dei fratelli Malatesta, e che lei avesse inteso di dover sposare il più bello e
attraente Paolo quando invece si presentò, per chiedere la sua mano, Gianciotto.
Francesca, dimessa, sottostà alla decisione paterna e sposa l’uomo che il padre ha scelto,
ma la simpatia e l’attrazione fra lei e Paolo è sempre forte e i due finiranno per diventare
amanti, tradendo Gianciotto che, scoperto il tradimento, li uccide entrambi. Tolto l’equivoco
iniziale, non sappiamo se reale o meno, certo è che Francesca e suo cognato divennero
amanti e che Gianciotto li uccise.
Fin qui la cronaca, ma Dante ci dice altro, va oltre. L’amore si manifesta in modo immediato
e inaspettato, a partire dal contatto visivo fra i due innamorati che, spinti dalla bellezza l’uno
dell’altro, sono pervasi dalla passione amorosa. Inoltre, l’amore non è solo un sentimento,
viene presentato attraverso una prosopopea ed è visto quindi come un vero e proprio
personaggio che agisce con la sua volontà sui cuori di chi ha deciso di far innamorare.
Come si legge nel testo del canto V dell'Inferno, infatti, Francesca non dice “l’amore” ma
“Amore” (con la maiuscola).

Sono questi i caratteri della passione che nasce fra due personaggi della letteratura
francese che hanno una storia molto simile a quella di Paolo e Francesca: Lancillotto e
Ginevra. Probabilmente anche la storia di questi due innamorati è nota a chiunque.
Lancillotto è il primo cavaliere di re Artù, è legato a lui da un vincolo di fedeltà feudale (come
Paolo è legato a Gianciotto da un vincolo di fedeltà parenterale) e si innamora di sua moglie,
Ginevra (parallelo di Francesca). È proprio la lettura di questo romanzo che fa capire ai due
cognati di non poter più nascondere il loro amore: un giorno, per passare il tempo, rimasti
soli senza Gianciotto, Paolo e Francesca leggono la storia di Lancillotto e Ginevra, e
arrivano al punto in cui i due amanti, grazie all’intervento di Galeotto che li fa incontrare in
segreto, finalmente si ritrovano e si baciano. Paolo e Francesca si rendono conto di essere
esattamente come Lancillotto e Ginevra e, come i personaggi stanno facendo nel libro, si
baciano dando sfogo finalmente al loro profondo amore. Gianciotto li scopre in questo
momento, infatti Francesca dice che quel giorno, dopo quel bacio, non poterono più
continuare a leggere: erano stati assassinati.
Sono stati uccisi insieme, perché volevano amarsi e stare insieme: neppure all’Inferno
saranno mai divisi.

Ospizio
Sempre davanti a lui si trovano moltissime anime, vanno da lui una ad una per essere
giudicate e poi sono spinte giù nell’Inferno. “Oh tu che vieni in questo albergo di dolore –
disse a me Minosse quando mi vide, interrompendo il suo importante lavoro – stai attento a
come entri e a chi ti affidi e non farti ingannare dalla grandezza dell’entrata”. E il mio duca,
Virgilio, rispose a Minosse: “Perché continui a parlare? Non impedire il suo cammino voluto
dal fato (fatale andare), così vuole la volontà divina e non chiedere altre spiegazioni!”. Ora si
cominciano a sentire le voci colme di dolore, ora sono davvero arrivato nel luogo dove c’è
tanto pianto da sentirmi profondamente scosso. Arrivai in quel momento nel luogo privo di
ogni luce che muggisce come un mare in tempesta quando è battuto da venti contrastanti.
La bufera infernale non cessa mai e scrolla gli spiriti nel suo vortice e li tormenta rigirandoli e
percuotendoli. Appena i dannati giungono dentro questa tempesta si alzano grida,
compianti, lamenti e anche bestemmie contro l’onnipotente Dio. Capii subito che in questo
tipo di tormento erano condannati i peccatori carnali, cioè i lussuriosi, che sottomettono la
ragione agli istinti

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