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la filosofia

Lucio Anneo Seneca, figlio di Lucio Anneo Seneca detto il Padre o il Retore, apparteneva a una
ricca famiglia provinciale di rango equestre. Nacque a Cordoba, in Spagna, forse nel 4 a.C.
A Roma si svolse la sua istruzione retorica e filosofica. Egli ricorda, nelle Epistole a Lucilio, i
maestri della sua giovinezza: Papirio Fabiano, retore e filosofo; lo stoico Attalo; il
neopitagorico Sozione, da cui apprese costumi sobri e austeri che conservò per tutta la vita.

Nonostante da giovane avesse scelto la vita contemplativa, a cui lo indirizzavano i suoi


maestri di filosofia, egli l'abbandonò per amore del padre; intraprese infatti il cursus honorum
e rivestì la questura, in un anno a noi ignoto.

Le sue eccezionali qualità oratorie, subito riconosciute e ammirate, lo destinavano a una


brillante carriera. Tuttavia i suoi rapporti con gli imperatori furono difficili fin dall’inizio.
Caligola gli fu talmente ostile da progettare di farlo uccidere e da desistere solo perché
convinto che Seneca era malato gravemente e che sarebbe morto in breve tempo.

Più gravi conseguenze ebbe per lui l'ostilità di Claudio; questi infatti, nel 41, ossia all’inizio
del suo principato, istigato dalla moglie Messalina, lo accusò di adulterio con Giulia Livilla
(sorella di Caligola, odiata da Messalina) e lo condannò all'esilio in Corsica (posto desolato).
Qui Seneca rimase fino al 49, quando fu richiamato a Roma dalla nuova moglie di Claudio,
Agrippina.

Tornando nella capitale quando aveva ormai oltrepassato la cinquantina, dopo un lungo e
doloroso esilio, Seneca probabilmente non intendeva riprendere la carriera politica. Dovette
tuttavia accettare l'incarico di precettore di Nerone (figlio di Agrippina adottato da Claudio),
cui la madre stava già preparando la successione all'impero. Egli entrava così nel palazzo
imperiale e iniziava un lungo periodo di servizio al potere e anche di esercizio di esso.

Nel 54, infatti, quando Claudio morì e gli successe Nerone, Seneca si trovò a essere consigliere
imperiale di un giovane non ancora diciottenne ed ebbe praticamente nelle sue mani il governo
dell’impero: nei primi anni del principato neroniano il vero reggente fu Seneca, con Agrippina
e con il prefetto del pretorio Afranio Burro.

Ma la speranza di Seneca di fare del giovane principe un sovrano esemplare si rivelò


un'illusione. La collaborazione con un potere dispotico, sostenuto con intrighi e delitti,
comportava necessariamente l'accettazione di compromessi anche molto gravi.

Nel 59 Nerone fece uccidere la madre, non sopportando più le sue ingerenze. Non siamo in
grado di ricostruire con certezza quale ruolo abbia avuto Seneca in questo delitto, del quale
tuttavia non poté non essere, almeno in parte, complice.

È certo che Seneca rimase al fianco di Nerone anche dopo il matricidio. Tuttavia la sua
posizione si fece sempre più debole per l'insofferenza di ogni freno da parte del principe e
divenne insostenibile dopo che, nel 62, Burro morì e fu sostituito dal nuovo prefetto del
pretorio, Tigellino. A questo punto Seneca, adducendo ragioni di età e di salute, chiese a
Nerone il permesso di abbandonare ogni attività pubblica e di ritirarsi a vita privata.

Dal 62, l'anno del ritiro (che Seneca chiama secessus), al 65, l'anno della morte, egli si dedicò
completamente alla vita contemplativa (riflessione, lettura, studio, composizione delle sue
opere).

Non riuscì tuttavia a mettersi al riparo dall'ostilità di Nerone. Quando nel 65, fu scoperta la
congiura di Pisone contro l’imperatore, il filosofo fu considerato (non sappiamo se a torto o a
ragione) tra i complici e costretto a togliersi la vita.
Egli affrontò la morte, secondo il racconto di Tacito, con coraggio, serenità e nobiltà d’animo,
ispirandosi all'esempio delle "morti filosofiche" di Socrate e di altri grandi sapienti del passato.

SENECA E LA POLITICA
Nato sotto Augusto, Seneca in vita sua vide al potere tutti gli imperatori giulio-claudi, ma
non sarà mai in durevole sintonia con nessuno di loro. Questo perché, pur prendendo atto che
il principato fosse una realtà di fatto, Seneca vide che l’accentramento del potere in mano a
uno solo ne causava la corruzione. Tuttavia Seneca, che per tutta la vita si pose il problema
di come l’intellettuale potesse aiutare i propri simili, cercò di dare il suo contributo svolgendo
la carica di consigliere del principe, non opponendosi a lui.

Tiberio: condanna del suo principato nell’Ad Marciam (giovanili simpatie repub).

Caligola: considerato nel De ira l’emblema del sovrano crudele e folle.

Claudio: durante l’esilio tesse le sue lodi per ritornare in patria nel Ad Polybium, alla sua
morte scrisse la laudatio funebris che Nerone pronunciò in senato, ma subito dopo sfogò il
risentimento nell’Apokolokyntosis.

Nerone: si aspettava una aurea aetas, gli rivolse il De Clementia, dove lo identifica con il rex
iustus; la loro collab. dura 5 anni, durante i quali Seneca scese a gravi compromessi, capendo
sempre di più quanto è difficile per il sapiens partecipare alla vita politica.

Affronta il problema tra vita attiva (negotium) e contemplativa (otium) con riflessioni
oscillanti, legate alla sua esperienza e al contesto storico. Si concentrò sull’etica della
politica: la sua visione del principato non è separata dalla morale del princeps ed è
caratterizzata da un crescente pessimismo.

Dapprima nel De tranquillitate animi sostiene che il saggio deve ritirarsi dalla vita politica
solo per necessità; comunque nell’otium il sapiente potrà attivamente giovare agli altri
esercitando gli officia hominis (doveri dell’uomo). Nel De otio propugna l’estraniamento del
saggio dall’impegno politico, che deve essere cosmopolita, abbracciando tutti gli uomini.

Unico tragico latino di cui le opere si siano conservate. Oltre alle opere conservate, ne scrisse
molte altre che sono andate perdute. A parte le orazioni, di cui non resta traccia, abbiamo
scarsi frammenti di un trattato dal titolo Moralis philosophiae libri e di altri testi di
argomento filosofico.

CARATTERISTICHE

Sono un gruppo di testi di argomento filosofico. Si tratta di 10 opere per un totale di 12 libri (9
sono in un libro solo; una, il De ira, è in tre libri). Non sappiamo quando si sia formata questa
raccolta né se il titolo risalga all'autore stesso.

Quelli di Seneca non sono dialoghi come quelli di Platone e di Cicerone, in cui la discussione si
svolge tra due o più personaggi in una cornice “drammatica", ma nei dialoghi senecani
l’autore parla sempre in prima persona, avendo come unico interlocutore il dedicatario
dell’opera.
1: discorso rivolto a una donna dell'alta società romana
per recare loro
2: discorso rivolto alla madre Elvia consolazione in un
3: discorso rivolto ad un potente liberto dell’imperatore momento di dolore

4-7: trattati su argomenti diversi

L'impianto dei dialoghi di Seneca non corrisponde dunque a quello dei dialoghi veri propri, ma
risente dell’influsso della tradizione della diàtriba cinico-stoica, con cui condivide
l’impostazione vivacemente discorsiva, la tendenza a rivolgersi direttamente al destinatario
immaginando di avviare con lui una discussione e la frequente introduzione delle domande e
delle obiezioni di un interlocutore fittizio (portavoce delle opinioni comuni o di posizioni
diverse da quelle dell'autore), che non sempre s’identifica con il dedicatario.

La datazione delle singole opere è incerta e discussa.

I DIALOGHI DI IMPIANTO CONSOLATORIO (CONSOLATIONES)

Consolatio ad Marciam: (“Discorso consolatorio rivolto a Marcia"); è l’opera più antica, scritta
prima dell'esilio, forse nel 37. Seneca si propone di consolare Marcia, donna dell'alta società
romana, sofferente per la perdita del figlio Metilio. L'opera s’inserisce nella tradizione della
"consolazione" filosofica (Cicerone). Seneca riprende dunque il repertorio topico degli
argomenti addotti dai filosofi di varie scuole per consolare chi ha subito un lutto e s'impegna
nella dimostrazione che la morte non è un male, svolgendo la tesi della morte come passaggio
a una vita migliore. Conclude con l'elogio di Metilio e con la sua apoteosi, immaginando che il
nonno Cremuzio lo accolga in cielo, nella sede riservata alle anime degli uomini grandi.
L'opera ha carattere retorico sia nei temi tradizionali, sia nello stile elaborato e sostenuto. Si
rilevano in questa prima prova la capacità di rielaborare brillantemente i luoghi comuni e la
perfetta padronanza dei mezzi espressivi che contraddistinguono tutta la sua produzione.

Consolatio ad Helviam matrem: (“Discorso consolatorio rivolto alla madre Elvia"); periodo
dell’esilio, 42-43. Ha come destinataria la madre dell'autore, che soffre per la sua condanna e
per la sua lontananza. Seneca sviluppa la topica consolatoria elaborata dalla tradizione
filosofica greca riguardo all' esilio, proponendosi di dimostrare che esso non è un male, ma un
semplice mutamento di luogo, che non può togliere all’uomo l'unico vero bene, la virtù; del
resto il saggio ha come patria il mondo intero (cosmopolitismo stoico). Alla parte
argomentativa di carattere generale segue lo sviluppo di una serie di temi più specifici e
personali: Elvia viene esortata a seguire l'esempio di donne nobili e coraggiose a cercar
conforto negli studi e nell'affetto degli altri famigliari e a pensare che il figlio, pur lontano da
Roma, vive sereno, dedito alla filosofia, impegnato nella ricerca e nella contemplazione della
verità. Il tono è di affettuosa intimità, ma soprattutto di nobile dignità. Oltre alla
rievocazione degli affetti familiari, con l’espressione di sentimenti teneri e profondi, il
filosofo vuole trasmettere di sé l’immagine di un uomo che, colpito dalla sventura, mantiene
una virile e magnanima serenità, in piena coerenza con le dottrine che professa.
Consolatio ad Polybium: consolatio mortis: rivolta a un potente liberto dell'imperatore
Claudio, in occasione della morte di un fratello. Periodo dell’esilio, 43-44. Temi: ineluttabilità
del destino e la dimostrazione che la morte non è un male (aut beatus aut nullus est: “o è felice
o non esiste più"). Tuttavia il vero scopo che Seneca si riprometteva (e che non raggiunse) era
il richiamo dall'esilio, infatti il destinatario era uno stretto collaboratore di Claudio: egli si
serve dell’occasione luttuosa come un pretesto per rivolgere al sovrano una vera e propria
supplica → è preponderante l'elemento encomiastico, non solo del liberto Polibio e del fratello
morto, ma soprattutto di Claudio, di cui esalta le imprese militari, la giustizia e la clemenza,
grazie alle quali egli spera di ottenere la grazia. Nella parte finale lo introduce a parlare
(prosopopea) facendogli rievocare grandi personaggi della casa giulio-claudia.
L'atteggiamento adulatorio e l’incoerenza rispetto alla posizione rispecchiata nell’Ad Helviam
hanno indotto alcuni studiosi a rifiutare l'attribuzione dell'opera a Seneca. Nessun argomento
valido, tuttavia, si può addurre a favore di questa ipotesi. In realtà «la Consolatio ad
Polybium è un'opera sincera: in quanto era la confessione di una sconfitta morale» (Traina).

I DIALOGHI-TRATTATI

De Ira: (posteriore alla morte di Caligola (41)). 3 libri in cui il filosofo si propone di combattere
l'ira, passione tra le più odiosa, pericolosa, funesta. Seneca afferma (in coerenza con le
posizioni stoiche) che l’ira è inaccettabile, inutile, in quanto è prodotta da un impulso che
offusca la ragione (simile alla follia). Ne indica i rimedi. Tra gli esempi, tratti dalla storia
greca e romana, spicca quello di Caligola, (evidentemente defunto), descritto come una belva
assetata di sangue.

De brevitate vitae:("La brevità della vita"); risale probabilmente al 49, l'anno in cui Seneca
tornò dall’esilio, dedicato all'amico Paolino. Il filosofo sostiene che gli uomini hanno torto a
lamentarsi per la brevità del tempo assegnato dalla natura alla loro esistenza; in realtà vita,
si uti scias, longa est (“la vita, se sai farne buon uso, è lunga"). Il fatto è che la maggioranza
degli uomini la spreca (“occupati”), contrapposti al saggio, l’unico che conosce il retto uso del
tempo. Spreca il suo tempo chiunque si dedichi ad altro che non sia la ricerca della verità e
della saggezza. Chi pone i suoi obiettivi in e circostanze che non dipendono da lui, si priva
dell' autárkeia, l'autosufficienza, la libertà da ogni condizionamento esteriore.

De vita beata: (“La felicità"); risale al periodo in cui il filosofo era al potere, al fianco di
Nerone. È divisa in 2: 1 = carattere teoretico, espone la dottrina morale stoica, che indica il
sommo bene nella virtù; inoltre polemizza con gli epicurei che identificano il sommo bene con
il piacere; 2 = carattere polemico, ma con implicazioni personali: Seneca respinge le critiche di
chi accusa i filosofi d’incoerenza. Anche se l'autore parla genericamente di filosofi,
riconosciamo in queste accuse le stesse che gli muovevano i suoi nemici nel periodo della sua
massima potenza, ossia il fatto di condurre una vita lussuosa, in clamoroso contrasto con la
dottrina stoica. Il filosofo non nega la fondatezza delle accuse, ma si difende ammettendo di
non essere ancora riuscito a raggiungere gli obiettivi che tuttavia ha il merito di proporsi.
Seneca elabora la sua difesa sostenendo che il filosofo non ama le ricchezze e non soffre
quando ne è privato, ma preferisce possederle, perché esse gli dispiegano un più vasto campo
in cui esercitare le virtù.

De tranquillitate animi: (“La tranquillità dell’animo”); risale al periodo in cui l'autore era
collaboratore di Nerone. È dedicata al caro amico Anneo Sereno, che Seneca immagina gli
chieda consiglio, trovandosi in una condizione d’insicurezza spirituale. Il filosofo, dopo aver
fatto una descrizione dei sintomi di un animo inquieto, indica alcuni rimedi pratici che
aiutano raggiungere la "tranquillità dell’animo": l’impegno nella vita attiva per il bene
comune, l'amicizia dei buoni, la parsimonia, la frugalità, la serena accettazione delle
avversità e della morte.
De otio: (“La vita contemplativa”); risale al periodo immediatamente antecedente o
successivo al ritiro (62). Opera pervenutaci molto lacunosa. Seneca si rivolge ancora ad Anneo
Sereno, affrontando il problema dell’impegno e del disimpegno, ossia della superiorità della
vita attiva o di quella contemplativa, chiedendosi se il saggio debba o no partecipare alla
politica attiva. Il filosofo sostiene la validità della scelta dell'otium osservando che la
posizione stoica (secondo cui il saggio deve impegnarsi politicamente) viene a coincidere con
quella epicurea, secondo cui il saggio non deve impegnarsi. È infatti impossibile, dice Seneca,
trovare uno Stato in cui il filosofo possa agire coerentemente con i suoi principi.

De providentia: (“La provvidenza"); collocazione cronologica è del tutto incerta. Seneca


risponde all'amico Lucilio (il destinatario delle Epistole) che gli ha chiesto perché i buoni sono
colpiti dai mali, se è vero quanto afferma lo stoicismo, cioè che l'universo è retto dalla
provvidenza divina. Il filosofo risponde che in realtà non sono veri mali quelli che gli uomini
considerano tali: si tratta invece di prove a cui gli dèi sottopongono i buoni per temprarli.

De constantia sapientis: (“La costanza del saggio"); dedicato ancora ad Anneo Sereno. Seneca
dimostra la tesi stoica secondo cui il saggio non può essere colpito da alcun oltraggio, perché
la sua forza e la sua superiorità morale lo rendono invulnerabile a qualsiasi attacco esterno.

I TEMI

Seneca non vuole proporre una filosofia astratta, ma guarda alla vita reale cercando di
aiutare gli uomini ad adottare un’arte di vivere (che è soprattutto pratica), capace di
smascherare falsi valori, che scatenano gli affectus (affezioni dell’animo come la paura e la
passione).
La filosofia è dunque uno strumento terapeutico che può guarire i mali dell’anima, purché ce
ne sia la volontà. Nel dialogo egli si rivolge a un interlocutore afflitto da un male dell’anima e
cerca di rimuovere i dubbi e le paure tramite l’admonitio (esortazione), persuadendolo a
cambiare vita e liberarsi dai propri errori. Grazie a questo modo di procedere il lettore
diventa attivamente partecipe del processo terapeutico.

Gli errores degli uomini riguardano la qualità della vita: l’uomo vede la realtà come caotica e
frammentata, il filosofo deve ricomporla. L’uomo si sente in balìa della fortuna, il problema è
causato dall’ignoranza della precarietà dell’esistenza umana.

La paura della morte è immotivata, frutto di inconsapevolezza del destino che è comune a
chiunque nasca: la morte non è una punizione ma una lex naturae, di cui facciamo
esperienza quotidianamente (epistole). La vita appare breve a chi è schiavo di inutili
occupazioni. La quantità di tempo a disposizione non dipende dall’uomo, ma la qualità di esso
si: egli deve impiegare utilmente il tempo dedicandosi alla ricerca intellettuale e al progresso
morale, condizioni necessarie della vera felicità.

La politica appartiene agli indifferentia, elementi che non sono né un bene né un male, e a
cui si deve dare il giusto peso.

La medicina per gli uomini che non trovano mai pace è la cura della propria interiorità:
l’animus è il mezzo fornito dalla natura con cui prendiamo consapevolezza della realtà.
Attraverso la meditatio, riflessione su se stessi, è possibile intensificare i rapporti con il
proprio io. Una volta raggiunta la padronanza di sé (utarkeia) si sarà in grado di agire anche
in aiuto degli altri.

Allo stesso modo bisogna saper scegliere il momento giusto per ritirarsi dalle occupazioni con
dignità: si può e si deve giovare a se stessi e agli altri anche se ci si è ritirati dalla vita
attiva.

Il percorso verso la sapienza è difficile: Seneca sa di non essere un sapiens bensì un


proficientes (progredisce verso il perfezionamento morale) e anche adfectator sapientiae
(aspira alla saggezza cercando di contrastare con fatica le debolezze dell’animo umano).
Sono per impostazione formale simili ai dialoghi (prima persona, destinatario unico
interlocutore, diatriba)
Sono in tutto 3: De Clementia, De Beneficiis e Naturales Quaestiones.

De clementia: abbiamo 1 libro su 2; dedicata a Nerone (lo prepara ad essere un buon principe).

Trattato di filosofia politica in cui Seneca teorizza ed esalta la monarchia illuminata (per
questo ebbe successo e influì notevolmente sul pensiero politico successivo). Si rivolge al
Nerone e lo elogia perché possiede la virtù più grande per un sovrano, ossia la clemenza
(moderazione, indulgenza che chi ha il potere adotta nell'infliggere le pene).

La clemenza è propria del Rex Iustus e non del tiranno perché è tipica di chi governa con
amore e riconoscenza. Il re buono o clemente instaura con i sudditi un rapporto paterno:
punisce malvolentieri e sempre per il bene dei sottoposti.

Seneca prende in considerazione il fatto che il principato è una monarchia assoluta in cui il
potere è incentrato sul re. Sostituisce quindi alla giustizia la clemenza come principale virtù
politica: è infatti una qualità che implica un rapporto di dipendenza (è esercitata dal
superiore sugli inferiori) > i cittadini non devono più sottostare alle leggi (giustizia) ma alla
volontà del Principe (clemenza).

Il filosofo cerca di motivare teoricamente la realtà positiva del principato e trova un efficacie
supporto nella dottrina politica stoica, che indica nella monarchia la miglior forma di
governo.

Si rivolge a Nerone attribuendogli tutte le virtù proprie del sovrano perfetto (figura di Nerone
idealizzata). È una visione utopistica perché identifica nell’imperatore il saggio stoico e i
comportamenti esemplari che gli attribuisce sono implicitamente delle esortazioni a un
programma politico che Seneca finge già attuato.

De beneficiis: Implicazioni politiche meno esplicite, ma non irrilevanti. 7 libri. Dedicato


all’amico Ebuzio Liberale. Seguendo fonti greche stoiche, Seneca propone un trattato su come
elargire e ricevere i benefici (fondamento della convivenza civile e della vita sociale). È basato
sul diritto ma ne parla più a livello filosofico che a livello giuridico. Temi: aiuto reciproco,
riconoscenza, ingratitudine, liberalità, doveri…

Naturales quaestiones: Scritto negli anni del ritiro; 7 libri. E’ un trattato di scienze naturali,
dedicato a Lucilio. Anticamente si facevano rientrare nel campo della filosofia le scienze
naturali, considerate pertinenti alla fisica, quindi studia il mondo della natura sempre
filosoficamente. Precisamente parla di fenomeni meteorologici (precipitazioni, fulmini, venti).
In coerenza con la sua impostazione che subordina all'etica ogni altro interesse e considera
degno di ricerca e di studio solo ciò che può risultare moralmente utile, Seneca si propone
uno scopo morale: mira a liberare gli uomini dai timori che nascono dall'ignoranza dei
fenomeni naturali e a insegnare loro il retto uso dei beni della natura. Questi intenti sono
dichiarati esplicitamente nelle prefazioni e negli epiloghi dei singoli libri e si rivelano anche in
digressioni di carattere moralistico. Deplora che la maggioranza degli uomini trascuri lo
studio della natura; biasima la tendenza a utilizzare le conoscenze scientifiche in funzione di
un accrescimento dei vizi e della corruzione. Viene esaltata più volte la ricerca scientifica =
mezzo con cui l'uomo può innalzarsi al di sopra di ciò che è umano ed elevarsi fino alla
conoscenza delle realtà divine. Nel concludere si augura che gli uomini s’impegnino
maggiormente nello studio dei fenomeni naturali ed esprime la certezza che in un futuro il
progresso scientifico porterà alla luce le verità ancora ignote.

-Stoicismo: λόγος (parola: divinità, un frammento del quale è presente in tutti gli uomini).
Idea di provvidenza > finalismo.

-Epicureismo: legata alla visione atomistica e materialistica di Demostene. Domina il caso


(τύχη). Uomo > livello superiore della natura.
62 a 65; Sono 124 lettere (scritte dopo il ritiro dall'attività politica) conservate, in 20 libri.
Dedicato a Lucilio Iuiniore (de providentia, naturales questiones). Opera filosofica più
importante, esprime nel modo più maturo e personale la sua visione della vita e dell’uomo; vi
sono riflessioni su problemi di filosofia morale.

Seneca si presenta come un uomo che ormai in vecchiaia è padrone del suo tempo e si dedica
esclusivamente allo studio, alla ricerca e perfezionamento morale. Assume nei confronti
dell’amico più giovane l’atteggiamento del consigliere e del maestro, per aiutarlo a
raggiungere quella sapienza che egli stesso ammette di non possedere ancora.

Scrive per giovare a sé e all’amico, ma soprattutto ai posteri, come afferma in una delle
prime epistole. Scriveva con l’intento che le sue epistole fossero lette da un pubblico quanto
più vaso possibile.

È un epistolario letterario perché ha lo scopo di essere pubblicato, a differenza di quello


ciceroniano, ma non fittizio perché non ha finto di scrivere ad un amico e i riferimenti a fatti
e circostanze sono reali.

Uno dei tratti caratterizzanti è il riferimento personale a fatti e circostanze di vita


quotidiana, che sono però utilizzati in funzione morale: queste esperienze vengono
trasformate in occasioni di attenta riflessione (es: ep. 53 = mal di mare > spunto per
introdurre un confronto tra le malattie del corpo e quelle dell’anima).

Non parla mai né di Nerone, né della propria carriera al potere né delle delusioni successive;
preferisce invece parlare dell’amore del padre e della moglie, ricordando i suoi maestri e la
sua adolescenza.

Il tono è colloquiale, libero, disinvolto (non basso e volgare ma neanche aulico). Rende il
discorso simile a una conversazione familiare e informale tra amici (sermo) > scrivendo a
Lucilio gli sembra di conversare con lui e quindi utilizza un tono più semplice.

La successione degli argomenti trattati è asistematica ed è tipica del sermo. Si individua


però un filo conduttore costituito dai progressi di Lucilio verso la conoscenza filosofica (nel
terzo libro Seneca, riconoscendo i progressi del suo allievo, abbandona il metodo di
insegnamento adatto ai principianti, utilizzato fino ad ora, per passare a un metodo più
impegnativo). Questi progressi non sono soltanto di tipo intellettuale ma soprattutto morale;
Lucilio sceglie infatti l'otium (uno dei temi più importanti dell'epistolario), spinto da Seneca a
lasciare le occupazioni politiche per dedicarsi alla Sapientia (nella quale risiedono la vera
gioia e i veri valori > si può arrivare a questa lottando contro le "passioni", ossia impulsi e
desideri irrazionali che minacciano l'uomo).

Gli propone di cercare il vero bene, la virtù, di limitarsi alla compagnia di pochi buoni
compagni, dedicandosi a continui dialoghi di filosofia.
Esplicita è l'adesione allo stoicismo che però non esclude il ricorso ad altre filosofie
(soprattutto l'epicureismo > inserisce massime di Epicuro nelle epistole, per spiegare dei
concetti [la verità è proprietà comune]). Inoltre muove alcune critiche allo stoicismo e
afferma che il suo giudizio è autonomo.

Altri temi dominanti sono il tempo e la morte, presenti fin dalla prima lettera e
continuamente ricorrenti > Seneca avvicinandosi alla fine della vita è pronto a morire, poiché
dice che chi ha realizzato il vero scopo dell'esistenza, ossia la virtù, è pronto morire in
qualsiasi momento (ha raggiunto l’eutarkeia) (morte del filosofo) > non conta quanto ma
come si vive (qualità>quantità). La morte non deve essere temuta da nessuno poiché è la
liberazione dai mali, e come affermazione di libertà deve essere cercata volontariamente dal
saggio.
Altro tema è la ricerca dell'essenza della divinità e della sua presenza nella natura e nell'uomo
(riferimento al logos stoico > divinità = intelligenza dell’universo). Il sapiens può emulare dio.
Il tono e il linguaggio sono colloquiali. Lo stile delle epistole non è diverso da quello dei
dialoghi e dei trattati, se non perché assume carattere intimo e confidenziale.

In tutta la sua produzione Seneca si rivolge in prima persona a un unico destinatario,


instaurando un dialogo vivace, con l’intento di persuadere razionalmente e coinvolgere
affettivamente il destinatario.

Ne deriva uno stile molto diverso da quello del suo predecessore Cicerone. Le differenze
derivano da: diverse personalità, mutamento dei gusti di pubblico e autori, diversi requisiti
che deve avere lo stile filosofico (quindi il filosofo).

Cicerone pensava che il filosofo dovesse docere e eventualemente delectare e che l’oratore
dovesse anche movere (vigore). Seneca, che ha come scopo la ricerca e la comunicazione della
verità, usa procedimenti retorici raffinati allo scopo di raggiungere il massimo effetto
persuasivo e emozionale.

Il suo gusto “asiano” presenta analogie con stile concettoso, ricco di figure, incentrato sulla
sententia, su frasi a effetto.

Il nucleo centrale dell’organizzazione del discorso non è più il periodo, ma la frase. Vi è la


prevalenza di paratassi e asindeto (brevità, vigore, incisività, accostamento di concetti,
simmetria tra paragrafi), frequente uso di figure della ripetizione.

Caligola giudica negativamente lo stile di Seneca che è senza coesione interna; Quintiliano
invece parla di minutissimae sententiae, che spezzano il dipanarsi dell’argomentazione.

E’ presente la concinnitas ma con diversa funzione stilistica: antitesi, parallelismo,


omeoteleuto, anafora, poliptoto, figura etimologica. Periodi complessi e armonicamente
strutturati, logicamente compatti. Tali procedimenti sono finalizzati a forgiare sentenze
morali in cui il pensiero sia espresso nel modo più intenso possibile > nel minimo delle parole
si concentra il massimo del significato.

Esempio di sententia:

Impares nascimur, pares morimur = nasciamo diversi, moriamo uguali. (frase a effetto
concisa ma esplicativa, ritmo incalzante)

Corpus di 10 tragedie, pervenute per intero, di cui 9 di argomento mitologico, una è una
pretesta, Octavia.

OCTAVIA: è una praetexta. Ottavia è la moglie di Nerone e figlia di Claudio e Messalina. Si


pensa che non sia stata scritta da Seneca ma da un suo imitatore (Seneca compare come
personaggio + si parla della morte di Nerone avvenuta 3 anni dopo quella di Seneca).

La cronologia è incerta. Si pensa siano state scritte nel periodo in cui Seneca era precettore e
poi consigliere di Nerone.

#In quasi tutte le tragedie è presente la figura del tiranno, presentata negativamente. Da
questo ne conseguono due ipotesi: teatro di opposizione o teatro di esortazione. In realtà
Seneca non è mai stato un contestatore politico, neppure durante l'esilio (perché questo si
tratta di teatro di esortazione > attribuisce alla poesia uno scopo pedagogico, per mettere
dinnanzi agli occhi del giovane principe gli effetti deleteri del potere e delle passioni).
Ipotesi: le tragedie sono scritte per essere rappresentate (con scenografia e tutto il corredo
teatrale) o recitate (lette in pubblico)? Ma probabilmente sono state composte per la sola
lettura (non è possibile che i tiranni autorizzassero la lettura pubblica di opere che li
dipingevano negativamente).

Contrasto ragione/impulsi: ragione = spesso portavoce personaggi secondari che cercano di


dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi / furor = impulso irrazionale, passione,
follia, ha più ampio spazio. La ragione è dominata dalle passioni, soprattutto dal furor,
impulso irrazionale (pazzia), che sconvolge l'animo umano e provoca azioni terribili nei
personaggi. L’interesse per la psicologia delle passioni sembra far dimenticare al poeta le
esigenze filosofico-morali.

C'è un'ampia ricorrenza al macabro (orrido) > immagini molto forti, cupe e sanguinolenti.
L'uso del macabro e il forte pathos hanno grande funzione morale.

Viene presentata la figura dell'anti-sapiens (sapiens: uomo costante, consapevole di ciò che è
e che segue la ragione). L'anti-sapiens è travolto dalle passioni che portano a conseguenze
catastrofiche (Seneca esorta Nerone a non seguire l'esempio dell'anti-sapiens ma a
conformarsi alla figura del sapiens).

Lo stile è abbondante e ripetitivo (specialmente in alcune descrizioni di fatti di sangue). Si


esprime per sententiae > formule per condensare in poche massime una situazione. Il tono è
magniloquente e declamatorio. Profondo è lo scavo dell’animo umano, intensa la tensione
patetica, pregnanti e incisive le sententiae. Vi sono battute a effetto.

Tragedie senecane:

AGAMEMNON: uccisione di Agamennone, re di Argo, tornato vittorioso dalla conquista di


Troia, per mano della moglie Clitemnestra (riprende la tragedia di Eschilo).

HERCULES FURENS: Ercole, preso dalla follia, che massacra i figli e la moglie (riprende "Eracle"
di Euripide).

MEDEA: riprende la tragedia di Euripide. Medea, furiosa per essere stata abbandonata da
Giasone, che si prepara a sposare la figlia di Creonte, re di Corinto, provoca la morte di
Creonte e della figlia. Poi, lacerata dall'odio che prova per il marito, uccide i suoi stessi figli e
vola via di un carro trainato da serpenti alati.

OEDIPUS: riprende la trama di "Edipo re" di Sofocle. Edipo, re di Tebe, apprende di aver ucciso
il proprio padre Laio e sposato sua madre Giocasta.

PHAEDRA: riprende l'Ippolito di Euripide, ma cambiandolo. Fedra dichiara al figliastro Ippolito


il suo amore, colpita da una grande passione. Viene respinta dal giovane e lo accusa di aver
usato violenza contro di lei. Ma quando, a seguito della maledizione di Teseo, Ippolito muore,
Fedra confessa la sua colpa e si uccide.

PHOENISSAE: Si ispira al mito tebano sulle fenicie. Non è completa ma è costituita da una
serie di scene staccate.

THYESTES: Atreo, adirato con il fratello Tieste per aver sedotto la moglie, finge una
riconciliazione e fa tornare nella reggia Tieste con i figli, per potersi vendicare: uccide i nipoti
con le sue mani, ne cuoce le carni e le presenta al fratello durante un banchetto, rivelandogli
solo dopo la verità.

TROADES: presenta le donne troiane prigioniere dei Greci dopo la guerra di Troia. Ecuba
assiste al sacrificio della figlia Polìssena; Andromaca tenta di salvare il figlio Astianatte, che
muore scagliato giù da una torre.
E’ una satira menippea (unico esemplare che possiamo leggere per intero: forma = mescolanza
di versi e prosa, contenuto = commistione di serio e scherzoso).

È un ironico pamphlet contro Claudio dopo la sua morte per vendicarsi del sovrano che lo
aveva condannato all’esilio.

Il titolo latino è ludus de morte claudii (ludus=scherzo letterario). Il titolo greco è di discussa
interpretazione; kolokynte significa zucca, termine inteso come “trasformazione in zucca”
con contrapposizione al termine apoteosis = “trasformazione in dio”. Tuttavia Claudio
nell’opera non subisce alcuna trasformazione, infatti altri hanno supposto una deificazione di
una zucca= divinizzazione di quello zuccone di Claudio. Altri hanno inteso “fregatura”.

Seneca promette all’inizio dell’opera che farà riferimento fedelmente ai fatti


immediatamente successivi alla morte di Claudio: mentre sulla terra tutti esultano, lui viene
mandato da Giove il quale non riesce a capirlo e affida ad Ercole questo incarico, che dice di
dover quindi affrontare la sua 13esima fatica; si discute tra divinità sulla divinizzazione di
Claudio; poi Augusto lo accusa di aver ucciso molti membri della famiglia e viene spedito agli
Inferi; nel tragitto passa per Roma e assiste al suo funerale in cui tutti festeggiano e lo
deridono. Arrivato negli inferi vede le sue vittime. È condannato a giocare eternamente a
dadi con un bussolotto forato. Diventa schiavo di Caligola e poi del liberto Menandro.

Verve vivacemente satirica, mordace; sono compresenti livelli linguistici e stilistici diversi
(da stile colloquiale a stile epico, da tono leggero a sarcasmo feroce).

Sono circa 70, dubbia autenticità (potrebbero essere esercitazioni scolastiche di posteri). In
distici elegiaci. Comprendono carmi encomiastici, poesie d’amore, tema dell’esilio,
componimenti d’occasione. In due epigrammi è descritto lo squallido paesaggio della Corsica,
in altri due si lamenta per il suo esilio.

IL CAMMINO VERSO LA SAPIENTIA

Con l’affermazione “cotidie morimur” Seneca afferma che ogni giorno moriamo e una parte
della vita se ne va per il passare del tempo. La morte non è un male, segna la libertà e la fine
di ogni male. La vita è breve e deve essere vissuta intensamente evitando le occupazioni
frivole, bisogna diventare padroni di noi stessi. Il tempo è nostro. Se il sapiens si ritira dalla
vita attiva perfeziona interiormente se stesso e diventa anche una guida spirituale per
l’intera umanità. Lo stile è ricco di sententiae, elementi della concinnitas, massime morali,
metafore, termini specifici. Seneca crede che il suicidio stoico sia giustificato
dall’ineluttabilità del destino e dalla forza dell’uomo che compie una scelta nobile di fronte
ad una situazione negativa senza uscita.
IL TEMPUS
Può derivare da “teino” (tendo, idea di tempo nella continuità) e da “temno”(taglio, idea di
lungo periodo interrotto da una cesura).

In senso proprio: indica l’intervallo di tempo compreso tra un inizio e una fine.
In senso traslato: indica un momento determinato.

In italiano tempus diventa tempo e si usa sia con il significato latino anche per le condizioni
meteorologiche (in latino tempestas).

Seneca indica la vita degli uomini con diverse espressioni temporali: aetas, aevum (indicano
la durata naturale della vita), vita (indica il profilo biologico e il modo di vivere); in
particolare vita è bene vivere > si vive bene se si fa buon uso del tempo che ci è dato alla
ricerca della saggezza, c’è una concezione qualitativa del tempo.

In Seneca il tempus è lo spazio di vita che la natura ci assegna. Il tempo è sempre in corsa,
quindi l’uomo può agire solo sul presente. Anche Sant’Agostino riflette sul tempo definendolo
distentio animi, cioè una tensione dell’animo in diverse direzioni che si manifestano
nell’attenzione, nella memoria e nell’expectatio.

Il sapiens sa che il tempo è fuggevole ma lo domina vivendolo intensamente. Egli può


spaziare in ogni dimensione temporale, rendendola contemporanea al presente, ovvero
quest’ultimo viene a comprendere in sé passato e futuro grazie alla omnium temporum in
unum conlatio “il raccogliere tutti i tempi insieme”, in una atemporalità che lo rende simile a
un dio. Il sapiens senza ansie può contemplare il passato, pregustare il futuro e vivere il
presente.

La differenza tra il carpe diem di Orazio e il concetto di tempo in Seneca sta alla matrice, per
il primo epicurea, per il secondo stoica. Orazio esorta a vivere ogni istante della vita
cogliendo tutti i piaceri fuggitivi, Seneca invece propone una lotta con il tempo per una
condotta di vita che miri alla saggezza.

Il tempo ha tre immagini in Seneca: 1 “Punctum est quod vivimus et adhuc puncto minus”:
non ha dimensioni, è un punto ma noi immaginiamo che si prolunghi in una retta che
costituisce le fasi della vita. 2 “in idem flumen bis descendimus et non descendimus”: il fiume
è lo stesso, ma non posso bagnarmi nella stessa acqua di fiume due volte perché scorre.
3 idea dell’abisso dove precipitano tutti i momenti della nostra vita.

Il saggio non deve pesare al passato per evitare rimpianti ma neanche al futuro perché
provoca aspettative e ansia. Viviamo un continuo flusso perché attimo per attimo il futuro
diventa presente e il presente diventa passato.

La maggior parte degli uomini la spreca in occupazioni frivole e inutili: sono quelli che seneca
chiama “occupati” (termine con cui anche Eraclito definiva quel tipo di uomo – un’altra
analogia è lo scorrere del tempo che in Eraclito corrisponde al πάντα ῥεῖ, tutto scorre: come
un fiume anche il tempo).

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