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Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina iii

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A cura di
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INTRODUZIONE

“La bellezza vi farà liberi”


Sull’estetica fenoumenologica
di Dietrich von Hildebrand

1. La bellezza, essenza genuina

Il bello è un indefinibile, secondo Hildebrand. Ma ciò non


dev’essere inteso come se non fosse possibile porre in pro-
posito la questione filosofica per eccellenza, la domanda sul
che-cosa, questa manna permanente del pensiero. Anzi, le
due parti della Estetica hildebrandiana1 sono il frutto del ten-
tativo di dare una risposta precisa all’interrogativo: tiv ejsti
(to;) kalovn… che cos’è (il) bello?, posto «in riferimento all’es-
senza (Wesen) della bellezza, ai tipi fondamentali di bellezza,
all’intero regno del bello» (infra, p. 7).
Nell’ottica di una riflessione filosofica squisitamente feno-
menologico-realista2, questa indefinibilità è conseguenza del-

1
Pubblicate postume e separatamente: la prima nel 1977, subito dopo la
morte del filosofo, la seconda nel 1984, sulla base del manoscritto incom-
piuto.
2
Sull’appartenenza di Dietrich von Hildebrand alla corrente della feno-
menologia realista, messa in moto da Adolf Reinach e Max Scheler a Göt-
tingen a cavallo tra primo e secondo decennio del secolo scorso in reazione
alla cosiddetta «svolta trascendentalistica» della fenomenologia di Husserl,
cfr. Paola Premoli De Marchi, Saggio introduttivo a D. von Hildebrand, Che
cos’è la filosofia (= Filosofia), tr.it. dall’inglese What is Philosophy? di M. Pa-
squini, Bompiani, Milano 2001, pp. 7-18 (nelle citazioni di passi hildebran-
diani, eventuali divergenze rispetto alla traduzione della Pasquini sono
dovute al fatto abbiamo tenuto conto sistematicamente anche della posterio-
re edizione tedesca Was ist Philosophie?, Kohlhammer, Stuttgart 1976). — Sul
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VI VINCENZO CICERO

l’essenziata originarietà del bello, e fa il paio con l’impotenza


costitutiva della definizione a cogliere le essenze genuine
(echte Wesenheiten). Inoltre la bellezza, in quanto datità primiti-
va, è realtà anteriore e autonoma rispetto a qualsiasi atto di
apprensione e fruizione che la concerni, ed è “oggettiva” nel
senso dell’«oggetto che s’impone da se stesso al nostro spirito,
si disvela e si dimostra valido quando lo mettiamo a fuoco in
una intuizione spirituale» (Ethik, p. 16): qui sta il nocciolo du-
ro di quella che può definirsi l’“estetica realista” di Dietrich
von Hildebrand, distante un mondo da ogni impostazione
scetticistica, soggettivistica e relativistica della questione del
bello.
È allora un’autodatità, la bellezza, una essenza nel senso
più genuino (Wesenheit), ha una dote strutturale di intelligibi-
lità e necessità che ne fanno un oggetto eminente della cono-
scenza filosofica. Infatti i dati fondamentali cui si attiene in
maniera sorgiva la filosofia, i suoi soli oggetti autentici, sono
sempre queste entità intelligibili e necessarie, real-ideali, come
l’essere, la verità, la conoscenza, il valore, la bellezza, il colore,
lo spazio, il tempo, l’amore ecc. Indefinibili, ma senza che ciò
costituisca uno svantaggio per chi vuol coglierle in modo
compiuto: «Per noi la definizione non è il culmine della cono-
scenza. La definizione non può mai esaurire la pienezza di
contenuto di un’essenza intelligibile necessaria, ma può solo
descriverla, adducendo alcune caratteristiche essenziali che
sono sufficienti a distinguere questa essenza da un’altra»
(Ethik, p. 21). E nella prima parte della stessa Estetica Hil-
debrand precisa così il suo pensiero in merito: «La concezio-
ne secondo cui il poter-definire sarebbe l’ideale della cono-
scenza è totalmente erronea. Primo, la penetrazione intuitiva
(das intuitive Eindringen) in una datità che possieda un valore
genuino e la conoscenza dei suoi tratti essenziali è una forma
di compenetrazione spirituale (das geistige Durchdringen) – di
vera conoscenza – di gran lunga superiore alla definizione.

contenuto dei capoversi seguenti si vedano, oltre al volume appena citato


(part. pp. 171-387), anche gli illuminanti «Prolegomena» all’Ethik (Kohlham-
mer, Stuttgart 1973, pp. 7-26).
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INTRODUZIONE VII

Secondo, in questo senso la definizione non può avere nulla a


che fare con arcifenomeni. Come è impossibile apprendere
per definizione che cos’è rosso, che cos’è colore, che cos’è
spazio, allo stesso modo non si può mai apprendere mediante
una definizione che cos’è un valore, una significatività in sé» (
infra, p. 65) – e, di conseguenza, non è possibile apprendere
per definitionem che cos’è il bello, visto che Hildebrand lo
qualifica in termini di valore.
La bellezza è dunque un’automanifestazione originaria, un
arcifenomeno (Urphänomen), e come tale può essere appresa
solo mediante intuizione (Intuition, Einsicht), attraverso un’ap-
prensione intuitiva (intuitives Erfassen), senza essere in alcun
modo deducibile da altro. – In incidentale, non si può non
rilevare come le essenze genuine di Hildebrand siano così
prossime alle Idee platoniche quanto l’apprensione intuitiva
lo è al nous aristotelico degli Analitici secondi, 100 b 7ss.
Indipendenti dal pensiero, apriori rispetto a ogni venir-pensa-
te, le essenze sono però il pensabile per eccellenza, primizie
del noumenico.
Così, anche la bellezza è un apriori – altro nome per la sin-
golare indole fenomeno-noumenica delle arcientità hildebran-
diane. Ora, le già citate caratteristiche che la bellezza condivi-
de con tutte le altre essenze autentiche, ossia la necessità in-
terna e l’elevata intelligibilità, sono in effetti anche i contras-
segni delle conoscenze apriori, nelle quali si aggiunge inoltre
la certezza assoluta come qualità della relazione fra uno stato
di fatto (Sachverhalt) apriori e la conoscenza di esso. Necessità,
intelligibilità e certezza assoluta vengono colte dal pensiero
attraverso un’intuizione immediata di stati di fatto essenziali,
e perciò contraddistinguono l’oggetto della filosofia, che «è
prevalentemente di natura apriori» (Filosofia, p. 171).
Ma in Hildebrand la declinazione dell’“apriori” si correla
anzitutto a due significati distinti della classica parola “espe-
rienza”: 1) all’esperienza empirica, chiamata pure esperienza
dell’esserci (Daseinserfahrung – il lato della existentia); qui
«apriori» vuol dire: indipendente dalla semplice osservazione
di singoli enti reali e dall’induzione; 2) all’esperienza dell’es-
ser-così (Soseinserfahrung o Wesenserfahrung – il lato della essen-
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VIII VINCENZO CICERO

tia), nel cui ambito l’apriori si declina in riferimento agli stati


di fatto necessari, intelligibili e assolutamente certi che il
conoscere vi esperisce: «apriori» indica così il radicamento
entro un’esperienza essenziale, dunque addirittura una dipen-
denza dall’esperienza, benché quest’ultima non sia d’indole
sensibile né induttiva, ma implichi un contatto intuitivo e in-
ferenze deduttive (Hildebrand ama illustrare l’esperienza es-
senziale tramite l’esempio dell’amore)3. Oltre a questi due
sensi, non incompatibili, c’è infine 3) l’apriori delle essenze
genuine – il lato dell’eidos, della forma –, le quali sono assolu-
tamente indipendenti dalla presenza di oggetti esistenti e
dalla mente dell’uomo in generale: «Queste... sono le “Idee”
cui Platone mirava primariamente nella sua scoperta del mon-
do ideale, sono la fonte originaria di ogni ratio, il vertice del-
l’intelligibilità» (ib., p. 279).
Naturalmente la bellezza è apriori nel terzo senso, mentre
la conoscenza filosofica relativa a essa – l’estetica – lo è nel
secondo. Però l’oggetto dell’estetica, nella sua struttura e arti-
colazione, è apriori in entrambi i sensi. Anzi, poiché l’analisi
filosofica del bello mira a esplorarne anche tutte le tipologie
nonché l’intero regno, inclusi quindi i preziosissimi portatori
visibili e udibili (Träger) di bellezza, il suo oggetto copre tutt’e
tre le macrodimensioni “esperienziali”: esserci, esser-così/es-
senza, essenza genuina (Dasein, Sosein/Wesen, Wesenheit). Le vir-
golette dipendono dal fatto che nel caso delle essenze genuine
l’Erfahrung – ossia l’esperienza essenziale come diretto contat-
to intuitivo con l’entità, il quale è a capo di tutte le deduzioni

3
Cfr. Filosofia, p. 237: «La conoscenza apriori come noi la intendiamo
dev’essere indipendente solo dall’esperienza nel senso di semplice osserva-
zione e di induzione, ma non da ogni esperienza in senso lato, dunque nep-
pure dall’esperienza dell’esser-così». — Per l’esempio dell’amore, ib., p. 219:
«Se uno dice: “Non posso parlare dell’amore, non ne ho mai avuto esperien-
za; non so cosa sia”, è evidente che in questo caso con “esperienza” costui
intende qualcosa di completamente diverso dalla mera osservazione. Qui
vuol dire che un certo qualcosa non si è mai dischiuso nel suo esser-così
(Sosein) allo spirito di quest’uomo, che non gli si è mai dato in un attimo con-
creto in modo da consentirgli di apprenderne l’esser-così... Possiamo chia-
mare questa esperienza “l’esperienza dell’esser-così” (Soseinserfahrung), a dif-
ferenza della mera osservazione empirica».
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INTRODUZIONE IX

successive e costituisce la radice dei corrispettivi stati di fatto


necessari intelligibili e assolutamente certi – presuppone a sua
volta una Erfassung purissima (ancora meglio: una Hineinfas-
sung), un’apprensione spirituale intima e integra del darsi del-
l’essenza in questione nella sua pienezza ininventabile, in-
scomponibile, irriducibile4.
Insomma, adottando una distinzione che in Hildebrand è
netta solo sachlich, oggettivamente, ma non sempre termino-
logicamente, si fa chiaro che la bellezza è una Wesenheit, un’es-
senza genuina come forma apriori, come arcifenomeno, di cui
l’estetica indaga il Wesen, l’essenza nel senso dell’esser-così,
sotto la guida delle domande: che-cos’è e com’è? Allo stesso
modo – e anche più – di tutte le altre arci-essenze (Ur-Wesen
converrebbe appunto designare l’amore, la persona, la volon-
tà, la giustizia ecc., per distinguerli dalle loro stesse essentiae),
la bellezza esercita una speciale sovranità sulle cose esistenti, e
il suo esser costitutivamente destinata a divenire reale, sebbe-
ne non sia un suo possesso esclusivo come in Platone, è sicura
promessa d’esultanza nel nome di Fedro, 250 D6-E1: «[Tra le
Idee,] solamente la bellezza ricevette questa sorte di essere ciò
ch’è più manifesto e più amabile».
L’amabilità della bellezza, la sua irresistibile virtù attrattiva
a cui l’uomo può corrispondere adeguatamente solo lascian-
dosene inorbitare mediante intuitiva comunione e fruizione
amorosa, si può illustrare ricordando che essa, così come la
santità, il valore e la persona, è un’arci-essenza che per Hil-
debrand intrattiene una profonda relazione con il punto foca-
le della realtà (Brennpunkt der Wirklichkeit), cioè con Dio5. E, in
una figurazione tematica quasi-ellittica, la bellezza rappresen-
terebbe essa stessa un focus per tutte le essenze necessarie più
4
Cfr. Filosofia, p. 315: «L’intelligibilità significa qui [scil. nel caso di es-
senze come l’amore, lo spazio e il tempo ecc.] una pienezza di significato
unica nel suo genere, la quale consente al nostro spirito una conoscenza dal-
l’interno, un reale intelligere nel senso dell’intus legere intima rei (leggere
dentro l’intimo della cosa)». La si potrebbe chiamare Wesenheitserfahrung,
esperienza essenziata, informata dell’essenza perché in-formata da essa: in-
telligere cor-rispondente al darsi intelligibile della Wesenheit.
5
«Prima di tutto la bellezza è riflesso di Dio» (infra, p. 8). Von Hilde-
brand si convertì al cattolicesimo nel 1914.
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X VINCENZO CICERO

concrete che ne scintillano, p.es. la festosità e la poeticità, – in


antagonismo, sì, con l’altro focus, quello della bruttezza, ma
all’occorrenza (nell’arte) anche capace di fagocitarlo e quindi,
in certo senso, di redimerlo6.
Quanto in particolare alla risposta adeguata alla sua attra-
zione, la bellezza in quanto tale esige un’unione specialissima
con lo spirito umano, frutto di una intuizione razionale ben
più che di una adesione contemplativa individuale o, a mag-
gior ragione, di una acquisizione cognitiva. In realtà, qualsiasi
entità bella non può non farsi oggetto di entrambe le dimen-
sioni perfette di percezione – ossia di conoscenza –, che Hil-
debrand designa come direzione cognitiva e direzione con-
templativa7. Più volte nel corso dell’Estetica il filosofo rimarca
il ruolo legittimo del sapere, delle precognizioni geografiche e
storiche, nel godimento dei portatori di bellezza naturale e
artistica, p.es. di Firenze e dei suoi dintorni. Di più: affinché
la contemplazione «faccia a faccia» di un oggetto bello garan-
tisca fertilità, è persino necessario averne già conseguito una
cognizione perfetta, come nel caso dell’ascolto di una sinfonia
(infra, p. 600). Ma neppure il sapere più perfetto potrebbe
mai surrogare la dimensione del contatto unitivo diretto, il
dimorare presso un oggetto bello, il matrimonio spirituale
con esso offerto nella contemplazione. E il vertice esemplare
della tematicità contemplativa viene indicato nel frui agosti-
niano (infra, pp. 59 s.)8.
6
Von Hildebrand insiste spesso sul grande contributo alla bellezza e
grandezza di un’opera d’arte apportato dalla bruttezza metafisica di perso-
naggi letterari, come p.es. gli shakespeariani Jago o Riccardo III.
7
Cfr. Filosofia, p. 397: «La conoscenza in quanto tale è una forma unica
di unione spirituale con l’oggetto... Questa unione implica due diverse di-
mensioni: la prima va nella direzione della conoscenza più perfetta; la secon-
da nella direzione del contatto reale e intimo, dell’avere l’oggetto in un pos-
sesso sommamente immediato e pieno: il nostro spirito lo tocca e gli sta
davanti “faccia a faccia”». Von Hildebrand designa le due dimensioni come
i due temi fondamentali della conoscenza: il tema cognitivo (Notionsthema) e
il tema contemplativo (das kontemplative Thema). — Per il capoverso attuale e i
seguenti si veda ib., pp. 389-521.
8
Frui est amore inhaerere alicui propter seipsam («Godere di una cosa è
aderire a essa con amore in virtù della cosa stessa»): è la celebre definizione
in De doctrina christiana, I 4.
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INTRODUZIONE XI

Sennonché, mentre un qualsiasi portatore di bellezza può


essere contemplato, sposato, sempre e soltanto secondo un
rito rigorosamente percettivo, il darsi del bello come oggetto
di contemplazione in quanto arci-essenza avviene invece in
una intuizione razionale (rationale Intuition), senza che il fruito-
re debba far ricorso a una percezione in senso stretto: «infatti
le essenze posseggono un tipo di autopresenza che è analoga
alla datità di un ente individuale concreto» (Filosofia, p. 409).
Il bello come tale e i fatti apriori radicati nella sua essenza si
offrono intuitivamente a una mente contemplativa, sebbene
quest’ultima al momento non percepisca alcun portatore.
L’analogia dell’intuizione razionale con la percezione9 va pe-
raltro interpretata in senso gerarchico, giacché l’autopresenza
dell’arci-essenza è l’archetipo di ogni autopresentarsi ontico e
ontologico a una mente umana percipiente. L’intuizione razio-
nale (o apprensione intuitiva) del bello è pertanto sorgente e
corona della perfezione di entrambe le dimensioni – cognitiva
e contemplativa – della percezione di un’entità bella.
Ecco perché la bellezza, in sé capace eminentemente di
provocare un’apprensione intuitiva e di suscitare una risposta
fruitiva di pura contemplazione, rappresenta una delle essen-
ze genuine privilegiate dalla filosofia, nella quale svolge un
ruolo decisivo appunto la tematicità contemplativa, a diffe-
renza di tutti gli altri ambiti scientifici, dove predomina inve-
ce il tema cognitivo. La filosofia ha un’aspirazione diversa
rispetto alle scienze: ben oltre un sapere vigile, esplicito, e un
conoscere profondo, essa mira soprattutto a un matrimonio
spirituale (geistige Vermählung) con i suoi oggetti e con l’intero
mondo eidetico che li ospita. Il desiderio che muove questa

9
È evidente che von Hildebrand concepisce la percezione (Wahrneh-
mung) in un senso più ampio del consueto, non limitato alla sfera sensibile.
Cfr. Filosofia, pp. 389-391: «Con “percezione” intendiamo ogni forma di
presa di cognizione (Kenntnisnahme) di qualcosa, in cui un oggetto è autopre-
sente (selbstgegenwärtig) e si dischiude immediatamente al nostro spirito... È
caratterizzata dai tre seguenti aspetti: 1) l’oggetto della presa di cognizione è
autopresente e dato come tale;... 2) l’oggetto si dischiude al nostro spirito
nel suo esserci ed esser-così (Dasein und Sosein);... 3) l’oggetto è dato intuitiva-
mente, cioè dispiega il suo esser-così davanti al nostro spirito».
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XII VINCENZO CICERO

aspirazione è l’eros filosofico, non l’ebbrezza della possessio-


ne ma la sete di verità, la cui direzione dipende dal fatto che
«la filosofia coglie ogni oggetto nella sua relazione con il cen-
tro focale della realtà, lo vede nella sua funzione di riflettere
in qualche modo Dio» (Filosofia, p. 423).
Lungo il sentiero che conduce all’Assoluto, all’originario
fondo e fonte di tutti gli esseri (Urgrund und Urquell alles Seien-
den, ivi), l’eros filosofico ha modo di abbeverarsi quasi esclusi-
vamente mediante l’intuizione razionale10: e la cosa deve avve-
nire in maniera costante, ripetuta, magari ritornando più volte
alla stessa vena d’acqua. Tutte le inferenze e deduzioni – le
quali comunque in filosofia svolgono un ruolo minore, per
estensione e importanza, che nelle altre scienze – dipendono
infatti dal carattere essenzialmente intuitivo delle leggi logiche
e delle premesse iniziali; ma un irrigidimento formalistico di
questi rapporti equivarrebbe a ricoprire la polla per votarsi
alla disidratazione.
La stessa interrogazione filosofica della realtà concreta
non ha nulla a che vedere con l’osservazione empirica e il suo
processo induttivo, ma «è un contatto intuitivo continuamen-
te ripetuto con l’essenza dell’oggetto» (Filosofia, p. 485),
compenetrato e guidato dalla luce di questa essenza intelligi-
bile. Mentre osservazione e induzione si occupano da un
punto di vista estrinseco solo di fatti realmente esistenti, e in
maniera magari dettagliata, ma senza la luce dell’intelligibilità
dell’ente nel suo complesso, per contro la filosofia interroga la
realtà concentrandosi «dal di dentro» su esempi non necessa-
riamente esistenti (si pensi al valore paradigmatico degli innu-
merevoli fenomeni estetici, etici e religiosi, esemplati nei
personaggi letterari) e considerandoli nella prospettiva del
centro focale della realtà.
In ogni singolo esempio estratto dalla realtà o dalla finzio-
ne, l’eros filosofico cerca il contatto intuitivo con l’essenza

10
Cfr. Filosofia, p. 481: «Nella maggior parte dei casi l’intuizione razio-
nale è l’unica via per acquisire conoscenza filosofica. Questo è assolutamen-
te vero p.es. in ogni ontologia dei diversi ambiti oggettuali e, tra l’altro, in
etica e in estetica».
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INTRODUZIONE XIII

intelligibile, la quale costituisce la vera guida nelle due prin-


cipali vie metodologiche del processo conoscitivo della filo-
sofia: 1) quando l’esempio presenta un’incarnazione tipica
dell’essenza, quest’ultima ci informa e riluce finché la guar-
diamo, garantisce costantemente nuove intuizioni, fecondan-
do con la sua pienezza sempre di nuovo il nostro spirito; 2)
quando l’esempio è portatore di fattori che, pur coesistendo
con l’essenza, non le appartengono, allora l’essenza è lo
sfondo luminoso in confronto al quale vengono eliminati
tutti gli elementi che esibiscono solo somiglianze apparenti
con essa (in estetica, proprio per la costitutiva indefinibilità
del suo oggetto principe, questa via indiretta è battuta fre-
quentemente, e, specie nel cap. 10 della parte I, gli esempi
incarnano addirittura le antitesi della bellezza di seconda
potenza).
In statu viae, pellegrino infaticabile per sentieri pervii e
campi ostici, per argille sdrucciole e dune riarse, l’eros filo-
sofico – che, «nel suo nucleo più profondo, è una forma fon-
damentale del desiderio naturale dell’uomo per Dio»
(Filosofia, p. 501) – lascia che il vettore principale del suo iti-
nerario inclini sempre verso il centro profondo del cosmo, là
dove s’infittiscono i vestigia Dei, le tracce divine, per prepa-
rare in tal modo l’anima ad accettare la rivelazione di Dio.
Facendo proprie le parole di Paolo (Gal 3,24), e trasferendole
dalla Torah alla filosofia, Hildebrand suggella così il suo Che
cos’è la filosofia (p. 521): «Il vero filosofo è, come Platone,
paidagwgov" eij" Cristovn, colui che prepara la via a Cristo».
In questo grandioso dramma pedagogico, la bellezza e lo
studio filosofico che la concerne, ossia l’estetica, recitano un
ruolo non secondario .

2. L’estetica, conoscenza apriori del bello

Autodatità primitiva, realità-idealità oggettiva, forma


apriori: Idea necessaria intelligibile e assolutamente certa,
ininventabile inscomponibile e irriducibile: arcifenomeno, –
“fenoumeno”, ossia noumeno originario che è destinato a in-
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XIV VINCENZO CICERO

carnarsi in portatori concreti e si manifesta alla mente umana


nell’intuizione razionale11.
Come si è visto, queste sono le doti universali del Wesen der
Schönheit als Wesenheit, dell’essenza della bellezza come arci-
essenza, comuni a tutte le classiche entità «fenoumeniche»
che con-stellano nel fondo cosmico da cui è attratto l’eros
filosofico. Ora, l’insieme dei tratti che invece contraddistin-
guono strutturalmente il bello dalle altre stelle eidetiche costi-
tuisce l’oggetto proprio dell’estetica, la quale si legittima solo
come conoscenza apriori della bellezza12 e delle sue tipologie,
nonché come l’analisi filosofica adeguata dell’intero suo re-
gno, sempre però nell’ottica arciessenziale (infra, p. 17).
Questa impostazione innerva il proposito dell’estetica hil-
debrandiana di rendere gustizia all’essenza della bellezza, di
ascoltarne e soddisfarne le pretese: renderle giustizia non solo
sul piano teorico contro tutte quelle che il filosofo definisce
«costruzioni» (spiegazioni ipotetiche, congetturali, fantasiose)
dei valori e fenomeni estetici, contro le teorie «indimostrate»
intorno al bello, ma anche sul piano storico, nell’urgenza
dell’«oggi» vieppiù dominato dalla spoetizzazione della vita
umana in tutti i suoi aspetti. Agli occhi di Hildebrand la mis-
sione principale dell’estetica nell’epoca attuale consiste nel
contribuire, insieme con l’arte, alla liberazione dall’inesteticità
introdotta a dosi progressivamente pervasive dalla civilizza-
zione delle nazioni dell’Occidente dall’inizio del XIX sec. in
avanti (infra, p. 528). Per una rinnovata cultura del bello13.

11
In von Hildebrand non si trova mai l’espressione “fenoumeno” e deri-
vati.
12
Preparato dal paragrafo precedente, il significato di questa espressio-
ne dovrebbe ormai essere, se non condivisibile, perlomeno chiaro. Cfr. Fi-
losofia, p. 305: «La conoscenza apriori è l’unica conoscenza possibile e ade-
guata non soltanto nei campi della logica e della matematica, ma anche in
quello della metafisica, specialmente nell’ontologia della persona, in etica, in
estetica e in molti altri ambiti».
13
La preoccupazione pervade l’Estetica fin dall’Introduzione: «Dal
punto di vista dell’ecologia dello spirito è necessario e urgente che noi com-
prendiamo quale terribile impoverimento, deterioramento, anzi pregiudica-
mento dell’esistenza umana si annidi nella spoetizzazione della vita, nella
distruzione della bellezza della natura e, soprattutto, della bellezza dell’ar-
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INTRODUZIONE XV

Tematizzare la bellezza a partire dalla sua apriorità e og-


gettività è la maniera più idonea per incominciare a corri-
spondere alle sue istanze con la lucida sobrietà dell’eros filo-
sofico. Senza però dimenticare – avverte subito Hildebrand
alle prime righe dell’Estetica – che alla bellezza, in vista della
sua tematizzazione estetica, bisogna accostarsi con timore
riverenziale, in aperto e umile ascolto, ma soprattutto con l’a-
more da essa stessa suscitato: «La bellezza accende l’amore, e
solo colui che, nell’indagarne l’essenza, rimane avvinto, ine-
briato dalla bellezza e ne diviene amante, solo costui può spe-
rare di penetrarne l’essenza» (infra, p. 7).
La sobria e contemplativa sete della verità della bellezza,
con cui l’estetica inaugura ufficialmente le proprie indagini,
può solo seguire all’ebbro incanto dell’amplesso con il bello.
In altre parole: «L’analisi dei problemi estetici sarebbe del
tutto priva di interesse, anzi assurda, se la bellezza in natura e
in arte non giocasse alcun ruolo nella vita del filosofo, se egli
non avesse mai avuto un contatto autentico, vitale, esistenzia-
le con il mondo del bello. Nessun dono filosofico di acume,
intelligenza o sagacia può consentirgli di pervenire a intuizio-
ni profonde nell’essenza della bellezza, se la vera e genuina
bellezza in natura e in arte non ha mai toccato profondamente
il suo cuore. Le sue parole sarebbero senza valore come le os-
servazioni sui colori fatte da un uomo cieco dalla nascita»
(Filosofia, pp. 449-451).
L’Estetica di Hildebrand vuol essere vista come una enu-
cleazione (Herausarbeitung) dell’essenza della bellezza e dei
valori estetici e artistici che vi si radicano, mirante innanzitut-
to a conoscere genuini nessi essenziali, tassonomie e fatti
apriori, per passare poi alla comprensione di esempi, portato-
ri e dati, e – nell’arte – anche di temi, connubi, elementi, tipo-
logie, materiali, mezzi. In sede di delimitazione dell’ambito

chitettura» (infra, pp. 8 s.). — L’architettura è l’arte a cui l’afflato pedagogi-


co hildebrandiano si sente più vicino nella lotta contro le attuali prigioni del-
l’inestetico: «L’architettura... ha oggi anche il compito eminentemente edu-
cativo di liberare lo spirito del tempo dalla sua squallida spoetizzazione e
meccanizzazione» (infra, p. 541). — Per la differenza tra cultura e civilizza-
zione v. infra, pp. 528 ss. e 623.
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XVI VINCENZO CICERO

epistemico, è degno di nota che “bello” ed “estetico” non


siano perfettamente congruenti, in quanto quest’ultimo inclu-
de fenomeni, come p.es. l’eleganza e la comicità, che di per sé
non sono belli14; anche tali valori mutuano comunque i loro
tratti essenziali dalla bellezza, che si conferma pertanto la
regina indiscussa dell’estetico.
Soprattutto nella seconda parte dell’opera, dedicata al
mondo dell’arte, viene ribadito di continuo che, pur essendo
costitutivamente apriori, l’estetica non ha impronta prescritti-
va. È una scienza, vorremmo dire, trascrittiva, nel senso di
“trascrizione fenoumenologica”: traduzione in parole della
inesauribile e mai del tutto scrivibile essenza genuina del bel-
lo, e riscrittura in caratteri fenoumenici sia dei fatti apriori
che vengono irrorati dalla linfa della radice bellezza, sia dei
fenomeni che, nel loro esserci ed esser-così, orbitano ellittica-
mente attorno al suo focus o a quello antagonista e si fanno
portatori di essa o delle sue antitesi.
Nel caso specifico della bellezza artistica, quindi, il compi-
to dell’estetica non è di fissare regole la cui osservanza garanti-
sca il valore artistico di un’opera d’arte. L’estetica non è una
disciplina normativa. In ciò la sua situazione è completamente
diversa rispetto alla logica e all’etica: «Nella logica Aristotele
stabilì per il sillogismo delle regole la cui osservanza garantisce
una conclusione ineccepibile. Nell’etica è possibile indicare
delle norme in grado di garantire il valore morale di un’azio-
ne. Questo nell’estetica non è possibile» (infra, p. 530). Nella
sfera della plastica, p.es., «a un’estetica è impossibile spiegare
quali sono nell’invenzione, nella composizione, le qualità e gli
elementi responsabili del fatto che una statua o un busto esi-
gano un determinato materiale o almeno vi si adattino» (infra,
p. 657). L’estetica può al massimo stabilire quali fattori abbia-
no partecipato al conseguimento di una vera bellezza artistica,

14
Infra, pp. 91 s.: «Esistono qualità estetiche assiologicamente positive
che non sono sottospecie della bellezza. Finché si tratta di ameno, elevato,
grazioso, sublime, poetico, è chiaro che siamo davanti a specie particolari
della bellezza. Già l’elegante non è più così tipicamente sottospecie della
bellezza, ed è palese che non lo sono per nulla qualità come ben fatto, riusci-
to, brillante».
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xvii

INTRODUZIONE XVII

ma non chiarire la ragione per cui l’artista sia riuscito a conse-


guirla – questo rimane sempre «il segreto dell’artista» (das Ge-
heimnis des Künstlers); l’estetica può al limite indicare le cause da
cui dipende il disvalore artistico di un’opera, fare attività di
prevenzione elencando i difetti fondamentali che allontanano
la bellezza artistica da un’opera, ma «l’evitare questi difetti
non garantisce ancora la bellezza artistica» (infra, p. 530).
L’elemento inspiegabile nella creazione delle opere d’arte è il
talento, che non può essere appreso tramite istruzioni, e ancor
meno può essere infuso da un’estetica.
A ogni buon conto, l’estetica di Hildebrand resta un’inda-
gine conoscitiva singolare e ambiziosa che va vista, senza pre-
giudizi, nel vivo del suo operare. E che dev’essere appurata
senza trascurare il perentorio limite “esteto-cronologico” che
il filosofo si è deliberatamente dato riguardo ai fenomeni arti-
stici da analizzare «dal di dentro»: non oltre il periodo ante-
riore alla prima Guerra mondiale15. Ma anche se all’appello
manca giusto l’ultimo secolo, non per questo risulta meno ric-
co, coraggioso e provocatorio il tentativo di conoscere scienti-
ficamente l’essenza e l’esistenza della bellezza – locuzione che è
già tutto un programma e sulla cui attuazione val la pena sof-
fermarsi ancora un po’ prima di lasciare la parola al filosofo.
15
Infra, p. 634: «Nella presente opera non ci occupiamo affatto di quelle
forme artistiche che non si attengono esplicitamente al raffigurato o elimina-
no la raffigurazione. La prima forma la troviamo p.es. nell’arte di Picasso, il
quale modifica intenzionalmente in maniera del tutto arbitraria le figure e le
cose che raffigura. Così il naso di una figura femminile appare improvvisa-
mente di profilo, anche se il viso è raffigurato di fronte [cfr. anche p. 697].
La seconda forma, l’eliminazione della raffigurazione, avviene nella cosid-
detta pittura astratta, in cui colori e forme, senza raffigurare alcun pezzo di
natura, devono trasmettere un determinato contenuto direttamente nella
loro composizione, p.es. nel motivo di un tappeto. Non ci occupiamo di
entità riguardo alle quali si può discutere fino a che punto meritino il nome
di opera d’arte, né ci occupiamo del dadaismo nella poesia, cioè di poesie
con parole senza senso. Nel trattare il problema della raffigurazione, ossia il
rapporto tra raffigurato e opera d’arte, ci atteniamo all’arte delle epoche cul-
turali passate fino al tempo che precede la prima Guerra mondiale, e, per
quanto riguarda la letteratura, fino all’arte contemporanea». — In realtà,
anche i fenomeni letterari presi in considerazione si fermano al primo decen-
nio del Novecento, con unica eccezione la menzione dell’Opera da tre soldi
di Brecht (1928).
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xviii

XVIII VINCENZO CICERO

3. L’essenza della bellezza

Il bello è per Hildebrand un arcifenomeno la cui ap-


prensione intuitiva s’affisa innanzitutto a due aspetti princi-
piali: il fotologico e l’assiologico.
Prima di ogni altra cosa, infatti, la bellezza è Abglanz, rifles-
so: di Dio: l’irradiantesi bellezza di Dio verità/luce del cosmo.
Ogni inaugurale offrirsi del bello alla mente dell’uomo viene
annunciato da una luminosità fuori dell’ordinario, trasfigu-
rante, affinché s’attivi l’umana fotosintesi spirituale capace di
accogliere il messaggio divino implicato nell’offerta stessa (in-
fra, p. 101 n. 23). – Nel suono della parola Abglanz bisogna del
resto udire distintamente il Glanz, il divino splendore (favo"),
la divina scintillanza (das Scheinende) da cui e di cui l’intero
ente riluce.
Secondo, la bellezza è un valore autentico, una significati-
vità in sé, oggettiva, qualitativa (non ontologica), che inerisce
ai suoi portatori e non dev’essere minimamente confusa con i
nostri stati psichici o di coscienza. L’apparire essenzialmente
assiologico del bello, la sua significatività in sé, la sua lumino-
sa validità e autovigenza che è d’un altro mondo rispetto ai
semplici beni oggettivi per la persona e agli appagamenti sog-
gettivi, «costituisce la base indispensabile per ogni estetica
autentica» (infra, p. 78). Inoltre, l’oggettività che la bellezza
condivide con le essenze genuine – e che indica l’indipenden-
za dalla mente umana in generale – si trasmette anche ai suoi
portatori, si tratti dell’aspetto umano del mondo esterno, dei
fenomeni naturali oppure di quelli artistici16 (Hildebrand pre-

16
Infra, p. 70: «Il portatore della bellezza, anche quando sia una parte
dell’aspetto umano del mondo esterno, rimane pur sempre dal lato dell’og-
getto e fa da base oggettiva della bellezza. La bellezza è peculiare al suo por-
tatore, indipendentemente dal nostro venir-affezionati e dalla nostra rispo-
sta». — Per l’importante nozione dell’«aspetto umano del mondo esterno»
(der humane Aspekt der Außenwelt) v. infra, pp. 67 ss., spec. 69 s.: « L’aspetto
umano non è un’immagine generata dal nostro spirito, diversa dalla vera
“cosa in sé” oggettiva. No, l’aspetto umano è l’aspetto del mondo esterno
pienamente reale,... è un grande dono di Dio – un vedere le cose così come
queste devono apparire. L’aspetto umano del mondo esterno è un messaggio
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INTRODUZIONE XIX

dilige l’esempio dell’opera d’arte per illustrare appunto l’og-


gettività di cose che pure presuppongono la mente dell’uomo;
cfr. Filosofia, pp. 371-373). La perspicua oggettività dei porta-
tori della bellezza spiega la tesi (infra, p. 76): «Il fatto che i
valori estetici ineriscano a un’opera d’arte, a un paesaggio, a
un corpo umano o a un animale, è possibile conoscerlo con
certezza assoluta. Si può parlare di evidenza».
Accanto a queste due facce del principium, che fanno ap-
pello innanzitutto alla dimensione intuitiva, apprensionale,
della mente umana, ci sono altri tre momenti essenziali in cui
ne va del volto del principiatum, ossia degli effetti specifici
che la bellezza provoca quando investe la dimensione non sol-
tanto intuitiva, ma anche affettiva dell’uomo:
Terzo, la bellezza è una delle grandi fonti di felicità della
vita umana, è particolarmente dilettevole, felicitante, attraen-
te, estasiante. Il godimento estetico sorge quando l’entità
bella è portatore oggettivo di una vera bellezza, e contempla
tre elementi decisivi: 1) la percezione del bello, nel senso sia
della percezione ottica e uditiva, sia specialmente in quello
spirituale dell’apprensione intuitiva; 2) l’apertura impregiudi-
cata dello spirito al bello, il rendersi intimamente vuoti (va-
canti), liberi di farlo riversare in noi; 3) l’affezionatezza, cioè il
venir-affezionati dalla bellezza, che è un vissuto recettivo e
intenzionale, ed è coinvolto quando si tratta di bellezza sensi-
bile oppure di bellezza di seconda potenza.
Quarto – attiguo al terzo –, la bellezza è tipicamente im-
pragmatica, non invischiata nella pania degli interessi umani,
accade nel segno del “disinteresse”, in una accezione molto
prossima a quella kantiana (infra, pp. 400 ss.). Nel vissuto
estetico autentico, l’oggetto bello è considerato propter se
ipsum, in vista di se stesso, non ha mai la funzione di mezzo, e
inoltre non entra in gioco alcun “interesse” nel senso di tor-
naconto personale, ma al contrario vi trova spazio un atteg-
giamento contemplativo. Questi due tratti della disinteressa-
tezza, il propter se ipsum e la contemplatività, non sono però

divino più profondo e più reale degli aspetti mondani fisicamente reali dei
quali si occupano la fisica e la chimica», e Filosofia, pp. 379 ss.
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xx

XX VINCENZO CICERO

peculiari solo del rapporto con il bello: appartengono al com-


portamento umano verso tutti i beni assiologici.
Quinto, la bellezza ha notevole importanza per lo sviluppo
della personalità: oltre a disinserire la relazione mezzo–fine,
procura un effetto moralmente nobilitante, apre i cuori, invita
alla trascendenza, conduce in conspectum Dei. Lo sguardo ri-
volto alla bellezza implica una forma particolare di autotrascen-
dimento che mette platonicamente le ali all’anima: «Quando
viene commossa e illuminata dai raggi della bellezza, l’anima
diviene anch’essa più bella» (infra, p. 384; cfr. Fedro, 251 A ss.).
Altri aspetti essenziali, ma più concreti, della bellezza e-
mergono poi quando la si scruti attraverso una griglia tipolo-
gica.

4. I quattro tipi fondamentali di bellezza

La bellezza è in sé un valore così peculiare da inerire agli


altri valori, compresa la verità. «Tutti gli altri valori posseggo-
no una bellezza specifica» (infra, p. 95), sono ciascuno a suo
modo “portatori metafisici” di bellezza – così come i disvalori
sono “portatori” di bruttezza –, e il bello è il sembiante nobile
che ce li annuncia, ne è il riflesso, il raggio, il profumo, la glo-
ria: profumo del bene, gloria della santità, splendore della
verità ecc. Hildebrand parla in proposito di «dimensione di
sembianza» (Aussehensdimension), la quale, insieme alla dilette-
volezza, investe l’intera sfera dei valori estetici17; e all’esteso
regno della bellezza come irradiazione degli altri valori dà il
nome di bellezza metafisica.
Proprio in quanto il tema è ogni volta costituito dal valore
di cui è sembiante la sublime bellezza metafisica, quest’ultima
è qui essenzialmente un epifenomeno sovrabbondante: va

17
Il filosofo azzarda in forma dubitativa l’ipotesi che si possa trattare dei
due propria circoscriventi l’insieme dei fenomeni estetici, inclusi quelli che
non sono sottospecie della bellezza: «Forse in queste due caratteristiche – la
dimensione di sembianza e la dilettevolezza – si potrebbero vedere i tratti
distintivi che raccolgono insieme tutti i valori estetici in una famiglia assiolo-
gica» (infra, p. 97).
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xxi

INTRODUZIONE XXI

fruita appieno, ma non può usurpare la tematicità del valore


particolare cui s’accompagna, pena l’evanescenza immediata.
La bellezza metafisica schietta appare in una pura datità
spirituale in modo analogo a come la datità immediata di una
essenza genuina appare nell’intuizione razionale. Un’altra sua
fondamentale modalità di apparire si dà nella sfera delle cose
visibili e udibili, p.es. la bellezza della bontà espressa nel viso
di un uomo: questa è la bellezza metafisica espressa, in cui il
portatore metafisico è colto in un fenomeno sensibile. Una
terza modalità ancora di apparizione è in entità spirituali co-
me atti, comportamenti, carattere di una persona, e qui l’ap-
prensione corrispettiva torna a essere puramente intuitiva.
Il quadro si completa con la bellezza delle entità visibili e
di quelle udibili, alle quali però possono inerire due “sembian-
ti dilettevoli” del tutto diversi: la bellezza sensibile, o di prima
potenza, più primitiva, «che piace alla vista», la bellezza pura
di un colore, di un materiale, di un suono, oppure, a un livello
più alto, della figura come tale (alberi, fiori, animali, corpo
umano); e la bellezza spirituale, o di seconda potenza, che, affi-
ne in qualità alla suprema bellezza metafisica, va ben oltre il
rango e valore ontologico della cosa sensibile alla quale è im-
mediatamente collegata e oltre anche i suoi valori qualitativi.
Con la bellezza di seconda potenza, dice Hildebrand, si
tocca uno dei problemi centrali dell’estetica: «Com’è che il
visibile e l’udibile possono essere portatori di un’alta bellezza
spirituale?» (, p. 171). Mentre il nesso tra una virtù morale e la
bellezza che ne viene irradiata è evidente, profondo, organico,
invece il legame p.es. di una melodia con la sua bellezza spiri-
tuale è tutt’altro che evidente, è anzi enigmatico, misterioso; se
la bellezza metafisica dell’anima di un uomo “profuma” di
essa, la riflette, sprona a conoscerla meglio, ad avere comunan-
za con la sua persona reale, per contro il portatore visibile o
udibile è soltanto un piedistallo (Piedestal) su cui avviene in mo-
do misterioso l’apparizione della bellezza di seconda potenza,
la quale «non parla dell’essenza del proprio portatore, bensì di
qualcosa di incomparabilmente superiore» (infra, p. 225).
L’accentuata discrepanza tra portatore e portato in questa
sublime bellezza spiritual-sensibile ha indotto Hildebrand ad
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xxii

XXII VINCENZO CICERO

accostarla analogicamente al mistero contenuto nei sacramen-


ti cattolici, p.es. al rapporto tra l’acqua e la nascita a vita
sovranaturale nel battesimo. Da qui la designazione di questa
bellezza come quasi-sacramentale, dove il “quasi” ricorda che
nei sacramenti la discrepanza è tra naturale e sovranaturale,
mentre nella bellezza di seconda potenza è tra materiale e spi-
rituale all’interno della sola naturalità.
La bellezza metafisica è riflessa o “espressa”, ma la bellezza
quasi-sacramentale “parla”, è parola vaga del mondo dei valo-
ri naturali, della pienezza e ricchezza della vita, della felicità,
della gioia di vivere, fino alla profonda felicità dell’amore e
dell’esistenza come persona, e, ancora oltre, fino alla bellezza
infinita di Dio. In questa parola, così spesso cantata – «ogni
bellezza canta!» (infra, p. 233) –, inabitano certe qualità assio-
logiche che le sono caratteristiche, costitutive: festosità, poeti-
cità, grandezza, ampiezza, libertà, autenticità, le quali rinviano
alle loro antitesi più o meno specifiche: prosaicità, fantasticità,
mediocrità, filisteismo, piattezza, scontatezza, superficialità,
pseudoprofondità, inautenticità, sentimentalità. Ne si potrà
apprezzare la puntigliosa analisi hildebrandiana dal cap. I 10
in avanti; la prima qualità merita però in sede preliminare
qualcosa più che una mera menzione, in quanto contiene una
determinazione davvero pregnante della bellezza in generale.
Il festoso contiene tre ordini di elementi: 1) la luminosità
schietta, l’ardore della chiarità, 2) la straordinarietà, si tratti di
un memoriale oppure di una celebrazione della pura joie de
vivre, ma soprattutto 3) la vacanza. Per la quale Hildebrand si
richiama direttamente al vacare agostiniano nel sabato eter-
no, momento conclusivo del De civitate Dei (XXII, 30). È lo
stacco da fatica e sudore del lavoro quotidiano, dalla schiavitù
dell’utile; è l’essenziale libertà per la fruizione di ciò che
innanzitutto libera donandosi. La bellezza in quanto tale è
pertanto, oltre che luminosa ed extra-ordinaria, principial-
mente anche vacante: in una parola, è festosa18.

18
Infra, p. 239: «La bellezza ha sempre a fortiori il carattere del festoso.
Anche una bellezza modesta, non solo di seconda potenza, è festosa». – Il
vacare festoso della bellezza è ovviamente distinto dal vacare della mente
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xxiii

INTRODUZIONE XXIII

Ora, un’importante differenza legata in maniera complessa


ai vari tipi di bellezza è quella tra tematicità e atematicità. Al
senso epifenomenico e sovrabbondante della bellezza atemati-
ca si è già accennato a proposito della bellezza metafisica. La
tematicità e l’atematicità dipendono precisamente dall’even-
tualità che in un’entità bella la bellezza sia oppure no la ragion
d’essere del suo portatore. Nel caso di un atto d’umiltà, la sua
raison d’être è il valore morale stesso dell’umiltà, mentre la
bellezza ne è solo irradiazione, profumo – epifenomeno, ap-
punto, il che però non vuol dire affatto accidentale, inessen-
ziale. Ci sono poi portatori, p.es. in architettura e nell’arte in-
dustriale, che Hildebrand chiama bitematici, in cui due temi,
diversi in linea di principio, stanno l’uno accanto all’altro, ed
eventualmente possono connettersi insieme in maniera fecon-
da. Le opere d’arte, infine, sono i portatori la cui bellezza (di
tipo quasi-sacramentale) costituisce il tema esclusivo e verace.
Tornando così alla bellezza di seconda potenza, essa ha
una propria modalità di verità: la sua “parola” sul mondo su-
periore, seppur vaga, è però vera, e lo stesso mondo in cui ci
trasporta è il regno della verità (nel caso della bellezza metafi-
sica, invece, la verità ne è un portatore). Bellezza quasi-sacra-
mentale e verità metafisica hanno in comune due qualità fon-
damentali: 1) l’ininventabilità, nozione di derivazione kierke-
gaardiana la quale si riferisce a entità che, prima e al di là di
ogni possibile iniziativa umana, s’impongono nella loro crea-
turalità (l’intero regno del mondo esterno: «invenzione» di
Dio), oppure nella loro necessità e autonomia ontologica (le
arciessenze, tra cui proprio la bellezza artistica, qui in questio-
ne)19 e anche, in un solo caso, unicità esistenziale (Cristo); 2)

umana nel godimento estetico, benché tra i due vi sia una connessione diret-
ta su cui qui non ci soffermiamo.
19
Infra, pp. 467 s.: «L’opera d’arte come entità ontologica non solo non
è ininventabile, ma addirittura è sempre qualcosa di inventato. In ogni vera
opera d’arte, tuttavia, come vedremo nella seconda parte [capp. 18 e 35], è
insito anche un elemento di scoprimento. [Nel parlare qui di ininventabilità]
ci riferiamo soprattutto non all’opera d’arte in quanto tale, ma alla sua bel-
lezza, la quale appare misteriosamente in un’entità creata dall’artista. Inten-
diamo quella qualità assiologica della bellezza in quanto tale che troviamo
anche nella natura. Essa ha una sovranità e ininventabilità analoga a quella
01. Introduzione, v-xxiv 13-02-2006 11:03 Pagina xxiv

XXIV VINCENZO CICERO

la classicità, nel senso particolare di «adempimento del pro-


prio ruolo ontologico, lo stare al giusto posto metafisico. Il
classico è adempiuto e attraversato dall’alito della verità» (in-
fra, p. 467); la bellezza quasi-sacramentale è classica perché la
sua parola è fino in fondo valida, nemica di ogni arbitrarietà e
falsità, e ha un effetto liberante, tanto che Gv 8,32b, citato da
Hildebrand nell’occasione, potrebbe essere a buon diritto pa-
rafrasato in termini eleuterici: La bellezza vi farà liberi.
L’arte, nel suo intimo significato e nel suo complesso, non
si (di)spiegherebbe senza l’essenziale virtù liberatrice del
bello, operante su più livelli – artisti, esecutori, fruitori – e
sempre coagulando via via la propria rinfrancante forza attrat-
tiva in-torno quelle singolari «quasi-sostanze» (infra, pp. 484
s.) che sono le opere d’arte, templi della bellezza quasi-sacra-
mentale.
Che poi ogni singolo tempio sia visitabile nella modalità
scientifica di cui abbiamo detto, è quanto intenderebbe dimo-
strare la straordinaria dovizia di opere d’arte frequentate da
Hildebrand e menzionate ed esaminate nella seconda parte20
della sua Estetica, che per l’appunto è ispirata alla bellezza
artistica – così come la prima verte sull’essenza della bellezza
in generale, nella natura e nella vita umana.
Non era qui di nostra pertinenza misurare questa impo-
nente dimostrazione fenoumenologica. Ci importava solo ab-
bozzare gli interessanti contorni eleuterici del suo nucleo spe-
culativo, e fornire al lettore italiano qualche utile precognizio-
ne prima di entrare – qualora non l’abbia già fatto da sé – in
mediam rem.

Rometta Marea, febbraio 2006

della verità. Anche se appare in un’entità tipicamente inventata, questa qua-


lità è in sé ininventabile».
20
Incompiuta, è bene tenerlo sempre a mente prima di ogni valutazione.
Si veda al riguardo la Vorbemerkung della Dietrich von Hildebrand Gesell-
schaft al secondo volume della Ästhetik, p. 15, tradotta nella nostra Nota edi-
toriale, infra, pp. XXXI s. Per un catalogo delle opere d’arte a vari livelli ana-
lizzate da Hildebrand, v. infra, pp. 1207 ss.