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CONCORSO DOCENTI 2018

CORSO FORMAZIONE

LA SCUOLA NELLA STORIA

DS ING VINCENZO FALCO


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LA SCUOLA DEI PROGRAMMI
Una prima tappa nell’evoluzione del sistema scolastico italiano è rappresentata dalla
“scuola dei programmi”.
Tale espressione è riferibile ad un periodo storico molto lungo che va dall’unificazione
italiana fino alla seconda metà del 1900. È questa un’epoca di grandi trasformazioni
politiche, economiche, sociali e culturali del nostro Paese, ma è anche un lungo arco di
tempo caratterizzato da una stessa idea di scuola: le norme generali in tema di istruzione
sono dettate dallo Stato, che individua – con i programmi ministeriali – i contenuti
disciplinari che devono essere trasmessi in modo uniforme in tutte le scuole del Paese.
I programmi contengono principi normativi di carattere generale, differenti a seconda del
grado e dell’ordine di scuola e una elencazione di contenuti disciplinari, con i relativi
quadri orari settimanali.

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La scuola dei programmi si basa su una didattica tradizionale, che persegue come unico
scopo la trasmissione dei saperi; le politiche scolastiche del tempo affidano alle scuole il
compito di formare le élite e le future classi dirigenti e di conseguenza si tollera la
inadeguatezza della formazione della maggioranza della popolazione, che rimane in parte
esclusa dai processi di acculturamento, raggiungendo solo livelli elementari e medi di
alfabetizzazione.
I programmi ministeriali sono espressione non solo di teorie pedagogiche e didattiche, ma
anche della situazione politica, degli ordinamenti sociali e della struttura statale e quindi
dietro di essi è sempre possibile riconoscere un’ideologia sottesa e le finalità politiche e
sociali che la classe dominante intende perseguire. Da ciò deriva che le prescrizioni
normative contenute nei programmi comportano un coinvolgimento molto limitato delle
scuole nella progettazione dei percorsi scolastici.

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Malgrado tale limite, la scuola dei programmi ha rappresentato uno strumento validissimo
per raggiungere e garantire l’unità culturale del nascente Stato italiano, riuscendo anche –
nella seconda metà del 1900 – ad arginare significativamente il fenomeno dell’analfabetismo
e a gettare le basi per la realizzazione di una scuola di massa, in cui fossero garantiti a tutti i
cittadini i livelli più alti della formazione.

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Legge Casati
Alla vigilia dell’unità d’Italia, il livello di analfabetismo del Paese risulta superiore al 70%
e tocca soglie del 90% nelle isole maggiori e in Calabria.
Tale dato non poteva essere ignorato dal Ministro dell’Istruzione Casati, che nel 1859 si fa
promotore di una riforma organica dell’intero sistema scolastico.
Tale riforma – conosciuta come Legge Casati – è emanata con un Regio Decreto ed
applicata inizialmente solo nel Regno di Sardegna; successivamente, nel 1861, è estesa a
tutto il territorio nazionale.
Obiettivo principale che con essa si intende perseguire è fornire un livello minimo di
istruzione alla popolazione, sottolineando la volontà dello Stato di assumere il controllo del
sistema scolastico, sottraendone il monopolio alla chiesa cattolica.
Molto forte si può considerare l’influenza che la legge ha esercitato sulla scuola italiana
negli anni seguenti; infatti – pur con modifiche e integrazioni successive – la Legge Casati
rimarrà in vigore fino al 1923, anno in cui sarà approvata la riforma Gentile, e tutt’oggi
essa viene ancora considerata impalcatura del sistema scolastico italiano per taluni suoi
aspetti fondamentali.
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Con la legge Casati vengono ridefiniti l’organizzazione e la struttura del Ministero della
Pubblica Istruzione, l’istruzione superiore (universitaria e accademica), l’istruzione
secondaria classica, l’istruzione tecnica e l’istruzione elementare, e precisamente:
• il Titolo I “Dell’Ordinamento della Pubblica Istruzione” definiva l’organizzazione della
scuola a livello centrale e locale, stabilendo le attribuzioni di ogni organo ed istituendo a
livello centrale il Consiglio superiore della Pubblica istruzione;
• il Titolo II “Dell’Istruzione Superiore” dettava norme in materia di studi universitari ed
accademici;
• il Titolo III “Dell’Istruzione Secondaria Classica” istituiva e regolava il ginnasio e il liceo;
• il Titolo IV “Dell’Istruzione Tecnica” istituiva e regolava le scuole tecniche e gli istituti
tecnici;
• il Titolo V “Dell’Istruzione Elementare” istituiva e regolava le scuole elementari.

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La riforma Casati stabilisce un sistema di tipo centralistico-piramidale, in cui il motore della
politica scolastica è il Ministro, affiancato dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione
(organo consultivo, formato da 21 membri di nomina regia), da Ispettori generali e da un
Provveditore agli studi per ogni provincia; si reputa, infatti, che solo con un sistema unitario
e fortemente centralistico si può assicurare un’unità culturale del Paese, fortemente
avversata da enormi divari economici e sociali.
Per combattere l’analfabetismo Casati introduce la gratuità e obbligatorietà della
scuola elementare;
la nuova formazione elementare risulta così articolata in quattro anni – suddivisi in un ciclo
inferiore e un ciclo superiore – al termine dei quali il percorso di studi si biforca
nell’istruzione secondaria classica (suddivisa a sua volta in un ginnasio di cinque anni e in
un liceo di tre anni) e nell’istruzione secondaria tecnica (di complessivi sei anni).
Solo l’istruzione classica consente l’accesso a tutti i percorsi universitari; mentre la
frequenza di soltanto uno degli indirizzi dell’istruzione tecnica (la sezione fisico-
matematica) consente l’accesso alle facoltà scientifiche.

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Pertanto, secondo la politica scolastica del tempo, le scuole classiche servono per formare le
future classi dirigenti cercando di “ammaestrare i giovani in quegli studi mediante i quali si
acquista una cultura letteraria e filosofica che apre l’adito agli studi speciali che menano al
conseguimento dei gradi accademici nelle Università dello Stato” (art. 188, R.D. 13-11-
1859, n. 3725), mentre gli Istituti tecnici assumono la funzione di “dare ai giovani, che
intendono dedicarsi a determinate carriere del pubblico servizio, ai commerci e alla condotta
delle cose agrarie, la conveniente cultura generale e speciale” (art. 272, R.D. 13-11-1859, n.
3725).
Di particolare rilievo risulta il tentativo della riforma di affermare il principio della
uguaglianza dei due sessi nella fruizione del diritto allo studio; inoltre, per la prima volta si
cerca di curare la formazione dei maestri, con l’introduzione di regole per il conseguimento
dell’abilitazione. L’inadeguata formazione degli insegnanti è sempre stata considerata, infatti,
come la motivazione principale per cui le famiglie agiate preferivano curare l’istruzione dei
figli personalmente o tramite dei precettori, rinunciando alla frequenza nelle scuole pubbliche
(cd. scuola paterna).

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Malgrado le intenzioni, la legge Casati non riesce a realizzare tutti gli obiettivi prefissati sia
per la mancanza di sanzioni che garantiscano il rispetto dell’obbligo scolastico, sia per
l’insufficienza di fondi a disposizione dei Comuni1, che spesso non riescono a istituire nuove
scuole e a curare adeguatamente l’istruzione elementare, sia per la forte diffidenza verso la
cultura da parte degli strati sociali più bassi, che – a causa di svantaggiate condizioni
economiche – preferiscono avviare i figli in età scolare alle attività lavorative.
Nel luglio del 1877, durante il governo di sinistra di Depretis, è emanata la Legge Coppino
(Legge 15 luglio 1877, n. 3961); anche con tale atto normativo lo Stato si assume il compito
di arginare l’analfabetismo: e a tal fine porta la durata della scuola elementare a cinque
anni e ne afferma l’obbligatorietà, prevedendo sanzioni nel caso di inadempimento
dell’obbligo. Tale legge ribadisce che gli oneri di istituzione e mantenimento delle scuole
sono a carico dei Comuni e ciò ne ostacolerà la piena attuazione. Di particolare rilievo appare
l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica per facilitare l’inserimento dei
giovani nella realtà economica e sociale.

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Inoltre, la legge introduce delle innovazioni nelle metodologie dell’insegnamento; infatti,
collabora alla stesura del testo di legge il pedagogista Aristide Gabelli, seguace del
positivismo, che indirizza la didattica ad un passaggio da un rigido dogmatismo alla
concretezza tipica del positivismo. La legge Coppino fu criticata dalle forze cattoliche per un
eccessivo taglio laico.
Nel luglio del 1904 è emanata la Legge Orlando con cui – nel tentativo di contrastare
l’analfabetismo – si porta l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età, si impone ai
Comuni di istituire scuole pubbliche fino alla quarta classe e di sostenere negli studi i
ragazzi più bisognosi. Dinnanzi all’inefficienza dei Comuni nel gestire il sistema di
istruzione, si fa strada lentamente l’idea che tale compito debba essere assunto dallo Stato;
così, nel giugno del 1911, è emanata la Legge Credaro con cui si attua un graduale
passaggio di competenze nella gestione economica delle scuole. La legge prevede anche dei
cospicui stanziamenti nel bilancio dello Stato, per migliorare la qualità del servizio
scolastico.

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Riforma Gentile
La riforma Gentile rappresenta una tappa fondamentale nella storia della scuola italiana: essa
prende forma mediante il Regio Decreto n. 3126 del 1923, cui si accompagna una serie di atti
normativi successivi, raccolti in un testo unico del 1928 (R.D. n. 577 del 1928).
Gentile nella sua riforma riconferma l’idea di Casati di una scuola organizzata intorno ad un
apparato scolastico centralista e gerarchico e viene mantenuta anche la visione aristocratica
ed elitaria degli studi classici, che rimangono asse portante dell’istruzione superiore.
I suoi punti maggiormente innovativi sono:
• l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 14 anni;
• la ridefinizione dell’assetto scolastico;
• la regolamentazione delle scuole private;
• l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica;
• l’istituzione di scuole speciali per allievi disabili;
• il libro unico e di Stato.
L’ordinamento scolastico della riforma prevede una scuola elementare di cinque anni,
suddivisa in due cicli rispettivamente di tre e due anni.
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Al termine della scuola elementare l’alunno prosegue gli studi negli istituti medi di primo
grado, con la possibilità di scegliere tra: ginnasio quinquennale, corso inferiore
dell’istituto tecnico, corso inferiore dell’istituto magistrale, scuola complementare
triennale. Al termine di tali percorsi si accede agli istituti medi di secondo grado, che si
articolano in: liceo classico, liceo scientifico (di nuova istituzione), liceo femminile, corso
superiore dell’istituto tecnico, corso superiore dell’istituto magistrale. L’accesso a tutte
le facoltà universitarie è consentito solo ai diplomati del liceo classico; ai diplomati del liceo
scientifico è consentita la successiva frequenza solo alle facoltà scientifiche; l’istituto
magistrale di sette anni è invece istituito per la formazione dei futuri maestri; mentre la
scuola complementare triennale avvia alle professioni e non consente di proseguire gli studi
superiori.

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La Costituzione repubblicana
La Costituzione stabilisce, infatti, all’art. 9 che
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”; ciò
comporta che il nostro Paese persegue, come principio fondamentale, la promozione
culturale e lo sviluppo scientifico e tecnico, visti come condizioni essenziali per assicurare e
garantire il progresso della nazione e di tutti i cittadini.
Molto significativo è anche l’art. 33 che prescrive che “L’arte e la scienza sono libere e
libero ne è l’insegnamento”.
In sede di Assemblea costituente si era discusso molto sulla opportunità di inserire tale
formula nel testo definitivo, poiché appariva superfluo proclamare la libertà dell’arte e della
scienza quando “l’arte e la scienza sono la libertà stessa”, ma le vicende politiche vissute dal
nostro Paese suggerirono ai Padri costituenti di riconoscere ampia tutela costituzionale
all’attività dell’artista, dello scienziato e del ricercatore. In questo modo si pensava non solo
di garantire il diritto del singolo uomo di cultura, ma di assicurare – contemporaneamente –
l’intero progresso della nazione, in modo conforme a quanto sancito dall’art. 9.
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Per realizzare la libertà dell’arte e della scienza, la Costituzione ne prevede anche la libertà
di insegnamento. Secondo la Corte Costituzionale tale principio va inteso come “libertà
nell’insegnamento” e “libertà dell’insegnamento”.
La libertà nell’insegnamento comporta che i docenti possono esercitare la loro attività in
modo conforme alle proprie convinzioni e senza dovere subire pressioni o costrizioni alle
quali obbligatoriamente aderire. Ciò non vuol dire che i docenti non incontrano limiti
nell’esercizio della loro funzione; infatti, si ritiene che – malgrado la tutela riconosciuta
dalla carta costituzionale – l’attività degli insegnanti è soggetta ai seguenti vincoli:
innanzitutto non possono essere alterate o manipolate arbitrariamente le principali teorie
scientifiche generalmente riconosciute e i contenuti dei programmi di insegnamento, che
hanno carattere ufficiale e pubblico. In secondo luogo, si ritiene che ulteriore limite è quello
che grava sulla libertà di pensiero (art. 21 Cost.) e che impone a chiunque il rispetto del
buon costume e della morale altrui. Infine, l’attività degli insegnanti non può svolgersi
mediante principi che contrastano con i valori costituzionali o che si basano su opinioni
personali elaborate arbitrariamente e senza il rigore di alcun metodo scientifico.

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In tale direzione si orienta anche il D.Lgs. n. 297/1994, che stabilisce che “Nel rispetto delle
norme costituzionali e degli ordinamenti della scuola stabiliti dal presente testo unico, ai
docenti è garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come
libera espressione culturale del docente. L’esercizio di tale libertà è diretto a promuovere,
attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità
degli alunni. È garantita l’autonomia professionale nello svolgimento dell’attività
didattica, scientifica e di ricerca” (art. 1). Ed inoltre, “L’azione di promozione di cui
all’articolo 1 è attuata nel rispetto della coscienza morale e civile degli alunni” (art. 2).
Dall’esame delle norme citate è possibile quindi dedurre che la libertà nell’insegnamento
comporta l’autonomia didattica degli insegnanti e la loro libertà di manifestazione del
pensiero all’interno della scuola; tale libertà è posta e riconosciuta non solo a vantaggio del
docente, ma anche di tutta la comunità scolastica, poiché tramite essa si arricchisce la
riflessione, la crescita degli allievi ed il dibattito culturale.

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La libertà dell’insegnamento comporta, invece, l’applicazione del principio della libertà della
scuola. Ciò significa che le scuole in Italia possono essere – pur con delle limitazioni – sia
pubbliche sia private; secondo, infatti, quanto disposto dall’art. 33 della Costituzione, “La
Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli
ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione,
senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali
che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un
trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Viene qui
stabilito dalla carta costituzionale il principio della preminenza dello Stato in materia
d’istruzione. Tale supremazia deriva dalla possibilità dell’apparato statale di disporre norme
generali in materia scolastica e di istituire e gestire scuole statali; quest’ultimo diritto è
riconosciuto dalla Costituzione anche ad enti e privati senza che ciò comporti, tuttavia, alcun
onere per lo Stato.

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La tutela del diritto allo studio viene sancita dalla Costituzione all’art. 34, in cui si dispone
che “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è
obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di
raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con
borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per
concorso”. La portata innovativa di questo articolo è veramente grande: si stabilisce, infatti,
che lo Stato, non solo rende la scuola obbligatoria fino almeno al tredicesimo anno di età, ma
si fa carico della istruzione dei cittadini, e per rendere effettivo tale diritto prevede degli aiuti
particolari per gli studenti meritevoli, ma in situazione di svantaggio economico.
Il disposto di tale articolo è collegato con il principio dell’uguaglianza sostanziale (art. 3
Cost.) secondo cui lo Stato promuove la rimozione di tutti quegli ostacoli di natura
economica e sociale che di fatto si pongono come barriera alla realizzazione della piena
uguaglianza dei cittadini. Questi ultimi – secondo la Costituzione – possono di fatto essere
uguali e liberi solo se lo Stato riesce, attraverso la sua azione di intervento pubblico, ad
attenuare le differenze economiche, sociali e culturali che condizionano e impediscono il
pieno sviluppo degli individui e la loro parità.
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Ecco, quindi, che nel nostro ordinamento giuridico il diritto allo studio e la scuola pubblica
svolgono una funzione fondamentale: sono strumento imprescindibile per garantire la
realizzazione della piena eguaglianza dei cittadini, all’interno del nostro Paese.

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LA SCUOLA DELLA PROGRAMMAZIONE
È possibile definire la “scuola della programmazione” come un periodo di transizione nel
quale iniziano, intorno agli anni ’60 e ’70 del XX secolo, a manifestarsi nuovi modi di
intendere e di realizzare la scuola; tale periodo si concluderà, alla fine del XX secolo, con il
rinnovamento imposto dal D.P.R. n. 275/1999 sull’autonomia e con la riforma del Titolo V
della Costituzione, che comporteranno la trasformazione dell’ordinamento scolastico nella
direzione autonomistica. Gli anni della scuola della programmazione sono caratterizzati da
due differenti e opposte circostanze:
• da una parte il sorprendente sviluppo economico, sociale e culturale del nostro Paese,
iniziato successivamente alla seconda guerra mondiale;
• dall’altra il ritardo e l’incapacità della scuola ad adeguarsi a tali trasformazioni.

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Contemporaneamente, i trasformati modi di produzione richiedono una maggiore
qualificazione della forza lavoro, e ciò comporta la necessità che fasce sempre più ampie
della popolazione possano raggiungere livelli medio-alti di scolarizzazione e di
specializzazione. Con il passare del tempo il mondo del lavoro richiede, in modo crescente,
nuove qualità al lavoratore: flessibilità, mobilità, capacità di adattamento ai nuovi ruoli
produttivi e – ancora – capacità di organizzazione, collaborazione e progettazione.
Di fronte a tali istanze la scuola manifesta subito la sua inadeguatezza: i processi di
apprendimento sono ancora basati su un’idea di scuola elitaria, selettiva e tradizionale che si
dimostra del tutto inadatta a fronteggiare il nascente fenomeno della scuola di massa e a
formare qualificati lavoratori. Si comincia – pertanto – a comprendere che, per potere
rendere veramente fruibile il servizio scolastico a tutti i cittadini, è necessario cambiare
l’organizzazione scolastica, i metodi e gli strumenti di insegnamento.

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A tal fine si introduce la strategia della programmazione didattica; con essa i pedagogisti
cercano di dare una prima risposta ai numeri della nuova scuola di massa, razionalizzando il
processo di insegnamento e curvando i programmi ministeriali alle esigenze degli alunni,
ma anche del mercato del lavoro. Con la programmazione didattica le scuole cercano di
riorganizzare il processo di insegnamento, alla luce delle indicazioni emerse dagli studi
condotti nel campo della pedagogia, della neurologia e della psicologia. Il lavoro degli
insegnanti deve tenere conto delle diverse modalità di apprendimento degli alunni e a tal
fine il processo di insegnamento-apprendimento viene disarticolato in una serie di fasi,
ordinate e non casuali, che mirano a facilitare il successo scolastico degli alunni.
L’organizzazione del lavoro dell’insegnante, in tale ottica, prende avvio dalla rilevazione e
dall’analisi dei livelli di partenza della classe; segue la fase di definizione degli obiettivi di
apprendimento da raggiungere, individuati in base alla mediazione tra l’effettiva situazione
di partenza degli alunni e gli obiettivi indicati nei programmi ministeriali;

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successivamente il docente deve saper individuare i contenuti disciplinari, le strategie
metodologiche e i tempi necessari per poter fare perseguire gli obiettivi prefissati al maggior
numero possibile di alunni; la fase finale è quella del processo di valutazione, che deve
risultare il più possibile approfondito e che deve fare necessariamente riferimento a tutto il
percorso di apprendimento svolto dall’allievo, misurandone il processo di crescita e
formazione.

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Il D.M. 9-2-1979, Parte terza, art. 3 (Fasi della programmazione) dispone: «Questa
impostazione postula un progetto educativo didattico che comprende organicamente i
seguenti momenti:
a) individuazione delle esigenze del contesto socio-culturale e delle situazioni di partenza
degli alunni;
b) definizione degli obiettivi finali, intermedi, immediati che riguardano l’area cognitiva,
l’area non cognitiva e le loro interazioni;
c) organizzazione delle attività e dei contenuti in relazione agli obiettivi stabiliti;
d) individuazione dei metodi, materiali e sussidi adeguati;
e) sistematica osservazione dei processi di apprendimento;
f) processo valutativo essenziale finalizzato sia agli adeguati interventi culturali ed
educativi sia alla costante verifica dell’azione didattica programmata;
g) continue verifiche del processo didattico, che informino sui risultati raggiunti e servano
da guida per gli interventi successivi.

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La programmazione può prevedere anche l’organizzazione flessibile e articolata delle attività
didattiche (attività interdisciplinari, interventi individualizzati, nonché raggruppamenti
variabili di alunni, anche di classi diverse, e utilizzazione di docenti specializzati nell’ambito
consentito dalla legge 517).
La programmazione didattica ha rivelato nella pratica scolastica alcuni limiti: è risultata
troppo lineare, schematica e incapace di cogliere in tutta la sua ricchezza il rapporto
educativo. Ciò probabilmente perché essa è rimasta per troppo tempo imbrigliata dentro la
rigidità dei programmi ministeriali e dell’organizzazione scolastica, risultando così inficiato il
suo principale obiettivo, cioè quello di permettere di modellare i percorsi di insegnamento-
apprendimento in base alle effettive esigenze degli alunni.
Formalmente, l’era della “programmazione educativa e didattica” prende avvio con il D.M.
9-2-1979 che introduce i nuovi programmi per la scuola media, ma l’emanazione di tale
decreto è preceduta e seguita da una serie di provvedimenti legislativi che è opportuno
menzionare, poiché avviano e supportano il lento cammino di rinnovamento e innovazione
della seconda metà del ’900

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In particolare:
 nel 1950 sono creati gli istituti professionali;
 nel 1962 si opera la unificazione della scuola media;
 nel 1968 viene istituita la scuola media statale gratuita e facoltativa;
 nel 1969 si riformano gli esami di maturità e viene liberalizzato l’accesso alle università;
 nel 1971 si completa il cammino – già avviato – di integrazione degli alunni portatori di
handicap;
 nel 1973 si introduce la scuola media delle 150 ore;
 nel 1974 sono emanati i Decreti Delegati;
 nel 1990 è attuata la riforma dell’ordinamento della scuola elementare;
 nel 1993 è riconosciuta la personalità giuridica agli istituti e alle scuole di ogni ordine e
grado;
 nel 1994 entra in vigore il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di
istruzione.
Esaminiamo le caratteristiche generali delle più importanti innovazioni introdotte nell’epoca
della “scuola della programmazione”.
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La riforma dell’ordinamento della scuola elementare
Successivamente all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, l’ordinamento della
scuola elementare è stato disciplinato più volte con differenti atti normativi, ma soltanto nel
1990 (con la L. 5-6-1990, n. 148 di riforma dell’ordinamento della scuola elementare) si è
arrivati ad una sua riformulazione organica. Come disposto dall’art. 118 del D.Lgs. 16-4-
1994, n. 297 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione), “La scuola
elementare, nell’ambito dell’istruzione obbligatoria, concorre alla formazione dell’uomo
e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e nel rispetto e nella
valorizzazione delle diversità individuali, sociali e culturali. Essa si propone lo sviluppo
della personalità del fanciullo promuovendone la prima alfabetizzazione culturale”.
Il percorso si articola in cinque anni e prevede l’insegnamento di una lingua straniera

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Le scuole elementari sono ordinate in classi, ma “ferma restando l’unità di ciascuna classe,
al fine di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la promozione della piena
formazione della personalità degli alunni, la programmazione educativa può comprendere
attività scolastiche integrative organizzate per gruppi di alunni della classe oppure di
classi diverse anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle
esigenze dei singoli alunni” (art. 126 del T.U. del 1994).
Si introduce l’organizzazione didattica per moduli, in base alla quale “i docenti sono
utilizzati secondo moduli organizzativi costituiti da tre docenti su due classi” (art. 121 del
T.U. del 1994).
È stabilito un orario di servizio dei docenti di 24 ore settimanali, di cui 2 di programmazione
delle attività di modulo. L’orario settimanale delle lezioni è di 27 ore, elevabili a 30 per lo
studio della lingua straniera, articolate su 5 o 6 giorni. È prevista, inoltre, la possibilità di
istituire il tempo pieno, con attività integrative a richiesta delle famiglie.

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La riforma della scuola media unificata
La prima attuazione del dettato costituzionale sul diritto allo studio è realizzata con
l’emanazione della legge n. 1859 del 1962. La legge istituisce l’obbligatorietà e gratuità della
scuola media e ne prevede l’articolazione in tre anni di studio. La nuova scuola media
secondaria di primo grado abolisce i preesistenti corsi triennali di avviamento professionale, i
primi tre anni di ginnasio ed i primi quattro degli istituti inferiori magistrali e tecnici.
La legge n. 1859 del 1962 stabilisce che “la scuola media risponde al principio democratico
di elevare il livello di educazione e di istruzione personale di ciascun cittadino e in
generale di tutto il popolo italiano, potenzia la capacità di partecipare ai valori della
cultura, della civiltà e della convivenza sociale e di contribuire al loro sviluppo … e
concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti
dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività
successiva”.

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Successivamente, nel 1977, sono emanati ulteriori atti legislativi che contribuiscono a
ridisegnare l’assetto della scuola media. Con le leggi n. 348 e n. 517 del 1977 è abolito
l’insegnamento facoltativo del latino dal percorso curricolare, si elimina la votazione
numerica, sostituendola con la Scheda di valutazione, si stabilisce l’apertura delle classi a
favore degli alunni handicappati e sono previste attività a loro sostegno da realizzare
mediante docenti di ruolo specializzati. Nel 1979 si introducono i nuovi programmi per la
scuola media e si rinnova la didattica con l’introduzione della programmazione educativa e
didattica. Dopo più di 30 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, comincia – quindi – a
trovare attuazione il disegno perseguito dal legislatore di una scuola pubblica, gratuita ed
effettivamente aperta a tutti i cittadini.

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I decreti delegati
Nell’evoluzione storica della scuola italiana, un cenno particolare meritano i decreti delegati.
Tali atti normativi sono stati emanati nel 1974 con la finalità di operare un “riordinamento
dell’organizzazione della scuola e dello stato giuridico del personale direttivo, ispettivo,
docente e non docente della scuola dello Stato”. La loro importanza è legata al fatto che essi
rappresentano una significativa svolta democratica nella vita della scuola. Infatti, i decreti
riorganizzano l’attività dei docenti, conferendole una nuova professionalità; creano nuovi
organi a livello nazionale (CNPI, IRSSAE, distretti scolastici); riorganizzano l’attività degli
organi collegiali esistenti. I decreti emanati contengono, rispettivamente, norme riguardanti:
• l’istituzione e il riordinamento di organi collegiali della scuola di ogni ordine e grado
(D.P.R. 416/1974);
• lo stato giuridico del personale della scuola statale (D.P.R. 417/1974);
• la sperimentazione e la ricerca educativa, l’aggiornamento culturale e professionale
(D.P.R. 419/1974);
• lo stato giuridico del personale non insegnante statale delle scuole (D.P.R. 420/1974).
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LA SCUOLA DELL’AUTONOMIA
La fase più significativa nell’evoluzione della scuola italiana è certamente rappresentata
dalla “scuola dell’autonomia”. Tale periodo inizia a prendere forma, alla fine del secolo
scorso, con l’emanazione della legge n. 59 del 1997, del D.P.R. n. 275 del 1999 e con
l’approvazione della riforma del titolo V della Costituzione del 2001. La sua importanza è
legata al passaggio da un sistema scolastico rigido e centralista ad un ordinamento flessibile
e decentrato, in cui non solo l’apparato statale, ma anche gli enti territoriali minori e –
soprattutto – le scuole diventano soggetti attivi delle politiche scolastiche.
Il percorso della scuola dell’autonomia nasce – quindi – con la legge n. 59/1997 (Delega al
Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle Regioni ed enti locali, per la riforma
della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa), il cui art. 21
stabilisce che l’attuazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche è inserita all’interno
di un processo di riorganizzazione dell’intero sistema formativo; al fine della sua
realizzazione sono progressivamente trasferite alle istituzione scolastiche le funzioni di
gestione del servizio di istruzione attribuite all’amministrazione centrale e periferica.
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Tale trasferimento delle funzioni comporta l’acquisizione da parte delle scuole di autonomia
finanziaria, organizzativa e didattica.
L’autonomia organizzativa è “finalizzata alla realizzazione della flessibilità, della
diversificazione, dell’efficienza e dell’efficacia del servizio scolastico, alla integrazione e al
miglior utilizzo delle risorse e delle strutture, all’introduzione di tecnologie innovative e al
coordinamento con il contesto territoriale. Essa si esplica liberamente, anche mediante
superamento dei vincoli in materia di unità oraria della lezione, dell’unitarietà del gruppo
classe e delle modalità di organizzazione e impiego dei docenti …”.
L’autonomia didattica è invece “finalizzata al perseguimento degli obiettivi generali del
sistema nazionale di istruzione, nel rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di
scelta educativa da parte delle famiglie e del diritto ad apprendere. Essa si sostanzia nella
scelta libera e programmata di metodologie, strumenti, organizzazione e tempi di
insegnamento …”.

33
In attuazione della citata legge n. 59/1997 è stato emanato il D.P.R. n. 275/1999
(Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche), in cui si
esplicitano gli scopi che si intendono perseguire: “l’autonomia delle istituzioni scolastiche è
garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella
progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione
mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle
famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il
successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di
istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di
apprendimento” (art. 1, comma 2).
Il citato decreto stabilisce, inoltre, che le scuole autonome predispongono, con la
partecipazione di tutte le loro componenti, il Piano dell’Offerta Formativa (che la Legge
107/2015 renderà triennale). Tale documento è lo strumento fondamentale per realizzare lo
sviluppo dell’autonomia; esso è definito dal decreto come “il documento fondamentale
costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la
progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che le singole
scuole adottano nell’ambito della loro autonomia” (art. 3, comma 1).
34
La sua elaborazione costituisce pertanto il primo impegno progettuale delle istituzioni
scolastiche autonome, in collaborazione con tutti i soggetti coinvolti – direttamente ed
indirettamente – nei processi di istruzione, cioè: i dirigenti, i docenti, il personale ATA, gli
allievi e le loro famiglie, gli enti locali e le associazioni culturali, sociali ed economiche
operanti sul territorio.

Alle scuole è attribuito il potere di autogoverno a livello organizzativo, amministrativo e


finanziario, riconoscendole soggetti di diritto, con conseguenti poteri contrattuali e
decisionali più ampi. Nell’ambito educativo e didattico, invece, l’autonomia comporta lo
sviluppo, in tutte le componenti coinvolte nella formazione, della capacità di autocontrollo, di
autoregolarsi e di autovalutarsi, al fine di diventare “artefici e costruttori delle esperienze e
delle conoscenze che possono servire per inserirsi in modo attivo, consapevole,
costruttivo e responsabile nelle dinamiche della vita culturale, sociale, economica,
politica della società presente e, in prospettiva, di quella futura”.

35
Nella scuola dell’autonomia vengono, invece, ribaltate le tradizionali prospettive: ciascuno
studente viene posto al centro del processo di insegnamento-apprendimento, per facilitare il
pieno sviluppo della sua personalità. Agli insegnanti viene chiesto di elaborare il curricolo
scolastico cercando di sviluppare negli allievi la capacità di apprendere in modo
significativo, costruendo reti di collegamento tra le conoscenze apprese. In tal modo i
percorsi di apprendimento mirano a rendere gli studenti “competenti” ed in grado di
affrontare con autonomia e responsabilità le sfide della nuova società, complessa e
globalizzata.
Già con la scuola della programmazione educativa e didattica si era tentato di modellare i
percorsi di insegnamento-apprendimento sulle effettive esigenze degli alunni, ma, a causa
della rigidità del sistema scolastico, la programmazione si era dimostrata un’attività
routinaria e burocratica, priva di reale portata innovativa e significato didattico.

36
La costruzione del curricolo nella scuola dell’autonomia è, invece, supportata dalla
flessibilità del sistema, raggiunta tramite l’autogoverno organizzativo, finanziario e didattico.
Le scuole sono così messe nelle condizioni di progettare nuovi percorsi curricolari,
adattandoli alle caratteristiche degli allievi, alla domanda delle famiglie e al contesto
economico e territoriale. Il cammino della definizione normativa dell’autonomia scolastica si
conclude nel 2001 con l’approvazione della legge costituzionale n. 3 del 2001 che rinnova
interamente il Titolo V della Costituzione repubblicana. Tale modifica si è resa opportuna per
dare piena attuazione al “principio autonomistico” previsto dalla stessa Costituzione
all’articolo 5, consentendo un reale trasferimento di funzioni legislative e amministrative agli
enti locali.
La legge costituzionale (modificando l’art. 117 Cost.) stabilisce che, per quanto riguarda il
sistema di istruzione, spetta allo Stato la competenza esclusiva nel dettare le norme generali
sull’istruzione e nell’individuare i livelli essenziali delle prestazioni, in modo da assicurare
l’uniformità su tutto il territorio.

37
Alle Regioni è attribuita la legislazione esclusiva in materia di istruzione e formazione
professionale e la legislazione concorrente in materia di istruzione. Ciò comporta che le
Regioni, nel rispetto delle norme generali stabilite dallo Stato, hanno competenza
progettuale territoriale dell’offerta formativa e competenza amministrativa e di gestione
delle istituzioni scolastiche. Il nuovo art. 117, infine, riconosce espressamente l’autonomia
delle istituzioni scolastiche, che così assurge a principio costituzionale. Il cammino di
riforma autonomistica del nostro Paese ha reso necessario l’adeguamento dell’ordinamento
scolastico. A tal fine sono state introdotte dai Governi che si sono succeduti, dagli anni 2000
in poi, molteplici innovazioni destinate ad incidere profondamente sull’assetto della scuola
italiana. Esaminiamone i tratti più essenziali.

38
La riforma Berlinguer
Nel corso della XIII legislatura si avvicendano alla guida del Ministero della Pubblica
Istruzione Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro. Durante questo periodo sono emanati molti
atti normativi (cd. riforma Berlinguer) tendenti a riformare la scuola e a consentire la svolta
nella direzione autonomistica. Si ricordano:
• la riforma dell’esame di Stato del secondo ciclo di istruzione (L. n. 425/1997);
• l’innalzamento di due anni dell’obbligo di istruzione (L. n. 9/ 1999);
• l’avvio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche (D.P.R. n. 275/ 1999);
• l’istituzione dell’obbligo formativo fino al diciottesimo anno di età (art. 68, L. n.
144/1999);
• il riordino dei cicli scolastici (L. n. 30/2000).

39
La riforma Berlinguer, conosciuta anche come riforma dei cicli, mai entrata in vigore,
prevede un percorso scolastico articolato su due cicli: la scuola di base e la scuola
secondaria.
La scuola di base è articolata in sette anni (dai 6 ai 12 di età); il corso della scuola
secondaria ha durata di cinque anni (dai 13 ai 18 di età) e ciò per consentire un allineamento
a quanto accade in molti Paesi dell’Unione Europea. La scuola secondaria è articolata in
cinque sotto-aree: classico-umanistica, scientifica, tecnica, artistica e musicale. Per la prima
volta è istituito un biennio unico a carattere orientativo, in modo da consentire eventuali
passaggi da un settore ad un altro.
L’obbligo scolastico è innalzato da otto a dieci anni; il D.M. n. 323 del 1999, contenente
norme di applicazione della L. n. 9/1999, ha introdotto un regime transitorio – valido fino
all’entrata in vigore della riforma dei cicli – che prevedeva un obbligo scolastico di durata
novennale. Poiché tale riforma non è mai entrata in vigore, di fatto, l’obbligo scolastico
decennale previsto dal ministro Berlinguer non è mai stato reso operativo.
Con la riforma Berlinguer è introdotto, inoltre, l’obbligo formativo fino al diciottesimo anno
di età da svolgere anche in percorsi integrati di istruzione e formazione o nell’apprendistato.
40
Con la L. n. 425/1997 e con il successivo regolamento di attuazione (D.P.R. n. 323/1998) si
provvede a riformare lo svolgimento degli esami di maturità. Sono previste tre prove scritte,
di cui una a carattere multidisciplinare, ed una prova orale. La vera innovazione è costituita
– comunque – dall’attribuzione del credito scolastico, cioè di un punteggio attribuito, in
ciascun anno del triennio delle superiori, dal Consiglio di classe e corrispondente
all’andamento e al profitto negli studi realizzato da ciascun alunno.

41
La riforma Moratti
Nel corso della XIV legislatura (maggio 2001-aprile 2006) è ministro dell’istruzione Letizia
Moratti, che avvia un profondo e globale rinnovamento dell’ordinamento scolastico. Il
Parlamento il 28 marzo del 2003 approva la legge n. 53, che conferisce al Ministro ampia
delega per “la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle
prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale”.
Con tale delega la Moratti intende procedere ad una revisione compiuta ed organica di tutto il
sistema scolastico italiano, e a tal fine sono emanati sei decreti legislativi di attuazione del
processo di rinnovamento.

42
In ordine:
 il D.Lgs n. 59 del 19-2-2004, contenente norme generali per il riordino della scuola
dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione;
 il D.Lgs. n. 286 del 19-11-2004, istitutivo del servizio nazionale per la valutazione del
sistema educativo (INVALSI);
 il D.Lgs. n. 76 del 15-4-2005, per la disciplina degli interventi di orientamento contro la
dispersione scolastica e per assicurare la realizzazione del diritto-dovere di istruzione e
formazione;
 il D.Lgs. n. 77 del 15-4-2005, per la definizione delle norme generali relative
all’alternanza scuola-lavoro;
 il D.Lgs. n. 226 del 17-10-2005, contenente norme generali per il riordino del secondo
ciclo di istruzione;
 il D.Lgs. n. 227 del 17-10-2005, per la definizione delle norme generali in materia di
formazione degli insegnanti ai fini dell’accesso all’insegnamento.

43
Di particolare rilievo appare l’apparato metodologico e didattico della riforma Moratti, che
– riprendendo il D.P.R. n. 275/1999 – elabora il principio dell’apprendimento
personalizzato. Nell’impianto riformatore, il concetto di personalizzazione sostituisce quello
di individualizzazione. L’apprendimento individualizzato – fortemente sostenuto dai
pedagogisti durante il XX secolo – ha comportato la differenziazione dei percorsi di studio,
in modo da tenere conto delle diversità tra gli alunni, portandoli a traguardi comuni.
Di fatto, in Italia si è realizzato per gli alunni disabili e per quelli stranieri, per i quali la
normativa prevede obiettivi, metodologie e modalità di verifica differenti. L’apprendimento
personalizzato previsto dalla riforma comporta, invece, la diversificazione degli obiettivi
finali e dei percorsi, formulata in base alle scelte degli alunni e delle famiglie, all’interno
delle differenti opzioni previste dall’offerta formativa di ciascuna istituzione scolastica. Non
quindi percorsi unici per tutti gli allievi, ma percorsi modellati sulle esigenze e sulle
attitudini dei discenti.

44
Per realizzare forme di apprendimento personalizzato, le scuole sono coinvolte in un’ampia
attività di progettazione. In sostanza le istituzioni scolastiche devono tenere conto degli
obiettivi generali del processo formativo (OGPF) individuati nelle Indicazioni Nazionali,
degli obiettivi specifici di apprendimento (OSA) che indicano le conoscenze e le abilità
disciplinari e interdisciplinari, e trasformarli in obiettivi formativi personalizzati (OFP) e
unità didattiche di apprendimento (UDA) effettivamente adatte ai singoli alunni. Notevoli
trasformazioni sono introdotte anche in materia di organizzazione del sistema scolastico.
Il nuovo sistema di istruzione e formazione delineato dai decreti legislativi del Ministro
Moratti prevede infatti:
 la scuola dell’infanzia;
 un primo ciclo di istruzione costituito dalla scuola primaria e dalla scuola secondaria di
primo grado;
 un secondo ciclo sotto-articolato nel sistema dei licei e nei percorsi di istruzione e
formazione professionale.

45
Nel progetto di riforma la scuola dell’infanzia ha durata triennale e non è obbligatoria, essa
“concorre all’educazione e allo sviluppo affettivo, psicomotorio, cognitivo, morale, religioso
e sociale delle bambine e dei bambini promuovendone le potenzialità di relazione, autonomia,
creatività, apprendimento, e ad assicurare un’effettiva eguaglianza delle opportunità
educative” (art. 1, D.Lgs. 59/2004).
È anticipata l’iscrizione dei bambini a due anni e mezzo, poiché si autorizza l’iscrizione dei
bimbi nati entro il 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento. L’orario annuale è
diversificato da un minimo di 875 ore ad un massimo di 1700 ore in base ai progetti educativi
delle singole scuole autonome e delle richieste delle famiglie.
Il secondo segmento del sistema scolastico è il primo ciclo di istruzione, che risulta
“costituito dalla scuola primaria e dalla scuola secondaria di primo grado, ciascuna
caratterizzata dalla sua specificità. Esso ha la durata di otto anni e costituisce il primo
segmento in cui si realizza il diritto-dovere all’istruzione e formazione” (art. 4, D.Lgs.
59/2004).

46
La scuola primaria si articola in un percorso complessivo della durata di 5 anni, che prevede
un monoennio, seguito da due bienni (1 + 2 + 2).
Essa “promuove, nel rispetto delle diversità individuali, lo sviluppo della personalità, ed ha
il fine di far acquisire e sviluppare le conoscenze e le abilità di base, ivi comprese quelle
relative all’alfabetizzazione informatica, fino alle prime sistemazioni logico-critiche, di fare
apprendere i mezzi espressivi, la lingua italiana e l’alfabetizzazione nella lingua inglese, di
porre le basi per l’utilizzazione di metodologie scientifiche nello studio del mondo naturale,
dei suoi fenomeni e delle sue leggi, di valorizzare le capacità relazionali e di orientamento
nello spazio e nel tempo, di educare ai principi fondamentali della convivenza civile” (art.
5, D.Lgs. 59/2004).
La scuola primaria è obbligatoria. Ad essa possono iscriversi anche i bambini che non hanno
ancora compiuto i 6 anni ma che li compiranno entro il 30 aprile dell’anno scolastico di
riferimento. La frequenza e i libri di testo sono gratuiti. Le scuole autonome possono,
secondo le richieste delle famiglie, organizzare l’offerta formativa secondo modelli
comprendenti il tempo scuola obbligatorio e il tempo scuola facoltativo e gratuito, ricorrendo
anche ad aggregazioni degli studenti mediante gruppi di classi aperte.
47
Nel decreto istitutivo sono previsti moduli con 27 ore di lezione settimanali, elevabili a 30
ore per le attività facoltative opzionali; oppure possono essere istituiti moduli a tempo pieno
con 40 ore settimanali, comprensivi del tempo mensa e dopo mensa. È abolito l’esame finale
a conclusione del percorso.
La scuola secondaria di primo grado “è finalizzata alla crescita delle capacità autonome
di studio e al rafforzamento delle attitudini all’interazione sociale; organizza ed accresce,
anche attraverso l’alfabetizzazione e l’approfondimento nelle tecnologie informatiche, le
conoscenze e le abilità …; è caratterizzata dalla diversificazione didattica e metodologica
in relazione allo sviluppo della personalità dell’allievo; cura la dimensione sistematica
delle discipline; sviluppa progressivamente le competenze e le capacità di scelta
corrispondenti alle attitudini e vocazioni degli allievi; fornisce strumenti adeguati alla
prosecuzione delle attività di istruzione e di formazione; introduce lo studio di una seconda
lingua dell’Unione europea” (art. 9 D.Lgs. 59/2004).

48
Ha durata triennale e si articola in un biennio di base e in un anno che assicura
l’orientamento e il raccordo con il secondo ciclo (2 + 1).
Anche per la scuola secondaria di primo grado, il decreto istitutivo prevede che le istituzioni
scolastiche autonome, al fine di realizzare la personalizzazione del piano di studi, possono
organizzare attività e insegnamenti, facoltativi e gratuiti, coerenti con il profilo educativo e
con la prosecuzione degli studi del secondo ciclo, per ulteriori 6 ore settimanali che si
aggiungono alle 29 obbligatorie.
All’orario obbligatorio e facoltativo va aggiunto il tempo mensa e dopo mensa sino ad un
massimo di 7 ore settimanali.
Il primo ciclo si conclude con un esame di Stato per l’accesso al secondo ciclo.

49
Il secondo ciclo, nella riforma Moratti, è articolato in due percorsi: il sistema dei licei e il
percorso di istruzione e formazione professionale.
Nel sistema dei licei si valorizzano e rinnovano i licei tradizionali, antecedenti alla riforma,
e ne nascono di nuovi.
Esso si articola in: liceo classico, liceo scientifico, liceo artistico, liceo linguistico, liceo
economico, liceo tecnologico, liceo musicale e coreutico, liceo delle scienze umane.
I percorsi liceali sono quinquennali e si concludono con un esame di Stato.
L’attività didattica si sviluppa in due periodi biennali e un quinto anno, con funzione
orientativa alle scelte successive, che completa il percorso disciplinare e prevede
l’approfondimento delle conoscenze e delle abilità caratterizzanti il profilo educativo,
culturale e professionale del corso di studi (2 + 2 + 1).
Un sistema di passaggi permette di transitare da un sistema del secondo ciclo ad un altro.

50
I percorsi di istruzione e formazione professionale hanno pari dignità dei percorsi dei licei e
si propongono come fine l’educazione alla convivenza civile e la crescita educativa
culturale e professionale dei giovani.
Tali percorsi sono attribuiti alla competenza delle Regioni e hanno una durata variabile, a
partire da 3 anni, cui possono aggiungersi qualifiche successive, spendibili nel mondo del
lavoro e nella Formazione Tecnica Superiore.
Gli studenti in possesso di una qualifica almeno quadriennale possono frequentare un anno
di preparazione propedeutico per sostenere l’esame di Stato.
La frequenza del percorso del secondo ciclo comporta l’acquisizione di crediti formativi,
spendibili nel caso di eventuale passaggio da un sistema ad un altro o nella ripresa di studi
interrotti. Crediti formativi sono riconosciuti anche per esperienze maturate sul lavoro.
La riforma Moratti prevede, inoltre, che gli studenti delle scuole secondarie di ogni ordine
che abbiano compiuto il quindicesimo anno di età e che mostrino propensione per le
metodologie e gli ambienti di “apprendimento attivo” possono svolgere parte del percorso
del secondo ciclo in alternanza scuola-lavoro.
51
Tali percorsi tendono ad assicurare ai giovani oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione
di competenze facilmente spendibili sul lavoro. Gli studenti che ne facciano richiesta
possono realizzare l’intera formazione dai 15 ai 18 anni, o parte di essa, attraverso
l’alternanza di periodi di studio e di lavoro, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica
o formativa; tali percorsi sono progettati e attuati dalle istituzioni scolastiche o formative,
sulla base di apposite convenzioni con le imprese, con le associazioni di categoria, con le
camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura o con gli enti pubblici e privati. Si
allega un quadro di sintesi delle principali novità introdotte dalla riforma Moratti.

52
Tabella riepilogativa del sistema di istruzione secondo la riforma Moratti
SCUOLA DELLA  le bambine e i bambini possono essere iscritti già a 2 anni e
INFANZIA mezzo.
durata: 3 anni
PRIMO CICLO iscrizione in 1ª classe:
Scuola primaria  facoltativa a 5 anni e mezzo;
durata: 5 anni  obbligatoria a 6 anni;
 introduzione di una lingua europea dalla 1ª classe;
 uso del computer;
 abolizione esame di 5ª classe
Scuola secondaria di I  introduzione di una seconda lingua europea;
grado durata: 3 anni  uso di tecnologie informatiche;
 orientamento guidato per la scelta del percorso successivo;
 esame di Stato a chiusura del primo ciclo

53
Tabella riepilogativa del sistema di istruzione secondo la riforma Moratti
SECONDO CICLO  possibilità di scelta tra i due percorsi di studio: Licei – Istruzione
Licei, Istruzione e e Formazione Professionale;
Formazione  possibilità di passare da un percorso all’altro e di cambiare
Professionale indirizzo all’interno dello stesso percorso, attraverso adeguate
iniziative didattiche offerte dalla scuola;
 formazione avanzata sulle tecnologie informatiche;
 dai 15 anni diverse modalità di apprendimento: studio a tempo
pieno, alternanza scuola lavoro con stage presso realtà culturali,
sociali e produttive, anche all’estero;
 Apprendistato;
 nell’ultimo anno orientamento guidato per la scelta del percorso
superiore: università, accademie, formazione professionale
superiore verso il lavoro e le professioni

54
Tabella riepilogativa del sistema di istruzione secondo la riforma Moratti
Licei durata: 5 anni  i ragazzi possono scegliere fra il liceo artistico, classico, delle scienze
umane, economico, linguistico, musicale, scientifico, tecnologico;
 articolazione didattica: 2 bienni più un 5° anno di approfondimento
disciplinare e di orientamento agli studi superiori;
 esame di Stato alla fine del 5° anno utile per iscriversi all’Università e
all’Alta formazione artistica, musicale e coreutica

Istruzione e formazione • dopo 3 anni prima qualifica spendibile nel mondo del lavoro e
professionale durata: riconosciuta a livello nazionale ed europeo;
variabile, minimo 3 anni • possibilità di conseguire ulteriori qualifiche spendibili nel mondo del
lavoro e per l’accesso alla Formazione Tecnica Superiore;
• con una qualifica almeno quadriennale i ragazzi possono frequentare
un anno di preparazione all’esame di Stato, utile per iscriversi
all’Università e alla Alta formazione artistica, musicale e coreutica

55
La riforma Fioroni
Al Ministro Moratti succede, nella XV legislatura (aprile 2006 - aprile 2008), Giuseppe
Fioroni. Il suo Governo è molto breve a causa dello scioglimento anticipato del Parlamento,
ma in tale periodo sono approvati importanti atti normativi che hanno cercato di ottimizzare
alcuni aspetti della precedente riforma Moratti. Come lo stesso Ministro Fioroni ha più volte
dichiarato, il suo intento è quello di intervenire con provvedimenti “cacciavite” che non
vogliono demolire in toto la riforma realizzata in precedenza, ma che mirano ad aiutare il
sistema scolastico a superare le difficoltà incontrate con l’applicazione del nuovo
ordinamento.
Un primo intervento normativo è attuato nei confronti della riforma del secondo ciclo.
Con il D.Lgs. n. 226/2005 la Moratti aveva liquidato troppo frettolosamente l’istruzione
tecnica e professionale, prevedendone la liceizzazione, e ciò aveva provocato forti
malcontenti del mondo del lavoro, delle parti sociali, nonché delle famiglie. Pertanto come
primo atto del nuovo governo si dispone il blocco delle sperimentazioni del sistema dei licei
(D.M. n. 4018/FR del 31-5-2006).
56
Una seconda iniziativa è realizzata con l’innalzamento dell’obbligo scolastico.
La L. n. 296 del 2006 (Legge finanziaria per il 2007) stabilisce che l’istruzione
obbligatoria è impartita almeno per 10 anni e permette di acquisire i saperi e le competenze
previste dai curricoli relativi ai primi due anni degli istituti di istruzione secondaria
superiore. Successivamente, è emanato il D.M. n. 139 del 2007 che contiene le indicazioni
nazionali sulle competenze ed i saperi che tutti i giovani devono possedere a 16 anni.
Tali conoscenze e competenze “chiave” sono declinate con riferimento a quattro assi
culturali: l’asse dei linguaggi, l’asse matematico, l’asse scientifico-tecnologico, l’asse
storico-sociale. È importante sottolineare che le indicazioni stabiliscono competenze
uniche per tutti gli allievi a prescindere dal tipo di scuola frequentata; ciò significa ribadire
l’equivalenza formativa di tutti i percorsi scolastici, restituendo loro pari dignità.
Con la L. n. 1 del 2007 si introducono nuove norme in materia di esami di Stato conclusivi
dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore.
Cambia la composizione delle commissioni; possono essere ammessi agli esami soltanto
gli alunni che hanno saldato i debiti formativi e siano stati valutati positivamente in sede di
scrutinio finale.
57
Infine, ricordiamo che sotto il governo del Ministro Fioroni ha preso avvio la riforma degli
istituti tecnici e professionali (D.P.C.M del 25-1-2008, “Linee guida per la
riorganizzazione del sistema di istruzione e formazione tecnica superiore e la costituzione
degli istituti tecnici superiori”), sono state approvate le indicazioni nazionali per la scuola
dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione (D.M. 31-7-2007), ed è stata emanata l’O.M.
n. 92 del 2007 che ha ridefinito la gestione delle attività di recupero dei debiti scolastici,
introducendo norme più restrittive che hanno ridato maggiore serietà ai percorsi scolastici.

58
La riforma Gelmini
La riforma Gelmini prende avvio nel giugno del 2008 ed è attuata mediante quattro diversi
Decreti Legge: i primi tre decreti approvati riguardano direttamente il mondo della scuola ed
individuano gli ambiti di intervento della riforma, mentre l’ultimo riguarda il mondo
universitario e della ricerca.
Elenchiamoli in ordine:
 il D.L. 25-6-2008, n. 112 (convertito nella L. 6-8-2008, n. 133) che contiene (art. 64)
un’ampia delega al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca per disciplinare
tramite “regolamenti” le modifiche al sistema scolastico italiano;
 il D.L. 1-9-2008, n. 137 (convertito nella L. 30-10-2008, n. 169) con cui si dettano
disposizioni in materia di valutazione del comportamento degli studenti e valutazione del
rendimento scolastico; viene reintrodotto l’insegnante unico nella scuola primaria e
istituito il nuovo insegnamento “Cittadinanza e Costituzione”;
 il D.L. 7-10-2008, n. 154 (convertito nella L. 4-12-2008, n. 189) contenente disposizioni
sui piani di dimensionamento delle Istituzioni Scolastiche rientranti nelle competenze
delle Regioni per assicurare la razionalizzazione della rete scolastica;
59
 il D.L. 10-11-2008, n. 180 (convertito nella L. 9-1-2009, n. 1) contenente disposizioni
urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema
universitario e della ricerca.
Per comprendere globalmente il quadro normativo della riforma, è rilevante ricordare,
come si è anticipato sopra, che il D.L. 25-6-2008, n. 112 conferisce al Ministro
dell’istruzione, dell’università e della ricerca un’ampia delega per emanare i regolamenti
attuativi con i quali deve essere specificato il contenuto dei decreti legge per il riordino del
sistema scolastico ed universitario, permettendone – in tal modo – l’applicazione.
Tramite questi regolamenti attuativi si è disciplinata:
 la riorganizzazione del MIUR (D.P.R. n. 17 del 20-1-2009);
 la riorganizzazione della rete scolastica (D.P.R. n. 81 del 20-32009);
 la revisione dell’assetto della scuola dell’infanzia e del primo ciclo (D.P.R. n. 89 del 20-
3-2009);
 la revisione degli organici ATA (D.P.R. n. 119 del 22-6-2009); – la revisione dei criteri di
valutazione degli alunni (D.P.R. n. 122 del 22-6-2009);

60
 il riordino degli istituti professionali (D.P.R. n. 87 del 15-3-2010);
 il riordino degli istituti tecnici (D.P.R. n. 88 del 15-3-2010);
 il riordino del sistema dei licei (D.P.R. n. 89 del 15-3-2010);
 il decreto sulla formazione inziale degli insegnanti (D.M. 10-92010 n. 249).
I regolamenti riguardanti la formazione iniziale degli insegnanti e l’accorpamento delle
classi di concorso sono ancora in fase di approvazione definitiva.
Alcuni dei regolamenti attuativi della riforma hanno trovato applicazione sin dall’inizio
dell’anno scolastico 2009/2010, apportando le seguenti innovazioni:
 scuola dell’infanzia: ad essa possono iscriversi anche bambini di due anni e mezzo;
 scuola primaria: si sostituisce il modello didattico del modulo con tre insegnanti con il
modello con un maestro unico prevalente, figura esclusiva di riferimento per i bambini.
Ogni quadro orario (da 24, 27, 30 o 40 ore settimanali) prevede quindi l’impiego di un
solo maestro. Sono abolite le compresenze ed è confermato il tempo pieno;

61
 scuola secondaria di primo grado: a seguito della riforma è rimodulato l’orario della
scuola media: l’orario scolastico è di 30 ore settimanali, senza insegnamenti facoltativi e
opzionali. È confermato anche il tempo prolungato, da 36 a 40 ore, ma solo in presenza
di requisiti strutturali e di servizio che rispondano alle aspettative delle famiglie.
Importanti innovazioni hanno riguardato l’esame di terza media (su cui è poi intervenuto
il D.Lgs. 62/2017).
Sin dall’anno scolastico 2009/2010 hanno trovato applicazione anche le seguenti norme
comuni per ogni ordine e grado di scuola:
• sono fissati dei tetti di spesa per le scelte dei libri da parte degli insegnanti;
• è introdotta in tutte le scuole di ogni ordine e grado la nuova disciplina “Cittadinanza e
Costituzione” che comprende lo studio dell’educazione civica, ambientale, alla legalità e
l’educazione stradale; gli insegnamenti e le attività relativi a tale nuova disciplina
coinvolgono trasversalmente tutti gli ambiti disciplinari e si sviluppano – a seconda
dell’ordine e del grado di scuola – all’interno dell’area storico-sociale o dell’area
giuridico-economica;
• la valutazione per ogni ordine e grado di scuola è espressa mediante voti numerici;
62
• i nuovi regolamenti confermano che allo scrutinio finale la valutazione degli studenti
delle superiori, che non conseguono la sufficienza in tutte le discipline, resta sospesa e
gli alunni devono recuperare le lacune entro il nuovo anno scolastico (queste regole
cambiano dal 1° settembre 2018, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 62/2017).
La riforma della scuola superiore di secondo grado ha trovato, invece, graduale
applicazione dall’anno scolastico 2010/2011.
I principi che hanno ispirato il riordino sono esplicitati nei documenti illustrativi del MIUR,
tramite alcune parole chiave:
 qualità e modernizzazione;
 meno ore, più approfondimento;
 nel territorio, aperti al lavoro;
 stop alla frammentazione.

63
Ulteriore elemento qualificante è la riduzione del numero di ore di lezione: unità orarie di
60 minuti e un quadro settimanale considerato “più snello” per rendere i percorsi
maggiormente accessibili e sostenibili, ed efficaci da un punto di vista didattico.
Con la riforma si vuole anche rafforzare il legame con il territorio e con il mondo del
lavoro; a tal fine è prevista la possibilità per gli studenti di partecipare ad esperienze di
stage, tirocinio, forme di alternanza scuola-lavoro ed è, inoltre, contemplata la presenza di
rappresentanti del mondo economico nei comitati tecnici scientifici.
L’aspetto sicuramente più rilevante legato alla riforma è la forte riduzione degli indirizzi di
studio presenti alle secondarie.
La riforma, infatti, riunifica e riordina i numerosissimi indirizzi (396 nei licei e 204 nei
tecnici) che si sono venuti a creare con le sperimentazioni, dagli anni ’90 in poi.
Tale diminuzione comporta una chiarezza e trasparenza maggiore ai fini della scelta dei
percorsi di studio da parte degli alunni.

64
Nel nuovo ordinamento gli istituti tecnici si dividono in 2 settori: economico (con 2
indirizzi: amministrazione, finanza e marketing; turismo) e tecnologico (con 9 indirizzi:
meccanica, meccatronica ed energia; trasporti e logistica; elettronica ed elettrotecnica;
informatica e telecomunicazioni; grafica e comunicazione; chimica, materiali e
biotecnologie; sistema moda; agraria, agroalimentare ed agroindustria; costruzioni,
ambiente e territorio) con un orario settimanale di 32 ore effettive (60 minuti) di lezione.

In base al D.P.R. 87/2010 (progressivamente superato dal D.Lgs. 61/2017), gli istituti
professionali si articolano in 2 settori: istituti professionali per il settore dei servizi (con 4
indirizzi: agricoltura e sviluppo rurale; socio-sanitario; enogastronomia e ospitalità
alberghiera; commerciale) e istituti per il settore industria e artigianato (con 2 indirizzi:
produzioni artigianali e industriali; manutenzione e assistenza tecnica) con un orario
settimanale di 32 ore effettive (60 minuti) di lezione.

65
Il percorso curricolare si articola – sia per gli istituti tecnici sia per gli istituti professionali –
in due periodi biennali ed in un quinto anno (2 + 2 + 1), comprendenti un’area di istruzione
generale comune ed un’area di indirizzo. L’area di istruzione generale è finalizzata
all’acquisizione, al rafforzamento e allo sviluppo di una preparazione di base fondata sulle
competenze, conoscenze e abilità dei quattro assi culturali. Le aree di indirizzo sono
finalizzate, invece, all’acquisizione di competenze specifiche dell’indirizzo stesso e sono
spendibili in differenti contesti di vita, di studio e di lavoro.
I regolamenti per il riordino degli istituti tecnici e degli istituti professionali individuano il
“Profilo educativo, culturale e professionale dello studente a conclusione del corso di studi”
(PECUP), che elenca i risultati di apprendimento attesi negli alunni alla fine del percorso
seguito; individuano, inoltre, per ogni percorso di studi i relativi quadri orario e le tabelle di
confluenza dei vecchi ordinamenti ai nuovi sistemi. Per coadiuvare e orientare le scuole
autonome nella transizione verso i nuovi curricoli, sono state emanate anche “linee guida”
per il passaggio al nuovo ordinamento, contenenti gli orientamenti per l’organizzazione del
curricolo e la declinazione dei risultati di apprendimento, per il primo biennio, in termini di
conoscenze e abilità.
66
Nell’impianto riformatore il PECUP e le linee guida costituiscono la struttura portante sulla
quale le scuole autonome costruiscono il POF e i piani di intervento didattico disciplinare.

Il riordino degli istituti tecnici è avvenuto tramite i seguenti atti:


a) regolamento degli istituti tecnici concernente norme generali per il riordino (D.P.R. 15-3-
2010, n. 88);
b) profilo educativo, culturale e professionale dello studente a conclusione del secondo
ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione per gli istituti tecnici (PECUP –
Allegato A del regolamento);
c) quadri orario (Allegato B e Allegato C del regolamento);
d) tabella di confluenza dei vecchi ordinamenti nei nuovi settori (Allegato D del
regolamento); e. linee guida, contenenti indicazioni per l’organizzazione del curricolo e
la declinazione dei risultati di apprendimento.

67
Il riordino degli istituti professionali è avvenuto tramite i seguenti atti:
a) regolamento degli istituti professionali concernente norme generali per il riordino
(D.P.R. 15-3-2010, n. 87);
b) profilo educativo, culturale e professionale dello studente a conclusione del secondo
ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione per gli istituti professionali
(PECUP – Allegato A del regolamento);
c) quadri orario (Allegato B e Allegato C del regolamento);
d) tabella di confluenza dei vecchi ordinamenti nei nuovi settori (Allegato D del
regolamento); e. linee guida, contenenti indicazioni per l’organizzazione del curricolo e
la declinazione dei risultati di apprendimento.
A partire dall’a.s 2018/2019, trova progressiva attuazione il D.Lgs. 61/2017

68
Per rendere effettiva l’autonomia scolastica sono previsti, sia nei nuovi tecnici sia nei nuovi
professionali, oltre alla quota del 20% di autonomia, ampi spazi di flessibilità. Tali spazi
servono per fare corrispondere le aree di indirizzo del curricolo alle esigenze del territorio e
ai bisogni formativi espressi dal mercato del lavoro.
In particolare, negli istituti tecnici gli spazi di flessibilità possono essere definiti usando una
quota pari al massimo al 30% dell’orario annuale delle lezioni nel secondo biennio, e pari al
massimo al 35% nell’ultimo anno.
Negli istituti professionali gli spazi di flessibilità possono essere delineati usando una quota
pari al massimo al 35% dell’orario annuale delle lezioni nel secondo biennio, e del 40% al
quinto anno di studi. Il percorso liceale disegnato dalla riforma del 2010 prevede l’istituzione
di sei differenti licei: classico, scientifico (con opzione del liceo delle scienze applicate),
artistico, linguistico, musicale e coreutico, delle scienze umane (con opzione economico-
sociale).

69
L’orario è variabile a seconda della classe e del percorso.
Anche il regolamento per il riordino dei licei individua il PECUP dello studente liceale a
conclusione del percorso di studi. Tale documento definisce i risultati di apprendimento
comuni a tutti i licei, suddivisi per cinque differenti aree (area metodologica, area logico-
argomentativa, area linguistica e comunicativa, area storico-umanistica, area scientifica,
matematica e tecnologica) e i risultati di apprendimento attesi, specifici per ognuno dei
diversi percorsi liceali.
Il regolamento individua, inoltre, per ogni percorso liceale i relativi quadri orario, le
tabelle di confluenza dei vecchi ordinamenti ai nuovi sistemi, la tabella di corrispondenza
dei titoli di studio e gli insegnamenti facoltativi attivabili in base al POF. Per facilitare il
graduale passaggio verso i nuovi licei, sono state emanate le Indicazioni nazionali con cui
si individuano gli obiettivi specifici di apprendimento (OSA).
Il PECUP e le Indicazioni nazionali costituiscono i punti di riferimento su cui i licei
costruiscono la loro offerta formativa e i docenti definiscono i piani di intervento didattico
disciplinare.
70
Il riordino dei percorsi liceali è avvenuto tramite i seguenti atti:
a) regolamento recante norme sulla “Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e
didattico dei licei” (D.P.R. 15-3-2010, n. 89);
b) profilo educativo, culturale e professionale dei licei (PECUP – Allegato A del
regolamento);
c) quadri orario (Allegati B, C, D, E, F e G del regolamento);
d) tabella di confluenza dei vecchi ordinamenti nei nuovi licei (Allegato I del
regolamento);
e) tabella di corrispondenza dei titoli di studio in uscita dai percorsi di istruzione
secondaria di secondo grado dell’ordinamento previgente con i titoli di studio in uscita
dai percorsi liceali del nuovo ordinamento (Allegato L del regolamento);
f) insegnamenti facoltativi attivabili sulla base del Piano dell’Offerta Formativa (Allegato
H del regolamento);
g) indicazioni nazionali, contenenti gli obiettivi specifici di apprendimento per ciascun
percorso liceale.

71
Nell’impianto riformatore i licei hanno una durata di cinque anni e si articolano in due
periodi biennali ed un quinto anno (2 + 2 + 1).
Il primo biennio è finalizzato all’iniziale approfondimento e sviluppo delle conoscenze,
abilità e competenze caratterizzanti i percorsi liceali nonché all’assolvimento dell’obbligo
scolastico.
Il secondo biennio è finalizzato all’ulteriore approfondimento e sviluppo delle
conoscenze, abilità e competenze caratterizzanti il percorso liceale.
Nel quinto anno si realizzano, in particolare, i traguardi individuati nel PECUP e si
raggiungono gli obiettivi specifici di apprendimento declinati dalle Indicazioni nazionali.
Anche per il sistema dei licei si prevede che una quota dei piani di studio sia rimessa alla
delibera delle singole istituzioni scolastiche.
Tale quota di autonomia non può essere superiore al 20% del monte ore complessivo nel
primo biennio, al 30% nel secondo biennio e al 20% nel quinto anno di studi.

72
I licei possono, inoltre, organizzare – nei limiti della loro disponibilità di bilancio e in
coerenza con il PECUP – attività ed insegnamenti facoltativi, che – se prescelti dagli
studenti – concorrono alla valutazione complessiva.
La riforma si vuole porre come un “continuum” segnato dalle tre precedenti legislature. In
questa direzione si è proceduto ad un generale potenziamento della lingua inglese (CLIL),
è stato introdotto al quinto anno lo studio di una disciplina non linguistica studiata in
inglese, è stato rafforzato lo studio delle discipline scientifiche, è stata prevista la
possibilità di articolare il collegio dei docenti in dipartimenti ed istituire un comitato
scientifico con funzioni consultive e propositive per l’organizzazione e l’utilizzazione
degli spazi di autonomia e di flessibilità. Si allega un quadro di sintesi delle principali
novità introdotte dalla riforma Gelmini nella scuola secondaria di secondo grado.

73
Novità nei Licei
Liceo classico • più ore di storia dell’arte;
• potenziamento asse matematico-scientifico;
• lingua straniera dal 1° anno;
• insegnamento in lingua straniera di una disciplina non linguistica (5° anno)
Liceo scientifico opzione Liceo • più ore di matematica
delle scienze applicate • più materie scientifiche
• latino solo nello scientifico (e non nel liceo delle scienze applicate)
• insegnamento a parte dell’informatica per l’indirizzo delle scienze applicate
Liceo linguistico • 3 lingue straniere dal 1° anno oltre l’italiano
Liceo artistico • in esso confluiscono anche gli istituti di arte
• 6 indirizzi (rispetto ai precedenti 3): arti figurative, architettura e ambiente, design,
audiovisivo e multimediale, grafica, scenografia
Liceo musicale e coreutico • unico liceo con 2 indirizzi
• prova di accesso (sez. musicale o sez. coreutica)

Liceo delle scienze umane • in esso confluiscono il liceo socio-psico-pedagogico e il liceo delle scienze
opzione Liceo economico- sociali
sociale • 2 indirizzi (tradizionale, economico-sociale)
• economico-sociale si studiano 2 lingue straniere (ma non il latino) 74
Novità negli Istituti tecnici
Istituto tecnico • 2 macro settori (rispetto ai 10 del vecchio ordinamento) e 11 indirizzi (rispetto ai
precedenti 39)
durata: 5 anni • accesso alle Università dopo il 5° anno o alla specializzazione tecnica superiore
(percorsi brevi di 800/1000 ore o percorsi biennali)
• 5° anno: raccordo scuola-lavoro con stage e tirocini
Settore economico 2 indirizzi:
• Amministrazione, Finanza e Marketing
• Turismo
Settore tecnologico 9 indirizzi:
• Meccanica, Meccatronica ed Energia
• Trasporti e Logistica
• Elettronica ed Elettrotecnica
• Informatica e Telecomunicazioni
• Grafica e Comunicazione
• Chimica, Materiali e Biotecnologie
• Sistema Moda
• Agraria, Agroalimentare ed Agroindustria
• Costruzioni, Ambiente e Territorio

75
Novità negli Istituti professionali
Istituto professionale 2 macro settori (rispetto ai vecchi 5) e 6 indirizzi (rispetto ai 27)
• più autonomia (dal 25% al 1° anno fino al 40% al 5° anno)
durata: 5 anni (2 + 2 + 1) • più ore di laboratorio e stage
Settore dei servizi 4 indirizzi:
• Agricoltura e sviluppo rurale
• Socio-sanitario
• Enogastronomia e ospitalità alberghiera
• Servizi commerciali
Settore industria e artigianato 2 indirizzi:
• Produzioni artigianali e industriali
• Manutenzione e Assistenza tecnica

76
La “Buona scuola” e la sua attuazione
Con il governo “tecnico” di Mario Monti (novembre 2011 - aprile 2013) a reggere il MIUR
è chiamato Francesco Profumo. Oltre a disporre la “dematerializzazione” degli atti scolastici
(D.L. 6 luglio 2012, n. 95 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 135), con il nuovo dicastero si
pone termine alla sperimentazione triennale che aveva visto la coesistenza delle Indicazioni
nazionali (varate con il D.Lgs. n. 59/2004, attuativo della riforma Moratti) con le
Indicazioni per il curricolo (varate nel 2007 dal ministro Fioroni): è infatti emanato il
“Regolamento recante Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del
primo ciclo d’istruzione” (Decreto 16 novembre 2012, n. 254).
Dopo la breve parentesi del “governo delle larghe intese”, presieduto da Enrico Letta, il 22
febbraio 2014 ottiene la fiducia un nuovo governo guidato da Matteo Renzi (all’istruzione
Stefania Giannini).

77
Nel settembre 2014 la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero pubblicano
congiuntamente un documento (“La buona scuola – Facciamo crescere il Paese”) con le
linee guida per una serie di riforme da realizzare nei successivi tre anni: ne è scaturito il
disegno di legge n. 1934, poi diventato la Legge 13 luglio 2015, n. 107 recante “Riforma
del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni
legislative vigenti”, norma nota anche coma la “Buona scuola”.
Perno della legge n. 107/2015 è il “Piano triennale dell’offerta formativa”, che amplia gli
orizzonti e le funzioni del POF già previsto dal Regolamento dell’autonomia scolastica
(D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275). Per l’attuazione del potenziamento dell’offerta formativa è
previsto un organico aggiuntivo, sulla base di incarichi triennali conferiti dal dirigente
scolastico. L’art. 1, commi 180 della norma, inoltre, prevede una delega al Governo per
adottare una serie di decreti legislativi al fine di provvedere “al riordino, alla
semplificazione e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione”.
Il successivo comma 181 elenca i criteri cui i suddetti decreti legislativi sono tenuti ad
uniformarsi. In attuazione della delega, il Governo ha adottato 8 decreti legislativi (decreti
nn. 59-66 del 2017).
78
I decreti legislativi attuativi della Legge 107/2015
1. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 59, “Riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di
formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria per renderlo
funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione, a norma dell’articolo 1,
commi 180 e 181, lettera b), della legge 13 luglio 2015, n. 107”.
2. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 60, “Norme sulla promozione della cultura umanistica, sulla
valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività, a
norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera g), della legge 13 luglio 2015, n. 107”.
3. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 61, “Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale nel
rispetto dell’articolo 117 della Costituzione, nonché raccordo con i percorsi dell’istruzione
e formazione professionale, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera d), della
legge 13 luglio 2015, n. 107”.
4. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 62, “Norme in materia di valutazione e certificazione delle
competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181,
lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107”.

79
5. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 63, “Effettività del diritto allo studio attraverso la definizione
delle prestazioni, in relazione ai servizi alla persona, con particolare riferimento alle
condizioni di disagio e ai servizi strumentali, nonché potenziamento della carta dello
studente, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera f), della legge 13 luglio
2015, n. 107”.
6. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 64, “Disciplina della scuola italiana all’estero, a norma
dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera h), della legge 13 luglio 2015, n. 107”.
7. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 65, “Istituzione del sistema integrato di educazione e di
istruzione dalla nascita sino a sei anni, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera
e), della legge 13 luglio 2015, n. 107”.
8. D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 66, “Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli
studenti con disabilità, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera c), della legge
13 luglio 2015, n. 107”.

80
È stata abbandonata la delega relativa al “riordino delle disposizioni normative in materia di
sistema nazionale di istruzione e formazione”, quella che prevedeva la redazione del nuovo
Testo unico della scuola.
Volendo sintetizzare solo le principali novità introdotte dalla attuazione della L. 107 del
2015, ricordiamo che:
 a seguito del Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 61, , si assiste ad una radicale
reimpostazione dell’istruzione professionale delineata nel 2010 (ministero Gelmini).
L’entrata in vigore delle nuove norme riguarda le classi di futura formazione, a partire
dall’a.s. 2018/2019;
 per quanto riguarda la valutazione (D.Lgs. 62/2017), il Governo, pur muovendosi in
sostanziale continuità con il D.P.R. 122/1989, incide profondamente su tale norma e ne
prevede il progressivo superamento. Sono infatti in vigore dal 1° settembre 2017 le
norme inerenti i principi generali (art. 1) e le norme riferite al primo ciclo di istruzione
(artt. 2-11). Entrano in vigore dal 1° settembre 2018 le norme riferite al secondo ciclo di
istruzione (artt. 12-21) e quelle inerenti l’effettuazione delle prove Invalsi (artt. 4, 7 e
19);
81
 il D.Lgs. 65/2017 istituisce il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita
sino a sei anni, composto dai servizi educativi per l’infanzia e dalle scuole dell’infanzia;
 il D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 66, “Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli
studenti con disabilità”, che va a costituire una sorta di nuovo Testo unico per
l’integrazione scolastica dei soggetti con disabilità.

82
RIEPILOGO NORMATIVA
Dal 1948 al 1997
1948
• Costituzione della Repubblica italiana
1962
• L. 31-12-1962, n. 1859, istitutiva della scuola media unica, che dispone: “l’istruzione obbligatoria
successiva a quella elementare è impartita gratuitamente nella scuola media, che ha la durata di tre anni ed è
scuola secondaria di primo grado” 1968
• L. 18-3-1968, n. 444, istitutiva della scuola materna statale
1971
• L. 24-9-1971, n. 820, istitutiva della scuola “a tempo pieno”, la quale riduce il numero massimo di alunni
per ciascuna classe a 25 1973
• L. 30-7-1973, n. 477, di delega al Governo per l’emanazione di norme sullo stato giuridico del personale
direttivo, ispettivo, docente e non docente della scuola materna, elementare, secondaria e artistica dello
Stato e per il riordino delle forme di partecipazione

83
1974
• D.P.R. 31-5-1974, n. 416, relativo a istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna,
elementare, secondaria ed artistica
• D.P.R. 31-5-1974, n. 417, recante norme sullo stato giuridico del personale docente, direttivo ed ispettivo
della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato
• D.P.R. 31-5-1974, n. 419, in materia di sperimentazione e ricerca educativa, aggiornamento culturale e
professionale ed istituzione dei relativi istituti
• D.P.R. 31-5-1974, n. 420, recante norme sullo stato giuridico del personale non insegnante statale delle
scuole materne, elementari, secondarie ed artistiche
1977
• L. 4-8-1977, n. 517, recante norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione
nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico 1979
• D.M. 9-2-1979, Nuovi programmi della scuola media 1982
• L. 20-5-1982, n. 270, di riordino delle procedure di reclutamento degli insegnanti 1990
• L. 5-6-1990, n. 148, che dà attuazione alla riforma dell’ordinamento della scuola elementare

84
1997
• L. 15-3-1997, n. 59, di delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti
locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa (l’art. 21 è
dedicato alla scuola)
• L. 10-12-1997, n. 425, di riforma degli esami di maturità
• L. 18-12-1997, n. 440, di istituzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e
per gli interventi perequativi
1998
• D.Lgs. 31-3-1998, n. 112, avente ad oggetto il trasferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato
alle Regioni e agli enti locali
• D.P.R. 18-6-1998 n. 233, che riguarda il dimensionamento ottimale degli istituti scolastici
• D.L. 6-3-1998, n. 59, contenente la disciplina della qualifica dirigenziale dei capi di istituto delle istituzioni
scolastiche autonome
• D.P.R. 24-6-1998, n. 249, recante lo Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria
1999
• D.P.R. 8-3-1999, n. 275, regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche
• D.Lgs. 30-6-1999 n. 233, di riforma degli organi collegiali territoriali della scuola
• L. 17-5-1999, n. 144, di innalzamento dell’obbligo formativo 2000
• L. 10-2-2000, n. 30, di riordino dei cicli dell’istruzione
• L. 10-3-2000, n. 62, recante norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e
all’istruzione 85
2001
• D.M. 1-2-2001, n. 44, sulla gestione amministrativo-contabile delle istituzioni scolastiche
• L. cost. 18-10-2001, n. 3, che modifica il titolo V della parte seconda della Costituzione
• D.Lgs. 30-3-2001, n. 165, recante norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle
amministrazioni pubbliche
2002
• D.I. 3-9-2002, relativo all’autonomia delle scuole italiane all’estero
2003
• L. 28-3-2003, n. 53, contenente delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e
dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale
2004
• D.Lgs. 19-2-2004, n. 59, di definizione delle norme generali relative alla scuola dell’infanzia e al primo
ciclo dell’istruzione
• D.P.R. 14-10-2004, n. 305, di approvazione di obiettivi specifici di apprendimento propri
dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole secondarie di I grado
• D.Lgs. 19-11-2004, n. 286, recante istituzione del Servizio nazionale di valutazione del sistema educativo
di istruzione e di formazione, nonché riordino dell’omonimo istituto

86
2005
• D.Lgs. 15-4-2005, n. 76, Definizione delle norme generali sul diritto-dovere all’istruzione e alla formazione
• D.Lgs. 15-4-2005, n. 77, Definizione delle norme generali relative all’alternanza scuola-lavoro
• D.Lgs. 17-10-2005, n. 226, Norme generali e livelli essenziali delle prestazioni relativi al secondo ciclo del
sistema educativo di istruzione e formazione
• D.Lgs. 17-10-2005, n. 227, Definizione delle norme generali in materia di formazione degli insegnanti ai fini
dell’accesso all’insegnamento
• D.M. 28-12-2005, Individuazione quota oraria nazionale e quota riservata agli istituti della scuola secondaria
di II grado
• D.M. 28-12-2005, Approvazione delle tabelle di confluenza nei percorsi e di corrispondenza nei titoli di
studio dal previgente ordinamento della scuola secondaria di II grado (Tabella A – Tabella di confluenza dei
percorsi di istruzione secondaria superiore previsti dall’ordinamento previgente nei percorsi liceali; Tabella B
– Tabella di corrispondenza dei titoli di studio in uscita dai percorsi di istruzione secondaria di secondo grado
dell’ordinamento previgente con i titoli di studio in uscita dai percorsi liceali)
2006
• D.P.R. 16-1-2006, n. 39, Approvazione degli obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della
religione cattolica negli istituti statali e paritari del secondo ciclo
• L. 27-12-2006 n. 296, che prevede l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo scolastico

87
2007
• D.M. 31-7-2007, Scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione – Indicazioni per il curricolo: fase
sperimentale
• D.M. 22-8-2007, n. 139, Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione
2008
• L. 6-8-2008, n. 133 (art. 64), Delega al Governo per la redazione di un Piano programmatico di riordino
degli ordinamenti e dell’organizzazione del sistema scolastico
• L. 30-10-2008, n. 169, relativa a insegnamento di cittadinanza e costituzione, valutazione alunni, insegnante
unico
2009
• D.P.R. 20-3-2009, n. 81, Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo
delle risorse umane della scuola
• D.P.R. 20-3-2009, n. 89, Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola
dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione
• D.P.R. 22-6-2009, n. 122, Regolamento recante coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli
alunni e ulteriori modalità applicative in materia
• D.Lgs. 27-10-2009 n. 150, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza
e trasparenza delle pubbliche amministrazioni

88
2010
• D.M. 27-1-2010, n. 9, Certificazione delle competenze a conclusione dell’obbligo scolastico
• D.P.R. 15-3-2010, n. 87, Regolamento recante norme per il riordino degli istituti professionali
• D.P.R. 15-3-2010, n. 88, Regolamento recante norme per il riordino degli istituti tecnici
• D.P.R. 15-3-2010, n. 89, Regolamento recante revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e
didattico dei licei
• D.M. 10-9-2010, n. 249 sulla formazione iniziale degli insegnanti della scuola dell’infanzia, della scuola
primaria e della scuola secondaria di primo e secondo grado
• L. 8-10-2010, n. 170 recante nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito
scolastico
2011
• D.M. 30-09-2011, criteri e modalità per lo svolgimento dei corsi di formazione per il conseguimento della
specializzazione per le attività di sostegno

89
2012
• D.P.R. 20-08-2012, n. 175, di esecuzione dell’intesa tra il Ministro dell’istruzione, dell’università e della
ricerca e il Presidente della Conferenza episcopale italiana per l’insegnamento della religione cattolica
nelle scuole pubbliche
• D.P.R. 29-10-2012, n. 263, ridefinizione dell’assetto organizzativo didattico dei Centri d’istruzione per gli
adulti
• D.M. 16-11-2012, n. 254, Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola
dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, a norma dell’articolo 1, comma 4, del decreto del Presidente
della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89
• Direttiva 27-12-2012, Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali – BES
2013
• D.P.R. 28-03-2013, n. 80, Regolamento sul sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e
formazione
2014
• Direttiva Ministeriale 11 del 18 settembre 2014 - Sistema nazionale di valutazione triennio 2014-2017

90
2015
• Legge 13-7-2015, n. 107, riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il
riordino delle disposizioni legislative
• L. 7-8-2015, n. 124, Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche
2016
• D.P.R. 14-02-2016, n. 19, Razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso a cattedre e a
posti di insegnamento
2017
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 59, Formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola
secondaria
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 60, Promozione della cultura umanistica
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 61, Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 62, Valutazione e certificazione delle competenze
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 63, Effettività del diritto allo studio
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 64, Disciplina della scuola italiana all’estero
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 65, Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita
sino a sei anni
• D.Lgs. 13 aprile 2017, n. 66, Promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità

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