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Karl Marx

Lui vive in Germania, però la sua famiglia si convertì al cattolicesimo per comunità, per vivere anche in
modo più tranquillo con la politica del tempo, ma non hanno fede, non sono dei puritani. Nel 1864 a Londra
fonda la prima associazione internazionale di tutti i lavoratori. Da qui poi nascerà il partito socialista. Lui
sente l’esigenza di mettere insieme i lavoratori che erano la parte sfruttata della popolazione. Secondo loro
l’unione faceva la forza e potevano cambiare anche il mondo in questo modo.

Lui critica l’hegelismo e ciò che lui chiama “misticismo logico” di Hegel: anche Marx sostiene che la
posizione di Hegel sia capovolta: che quindi fa venire prima le idee e poi l’uomo nella sua concretezza. E
spiega ciò che è il mondo, ciò che è la realtà alla luce mistica dello spirito. È un radicale Hegel secondo
Marx, è un integralista, perché Hegel fa combaciare tutto ciò che viene nella storia, nel mondo, nei popoli
con lo spirito. Giustifica le singole economie, i singoli fatti storici alla luce del suo spirito assoluto. In
ulteriori poche parole, secondo Marx l’hegelismo giustifica misticamente tutta la realtà, ciò tutto deve
rientrare nello spirito, quindi tutto è giustificato.

Anche per Marx, come per Feuerbach è una posizione capovolta. Lo spirito, le idee vengono prima
dell’uomo. Invece per Marx gli uomini devono venire gli uomini, è una visione materialistica. Prima
immaginiamo gli uomini nel loro contesto completo, materiale, poi possiamo parlare di idee e spirito.

Per molto tempo Marx ha campeggiato nella storia dell’umanità e ha monopolizzato un modo di vedere la
reatà, come se la realtà dipendesse da altro e non dai singoli uomini; sono le azioni dei singoli uomini che
rispondono a quello che è un disegno posto dall’alto. L’astuzia della ragione, la storia dei popoli, è una
visione che per Marx non va bene.

Un’altra critica di Marx è rivolta alla società moderna, al liberalismo. In particolar modo egli critica lo stato
liberale perché è uno stato illusorio. Marx negli “annali franco-tedeschi” del 1844 dice che negli stati liberali
c’è una scissione, frattura tra la società civile e lo stato. La società civile sono gli uomini.

Lo stato è la rappresentanza giuridica di quello che è la società civile, quindi le leggi, il tribunale e le
istituzioni che ne derivano. C’è una frattura che nella società greca non abbiamo avvertito: mentre nella
polis greca l’individuo era connesso, legato alla comunità, era inconcepibile nella polis greca il singolo
individuo scollegato dalla società collettiva. Nell’epoca moderna l’uomo vive questa scissione; vive due vite:
una in terra, come borghesi, come cittadino abitante del borgo/città, l’altra in cielo, come cittadino dello
stato.

La frattura: vivendo in terra, nella società civile, l’uomo sperimenta gli egoismi, gli individualismi, gli
sfruttamenti, gli interessi particolari, gli interessi personali ecc. difronte a questi interessi personali però
campeggia lo stato che parla di leggi uguali per tutti, giustizia comune, di regole comune per tutti. In realtà
quei principi sono distaccati dal contesto concreto, sono semplicemente teorici. Nel concreto l’uomo vive
semplicemente di principi, vive di superbia, dell’arroganza degli altri, come direbbe Hobbes: dell’uomo
come lupo, del principio dell’uomo uno contro l’altro. Questo principio generale di giustizia che trova
campeggiata nell’idea di stato in realtà non la sperimenta nella vita concreta.

E la politica, i governi, non soddisfano questa idea generale di giustizia, questo concetto di uguaglianza. Chi
ci governa, dice Marx, dovrebbe governare veramente per la collettività, per l’interesse collettivo, invece
sperimentiamo sempre più spesso che chi ci governa, non governa per il bene collettivo come vorrebbe lo
stato, ma per interessi personali.

Mentre la terra dovrebbe essere innalzata verso lo stato (e quindi il cielo), i principi belli, unitari, di
uguaglianza, dovrebbero sollevare e eliminare gli egoismi; invece avviene qualcosa di totalmente
capovolto: è la terra che atterra al cielo. Comandano gli egoismi, gli interessi personali, le ricchezze
personali. Ce lo dice Marx nel 1844 che chi va al governo, chi ci governa, lo fa non perché vuole il bene
collettivo e il benessere di ciascuno di noi, ma ci va per arricchirsi singolarmente.

La società liberale è falsamente democratica. È una società basata sull’egoismo di pochi.

La rivoluzione francese è fallita. Marx è un giovane rivoluzionario. Come Hegel, hanno visto, hanno assistito
alla rivoluzione francese come un esempio di esplosione di libertà di popoli, però da giovani seguaci della
rivoluzione ci sono rimasti delusi. Marx non è vissuto nel periodo della rivoluzione francese, ma è un
giovane che è vissuto sotto le leggi della rivoluzione francese, con quei valori. Hegel invece era un
contemporaneo della rivoluzione.

La rivoluzione francese è fallita. Perché voleva mandare avanti degli ideali di uguaglianza: tutti gli uomini
nascono uguali; ma in realtà questo sogno di uguaglianza non si è realizzato. Ha realizzato l’individualismo,
il relativismo, l’egoismo: ha esasperato ciò che nello stato liberale si vuole nascondere, in realtà ha
esasperato le singole realtà, l’individualità, creando gli stati moderni.

negli stati moderni non conta la collettività o l’uguaglianza, è soltanto apparente, è soltanto teorica, è
un’invenzione, ma non si realizza concretamente. Tant’è che, dice Marx, nelle società moderne, esiste
ancora la proprietà privata.

(concetto marxiano) Se siamo tutti uguali, tutti dobbiamo avere le stesse cose, questo è un principio
democratico. Perché Marx è un democratico nel senso letterale del termine: tutti partiamo dalle stesse
opportunità, tutti devono avere gli stessi diritti, dunque tutti devono avere le stesse cose; non ci devono
essere persone che hanno di più in un mondo del genere rispetto agli altri, perché chi ha di più finirà per
sfruttare l’altro e chi ha di meno sarà sempre uno sfruttato. Se è vero che siamo tutti uguali,
quest’uguaglianza si deve realizzare sempre.

Ancora siamo nella fase della democrazia di Marx. Marx intende tutto il popolo.

L’analisi economica della società di Marx:

Marx innanzitutto critica l’economia borghese contemporanea. Considera la società capitalistica come una
forma di anatomia. E allo stesso tempo gli fornisce l’accusa di una visione mistificata della società borghese.
Sostiene che la società borghese del suo tempo ritiene che l’unica forma economica possibile sia la propria.
Ha mistificato la sua stessa natura. Ha assolutizzato la sua stessa struttura economica borghese, quindi
capitalistica. In realtà la società borghese non si accorge che all’interno della sua struttura economica sono
presenti delle conflittualità che non vuole cogliere.

Anche Marx prende il concetto di alienazione, lo riprende da Feuerbach, ma non è un suo concetto, ma un
concetto Hegeliano. La differenza: in Hegel l’alienazione è un concetto dialettico, è un concetto che
permette il passaggio dalla tesi all’antitesi, è un momento della negazione, ma che consente lo sviluppo.
L’alienazione in Feuerbach è una patologia, è una espropriazione di noi stessi, è una proiezione di noi stessi
verso un essere in cui ci inventiamo.

Per Marx l’alienazione ha a che fare esclusivamente con l’economia, con il rapporto economico. Degli
uomini con la società. Con i rapporti economici, che si stabiliscono tra uomini. La base economica, che poi
avrà una ripercussione politica, che sfugge sia ad Hegel, ma anche a Feuerbach.

Questo rimprovera a Feuerbach, le sue teorie sono molto belle, ma non sono state approfondite
socialmente e culturalmente, restano delle intuizioni. Può essere una forma di espropriazione, ma alla
concezione religiosa andava aggiunta la concezione economica.
In questo rapporto economico l’alienazione si manifesta nei rapporti lavorativi e, in questo caso, Marx tiene
in considerazione il rapporto tra il capitalista e l’operaio (proletario). Perché in questo rapporto c’è
l’alienazione?

Innanzitutto il proletario è alienato rispetto al prodotto che produce. Un lavoratore della fabbrica è alienato
e distaccato e non appartenente al prodotto che produce perché non produce: né una cosa che vuole lui,
né che è sua. Lavora per qualcun altro. Mentre un artigiano nel medioevo produceva una sedia, un mobile,
che realizzava lui, dall’inizio alla fine, che faceva parte di un suo progetto, il prodotto non gli appartiene. Ma
soprattutto, al capitalista interessa quanto tempo ci impiega, è quindi distaccato rispetto al prodotto. Non
gli importa se gli piace o meno quel prodotto al lavoratore.

È alienato rispetto alla sua stessa attività perché non contano le idee, anche in questo caso; viene utilizzato
come animale da soma: anche i contratti si basano sulle ore e non sulle proprie capacità. Quante ore un
lavoratore spesso può impiegare per finire un prodotto. Tutto ciò si può ridurre ad un punto solo: è alienato
rispetto alla wesen:

la wesen è un concetto importante, vuol dire “propria essenza”. Il lavoratore è espropriato della propria
essenza. Qui sfocia della teoria di Feuerbach, la parte teologica. L’essenza dell’uomo è la creatività.

Nel lavoro di fabbrica, non esiste la creatività: l’uomo viene privato della sua stessa componente, della sua
stessa essenza umana, che è la capacità di inventare, di avere delle idee, di avere anche un giudizio su
quello che si sta facendo: non conta ciò che pensa o che vuole l’operaio.

Lo abbiamo visto anche con i campi di concentramento, anche gli addetti al lavoro nei campi venivano
utilizzati come operai di una catena di montaggio. C’è una struttura capitalistica: ognuno aveva un lavoro.

Viene alienato rispetto al prossimo; l’operaio percepisce più l’altro in termini umani, nel senso che l’altro si
riduce nel rapporto di lavoro con i capitalisti. Stabiliscono rapporti economici. Il lavoro capitalistico ha
alienato l’uomo in diversi aspetti: l’ha privato della propria essenza, della propria umanità soltanto perché
c’è un determinato gruppo umano che sono i capitalisti (che rappresentano la minoranza secondo Marx),
soltanto per arricchirsi, che vogliono vivere sulle spalle degli altri, sfruttandoli, soltanto per arricchirsi.
Accettiamo lo sfruttamento perché pensiamo che sia l’unica forma economica possibile.

Trasportano in politica la logica dell’economia borghese dello stato liberale, che è una logica basata sul
guadagno e sfruttamento. L’illogicità sta nella realizzazione del suo progetto: abbiamo corretto Marx con la
teoria dell’egoismo di Aristotele. Eliminare l’egoismo umano, come direbbe anche Hobbes è la cosa più
difficile, si puo’ gestire, controllare, ma non togliere.

La terza critica riguarda la religione per quanto riguarda Feuerbach: di Feuerbach gli piace praticamente
quasi tutto, lo ammira, anche se lo considera un uomo molto semplice, anche rispetto alla sua teoria.
Rimprovera Feuerbach per il fatto che quando parla dell’uomo lo ha ridotto a natura (si riferisce all’ultima
parte, all’umanismo).

Marx lo corregge dicendo che l’uomo è natura, ma anche società. Ha anche bisogno di uno stato, di stare
insieme agli altri uomini, e secondo Marx, Feuerbach non ha colto la componente sociale nell’essenza
umana. L’uomo è scontato che abbia dei bisogni naturali, ma anche dei bisogno sociali che devono essere
garantiti. E semplicissimo il discorso di Feuerbach, per quanto parziale, perché secondo lui alla fine non
approfondisce da un punto di vista politico, dove lui vuole arrivare.

A proposito della religione di F., Marx condivide tutto però ritiene che nella religione c’è comunque una
base sociale ed economica. Secondo Marx i popoli più credenti sono i popoli più sofferenti. Più andiamo
nella povertà del mondo più troviamo una religione. Più saliamo nel mondo e più troviamo società evolute
economicamente, lì troviamo meno religione. Troviamo una religiosità più leggera, meno rigida.
La definizione famosa di Marx nei confronti della religione è:

La religione è l'oppio dei popoli.

E quindi troviamo anche Schopenhauer. La religione è consolatoria. Ma shop. non fa nessuna analisi
economica. La religione serve per consolare gli uomini, ma per consolarli da una povertà economica.
Aggiunge l’aspetto economico che non troviamo in shop.

Perché secondo Marx la terra è una valle di lacrime, sofferenza, e se non si risolvono le sofferenze degli
uomini da un punto di vista socio-economico, l’uomo troverà sempre rifugio nella religione. Marx pensava
che la religione prima o poi fosse scomparsa totalmente.

Ciò non vuol dire che scompare del tutto, non è così opprimente: abbiamo dimostrato che le religioni non
scompaiono anche nelle società ricche. Dove non può lo stato arriva la chiesa. Sta dicendo che la chiesa, la
fede, che è l’unico appiglio degli uomini è tale in quelle società che non funzionano economicamente.
Perché se una persona ha bisogno va alla Caritas, perché vuol dire che lo stato non si sta occupando del
bisogno dei propri cittadini. Se funziona la Caritas e non funziona lo stato, è uno stato povero.

Intervengono le istituzioni della chiesa, che non servono ad altro se non a tamponare ciò che invece la
politica dovrebbe fare. Non dovrebbe essere compito della chiesa. se lo stato è in grado di risolvere i
bisogni materiali degli uomini, gli uomini non hanno bisogno della chiesa come appiglio.

(rivedere riassunto delle critiche registrazione due fino min 6.50)

CONCEZIONE DELLA STORIA

Marx presenta una concezione materialistica della storia espressa nei manoscritti dell’ideologia tedesca che
scrive tra il 1845 e il 1846 (durante il periodo dei moti). Il concetto di storia materialista pone Marx agli
antipodi dell’idealismo hegeliano. Infatti per Hegel vengono prima le idee e sulla base di queste si giustifica
la storia, e in questo modo per Hegel tutto è giustificabile. Invece per Marx prima si presentano gli eventi, i
fatti storici e dall’analisi di questi si procede all’analisi delle idee. Sostanzialmente afferma che la storia si
sviluppa in un processo dialettico. Gli elementi fondamentali sono la struttura e la sovrastruttura.

La struttura rappresenta il fondamento della storia su cui poggia la sovrastruttura. La struttura comporta la
parte materiale, concreta, lavorativa, economica.

La sovrastruttura corrisponde alle idee, la filosofia, l’arte, la cultura.

Di conseguenza è impensabile per Marx spiegare una società partendo dalla cultura visto che alle
fondamenta di questa vi è l’economia. Ogni cultura ha una propria base economica (il medioevo ha una
filosofia che rispecchia la base economica medievale; il rinascimento allo stesso modo ha una cultura,
un’arte legata alla propria base economica).

Questo avviene perché ancora una volta l’uomo non elabora prima i sistemi culturali e poi lavori, ma vive
per soddisfare i propri bisogni. Di conseguenza la storia appare come un processo dialettico basato sul
bisogno e sul soddisfacimento di questo. E sulla base di questo poi l’uomo sviluppa la società, la cultura.

La struttura è composta da forze produttive (produttori, ovvero forza lavoro; le conoscenze tecniche; mezzi
di produzione) e da rapporti di produzione (rapporti economici).

Nelle forze produttive la forza lavoro corrisponde agli operai che concretamente lavorano e creano il
prodotto, le conoscenze tecniche sono le conoscenze scientifiche del tempo necessarie allo sviluppo e alla
produzione dei mezzi, i mezzi di produzione sono quelli in cui il capitalista investe del denaro per produrre
qualcosa.
I rapporti di produzione sono i contratti che si stipulano tra operaio e datore di lavoro. Questi rapporti sono
detti di tipo economico-produttivo (un operaio firma un contratto in cui concorda con il datore di lavorare
10/12 ore per una paga di mille euro ad esempio). Nei rapporti economici il capitalista, ovvero il datore di
lavoro, tende sempre a dare una paga più bassa a parità di lavoro. Infatti secondo Marx le vere cause
rivoluzionarie si annidano nei rapporti economici.

Succede quindi nelle diverse epoche storiche che il lavoratore tende/aspira a migliorare la propria paga. Ma
allo stesso modo il datore di lavoro cerca di non concedere questo denaro in più nel tentativo di tenere lo
stipendio basso. Finchè questo equilibrio si mantiene, ovvero che questa mancata concessione viene
accettata dal lavoratore, non si presenta alcun problema. I problemi sociali, politici e storici sorgono nel
momento in cui i lavoratori si oppongono alla resistenza del datore di lavoro nel concedere una paga
migliore.

All’esasperazione del proletariato seguono scioperi, proteste, occupazioni delle fabbriche. Le rivoluzioni
hanno quindi una base materiale ed economica. Ogni rivoluzione ha il suo tempo nel senso che sono gli
specifici bisogni materiali a determinare le idee della rivoluzione stessa.

Ad esempio la società medievale con la servitù della gleba poi divenuto bracciantato durante e
immediatamente dopo la peste nera inizia a contrattare i rapporti feudali che erano stati dati per scontati.
La riduzione della manodopera dovuta all’epidemia aveva portato a una rivoluzione sociale.

Allo stesso modo nell’ottocento iniziano le rivolte degli operai perché la struttura dell’economia era quella
capitalistica basata sui contratti tra operaio e lavoratore.

Cambiando la struttura, la base economica e contrattuale inevitabilmente cambia la sovrastruttura, quindi


la cultura, la filosofia, ecc.

La visione materialistica della storia di Marx è basata su un processo dinamico dove le forze produttive sono
particolarmente forti.

Le forze produttive sono incarnate da una classe in ascesa e i diretti rapporti di proprietà sono incarnati
dalla classe dominante al tramonto e quindi risulta inevitabile lo scontro. Vi è sempre una forza lavoro
numericamente maggiore e più aperta al cambiamento (gli operai) e la parte capitalista (i datori di lavoro)
numericamente inferiori e più resistenti al cambiamento, quindi tradizionalisti.

Tendono a mantenere i contratti iniziali con i quali avevano un importante guadagno, tali contratti erano
stati accettati inizialmente dagli operai ma con il tempo si rende conto che una condizione del genere non è
più sostenibile e tende a cercare di migliorare la propria situazione.

IL CAPITALE

Opera del 1867, vera opera di interesse economico di Marx infatti più che filosofo è considerato un
teorico/economista con teorie economiche valide tutt’ora.

L’analisi della merce. Quando Marx parla della merce afferma che questa ha due tipi di valori: il valore d’uso
e il valore di scambio.

Il primo consiste nel fatto che una merce prodotta debba servire a qualcosa. (es. produco un cappotto
perché vi è un uso per quella merce, da usare d’inverno).

Il secondo consiste nel fatto che una merce prodotta deve essere scambiata con qualcos’altro (ancora non
si parla di denaro ma dobbiamo immaginare le società del baratto). L’oggetto con cui scambio un prodotto
deve però lo stesso valore del primo.
Per stabilire il valore di una merce ci si basa in base al lavoro necessario alla produzione di tale oggetto.
Quindi a parità di materiale, qualità a stabilire il valore di una merce è la mano d’opera. Valore=lavoro.

Il denaro ha successivamente sostituito il baratto e dovrebbe corrispondere al valore effettivo. Marx ha


teorizzato una possibilità del genere. La situazione teorizzata da Marx corrisponde a una situazione
normale, ovvero senza pubblicità, senza la carenza o l’abbondanza di un prodotto, dove il denaro dovrebbe
corrispondere al valore del lavoro di una merce.

A questo punto fa anche un analisi storica affermando come in epoche antiche (medioevo) quando si
produceva una merce la si metteva sul mercato, si guadagnava attraverso la vendita di quella merce e con
quel guadagno veniva investito nella produzione della stessa merce.

La formula antica della produzione è allora: M>D>M (merce>denaro>merce).

In epoca moderna invece la situazione cambia. Il capitalista investe del denaro che serve a produrre della
merce. Questa viene messa sul mercato e attraverso la sua vendita si guadagna del denaro maggiore
rispetto a quello inizialmente investito.

La formula della produzione moderna è: D>M>D 1

Marx quindi si chiede e prosegue a spiegare come sia possibile un raddoppiamento del guadagno. Individua
quindi l’origine di ciò nel lavoro stesso. Nella fase della produzione, un operaio lavora per un determinato
numero di ore ma produce più di quello che deve per raggiungere il guadagno che effettivamente riceve.

Ipotizziamo che un operaio con contratto lavora 10 ore nelle quali guadagna 1000 euro. Nel frattempo il
capitalista ha investito in macchinari, ha una progettazione di produzione, ecc. In realtà il lavoro
dell’operaio finisce già dopo 6 ore, dopo le quali si è già guadagnato i 1000 euro che riceve di paga. Quelle 4
ore in più corrispondono al plus lavoro nelle quali continua a produrre. Quindi il datore ha un aumento di
denaro perché produce più di quello che avrebbe dovuto con l’investimento iniziale che viene superato dal
guadagno generato dalla merce in più.

Marx è il primo a teorizzare le crisi economiche non sulla base della scarsità di prodotti ma sulla base
dell’abbondanza di questi. (crisi del 29 in America).

Ci sono due tipi di plusvalore che un capitalista può applicare;

o il cosiddetto plusvalore assoluto, che consiste nel prolungare la giornata lavorativa dell’operaio. Ad
esempio, anziché farlo lavorare 10 ore lo fa lavorare 14-16 ore. Il plusvalore assoluto storicamente è stato
sperimentato (lo sfruttamento dei bambini, delle donne, in generale degli operai), ma non è praticabile: alla
lunga non può essere applicabile. Perché non si può tenere un uomo a lavorare per molte ore: la forza
dell’operaio non è una forza eterna, c’è il bisogno di alleggerire la giornata.

I capitalisti tendono ad applicare il cosiddetto plusvalore relativo: mantengono la giornata lavorativa a livelli
contrattuali/sindacali, quindi stabile, ma l’operaio si guadagna il proprio stipendio in meno ore. Ad esempio
1000 euro vengono pagate in 4 ore anziché 6 ore. Di fatto gli vengono pagate la stessa somma di denaro in
meno ore lavorative. Questo vuol dire che, lavora per altre ore (6) e deve produrre di più.

Come faccio a produrre di più? Utilizzando macchinari sempre più sofisticati. Se il capitalista investe in
macchinari sempre più sofisticati, tecnologici, anziché produrre 100 paia di calzini in due ore, li produce in
un’ora. Quindi il plusvalore relativo consiste nel mantenere gli stipendi dei lavoratori bassi e non dare
l’impressione di uno sfruttamento in quanto tale, però il capitalista deve investire più denaro nei
macchinari, quindi la produzione lo deve ripagare in questo.

Per Marx questo è un aspetto prettamente rivoluzionario: la classe borghese è talmente rivoluzionaria che
determina le rivoluzioni, perché è sempre moderno, sempre all’avanguardia, sempre tecnologicamente
avanzata è veramente la classe dell’innovazione, non sta ferma la borghesia (in questo caso non sta
parlando del capitalismo), non è una classe sociale statica. Ma per sopravvivere la borghesia per definizione
deve cercare sempre cose più moderne da realizzare, da applicare, altrimenti finirebbe essa stessa.

Quindi la tesi economica di Marx diventa anche contemporanea; Marx prevede con questo andazzo
moderno della borghesia le nuove crisi economiche che non saranno determinanti della scarsità di un
determinato prodotto, ma dall’abbondanza. L’eccesso di produzione dovuta da un eccesso di investimenti,
macchinari sempre più tecnologici produrrà le crisi economiche. Ed è ciò che si è verificato nel 29 in
America, con il crollo della borsa, Marx lo prevede nel 1987: nel 29 abbiamo un eccesso di elettrodomestici,
mobili, auto, televisori e ad un certo punto la società americana non ce l’ha fatta; è degenerata la
produzione e la borsa è crollata.

Periodicamente si verifica la caduta tendenziale del versaggio di profitto (guadagno), quindi il precipitare in
virtù di questa legge del guadagno dei capitalisti. D’altra parte secondo Marx in una situazione del genere si
verificheranno in maniera frequente, in seguito alla caduta, le rivoluzioni/proteste da parte degli operai.
Legata a questo processo, meccanismo, di modernizzazione vi è la protesta da parte degli
operai/proletariato che tenderanno ad aumentare il loro stipendio e le condizioni economiche perché
saranno sempre più mentalmente emancipati.

Come si fa ad eliminare una precarietà sociale, questo timore che ci possano essere rivoluzioni, la società
può essere messa sempre più in crisi, come si fa ad eliminare questa instabilità economica/sociale?

Marx ha teorizzato la teoria della rivoluzione comunista (EVVIVAAAA).

Secondo lui è il momento di compiere una rivoluzione comunista in grado di rinnovare dal profondo la
società e l’economia. Lui scrive il manifesto del partito comunista, che è un’opera del 1948 che è
precedente al “il capitale”.

Il manifesto del partito comunista è la chiave di volta delle rivoluzioni che poi ci saranno in Europa a partire
dal 1948.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di
produzione. La borghesia è di per sé una classe sociale rivoluzionaria, per esistere deve modificarsi sempre,
si deve rinnovare, oltre ai mezzi di produzione anche i rapporti di produzione, deve adattarsi
continuamente ai tempi.

La prima condizione di esistenza di tutte le classi sociali precedenti era invece l’immutato mantenimento
del vecchio sistema di rivoluzione. Prima del capitalismo le vecchie classi industriali mantenevano intatte le
condizioni di produzione, adesso non può essere più così.

Come si realizza la rivoluzione comunista: innanzitutto la rivoluzione comunista secondo Marx deve
avvenire partendo dai proletari. Perché il proletariato rappresenta la classe sociale più debole, fragile
economicamente, ma la più numerosa; sono in numero maggiore gli sfruttati rispetto agli sfruttatori, hanno
un numero maggiore gli operai rispetto ai capitalisti. Quindi secondo Marx è giunto il momento da parte
degli operai di unirsi e di realizzare la propria rivoluzione: devono occupare le fabbriche.

La prima mossa è quella dell’occupazione delle fabbriche, di occupare i punti strategici di produzione
economica e le fabbriche, le industrie quindi, devono essere controllate, gestite dagli operai stessi. Ed è in
questo preciso momento che indizia la cosiddetta dittatura del proletariato.

Deve essere eliminata immediatamente la proprietà privata, non ci deve essere un datore di lavoro, ma il
lavoro deve essere gestito collettivamente. In Russia abbiamo visto la nascita dei soviet, assemblee dei
sindacati degli operai che gestivano la condizione.
La dittatura del proletariato è una misura estrema, ma necessaria, ha una funzione prettamente pedagogica
in quando ha lo scopo di educare la popolazione al comunismo, alla privazione della proprietà privata. Noi
siamo nati in un cotesto dove esiste il “mio”, ma nel mondo comunista il “mio” non esiste, esiste il “nostro”
(meme).

La dittatura d’imperio impone la collettività, perché è una dittatura, e questa è una forzatura; ce l’aveva
detto anche Aristotele che per natura l’uomo è egoista, è portato a pensare individualmente quindi per
forza ci vuole un’azione violenta che consenta all’uomo un nuovo processo formativo. Questa prima fase
l’abbiamo definita come comunismo rozzo.

Il comunismo rozzo consiste nella comunanza di tutte le cose che comprende anche la comunanza delle
donne e l’eliminazione della famiglia. Culturalmente è stato definito rozzo per questi istinti che sono
comunque naturali. Per lui è fondamentale l’eliminazione della famiglia. Alla luce della teoria marxista e
marxiana è stato concepito il concetto di stato di Platone. Perché anche Platone, nel suo stato ideale
teorizzava uno stato privo di famiglia. Marx riprende la concezione platonica sottolineando che la società
comunista non deve avere la famiglia. Quali sono le differenze tra i due? Che l’assenza della famiglia in
Platone aveva una funzione prettamente educativa, pedagogica, filosofica, non c’è una componente socio-
economica. Non c’è la realizzazione di uno stato socio-economico. È uno stato ideale nel senso più alto del
termine. Per Marx invece l’eliminazione della famiglia ha una componente strettamente economica perché
elimina il concetto di proprietà fin dall’inizio.

Tommaso Campanella aveva teorizzato l’assenza della famiglia con la “città del sole”. Anche nella sua opera
troviamo una componente economica e pedagogica. I bambini nella città del sole dovevano affezionarsi a
tutti gli adulti e tutti gli adulti diventavano educatori, genitori. Tutti i bambini diventavano figli. Anche
Campanella è molto vicino alla componente platonica perché ha una formazione prettamente formativa.

Nel comunismo rozzo bisogna mettere in comune le donne. Lui teorizza la cosiddetta prostituzione
femminile, che è un po’ una nota dolente. Lo stesso Marx viene giudicato e si difese all’interno del
manifesto proprio per le accuse che gli erano state mosse.

“Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori, confessiamo questo delitto.
Ma poi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella famigliare noi aboliamo i rapporti più cari”.

La famiglia lui la concepisce come una sorta di proprietà privata in cui i genitori sfruttano i figli, Marx lo
percepisce in termini economici. In realtà anche loro sono condizionati dall’idea di famiglia della società in
cui ci troviamo; così come anche la scuola dove mandano i loro figli è condizionata dalla società in cui
vivono. Impartisce la scuola delle idee di sfruttamento, delle idee che si basano su una concezione sociale
capitalistica. I comunisti stanno facendo un’opera importante, dice Marx, strappano l’educazione ai
capitalisti: perché finché l’educazione sarà in mano ai capitalisti sarà sempre un’educazione di tipo
dominante.

Le frasi affettuose della famiglia borghese sono talmente nauseanti se si pensa che in realtà non tengono in
nessun conto i figli dei proletari. Sono nauseanti perché pesano esclusivamente che il rapporto affettuoso
debba esistere con i loro figli e non tengono in considerazione le famiglie delle persone che loro stessi
sfruttano. I figli degli operai venivano considerati semplicemente come parti di un meccanismo, come
merce da sfruttare- si pensi che comunque si è nell’800 e che veramente non c’era alcuna considerazione
per i figli degli operai.

I borghesi sono talmente tanto bigotti che inorridiscono quando sentono parlare di comunanza delle
donne. Ma i comunisti non stanno introducendo nulla di nuovo: le donne della società borghese sono già in
comunione. In realtà il matrimonio borghese stabilisce la comunione tra le donne, ufficialmente c’è la
salvezza del matrimonio, ma in realtà c’è lo scambio di moglie reciproca. Pertanto Marx chiede solamente
ufficialità di una cosa che già esiste ma che la perbenista società borghese; in realtà con la comunanza delle
donne si attua sia l’ufficialità che la non ufficialità perché le donne sono di tutti.

Gli operai non hanno pane: non si può togliere loro qualcosa che non hanno.

Le motivazioni di Marx possiamo giudicarle, criticarle, ma possiamo notare come mette tutte le questioni
umane e sociali sempre in relazioni economiche. La donna comunque è stata sempre sfruttata.

Perché le donne e non gli uomini? Marx è comunque un figlio del suo tempo (e non figlio di puttana), ha
comunque unna visione sociale di tipo maschilista però comunque ha una sorta di emancipazione nel suo
ragionamento che può essere convincente o meno, ma comunque vuole una sorta di riscatto della donna,
pur restando ancorato ad una società ottocentesca, perché comunque nell’800n la donna viene vista come
possesso dell’uomo.

Possesso del padre prima, del marito dopo. Lui vuole sradicare questa struttura sociale ottocentesca.

Marx teorizza l’assenza di stato, un’assenza di patria. Non deve esistere la nazione. Perché una volta
realizzata la dittatura del proletariato si può passare al livello successivo: alla formazione di una società
veramente comunista.

Com’è la società comunista? È una società senza classi sociali, priva di patria, dove non esiste il concetto di
stato, dove non esiste il denaro, dove ognuno lavora in base alle proprie capacità, possibilità, in base alla
propria Wesen, la propria essenza; ognuno è quello che è nella società comunista ha la possibilità di
lavorare in base alla propria essenza. Non deve dimostrare niente a nessuno, è utile a prescindere
all’interno della società perché un uomo, secondo Marx, è libero di fare qualsiasi cosa voglia, comunque fa
qualcosa, e se quel qualcosa lo fa essere felice, allora è giusto che lo faccia.

Invece la società non comunista ci costringe ad essere infelici, perché ci impone spesso delle attività,
dobbiamo lavorare in un certo modo, e ci impone delle scelte che spesso non sono convincenti per noi, ma
risultano socialmente vincenti in una società capitalistica, sottraendo maggior parte della felicità ai
lavoratori.

Da questo concetto, la felicità, Freud ci farà la psicanalisi.

Noi rinunciamo gran parte della nostra felicità per essere accettati dalla società, è la stessa cosa che dirà
Freud, però Marx ritiene che siamo socialmente accettati se facciamo un determinato tipo di lavoro. In una
società capitalistica come la nostra la creatività, chi è creativo, non risulta socialmente ed economicamente
avvincente. In una società comunista sì.

Si crea una sorta di società di mutuo soccorso, di aiuto reciproco, di collaborazione reciproca. Una società
dove la filantropia (RIFERIMENTO PALESE A FOIERBAACH perché LUI ERA UNN FILANTROOP) è veramente
alla base. Ci deve essere reciprocità messa a disposizione del lavoro. Quella sorta di rete di bisogno di cui
parlava Hegel (lacrimuccia) in cui in una società ognuno fa il proprio lavoro, ci intrecciamo nelle vite degli
altri, anche la persona socialmente più “inutile” è utile.

Gli sfruttati sono uguali in tutto il mondo, non si può togliere loro quello che non hanno. E il manifesto si
conclude con la famosa frase di Marx: “operai di tutto il mondo, unitevi”.

La frase che chiude il manifesto darà poi problemi politici, l’abbiamo visto con la rivoluzione russa: l’idea
marxista è quella di realizzare una rivoluzione collettiva, mondiale. Il marxismo fallisce nel momento in cui
non è possibile realizzare una rivoluzione a livello mondiale; ci ha provato la Russia, da qui la disputa tra
Lenin e Stalin: Lenin vuole una rivoluzione totale, Stalin una rivoluzione in un solo Paese. La rivoluzione
Russa non verrà espatriata, resterà chiusa in Russia.

Il comunismo resta un’utopia, rimane una rivoluzione irrealizzabile.


Marx e il feticismo delle merci:

contenuto nel capitale, consiste nel fatto che: se non si considera il lavoro che c’è dietro la produzione di
qualunque cosa si verifica il cosiddetto feticismo delle merci cioè una condizione psicologica per cui gli
uomini tendono a pensare che l’oggetto che noi troviamo, ad esempio sulla bancarella, sia pronta come se
fosse una grazia divina; come se sia giusto che sia lì e sia sempre esistito. Il feticismo delle merci in realtà
viene meno quando pensiamo che dietro qualsiasi oggetto ci sia il lavoro di qualcuno, ci sono ore di lavoro
utilizzate per produrre quella cosa. E quel prezzo che noi consideriamo è un prezzo che paga anche le ore di
lavoro di un individuo, se non pensiamo questo pensiamo ad un oggetto come se fosse unn’entità, è una
sorta di divinizzazione dell’oggetto.

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