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Biologia lezione 17.12.

2020

La cellula procariotica è una cellula che viene definita priva di nucleo; sono cellule, quelle
procariotiche, che presentano una forma sferica quindi denominati cocchi e possono essere
presenti come organismi singoli, organizzarsi in adiplococchi o steptococchi che sono delle lunghe
catene di questi batteri oppure formare delle strutture definite stafilococchi dove si organizzano in
strutture simili a dei grappoli.
Un’altra forma è quella dei bacilli rappresentata da una forma bastoncellare oppure possono
avere forma elicoidale e si possono classificare come spirilli oppure spirochete o vibrioni.
Dunque la forma rappresenta un criterio identificativo delle cellule batteriche.

Dal punto di vista strutturale la caratteristica fondamentale dei procarioti è rappresentata dal fatto
che sono delle cellule che non presentano organelli circondati da membrana per cui sono assenti il
nucleo, i mitocondri, i cloroplasti, il sistema del reticolo endoplasmatico del complesso del Golgi, i
lisosomi.
Cosa invece è presente nel citoplasma di una cellula procariotica?
Un DNA che è localizzato in un’area denominata nucleoide, sono presenti dei ribosomi perché
hanno un apparato enzimatico coinvolto nei meccanismi di replicazione del DNA e nei meccanismi
di espressione genica, hanno enzimi e proteine che intervengono nei processi di trascrizione e
traduzione. I ribosomi, che sono strutture ribonucleoproteiche, sono ribosomi indicati come 70S.
sono dei ribosomi più piccoli rispetto a quelli 80S presenti nelle cellule eucariotiche. Troviamo dei
granuli di riserva contenenti glicogeno, lipidi e composti fosforilati e presentano tutti i complessi
enzimatici che sono coinvolti nelle diverse attività metaboliche. Anche se non sono presenti i
mitocondri tuttavia questi enzimi che hanno la necessità di essere collocati all’interno di una
struttura membranosa, per la cellula batterica si vengono a formare delle strutture chiamate
mesosomi che sono delle introflessioni della membrana plasmatica della cellula procariotica che
vanno a mimare le strutture membranose che sono coinvolte in determinati processi metabolici.
La cellula procariotica che presenta una membrana plasmatica che va ad avvolgerla e per alcuni
tipi cellulari abbiamo anche una parete cellulare e una capsula.

Cosa troviamo anche per la cellula procariotica?


In realtà anche la forma di una cellula procariotica è determinata (per quelle eucariotiche la forma
è determinata dal citoscheletro, formato da tre tipi di fibre: microtubuli, microfilamenti e filamenti
intermedi) dalla parete cellulare che è formata da peptidoglicano; la parete cellulare è uno strato
rigido che va a circondare la membrana plasmatica.
I batteri sono distinti in batteri Gram positivi e Gram negativi sono così identificati grazie ad un tipo
di colorazione che viene definita colorazione di Gram che rappresenta un ottimo strumento di
classificazione batteriologica;
la colorazione di Gram che è stata introdotta da Hans Cristian Gram nel 1884, è una tecnica che
prevede l’impiego di un tipo di colorante che è il cristalvioletto. In realtà la procedura prevede 5
tappe fondamentali:
1. Il preparato che viene messo su un vetrino viene trattato con un colorante che è il
cristalvioletto;
2. Si effettua un lavaggio con una soluzione di iodio;
3. Si decolora il vetrino con acetone;
4. Il vetrino viene trattato con un colorante di contrasto che è la satranina che viene fatto
agire per pochi secondi;
5. In seguito il vetrino viene ulteriormente risciacquato e fatto asciugare all’aria.
In seguito a questa colorazione, andando ad osservare il vetrino al microscopio
ottico si osserva che i batteri che assumono il colore del secondo colorante sono i
Gram negativi

Mentre i Gram positivi presentano una colorazione sul violetto.

In realtà la differenza di colorazione tra i batteri Gram positivi e quelli negativi risiede nella
composizione e nell’organizzazione della parete cellulare. La parete cellulare è costituita da
peptidoglicano che è una lamina costituita da due derivati polisaccaridici che sono l’N-
acetilglucosammina e l’acido N-acetilmuramico.
Nei Gram positivi in realtà abbiamo uno spesso strato di peptidoglicano mentre nei batteri Gram
negativi il peptidoglicano è presente in uno strato molto sottile e oltre questo strato sottile è
possibile trovare un’ulteriore membrana esterna caratterizzata dalla presenza di polisaccaridi
quindi di proteine trans membrana a cui si vanno a legare anche dei gruppi glucidici o
oligosaccaridici e questa componente glucidica va a legare la componente lipidica.

La formazione del peptidoglicano è data da due ammino-zuccheri quindi l’N-acetilglucosammina e


l’acido N-acetilmuramico e quest’ultimo consente il crosslink tra le diverse componenti nella
formazione di questa lamina rappresentata dal peptidoglicano;

tra le cellule procariotiche troviamo anche delle ulteriori strutture che sono rappresentate da:
 Capsula: molti batteri Gram positivi o negativi sono circondati da un rivestimento mucoso
che è composto prevalentemente da polisaccaridi; quando il muco è aderente alla cellula
prende il nome di capsula mentre se è debolmente legato alla cellula prende il nome di
strato mucoso; anche se tra le due strutture non ci sia una netta differenza. In base alla
specie a cui appartiene il batterio, la dimensione della capsula può variare da uno strato
più sottile fino a raggiungere molte volte lo spessore della cellula. Il muco è essenziale per
consentire la sopravvivenza del batterio negli ambienti naturali quindi va a contribuire,
assieme alla parete cellulare, a dare resistenza agli antibiotici e proteggere la cellula per
esempio da eventi di essiccamento. In molti batteri patogeni la presenza o meno della
capsula è un elemento che ci consente di distinguere le forme patogene da quelle innocue
ad esempio lo streptococcus mermoniae la forma virulenta è quella che presenta la
capsula.
 Spore: alcune volte i batteri formano anche delle spore che sono molto resistenti anche
alle condizioni ambientali avverse come per esempio alta o bassa temperatura oppure
eventi di essiccazione. La formazione delle spore prende il nome si sporulazione o
sporogenesi e questo costituisce un importante criterio morfologico per la sistematica dei
batteri stessi. Il processo che porta alla formazione della spora e quindi alla sua estrema
resistenza consiste nella perdita di acqua e nella comparsa di una spessa maembrana
impermeabile. In questo modo gli scambi con l’ambiente si vanno a diminuire
notevolmente e di conseguenza il metabolsimo della spora diventa estremamente lento.
Chiaramente in condizioni di ridotto metabolismo, le spore riescono a sopravvivere anche
per diversi anni.
 Flagelli: dediti alla locomozione. Sono caratterizzati da un corpo basale che va ad ancorare
il flagello alla membrana e alla parete cellulare, dei dischi proteici, una struttura di
congiunzione tra il corpo basale e il filamento che prende il nome di gancio o uncino, il
filamento singolo che è un filamento cavo costituito da una proteina chiamata flagellina. Il
flagello eucariotico è costituito da una struttura denominata sonema che è formata da un
doppietto di microtubuli periferici e da una coppia di microtubuli centrali e il movimento
che si viene a generare nel flagello è un movimento oscillatorio dato da una forza di
scivolamento dato dalla proteina nexina. Il flagello batterico può ruotare in entrambe le
direzioni e il movimento che si genera è un movimento rotatorio propulsivo ed è garantito
grazie all’azione del motore che è rappresentato dal corpo basale. Il batterio utilizza ATP
per pompare protoni fuori dalla cellula ma in questo corpo motore sono presenti delle
proteine che consentono la diffusione dei protoni che in realtà rientrano nella cellula
attivando il motore che inizia a ruotare e questo movimento rotatorio andrà ad azionare il
movimento del flagello che è proiettato nella porzione extracellulare.
 Pili o fimbrie: sono delle appendici proteiche, simili a delle aste cilindriche rigide. Le
fimbrie sono più corte dei flagelli, i pili dono più lunghi delle fimbrie ed entrambi si
estendono dalla parete cellulare. Queste strutture possono presentare una proteina di
riconoscimento che è localizzata all’estremità del pilo e consente alle cellule batteriche di
aderire alle altre cellule; un esempio è un tipo di pilo presente nelle cellule batteriche
dette F+, detto pilo sessuale, che permette alle cellule batteriche di prendere contatto con
cellule batteriche indicate come F-, e quindi poter favorire un tipo di trasmissione
dell’informazione genetica che prende il nome di coniugazione.

Nelle cellule batteriche abbiamo un materiale genetico che è costituito da un DNA a doppio
filamento che è di forma circolare. Il genoma batterico comprende generalmente un unico
cromosoma circolare aploide anche se ci sono state delle identificazioni dove era presente un
unico cromosoma lineare. È un cromosoma che presenta un numero di geni ridotto rispetto a
quelli presenti su un genoma nucleare eucariotico ma ovviamente il genoma cromosomico
batterico contiene i geni che sono essenziali per la sopravvivenza del batterio a cui sono associate
poche proteine.

La replicazione del genoma batterico avviene grazie ad un punto di origine che è stata identificata
come oriC che è una sequenza di 246 paia di basi, è un punto di origine unico in cui si vanno a
formare due forcelle di replicazione che rappresentano le regioni di sintesi attiva del DNA. A livello
di ciascuna forcella i filamenti parentali del DNA si separano e quindi vengono sintetizzati i due
filamenti figli. Questa replicazione, costituita dunque da un unico replicone, termina nel punto
diametralmente opposto al punto di origine dando origine a due molecole di DNA batterico
sempre di forma circolare, sempre formate da un filamento parentale e uno di nuova sintesi.

Nelle cellule batteriche è stato riscontrato materiale genetico extra-cromosomiale che è costituito
da delle strutture di DNA sempre di forma circolare che sono chiamati plasmidi; sono delle
molecole di piccole dimensioni che hanno la capacità di replicazione autonoma rispetto alla
replicazione del DNA principale e alcuni di questi plasmidi mostrano anche la capacità di integrarsi
nel cromosoma batterico e prendono il nome di episomi.
I plasmidi vanno a codificare geni per alcuni fattori che rendono il batterio virulento come ad
esempio le adesine (proteine) oppure possono anche codificare delle tossine oppure presentano
dei geni che rendono i batteri resistenti a determinati antibiotici.
Come si riproducono i batteri?
I batteri per quanto riguarda la riproduzione che viene definita asessuale, si riproducono mediante
una modalità principale che viene definita di scissione binaria. Con questo meccanismo una cellula
batterica duplica il proprio materiale genetico ed altri componenti cellulari e da questa cellula
madre si vengono a generare due cellule figlie che sono geneticamente identiche alla cellula
madre. Questo tipo di trasferimento genetico viene indicato come di trasferimento verticale. Nella
scissione binaria non c’è la formazione di un fuso mitotico. In realtà c’è un fuso mitotico primitivo
che è rappresentato da una struttura che prende il nome di setto trasversale che è un mesosoma
settale che è sempre rappresentato da una invaginazione, la membrana plasmatica seguita dalla
parete cellulare che in realtà si va ad invaginare, formando un apparato mitotico primordiale e
questo determinerà questa formazione di mesosomi settali che porteranno in seguito alla
duplicazione del DNA, dunque le due molecole del DNA verranno separate, e questa separazione
viene seguita anche da una separazione citoplasmatica grazie a questa struttura rappresentata dai
mesosomi settali che non sono altro che una invaginazione della membrana plasmatica seguita
dalla parete cellulare che portano alla produzione di due cellule figlie.

In questo processo di replicazione si possono verificare anche delle mutazioni spontanee, che
possono anche essere indotte da radiazioni naturali o da errori durante il processo replicativo e
dunque rappresentano la principale fonte di variabilità genetica dei procarioti. Proprio perché i
procarioti sono aploidi, presentano quindi hanno un solo allele per ciascun gene, le mutazioni si
esprimono in ciascuna cellula sulla quale la selezione naturale agisce in modo diretto. Questo
spiega l'impiego delle cellule procariotiche come modelli sperimentali che sono usati per esempio
dal che dai genetisti .
Gli alti tassi di mutazione e l’elevata velocità riproduttiva, sono fattori che rendono queste cellule
particolarmente adatte ai cambiamenti ambientali.

 Ricombinazione genica:
Nelle cellule eucariotiche possono avvenire degli eventi di ricombinazione genica che sono
associati al modello riproduttivo della meiosi. Gli eventi di variabilità genetica sono da ricondurre
sia al processo di crossing over in profase 1 dove avviene uno scambio di porzioni di DNA tra
cromatidi non fratelli appartenenti a cromosomi omologhi; l’altro evento è dato dal casuale
orientamento di questi cromosomi sulla piastra equatoriale in metafase 1.
Nei procarioti gli eventi di ricombinazione rispetto al processo di riproduzione sono due eventi
separati e distinti. Anche nei batteri i geni possono essere trasferiti da un batterio all'altro
attraverso dei meccanismi distinti e il nuovo DNA che viene introdotto può andare a effettuare dei
processi di ricombinazione con il DNA presente nella cellula che ospita questo nuovo DNA e quindi
si possono verificare degli eventi di ricombinazione genica e quindi generare una variabilità
genetica.
Questi eventi di ricombinazione che si possono verificare a livello delle cellule batteriche e
possono avvenire tramite tre distinti meccanismi; si parla di eventi di:
 Coniugazione;
 Trasformazione;
 Trasduzione.
Questi tre meccanismi permettono il trasferimento del materiale genetico tra due cellule
batteriche da cui verrà conseguentemente scaturita una ricombinazione genica.
I tre meccanismi quindi implicano un trasferimento orizzontale dei geni che generalmente si
verifica tra organismi di una stessa specie.
 Che cosa accade nella coniugazione batterica?
In questa modalità di trasferimento dell'informazione genetica ci sono delle cellule batteriche che
entrano in contatto l'una con l'altra, inizialmente connettendosi attraverso una struttura tubulare
chiamata pilo sessuale il quale va a formare un ponte citoplasmatico che ha il compito di mettere
in comunicazione due cellule. Durante la coniugazione una copia di parte del DNA di una cellula
donatrice si trasferisce in una cellula ricevente attraverso questo ponte citoplasmatico e una volta
che questo DNA della cellula donatrice è entrato nella cellula ricevente, dunque si va ad appaiare
con la regione omologa del DNA della cellula ricevente, può aver luogo la ricombinazione genetica.
Attraverso questo trasferimento unidirezionale di DNA, la coniugazione batterica realizza una
forma di riproduzione che può essere indicata come sessuale, dunque tipica dei procarioti.
La capacità di effettuare questo processo di coniugazione dipende proprio dalla presenza nella
cellula donatrice e di una sequenza di DNA che è una sequenza che può essere presente in un in
un plasmide o anche nel DNA cromosomico. Questa sequenza di DNA prende il nome di fattore F
che è un fattore di fertilità e infatti le cellule donatrici nella coniugazione sono chiamate F+ perché
contengono proprio questo fattore F. quest’ultimo è caratterizzato dalla presenza di una ventina di
geni alcuni dei quali codificano per proteine che costituiranno il pilo sessuale.

 Cosa accade nella trasformazione?


L'altra modalità di trasferimento laterale del genoma è rappresentata dal meccanismo di
trasformazione in cui si verifica un meccanismo in cui dei batteri vanno ad incorporare delle
sequenze di DNA che sono state rilasciate per esempio da altre cellule batteriche che hanno subito
un processo di lisi. Durante il processo litico di un batterio che muore, viene rilasciato il materiale
genetico che viene incorporato e quindi assunto da una da una cellula batterica. Il DNA può essere
assunto grazie anche a delle interazioni tra frammenti di DNA esogeno con proteine che sono
localizzate sulla superficie di un batterio ricevente. Questo DNA esogeno entra nella cellula
batterica e può essere utilizzato in eventi di ricombinazione genica con porzioni di DNA presenti
nel genoma della cellula ospite o ricevente.

 Cosa accade nella trasduzione?


In questo caso il DNA viene accolto da una cellula batterica ricevente grazie degli elementi che
hanno ruolo di vettori che sono i virus. Nella trasduzione sono contemplate diverse fasi:
1. Il DNA di un fago (virus che va a infettare delle cellule batteriche aderendo alla membrana
della cellula batterica e rilasciando il proprio genoma all'interno del citoplasma della
cellula batterica) temperato penetra nella cellula batterica.
2. Il DNA fagico può essere integrato nel DNA della cellula ospite come un profago; in seguito
ad eventi che possono essere ambientali o mutazioni e questo in realtà questo batterio
può andare incontro ad un ad un ciclo litico.
3. Quando il profago si trasforma in litico, il DNA batterico viene degradato e nuovi fagi
vengono prodotti. I nuovi fagi formatisi possono contenere del DNA batterico.
4. La cellula batterica si lisa e libera fagi, capaci di infettare altre cellule.
5. Un fago infetta una nuova cellula ospite.
6. I geni batterici introdotti nella nuova cellula ospite vengono integrati nel DNA della cellula
ospite. Essi diventano parte del DNA batterico e vengono replicati con esso.
Questo meccanismo di trasferimento genico può avvenire grazie a meccanismi di coniugazione
dove si hanno due fagi un F+ e un F- quindi una cellula batterica donatrice è una ricevente. F+
presenta quindi dei geni che codificano per le proteine che vanno a costruire il pilo sessuale che è
in grado di consentire il trasferimento di sequenze geniche da una cellula donatrice ad una
ricevente. Oppure il trasferimento può avvenire mediante il meccanismo di trasformazione: una
cellula batterica ricevente va ad acquisire delle particelle di DNA che sono state liberate in seguito
alla lisi di una di una cellula batterica. In questo caso il DNA potrà essere assunto dalla cellula
batterica grazie a delle interazioni con particelle proteiche che sono localizzate sulla membrana
oppure sperimentalmente possono essere creati anche dei pori mediante tecniche di
elettroporazione.
Nella trasduzione si hanno delle particelle virali che fungono da vettori per il trasferimento di
porzioni geniche da un batterio ad un altro grazie al genoma virale che riesce ad integrarsi nel
genoma batterico e quindi nel momento in cui il genoma batterico va a trasformare questo ciclo
lisogenico in un ciclo litico, si ha la frammentazione del genoma e la sua replicazione, che porterà
con sé porzioni del genoma del primo batterio che potrà trasferire in una seconda cellula batterica.

I batteri possono essere suddivisi anche sulla base delle caratteristiche metaboliche. Tutti gli
organismi assumono carbonio in diverse modalità e i procarioti mostrano la più elevata diversità
nei modi che possiedono per assimilare carbonio. Alcuni procarioti possono essere definiti
autotrofi quando questi ottengono il carbonio da una molecola inorganica ed altri vengono definiti
eterotrofi quando riescono ad ottenere carbonio da molte molecole organiche. Quindi i batteri
possono essere classificati anche in base alla fonte di energia che vanno ad utilizzare per favorire
le loro attività biologiche. Si può dunque parlare di:
- Chemiotrofi: che assumono energia dall’ossidazione di sostanze organiche o inorganiche. I
chemiotrofi sono ampiamente diffusi tra i procarioti;
- Fototrofi: che ottengono energia dalla luce.
Combinando la fonte di carbonio utilizzata con la fonte di energia che utilizzano si può ottenere la
seguente classificazione:
- Chemioautotrofi ottengono energia dall’ossidazione di sostanze organiche o inorganiche
come l’ammoniaca o i nitrati ed utilizzano la CO2 come fonte di carbonio; utilizzano gli
elettroni che vanno a rimuovere dall’ossidazione per produrre molecole organiche
riducendo la CO2 o fornendo energia per la sintesi di ATP.
- Chemioeterotrofi: che utilizzano le molecole organiche ossidandole come fonte di energia
e assumono carbonio in forma organica.
- Fotoautotrofi: sono organismi fotosintetici che organizzano la luce come fonte di energia e
la CO2 come fonte di carbonio. Questi comprendono i cianobatteri;
- Fotoeterotrofi: utilizzano la luce come fonte finale di energia ma utilizzano carbonio in
forma organica piuttosto che come CO2. Sono in realtà limitati poiché sono batteri non
sulfurei, purpurei e verdi.

I procarioti si differenziano anche in base alla loro capacità di utilizzare l’ossigeno nel loro
metabolismo per cui sono distinti in:
- Aerobi: richiedono ossigeno per la respirazione cellulare ovvero l’ossigeno rappresenta
l’accettore finale degli elettroni per questo processo. Non possono crescere né replicarsi in
assenza di ossigeno.
- Anaerobi: per sopravvivere non richiedono la presenza di ossigeno.
1. Anaerobi obbligati: sono avvelenati dalla presenza dell’ossigeno e sopravvivono sia
per mezzo della fermentazione nella quale le molecole organiche rappresentano gli
accettori finali degli elettroni, sia per una forma di respirazione in cui le molecole
inorganiche sono utilizzate come accettori finali di elettroni.
2. Anaerobi facoltativi: utilizzano l’ossigeno quando questo è presente ma se questo
non dovesse essere disponibile, possono vivere grazie a processi di fermentazione.

Seguendo la tassonomia, ovvero la scienza della classificazione biologica, è stato osservato che
anche se al microscopio la maggior parte dei procarioti mostra delle caratteristiche tipiche quali
forma e dimensioni simili, quando poi sono state introdotte delle tecniche di biologia molecolare
che hanno permesso l’isolamento, l’amplificazione ed il sequenziamento degli acidi nucleici, sono
stati prodotti dei cambiamenti radicali nella metodologia di studio dei microrganismi e
conseguentemente la metodologia di analisi delle relazioni filogenetiche. Proprio sulla base
dell’impiego di somiglianze e differenze nucleotidiche che riguardano l’RNA ribosomiale, rRNA 16S,
presente nella subunità ribosomiale minore, questo ha consentito di poter dar luogo ad una
classificazione più precisa; dall’analisi di queste sequenze è emerso che tra i batteri si trovano dei
gruppi di organismi molto distanti tra di loro da un punto di vista filogenetico. Ciascun gruppo ha
accumulato numerose differenze quindi attualmente i procarioti non si presentano come un
gruppo monofiletico infatti nel 1990 sono state proposte tre linee evolutive, o domini, differenti:
1. Dominio Eukarya: comprende organismi formati da cellule con la presenza del nucleo
dunque protisti, funghi, piante ed animali.
2. Dominio Archaea.
3. Dominio Bacteria.

Gli archeobatteri rappresentano un dominio che va a racchiudere molte specie che vivono in
habitat estremi ed hanno strategie metaboliche molto differenti. Le caratteristiche peculiari degli
archeobatteri sono:
- non presentano una parete cellulare composta da amminoglicano, ma presentano una
struttura formata da pseudo-peptidoglicano nella parete cellulare. Questo è formato da
due aminozuccheri: il NAG (N-acetilglucosamina) e l’acido N-aceil-talosaminuroico (NAT)
legati tra loro da un legame β-(1-3) glicosidico.
- Fosfolipidi di membrana: idrocarburi a catena ramificata che sono sintetizzati a partire da
unità isopreniche e sono legate alla molecola del glicerolo non mediante un legame
estereo ma mediante un legame etereo. Nel legame eterico si evidenzia l’assenza di un
secondo atomo di ossigeno che è un elemento elettronegativo, dunque la sua assenza
rende il legame etereo più forte di quello estereo e questo elemento potrebbe contribuire
alla capacità che questi batteri hanno di vivere in habitat difficili e inospitali.
Gli archeobatteri possono essere definiti come delle cellule ibride, dunque con elementi di
similitudine con gli eucarioti:
- La metionina è il primo amminoacido che viene inserito dagli eucarioti nella catena
polipeptidica, mentre gli archeobatteri inseriscono una metionina non modificata.
- L’RNA polimerasi degli archeobatteri è simile all’RNA polimerasi 2 delle cellule eucariotiche;
è dunque una RNA polimerasi molto più complessa rispetto a quella presente nei bacteria.
- RNA degli archeobatteri non sensibile alla rifamicina che è un antibiotico che porta ad una
inibizione del processo trascrizionale dei bacteria.

Gli archeobatteri vengono suddivisi in quattro fila principali in base ai meccanismi del
metabolismo:
- Crenarchaeota: che comprendono i termofili estremi che sono batteri che vivono a
temperature estreme fino a 110℃ oppure a temperature molto basse.
- Euryarchaeonta: che includono batteri che vivono in ambienti estremi come i metanogeni
che vivono in ambienti privi di ossigeno e producono gas metano a partire da idrocarburi
semplici; oppure gli alofili estremi che sono eterotrofi che vivono in soluzioni sature di sali.
- Korarchaeota: presentano le caratteristiche simili a quelle sopra elencate.
- Nanoarchaeota: termofili estremi che sono state scoperti in sorgenti termali.

I VIRUS

Non si può parlare di cellule ma di vere e proprie unità acellulari scoperti nell’800 mentre si
studiava una malattia che aveva colpito le piantagioni di tabacco. Gli è stato dato questo nome che
dal latino significa veleno. In realtà è stato possibile identificarli in maniera più precisa con
l’introduzione del microscopio elettronico.

I virus sono delle strutture acellulari e per questo non presentano delle strutture che permettono
loro di poter vivere in maniera autonoma ma necessitano di tutte le componenti che sono presenti
in una cellula animale, vegetale o batterica. Vengono dunque definiti dei parassiti intracellulari
obbligati che possono sopravvivere soltanto quando si inseriscono all’interno di una cellula che li
ospita e sono in grado di utilizzare le risorse della cellula ospite. I virus che vanno ad infettare le
cellule batteriche sono definiti batteriofagi o fagi.

I virus hanno dimensioni tra i 20 nm ed i 300 nm, dunque dimensioni molto piccole; come i
poliovirus (30 nm) ed i poxvirus che causano il vaiolo (300 nm). Negli ultimi tempi sono stati
identificati anche virus molto più grandi paragonabili anche a delle dimensioni batteriche circa 1
micron.

Un virus si compone di un core di acido nucleico il quale può essere costituito o da DNA o da RNA
e il core è protetto dal capside, una struttura proteica, che è a sua volta costituito da subunità
proteiche denominate capsomeri.

Quando si parla di virione ci si riferisce ad una particella virale che non è inserita nella cellula
ospite ed è la struttura attraverso la quale il genoma vitale viene trasportato da una cellula che lo
ha prodotto ad una cellula dove l’acido nucleico virale potrà essere introdotto dando di nuovo
inizio ad uno stato intracellulare.
Il termine virus va ad indentificare uno stadio del ciclo intracellulare dove avviene la replicazione
del genoma, prima che si possano formare le nuove copie del genoma e poi le componenti di
rivestimento virale.

Un virus è costituito da DNA o da RNA. Quest’ultimo può essere a singolo filamento o a doppio
filamento; nell’ambito dei virus ad RNA a singolo filamento ci possono essere dei virus a singolo
filamento con polarità positiva e dei virus a singolo filamento con polarità negativa.
- Polarità positiva: indica che questo filamento viene direttamente utilizzato come molecola
di mRNA;
- Polrità negativa: indica che questo filamento di RNA viene trascritto fino a dare un mRNA.
Si hanno dei genomi virali costituiti da DNA e ancora una volta possono essere a singolo filamento
o DNA a doppio filamento e ancora abbiamo molecole o genomi virali DNA-RNA ovvero i
retrovirus.

La forma di un virus è un elemento di classificazione ed è determinata dai capsomeri (subunità


proteiche) e dalla loro organizzazione. I capsomeri possono assumere tre forme principali:
- Elicoidale: forma elicoidale cava all’interno della quale si trova un acido nucleico
rappresentato da RNA
- Poliedrica come negli adenovirus
- Complessa: combinazione di più forme ad esempio il batteriofago.

Alcuni virus presentano un ulteriore involucro, un involucro esterno, che è un involucro


membranoso che in questo caso è assunto dalla particella virale nel momento in cui viene
rilasciata dalla cellula ospite; su queste membrane sono localizzate delle proteine sintetizzate dal
genoma virale, sono definite spine e servono per l’interazione del genoma virale con particolari
recettori localizzati sulla membrana della cellula ospite.

Replicazione dei virus:


Il processo di replicazione di un virus può avvenire soltanto se questo è ospitato all’interno di una
cellula. Le fasi della replicazione virale prevedono che il virus si attacchi alla superficie della cellula
ospite quindi l’acido nucleico virale deve essere introdotto in questa cellula; dunque i componenti
della cellula ospite sono impegnati nella replicazione del genoma viale e a questo punto verranno
sintetizzate le proteine virali e queste componenti verranno assemblate per la formazione di
nuove particelle virali che verranno poi rilasciate dalla cellula ospite.

Si distinguono due modelli riproduttivi che sono il ciclo litico ed il ciclo lisogenico.
- Ciclo litico: si ha un batteriofago che va a localizzarsi sulla membrana della cellula ospite
grazie a delle fibre; viene rilasciato il DNA virale del fago nella cellula ospite. Qui il genoma
virale sarà replicato per mezzo di apparati replicativi della cellula che lo ospita. Inoltre il
virus esprime anche degli enzimi litici che porteranno alla lisi della cellula ospite da qui
verranno liberate le particelle virali che andranno ad agire su altre cellule batteriche.
- Ciclo lisogenico: i virus che hanno questo tipo di ciclo sono definiti virus temperati. In
questo caso il genoma virale entra nella cellula batterica ospite e va ad integrarsi con il
genoma di chi lo ospita, prendendo il nome di profago e verrà replicato assieme al genoma
batterico. Dunque i geni che codificano le proteine strutturali virali in questa fase verranno
repressi. Si possono verificare delle situazioni ambientali che possono portare ad una
trasformazione di questo ciclo in un ciclo litico. Si ha l’espressione delle particelle virali che
potranno essere liberate dalla cellula batterica ospite ed andare a rendere virali altre
cellule batteriche.

Conversione lisogenica ovvero il batterio che presenta nel proprio genoma, questo genoma virale
integrato, mostrerà delle nuove proprietà.

Virus animali:
il virus che va ad infettare una cellula animale, si moltiplica; si può verificare un inserimento di
questo genoma virale all'interno del genoma della cellula ospite e questo può essere anche un
elemento che può portare ad una trasformazione neoplastica della cellula oppure per esempio la
penetrazione della particella virale nella cellula animale può portare ad una moltiplicazione virale
quindi attivazione della replicazione virale che potrà conseguentemente portare ad una lisi della
cellula ospite; potrebbe anche avvenire una persistente infezione e quindi sia da parte di questa
cellula animale un rilascio anche lento di particelle virali senza che vi sia una morte della cellula
animale; o questa particella virale può essere presente in una cellula l'animale in una forma
latente senza causare danni alla cellula ospite che successivamente potrebbe comunque portare
ad una conversione quindi ad una lisi della cellula ospite.

I virus animali, oltre ad essere formati da un genoma con il proprio capside, sono caratterizzati da
una membrana esterna con queste caratteristiche proteine che sono localizzate nella porzione
esterna di questo involucro. Questo determinerà un attacco specifico della particella virale alla
membrana della cellula ospite che porterà alla fusione della membrana virale con la membrana
della cellula ospite. La particella virale con il suo capside entrerà all’interno del citoplasma, il
genoma virale verrà rilasciato e grazie a delle proteine di integrazione riesce anche ad entrare nel
nucleo della cellula ospite. L’acido nucleico virale si replicherà e verrà trascritto in mRNA e
quest’ultimo recluterà dei ribosomi cellulari della cellula ospite per la sintesi delle proteine virali e
le vescicole di trasporto, trasporteranno le glicoproteine virali alla membrana plasmatica e ci sarà
un assemblaggio dei nuovi virus coperti dalla membrana plasmatica, qunque i virus saranno
rilasciati dalla cellula ospite.

Retrovirus:
i retrovirus rappresentano un tipo particolare di virus che invece sono caratterizzati da un acido
nucleico che è l’RNA. In questo caso i virus portano con se degli enzimi tra i quali troviamo la
trascrittasi inversa che è una DNA polimerasi RNA dipendente. In realtà questi virus rilasciano il
proprio DNA che grazie alla trascrittasi inversa verrà copiato in una molecola di DNA a singolo
filamento il quale fungerà da stampo per una DNA polimerasi che andrà a creare una molecola di
DNA a doppio filamento. Quest’ ultimo verrà trasferito nel nucleo della cellula ospite dove grazie
all’enzima integrasi, sempre di tipo virale, andrà ad inserirlo nel cromosoma della cellula ospite. Se
il DNA virale viene attivato, avviene un processo di trascrizione per cui verrà prodotto RNA virale e
verranno prodotte nuove particelle virali che saranno rilasciate dalla cellula ospite.

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