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LA GIUSTIZIA RIPARATIVA –Formati, parole e metodi (RIASSUNTO)

Incipit (H. SIMBERG- L’angelo ferito)


Per iniziare il discorso sulla giustizia riparativa l’autore propone l’opera L’angelo ferito, realizzata da H.
Simberg nel 1903, che evoca due diverse realtà legate al concetto di giustizia riparativa:
o vulnerabilità, richiamata dalla delicatezza della figura dell’angelo rappresentato sotto forma di
bambina, e dunque simbolo di purezza. A destra una traccia di sangue tinge l’ala.
La ferita non è nel corpo ma nello spirito. Così simbolicamente ritroviamo la ferita presente
nell’animo del reo, della vittima e della comunità.
o cura, rappresentata dalla lettiga tenuta in mano dai due fanciulli. Non è dato sapere se essi siano
coloro che hanno ferito l’angelo, ma resta il fatto che nell’opera leggiamo la sofferenza e la
riparazione insite nel gesto del soccorso.

Dunque, l’opera rende con immediatezza l’irriducibilità del prendersi cura di chi ha subito un danno ed è per
questo che appare adeguata a rappresentare il cuore della giustizia riparativa, da intendersi prima di tutto
come giustizia che cura e che guarda alla vittima come al destinatario di ascolto e di attenzione.
PARTE PRIMA
CAPITOLO I –IL BINOMIO REO-VITTIMA AL CENTRO DEL SISTEMA PENALE

I. La forza delle parole

Nel discorso sulla giustizia si confrontano grandi idee: questa infatti crea dei paradigmi, plasma delle prassi e
fa sorgere dei modelli a partire da un’idea di riparazione, che si evolve progressivamente nella storia del
pensiero giuridico.
L’intuizione più importante della giustizia riparativa è che il reato è violazione della persona e delle relazioni
interpersonali (violazione dei diritti individuali), così il suo principale obiettivo si configura nella riparazione
del danno o dell’offesa arrecata a vittime individuali o allargate, dirette o indirette, ma anche alla comunità
che ha vissuto direttamente o indirettamente la vicenda criminale.
La giustizia riparativa è dunque anche la storia di un nome, e di un viaggio destinato a incontrare il diritto
penale, perché è proprio nel contesto di una crisi della modernità penale che la giustizia riparativa ha preso
corpo, creandosi secondo un processo di bottom up.

Si ritiene quindi che il reato debba essere rappresentato come un’ellisse, cioè una figura geometrica
occupata rispettivamente dal reo e dalla vittima, contornata dagli elementi che rappresentano la molecola
criminale, e cioè la comunità, le agenzie di controllo formale (forze dell’ordine e magistratura) e le agenzie
di controllo informale (famiglia, scuola, comunità).

REATO (REO-
VITTIMA)

COMUNITA'

AGENZIE DEL
CONTROLLO
FORMALE
AGENZIE DEL
CONTROLLO
INFORMALE

Inoltre, la centralità delle vittime come soggetti meritevoli di riparazione può essere considerato un
fenomeno recente, formatosi nel pensiero criminologico, infatti da una parte il principio della giustizia
riparativa è da collocarsi nella consacrazione della vittimologia come branca autonoma del pensiero
scientifico-criminologico (Von Hentig e Medlshon- anni 60’-70’del secolo scorso), dall’altro i primi
programmi di sostegno o supporto alla vittima sono riconducibili all’esperienza neozelandese e californiani.
Il dibattito scientifico, e la stessa etichetta forgiata dall’anglicismo restorative justice assegnano alla giustizia
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riparativa una collocazione nell’area della common law e in quella dell’Europa del Nord che risulta
ampiamente legata alla vittimologia.
Dunque, una lettura della storia e del pensiero giuridico italiano degli ultimi due secoli lascia emergere
soluzioni normative e un dibattito gius-filosofico sull’idea di riparazione delle vittime di reato di
straordinaria attualità.

II. La rilevanza della vittima nelle fonti giuridiche sovranazionali

Le vittime sono oggetto di un crescente interesse a livello sovranazionale, e ne è la prova l’insieme dei
documenti programmatici che propongono una nozione di vittima indicandone le linee guida necessarie per
la tutela, le garanzie processuali e i servizi a favore delle vittime di reato.

Documenti sovranazionali rilevanti e formule definitorie di vittima

A. Dichiarazione dei principi base della Giustizia per le vittime di Crimini e di Abusi di Potere delle
Nazioni Unite del 1985 (definizione di vittima):

Vittima del crimine è chi, individualmente o in forma collettiva, ha sofferto un danno e in


particolare un’aggressione alla sua integrità fisica o psichica, una sofferenza morale, una perdita
economica o un’aggressione grave ai suoi diritti fondamentali, a seguito di azioni od omissioni
commesse in violazione a leggi penali in vigore in uno degli Stati membri.

B. Decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea del 15 Marzo 2001/220/GAI (definizione di
vittima):

La persona fisica che ha subito un pregiudizio anche fisico o mentale, sofferenze psichiche, danni
materiali causati direttamente da atti od omissioni che costituiscono una violazione del diritto
penale di uno stato membro.

C. Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 n. 29 , che
istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime

D. Direttiva 2011/99/UE del 13 dicembre 2011 sull’ordine di protezione europeo


emanata nel contesto dell’UE di rafforzamento dei diritti e della protezione delle vittime di reato già
previste da una Risoluzione del Consiglio del 10 giugno 2011, che offre una definizione di vittima
tale da comprendere anche i familiari, quasi vittime indirette.

E. Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti
delle donne e la violenza domestica (Art. 3) –Convenzione di Instambul, e che include, tra le
vittime anche i minori che abbiano assistito a forme di violenza.

F. Convenzione del consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso
sessuale –Convenzione di Lanzarote, in cui però la vittima ritaglia chirurgicamente il solo minore
oggetto di abusi.

Dunque, alla luce di quanto considerato, appare sorprendente l’assenza di un riconoscimento formale della
vittima nell’ambito della Convenzione europea dei diritti dell’uomo quale soggetto titolare del diritto a
ricorrere alla Corte di Strasburgo.

III. Nozione criminologica e tipologia di vittime

Uno dei poli concettuali del discorso sulla giustizia riparativa è costituito dalla vittima, soggetto centrale di
una giustizia che cura, oggetto di tutela e protezione processuale, destinatario della riparazione. Nonostante

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sulla nozione di vittima permanga una zona di incertezza, un’ontologia condivisa sulla nozione si è da tempo
formata a livello criminologico, dove la vittima viene identificata come:

Il soggetto titolare del bene giuridico protetto dalla norma penale, il quale risente, primariamente o
secondariamente, della commissione del reato con sofferenza o danno.

Fatica però ad essere raggiunta a livello normativo una definizione tanto che anche il Codice penale italiano
non utilizza il termine vittima impegnando al contrario significati come offeso o danneggiato, espressioni che
individuano figure destinatarie di specifiche prerogative processuali.

III.I La classificazione delle vittime legate alle caratteristiche personologiche e al tipo di illecito

La prima distinzione viene ripresa anche nella Direttiva 2012/29/UE che distingue tra:

A. vittime primarie, soggetti contro i quali il reato viene commesso direttamente e che possono subire
un danno, fisico, psichico o economico, e che a sua volta può essere temporaneo o permanente
B. vittime secondarie, quelle che vengono solo indirettamente danneggiate dal reato (es. famiglia della
vittima primaria/ famiglia del reo)
C. vittime individuali, persone fisiche che subiscono direttamente o indirettamente le conseguenze
dell’illecito, ovvero soggetti con cui principalmente si può dialogare nella prospettiva della
mediazione penale.
D. vittime collettive, realtà criminose più complesse rispetto a quelle richiamate dalla vittimizzazione
dei singoli individui, ovvero un fenomeno che interessa gruppi o raggruppamenti di individui uniti
da speciali legami o da condizioni di appartenenza e sono quelli che vengono classificati come reati
contro l’umanità (es. genocidio, crimini di guerra).
Rientrano in questa categoria anche quei fenomeni di vittimizzazione diffusa legati al settore
economico o al campo della scienza e della tecnologia: come le frodi alimentari o le sperimentazioni
nell’ambito dell’attività medico-chirurgica.
E. Ha poi acquistato autonomia concettuale la vittima cross-border, vittima transizionale che non
risiede nello Stato in cui ha subito il reato. In questo caso lo stato di vittima è spesso assunto in
ragione di vicende i cui poli esplicativi risiedono nei fattori push (che spingono a lasciare il proprio
paese) e fattori pull (che attraggono nel paese di destinazione). Questo tipo di vittime gode del diritto
alla compensazione pecuniaria in forza della Direttiva 2004/80 UE ed è destinatario di più ampie
forme di tutela in base alla Direttiva 2011/36/UE in materia di tutela di esseri umani. (Rischio di
vittimizzazione secondaria)
F. vittime vulnerabili, che includono secondo la Direttiva 2011/36/UE almeno tre categorie di
soggetti: donne, bambini, e quelle vittime collettive identificabili in base a ragioni di appartenenza
etnica o religiosa. (La convenzione di Istanbul esplicita il divieto di forme obbligatorie di
mediazione)
G. vittime dimenticate, ovvero quelle dei reati economici, reati ambientali e reati culturali e vittime
deprivate della giustizia, ovvero di quei reati di cui resta ignoto l’autore. (La giustizia riparativa in
questo caso si avvale di programmi autonomi dal sistema penale, e di istituti che entrano in sinergia
con il sistema repressivo)

III.II Gli interventi a favore delle vittime tra esigenze di tutela e istanze di controllo del crimine

Le modalità di tradurre le istanze di tutela delle vittime tramite scelte di policy possono essere opposte;
infatti, da un lato la vittima può essere oggetto di modalità di protezione e sostegno attraverso interventi di
presa in carico di quelle che sono le difficoltà materiali, o di esigenze di difesa legale, dall’altro questa può
aprire le porte a forme di iper-criminalizzazione, che si traducono in inasprimenti sanzionatori. Ne deriva che
la vittima può diventare oggetto di attenzione sulla base di due diverse opzioni di politica criminale:

 Politica endo-penalistica, che intende proteggerla dal crime attraverso il processo ma anche
attraverso forme di criminalizzazione

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 Politica eso-penalistica, aperto alle istanze riparative, e che intende proteggerla anche dal processo
attraverso il ricorso agli strumenti della giustizia riparativa: la mediazione prima ma anche il
conferencing (forma di mediazione allargata ai gruppi parentali) o i circle sentencing, che fanno
giungere al giudice la voce delle vittime in relazione all’entità dell’offesa subita ai fini della
commisurazione della pena.

Anche nel processo può essere promossa una maggiore tutela delle vittime attraverso la limitazione
dell’interrogatorio necessario al procedimento penale, proprio per contenere il rischio di vittimizzazione
secondaria, al contrario diverso spessore hanno lo storytelling e il truthtelling, cioè quei momenti terapeutici
volti a promuovere anche l’ascolto empatico e il cambiamento interiore.
Dunque, è come se la giustizia riparativa cercasse costantemente di sottrarre alle tradizionali dinamiche
puntivi per concentrarsi sulla questione delle vittime e dell’etica della responsabilità che si attiva attraverso il
dialogo e la presa di coscienza di un male che esige la riparazione.

IV. Le radici giuridico-culturali italiane dell’interesse per le vittime del reato

Le origini italiane per l’interesse delle vittime di reato si collocano in un contesto di attenzione criminologica
al problema del reato e sulle sue conseguenze pregiudizievoli. Il discorso sulla vittima, infatti, presenta
diverse interconnessioni con il concetto di riparazione, ed è per questo che l’analisi si concentra su due
percorsi differenti, ovvero quello di tipo culturale, per individuare le radici del pensare la vittima e quelle di
tipo normativo, per verificare in che misura le istanze teoriche e politico-criminali abbiano trovato
attuazione nella normativa italiana

IV.I Le radici culturali e criminologiche

È soprattutto attraverso l’opera di Garofalo che la riparazione della vittima viene sottratta alla scuola classica
del diritto penale che aveva cercato di relegarla come ente giuridico. Si deve poi alla Scola positiva la
consapevolezza che il reato rappresenta anche un fatto sociale, in cui la riparazione riveste un ruolo
essenziale. Melchiorre Gioja può esserne considerato il precursore, proprio perché nel formulare un modello
algebrico di riparazione assegna al danno una struttura triadica, composta da tre dispiaceri: quello risultante
dalla distruzione dei beni, quello per la perdita di sicurezza/ accrescimento del timore, quello per il ridicolo
che deriva dalla commissione del reato. L’importanza di Gioja sta nell’aver anticipato quella nozione di
offesa globale che è diventata un caposaldo della moderna restorative justice. La modernità dell’autore si
spinge inoltre ad elaborare una nozione allargata di vittima, considerando anche la sofferenza provata dai
famigliari dell’offeso. La riscoperta della vittima è stata ovviamente un fenomeno giuridico-criminologico di
notevole importanza, ma lo sarebbe stato ancora di più se la funzione riparativa non fosse stata fatta
coincidere con il risarcimento del danno morale o con l’ammenda a favore della parte lesa.

IV.II Le radici storico-giuridiche

Le radici normative della centralità della vittima come destinatario della riparazione sono complesse e
interessanti perché consento di assegnare ai giuristi italiani una sensibilità in anticipo sui temi di giustizia
riparativa, che coincidono con l’ultima parte del 900’.
E poiché la riparazione alle vittime di reato è stata sempre prevista in forma pecuniaria la prima fonte
normativa dell’istituto in esame può essere ravvisata nell’art.73 del Codice Sardo del 1859, anche se con
tutta probabilità la prima ipotesi riparativa iscritta in una codificazione penale italiana corrisponde a quella
introdotta dall’art.459 del Codice criminale per dli Stati Estensi del 1855, che riguardava il delitto di
ingiuria.

Poi, nel Codice Zanardelli, la riparazione acquista natura di complemento penale, acquistando statuto
autonomo. Essa, infatti, per definizione copre un’area del danno diversa da quella che legittima l’esercizio
dell’azione civile.

Con il Codice Rocco invece, le fortune della riparazione appaiono decisamente in declino. Prende piede la
riparazione pecuniaria prevista dal Codice Zanardelli a favore delle vittime di reati contro l’onore,

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l’accertamento del danno presta scarsa attenzione ai diritti dell’anima per diventare funzionale alla
quantificazione della gravità di reato, riflettendo prevalenti esigenze di repressione.

Infine, a partire dalla promulgazione del Codice penale del 30’, scomparso il nomen riparazione, il dibattito
dottrinale in materia si spegne, si tornerà a parlare di riparazione, in Italia alle soglie del nuovo millennio
quando la riparazione, sia essa pecuniaria che basata sul facere viene reintrodotta in maniera piuttosto
limitata attraverso la competenza penale del giudice di pace. Dunque, la ricchezza della nostra tradizione
giuridica non deve essere disconosciuta.

INTERMEZZO- A. LORENZETTI, Allegoria del buon governo (Sala del Consiglio dei Nove-Siena)

Quest’opera è di particolare interessa per la duplice rappresentazione che contiene della giustizia. La
giustizia compare prima di tutto seduta sulla destra del Bene comune, rappresentato nelle vesti del sovrano,
in una raffigurazione fuori scala rispetto agli altri soggetti. In questa scelta è stata ravvisata un’allusione a
Themis, la divinità greca che rende sacro il contratto tra i membri di una stessa comunità e che richiama la
costanza di un ordine stabile.
Al di sopra della Giustizia è raffigurata la Sapienza (allusione alla Sapienza Divina) che tiene saldamente in
pugno la bilancia. Così la giustizia come virtù raffigurata in forma di donna che tiene in equilibrio i piatti
della bilancia contiene un’evidente allusione all’equità.
Dunque, a partire dalla simbologia della Giustizia punitiva contenuta nel quadro si può avviare una
riflessione su quella che è la giustizia moderna, sulle sue funzioni e sulle sue trasformazioni in atto, affinché
ci si chieda se il prezzo della Giustizia e della Pace, sia ancora la cruda severità delle pene o se sia invece
possibile pensare a modalità di soluzione dei conflitti che sappiano rinunciare alla violenza.

CAPITOLO 2- LE MATRICI GIURIDICO CULTURALI DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA

I. La nascita della giustizia riparativa: teologia, antropologia, criminologia e diritto

Per la giustizia vale, almeno in parte quello che scrive S. Dalì a proposito del cielo: essa non si trova né in
alto né in basso, né a destra né a sinistra bensì al centro dell’uomo. È dall’uomo, infatti, che scaturisce
l’esperienza dell’ingiustizia, ed è all’uomo che tocca ristabilire la giustizia.
La giustizia è dunque esperienza antropologica fondamentale, poiché presuppone l’alterità e perciò l’essere
in relazione.
Questo capitolo affronterà i fattori che hanno originato l’emergere della giustizia riparativa, isolando i
formati culturali e quelli più recenti legati all’evoluzione della criminologia e del diritto. Verrà analizzato il
ruolo della teologia, dell’antropologia, della criminologia e del diritto.

II. La teologia: il rib e il mishpat

Nella successione in cui si forma l’idea di giustizia, il sacro è una componente importante e come tale trova
ampia conferma nella rappresentazione allegorica della Giustizia stessa. Persino il sistema di precetti e delle
sanzioni penali conosce per secoli, come modalità sanzionatoria, la pena di morte e si iscrive fin dagli inizi
sotto il segno del sacro.
Anche nella prospettiva della giustizia riparativa, il legame tra le modalità di soluzione riparative e
conciliative dei conflitti e la tradizione ebraico-cristiana sono significative, ed è proprio nella tradizione
veterotestamentaria del rib che la mediazione trova uno dei suoi fondamenti più antichi.

Inoltre, tracce delle origini di percorsi di mediazione si trovano nella cultura Biblica del Primo e del Nuovo
testamento come canone scritturistico della Chiesa cattolica, dove il rendere giustizia è da comprendere come
un restituire l’uomo a se stesso e alla sua responsabilità piena che lo porta al riscatto anche attraverso il

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superamento delle diverse forme di usurpazione. Per ristabilire la giustizia il Primo Testamento, in
particolare La legge conosce due diverse procedure giudiziali da attuare nei confronti del colpevole:
o mishpat –giudizio, che tende alla condanna del trasgressore
o rib –lite bilaterale, che tende alla riconciliazione del colpevole con l’offeso

Gli elementi che permettono di porre una differenza essenziale tra il giudizio e la lite sono i seguenti:

1. mishpat
 culmina nella sentenza di un terzo soggetto, arbitro della condanna o dell’assoluzione
dell’accusato, che può imporre sanzione, castigo e pena per il ristabilimento del diritto
violato;
 avendo natura autoritaria e reattiva, si rivela come una metafora insoddisfacente del giusto
governo divino del mondo, mostrando allo stesso tempo tutta la fragilità delle istituzioni
umane.
2. rib
 si configura come un’azione giuridica di tipo familiare, dove l’esito della controversia e il
ristabilimento della giustizia dipendono solo dalle due parti in conflitto;
 avendo una procedura bilaterale e riservata, racchiude ogni controversia nella sfera privata
dell’accusatore o dell’accusato;
 è particolarmente utile nelle situazioni in cui è impossibile trovare un soggetto che si ponga
sopra le parti come terzo, e cioè in grado di svolgere la funzione di arbitro autorevole nelle
forme di conflitto;
 consente a chi ha commesso il reato di percorrere un cammino personale di autenticità che
gli consenta di vivere una situazione relazionale rinnovata e duratura.

Dunque, in questa differente ottica biblica si muove il bisogno vitale di ripristinare condizioni di corretto
vivere sociale e di recupero delle relazioni spezzate, in virtù della verità. La Legge del Primo Testamento
rimane pienamente valida, ma ad essa si affianca una nuova Legge ebraica e cristiana, che la semplifica e la
completa allo stesso tempo, così l’enfasi del Nuovo Testamento incentrato sulla carità, mostra come la
giustizia contenga la più ferma condanna dell’ingiustizia. (NB. Amore e giustizia non stanno in parallelo, ma
sono l’una continuità ed espressione dell’altro).

III. L’antropologia: la riscoperta delle modalità di gestione dei conflitti delle comunità semplici

Il percorso di ricerca antropologico ha fatto emergere modelli di gestione del conflitto non formalizzati, tipici
delle società semplici (elevato livello di coesione interna). I primi studi che hanno ipotizzato il ritorno a
forme privatistiche di composizione del conflitto sono stati quelli che hanno indagato il microcosmo delle
comunità africane o centro americane, in cui il percorso di mediazione o di riparazione viaggia in parallelo
rispetto al processo penale.
Il più citato nella letteratura è lo studio di Gibbs sulla forma della mediazione, in cui emergono quelle che
sono le macro-caratteristiche culturali strutturali della mediazione nelle comunità Kpelle della Liberia, in cui
è coinvolta la comunità.
Tra le ricerche ricordiamo anche gli studi di Gluckman sul metodo Barotse di soluzione dei conflitti e
quelle di Gulliver sulla mediazione coreana. Ma forme di riconciliazione legate al superamento dei conflitti
tra famiglie interessata da faide esistevano anche nella Sicilia dell’800’.

Dunque, le ricerche antropologiche-giuridiche incentrate sull’amministrazione della giustizia del quotidiano


proprie delle società semplici offrono quelle che sono le coordinate di un modello di soluzione dei conflitti
connotato da diverse caratteristiche:
o atmosfera informale
o coinvolgimento della comunità
o verifica del grado di condivisione
o valenza terapeutica del processo di mediazione
o interesse nella ricostruzione dell’armonia sociale

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Parliamo di un modello di amministrazione della giustizia che è allo stesso tempo:
 parallelo, perché coesiste con il rito formale, al quale le parti possono comunque accedere, prima o
dopo il tentativo di mediazione,
 alternativo, perché risponde ad una logica diversa dal paradigma processuale, perché conduce a
un’astrazione del conflitto inteso come offesa di un bene giuridico, prima che come offesa alla
vittima.

Inoltre, nel richiamare l’attenzione sulle componenti riparatorie le ricerche antropologiche, in particolare
quelle svolte dalle tecniche di ADR (Alternative Dispute Resolution) –che le utilizzano per risolvere le
controversie in ambito civile e commerciale –sembrano richiamare un tema su cui i problemi della giustizia
penale si soffermano fin dall’inizio:

 l’accettazione della reale esistenza delle società semplici


 l’osservazione dell’informal justice e dei modelli mediativi nelle native communities.

La nascita dell’ADR, paradigma di gestione dei conflitti, appare dunque, in parte come il risultato di
un’industria dell’armonia creata a scopo di politica del diritto e volta ad incoraggiare il ricorso a delle
tecniche persuasive aventi come scopo quello di scoraggiare le parti al fine di rinunciare alla lite giudiziaria.
Le stesse considerazioni potrebbero valere per l’informal justice, se non fosse che questo agisce in contesti
dove la dimensione individualistica prevale su quella collettiva, e dove il singolo è destinatario di diritti
utilizzabili davanti alle corti.

Per la giustizia riparativa occorre precisare un discorso diverso: la restorative justice è infatti
completamente diversa dall’ADR, a cui è assimilabile per la negozialità.
La giustizia riparativa ha infatti ha caratteristiche differenti dal modello civilistico dell’ADR, ovvero:
 tipologia dei conflitti ai quali può essere applicata
 la mediazione penale non implica reciproche concessioni tra le parti come modello conciliativo
 riparazione e mediazione sono insuscettibili di essere imposte
 la mediazione penale si basa sull’incontro tra le parti
 mediazione penale e giustizia riparativa implicano e promuovono il riconoscimento dell’altro non
richiesto dall’ADR.

IV. La criminologia: il portato della ricerca vittimologica e della corrente di pensiero abolizionista

Alla base della giustizia riparativa sono da ricordare due correnti del pensiero, entrambe di matrice
criminologica:
1. La vittimologia, che ha dato un contributo considerevole alla nascita del paradigma riparativo perché
ha apportato un mutamento nella visione prospettica del conflitto. Tale contributo è stato rilevante
soprattutto nella terza fase dell’evoluzione stessa della vittimologia come disciplina autonoma. Fasi
dell’evoluzione della vittimologia

I. fase: in cui si può idealmente dividere lo sviluppo del pensiero vittimologico e che ha consentito
di identificare a livello teorico i fattori che contribuiscono alla vittimizzazione (1940-1970)
II. fase: si caratterizza per un approfondimento degli studi sulla predisposizione alla
vittimizzazione, e che ha permesso di isolare categorie di vittime con caratteristiche comuni
(1970-1980)
III. fase: che ha visto l’implemento di strategie per offrire un reale sostegno alle vittime.

2. L’abolizionismo penale, ci riferiamo a quelle correnti di pensiero che hanno sperato nella fine della
pena detentiva senza riuscirci. Il riferimento principale è quello alla criminologia critica, secondo la
quale le forme criminali sarebbero il prodotto del sistema penale, delle scelte di criminalizzazione dei
gruppi sociali dominanti, ma anche delle teorie di etichettamento.
L’abolizionismo penale lascia come preziosa eredità un concetto che ha contribuito a fondare l’idea
radicale di rinuncia alla gestione formalizzata del conflitto, da parte del diritto civile e da parte del

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diritto penale, ovvero la riappropriazione del conflitto da parte della comunità in cui il conflitto ha
trovato la sua espressione.

V. Il diritto: la crisi della moderna penalità

Julian Roberts afferma che la ricerca di soluzioni extra-giurisdiziali dei conflitti prende le mosse, in quasi
tutti i sistemi giuridici, dall’insoddisfazione degli esiti della giustizia penale e tale insoddisfazione riguarda
proprio l’idea di raddoppio del male.

Bouchard e Mierolo affermano che l’andamento dei tassi di criminalità, e le frequenti crisi di
sovrapposizione carceraria mostrano il quadro di una crisi della giustizia mai vista prima.

Cornwell, osservando i Paesi di Common law (USA e Regno Unito) ritiene che i principali fattori di crisi del
sistema penale siano da ricercarsi nelle campagne mediatiche, nell’enfatizzazione pubblica della paura,
nell’aumento della lunghezza delle pene detentive, negli alti tassi di recidiva, nella progressiva riduzione del
ricorso alle misure alternative. Così da tale crisi sono scaturite due tendenze che mirano a favorire
l’affermazione della giustizia riparativa:
a. La promozione del ricorso al paradigma conciliativo, come alternativa alla giustizia penale. In
questo caso la restorative justice è sollecitata da esigenze di economia della giustizia (es. ricorso a
questa giustizia nel caso di diritto penale minorile)
b. La progressiva apertura verso dinamiche premiale e successivamente la promozione di
soluzioni extra-giudiziali dei conflitti. In questo caso la giustizia riparativa rappresenta un
paradigma che prevede il recupero dell’orientamento della vittima. L’esperienza comparatistica, ma
anche alcune esperienza effettuate in Italia, mostrano come si possa lavorare in modalità riparative e
victim oriented anche con reati gravi, per promuovere non necessariamente la riconciliazione ma la
ricomposizione del conflitto.

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CAPITOLO 3 –GIUSTIZIA RIPARATIVA: L’ORIGINE DEL NOMEN

I. Restorative justice: la non neutralità delle scelte terminologiche

Nel dibattito internazionale si parla di giustizia riparativa utilizzando il termine restorative justice. Il ricorso
all’espressione inglese fa si che le scelte linguistiche incarnino un insieme di tradizioni giuridico-culturali
legate alle parole. Nella prospettiva della tradizione giuridica, perciò, le scelte terminologiche non possono
essere mai considerate neutrali. Da un lato, ogni termine giuridico derivato riesce in parte a riflettere il
significato che gli è proprio, dall’altro lato ciascun termine offerto come traduzione, porta con sé l’eredità
storico-culturale del termine stesso.

Il fatto che di giustizia riparativa si parli, tanto nel contenuto storico quanto nel contesto nazionale e
internazionale ricorrendo al termine inglese restorative justice, ha comportato come prima conseguenza una
referenzialità ermeneutica che rischia di rivelarsi come trappola epistemologica e che si ostina a cercare
l’origine del termine nella cultura giuridica anglosassone. Ma l’ipotesi di lavoro è che l’origine terminologica
degli istituti giuridici non sia sempre riconducibile ad un solo ordinamento, e che al contrario sia il risultato
della sinergia di un paese che dialoga con l’Unione.

II. Opzioni terminologiche e dinamiche ermeneutiche

Nella letteratura anglo-americana si è d’accordo nel ritenere che sia stato H. Zehr ad utilizzare per primo il
termine restorative justice dando alla giustizia riparativa un’elaborazione teorica, anche se egli stesso in
un’intervista dichiara di non aver coniato il termine.
In un saggio del 2003 Laura Mirsky scavando indietro nel tempo rispetto agli scritti di Zehr afferma che
all’origine del termine si collochi un saggio di Albert Eglash del 1977, secondo l’autore infatti il termine
riparazione ha avuto per lungo tempo un significato troppo restrittivo, tanto che assieme a Barnett e Hagel
conia un nuovo paradigma di giustizia la restitutional justice.
Dunque, Eglash, superando la versione di restitution di Barnett e Hagel prospetta l’implementazione di una
creative restitution che super l’idea di un mera restituzione di denaro. Allora sono quattro le caratteristiche
essenziali che rendono la restitution uno strumento flessibile:
a) il poter consistere in un facere positivo e costruttivo
b) il poter essere di tipo creativo e non limitata
c) il poter consistere in un comportamento autodeterminato
d) il poter essere promossa attraverso attività di gruppo

Dunque, se il fulcro della giustizia riparativa si colloca nel concetto di creative restitution, allora è possibile
retrodatare l’origine del termine restorative justice, che risalirebbe ad un saggio di Eglash apparso nel 1958
volto ad indagare le radici della creative restitution nella psichiatria, nella religione e nel diritto. Nonostante
la lettura del saggio apra ad ulteriori e diverse possibilità fondative dell’espressione, Eglash cita alcuni
passaggi del libro di Schrey e Walz “The Biblical Doctrine of Jutice and Law, che muovono una critica ai
concetti di giustizia distributiva e di giustizia commutativa e di giustizia retributiva. Schrey e Walz
assegnano alla restorative justice un compito che il diritto non sarebbe in grado di svolgere, cioè quello di
curare, inoltre, la nascita dell’idea di giustizia riparativa sembra proprio trovarsi nella Biblical Doctrine di
Schrey e Walz, citata da Eglash nella traduzione di Whitehouse
L’edizione originale del libro è però in lingua tedesca, dal quale è stata fatta tradurre in inglese l’espressione
restorative justice, ed è per questo che l’opera di traduzione ha portato la Withehouse ad introdurre il termine
che è in realtà un’opera di adeguamento, una resa linguistica, e cioè un’ulteriore prova della permeabilità tra
lingua e cultura.

III. Dall’italiano all’inglese e ritorno: alla ricerca delle origini remote del termine giustizia riparativa

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È un dato sicuramente interessante il fatto che due anni prima dell’uscite del saggio di Schrey e Walz, nella
letteratura anglosassone circolassero ampiamente le idee di un filosofo italiano—Giorgio del Vecchio.
Del Vecchio sulla scia di Rosmini, che introduce il tema di giustizia ricognitiva, evoca il concetto di
riconoscimento dell’altro, secondo un’uguaglianza fondamentale.
Il tema centrale della giustizia riparativa moderna è il riconoscimento dell’altro come persona, ed è proprio
in questa prospettiva che Del Vecchio appare come un precursore, così nel saggio “La Giustizia” compie una
serie di passaggi volti a delineare il paradigma della giustizia:

1. Intende confutare l’assunto kantiano del corrispettivo malum passionis propter malum actionis
2. Si pronuncia a favore della possibilità di dare rilevanza al superamento del bisogno di pena
3. Vede nella riparazione un obbligo che dovrebbe contribuire alla realizzazione di quanto oggi viene
indicato come diritto penale minimo
4. Mostra di superare l’idea di riparazione declinabile solo in forma pecuniaria
Le osservazioni fatte portano a comprendere come il senso profondo di quella giustizia riparatrice
individuata lessicalmente e descritta da Del Vecchio rappresenti una significativa anticipazione della
sensibilità giuridica moderna sia verso la giustizia riparativa che verso le istanze del diritto penale minimo.

IV. Attività cognitiva e attività linguistica: il ruolo della terminologia

Per comprendere meglio il legame tra termine e concetto di riferimento è indispensabile richiamare alcune
considerazioni essenziali in materia di terminologia.
La complessa interrelazione tra attività cognitiva e attività linguistica si esplica secondo una triangolazione:
triangolo semiotico

Significato

Significante Referente

Nell’approccio terminologico il concetto (significato) è ciò da cui nasce il termine (significante): si parte dal
concetto per arrivare alla sua denominazione. Il referente è dato dalla realtà extralinguistica a cui il
significato si riferisce. Il legame tra questi tre elementi si fonda su una modalità di mediazione, giacché la
relazione tra questi tra referente e significante non è diretta.
Tornando alla questione relativa all’origine del termine restorative justice dobbiamo precisare che il concetto
di riparazione dell’offesa ha mediato tra il termine giustizia riparativa, coniato da Del Vecchio, e il referente
dato dall’idea di giustizia che rinuncia alla ritorsione.

La giustizia riparatrice di cui parla Del Vecchio è dunque, per le ragioni sopra esposte, una restorative justice
e non una reparative justice come hanno fatto intendere i traduttori del suo saggio. Su questa linea va
rilevato anche come un abbozzo di giustizia riparativa fosse stato sottolineato da Gregoraci nel 900’, che con
ampio anticipo sui tempi, alla riparazione veniva riconosciuta la capacità di evitare o contenere lo stigma
criminale e di promuovere la dignità del cittadino nella comunità.
Il binomio riconciliazione e reintegrazione, costituisce la chiave di volta dell’edificio riparativo ideato da
Gregoraci.

In conclusione, il lavoro terminologico è di comparazione concettuale, dinamica conoscitivo-dialettica


essenziale per assicurare una corretta traduzione, soprattutto in contesti di plurilinguismo necessario. Il
termine giustizia riparatrici di Del Vecchio appare preziosissimo perché in esso va rintraccia l’origine
profonda dell’espressione restorative justice.

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CAPITOLO 4—GIUSTIZIA RIPATIVA: LA QUESTIONE DEFINITORIA

I. Il problema definitorio
La nozione di giustizia riparativa è un fenomeno evolutivo, tanto che non si è ancora raggiunta tra gli
studiosi una vera condivisione sulla nozione di giustizia riparativa. A rendere ulteriormente complessa la
questione sono la moltitudine di approcci teorici al paradigma riparativo, così come la sperimentazione di
diverse modalità di intervento dei campi applicativi della restorative justice.

Così a riprova della complessa questione definitoria nel The little book of restorative justice Zehr e Gohar,
per arrivare alla proposta di una nozione definitoria di giustizia riparativa, indicano ciò che non è riparativo.
In questo senso la chiave di lettura maggiormente adeguata propone due punti di vista differenti ma
complementari:
a. il punto di vista teorico, da cui vengono prese in considerazione le definizioni dottrinarie, assieme
alle formalizzazioni delle metodologie operative utilizzate dalla giustizia riparativa
b. il punto di vista normativo, da cui si prende in considerazione le definizioni di giustizia riparativa
che compaiono nella normativa europea.

II. Le definizioni dottrinali della restorative justice

a. Definizioni incentrate sulla vittima del reato


Le radici vittimologiche fanno si che il paradigma riparativo sia incentrato sull’orientamento alla
vittima, così la definizione di giustizia riparativa che meglio si colloca nella prospettiva teorico-
orientativa delle vittime è proposta da Van Ness e Heetderks Strong, secondo i quali la restorative
justice tenta di curare il male arrecato dal reo alla vittima o alla comunità. Dunque, dal punto di vista
della giustizia riparativa il reato non si esaurisce in una condotta che provoca la frattura dell’ordine
imposto dai codici, ma diventa espressione di una realtà molto più complessa che chiama in ballo
molteplici soggetti, siano essi vittime dirette che indirette.
b. Definizioni incentrate sul ruolo della comunità in cui il reato si è verificato
Nel corso della sua evoluzione giuridico culturale, il paradigma riparativo ha ricevuto un grande
contributo dai movimenti di pensiero che hanno supportato il ritorno a modelli di community justice.
Ad accentuare la relazione biunivoca che si può stabilire tra giustizia e comunità si pone l’esperienza
maturata nell’ambito della community justice soprattutto in Nord America e in Australia,
caratterizzata da progetti di intervento volti ad isolare i fattori di rischio di vittimizzazione in alcune
comunità, volti ad attivare meccanismi di protezione e di controllo del territorio. In particolare, la
comunità può essere considerata dalle seguenti angolature:
 vittima o danneggiato
 destinatario degli interventi di riparazione
 attore sociale in un percorso di pace

Dunque, la giustizia riparativa è fondata prevalentemente sull’aspetto comunicativo proposto da


Burnside e Baker, che utilizzano l’espressione relational justice. La giustizia riparativa si lega
altresì al concetto di “ubuntu”, termine utilizzato dalla cultura sudafricana per esprime l’istanza della
pacificazione.
c. Definizioni incentrate sui contenuti o sulle modalità della riparazione
Le radici di questa caratteristica distintiva della giustizia riparativa affondano nel restitution
movement, una corrente di pensiero volta a promuovere il ricorso a pene risarcitorie in sostituzione
alla detenzione, che ha avuto sostenitori sia negli USA che in Europa negli anni 60’. Dunque, se
muoviamo dai presupposti teorici del restitution movement anche la giustizia riparativa viene
considerata come modello di intervento sui conflitti orientato alla riparazione. Così il problema
definitorio deve essere riallocato sul senso da attribuire al termine riparazione.
d. Definizioni olistiche, che tengono conto delle diverse chiavi di lettura della restorative justice
Si deve partire dalla definizione proposta dal padre fondatore della giustizia riparativa H. Zehr: “la
giustizia riparativa può essere vista come modello di giustizia che coinvolge la vittima, il reo e la
comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di

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sicurezza collettivo”. Da tale affermazione discendono le tre caratteristiche principali della giustizia
riparativa:
a. l’attenzione al danno e ai bisogni della vittima
b. obbligo a riparare
c. coinvolgimento delle parti nella soluzione del conflitto.

Secondo Sharpe, la giustizia riparativa riflette un’idea di giustizia che dovrebbe mirare ad assolvere
cinque funzioni fondamentali:
 incoraggiare una piena partecipazione nella soluzione del conflitto
 riparare ciò che è stato leso
 promuovere una responsabilità per la condotta illecita
 riunire ciò che è stato divido
 rafforzare la comunità
Secondo Marshall invece, la giustizia riparativa è un processo in cui le parti interessate da un
particolare reato si incontrano per decidere insieme come affrontare le conseguenze del reato stesso e
le implicazioni per il futuro.

Tutte le definizioni ricordate hanno un denominatore comune: l’essere rapportata sui contenuti e
sulle funzioni della giustizia riparativa. Dunque, possiamo affermare che solo la forza delle parole
fornisce alla giustizia riparativa la sua energia vitale, perché non è radicata nel terreno del diritto
penale ma è più tosto radicata nell’ascolto e nel riconoscimento dell’altro.

III. Le definizioni normative


Anche se non esiste alcuna norma che definisce la giustizia riparativa, esistono delle definizioni
normative, che compaiono in atti e documenti sovranazionali e comprendono le chiavi di lettura della
giustizia riparativa emerse a livello dottrinale.
Sono emblematiche in questo senso la nozione di giustizia riparativa contenute:
 Nei Principi di base dell’uso dei programmi di giustizia riparativa in materia penale,
elaborati dalle Nazioni Unite, in cui vittima e reo e ogni altro soggetto o comunità lesi
partecipano attivamente alla risoluzione delle questioni emerse dall’illecito.
 Nelle Raccomandazioni R (2010) 1 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle
Regole del Consiglio d’Europa in materia di probation dove la giustizia riparativa viene
definita a partire dai suoi contenuti operativo-funzionali
 Nella Direttiva 2012/29/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 che
istituisce norme in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato. Sono tre gli
articoli che si riferiscono alla giustizia riparativa:
A. l’art. 2 n.1 lett. d) che si occupa della dimensione definitoria
B. l’art. 4 che si preoccupa del profilo informativo
C. l’art.12 che prevede per la vittima una serie di misure volte a proteggerla dalla
vittimizzazione secondaria (N.B. tale articolo non obbliga gli stati membri ad introdurre
servizi di giustizia riparativa, e sembra avere molta più forza vincolante l’art.8)

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PARTE II- CINQUE PAROLE PER COMPRENDERE LA GIUSTIZIA RIPARATIVA

CAPITOLO I –ASCOLTO
Ascoltare—atto che significa mettersi in gioco, aprirsi a sé stessi, agli altri e al mondo.
Se non riusciamo a comunicare con noi stessi diventa problematico anche comunicare con gli altri, le parole,
infatti, sono afone, non parlano se non ci disponiamo con attenzione ad ascoltare e se non diamo spazio al
silenzio dentro di noi.
Plutarco, filosofo e biografo greco, scrisse due mila anni fa L’arte di ascoltare, per esortare i giovani ad
ascoltare, convincendoli che la conoscenza del mondo e di sé stessi passa attraverso l’accettazione degli altri
e le capacità di utilizzare i termini e le espressioni adatte al fine di trovare le condizioni favorevoli per potersi
esprimere in modo adeguato, sottolineando come l’ascoltare precede, logicamente e temporalmente, ogni
dire.
Hans Georg Gadamer, dopo aver studiato la dialettica platonica, sviluppò come tema centrale della sua
filosofia, l’universalità dell’ermeneutica. Nella sua opera più significativa Verità e metodo, evidenzia
l’importanza del domandare, finalizzato all’ascolto autentico come elemento essenziale per la formazione di
una conoscenza ermeneutica. Chi si mette in atteggiamento di ascolto, infatti, secondo l’autore è aperto in
modo più fondamentale, perché senza questa radicale apertura reciproca non sussiste un legame umano, e
inoltre, l’essere legati gli uni agli altri significa sapersi ascoltare reciprocamente. Dunque, da queste citazioni
scaturiscono due esigenze, la prima è quella di prestare attenzione a ciò che si ascolta, per imparare ad aprirsi
e capire, la seconda è quella di porre attenzione a chi si ascolta, affinché ci sia comprensione e prossimità.
Romeo Guardini, una delle figure più rappresentative della cultura europea del XX secolo, nella sua opera
Mondo e persona, rappresenta la parola e il silenzio proprio come le due componenti di un unico fenomeno,
un simbolo tendente alla verità. Possiamo ritenere che silenzio e parola, nella loro reciprocità dono
condizioni indispensabili a favorire un ascolto autentico, perché cogliere la reciprocità significa riflettere un
nuovo modo di disporre sé stessi all’ascolto. Il silenzio costituisce quindi la condizione principale per
ascoltare sé stessi e gli altri, per fare esperienza della propria libertà. Lo stesso, G. Pozzi, parla di silenzio
d’ascolto finalizzato a sedare l’irrequietezza del cuore, perché il silenzio è un bene da custodire.

Origini dell’ascolto
I testi più antichi in cui compare il verbo ascoltare sono quelli di canone ebraico-cristiano, ci riferiamo in
particolare al libro del Deuteronomio e alla corrente teologica da esso sviluppata.
Anche nel Nuovo Testamento, gli evangelisti conoscono e utilizzano il verbo ascoltare, attribuendogli
valenza semantica religiosa in rapporto alla parola del Signore. In sintesi, nel canone ebraico-cristiano, il
tema dell’ascolto è centrale nella vita dell’umo, perché rappresenta un atteggiamento attivo della persona e
del popolo che ha come obiettivo quello di accogliere l’Altro e gli altri. La capacità di ascolto appare così
come la testimonianza più originaria della prossimità umana, perché presuppone una misura notevole di
forza dell’io. Quindi l’ascoltare presenta un duplice aspetto: riguarda i criteri che utilizziamo per ascoltare
l’altro e la capacità di fare silenzio dentro di noi.
L’ascolto può aprire canali di comunicazione importanti e agevolare una reciprocità che fa comprendere
meglio le persone coinvolte in un conflitto, così l’ascolto attento e attivo si pone come precondizione di
riconoscimento dell’altro, perché è fondato sull’accettazione dell’altro, richiede empatia, non dedica
attenzione frammentata, e non si lascia guidare dall’intuito. Al contrario è presenza ascoltante e si basa
necessariamente sulla creazione di un clima positivo dove la persona si possa sentire compresa e non
giudicata.

La sociologa Marinella Sclavi ha cercato di proporre a distanza di secoli dal testo di Plutarco, un approccio
artistico all’ascolto, riportando l’attenzione alla differenza tra i diversi modi di ascoltare nell’ambito della
comunicazione interculturale, ed esaminando situazioni concrete. Istruirsi all’arte dell’ascolto significa,
prima di tutto, offrire a sé stessi l’opportunità di imparare ad ascoltarsi, e quindi il mancato riconoscimento

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dei contenuti della propria interiorità porta come conseguenza, inevitabile, un analfabetismo strutturale che
non permette di dar voce alle proprie emozioni e non consente nemmeno di recepire e dar voce a quelle
altrui. Riflettere e comprendere il nostro modo abituale di ascoltare gli altri e di essere ascoltati costituisce un
passo significativo per progredire in quest’arte.

Gli ostacoli che si possono presentare nella comunicazione sono analizzati da Thomas Gordon, che definisce
12 barriere alla comunicazione:

 ordinare
 avvisare
 rimproverare
 consigliare
 ammonire
 giudicare
 etichettare
 apprezzare
 rassicurare
 contestare
 eludere

Si tratta di atteggiamenti di non ascolto, che fanno emergere un senso di sfiducia in chi parla aumentando
contraddittorietà che limitano il potenziale della comunicazione.
Dunque, la centralità dell’ascolto, nell’ambito dei programmi di giustizia riparativa è diretta conseguenza di
un assunto di fondo: il fatto che il reato vada considerato un’offesa alla vittima e alla comunità. È da questo
postulato, presente ora anche nella Direttiva 2012/29/UE che Julian Roberts, discende il diritto, per le
vittime e la comunità.
L’ascolto è dunque ingrediente basilare di tutti i percorsi di giustizia riparativa struttati in forma dialogica.
Nel dialogo ripativa, l’ascolto è facilitato dalla disposizione spaziale del gruppo e favorito dall’uso del
talking pace, strumento simbolico che richiama al rispetto dei tempi e delle modalità dialogiche concordate.
La mediazione penale viene definita proprio come uno spazio protetto di ascolto. Nel setting di mediazione il
momento dell’ascolto è qualitativamente decisivo per la buona riuscita della mediazione stessa. Non è un
caso che i mediatori esperti cerchino di spiegare a chi si avvicina a queste tecniche di percepire anche lo
spessore dei silenzi, un silenzio che non deve essere necessariamente riempito di parole.

Nella letteratura criminologica, Braithwaite ha sostenuto che l’ascolto genera altresì empowerment. Conetto
complesso che ha a che fare con la forza vitale di sopravvivenza, che induce a rialzarsi dopo un’offesa.
Pranis in particolare ritiene che derivi proprio dall’ascolto di una narrazione. In definitiva nel contesto degli
strumenti della giustizia riparativa l’ascolto attivo, come capacità di saper ascoltare è essenziale, e si
differenzia dall’ascolto processuale che è per lo più un ascolto passivo, cioè una semplice ricezione di
informazioni che vanno oggettivate per diventare prove attraverso gli strumenti dialettici.

CAPITOLO 2 –EMPATIA

Il termine empatia risulta composto da en (dentro) e pathos (passione): significa vivamente commosso
nell’animo, e possiamo tradurlo con il concetto di immedesimazione, ossia condivisione degli stati d’animo.
Nonostante le radici elleniche, la parola arriva a noi attraverso il lessico tedesco.
Il termine si diffuse agli. inizi del 900’, passando dal contesto artistico a quello della conoscenza
intersoggettiva, grazie a Theodor Lipps che con la sua teoria estetica cercò di chiarire l’essenza della
conoscenza estetica e della conoscenza degli altri io. Lipps fonda il concetto di empatia essenzialmente su un
processo connaturale all’uomo di imitazione e proiezione secondo il quale l’imitante si identifica con
l’imitato pur mantenendo disgiunta la propria identità. Il vocabolo che esprime il contrario di empatia è
dispatia ed esprime l’incapacità di condividere i sentimenti e le sofferenze altrui.

Nell’ambito poetico-letterario troviamo diversi passi estremamente significativi che narrano l’importanza del
vestire i panni dell’altro. Può stupire che già Dante abbia comporto terzine nelle quali descrive questo
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movimento con neologismi idealizzati. L’immedesimarsi dantesco passa attraversi il rendere puro lo sguardo
per cogliere il pensiero e lo stato d’animo altrui.
Umberto Saba invece nel La foglia, descrive quell’io che ritrova in sé stesso è parte anche di qualche altro
essere, che lo getta in una situazione drammatica-
Lynn Hunt, ripercorrendo la storia del XVIII secolo alla ricerca dell’origine dei diritti umani, è riuscita ad
individuare nell’empatia la chiave delle modalità con cui gli individui si sono relazionati tra loro.
La coscienza di Zeno, invece pubblicato per la prima volta a Trieste nel 1923, rappresenta una pseudo-
empatia, perché la soddisfazione che dice di provare Zeno è prevalentemente rivolta a se stesso, è
rassicurazione rispetto alla difficoltà del vivere e non prossimità interiore con l’altro.

In questo senso, interessantee è la linea filosofica tracciata dalla fenomenologia husserliana-steineiana in


quanto tende a mostrare come l’empatia muova il soggetto ad assumersi responsabilità nella relazione con
l’altro. A partire dalla definizione di Husserl, la Stein nella sua tesi di laurea, approfondisce l’atto di empatia
che giungerà a definire come attraverso questo si coglie un vissuto estraneo in modo non originario. Viene
dato a noi un soggetto estraneo (l’amico) e la sua esperienza vissuta (il dolore): facciamo esperienza del suo
vissuto interiore e ne cogliamo l’esperienza vissuta estranea con un atto, che viene chiamato empatica.
Dunque, mentre tra l’io proprio e l’io estraneo non potrà mai realizzarsi una identificazione totale intesa
come costruzione di un unico io, l’empatia non potrà mai diventare unipatia. Il soggetto dell’empatia è il noi
che racchiude la differenziazione ineliminabile dell’io e del tu. L’unificazione di più io nel fenomeno
dell’empatia non è l’equivalente della somma delle singole esperienze individuali, per cui, l’empatia si
attualizza solo presupponendo la salvaguardia dell’altro nella sua diversità.
La Stein poi, indaga il soggetto negli aspetti della persona spirituale, infatti ciò che caratterizza un soggetto
spirituale è il possedere, attraverso i suoi atti, una propria visione del mondo. Ogni atto scaturisce da un altro,
proprio perché ciò che l’uomo coglie dai vissuti dello spirito è un nesso di tipo significativo, perché tramite i
sentimenti si rivela la profondità del soggetto, la sua capacità di elevarsi verso i valori supremi. Questa stretta
correlazione tra sentimento e valore fonda, a sua volta, la correlazione tra gerarchia dei valori e strati della
persona. Tale intreccio di rapporti rende possibile la legalità razionale dei sentimenti, la comprensione del
giusto e sbagliato in merito alle personali reazioni emotive. Dunque, la teoria della Stein si comprende
meglio grazie a tre considerazioni:

1. Occorre ammettere che trarre conclusione a partire dalla conoscenza empatica dell’altro può portare
all’errore.
2. L’empatia non implica necessariamente l’insorgere originario nel soggetto di sentimenti
corrispondenti a quelli empatizzati. L’empatia non va confusa con il contagio emotivo.
3. L’empatia non avviene necessariamente a prescindere dalla comunicazione verbale, al contrario è
difficile che dalla sola osservazione sia possibile comprendere l’emozione.

Empatia e sentito: i cardini della mediazione


La mediazione autore-vittima, quando viene pratica secondo il modello umanistico, lavora proprio secondo
dinamiche dialogiche atte a promuovere l’empatia. Lo strumento chiave per chi lavora con la mediazione è il
sentito, ed è per questo che anche il mediatore deve imparare a sviluppare capacità empatiche: empatia e
ruolo dello specchio, sono i termini che contraddistinguono l’attività del mediatore umanistico, in modo che
ciascuna delle parti incontri l’altra su un terreno linguistico che può sbloccare il conflitto. Il che non implica
necessariamente riconciliazione ma semplicemente riconoscimento di una realtà più articolata. Anche la
dinamica del desiderio della psicoanalisi, sembrerebbe confermare che l’incontro reo-vittima, possa aiutare
ciascuna parte a capire il proprio desiderio in relazione al fatto di reato. In mancanza dell’incontro la
dinamica del desiderio resta prigioniera, infatti si crede, recuperando le lezioni di Levinas, che per
promuovere l’empatia sia decisivo l’incontro faccia a faccia e che il ruolo dello specchio di Morineau sia
altrettanto essenziale, perché è in questo che può scuotere il colpevole.
In primo luogo, l’incontro tra reo e vittima promuove il superamento della logica di separazione e di
esclusione sottesa al carcere quale istituzione totale, perché il dialogo è già una forma di reingresso nella
società.
In secondo luogo, il promuovere dinamiche riparativo-riconciliative basate sull’incontro nel contesto
dell’esecuzione della pena alimenta e sancisce il riconoscimento dell’individuo come essere relazionale,
perché attraverso questa si supera la mera dimensione redistributiva della pena.

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La mediazione, dunque, finisce per ricondurre la legge alla sua radice, quella di responsabilità dell’altro
(citando Levinas), perché mentre il diritto implica una risposta indiretta e un destinatario generico da parte di
colui che l’ha offeso, la mediazione implica una risposta diretta e a destinatario individuale e specifico,
perché indirizzata attraverso la legge alla vittima.

CAPITOLO 3—RICONOSCIMENTO DELL’ALTRO

Interrogarsi antropologicamente sull’altro significa, interrogarsi sull’io. Vuol dire assumere l’altro non come
oggetto ma come soggetto he entra in una relazione di senso con l’io cosciente. Il comprendere l’altro nel
profilo antropologico richiede un ritorno a sé stessi dopo essere stati presso l’altro. Dunque, conoscere e
riconoscere l’altro è una forma di eticità, che interpella l’umano in quanto umano, con la consapevolezza che
non si può ridurre la questione alla logica dell’inclusione o dell’esclusione.

In ambito ebraico-cristiano, la figura dell’altro, percepito come straniero si fonda su tre argomenti
principali:
1. L’altro va sempre rispettato ed ospitato
2. Ogni uomo è altro sulla terra
3. Jhavè è l’altro per eccellenza

 Nel Pentateuco (primi cinque libri del canone ebraico-cristiano) il comandamento di amare l’altro
ricorre almeno quaranta volte. L’amore per l’altro che raggiunge anche il nemico è il centro del
messaggio evangelico come afferma Gesù di Nazaret.
 La visione del mondo cristiana eredita da quella ebraica un dato fondamentale: ogni comunità ed
ogni popolo è pellegrino e forestiero
 Dio Padre è anche egli straniero perché chiede ospitalità al cuore dell’uomo.

Anche nel Corano l’altro, lo straniero merita ospitalità. L’accoglienza e il rispetto sono dunque i contenuti
salienti della narrazione dell’altro in ambito religioso.

In ambito letterario vengono estrapolati tre modelli di rappresentazione dell’altro che presentano differenti
percezioni di pericolosità
A. La percezione di estraneità rispetto allo straniero: l’altro come nel Robinson Crusoe di Defoe, è
portatore di una lingua e di una cultura sconosciuta (corrisponde alla criminologia dell’altro) è una
vicenda che si colloca nel 1700 e descrive la storia di un navigatore che naufraga in un’isola deserta,
e che deve trovare il modo di sopravvivere. Ci riesce perfettamente, perché recupera del materiale/
arnesi nel relitto della nave. Accade che su quest’isola incontra un indigeno che era stato condannato
dal suo gruppo, e Robinson lo aiuta a liberarsi. Da quel momento nasce la relazione tra Robinson
(abituato a vivere da solo) e venerdì, lo straniero. Robinson imposta sia la sua vita in solitudine, che
la sua relazione con l’indigeno sulla base dei suoi schemi, imponendo la sua cultura, le sue norme e i
suoi valori influenzati dalla società civile del suo tempo. Questa esperienza, lo porta a proiettare sé
stesso all’esterno, sia nella natura che nella vita relazione. Impone alla natura il modello tipico di
quella società industrializzata in cui la natura è un oggetto che possiamo monopolizzare a nostro
piacimento (concetto tipico che proprio nel 1700 si andava affermando nella società illuminista
inglese). Lo stesso Daniel Defoe, padre del romanzo inglese, ha poi ripreso quest’opera
riadattandola, cercando di superare l’ottica egocentrica che caratterizzava tale romanzo.
B. La percezione di estraneità rispetto al connazionale: è in tutto simile a noi ma è potenzialmente
capace di fare del male, come nel caso di Renzo che viene scambiato per un untore nei I Promessi
Sposi (corrisponde alla criminologia della vita quotidiana)
C. La percezione di estraneità rispetto a sé stessi: l’altro è l’altra parte di sé, quella più difficile da
accettare, più oscura e ambigua. Possiamo considerare emblematico il romanzo Lo straniero di
Camus. In questo caso Meursault, il personaggio, non è l’oggetto dell’altrui diffidenza ma è un uomo
pieno di pessimismo ce lo porta, ad estraniarsi da tutti coloro che vivono attorno a lui. Diventerà poi

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simbolo dell’uomo senza spazio, senza memoria e senza radice incapace di riconoscere perché
incapace di vivere l’incontro.

Una ricerca dell’altro particolarmente feconda è quella compiuta da E. Levinas, secondo il quale la filosofia
occidentale di Hussrel e Heidegger, si fondano sul concetto di totalità, eliminando ogni alterità e impedendo
di salvaguardare la dignità etica di ogni essere umano. Nell’opera Totalità e infinito, Levinas propone la tesi
della rottura della suddetta totalità a partire dall’appello etico che proviene direttamente dall’alterità radicale
del volto altrui. Per volto non si intende l’aspetto esteriore di altri, ma il suo rivolgersi a noi stessi come
richiesta di aiuto. Secondo Levinas, del volto dell’altro non si può fare astrazione, e per questo motivo scorge
nel volto il precetto del “non uccidere”: il volto dell’altro reclama il servizio etico del prendersi cura della
sua aspettativa di giustizia. La relazione io-altro non può quindi configurarsi come una relazione tra pari, per
cui il dramma dell’umanesimo contemporaneo è determinato dal fatto che l’uomo ha smarrito il senso etico
della propria soggettività, il suo essere in relazione all’altro. Vivere la relazione con l’altro è un’esigenza
etica che si fa anche domanda di giustizia. Quindi Levinas, memore delle tragedie legate all’ideologia
nazista, sente forte il dovere di ridare all’altro la parola che gli compete al di là ed oltre le diversità razziali e
culturali.

La questione antropologica legata alla relazione intersoggettiva è sviluppata sotto il profilo teorico, anche da
Martin Buber, secondo il quale la relazione io-tu è l’evento che fonda la vita autentica e che va colto come
dono. La sua preoccupazione fondamentale è proprio quella di valorizzare la relazione della coppia di
termini Io-tu, superando le singole individualità, in quanto intrinsecamente segnata dalla dialogicità. Per
Buber né l’Io, né il Tu, possono esistere autonomamente, essi esistono solo ella condizione Io-tu. Così anche
l’Io e l’esso non possono esistere separatamente ma solo nel contesto Io-esso; quindi, il dialogo si fonda sulla
reciprocità e sulla responsabilità, perché dialogare significa affrontare la realtà dell’altro: dialogare è
disporsi eticamente lasciando le certezze del proprio mondo per ricercare uno spazio condiviso tra Io e Tu.

Il problema ermeneutico
Paul Ricoeur ha sempre ritenuto necessario sviluppare un’antropologia filosofica che sapesse superare
contemporaneamente il Cogito cartesiano e l’anti-Cogito di Nietzsche per dar corpo a quella che lui stesso
definisce ermeneutica del sé.
Ricoeur sviluppa una concezione dell’identità della persona come esito di un lungo travaglio ermeneutico
del soggetto agente nella sfera dei segni dell’altro: il linguaggio, le istituzioni, l’etica. Il sé è una conquista a
cui si giunge dopo aver incontrato l’altro. L’autore prospetta l’occasione di un percorso etico che intenda
ritrovare un comune denominatore di autenticità morale per tutta l’umanità, quindi l’autenticità dell’identità,
sia essa individuale o collettiva, si ha solo nella verità dell’incontro con l’altro da sé e di fronte a sé, nella
costruzione di una storia che non mostra chiusura sulla propria identità presente e passata.

Effetti dello storytelling ai fini del riconoscimento dell’altro.


Nella prassi processuale, la duplice gestione del vissuto criminale e di quello di vittimizzazione resta lo
snodo fondamentale, infatti se per la vittima, la comunicazione del vissuto risponde ad un’esigenza di
riconoscimento, il racconto dell’esperienza criminale costituisce per il reo un tassello fondamentale per
lavorare sul senso di colpa, e quindi in definitiva, su quei fattori criminogenetici connessi al ricorso delle
tecniche di neutralizzazione che facilitano la ricaduta nel reato.
Secondo Redfern, lo storytelling permette alle parti di avvicinarsi alla realtà del conflitto, richiamando una
serie di questioni di fatto che normalmente restano estranee alla vicenda processuale, in altre parole il
linguaggio permette di legare il passato al futuro, che inizia nel momento in cui viene offerta la possibilità di
accogliere spiegazioni o gesti di riparazione. Qui tornano utili le parole di W. Benjamin che sottolinea la
funzione della narrazione e che indicano come ci si possa aprire alla riparazione solo quando si è avuta la
possibilità di racconta la propria storia, senza narrazione può esserci solo una pretesa risarcitoria.
Si ritiene che lo storytelling possa diventare un vettore di riconoscimento, secondo due livelli:
 Riconoscimento del fatto
 Riconoscimento dell’altro
Le modalità di comprensione/riconoscimento attivate dallo storytelling possono avere sulle vittime un effetto
positivo nel contenimento del disturbo post-traumatico da stress: essa apre alla possibilità di superamento
dell’esperienza di vittimizzazione e dei sentimenti di paura e insicurezza ad essa correlati.

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Lo storytelling quando lega insieme ascolto ed empatia, consente in molti casi, alle vittime di sperimentare
qualcosa di estremamente importante per le loro vite, la chiusura con il passato.
Ma è possibile arrivare alla chiusura?
Shapland afferma che per la maggior parte delle vittime la chiusura è stata sperimentata proprio attraverso il
percorso di restorative justice, proprio perché è uno degli obiettivi di quest’ultima.
Non è automatico che le vittime si sentano immediatamente meglio all’esito del percorso di giustizia
riparativa; infatti, l’esperienza di vittimizzazione può avere un impatto a lungo termine e la chiusura è un
vissuto personalissimo; dunque, la praticabilità della restorative justice è condizionata da fattori diversi, non
solo il tipo di reato e il tipo di vittima ma anche le capacità linguistiche possedute dalle diverse categorie di
autori e di vittime. Da queste spesso può dipendere la capacità di attivare quel riconoscimento dell’altro che
condiziona la riuscita di una mediazione e il conseguente livello di soddisfazione delle parti rispetto al
percorso di giustizia riparativa intrapresa.
In conclusione, pur consapevoli dei limiti di praticabilità della giustizia riparativa, si ritiene che quest’ultima
debba essere promossa quanto più possibile dal legislatore per promuovere le dinamiche del riconoscimento
e della fiducia, entrambe essenziali alla ricostruzione dei legami sociali.

CAPITOLO 4—VERGOGNA

La vergogna è una dinamica interiore, una convergenza tra la sapienza occidentale e quella orientale. A
partire da questa affermazione, nei secoli, però, la civiltà orientale e quella occidentale sembrano
intraprendere strade diverse rispetto al ruolo della vergogna, fino ad essere definite rispettivamente, come la
società della vergogna e la società della colpa.
La vergogna sembra essere diventata un termine controverso, da non provare, perché è lo stigma
dell’umiliazione, del fallimento e della sconfitta. Giancarlo Carofiglio è riuscito a descrivere la scomparsa
della vergogna legandola all’evoluzione del linguaggio nelle società democratiche, allo smarrimento della
consapevolezza del legame sociale, dal valore dell’intersoggettività. Nel volume Sinonimi ed aggiunti
italiani raccolti all’inizio dell’800’ da C. Rabbi, la vergogna presenta una serie di elementi allegorici che
vanno dall’essere impersonata al femminile, come virtù, all’essere vestita di rosso. Le radici etimologiche del
termine vergogna rimandano al significato di timore religioso e di rispetto, così anche nell’antica Grecia il
concetto di vergogna era inscindibile dalla nozione di onore e di rispetto, virtù del mondo greco.
La vergogna è dunque, almeno in origine, un sentimento associato alla rettitudine e il vergognarsi, ha una
connotazione positiva, ma il nodo si scioglie se guardiamo alla natura della vergogna. Se poniamo l’analogia
dolore-vergogna, infatti, il dolore rappresenta un segnale così come la vergogna rappresenta un segnale. La
vergogna è la sofferenza morale per la violazione di un codice etico interiore, l’incapacità di provare
vergogna o di indurre vergogna, al contrario, è espressione di una condizione di patologia sociale che
impedisce l’attivarsi del biasimo della comunità e quindi la possibilità di promuovere una duratura
prevenzione di comportamenti dannosi o pericolosi.
La vergogna è un sentimento generato dallo sguardo dell’altro, ma l’aspetto fortemente sociale di questa
viene evidenziato quando questa alimenta un meccanismo di identificazione che può portare a far vergognare
sé stessi anche per azioni altrui.
Una dinamica della vergogna originata dal male inferto ad altri è espressa proprio nel capitolo La
vergogna del libro I sommersi e i salvati di Primo Levi: l’autore evidenzia l’angoscia della liberazione, a
suo avviso, infatti, i superstiti non erano felici, perché il tempo trascorso nei lager li aveva profondamente
modificati, al punto di farli vergognare della loro posizione. Nella vergogna dell’essere sopravvissuti ancora
più dolorosa e raccapricciante è la vergogna che affiora per essere sopravvissuti al posto di un’altra persona,
forse più degna e più innocente. La vergogna del sopravvissuto è l’esito di una valutazione di eventi estranei
che hanno scavato profondamente nella psiche del soggetto, è una vergogna solitaria e individuale.
Esiste però anche una vergogna che si può definire universale, capace di mostrare come il genere umano sia
potenzialmente in grado di realizzare un grande dolore, evidenziando come la vergogna appartenga
ontologicamente a tutti gli uomini, anche se rivestono ruoli diversi.

Una vergogna che si presenta, contemporaneamente come etica e relazione, è presente nell’opera di Fedor
Dostoevskij I fratelli Karamazof. Essa nasce dal trovarsi davanti ad altri o più precisamente dall’esse di
fronte all’altro come se ci si trovasse di fronte ad uno specchio. Questa vergogna non dipende da una
colpevolezza anteriore o da una carenza concreta, ma più tosto dall’ubicazione del suo sé stesso

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simultaneamente di fronte al mondo, ed è quindi per molti aspetti una vergogna da etichettamento Proprio
nel movimento dell’andare verso l’altro, dell’entrare nel rapporto con gli altri, si rivela l’inadeguatezza etero-
indotta, scaturita dalla vergogna. Quindi, l’essere in relazione si rivela lo snodo fondamentale: la vergogna
evidenzia come la relazione umana si riveli caratterizzata da asimmetria e da non-reciprocità.
Recuperare l’autenticità etimologica della vergogna, la vergogna si presenta come u sentimento complesso,
destinato a lasciare un segno nella persona. Essa appartiene alla logosfera del rimorso, può essere risorsa e
cura, ma può essere anche a potenzialità patogena e innescare dinamiche autodistruttive, laddove assume le
forme di una vergogna-onta
Martin Heidegger, sviluppando il rapporto tra l’esser sé stesso ed il Sì, rileva come ogni essere umano, di
fatto, si commisura con gli altri, e in tale commisurazione quando deve prendere una decisione vive una sorta
di soggezione che tuttavia rimane a lui inosservabile. È quella che l’autore definisce dittatura del Si. Quando
viene posto qualche atto che s’infrange contro il Sì, affiora con prepotenza la vergogna, che si pone come
presidio dell’autenticità della persona stessa, smascherandola e facendole ri-apprendere il suo volto

Anche Nietzsche propone una comprensione ontologica, reale, della vergogna. L’essere dell’uomo è
positivamente contagiato da una consapevolezza che precedere ogni sua azione ed ogni suo confronto. La
vergogna proprio perché costituisce il presidio dell’autentica integrità personale, non potrà mai essere
soppressa. L’essere umano potrà solo rinunciare a considerarla ma no potrà mai essere deluderla.
Levinas, per quanto riguarda la riflessione sulla vergogna toglie ad essa ogni eventuale residuo di moralità
per significarla quale protezione e custodia dell’unità della persona umana, infatti secondo l’autore la
vergogna condanna l’uomo ad essere sé stessi. È auto evidente che questa condizione crei dolore
nell’individuo anche se si tratta di un dolore che sana, perché riporta l’uomo alla sua totalità

Il tratto distintivo della sanzione penale è da sempre quello di veicolare lo stigma criminale e con esso la
vergogna. Il fenomeno della squalificazione sociale indotto dalla pena non viene ridotto neanche da quei
meccanismi giuridici a esecuzione progressiva delle sanzioni, volta a preparare il reingresso del condannato
nella collettività. Nessuno degli strumenti di rieducazione e di risocializzazione sembra riuscire a spezzare lo
stigma criminale. Lo stigma, infatti, è una forma di etichettamento, che a sua volta alimenta i sentimenti di
vergogna legati all’aver subito il processo, la condanna l’aver sconcato la pena detentiva. La psichiatria
chiarisce il danno psicologico dello stigma interiorizzato rilevando la potenzialità patogena del sommarsi di
svalutazione sociale, vergogna e applicazione a sé stessi di stereotipi negativi. Nei paesi anglosassoni, la
vergogna diventa ingrediente aggiuntivo di originati ricette sanzionatorie come le shame penalties, sanzioni
alternative alla detenzione o pene accessorie. Il fondamento sociopsicologico delle shame penalties è
nell’assunto che gli altri abbiano i un ruolo decisivo nella formazione dell’identità del singolo e che la
vergogna si pone alla base della tenuta dei legami sociali le shame penalties fanno leva proprio sulla
dimensione della vergogna come sentimento antropologico a base comunitaria: intaccando la dignità della
persona, vanno ad incidere sulla considerazione sociale di quest’ultima.

Karp propone una classificazione delle shame penalties inflitte dalle corti nordamericane in tre tipologie:
a. Sanzioni che comportano una pubblica esposizione del reato commesso
b. Sanzioni degradanti: si pensi alla scelta di mettere un soggetto proprietario di case fatiscenti in
detenzione domiciliare in una delle sue case infestate dai topi
c. Sanzioni che comportano l’offerta di scuse formali: queste implicano il porgere scuse formali alla
vittima o alla comunità.
Secondo un criminologo australiano Braithwaite, teorico della reintegrative shaming (vergogna
reintegrativa), fondamento di uno tra i programmi di giustizia riparativa più importanti utilizzati nella
mediazione ad l’autore del reato, soltanto attraverso la sperimentazione del sentimento di vergogna scaturita
dal confronto diretto con la vittima e con la comunità, si può rivolgere uno sguardo più profondo sul male
arrecato e perciò su se stesso.
La vergogna emerge nella duplice veste di sentimento sociale e di sentimento fortemente individuale. Come
abbiamo visto però la vergogna è un’emozione dagli effetti complessi e potenzialmente devastanti, specie se
si accompagna alla stigmatizzazione duratura, perché può portare all’isolamento e allo sviluppo di sintomi
depressivi.
Compito della mediazione è, dunque, quello di lavorare sulla vergogna in modo trasformativo, con il doppio
focus sul reo e sulla vittima.

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Il tratto distintivo della teoria reintegrative shaming è che la vergogna può avere una valenza positiva nella
misura in cui essa sia:
 Contemperata da altri sentimenti o dinamiche interiori
 seguita da forme r e rituale di reintegrazione
Questi rituali muovono dall’attivazione di un percorso dialogico tra le parti e la comunità per il tramite della
mediazione. Il ruolo della comunità è decisivo: l’ambiente sociale esterno, infatti, entra in rapporto di
risonanza con il sentire interiore del soggetto riuscendo a condizionare il grado di autostima e la fiducia nel
proprio recupero, e potendo perciò contribuire tanto ad aumentare quanto a ridurre la vergogna. La
mediazione può aiutare in questo: far uscire reo e vittima dalla condizione tirannica della vergogna. J.
Braithwaite ritiene, inoltre, che le dinamiche di giustizia riparativa basate sulla vergogna reintegrativa
possano produrre una prevenzione non effimera. La vergogna reintegrativa, farebbe emergere, infatti,
insieme al senso di colpa il disvalore dell’azione compiuta.
CAPITOLO 5—LA FIDUCIA

Che cos’è la fiducia?


Per certi aspetti la fiducia è un nesso ontologico tra ciò che viviamo e ciò che vivremo. La fiducia esige la
comprensione lenta del tempo, così le sue dinamiche essenziali dipendono, fondamentalmente, dal modo in
cui le persone sono in relazione: si tratta di vivere o abitare i legami umani. Dunque, avvicinarsi alla fiducia
significherà evocare categorie di ermeneutica esistenziale come la fede, la fedeltà, la promessa e la
scommessa. Ogni individuo non può rifuggire dalla fiducia perché essa è intrinseca ai rapporti umani.
Il dato etimologico del concetto di fiducia è complesso, questa infatti, richiama la possibilità di dar vita a
legami personali che trascendono l’immanenza, mettendo in contatto il presente con la dimensione
escatologica. Per quanto si possa distinguere la dimensione oggettiva dalla dimensione soggettiva della
fiducia è chiaro che risulta difficile separarle nel contesto della vita. Già nel diritto romano, si può notare
come tra i tre termini –fede, fiducia, fedeltà—esista una forte correlazione, così dall’etimologia e
dall’esperienza giuridica possiamo constatare quanto sia indispensabile giungere a contrarre, nel vissuto, una
fiducia concreta e tangibile.

Nella sfera relazionale umana fiducia e sfiducia hanno manifestazioni molto ravvicinate; infatti, se proviamo
a chiederci cos’è la fiducia, constatiamo che si tratta di un modo di avere certezze interiori a partire da attese
corrisposte delle nostre aspettative, e quando queste attese non sono corrisposte, muta la nostra interiorità che
entra nella dimensione della sfiducia. Dunque, l’essere feriti nella fiducia fa piombare in uno stato di natura
simile a quello narrato da Hobbes nel Leviatano, dove dominano la violenza e l’egoismo.
Facendo riferimento al territorio della letteratura dell’Ottocento e del Novecento noteremo come la fiducia si
lega alle diverse situazioni dell’esistenza umana: essa ci appare come sintomo di debolezza, come volto
rovesciato dell’inganno.
Hermann Melville in–The confidence man, 1857, narra la stravagante vicenda di un uomo di fiducia, in
realtà un imbroglione che su un battello naviga verso New Orleans, lungo il Mississippi, con travestimenti e
inganni, riuscendo a carpire la fiducia dei viaggiatori. Il romanzo sarcastico rappresenta una critica spietata
all’ottimismo fideistico ingenuo, dove nulla è realmente come appare. Melville, in quest’opera, mette a nudo
l’andamento della condotta truffaldina che, mentre richiede fiducia, sta escogitando il tradimento.
Gilbert Keith Chesterton in—Ortodossia, mostra i limiti della fiducia, segno di debolezza
Cesare Pavese, in—Il mestiere di vivere (Diario 1935-1950), mostra disincanto riguardo all’accordare
fiducia, e in un percorso lungo otto anni, conclude con una domanda che lascia sospesa una possibile
soluzione: Come si può avere fiducia in una persona che non rischia di affidarti tutta la sua vita, giorno e
notte?
Josè Saramango, nel—Il Diritto e le campane, mostra come dall’ingiustizia protratta nel tempo e mai
affrontata nasca la sfiducia, solo un nuovo inizio che coinvolga tutti può cambiare la situazione.

Queste icone letterarie hanno presentato come la fiducia non sia mai uno stato raggiunto definitivamente, che
consente di liberarsi da una deformante obbiettività spesso mascherata da realismo. Dunque, fidarsi non
significa semplicemente conoscere l’altro ma disporsi ad una scelta nella quale memoria, ragione e
sentimento sono co-presenti e convergente. Quando la fiducia è lacerata, aumenta la possibilità di
accadimenti dolorosi, alimentando ulteriore sfiducia, lasciando insinuare nella comunità l’inclinazione al
sospetto, e all’esclusione sociale.

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Nella filosofia occidentale il concetto di fiducia è stato studiato ed approfondito sotto molteplici aspetti.
Alcuni filosofi hanno approcciato a questo concetto, declinandolo a diversi livelli:
fiducia interpersonale –fiducia sociale –fiducia tra autorità e individui –fiducia tra stati.
Nell’antichità un testo significativo è quello dell’Ermotimo di Luciano Sarmosata, in cui l’autore mette in
guardia dal seguire con estrema facilità i fenomeni culturali di massa quali una filosofia o una spiritualità di
basso profilo. Luciano intende mostrare come tale affidamento costituisca, nei fatti, un’operazione finalizzata
alla riduzione della complessità della realtà. In Ermotimo la fiducia negli altri e la fiducia in sé stesso sono
associate, in particolare quest’ultima coincide con ciò che ha visto negli altri ed a cui ha dato credito.
Dunque, la fiducia che per Luciano di Samosata è precondizione per la scelta del Maestro, per Tommaso
d’Aquino è precondizione del vivere ed in particolare lo è rispetto alla domanda religiosa quale domanda
ultima dell’esistenza, quindi, la fiducia intende rimuovere gli ostacoli al credere, precede e sostiene
razionalmente la fede.
Al riguardo, il pensiero del filosofo John Loke è illuminante. Percorrendo la strada di una filosofia
moderata, ma ferma nel rivendicare il ruolo della ragione, presenta nei due Trattati sul governo la sua
riflessione sul diritto e sullo stato. Come si può notare per Loke la fiducia non può essere incondizionata ma
deve essere necessariamente vagliata dall’esperienza.
Immanuel Kant nel—La pace perpetua, sostiene che pur essendo lo stato naturale degli uomini, uno stato di
belligenza, essi possono grazie alla ragione e alla volontà, passare oltre i loro limiti naturali e giungere ad
uno stato di pace, anche durante un conflitto dunque, si esige il rispetto di alcune regole e se queste ultime
vengono disattese, la sfiducia rende difficile la pacifica convivenza. In ultima analisi, se la sfiducia viene
annientata, diventa impossibile dar corso alla relazione con l’altro.

Il discorso filosofico richiede di essere completato con una chiave di lettura sociologica, che ci permette di
apprezzare come la fiducia si inserisca nell’agire comunicativo e sociale. Uno dei padri fondatori della
sociologia, Georg Simmel, esaminando il concetto di fiducia sotto il profilo cognitivo, pone quest’ultima tra
il conoscere integrale e l’assoluta ignoranza. Alla base di ogni relazione umana, la fiducia interviene a
colmare lo stato di incertezza nel quale viene a trovarsi l’uomo, mutando quest’ultimo in una certezza a
livello interiore. Sotto il profilo sociologico, quindi, la fiducia può intendersi come l’attesa di eventi positivi,
che permette all’uomo di varcare consapevolmente, la soglia della semplice speranza. Il concetto di fiducia,
proprio perché collegato all’idea di aspettative intersoggettive, risulta uno dei fondamenti della vita
comunitaria.
Sintesi dei principali ruoli che la fiducia riveste all’interno dei sistemi sociali, anche al fine di agevolare la
comprensione delle dinamiche secondo le quali la giustizia riparativa può lavorare sul fattore fiducia:
a. Fiducia come componente del capitale sociale
Per Putnam la fiducia è un aspetto del cosiddetto senso civico, un concetto attraverso il quale si
riesce a spiegare lo sviluppo e il declino della società, distingue tra una dense trust (tra reti, persone,
associazioni) e una light trust (tra individui) regolatore della vita sociale.
b. Fiducia come condizione dell’interazione sociale
Secondo la teoria drammaturgica di Goffman, ciascun individuo, nell’interazione con gli altri,
alterna i ruoli di attore e quelli di personaggio ai quali si ricorre quando si rientra nella dimensione
relazionale.
c. Fiducia come parametro ermeneutico
Facciamo riferimento alla teoria di Garfinkel, secondo il quale la fiducia è il fattore principale
attraverso il quale possiamo elaborare il significato degli eventi quotidiani.
d. Fiducia come fattore di stabilizzazione delle relazioni sociali
La chiave di lettura proposta da Giddens si cala nel contesto del rischio. Giddens distingue infatti
tra:
 un ambito di rischio pre-moderno, dove la minaccia proviene dall’ambiente naturale da
dinamiche pre-religiose o da entità magiche. La fiducia è strettamente localizzata
 un ambito di rischio moderno, dove la minaccia proviene da disastri planetari causati dagli
esseri umani, da moderne o subdole forme di violenza. Qui la fiducia è delocalizzata.
e. Fiducia come fattore atto a ridurre la complessità

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La chiave di lettura di Luhman ci consente di parlare della fiducia come fattore atto a contenere la
complessità, l’incertezza e il rischio. Qui la fiducia è declinata come confidenza e non come
affidamento. È il grado di fiducia che alimenta aspettative razionali nel comportamento degli altri.

La fiducia, come realtà messa in atto dai soggetti agenti capaci di soddisfare le esigenze umane di tipo
relazionale si manifesta solo se la reciprocità dei soggetti stessi è piena e incondizionata, ovvero se i soggetti
agenti sono come persone in quella reciprocità. La direttiva 2012/29/UE richiama espressamente il concetto
di fiducia, prendendo in considerazione diversi livelli di fiducia:

i. La fiducia orizzontale, che è quella interpersonale e quella in sé stessi. La rottura del vincolo
di fiducia negli altri è la prima conseguenza di illecito penale.
ii. La fiducia verticale, cioè quella tra autorità e individuo
iii. La fiducia diffusa, che ha qui l’accezione di certezza, da intendersi in senso luhmniano che
favorisce atteggiamenti civici di cooperazione e responsabilizzazione.

Dopo la commissione di un reato la fiducia appare sempre come un sentimento difficile da rintracciare e da
ricostruire e come un valore particolarmente fragile. L’impoverimento del dato fiduciario genera insicurezza,
Quindi, il sistema penale tende a rispondere alle dinamiche fiduciali involutive derivanti dalla perpetuazione
di reati. Ciò comporta mutamenti significativi anche nel sentire sociale: il riconoscimento dell’altro come
persona avviene asfitticamente solo tra i componenti degli stessi gruppi sociali. Quando il sistema penale
reagisce potenziando i meccanismi punitivi è destinato inevitabilmente ad incontrare una serie di
conseguenze, il rito processuale; infatti, non consente un reale ascolto della vittima, relegata nel ruolo di
testimone. La durata del processo è peraltro incompatibile con l’esigenza di ripristinare la fiducia delle
vittime e di contenere il panico morale collettivo.
La pena retributiva, basandosi su di un assunto razionale ancora indimostrato ed essendo priva di un
parametro tra reato e pena, fatica ad alimentare il fattore fiducia mentre la rieducazione del condannato
attraverso il carcere è ampiamente ineffettiva: essa si scontra con una realtà di violazioni dei diritti umani,
che si consumano quotidianamente nelle prigioni.
La neutralizzazione del condannato è finalità della pena teoricamente ingombrante perché si basa sulla
sfiducia. Infine, la deterrenza che sia pure nelle forme della prevenzione generale positiva è espressione delle
politiche di legge che estroflettono una cultura generalizzata del controllo.

Al contrario, la giustizia riparativa, anche in parallelo con il sistema penale, può sostenere dinamiche
fiduciali agendo su fattori diversi: principalmente sulla conoscenza dei fatti e sul riconoscimento della
persona. Nell’ambito dei programmi di giustizia riparativa, la conoscenza del reato nella sua dimensione
motivazionale avviene attraverso lo storytelling che è elemento essenziale dell’ascolto e dell’empatia. La
qualità di ascolto, come la mediazione, che si cerca di promuovere non è dominata dall’interesse a
conservare ciò che è narrato, ma rimanda alla dimensione del sentito, perché ciascuno possa lavorare sul
riconoscimento dell’altro. Il ruolo del mediatore in tutto ciò è indispensabile, e decisivo per rimettere in moto
le emozioni delle parti.

PARTE III –METODOLOGIE DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA

CAPITOLO 1 –I PRINCIPALI PROGRAMMI DI GIUSTIZIA RIPARATIVA

I. I programmi di giustizia riparativa: caratteristiche generali


La gamma dei moduli operativi dell’inventario dei programmi e dei metodi della giustizia riparativa può
essere ampia, ed emblematico è in questo, il caso dei lavori socialmente utili che talvolta risultano inclusi.
La letteratura internazionale ha individuato tuttavia dei parametri che consentono di includere modelli di
gestione dei conflitti coerenti con la giustizia riparativa.
Classen, ritiene che per parlare di restorative justice approach occorrano tre elementi di base:
 che l’offesa o l’ingiustizia perpetuate vengano riconosciute
 che la giustizia venga ristabilita
 che si affronti la questione delle future intenzioni delle parti

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Ma perché il modello di gestione possa dirsi riparativo, bisogna ricorrere alla classificazione di Shapland
secondo il quale sono necessari:

A. Carattere inclusivo-partecipatorio, e qualità procedurale


Occorre che nella soluzione del conflitto sia consentita la partecipazione diretta delle parti.
B. Gestione delle emozioni e delle conseguenze del conflitto o del reato
Occorre che sia consentita la narrazione dell’esperienza di vittimizzazione, del danno subito
C. Orientamento alla soluzione del conflitto e alla gestione del futuro
Occorre che le parti siano invitate a trovare un accordo su come gestire le conseguenze del conflitto
per il futuro
D. Costruzione del capitale sociale
Occorre che venga attivata la “vergogna reintegrativa” della gestione penalistica del conflitto, che
veicola dall’alto lo stigma criminale e la conseguente esclusione sociale.

Dunque, sebbene, i modelli dominanti della traduzione operativa della giustizia riparativa siano tre –
MEDIAZIONE, CONFERENCING, CIRCLES –molteplici sono le restorative practices utilizzabili nella
soluzione dei conflitti, che variano in base al tipo, alla dimensione e alla gravità del conflitto.

II. I restorative processes secondo un modello gradualistico

APPROCCIO APPROCCIO
PUNITIVO RIPARATIVO

MODELLI CON
COMPONENTI MODELLI RIPARATIVI
Sanzioni detentive Probation RIPARATIVE Victim empathy groups Dialogo riparativo
Sanzioni pecuniarie Tecniche di diversion Conference groups Mediazione autore-vittima
Sanzioni interdittive Istituti sospendivi del Victim impact statements Family group conferencing
Sanzioni con componenti processo con messa alla Sentencing circles Peacemaking circles
custodiali prova
Lavori socialmente utili

MODELLI
MODELLI PUNITIVI PARZIALMENTE
RIPARATIVI

La componente riparativa, che si intensifica nel passaggio da un raggruppamento all’altro, è stata valutata sia
in base alle indicazioni offerte da Shapland, sia in base alla capacità dei singoli interventi di incontrare gli
obiettivi classici della giustizia riparativa:
 orientamento della vittima
 orientamento della riparazione del danno
 promozione dell’auto responsabilizzazione del reo
 possibilità di dialogo tra le parti
 coinvolgimento delle comunità nel percorso di riparazione
 elaborazione del conflitto

Sempre seguendo un approccio gradualistico è possibili catalogare gli strumenti della giustizia riparativa:
Joshua e Ted Wachtel utilizzano come parametro il grado di formalità della tecnica d’intervento, muovendo
da modelli con dimensione formale (dimensione= struttura e gestione)

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Libera espressione Domanda sulle Mini-RJ conference Dialogo riparativo Mediazione e
di emozioni o dinamiche condotta nella guidato, con uso del conferencing

IMMEDIATO

MEDIAZIONE
DIALOGORIPARATIVO

DIALOGORIPARATIVO
sentimenti relativi al comportamentali e immediatezza di un talking piece FOCUS: offesa,
DOMANDASULLE EMOZIONI
ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI

conflitto. sulle emozioni conflitto FOCUS: conflitto e danno vissuto dalle


FOCUS: ciò che è correlate FOCUS: domande ed sue conseguenze, parti, riparazione
stato percepito FOCUS:pensieri ed orientamento prevenzione di VALENZA: gestione
dopo il conflitto emozioni delle parti riparativo futuri conflitti del conflitto rimessa
VALENZA: durante e dopo il VALENZA:gestione VALENZA:gestione alle parti, anche in
comunicativa conflitto immediata del comunitaria del parallelo a risposte
VALENZA:comprensi conflitto conflitto disciplinari o
one del conflitto punitive.

III. Riparazione materiale, riparazione simbolica e scuse formali

Riparazione è il termine chiave, esso rinvia ad un universo concettuale atto a tradursi in parametro per
valutare il carattere restorative delle modalità di intervento sui conflitti. Esiste nel nostro ordinamento
giuridico un principio riparativo comune ai diversi settori del diritto e imminente a tutte quelle dinamiche
sostanziali che prevedono forme di risarcimento.
Nel contesto della restorative justice assumono significato tutte e tre le forme di riparazione descritte da
Garapon, poiché la riparazione può essere l’esito di un accordo di tipo economico che scaturisce da una
mediazione, inoltre, essa può essere una risposta procedimentalizzata e istituzionalizzata che si pone come
alternativa alla penalizzazione della storia, a sua volta realizzata attraverso i tribunali.

La riparazione materiale: vantaggi e ricadute problematiche


Come è noto, la riparazione materiale consiste nel pagamento di una somma di denaro come corrispettivo per
un danno subito, sia materiale che morale, rispettivamente danno civilistico e danno da reato
(Raccomandazione del Consiglio d’Europa R(99)19). Per ottenere un risarcimento del danno da reato
-materiale e morale-la persona offesa o il danneggiato possono intentare una causa civile o costituirsi parte
civile nel processo penale, ed è proprio in queta dimensione pseudo-sanzionatoria che la riparazione
pecuniaria si pone come conferma della penalità tradizionale. Nel saggio sulla Filosofia del denaro, Simmel
osserva che la sola qualità del denaro è la sua quantità. Ma ci sono delle cose che si sottraggono in modo
irriducibile alla quantificazione, quasi a voler ricordare la verità dell’assunto di Kant secondo il quale tutto
ciò che non ha un prezzo ha una dignità. Tale ipotesi rimanda a tre questioni che riguardano la riparazione
materiale:
a. L’identificazione del metro quantitativo della riparazione materliale
Non esiste nella natura della cose un parametro che consenta la comparazione di due entità
diverse come la sofferenza e il denaro
b. Il significato della riparazione materiale
Come sottolinea Garapon, la riparazione pecuniaria è chiamata a muoversi tra la dimensione
giuridico economica della materialità del danno e quella giuridico-morale del riconoscimento
dell’altro e della memoria del male, e vi è costantemente il rischio che la funzione simbolica
della riparazione del danno rimanga inglobata da quella materiale.
c. Gli effetti della riparazione materiale
L’equivalenza tra sofferenza e denaro genera una parificazione tra beni che si collocano su scala
valoriale diversa e le vittime spesso ritengono che tale equivalenza non riesca a spostarsi sul
piano dell’essere, cioè che non riesca a superare la dimensione materiale per entrare in quella
morale del riconoscimento del proprio essere persona. Diventa allora essenziale che la
riparazione pecuniaria si iscriva in una narrazione di giustizia.

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La riparazione simbolica: contenuti e funzioni
Retzinger e Sheff distinguono e analizzano i due tipi di riparazione che possono scaturire da una
mediazione: quella materiale e quella simbolica.
 Mediazione materiale, costituisce l’esito della mediazione e comporta, non solo il pagamento di
una somma di denaro, ma anche la prestazione di attività lavorative.
 Mediazione simbolica, dove l’autore di reato manifesta sentimenti di vergogna ed esprime un
autentico dispiacere per quanto commesso. Anche il perdono va inteso in relazione alla giustizia
riparativa, in una valenza simbolica perché implica la semplice riaccoglienza dell’altro nella
comunità allorché egli abbia ammesso la propria responsabilità. Infatti, senza questo passaggio,
secondo gli autori, diventa difficile operare una vera riparazione. Anche secondo Strang, i gesti di
riparazione simbolica comprendo l’offerta di scuse, poiché in quanto vettore di riconoscimento
dell’altro, la riparazione simbolica rappresenta un indicatore di buona riuscita della mediazione.
È dunque il riconoscimento dell’altro insito nella riparazione simbolica a fare la differenza tra
la mediazione e il processo. In definitiva possiamo dire che la riparazione pecuniaria attribuisce
valore all’offesa ma allontana ulteriormente le parti, attribuisce valore alle persone e lavora sulla
ricostruzione di una relazione interpersonale.

Le scuse formali: offerta, credibilità e accettazione


Secondo Sherman e Strang, l’evidenza empirica induce a ritenere che le vittime spesso considerano la
riconciliazione a livello emozionale più importante della riparazione materiale o economica.
La forma più tipica di riparazione simbolica, cioè quella delle scuse formali è una componente significativa
che prende il nome di making amend, nel quale rientrano anche le forma di riparazione economica o di
restituzione in senso stretto. Nel contesto di giustizia riparativa, il making amend si differenzia nettamente
dalla riparazione pecuniaria, che non ha alcun tipo di relazionalità tra reo e vittima, viceversa infatti il
making amend, ha una valenza prevalentemente relazionale che è centrale per il riconoscimento del danno da
parte del reo, anche perché culmina attraverso una duplice dinamica di offerta e accettazione delle scuse
fomali.
Effetti delle scuse formali:
Porgere delle scuse formali può essere colto come un comportamento positivo o costruttivo qualora esso sia
preceduto da espressione di rimorso e dispiacere.
Secondo Halsey, però, non sempre le vittime percepiscono le sucse formali come sincere e questo può
comportare sia all’accettazione delle scuse che ad una chiusura. Making amend e scuse formali possono
essere dunque ampiamente influenzata da difficoltà o fallimenti comunicativi (carenza di ricordi, capacità
linguistiche dell’autore di reato, linguaggio del corpo), in cui l’abilità del mediatore è fondamentale per la
ricostruzione della relazione interpersonale.

METODOLOGIE DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA


 dialogo riparativo
 mediazione penale
 mediazione allargata a gruppi parentali
 conference gruops
 victim impact statements
 sentencing circles
 victim empathy groups
 victim impacts panels

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Norme che prevedono espressamente il ricorso a Codice penale
programmi di giustizia riparativa  Sospensione del procedimento con messa alla prova
(Art. 168-bis)
Codice di procedura penale
 Sospensione del procedimento con messa alla prova
(Art. 464-bis)
Codice del processo penale minorile
 Sospensione del processo e messa alla prova (Art.28)
Disposizioni sulla competenza del giudice di pace (d.lgs.
n.274 del 28 agosto 2000)
Ordinamento penitenziario
 Affidamento in prova al servizio sociale (Art.47)
 Lavoro all’esterno (Art. 21, comma 4)

Codice penale
Norme che prevedono la rilevanza di condotte
riparatorie e che consento il ricorso a programmi di  Proscioglimento per irrilevanza del fatto
giustizia riparativa (Art. 131-bis)
 Estinzione del reato per querela/sospensione
condizionale della pena (Art. 152 e 163) / condotte
riparatorie (Art. 162-ter)
 Liberazione condizionale (Art.176)
Codice di procedura penale
 Tentativo di conciliazione per reati perseguibili a
querela (Art. 555)
Codice del processo penale minorile (d.P.R. n.448/1988)
Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace
(d.lgs. n.274/2000)
Ordinamento penitenziario (l. n.354/1975)

CAPITOLO 2—IL DIALOGO RIPARATIVO


I. Il dialogo riparativo
Il valore del dialogo è ampiamente riconosciuto dai sostenitori della teoria comportamentale cognitivista: le
vittime possono imparare a controllare o anche a superare la paura, nel contesto di un ambiente sicuro, a
rivivere dialogicamente il trauma e a confrontarsi con persone che abbiano la medesima esperienza
traumatica.
La teoria dell’interazione rituale di Collins offre un altro tassello per comprendere le dinamiche delle
emozioni che si attivano nel dialogo riparativo, infatti, per attiva emozioni-ascolto-riconoscimento, sono
necessari almeno quattro fattori:
 La presenza fisica del soggetto
 La partecipazione fisica al dialogo
 Il focus su un obiettivo comune
 La condivisione delle emozioni
Proprio tali caratteristiche rappresentano i tratti distintivi dei restorative circles, dove il denominatore
comune è dato proprio dall’incontro dialogico, nonostante possano variare il numero e la qualità dei soggetti
coinvolti.
II. Modelli e funzionalità dei restorative circles e responsive circles
I restorative circles in senso proprio sono forme di gestione dei conflitti basate sul dialogo guidato, in cui
ciascuno dei partecipanti può esprimere la propria percezione della portata e della valenza del conflitto.
Le principali costanti operative sono:

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 La disposizione circolare dei partecipanti
Costituisce il retaggio delle modalità di soluzione dei conflitti delle native comunities. Il valore
aggiunto di sedersi in circolo sta nel fatto che ci si trova in una posizione paritaria, in cui tutti
possono predisporsi all’ascolto. Anche il facilitatore è nel circolo e gestisce le regole del dialogo
dall’interno del circolo stesso. Se i partecipanti sono numerosi si usa la disposizione logistica a
doppio cerchio, un anello interno, dove si collocano le parti direttamente coinvolte dal conflitto, ed
un anello esterno, in cui si collocano i soggetti portatori di interessi indiretti o attenuanti.
 La presenza di un facilitatore (circle keeper)
Il ruolo del facilitatore è delicato e importante, il suo compito è quello di fare in modo che il dialogo
sia orientato, nella forma, al rispetto interpersonale.
 L’uso del talking piece
Rappresenta un oggetto simbolico che viene passato di mano in mano e che dà al soggetto la
possibilità di parlare senza essere interrotto, e quindi il diritto di essere ascoltato.
Come per tutti i modelli operativi di restorative justice, anche la partecipazione al dialogo riparativo ha
carattere volontario e non può essere in alcun modo imposta alle parti o ai soggetti invitati a prendere parti
all’incontro. Nell’ambito delle forme di dialogo riparativo si stagliano due modelli con funzionalità
parzialmente differenziata: restorative circles e responsive circles.
Restorative circles
Vengono utilizzati in campi diversi che possono essere quello strettamente penale, quello della devianza
minorile, quello della gestione dei conflitti in ambito sociale, o legato ad eventi traumatici in cui non c’è un
colpevole. Possono prevedere quattro fasi:
 Creazione di un’atmosfera di sicurezza, di uno spazio protetto di ascolto (è la fase cruciale)
 L’invito rivolto alle parti a mettersi in comunicazione imparando dall’altro
 La narrazione del conflitto
 L’identificazione dei punti comuni che ciascuno ha interiorizzato (è la fase che chiude il cerchio)
Responsive circles
Costituiscono una variante dei restorative circles e vengono ritenuti preferibili per la gestione del conflitto in
ambito scolastico o universitario, o comunque laddove l’autore dell’illecito è sconosciuto.
I soggetti interessati dagli effetti del conflitto vengono dunque invitati a partecipare a questo dialogo
responsivo, dove ciascuno è chiamato a narrare come ha percepito o vissuto gli effetti dell’illecito.
In questo caso il veicolo è rappresentato proprio dal linguaggio.
Sebbene vi siano pochi studi empirici sui Restorative circles e i Responsive circles, quelli del Minnesota
riferiscono che tali strumenti tendono ad aumentare i legami tra gli individui appratenti alla comunità
investita dal conflitto, e ciò che viene maggiormente percepito è il dialogo ristorativo che offre uno spazio a
ciascuno, svolgendo un ruolo propositivo per indicare le modalità di contenimento della conflittualità.
CAPITOLO 3 –LA MEDIAZIONE PENALE
I. Lo spirito della mediazione autore-vittima (victim offender mediation)

Qualunque siano le forme e le modalità operative che può assumere, la mediazione penale, è prima di tutto
uno spazio protetto di ascolto che necessita di un luogo che sia fisicamente diverso dall’aula di udienza come
per altro è indicato dalla Raccomandazione R (99)19, e implicitamente dalla Direttiva 2012/29/UE.
La mediazione come spazio protetto di ascolto è il locus in cui il dialogo facilitato dal mediatore può indicare
alle parti la via per riuscire a dare un posto al disordine generato dal conflitto; dunque, il suo compito è
quello di riconoscere il conflitto e tentare di ripristinare la comunicazione.
Inoltre, la mediazione è una modalità atta a costruire uno spazio al dialogo che consenta alle parti di giungere
a un’interpretazione condivisa del conflitto, proprio perché del medesimo fatto (reato), il reo e la vittima,
offrono interpretazioni diverse, che possono trasformarsi in dissidio.
Può essere utile a questo scopo, la metafora freudiana del paiolo bucato, che mostra come gli individui siano
portati ad elaborare verità parallele. Possiamo affermare che la mediazione può dirsi positivamente conclusa
quando le parti giungeranno a una nuova interpretazione del fatto che scardinerà il conflitto che deriva dalla
mancanza di comunicazione.

Non esiste nel nostro ordinamento alcuna norma che definisca la mediazione penale. La definizione è da
ricercare nella normativa sovranazionale:

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Lo spirito della mediazione va ravvisato nell’essere un processo dialettico che promuove la conoscenza tra
autore e vittima, che può funzionare anche come fattore di stabilizzazione sociale. Il ruolo del mediatore è
quello di ricostruire fra le parti lo spazio comunicativo intersoggettivo e trovare un segno comune che possa
condurre al superamento del conflitto.

II. La nozione di mediazione penale


Tra gli strumenti della giustizia riparativa la mediazione può essere considerata quello più importante.
Nella Raccomandazione del Consiglio d’Europa R (99)19 la mediazione è definita, secondo l’art. 1:
“Qualsivoglia processo dove la vittima e l’autore di reato sono messi in condizione di partecipare alla
soluzione delle questioni derivanti da un reato attraverso l’aiuto di un terzo imparziale (il mediatore)”.
In letteratura le interpretazioni sono diverse:
 Baker, sostiene che la mediazione possa essere definita come l’intervento di un terzo per aiutare due
o più parti in conflitto a comunicare;
 Umbreit, sostiene che è un processo informale ma strutturato che offre alle vittime la possibilità di
incontrare l’autore del reato;
 Letteratura giuridica europea, sostiene che è un processo più delle volte formale, con il quale il
terzo neutrale tenta scambi tra le parti.

III. Tipi di mediazione penale: la mediazione umanistica


La mediazione penale è un’attività complessa, principalmente per le dimensioni di sofferenza individuale che
si aprono dopo la commissione del reato, e per queste ragioni, essa non può essere assimilata alla mediazione
civile e commerciale e non può valersi delle tecniche di negoziazione basate sui puri rapporti di interesse.
Diversi sono i modelli di mediazione penale sperimentati e applicati: tra questi si ritiene preferibile quello
della mediazione umanistica, che rappresenta la matrice dei principali programmi di mediazione autore-
vittima utilizzati negli USA, nonché il modello maggiormente sperimentato in Italia. La mediazione
umanistica pone al centro la persona e i suoi valori più profondi ed opera affinché il significato del conflitto
emerga attraverso un percorso dialogico guidato, atto a promuovere la pacificazione individuale e sociale.
La riconciliazione, dunque, non è l’esito della mediazione, proprio perché è necessario promuovere una
riparazione simbolica della vittima.
La gestione concreta della mediazione può avvenire secondo diversi modus procedendi:
 Mediazione indiretta, che non prevede neppure un incontro faccia a faccia tra le parti.
In questo caso la mediazione è filtrata dal mediatore e avviene attraverso lo scambio di lettere o
comunicazioni verbali, portate dal mediatore alle parti. E’ un modello maggiormente adatto a gestire
gli accordi di natura risarcitoria, ma può essere utilizzato anche per i reati gravi (es. per evitare la
vittimizzazione secondaria)
 Mediazione diretta, che prevede l’incontro faccia a faccia tra le parti, chiamate a dialogare tra loro
con il supporto del mediatore. In questo tipo di mediazione si mettono in gioco le emozioni.
IV. Le fasi della mediazione
Lo schema meglio strutturato è quello indicato da Umbreit, secondo il quale la mediazione, richiede quattro
fasi operative principali:
1. L’invio del caso da parte dell’Autorità agli Uffici di mediazione e la relativa presa in carico del
conflitto
2. La fase preparatoria degli incontri di mediazione
3. Lo svolgimento della mediazione (mediation session)
4. Il monitoraggio degli esiti della mediazione (case follow-up)

FASI DELLA MEDIAZIONE ATTIVITA’ DA PORRE IN ESSERE


I. Presa in carico del caso 1. Ricezione del caso
2. Raccolta e analisi delle informazioni relative al
contesto in cui si è sviluppato il conflitto
II. Preparazione della mediazione 3. Acquisizione di ulteriori informazioni sul caso
attraverso i contatti con le parti in conflitto
4. Spiegazione diretta alle parti del significato
5. Acquisizione del consenso delle parti a mediare
6. Programmazione della sessione di mediazione
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7. Individualizzazione della strategia da utilizzare
per condurre la mediazione
III. Conduzione della mediazione e fasi 8. Considerazioni introduttive da parte del
dell’incontro di mediazione diretta mediatore
9. Racconto del proprio vissuto da parte di ciascuna
delle parti
10. Identificazione dei punti della questione
11. Formulazione delle diverse opzioni per la
riconciliazione
12. Raggiungimento di un accordo formale
13. Considerazioni conclusive da parte del
mediatore
IV. Follow up 14. Valutazione della conformità della condotta
15. Verifica del livello di soddisfazione delle parti.

V. Gli stili di conduzione della mediazione


L’opzione tra gli stili di conduzione della mediazione può dipendere da variabili diverse come il tipo di
conflitto, la formazione e la personale esperienza del mediatore.
Si possono indicare due stili di mediazione principali:
1. Stile di mediazione non direttivo
È caratterizzato da un ruolo non direttivo del mediatore, che tende in questo caso a lasciare alle parti
un ampio spazio di co-definizione del conflitto. In questo caso il mediatore tende a contenere
progressivamente i propri spazi di intervento, inizialmente sarà quasi sempre lui a parlare. Nella fase
centrale dell’incontro poi, anziché guidare la conversazione, lascerà che le parti scelgano
liberamente come discutere del conflitto, e finirà con l’intervenire soltanto se si rende necessario ri-
orientare.
2. Stile di mediazione direttivo. In questo caso il mediatore tende a circoscrivere i punti della
discussione e ad incanalare la stessa su binari predefiniti. L’incontro di mediazione è finalizzato al
raggiungimento dell’accordo di riparazione.
VI. Gli esiti della mediazione
Utilizzando prevalentemente la valutazione degli esiti di mediazione svolti sul punto dall’ufficio di
mediazione di Milano, gli esiti della mediazione possono essere di tre tipi:
1. Positivo
 Quando viene siglato un accordo riparativo simbolico da entrambe le parti
 Quando viene siglato un accordo risarcitorio
 Quando nei casi di reato procedibile a querela di parte, si giunge alla remissione della querela e alla
sua correlativa accettazione della remissione
 Quando nei casi di reato procedibile a querela di parte, la mediazione si conclude con reciproco
riconoscimento, scambio di scuse, ricostruzione condivisa del fatto
 Quando l’accordo riparatorio è definito nelle forme della mediazione indiretta qualora le parti non
siano disponibili ad un incontro faccia a faccia
 Quando sia stata esperita una mediazione con vittima aspecifica o surrogata
2. Negativo
Quando l’incontro non ha consentito di raggiungere gli indicatori sopra individuati. La valutazione
deve essere fatta congiuntamente dai mediatori e dalle parti. Compito del mediatore è quello di
restituire alle parti un feedback positivo nell’aver avuto la capacità di mettersi in gioco.
3. Incerto
Quando il mediatore e le parti concordano sul fatto che siano stati raggiunti solo alcuni indicatori
necessari oppure quando le parti chiedono di poter verificare gli effetti dell’incontro o il mantenimento
dell’accordo raggiunto nel tempo.

CAPITOLO 4 –IL DIALOGO ALLARGATO AI GRUPPI PARENTALI OVVERO IL FAMILY


GROUP CONFERENCING

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I. Dialogo allargato ai gruppi parentali: considerazioni introduttive sulle origini e sulla natura
riparativa

Zehr e Gohar ritengono che i principali strumenti della giustizia riparativa siano riconducibili
essenzialmente a tre:
 La mediazione autore-vittima
 Il conferencing
 Il circle
Esiste però un quarto pilastro delle restorative practies, il family group conferencing (FGC).
È difficile dare una definizione di FGC, ma quella di Walgrave da conto della natura di questa pratica
riparativa:
“Una restorative conference è facilitata da un terzo imparziale e consiste in un procedimento inclusivo che
coinvolge la vittima, il reo e i loro supporters al fine di trovare una soluzione socialmente costruttiva alle
questioni e al danno originati dal reato”.
La FGC rispetto alla mediazione, presenta almeno tre caratteristiche peculiari:
a. Un allargamento della cerchia dei partecipanti, che comporta l’inclusione dei famigliari
b. L’essere tendenzialmente pensato per supportare l’autore del reato nel percorso di assunzione delle
responsabilità del reato
c. La possibilità che l’accordo scaturito dal conferencing possa prevedere componenti risarcitorie
Connolly e McKenzie, in particolare, ritengono che nel FGC la famiglia rivesta un ruolo centrale:
il FCG ha il ruolo di riconnettere il minorenne alla famiglia e promuovere anche nella comunità la
corresponsabilità di aviare e sostenere un percorso di riaccoglienza. Come i restorative circles, anche il FGC
è modalità di gestione dei conflitti che affonda le proprie radici nelle tradizioni di soluzione comunitaria
delle controversie tipiche delle società semplici ed in particolare delle comunità aborigene neozelandesi.
Dunque, nonostante le radici antropologiche indicate, dobbiamo osservare come non sia corretto parlare di
un vero e proprio trapianto dei modelli di problem solving nell’ambito della giustizia coloniale. La giustizia
coloniale e quella delle non-state societies appaiono infatti profondamente diverse, almeno per quanto
riguarda i seguenti macro-fattori:
 la visione del conflitto
 il ruolo della comunità
 la funzione della vergogna
 il ceto dei giuristi
Sebbene il FGC ricalchi talune componenti operative del problem solving delle comunità autoctone,
esso non corrisponde al modello originario da cui ha tratto ispirazione. Tale modello è stato peraltro
esportato in molti ordinamenti di common law e successivamente di civil law, tanto che attualmente
è una delle pratiche di giustizia riparativa più diffuse e studiate empiricamente dopo la mediazione
autore vittima. La valutazione dell’uso della conferencing restituisce anche un feedback
complessivamente positivo in quanto:
a. Le parti percepiscono un maggior livello di giustizia quando accedono al FGC rispetto a quello
percepito quando partecipano al processo
b. Le vittime dichiarano dichiarano un maggior livello di soddisfazione in termini di
riconoscimento, riparazione dell’offesa
c. Il FGC per come è strutturato consente soprattutto alla vittima di esprimersi e di far focalizzare
l’attenzione di tutti i partecipati più sul danno materiale e immateriale prodotto dal reato che non
sulla lesione astratta del bene giuridico per come stabilita delle norme penali. Il FGC consente
altresì l’empowerment della comunità che è chiamata a lavorare direttamente sul conflitto. La
riparazione è il secondo obiettivo cardine del FGC: un intervento incentrato sul binomio offesa-
riparazione è da considerarsi riparativo. La reintegrazione sociale è la terza caratteristica
qualitativa del FGC, il carattere inclusivo del rito di ri-accoglienza del colpevole consente di
sancire l’appartenenza del FGC agli strumenti di giustizia riparativa e non agli strumenti
sanzionatori.

II. Le modalità operative del family group conferencing


L’incontro vero e proprio di mediazione ha luogo sotto la guida del facilitatore. Nel FGC il facilitatore è in
genere coadiuvato da altri soggetti: per lo più da operatori dei sevizi sociali o da funzionari
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dell’amministrazione della giustizia, e comunque la struttura del FGC prevede la presenza di soggetti
appartenenti all’autorità che ha inviato il caso. All’incontro tra le parti come per la mediazione si giunge
dopo un’attenta preparazione del caso che avviene attraverso una serie di colloqui preliminari con ciascuno
dei partecipanti. l’iter di conduzione del FGC è analogo a quello descritto per la mediazione ed è
caratterizzato dall’informalità Il FGC che abbia avuto esito positivo si conclude con una cerimonia di ri-
accoglienza dell’autore del reato. Interessante è il percorso tra FGC e giustizia ordinaria: l’accordo di
riparazione viene infatti portato a conoscenza della Corte competente nel caso di specie per una sorta di
omologazione. La fase di follow up circa il rispetto dei termini dell’accordo è invece seguita dai componenti
della comunità che hanno pe preso parte al FGC. Il ruolo della vittima, invece, è parzialmente diverso da
quello che riveste nel percorso di mediazione diretta; infatti, essa può scegliere di non partecipare al
conferencing, e ne deriva che la riparazione può plasmarsi sui contenuti e destinatari che sono possono
prescindere dal danno cagionato dal reato. Umbreit ritiene che al FGC possano associarsi taluni svantaggi
rispetto alla mediazione diretta autore-vittima: la possibilità che il minore possa sentirsi intimorito dalla
presenza di più persone. In ambito penalistico. Il FGC viene utilizzato secondo due modelli principali.

III. La variante neozelandese: il family group conferencing come filiazione della tradizione Maori di
soluzione dei conflitti
Il FGC come pratica di risoluzione dei conflitti è stato sperimentato per la prima volta, alla fine degli anni
80’ del secolo scorso, in Nuova Zelanda. In estrema sintesi, l’adozione del FGC è stata dettata dai seguenti
fattori:
a. La crisi radicale del modello di giustizia minorile
b. L’esigenza di una maggiore attenzione alle esigenze educative del minore
c. L’opportunità di aderire alle istanze della comunità Maori volte ad ottenere una giustizia più vicina
alle lor modalità tradizionali di soluzione delle controversie.
L’istituzionalizzazione del FGC come modalità alternativa generale di soluzione delle controversie è
avvenuta ad opera del Childrene and Young Persons and Their Family Act del 1989, che ha operato su due
fronti:
 ha introdotto strumenti di diversion per i casi caratterizzati da una modesta gravità oggettiva
 ha previsto il ricorso preferenziale al FGC per i casi più gravi
 ha introdotto il tentativo obbligatorio di esperire il FGC prima che la Corte irroghi una sanzione
penale.
La legge prevede in concreto che i minori tra i 14 e i 16 anni accusati di aver commesso un reato, vengano
direttamente invitati agli Uffici per il FGC. Nella sua applicazione pratica il FGC neozelandese è volto a
prendersi cura prevalentemente delle esigenze dell’autore del reato. Il carattere di diversion proprio del FGC
neozelandese è confermato dal Criminal Proccedure Act 2011, che alle sanzioni 147-148 consente la
rinuncia all’esercizio dell’azione penale qualora il soggetto abbia completato il percorso alternativo.

IV. La variante australiana


In Australia il FGC è stato introdotto per la prima volta nel 1994 nel Nuovo Galles del Sud. Parte delle
giurisdizioni ha adottato il modello neozelandese, dove il ruolo di facilitatore è svolto dal personale dei
servizi sociali. Mentre, nella formalizzazione del FGC i neozelandesi si sono ispirati alla tradizione di
soluzione delle controversie tipica della comunità Maori, gli australiani hanno confezionato un loro modello
di FGC avvalendosi principalmente della teoria della vergogna reintegrativa elaborata da Braithwaite.
La teoria di Braithwaite si fonda sull’assunto che i sentimenti di vergogna elaborati nel quadro di un
incontro dialogico con la vittima, alla presenza dei gruppi parentali. Per incoraggiare l’interiorizzazione del
rispetto della norma violata, è essenziale, viceversa indurre nel minore deviante sentimenti di vergogna.
L’incontro tra i diversi gruppi parentali è lo snodo cruciale, attraverso il FGC la famiglia riacquista il suo
ruolo cardine: quello di promuovere e di rafforzare meccanismi di autocontrollo del minore. Il FGC si
conclude con la definizione delle condotte riparatorie, il facilitatore chiede prima al minore che suggerimenti
abbia in proposito, le proposte vengono poi discusse dai partecipanti in vista di una formalizzazione
consensuale dell’accordo di riparazione.

V. Il family group conferencing nella prassi italiana

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Il modello di mediazione estesa ai gruppi parentali viene utilizzato anche in Italia, soprattutto in ambito
minorile per reati che sono espressione di conflitti allargati. L’esperienza ventennale dell’ufficio di
mediazione di Milano ci restituisce l’utilità della prassi di condurre due mediazioni parallele, in due sentenze
diverse. Al termine di queste due mediazioni parallele, le parti vengono riunite in una sessione comune –di
mediazione allargata—che può ospitare anche 30-50 persone. Sostanzialmente in Italia, l’omologo del FGC
viene utilizzato come forma di mediazione prevalentemente per conflitti che implicano una pluralità di
soggetti oppure nel caso di autore o vittima minorenni.

CAPITOLO 5 –METODOLOGIE DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA NEL CONTESTO


SANZIONATORIO

Gli istituti ricondotti alla giustizia riparativa, atti ad incidere sul sistema sanzionatorio sono diversi:
 I consigli commisurativi (sentencing circles)
 I resoconti di vittimizzazione (victim impact statements)
 Conference groups (Victim empathy groups/ Victim impact panels)

1. I consigli commisurativi
I sentencing circles (SCs) sono tra i principali istituti appartenenti al paradigma riparativo a base realmente
comunitaria, in cui la comunità è parte attiva del programma di restorative justice.
Sono operativi non solo nei paesi di common law, dove vige un modello bifasico di commisurazione,
secondo il quale la determinazione della pena avviene in un’udienza diversa e distanziata nel tempo da
quello in cui è emesso il verdetto.
In concreto, i SCs costituiscono un forum di discussione per definire un’ipotesi di sanzione con il consenso
della comunità secondo il modello dialogico degli aborigeni. La denominazione senteng circles deriva dalla
disposizione circolare secondo la quale prendono posto le parti che presenziano all’incontro.
In Nuova Zelanda i SCs vengono tenuti per lo più nelle sale di udienza della Corte competente a decidere il
caso e non in spazi formali esterni alle aule di giustizia.
Gli obiettivi dei SCs sono:
 prendersi cura delle parti interessata da un conflitto attraverso il dialogo
 offrire all’autore del reato l’opportunità di porgere scuse alla vittima in modo informale
 consentire l’empowerment delle vittime
 cercare di identificare le cause del comportamento deviante
 rafforzare il senso di appartenenza
 promuovere la condivisione di valori essenziali

Normalmente i SCs sono condotti per step successivi, riassumibili in:


1. Richiesta del reo di partecipare al SC
2. Effettuazione di un incontro del facilitatore con la sola vittima
3. Effettuazione di un incontro del facilitatore con il sole autore di reato
4. Partecipazione di entrambe le parti al SC
5. Invio all’autorità giudiziaria dell’esito SC contenente una raccomandata circa la misura sanzionatoria
da adottare
6. Monitoraggio del rispetto dell’impegno e dei progressi dell’autore del reato (follow up).

II. Dalla prassi alla teoria: le conseguenze dell’introduzione del sentencing circles sulla teoria della pena
Il pieno riconoscimento di logiche riparative nel contesto commisurativo è avvenuto quattro anni più tardi,
con il Sentencing Act 2002 e il Parole Act 2002, attraverso i quali sono state introdotte modifiche
significative rispetto a:
A. La gerarchia degli scopi della pena:
La Sez.7 del Sentencing Act, profondamente riformulata, include ora tra gli obiettivi
tradizionalmente assegnati alla pena e alle misure alternative alla detenzione, le seguenti finalità:
promuovere nel soggetto la consapevolezza delle dannosità della propria condotta; renderlo
responsabile verso la vittima.
La Sez.8 prevede poi che nella commisurazione della pena, la Corte debba tener conto ogni risultato
di attività riconducibili alla giustizia riparativa.
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B. La disciplina delle circostanze attenuanti e la fase dell’esecuzione della pena:
La Sez.9, che raccorda le precedenti con la Sez.10, statuisce espressamente che la Corte può
prendere in considerazione, la manifestazione del rimorso per il fatto commesso.
C. La fase di esecuzione della pena: indipendentemente da ogni percorso di mediazione avviato in
fase processuale, nel fascicolo creato a fini commisurativi vanno sempre incluse le informazioni
relative ad eventuali attività di mediazione.

III. I resoconti di vittimizzazione --III. I Modelli e obiettivi


Il victim impact statement è un istituto molto diverso dal consiglio commisurativo in quanto consente una
comunicazione unilaterale e unidirezionale e non dialogica. In concreto, il VIS è un rapporto informativo
redatto in forma scritta o presentato oralmente in udienza allo scopo di portare a conoscenza del giudice il
punto di vista della vittima circa gli effetti pregiudizievoli del reato e potenzialmente atto ad incidere sulla
valutativa della sanzione. Il VIS adotta una visione olistica del danno.
Doak e Taylor, individuano quattro ragioni giustificatrici per il VIS:
A. Il rafforzamento della Therapeutic Justice, approccio che promuove il superamento degli effetti
negativi del processo attraverso la valorizzazione del ruolo dell’intelligenza emotiva. Il VIS può
contribuire efficacemente a promuovere una pena esternazione delle conseguenze del fatto di reato.
B. Il rafforzamento della qualità procedurale
La qualità della procedura condiziona la percezione della giustizia sperimentata dalle parti ed è di
per sé uno dei fattori di legittimazione del sistema penale. Sotto questo profilo il VIS costituisce però
un diritto procedurale capace di migliorare la qualità della procedura stessa, facilitando nella vittima,
quell’emprowement che deriva dall’essere ascoltati in uno spazio pubblico a valenza sacrale.
C. L’aumento della qualità del processo decisionale circa la commisurazione della pena
Che il VIS migliori la qualità dell’esercizio del potere discrezionale del giudica nella
commisurazione della pena è un dato controverso: se da un lato vi è il rischio che l’impatto emotivo
generato dal VIS metta a rischio l’obiettività della decisione giudiziaria, dall’altro non si può negare
che il punto di vista della vittima possa agevolare la comprensione da parte del giudice
D. Il VIS può favorire l’apertura di un canale comunicativo tra vittima e reo, che normalmente si
parlano solo tramite avvocati, e quindi può avere una funzione espressiva: la vittima riferisce gli effetti
del reato sui sentimenti, l’autore del reato ascolta una comunicazione diretta da parte della vittima.
In sintesi, al VIS si riconosce una duplice funzione, da un lato, rappresenta un correttivo rispetto al modello
processuale e garantisce un maggior accesso alla giustizia, secondo quanto richiesto sia dalla Convenzione
europea dei diritti dell’uomo, sia dalla Direttiva 2012/29/UE. Dall’altro lato, consente l’ingresso nella
vicenda processuale, di una narrazione informale dell’impatto che il reato ha avuto sull’esistenza della
vittima.
Strutturalmente i VIS possono essere organizzati secondo due modelli a seconda del tipo di reato a cui
si riferiscono:
1. Victim personal statements (VPS), espressi dalle vittime dirette di un reato e utilizzabili per la
generalità dei reati, escluso l’omicidio
2. Victim family statements (VFS), redatti dalle vittime indirette, nei casi di omicidio doloso o
colposo

Dal punto di vista procedurale, è operativo in contesti giuridici che fanno ricorso al processo bifasico di
commisurazione e può incidere sia sulla misura della pena detentiva, sia sulla scelta tra ergastolo ed
esecuzione capitale. Quattro sono i meccanismi principali attraverso cui il VIS può essere immesso nel
circuito processuale:
o Su iniziativa della vittima
o Su iniziativa dell’Ufficio del Probation
o Su iniziativa del PM
o Su impulso del giudice

III. II I victim impact statements nell’esperienza giuridica statunitense


Accolto per la prima volta con la sentenza Payne v. Tennesse del 1991, il VIS è ora previsto dalla totalità
degli Stati nordamericani. Nonostante i numerosi riconoscimenti, però, pere rimanere irrisolto il nodo
centrale del VIS, se cioè l’esigenza di dare voce alle vittime possa spostare l’asse della decisione del giudice
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dal polo razionale-oggettivo a quello irrazionale-soggettivo-emozionale. Restano inoltre ancora aperti dei
profili problematici, prevalentemente processuali. Un profilo di indubbio interesse è poi il ruolo del VIS nei
casi definiti attraverso il plea bargaining, a cui negli USA si ricorre in circa il 91% dei procedimenti, si
ritiene infatti che possa essere uno strumento essenziale anche per determinare la correttezza del plea
agreement, in quanto la vittima può offrire una prospettiva unica perché il giudice comprende il reale impatto
del crimine-

III. II Il victim impact statements nel caso Madoff


L’utilizzo del VIS più noto ed eclatante è quello che riguarda negli USA il caso Madoff, concernente uno tra
gli scandali finanziari più gravi della storia americana. Il giudice in questo caso ha fatto uso del VIS per
determinare i danni collaterali derivanti dalla maxi-frode e per definire la pena proporzionata al reato.

III. III Vantaggi e rischi dei victim impact statement alla luce delle analisi empiriche
Il VIS ha ampia diffusione nei paesi di common law e continua ad alimentare un dibattito su importanti
aspetti del sapere penalistico, processuale e criminologico, in particolare:
 la definizione di vittima e della tipologia di vittima
 la possibilità di includere la comunità come terzo anello della vittimizzazione
 la definizione del concetto di danno
 la teoria della commisurazione della pena
 la definizione del ruolo e dei diritti delle vittime nel processo
 la funzione della cross-examinatin
Nella prospettiva del giudice di commisurazione, il VIS è uno strumento altrettanto controverso, forse più a
livello teorico che non rispetto all’impatto pratico.
Dunque, in una prospettiva in cui reo e vittima sono entrambi meritevoli di attenzione, sembrerebbe
irragionevole non consentire alle vittime alcuno spazio narrativo. È il cambio di prospettiva di cui parla
Zeher la chiave di lettura adeguata a comprendere le ragioni degli atteggiamenti decisivi o della differenza
nei confronti del VIS.

IV. Victim empathy groups e victim impact panels: descrizione dei modelli
Victim empathy groups e victim impact panels si rivelano particolarmente importanti per i casi in cui
l’autore di reato sia rimasto ignoto e le vittime non abbiano possibilità di accedere ai programmi di giustizia
riparativa.

 Victim impact panels, rappresenta una sorta di forum in cui un gruppo ristretto di vittime esprime a
componenti della comunità gli effetti del reato sulla propria esistenza. Per partecipare al panel la
vittima deve essere considerata tale e il reato accertato con sentenza definitiva. Spesso sono utilizzati
per il reato di guida sotto stato di ebrezza, quando sia stata causata lesione o morte della vittima
 Victim empathy groups, è da iscrivere tra i programmi educativi che consento al reo di confrontarsi
direttamente con il fatto di reato narrato. Restituiscono alle vittime, quindi, quella voce per esprimere
il proprio vissuto, che può indurre anche un senso di responsabilità verso l’altro, tipico della morale.
I progetti più importanti che ricorrono alle ristorative justice in fase esecutiva sono stati avviati
pioneristicamente negli USA e in Canada, e successivamente in paesi europei come il Belgio e la Germania.
In Europa, rispetto alla sinergia tra giustizia riparativa e modelli tradizionali di esecuzione della pena,
paradigmatica può essere considerata la prassi tedesca, supportata da una normativa di riferimento.
La buona riuscita del percorso dialogico dipende ampiamente dal tipo di autore di reato e dal tipo di reato.
L’esperienza di focus on the victim ha dimostrato come almeno tre livelli relazionali possono beneficiare di
un percorso progressivo e guidato tra autori di reati grevi e vittime surrogate:
a) la relazione intrapsichica del soggetto
b) la relazione sociale tra il detenuto e la collettività
c) la relazione tra il detenuto e la vittima

V. La permeabilità dei sistemi sanzionatori alle metodologie della giustizia riparativa


I programmi esaminati indicano come i sistemi sanzionatori siano diventati permeabili ai metodi della
giustizia riparativa. Ciò comporta esiti innovativi non soltanto nei risultati, quanto più tosto nel metodo.

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Ne deriva che i programmi di giustizia riparativa, pur potendo condividere con gli istituti premiali taluni
effetti si rivelano profondamente innovativi rispetto alle modalità di approccio del conflitto, che sono sempre
di tipo dialogico-riparativo. Sono dunque, l’incontro e il dialogo a fare la differenza, per entrambi le parti in
conflitto. Umbreit sostiene che se anche le vittime desiderano partecipare ad un programma di giustizia
riparativa per avere un ritorno economico in termini risarcitori, alla fine ciò da cui traggono maggiore
soddisfazione è l’aver incontrato il reo.
Attraverso la giustizia riparativa, il termine inclusione diventa, dunque, il catalizzatore di una nova
ermeneutica della rieducazione del condannato che almeno nel Nord Europa, si sta già affrancando da
modelli consolidatati e basati sul lavoro e l’istruzione, oppure dettati da esigenze terapeutiche riconducibili al
così detto cognitive behavioural approach, cioè una gamma di tecniche di terapia comportamentale che
vengono proposte per favorire nel reo il cambiamento. Di qui l’imprescindibilità di una compenetrazione tra
la logica dell’esclusione e la logica dell’inclusione, tipica della giustizia riparativa.
Un interessante tentativo di fusione di queste logiche di intervento può essere considerata la Comunicative
theory of punishment, elaborata da Anthony Duff, secondo il quale la pena dovrebbe promuovere prima una
forma di dialogo morale con l’autore del reato.

CAPITOLO 6 –PER UNA METODOLOGIA DELLA FORMAZIONE ALLA GIUSTIZIA


RIPARATIVA
I. La formazione alla giustizia riparativa: le indicazioni della Direttiva 2012/29/UE
Il tema della formazione alla giustizia riparativa viene ripreso nell’Art.25 della Direttiva 2012/29/UE, dove
vengono distinti quattro piani, a seconda dei destinatari e del ruolo da essi svolto nell’interazione on le
vittime di reato. La caratteristica comune di questi quattro profili risiede nell’obiettivo che essa è chiamata a
promuovere. In particolare:
 quanto ai funzionari, in primis gli agenti di polizia e il personale giudiziario, la Direttiva chiede che
essi ricevano una formazione sia generale che specialistica di livello appropriato al contatto con la
vittima (art. 25 comma 1)
 quanto alla magistratura, la Direttiva, richiede agli Stati membri che i responsabili della formazione
di giudici e PM coinvolti nei procedimenti penali offrano l’accesso a una formazione sia generale
che specialistica, che li sensibilizzi maggiormente alle esigenze delle vittime. (art. 25 comma 2)
 quanto all’avvocatura, la Direttiva chiede agli Stati membri di raccomandare che i responsabili della
formazione degli avvocati coinvolti nei procedimenti penali offrano l’accesso a una formazione sia
generale che specialistica, che li sensibilizzi maggiormente alle esigenze delle vittime
(art. 25 comma 3)
 last but not least, sotto il profilo della formazione del personale che lavora presso le associazioni a
tutela delle vittime e dei mediatori, la Direttiva dispone che gli Stati membri incoraggino iniziative
che consentano a colo che forniscono servizi di assistenza alle vittime e di giustizia riparativa di
ricevere un’adeguata formazione, appropriato al tipo di contatto che intrattengono con le vittime
(art. 25 comma 4)
L’indagine condotta fino ad ora circa i formatori, la nozione e gli strumenti e i metodi della restorative
justice porta a ritenere che nel promuovere la formazione rispetto ai quattro target individuati, occorre partire
dall’assunto che la giustizia riparativa e il suo principale strumento applicativo sono da considerarsi
complementari e non alternativi, o addirittura concorrenziali al sistema penale-processuale.
II. Le ragioni della dignità di insegnamento autonomo da riconoscere alla giustizia riparativa
nell’universalità italiana.
A favore dell’importanza dell’insegnamento della giustizia riparativa e della mediazione penale quali materie
autonome, anche nell’università italiana militano una serie di motivazioni eterogenee compatibili in ragioni
giuridiche, filosofiche e culturali che vanno esaminate separatamente:

Ragioni giuridiche
Tra le ragioni giuridiche vanno annoverati il rilievo che la giustizia riparativa ha nelle fonti sovranazionale e
la ricezione fatta di queste fonti nel diritto interno.
Primo profilo, viene ricordato come nell’arco temporale che corre tra la fine degli anni 90’ e l’inizio del
nuovo secolo, la giustizia riparativa e la mediazione penale abbiano trovato credito in documenti
sovranazionali e di assoluta rilevanza.

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Secondo profilo, corrisponde a quello della ricezione italiana della mediazione penale come istituto atto ad
entrare in rapporto dialettico con il sistema penale processuale.
Dunque, le ragioni per una didattica della giustizia riparativa sono necessarie per indicare un percorso di
formazione costretto ad attraverso il diritto penale, il diritto penitenziario e le sfide del processo penale.
Ragioni filosofiche
Il diritto per sfuggire al rischio di porsi come dinamica autoreferenziale deve essere giustificato
filosoficamente a partire da opzioni valoriali che attengono alla concezione della giustizia. Tale alterità ha
origini che affondano tanto in una religione primordiale –che colloca la giustizia come verità a Zeus e il
diritto, nomos, presso gli uomini—quanto al pensiero teologico cristiano, dove la distinzione tra diritto e
giustizia attraverso tutto l’Antico testamento. Quindi, la giustizia riparativa riporta al centro del conflitto la
ratio della tutela della norma penale, relativizzandola principalmente alla vittima, mentre la giustizia
ordinaria, può finire con l’incoraggiare l’uso strumentale del diritto.
Ragioni culturali
La giustizia riparativa tende ad informare di sé settori diversi della vita associata e a porsi come motore di
cambiamento culturale percepibile a più livelli.
L’indagine sociologica ha rilevato diversi effetti del ricorso alla restorative justice:
 la comunità diventa attore di dinamiche riparative o di crime-control
 riparazione, premi e incentivi morali vengono studiati come metodi atti a condizionare
comportamenti di gruppi organizzati
 persino la pubblica amministrazione accoglie modelli comportamentali di conciliazione nei rapporti
tra autorità e individuo.

III. La giustizia riparativa come motore del dialogo tra le discipline per una formazione olistica del
giurista
L’universo concettuale della giustizia riparativa proprio perché muove in un’ottica di giustizia e non di
semplice diritto, richiede prima di tutto una didattica multilivello, per il tipo di dialogo che la giustizia
riparativa stessa richiede e che instaura con i diversi settori del sapere.
Dunque, nel corso della giustizia riparativa possono essere avviati diversi percorsi interdisciplinari:

1. Giustizia riparativa, diritto e procedura penale


La giustizia riparativa è destinata ad incrociare una serie di questioni tipicamente penali e
processuali, infatti rispetto al diritto penale sostanziale, lavorare sulla giustizia riparativa significa
riportare l’attenzione sia sulla tipicità del reato che sul senso della pena. Dunque, questa chiama a
riflettere, in primo luogo, sul problema della finalità della pena, riportando l’attenzione sulla fragilità
tanto del principio di proporzionalità, quanto su quello di prevenzione, in secondo luogo, offre uno
spazio di riflessione sulla maggiore attenzione sulla praticabilità delle risposte declinate.
2. Giustizia riparativa e criminologia
Dato che la giustizia riparativa muove dalla centralità della vittima e dall’idea di riparazione richiede
una dialettica costante con le scienze criminologiche, è essenziale infatti l’osmosi scientifica con la
vittimologia, che spazi da una ricostruzione tipologica delle vittime a un approfondimento del ruolo
nella genesi del crimine. L’indagine criminologia si rivela fondamentale anche nella comprensione
dello spirito della mediazione.

3. Giustizia riparativa e antropologia giuridica


L’apporto dell’antropologia giuridica è fondamentale, si pensi per esempio all’influenza culturale
esercitata dai metodi di soluzione delle controversie a base mediatoria contenuti nell’Antico
testamento.
4. Giustizia riparativa e antropologia filosofica
La giustizia è irrinunciabile nella gestione dei rapporti tra gli uomini. Dire giustizia, quindi, vuol dire
innanzitutto dire relazione, agire e riflettere sull’agire. Una visione appropria della giustizia e una
conseguente declinazione del diritto sono chiamate ad aprirsi alla prospettiva antropologica che ha
come inizio e come fine la persona umana. Il concetto di persona è filosofico, per persona si intende
l’orizzonte di senso ineliminabile dove non vi è riduzione del complesso al semplice. Quindi l’aprirsi

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al concetto di giustizia filosofico-antropologica implica il riconoscimento che l’azione di reato segna
la totalità della persona, sia esso reo che vittima, come singolo o nelle relazioni sociali.
5. Giustizia riparativa ed etica
L’etica e il diritto possiedono lo stesso riferimento alla qualità morale dell’esperienza umana. In
particolare, l’etica pone come tema la coscienza umana e l’atto umano. Quindi l’etica, come del resto
anche il diritto, prima ancora di designare ambiti del sapere umano, designano forme e momenti
dell’esperienza di vita. La caratterizzazione etica della giustizia riparativa interessa in modo
particolare tre moti interiori delle persone: incontro—trasformazione interiore –riparazione; dunque,
la presenza di questi fatti esige necessariamente un’etica del plurale e della reciprocità
6. Giustizia riparativa, linguaggio e lettura
La didattica della giustizia riparativa passa anche per una rinnovata attenzione alla lingua giuridica,
che resta qualitativamente e lessicalmente diverso da quello del diritto penale.

IV. La formazione del mediatore


La Direttiva 2012/29/UE afferma esplicitamente l’importanza della formazione del mediatore.
Diventare un mediatore e continuare ad operare nella mediazione significa possedere una formazione iniziale
accurate un training costante. Al mediatore sono richieste non solo e non tanto competenze specifiche,
quanto abilità linguistico-relazionali. Per il mediatore è decisiva la capacità, che matura attraverso la
formazione. La presa in carico di un conflitto ha a che fare con la cura: il mediatore ascolta, osserva, lavora
con il silenzio, cerca la giusta distanza per poi restituire alle parti parole che facilitano il dialogo.
L’unico documento di riferimento, relativo alla qualificazione della figura del mediatore in ambito penale, è
la Raccomandazione R (99) 19 del Consiglio d’Europa, e richiede che:
 I mediatori dovrebbero essere reperiti in tutte le aree sociali (art. 22)
 I mediatori dovrebbero ricevere una formazione iniziale di base ed effettuare un training nel servizio
prima di iniziare l’attività di mediazione (art. 24)
Infine, a partire da queste considerazioni, nel rapporto finale del Tavolo 13 degli Stati generali
dell’Esecuzione Penale si afferma che il percorso formativo debba prevedere:
A. una formazione teorico-pratica sulla giustizia riparativa e su tutti i suoi programmi
B. una formazione sul profilo giuridico-istituzionale e criminologico della giustizia riparativa che
consenta di acquisire elementi di diritto penale e di procedura penale, con particolare attenzione alla
normativa internazionale e a quella nazionale sulla giustizia riparativa e sulla mediazione.

V. La formazione dei magistrati, avvocati e operatori penitenziari


Formare i magistrati e gli avvocati alla giustizia riparativa è essenziale. I primi sono chiamati a segnalare e
promuovere la fruibilità dei programmi di giustizia riparativa in ogni stato e grado del procedimento e
possono incoraggiare la collaborazione con i centri di giustizia riparativa pubblici o privati presenti sul
territorio. I secondi ricoprono un ruolo di estrema rilevanza, potendo veicolare informazioni circa il ricorso a
programmi di giustizia riparativa prima, durante e dopo il processo.

VI. Formare alla giustizia riparativa e lasciarsi formare dalla giustizia riparativa
Comprendere la giustizia riparativa e lo spirito della mediazione significa ben più che conoscere una parte
della legge: significa riflettere sul rapporto con la legge e su come applicare la legge con spirito di giustizia.
Formare alla giustizia riparativa è manifestazione di quell’umanesimo di cui l’Italia custodisce un’eredità
preziosa, espressa nelle arti e nelle scienze, non implica soltanto riesaminare il pensare del giurista, ma dire e
realizzare giustizia significa riconsegnare all’uomo la consapevolezza della reciprocità.
CONCLUSIONI
A partire dalle nozioni di giustizia riparativa esaminate e sulla base delle considerazioni svolte circa la
metodologia dei programmi di restorative justice, possiamo proporre una sintesi delle caratteristiche
qualitative affinché un programma possa dirsi di giustizia riparativa:
 Il primo fattore è la partecipazione attiva delle parti
 Il secondo fattore è la finalità orientata alle esigenze della vittima
 Il terzo fattore è la riparazione dell’offesa nella sua dimensione globale
 Il quarto fattore risiede nella capacità del programma di promuovere l’auto responsabilizzazione
del reo.
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 Il quinto fattore è la volontarietà
 Il sesto fattore è la confidenzialità di cui devono caratterizzarsi i programmi riparativi.

Limiti teorici della giustizia riparativa


A. La giustizia riparativa non è paradigma generale di giustizia
B. La partecipazione ai percorsi di giustizia riparativa non può essere imposta
C. Non tutti i reati sono mediabili o gestibili attraverso programmi di giustizia riparativa
D. Il livello di soddisfazione delle parti rispetto al ricorso agli strumenti della giustizia riparativa può
non essere legato all’adeguatezza dell’outcome riparativo.

Resoconti empirici dell’uso dei programmi di giustizia riparativa


Le evidenze empiriche riportate da Sherman e Strang, mostrano:
a) una contrazione molto elevata della recidiva rispetto ai reati violenti
b) una contrazione della recidiva, rispetto ai reati violenti commessi dalle ragazze di età inferiore ai 18
anni
c) un effetto molto più lieve per i soggetti minori di anni 14, che per altro in italiano non raggiungono
la soglia dell’imputabilità penale
d) una bassa riduzione della recidiva rispetto ai reati contro il patrimonio
e) nessuna riduzione della recidiva rispetto ai reati senza vittima
Inoltre, sembra che ricevano maggior beneficio dalla partecipazione ai programmi di giustizia riparativa le
vittime di sesso femminile rispetto a quelle di sesso maschile.

DOMANDA:
La giustizia riparativa richiede una vittima forte?
Secondo Bolivar sono più propense a partecipare a un percorso di mediazione le vittime che hanno la
necessità di comprendere il perché del reato. Le vittime che non manifestano a partecipare ai programmi di
giustizia riparativa adducono a due ordini di motivazioni:
1. il timore di seconda vittimizzazione, che deriva dalla sfiducia nutrita nei confronti del reo
2. il fatto che non necessitano di alcuna spiegazione
3. il fatto che le vittime abbiano avuto precedenti contatti sfavorevoli con il sistema di giustizia penale
Tutto questo, racchiude in qualche misura l’ipotesi di una vittima forte che abbia cioè raggiunto un certo
grado di empowerment al momento di decidere se entrare in mediazione.

Giustizia riparativa e vittime di reati gravissimi


Rispetto ai reati gravissimi, la giustizia riparativa non appare come la soluzione: può essere solo l’inizio per
le vittime di un faticoso percorso di recupero individuale

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