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Alessandro Manzoni descrive in modo molto profondo il personaggio di Gertrude.

All’inizio la monaca ci viene presentata come la vittima di una società e di tradizioni


familiari ingiuste. Fin da bambina ha vissuto le costrizioni imposte dal padre principe
che ha deciso per lei una vita in convento lontana da tutto quello che una ragazzina
può sognare e desiderare. Da lettrice ho provato un profondo senso di pietà per questa
ragazza che per il suo carattere debole non ha saputo opporsi alle decisioni ormai
definitive della sua famiglia. Non oso immaginare come mi sentirei al suo posto se
non potessi vivere la mia vita con la libertà di fare le mie scelte.
Il personaggio di Gertrude però è molto complesso e questa complessità deriva dalle
tante sofferenze che le sono state imposte.
Riusciamo a comprenderla e a perdonarle certi atteggiamenti tenuti in convento come
per esempio farsi chiamare signora, comandare, vivere in un quartiere a parte del
convento, mostrarsi altezzosa lasciando dei ciuffi di capelli al di fuori del velo, essere
corteggiata.
Quando Manzoni ci presenta Gertrude, la descrive come vittima e suscita in noi
sentimenti di comprensione e simpatia nei suoi confronti.
La fragilità del carattere di Gertrude la si può comprendere ma certamente non
giustificare quando si rende complice di un omicidio.
La monaca ha sempre vissuto col timore di esprimere il suo pensiero e la sua parola,
dunque l’omicidio della conversa era l’unica soluzione per mantenere segreta la sua
storia amorosa con Egidio.
Gertrude temeva che la sua famiglia venisse a conoscenza del suo segreto.
Se ella fosse stata educata diversamente, e non avesse dovuto subire delle imposizioni
e accettare una vita che non le apparteneva, forse il dramma del suo comportamento
si sarebbe potuto evitare.