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Un’opera milanese

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Il complesso per abitazioni e uffici in corso Italia a Milano è senza dubbio uno dei grandi
capolavori di Luigi Moretti. Promosso dall’Immobiliare Santa Eufemia Nuova e poi venduto,
l’edificio è realizzato tra il 1949 e il 1956 dalla Cofimprese, la società fondata pochi anni
prima dallo stesso Moretti con l’imprenditore Adolfo Fossataro. L’area d’intervento è
situata in una zona centrale e di alto valore commerciale della città di Milano, a poca
distanza da piazza del Duomo, tra corso Italia e le vie Rugabella, San Senatore e
Sant’Eufemia. Il lotto, confinante su corso Italia con un edificio a corte ottocentesco e
disposto in direzione est-ovest secondo un irregolare tracciato a trapezio, include anche
una nuova strada di piano regolatore, ortogonale al corso e collegata con la retrostante
via San Senatore. Il complesso è composto da quattro edifici diversi per forma, dimensioni
e orientamento e tra loro collegati da una serie di gallerie, piazze e passaggi aperti e
strade sotterranee: un edificio su via Rugabella, di due piani, aderente alla cortina
stradale, a segnare il lato nord del complesso; uno di 32 metri, ad angolo con questo e
affacciato a sbalzo su corso Italia, contenente negozi, uffici e appartamenti; un edificio
alto 20 metri, parallelo al secondo e ad esso collegato da un elemento a ponte,
interamente destinato ad uffici; infine, un edificio di 48 metri, adibito per i primi sette
piani ad uffici e per i rimanenti sette ad abitazioni, diviso in due blocchi da una profonda
cesura verticale, che fa da fondale alla strada interna. Sotto questa strada è collocata
un’ampia autorimessa a due piani, collegata all’esterno tramite rampe carrabili. La
costruzione è quindi completamente aperta e libera dagli allineamenti stradali con il
fabbricato principale disposto in senso trasversale, in modo da conciliare l’utilizzazione
integrale dello spazio con lo sfruttamento più completo dell’aria e della luce, mentre le
altezze sono calcolate secondo la cubatura permessa ad una soluzione a cortili chiusi. In
mancanza di un piano regolatore, infatti, la zona quasi completamente distrutta durante
la guerra risultava ancora soggetta a un piano concordato con i proprietari, secondo la
legge urbanistica del 1942. In particolare, il regolamento imponeva soltanto che i nuovi
edifici non superassero i due piani su via Rugabella: la costruzione, allora, che si snoda
lungo l’angusta strada nella moderata altezza prevista, giunta all’imbocco di corso Italia,
“s’impenna”, quasi in equilibrio impossibile sulla base, e “vola” verso il cielo per oltre

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trenta metri, con i fianchi assottigliati e le superfici dei due fronti tra loro convergenti,
fino a formare una testata affine a quella dell’edificio ottocentesco al suo fianco. Per
quanto riguarda gli elementi della costruzione, troviamo una struttura in cemento armato
e solai a piastra senza travi a vista, con impianti incorporati e interassi modulari tra i
pilastri, in modo da permettere una suddivisione dei locali interni più varia possibile. Per
il carattere avveniristico del corpo a sbalzo, che sembra navigare a mezz’altezza su corso
Italia, l'edificio è soprannominato il “palazzo volante” e nel centro storico di Milano
costituisce uno spettacolo eccezionale, un’originale interpretazione della “casa alta” e
della sua relazione con la città. Non a caso, per Moretti, l’obiettivo principale è proprio
la composizione dei volumi rispetto all’area a disposizione e all’intorno urbano: alla fine
ciascun fabbricato risulta come un cuneo ideale inserito nello spazio di sua competenza,
in perfetta armonia con l’ambiente. Così, puntando sulla libera plasticità dei volumi, il
complesso di corso Italia ridefinisce le geometrie urbane milanesi. Da questi presupposti
nasce la particolare soluzione studiata da Moretti per le facciate, diverse una dall’altra,
tanto nella griglia delle finestre quanto nei materiali di rivestimento: mosaico vetroso a
tesserine bianche per il blocco su corso Italia e lastre di calcare compatto per lo stabile
retrostante. Infine, la superficie dell’edificio perpendicolare al corso è completamente
rivestita in cristallo, semplicemente alternato tra parti traslucide e parti trasparenti,
mentre il corpo a cuneo presenta due facciate completamente diverse una dall’altra: la
parete verso la strada interna è segnata da una serie continua di aperture che dividono
orizzontalmente ciascun piano, mentre il fronte nord è quasi completamente chiuso e solo
sottili fenditure poste all’altezza di due metri dal pavimento impediscono la vista degli
interni dove sono collocati i servizi. Tali astratte bucature, che si dilatano lungo il fronte
in corrispondenza della progressiva dilatazione degli spazi retrostanti, rivestono in questo
caso anche una funzione decorativa, quella stessa che le cornici rivestono nelle
architetture antiche. Ciò che appare con più evidenza nel complesso milanese è, infatti,
la volontà, dichiarata dallo stesso Moretti, di instaurare una visione temporale o
“successiva”, come quella richiesta dalle grandi architetture michelangiolesche e
barocche da lui citate nei suoi saggi. Lo spazio architettonico non è assoluto, ma vive nello
stratificarsi del tempo e della sua percezione “umana, troppo umana”. In quest'opera,
come scrive Moretti a proposito di Michelangelo, “si accentua l'ordinata tempo, e di
conseguenza quella lettura nervosa, inquieta, profetica del temperamento biologico
dell'uomo moderno, della sua inquietudine, soprattutto della sua ansia nell'intera sfera
del suo dintorno”.

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