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Storia delle idee pedagogiche

Storia Della Pedagogia


Università degli Studi di Roma La Sapienza
21 pag.

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Storia delle idee pedagogiche
CAP.1- La paideia. Socrate e Platone
La società e la cultura greche diedero forma ad un modo di concepire l’educazione che si trova alla base
delle prime riflessioni su ciò che è l’essenza stessa dell’educazione e della formazione dell’uomo.
Ciò che i Greci chiamarono paideia (da pais= bambino; lo stesso termine pedagogia è un composto di
questo vocabolo e del verbo aghein= condurre) fu, nella sua sostanza, il processo di maturazione
dell’essere umano attraverso lo studio e la ricerca costanti della verità, di cui la cultura esprimeva i
contenuti più validi sul piano religioso, morale, intellettuale. I grandi filosofi classici fecero di questa
problematica uno dei principali temi della loro visione del mondo e dell’uomo.
o scopo dell'educazione greca sarà quello di promuovere nei giovani lo sviluppo virtù, intese come forze
interiori che permettono all'essere umano di agire bene e di vivere una vita buona. Tutta la cultura e le doti
fisiche e intellettuali di ciascuno devono essere rivolte a questo ideale, che nello stesso tempo fissa un fine
di armonia psicofisica per i singoli individui e di benessere sociale e politico per la comunità della polis.
Dal mito alla letteratura e, infine, alla riflessione filosofica, saranno Socrate, Platone ed Aristotele a
sviluppare compiutamente queste consapevolezze, dando ad esse una compiuta impalcatura teorica che
resisterà per millenni nelle sue motivazioni ideali e che si adeguerà continuamente ai cambiamenti sociali,
culturali e religiosi delle epoche successive.

Socrate, nato intorno al 470 a.c., è un pensatore la cui vita, il carattere e la filosofia hanno esercitato una
profonda influenza sulla filosofia antica e moderna: egli diede vita, nel suo insegnamento, all’ideale di un
uomo capace di penetrare negli aspetti più profondi della realtà, osservando il controllo più completo su se
stesso, sulle proprie emozioni.
Nutre una fiducia nell’idea che la ragione, se educata, possa e debba essere il fattore più importante nel
controllo di tutti gli aspetti della vita umana ed infine non prova timore di fronte alla morte ingiusta (fu
condannato per aver corrotto con i suoi insegnamenti i giovani).
L’ideale socratico è alimentato dalla convinzione che, una volta riconosciuta la virtù, sia impossibile non
agire virtuosamente. La virtù è una forma di conoscenza. Bisogna superare le apparenze e ricercare le verità
più profonde anche a costo di mettere in crisi le credenze consolidate o di essere costretti a riconoscere la
propria ignoranza.
Socrate si è quindi impegnato su come egli e gli altri suoi concittadini potessero diventare uomini buoni.
Attraverso il metodo del dialogo, vuole far acquisire maggiore saggezza e conoscenza. Il metodo dialogico
assume fondamentale importanza nell’insegnamento socratico-platonico, anche in base alla riflessione sul
rapporto discepolo-maestro.
In Socrate avviene la scoperta dell’essenza autentica dell’uomo, cioè l’anima : la virtù consiste nella cura
dell’anima. La sua ricerca, da lui definita maieutica , consiste nel maestro che estrae la verità che è
nell’allievo. La maieutica mette in discussione la concezione sofistica del saper e stabilisce l’esigenza di
verità come elemento essenziale dell’insegnamento e dell’apprendimento.

L’allievo più fedele, fu Platone (nasce ad Atene nel 427 a.C. da una famiglia aristocratica) che condivide con
Socrate la convinzione che l’uomo sia un essere spirituale, la cui anima è divisa in tre parti distinte:
-parte concupiscibile: sede dei desideri e volta al soddisfacimento di essi
-parte irascibile :sede del coraggio e volta a proteggere l’individuo nelle difficoltà
-parte razione: dovrebbe governare le prime due
Ne La Repubblica (opera principale di Platone) descrive la società ideale, e divide anch’essa in tre classi:
produttori, guerrieri e governanti-filosofi. La prima classe viene quasi accantonata, mentre per le altre due
classi è prevista una formazione specifica. I guerrieri devono essere osservati e sottoposti a duro
allenamento per sviluppare le virtù che servono in una battaglia, mentre i filosofi hanno un periodo di
formazione più lungo, perché hanno il compito di governare la Repubblica.
Viene curato non soltanto il profilo intellettuale, ma anche la personalità, il corpo e lo spirito. Nel mito della
caverna gli uomini sono rappresentati come vittime di una cecità della quale possono emanciparsi soltanto
pochi individui (i filosofi) che hanno il coraggio di andare oltre le apparenze e le mere opinioni. Essi hanno il
dovere morale di richiamare i propri simili all’emancipazione.

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Per quanto riguarda la dialettica, Socrate trova queste capacità in tutti, mentre Platone ritiene che sia una
caratteristica che si trova soltanto in pochi esseri umani eletti.
Il filosofo è colui che conosce il bene più alto. Il sistema educativo individua e sviluppa le qualità degli
individui al fine di inserirli nella classe per cui sono adeguati naturalmente. L’educazione deve fornire il
pieno sviluppo della personalità nell’individuo e la forma più perfetta di società.

Parte antologica: La Repubblica è il più famoso dialogo platonico, nel quale il tema fondamentale è la
giustizia nello Stato ideale. La questione educativa è tra le più significative affrontate dal dialogo e le pagine
che seguono illustrano le considerazione e le prescrizioni intorno all’educazione dei filosofi, i reggitori dello
Stato, per i quali il percorso formativo dura fino al compimento dei cinquant’anni. In Platone si coglie l’idea
di un’educazione aperta al merito, che riconosce pari capacità intellettuali alle donne. L’educazione, d’altra
parte, deve essere un delicato processo di sviluppo dell’attitudine di ogni uomo, a suo modo, di scoprire la
verità in se stessi.

Cap.2-La paideia e il sistema aristotelico


Aristotele nacque a Stagira nel 384 a.C., figlio di un medico del re di Macedonia. Entrò all’età di diciassette
anni nell’Accademia di Platone e vi rimase fino alla morte del maestro. Lasciò poi Atene e nel 343 fu
incaricato da Filippo il Macedone come precettore del figlio Alessandro. Tornò ad Atene nel 335, quando
Alessandro salì al trono e fondò la sua scuola, il Liceo. Alla morte di Alessandro, nel 323, lasciò di nuovo
Atene, nella quale si era affermato un forte partito antimacedone, e si stabilì a Calcide, dove morì l’anno
dopo.
La versione di Aristotele è certamente più realistica di quella platonica. Filosofare è un’attività per pochi
uomini liberi e dotati delle attitudini necessarie. Egli non intendeva la filosofia come un sapere a sé, ma
come la ricerca dei fondamenti di tutti i saperi. Ruolo primario lo aveva la logica: articolata intorno alla
nozione fondamentale del sillogismo, cioè la struttura basilare del ragionamento.
L’intero sistema aristotelico reggeva su una disciplina: la metafisica ovvero analisi dei fondamenti
dell’ontologia e dei saperi intorno alla natura, all’uomo e alla divinità, è dunque la disciplina che studia
l’essere.
Al suo interno troviamo i concetti fondamentali della rappresentazione scolastica del mondo. Ogni essere è
destinato ad una crescita che dia sviluppo ad armonia, forma e alle sue risorse interiori, che altrimenti
rimarrebbero allo stato grezzo (materia). Tutto ciò è possibile soltanto attraverso l’opera di Dio.
Sul piano pedagogico, il bambino assume progressivamente la propria identità e sviluppa quelle che sono le
sue potenzialità.
Per quanto riguarda invece l’etica morale e l’agire umano, la felicità è il fine ultimo dell’uomo.
La teoria della morale si concentra quindi sulla descrizione di ciò che è il bene. L’agire morale è orientato in
base all’educazione ricevuta, che dovrebbe permettere il riconoscimento intuitivo del bene. L’uomo è
soggetto a molteplici impulsi che gli potrebbero far perdere la via ottenebrando la religione.
Dottrina del giusto mezzo: è necessario che l’uomo intenzionato a vivere una vita buona, fruisca dei beni
che sono a sua disposizione senza eccedere, né rinunciare oltre il dovuto ad essi. Anche qui troviamo il
concetto di virtù, alla quale vengono opposti i vizi.
La virtù è un costume, un’abitudine ad agire bene e si acquisisce con l’esperienza.
Obiettivo dell’insegnamento e dell’educazione: far acquisire ai giovani i costumi adeguati, far sviluppare le
virtù essenziali della morale e della mente.

I greci concepivano l’educazione quindi come un percorso di crescita il cui fine principale era lo sviluppo
armonioso di tutte le migliori potenzialità dei singoli individui. La paideia tradizionale, si rivolgeva
intenzionalmente alla crescita equilibrata di tutte le facoltà.

Parte antologica: Nel brano riportato, Aristotele propone una sintesi panoramica della sua visione della
vita morale e spirituale, con la nota distinzione tra vita attiva e vita contemplativa e soprattutto con la sua
definizione della vita buona e virtuosa, che diviene la base dell’educazione, a cui il filosofo attribuisce il
compito di proporre alle giovani generazione la varietà dei modi di vita e quali debbano essere preferiti,
specialmente in vista dell’armonia dell’individuo e per il bene dello Stato.

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Cap.3- Il cristianesimo e l’educazione: sant’Agostino e san Tommaso
Il cristianesimo ha una valenza pedagogica, nel senso che pone al centro della sua attenzione il problema
della formazione dell’uomo.
L’interesse pedagogico dei primi cristiani, documentato già negli scritti del I secolo d.C., si sviluppò
ulteriormente nel contatto sempre più stretto con il mondo e la cultura classici. Il problema
dell’educazione è, da questo momento in poi, visto nella prospettiva della salvezza integrale della persona
ed il suo presupposto è la stessa natura dinamica dell’esistenza umana.
La persona umana è un essere che vive nel tempo e che si modifica, cresce, prende forma
progressivamente nel corso della vita; la fede stessa cresce, allora, nel tempo insieme alla persona.
L’esistenza umana nel suo complesso è concepita come un percorso di crescita interiore, tanto sul piano
fisico e psichico, quanto nella dimensione spirituale che, secondo l’antropologia cristiana, compenetra di sé
la personalità ed il corpo umani.
Un capitolo significativo della storia delle idee pedagogiche in Occidente è connesso alla storia della
spiritualità cristiana nelle sue espressioni principali. I temi portanti della spiritualità e della morale cristiane
saranno nel Medioevo e per un lungo tratto dell’età moderna le fonti principali dell’educazione occidentale.
In questo contesto, la famiglia è valorizzata nella sua funzione sociale di ambiente educativo privilegiato ed
è così che la Sacra Famiglia diviene il modello della famiglia umana ed anche in questa prospettiva, la sua
funzione di luogo degli affetti e delle cure è valorizzata come nucleo essenziale della società umana.
I primi grandi teologi, da Clemente Alessandrino ad Agostino, descrissero la loro fede come la vera filosofia.
Agostino,il più grande dei Padri della Chiesa occidentale, nacque nel 354 a Tagaste, nell’attuale Algeria. Fu
educato a Madaura e, poi, a Cartagine; successivamente divenne maestro di retorica, prima nella città
natale, poi a Cartagine. Nel 838 si recò in Italia, dove rimase per circa cinque anni, durante i quali la
direzione della sua vita cambiò radicalmente. Benchè fosse stato educato nella Chiesa, si convertì allo
studio della filosofia nel 373, mentre leggeva l’Ortensio di Cicerone. Morì nel 430.
Agostino è considerato come l’autore del De magistro, un dialogo che appartiene alla giovinezza del
vescovo di Ipponia, probabilmente il primo testo in cui si pone la questione esplicita del rapporto tra
maestro e discepolo.
In Agostino è centrale il tema della cosiddetta “terza navigazione” legata ad una visione della verità che
implica un percorso non solo conoscitivo, ma d’amore. La vita intellettuale, non è mai disgiunta da quella
affettiva e morale.
Tutto l’essere umano è desideroso d’amore, ed è l’amore stesso che il singolo cerca nella sua esistenza; la
vita in sé si può senz’altro intendere come una ricerca di verità che coincide con l’amore stesso. La verità è
Dio e Dio è l’amore.
Riprendendo un’immagine platonico, Agostino vede la ricerca esistenziale che ciascun uomo compie al
riguardo di sé, anche quando gli esiti sono erronei e portano lontano da Dio, come una navigazione al di là
dell’apparente. La scelta di credere assume, dunque, in Agostino, il carattere di una scelta fondamentale
anche nella ricerca della verità.
Un elemento da tenere in considerazione per comprendere la pedagogia agostiniana è la riflessione che il
teologo elabora sulla concezione cristiana della Trinità divina, a cui è dedicata una delle opere maggiori di
Agostino. Ciò che interessa la prospettiva pedagogica è costitutiva dell’identità di ciascuna di esse.
L’analisi del rapporto tra maestro e discepolo mette in rilievo il carattere relazionale dell’opera educativa;
l’educazione è innanzitutto un rapporto tra persone, a prescindere dagli altri caratteri che può avere sul
piano sociale, ed il rapporto educativo è un esempio significativo della molteplicità di relazioni che
costituisce la trama della vita umana, nel rapporto del singolo con gli altri e con Dio stesso.
Il punto di partenza di tutta la riflessione agostiniana è il dato della sua vita, trascorsa alla ricerca della
verità e della felicità. La ricerca umana è desiderio del bene, perché soltanto il bene può permettere il
conseguimento della felicità autentica e l’educazione deve essere orientata a rendere i giovani consapevoli
del legame tra la verità, il bene e la felicità.
L’educazione è ricerca del senso della vita attraverso il perseguimento del bene più grande ed autentico
che, nella prospettiva credente, è Dio stesso.
La Città di Dio è l’ultimo, e forse il più grande, capolavoro agostiniano; fonda la stabilità della città eterna di
Dio e mostra come il tempo antico è già passato, l’età di mezzo, come l’avrebbe definita per primo, ed il suo

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libro ne segnò, in qualche modo, sul piano culturale, secondo l’interpretazione di Marrou, l’inizio, sarebbe
stata a sua volta superata, senza una vera e propria frattura, nella consumazione finale di tutto il processo
della creazione e della storia.
Agostino, dunque, sposta il centro di gravità della cristianità da Oriente a Occidente, e da quel momento in
poi la cristianità occidentale parlerà la lingua latina. Egli salvò il patrimonio culturale, soprattutto filosofico,
della Grecia antica.
Le due fonti primarie sulle vedute agostiniane in materia di filosofia dell’educazione e metodi educativi
sono il dialogo sul maestro (De magistro) e il De catechizandis rudibus, testo composto circa dieci anni
dopo, il cui titolo è stato veramente tradotto e che si riferisce a quella prima catechesi di coloro che
aspiravano al battesimo secondo le regole morali e liturgiche della Chiesa antica.
Il primo testo, appunto in forma di dialogo, si basa su una conversazione tra Agostino stesso ed il figlio
Adeodato; si presenta essenzialmente come discussione non tecnicistica di carattere epistemologico,
ovvero, per usare un modo moderno di esprimersi, sul processo di apprendimento. Il secondo è un trattato
d’indole più pratica riguardante la prima catechesi fornita agli accadentes vale a dire coloro che venivano
ammessi alla prima fase di catecumenato.
Agostino sostiene che le parole sono, in se stesse, strumenti inadeguati dell’insegnamento, strumenti per
comunicare ciò che ciascuno sente e conosce interiormente. Per mezzo delle parole, un uomo è
semplicemente messo in grado di aumentare la sua conoscenza e di apprendere.
I segni diversi dalle parole, come, per esempio, i gesti, possono a loro volta essere utili nell’insegnamento;
come si usa dire in termini moderni, l’insegnamento avviene attraverso la relazione.
L’apprendimento secondo Agostino, implica molto più che l’assenso verbale, ma addirittura un
cambiamento di atteggiamenti e di comportamenti. Egli orienta il maestro a fare dell’amore un fine a cui
rimandare tutto ciò che si insegna e ad impartire tutta l’istruzione in modo che gli ascoltatori “da ciò che
ascoltano credano, da ciò che credono sperino, e da ciò che sperano amino”. Il vero maestro è per
Agostino, colui che si dice dimorare nell’interiorità dell’uomo, vale a dire Cristo, il potere immutabile e
l’eterna saggezza di Dio.
Questa convinzione presuppone che l’uomo possieda una capacità innata di raggiungere la verità, ma è
anche legata all’insistenza agostiniana sulla conoscenza di sé come inizio della conoscenza, in qualsiasi
campo.
Nello scritto di Agostino, un’intera sezione è dedicata al benessere psichico degli studenti. Egli suggerisce,
contrariamente a gran parte della pratica popolare allora in voga e agli usi scolastici stessi, che il maestro
riconosca e rispetti l’affaticamento degli allievi e li assecondi nei ritmi di apprendimento individuali. Sembra
giusto dire che Agostino avrebbe approvato una teoria dell’educazione, soprattutto religiosa, che la
concepisse fondamentalmente come una vita di dialogo: dialogo tra maestro e allievo, tra allievo e allievo,
tra Dio e l’uomo.

Tommaso D’Aquino (nato vicino Napoli nel 1125), integrò il sistema aristotelico nella visione del mondo
cristiano, allo stesso modo di Agostino che nel V sec utilizzò il pensiero platonico e neoplatonico.
La sua opera principale è La Summa Theologica che ha avuto nella Chiesa un’autorevolezza quasi
indiscussa per molti secoli. La sua penetrazione dell’opera aristotelica fu profonda: nel sistema che più tardi
si dirà aristotelico-tomistico, sono riprese tutte le conoscenze aristoteliche circa la realtà fisica, la visione
del mondo e dell’uomo, la metafisica e la concezione di Dio: tuttavia, Tommaso, dichiarò prima di morire
che la stessa Summa gli appariva ben poca cosa di fronte alla grandezza di Dio. Tommaso non si interessò
mai direttamente alle questioni dell’insegnamento e dell’apprendimento, ma si concentrò sulla natura della
verità e conoscenza.
L’intero pensiero di Tommaso è permeato da una visione teocentrica dell’uomo. Il suo concetto di
gerarchia, con Dio inteso come Creatore, sorgente e fine di tutte le creature, ne fonda anche il pensiero
pedagogico.
Ogni operazione o disposizione dell’esperienza finita partecipa all’infinito ed è orientata rispetto agli altri
esseri finiti dalla sua prossimità all’infinito. Il posto dell’uomo nella gerarchia lo rende la più nobile tra le
creature, perché non solo possiede tutti i poteri degli altri esseri viventi, ma ha anche un intelletto e una
volontà che lo rendono un riflesso di Dio stesso.
Tommaso utilizzò le categorie aristoteliche e in particolare i principi di causalità e di potenza/atto.

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Dio è la prima causa efficiente e finale di tutta la creazione e l’uomo può partecipare all’azione causale di
Dio come una seconda causa efficiente di potenza ordinata all’atto. Dio è il fine verso cui tutti gli esseri sono
orientati.
Nella trattazione sul maestro, Tommaso, limitò l’analisi ai poteri intellettuali dell’uomo e al modo in cui il
discente acquisisce conoscenza, o da sé, o con l’aiuto di un maestro.
Attraverso l’attività della causa prima (Dio) l’uomo riceve la potenza attiva che agisce sull’immaginazione
derivante dalla conoscenza sensibile e la rende intelligibile. La conoscenza stessa preesiste nell’allievo in
potenza,non, tuttavia, in senso puramente passivo, ma attivo. Altrimenti l’uomo non sarebbe capace di
acquisire conoscenza in maniera autonoma.
Vi sono due modi di acquisire conoscenza: in uno, la ragione naturale di per sé raggiunge la conoscenza di
cose sconosciute, e questo modo detto scoperta ; nell’altro, quando qualcuno aiuta la ragione naturale di
colui che apprende, questo prende la denominazione di apprendimento attraverso istruzione .
L’apprendimento attraverso la scoperta è, per un verso, il modo più perfetto di acquisire conoscenza,
perché è un segno che colui che apprende è dotato della capacità acquisire conoscenza.

Di estrema importanza, risultano essere le virtù (abitudini) e rappresentano le modificazioni della


personalità acquisite tramite la ripetizione. Vi sono cinque virtù intellettuali, delle quali tre dell’intelletto
speculativo e due di quello pratico: le virtù speculative riguardano l’acquisizione e il possesso di particolari
livelli di conoscenza (vale a dire comprensione, scienza e saggezza).
Le virtù dell’intelletto speculativo sono quelle che perfezionano l’intelletto speculativo in vista della
considerazione della verità. Ora la verità, è soggetta ad un duplice considerazione, come conosciuta in se
stessa, e come conosciuta attraverso altro. Ciò che è conosciuto in se stesso, lo è come principio, ed è
conosciuto dall’intelletto: si parla di comprensione. Invece, una conoscenza conosciuta attraverso altro è
compresa non immediatamente ma grazie all’indagine della ragione, ed è un fine.
Ciò può avvenire in due modi: il primo, in modo che sia l’ultimo di un particolare genere ed il secondo che
sia l’ultimo fine di tutta la conoscenza umana.
Le virtù dell’intelletto pratico, hanno a che fare con la ragione applicata direttamente al fare (produrre e
agire).

La filosofia dell’educazione di Tommaso, sostiene che i segni e i simboli che l’insegnante presenta ai suoi
studenti, devono rendere capaci questi ultimi di correlarli a principi primi che sostengano e giustificano ciò
che egli già sa. L’insegnante deve quindi possedere una conoscenza del mondo materiale prima di avanzare
nel mondo dell’astrazione, come nella matematica, e nel mondo della metafisica, che considera gli esseri a
prescindere dalla materia, vale a dire come pure forme.
Parte antologica
Le confessioni, autobiografia in cui Agostino racconta la propria vita rivolgendosi a Dio. Il santo ricorda la
sua infanzia, offre un’immagine suggestiva della scuola del suo tempo esageratamente severa e pedante e
dei metodi d’insegnamento.
Agostino fu affidato alla scuola per impararvi le lettere, di cui ignorava i vantaggi; erano botte, se era pigro a
studiare.
I genitori ridevano dei castighi inflitti dai maestri, eppure essi mancavano nello scrivere o nel leggere o nello
studiare meno di quanto si esigeva dai bambini. Nella fanciullezza Agostino, non amava lo studio ma vi era
costretto.

Cap.4-Erasmo e l’ideale umanistico


L’umanesimo quattrocentesco è considerato dagli interpreti come il punto di partenza della cultura
moderna.
Erasmo da Rotterdam nato a Gouda (appunto vicino a Rotterdam) può considerarsi come l’esponente più
significativo dell’intero movimento umanistico europeo; nella sua composita opera letteraria Erasmo,
delinea compiutamente i principi della cultura e dell’educazione umanistica.
Secondo Charles Taylor, l’umanesimo è caratterizzato dal riconoscimento critico dei limiti della visione del
mondo tipica del Medioevo e significativamente si avvia sulla strada di quella che lo studioso canadese
definisce “piccola riforma”, per distinguerla dalla Grande Riforma.

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La riforma umanistica ha due fonti ispiratrici: da un lato, la cultura classica; dall’altro, l’ideale della vita
evangelica, anch’essa compresa nella prospettiva di una critica alla fede e alle impalcature teologiche della
religione medievale, nell’auspicio di un ritorno alla semplicità delle origini.
In Erasmo, si possono cogliere questi elementi ovvero è possibile riscontrare sia la sua avversione nei
confronti della cultura tradizionale, sia l’impegno nel recupero della cultura classica.

La religiosità erasmiana e la sua concezione della vita sono descritte efficacemente in quello che è il suo
capolavoro, il celebre Elogio della follia, una delle opere più note della letteratura mondiale, che descrive
per contrasto con la multiforme presenza della follia nella vita umana e nelle istituzioni sociali l’ideale di
saggezza che Erasmo proponeva anche come fondamento dell’educazione.
Quello di Erasmo, può essere considerato come l’ideale di un’educazione del vero cristiano.
Risulta essere un elemento importante della personalità e della vicenda esistenziale di Erasmo, il suo
cosmopolitismo poiché è proprio mediante quest’ultimo che considera lo studio come il mezzo per
corrispondere alla grazia di Dio e per il conseguimento da parte dell’uomo della salvezza; un uomo che non
ha conoscenza di lettere non è un uomo vero, completo.
Per Erasmo, la gentilezza dei modi è un segno che mostra la preminenza della carità nell’animo umano,
evidenziata anche dall’intima connessione tra profitto negli studi e comportamento con gli altri, capacità di
porsi nella giusta relazione con il prossimo.
Ma l’importanza di Erasmo, consiste anche nel suo richiamo ad un rapporto tra le generazioni basato sulla
fiducia e sulla confidenza, rifuggendo il più possibile dalla violenza fisica e dalle punizioni corporali;
l’educazione deve iniziare dalla più tenera età, quando il bambino sale ancora sulle ginocchia della madre e
privilegiare giochi e racconti come veicoli espressivi per le prime, ma fondamentali, forme di
apprendimento.
La questione educativa è un problema che riguarda tutta la società, a partire dal fatto elementare che i
genitori hanno degli obblighi verso i figli.

Un accento caratteristico della pedagogia erasmiana è la sottolineatura dell’importanza dell’educazione


familiare, laddove sembra, in effetti, mancargli una comprensione del problema sul piano istituzionale.
La grandezza di Erasmo, anche sul piano propriamente pedagogico, è evidente: sostiene che l’infanzia ha
notevoli potenzialità e che è necessario iniziare presto l’opera della formazione << non lasciar trascorrere i
primi anni del tuo caro bambino senza alcun racconto educativo, seguendo il giudizio e l’esempio del
volgo>>
Uno dei temi di maggior rilievo della riflessione di Erasmo sull’educazione consiste nell’indicazione del
carattere e delle competenze del maestro efficace; il precettore che Erasmo consiglia al suo interlocutore
per i figli, fin dalla più tenere età, deve essere un uomo di carattere buono, integro e di cultura. Ovviamente
non deve essere volgare, ma deve riempire l’animo con insegnamenti onesti e salutari.
Erasmo, dunque, considera l’educazione come una sorta di equipaggiamento per affrontare la vita; la sua
visione privilegia l’acquisizione di una sapienza d’ordine morale, non innata dall’uomo, ma raggiungibile
solo attraverso un’adeguata formazione.
Il compito dell’educatore, del genitore come del precettore, sarà di conseguenza, guidare le persone di cui
si prende cura verso una ragionevolezza in sintonia con la natura autentica dell’uomo.

Parte antologica: in questa parte vengono riportati brani che fanno pare dell’opera più famosa dedicata
all’educazione, in cui si punta l’attenzione al comportamento del maestro sconosciuto, rustico e di modi
poco puliti che porta l’odio della cultura ai bambini. Un odio che cresce insieme a loro e che si trasforma in
odio verso lo studio.
Se il maestro, fosse una persona buona, i bambini cominciano ad amare e ammirare cultura e virtù, a
detestare vizio e ignoranza.

Cap.6-Locke: educare il gentleman


John Locke nasce da una famiglia puritana negli anni della Rivoluzione inglese. Educato nella rigida
disciplina delle scuole inglesi, percorre tutto il corso degli studi nei più prestigiosi istituti del tempo, fino a

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quando non viene chiamato da Lord Ashley come segretario privato; la vita di Locke da questo momento
legata alle vicende politiche del suo protettore, che diverrà anche Cancelliere, ma che cadrà vittima di un
complotto in seguito al quale lo stesso Locke dovrà emigrare in Olanda per un lungo periodo, fino al ritorno
al seguito della nuova famiglia reale, gli Orange. Vivrà gli ultimi anni senza più impegnarsi direttamente
nella vita politica.

Charles Taylor legge la filosofia lockiana come un momento centrale della cultura moderna e del lungo
cammino verso la società secolarizzata che costituisce il motivo conduttore delle vicende della modernità e
il punto fondamentale del nuovo ordine “mondiale” scaturito dalla Riforma, in particolare Locke scopre e
sistematizza un’immagine dell’io, che Taylor definisce “puntiforme”, il cui carattere fondamentale è la
consapevolezza di porsi radicalmente in contrapposizione con il mondo esterno.
L’incontro con la filosofia di Cartesio porta il giovane Locke a rivedere le basi della sua educazione, a
riflettere sulla sua adeguatezza soltanto parziale e a concepire per la prima volta l’idea di una pratica
alternativa in sintonia con la nuova visione del mondo che sta emergendo sempre più chiaramente dalla
ricerca scientifica e filosofica del suo tempo.
L’opera principale di Locke per quanto riguarda la riflessione sui problemi dell’educazione ha una
gestazione del tutto occasionale; tuttavia, i Pensieri sull’educazione, diventano molto di più attraverso la
rielaborazione che ne fa lo stesso Locke in vista di una loro pubblicazione; l’opera che oggi conosciamo è
l’esito finale di un lavoro di riflessione in cui Locke travasò inizialmente le sue esperienze di precettore per
giungere ad offrire ai suoi lettori, mantenendo la forma epistolare originaria, un vero e proprio trattato in
cui sono esposti i principi essenziali della nuova educazione concepita per l’educazione dei giovani delle
classi elevate in un’epoca di grande dinamismo imprenditoriale che richiedeva una cultura molto diversa da
quella tradizionalmente diffusa nelle scuole e nei centri d’istruzione superiore più noti.
Locke si pone nettamente in contrasto con l’educazione impartita nelle scuole tradizionali per rivendicare ai
giovani gentlemen del suo tempo l’esigenza di una cultura più pratica in linea con le prerogative e le
prospettive della vita sociale della classe imprenditoriale inglese dell’epoca.
L’interesse di Locke è rivolto all’ educazione del giovane gentiluomo, vale a dire del giovane che si appresta
a fare il suo ingresso nella società altolocata con responsabilità di tipo imprenditoriale; Locke si domanda
cosa serva veramente ad un uomo che deve esercitare in prima persona attività commerciali redditizie,
sulle quali si fonda la ricchezza della sua famiglia e la posizione nella società.
Locke è convinto che il padre possa provvedere meglio della scuola tradizionale all’educazione del figlio,
perché, d’altronde, le finalità dell’educazione sono, come s’è appena accennato, ben diverse; per
l’educazione del gentiluomo serve di più saper giudicare gli uomini che conoscere le lingue classiche.
Locke giunge ad affermare che nelle scuole è assurdo pretendere risultati, se ciascun insegnante deve
badare a cinquanta alunni contemporaneamente; a prescindere dalle qualità dell’insegnante, su cui,
peraltro, il filosofo ha molto da dire, questa situazione va contro il buon senso ed una didattica ispirata a
principi corretti ed efficaci.
Nella vena pragmatica lockiana compare anche la rivalutazione del principio classico: “mens sana in
corpore sano”, perché per il gentiluomo la cura del corpo è fondamentale; il corpo deve essere indurito,
reso forte e vigoroso per obbedire alla mente, secondo uno schema moderno di autocontrollo che penetra
anche attraverso l’empirismo inglese.
L’educazione deve trasmettere da una generazione all’altra virtù, saggezza, educazione e istruzione, le
quattro componenti essenziali di un individuo sano e armonioso; per prima viene la virtù intesa come
perfezione morale, seguita falla saggezza intesa come capacità di guidare bene i propri affari
La riflessione di Locke sull’educazione è legata alla sua prospettiva filosofica, per un altro verso alla sua
comprensione della situazione sociale dell’Inghilterra. La riflessione pedagogica lockiana si basi sul concetto
fondamentale di esperienza e proponga, di conseguenza, una prospettiva sull’educazione molto innovativa
rispetto alla tradizione libresca; d’altra parte Locke, fu uno dei pensatori che seppero esprimere n forma
compiuta le aspirazioni culturali della piccola nobiltà e della borghesia agita inglese in un secolo centrale
della storia inglese: l’ideale lockiano del gentleman rispecchia una situazione storica precisa e ne è il
documento principale.
La riflessione di Locke prende le mosse da un’analisi empirica dei bisogni educativi tipici dei giovani di
famiglia agiata al suo tempo; si tratta di una prospettiva esplicitamente “classista”, che non prende in

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considerazione problemi quali il diritto di tutti all’istruzione o il rapporto tra formazione e lavoro, problemi
già all’attenzione di Comenio.
La vera virtù, si impara da un’educazione che privilegi la realtà cosi com’è veramente: “Mostrargli il mondo
quale è realmente, prima che egli venga a pieno contatto con esso, è il modo migliore, a parere mio, per
evitare tale guaio”
L’educazione contempla anche una credibile descrizione dei vizi del tempo: Locke sembra convinto di vivere
in un mondo ormai pieno di tranelli, in cui i vincoli d’amicizia e di solidarietà sono estremamente labili. Di
fronte a tutto ciò, l’educazione consiste nell’aprire gli occhi dei giovani per renderli consapevoli dei rischi
che corrono: Più a lungo gli terrete bendati gli occhi e meno sarà capace di vedere. Così sarà più facilmente
esposto a cadere preda di se stesso e degli altri.
L’educazione diventa esplicitamente un difesa contro il mondo; errori e disavventure sono anch’essi
educativi, in questa prospettiva di messa in guardia del giovane dai pericoli del mondo. Dunque,
l’educazione deve fornire gli strumenti per quello che sarà, più tardi, lo sforzo personale dell’uomo già
maturo e consapevole dei propri interessi.
Parte antologica : Vengono riportate alcune qualità del buon precettore che dovrebbero formare il giovane
gentleman.
I bambini, dal momento che incominciano a parlare, dovrebbero aver vicino una persona prudente e calma
che avesse il compito di tenerli lontani dal male; di tenerli lontani specialmente dal contagio delle cattive
compagnie.
Quanto alla spesa che vi costerà un buon precettore, credo che non potreste spender meglio il vostro
denaro per i vostri figli. Questo precettore deve essere ben educato e conoscere le norme della civiltà,
inoltre deve mantenere il suo allievo nella stretta osservanza di norme.
In n uomo maleducato, il coraggio ha l’aria di essere brutalità ed è creduto tale.

Cap.7-La svolta naturalistica:Rousseau


Il pensiero di Rousseau potrebbe essere definito una sorta di illuminismo eretico per via dei rapporti
complessi e contraddittori che questo pensatore tenne con i maggiori esponenti dell’epoca dei lumi. Si può
sostenere che Rousseau sia stato tra coloro che hanno costruito l’idea della natura nel mondo occidentale,
peraltro caratterizzandola in contrapposizione alle idee di società e di cultura che erano prevalse fino ad
allora negli interessi dei filosofi ed anche dei letterati.
La filosofia rousseauiana parte da una riflessione estremamente problematica intorno alla società del
tempo e ai suoi mali principali. Il giovane Rousseau dedica i suoi primi scritti originali all’analisi critica (quasi
una denuncia) della società aristocratica ed alto-borghese del secondo settecento, per affermare
recisamente che è la vita sociale stessa a deturpare l’uomo e ad allontanarlo dalla sua vera natura.
Rousseau contrappone natura e società, natura e cultura, intendendo cosi denunciare i guasti provocati da
un modo di vivere artificiale e sofisticato. In Rousseau stesso è centrale la denuncia della deformazione
dell’umano provocata dalla ricerca del potere e della ricchezza.
I grandi temi che hanno reso la fama di Rousseau duratura fino ad oggi sono, appunto, di carattere politico,
ma non bisogna etichettare questo pensatore come una figura rilevante soltanto per la storia delle teorie
politiche. Il Rousseau che interessa la storia della pedagogia e dell’educazione ha, in realtà, molte
sfaccettature diverse; per esempio, il Rousseau narratore e biografo di se stesso e dei propri conflitti
interiori ha un rilievo che solo interpreti recenti hanno saputo mettere adeguatamente in luce.
Rousseau volle difendere per tutta la vita la propria libertà interiore ed esteriore, e sacrificò a questa
salvaguardia sia la sicurezza di una vita stabile sia gli affetti, giungendo anche a compiere scelte tanto
radicali quanto discutibili.
L’intreccio tra la sua vicenda biografica e lo sviluppo del suo pensiero è molto forte ed è proprio Rousseau a
raccontarlo nella sua preziosa autobiografia, nella quale non evita di mettere a nudo anche lati assai
controversi della sua personalità.
Per quanto il resoconto delle Confessioni non possa definirsi sincero al massimo grado, è certo che il loro
autore ebbe una vita avventurosa, e l’aggettivo potrebbe anche sembrare riduttivo o eufemistico, se si
pensa alle traversie che dovette affrontare non solamente Rousseau, ma anche chi gli fu vicino.

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La vita sentimentale di R. fu determinante per il suo destino e per il modo in cui concepì i rapporti tra
uomini e donne nella società, sia interpretando la situazione del suo tempo sia tratteggiando il percorso
dell’educazione affettiva e sessuale dei due adolescenti, Emilio e Sofia, nel suo romanzo pedagogico.
Gli elementi fondamentali del suo pensiero, cogliendone l’unitarietà che lega i molteplici ambiti della sua
riflessione, da quello antropologico ed etico a quello politico ed a quello pedagogico; questa unitarietà è
quella data dal fatto stesso che Emilio appare, nella finzione della forma romanzesca, il testo che
comprenda meglio l’insieme della sua filosofia.
Uno dei punti fondamentali è la sua teoria dello stato di natura e della condizione dell’uomo in esso.
Rousseau si pose al di fuori di una tradizione di pensiero già lunga e forte al suo tempo, che ha sempre
posto l’idea di progresso al centro della propria visione del mondo e della storia.
Se per natura R. intende ciò che esce dalle mani del suo Creatore, l’opera dell’uomo appare capace
soltanto di un’indesiderabile contaminazione progressiva, che corrisponderebbe, appunto, alle
degenerazioni della vita sociale della storia umana. La società deturpa, soprattutto con i suoi formalismi e le
sue ingiustizie, ciò che Dio ha creato.
L’ispirazione religiosa di R. è evidente, anche se non si conciliò mai con alcune delle confessioni religiose del
suo tempo, né con la Chiesa cattolica, né con le varie denominazioni protestanti. Se tutto ciò che il Creatore
forgia è buono per natura, sarà la società a deturparlo; nelle mani dell’uomo tutto si trasforma in negativo.
Così l’Emilio, il romanzo che compendia la concezione pedagogica di questo originalissimo pensatore, è
nello stesso tempo anche una sintesi di tutto il suo pensiero. Può essere un motivo utile dal punto di vista
interpretativo il fatto stesso che l’autore abbia affidato ad una trattazione di carattere pedagogico, sulla
natura dell’educazione, i suoi fini, le tappe di sviluppo dell’essere umano, una rappresentazione
complessiva del suo pensiero.
L’uomo è un essere che abita il tempo e nessuna definizione astratta può essere isolata dalla
considerazione della dimensione temporale dell’esistenza. L’educazione diventa un banco di prova e una
metafora ontologica necessaria per parlare dell’uomo senza astrazioni riduttive.
La rilevanza della forma pedagogica per l’articolazione complessiva del pensiero rousseauiano è attestata
anche dal fatto che all’interno del percorso che descrive le varie frasi della crescita di Emilio troviamo
l’esposizione della sua fede religiosa, uno dei nuclei centrali della filosofia di R.
L’amore è per R. l’unica giustificazione dell’unione sessuale e matrimoniale: la famiglia stessa trova la sua
legittimità soltanto nel sentimento che dovrebbe essere alla base dell’unione coniugale.
Secondo R. sono tre i maestri dell’essere umano che cresce:la natura, gli uomini e le cose. L’influsso
veramente positivo è dato dalla natura, perché tutti gli uomini ovvero la società, quanto le cose possono
esercitare influssi ambivalenti: per esempio gli adulti possono indurre nei bambini difetti di carattere, vizi,
mentre l’educazione stessa può essere orientata negativamente dalla pratica di principi erronei.
Di conseguenza, l’unico autentico principio pedagogico è l’affermazione di un’educazione secondo natura:
ad una crescita armoniosa e positiva serve innanzitutto la libera espressione della propria intelligenza
attraverso l’interazione con l’ambiente fisico e sociale sotto la cura attenta dell’educatore.
L’obiettivo fondamentale dell’educazione è formulato in maniera significativa con un riferimento all’arte di
vivere. Educare significa insegnare a vivere, non nell’accezione utilitaristica che questa espressione ha nel
linguaggio comune, ma nel senso che l’insegnamento e la relazione tra adulto e bambino deve essere
improntata alla concretezza di ciò che è effettivamente proficuo alla vita sociale, senza la retorica e la
pedante erudizione della scuola tradizionale.
In questa prospettiva assume un ruolo fondamentale l’educazione familiare; occorre riconoscere al
bambino una pienezza di personalità che lo ponga, nel rispetto dei tempi della sua maturazione in contatto
con la vita reale. Come sostiene R. l’educazione deve considerare l’uomo nell’uomo e il bambino nel
bambino, ma ciò significa riconoscere in ciascun momento dello sviluppo la pienezza delle prerogative e
delle opportunità proprie di quel periodo della vita del bambino.
L’educazione deve essere indiretta per garantire al bambino la massima libertà possibile, condizione
necessaria affinchè possa divenire un adulto effettivamente libero. Non si può diventare adulti liberi, senza
aver già fatto l’esperienza della libertà e del suo uso durante l’infanzia e l’adolescenza. Questa tesi, che
sarà successivamente condivisa dai grandi esponenti dell’educazione “nuova” ed “attiva” (Dewey, Ferriére,
Montessori).

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L’educazione deve essere anche diretta ad insegnare l’utile, non nel senso meschino del tornaconto
personale, ma, anche in questo caso, in una prospettiva di concreta aderenza alla vita reale.
R. punta anche nella formazione culturale, non ad imparare saperi, ma a scoprirli progressivamente
attraverso l’impegno e l’interesse personale. In questo processo di scoperta è importante anche l’errore.
Il lavoro dell’educatore deve essere volto ad una formazione piena dell’essere umano e non soltanto ad un
arricchimento culturale fine a se stesso. Se R. svaluta le regioni della cultura disinteressata, tuttavia
propone una visione molto significativa della plasticità del processo d’apprendimento e della formazione
umana nel suo complesso, che viole focalizzare l’attenzione sulla persona umana e sul bambino in
particolare.
L’ultima fase della formazione di Emilio è l’incontro con l’altro sesso, la frequentazione di una ragazza
(Sofia) che offre a Rousseau la possibilità di ragionare anche dell’educazione femminile, rispetto alla quale
mostra di avere idee meno avanzate che in altri ambiti, dato che, in fondo, l’educazione della donna deve
essere rivolta al matrimonio.
La donna deve essere formata in vista dei suoi compiti domestici; R. non contempla un ruolo pubblico per la
donna, più debole dell’uomo, più volubile e incostante sia sul piano intellettuale sia sul piano degli affetti.
R. sostiene la complementarietà del maschile e del femminile sul piano antropologico e sulla base non di
una posizione teologica o di fede, ma della sua concezione della natura.
Giunto alle soglie della sua maturità, Emilio è pronto per quello che sarà il banco di prova per lui, il viaggio
che metterà a verifica ciò che Emilio avrà appreso e che sarà diventato. Il tema del viaggio pedagogico
attraversa tutta la cultura settecentesca e costituisce una delle più interessanti idee della cultura del tempo.
L’ultimo momento del romanzo è quello delle nozze tra Emilio e Sofia; R. sostiene evidentemente le ragioni
della famiglia naturale, forse nell’Emilio più che nelle altre sue opere.
Parte antologica: Le prime pagine del capolavoro di R. espongono sinteticamente l’attitudine del loro
autore intorno all’educazione dell’essere umano, nel quadro della sua visione del mondo e della natura
dell’uomo, cosi influente presso i suoi contemporanei e determinate per lo sviluppo successivo del pensiero
europeo. E’ significativo che la filosofia di R. trovi la via della sua espressione più organica nella cornice di
una riflessione pedagogica.

Cap.8-Natura ed educazione: Pestalozzi


Pestalozzi fu cresciuto e educato dalla madre e dalla domestica, che egli ricordò sempre con affetto e
come modello d’intuizione e saggezza popolare. L’essere cresciuto in un ambiente protettivo gli procurò
delle difficoltà quando si venne a trovare fra i coetanei, ma quest’esperienza di vita famigliare fu felice ed
ebbe un deciso influsso sul suo stile d’educatore.
Frequentò le scuole di Zurigo ed ebbe maestri dallo spirito innovatore, umanitario e patriottico; a vent’anni
lesse l’Emilio (appena stampato) e se ne entusiasmò. Pestalozzi partecipò ai fermenti illuministi, aderì alla
setta massonica degli Illuminati e frequentò il circolo dei Patrioti e la Società Elvetica.
Pestalozzi aveva già dalla fanciullezza (andava con il nonno pastore a visitare i poveri contadini), il desiderio
di sollevare le classi popolari dalle loro misere condizioni. Questo suo sogno di rigenerazione sociale si
arrestava però, al progetto di istruire convenientemente le popolazioni rurali e di far riconoscere il diritto
del contadino e dell’operaio ad un a dignitosa condizione di vita.
Neuhof (= nuova fattoria). La prima esperienza come educatore Pestalozzi la fece, appena sposato, in una
tenuta agricola (Nuehof), acquistata allo scopo di istituirvi una scuola per ragazzi poveri, dediti
all’accattonaggio che venivano sfruttati per i lavori nei campi. L'idea era di istruirli (elementarmente) e
di avviarli al lavoro agricolo d’estate e a quello di filatura e tessitura d’inverno. La scuola doveva reggersi
autonomamente con il lavoro dei ragazzi. Purtroppo quest’iniziativa si concluse in
maniera fallimentare dopo un decennio di vita, poiché, nonostante aiuti esterni (tardivi e interessati),
i debiti finirono col soverchiarlo, era un amministratore inesperto e perdette il proprio patrimonio e quello
della moglie. Pestalozzi ricorderà quest’esperienza nella sua ultima opera “Il canto del cigno”.
In seguito al fallimento di Neuhof, Pestalozzi isolò e compose il famoso romanzo “Leonardo e Geltrude” che
doveva essere come il catechismo dei poveri. Nelle prime due parti dell’opera si parla di un villaggio, caduto
nella più grande miseria morale e materiale a causa dell’egoismo di pochi (Hummel, il podestà, attirava gli
uomini nella sua osteria per spingerli all’alcolismo e indebitarli, così da tenerli sottomessi).

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Geltrude, una donna forte della sua fede e del suo amore riesce a redimere prima il marito Leonardo e poi
l’intero villaggio, avendo dalla sua parte il feudatario Arner e il parroco Ernst. Nelle parti successive il
disegno dell’opera si amplia, i fautori della rigenerazione del villaggio, mettono in atto istituzioni e riforme
che poi vengono prese a modello dello Stato. La figura di rilievo nel seguito del romanzo è il maestro di
scuola, Glüphi, che è simbolo del buon senso che opera attivamente. È l’indicazione che per sanare alla
radice la società occorre l’opera della scuola.
MUTUO INSEGNAMENTO:L’esperienza di Stanz e di Burgdorf ,Pestalozzi si mise a riorganizzare l’educazione
popolare. In seguito alla dura repressione dei moti popolari nel cantone d’Unterwald, fu istituito
un orfanotrofio a Stanz e la responsabilità fu affidata a Pestalozzi.
In una lettera scrisse come, con la sua presenza paterna e ricreando attorno agli orfani un ambiente
familiare, riuscisse a fargli riguadagnare fiducia nella vita. È qui che Pestalozzi sperimentò il mutuo
insegnamento (per necessità, era solo con ottanta ragazzi): “I fanciulli insegnano ai fanciulli, i fanciulli
imparano volentieri dai fanciulli”.
Concluse così che l’insegnamento dovesse essere semplificato al massimo così che qualunque genitore lo
potesse impartire al proprio figlio. Dopo sei mesi l’orfanotrofio venne chiuso per necessità belliche,
così Pestalozzi andò a fare il maestro nelle scuole popolari di Burgdorf.
Fu difficile all’inizio la collaborazione con altri di parere diverso dal suo, ma in seguito la scuola prosperò
così da richiamare l’attenzione europea sull’esperimento. Pestalozzi dopo qualche anno si allontanò a causa
di difficoltà finanziare e dissensi con l’amico e collaboratore Fellemberg, fervido sostenitore della scuola
popolare. Questo periodo fu in ogni modo proficuo per l’elaborazione del metodo che espresse in due
opere: “Come Geltrude istruisce i suoi figli” e “L’ABC dell’intuizione”.

L’istituto di Yverdon - Fu l’ultima tappa dell’itinerario pedagogico di Pestalozzi. A Yverdon le autorità gli
offrirono un castello per crearvi una scuola. Quest’istituto durò un ventennio ed arrivò ad ospitare ben 150
alunni di nazionalità diverse, s’insegnavano due lingue, francese e tedesco.
Pestalozzi era coadiuvato da buoni collaboratori; quando venne creata la Società svizzera per
l’educazione egli ne fu eletto presidente. Purtroppo l’istituto era diventato celebre soprattutto perché
frequentato dai figli delle famiglie più ricche, così Pestalozzi creò una nuova scuola per i poveri. In
contemporanea una commissione ufficiale diretta da Padre Girard aveva visitato l’istituto e redatto un
rapporto su di esso; il rapporto era generalmente favorevole, ma metteva in luce alcuni difetti, così si
accesero polemiche fra Pestalozzi e i suoi collaboratori e la fama dell’istituto venne compromessa. Un anno
dopo l’istituto d’Yverdon e quello dei poveri vennero unificati. Le liti e le polemiche purtroppo
continuarono e qualche anno dopo la scuola venne chiusa.
Pestalozzi si ritirò a Neuhof e scrisse: “I miei destini” e “Il canto del cigno”. Il pedagogista morì l’anno dopo
(fine di febbraio 1827).
NATURA E EDUCAZIONE :Le idee di Pestalozzi sono state molto influenzate da Rousseau, da Kant e
da Fichte. Considera tre stati dell’umanità: quello di natura, quello sociale e quello morale. Lo stato di
natura non è buono (≠ da Rousseau), perché simile ad uno stato di primitiva animalità, dominato
dall’istinto, dall’egoismo e dall’inerzia. Lo stato sociale è un misto di bene e di male, dove l’istinto si adatta
a certe situazioni perché illuminato dall’intelligenza, ma non per amore del bene. L’uomo deve raggiungere
lo stato etico, in cui utilizza l’intelligenza per dirigere la volontà secondo purezza d’intenzione, per elevarsi
al disopra della sua natura inferiore, si adopera, nonostante i contrasti dall’esterno, a far trionfare la forza
dell’amore. Quindi per Pestalozzi l’aspetto educativo più importante è quello morale. La rigenerazione
sociale dipende sicuramente dall’educazione del cuore e non della mente.
L’educazione ha carattere religioso, le forze capaci di vincere il male sono la fede e la more. Per lui
la fede significa fiducia nella vita, ma allo stesso tempo fede in Dio e nell’immortalità
dell’anima. Amore vuol dire vincolo di fratellanza tra gli uomini, secondo la legge di Dio. Moralità e religione
proseguono quindi a pari passo. Secondo Pestalozzi, la personalità umana è fornita originariamente di tre
divine energie, che devono essere sviluppate e integrate vicendevolmente dall’educazione. L’energia
morale o forza del cuore si esprime nella fede e nell’amore. La forza dell’intelletto ci permette di attingere il
significato profondo del reale. La forza dell’arte o tecnico-pratica si esprime in ogni forma di lavoro e di
creatività umana. Lo sviluppo di queste facoltà è naturalmente favorito se vi è la possibilità di coltivarle già
in ambito familiare, con le cure affettuose della madre; questa crescita si amplia con la frequenza scolastica,

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se non si limita a educargli la mente, ma ne sviluppa le funzioni elementari, si completerà poi con la
partecipazione attiva alla vita sociale.
METODO PESTALOZZI, PEDAGOGIA: Anche i principi del metodo sono tre: principio della necessità
meccanica, principio dell’organicità e continuità, principio della vicinanza e della lontananza.
-Per necessità meccanica intende che l’educazione deve essere talmente conforme alla natura spirituale
dell’alunno da produrre determinati modi di sentire, di pensare, di operare.
-Organicità e continuità stanno a significare che l’educazione non può avvenire a caso, ma solo seguendo
lo sviluppo complessivo del bambino in maniera graduale e continua.
-Il principio di vicinanza e della lontananza suggerisce di partire da ciò che è più vicino all’esperienza del
bambino per allargare gradualmente il suo orizzonte.
Per applicare questi principi metodologici bisogna conoscere la psicologia del bambino, o come
dice Pestalozzi, le forme elementari nelle quali egli si esprime. La forza del cuore si esprime originariamente
nella fiducia e nell’amore, che il bambino manifesta verso la madre. La madre, facendo leva su questo
sentimento naturale, cercherà di allargare l’orizzonte affettivo del fanciullo e di favorire il risveglio
della coscienza morale e religiosa. Se l’educazione morale e religiosa sarà ben impostata nell’infanzia, il
fanciullo avrà già l’inclinazione alla fiducia e all’amore cristiano verso gli altri, che gli farà superare l’impatto
con l’egoismo che domina la società. L’opera della madre dovrà comunque essere proseguita dal maestro,
usando amore e fermezza nei suoi riguardi.
METODO INTUITIVO: L’educazione intellettuale mediante il metodo intuitivo. Nel bambino la forza
dell’intelletto si manifesta nella forma di percezione sensibile o intuizione immediata: il compito
dell’educazione è di fare in modo che passi dalle intuizioni confuse ai concetti chiari, all’individuazione degli
elementi che implicitamente sono compresi nell’intuizione. Essi sono il numero, la forma, il nome;
attraverso l’aritmetica si possono attingere i rapporti numerici; con la geometria e il disegno si raggiunge la
forma del reale e attraverso il linguaggio si esprimono gli aspetti qualitativi e la denominazione precisa degli
oggetti. Quindi, l’insegnamento linguistico è il compimento naturale dello studio degli elementi e
l’educazione intellettuale è fondamentale per rendere evidenti quelle che erano le intuizioni.
Il metodo intuitivo di Pestalozzi differisce da quello di qualunque altro pedagogista. Vi è, infatti, un primo
grado d’intuizione, che è la presenza della cosa nella mente, ma l’intuizione vera e propria sarebbe il punto
d’arrivo di un processo di materializzazione della realtà, per coglierne elementi astratti.
L’insegnamento elementare consiste nel rendere i fanciulli buoni osservatori e capaci di esprimere con un
linguaggio appropriato ciò che hanno osservato; questa è la premessa d’ogni più approfondita scienza che
in futuro essi possano apprendere. Per quanto riguarda l’insegnamento linguistico Pestalozzi si contraddice;
usa il metodo fonico-sillabico (pronuncia del suono delle lettere appoggiate ad una vocale es. ba, be,
aggiungendo via via altri suoni es. bac, bec), evitando il metodo alfabetico (far distinguere e chiamare per
nome le lettere partendo da un testo qualsiasi).
Parte antologica: viene riportato “Il canto del cigno” che rappresenta la sintesi autentica del suo pensiero.
Da quest’opera sono estratte le seguenti considerazioni sulla natura umana in relazione alla sua educabilità.

Cap.9-L’ideale romantico: Froebel


Friedrich Froebel, rimane orfano di madre pochi mesi dopo la nascita e il padre dedica poco tempo alla sua
educazione. Dopo un periodo trascorso presso uno zio materno, si dedica agli studi universitari; conosce
Schelling, che sarà per lui una vera e propria guida spirituale fino alla maturità e alla scelta di dedicarsi
all’educazione, fondando un istituto denominato “universale” e “tedesco”.
La figura di F. rispecchia nella storia dell’educazione il vasto movimento d’idee che va sotto il nome di
romanticismo ; un elemento fondamentale della pedagogia froebeliana, che in qualche misura può porsi al
centro di un’analisi della personalità di questo educatore è l’amore per la natura. Quest’ultima è stata vista
come depositaria del carattere misterioso del reale, come anima di un cosmo nel quale l’uomo deve vivere
non come “dominatore”, ma rispettando quel rapporto simbiotico che è parte fondamentale della sua più
autentica felicità.
L’esperienza giovanile di F. a contatto con la natura si impresse in maniera indelebile nella sua personalità e
si trasfuse nella sua impostazione pedagogica, anche grazie alla mediazione della filosofia di Schelling, un
altro dei pensatori che esercitano il maggior fascino sul giovane F.

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Un altro elemento caratteristico della pedagogia di F. è la convinzione di costruire, attraverso l’educazione,
la vera umanità. Si può parlare di umanesimo a proposito di F., nel senso che l’opera educativa ha per fine
quello di suscitare e di esprimere nella maggiore pienezza possibile ciò che è proprio di ogni uomo, al di là
delle stesse caratterizzazioni nazionali.
F. ha legato il suo nome principalmente all’istituzione da lui ideata e concretizzata, dapprima in un numero
ristretto di iniziative, ma successivamente affermatasi in tutta Europa: il cosiddetto “giardino d’infanzia”
(kindergarten). Il nome esprime, in fondo, l’indole di tutta la pedagogia froebeliana, anche attraverso la
polisemicità dell’espressione. Il giardino è il luogo che, attraverso la sapiente coltivazione dell’uomo, la
natura prende forma, raggiungendo una perfezione che non troverebbe altrimenti.
L’immagine del giardino, del resto, evoca tanto la spontaneità della natura quanto lo sforzo umano per
compiere in concreto un’idea ancora soltanto potenziale, ed anche questa sottolineatura appare
caratteristica della concezione froebeliana dell’educazione, in particolare dell’antropologia che ne è alla
base.
L’altra grande realizzazione di F. fu la composizione di una raccolta di canti e filastrocche che è quanto di
meglio questo educatore ha lasciato sul piano letterario. Chi vuole conoscere l’orizzonte teorico che sta a
fondamento del metodo educativo del giardino d’infanzia deve rivolgersi agli scritti, peraltro non numerosi,
né sistematici, lasciati da F.
Uno in particolare, “L’educazione dell’uomo”, per la sua estensione risulta unico in tutta la produzione
froebeliana, anche se incompleto. E’ a questo scritto che ci si può rifare per cogliere l’ispirazione,
fondamentalmente religiosa, della pedagogia di F. che rivolge l’attenzione alla sua concezione di Dio come
spirito sempre attivo: la Trinità di Dio si attuerebbe Froebel, nell’universalità di Dio stesso, nella molteplicità
delle cose e nell’individualità dell’uomo.
L’uomo, secondo F., mantiene in equilibrio la visione ottimistica impressa al pensiero moderno soprattutto
da Rousseau e la consapevolezza religiosa dell’umana imperfezione; l’uomo può superare la propria
finitudine, fatta anche di colpa morale, se e in quanto aspira ontologicamente alla perfezione. Ciò che
caratterizza l’uomo è lo spirito, definito nei termini di quella autocoscienza che l’idealismo tedesco aveva
sottolineato con ciascuno dei suoi maggiori rappresentanti.
Sul piano pedagogico, questa visione porta ad un atteggiamento di religioso riconoscimento dell’uomo
come l’essere che è in grado di maturare; la pedagogia froebeliana è la pedagogia del bambino che porta a
maturazione la propria interiorità.
La caratterizzazione dell’uomo come l’essere portatore dell’autoconsapevolezza è ulteriormente
rappresentata da F. come consapevolezza della propria essenza e del divino che l’uomo porta in sé. Cosi
proprio l’autoconsapevolezza dell’essere umano, comporta l’affermazione dell’esigenza che il bambino sia
lasciato libero. La libertà di quest’ultimo è affermata fin dai primi stadi della sua vita come esigenza
ontologicamente fondata, non solo come petizione di principio, ma approntando un ambiente idoneo alla
concretizzazione di tale libertà (appunto, il nuovo giardino d’infanzia).
L’uomo è l’essere che ha consapevolezza di sé, vale a dire che riconosce la legge del divino nella realtà degli
esseri. F. parla di una scienza dell’educazione che intende come conoscenza della vita attraverso il
riconoscimento consapevole della legge del divino negli esseri. A questa scienza corrisponde anche una
concretizzazione pratica che F. chiama arte.
Il fine dell’educazione è la rappresentazione di una vita fedele al suo compito, pura, incontaminata e perciò
santa.
L’educazione è opera rivolta dall’educatore agli altri, ma anche a se stesso: educare se stessi ed altri con
coscienza, libertà e spontaneità, questo è il duplice compito della saggezza. L’educazione coincide con il
cammino esistenziale dell’uomo.
Per realizzare questo fine, la pratica educativa, l’arte dell’educazione, deve privilegiare l’interiorità
dell’uomo e rispettarla fin dal suo nascere.
Compito dell’educatore deve essere quello di assecondare una ricerca che non può che essere positiva; il
processo di maturazione, rispetto al quale la libertà umana è posta in quanto mezzo, oltre a costituirne il
fine, è un processo interiore, che si svolge dalla pura energia degli stati istintuali infantili presenti alla
nascita fino agli impulsi formativi che si manifestano nel bambino a partire dai primi anni di vita. F. è il
primo osservatore del comportamento infantile che individua nei primissimi di vita una continuità ed una
rilevanza rispetto alle fasi successive dello sviluppo.

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L’istanza della libertà è definita da F. in forma estremamente concreta; senza mezzi termini, il froebelismo è
stato il movimento pedagogico che ha affermato l’esigenza di abolire ogni genere di coercizione o di
imposizione nelle pratiche educative rivolte all’infanzia, ma proponendo anche una prospettiva di stampo
libertaristico anche per quanto riguarda le successive fasi dello sviluppo umano.
Se il comportamento umano richiede che l’interazione dell’adulto con il bambino sia fatta anche di un
contenimento di impulsi e desideri , F. ha cura di precisare che le norme in contrasto con il libero volere del
bambino devono essere sempre presentate non come restrizioni, ma nella loro autentica veste di idealità a
cui tende la vita stesso.
L’idealismo froebeliano legge tutta la vicenda esistenziale alla luce della legge della riconciliazione degli
opposti (spirito-materia, uomo-donna) la cui opposizione è tale soltanto in apparenza.
Nella sua formulazione più generale, allora, crescere significa annullare le differenze e le distanze tra gli
opposti e stabilire connessioni ricche di significato tra gli elementi del mondo esteriore. Ciò può avvenire
grazie a quella che è l’attività fondamentale dell’infanzia: il gioco. La pedagogia froebeliana è la pedagogia
del gioco per eccellenza; è con F. che il gioco assume dignità educativa, mentre in passato era sempre stato
considerato mero intrattenimento. Per mezzo del gioco, il bambino può osservare il mondo esterno ed
assimilarlo, interiorizzarlo, tanto che una delle grandi intuizioni di F. riguarda l’interpretazione delle
modalità e delle tendenze spesso distruttive che i bambini manifestano nei loro giochi.
Parte antologica: L’opera fondamentale di F., l’unica di ampio respiro, è L’educazione dell’uomo, nella
quale si ritrovano agevolmente tutti i principi ispiratori della sua pedagogia, che troverà nel giardino
d’infanzia la realizzazione principale, ampiamente giustificata sul piano teorico e metodologico. In questa
opera viene scritto che: Il bambino, l’educando ha, a questo riguardo, un tatto fine,un sentimento cosi
preciso per riconoscere se ciò che l’educatore, l’insegnante, il padre esprime ed esige, è qualche cosa di
personale e di arbitrario oppure di universale e necessario, che raramente in questo il bambino, l’educando,
lo scolaro sbaglia.
Semplicità, determinatezza e sicurezza, tutto ciò che sposi e genitori debbono fare prima e dopo l’annuncio:
essere puri e immacolati nella parole e nell’azione.

Cap.10-La pedagogie nell’epoca della mobilitazione: Herbart


L’Ottocento pedagogico è quasi dominato dalla figura di Herbart, che cominciò ad esercitare un influsso
decisivo sul pensiero pedagogico europeo solo relativamente tardi. Il successo giunse tramite la sua visione
dell’educazione, peraltro attraverso la revisione di alcuni tra i suoi primi e più stretti allievi e collaboratori.
Con H. si afferma una visione dell’uomo come essere il cui carattere riceve totalmente dall’esterno le
caratteristiche sue proprie, nel rapporto con l’ambiente sociale e attraverso l’assimilazione della cultura.
H. ideò una psicologia molto articolata, a partire dalla più assoluta definizione dell’anima come “tabula
rasa”. La mente si sviluppa non dall’interno, ma dall’esterno, nel contatto con gli altri uomini. Non si tratta
di un motivo che H. propone per primo nella storia della filosofia occidentale.
Nella psicologia hebartiana le rappresentazioni mentali sono delineate come effetto di forze che esercitano
una decisiva influenza sull’uomo che le prova. L’uomo è il frutto di un sistema di forze che si esercitano nel
tempo.
La rappresentazione mentale è un’attività essa stessa e nella vita mentale si presentano continuamente
conflitti tra rappresentazioni differenti in base alla loro forza relativa.
Sulla base di questa teoria psicologica, Herbart formula la sua interpretazione del fine dell’educazione e lo
riassume nel concetto di moralità, inteso come l’insieme delle rappresentazioni ordinate che la volontà
unifica e tiene insieme; la versione di Herbart è sostanzialmente una forma di intellettualismo: la volontà
deriva dal pensiero, come pure i sentimenti verso gli altri.
L’obiettivo dell’educazione è di raggiungere l’armonia dell’essere psicofisico, data dalle cinque idee (virtù)
fondamentali di libertà interiore, perfezione (completezza), benevolenza, diritto (giustizia) ed equità, sia sul
piano individuale sia su quello sociale. Le idee/virtù fondamentali si richiamano reciprocamente e sono
richieste tutte e cinque. Il mezzo per raggiungere questo fine è l’istruzione che dà vitalità all’intelletto e
l’educazione dà forza al carattere; l’educazione non ha valore se manca dell’istruzione.
Per realizzare il concetto d’istruzione elaborato da Herbart si rendeva necessario considerare i fattori dello
sforzo intellettuale: intensità (legata all’interesse), l’estensione e la concentrazione.

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H. fu il pedagogista che esercitò la maggiore influenza sui metodi d’insegnamento praticati nelle scuole di
tutta Europa nell’Ottocento. La sua rilevanza si incrinò solamente a partire dagli anni Dieci del Novecento.
La sua pedagogia può essere considerata l’ultima espressione di una riflessione sull’educazione di stampo
prettamente filosofico.
Nonostante il suo prestigio accademico, H., diete vita ad una scuola che si affermò essenzialmente in
ambito pedagogico, ed in questo campo ebbe davvero numerosi seguaci e continuatori. La sua pedagogia,
come pure la sua psicologia, fu tutta orientata a stabilire le regole di un metodo d’insegnamento efficace ed
efficiente, cercando di conciliare l’esigenza di trarre il massimo possibile dai singoli allievi con quella di
un’organizzazione scolastica stabile e produttiva. Il risultato fu una pedagogia che faceva dell’ordine la sua
arma ed insieme il suo fine principale, rendendosi del tutto funzionale allo spirito dell’epoca e alle richieste
provenienti dai responsabili politici delle nazioni in cui il metodo herbartiano si diffuse maggiormente,
talvolta congiungendosi con il positivismo che pure andava crescendo in influenza anche nella scuola.
Nel suo metodo risulta essere fondamentale il principio della gradualità ovvero un principio che finisce per
inaridirsi in un ordinamento fisso che saranno soprattutto i seguaci di Herbart a rendere talmente rigido da
provocare, con i dubbi e le critiche degli educatori, la crisi dello stesso movimento originato da Herbart.
Quest’ultimo sottolineava la necessità che l’insegnamento fosse basato su un’adeguata capacità di
osservazione e sulla condotta corretta dell’insegnante con i suoi allievi.
Un altro elemento significativo è il riconoscimento delle differenze individuali, nei tempi dello sviluppo e
nelle circostanze ambientali. L’attenzione all’educazione morale era un altro elemento portante della
pedagogia herbartiana. Anche in questo ambito doveva valere la regola dell’ampliamento della prospettiva
esperienziale attraverso il contatto con gli adulti e malgrado le tendenze distorsive presenti talvolta nel
rapporto con i coetani
Parte antologica Opera tarda di H., il compendio delle lezioni di pedagogia generale è anche l’esposizione
più compiuta del suo sistema pedagogico, particolarmente interessante anche per l’attenzione dedicata alla
descrizione dell’età evolutiva.
Si devono evitare con ogni accuratezza le impressioni sgradevoli, ripugnanti, di uomini,chiunque essi siamo.
Nessuno può trattare il bambino come un giocattolo. Ugualmente nessuno deve lasciarsi governare dal
bambino; e meno che meno quando egli si esprima in forma irruenta.

Cap.11- Rosmini
Risorgimento italiano. Fondò una congregazione religiosa nel 1828: l’istituto della carità. Condannato nel
1888 per alcune proposizioni all’epoca giudicate pericolose. La sua opera può essere letta come esempio di
mobilitazione cattolica di fronte alla mobilitazione dei sostenitori della secolarizzazione e della modernità.
Rosmini portò avanti tesi filosofiche tese a contrastare l’illuminismo.
Anche se l’opera di R. si sviluppa nell’arco di svariati decenni, il momento cruciale del suo impegno fu nel
1848 durante il quale prese parte alle vicende italiane. La sua posizione è del tutto originale: cerò di portare
la chiesa dalla parte delle riforme.
In campo pedagogico sottolinea l’esigenza di una formazione integrale dell’uomo come fine
dell’educazione. L’unità dell’uomo, la sua armonia, si manifesta nella convergenza di mente e cuore;
l’educazione non è solo trasmissione di conoscenza, ma anche di saggezza fondata su una riflessione
ontologica e antropologica cristiana.
L’educatore deve essere consapevole e riconoscere l’ordine oggettivo degli esseri e il loro orientamento
gerarchico a Dio e questa conoscenza è l’unica veritiera; la ricerca della verità consiste in una filosofia che
vuole giudicare l’individuo a conformare il proprio essere all’ordine delle cose, ad interiorizzarlo.
La verità non è opera dell’uomo, ma la sua opera è cogliere la verità con l’intelligenza, quindi la pedagogia è
fondata su una dottrina della verità e dell’essere e assume un’ispirazione fortemente religiosa.
Dio è centro di tutte le cose, unità fondamentale del cosmo; l’uomo arriva a Dio attraverso le proprie
volontà e l’attività morale.
Un motivo rilevante della posizione di R. è la perfezione della persona che deriva dalla volontà e dall’attività
morale enunciate precedentemente ed è compito dell’educatore osservare ed agevolare.
L’educazione è il mezzo per la crescita dello sviluppo della dimensione spirituale e quindi il metodo di
insegnamento deve adeguarsi all’ordine oggettivo dell’essere e l’articolazione del curriculum deve

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rispecchiare l’ordine ontologico (riguardante la natura e la conoscenza dell’essere come oggetto di sé) ed
aderire alla struttura dell’essere umano.
R. crede di impostare in modo nuovo e scientifico il problema del metodo educativo.
Nell’insegnamento occorre fare in modo che la verità sia proposta secondo un ordine sequenziale, in modo
che le nozioni che precedono non abbiano bisogno per essere chiarite e comprese di quelle che devono
seguire: l’insegnamento deve cominciare da ciò che è già noto.
R. visse nello stesso periodo di Don Bosco e ci sono alcuni elementi di contatto. La pedagogia salesiana ha
un orientamento pratico, mentre R. tenta una sistemazione teorica di ampio respiro, ma entrambe si
rivolgono a fondere un clima di libertà interiore ed esteriore che vuole essere motivo distintivo
dell’educazione cattolica moderna.
R. fu uno spirito innovatore e riformatore, le sue posizioni non furono quasi mai estreme; era consapevole
di essere di fronte a una crisi acuta della società, che richiedeva riforme da affrontare con equilibrio.
L’opera riformatrice degli uomini saggi era necessaria anche in campo educativo e l’unità dell’educazione
poteva essere raggiunta solo a partire da un’antropologia e un’ontologia di carattere religioso.
R. sottolineava l’opportunità di superare le diversità d’opinione.
La crisi del senso religioso della vita, che comportava la crisi delle pratiche educative, trovava nel
disorientamento presente all’interno della chiesa una delle radici più profonde.
La religione è l’unica possibilità che l’uomo ha a disposizione per scoprire la verità, per trovare il senso della
vita, la religione doveva essere anche la risposta essenziale per l’educazione e la fede cristiana come
compimento dell’ansia religiosa dell’uomo ed espressione della verità più autentica,doveva essere
considerata come una fonte di un’educazione adeguata all’umano oltre che veritiera.
Parte antologica: Considerazioni di Rosmini sul carattere unitario dell’opera educativa sono esposte
nell’opera Sull’unità dell’educazione, di cui si riportano alcune delle pagine iniziali, in cui l’Autore espone
aspetti della visione del mondo che dovrebbe proficuamente reggere l’intera teoria dell’educazione

Cap.12- Il marxismo
Karl Marx nasce a Treviri nel 1818 e studia a Bonn e a Berlino. Terminati gli studi, diviene giornalista e
redattore capo di un giornale liberale che viene soppresso nel 1843 per le sue posizioni politiche. Marx si
trasferisce a Parigi, dove diviene amico di Engels e scrive alcune delle sue opere maggiori.
Nel 1864 è tra i fondatori della Prima Internazionale, in cui svolge un ruolo molto attivo, fino all’esaurirsi
dell’associazione. Nel 1871 segue le vicende della Comune di Parigi e negli ultimi anni della sua vita
polemizza con i sostenitori di Ferdinand Lassalle, che puntava a far giungere il movimento socialista al
potere in Germania senza rivoluzione. Marx morirà a Londra nel 1883.
Il pensiero marxista ha una notevole importanza anche in ambito pedagogico; negli stessi scritti di Marx ed
Engels si trovano importanti riflessioni di carattere educativo, soprattutto a proposito della condizione
dell’infanzia e dell’adolescenza nel mondo industriale e della vita familiare nella storia occidentale. . Le sue
teorie, le sue analisi economiche e sociali, hanno sempre come obiettivo ultimo la trasformazione di una
realtà che considera ingiusta ed inaccettabile. E’ un pensiero al servizio dell’azione.
Per cambiare la realtà bisogna comprenderla, e per comprenderla occorre, per Marx, considerare le forze
reali che agiscono in essa. Marx, che proviene dalla scuola dell’idealismo di Hegel (del cui pensiero restano
tracce anche nella sua filosofia più matura), finisce per rovesciarlo interamente: la storia non è mossa per
lui da alcuna forza ideale o spirituale (lo Spirito assoluto degli idealisti).
La storia è fatta da uomini e donne concreti, che non possiedono una essenza astratta, ma sono quello che
sono in base alle condizioni concrete in cui si trovano a vivere; condizioni che sono in primo luogo
economiche. Marx distingue - ed è una distinzione centrale nel suo pensiero - nella società la struttura dalla
sovrastruttura. La struttura, l’elemento fondamentale, è costituita dall’economia e in particolare dai
rapporti di produzione, ossia dal modo in cui in una data società gli individui si organizzano per produrre; la
sovrastruttura consiste invece in tutti gli elementi per così dire culturali e spirituali di una data società: la
morale, la religione, la filosofia, l’arte, il diritto, l’educazione eccetera.

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Si potrebbe affermare che Marx e Engels non si dedicarono mai ad approfondire questioni pedagogiche e
che la loro filosofia sia improntata ad un presupposto fondamentale che metterebbe addirittura in secondo
piano le problematiche educative. Tutti i fenomeni culturali sono espressioni della struttura economica e
rientrano in quella che il marxismo intende come ideologia, concetto fondamentale anche per la pedagogia
marxista. Il compito dell’ideologia è quello di mascherare la realtà dello sfruttamento e più in generale,
propone una visione gerarchica del mondo fisico e sociale, la cui esistenza sarebbe variamente giustificata
sul piano religioso.
Lo scopo dell’educazione sarebbe, nel clima dell’ideologia dominante, quello di adattare i singoli individui
alla loro posizione, a dissuadere da qualsiasi ipotesi di cambiamento e a conservare la struttura sociale nella
sua forma, identificandola con un destino imperscrutabile.
Ciò che l’educazione deve far sorgere è una nuova coscienza di classe, condizione di quella rivoluzione che
Marx ed Engels individuarono come momento necessario di uno sviluppo storico che aveva portato
all’esasperazione delle differenze di classe con lo sviluppo del sistema capitalistico industriale.
La presa di coscienza e l’umanizzazione sono le finalità principali dell’educazione

Nel 1844, pubblicò “manoscritti economico-filosofici” all’interno del quale veniva esposta l’idea marxiana
dell’alienazione dell’uomo nel sistema capitalistico industriale, che espropria il lavoratore del proprio
lavoro, alienandolo così dal prodotto del suo stesso fare.
La società capitalistica produce alienazione, perché l’uomo non è più padrone del proprio lavoro, e per
riportare l’uomo ad essere protagonista della propria attività e della propria vita occorre una
trasformazione radicale del sistema sociale ed economico.
Nel 1848 venne pubblicato il “Manifesto del Partito Comunista”.
Sul piano della lotta politica, il marxismo si caratterizza per la sua singolare struttura organizzativa, il partito
che è composto da lavoratori, intellettuali e contadini e che lotta per avviare una rivoluzione proletaria che
porterà all’estremo le contraddizioni del sistema capitalistico e che instaurerà il socialismo.
Dopo il 1848, Marx si mette a studiare in profondità l’economia classica, come diretta conseguenza della
constatazione, risalendo ad alcuni anni prima, che il sapere accumulato nei millenni serva a conservare il
mondo, quando si tratta, invece di trasformarlo: proprio l’economia sarà una tematica centrale nelle sue
opere.
Una volta fatta la rivoluzione, per Marx ed Engels occorrerà passare attraverso una fase transitoria di
dittatura del proletariato, una forma di Stato interamente nelle mani del proletariato, che difenderà le
conquiste della rivoluzione.
Ma si tratta, appunto, soltanto di una fase. L’obiettivo della rivoluzione non è quello di creare uno Stato
comunista, ma di realizzare una società libera e giusta. Per Marx ed Engels, lo Stato è sempre lo strumento
adoperato da una
classe sociale per dominarne un’altra. Nella fase di transizione si creerà uno Stato proletario, che attuerà le
riforme necessarie, prima fra tutte l’abolizione della proprietà privata e la concentrazione di tutto il capitale
nelle mani dello Stato.
Successivamente, tuttavia, lo Stato stesso finirà per scomparire. La necessità di un Stato sussiste fino a
quando esistono classi sociali, di cui una domina l’altra.

Un’altra tematica importante è l’educazione pubblica gratuita per tutti. Si tratta di un principio che era già
stato affermato già all’inizio dell’età moderna da Comenio, ma che di fatto non aveva trovato realizzazione
storica.
Marx ed Engels parlano di una abolizione del lavoro infantile, ma solo “nella forma attuale”. I due pensatori
non sono contrari al lavoro dei bambini, ma solo alla forma di grave sfruttamento che esso assume nella
società capitalistica.
Nel Capitale (Libro I, cap. 8) denuncia le dure condizioni di lavoro infantile nei diversi tipi di industrie inglesi.
Questo sfruttamento va eliminato, così come va eliminata ogni forma di sfruttamento. Ma non va eliminato
il lavoro infantile. Occorre considerare che per Marx il lavoro è l’attività attraverso la quale l’essere umano
si distingue dagli animali, trasforma la natura e si realizza storicamente.

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L’educazione dell’uomo muovo della società comunista non può dunque prescindere dal lavoro, come
avviene nella formazione borghese. I due mondi della fabbrica e della scuola, del lavoro e dell’educazione,
dovranno incontrarsi e contribuire insieme alla formazione dei bambini.
Un ulteriore aspetto da considerare è la critica della famiglia, considerata una istituzione che non ha
nessuna validità assoluta, ma nasce in stretta relazione con l’evoluzione della società capitalistica e
risponde alle sue esigenze.
La nascita della famiglia monogamica è storicamente legata, come mostra Engels in L’origine della famiglia,
è legata al passaggio dal comunismo primitivo, con la proprietà comune, alla proprietà privata; solo con
questo cambiamento economico è concepibile la distinzione tra una sfera intima, privata, ed una sociale e
pubblica.
Con l’avvento del comunismo e l’abolizione della società privata la famiglia (che implica anche il dominio
dell’uomo sulla donna) non ha più senso. L’educazione non spetta più alla famiglia, ma alla società. Appena
possibile, dunque, i bambini dovranno essere sottratti alle cure materne ed affidati ad istituti educativi
pubblici.
Parte antologica: Vengono riportate alcune condizioni degli operai all’epoca della prima industrializzazione;
anche la storiografia non marxista ha descritto il fenomeno dello sfruttamento e dell’abbrutimento nelle
manifatture degli operai, costretti ad un lavoro massacrante a cui erano sottoposti anche donne e bambini.
La denuncia delle condizioni di vita della classe operaia è posta da Marx sullo sfondo di una descrizione
sintetica dello spirito di sfruttamento che domina il sistema capitalistico industriale.

Cap.13- positivismo
Auguste Comte: concezione evolutiva della scienza e della conoscenza. Comte propose un sistema delle
scienze positiva (che si adattavano all’era industriale): matematica, astronomia, fisica,chimica,biologia e
sociologia erano fondamentali. Tutto il resto doveva essere eliminato e Comte sperava di annullare le
differenze tra classi e far unire filosofi e produttori.
Il positivismo dedica molta attenzione alla formazione dei lavoratori. La scienza deve essere indipendente
dal potere politico. Formare una nuova classe di sapienti, con un indirizzo multidisciplinare, che si dedicasse
allo studio complessivo delle discipline, studiando le relazioni tra loro e i principi comuni.
Importante per l’educazione è il ruolo dell’interazione sociale, del rapporto tra individuo e società nella
formazione della personalità. Questi temi sono stati studiati da un altro positivista, Durkheim. Ha dato vita
a una concezione problematica della società contemporanea, nella quale i fattori fondamentali sono:
organizzazione razionale degli spazi e dei tempi di vita; complessità crescente della vita sociale;
pianificazione del lavoro centrata sulla produzione.
Afferma che quasi tutto ciò che si trova nelle coscienze individuali “viene dalla società”: pensare e sentire,
la stessa individualità della persona,k stati psichici come la religiosità o la gelosia derivano tutti
dall’organizzazione collettiva e dagli stereotipi diffusi.
L’autentica scienza pedagogica potrà essere formulata soltanto dopo aver studiato i gruppi sociali.
Particolare attenzione viene posta sull’educazione morale: spirito di disciplina, attaccamento al gruppo,
autonomia della volontà.
Confusione terminologica riguardo l’educazione, spesso confusa con la pedagogia, ma vanno separati.
Per Durkheim, l’educazione è l’azione esercitata sui fanciulli dai genitori e dai maestri; il ruolo degli
educatori è pervasivo e va ben oltre l’ambito delle istituzioni educative tipiche delle società moderne. Si va
a plasmare l’anima dei figli con parole e azioni.
La pedagogia consiste invece non in azioni, ma in teorie cioè modi di concepire l’educazione. Secondo
Durkheim la pedagogia ha un carattere scientifico, poiché si riferisce a fatti acquisiti mediante osservazione
e ha come oggetto di studio qualcosa che realmente esiste ed è tangibile. Lo scienziato viene visto come
unico detentore del sapere e quindi unico che possiede la verità, il suo compito è di ricercare la realtà, non
di giudicarla.
Da tutto ciò si scaturisce la possibilità che esista un sapere di carattere scientifico anche sull’educazione .
Allo stesso tempo, Durkheim è pienamente consapevole del carattere imperativo delle strutture sociali e di
quelle educative in particolare e dichiara che lo stesso ruolo del genitore è mediato dalla società.

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Parte antologica:Viene riportato un brano che ancora una volta va a sottolineare la distinzione tra
educazione e pedagogia come scienza riguardante i fatti tipici di quelle pratiche sociali che si propongono il
fine di formare le generazioni più giovani e di prepararli ad entrare nella vita adulta.

Cap.14: Maria Montessori


Maria Montessori nasce nel 1870 a Chiaravalle, in provincia di Ancora e studia a Roma medicina. Inizia nel
1906 l’esperimento delle “case dei bambini” di San Lorenzo, che diverrà famoso in tutto il mondo. Da allora
comincia a viaggiare in Europa, negli Stati Uniti diffondendo il suo METODO in tutto il mondo. Le vicende
della sua vita si confondono con quelle della dissuasione del metodo e della crescita delle organizzazioni da
lei stessa fondate per divulgarne i principi e per gestire le numerose scuole che li applicavano. Muore nel
1952 in Olanda.
La pedagogia montessoriana è una delle espressioni più significative dell’educazione attiva novecentesca, il
movimento pedagogico che puntò ad un profondo rinnovamento delle idee e delle pratiche educative,
tanto nella scuola che nei rapporti tra genitori e figli.
Maria Montessori ebbe un successo assolutamente sorprendente sia sul piano della fama personale sia sul
piano della diffusione delle sue idee nei grandi paesi del mondo occidentale ed il suo approccio si
costituisce a partie dalle prime esperienze di medico che la M. compì sotto la guida dei suoi grandi maestri
antropologi, dai quali fu incoraggiata ad indirizzarsi allo studio dell’infanzia.
La pedagogia montessoriana si presenta come un insieme d’attività efficaci basate sull’osservazione del
bambino nel suo ambiente di vita. Anzi, sarà la stessa Montessori a precisare di non aver scoperto nulla di
originale, ma piuttosto di non avere altro merito se non quello di essersi lasciata guidare dai bambini.
Occorre anche osservare che la fama dell’opera montessoriana si deve al METODO con cui volle
caratterizzare le esposizioni delle pratiche educative da lei utilizzate; questo metodo è fatto di un’ampia
varietà di materiali di sviluppo, vale a dire di oggetti, il cui uso adeguato consente al bambino di compiere
osservazioni personali che sviluppano intelligenza e creatività senza l’intervento diretto dell’adulto.
Uno degli aspetti importanti da comprendere nella metodologia della M. è il legame tra ricerca pedagogica
e conoscenze scientifiche, specialmente mediche ed è proprio per questo che andò a definire la sua
pedagogia come pedagogia scientifica.
Un aspetto su cui bisogna soffermarci poiché di notevole interesse è il motivo per cui M. scelse di chiamare
le sue scuole “case dei bambini”; innanzi tutto un primo motivo risulta essere la volontà di dar vita ad un
luogo per la custodia dei figli degli inquilini che vivevano nello stabile e lavoravano fuori casa, i padri nelle
fabbriche, le madri come domestiche tutto il giorno. Quindi una prima motivazione è quella di voler aiutare
i genitori, seguita dalla volontà di condurre un esperimento pedagogico, utilizzando quei materiali che M.
aveva conosciuto nello studio di Itard e Séguin e che aveva già applicato con successo nell’istruzione degli
adulti portatori di disagio e/o svantaggio.
Da tutto ciò, si può evidenziare come l’intenzione montessoriana era quella di offrire ai bambini uno spazio
per una vita serena in cui vivere armoniosamente le prime esperienze di apprendimento e di
socializzazione. Tutto ruota intorno alla libertà che deve costituire il rapporto tra adulto-bambino.
Sempre di più si inserì di più nel confronto tra scuole di pensiero diverse, tanto che, ad un certo punto della
sua vita avvenne nel suo percorso di ricerca un vero e proprio mutamento di paradigma, l’allontanamento
dal pesante fardello positivistico e l’adesione al vitalismo biologico e alla psicoanalisi.
A proposito della psicoanalisi, probabilmente la scuola psicologica più consonante con l’antropologia
montessoriana, va detto che M. ne rielaborò in maniera personale e originale il concetto essenziale
d’inconscio, deturpandolo, tuttavia, da ogni riferimento alla libido, centrale in Freud.
Per M. la vicenda dello sviluppo infantile è una testimonianza preziosa della tendenza degli organismi più
evoluti e complessi ad elevarsi dal piano della natura a quello dello spirito. Queste considerazioni si
mantenevano all’interno del discorso scientifico del tempo e trovavano pienamente spazio nella riflessione
epistemologica ed antropologica.
La casa dei bambini è un ambiente curato, per il quale l’adulto spende tempo ed energie, nella
consapevolezza che attraverso la preparazione dell’ambiente si esercita nella maniera più proficua ed
efficace la sua influenza educativa.
La casa dei bambini è descritta come un laboratorio di psicologia in cui l’insegnante smette di svolgere
attività tradizionali e smette di fare lezioni frontali, non deve porsi al centro dell’attenzione, ma piuttosto

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adeguare la propria attività a quelli che sono i reali bisogni e potenzialità dei suoi allievi mentre quest’ultimi
devono collaborare nelle cosiddette attività di vita pratica, alle quali M. attribuiva un’importanza pari a
quella dell’attività con i materiali di sviluppo ed ovviamente i bambini devono rendersi conto delle proprie
capacità.
Parte antologica: Viene riportato un brano tratto dal “Il metodo della pedagogia scientifica applicato
all’educazione nelle case dei bambini”

Cap.15-Deway

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