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Dialogo di Plotino e Porfirio

Qual è la ragione per cui Porfirio ha maturato il proposito di togliersi la vita?


Ciò che spinge Porfirio al pensiero di uccidersi non è un male concreto e positivo (la mia inclinazione non
procede da alcuna sciagura), ma è un’avversione profonda e violenta (veemente) alla vita (fastidio) che
assomiglia al dolore, dalla consapevolezza razionale (conoscere) e sensoriale della vanità, cioè della
mancanza di significato di tutto ciò che accade.
1) Cos’è la noia per Leopardi (pensa al Cantico notturno e al Dialogo di Torquato Tasso e del genio
familiare)? 2) Qual è la vera sostanza della vita secondo Porfirio?
1) Per Leopardi la noia è il sentimento del nulla, vale a dire la percezione profonda, razionale e
materiale/fisica (sentimento = sensazione) che nulla abbia senso, che tutto ciò che accade nella vita del
singolo e dell’intero universo non abbia un significato o che in ogni caso che tale significato sia nascosto
all’uomo (è questa la conclusione cui giunge il pastore nell’omonimo cantico nel suo dialogo-monologo con
la luna); la noia è la percezione della vanità del tutto, è un senso di insoddisfazione radicale che non
scaturisce da un malessere preciso di natura fisica o psicologica, ma semplicemente dall’impossibilità di
trovare la ragione ultima della propria esistenza e dell’esistenza dell’universo. “Porfirio sostiene che la sua
disposizione d’animo è ragionevole, anzi “ragionevolissima” e che al contrario non è ragionevole stimare
che “la vita e le cose umane abbiano qualche sostanza”: di fronte alla ragionevolezza della noia si pongono
l’illusione delle cose umane e la vanità delle passioni. Il piacere, il dolore, sono infatti vani, come pure la
speranza e il timore. Solo la noia non è vanità, né inganno, cosicché la realtà della vita può esserle
ricondotta interamente. Ed è singolare notare come in queste parole sia la noia a diventare passione,
laddove dolore, speranza e timore perdono la loro forza passionale per annullarsi. Ciò significa mettere già
in rilievo un rovesciamento di valori, per cui la vita e le passioni sono svuotate di significato di fronte alla
realtà ed alla forza della noia, che, pur non essendo vanità, rende vana la vita in quanto tale”. (F.
Cacciapuoti, La disperazione della felicità)
2) Proprio per questo, mentre tutti i piaceri, le speranze, e anche il timore, tutti i sentimenti e tutto ciò che
esiste è vano, cioè non ha una consistenza vera, è ingannevole e falso, l’unica vera sostanza della vita è la
noia: questa è appunta dotata di sostanza («sostanzievole» non a caso è un termine che Leopardi usa nella
sua accezione filosofica, in quanto indica ciò che permane al di sotto delle mutevoli apparenze) e di
consistenza, il resto è vano.

1) Plotino (che rappresenta un altro punto di vista condiviso dallo stesso Leopardi) non contesta le ragioni
dell’amico, ma rilancia la discussione richiamandosi a Platone (i due non a caso sono filosofi neoplatonici).
Cosa sostiene? 2) Qual è la risposta di Porfirio? Cosa possiamo leggerci in controluce?
1) Plotino, pur concordando con la tesi dell’allievo, gli ricorda il principio platonico secondo il quale non è
concesso all’uomo togliersi la vita, che è un dono degli dei. 2) Porfirio ribatte polemicamente evidenziando
il profondo divario tra le teorie filosofiche (per es. la teoria dell’immortalità dell’anima sostenuta proprio
nel Fedone) e la vita pratica, come se Leopardi rinnegasse attraverso Porfirio la valenza e l’importanza della
speculazione pura, cioè della filosofia in senso stretto, della logica, del ragionamento. In realtà tale
apparente presa di distanza dall’astrazione filosofica si spiega alla luce della conclusione.

Il dialogo prosegue con Plotino che adduce un altro argomento a sostegno della sua tesi (condanna e rifiuto
del suicidio): il suicidio sarebbe un atto contro natura, perché se le creature si uccidessero di propria
volontà, l’ordine delle cose risulterebbe sovvertito. Porfirio contesta nuovamente tale giustificazione,
dimostrando che è la condizione stessa dell’uomo ad essere contro natura (la natura ci ha dato l’istinto di
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conservazione, ma ci ha dato allo stesso modo il desiderio di felicità; e quest’ultimo è più forte dello stesso
istinto di conservazione). A questo punto Plotino abbandona la via della confutazione razionale, della
logica (propria del filosofo), per fare appello a istanze di diversa natura. Vediamo quali.

Replica conclusiva di Plotino.


Per quali ragioni (ancora) Porfirio dovrebbe rinunciare al proposito di togliersi la vita (sono due)?
Secondo Plotino le molestie e i mali della vita, anche se sono tanti e continui, non sono paragonabili a
«infortuni e calamità straordinari» e possono dunque facilmente essere tollerati, specialmente da chi, come
Porfirio, è saggio e forte (primo argomento). In secondo luogo la vita è «cosa di così tanto piccolo rilievo»,
cioè è insignificante che l’uomo non dovrebbe nemmeno porsi il problema di mantenerla o di
abbandonarla. Perciò egli dovrebbe in ogni caso praticare la conservazione della sua vita piuttosto che
rifiutarla.

Dal punto di vista razionale e logico, la vita è male e l’uomo vive «contro natura», perché aspira
naturalmente a una felicità assoluta e illimitata (il piacere autentico), che è la stessa natura a negargli.
Quindi, l’unico rimedio alla noia, al sentimento del nulla che ne deriva è togliersi la vita. Alla logica
stringente di Porfirio (che Leopardi condivide) Plotino contrappone «una lezione di moralità pragmatica». In
cosa consiste?
Gli argomenti di Porfirio non vengono in nulla sconfessati da Plotino, il quale, per convincere l’amico non fa
leva su un diverso giudizio sulla condizione umana (per es. alla convinzione, propria dell’idealismo, che
l’uomo fosse il vertice della natura e che tutto ciò che esiste, la realtà e l’essenza del mondo coincida con
l’io), né tantomeno ricorre alle consuete giustificazioni spiritualistiche e teologiche, che prospettano una
felicità ultraterrena come consolazione ai mali e ai dolori patiti sulla terra; egli fa invece appello
all’affettività e all’etica, cioè a «quel senso dell’animo», che va al di là e a volte contro la ragione, un senso
grazie a cui l’uomo si riconosce legato agli altri da legami di amore e di compassione che non può
infrangere o disattendere. La vita va dunque tollerata per amore degli altri, anche contro la ragione che
mostra invece inequivocabilmente come essa meriti di essere infranta. Di qui deriva anche il potente
messaggio solidaristico della conclusione, un’esortazione a consolarsi e a soccorrersi che anticipa il tema
civile della Ginestra.
Let’s recap
Nel dialogo Porfirio e Plotino rappresentano due voci di pari livello, tant’è che il loro, più che un dibattito, è
un vero colloquio. Essi rappresentano due punti di vista equivalenti, ma diversi.
Porfirio rappresenta il punto di vista del filosofo che riflette sulla vita, sul senso dell’esistenza utilizzando
lo strumento della logica e della razionalità. Se la natura ha dato all’uomo l’amore della conservazione e
della propria felicità, non può allora essere contrario alla natura fuggire l’infelicità con l’unico mezzo a
disposizione: la fine dello stato di sofferenza che è la vita. Il ragionamento di Porfirio, condotto con l’arma
stringente e potente della logica, non «fa una piega», è inoppugnabile.
Plotino rappresenta il punto di vista della morale pragmatica: l’uomo saggio, pur non nascondendo a se
stesso e agli altri i dolori connaturati alla condizione umana, ma anzi accettandoli con coraggio eroico (=
titanismo romantico), sa sopportare «una vita contro natura», costellata di sofferenze e priva di senso, per
amore nei confronti degli altri.
L’importanza del dialogo
«[..] L’importanza di questo dialogo risiede proprio nel messaggio finale, che lo distingue dalle conclusioni
aperte e indefinite di altre operette e che si distacca da un pensiero volto maggiormente al senso della fine,
quale è quello espresso nel 1824. Nel ’27 Leopardi sembra affiancare a questa concezione una visione delle
cose diversa, poiché la figura di Plotino, che è una parte di Leopardi come lo è Porfirio, recupera il pensiero
maturo del poeta: non la disperazione di fronte al nulla e all’indifferenza della natura, o peggio, lo stupore
di fronte all’ordine che è nelle cose e che conduce all’annientamento, ma una forza morale che proviene
dalla completa accettazione dell’umano. Echi di questa impostazione si ritroveranno di lì a poco nella
Ginestra, nei cui versi si racchiude il senso ultimo dell’esperienza vitale e poetica di Leopardi. Ma i temi
trattati, la felicità, il piacere, la noia, la civiltà, la natura e la ragione sono i temi propri del pensiero e del
continuo interrogarsi leopardiani». (F. Cacciapuoti, La “disperazione della felicità”. Note in margine al
Dialogo di Plotino e di Porfirio)

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