Sei sulla pagina 1di 2

L’America nel Settecento

Intorno alla metà del Settecento il continente americano era parzialmente colonizzato dai principali
stati europei. La Spagna possedeva l’attuale Messico e buona parte delle terre meridionali,
dov’era anche situata, in corrispondenza dell’attuale Brasile, un’importante colonia portoghese.
L’America Settentrionale ospitava, invece, insediamenti inglesi e francesi, raccolti
prevalentemente lungo le coste atlantiche. Le zone centrali erano, infatti, abitate dai pellerossa*,
così chiamati dagli europei per la loro abitudine di tingersi il volto durante le guerre. Scopo delle
colonie inglesi era ricavare risorse per la madrepatria e ciò portò allo sviluppo di una fiorente
attività economica. Ma secondariamente, i nuovi insediamenti servirono anche a risolvere i conflitti
religiosi che affliggevano la Gran Bretagna: chi rifiutavano la Chiesa anglicana, come i puritani
calvinisti*, era costretto ad emigrare.

Fu proprio un gruppo di cittadini perseguitati per la propria religione a fondare, nel 1620, il
Massachusetts, la prima colonia britannica nel Nuovo Mondo. Detti i “padri pellegrini”, essi
giunsero in America a bordo della piccola nave Mayflower. Seguirono nuovi sbarchi ed il numero
delle colonie inglesi in America salì a 13.

*Pellerossa: l’origine dei pellerossa, come di tutti gli amerindi, non è chiara. Essi abitavano vaste
aree dell’America Settentrionale, erano per lo più nomadi e praticava la caccia, la pesca ed una
rudimentale agricoltura. Con l’espandersi delle colonie europee e particolarmente degli Stati Uniti
d’America subirono un forte calo demografico.
*Calvinismo: (dal nome del fondatore Giovanni Calvino) movimento religioso nato in seguito alla
Riforma protestante di Martin Lutero, diffusosi principalmente in Svizzera, Olanda e Scozia. In
quest’ultimo paese i calvinisti furono detti puritani, perché molto rigidi nell’interpretazione della
Bibbia.

Le Tredici colonie inglesi


A metà Settecento i bianchi che abitavano le colonie inglesi erano già due milioni e mezzo.
Le colonie del Sud (Virginia, Maryland, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Georgia) erano
caratterizzate da un’intensa economia agricola. In grandi piantagioni, soprattutto di riso, zucchero
e tabacco, venivano impiegati numerosi schiavi neri provenienti dall’Africa.
Le colonie del Centro (New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware) erano le più popolate e
ricche di città. Traevano la maggior parte dei loro guadagni dal commercio (anche di schiavi);
disponevano di una grande flotta di navi da pesca, di cantieri navali e di fabbriche di legname.
Le colonie del Nord, infine (Massachusetts, Connecticut, New Hampshire, Rhode Island),
costituivano la regione chiamata New England. Anche la loro economia era basata sull’agricoltura,
ma i proprietari coltivavano direttamente i propri appezzamenti di terra, con l’aiuto di braccianti
agricoli.
Tutte le colonie erano guidate da un governatore, scelto dal re d’Inghilterra, e da un gruppo di
rappresentanti dei cittadini. Il loro commercio era strettamente regolato affinché acquistassero
solo merci inglesi trasportate su navi inglesi. Gli insediamenti, costretti a difendersi nel corso degli
anni da attacchi esterni, disponevano inoltre di proprie milizie, costituite da volontari che si
riunivano solo quando necessario.

Lo scontro d’interessi tra i coloni e la Madrepatria

Nel 1774 il parlamento inglese stabilì che le colonie americane, già severamente tassate e
vincolate, acquistassero unicamente il tè importato dalle Indie Orientali. Ciò indusse i coloni a
protestare, organizzando il boicottaggio delle merci e delle navi inglesi. Nel porto di Boston alcuni
ribelli gettarono addirittura in mare il carico di tè di alcune navi inglesi, in segno di rivolta. Le
colonie presero poi a trasgredire le direttive imposte dall’Inghilterra, poiché le ritenevano ingiuste
in quanto stabilite da un parlamento che non le rappresentava.
Il governo britannico, di fronte alla disobbedienza delle terre d’oltreoceano, fece intervenire
l’esercito. Nel 1775 ci fu un primo scontro armato a Lexington con la milizia del Massachusetts.
L’anno seguente i rappresentanti delle 13 colonie americane si riunirono a Philadelphia, dove
formarono un parlamento (il Congresso) e nominarono George Washington comandante
generale del proprio esercito.

La proclamazione d’indipendenza
Il Congresso, di cui facevano parte prestigiosi studiosi come Thomas Jefferson e Benjamin
Franklin, approvò il 4 Luglio 1776 una Dichiarazione d’indipendenza. La Dichiarazione illustrava
i motivi che spingevano le colonie a rompere i rapporti con l’Inghilterra, e, cosa più importante,
proclamava l’assoluta uguaglianza degli uomini e l’inalienabilità dei loro diritti di vita, di libertà e
felicità. Così nacquero gli Stati Uniti d’America, fondati sul rispetto e sulla sovranità del popolo.
Inizialmente voto ed eleggibilità erano riservati ai cittadini che avevano delle proprietà, e gli schiavi
neri erano esclusi dal diritto alla libertà.
La guerra d’indipendenza con la Madrepatria proseguì, ma l’esercito inglese, seppure ben
armato e rafforzato da numerosi mercenari tedeschi, si trovò in forte svantaggio a causa dei
territori lontani e sconosciuti dov’era costretto a combattere, e causò onerosissimi costi alla Gran
Bretagna. Durante il conflitto il Congresso inviò in Europa diversi ambasciatori, tra cui lo stesso
Benjamin Franklin, per ottenere il supporto di altre nazioni nemiche dell’Inghilterra. Nel 1778 un
corpo di spedizione francese sbarcò in aiuto degli Stati Uniti. Gli inglesi furono sconfitti a Yorktown
nel 1781.
Con il trattato di Versailles, firmato nel 1783, la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza delle
colonie americane, e cedette alla Francia alcune isole delle Antille e la colonia africana del
Senegal. L’indipendenza proclamata e ottenuta dagli Stati Uniti ispirò i movimenti democratici che
seguirono ed in particolar modo proprio la Rivoluzione francese.

L’organizzazione degli Stati Uniti


Nel 1787 il Congresso sì riunì nuovamente a Philadelphia ed approvò la Costituzione degli Stati
Uniti d’America, quali Repubblica federale di stati indipendenti. Nel 1789 George Washington ne
diventò il primo presidente.
Ogni stato si amministrava da sé e manteneva una propria milizia (oggi Guardia nazionale),
mentre al governo federale centrale spettava il controllo della politica estera e dell’esercito. Il
potere legislativo era esercitato dal Congresso, formato da un Senato e da una Camera dei
deputati con membri eletti in ciascuno stato della federazione. Il potere esecutivo spettava al
presidente, eletto dal popolo, che era Capo del Governo e capo dello Stato. Il potere giudiziario fu
affidato, infine, a giudici eletti in ogni stato e ad una Corte suprema federale che doveva garantire
il rispetto della Costituzione.
Le divergenze di interessi tra gli Stati della Federazione non tardarono a manifestarsi, in
particolare tra gli Stati agricoli del Sud e quelli più industriali del Nord. Uno dei principali motivi di
disaccordo era il mantenimento della schiavitù, che nel Sud era largamente impiegata.
Nonostante questi attriti interni gli Stati Uniti crebbero con impressionante rapidità, soprattutto
grazie all’afflusso di molti europei attratti dalla vita più libera e promettente che lì era permessa.
Nei due secoli successivi il numero degli stati salì da 13 fino a 50 e la popolazione superò i 76,5
milioni di abitanti (1900). Alcuni, come la Florida e la Louisiana, furono acquistati dalle colonie
francesi e spagnole; altri (Texas, California, ...) furono conquistati o sottratti alle tribù indigene che
vi abitavano.

Potrebbero piacerti anche