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APPUNTI DI STORIA CONTEMPORANEA DELLA PROF.

LOREDANA PELLÉ
UNIVERSITÀ DEL SALENTO

07/03/18

IL RISORGIMENTO ITALIANO

Il quindicennio dal 1831 all'ascesa al soglio pontificio di Pio IX, nel 1846, è molto importante e
particolarmente significativo per la formazione di una coscienza nazionale italiana. In questo periodo
nascono, infatti, le tre grandi correnti politiche del Risorgimento:
1) il mazzinianesimo
2) Il liberalismo moderato 3) Il liberalismo radicale
In questo periodo i governi dei diversi stati preunitari continuano sulla strada dell'ancient regime è
che il modo di essere dello stato dal Medioevo fino al 1789, cioè l'assolutismo, una forma di governo
in cui chi detiene il potere lo esercita in forma assoluta, libera da controlli. Quindi, mentre i governi
degli stati preunitari sono in linea con l’ancient regime, Mazzini indica agli italiani due nuovi temi: la
repubblica democratica e l’iniziativa popolare. Mazzini criticava il settarismo politico, il
particolarismo dei singoli stati e voleva che i suoi compatrioti nutrissero, coltivassero una nuova
forma di religiosità o meglio di moralità: secondo Mazzini solo una fede profondamente vissuta
poteva supportare i sacrifici necessari al riscatto nazionale. I moti promossi dal Mazzini fallirono nei
loro obiettivi immediati, ma, pur fallendo, ebbero un rilievo: il loro merito fu quello di sollecitare
l'opinione pubblica italiana a prendere coscienza dei problemi nazionali e a proporre soluzioni
diversamente ispirate.
In alternativa e in contrapposizione al Mazzini abbiamo il liberalismo moderato. Quando parliamo
di liberalismo moderato ci riferiamo a Vincenzo Gioberti, attorno a cui si raccolgono gli ambienti
cattolici sensibili alle esigenze di rinnovamento. Gioberti propugnava una moderata attività
riformatrice da parte dei sovrani italiani, la ripresa della funzione civilizzatrice del papato per la
realizzazione di una confederazione di stati ciascuno, con il proprio sovrano, ma presieduta dal
pontefice. Gioberti propugnava una confederazione di stati italiani ciascuno con il suo legittimo
sovrano presieduta dal pontefice. Sia il mazzinianesimo sia il liberalismo moderato affondano le loro
radici nella cultura romantica del tempo, a differenza del liberalismo radicale che affondava le sue
radici nella cultura settecentesca illuministica. Gli esponenti più rappresentativi del liberalismo
radicale sono Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo che avversano Mazzini non da un punto di vista
conservatore, ma ne avversano il misticismo; essi ritengono che l'unitarismo di Mazzini non sia
sufficiente a garantire l'evoluzione democratica dello Stato Italiano. I radicali e i moderati
propugnavano riforme e federalismo; le somiglianze con i moderati finiscono qui e iniziano le
differenze: per i moderati il riformismo è fine a se stesso, è un punto d'arrivo, è la conseguenza
dell'assetto esistente; per i radicali il riformismo è lo strumento di una rivolta che deve attuarsi
progressivamente. Anche i moderati parlano di federalismo, ma per i moderati il federalismo è
conservazione delle sovranità esistenti; per radicali il federalismo deve portare alla formazione di
una nuova sovranità, quella popolare da ergere sulle ceneri delle vecchie sovranità.
Per Ferrari e Cattaneo l'obiettivo era una federazione di repubbliche attraverso la rivolta popolare,
con la possibilità dell'intervento francese. Mentre moderati erano cristiani cattolici, i radicali erano
laici, positivisti, liberi pensatori. Per i moderati il Risorgimento era riscatto e indipendenza nazionale;
per i radicali era liberazione totale, politica, sociale culturale.

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Queste tre correnti, sebbene in contrasto, furono costrette a una non voluta collaborazione.
Ciascuna di esse rappresentava esigenze particolari della società italiana. Lo Stato Italiano nasce
proprio dallo stretto intreccio delle iniziative dei conservatori (cioè il partito dell'ordine) e dei
democratici (cioè il partito d'azione).

09/03/18

Mazzini, il liberismo moderato e il liberismo radicale, pur nella loro profonda differenza, perseguono
l'obiettivo di realizzare l'unità e l'indipendenza d'Italia. In questo contesto sociale e politico si vede
il realizzarsi del processo di unificazione nazionale. Partiamo dalle conseguenze della rivoluzione del
‘48: gli eventi del ‘48 portarono all'affermazione della grande borghesia; questo però avviene solo
nei paesi dell'Europa occidentale; nell'Europa orientale si ebbe una violenta reazione assolutistica.
Soltanto il Regno di Sardegna, cioè lo Stato Sabaudo, mantenne l'ordinamento costituzionale
introdotto da Carlo Alberto e grazie all'iniziativa di Cavour, grazie all'opera instancabile di questo
statista, il Piemonte divenne il naturale centro di attrazione di tutte le forze politiche liberali della
penisola. Cavour, geniale statista piemontese, mirò a fare del Piemonte uno Stato moderno,
efficiente, inserito nel gioco politico diplomatico europeo e attuò un programma che prevedeva
l'espansione del Piemonte nella valle Padana, coinvolgendo Napoleone III nel suo piano politico. Gli
eventi messi in moto dal Cavour, ma anche dalla ripresa dell'azione mazziniana, culminarono con la
guerra del 1859 che determinò l'annessione della Lombardia al Piemonte e con la spedizione dei
Mille che si concluse con la sostanziale unificazione del Regno d'Italia e la sconfitta delle forze
democratiche. Infatti gli obiettivi delle forze democratiche furono raggiunti solo parzialmente, non
si realizzò la forma istituzionale repubblicana. Gli eventi messi in moto dall'attività cavouriana e
dall'iniziativa dei democratici portarono alla guerra vittoriosa del 1859, ai moti insurrezionali
dell'Italia centrale e alla spedizione garibaldina che si concluse con unificazione italiana sotto casa
Savoia e sostanzialmente con la sconfitta delle forze democratiche in campo. L'Italia, nel conseguire
l'unità, vede prevalere la forma istituzionale monarchica e non repubblicana, come invece
richiedeva il Mazzini. Gli eventi del ‘48 del ‘49 sanciscono il primato della grande borghesia
nell'Europa occidentale: la grande borghesia, sebbene fedele agli ideali liberali e costituzionali,
tuttavia non è disposta a cedere alle istanze socialistiche che cominciano a circolare in Europa.
Questa grande borghesia non è disposta ad aprirsi alle richieste, alle rivendicazioni dei ceti popolari,
opera, contadini e nemmeno alle aspirazioni della piccola borghesia fatta di liberi professionisti, di
intellettuali che propugnavano ideali radicali e filantropici. La grande borghesia occidentale, in
questo particolare momento della storia d'Europa, si impadronisce delle leve dello stato, del potere
dello Stato e si identifica con lo Stato stesso e crea le condizioni per l'affermazione di quel
nazionalismo egoistico e prevaricatore che si differenzia nettamente dal nazionalismo della prima
metà dell'800. Infatti il termine nazionalismo entra nell'uso comune nella prima metà dell'800
quando si vuole vedere in ogni popolo un insieme originale e autonomo di individui legati da civiltà,
tradizione e religione. Questo nazionalismo collegò i concetti di libertà e nazione e vide
ottimisticamente la possibilità di una fraterna collaborazione tra le diverse nazioni, ciascuna libera
e indipendente e rispettosa dell'altrui libertà e indipendenza. Questo però nella prima metà dell'800:
in questo periodo, quindi, si vuole indicare, vedere in ogni popolo un insieme autonomo e originale
di individui legati dalla stessa cultura, dalla stessa religione e dalle stesse tradizioni. Questo tipo di
nazionalismo collegò i concetti di libertà e nazione e valutò positivamente la possibilità di una
fraterna collaborazione tra le diverse nazioni, ciascuna libera e indipendente e rispettosa dell'altrui
libertà e indipendenza. Questo termine nazionalismo nella seconda metà dell'800 assume una

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valenza assolutamente diversa: si continua a vedere in ogni popolo un insieme autonomo e originale
di individui legati dagli stessi interessi, ma l'obiettivo era quello di affermare la supremazia di una
nazione sulle nazione altrui. Questo atteggiamento esasperato si manifesta tra la fine dell'800 e gli
inizi del 900 con gli esiti drammatici che conosciamo, cioè l'ha fermarsi dell'imperialismo e le due
guerre mondiali. Questo è il quadro all'interno del quale matura il processo di formazione dello stato
unitario italiano. Qual è la situazione sulla scena europea e poi italiana? Sulla scena europea
l'unificazione italiana è uno degli avvenimenti più significativi del ventennio successivo al 1848.
L'unificazione si realizza in gran parte tra il ‘59 e il ‘60 e fu completata entro il 1870, in maniera molto
faticosa con la conquista del Veneto e di Roma e la sua proclamazione a capitale d'Italia. Sono questi
gli anni più significativi del Risorgimento italiano. Perché usiamo l'espressione Risorgimento e non
rivoluzione? Il termine Risorgimento indica la rinascita di un sentimento nazionale che porta alla
costruzione di uno stato unitario per via diplomatica militare; non usiamo l'espressione rivoluzione
perché questo termine implica una drastica modificazione dei rapporti politico-sociali esistenti ad
opera di una classe in ascesa in lotta con le vecchie classi dominanti. In effetti il processo di
unificazione si svolge per via statale sotto forma di progressiva espansione del Piemonte sabaudo
attraverso successive annessioni al Piemonte dei diversi staterelli di cui era composta la penisola.
Come in Germania, un ruolo centrale ebbe il potere di una dinastia, i Savoia, l'esercito, l’iniziativa
politica diplomatica di un grande statista, cioè Cavour. Ma, a differenza della via tedesca, l'azione
dei democratici e dei mazziniani, anche se resa subalterna negli esiti, ebbe un ruolo centrale perché
creò le condizioni per la realizzazione dell'unità e il conseguimento dell'indipendenza italiana,
attraverso una serie di iniziative che spinsero il recalcitrante Regno di Sardegna ad andare al di là
delle proprie reali intenzioni. In Italia l'intero processo di formazione dello Stato nazionale è il
risultato dello stretto intreccio tra l'iniziativa del partito dell'ordine e del partito d'azione, cioè
conservatori e democratici in duro contrasto tra loro ma sostanzialmente complementari nel
contendersi la guida del processo risorgimentale. In Italia la realizzazione dell'Unità fu il frutto della
collaborazione, per certi versi non voluta, tra il partito dell'ordine dei conservatori e dei moderati e
il partito d'azione dei democratici, in durissimo contrasto, ma di fatto complementari nel
contendersi la guida del processo risorgimentale. L'obiettivo dei democratici era la realizzazione di
uno Stato repubblicano, invece i liberali moderati intendevano mantenere la forma monarchica.
Accade che i due partiti di fatto sono costretti ad una non voluta collaborazione. La nascita dello
stato unitario è il risultato dell'intreccio tra le iniziative del partito d'ordine e quelle del partito
d'azione. Qual è la situazione che caratterizza la penisola italiana dopo il ‘48? Come negli altri paesi
dell'Europa occidentale vi è una forte reazione, in forme spesso estremamente violente, sotto l'alta
protezione dell'Austria che fece sentire tutta la sua influenza sui sovrani Italiani nel Lombardo
Veneto. Viene rimessa in piedi un’oppressiva macchina politica, attraverso processi contro i patrioti,
vengono adottate iniziative e provvedimenti economici per alleggerire le difficoltà finanziarie del
governo Imperiale austriaco che danneggiarono profondamente l'economia Lombarda. In questi
anni l'Austria vuole giustificare il suo atteggiamento repressivo come risposta alla ripresa della
propaganda e dell'iniziativa mazziniana. In particolare nel 1852 si verificò un episodio che suscitò
vasto clamore nell'opinione pubblica italiana: la polizia austriaca individuò a Mantova un gruppo di
patrioti e li arrestò. Questi patrioti si adoperavano per raccogliere fondi per un prestito nazionale
lanciato dal Mazzini a favore della causa nazionalista. I patrioti furono arrestati e giustiziati presso
gli spalti della fortezza di Belfiore a Mantova: ciò suscitò una fortissima reazione presso l'opinione
pubblica e Mazzini cercò di promuovere un moto a Milano. I primi di febbraio del 1853 scoppiò a
Milano questo moto, ma non avendo coinvolto la grande borghesia milanese, fu soffocato sul
nascere. Di conseguenza i tribunali austriaci tornarono a condannare all'ergastolo e a morte i
patrioti. Ci si rese conto che tra Italia e Austria si stava scavando un solco incolmabile. Il governo

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Imperiale austriaco decise di richiamare in patria Radetzky e inviare il fratello dell’imperatore,
l'arciduca Massimiliano, uomo mite non retrivo, ma, come dimostreranno gli episodi successivi,
questa decisione si rivelò tardiva. La reazione però ebbe modo di dispiegarsi non solo nel Lombardo
Veneto, ma anche nel Ducato di Modena, nel Ducato di Parma e nel Granducato di Toscana: il pur
bonario Leopoldo II non riuscì a conquistare le simpatie della popolazione perché si era adeguato
alla presenza a Firenze di una legione austriaca, stipendiata dal governo granducale. Leopoldo II,
inoltre, reintrodusse la pena di morte, consentì che si processassero illustri patrioti, abolì la
legislazione leopoldina che aveva cercato di limitare i poteri della chiesa. Ovviamente, quindi la
reazione ebbe modo di dispiegarsi anche nello Stato Pontificio: qui il pontefice, Pio IX, che ricopriva
anche il ruolo di sovrano, abbandonò ogni velleità liberale e tornò ai vecchi metodi autoritari
assolutistici, senza tenere in considerazione le stesse raccomandazioni di Luigi Bonaparte che, dopo
aver battuto la repubblica romana, lo aveva sollecitato a riorganizzare, ammodernare e riformare lo
Stato Pontificio. La reazione non conosce limiti e assume forme violentissime nel Regno delle Due
Sicilie: qui Ferdinando II istruisce una serie di processi mostruosi in cui venivano considerati reati gli
atteggiamenti liberali e costituzionali assunti dai patrioti nel periodo costituzionale. Uomini di
grande levatura intellettuale, come Luigi Settembrini e Carlo Spaventa, finirono nelle galere
borboniche insieme a criminali comuni. Il Regno delle Due Sicilie era isolato sul piano europeo, ma
anche sul piano nazionale; la dinastia borbonica si avviava al declino nonostante avesse conosciuto
momenti di gloria civile. In questa fase fu definito dal Gladstone “la negazione di Dio eretta a sistema
di governo”. Tra i vari stati della penisola solo uno non è caratterizzato dalla reazione assolutistica,
cioè il Regno di Sardegna, lo Stato Sabaudo. Qui il re, Vittorio Emanuele II, mantiene gli ordini
costituzionali cioè lo Statuto Albertino. Eppure il re era retrivo, era autoritario. Allora perché
mantiene gli ordini costituzionali? Il re era consapevole del fatto che tutti i liberali della penisola
avrebbero guardato al Piemonte come stato guida nella lotta definitiva contro l'Austria. Il suo
governo era guidato da D'Azeglio, nobile di tendenze liberali, quindi il ministero D'Azeglio avvia le
trattative per la Pace di Milano del 1849. Tuttavia l'opinione democratica sostanzialmente si oppone
alla pace e spinge i suoi rappresentanti in Parlamento a non ratificare la pace stessa. Le condizioni
austriache non erano eccessivamente gravose e questo per attirare il re nell'area di influenza
austriaca; quindi il re scioglie le camere, indice nuove elezioni ed emana il proclama di Moncalieri
nell'autunno del 1849 con il quale invita l'elettorato a scegliere dei rappresentanti più malleabili;
velatamente il re faceva capire che, se così non fosse stato, avrebbe revocato le garanzie
costituzionali. Le elezioni effettivamente portarono i nuovi rappresentanti in Parlamento a ratificare
la pace con l'Austria e il ministero D'Azeglio poté cominciare a riformare e riorganizzare lo Stato.
All'interno di quest'opera di riforme di D'Azeglio, particolare rilievo assunsero le cosiddette Leggi
Siccardi che suscitarono un'aspra battaglia parlamentare: queste leggi intendevano, infatti, limitare
i privilegi della Chiesa in Piemonte. Con queste leggi si voleva eliminare il foro ecclesiastico e il diritto
d'asilo nei luoghi consacrati, ancora in vigore in Piemonte. Queste leggi provocarono una dura
battaglia parlamentare al cui interno si fa conoscere per la sua abilità politica, per la sua larghezza
di vedute liberali, Cavour che nel governo D’Azeglio ricopriva la carica di ministro dell'Agricoltura,
delle Finanze e della Marina. Da subito emerge che la visione dell'audace ministro liberale Cavour in
un certo modo contrastava con quella più rigida di D'Azeglio che, nonostante la sua lealtà allo stato
Statuto Albertino, scivolava su posizioni conservatrici anche influenzato dalla reazione negli altri
stati italiani. Fu proprio il Cavour, il rappresentante più aperto, più dinamico, progressista dello
schieramento conservatore ad accordarsi con Il più moderato della sinistra per realizzare una vasta
maggioranza che attuasse una grande opera di riforme nello stato. Cavour si accorda con Rattazzi
alle spalle di D'Azeglio e dà luogo al connubio Rattazzi-Cavour nel 1852, primo esempio di
trasformismo o come diremmo noi oggi inciucio. Quindi, l'esponente più dinamico della destra si

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accorda con l'esponente più moderato della sinistra. Cavour e Rattazzi si accordano per costituire
una larga maggioranza e avviare una vasta opera di riforma dello Stato. Nel novembre del 1852
Cavour diviene presidente del consiglio e rimarrà presidente fino al 1859, alla vigilia dell'Unità
d'Italia. Ma chi era Cavour? Apparteneva alla nobiltà che dopo il 1830 si era avvicinata alla mentalità
e alla cultura della borghesia moderata quindi una nobiltà che si avvicinava alle aspirazioni della
borghesia moderata. Durante la prima giovinezza, Cavour aveva rifiutato la carriera militare e aveva
preferito occuparsi delle finanze della famiglia. Mentre svolgeva la sua attività agricola, finanziaria
e commerciale studiò da vicino i problemi economici e sociali posti in essere dallo sviluppo
capitalistico in occidente. Cavour era convinto che lo sviluppo capitalistico industriale che si era
verificato in Europa occidentale - in particolare in Gran Bretagna - altro non fosse che la punta più
avanzata della civiltà moderna. La sua ascesa politica fu influenzata dalla rivoluzione liberale degli
anni ‘30 che gli indicò la strada del liberalismo moderato. Cavour era assolutamente contrario al
metodo rivoluzionario, era per il progressivo e graduale sviluppo, per le riforme e riteneva che
qualsiasi iniziativa rivoluzionaria o il tentativo di forzare le tappe rallentasse il cammino per il
progresso. Questa sua salda concezione liberale lo portava ad avversare le teorie che cominciavano
a circolare in Europa occidentale e nello stesso tempo lo spingeva a sollecitare la borghesia alle
riforme che apparivano l'unico antidoto a qualsiasi tentativo rivoluzionario. Questa sua profonda
avversione nei confronti del socialismo non gli derivava dalla sua condizione di nobile e ricco, ma dal
convincimento che solo la piena libertà individuale in campo politico ma anche economico potesse
garantire il manifestarsi di tutte le energie creative degli individui, consentiva agli individui di
mettere a profitto le proprie capacità. [Oggi si parla di assistenzialismo, di spesa pubblica: il
Movimento 5 Stelle ha promesso il reddito di cittadinanza che molto probabilmente può appiattire,
livellare la tendenza ascensionale degli individui; impedisce loro di mettere a profitto le loro energie.
Questo programma si rifà al modello della spesa pubblica. La destra, invece, ha carattere liberale e
liberista, con l'obiettivo di pungolare gli individui a impegnarsi per realizzare le loro aspirazioni
individuali. La spesa pubblica è un palliativo o forse uno strumento per avviare l'iniziativa
individuale?] Ciò che accaduto nel 1852 non è così diverso dagli episodi di trasformismo della politica
italiana, questa propensione culturale della classe dirigente italiana non è mai venuta meno. Cavour
sostanzialmente fu un attento studioso dello sviluppo economico, dell'organizzazione produttiva e
del progresso tecnologico: egli fu un sostenitore non solo del liberalismo, ma anche del liberismo
economico; era convinto che l'adozione del libero scambio anche da parte dei paesi non ancora
industrializzati fosse uno strumento che consentiva ai paesi di entrare nell'area dello sviluppo
capitalistico. Cavour avviò una serie di riforme economiche e di iniziative politiche che stimolarono
la crescita economica del Piemonte e lo fecero guida nel processo di unificazione nazionale. Cavour
Non credeva nella possibilità concreta che in Italia ci fosse la rivoluzione ed ebbe sempre un
atteggiamento di ostilità nei confronti dei democratici che lo ricambiavano, considerandolo, almeno
all'inizio della sua carriera politica, come un esponente della vecchia aristocrazia. In realtà il suo
impegno a favore delle Leggi Siccardi, le attività di ministro dell'Agricoltura, le iniziative in favore
della liberalizzazione degli scambi con l'estero (cioè i trattati commerciali con la Gran Bretagna, la
Francia, il Belgio e l'Austria) tutte queste iniziative lo fecero apparire all'opinione pubblica italiana
ed europea come un rappresentante aperto e duttile dell'intero schieramento politico subalpino.
Per quanto riguarda la politica estera, quali furono i suoi obiettivi? Furono coerenti con la volontà
di rafforzare il regime liberale all'interno e assicurare al Piemonte la supremazia sulla penisola
italiana. In vista del conseguimento di questi obiettivi, Cavour impresse un indirizzo anti-austriaco
alla sua politica estera, come apparve evidente fin dal 1853. Fallito il moto Milanese del febbraio ‘53
(con cui Mazzini aveva cercato di far insorgere Milano, ma l'insurrezione non aveva avuto luogo
perché la borghesia si rifiutò di partecipare) il governo Imperiale austriaco emanò provvedimenti di

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sequestro di beni che colpirono tanti emigrati lombardi in Piemonte: molti ricchi proprietari
lombardi, infatti, dopo la rivoluzione del ‘48 si erano rifugiati in Piemonte. Cavour protesta
energicamente presso il governo di Vienna e fa approvare un provvedimento per rifondere dei danni
subiti gli emigrati lombardi e questo è il primo tentativo di politica anti-austriaca. Questo tipo di
politica sarebbe rimasta senza conseguenze se nel frattempo le difficoltà tra le maggiori potenze
europee non avessero offerto a Cavour la possibilità di inserirsi nei giochi europei. La scossa venne
con l'aggravarsi della questione d'Oriente. In seguito a questa crisi il quadro politico europeo ne uscì
profondamente modificato: il blocco conservatore, in cui l'Austria giocò un ruolo fondamentale fin
dal 1815, si disgregò definitivamente. La questione d'Oriente e la conseguente guerra di Crimea
apparentemente sono lontane dal Regno di Sardegna, invece fu l'aggravarsi di questa crisi che ha
consentito a Cavour di inserire la questione italiana nella più ampia dinamica delle questioni
europee. La situazione viene messa in moto dallo zar Nicola I che nel ‘53 occupa i principati di
Moldavia e Valacchia che corrispondono all'attuale Romania. Lo zar occupa Moldavia e Valacchia,
vassalli della Turchia e questa iniziativa dello zar provoca l'intervento di Francia e Inghilterra che si
schierano contro la Russia a sostegno della Turchia e invitano nell'alleanza anti-russa l'Austria,a che
però rimane esitante: l'Austria, infatti, temeva che il Piemonte, con l'aiuto della Francia riprendesse
la guerra in Italia. La guerra contro la Russia, il cui evento più significativo è l'assedio di Sebastopoli,
vede le truppe francesi e inglesi messe a dura prova dall'inefficienza dei comandi e dalle malattie.
Le difficoltà spingono Francia e Inghilterra a chiedere l'ingresso in guerra di nuovi alleati; l'Austria
preferì non intervenire, nonostante le rassicurazioni dei francesi sull' intangibilità dei domini
austriaci in Italia. Cavour, comportandosi da grande statista, spera, insieme agli altri liberali italiani,
che questa guerra assuma una connotazione ideologica cioè la contrapposizione tra progressisti e
reazionari, cioè Francia Inghilterra da una parte contro Russia e Austria dall'altra. Nel 1853 lo zar
Nicola I decide di occupare i principati di Moldavia e Valacchia, corrispondenti all'attuale Romania.
Subito dopo questa iniziativa dello zar, la Francia e l'Inghilterra decidono di intervenire a fianco della
Turchia e si apre il conflitto tra Francia e Inghilterra da un lato e la Russia dall'altro. L’episodio
centrale di questo conflitto è l'assedio della piazzaforte russa di Sebastopoli in Crimea. Inghilterra e
Francia sono messi a dura prova da malattie e dall’inefficienza dei comandi, quindi chiedono
l'ingresso di altri alleati contro la Russia. L'Austria, tuttavia, rimane neutrale temendo che il
Piemonte riprendesse la guerra in Italia con il sostegno francese. Cavour decide di far partecipare il
Piemonte a questo conflitto con una spedizione di 15000 uomini in Crimea, nonostante la fortissima
opposizione della sinistra che non accettava questo dispendio di risorse umane e finanziarie in una
guerra che non avrebbe portato alcun vantaggio al piccolo Stato Sabaudo. Cavour inizialmente aveva
sperato che la guerra assumesse una connotazione ideologica e cioè il contrasto tra i progressisti
francesi e inglesi contro i reazionari russi e austriaci. Innanzitutto la dichiarazione francese circa
l'intangibilità dei domini austriaci in Italia fu la prima delusione di Cavour; inoltre, l'Austria avrebbe
potuto anche scendere in guerra non con lo schieramento reazionario bensì al fianco di francesi e
inglese. In realtà poi l'Austria rimase neutrale. Nonostante questa delusione e questi dubbi, Cavour
decide di allestire un esercito di 15000 uomini e di inviarlo in Crimea. Perché? Il Piemonte non
avrebbe ottenuto nessun vantaggio immediato, ma è vero anche che in questo modo Cavour alla
fine del conflitto avrebbe potuto sedersi al tavolo della pace e in quella sede poteva mettere sotto
accusa l'Austria in un consesso internazionale e porre la questione dell'Italia all'attenzione
dell'opinione pubblica internazionale. Quindi fu un successo politico diplomatico, la guerra gli
consentì di portare la questione italiana all'attenzione internazionale. In seguito alla guerra, il
quadro politico europeo ne risultò profondamente modificato: l'Austria rimase isolata, in dissidio
sia con la Russia sia con la Francia; la Russia perse la propria preponderanza in Europa (fino a quel
momento aveva avuto una preponderanza militare). Il vero trionfatore è Napoleone III che non

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ottenne vantaggi immediati, ma divenne arbitro della situazione europea; nel 1852 aveva detto che
l'impero è la pace, ma ora rappresentava la condizione per riprendere la politica anti-austriaca in
Italia. Quindi Napoleone poteva usare i sentimenti anti-austriaci italiani per modificare gli equilibri
nel Mediterraneo Centrale a danno dell'Austria. A questi obiettivi di Napoleone III si collega la
politica estera di Cavour, con il duplice obiettivo di cacciare gli austriaci dall'Italia e di sconfiggere le
forze democratiche.

12/03/18

Il dato fondamentale che è emerso dalla lezione precedente è la centralità delle relazioni
internazionali che lo studioso deve comprendere per meglio inquadrare l'azione di ogni singolo
stato; il processo di unificazione italiana meglio si comprende se inserito all'interno del più vasto
ambito delle relazioni internazionali. Come vedremo, il piccolo Piemonte, lo Stato Sabaudo e Cavour
porteranno avanti il faticoso processo di unificazione nazionale muovendosi con successo sullo
scacchiere europeo, che vedeva la contrapposizione tra potenze reazionarie e democratiche e anche
la forte competizione tra Francia e Inghilterra. Il problema dell'unificazione non fu una faccenda
interna tra i Borbone, i Savoia e il papato ma una questione di politica estera europea internazionale:
il Cavour cercò di legare la sua politica estera alle ambizioni di Napoleone III che intendeva estendere
l'influenza francese in Italia e anche in Europa. Cavour cerca di collegare la propria politica estera
(cioè la politica dello Stato Sabaudo) alle aspirazioni di Napoleone III perseguendo tre obiettivi: 1)
la cacciata degli austriaci dall'Italia;
2) il rafforzamento territoriale e politico dello Stato Sabaudo;
3) la sconfitta del movimento democratico mazziniano e quindi della componente
repubblicana. Cavour, quindi, cerca di trasportare la questione italiana sul piano internazionale.
Alternativo al Cavour è il repubblicanesimo di Mazzini che ritiene che sia giunto il momento di
agire in Italia. Mazzini voleva che i patrioti italiani mostrassero all'opinione pubblica europea di
essere capaci di lottare per una soluzione solo e soltanto italiana e repubblicana. Mazzini vuole
agire nel mezzogiorno anche per prevenire mosse strategiche di Napoleone III che avrebbe visto
bene un successore di Murat sul trono di Napoli. In effetti tra il 1856 e il ‘57 nel napoletano, cioè
nel Regno di Napoli, c'erano stati diversi tentativi antiborbonici tutti duramente repressi.
Particolare clamore suscitò il tentativo di Carlo Pisacane, un mazziniano poi distaccatosi dal
maestro per aver maturato idee socialiste. Pisacane riteneva che nella lotta dovessero essere
coinvolte le masse contadine, con la possibilità di una radicale riforma agraria che mirava a dare
le terre ai contadini. Carlo Pisacane progetta un tentativo insurrezionale e lo attua, nonostante
fosse stato vivamente sconsigliato dallo stesso Mazzini per l’estrema arretratezza del mezzogiorno
d'Italia. Contrariamente alle raccomandazioni di Mazzini e di Garibaldi, che non vuole dirigere
questa impresa, Pisacane comunque la attuò: sbarcato a Sapri, tuttavia, non trovò, contrariamente
alle sue aspettative, nessun moto in atto. Nel giro di poche settimane fu sopraffatto dalle truppe
regolari borboniche ma anche dalle popolazioni meridionali, aizzate contro di noi dal clero
fanatico. Cavour comprende il significato di questo episodio e dà vita ad una associazione che
aveva il nome di Società Nazionale che altro non era se non una corrente monarchica unitaria che,
appunto, si prefiggeva col motto di L'Italia e Vittorio Emanuele di perseguire l'unità d'Italia, ma
sotto la guida dei Savoia parallelamente a questa politica interna, Cavour cerca di tenere sotto
controllo la situazione internazionale perché l'Inghilterra guardava con grande sospetto alle

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iniziative, al gioco diplomatico del primo ministro piemontese. Perché? Per timore che venisse
alterato l'equilibrio nel Mediterraneo centrale; nel caso in cui gli austriaci fossero stati cacciati dai
domini italiani, ciò avrebbe avvantaggiato la Francia di Napoleone III. Napoleone III già nel 1856 al
congresso della Pace di Parigi, avvenuto dopo la guerra di Crimea, aveva asserito di essere
interessato alla questione italiana però non poteva per ragioni politico-diplomatiche assumersi il
ruolo di perturbatore della pace europea; da una parte Napoleone III intendeva estendere
l'influenza francese in Italia e nel Mezzogiorno soprattutto; Cavour vuole, quindi, coinvolgerlo
nella questione italiana ma questo non si può fare perché Napoleone III era divenuto arbitro della
situazione europea. Un episodio sblocca questa situazione di stallo: un fallito attentato ai danni di
Napoleone III, compiuto da Felice Orsini che era un repubblicano che voleva far rinascere la
repubblica in Francia e in questo modo intendeva stimolare la ripresa dell'azione rivoluzionaria
anche in Italia. Questo attentato tuttavia fallisce, Felice Orsini viene arrestato e condannato a
morte. Come reagisce Napoleone III? Reagisce molto male: il governo francese accusa il Piemonte
di favorire gli eccessi dei repubblicani e per un po' sembrò che la politica di avvicinamento di
Cavour alla Francia fosse destinata a fallire, ma Cavour mette a approfitto la sua abilità politico-
diplomatica e si piega alla volontà francese. Si piega al governo francese che voleva imporre in
Piemonte provvedimenti liberticidi anche ai repubblicani mazziniani: il Cavour adottò
provvedimenti che limitarono la libertà dei repubblicani e, sapendo di mentire, in Parlamento
accusò i democratici di professare la dottrina dell'assassinio politico. Con questa iniziativa Cavour
vuole dimostrare a Napoleone III che le radici del terrorismo estremistico stavano dell'assurdità
della situazione italiana che doveva essere affrontata e risolta diplomaticamente ma anche
militarmente: bisognava risolvere il problema italiano ingaggiando un conflitto contro l'Austria.
Conseguenza di questo sottile gioco diplomatico furono i cosiddetti Accordi di Plombieres: i due
statisti si incontrarono in questa località francese e presero accordi su come affrontare la
questione italiana, accordi segreti che prevedevano:
- la costituzione di un regno dell'alta Italia, attraverso l'annessione al Piemonte del
Lombardo Veneto, della Romagna e delle legazioni pontificie (cioè l'odierna Emilia Romagna)
- la formazione di un regno dell'Italia centrale, che comprendeva Toscana Marche e
Umbria - il mantenimento della sovranità pontificia su Roma e sui territori circostanti -
l'integrità territoriale e politica del Regno delle Due Sicilie.
Come furono giudicati questi accordi? Più che negativamente dal Mazzini: era evidente che la
Francia non intendeva emancipare l'Italia, ma intendeva porre l'Italia sotto l'influenza francese.
Cavour, da parte sua, non credeva nell’effettiva la possibilità di conseguire l'unificazione in tempi
rapidi però pensava che il sovrano Vittorio Emanuele II, diventando re della parte più forte e ricca
del paese, sarebbe divenuto sovrano di fatto dell'intera penisola. Cavour riteneva anche che,
cacciando gli austriaci dall'Italia, si sarebbero potute aprire nuove prospettive al movimento
nazionalista; la politica cavouriana è aperta ad ulteriori sviluppi. I termini dell'accordo con la Francia
non rispecchiavano il grado di maturazione raggiunto dal movimento unitario nazionale. Qual è la
situazione agli inizi del 1859? La situazione italiana evolve verso la guerra perché intanto Napoleone
III sottolineava ufficialmente il peggioramento dei rapporti tra Francia e Austria con l'intento di
provocare l'Austria, infatti gli accordi di Plombieres prevedevano che in caso di conflitto sarebbe
dovuta essere l'Austria ad attaccare per prima (quella dei Francesi doveva essere una guerra
difensiva). Il sovrano sabaudo in maniera provocatoria afferma pubblicamente che non poteva
restare insensibile al grido di dolore che si levava da ogni parte d'Italia. Cavour stipula un'alleanza
militare con la Francia; l'Inghilterra assolutamente non vuole la guerra in Italia per non alterare gli
equilibri del Mediterraneo centrale e propone una conferenza per risolvere pacificamente la
questione italiana. In realtà l'imperatore austriaco si lascia trascinare dal bellicismo degli ambienti

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militari e invia un ultimatum al Piemonte che lo respinge e così inizia il conflitto franco-piemontese
contro l'Austria che fa registrare due significative vittorie agli alleati contro gli austriaci a Magenta,
a San Martino e Solferino. Nonostante l'andamento positivo della guerra Napoleone III interrompe
le operazioni militari e propone un armistizio all'Austria in base al quale l'Austria avrebbe ceduto la
Lombardia alla Francia che a sua volta avrebbe ceduto la Lombardia al Piemonte. Di fronte a questo
armistizio Cavour decide di dimettersi perché giudica l'armistizio di Villafranca una clamorosa
violazione degli accordi di Plombieres, il re invece accetta supinamente la volontà di Napoleone III.
Con questo armistizio Napoleone III cede alle pressioni delle forze conservatrici francesi che avevano
protestato per le conseguenze che la guerra aveva avuto per il pontefice ed erano preoccupati per
la spinta data ai processi di unificazione italiana: temevano che l'esistenza di un'altra entità statale
turbasse gli equilibri internazionali. Queste non sono però le uniche ragioni dell'armistizio: tra i
motivi che spingono Napoleone III all'armistizio di Villafranca c'era anche il timore che la situazione
italiana gli sfuggisse di mano sotto la spinta delle insurrezioni scoppiate a Firenze, a Modena, a
Parma e a Bologna. Infatti la sconfitta dell'Austria aveva portato i democratici a insorgere in queste
città. I democratici erano insorti, avevano costituito governi provvisori e si erano dati un esercito
comune. Tuttavia questo progetto delle forze democratiche naufragò per l'opposizione delle forze
conservatrici moderate, ma anche perché lo spontaneo fiorire di tendenze all'unificazione mancava
di un elemento di coordinazione, di collegamento. Nella conferenza di Zurigo del novembre ‘59 si
decide di ripristinare la situazione nell'Italia centrale; però a far superare lo stallo è Cavour che è
tornato primo ministro e, con grande abilità diplomatica, ottiene dalla Francia il consenso a che
abbia luogo l'annessione di Toscana, Emilia e Ducati di Modena e Parma. In cambio il Piemonte
cedeva alla
Francia Nizza e Savoia. Quest'operazione fu conclusa nel marzo 1860 quando le popolazioni
dell'Italia centrale si espressero con un plebiscito a favore dell'annessione al Piemonte. Il modo in
cui si erano svolte le vicende dell'Italia centrale per un verso chiudeva un capitolo importante del
processo di unificazione, ma riapriva la questione nazionale nel suo complesso. Le tendenze unitarie
si erano rafforzate un po' in tutta Italia e si era di molto aggravata la crisi nel Regno delle Due Sicilie
e nello Stato Pontificio: il regime Borbonico attraversava una crisi gravissima, non era in grado di
superare l'immobilismo in politica interna e l'isolamento a livello internazionale. Durante il 1859
Cavour aveva inviato una missione per convincere il sovrano borbonico ad aderire all'alleanza
francopiemontese ma senza esito. In Sicilia c'era un forte risentimento contro il regime borbonico,
alimentato da tendenze unitarie e spinte autonomiste. Il malcontento delle masse contadine era
orientato contro il regime borbonico. La crisi del Regno delle Due Sicilie era più che palese, ma
Cavour era costretto ad essere molto cauto, sia perché le forze moderate in Sicilia sono molto deboli,
ma anche perché la Francia è contraria a qualsiasi iniziativa verso Roma e il Mezzogiorno. I moderati
avevano tenuto saldamente la direzione del processo di unificazione fino al ‘59-60. Dopo
l'annessione al Piemonte, con la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, i moderati non riescono a
trovare una via per proseguire con l'unificazione: l'unica alternativa all'immobilismo, all'attesa era
l'iniziativa rivoluzionaria indicata dei mazziniani. Verso questa iniziativa democratica convergono
tutti gli esponenti del partito d'azione. Inizialmente il partito d'azione aveva progettato un tentativo
insurrezionale a Roma; successivamente l'attenzione si era stata spostata sul Regno delle Due Sicilie
perché l'equilibrio incerto su cui poggiava il rapporto tra popolazione e regime borbonico sembrava
dovesse spezzarsi da un momento all'altro. I preparativi di questo tentativo insurrezionale si
svolsero a Genova sotto gli occhi del governo che non fece nulla né per agevolarlo né per ostacolarlo.
Il re Vittorio Emanuele II era personalmente favorevole all'iniziativa garibaldina ma cercava di non
esporsi personalmente. Cavour, invece, era contrario perché temeva che una iniziativa garibaldina
assumesse caratteristiche democratiche rivoluzionarie, cioè un'impronta mazziniana, ma era

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preoccupato anche per le conseguenze qualora avesse manifestato la sua contrarietà a questa
spedizione. Il vero contrasto tra democratici e moderati conservatori si sarebbe manifestato più
tardi quando si profila la possibilità di un successo al quale inizialmente nessuno credeva. I volontari
che si erano riuniti attorno a Garibaldi erano male armati, mal equipaggiati, provenivano soprattutto
dalla Liguria, dalla Toscana, pochissimi dal Piemonte, qualcuno anche dalla Sicilia (tra cui Francesco
Crispi con la sua compagna), erano soprattutto intellettuali, liberi professionisti, commercianti,
affaristi, qualche operaio. Questi volontari sbarcarono a Marsala e immediatamente si diressero
all'interno dell'isola dove Garibaldi assunse il governo dittatoriale. L'elemento decisivo del successo
fu un generale clima rivoluzionario che si creò in tutta l'isola che Garibaldi, vista la sua profonda
sensibilità, seppe comprendere e valorizzare. Molti contadini vedevano in Garibaldi il vendicatore
dei tanti torti subiti. In breve, alla fine di giugno i garibaldini riescono a liberare tutta la Sicilia: da
questo momento in poi si pone a tutte le forze politiche nazionali il problema dell'influenza che la
spedizione garibaldina avrebbe potuto avere sul carattere del nuovo stato. Non era in discussione il
lealismo monarchico di Garibaldi, infatti il suo governo dittatoriale aveva abbassato la pressione
fiscale, ma era anche intervenuto duramente contro le rivolte contadine che volevano occupare le
terre dei ricchi proprietari terrieri. Il contrasto di fondo tra moderati e democratici riguardò due
questioni:
1) quale strada seguire per la liberazione di Roma
2) quale struttura politica avrebbe dovuto assumere il nuovo stato.
Nell'Italia centro-settentrionale si era affermato l'indirizzo conservatore; i mazziniani propugnavano
l'idea, invece, di un'assemblea Costituente nazionale con la prospettiva di dare al Paese, al nuovo
stato una struttura democratico-repubblicana. Questo contrasto tra moderati e democratici
comincia a manifestarsi in modo deciso quando il Cavour e il Piemonte avviano in Sicilia una
campagna per l'annessione immediata. Cavour si era reso conto che l'iniziativa garibaldina non
aveva suscitato la reazione della Francia e cercò di provocare un modo moderato a Napoli, che
tuttavia andrò a vuoto. Dal canto suo il sovrano Francesco II di Borbone cercò di correre ai ripari:
ripristinò la costituzione del 1848 e consentì la formazione di un governo con la presenza dei
moderati, ma questa sua risoluzione si rivelò tardiva: ormai l'alternativa era tra la annessione
immediata o l'assemblea costituente. I moderati meridionali, ma anche buona parte della borghesia
meridionale, si schierano a favore dell'annessione immediata, l'unico modo per farla finita con la
rivoluzione. Intanto i garibaldini, dopo aver liberato la Sicilia, sbarcano in Calabria. Francesco II è
costretto a fuggire mentre Garibaldi entra accolto trionfalmente a Napoli. Cavour, che già aveva
pensato di fare intervenire l'esercito piemontese, diede immediata attuazione al progetto che
prevedeva l’annessione di Marche e Umbria. In effetti, le truppe regolari piemontesi riuscirono a
sconfiggere le truppe pontificie e liberarono Marche e Umbria. Vittorio Emanuele II, postosi a capo
dell'esercito, fa ingresso nel Mezzogiorno e il Parlamento piemontese autorizza il governo ad
accettare l'annessione senza condizioni di altre regioni italiane. Il mezzogiorno attraversa una crisi
gravissima: qui non solo la borghesia si dice apertamente favorevole all'annessione immediata per
eliminare ogni possibilità di rivoluzione, ma anche le masse contadine risultano deluse per la
mancata soluzione del problema delle terre e danno vita a manifestazioni di rivolta anarcoide, a cui
sarà dato il nome di brigantaggio. I democratici non sono più in grado di proseguire la loro battaglia
politica. Cavour dice a Vittorio Emanuele II che ormai Garibaldi aveva perso ogni forza morale.
Manifestata questa propensione all’annessione, si tennero anche nel Mezzogiorno le votazioni
plebiscitarie, che sancirono l'annessione al Piemonte; lo stesso avviene poi nelle Marche e
nell'Umbria. Si costruisce così un nuovo Stato per via diplomatico-militare: questo nuovo stato nasce
dall'alleanza tra la borghesia progressista avanzata del nord e gli agrari arretrati dell'Italia
meridionale. Lo Stato nasce su una base ristretta.

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14/03/18

L'Unità d'Italia si realizza in modo conservatore, grazie a una sorta di tacita alleanza tra la borghesia
progressista del nord e gli agrari arretrati dell'Italia meridionale che avevano assunto atteggiamenti
rivoluzionari. Di fronte alla spedizione, preferiscono schierarsi a favore dell'annessione, ma non
intendono cambiare nulla delle strutture arcaiche economiche e sociali del Mezzogiorno. I contadini
poveri e analfabeti del Mezzogiorno, i braccianti dell'Italia centrale e gli operai delle poche
manifatture del nord vengono esclusi dai benefici dell'unità, sono esposti alla pressione fiscale e
all'obbligo della leva militare che rappresentava un sacrificio notevole perché sottraeva numerose
braccia ai campi. La base popolare rimane esclusa dalla vita delle sue istituzioni, conosce lo stato
solo nella dimensione più dura, quella della riscossione delle tasse e dell'obbligo di leva. Lo Stato
Italiano viene riconosciuto con una certa esitazione da parte delle altre potenze europee. Ciò
dimostra la diffidenza nei confronti di una nuova entità statale che poteva comportare equilibri
diversi. Tra il 1861 e il 1865 l’Italia fu considerata in sede internazionale come un organismo
dipendente dalla Francia di Napoleone III; c'era un certo discredito nei confronti dell'Italia che veniva
guardata con sospetto per la debolezza delle sue strutture economico-finanziarie e per la probabile
inefficienza dell'apparato militare italiano. Qual è la situazione che si presenta all’establishment
unitario? Ci sono problemi di natura organizzativa che andavano risolti se non si voleva mettere a
repentaglio l'unità dello Stato a malapena costruito; occorreva unificare i sistemi legislativi perché
ogni stato preunitario aveva il suo; occorreva uniformare il sistema fiscale e unificare ben 8 sistemi
monetari e metrici differenti. Era, quindi, necessario fondere stati strutturati da secoli in maniera
diversa, era necessario unire culture assolutamente eterogenee; c'erano realtà statuali unitarie,
come Lombardia e Piemonte, rette da amministrazioni avvedute e oneste, dove il sistema fiscale e
legislativo funzionavano bene; altre realtà statali erano rette da amministrazioni corrotte, con
economie arretrate che producevano redditi appena necessari al sostentamento individuale (come
lo Stato Pontificio). Cavour si rese conto della profonda differenza e immaginò di dare
all'organizzazione dello Stato una forma decentrata per garantire autonomia alle singole realtà.
Cavour muore nel giugno 1861 e i suoi successori si comportano in maniera diversa e decidono di
estendere a tutta la penisola gli ordinamenti piemontesi: imposero il servizio militare obbligatorio,
introdussero il sistema fiscale piemontese che più che colpire la proprietà e la rendita, colpì i
consumi popolari. La classe dirigente post-unitaria ha come obiettivo essenzialmente quello di
rafforzare l'unità appena conseguita; grazie a un tipo di organizzazione centralizzata si voleva
preservare l'unità dello stato costruito. Lo stato, attraverso i prefetti di nomina regia, poteva
controllare i punti più lontani della penisola. La classe dirigente, la classe politica, l’establishment
italiano post-unitario era eletta da una ristretta base elettorale, solo il 2% degli adulti maschi cioè
circa 400.000 elettori. Il primo Parlamento italiano, che si riunisce a Torino, è diviso in destra e
sinistra. Questa distinzione tra destra e sinistra (e qui intendiamo la destra e la sinistra storica) non
erano partiti come oggi ideologicamente e burocraticamente organizzati. Nel parlamento
ottocentesco sia i deputati di destra, sia quelli di sinistra venivano eletti dal solo ceto benestante:
ne derivava che spesso i deputati si schieravano pro o contro il governo, dando luogo al fenomeno
del trasformismo. La distinzione tra destra e sinistra era più formale che sostanziale perché non si
fondava sulla contrapposizione di interessi di classi differenti, ma era il frutto di orientamenti
culturali, di esperienze personali dei singoli deputati.
Quali sono le caratteristiche di destra e sinistra?

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- La destra è costituita da liberali moderati e conservatori che intendono proseguire cautamente la
politica di progresso avviata da Cavour, fidenti nel gioco parlamentare; erano fedeli per principio
alla casa sabauda.
- L'estrema destra era costituita dai reazionari che, chiusi nei loro pregiudizi antidemocratici, non
riuscivano a fare una opposizione concreta.
- La sinistra si componeva di diverse correnti: la sinistra costituzionale (oggi sinistra moderata)
rappresentata da Rattazzi e De Pretis, caratterizzata da una propensione ad accettare la monarchia
e il tradizionale gioco parlamentare; accantona la pregiudiziale repubblicana per dare precedenza
alla realizzazione della completa unità, quindi la conquista di Roma (infatti il Veneto e Roma sono
ancora in sospeso).
Dopo la morte di Cavour, gli succede come primo ministro Bettino Ricasoli, un nobile aperto alle
esigenze del liberalismo moderato e ben visto dalla sinistra costituzionale. Ricasoli agì sotto
l'ossessione unitaria. La classe dirigente non voleva imporre i costumi piemontesi, ma era
preoccupata di veder naufragare l'unità appena conseguita. Ricasoli agisce sotto l'assillo unitario e
con il suo ministero provvede ad organizzare il nuovo stato in maniera centrale: il paese viene diviso
in province, amministrate dai prefetti; poi le province erano divise in comuni, amministrati da
consigli comunali elettivi, presieduti però da sindaci di nomina regia. Più che convocare
un'assemblea costituente si preferì estendere a tutto il Paese gli ordinamenti civili e militari del
Piemonte: si estende a tutto il paese lo Statuto Albertino che nella sua flessibilità poteva essere
interpretato in maniera liberale, ma anche autoritaria. La tendenza dei piemontesi a imporre
costumi civili militari e mentalità era vissuta da molti italiani come una prevaricazione, si parla di
piemontesizzazione dell'Italia, l'Italia aveva subito l'ultima invasione barbarica. In realtà il Ricasoli e
la classe dirigente italiana cercavano di rendere coeso lo Stato e si impegnavano per ottenere il
giusto riconoscimento internazionale. Accade che nel Mezzogiorno questa prevaricazione dà luogo
al fenomeno del brigantaggio che non era un fenomeno nuovo. Questa rivolta, tra il 1861 e il 1865,
assunse dimensioni preoccupanti per la nuova classe dirigente. L'economia meridionale, soprattutto
nelle zone più interne e impervie, era assolutamente arretrata. Le popolazioni meridionali nel 1861
vivevano in sostanziale isolamento, non solo economico, ma anche sociale e soprattutto culturale.
Con la nascita del nuovo stato, questo arcaico equilibrio viene stravolto: nasce un mercato
nazionale, vengono abbattute le protezioni doganali borboniche e si ha l'afflusso ai mercati
meridionali di beni di consumo provenienti dalle industrie capitalistiche europee. Ciò determina Il
tracollo dell'economia meridionale e a ciò si aggiunge la pressione fiscale molto forte che, più che
colpire le rendite e la proprietà, colpiva i consumi delle masse popolari. Il sistema fiscale gravava
sull' economia domestica priva di liquidità. Il terzo motivo di malcontento era la gestione delle terre
demaniali che appartenevano allo stato e che sarebbero dovute essere vendute ai contadini. Lo
stato, bisognoso di denaro, non potendo procrastinare la riscossione dei pagamenti rateali, preferì
vendere a chi poteva pagare subito: le terre demaniali finirono ai vecchi proprietari terrieri che
consolidarono il loro potere economico e politico. Così esplode violenta la protesta contadina: si
sviluppa una guerriglia per bande di ribelli (chiamati spregiativamente briganti) soprattutto tra il
1861 e il 1865 (questa è la fase più acuta).
È stato osservato dagli storici che il brigantaggio non è stato solo un fenomeno criminale
semplicemente (è vero che erano i briganti erano galeotti fuggiti dal carcere), ma in realtà è stata
una prima forma, confusa, anarcoide di rivolta dei contadini contro i galantuomini liberali che
avevano monopolizzato il paese. A margine ricordiamo che anche coloro che erano estranei al
brigantaggio guardarono con simpatia a questa dinamica, a questa lotta tra contadini analfabeti e
grandi agrari dell'Italia meridionale. Come affrontò il problema il governo italiano? Vide nel
brigantaggio solo una minaccia per l'unità appena conseguita e decise di risolvere il problema solo

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con i mezzi militari. Fu inviato l'esercito, la metà dell'esercito - oltre 150.000 - uomini e si sviluppò
una guerriglia con episodi di efferatezza da entrambe le parti. Nel ‘65 la rivolta poteva dirsi sedata,
ma comunque nel ‘63 una commissione parlamentare d'inchiesta aveva messo in evidenza le cause
profonde della rivolta che andavano ricercate nello stato di assoluta disperazione delle masse
popolari, esposte all'arroganza di grandi proprietari terrieri; quindi si pone la questione meridionale,
problema che si pone quando Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti ne individuano le cause nello
stato di povertà materiale e morale delle classi contadine. Vediamo il pensiero di Gramsci: disse che
la classe dirigente post-unitaria, attraverso uomini come Sonnino e Franchetti, affrontava il
problema meridionale in modo adeguato considerandolo, non come una questione di carattere
locale, ma nazionale. Questo problema si riteneva dovesse essere risolto attraverso un piano
governativo. Secondo questo piano si sarebbe dovuto procedere alla creazione di un diffuso ceto
medio che aveva una duplice funzione:
1) limitare l'insurrezione dei contadini e 2) contenere il potere degli agrari.
Secondo Gramsci era un progetto significativo ma non era suscettibile di realizzazione, visti i rapporti
tra nord e sud del Paese: nel mezzogiorno non potrà mai affermarsi un diffuso ceto medio per due
ragioni essenziali:
- l'accumulazione primitiva di capitale è resa pressoché impossibile dalla pressione fiscale;
- i capitalisti non trasformavano il profitto il nuovo capitale sul posto perché non erano del posto: i
pochissimi imprenditori che operavano nel Mezzogiorno non reinvestivano in loco, ma destinavano
il profitto ad altre parti del Paese; era quindi impossibile costituire un ceto medio nel Mezzogiorno
per favorire lo sviluppo industriale.

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16/03/18

Sviluppo politico-economico tra il 1870 e il 1900: la destra storica tiene il potere dopo l'annessione
di Veneto e Roma (rispettivamente nel 1866 e nel 1870) ancora per alcuni anni, ma in una situazione
estremamente difficile; ci sono diversi problemi di carattere organizzativo, è necessario uniformare
culture, società, mentalità eterogenee tra loro, bisogna riorganizzare l'amministrazione. Ma oltre a
ciò c'è il problema della miseria dilagante nel Mezzogiorno e la sistemazione del bilancio dello Stato
italiano e l’attrito profondo tra Italia e Vaticano: con l’annessione di Roma nel 1870 si pone fine al
potere temporale del pontefice che nega l’esistenza dello stato italiano e spinge la sua rigidità al
punto che proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana: emanò il Non expedit con il quale
invitò i cattolici a non partecipare né come lettori né come letti. Il quadro politico-sociale è
abbastanza complesso. Tra il 1870 e il ‘76 gli esponenti della destra storica, pur brillando per
l'onestà, la probità di alcuni suoi uomini, mostrano perlopiù di non essere in grado di comprendere
la vera realtà del Paese, dove la maggioranza viveva nell'ignoranza e nella miseria. Avevano
conseguito successi importanti: l'annessione del Veneto e di Roma, avevano posto le basi per le
trasformazioni agrarie e industriali, la politica fiscale che aveva reso possibile il triplicarsi delle
entrate, le premesse per il pareggio del bilancio. Ma imporre e riscuotere le tasse non era popolare.
Comunque la destra andò perdendo mordente perché trovo l'opposizione per la sua politica fiscale;
la sua maggioranza si riduce progressivamente perché la destra mancava di un preciso piano politico.
La contraddittorietà dell'atteggiamento di alcuni esponenti che per un verso volevano sperimentare
il nuovo, il progresso ma avevano timore di abbandonare il vecchio, l'antico. Ma non solo: la destra
si indebolì anche perché non riusciva a guadagnare l'appoggio della sinistra, alla quale guardava con
sufficienza, con ostilità. Il capo della sinistra era Agostino De Pretis che già nell'ottobre 1875, durante
un durante un comizio elettorale nel collegio di Stradella, preannunciò il programma della sinistra
qualora fosse divenuta forza di governo che prevedeva:
- l'allargamento del diritto di voto;
- il decentramento amministrativo;
- l'istruzione elementare laica, obbligatoria;
- la riforma che eliminava l’odiata tassa sul macinato.
Il programma della sinistra suscitò molte speranze e quando il governo di destra di Minghetti nel
marzo ‘76 si trova in minoranza (perché alcuni deputati toscani gli votarono contro a proposito di
un progetto di legge sull' esercizio ferroviario), il re affidò il governo a De Pretis e paradossalmente
la sinistra cade quando ha raggiunto il pareggio del bilancio. Gli uomini della destra, impegnati a
salvare lo stato dalla bancarotta, imposero un gravosissimo sistema fiscale che consentì loro di
arrivare al pareggio del bilancio. Gli uomini della sinistra, non avendo la stessa competenza,
interpretavano gli interessi dei ceti popolari e, una volta giunti al potere, non esitarono a inaugurare
una nuova politica economica fatta di spesa pubblica, anche al di là dei limiti del bilancio e questo li
differenziava nettamente dagli uomini di destra. L’avvento della sinistra al potere sembra
rappresentare un terremoto, una vera rivoluzione parlamentare con conseguenze profondamente
funeste per il Paese. Salivano al potere gli antagonisti del Cavour. Gli eredi di Mazzini, di Garibaldi
non erano così diversi dai legalitari né per formazione culturale né per estrazione sociale, li
differenziava il metodo rivoluzionario. Dopo il ‘70 con l'annessione di Roma, il metodo rivoluzionario
era necessariamente destinato a perdere di forza fino a scomparire del tutto. Si verificò il
riassorbimento dei rivoluzionari che corrispondeva all'evoluzione dello stato in senso conservatore.
Gli uomini della sinistra assumono incarichi pubblici e privati. Questa deriva dello stato in senso

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conservatore si vide da: - l’attuazione del progetto di riforme annunciate dall'opposizione; -
l'inaugurazione del trasformismo.
Il trasformismo è la prassi politico-parlamentare per cui De Pretis non si irrigidì in una politica di
partito in senso stretto, ma cercò di garantire al governo una vasta maggioranza parlamentare
facendovi confluire esponenti di altri schieramenti politici, in particolare appartenenti alla destra,
per cui alcuni deputati della destra confluirono a favore della maggioranza di governo; altri, invece,
si ritirarono a vita privata e la destra, anziché costituire una forza di opposizione, si sgretola. De
Pretis rimase quindi privo di opposizione. L’unica opposizione era quella dei socialisti e dei radicali,
ma era numericamente esigua per poter essere efficace. Il trasformismo comportò l'appiattimento
della vita parlamentare, il formarsi di una maggioranza improvvisata, gli accordi di corridoio, il
passaggio di deputati da un settore all'altro del parlamento (come nell'odierna dinamica politica
italiana). Bisogna comprendere che il trasformismo non fu un'invenzione depretisina; questa prassi
politicoparlamentare già esisteva nella nostra tradizione politica (pensiamo all'accordo Rattazzi
Cavour). Con il De Pretis questa pratica viene universalmente accettata in alcuni casi, ma in alcuni
casi deprecata. Il problema non era nel trasformismo, ma nella realtà politico-sociale che si
esprimeva nel trasformismo. Gli unici a detenere i diritti politici erano gli aristocratici e l'alta
borghesia, che non potevano esprimere dal loro interno partiti in contrasto tra loro, vista
l'uniformità dei loro interessi. Il problema era nella realtà politico-sociale che nel trasformismo
trovava la sua espressione. Intanto scompare la generazione di coloro che erano stati artefici del
Risorgimento: tra il 1872 e il 1878 muoiono in successione il re, Vittorio Emanuele II, a cui succede
Umberto I, il pontefice e il Mazzini. Umberto I aveva un carattere fortemente autoritario e il suo
autoritarismo era alimentato anche dalla moglie, la Regina Margherita, che pensava che l'Italia
dovesse imporsi anche militarmente: quindi la regina nutriva un evidente disprezzo per le istituzioni
democratiche e parlamentari e introdusse una rigida etichetta a corte, ammettendo a corte solo
esponenti dell'alta nobiltà e delle alte sfere militari. In questo modo contribuì ad alimentare il
bellicismo dei circoli di corte e militari e di quegli ambienti del capitalismo italiano che vedevano in
una politica di espansione coloniale delle significative opportunità per l'affermazione dell'industria
pesante. Pur con queste difficoltà, il governo di sinistra inaugurava la stagione delle riforme che
vengono varate in ambito scolastico, fiscale ed elettorale:
1) la legge Coppino del 1877 aveva il preciso obiettivo di combattere l'analfabetismo della
maggioranza della popolazione, soprattutto meridionale. Fu fortemente avversata dai
Cattolici conservatori che temevano per il carattere laico che avrebbe assunto la scuola
dell'obbligo. Si prevedeva l'obbligo di sole due classi, ma rappresentava comunque un passo
importante sulla via del Progresso civile. Stabilì che i bambini dovessero apprendere, oltre ai
rudimenti dell'istruzione, anche i doveri del cittadino.
2) La riforma elettorale del 1882 prevede il passaggio degli aventi diritto al voto da 400.000 a 2
milioni (quindi dal 2% al 6%) dei maschi adulti. Erano ammessi al voto i maschi che sapessero
leggere e scrivere e che avessero compiuto 21 anni. Rappresentava un passaggio importante
per il progresso, per la democratizzazione del Paese. Non era ancora un suffragio universale,
come avevano richiesto i socialisti, ma buona parte del ceto operaio aveva diritto al voto. Il
limite era che, negando il diritto di voto agli analfabeti e ai nullatenenti (infatti il requisito
del censo veniva sostituito da quello della capacità), di fatto si negava il diritto di voto ai
meridionali. Questa riforma rimaneva inoperante al sud e questo è un limite molto forte. Le
speranze di conseguire un decentramento amministrativo rimasero disattese: solo i sindaci
erano divennero elettivi, i prefetti continuarono ad essere di nomina regia quindi rimane
un'organizzazione accentrata.

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3) la riforma fiscale abolì la tassa sul macinato, ma si continuò a tassare i beni di consumo e
rimase la prassi della tassazione indiretta, che colpiva soprattutto i ceti popolari.
L'ascesa della sinistra al potere ha coinciso con il decollo industriale italiano, infatti assistiamo, negli
anni in cui la sinistra governa, a un forte incremento dei trasporti ferroviari e marittimi, quindi
all'incremento della produzione industriale. Ciò determina un aumento della ricchezza nazionale e
di conseguenza un aumento demografico. La rete ferroviaria nel 1885 arriva a 10.000 km ed era
distribuita sostanzialmente nel nord del Paese; nascono parallelamente le prime Industrie italiane:
l’industria della gomma Pirelli di Milano, l’industria metallurgica di materiali ferroviari dei Breda a
Padova e l’industria siderurgica degli altiforni di Terni, dove vengono installati impianti di interesse
militare, l’industria Edison, frutto dei progressi compiuti nel settore idroelettrico. Non è un caso che
il decollo industriale abbia coinciso con i governi della sinistra: mentre gli uomini di destra
rappresentavano gli interessi dei grandi proprietari terrieri, il nerbo dell'economia italiana, gli
uomini di sinistra rappresentavano la borghesia che è impegnata nella costruzione dell'industria. Il
capitalismo italiano giunge in ritardo sul proscenio europeo, non vive la prima fase della
liberalizzazione che stimola l'iniziativa. Il capitalismo italiano deve ricorrere da subito alla protezione
dello Stato per difendersi dalla concorrenza delle Industrie europee che si contendono materie
prime e mercati. quindi la sinistra adotta il protezionismo: forti sovvenzioni statali potenziano le
industrie nascenti (l'industria di Terni e l'industria cantieristica) che si caratterizzano per i forti
investimenti di capitale, sono quindi definite industrie pesanti. Il boom industriale coincide con una
forte crisi agraria negli anni ‘80. Si verifica, quindi, una congiuntura a forbice: da un lato l'aumento
del prezzo dei prodotti industriali, dall'altro la riduzione del prezzo dei prodotti agricoli, grazie
all'immissione del grano americano sul nostro mercato, resa possibile dalla riduzione delle tariffe di
trasporto. Questa crisi danneggia economicamente l’Italia e in particolare il meridione. Il governo,
per ripagare i grandi proprietari terrieri delle perdite (affinché non ritirassero il proprio appoggio in
Parlamento) estese la struttura protezionistica al settore agricolo, alla produzione di grano, di riso e
di canapa. In questo modo si costituì ciò che Gramsci ha chiamato il blocco agrario-industriale,
un'alleanza atipica tra borghesia dinamica avanzata del nord e agrari arretrati dell'Italia meridionale
che praticavano la cerealicoltura estensiva senza reinvestire i profitti in ammodernamenti culturali.
Si verifica, quindi, una sperequazione tra le due parti del paese: il nord sempre più emancipato che
entra nel decollo industriale e il sud fermo alle sue arcaiche strutture economiche e sociali. Questa
presa di posizione in senso protezionista ha conseguenze in politica interna e in politica estera: - in
politica estera portò allo scontro forte con la Francia, a una vera e propria rottura, una guerra
commerciale-doganale;
- in politica interna legò la classe politica italiana ad alcuni settori del capitalismo italiano, in
particolare al settore dei grossi gruppi industriali interessati alla creazione dell' industria pesante.
La politica estera della sinistra è fortemente condizionata da due eventi della seconda metà
dell'800, cioè dopo gli anni ‘70: la nascita della repubblica borghese in Francia e la costruzione di
un impero autoritario in Germania. Uno spartiacque significativo è il Congresso di Berlino del 1878:
le potenze si riuniscono e danno il via alla corsa all'Africa, avviano l'espansione coloniale in Africa.
Anche l'Italia partecipa al congresso, ma rimane seduta in seconda fila. L'Italia pratica una politica
delle mani nette cioè di disimpegno, commisurata alle nostre reali forze. Questo provoca vivaci
reazioni presso gli ambienti nazionali e i nascenti gruppi coloniali che condannavano la politica
rinunciataria del governo italiano, soprattutto nel momento in cui alla Francia venivano
riconosciuti i diritti sulla Tunisia. La Tunisia, infatti, era una vasta colonia di italiani, soprattutto
siciliani. Il fatto che il governo italiano di Cairoli praticasse la politica del disimpegno, del piede di
casa, non era casuale: Cairoli decide questo perché sa che le nostre risorse finanziarie e militari
sono inadeguate. L'Italia, inoltre, era isolata sul proscenio internazionale. Il sovrano Umberto I, per

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favorire il superamento di questo isolamento, spinge il governo ad avvicinarsi agli imperi centrali
fino a stipulare un trattato che noi conosciamo come Triplice Alleanza nel 1882, un trattato
abbastanza oneroso perché costringeva l'Italia a scendere al fianco degli alleati contro la Francia:
dal punto di vista politico-diplomatico era importante perché faceva uscire l'Italia dall’isolamento
internazionale, sanciva la fine del potere temporale del papa, rappresentava l'ufficiale
riconoscimento da parte degli Asburgo dell'esistenza dello stato unitario italiano. Dopo questo
trattato abbiamo una nuova prospettiva politica, l’abbandono della politica del piede di casa e
l'inizio del faticoso processo di espansione coloniale. Il governo autorizza l'acquisto della Baia di
Assab sul Mar Rosso ed è il primo timido avvio dell'espansione, non verso l'Africa Settentrionale
come chiedevano i circoli coloniali, ma verso l'Eritrea e l'Etiopia dove da anni esistevano missionari,
esploratori e viaggiatori italiani. Dopo Assab, De Pretis autorizzò l'occupazione del porto di
Massawa da dove forze italiane molto deboli tentarono di penetrare all'interno dell'Etiopia: il
Negus reagì attaccando di sorpresa un distaccamento di 500 uomini che furono trucidati dalle forze
indigene. Questo episodio doloroso doveva rimanere solo un episodio, ma fu montato ad arte, se
ne fece una questione di onore nazionale e presso l'establishment italiano prese piede l'idea della
missione civilizzatrice mediterranea alla quale l'Italia sarebbe stata chiamata. La classe dirigente
italiana vedeva nell'espansione coloniale uno sbocco per la sovrabbondante popolazione costretta
ad emigrare oltreoceano. Nell'opinione pubblica italiana si assiste a un cambio di atteggiamento:
dal rifiuto iniziale di ogni forma di colonialismo (la sinistra lo giudicava un tradimento dei valori di
libertà e autodeterminazione dei popoli) si passa al convincimento che l'Italia non potesse tirarsi
indietro anche perché il successo sembrava facile e a buon mercato. Si hanno, quindi, larghissimi
consensi soprattutto dal sud dove la dilagante miseria rendeva affascinante l'idea di una
emigrazione italiana oltremare sotto la bandiera italiana. In realtà l'Italia non aveva la stessa
capacità propulsiva delle altre potenze europee: con una nascente industria debole, priva di
materie prime, di capitali non aveva la stessa spinta propulsiva dei maggiori imperi coloniali. Lenin
dirà che l'imperialismo italiano era quello degli straccioni; possiamo dire, correggendo in parte
Lenin, che il colonialismo italiano fu, in larga misura, di carattere imitativo. 19/03/18
ETÀ CRISPINA: 1887-1896

Periodo di tempo durato circa un decennio caratterizzato dalla figura dello statista siciliano. Crispi
era stato un fervente mazziniano e il braccio destro di Garibaldi ai tempi della spedizione in Sicilia.
Dopo la costituzione del Regno d’Italia, il mazziniano Crispi si proclamò monarchico e motivò questa
sua scelta asserendo che l’istituzione monarchica avrebbe garantito l’unità nazionale a differenza di
un sistema repubblicano che invece avrebbe comportato una divisione all’interno del corpo
nazionale.
La storiografia non dà un giudizio unanime, omogeneo sull'opera di Crispi. Fino agli anni ‘90, in
particolare, si è sottolineato soprattutto il suo carattere autoritario e le sue velleità colonialiste,
espansioniste. Di lui si è detto che fosse un protofascista, un protonazionalista. Alcuni storici
affermarono che nella figura di Crispi si presentavano in forma, per certi versi accentuata, tutti quegli
elementi propri del nascente blocco agrario industriale e quindi il livore dei grandi proprietari terrieri
nei confronti della masse contadine e poi per l’altro verso la spregiudicatezza propria dei nuovi
capitani di industria, dei nuovi capitani d’impresa. Solo a partire dagli anni ‘90, la figura di Crispi è
stata rivalutata. Come tutti i democratici risorgimentali, Crispi pone l’accento sulla necessità di una
rapida assimilazione delle masse popolari nella vita dello Stato e ciò lo portò a provare una forte
avversione nei confronti del nascente movimento socialista che egli giudicava un’inutile lacerazione
nel corpo della nazione, un ostacolo sulla via dell’affermazione della potenza dello stato. Quindi il

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Crispi, un po’ come tutti i democratici risorgimentali, rispecchia, nella sua parabola biografica, il
passaggio da una originaria passione rivoluzionaria, all’accettazione dell’ideale monarchico e di un
forte, di un aggressivo nazionalismo. Come è stato osservato dagli studiosi più attenti, in realtà,
Crispi era un uomo del suo tempo. Di lui Giolitti disse che era un fervido patriota che sentiva
altamente dell’Italia e che avrebbe voluto portarla a più alti destini.
Nel 1878 si tenne il Congresso di Berlino, che da l’avvio alla corsa all'Africa e all'Asia: le maggiori
potenze europee riunite si spartiscono i territori coloniali per garantire materie prime alle proprie
industrie e mercati ai prodotti nazionali. Anche l’Italia partecipa a questo congresso ma pratica una
politica del disimpegno, una politica per certi versi commisurata a quelle che erano le reali capacità
del nostro paese. Superato l’isolamento internazionale con l’adesione alla Triplice Alleanza, Crispi
vuole inaugurare una nuova politica estera, una politica estera fatta d’impegno, di espansione oltre
i confini nazionali. Per comprendere l'opera di Crispi è importante tener conto di quelli che sono
stati i suoi rapporti molto stretti con l’alta borghesia siciliana (i Florio, i Rubattino), quindi un ceto
sociale interessato a una politica di prestigio, di espansione coloniale. Però non si può attribuire solo
a Crispi il ribaltamento degli indirizzi di politica, soprattutto di politica economica e cioè il
ribaltamento dal liberismo al protezionismo. Era la realtà del tempo che imponeva questo tipo di
scelte. Tutti i paesi giunti in ritardo all’appuntamento con la rivoluzione industriale, e tra questi
l’Italia, venivano adottando misure protezionistiche per favorire uno sviluppo delle economie
nazionali. E l’Italia, con o senza Crispi, non poteva non tener conto di questa dimensione. Per cui,
già dai tempi del De Pretis, si era giunti al ribaltamento degli indirizzi liberistici con l'introduzione
della tariffa dell'87 che garantiva la protezione anche ai latifondisti assenteisti, i quali non fecero
mancare il loro appoggio in sede parlamentare. Il trasformismo divenne un formidabile strumento
di governo.
Come si caratterizza la politica di Crispi? Si orienta in due direzioni: -
una riforma dello Stato all’interno e
- un rilancio dell’espansione coloniale.
Appena giunge al potere, Crispi stringe più stretti rapporti commerciali con la Germania e
contestualmente denuncia il trattato commerciale con la Francia. Questo darà luogo a una vera e
propria guerra commerciale che danneggerà la nostra economia, soprattutto l’economia agricola.
Per quanto riguarda la politica estera, Crispi procede al rilancio del prestigio nazionale, riprende la
politica di espansione coloniale. Infatti procede all'occupazione di Asmara e quindi alla
proclamazione della colonia Eritrea (prima colonia italiana in Africa). Oltre all’interesse per l’Eritrea
c’era da parte italiana l’interesse anche per l’Etiopia.
All’indomani dell’ Eccidio di Dogali come si comporta Crispi nei confronti dell’Etiopia? Crispi appoggia
l’elezione a negus neghesti (re dei re) della Scioa Menelik, il quale ricambia il sostegno dato dal Crispi
riconoscendo la colonia Eritrea e riconoscendo un protettorato italiano sull' Etiopia. Però qui sorge
un equivoco, in quanto i due diversi trattati nelle due lingue contenevano un’interpretazione
differente, per cui Menelik continuò a comportarsi da sovrano indipendente e invece l’Italia voleva
esercitare il protettorato sull’Etiopia. Quest’equivoco diede luogo a delle frizioni molto forti, finché
le trattative per risolvere diplomaticamente l’equivoco furono interrotte. Si interruppero le
trattative per risolvere in maniera diplomatica questo incidente d’interpretazione del testo del
trattato. L’Italia, quindi, si deve accontentare della sola colonia Eritrea, che viene ufficialmente
proclamata nel dicembre del 1890.
Contestualmente sempre per quanto riguarda la politica estera, Crispi cerca di avviare dei colloqui
esplorativi con il Vaticano. Crispi riteneva che fosse giunto il momento di favorire l'ingresso dei
cattolici nella vita politica italiana. Perché voleva l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana?
Perché considerava i cattolici una valida diga contro i rischi dell’eversione sociale, contro la minaccia

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dell’avanzata della classe operaia. Quindi cerca di avviare dei colloqui esplorativi in vista di una
riconciliazione tra lo Stato e la Chiesa. Tuttavia i tempi non erano ancora maturi per questa
riconciliazione e i colloqui fallirono.
Per quanto riguarda la politica interna, Crispi promosse una riforma dello stato che prevedeva un
rafforzamento del potere esecutivo rispetto al potere legislativo per cui il Crispi che, oltre ad avere
la carica di Presidente del Consiglio deteneva i dicasteri dell’interno e degli esteri, fece approvare
una legge che ampliava i già vasti poteri della polizia. Egli aveva una concezione autoritaria della
monarchia: sostanzialmente il re per il Crispi non era semplicemente il più importante dei funzionari
posto al vertice della società civile; per Crispi il re era una figura carismatica che esorbitava dallo
statuto. Questa svolta autoritaria promossa da Crispi va a coincidere con una grave crisi economica
che fu innescata, tra l'altro, dalla denuncia del trattato commerciale con la Francia che portò a
ridurre di circa il 40% il nostro commercio di esportazione. Per cui furono fortemente colpite la
viticoltura e l’agrumicoltura meridionale, ma anche l’industria serica settentrionale. Alle difficoltà
dei contadini meridionali e degli operai delle industrie settentrionali si aggiunse un altro settore di
crisi, ovvero le difficoltà nel settore edilizio. Subito dopo il conseguimento dell’unità, soprattutto nei
grandi centri urbani, Roma e Napoli, c’era stata una notevole espansione di questi centri urbani che
spesso aveva anche provocato uno sconsiderato sventramento dei centri storici. Quest’espansione
dei maggiori centri urbani aveva innescato degli investimenti speculativi nel settore edilizio
sostenuti dalle banche, dagli istituti di credito. Quando il boom edilizio cessa entrarono in crisi non
solo le imprese impegnate nel settore edilizio, ma anche gli istituti di credito. Quindi alla crisi che
investe il sistema bancario Crispi cerca di far fronte con tutta una serie di sovvenzioni che danno
luogo a favoritismi, a fenomeni di corruttela che mettono in primo piano la vicinanza, la contiguità
tra il mondo politico e il mondo finanziario. Per cui si chiude, nel 1891, la prima fase dell’esperienza
crispina, ma si chiude anche perché nel frattempo la destra aveva manifestato una certa
insofferenza, irritazione per l’inasprimento del carico fiscale. Inoltre, all’insofferenza della destra si
univa anche l’opposizione dell’estrema sinistra: i socialisti, i repubblicani e i radicali che si erano
coalizzati intorno ad un patto, il cosiddetto “Patto di Roma”. Con questo patto essi chiedevano una
politica fiscale più equa, un maggiore controllo parlamentare sull'esecutivo ed una politica sociale
più attenta alle richieste della classe lavoratrice e cioè una politica sociale che interpretasse le
esigenze, le aspirazioni, le idealità del movimento operaio. Una volta che il Crispi si dimise, ricevette
l’incarico di presidente del consiglio Giovanni Giolitti. Giovanni Giolitti apparteneva anche lui alla
sinistra, però insieme allo Zanardelli era il principale rappresentante della sinistra liberal-
costituzionale e cioè era interprete, rappresentante di quella linea che, in profondo contrasto con
la linea depretisina e crispina, avversava l'espansione coloniale, le commesse militari e gli
investimenti nel campo dell’industria pesante per fini militari. Quindi la borghesia non ha una
strutturazione granitica, compatta, omogenea ma si differenzia al suo interno a seconda dei diversi
interessi che è chiamata ad interpretare. Crispi così come Giolitti appartengono entrambi alla
sinistra però, mentre Crispi interpretava quelle esigenze, quelle aspirazioni, quelle idealità della
borghesia che intendeva condurre una politica di prestigio al contrario Giolitti interpretava le
aspirazioni di quel settore della borghesia più illuminata e cioè della borghesia milanese che non era
interessata alla politica di espansione coloniale, anzi intendeva porre fine a quella politica. Tant'è
che Giolitti non appena giunge al potere pone fine alla disastrosa guerra commerciale con la Francia
e cerca di ristabilire, ripristinare la condizione dei ceti più direttamente produttivi per poi dare
l’avvio a un nuovo corso in politica interna e cioè Giolitti era convinto che non si potesse continuare
a governare con lo stato di assedio. Egli asseriva che lo stato non dovesse necessariamente schierarsi
al fianco dei ceti benestanti contro le rivendicazioni della classe lavoratrice ma lo Stato, secondo
Giolitti, doveva consentire lo svolgersi del libero gioco delle forze economiche, e quindi delle lotte

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sindacali, limitandosi a garantire l'ordine pubblico e la libertà del lavoro . Sostanzialmente, Giolitti è
l’autore della cosiddetta “svolta liberale”. Che cosa si intende per svolta liberale? Fino all’avvento al
potere di Giolitti, che tornerà in carica come presidente del consiglio nel 1903, i problemi inerenti il
mondo del lavoro, i conflitti che si accendevano tra la classe operaia e il ceto imprenditoriale
venivano giudicati dal ceto politico come un problema di ordine pubblico e come tali venivano
affrontati e cioè con gli strumenti militari, si sedavano le manifestazioni di protesta con l’uso
dell’esercito. Con Giolitti tutto ciò cambia perché egli si rende conto che lo Stato deve assumere un
atteggiamento di neutralità in questi conflitti. Perché Giolitti assume questo atteggiamento di
neutralità nei confronti dei conflitti del mondo del lavoro? Perché si rende conto che è necessario
allargare le basi dello Stato. Quello italiano è uno stato le cui basi sono ancora troppo elitarie, sono
ancora racchiuse entro una dimensione risorgimentale. Quindi Giolitti intende allargare le basi dello
stato e guarda come ad eventuali interlocutori al ceto operaio e nello stesso tempo guarderà anche
ai cattolici. Quindi proprio di fronte alla necessità di allargare le basi dello stato, Giolitti si rende
conto che bisogna assumere un atteggiamento di maggiore tolleranza anche nei confronti del
partito socialista dei lavoratori italiani, che nasce nel 1892 grazie all'opera infaticabile di Filippo
Turati. Questo partito è molto importante perché rappresenta una novità nel panorama politico
italiano. È formato da operai e contadini guidati da una classe di intellettuali, i quali intendono
contrapporsi al blocco d’ordine che vige in Italia e che vede come protagonisti la borghesia del nord
e gli agrari arretrati dell’Italia meridionale. Questo partito ha una sua importanza perché introduce
in Italia un partito socialista di ispirazione marxista. È un partito che mette da parte le velleità
rivoluzionarie e teorizza il progresso graduale, da realizzarsi attraverso una politica di riforme
graduali che avrebbero dovuto portare non alla dittatura del proletariato, così come teorizzato da
Lenin in Russia, ma avrebbero dovuto portare alla costituzione della classe operaia in classe
dirigente, ossia avrebbero dovuto far sì che la classe operaia divenisse forza di governo. Questo
atteggiamento di tolleranza del Giolitti nei confronti del partito socialista gli valse una forte ostilità,
l’anti-giolittismo, l’opposizione alla sua linea politica si ingrossò in tutto il Paese e si approfittò dello
scandalo della Banca di Roma per chiedere le dimissioni del Giolitti, il quale fu costretto non solo a
dimettersi, ma anche a lasciare l'Italia per evitare di essere incriminato. Quindi torna al potere il
Crispi con il plauso delle forze più retrive, di tutti quei ceti che vedevano nel Crispi l’uomo forte,
autorevole capace di garantire la sicurezza dello stato borghese. Quando Crispi torna al potere torna
a utilizzare i vecchi metodi: lo stato d'assedio e gli arresti di massa. In particolare, fu usata la mano
di ferro contro il movimento dei Fasci Siciliani. Infatti la denuncia del trattato commerciale con la
Francia aveva prodotto questo movimento di protesta formato da contadini e dalla piccola
borghesia meridionale che avevano dato luogo a dei moti di protesta in Sicilia e nello stesso tempo
avevano acceso un certo fermento tra i braccianti della Romagna e gli operai della Lombardia. Il
Crispi torna ad usare lo stato d’assedio contro le proteste dei lavoratori e il Partito Socialista dei
Lavoratori italiani fu messo al bando perché aveva manifestato la propria solidarietà nei confronti
degli operai e dei contadini che erano stati condannati dai tribunali militari. Inoltre, furono sciolte le
camere del lavoro e numerosi dirigenti del partito socialista furono arrestati.
Per quanto riguarda la politica estera, una volta tornato al potere, Crispi vuole rilanciare il prestigio
nazionale quindi riprende la politica di espansione coloniale. Crispi intende assolutamente
conquistare l’Etiopia. Nel frattempo l’equivoco del Trattato di Uccialli era venuto alla luce e il
sovrano dell’Etiopia aveva denunciato il trattato stesso. La denuncia del trattato fu giudicata da
Crispi come una provocazione, per cui ordinò al generale Baratieri che comandava le forze in Eritrea
di penetrare nel territorio abissino. Menelik, per nulla intimorito, approntò un esercito di 100.000
uomini (aiutato anche dalla Francia e dalla Russia) che ebbe facilmente ragione delle deboli forze
italiane. Infatti l’esercito italiano non era stato preparato adeguatamente per affrontare questo tipo

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di conflitto, i soldati italiani non conoscevano nemmeno le caratteristiche geografiche del territorio
sul quale avrebbero dovuto combattere. Quindi ad Adua l’esercito italiano subì una gravissima e
clamorosissima sconfitta, era il primo esercito occidentale a subire una sconfitta da parte di truppe
indigene. Questa è una pagina nera per la storia non solo coloniale, ma anche patriottica dell’Italia.
La sconfitta di Adua, del 1896, costò cara al Crispi perché, al seguito di questa sconfitta, usci
definitivamente dalla scena politica italiana. Si pone quindi fine all’avventura coloniale. Questo però
non comporta un’evoluzione in senso democratico della società e della politica italiana; al contrario,
gli anni che vanno dal 1896 al 1900 sono tra i più tumultuosi, tra i più difficili della vita politica
italiana. Nonostante il Crispi fosse uscito di scena, le forze che lo avevano sostenuto erano decise a
sbarrare il passo all’avanzata del movimento operaio, erano decise a rallentarne l'avanzata, a
bloccarne la crescita e di questa tendenza conservatrice, reazionaria della vita politica italiana si fece
interprete Sidney Sonnino, il quale, nel 1897, pubblica sulla rivista Nuova Antologia un articolo. Il
titolo di questo articolo era Torniamo allo Statuto. Sonnino, esponente della destra intendeva
tornare allo spirito dello Statuto Albertino, sollecitando il re ad operare un colpo di stato legalitario
e cioè a rafforzare l’esecutivo a discapito del legislativo. Secondo le indicazioni di Sonnino il governo
avrebbe dovuto essere responsabile non più di fronte al parlamento, ma di fronte al sovrano che in
questo modo diventava il supremo arbitro della vita politica italiana. Gli anni che vanno dal 1896 al
1900 sono tra i più difficili della vita post unitaria: a Crispi succede il Di Rudinì come capo del governo,
il quale agli inizi diede prova di una certa moderazione, infatti consentì che venissero liberati alcuni
prigionieri politici (alcuni condannati politici ottennero l’amnistia). Però questo non era sufficiente
per riportare la serenità in un Paese afflitto da fortissime tensioni sociali. In tutti i centri urbani e
nelle zone periferiche c'era forte scarsezza di pane e il prezzo era esageratamente elevato e quindi
un po’ in tutti i centri si hanno delle manifestazioni, delle proteste. La prova di forza si ha a Milano
dove il Di Rudinì, pensando di essere alla vigilia della rivoluzione, decise di dare i pieni poteri
all’esercito che decide così di cannoneggiare la folla (formata soprattutto da donne) che protestava
per la penuria di pane, a Milano, dando luogo a un gravissimo eccidio (Le quattro giornate di Milano)
e di fronte a questi così gravi episodi il Di Rudinì è costretto alle dimissioni. Gli succede a capo del
governo Luigi Pelloux. Anche Pelloux agli inizi da prova di una certa moderazione, di una certa
tolleranza, anche lui concede l’amnistia ad alcuni condannati politici però sotto il suo governo
vengono presentati alcuni disegni di legge che intendevano limitare la libertà di associazione e di
riunione e abolire la libertà di stampa: proprio per questo furono chiamate “leggi liberticide”. Queste
leggi provocarono una durissima battaglia parlamentare: in particolare, la sinistra costituzionale,
capeggiata da Zanardelli e Giolitti, e l’estrema sinistra diedero luogo all'ostruzionismo, prassi per la
quale il dibattito parlamentare viene prolungato all'infinito per rendere impossibile l’approvazione
dei disegni di legge. Di fronte a questo atteggiamento, il Pelloux decise di ricorrere ai decreti legge
però si trovò di fronte la Corte di Cassazione, la quale stabilì essere incostituzionale l’intento del
Pelloux. Quindi il Pelloux fu costretto a sciogliere le camere e furono indette nuove elezioni, nel
convincimento che l’elettorato avrebbe premiato le posizioni del governo. In realtà non fu così
perché, nonostante non avessero ottenuto la maggioranza, sia i liberali, di Zanardelli-Giolitti, sia le
forze di estrema sinistra ottennero un notevole successo del quale non si poteva non tener conto.
Infatti il nuovo governo, presieduto dal Saracco, ritirò i progetti di legge liberticidi e si cercò in questo
modo di porre il Paese sulla strada della legalità costituzionale e soprattutto sulla strada della
pacificazione nazionale. In realtà non fu così perché i fatti di Milano erano troppo gravi per poter
rimanere senza conseguenze. Infatti un anarchico attentò alla vita di Umberto I che di fatto venne
ucciso. Gli successe il figlio Vittorio Emanuele III, il quale si rese conto che il clima era ormai
cambiato, che stavano mutando i rapporti tra le classi popolari e lo Stato. Così il re decide di affidare
l'incarico di formare il nuovo governo a Giuseppe Zanardelli, nel 1901, che avrà in questo suo

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governo, al dicastero dell'interno, Giovanni Giolitti fino al 1903, quando Giolitti diventerà capo del
governo.
Le valutazioni, i giudizi che la storiografia dà del Giolitti sono alquanto discordanti e per certi versi
contrastanti. I suoi contemporanei, in particolare, ne sottolinearono più i demeriti che non i meriti
e le critiche si appuntarono soprattutto sul trasformismo che Giolitti accettò senza cercare di
modificarlo, di attenuarlo. Invece sostanzialmente positivo appare il giudizio degli storici che
riconoscono al Giolitti una illuminata azione di governo, intesa a far progredire il Paese sulla strada
di una maggiore floridezza economica e quindi di una maggiore giustizia sociale. Infatti da parte degli
storici si sottolineano i successi, le vittorie conseguite dalla classe operaia anche per merito di
Giolitti. Successi coronati dal suffragio universale maschile, introdotto proprio dal Giolitti e oltre a
ciò è opportuno ricordare alcuni provvedimenti come la nazionalizzazione delle ferrovie ed altri
disegni di legge, anche se poi andati a vuoto, come quei disegni che intendevano inasprire le imposte
di successione o come i disegni di legge, fortemente voluti dai socialisti, che intendevano introdurre
nel sistema fiscale italiano l’imposta progressiva sul reddito.
Questa politica di apertura, questa politica di riforme, questi successi conseguiti dal movimento
operaio trovano un momento di riflusso che coincide con la guerra di Libia. Secondo la storiografia,
la Guerra di Libia segna una svolta reazionaria, infatti questa guerra segnerà il distacco delle masse
popolari dalla vita dello Stato, distacco che il programma giolittiano aveva cercato di colmare, aveva
cercato di superare, quindi vennero alla luce le contraddizioni del sistema liberale prefascista. Al di
là del fallimento della politica giolittiana venne alla luce proprio il fallimento, le contraddizioni dello
Stato liberale che per un verso cerca di allargare le basi, facendovi entrare i ceti popolari, però per
un altro verso cerca di rallentare, impedire l’affermarsi della classe operaia organizzata in
movimento socialista.
Giolitti assume dapprima la carica di ministro degli interni nel ministero Zanardelli per poi divenire
capo del governo nel 1903 e mantiene la direzione del governo, salvo brevi intervalli, fino al 1914,
quindi fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Con Giolitti si ha il passaggio da un regime
liberale conservatore a un regime liberale progressista. Giolitti sostanzialmente riteneva che i
governi di sinistra erano stati interpreti delle esigenze della borghesia, sia pure della borghesia
minuta, e invece era giunto il momento di interpretare le esigenze dei ceti popolari. E se i problemi
politici ed economici posti dallo sviluppo della società italiana dovevano essere affrontati
preservando l’assetto liberale (e riguardo a questo Giolitti non aveva nessun dubbio) allora lo Stato
doveva assumere un atteggiamento neutrale nei conflitti sociali, lo Stato doveva essere tutore
imparziale di tutte le classi dei cittadini, doveva limitarsi a garantire il libero gioco delle forze
economiche e quindi delle lotte sindacali e doveva intervenire per limitare e smussare gli effetti, da
qualsiasi parte venissero, sia che venissero dal ceto imprenditoriale sia che venissero dal ceto
operaio. Sta di fatto che durante l’Età giolittiana si ebbero anche delle manifestazioni di protesta da
parte dei braccianti che durante la protesta avevano espressioni del tipo viva Giolitti! e questo era
il segno tangibile di un tendenziale modificarsi dei rapporti tra le masse e lo Stato.
Come possiamo definire Giolitti? Giolitti possiamo definirlo come un liberale moderato o come un
conservatore illuminato, però dobbiamo precisare che il suo liberalismo era un liberalismo empirico
che si adattava alla realtà sempre varia, sempre mutevole della vita politica italiana; la sua umana
apertura nei confronti del mondo del lavoro rispondeva a un preciso programma politico, ovvero
quello di allargare le basi dello Stato. In particolare, egli guardava ai socialisti e ai cattolici: guardava
ai socialisti perché voleva fare del partito socialista un sostegno delle istituzioni parlamentari. Cercò
l’appoggio anche dei cattolici perché voleva cooptare tutte le forze dell’opposizione all’interno del
sistema. Infatti, dopo l’esperienza crispina e dopo l’infausta esperienza del Pelloux, il Giolitti è
convinto che, se si intendono salvare le istituzioni liberali, si deve superare l’antitesi, la

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contrapposizione tra i ceti emergenti, ossia tra le classi lavoratrici, e il ceto dirigente e per realizzare
questo suo progetto sono necessarie due condizioni:
1) è necessario che il partito socialista italiano metta da parte le sue velleità, le sue aspirazioni
rivoluzionarie
2) era altrettanto necessario che la borghesia si mostrasse più aperta, più attenta alle esigenze
delle classi lavoratrici.
E in effetti il momento politico che l’Italia attraversava era favorevole al realizzarsi de progetto
giolittiano, perché il Partito Socialista era orientato in senso riformista, intendeva cioè condurre una
politica di riforme, intendeva condurre un'azione politica parlamentare-sindacale il cui obiettivo
fosse non la dittatura del proletariato, ma la costituzione della classe operaia in forza di governo, in
classe dirigente e per un altro verso l'alta borghesia (la borghesia più illuminata, la borghesia non
interessata alle commesse militari, non interessata ha una politica di prestigio) soprattutto la
borghesia Milanese, era ben disposta, anche in ragione della favorevole congiuntura economica, ad
accogliere le principali richieste della classe operaia e quindi ad attuare delle riforme. Quindi, furono
varate delle riforme tra le più significative per esempio: - una legge per la tutela del lavoro delle
donne e dei fanciulli;
- una legge che istituiva l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro
- un commissariato per l'immigrazione
- e nacque altresì il Consiglio superiore del lavoro.
Dobbiamo però osservare come la sfera di intervento del Giolitti, soprattutto in materia di
legislazione sociale, rimanesse limitata alla parte settentrionale del Paese dove era in atto un
processo di industrializzazione e dove esisteva già una classe operaia ben organizzata. Nel
Mezzogiorno invece la politica di riforme del Giolitti non diede i risultati sperati. Perché? La svolta
liberale implica l'astensione dello Stato nei conflitti tra classe operaia e classe imprenditoriale. Se le
lotte sindacali hanno modo di dispiegarsi, accade che la classe lavoratrice riesce a ottenere dei
miglioramenti salariali. Ai miglioramenti salariali consegue un aumento della capacità di acquisto
della classe operaia e quindi un incremento dei profitti per gli imprenditori; si innesca, cioè, un
circolo virtuoso. Più alti salari, maggiori capacità di acquisto, maggiori profitti per gli imprenditori
che li investono nelle industrie. Ma per il Mezzogiorno non è così, perché un eventuale aumento dei
salari per il ceto contadino si sarebbe tradotto in una limitazione della rendita per i grandi proprietari
assenteisti, i quali non usavano i proventi per investirli in ammodernamenti, ma usavano questi
proventi per comprare, per esempio, titoli sicuri, titoli di Stato oppure per fare investimenti di lusso
(per esempio acquistare appartamenti nella capitale).
Quindi, possiamo vedere come una stessa politica di riforma sortisca effetti assolutamente differenti
nelle due parti del Paese. La verità è che, secondo alcuni storici, Giolitti pur di realizzare il suo
ambizioso progetto, che prevedeva una collaborazione tra la borghesia più avanzata e la classe
operaia ben organizzata del nord, fu disposto a sacrificare il Mezzogiorno, dove si continuò di fatto
a governare con i metodi tradizionali, dove di fatto si continuò a considerare le proteste sociali come
un problema di ordine pubblico. Nel Mezzogiorno si continua ad usare l'esercito contro la folla che
protestava, che manifestava. Nel frattempo, sembra che il proposito di mediazione tra la borghesia
e la classe operaia possa realizzarsi e Giolitti propone a Filippo Turati del Partito Socialista l'ingresso
nel governo. Infatti, nel momento della costituzione del secondo ministero Giolitti, Turati riceve
questa proposta che però è costretto a rigettare perché nel frattempo si era rafforzata all'interno
del partito socialista la componente radicale, rivoluzionaria, la quale mai avrebbe accettato di
collaborare con il governo. Quindi, sostanzialmente, il riformista Turati non poté accogliere la
proposta di collaborazione che gli veniva dal Giolitti e questo fu un danno per Giolitti perché non
poté disporre di un'autentica maggioranza parlamentare (anche se non mancò l'appoggio esterno

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dei socialisti) e soprattutto perché non ebbe un autorevole interlocutore con cui predisporre il
programma di riforme. Intanto l'Italia vive la sua fase di decollo industriale (la seconda fase di
crescita industriale), si affermano le grandi industrie e l'incremento produttivo registrato
dall'industria porta ad uno sviluppo, a un decollo del nord. Questo incremento produttivo del nord
ebbe modo di produrre degli effetti anche nel settore agricolo: infatti, contestualmente
aumentarono le esportazioni soprattutto dal settore agricolo, settore viticolo e agrumicolo della
Sicilia.
Questa floridezza economica ovviamente non significò la scomparsa delle tensioni sociali, delle
difficoltà economiche; anzi, nel 1904 fu proclamato dal Partito Socialista il primo sciopero generale
e il Giolitti mantenne fede alla sua politica e non utilizzò l'esercito, non inviò l'esercito in difesa della
proprietà minacciata, ma lasciò che la protesta si esaurisse spontaneamente. Tuttavia, una volta
esaurita la protesta, furono sciolte le camere e furono indette nuove elezioni. Furono sciolte le
camere nel convincimento che l'elettorato avrebbe punito le forze eversive e rafforzato il governo.
Effettivamente, si realizzò ciò che Giolitti aveva presagito e cioè i risultati elettorali diedero una
cocente sconfitta al Partito Socialista. In questa circostanza Giolitti cerca di avviare dei colloqui con
i cattolici. I cattolici costituivano una massa sostanzialmente congelata dal Non expedit papale e
adesso il Giolitti comincia a guardare verso di loro nella speranza di allargare a destra le basi di
consenso. Sono colloqui esplorativi che saranno poi coronati dal Patto Gentiloni, che sancirà
l'ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica italiana a cui poi farà seguito, molto più tardi, la
riconciliazione tra lo Stato e la Chiesa.

23/03/18

Il 1904 è l'anno del primo sciopero generale della storia d'Italia e anche in questo caso Giolitti non
si lascia impressionare: lasciò che lo sciopero si esaurisse spontaneamente, non inviò l'esercito a
presidio, a tutela dell'ordine costituito, a tutela della proprietà privata, ma lasciò che lo sciopero si
esaurisse spontaneamente. Però, a conclusione dello sciopero, il sovrano sciolse il governo e indisse
nuove elezioni; questo nella convinzione che gli elettori, nel chiuso dell'urna, avrebbero
sostanzialmente punito le correnti estremistiche e avrebbero rafforzato il governo. Effettivamente
le cose andarono proprio in questo senso perché il Partito Socialista, sostanzialmente, vide ridurre i
propri voti, vide calare i suffragi del Partito Socialista e vide ovviamente ridotti i propri deputati in
parlamento. Le forze liberal-costituzionali ottennero un notevole successo e in occasione di queste
elezioni del 1904 per la prima volta anche i cattolici furono chiamati a votare, nel senso che il
pontefice scongelò il Non expedit e consentì ai cattolici di votare in alcuni collegi, ma non come
raggruppamento, bensì a titolo personale. Perché il pontefice si risolveva a far votare i cattolici? Egli
accettava di far votare i cattolici per timore della minaccia socialista; di fronte al rischio della
minaccia, dell'avanzata socialista il pontefice consente ai cattolici di votare in alcuni collegi, non
come raggruppamento, ma a titolo personale. Se vogliamo schematizzare: le correnti del
cattolicesimo erano sostanzialmente due; cattolici sono una massa enorme di fatto congelata dal
Non expedit e le correnti cattoliche erano due:
- una clerico-moderata conservatrice
- e l'altra progressista che per un certo periodo di tempo prese il nome di Democrazia Cristiana.
Entrambe queste componenti erano profondamente avverse al movimento socialista, alle istanze

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socialistiche ed entrambe contrastavano l'avanzata del socialismo, del movimento socialista
sebbene in modo diverso:
- i clerico-moderati schierandosi a difesa dell'ordine costituito, al fianco delle istituzioni;
- i democratici cristiani, invece, si fecero promotori della creazione di associazioni sindacali per la
tutela degli interessi dei lavoratori: questi sindacati furono chiamati i sindacati bianchi, proprio per
distinguerli dai sindacati rossi, organizzati dal Partito Socialista.
Questa corrente democratico-cristiana aveva come massimo organizzatore, animatore un sacerdote
marchigiano, Romolo Murri, e aveva come teorico l'economista Giuseppe Toniolo il quale, sulla
scorta dei principi esposti dal pontefice Leone XIII nella Rerum novarum, nei suoi scritti sottopose a
critiche e a limitazioni il principio della proprietà, senza però negarlo in linea di diritto (così come
facevano i socialisti). Queste due correnti, la clerico-moderata e quella democratico-progressista,
convissero senza mai riuscire ad amalgamarsi; convissero in virtù della disciplina molto rigida alla
quale erano tenute all'interno del mondo cattolico, finché nel 1904, essendosi accentuato
l'orientamento conservatore della chiesa ed essendosi rafforzato all'interno dell'Opera dei Congressi
il gruppo di Romolo Murri, il quale si era accostato ai socialisti, il pontefice Pio X non decide di
sciogliere l'opera dei Congressi, dove appunto sovversivi del Murri avevano conquistato la
maggioranza. Quest’Opera dei Congressi era un'organizzazione che era stata creata nel 1875 per
difendere gli interessi della chiesa che, dopo il processo di unificazione, avevano subito un forte
ridimensionamento; quindi, sostanzialmente, scendono in campo i cattolici, ma scendono in campo
a difesa delle istituzioni statali non i democratici progressisti, bensì i clerico-moderati. E con i
clericomoderati, con i conservatori, il liberal-progressista Giolitti aveva un accordo per allargare le
basi dello Stato, rafforzandone, questa volta, le strutture in senso conservatore: venuta meno la
possibilità di allargare a sinistra la base di consenso al governo, Giolitti si rivolge ai cattolici per
allargare le basi dello Stato e un primo approccio, un primo ingresso dei cattolici lo si ha proprio in
occasione delle elezioni del 1904.
Da questa succinta narrazione, come vedete, il sistema giolittiano presenta delle ombre. Queste
ombre, però, non sono imputabili tanto all'uomo, quanto al costume politico del tempo: secondo gli
storici, i suoi metodi di governo erano frutto di un sistema politico malsano, ma anche
dell'anarchismo delle masse cittadine, di gran parte delle masse cittadine; e queste ombre nel
sistema giolittiano, come abbiamo visto, si fanno più fitte, più intense se si prende in considerazione
il suo operato nel Mezzogiorno d'Italia. Infatti, abbiamo detto, nel mezzogiorno la svolta liberale non
poté dispiegarsi e Giolitti utilizzò tutti gli strumenti, i poteri per condizionare le scelte politiche degli
elettori meridionali e lasciò ai ceti agrari mano libera contro le plebi cittadine e le plebi contadine.
Questo provocò, ovviamente, un accentuarsi dello squilibrio tra le due parti del Paese: infatti c'era
una parte settentrionale, sempre più evoluta, sempre più industrializzata, sempre più proiettata
verso la mitteleuropa e poi c'era il Mezzogiorno che rimaneva inchiodato alle sue arcaiche strutture
feudali sostanzialmente. Secondo la denuncia di alcuni meridionalisti come Antonio De Viti De
Marco Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini, l'industria del settentrione era una creazione
parassitaria, un organismo parassitario che prosperava a scapito della comunità nazionale e aveva
bisogno del Mezzogiorno per collocarvi i propri prodotti a prezzi estremamente elevati, in ragione
del fatto che le tariffe doganali impedivano l'afflusso dei beni dell'industria europea. Secondo questi
meridionalisti, se si intendeva cambiare il volto dell'economia meridionale e più in generale della
società meridionale, era necessario cambiare gli indirizzi di politica economica che si erano succeduti
dai i governi di Crispi in poi: era necessario soprattutto avviare trasformazioni fondiarie, prerequisito
per la rinascita delle plebi contadine. Senza queste trasformazioni fondiarie alle classi contadine del
Mezzogiorno non rimaneva altra alternativa che quella dell'emigrazione, che durante l'età giolittiana
raggiunse cifre record: nell'ultimo anno, nel 1913, furono registrate 872.000 partenze dal

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Mezzogiorno d'Italia. Ovviamente, però, non si può dire che non siano state adottate delle
provvidenze, dei provvedimenti per il Mezzogiorno, ma sicuramente sono stati inadeguati,
insufficienti a risolvere la questione meridionale. Ricordiamo, innanzitutto, le leggi speciali per la
Basilicata, la Calabria e le isole, l'industrializzazione di Napoli e poi altri provvedimenti importanti
come grandi opere pubbliche: ricordiamo, a tal proposito, la realizzazione dell'acquedotto pugliese
che portò l'acqua alla nostra regione.
Una svolta non meno importante Giolitti l'attuò anche in politica estera: l'Italia era sostanzialmente
legata alla triplice però di questo trattato il Giolitti cercò di dare un'interpretazione difensiva. A
questo proposito dobbiamo ricordare la disfatta di Adua: Adua era stata una disfatta non solo
militare, ma soprattutto una disfatta diplomatica cioè le potenze democratiche Francia e Gran
Bretagna avevano fatto comprendere all'Italia che l'Italia non poteva autonomamente decidere di
condurre una politica di espansione coloniale senza preventivo assenso della Francia e della Gran
Bretagna; quindi, fu cura di Giolitti avviare un processo di avvicinamento alla Francia e alla Gran
Bretagna e stipulò tutta una serie di accordi, tutta una serie di intese con le potenze occidentali. In
virtù di questi accordi, Francia e Inghilterra riconobbero mano libera all'Italia in Libia. Queste intese
furono accolte a denti stretti da parte della Germania: il cancelliere tedesco Von Bulow disse va bene
questi sono sostanzialmente giri di valzer che una signora tutto sommato concede a un altro
cavaliere che non è suo marito. In realtà, questi giri di valzer erano un inizio del distacco dell'Italia
dalla triplice, sino a giungere all’avvicinamento alle potenze dell'intesa. Come vedete, il discredito
purtroppo di cui l'Italia gode ha ragioni e motivi molto più antichi (che non l'Italia berlusconiana,
fatta di bunga-bunga), godiamo di discredito da lungo tempo.
Visto il preventivo assenso di Francia e Gran Bretagna, Giolitti sostanzialmente decide di avviare una
politica di espansione in Africa, quindi dichiara guerra alla Turchia per contrastarne la sovranità sulla
Libia. E cos'era che ci portava di nuovo in Africa? Per Giolitti erano motivazioni di tipo
politicostrategico. Egli, sostanzialmente, sosteneva che ci si doveva andare noi italiani in Libia prima
che altri vi andassero, alterando gli equilibri nel Mediterraneo. Tant'è che parlò anche di fatalità
storica, in un certo senso quasi a giustificarsi agli occhi dei socialisti, che vedevano come fumo negli
occhi quest’avventura in Libia. In realtà Giolitti aveva come obiettivo quello di portare avanti una
politica moderatamente progressista, la politica trasformista. Perché? Perché aveva già in mente il
suffragio universale maschile che poi introdusse nel 1912 e però nello stesso tempo non voleva
perdere il contatto con l'estrema destra e la guerra in Libia del 1911 era, sostanzialmente, una
concessione al capitale finanziario, era una concessione che Giolitti faceva al Banco di Roma che già
da tempo aveva avviato una penetrazione finanziaria in Turchia e in Libia. A dire la verità, anche
l'opinione pubblica italiana vedeva con favore quest’avventura in Libia; gran parte dell'opinione
pubblica vedeva nella Libia una specie di Eldorado. In realtà le difficoltà della campagna bellica, le
resistenze delle tribù libiche e poi un notevole dispendio di risorse finanziarie che dopo 10 anni di
pareggio fecero ricomparire il deficit nel bilancio dello Stato, tutte queste componenti fecero
raffreddare di molto gli entusiasmi; oltretutto ci si rese conto di una cosa: la Libia, per dirla con
Salvemini, sostanzialmente, era uno scatolone di sabbia, non aveva quelle risorse, quelle ricchezze
che tutti avevano presagito. Quindi il sistema giolittiano comincia a mostrare delle incrinature e
l'opposizione a Giolitti, l’antigiolittismo, si rafforzò sia a destra tra la borghesia, in particolare, che si
era convertita alle tesi imperialiste, ma si rafforzò anche all'interno del partito socialista. Nel 1912
si era tenuto il congresso di Reggio Emilia e in quel congresso era emerso un forte rafforzamento
delle correnti estremistiche da cui era stata estromessa la corrente riformista, capeggiata da
Bonomi. Turati era rimasto all'interno del partito socialista, ma in minoranza e aveva assunto la
direzione dell’Avanti Benito Mussolini; quindi, in questo quadro politico complessivo, il giolittismo
comincia con l’entrare in crisi, comincia a mostrare delle incrinature e nel 1913 si tengono le elezioni

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che si tengono a suffragio universale maschile: potevano votare tutti i cittadini maschi, che avessero
compiuto 30 anni di età, anche se analfabeti, anche se nullatenenti, quindi tutti i cittadini maschi. E
non potendo contare sull'appoggio del Partito Socialista, ancora una volta, Giolitti si rivolge ai
cattolici con i quali stipula un patto non scritto, il cosiddetto Patto Gentiloni (Gentiloni è un antenato
dell'attuale capo del governo). Che cosa prevedeva questo patto? Era appunto un patto non scritto
in virtù del quale i cattolici si impegnavano a votare a favore dei liberali, si impegnavano sostenere
i liberali in tutti quei collegi in cui si fosse profilata la possibilità di una vittoria socialista. Questo
patto effettivamente portò un risultato significativo perché Giolitti ottenne il maggior numero di
consensi, dei suffragi e riuscì a portare in Parlamento circa 300 deputati, anzi esattamente 300
deputati governativi contro solo 78 dei socialisti e poi ci fu una esigua presenza dei nazionalisti, che
riuscirono a eleggere soltanto 3 deputati; quindi era in atto una chiara involuzione in senso
conservatore: il riformismo giolittiano, la neutralità giolittiana sembrava ormai superata, anche
perché il governo tornò a schierarsi apertamente contro le manifestazioni sovversive della classe
operaia. Giolitti quindi che cosa fa? Si dimette e designa come suo successore Antonio Salandra e
questa era una sua tecnica: sperava di poter far tornare poi al governo la sinistra. In realtà, come
vedremo, le cose andranno ben diversamente perché la crisi, non solo politica, ma anche e
soprattutto economica, inaspriva le tensioni sociali e il riformismo giolittiano non soddisfaceva né
la classe operaia e tanto meno la borghesia, i ceti agrari, i quali intendevano opporsi con sempre più
decisa intransigenza alle rivendicazioni della classe operaia. Quindi si chiude in questo modo l'età
giolittiana, esce di scena il Giolitti che poi ritroveremo nella fase finale della crisi dello Stato liberale
che analizzeremo nel prossimo incontro.

26/03/18

La crisi dello Stato liberale


Si verifica nel lasso di tempo tra il 1919 e il 1922, anno della presa del potere da parte dei fascisti.
Questo presuppone porsi delle domande sulla situazione italiana alla fine della prima guerra
mondiale, cioè nel 1919: l’Italia usciva militarmente vincitrice, ma estremamente indebolita e fragile
e fu particolarmente esposta agli effetti della crisi post-bellica per due ragioni: - i ritardi
nell'evoluzione politica e - gli squilibri della sua economia.
Durante l'età giolittiana erano state adottate delle riforme, in particolare Giolitti nel 1912 aveva
introdotto il suffragio universale maschile, per cui potevano votare tutti i cittadini maschi, anche se
analfabeti e nullatenenti purché avessero compiuto 30 anni di età. Tuttavia era mancato il tempo
perché questa riforma potesse dispiegare i suoi benefici effetti prima dell'inizio della guerra, era
mancata quindi la graduale politicizzazione dei ceti sociali fino ad allora esclusi dal diritto di voto.
L'Italia solo in modo violento e traumatico prende coscienza della sua identità nazionale. La prima
guerra mondiale è il primo vero crogiolo del italiani; inizia, quindi, un periodo di lotta politica
particolarmente aspro, ma ciò che incombe in Italia non è la minaccia bolscevica (come
denunciavano i fascisti), ma dal 1919 al 1922 ciò che incombe è il tentativo non riuscito di passare
da un regime liberale, diretto da un gruppo di ottimati, a un regime democratico, diretto dai partiti
di massa. Le istituzioni rappresentative sono il frutto del liberalismo ottocentesco: attraverso il
Parlamento i cittadini esercitano un controllo sullo stato, potevano quindi impedire provvedimenti
lesivi delle loro libertà; attraverso il Parlamento si potevano controllare i livelli di imposizione fiscale.
Il liberalismo ottocentesco non riconosceva indistintamente a tutti i cittadini il diritto di intervenire
nella gestione della cosa pubblica, ma solo a chi fosse in grado di formarsi un'opinione politica
personale e razionale al di fuori di condizionamenti esterni. Normalmente i criteri utilizzati per
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stabilire chi avesse questi requisiti erano due: la proprietà e l'istruzione. Anche lo sviluppo
economico, realizzato nelle fasi precedenti il 1919, non aveva contribuito a rendere più omogenea
e coesa la società italiana in generale e soprattutto la borghesia italiana, anzi ne aveva accentuato il
senso di insicurezza: la guerra aveva accentuato la già elevata concentrazione monopolistica, la
dipendenza dell'Industria dalle commesse statali e la sua compenetrazione con il capitale bancario.
Gli elementi caratterizzanti gli assetti politico-sociali italiani non hanno subito sostanziali
modificazioni (anche oggi c'è una compenetrazione tra il mondo produttivo e il mondo finanziario).
Il settore industriale aveva visto accentuati i privilegi di cui godeva rispetto agli altri settori economici
e ai consumatori; si era verificato lo spostamento di enormi ricchezze dai ceti titolari di redditi fissi
ai ceti impegnati in produzione e speculazione. Ciò comporta un contrasto tra i ceti benestanti e i
ceti meno abbienti,i ma anche un contrasto all'interno della stessa borghesia.
Altro elemento che nel dopoguerra tende ad accentuarsi è l'autoritarismo velato di paternalismo,
caratteristica del panorama politico italiano. Infatti sostanzialmente la guerra aveva prodotto e
accentuato il controllo del governo sull'attività politica, aveva accentuato la censura negli organi di
stampa e il controllo, la vigilanza politica delle forze dell'ordine. Tutte queste attitudini continuarono
rafforzate anche dopo il conflitto; su questo sfondo si collocano delle novità.
La prima novità è rappresentata dalla massiccia sindacalizzazione delle masse lavoratrici; esistevano
due organi sindacali, uno di ispirazione socialista e l'altro di ispirazione cattolica. Il sindacato
socialista era la Confederazione Generale Italiana del Lavoro che aveva 2 milioni di iscritti; invece il
sindacato bianco era la Confederazione Italiana dei Lavoratori con un milione e mezzo di iscritti
(soprattutto contadini). Nel nord e nel centro queste organizzazioni sindacali promuovevano
scioperi e manifestazioni per ottenere aumenti salariali, migliori condizioni di vita e di lavoro,
l'assunzione di manodopera in agricoltura. Al sud le masse contadine, guidate da organismi sindacali,
ma soprattutto da capi improvvisati o ex combattenti, tendevano ad occupare le terre dei latifondisti
e rivendicarne la proprietà.
Il secondo elemento di novità è la nascita del Partito Popolare italiano ad opera di Don Luigi Sturzo,
un sacerdote che opera un'attività politica tra le fila del movimento cattolico in Sicilia. Così i cattolici
entrano a vele spiegate nella vita politica italiana. Il Partito Popolare assume subito carattere di
partito di massa, ma non fu mai omogeneo, infatti al suo interno si facevano sia gli interessi dei ceti
contadini (soprattutto del nord), ma anche degli agrari reazionari del Mezzogiorno. Questo partito
nelle intenzioni di Luigi Sturzo si presenta come cristiano aconfessionale, cioè indipendente dalle
gerarchie ecclesiastiche. Quali erano i suoi obiettivi?
- la colonizzazione del latifondo
- l'ampliamento del suffragio, con l'estensione del voto anche alle donne
- il rafforzamento delle autonomie locali e
- l'introduzione del nuovo sistema elettorale proporzionale (in precedenza, invece, si era usato il
sistema maggioritario).
Uno dei primi successi è il sistema elettorale proporzionale, introdotto nel 1919. Con il sistema
maggioritario da ogni collegio veniva eletto un solo candidato, quindi questo sistema dava maggiore
importanza ai singoli individui, ai notabili liberali con grandi disponibilità finanziarie. Invece, con il
sistema proporzionale in ogni collegio venivano eletti più candidati assegnati alle singole liste in
proporzione ai voti ottenuti da ogni lista: questo sistema dava maggiore importanza ai partiti e ai
loro programmi. Con questo nuovo sistema abbiamo liste di candidati, quindi la lotta elettorale si
fondava sulla capacità organizzativa dei partiti e sul loro radicamento sul territorio.
I partiti controllavano rigidamente la vita parlamentare e impedivano fenomeni di trasformismo cioè
la formazione di maggioranze improvvisate. Il primo successo del Partito Popolare fu quindi
l'introduzione del sistema proporzionale perché Luigi Sturzo vedeva nel proporzionale uno

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strumento per liberare il Parlamento dalle torbide acque del personalismo politico, uno strumento
per ridare autorevolezza alle istituzioni parlamentari.
In questi anni si assiste anche alla crescita impetuosa del Partito Socialista italiano: nelle elezioni del
1919 con il sistema proporzionale il Partito Socialista riesce a far eleggere 156 deputati contro i soli
52 delle elezioni antecedenti la guerra; questo partito, pur essendo fortemente rappresentato in
parlamento, era travagliato da una crisi interna. La sinistra si scopre profondamente lacerata:
all'interno c'erano i riformisti che rappresentavano la maggioranza parlamentare e avevano la
direzione sindacale e intendevano sollecitare la borghesia sulla strada di una graduale evoluzione
politica; accanto ai riformisti, i rivoluzionari che avevano conquistato la direzione del partito nel
Congresso di Bologna del 1919 che erano ostili alla collaborazione con i governi borghesi, al
riformismo democratico, ma mancavano di un preciso programma politico; con il loro verbalismo
rivoluzionario (cioè l'appello al verbo rivoluzionario) creavano illusioni tra i lavoratori e timori presso
la borghesia. A Milano sorse intorno alla rivista Ordine Nuovo il movimento omonimo, guidato da
Antonio Gramsci. Ordine Nuovo vedeva nei consigli di fabbrica il nucleo politico e organizzativo della
lotta proletaria: secondo Gramsci, nei consigli di fabbrica avrebbero dovuto formarsi i quadri
dirigenti di un nuovo blocco sociale, formato da operai, contadini e intellettuali che avrebbero
dovuto realizzare la rivoluzione e svolgere le funzioni utili svolte dai capitalisti. Questo movimento
si unirà al gruppo napoletano, guidato da Amedeo Bordiga, e nel Congresso di Livorno del 1921 ciò
provocò la scissione dell’ala estrema dall’ala riformista: nasce così Il Partito Comunista Italiano.
Tuttavia il partito popolare e il partito socialista non sono le uniche novità: l'altra novità è la nascita
dei Fasci Italiani di Combattimento, nel marzo del 1919; anche questo movimento è caratterizzato
da rivendicazioni estremamente avanzate: il movimento chiedeva la convocazione di un'assemblea
costituente e il passaggio dalla monarchia alla Repubblica; in particolare, i Fasci si proponevano
come un anti-partito, un super-partito a cui avrebbero dovuto aderire tutte le classi produttive
italiane per completare il progetto di guerra rivoluzionaria. Il fascismo italiano recupera il tema della
guerra rivoluzionaria, ma né questo tema né altri punti programmatici dovevano essere presi troppo
sul serio; all'atto di nascita dei Fasci di combattimento Mussolini scriveva sulle pagine de Il Popolo
d'Italia: Possiamo essere legalitari e illegalitari, conservatori e democratici, rivoluzionari e
reazionari, tutto ciò a seconda delle circostanze di luogo, tempo e ambiente. Questa spregiudicatezza
importante per l'affermazione del Fascismo, ben si confaceva allo spirito confusionario della
borghesia italiana. Lelio Basso scrisse: Il risentimento era lo stato d'animo prevalente della borghesia
italiana e Benito Mussolini era l'interprete ideale. Su questo sfondo politico, con la radicalizzazione
e sindacalizzazione delle masse operaie, con la avanzata del Partito Socialista, con la nascita del
partito popolare e dei Fasci di combattimento, la classe dirigente liberale deve considerare due
problemi, uno di ordine internazionale ed uno di ordine economico. Dal punto di vista economico si
trattava di perseguire una ripresa economica; dal punto di vista internazionale si trattava di stabilire
che ruolo avrebbe occupato l'Italia nel panorama internazionale. Con il Patto di Londra del aprile
1915, in caso di vittoria, all'Italia si prometteva il Trentino, il Sudtirolo, l'Istria, la Dalmazia ed
eventuali compensi territoriali in Turchia, nel caso in cui la Turchia fosse stata spartita totalmente o
parzialmente. Il Patto di Londra prevedeva degli equi compensi coloniali nel caso in cui Francia e
Inghilterra avessero visto aumentati i loro possedimenti coloniali a scapito della Germania. Qui
comincia una tragedia della politica estera italiana: la delegazione italiana all'inizio della conferenza
di pace di Parigi del 1919, guidata dal capo del governo Vittorio Emanuele Orlando, rivendicava
Fiume sulla base del principio di autodeterminazione dei popoli, ma il Patto di Londra destinava
Fiume alla Croazia. La delegazione italiana chiedeva la Dalmazia in base all'applicazione delle
clausole del patto stesso, ma si scatenarono dei movimenti insurrezionali delle popolazioni slave che
diedero vita al regno di Jugoslavia. La situazione evolve in modo negativo per l'Italia: il presidente

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americano Wilson non aveva sottoscritto il patto e pertanto non lo riconosceva, e assunse un
atteggiamento fortemente contrario alle pretese italiane ed emanò un messaggio che,
concludendosi con un appello diretto al popolo italiano, negava di fatto la capacità di Orlando di
tutelare gli interessi stessi del popolo italiano. Orlando per protesta abbandona la conferenza di
Parigi, torna in Italia per chiedere la fiducia che gli viene concessa sia dalla camera sia dal Senato e
in tutto il Paese sorgono manifestazioni popolari che esprimono sostegno al governo. Il risultato di
questa presa di posizione clamorosa fu che a Parigi si continuò a lavorare e noi italiani restammo
esclusi dalla spartizione delle colonie ex tedesche; ciò alimentò il mito della cosiddetta vittoria
mutilata. Ovviamente il governo Orlando risultò gravemente compromesso per questa sua
incapacità e fu costretto a dimettersi nel giugno 1919; gli successe Francesco Saverio Nitti. Intanto
nel Paese si comincia a far sentire l'effetto del carovita e della disoccupazione: nei principali centri
si susseguono manifestazioni di protesta. La scintilla viene da La Spezia dove ci sono una serie di
tumulti per la decisione dei commercianti di attuare la serrata a causa della maggiorazione della
tassa di consumo. Da La Spezia i tumulti si diffondono in altri centri nel nord e nel mezzogiorno,
assumendo carattere insurrezionale. Tuttavia queste manifestazioni non incontrano l'opposizione
decisa del governo. Nitti infatti si rende conto che l'effetto sarebbe stato quello di radicalizzare la
tensione. Ovunque si ripete la stessa dinamica la folla, guidata dalle donne, si riversa nei centri
cittadini, saccheggia i negozi, impone dimezzamento dei prezzi e chiede alla locale Camera del
Lavoro di farsi garante della nuova legalità. È un processo spontaneo: il sindacato si vede consegnata
la responsabilità di governare in sede locale, ma rifiuta di centralizzare il movimento e scarica la
responsabilità sul Partito Socialista che è piuttosto perplesso circa l'utilità dell’iniziativa spontanea
delle masse popolari; quando contemporaneamente ai tumulti nelle città scoppiano tumulti anche
nelle campagne (per la propensione dei contadini ad occupare le terre e rivendicarne la proprietà)
in movimenti rimasero separati. I moti così come spontaneamente erano iniziati, spontaneamente
rifluirono, anche perché era ben nota la posizione dei socialisti sulla questione agraria: gli agrari
volevano colonizzare il latifondo e darlo ai contadini formando così una piccola proprietà contadina;
i socialisti invece volevano dare la terra non ai singoli contadini ma alla collettività.
Il biennio 1919-1920 non si caratterizza solo per le iniziative della sinistra; un altro movimento
muove all'assalto dello Stato liberale ed è l’irredentismo nazionalista. Gabriele D'Annunzio nel
settembre 1919, postosi alla testa di alcuni reparti dell'esercito occupa Fiume e ne proclama
l'annessione al Regno d'Italia. Lo Stato liberale italiano subisce un gravissimo attacco, dovuto a
questa lunga sedizione militare. Il debole governo Nitti non riesce a contrapporre nessuna iniziativa,
nessun intervento al di là dell'ordinaria amministrazione. Nitti si limita a temporeggiare contando
sulle contraddizioni interne del regime fiumano e sulle difficoltà economiche che ne erodono
progressivamente le basi di consenso e ne decretarono l'isolamento. Dimessosi il Nitti, gli succede
Giolitti che sarà agevolato a risolvere la questione adriatica o questione fiumana stipulando un
trattato bilaterale con la Jugoslavia nel 1920, il Trattato di Rapallo: non solo D'Annunzio era
obbligato a lasciare la città, ma Fiume diventava stato indipendente e l'Italia rinunciava alla
Dalmazia. Nonostante il fallimento dell'impresa fiumana, i danni allo stato liberale sono gravissimi:
lo stato è costretto a sopportare la sedizione militare per più di un anno e ciò dimostra la dipendenza
dello stato dall'esercito e dai grossi gruppi industriali. Lo Stato perde il consenso del ceto intermedio
che aveva mal tollerato la prudenza e l’arrendevolezza con cui era stata condotta la questione
adriatica; ciò si verifica quando si affermava, non solo in Italia ma in tutta Europa, il mito della
potenza bellica. A tal proposito bisogna riconoscere che la scarsa incisività del governo non era
imputabile personalmente al Nitti, ma la scarsa incisività dell'azione di governo era imputabile alla
crisi del liberalismo nel suo complesso, che fu ben evidente nelle elezioni del 1919 a sistema

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proporzionale: l’Italia prebellica veniva battuta, scomparve l'immagine politica dell'Italia pre-bellica
e si affermarono i grandi partiti di massa:
- I socialisti ottengono 156 deputati;
- il Partito Popolare ha un grande successo con 101 deputati;
- i liberali presero il resto dei voti, mantenendo la maggioranza dei voti, ma perdendo la
maggioranza dei seggi in Parlamento (solo 251 su 308). Si parla di una Caporetto liberale; - solo i
Fasci uscivano malconci (nessun deputato).
La crisi del liberalismo non riguardava un particolare governo, ma tutta la compagine liberale
perdeva terreno e a questa crisi profonda del liberalismo faceva riscontro la piena affermazione dei
partiti di massa: le elezioni del 1919 dimostrarono che i liberali - nella nuova situazione determinata
dalla più ampia partecipazione popolare - erano incapaci di mantenere il predominio politico. Ciò
portò nella maggior parte dei casi all'arretramento su posizioni conservatrici. Da questa propensione
rimasero esclusi Nitti e Giolitti a cui nel giugno 1920 fu affidato l'incarico di formare il governo. Il
governo viene affidato a Giolitti nella speranza che egli potesse garantire un ritorno alla normalità,
ripristinando l'autorevolezza dello stato. In effetti Giolitti ottenne due importanti successi, uno in
politica estera (cioè il trattato di Rapallo) e l'altro in politica interna: nel settembre 1922, gli operai
metallurgici del triangolo industriale decisero di occupare le fabbriche. La vertenza era iniziata in
quanto gli operai chiedevano aumenti salariali e anche il riconoscimento dei consigli di fabbrica. A
Torino nell’aprile del 1920 c'era stato uno sciopero, il cosiddetto sciopero delle lancette, concluso
con un sostanziale insuccesso per gli operai, non solo per l'intransigenza del ceto imprenditoriale,
ma anche perché mancava un coordinamento sindacale. La vertenza si spostò da Torino a Milano,
dove gli operai, in risposta alla serata delle Officine Romeo, occupano le fabbriche. Questo processo
riguarda i principali centri industriali del nord soprattutto il triangolo industriale: i dirigenti della
Confederazione Generale del Lavoro si riuniscono per dare un indirizzo al movimento; alcuni dei
dirigenti sindacali ritengono giunto il momento della rivoluzione. In realtà la maggioranza dei
dirigenti sindacali si esprime favorevolmente alla formazione dei consigli di fabbrica: questo
movimento di occupazione delle fabbriche aveva per un carattere limitato e settoriale, infatti gli altri
operai, gli altri lavoratori delle rimanenti regioni italiane non scendono in campo in sostegno degli
operai del triangolo industriale. Giolitti, dunque, si rende conto non solo del carattere limitato della
protesta, ma anche del fatto che non c'è effettivamente il rischio della rivoluzione e si adopera per
la cosiddetta mediazione impossibile, cioè per raggiungere un accordo tra le parti in causa. Accordo
che effettivamente raggiunse: viene introdotta una larvata forma di controllo operaio delle
fabbriche e vengono concessi aumenti salariali. Questa conclusione, tuttavia, non solo scontentava
gli operai (che sì avevano ottenuto aumenti salariali, ma il riconoscimento dei consigli di fabbrica
incontrava nella realtà delle difficoltà che ne impedivano l’attuazione); questa conclusione aumentò
i contrasti nel Partito Socialista che si rende conto che l'accordo raggiunto tra ceto operaio e governo
è una sconfitta politica per il movimento operaio: la componente massimalista accusa la
componente riformista di esaltare la rivoluzione a parole, ma negarla nei fatti quando si presentava
un'occasione favorevole. Questo accordo per Giolitti fu un grande successo, fu appunto una
mediazione impossibile. Giolitti si mette in contatto con le componenti estreme della società civile
e riesce a coniugare il sovversivismo nazionalista con le spinte del proletariato rivoluzionario. Questa
di Giolitti può essere a ben titolo considerata come l'ultima iniziativa dello Stato liberale; da quel
momento in poi, cioè dal settembre 1920 in poi, si succederanno ben quattro esperienze di governo
tutte estremamente deboli e inconsistenti: infatti tra il 1920 e il 1922 si assiste al blocco del sistema
politico italiano che porterà a una perdita di potere da parte delle istituzioni statali.
1) La prima fase è rappresentata da una perdita di potere progressiva da parte delle forze
politiche tradizionali (dall'ottobre 1920 al giugno del 1921);

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2) la seconda fase è una situazione di stallo: le forze socialiste operano in un vero e proprio
vuoto di potere (dal luglio 1921 all’ottobre 1922);
3) la terza fase è la presa del potere da parte dei fascisti (nell’ottobre 1922).
La prima fase è la perdita di potere delle forze tradizionali e corrisponde agli ultimi mesi di vita del
governo Giolitti, quando il vecchio statista si muove in maniera incoerente e contraddittoria
perdendo consensi sia a destra sia a sinistra, arrivando quindi ad una situazione di ingovernabilità.
Erano state adottate delle misure per impedire l'ondata rivoluzionaria cioè la legge sul controllo
operaio, la nominatività dei titoli azionari: se per un verso avevano scontentato le forze più vicine al
capitale, altre misure - come l'abolizione del prezzo politico del pane – gli avevano fatto, però,
definitivamente perdere la possibilità di allargare a sinistra le basi di governo. Nemmeno la carta
estrema delle nuove elezioni del 1921 fu sufficiente a garantire un margine di governabilità. Il nuovo
Parlamento era frammentato con più di 11 gruppi in profondo contrasto. Giolitti richiese i pieni
poteri, ma gli furono legati e quindi rassegnò le proprie dimissioni; si apre quindi la seconda fase
caratterizzata da un vero e proprio vuoto di potere; questa fase viene aperta dal governo Bonomi e
prosegue con i due governi Facta. Il governo Bonomi è nato con l'intento di cooptare i socialisti e i
cattolici nella gestione del Paese; in realtà questo governo sopravvisse stentatamente per soli sei
mesi e alla sua caduta accadde ciò che non era mai successo nella storia politica italiana: i maggiori
leader si trassero indietro, senza indicare un successore, nel timore di bruciarsi; il re, disorientato
dopo quattro settimane di crisi, rinviò Bonomi alla Camera, ma il Parlamento non risolve la crisi;
dopo altre 4 settimane di crisi, Vittorio Emanuele III affida l'incarico a Facta, un avvocato privo di
esperienza governativa, una figura mediocre e scialba che al massimo avrebbe potuto gestire un
governo di transizione; non poteva essere il capo di governo in un momento così critico. Questo
governo già nel giugno 1922 cade e poiché tutti gli altri leader (Orlando, De Nicola, Meda) si erano
tirati indietro, il re dà di nuovo l'incarico a Facta.
In questo vuoto di potere si stava rafforzando una nuova forza politica che aveva un'esigua
rappresentanza parlamentare (solo 30 deputati eletti nel 1921), ma era caratterizzata da una
massiccia presenza nella società civile: attraverso una solida organizzazione paramilitare e l'uso della
violenza si inserì nella vita politica italiana e piegò a suo vantaggio l'evoluzione degli avvenimenti. Il
movimento fascista era vissuto in forma minoritaria fino a 1921, quando comincia poi a crescere
impetuosamente, in concomitanza con la crisi statale. Questo movimento raccoglie l'adesione della
media borghesia urbana, violentemente anti-operaia e anti-socialista e soprattutto raccoglie
l’adesione dei ceti agrari e degli ex-combattenti che formeranno il nerbo delle squadre d'azione,
strumento con cui il fascismo afferma la sua presenza nella vita politica italiana. Infatti fu l'uso della
violenza (quasi sempre tollerata dalle autorità locali e talvolta appoggiata dalla polizia e
dell'esercito) il fatto decisivo all'affermazione del Fascismo in Italia. Il fascismo riuscì in questo modo
ad inserirsi nella crisi italiana, ad affermarsi come forza egemone e a piegare a suo vantaggio lo
sviluppo degli avvenimenti. Si calcola che in poco più 10 mesi di attività (fino al settembre 1921) gli
squadristi distrussero più di 700 sedi di organizzazioni sindacali proletarie, uccisero 166 lavoratori e
ne ferirono oltre 500. Testimonianze dei socialisti - in particolare di Gaetano Salvemini - riferiscono
che 1500 operai e contadini furono uccisi dai fascisti e dalla polizia, un bilancio da guerra civile.
Quando Mussolini assume l'incarico di governo lavorerà per trasformare qualitativamente le
strutture dello Stato.

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28/03/18

Il fascismo è un movimento a base piccolo-borghese che riesce a giungere al potere grazie


all'alleanza con l'alta borghesia. È un movimento che inizialmente ha quasi nessuna rappresentanza
parlamentare, ma è ben radicato sul territorio: attraverso un'organizzazione paramilitare si afferma
con la violenza terroristica contro ogni avversario politico; la violenza è lo strumento con cui si
inserisce nelle pieghe della politica italiana e volge a suo vantaggio l'evoluzione degli avvenimenti.
Qual è l'atteggiamento del liberalismo nei confronti del Fascismo? I liberali sottovalutano il fascismo,
ritenendo che fosse un movimento transitorio destinato a rientrare nella normalità; pensano di
poterlo usare contro il socialismo: Giolitti pensò di cooptare il quadro dirigente del Fascismo nel
sistema. In realtà l'odio antisocialista impediva di cogliere il fatto che il fascismo si stesse
trasformando in un organismo statuale alternativo allo Stato liberale. Quindi comincia a comportarsi
da vero e proprio potere nella fase montante dello squadrismo: a molti apparve che il fascismo aveva
un potere operante simile al potere governativo. Nel 1922, quando le sinistre avevano promosso il
cosiddetto sciopero legalitario per sostenere con un’azione pacifica, passiva il governo, allora le
sinistre diedero all'avversario una disperata occasione per essere ridicolizzate. Infatti i fascisti
scesero in campo e e, mentre i lavoratori debolmente diretti si astenevano dal lavoro, furono
aggrediti dalle forze fasciste e nei processi stessi in molti casi si sostituirono ai dipendenti pubblici,
ai dipendenti dei pubblici servizi in una grande manifestazione di efficienza e forza organizzativa.
Nei mesi successivi si moltiplicarono questi interventi di sostituzione alle forze governative: i fascisti
intervengono in sostegno dei terremotati in Liguria, ma anche in Toscana ed Emilia per reprimere i
movimenti operai. In questo caso gli arresti non erano più effettuati dalle forze di pubblica sicurezza,
ma dai fascisti. Nell'ottobre del 1922 Mussolini prende il potere: i contemporanei non assistono a
un colpo di stato, né a un avventura accidentale, ma è il completamento di un graduale spostamento
dal partito politico tradizionale al nuovo movimento. Il vuoto di potere fu colmato da una forza

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nuova, giovane, autoritaria tendenzialmente totalitaria. Mussolini per il suo governo ottenne il
sostegno di un ampio fronte parlamentare, che andava dai liberali ai popolari: erano convinti che il
fascismo fosse un fenomeno transitorio o addirittura un fenomeno necessario per ripristinare
l'autorevolezza dello Stato. Mussolini ottiene l'appoggio di un ampio fronte parlamentare e la
camera vota la fiducia, restituendo una parvenza di legalità costituzionale alla costituzione del
potere fascista. Per la prima volta nella storia, il leader di un partito assolutamente minoritario
riceveva l'incarico di formare il governo su pressione della piazza. Il re, infastidito dall’ingovernabilità
del Parlamento, si risolve a concedere l'incarico a Mussolini e si mostra non all'altezza: infatti il re
avrebbe potuto fermare la marcia su Roma semplicemente firmando il decreto dello stato d'assedio,
invece la monarchia italiana fu levatrice del Movimento fascista. Mussolini, formato il governo, tra
il 1922 1922 e il 1925 lavora per trasformare qualitativamente le strutture dello Stato dall'interno.
Un importante snodo si verifica tra il 1925 e il 1926: in questi anni si passa da un governo autoritario
a un vero e proprio regime totalitario con l'introduzione della Legge Acerbo nel 1923, la
competizione elettorale del 1924 e il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti.
La Legge Acerbo introduce il sistema maggioritario (mentre invece il Partito Popolare aveva
introdotto precedentemente il proporzionale); il sistema maggioritario attribuiva un cospicuo
premio di maggioranza (cioè i due terzi dei seggi) alla lista che avesse raggiunto il maggior numero
di voti (purché avesse raggiunto il quorum del 25%), quindi assegnava il premio di maggioranza alla
lista di maggioranza relativa. Con questa legge si tengono le elezioni del 1924: le sinistre si
presentano, come al solito, estremamente frammentata e il listone fascista consegue un importante
successo. All'apertura della camera Matteotti denuncia il clima di violenze della campagna elettorale
e i brogli e inoltre chiede al re di intervenire, di revocare l'incarico a Mussolini, di invalidare le
elezioni e convocare nuove elezioni a sistema proporzionale. Matteotti fu rapito e assassinato e le
indagini dimostrarono che fu ucciso dai sicari fascisti. Alla notizia della sua morte ci fu grande sdegno
dell'opinione pubblica italiana e anche un certo sbandamento tra le fila fasciste. Il re ancora una
volta si mostrò fedele a Mussolini; alcuni senatori, in particolare Campanello, portarono le prove del
diretto coinvolgimento di Mussolini, ma il re si coprì il volto e disse sono cieco e sordo, i miei occhi e
le mie orecchie sono camera e senato. Ci fu, però, un certo sbandamento anche nelle fila fasciste; di
fronte a una possibile complicazione della situazione per una questione morale Mussolini pronunciò
il famoso discorso del 3 gennaio 1925, con il quale si assunse le responsabilità politica, morale e
storica del delitto (la responsabilità giudiziaria la lasciò ai sicari). Con questo discorso si ha il
definitivo passaggio da un governo autoritario a l'organizzazione del regime: tutto (lo stato, la
nazione, il concerto tra lavoratori e società, la cultura e la stampa) avrebbe dovuto identificarsi col
fascismo. Ancora oggi nelle nostre città spesso troviamo scritte inneggianti al regime o nella stessa
questura leggiamo la scritta tutto dentro lo stato niente fuori dallo Stato. Ecco, lo Stato era il partito
fascista. A questo punto si procede con il varo delle leggi fascistissime, ispirate da Alfredo Rocco:
queste leggi di fatto non abolirono lo Statuto Albertino (che rimase in vigore fino al 1946); la
presenza del re, infatti, impedì a Mussolini di concentrare nelle sue mani la carica di capo del
governo e dello Stato (come, invece, farà Hitler); un'altra istituzione importante che faceva da
contrappeso era la chiesa, quindi si parla di un totalitarismo imperfetto. Le Leggi fascistissime non
abolirono lo Statuto Albertino, ma attribuirono a Mussolini una situazione di supremazia rispetto
agli altri ministri, che erano nominati e revocati per decreto reale su proposta del capo di governo.
Con le leggi fascistissime lo stesso capo del governo non è più responsabile di fronte al parlamento,
ma di fronte al re.
Nel 1926 vengono dichiarati decaduti i parlamentari dell'opposizione con la motivazione formale
che avevano abbandonato i lavori parlamentari: infatti dopo l'assassinio di Matteotti, le sinistre
protestarono astenendosi dai lavori parlamentari, si ritirarono nel cosiddetto Aventino delle

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coscienze; quindi vengono proclamati decaduti i parlamentari delle opposizioni, ma anche i partiti
politici delle opposizioni, premessa alla costituzione del partito unico che avvenne tra il 1928 e il
1929, attraverso le leggi che fecero del Gran Consiglio del Fascismo un organo dello Stato alle dirette
dipendenze del capo del governo. Si assiste all'integrazione delle organizzazioni fasciste nella
struttura dello stato: il Gran Consiglio doveva essere consultato obbligatoriamente su questioni di
rilevanza costituzionale e su tutte le questioni importanti, come la redazione di trattati internazionali
o il regolamento dei rapporti tra stato e chiesa. Viene anche innovato il sistema elettorale perché si
adegui al partito unico: viene quindi introdotto il sistema plebiscitario. Sostanzialmente tutte le
organizzazioni collaterali al fascismo avevano il compito di sottoporre al consiglio stesso un elenco
di 1000 nominativi; tra questi 1000 nominativi il Gran Consiglio ne avrebbe scelti 400, che venivano
poi sottoposti al plebiscito nazionale, in cui gli elettori, riuniti in un unico collegio nazionale, avevano
il compito di accettare o meno la lista. Effettivamente ci furono solo due Plebisciti uno nel 1929 e
uno nel 1934, che registrarono una notevolissima partecipazione dei votanti grazie all’occhiuta
vigilanza amministrativa sulle procedure di voto: nel 1929 ci fu un’affluenza del 89% dei votanti e
nel ‘34 addirittura il 96%. Questo tipo di sistema elettorale viene presto abbandonato perché la
legge del 19 febbraio 1939 abrogò la Camera elettiva: viene cancellata qualsiasi ombra di
rappresentanza, viene quindi istituita la Camera dei fasci e delle Corporazioni in cui si cooptavano
tutti coloro che avevano incarichi importanti all'interno del partito e delle corporazioni fasciste.
Questa legge espelleva gli ultimi residui di rappresentanza politica: in tal modo il regime
mussoliniano intende portare a compimento la costituzione dello stato corporativo sul territorio
nazionale. Nel corporativismo fascista troviamo tre elementi:
- la critica dell’individualismo borghese;
- l'opposizione al mercato; - il rifiuto
della concorrenza.
Pensate se in qualche teoria partitica troviamo alcuni di questi elementi: questi elementi li troviamo
non solo nel regime fascista italiano, ma anche negli altri regimi totalitari. Questi tre elementi
(individualismo, concorrenza e mercato)o sono veicoli di disgregazione sociale, contrastavano con
l'ideologia che mirava alla costituzione di una organizzazione statale attraverso il superamento di
posizioni contrastanti. Non c'è più, quindi, una dialettica politica, ma l'annullamento tout cour dei
diversi punti di vista. Una posizione propria non solo del Fascismo, ma di tutti gli altri regimi totalitari
in cui le libertà borghesi vengono annullate.
Quali sono gli elementi che caratterizzavano il regime fascista italiano e anche gli altri regimi
totalitari?
1) l'affermarsi di un movimento che fa uso della violenza con un capo carismatico;
2) l'annullamento delle libertà borghesi;
3) la costituzione del partito unico;
4) il perseguimento di un’ideologia razzista antisemita;
5) in economia il fascismo si caratterizzava per un deciso intervento dello Stato: a una fase
liberista segue una fase autarchica, una forma esasperata di protezionismo che culmina con
l'annullamento dei rapporti commerciali con l'estero.

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06/04/18

Il fascismo è un movimento la cui base è piccolo-borghese e agraria e giunge al potere grazie


all'alleanza con l'alta borghesia. Quando il fascismo prende il potere ciò che si ha non è un colpo di
stato né un'avventura accidentale, ma il culmine dello spostamento dei rapporti di forza dai partiti
politici tradizionali al nuovo movimento. Il re, infastidito dall'ingovernabilità del parlamento, decide
per una soluzione extraparlamentare della crisi: per la prima volta nella storia politico-istituzionale
italiana, il leader di un partito minoritario riceve l'incarico di formare il governo, senza un'indicazione
parlamentare, ma, come si disse, su pressione della piazza. Senza dubbio Mussolini ottenne il
consenso di un ampio fronte Parlamentare che spaziava dai liberali ai popolari: essi appoggiavano il
governo fascista perché convinti che si trattasse di un'esperienza transitoria, necessaria per
ripristinare l'ordine sociale e l'autorevolezza dello stato. La camera nel novembre del 1922 votò la
fiducia al governo Mussolini con 306 voti a favore e solo 116 contrari. In un certo senso la camera
restituisce alla conquista fascista del Paese una parvenza di legalità costituzionale. In realtà lo Stato
liberale e la forma democratica sono stati definitivamente liquidati. Dal ‘22 al ‘25 Mussolini lavora
intensamente per trasformare qualitativamente le strutture dello Stato; approfitta della sua carica
per modificare le strutture dello stato. Si ha, quindi, il passaggio dal governo autoritario (come era
stato fino al 1924) a un vero e proprio regime totalitario. Centrale in questo contesto è la vicenda di
Matteotti: Giacomo Matteotti, all'apertura del nuovo Parlamento, tenne un discorso
particolarmente forte e duro contro il fascismo. Si erano tenute nel 1924 le elezioni politiche, svolte
con il nuovo sistema elettorale. Nel ‘23, infatti, era stata varata la legge Acerbo che introduceva il
sistema maggioritario che garantiva un cospicuo premio di maggioranza alla lista di maggioranza
relativa, conferendole i due terzi dei seggi. La campagna elettorale e le elezioni si erano svolte in un
clima di violenza e intimidazione; la consultazione elettorale fu, inoltre, soggetta a brogli. Giacomo
Matteotti all'apertura del parlamento ebbe il coraggio di denunciare queste irregolarità e non si
limitò a questo, ma chiese esplicitamente al re di intervenire, di revocare l'incarico a Mussolini.
Matteotti chiede al sovrano di intervenire nei la crisi e revocare l'incarico a Mussolini, dopo aver

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ripristinato il sistema proporzionale e invalidato l'ultima consultazione elettorale. In realtà il re non
decide di prendere nessuna iniziativa e Matteotti viene rapito e assassinato. L'opinione pubblica e
l'opposizione come reagirono? I partiti di opposizione ebbero una reazione debole: si limitarono ad
astenersi dai lavori parlamentari ritirandosi nel cosiddetto Aventino delle coscienze, si astengono
quindi dal partecipare ai lavori parlamentari. Una forte indignazione investì l'opinione pubblica e un
certo sbandamento si ebbe anche tra le fila fasciste cosa che spinse Mussolini a chiudere
rapidamente la cosiddetta questione morale: nel discorso del 3 gennaio 1925 si attribuì la
responsabilità politica, morale e storica dell'assassinio di Giacomo Matteotti. Il sovrano Vittorio
Emanuele III anche in questo caso si mostra fedele a Mussolini e deciso a mantenerlo in carica: alcuni
senatori gli avevano portato le prove del coinvolgimento di Mussolini, ma il re disse che i suoi occhi
e le sue orecchie erano camera e senato. Il monarca, quindi, rimase fedele e deciso a mantenere al
potere Mussolini. subito dopo il discorso di Mussolini, si apre il periodo delle leggi fascistissime: da
quel momento in poi tutto, secondo il giudizio di Mussolini, lo stato, la nazione, il concerto civile, la
stampa, l'istruzione avrebbe dovuto identificarsi col fascismo. Si afferma così il regime totalitario.
Fu dato il via al varo delle leggi fascistissime, ispirate da Alfredo Rocco: di fatto queste leggi non
abolirono lo Statuto Albertino, ma rappresentarono una rottura rispetto alla prassi costituzionale
fino ad allora in vigore. Questi provvedimenti legislativi assicurarono al capo del governo poteri e
prerogative di notevole ampiezza e lo posero in una posizione di superiorità gerarchica rispetto agli
altri ministri che venivano nominati e revocati per decreto reale su proposta del capo del governo;
quindi i ministri erano responsabili di fronte al re e di fronte al capo del governo. Inoltre, il capo del
governo aveva il potere di stabilire l'ordine del giorno della Camera e questa forma di
subordinazione del potere legislativo rispetto al potere esecutivo non si limitava a questo: il
Parlamento perse le sue prerogative, le camere perdono ogni possibilità di controllo, di sanzione
dell'esecutivo. L'esecutivo, invece, vede formalmente riconosciuti e anzi ampliati i poteri normativi.
Questi provvedimenti dichiararono decaduti i parlamentari delle opposizioni (cioè della sinistra) con
la motivazione formale che dopo l'assassinio di Matteotti si erano ritirati dai lavori parlamentari
Inoltre si procedette alla soppressione dei partiti politici e questa era una premessa alla costituzione
del partito unico che si realizzò nel 1928-29 attraverso le leggi che fecero del Gran Consiglio del
Fascismo un organo dello Stato alle dirette dipendenze del capo del governo. Si ebbe, quindi,
l'integrazione delle organizzazioni fasciste nella struttura dello stato. Il Gran Consiglio del Fascismo
doveva essere sentito obbligatoriamente su tutte le questioni di primaria importanza (per esempio
i rapporti tra stato e chiesa, la firma di trattati internazionali) e su questioni di rilevanza
costituzionale (come la successione al trono o le prerogative della monarchia). Poi fu introdotto un
sistema elettorale che si adattava bene alla realtà di un regime a partito unico, cioè il sistema
plebiscitario che prevedeva che tutte le organizzazioni collaterali al fascismo redigessero un elenco
di 1000 nominativi che venivano poi sottoposti al vaglio del Gran Consiglio del Fascismo che ne
avrebbe scelti 400 da sottoporre, infine, al giudizio dell'elettorato: gli elettori riuniti in un collegio
unico nazionale potevano accettare o respingere questa lista. Ci furono due convocazioni
plebiscitarie, una nel 1929 e una nel 1934, convocazioni elettorali che si svolsero sotto l'occhiuta
vigilanza dell'amministrazione pubblica ed ebbero un elevato numero di votanti: nel 1929 l'89% e
nel 1934 il 96% degli aventi diritto. Nel febbraio ‘39 fu introdotta una legge che abrogava la camera
elettiva: il 19 febbraio 1939 venne formulata questa legge che istituiva la Camera dei Fasci e delle
Corporazioni. In questa camera venivano cooptati tutti coloro che rivestivano cariche all'interno del
partito fascista. Questa legge di fatto espelleva gli ultimi residui della rappresentatività politica. In
tal modo Mussolini rilanciava e portava a compimento la costruzione dello stato corporativo. Nel
corporativismo fascista ritroviamo: 1) la critica del individualismo borghese; 2) l'opposizione al
mercato e

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3) il rifiuto della concorrenza libera.
Questi tre elementi li ritroviamo anche negli altri regimi totalitari perché l'individualismo, il libero
mercato e la concorrenza sono considerati veicoli di disgregazione sociale, sono elementi che
contrastano con quella concezione ideologica che mira alla costruzione di una organizzazione
statuale attraverso l'eliminazione delle posizioni tra loro contrapposte e diverse. Il corporativismo
mira all'instaurazione di un organizzazione statuale attraverso l’annientamento di tutte le posizioni
contrastanti.

Politica Estera
Come si inserisce il regime fascista nel contesto internazionale? Come si comporta in politica estera?
Le linee perseguite da Mussolini sono due:
- la penetrazione militare in Africa e
- la penetrazione politico-diplomatica nell'area balcanica.
Questo nel tentativo di porre l'Italia al centro di un ampia sfera di influenza nel Mediterraneo.
Durante gli anni ‘20 la situazione internazionale era piuttosto calma e ciò impediva eccessive
intemperanze al regime fascista italiano: nel 1920 si limitò a chiedere una revisione dei trattati di
pace. L'atteggiamento del regime cambia con la svolta del 1929-30 quando la situazione è difficile a
causa della grande depressione e i rapporti si fanno tesi tra i diversi stati e soprattutto con l'avvento
al potere del nazionalsocialismo in Germania con Hitler. La presenza dell'altro fascismo europeo
preoccupava Mussolini e lo spinse a moltiplicare le iniziative sia in Africa sia nell'Europa
sudorientale, questo al fine di contrastare e contenere l’esasperato espansionismo tedesco.
Nel ‘34 Hitler eliminò il cancelliere austriaco Dollfus. Mussolini aveva intenzione di stabilire con
Dollfuss un’alleanza antitedesca. Quando Hitler eliminò Dollfus, l'attivismo fascista in politica estera
si accentuò ulteriormente e l'Italia, agli occhi degli altri attori internazionali, divenne un fattore di
instabilità. L'ipotesi di una Germania che incombeva sul Trentino preoccupava la diplomazia fascista
che si era formata alla scuola nazionalista con un atteggiamento quindi antitedesco. Quando
Mussolini liquida la gestione Grandi, attendista e immobilista, avvia trattative con la Francia: nel
gennaio 1935 Mussolini incontra a Roma il ministro degli Esteri francese Pierre Laval e raggiunge un
accordo che prevede un disinteressamento francese circa una eventuale iniziativa italiana in etiopia.
Agli occhi di Mussolini questa espressione disinteressamento fu considerata una via libera
all'iniziativa italiana in Etiopia: nell’ottobre 1935 viene dichiarata guerra all'Etiopia, nonostante il
parere non favorevole degli ambienti più conservatori, del re, della diplomazia italiana che
avrebbero preferito conservare dei rapporti di buon vicinato con le potenze democratiche
occidentali. La guerra di Etiopia costò la rottura con le potenze occidentali, in particolare l'Inghilterra
con cui si sfiorò lo scontro armato e con gli Stati Uniti. Furono imposte all'Italia dalla Società delle
Nazioni le sanzioni, ovvero il blocco del nostro commercio. La guerra, come previsto almeno
parzialmente, si concluse con la vittoria italiana che occupo Addis Abeba; fu una guerra cruenta, si
usarono metodi disumani (come ad esempio l'uso di gas asfissianti non solo contro le truppe
nemiche, ma anche contro la popolazione civile abissina). Mussolini nel maggio 1936 annunciò la
vittoria dell'Esercito Italiano alla folla romana. Nel maggio il Gran Consiglio del Fascismo emetteva
un decreto che prevedeva che i territori e le popolazioni che appartenevano all’Etiopia sarebbero
passati sotto la sovranità del Regno d'Italia; l'altro articolo di questo decreto stabiliva che il titolo di
imperatore di Etiopia sarebbe stato assunto dal sovrano italiano. Mussolini proclama la tanto
agognata costituzione dell'impero italiano.
La guerra si trasformò in un successo di politica interna: il re riconobbe a Mussolini il titolo della
Gran Croce dell'ordine militare dei Savoia una onorificenza come ministro delle Forze Armate che
aveva condotto e vinto la più grande guerra coloniale della Storia d'Italia per il prestigio della Patria

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fascista. È significativo osservare che il re parli di patria fascista, quindi, con queste parole ratifica
l'assimilazione tra Italia e fascismo. Rimaneva il problema delle sanzioni: a Ginevra nel maggio 1936
ci fu un’assemblea straordinaria della Società delle Nazioni. Il clima era tale che la proposta del
Negus Hailé Selassié - che chiedeva che la conquista italiana non fosse riconosciuta - fu respinta con
23 voti contro 1 e 25 astensioni. A luglio la Società delle Nazioni votò quasi all'unanimità la fine delle
sanzioni e quindi per Mussolini la vittoria era compiuta e completa. All'inizio della guerra di Etiopia
anche Hitler si era schierato a favore dell' Etiopia. Perché? Non perché giudicasse Mussolini un
nemico strategico da contrastare, ma perché voleva indebolire l'Italia per poi, a guerra finita,
piegarla ai suoi progetti di ridefinizione degli assetti europei ed effettivamente fu così: l'Italia usciva
dalla guerra piuttosto indebolita, isolata dal punto di vista internazionale, indebolita militarmente,
fragile sul piano industriale per la mancanza di materie prime. Si apre una prospettiva di progressiva
sottomissione alla Germania di Hitler che comincia fin dall'estate del 1936. Sempre nel ‘36 scoppia
la guerra in Spagna e si apre un nuovo fronte di alleanza. L'Italia partecipò con corpi di volontari
(cosiddetti volontari) e con l'invio di materiale bellico; ciò contribuì ad approfondire i rapporti tra i
due regimi dittatoriali. I rapporti economici e militari tra fascismo e nazismo si moltiplicarono fino a
configurare la nascita di un vero e proprio asse Roma-Berlino, un rapporto di cooperazione molto
più stretto che una semplice alleanza. Quando nel ‘38 Mussolini accettò l’annessione dell'Austria da
parte della Germania, l'Italia rinunciò a una delle conseguenze più importanti della conclusione
vittoriosa della Prima Guerra Mondiale e cioè non avere alle sue frontiere una potenza minacciosa.
La Germania gravava in maniera sempre più minacciosa sul Brennero e su Trieste.
Contemporaneamente nel ‘38 vengono importati gli aspetti più squallidi, più deteriori del regime
tedesco cioè il razzismo antisemita e il culto assoluto del capo del fürher e della potenza. Nell'estate
del 1938 viene pubblicato il Manifesto della Razza firmato da molti docenti universitari che segna
l'avvio di una campagna antisemita in Italia. Nell’agosto del 1938 viene pubblicato il quindicinale de
La difesa della razza ad opera di Telesio Interlandi, strumento della propaganda razziale antisemita.
A ciò seguono le leggi razziali, varate dal governo nel settembre del 1938, con le quali viene vietato
agli ebrei di insegnare in scuole e università, di appartenere ad accademie e associazioni ufficiali.
Nell'ottobre il Gran Consiglio del Fascismo vara nuovi provvedimenti antisemiti: il 7 ottobre 1938
vengono varati dei provvedimenti (poi trasformati in decreto a novembre) che escludevano i
cittadini di origine ebrea dalla collettività nazionale. A ciò seguirà la cosiddetta bonifica culturale,
una campagna in cui sono sequestrati e bruciati tutti i libri di autori ebrei e antifascisti. Si apre in
questo modo la strada alla partecipazione dell'Italia alla Seconda Guerra Mondiale. Nella primavera,
nel maggio del 1939 viene siglato tra Italia e Germania il Patto d'Acciaio, stipulato con superficialità
da parte dell'Italia. Era un patto che poneva l'Italia alla assoluta mercé della politica di potenza
nazista; non stabiliva nemmeno l'obbligo di informazione preventiva tra i due contraenti e quindi
l'Italia nel ‘40 dichiara guerra alle potenze democratiche cioè a Francia e Inghilterra, senza
un'adeguata preparazione militare. Secondo lo Stato maggiore dell'esercito, l’Italia non poteva
partecipare a una moderna guerra generalizzata, né le vincerla. Al massimo poteva aspettare la
vittoria dell'alleato purché arrivasse rapidamente. Mussolini aveva voluto la guerra per ragioni
ideologiche e strategiche e aveva individuato negli occidentali i veri nemici, oppositori alla
prevalenza dell'Italia nel Mediterraneo. Gli occidentali fin dai primi anni ‘30 avevano guardato con
grande ostilità ai fascismi e mostrato la volontà di sopprimerli ovunque si fossero manifestati. Non
erano valsi i tentativi della diplomazia americana di dissuadere Mussolini dall’entrare in guerra: nel
‘40, tra il 4 e il 31 maggio, Mussolini riceve bene 4 lettere da Roosevelt che, con toni sempre più
drammatici, chiedeva a Mussolini cosa voleva per non entrare in guerra. Mussolini rispose con
sarcasmo mostrando di non comprendere la portata del gesto di Roosevelt. La stessa sorte subì
l'intervento di Churchill che chiedeva lo stesso. La guerra era fortemente voluta da Mussolini e

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determinò di fatto una sconfitta lacerante per l'Italia, ma decretò anche la fine stessa del fascismo.
Infatti l'andamento delle operazioni militari e il profilarsi di una sicura sconfitta approfondirono
sempre più la frattura tra il Paese e il regime fascista.
Nell'autunno del 1942 le truppe italiane e tedesche sono costrette ad abbandonare l'Africa. Nel
dicembre del ‘42 l'Armir, cioè il corpo di spedizione italiana in Russia, viene travolto e sconfitto dai
sovietici. Nel gennaio 1943 l'Armir non esiste più: sono sopravvissute solo poche decine di migliaia
di uomini cioè i più abituati alle intemperie invernali (come gli alpini della Julia), migliaia sono i
prigionieri. Il grosso dell'esercito era morto più per sfinimento, di freddo e di fame nelle steppe
gelate della Russia. I pochi sopravvissuti furono fatti rientrare in piccoli gruppi nella primavera del
1943 con la raccomandazione di tacere le sofferenze di cui erano stati vittime. Sono però vicende
troppo dolorose per essere taciute e il racconto dei sopravvissuti alimentò le istanze pacifiste già
presenti nel Paese e la volontà di farla finita con la guerra e il regime.
Contemporaneamente nella primavera del 1943 nelle fabbriche del nord, a partire da Milano, si
susseguono gli scioperi. Formalmente la motivazione era di carattere economico (si chiedevano
aumenti salariali); in realtà è una motivazione politica presente anche negli stessi slogan degli
operai. Suscitava forte impressione il fatto che i militanti fascisti durante lo sciopero scomparvero
del tutto e la milizia fascista svolse un'attività fiacca, tesa a contenere le proteste all'interno delle
fabbriche. Nel 1943 l'Italia veniva, inoltre, scompaginata dai bombardamenti alleati che a metà del
‘43 avevano l'obiettivo di rendere impossibile il collegamento tra nord e sud. Gli sconvolgimenti dei
traffici erano il preludio dell'invasione: le forze anglo-americane sbarcarono in Sicilia, nella costa
meridionale e sud-orientale della Sicilia, incontrando scarsissime resistenze. A metà di agosto la
conquista dell'isola era già conclusa. I bombardamenti alleati intanto incidono fortemente sulla
psicologia delle masse e alimentano istanze pacifiste. Il 19 luglio un bombardamento danneggia
fortemente il quartiere di San Lorenzo a Roma e lo stesso giorno Mussolini incontra Hitler a Feltre
per ottenere il consenso a una pace separata e aiuti militari. Mussolini non ottiene nulla, ma ascolta
passivamente il soliloquio tedesco. Nel frattempo si ricostituiscono gradualmente in clandestinità i
vecchi partiti antifascisti: all'interno del Movimento fascista si organizza una fronda. Nella notte tra
il 24 e 25 luglio in seno al Gran Consiglio del Fascismo viene votata la sfiducia a Mussolini, che viene
condotto dal re e arrestato e la guida del governo viene affidata al Maresciallo Badoglio perché
vicino agli ambienti di corte e quindi poteva fornire garanzie di continuità istituzionale. Il popolo
italiano sperò che in questo modo si ponesse fine alla guerra, invece no. Badoglio in un proclama gli
italiani scrive:
«Italiani! Per ordine di S. M. il Re e Imperatore assumo il governo militare del Paese, con pieni poteri.
La guerra continua. L’Italia duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte,
mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno
a S. M. il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria esempio per tutti. La consegna ricevuta è
chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale
svolgimento o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia! Viva il Re!».
Questo proclama di Badoglio aveva l'obiettivo di tranquillizzare i tedeschi sull'intervento italiano al
loro fianco, ma era diretto soprattutto a minacciare i partiti di sinistra contro eventuali tentativi
rivoluzionari. Badoglio così minacciava i partiti antifascisti di sinistra per dissuaderli da iniziative
rivoluzionarie. Intanto le truppe tedesche affluivano in Italia per contrapporsi agli anglo-americani
e per premunirsi contro il previsto tradimento degli italiani o meglio del governo Badoglio. Infatti
alcuni emissari di Badoglio avviano trattative segrete con gli ex nemici anglo-americani che portano
alla sigla dell'armistizio il 3 settembre che poi viene reso pubblico l’8 settembre 1943. Il re e Badoglio
abbandonano precipitosamente Roma e si rifugiano a Brindisi. Contemporaneamente Mussolini
viene liberato dai tedeschi e posto a capo della Repubblica Sociale Italiana che era un governo

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fantoccio, non stimato neppure dai tedeschi che sottrassero a Mussolini anche formalmente ogni
sovranità sul Trentino e sulla Venezia Giulia. La Repubblica Sociale Italiana era complice dei tedeschi
nell’opprimere il popolo italiano. L'Italia rimane divisa in due:
- la parte meridionale, da cui risalivano lentamente gli anglo-americani e -
la parte settentrionale nominalmente assegnata a Mussolini.
Il fascismo chiude il proprio ciclo riducendo l'Italia a un campo di battaglia degli eserciti stranieri e
spetta agli italiani rifondare una nuova patria. Gli italiani non mancarono quell'appuntamento:
l’Italia era plasticamente spezzata in due, al sud rinascono i partiti antifascisti, tornati legali e
riprende molto lentamente la normale dialettica politica. Invece al nord l'esercito è lasciato allo
sbando, senza ordini e si sfascia sotto la pressione dei tedeschi. Inizia la guerra civile e di liberazione;
infatti migliaia di giovani, soprattutto intellettuali ed ex soldati dell'esercito ormai disciolto,
desiderosi di riscatto morale prima che politico, scelgono la via della montagna, insieme ad operai e
contadini che avevano maturato un antifascismo esistenziale istintivo. All'inizio i partigiani erano
circa 10.000; quelli più consapevoli costituivano la spina dorsale del movimento di liberazione. Da
questi 10.000 iniziali si passò a circa 120-130.000 partigiani impegnati nella lotta di liberazione, un
vero e proprio esercito, organizzato in brigate e divisioni. Circa il 50% dei partigiani erano guidati
dalle forze comuniste, cioè Le brigate Garibaldi; il 30% dal Partito d'azione con una partecipazione
di Giustizia e Libertà e una componente minore è guidata dai socialisti e i cattolici. Le tecniche di
combattimento erano quelle della guerriglia per bande a cui i tedeschi rispondevano con la
rappresaglia per ricattare le forze Partigiane, bloccarne l'azione e intaccarne il rapporto con il
retroterra, cioè il consenso popolare. Furono numerosi e dolorosi gli episodi di rappresaglia come il
massacro di Marzabotto, quello delle Fosse Ardeatine, l’eccidio di Boves (sono solo i casi più noti di
una lunga serie di eccidi e di violenza sui civili italiani.
Questa della Resistenza è stata una grande esperienza di partecipazione civile, di protagonismo
popolare, di partecipazione dal basso. Con la Resistenza viene istituzionalizzato il passaggio da un
regime liberale diretto da un gruppo di ottimati a un regime democratico diretto dai partiti di massa.
La resistenza ha imposto il passaggio a un sistema democratico, passaggio tentato già nel Biennio
rosso, ma fallito perché le classi dirigenti avevano inteso schiacciarlo col fascismo. Questo passaggio
è stato possibile non solo perché i partiti di massa si rafforzarono con la resistenza, ma anche perché
è emersa, si è affermata l'autonomia delle masse popolari subalterne: emerge il protagonismo
politico delle popolazioni italiane, che era mancato nel processo di unificazione italiana, cioè nel
Risorgimento.

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13/04/18

LA GRANDE CRISI DEL 1929

La grande crisi del 1929 fu una profonda recessione che a partire dal ‘29 investì quasi tutti i paesi del
mondo. Si originò negli Stati Uniti: nell'ottobre del 1929 ci fu un violento crollo del mercato
azionario, infatti tra il 24 e 29 ottobre di quell'anno la Borsa americana mostra segni di cedimento.
Inizialmente non si trattava di una vera e propria crisi, ma di un atteggiamento psicologico degli
investitori, convinti che il trend ascendente si sarebbe prima o poi arrestato. Gli effetti sull'economia
reale furono comunque devastanti: i titoli delle imprese crollarono, le banche si rifiutarono di
finanziarle, la depressione economica che ne conseguì fu resa ancora più grave dal crollo di Wall
Street e si propagò rapidamente in tutti i paesi del mondo. Le autorità che si occupavano della
politica economica che cosa fecero? La crisi durò per 3 lunghissimi e difficilissimi anni; il ritorno alla
normalità si ebbe soltanto negli anni ‘30, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.
Qual era la situazione dell'Europa e degli Stati Uniti alla fine della guerra? La guerra aveva cambiato
le abitudini delle masse e degli individui, ma soprattutto aveva modificato la stessa organizzazione
dello stato. Infatti, durante il conflitto, i diversi governi avevano dovuto adeguare il funzionamento
delle industrie alle necessità delle forze armate. Ciò aveva cambiato anche le economie più liberiste;
lo Stato assume la funzione di imprenditore e produttore. I governi nel 1918 erano più forti, più
potenti che in passato. Anche le masse popolari potevano votare e determinare le vicende politiche
nazionali. La preoccupazione principale delle masse popolari era il lavoro, seguito dal welfare (cioè
l'assistenza, l'assicurazione infortunistica sul lavoro).
Diverso era il quadro statunitense: gli Stati Uniti si presentavano come il paese della ricchezza,
dell'opulenza. La ricchezza americana affondava le sue radici in due fenomeni:
1) la creazione di una moderna società fondata sui consumi di massa, che erano agevolati dal
meccanismo del pagamento rateale;
2) la favorevole congiuntura finanziaria conseguenza del trattato di pace: alla fine della guerra
alla Germania era stato imposto il pagamento di una grande somma di marchi oro; la Germania non

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disponeva di queste somme per le riparazioni di guerra. Gli investitori, imprenditori americani ed
europei (cioè dei paesi vincitori) avevano deciso di investire nella ricostruzione industriale tedesca,
sostenuti in questo dai rispettivi governi che speravano di vedersi risarciti degli enormi danni di
guerra. Più della metà dei capitali del mondo finisce in Germania, da cui poi tornano negli Stati Uniti
e nei paesi europei vincitori sotto forma di interessi o di riparazioni.
C'è quindi un rapporto finanziario strettissimo tra gli Stati Uniti e l'Europa: bastava una leggera
alterazione a New York per suscitare conseguenza in tutta Europa. Questo circolo virtuoso durò per
circa un decennio. Gli anni ‘20 furono per gli Stati Uniti anni di espansione produttiva, di progresso
tecnologico, di opulenza, di prosperità che le autorità di politica economica americane si
impegnavano ad alimentare, attraverso la ricerca di materie prime, dell' avanguardia tecnologica e
in più negli anni 20 vengono introdotti dei provvedimenti per l'espansione economica americana:
- sono sospese le leggi antitrust, anzi sono incoraggiate le concentrazioni industriali;
- vengono create all'estero imprese di proprietà americana: gli imprenditori statunitensi realizzano
profitti molto più alti del passato.
Ci furono categorie che non beneficiarono di quest’opulenza: gli agricoltori americani che vedono
cadere il prezzo dei prodotti agricoli perché venne meno la richiesta europea dopo il conflitto. Per
loro fu una iattura. In quel decennio ci furono fluttuazioni dell'economia americana, ma furono così
brevi e poco intense da far ritenere che ormai si fosse entrati definitivamente in una nuova era di
progresso e di benessere. Presso la popolazione matura la convinzione che arricchirsi fosse un
processo semplice e rapido: ci fu un boom nel settore edilizio; si cominciò ad acquistare immobili in
Florida (attratti dal clima); i lotti acquistati però erano acquistati non per costruirvi, ma per fini
speculativi. Più si acquistavano lotti, più il loro prezzo aumentava. Questo stesso meccanismo
caratterizzò il boom della borsa che precedette il crollo del 1929.
Il mercato azionario americano comincia la sua lunga ascesa nel 1927. Infatti nel ‘27 gli investitori
americani iniziano ad acquistare azioni alla borsa di New York, in vista del rialzo del prezzo dei titoli
che puntualmente si verificava perché altri investitori intendevano acquistare con lo stesso intento.
Non solo i ceti più abbienti furono contagiati dalla febbre speculativa, ma tutti, anche i comuni
cittadini perché la speculazione era fatta con denaro preso in prestito, grazie a sistemi di
finanziamento. Si assiste, quindi, a una vera e propria smania speculativa che dalla borsa di New
York si propagò alle borse americane più periferiche. Già nel 1928 l'economia americana comincia a
mostrare qualche segno di flessione, di una contenuta flessione. Infatti nel 1929 si riduce la
produzione nei settori che più direttamente dipendevano dalle condizioni del credito e cioè il settore
automobilistico e il settore edilizio. I primi tre trimestri del 1929 vedono ridursi la produzione
industriale complessiva e ancora oggi tra gli studiosi del settore è motivo di dibattito la ragione che
portò a questa inversione di tendenza nella produzione industriale. Già i primi di settembre del ‘29
gli operatori di Wall Street cominciarono a ricevere ordini di vendita da parte dei possessori di
attività finanziarie, determinando così il ribasso del prezzo dei titoli e inducendo tutti a tirarsi
indietro prima che fosse troppo tardi. Il 24 ottobre ci fu il crollo della borsa: migliaia di possessori di
titoli e di attività, finanziarie, desiderosi di vendere, non trovarono acquirenti se non a prezzi
estremamente ridotti. Sfumarono le fortune dei meno abbienti, dei meno esperti, ma poi anche dei
ricchi. Entrarono in crisi gli stessi istituti finanziari che si erano mobilitati per tenere alto il prezzo dei
titoli. La crisi finanziaria trasformò una semplice recessione in un tracollo economico di lungo
periodo: chiusero le fabbriche, le imprese commerciali, le banche fallirono. Il fallimento di tutte
queste attività comportò un drammatico aumento del numero di disoccupati: nel ‘29 il numero dei
disoccupati era un milione e mezzo, nel ‘33 i disoccupati erano 13 milioni, cioè 1\4 della forza lavoro
americana era disoccupata.

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Come reagirono le autorità di politica economica? Cosa fecero per limitare la speculazione ed evitare
la crisi di borsa? Cosa fecero per risollevare il paese da questa recessione? Il giudizio corrente degli
economisti e che le autorità di politica economica peggiorarono la situazione. Avrebbero potuto
intervenire nella crisi:
1) il Federal Reserve System, un organismo decentrato formato da 12 banche distrettuali.
Alcuni studiosi ritengono che il Federal Reserve System ebbe responsabilità significative nella
recessione. Nel febbraio 1929 questo organismo attuò una stretta monetaria, diminuì la
disponibilità del credito ai clienti da parte delle banche nella convinzione che, poiché la speculazione
si faceva con denaro in prestito, la stretta monetaria avrebbe calmato la borsa. In realtà questo
provvedimento non ebbe gli effetti sperati, la borsa continuò a salire e la stretta monetaria mise
ulteriormente in difficoltà i settori che dipendevano dalle condizioni del credito.
2) I presidenti americani: ci furono due diverse presidenze entrambe repubblicane, Calvin
Coolidge dal ‘23 al ‘28 a cui successe Herbert Clark Hoover che tenne la presidenza dal ‘28 al ‘32.
Nel suo discorso di congedo al congresso (nel dicembre del ‘28) si dice addirittura ottimista sulle
prospettive future del sistema economico americano. Il suo successore, invece, si trova nella
tempesta. Alcuni studiosi ritengono che l'ostilità di Hoover nei confronti della speculazione e le sue
dichiarazioni allarmistiche contribuirono alla crisi di fiducia che sfociò nella crisi di borsa.
La dottrina economica dominante in quegli anni era il laissez faire che prevedeva un’assoluta fiducia
nella capacità del mercato di autoregolarsi. Il progetto era quello del non intervento dello Stato nella
sfera economica. Secondo il pensiero liberista, in un regime di libera concorrenza, lo Stato deve
astenersi da qualsiasi intervento che possa alterare gli equilibri del mercato: il mercato, infatti, è
dotato di un meccanismo autonomo di autoregolazione. Questa impostazione teorica aveva come
corollario la necessità di conseguire il pareggio del bilancio e cioè l'uguaglianza tra le entrate e le
spese dello stato. A questo principio si erano sempre ispirati i repubblicani. Negli anni della crisi, le
difficoltà sociali erano così forti che per Hoover fu difficile attenersi dal laissez faire e nel novembre
del ‘29, dopo il crollo, decise una modesta riduzione delle imposte. Poi, quando gli effetti della crisi
si fecero drammatici, promosse programmi per rilanciare l'economia e l'occupazione americana. In
realtà queste misure furono inadeguate rispetto alla drammaticità delle conseguenze sociali della
crisi. Hoover era contrario all’assistenza diretta e ai sussidi di disoccupazione; non solo, era così
preoccupato di conseguire il pareggio del bilancio che nel ‘32 introdusse con il Revenue Act nuove
tasse e tagliò ulteriormente la spesa pubblica, con la conseguente drammatica contrazione ulteriore
della produzione. Per cui bisogna attendere la presidenza Roosevelt perché fossero adottati dei
provvedimenti efficaci contro la crisi: il 4 marzo 1933 si insedia Franklin Delano Roosevelt, un
democratico eletto da una vastissima base sociale contro l'opposizione dei grossi gruppi capitalisti.
Roosevelt additava i banchieri come responsabili della crisi: dal suo punto di vista la crisi del ‘29 non
era stata una semplice recessione, ma un tracollo che aveva coinvolto la società nel suo complesso.
Non bastava un semplice programma economico, ma occorreva mobilitare le masse, entusiasmarle.
Secondo Roosvelt denunciare una categoria sociale come principale responsabile, individuare un
nemico preciso (non il capitalismo in generale), un preciso ceto sociale, voleva dire rispondere a
un'esigenza molto diffusa, cioè quella di individuare un responsabile preciso per un fenomeno (cioè
la miseria nel mezzo dell'abbondanza) che non poteva essere giudicato né naturale né accidentale.
Ciò consentiva a Roosevelt di creare una vasta e costante mobilitazione sociale, necessaria al
consolidamento del suo governo. Roosvelt attuò i primi più significativi interventi contro la crisi
durante i primi 100 giorni del suo governo: riorganizzo il sistema finanziario e creò un’assicurazione
contro i fallimenti bancari, poi trasformò il Federal Reserve System è lo rese una sorta di Banca
Centrale Europea (si ispirò al modello europeo) con il nome di Federal Reserve Bank. Creò, inoltre,
agenzie federali che avevano un triplice obiettivo:

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1) promuovere le grandi opere pubbliche;
2) assorbire la disoccupazione;
3) frenare il crollo dei prodotti agricoli e industriali.
Queste misure rispondevano a diverse funzioni: da un lato, attraverso l'erogazione di salari,
aumentava il potere d'acquisto e ciò, quindi, fungeva da stimolo alla ripresa economica; ma non
solo, questi provvedimenti creavano tra i disoccupati e le loro famiglie una vasta area di consenso
al governo Roosevelt. Poi Roosevelt poteva dimostrare in questo modo l'innovatività della sua
amministrazione. È stato osservato da alcuni studiosi che queste tendenze sono analoghe a quelle
riscontrabili nei regimi autoritari europei, ma ci sono differenze sostanziali e di metodo:
- negli Stati Uniti le libertà politiche non furono annientate, ma allargate;
- il New Deal seguì una strada completamente diversa: allo Stato fu affidata una funzione di stimolo
all'economia in una complessiva logica anticiclica. Lo stato non aveva la funzione di programmatore
globale, di pianificatore globale. In sostanza, lo Stato era chiamato a favorire lo sviluppo economico
nelle fasi di recessione e a frenarlo nelle fasi in cui la crescita apparisse squilibrata. Lo stato non ha
una funzione di direzione globale, ma una funzione equilibratrice, regolatrice, una funzione volta
a correggere gli squilibri del mercato. In sostanza il governo era l'ago della bilancia in un sistema
capitalistico liberale.
Mentre in Europa nascevano economie miste (come in Italia) dove lo Stato assumeva imprese
direttamente produttive, negli Stati Uniti l'intervento economico dello Stato rimaneva limitato ai
suoi ambiti tradizionali: lo Stato poteva intervenire nelle grandi opere pubbliche, nell'assistenza,
nelle tariffe, nella regolamentazione delle attività finanziarie.
Quella attuata da Roosevelt fu una svolta drastica nel ruolo dello Stato nella vita economica. Fu
definito Capitalismo Democratico, poiché prevedeva la regolamentazione dell'attività economica e
la mediazione dello Stato tra le parti sociali. Ovviamente la crisi ebbe conseguenze anche sulla teoria
economica: la dottrina dominante era quella del laissez faire secondo cui il fenomeno della
disoccupazione era temporaneo e destinato ad essere assorbito, qualora fossero state lasciate agire
le forze autonome del mercato. Contro questa dottrina un economista inglese, John Maynard
Keynes, scrisse un volume, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta del 1936.
Keynes asseriva che il sistema economico lasciato a se stesso non poteva garantire la piena
occupazione e la crisi del ‘29 lo aveva dimostrato: era stata una crisi di sovrapproduzione in una
condizione di sotto consumo; i beni prodotti non avevano trovato acquirenti e quindi le fabbriche
avevano chiuso, le imprese commerciali e le banche avevano fallito, i disoccupati perso il proprio
potere d'acquisto e di conseguenza diminuirono i loro acquisti. Keynes individuò questo circolo
vizioso e riteneva fosse compito dei governi interromperlo. Keynes dà un'importanza fondamentale
alla domanda aggregata cioè le intenzioni di spesa espresse da individui, imprenditori e singoli
cittadini. Se la domanda aggregata non è sufficientemente alta, il fenomeno della disoccupazione
può diventare duraturo. Lo Stato deve portare la domanda aggregata in modo da garantire la piena
occupazione attraverso la spesa pubblica, attraverso investimenti pubblici.
La crisi del ‘29 è stata importante per maturare il fondamento teorico del ruolo dello Stato in
economia: con adeguate misure di politica economica, cioè con investimenti pubblici, lo Stato può
rompere il circolo vizioso che porta la disoccupazione e garantire livelli elevati di domanda aggregata
per accrescere così la produzione e l’assorbimento della disoccupazione.

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18/04/18

Il ruolo dell'Italia nel contesto internazionale tra il 1943 e il 1947

Sono anni difficilissimi. Dobbiamo fare una premessa: l'ingresso dell'Italia in guerra al fianco della
Germania nazista, il fallimento della guerra parallela con la sconfitta delle forze armate italiane
avevano comportano una svolta nella collocazione dell'Italia nel panorama internazionale, cambia
radicalmente il ruolo dell'Italia. In un primo momento l'Italia aveva potuto rivestire un ruolo
autonomo, indipendente, aveva potuto sperare di giocare da attore indipendente. Dopo le sconfitte,
L'Italia si trova ad essere una semplice pedina della Germania hitleriana; gli inglesi non avevano mai
considerato l'Italia una grande potenza, non solo per i suoi fallimenti militari, ma anche per le sue
strutture politiche e la tenuta del fronte interno. Il gabinetto inglese, guidato da Churchill, aveva
pensato che il regime fascista potesse chiedere una pace separata, ma poi maturò l'idea che l'Italia
fosse semplicemente una pedina della Germania, che Mussolini fosse un collaborazionista e che il
popolo italiano fosse una massa amorfa, inerte che subiva la guerra e il fascismo. Nelle intenzioni di
Churchill l'Italia doveva essere rapidamente eliminata dal conflitto con massicci bombardamenti, il
popolo italiano doveva essere severamente punito e doveva rinunciare alle colonie che sarebbero
andate agli inglesi. Erano previste delle modifiche, delle rettifiche per quel che riguardava i territori
metropolitani, soprattutto al confine orientale, a vantaggio degli alleati dell'Inghilterra, in
particolare la Jugoslavia sul fronte orientale. Questo è l'atteggiamento che la Gran Bretagna ha nei
confronti dell'Italia.
Qual era l'atteggiamento degli Stati Uniti? Anche per gli Stati Uniti l'Italia era un elemento
assolutamente trascurabile Nel panorama internazionale, ma a differenza degli inglesi, gli americani
non nutrivano livore, animosità nei confronti del proprio italiano. L'elemento che aveva
caratterizzato il rapporto tra le due realtà italiana e americana era stato l’imponente fenomeno
migratorio che fin dalla fine dell'800 aveva portato moltissimi italiani oltreoceano. Tra le due guerre
parte dell'opinione pubblica americana guardò al fascismo come a un elemento di modernità, un
valido argine contro la minaccia comunista. Poi con la svolta del 1935, con l'aggressione dell'Italia
l'Etiopia e con il progressivo allineamento di Roma a Berlino, cambia la percezione americana del
Fascismo e si comincia a considerare il fascismo come un elemento di destabilizzazione, di disordine

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a livello internazionale. Si decise di schiacciare il fascismo dovunque si fosse presentato. Gli
americani avevano pensato che si potesse impedire l'ingresso dell'Italia in guerra, non perché fosse
considerata un nemico strategico, ma perché era numerosa la comunità italiana negli Stati Uniti,
comunità che sarebbe stata cruciale per la rielezione di Roosevelt. Prima dell'inizio della Prima
Guerra Mondiale, Roosevelt scrisse a Mussolini chiedendogli di non entrare in guerra. Quando poi
Mussolini si decise ad entrare in guerra al fianco della Germania nazista, Roosevelt parlo di una
pugnalata alle spalle, poi fece cadere in sordina queste sue affermazioni preoccupato per le reazioni
presso la comunità di origine italiana, significativa per la sua rielezione alla Casa Bianca. Nel corso
del 1941 si continua a Washington a guardare all'Italia come ad una realtà trascurabile a livello
internazionale. L’Italia era considerata semplice pedina della strategia hitleriana. A differenza di
quanto emerso a Londra, a Washington non si voleva abolire il popolo italiano, si tendeva a separare
le responsabilità del popolo italiano dalle responsabilità del fascismo. Il fascismo è responsabile
dell'attacco alle democrazie, mentre il popolo italiano non era responsabile della pugnalata alle
spalle di cui parlava Roosevelt. Questo atteggiamento benevolo nei confronti del popolo italiano
aveva motivazioni interne: negli Stati Uniti per un lungo periodo di tempo si temette che la comunità
italo-americana potesse costituire una quinta colonna dei paesi dell'asse e quindi in questa
prospettiva a Washington si decise di dare rilievo al progetto dei gruppi di antifascisti italiani che
avevano trovato rifugio negli Stati Uniti, cioè diversi esponenti di matrice soprattutto
liberaldemocratica come Carlo Sforza, Alberto Tarchiani, Randolfo Pacciardi, Gaetano Salvemini e
Don Luigi Sturzo. Questi antifascisti si raccoglievano intorno al movimento Mazzini Society e
ritenevano che la sconfitta dell'Italia in guerra potesse diventare lo strumento per rovesciare il
fascismo. Perché ciò fosse possibile era necessario stabilire dei contatti con le potenze
democratiche. Gli antifascisti che operavano negli USA fondarono il movimento Italia Libera, sul
modello di Francia libera e ne chiesero il riconoscimento ufficiale a Washington e in cambio offrivano
la mobilitazione della comunità italoamericana in senso antifascista. Gli Americani si resero conto
che la comunità italo-americana non rappresentava un pericolo e che la volontà di integrazione degli
italiani era molto più forte dell' adesione al modello mussoliniano. Per il momento queste proposte
antifasciste furono accantonate nella convinzione che l'evoluzione degli eventi avrebbe reso
possibile utilizzare l’iniziativa antifascista italiana a tutto vantaggio degli interessi americani. [Gli
antifascisti inizialmente sono presi in considerazione temendo che lavorassero come cavallo di Troia
dei paesi dell'asse. Quando gli americani si rendono conto che quella comunità non è una minaccia
interna, vengono congelati. Gli antifascisti italiani si rendono conto che il fascismo era già entrato in
crisi, che l'Italia avrebbe perso la guerra e cercano di stabilire contatti con l'establishment di
Washington per separare le responsabilità del fascismo da quelle del popolo italiano, per evitare che
la nazione tutta fosse travolta. Gli antifascisti italiani fondano Italia Libera e ne chiedono il
riconoscimento ufficiale a Washington; in cambio offrono la mobilitazione italo-americana contro il
fascismo. Il fascismo entra in crisi. La volontà di integrarsi della comunità italo-americana negli Stati
Uniti è molto forte, più forte dell'adesione al regime mussoliniano. Gli americani per il momento
congelano il movimento antifascista. Gli americani dovranno poi tenere conto delle matrici
dell'antifascismo italiano, fortemente egemonizzato dalle forze comuniste. Sarà interesse degli Stati
Uniti correggere, smussare queste tendenze].
Obiettivo prioritario in questi anni era vincere la guerra e solo successivamente il problema
istituzionale cioè la scelta dell'Italia, quale assetto istituzionale l'Italia dovesse assumere. Negli anni
‘42-’43 agli americani non interessano tanto gli sviluppi politico-istituzionali dell'Italia, ma solo
vincere la guerra. Gli americani quindi procrastinano la problematica politico-istituzionale, dando
rilievo agli aspetto militare. Gli antifascisti sono congelati in attesa di essere utilizzati ai fini
americani. Negli anni ‘42-’43 sia gli americani sia gli inglesi iniziano ad essere ottimisti sulla

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possibilità di conseguire un successo militare e sia Roosevelt sia Churchill avevano promesso a Stalin
di aprire un secondo fronte in Francia settentrionale, ma questa prospettiva era di difficile
realizzazione per motivi militari. Il rinvio dello sbarco in Normandia non dispiaceva agli inglesi perché
essi preferivano una strategia periferica che privilegiasse le operazioni nel Mediterraneo perché
volevano rafforzare la loro egemonia nel Mediterraneo, egemonia che il capo del governo italiano
aveva sempre cercato di contenere. Gli inglesi abilmente coinvolgono gli americani nella campagna
nordafricana, con l'iniziativa di truppe americane in Marocco e Algeria. Conclusasi la campagna
d'Africa, il passo immediatamente successivo era l'eliminazione dell'Italia dal conflitto. Churchill
intendeva eliminare l'Italia dal conflitto attraverso massicci bombardamenti. Roosevelt voleva il
secondo fronte in Francia settentrionale, ma si rende conto delle difficoltà tecniche e si adatta la
volontà inglese e ciò significa confrontarsi con la guerra mediterranea e con il futuro dell'Italia. Qui
si apre un primo confronto duro tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti: questo confronto scontro si
apre proprio a proposito dell'Italia. Infatti era prevista una operazione anfibia per occupare e
liberare la Sicilia. Gli inglesi chiedevano il riconoscimento di una senior partnership e che il territorio
italiano liberato fosse governato da un governo militare con la senior partnership inglese. Churchill
sottolinea l'importanza che la propaganda sottolineasse la volontà punitiva nei confronti del Popolo
italiano. Roosevelt Si oppone con fermezza e con successo il territorio liberato viene governato dal
governo militare alleato ispirato a una equal partnership Tra Londra e Washington la propaganda
alleata l'avrebbe fatto un distinguo tra le responsabilità del Fascismo e quelle del popolo italiano. Le
operazioni di sbarco sono dirette da generale americano Eisenhower. Quindi il primo scontro
all'interno del fronte alleato si ha proprio sulla questione italiana.

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20/04/18

Alla fine del 1942 a seguito delle sconfitte delle forze dell'Asse le forze conservatrici italiane più vicine
al fascismo (cioè la diplomazia vaticana, la monarchia, le forze armate, la compagine capitalista)
cominciano a comprendere che il fascismo era entrato in una crisi probabilmente irreversibile. Allora
appariva necessario separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo, da quelle di Mussolini.
Appariva necessario puntare su una rapida uscita dalla guerra, nella speranza di salvare i propri
interessi di preservare l'ordine sociale conservatore ed evitare la disfatta alla nazione intera. le forze
conservatrici italiane pensavano anche alla possibilità di un rovesciamento di alleanze. Dalla fine del
‘42 personalità differenti, attraverso canali differenti e con obiettivi a volte contrastanti, cercarono
di stabilire dei contatti con la capitale britannica. A Londra proponevano di rovesciare Mussolini e
proponevano altresì la possibilità di realizzare una pace separata. Come risponde Londra? Londra
risponde con il silenzio, intanto perché Churchill disistimava le forze conservatrici italiane e gli italiani
in generale, ma anche perché trattare con l'Italia avrebbe significato contraddire lo spirito della
dichiarazione di Casablanca: nel gennaio 1943 gli alleati si erano riuniti e avevano rilasciato una
dichiarazione in cui si sosteneva che le potenze dell'asse avrebbero dovuto accettare una resa senza
condizioni. Non appariva coerente stabilire contatti con le autorità italiane in virtù della dichiarazione
di Casablanca, anche perché fin dai primi del ‘43 gli alleati si dedicarono alla minuziosa preparazione
dello sbarco in Sicilia, che avviene il 10 luglio 1943. Le forze anglo-americane trovarono scarsissima
resistenza da parte delle forze militari italiane e gli anglo-americani vennero salutati come liberatori
dalla popolazione civile. Le operazioni che porteranno alla Liberazione dell'isola e i bombardamenti
che fiaccavano tutta la penisola (in particolare il quartiere San Lorenzo a Roma) ebbero l'effetto di
accelerare la crisi del fascismo. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio fu convocato il Gran Consiglio del
Fascismo e fu votata una mozione di sfiducia nei confronti di Mussolini che viene destituito e fatto
arrestare. Vittorio Emanuele III decise quindi ti affidare l'incarico del governo al maresciallo Badoglio
perché vicino agli ambienti di corte e quindi era un uomo che dava sufficienti garanzie di continuità

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istituzionale. Sciolto il partito fascista, fu instaurata una larvata forma di dittatura militare. Quali
erano gli obiettivi del re? Vittorio Emanuele III voleva disimpegnarsi dall'alleanza con la Germania,
uscire dalla guerra e non escludeva che questa decisione di uscire dalla guerra potesse configurarsi
come la premessa per un rovesciamento di alleanze, ciò che, nelle intenzioni del re, avrebbe
consentito all'Italia di trovarsi alla fine del conflitto dalla parte dei vincitori.
Però in questo ambito l'intera leadership conservatrice italiana commise un errore di prospettiva,
cioè sopravvalutò il ruolo internazionale dell'Italia e l’interesse degli alleati nei confronti dell'Italia e
della sua collocazione postbellica. Gli alleati furono colti di sorpresa dalla caduta del fascismo, ma si
posero il problema di una possibile richiesta di pace separata da parte dell'Italia. Sia Churchill sia
Roosevelt erano vincolati dalla dichiarazione di Casablanca che imponeva una pace senza condizioni.
Tuttavia sia Churchill sia Roosevelt convennero circa l'opportunità di indurre gli italiani e uscire dal
conflitto per cui in un nuovo vertice, nell'agosto del 1943, Roosevelt e Churchill si riunirono a Québec
e approvarono un altro documento nel quale i due leader dell'Alleanza antinazista accennarono alla
possibilità di modificare il loro atteggiamento nei confronti dell'Italia, nel caso in cui l'Italia avesse
abbandonato la sua alleanza con la Germania e avesse dato il suo contributo allo sforzo militare
alleato. Aldilà di queste dichiarazioni di principio, sia Churchill che Roosevelt furono fermi nello
stabilire di affidare ai vertici militari il compito di gestire l'uscita dell'Italia dalla guerra. Gli alti vertici
militari sostanzialmente ipotizzano di concludere un armistizio, ragion per cui apportarono un
documento piuttosto generico che poteva essere firmato senza particolari timori dalle autorità
italiane, noto come armistizio corto che però rinviava a un secondo armistizio, il cosiddetto
armistizio lungo, le cui clausole severe imponevano la resa senza condizioni. Questa linea di
condotta accontentava sia gli inglesi, che volevano una pace punitiva nei confronti dell'Italia, ma
anche Eisenhower che vedeva in tal modo riconosciuta la centralità dei militari. Da parte dei vertici
militari si ipotizza la possibilità di un armistizio con l'Italia. Da parte del re Vittorio Emanuele III, di
fronte al silenzio londinese si ricorre a ulteriori iniziative per cercare di stabilire dei contatti con le
forze alleate e nell'agosto ‘43 Badoglio decide di inviare a Lisbona un suo rappresentante personale,
un diplomatico, il generale Giuseppe Castellano. Il re in via Castellano a Lisbona nel tentativo di
stabilire contatti con il comando alleato; dopo una serie di difficoltà di collegamento Castellano
riesce a incontrare i vertici alleati che ribadiscono che non esistevano margini di trattativa, l'unica
soluzione possibile era la soluzione armistiziale. Le autorità alleate fecero al generale Castellano
delle promesse, in particolare promisero alle autorità italiane un'operazione aviotrasportata nei
pressi di Roma, di supporto alle forze armate italiane. Tuttavia il governo italiano sopravvalutò la
promessa fatta dagli alleati e gli italiani si illusero che gli alleati avrebbero risolto ogni problema con
la loro forza e non approntarono nessuna misura di difesa contro l'attacco tedesco, conseguenziale
alla pubblicazione dell'armistizio (nel frattempo firmato il 3 settembre ‘43 a Cassibile e reso noto,
appunto, l'8 settembre). Gli italiani, sostanzialmente, erano convinti che lo sbarco alleato nell'Italia
meridionale fosse previsto per la seconda metà di settembre; invece, gli Anglo americani avevano
intenzione di sbarcare l'8 settembre e avevano taciuto la loro intenzione alle autorità italiane. Alla
vigilia dello sbarco, gli anglo-americani inviarono alcuni alti ufficiali a Roma per valutare l'entità del
contributo italiano alle operazioni e si resero conto che non avevano approntato nessuna difesa di
Roma. L'operazione viene così annullata. Il re si rende conto che nel giro di poche ore deve rendere
noto l'armistizio (già firmato il 3). Non si trovò altra soluzione se non la fuga del re da Roma e la cosa
poteva essere accettabile se il re avesse abbandonato l'Italia per garantire la continuità istituzionale,
ma è inconcepibile che a fuggire fosse anche il governo: quindi si ebbe uno sfaldamento non
dell'esercito italiano, ma lo sfaldamento delle strutture dello Stato italiano. L'esercito fu
abbandonato a sé stesso senza indicazioni, la corona era circondata da un discredito fortissimo, il

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suo potere era limitato alle stanze del Castello Svevo di Brindisi, dove si era rifugiato con la sua
famiglia e il governo.
Qual era l'atteggiamento degli anglo-americani nei confronti della monarchia? Gli inglesi
riconobbero in Vittorio Emanuele III e in Badoglio degli interlocutori per una ragione: essi, in quanto
avevano firmato l'armistizio, erano i garanti della pace punitiva. In effetti Badoglio è costretto a
firmare l'armistizio lungo a Malta il 29 settembre 1943 e dopo, il 13 ottobre 1943, l'Italia dichiara
guerra alla Germania. Questo perché nelle intenzioni della leadership conservatrice, attaccare la
Germania appariva come la realizzazione del rovesciamento di alleanze che avrebbe consentito
all'Italia di trovarsi dalla parte dei vincitori alla fine del conflitto. Però le ambizioni italiane erano in
netto contrasto con gli obiettivi degli anglo-americani, perché i militari sia inglesi che americani
volevano trarre il massimo profitto dalla collaborazione dell'Italia, quindi intendevano utilizzarne la
flotta, reperire manodopera, servirsi del contributo dei carabinieri, della burocrazia in generale per
avere retrovie sicure nel proseguimento delle operazioni belliche. Invece Churchill vedeva nell'Italia
una pedina da usare le sue rapporti con Roosevelt, una pedina che gli avrebbe consentito di salvare
la strategia mediterranea, particolarmente cara agli inglesi. Per Eisenhower, invece, l'Italia era
semplicemente quell'elemento che avrebbe consentito ad Eisenhower di conseguire un rapido
successo militare, per poi concentrarsi sullo sbarco in Normandia. I rapporti tra l'Italia e gli
angloamericani erano caratterizzati da forte ambiguità, ambiguità che fu sintetizzata
dall'espressione cobelligerante: l’Italia divenne cobelligerante, non poteva al rigore essere alleata
degli americani. Sostanzialmente l'Italia adesso combatteva contro i suoi ex alleati, al fianco dei suoi
ex nemici che avevano e mantenevano il potere di decidere della sua sorte. Nell'autunno 1943 gli
anglo-americani riescono a liberare buona parte dell'Italia meridionale. I tedeschi riescono a
contrapporre una valida resistenza, quindi lo slancio degli anglo-americani si arresta e la situazione
militare si stabilizza lungo la linea Gustav, che tagliava in due la penisola. Inizia, quindi, una guerra
di logoramento particolarmente lunga. Solo alla fine dell'aprile 1945 si giunge alla liberazione
completa della penisola.
Svanita la possibilità di liberare rapidamente l'Italia, agli anglo-americani si pongono problemi di
carattere politico: innanzitutto l'atteggiamento da tenere nei confronti del re e del governo
Badoglio. Gli americani volevano tenere il governo Badoglio sotto rigida tutela. Il reale potere
operante dell'Italia liberata era affidato alla commissione alleata di controllo. Gli americani volevano
mantenere il governo italiano sotto rigida tutela, invece gli inglesi vogliono mantenere in carica
Badoglio. Perché? Per preservare le strutture conservatrici dell'Italia? No, non volevano questo. Si
vuole mantenere Vittorio Emanuele III e Badoglio perché sono i garanti dell'armistizio, persone
deboli e compromesse costrette a portare a termine l'armistizio. L'atteggiamento di Roosevelt è più
complesso: non aveva simpatie per Vittorio Emanuele III né per Badoglio, ma era deciso a lasciare
l'incarico per impedire che eventualmente queste situazioni ostacolassero lo svolgimento delle
operazioni militari; ma non solo: Roosevelt riteneva che per il futuro dell'Italia fosse necessario
individuare altri interlocutori. Così il presidente americano, fin dal ‘39-’40, aveva inviato a Roma un
suo rappresentante personale, l'uomo d'affari Myron Taylor, che aveva incontrato i vertici della
diplomazia vaticana e gli esponenti dell'alto clero avevano espresso la loro posizione circa le le
prospettive politiche sociali dell'Italia. In particolare, avevano invitato il presidente Roosevelt a non
sostenere il movimento Italia Libera, capeggiato da Carlo Sforza: avevano motivato questa loro
ostilità perché, a dire loro, Carlo Sforza era anticlericale e soprattutto un rappresentante del
liberalismo prefascista, del vecchio liberalismo prefascista che non aveva contatti con la realtà.
Roosevelt accoglie queste raccomandazioni del clero? No. Nonostante ciò Roosevelt fa rientrare
Carlo Sforza in Italia nell'autunno 1943 perché Carlo Sforza collaborasse col governo Badoglio, ma
anche come dimostrazione dell'interesse americano a un'alternativa democratica al governo del re.

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Peraltro, tra la fine del ‘42 e la metà del ‘43, la situazione italiana agli occhi degli anglo-americani si
fa molto più complessa perché compaiono nuovi attori con cui interloquire: con l'acuirsi della crisi
del fascismo, i vecchi partiti antifascisti avevano ripreso a riorganizzarsi. Non ebbero nessun ruolo
nella caduta del fascismo, i vecchi partiti antifascisti durante i 45 giorni badogliani si erano
sostanzialmente limitati al rafforzamento delle loro strutture organizzative. Tuttavia l'8 settembre,
l’incapacità del re di garantire l'uscita del paese dalla guerra, l'occupazione di due terzi del territorio
italiano da parte tedesca, offrirono ai partiti antifascisti la possibilità di svolgere un ruolo centrale
nella liberazione della penisola e nella costituzione di una alternativa democratica per i futuri assetti
postbellici. In primo momento, tutti i partiti antifascisti si posero come obiettivo immediato
l'allontanamento di Vittorio Emanuele III e Badoglio e, ovviamente, la prosecuzione di una lotta
senza quartiere contro i nazifascisti. I partiti antifascisti ribadirono più volte la loro ostilità nei
confronti del re e in più di qualche circostanza insistettero presso i rappresentanti alleati in Italia per
far loro comprendere la necessità dell'allontanamento del re.
Come reagirono gli anglo-americani alle richieste antifasciste? Gli angloamericani ebbero
atteggiamenti in parte contraddittori.
- l'amministrazione Roosevelt, in linea di principio, non era contraria, anzi in più occasioni apparve
favorevole ad un radicale ricambio della leadership politica del regno del Sud;
- però questi aspirazioni di Roosevelt contrastavano con i programmi inglesi: Churchill non ne voleva
sapere di allontanare Vittorio Emanuele III e Badoglio; era deciso a mantenere al potere due
personalità note, ma soprattutto due personalità deboli che si erano fatte garanti dell'armistizio
ed erano ormai compromesse. Nell'opinione inglese avrebbero, infatti, accettato la pace punitiva.
D'altra parte però sia Vittorio Emanuele III che Badoglio si rendevano conto che, qualora avessero
voluto riacquistare autorevolezza presso l'opinione pubblica italiana, avrebbero dovuto cercare di
ottenere una qualche autonomia che Londra e Washington non intendevano in nessun modo
concedere. Gli americani avevano posto sotto rigida tutela il governo: il potere di fatto lo deteneva
la commissione centrale di controllo. Vittorio Emanuele III invia Renato Prunas in Unione Sovietica
perché vuole ottenere il riconoscimento ufficiale del governo Badoglio. Perché ricorre a questo
escamotage? Il re è convinto che una qualsiasi concessione fatta dall'Unione Sovietica avrebbe
costretto gli angloamericani a fare altrettanto. Le forze conservatrici italiane si rendono conto del
carattere contingente della grande alleanza tra anglo-americani e Unione Sovietica.
Nel marzo ‘44 l’Unione Sovietica riconosce ufficialmente il regno del Sud; strettamente legato a
questo riconoscimento è il rientro in patria di Palmiro Togliatti. Rientrato Palmiro Togliatti, si realizza
quella che alcuni storici hanno definito la svolta di Salerno. Quando Palmiro Togliatti torna in patria
manifesta il suo intento di collaborare con il governo Badoglio, nella misura in cui questo avesse
accettato di proseguire la lotta senza quartiere contro i nazifascisti. Questa soluzione in una
prospettiva di breve periodo sembrò rafforzare monarchia e governo, ma in una prospettiva di lungo
periodo rafforzò il Partito Comunista Italiano e l'Unione Sovietica perché il Partito Comunista
Italiano si presentava come un partito moderato patriottico e che si candidava a diventare forza di
governo accantonando le sue velleità rivoluzionarie. Questa soluzione rafforzava l'Unione Sovietica
perché riconosceva la presenza ufficiale dell'Unione Sovietica in Italia, che poteva contare sulla
presenza del Partito Comunista. Ci sono già le avvisaglie di quella che si paleserà come guerra fredda.
Per esempio se la Russia liberava la Polonia, quest'ultima rientrava nella sfera di influenza Sovietica;
allo stesso modo se gli americani avevano liberato l'Italia, l'Italia doveva rientrare nella sfera di
influenza americana. Ma questo riconoscimento del regno del sud da parte dell’Unione Sovietica
sanciva ufficialmente la presenza dell'Unione Sovietica in Italia. Accade, quindi, che gli anglo-
americani cercano di correre ai ripari: congedano Vittorio Emanuele III e si stabilisce che la
luogotenenza passerà a suo figlio Umberto. Nell'aprile ‘44, gli anglo-americani consentono la

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formazione di un nuovo governo presieduto Da Badoglio, ma con la partecipazione di tutti i partiti
antifascisti:
- il Partito Comunista Italiano;
- il Partito Socialista italiano di unità proletaria;
- la Democrazia Cristiana;
- il Partito liberale italiano;
- il Partito d'azione e
- il Partito Democratico del lavoro.
Il nuovo governo Badoglio, entrato in carica nell'aprile ‘44, rimarrà attivo fino all’8 giugno ‘44:
l'evoluzione della situazione militare, poi, determinerà nuove scelte istituzionali

23/04/18

L'8 settembre è una data periodizzante: assistiamo non solo allo sfaldamento dell'esercito, ma anche
allo sfaldamento delle strutture dello stato italiano. Di fronte all'aggressione delle truppe tedesche
dopo la pubblicazione dell'armistizio, il sovrano abbandona la capitale lasciandola priva di
protezione e trova Rifugio nell'Italia meridionale, liberata dalle truppe anglo-americane, a Brindisi.
Il prestigio della corona è fortemente compromesso e l'autorevolezza del governo Badoglio è
limitata alle poche stanze del Castello Svevo di Brindisi. Qual è l'atteggiamento degli anglo-americani
nei confronti del governo e del re? Sia i militari sia gli esponenti politici americani volevano sfruttare,
trarre il massimo vantaggio da una resa incondizionata dell'Italia. Badoglio alla fine di settembre, il
29 settembre 1943, deve firmare a Malta il lungo armistizio: le autorità anglo-americane avevano
sottoposto dapprima un documento che si poteva firmare senza timori, il cosiddetto armistizio
corto, che però rinviava al lungo armistizio che imponeva la resa senza condizioni, una pace
fortemente punitiva per l'Italia. Dopo il lungo armistizio l'Italia nell’ottobre ‘43 dichiara guerra ai
tedeschi e questo secondo Vittorio Emanuele III altro non era se non la premessa di un tentativo che
avrebbe dovuto collocare l'Italia tra i vincitori. In realtà le aspirazioni italiane contrastavano
fortemente con la strategia alleata: gli anglo-americani volevano usare la flotta, la nostra burocrazia
(o almeno ciò che ancora ne rimaneva), le attività delle forze di pubblica sicurezza, dei carabinieri,
garanzia di ristabilimento dell'ordine, della legalità, soprattutto nelle retrovie per poter continuare
a combattere contro i tedeschi. Roosevelt invece considerava l'Italia in modo strumentale: l'Italia
era una pedina nei suoi rapporti con Churchill che gli avrebbe consentito di proseguire nella strategia
mediterranea, tanto cara agli inglesi. Roosevelt considera significativa la campagna d'Italia perché
avrebbe consentito ad Eisenhower di conseguire un rapido successo in Italia per poi concentrarsi
sullo sbarco in Normandia.
I rapporti tra l'Italia e gli alleati erano segnati da forte ambiguità, sintetizzate dall'espressione
cobelligeranza: l'Italia combatteva contro i suoi ex alleati (cioè la Germania) al fianco dei suoi ex

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nemici. Questa partecipazione così ambigua fu definita cobelligeranza: gli alleati non osavano
chiamarci alleati, ma cobelligeranti per poter accettare il contributo militare italiano. I tedeschi,
nonostante la defezione italiana, nell'autunno ‘43 contrappongono una valida resistenza agli alleati:
viene meno la possibilità di liberare rapidamente l'Italia; la situazione si stabilizza lungo la linea
Gustav che tagliava a metà la penisola. La piena liberazione dell'Italia si avrà solo nell'aprile 1945. Il
fallimento della possibilità di liberare rapidamente l'Italia pone gli anglo-americani di fronte a
problemi politico-istituzionali: essi dovevano interagire con due figure istituzionali, il re e Badoglio.
I militari intendevano trarre il massimo vantaggio dal contribuito italiano, ma non intendevano
assolutamente concedere alcuna autonomia al governo Badoglio. Infatti gli alleati posero il governo
Badoglio sotto una rigida tutela e il reale potere fu affidato alla commissione alleata di controllo.
Churchill era fermamente deciso a mantenere in carica il governo Badoglio e vedeva in Vittorio
Emanuele un interlocutore per preservare le due figure istituzionali firmatarie del lungo armistizio,
garanti di una pace punitiva che avrebbe consentito a Churchill di proseguire la sua strategia nel
mediterraneo. Roosevelt non aveva nessuna simpatia per le forze moderate italiane, nessuna stima
per il re né per Badoglio. Tuttavia si asteneva da compiere iniziative che li avrebbero danneggiati
perché non voleva che la questione istituzionale italiana fosse un problema per i militari che
dovevano impostare una strategia per completare la campagna in Italia. Roosevelt aveva comunque
pensato a un radicale ricambio della leadership italiana: nel ‘43 Roosevelt decide di far rientrare in
Italia Carlo Sforza affinché collaborasse con il governo Badoglio, ma anche a dimostrazione
dell'interesse americano per un alternativa democratica al governo del re. D'altra parte nella
autunno 43 gli angoli americani devono interagire con nuovi attori che si impongono sulla scena
politica italiana: sono i vecchi partiti antifascisti che con l'aggravarsi della crisi del fascismo si erano
più organizzati. Non ebbero nessun ruolo nel rovesciamento del fascismo e tuttavia l'8 settembre,
l'occupazione di due terzi del suolo italiano da parte dei tedeschi, lo schieramento del sud al fianco
degli alleati offrirono ai partiti antifascisti la possibilità di svolgere un ruolo attivo nella liberazione
del paese e nella costituzione di un’alternativa democratica. L'obiettivo che partiti antifascisti fin da
subito si posero fu allontanare il re e Badoglio dal potere e contemporaneamente continuare la lotta
senza quartiere contro i tedeschi. Essi ribadirono, testimoniarono la loro ostilità nei confronti del re
e di Badoglio e insistettero presso i rappresentanti alleati in Italia per una alternativa democratica.
Lo stesso Carlo Sforza, rientrato a Napoli nel ‘43, contattò i vertici politici e militari americani e
insistette per ottenere l'allontanamento del re e di Badoglio. L’atteggiamento degli anglo-americani
fu piuttosto contraddittorio: l'amministrazione americana era favorevole a un radicale ricambio
della leadership conservatrice però le aspirazioni di Roosevelt contrastavano con il fermo
atteggiamento del governo britannico, deciso a mantenere al potere il re e Badoglio. Accade che lo
stesso governo Badoglio, ma anche il re Vittorio Emanuele III si rendono conto che se si intendeva
recuperare autorevolezza, credibilità era necessario recuperare un margine di autonomia rispetto
all'amministrazione alleata, la commissione alleata di controllo. Però da parte delle istituzioni
italiane si era consapevoli che da parte americana era complesso concedere questa autonomia per
la ferma opposizione inglese. Non potendo ottenere l'autonomia presso le potenze occidentali, il
governo Badoglio cerca di ottenerla dall'Unione sovietica. Il diplomatico Prunas viene spedito in
Unione Sovietica, sono attivati dei canali diplomatici. Prunas incontra Vishinskij nella primavera del
‘44: l'Unione Sovietica riconosce ufficialmente il regno del sud, ciò che in una prospettiva di breve
periodo sembra rafforzare sia il governo Badoglio sia il re: entrambi pensavano che il riconoscimento
potesse rappresentare uno strumento per chiedere ed ottenere il riconoscimento anche da parte
delle potenze occidentali. La svolta di Salerno, che si attua con il rientro di Palmiro Togliatti dall'esilio
in Unione Sovietica, rafforza la posizione del Partito Comunista e dell'Unione sovietica. Tornando in
Italia, Palmiro Togliatti affermò che il Partito Comunista Italiano avrebbe collaborato con il governo

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Badoglio nella misura in cui il governo avesse proseguito la lotta senza quartiere contro i tedeschi.
Ottenere la collaborazione di Palmiro Togliatti e del Partito Comunista Italiano significava rafforzarsi
per il governo del sud. La svolta rafforzò in realtà il Partito Comunista Italiano e avvantaggiò l'Unione
Sovietica:
- rafforzò il partito comunista perché adesso il Partito Comunista si propone come partito
patriottico moderato, che accantona le velleità rivoluzionarie e si preoccupa della liberazione del
paese dalle truppe nazifasciste e quindi si candida a diventare forza di governo.
- avvantaggiò anche l'Unione Sovietica perché questa vedeva riconosciuta ufficialmente la
propria presenza nella penisola italiana e poteva contare su un diverso appoggio del Partito
Comunista Italiano che si candidava a diventare forza di governo.
Gli alleati, resisi conto di ciò (di aver fatto un vero auto-goal), corsero subito ai ripari e allontanano
Vittorio Emanuele dal potere e designano nella figura del Principe Umberto il luogotenente dopo la
liberazione di Roma. Acconsentirono alla formazione di un nuovo governo formato dai partiti
antifascisti: è tuttavia un governo sempre presieduto da Badoglio. Questa soluzione, quindi un
governo Badoglio aperto alla partecipazione dei partiti antifascisti, non dispiace a Londra. Perché
veniva preservata la figura di Badoglio e nemmeno a Washington perché appariva come un primo
passo per la graduale democratizzazione del sistema politico italiano. Però questo equilibrio, nato
dalla svolta di Salerno, non era destinato a reggere a lungo: nell'estate del ‘44 le vicende militari
portano ala liberazione prima di Roma e quindi di Firenze, anche se poi tra settembre e ottobre
l'avanzata anglo-americana si arresta nuovamente lungo la linea gotica.
Dopo la liberazione di Roma il Comitato di Liberazione Nazionale chiede con fermezza la costituzione
di un nuovo governo la cui cifra fosse decisamente antifascista. Chiedevano le dimissioni di Badoglio
e la costituzione di un nuovo governo marcatamente antifascista. Sono avviate trattative e dopo
difficili e lunghi scambi dialettici, si trovò una soluzione che portò a conferire l'incarico di formare il
governo a Ivanoe Bonomi, leader di Democrazia del Lavoro, quindi un liberale. Nasce un governo
formato dei partiti antifascisti, ma presieduto da un moderato del mondo politico prefascista e
leader di Democrazia del Lavoro. In cambio il Comitato di Liberazione Nazionale si impegnava a
rispettare le clausole armistiziali e a congelare la questione istituzionale. In sostanza si accettava di
risolvere la questione istituzionale alla fine del conflitto. Sarà lo stesso governo Bonomi ad emettere
il decreto legge 151 in cui si stabiliva che fosse diritto del popolo italiano scegliere il regime che
avrebbe governato il paese. Il popolo italiano doveva scegliere tra monarchia e repubblica. Questo
compromesso dimostrava come agli alleati importasse che la questione della situazione istituzionale
italiana non diventasse fonte di problemi per coloro che dovevano stabilire le scelte strategiche per
continuare la campagna in Italia.
Come viene accolto a Washington il nuovo governo di Bonomi? A Washington si guarda con favore
a questo governo perché garantiva un'apertura democratica e poteva condurlo sulla strada di una
graduale democratizzazione. L'allontanamento di Badoglio a Londra fu considerato invece con
dispiacere: Churchill si vede sfuggire di mano la figura debole, compromessa che aveva firmato il
lungo armistizio.
Intanto, siamo nell'estate ‘43 e la Resistenza italiana intensifica la sua attività in tutta l'Italia
settentrionale, liberando intere zone e formando repubbliche partigiane. Quali furono i rapporti tra
gli alleati e partigiani? Questi rapporti non furono sempre chiari. Da parte anglo-americana non c'era
una strategia, una politica che regolasse i rapporti con la resistenza. Gli alleati pragmaticamente
accettavano la collaborazione della Resistenza se questa si limitava a precisi aspetti: i partigiani
dovevano limitarsi al sabotaggio, alla raccolta di informazioni, a fornire aiuto ai prigionieri alleati
riusciti a fuggire. Invece scarsa simpatia incontrava la propensione delle forze partigiane ad
ingaggiare combattimenti in campo aperto e formare aree liberate: questa strategia contrastava con

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i vertici militari alleati, secondo cui la resistenza doveva rimanere un elemento ausiliario della
strategia alleata e ad esso fortemente subordinato. Gli alleati accettarono la collaborazione dei
Partigiani nella misura in cui la resistenza offrì il ripristino dell'ordine, della legalità, dei servizi
essenziali che potessero garantire la prosecuzione del conflitto e retrovie sicure. Questa
collaborazione che si stabilisce tra gli alleati occidentali e la Resistenza italiana però non comportava
distrazione o disattenzione degli alleati nei confronti dell'evoluzione politica italiana. Da parte degli
anglo-americani, ma soprattutto degli inglesi, c'era una forte preoccupazione per il ruolo sempre più
egemone che svolgeva il Partito Comunista nella Resistenza e nelle aree liberate del paese e da parte
delle autorità americane operanti in Italia più volte si sollecitò i rispettivi governi inglese e americano
a che si supportassero le forze moderate e conservatrici italiane. Queste sollecitazioni fecero breccia
presso Churchill, fortemente preoccupato che l'Unione Sovietica, attraverso l'armata rossa in
maniera diretta e attraverso i partiti comunisti in maniera indiretta, potesse svolgere un ruolo
egemone in Europa. Churchill viene a Roma nel giugno ‘44 e i suoi timori trovano conferma. Cosa
fare? Come operare per rafforzare le forze moderate in Italia? Londra non poteva aiutare
economicamente l'Italia. L'unico modo era quello di ammorbidire le clausole armistiziali. Churchill
incontrò Roosevelt nel ‘44 e insieme decidono di ammorbidire i termini dell' armistizio. Infatti
stabiliscono di accogliere sia a Washington sia a Londra rappresentanti diplomatici italiani. La
commissione alleata di controllo diviene semplicemente commissione alleata. Queste decisioni
adottate dagli occidentali ebbero delle ricadute sull'opinione pubblica italiana: buona parte
l'opinione pubblica italiana cominciò a guardare agli Stati Uniti come l'interlocutore privilegiato su
cui contare per risolvere i drammatici problemi economico-sociali dell'Italia. D'altra parte, questo
convincimento dell'opinione pubblica italiana trovò riscontro nell'atteggiamento dei dirigenti
americani che non mancavano di accentuare la differenza tra la loro posizione e quella inglese. Una
frattura profonda tra inglesi e americani emerse in occasione della crisi del governo Bonomi
dell'autunno ‘44: entra in crisi perché c'è un contrasto profondo sulla questione istituzionale e sul
tema dell’epurazione tra la componente moderata, facente capo a Bonomi, e gli orientamenti più
aperti dei partiti antifascisti. Ivanoe Bonomi rassegna le dimissioni. Dopo, da parte dei partiti di
sinistra si propose come futuro Presidente del Consiglio Carlo Sforza, ma vi fu un forte veto da parte
degli inglesi che non accettarono Carlo Sforza e non lo vogliono nemmeno come potenziare ministro
degli esteri.
La crisi ministeriale fu risolta con un nuovo compromesso tra i partiti antifascisti che optarono per il
terzo governo Bonomi con la partecipazione di tutti i partiti antifascisti. Sembrò che il veto inglese
avesse funzionato, ma in realtà non fu così. Subito dopo la costituzione del governo, il segretario di
stato americano Edward Stettinius condanna apertamente l’ingerenza inglese e affermò che era
diritto del popolo italiano decidere sul futuro dei suoi assetti istituzionali e che nessuna potenza
poteva intervenire delle dinamiche politiche interne all’Italia. Il veto inglese fu l'ultimo tentativo di
esercitare un controllo sulle vicende italiane, di esercitare una direzione sulle dinamiche politiche
italiane.
Il periodo dall'autunno ‘44 alla primavera ‘45 vide un alternarsi di alti e bassi nei rapporti tra alleati
e Resistenza italiana. Nell'autunno ‘44 abbiamo il cosiddetto proclama Alexander: il generale
Alexander invitava i Partigiani a sospendere le attività e ad aspettare la primavera per la ripresa della
lotta. Da parte dei Partigiani di sinistra si considerò un tentativo di bloccare la portata rivoluzionaria
dell'opposizione al fascismo. In realtà il programma rispondeva alla logica di un militare di
professione che riteneva la lotta partigiana un elemento ausiliario e che dovesse essere
strettamente subordinato alla strategia militare alleata, che il 25 aprile ‘45 porta alla Liberazione e
alla fine della seconda guerra mondiale.

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Si apre per l'Italia una nuova pagina della sua storia che la porterà a una scelta tra due modelli non
solo politici, ma anche culturali:
- il modello capitalista borghese, fondato sulla libera iniziativa e
- il modello collettivistico, del partito unico, dell'intervento dello Stato in economia, non fondato
sull'etica individualista, ma su quella collettivistica.

Si definisce guerra fredda il rapporto tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica tra il ‘45 e l’ ‘89 (anche se
di fatto nell'89 la guerra fredda non è finita come dimostrano le vicende odierne). La analizziamo
partendo dalla conferenza di Yalta del febbraio ‘45: quella di Yalta è una data periodizzante che
segna il passaggio dal multilateralismo al bipolarismo. Era ormai chiaro che la sconfitta della
Germania era questione di poco tempo. Gli alleati dovevano assumersi la responsabilità della fine
della guerra in Europa per concentrarsi nella lotta contro il Giappone. A Yalta i tre grandi
dell'Alleanza antinazista cominciano a definire i futuri assetti del mondo alla fine della guerra. Uno
dei problemi più significativi è quello tedesco: cosa fare della Germania? Già alla conferenza di
Teheran del ‘43 si erano manifestate ipotesi di uno smembramento della Germania e della cessione
di gran parte del territorio orientale all'Unione Sovietica e alla Polonia. Ora a Yalta bisognava stabilire
se confermare quel progetto, se imporre riparazioni di guerra alla Germania e se gli alleati dovessero
occuparne il territorio.
27/04/18

La guerra fredda, uno degli aspetti più importanti del sistema internazionale, è quel conflitto politico,
ideologico e militare che caratterizza i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica dal 1945 fino all'89
almeno. Data periodizzante per l'avvio della guerra fredda è il febbraio 1945, quando i tre grandi
dell'Alleanza antinazista Churchill, Roosevelt e Stalin si riuniscono a Yalta per prendere accordi circa
la futura sistemazione del mondo dopo che la Germania si fosse arresa. È una conferenza
significativa perché essa segna l’avvio di un passaggio dal sistema multipolare al sistema bipolare.
Questo vertice si tenne dal 14 al 11 febbraio ‘45.
Su quali tematiche si confrontarono? Uno dei problemi più urgenti era il futuro della Germania, una
volta arresasi senza condizioni. Nella precedente conferenza di Teheran, dell'autunno ‘43, il
problema tedesco era stato preso in considerazione: in quella sede fu proposta in maniera informale
la tesi dello smembramento della Germania e la cessione di buona parte del suo territorio orientale
a Polonia e Unione Sovietica. A Yalta si trattava di affrontare e di stabilire diversi aspetti:
- bisognava vedere se confermare quel progetto abbozzato a Teheran, che
prevedeva definitivamente la scomparsa della Germania;
- bisognava decidere se la Germania dovesse pagare riparazioni di guerra; -
bisognava decidere se i vincitori dovessero occupare il territorio tedesco.
Il primo problema non ricevette soluzione definitiva, perché i tre grandi discussero per alcuni giorni
senza trovare una via d'uscita risolutiva; trovarono un compromesso facendo una distinzione tra il
concetto di divisione e di smembramento: accantonarono il concetto di smembramento e parlarono
di divisione della Germania in 4 zone, occupate da Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica e
Francia. In quella fase Roosevelt riteneva che solo lo smembramento totale della Germania
rappresentasse una garanzia contro la rinascita del pericolo tedesco. Però sia Roosevelt sia Stalin
dissentivano per ragioni diverse: per Stalin la soluzione del problema tedesco significava poter
accedere alle risorse della Ruhr. Stalin temeva un'alleanza tra la Germania occidentale e gli Stati
Uniti, un'alleanza che avrebbe potuto portare alla guerra contro l'Unione Sovietica. La posizione di
Churchill era diversa da quella di Roosevelt e Stalin: Churchill in linea di principio non era contrario

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allo smembramento della Germania, ma riteneva che il metodo di delimitazione delle frontiere fosse
troppo complesso per poter essere affrontato all'interno di un vertice. Riteneva che il compito di
individuare le frontiere dovesse essere di un comitato incaricato di ricerche etnografiche, storiche,
economiche alla luce delle quali sarebbe stato possibile dividere e delimitare queste frontiere. I tre
grandi discussero per alcuni giorni e trovarono un compromesso, distinguendo il concetto di
divisione e di smembramento: fu accantonata l'idea dello smembramento e si parlò di divisione della
Germania in 4 zone di influenza, affidate agli alleati occidentali e all' Unione Sovietica. Non fu
nemmeno affrontata la gestione del collegamento tra le quattro zone di occupazione, problema
rinviato a dopo l'armistizio. Fu, invece, affrontata subito la questione delle riparazioni di guerra.
Roosevelt era attento al problema, ma riteneva che non ci si poteva porre sulla strada del mio 1919,
quando alla Germania fu imposto il pagamento di un enorme somma di marchi oro, ciò che aveva
provocato un forte revanscismo e spianato la strada alla presa del potere da parte di Hitler. I sovietici
avevano le loro esigenze e intendevano far pagare alla Germania i costi della ricostruzione: il
problema del reperimento del capitale per la ricostruzione era così drammatico che i sovietici non
potevano non fare affidamento sul contributo tedesco, in valuta o in natura. Churchill dal canto suo
credeva che la Germania non fosse in grado di pagare e Stalin aveva individuato l'escamotage per
farla pagare comunque, e cioè prelevare dal territorio tedesco impianti industriali e materie prime
e trasferirli nei paesi vittime dell’aggressione nazista. Comunque non vi fu opposizione al principio
secondo cui la Germania dovesse pagare delle riparazioni: si stabilì una cifra di 20 miliardi di dollari
di riparazioni, anche se Churchill non volle che si parlasse di una data limite per il pagamento. Né a
Yalta si parla del destino di Berlino, che presumibilmente sarebbe rimasta nell'area di influenza
sovietica.
Emergevano diversi elementi di difficoltà nel rapporto tra i tre grandi dell'Alleanza antinazista.
Nonostante queste difficoltà essi dicono di voler continuare sulla strada della collaborazione, del
compromesso. In realtà i mesi tra febbraio e maggio ‘45 sono mesi particolarmente difficili nei
rapporti tra i 3: anzitutto ci fu la polemica durissima circa i tentativi tedeschi di operare una pace
separata in occidente o quantomeno in Italia e ciò allettava gli occidentali in quanto una transizione
diretta nelle mani degli occidentali avrebbe consentito una transizione tranquilla che impedisse la
distruzione di impianti industriali; avrebbe tolto alla resistenza italiana gli allori di una vittoria sul
nazismo. Appariva come la garanzia migliore contro la minaccia del pericolo comunista in Italia. Da
parte tedesca, invece, la proposta di una pace separata si configurava come l'espressione della
volontà di separare gli alleati occidentali dall'Unione Sovietica, magari fino a giungere a improbabili
e inattesi rovesciamenti di alleanze. Erano delle illusioni da parte dei tedeschi però probabilmente
non del tutto prive di fondamento perché i governi alleati non avvertirono immediatamente Mosca
della proposta di una pace separata, inducendo Stalin a pensare che vi fosse un segreto disegno di
pace separata, vista la disponibilità dei servizi segreti alleati di trattare con i tedeschi. Dalle fonti
emerge che fu un incidente diplomatico iniziato a Yalta e chiarito solo ad aprile che dava la misura
delle difficoltà crescenti nei rapporti tra Unione Sovietica e anglo-americani.
Un altro momento difficoltà è la morte di Roosevelt, il 12 aprile del ‘45. La sua visione del mondo
però non sarebbe andata persa con lui. Roosevelt all'inizio della guerra aveva pensato che la fine
vittoriosa del conflitto dovesse portare a un nuovo ordine globale e a una collaborazione tra le
maggiori potenze. Il suo successore, Truman, avrebbe continuato nella politica del suo
predecessore, ma con uno stile completamente diverso: lo stile di Roosevelt era più asciutto, più
diretto; con Truman sarebbe venuta meno la propensione a risolvere i conflitti politici sul piano delle
buone relazioni personali. Il primo saggio di ciò si ebbe nella conferenza di San Francisco, il 25 aprile
‘45. Stalin aveva deciso di inviare a questo vertice una delegazione di alto profilo, guidata da
Molotov, che chiese di essere ricevuto da Truman e recò a Truman i sentimenti di Stalin che

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probabilmente aveva appreso con sincero dolore della morte di Roosevelt e poi disse che era
intenzione dei sovietici continuare sulla strada della collaborazione. Truman ribatté in modo poco
diplomatico: il presupposto della collaborazione era il rispetto delle deliberazioni adottate a Yalta
che i sovietici non sembravano prendere sul serio. Intanto nell'aprile ‘45 la guerra in Europa volge al
termine. Hitler si toglie la vita il 30 Aprile, dopo aver appreso della fucilazione di Mussolini a Dongo.
Il potere viene assunto dalle forze armate. Non c’è nessun rovesciamento di alleanze. I sovietici e gli
americani si incontrano a Turgot. Eisenhower fece rallentare la marcia ai suoi. L'ammiraglio tedesco
Döniz divenne primo ministro; qualora questi avessi nutrito illusioni circa l'inevitabilità della resa
incondizionata, l'incontro con Eisenhower gli tolse ogni dubbio. La Germania, come l'Italia, fu
costretta a firmare una resa senza condizioni.
La fine della guerra in Europa (ma la guerra continua sul fronte orientale) non risolve i problemi
politici, anzi si ripresentano semmai in forma ancora più aggravata alla conferenza di Potsdam del
luglio ‘45. Questa conferenza si svolge dal 17 luglio al 2 agosto e fu uno dei vertici interalleati più
lunghi. I tre grandi cercarono di perfezionare gli accordi di Yalta. Potsdam è sicuramente una delle
più lunghe conferenze interalleate e il suo andamento fu caratterizzato dalla situazione nuova in cui
si trovavano i protagonisti; solo Stalin partecipò alla conferenza dall'inizio alla fine dei lavori. Truman
era nuovo a queste esperienze, non aveva ancora maturato una certa confidenza con Churchill e
nutriva una diffidenza profonda nei confronti di Stalin. Sul tappeto c'erano questioni territoriali,
amministrative e finanziarie:
- territoriali: si decide di confermare la divisione della Germania in 4 zone di influenza. Berlino
sarebbe rimasta nella zona di occupazione Sovietica, ma sarebbe stata divisa in quattro zone di
occupazione a sua volta. Rimaneva da definire sul piano tecnico-pratico il problema della libertà di
comunicazione tra Berlino e le zone di occupazione non sovietiche.
-amministrative-finanziarie: le riparazioni. Truman fu molto più deciso di Roosvelt nel rifiutare
soluzioni che spingessero la Germania in una condizione di indigenza tale da portarla tra le braccia
dei sovietici. Quindi Churchill fu più fermo nella sua ostilità rispetto alle tesi sovietiche, che
prevedevano il pagamento di 20 miliardi di dollari, metà dei quali all'Unione sovietica.
I sovietici si trovarono di fronte a una posizione anglo-americana comune, cioè non più due posizioni
diverse come era accaduto a Yalta. Il presidente americano durante la conferenza mostrò una certa
impazienza di rientrare in patria, dove la nuova situazione determinata dall'attacco al Giappone
previsto i primi di agosto, la novità della problematica resa giapponese dopo l'atomica, richiedeva
la presenza del presidente in patria. Subito dopo la resa della Germania, Truman aveva inviato un
severo monito ai giapponesi, imponendo loro di arrendersi; alcuni collaboratori gli avevano
suggerito di precisare che la resa non avrebbe significato la fine della dinastia imperiale. Truman
non vuole ascoltare i suggerimenti dei collaboratori e le sue parole caddero nel vuoto. In realtà
l'establishment americano era consapevole del carattere divino dell'imperatore giapponese.
All'interno della dirigenza americana riprese il confronto per trovare il modo con cui chiedere ai
giapponesi di arrendersi: era necessario salvare il principio della resa senza condizioni, sacrificato
nei fatti, con l'introduzione nell’armistizio di espressioni che garantissero la continuità del potere
imperiale. Truman si doveva rivolgere ai giapponesi senza contraddirsi e quindi venne redatto un
nuovo messaggio (comunque aspro e ultimativo) e soprattutto non era contenuta nessuna
indicazione circa il futuro della dinastia imperiale giapponese. L'imperatore Hirohito non aveva
nascosto la volontà di giungere alla pace, poteva quindi aprire la strada alla pace, ma le parole di
Truman apparvero come inutile propaganda. La dichiarazione di Posdam, giunta a Tokyo fu rigettata:
gli americani usano l'atomica per giungere rapidamente alla fine del conflitto. Truman sentiva il peso
delle responsabilità che si era assunto dopo l'uso dell'atomica, disse che gli stessi giapponesi non
avevano risparmiato al loro popolo l'ecatombe, respingendo la proposta di pare di Posdam.

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L'armistizio viene firmato a Tokyo nel settembre ‘45 e si chiude la seconda guerra mondiale. Con
questo conflitto viene definitivamente liquidato il nazifascismo perché trionfano le democrazie;
però per questa vittoria era stato pagato un prezzo molto alto: innanzitutto la Germania aveva perso
la sua unità statale, la Francia e la Gran Bretagna perdono i loro imperi coloniali ed escono
estremamente indebolite dal conflitto: non potevano più fregiarsi dello status di grandi potenze. Sul
proscenio internazionale si affermano due superpotenze extra-europee: gli Stati Uniti e l'Unione
Sovietica. L'espressione superpotenza entrò in uso in quegli anni per designare degli Stati che
godevano di potenza economica e demografica almeno semicontinentale.
Come si presentano?
- Stati Uniti: sono la maggior potenza commerciale del globo, tanto che la produzione di merce
negli Stati Uniti era pari a 1/3 di quella mondiale. Rinasceva il concetto di stile di vita americano, di
sogno americano. Ricostruire significava affidarsi alla potenza economica e militare degli Stati Uniti.
- Unione Sovietica: la guerra aveva rappresentato un regresso di un decennio. Il 50% degli
impianti erano stati distrutti, 1700 città devastate. Nonostante la povertà, incombeva minacciosa
sull’Europa centrale. L'Unione Sovietica era un'area immensa, apparentemente omogenea o resa
omogenea attraverso l'uso del terrore.
Nel sistema internazionale si verifica una rivoluzione: il centro delle potenze internazionali viene
spostato fuori dall'Europa, negli Stati Uniti e nell'Unione Sovietica. Sta per nascere quello che
comunemente è stato definito un sistema bipolare; non sarebbe stato affatto semplice e indolore:
le altre potenze dovevano accettare la loro decadenza e gli Stati Uniti accettare la presenza di un
antagonista a livello mondiale. Gli Stati Uniti, soprattutto, erano i paladini di pluralismo politico,
della democrazia liberale, della libertà fondata sull'etica individualista. I sovietici, invece, erano
portatori del modello collettivista, fondato sul partito unico e sulla programmazione economica
dello stato, un'etica anticapitalista e anti individualista.
Questa profonda differenza nel concepire le trasformazioni politiche e sociali portò alla rigida
contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. In sostanza, viene meno la speranza di realizzare
quell’incontro di civiltà, il socialismo e la democrazia, che molti antifascisti avevano intravisto
nell'alleanza Russo-occidentale.
Il 1946 è un anno significativo per ciò che riguarda la definizione della politica dei blocchi: in effetti
dal gennaio ‘46 al marzo ‘46 fu un susseguirsi di momenti critici, perché ai primi di gennaio il
presidente Truman venne a conoscenza del cosiddetto Rapporto Ethridge che era stato redatto da
uno storico di Princeton, Cyril Black,e da un giornalista di convinzioni liberali Mark Ethridge, due
figure inviate nei paesi sotto l'influenza Sovietica dal segretario di stato americano. Costoro di
ritorno dalla loro missione segreta avevano redatto un documento alquanto allarmistico, in cui
affermavano essere estremamente illusorio il voler proseguire nella ricerca di una politica di
compromesso con i sovietici, perché questi si stavano comportando come una potenza imperialistica
della peggior specie. Truman lesse il rapporto e decise di compiere una sterzata: scrisse una lettera
al segretario di stato con tutti i suoi risentimenti: Non credo che dobbiamo continuare a seguire la
linea del compromesso e chiude con Sono stanco di coccolare i sovietici. Probabilmente questa
lettera fu il frutto di un momento di malumore, ma la lettera di Truman del 5 gennaio ‘46 fu seguita
da una serie di avvenimenti che davano il senso della nuova situazione che stava determinandosi.
Il secondo momento di crisi si verifica nel febbraio ‘46: in Unione Sovietica si tengono le lezioni per
il soviet supremo. Nella campagna elettorale tutti i principali esponenti del PCUS tengono i loro
discorsi; Stalin tiene il suo discorso al teatro Bolshoi che ripercorre la Seconda Guerra Mondiale e
sostiene che la vittoria era stata conseguita soprattutto grazie ai sacrifici dei sovietici. Si parla
dell'obiettivo della ricostruzione, i tre piani quinquennali consecutivi fino al ‘61 in cui l’Unione
Sovietica avrebbe dovuto recuperare tutto il suo potenziale industriale. In questo suo discorso tornò

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sul tema dei rapporti tra comunismo e capitalismo: affermò che la guerra era stata provocata dal
diverso grado di sviluppo delle potenze capitalistiche; la guerra avrebbe potuto essere evitata se si
fosse dato corso a una periodica redistribuzione dei mercati e delle materie prime tra le economie
capitalistiche. Sono principi in contrasto con l'esistenza stessa del capitalismo. Stalin voleva dire che
solo una trasformazione economica mondiale avrebbe potuto evitare nuove guerre, inevitabili se il
capitalismo fosse sopravvissuto. Alla lunga il sistema capitalistico e il comunismo erano
incompatibili. Il suo discorso, e soprattutto l'esplicito riferimento alla inevitabilità del conflitto,
suscitò fortissime perplessità perché non si poteva disgiungerlo dall'attività che i partiti comunisti
svolgevano nei paesi in cui erano presenti, un'attività ambigua, ma sempre appoggiata da molti.
A queste preoccupazioni diede voce Churchill: gli occidentali, americani e inglesi, avevano più di
qualche motivo per riflettere sui reali obiettivi dell'Unione Sovietica. Churchill era in visita privata
nel febbraio ‘46 negli Stati Uniti; in quella fase non ricopriva nessuna carica di governo, ma
comunque rappresentava il leader della resistenza antinazista. Viene invitato a tenere un discorso a
Fulton, in Missouri, la terra di Truman. Churchill scrisse il suo discorso, ne diede copia ai membri
dello staff di Truman e fu quello l’intervento in cui Churchill parlò della cortina di ferro calata
sull'Europa da Stettino, sul Baltico a Trieste, nell'Adriatico. Churchill aggiunge che l’Unione Sovietica
non voleva la guerra, ma ambiva a espandere senza limiti la sua potenza e le sue dottrine. Era quella
una situazione che richiedeva contromisure per salvare la pace: era necessario correre ai ripari
mediante l'associazione tra i popoli di lingua inglese. Churchill con il suo discorso affermava che non
c'era nulla che sovietici ammirassero, rispettassero di più come la forza e nulla verso cui i sovietici
avessero minor rispetto se no la debolezza militare. Nasce, così, il bisogno di una fraterna alleanza
militare tra i popoli anglosassoni.

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04/05/18

La Seconda Guerra Mondiale segna la sconfitta del nazifascismo, trionfano le democrazie. La vittoria
sul nazifascismo ha comportato, tuttavia, costi molto elevati: la Germania ha perso la sua unità
statale; non solo, le altre potenze democratiche (Francia e Inghilterra) erano uscite indebolite dal
conflitto, non erano più grandi potenze, avevano perso la loro capacità di mantenere gli imperi
coloniali. Sul proscenio internazionale si affermano due nuove superpotenze extraeuropee, sebbene
storicamente legate all'Europa: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Il concetto stesso di superpotenza
viene utilizzato proprio negli anni della guerra fredda e sta a indicare delle realtà nazionali che
godevano di potenziale economico e demografico almeno semicontinentale. Gli Stati Uniti sono la
maggiore potenza commerciale del globo basti pensare che 1/3 delle merci mondiali erano prodotte
negli Stati Uniti, quindi la produzione di merci di consumo negli Stati Uniti è pari a 1/3 di tutte le
merci del mondo. Si affermano i concetti di sogno americano, stile di vita americano e ricostruire in
Europa significava sostanzialmente affidarsi alla potenza commerciale e militare degli Usa. Al
contrario Unione Sovietica usciva economicamente indebolita dal conflitto: infatti la guerra aveva
significato un regresso di circa un decennio, con 1700 città devastate e il 70% degli impianti
industriali distrutto. Nonostante ciò, nonostante questa povertà, l’Unione Sovietica incombeva
sempre più minacciosamente verso l'Europa centrale. Geograficamente era un area immensa, resa
omogenea attraverso gli strumenti del terrore. Assistiamo ad una rivoluzione negli assetti
internazionali e cioè l’aver spostato il centro della potenza internazionale al di fuori dell'Europa: il
centro delle potenze internazionali, infatti, viene collocato per un periodo piuttosto lungo negli Stati
Uniti e nell'Unione sovietica.
Come si caratterizzavano gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel sistema internazionale?
Gli Stati Uniti erano paladini di un regime democratico liberale, quindi della democrazia liberale, di
un regime di pluralismo politico erano portatori di una libertà (e ci riferiamo la libertà individuale)
fondata su un'etica individualista. Al contrario l'Unione Sovietica era portatrice di un modello
collettivista fondato sul partito unico e su una pianificazione economica diretta dallo stato.
Naturalmente era portatrice di una ideologia anticapitalistica e anti individualistica. Questa
profonda differenza nel comprendere, nel concepire le trasformazioni degli assetti politici e sociali
porterà alla rigida contrapposizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti, porterà alla nascita del sistema

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bipolare: sostanzialmente viene meno la speranza di veder realizzato quell’incontro di civiltà (il
socialismo e la democrazia) che molti antifascisti avevano intravisto nella collaborazione russo-
occidentale, limitata al solo periodo bellico e a quello immediatamente successivo, quando poi si
definisce la politica dei blocchi. Dall'inizio del 1946 fino al marzo, in questi tre mesi comincia a
modificarsi la percezione che gli occidentali avevano dei sovietici, da alleati malfidi diventano veri e
propri nemici. Diversi episodi avevano alimentato questa percezione: Truman viene a conoscenza
del rapporto
Ethridge il 2 Gennaio 1946. Questo documento era stato redatto nell'autunno del ‘45 quando Mark
Ethridge e Cyril Black erano stati inviati in missione segreta in Romania, Bulgaria e in Unione
Sovietica. Di ritorno da questa missione avevano redatto un documento alquanto allarmistico,
pessimistico in cui sostenevano essere assolutamente controproducente e pericoloso proseguire in
una politica di compromesso con l'Unione Sovietica perché l'Unione Sovietica stava comportandosi
come una potenza imperialistica della peggior specie. I due inviati scrivono questo documento,
Truman lo legge e compie una sterzata: scrive una lettera al segretario di stato Byrnes a cui affida la
somma dei suoi malumori verso i sovietici, dicendo credo che non si debba più continuare con la
politica del compromesso e poi conclude con una battuta celebre, sono stanco di coccolare i sovietici.
Questo è il primo episodio paradigmatico del mutare della situazione, dei rapporti tra occidentali e
Unione Sovietica. Un altro episodio sono le elezioni di febbraio in Unione Sovietica per il Soviet
Supremo: durante la campagna elettorale tutti i leader politici tengono i loro discorsi rivolti al fronte
interno, tranne il discorso di Stalin al teatro Bolshoi di Mosca: egli ripercorse le tappe della storia
della Seconda Guerra Mondiale, asserì che la guerra era stata vinta grazie ai sacrifici dei sovietici e
introdusse gli obiettivi della Ricostruzione; parlò dei tre piani quinquennali successivi che si
sarebbero tenuti fino al 1961, in virtù dei quali Unione Sovietica avrebbe recuperato tutto il suo
potenziale industriale. Quello che più conta è che Stalin tornò sul tema del rapporto tra capitalismo
e socialismo: la guerra era stata provocata, secondo Stalin, da un diverso grado di sviluppo delle
potenze capitalistiche. La guerra sarebbe stata evitata qualora si fosse dato corso a una
ridistribuzione periodica di materie prime e capitali, concetti incompatibili con una economia di
mercato. A dire di Stalin solo una trasformazione economica mondiale avrebbe potuto evitare
guerre future, altrimenti inevitabili se fosse sopravvissuto il capitalismo. Secondo Stalin il sistema
capitalistico e il socialismo erano incompatibili. Il suo discorso e l'allusione l'inevitabilità del conflitto
suscitarono forti preoccupazioni presso l'opinione pubblica mondiale perché sostanzialmente
questo discorso non lo si poteva scindere dall'attività che i partiti comunisti svolgevano nei paesi in
cui erano attivi; in alcuni casi agivano in maniera apertamente eversiva, in altri (come in Italia) in
maniera più ambigua, ma sempre appoggiati da Mosca. A queste preoccupazioni sui veri obiettivi
dell'Unione Sovietica diede voce Churchill. Nel febbraio ‘46 Churchill era in visita privata negli Stati
Uniti; in questo periodo non ricopriva nessuna carica di governo, ma rimaneva l’ammirato leader
della resistenza britannica contro il fascismo. Truman lo invitò a tenere un discorso all'Università di
Fulton, piccolo centro del Missouri da cui veniva lo stesso Truman. Churchill accettò di intervenire
in questa cerimonia accademica, si consultò con dirigenti politici americani e scrisse un discorso e lo
sottopose a Truman. In questo discorso Churchill affermò che era calata una Cortina di ferro sull'
Europa. Churchill scrisse che l'Unione Sovietica non voleva la guerra ma ambiva a un’espansione
senza limiti delle sue dottrine e della sua potenza. Era a rischio la pace, quindi l'elemento di
preoccupazione principale era la pace. Dal punto di vista di Churchill era necessario che i popoli di
lingua inglese si unissero in un'alleanza per fronteggiare la minaccia sovietica. Le parole di Churchill,
in seguito confuse dalla storiografia divulgativa, furono viste come il primo aperto annuncio della
volontà occidentale nei confronti dei sovietici con spirito di guerra fredda. In realtà, secondo gli
studiosi più attenti il discorso di Churchill va fortemente ridimensionato perché coincise solo

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casualmente con le decisioni di sostanza che di lì a breve sarebbero state adottate dalla classe
dirigente americana. Il discorso di Churchill se ebbe una funzione, fu quella di agire da detonatore
nel mondo politico americano per smuovere le tentazioni isolazionistiche molto forti in un momento
di reflusso, come era quello del dopoguerra. La presenza di Truman al discorso di Churchill aveva il
significato di rendere omaggio al vecchio alleato, non significava la piena adesione di Truman, anche
perché il presidente americano ebbe modo di leggere il discorso solo poco prima che venisse
pronunciato: lo definì un discorso mirabile, ma era consapevole che avrebbe suscitato un vespaio.
L'aspetto meno noto della questione riguardava le decisioni concrete che maturavano all'interno
della classe dirigente americana, rispetto alle quali fu decisivo l'arrivo a Washington nel febbraio
‘46, cioè il 22 febbraio ‘46, di un documento che proveniva da Mosca, il cosiddetto lungo telegramma
(così definito perché costava di 8000 parole). il documento fu inviato da George Kennan, un
diplomatico dalla rara raffinatezza politica, espertissimo di cose sovietiche. Questo documento era
importante perché costituisce la base nazionale della politica americana di contenimento
dell'espansione sovietica. Questo documento segna una data periodizzante: si può dire che George
Kennan sia stato il padre della guerra fredda. Il lungo telegramma è la sintesi teorica e
l'argomentazione politica della dottrina di containment di Truman. Infatti, il lungo testamento segnò
una presa di posizione strategica che avrebbe condizionato la politica estera americana dei
successivi decenni. Kennan sostenne che alla base della visione nevrotica che i sovietici avevano
della situazione internazionale c'era il tradizionale senso di insicurezza dei russi che i governi
sovietici cercavano di controbilanciare con una politica volta all'attacco, alla distruzione
dell'avversario, senza mai cercare il compromesso. Il frutto dell’osservazione di Kennan era il
necessario mutare di atteggiamento nei confronti dell'Unione Sovietica: non più, quindi, la ricerca
del compromesso da parte degli americani, ma la necessità di chiarire i punti di dissenso fino a
giungere, quando necessario, alla rottura. Questa svolta della politica americana che matura agli
inizi del ‘46, tra la fine del ‘46 e la primavera del ‘47 viene tradotta in dichiarazioni o azioni
riguardanti il piano politico e quello economico. In questo lasso di tempo la classe dirigente
americana mette in cantiere una serie di iniziative, volte a rafforzare i partiti anti-comunisti
dell'Europa occidentale, perché una svolta internazionale che avesse come obiettivo rafforzare le
forze riformiste (interessate alla rinascita di una sana economia di mercato) sarebbe stata difficile,
se non impossibile, qualora i partiti comunisti fossero rimasti nei governi dei paesi verso i quali si
sarebbero indirizzati gli Stati Uniti. Il cambiamento delle coalizioni governative era il prerequisito
per ulteriori iniziative politiche da parte degli americani. Se da una parte è difficile pensare a un
programma studiato a tavolino dagli Stati Uniti, dall'altra gli USA fecero di tutto per indurre le forze
anticomuniste occidentali a promuovere il cambiamento politico a scapito dell'alleanza con i partiti
comunisti. Questo accade contemporaneamente all'involuzione della situazione nei paesi
dell'Unione Sovietica dove si passò da un pluralismo spesso di facciata del primo dopoguerra al
dominio dei soli comunisti. Questo è lo sfondo su cui si colloca il discorso di Truman al congresso
che si tiene il 12 marzo ‘47. Truman tiene un discorso al congresso a camere riunite, un discorso
importantissimo perché si configura come un vero e proprio manifesto dell'impegno ideologico
anticomunista. Con questo atto gli Stati Uniti si impegnavano a difendere i paesi oggetto
dell'espansione sovietica. Truman dice che compito degli Stati Uniti doveva essere di difendere i
regimi democratici, aiutare i popoli a scegliere liberamente le proprie istituzioni attraverso aiuti
economici e finanziari e nell'ambito di questo discorso Truman propone al congresso un progetto di
legge che lo autorizzasse a disporre di aiuti economici per la Grecia e la Turchia. In effetti il congresso
americano nel maggio approvò un breve testo legislativo, in cui si sosteneva essere importante per
gli Stati Uniti la sopravvivenza di nazioni come Grecia e Turchia. Veniva compiuta così un'operazione
importante in virtù della quale il concetto di sicurezza degli Stati Uniti che la dottrina Monroe del

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1923 aveva circoscritto all' emisfero occidentale, veniva allargato al Mediterraneo orientale. La
dottrina Truman, oltre ad essere valida in sé per sé, esprimeva la volontà degli Stati Uniti di non
lasciare cadere in mani ostili il Mediterraneo orientale, quindi la volontà di non lasciare in mani ostili
il medio-oriente. Con questo atto anche gli Stati Uniti scendono sul terreno del realismo
internazionale, ma vi scendono non con la disinvoltura di quegli stati che avevano un'antica
tradizione in questo senso, ma con l'impaccio di chi recava un patrimonio di un'etica
internazionalistica che ora era chiaramente da contraddire: ora gli Stati Uniti dovevano dire
esplicitamente ciò che doveva farsi in termini di politica di potenza, ma dirlo in modo da non
contraddire apertamente, aspramente la tradizione della politica estera americana. Accanto alla
dottrina Truman, un altro momento, un altro episodio decisivo per la rottura definitiva tra i due
mondi ideologici contrapposti è il piano Marshall, strumento della guerra fredda. Il piano Marshall
è un programma di ricostruzione Europea secondo le linee del capitalismo integrato al di là dei
confini nazionali. Il discorso con cui il segretario americano Marshall il 5 giugno ‘47 annunciò
l'intenzione americana di attuare il piano di aiuti per l'Europa è considerato uno dei momenti più
alti e dominanti della politica internazionale del secondo dopoguerra. Dal ‘47 in poi ogni qualvolta
si è manifestata la necessità di intervenire pluriennalmente per una risoluzione della crisi economica
internazionale, è invalso l'uso di affermare la necessità di una specie di Piano Marshall come formula
ottimale: cioè il piano Marshall ha acquisito la connotazione di un'azione positiva, efficace, diretta a
risolvere crisi strutturali dell'economia internazionale. Quali erano gli elementi che spingevano gli
americani a prendere l'iniziativa con tale urgenza? Elementi che rendevano la situazione del primo
semestre del ‘47 criticamente unica, non solo per l'involuzione della questione tedesca, ma per
l'aggravarsi della crisi economica finanziaria che toccava i paesi europei in un momento delicato,
quello della loro ricostruzione. Agli americani e a molti osservatori europei la situazione della
primavera del ‘47 appariva irreparabile: c'era stato un inverno particolarmente rigido, tra i più rigidi
degli ultimi decenni; in molti Paesi, come l'Italia, era stata sospesa la distribuzione dei beni di prima
necessità per mancanza dei mezzi di pagamento e, ovviamente, anche in conseguenza della carestia.
Lo stato d'animo in Europa era di generale pessimismo: il sistema economico europeo non sembrava
potersi riprendere. George Marshall sintetizzò le difficoltà politiche ed economiche dell'Europa e si
soffermò sul tema della ricostruzione: l’Europa avrebbe avuto bisogno degli aiuti americani per
almeno altre 3-4 anni. Ne aveva bisogno per acquistare prodotti sul mercato americano necessari
alla sopravvivenza stessa dell'Europa. Un peggioramento della situazione economica, secondo
Marshall, avrebbe provocato un deterioramento degli assetti politico-sociali dell'Europa, con
ricadute anche sull'economia americana. Era necessario interrompere questo circolo vizioso e
obiettivo degli Stati Uniti era quello di promuovere la ripresa di un'economia efficiente e
l'emergenza di quelle condizioni politiche e sociali all'interno delle quali libere istituzioni potessero
esistere. A dire di Marshall era finito il tempo dei palliativi: tutti i Paesi che avessero accolto questo
principio, avrebbero potuto contare sul sostegno americano; quelli che avessero rifiutato, avrebbero
incontrato la decisa opposizione da parte degli Stati uniti. Del discorso di Marshall vengono messi in
evidenza due aspetti: la genericità e il fatto che contiene un primo appello all'azione comune
Europea. Il primo aspetto messo in rilievo, quello della genericità, viene considerato un dato
negativo, un segno di una improvvisazione da parte degli Stati Uniti; in realtà questa genericità è il
frutto di una scelta, cioè quella di non dettare condizioni agli europei. Secondo Marshall, infatti,
erano gli europei a dover dire ciò di cui avevano bisogno; spettava poi agli americani dire entro quale
misura quei bisogni avrebbero potuto essere colmati, quindi con una netta distinzione dei compiti.
Il secondo aspetto è il fatto che il discorso contiene un primo appello all'azione comune Europea: il
senso di questo appello sarebbe apparso chiaramente perché avrebbe creato un processo
potenzialmente divaricante tra i Paesi che avessero aderito al piano e i Paesi che lo avessero

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rifiutato. In effetti fu così: Londra e Parigi subito aderirono alla proposta di aiuto, invece questa
proposta venne rigettata dall'Unione sovietica. Molotov accusò che il piano sostanzialmente è stato
concepito degli angloamericani per isolare l’Unione Sovietica, quindi era uno strumento di difesa
contro la minaccia Sovietica. In effetti era così. Però in Paesi dominati dall’Unione Sovietica si
trovarono in una situazione di forte imbarazzo perché il piano Marshall appariva come una valida
offerta d'aiuto e sia gli jugoslavi sia i polacchi, sia i cecoslovacchi si mostrarono favorevoli a
partecipare alla Conferenza di Parigi che si tenne a partire dal 12 luglio ‘47; una conferenza al cui
interno sono discussi principi, metodi e richieste dei singoli Paesi europei. Jugoslavia, Polonia e
Cecoslovacchia aderiscono alla conferenza di Parigi, ma Stalin, urgentemente, prima dell'inizio della
conferenza, convoca sia il Presidente del Consiglio sia il ministro degli Esteri cecoslovacco, Gottwald
e Masaryk e dice loro che le potenze occidentali stavano realizzando un cordone sanitario per isolare
l'Unione Sovietica e se essi avessero partecipato avrebbero contribuito a isolare l'Unione Sovietica
e quindi era indiscutibilmente in forse l'amicizia stessa con l’Unione Sovietica. Questa faccenda
risultò inestricabile anche per i polacchi che ritirano la loro adesione, così fecero anche gli jugoslavi.
La rottura tra i due mondi ideologici contrapposti è così definitiva. Si tiene la conferenza di Parigi,
sono discussi principi, metodi e richieste dei singoli stati europei. Da parte degli americani fu
proposta la creazione di una organizzazione internazionale che avrebbe dovuto esaminare la
situazione dei singoli Paesi europei. Questo organismo è la OECE (Organizzazione Economica per la
Cooperazione Europea) che aveva il compito di esaminare la situazione dei diversi paesi europei e
riferire le richieste di ciascuna realtà europea. Dopo una fase preparatoria piuttosto lunga, si tenne
il dibattito congressuale tra il febbraio e l’aprile del ‘48 e furono approvate leggi che davano vita a
due diversi organismi l’ECA (Economic Cooperation Administratio) avrebbe amministrato il piano
negli Stati Uniti e l’ERP (European Recovery Program) avrebbe coordinato il piano in Europa.
Come avrebbe funzionato il piano? La legge fu firmata da Marshall nel maggio ‘48 e autorizzava per
il primo anno uno stanziamento di 5 miliardi di dollari. Dall'aprile del ‘48 al giugno del ‘51 la somma
totale versata fu 13 miliardi di dollari (precisamente 12 miliardi e 535 milioni di dollari). Il Piano
Marshall prevedeva la cessione a titolo gratuito ai diversi Paesi europei di materie prime che avrebbe
dovuto essere vendute a prezzo di mercato; con il ricavato ciascuna realtà nazionale avrebbe
costituito il cosiddetto fondo di contropartita che avrebbe finanziato la ricostruzione di ciascun
Paese. per esempio in Italia questo fondo si chiamò Fondo Lire e più che finanziare la ricostruzione
deve finanziare la costruzione degli impianti inesistenti. Il Fondo Lire viene utilizzato per realizzare
infrastrutture soprattutto nel Mezzogiorno: la cassa del Mezzogiorno era costituita per il 60% dal
Fondo Lire. Poi il piano prevedeva prestiti a tassi agevolati e nel complesso sia i prestiti sia i donativi
di materie prime contribuirono alla ricostruzione dell'Italia, della Francia e di altri paesi dell'area
dell'Atlantico del nord. Il piano Marshall fornì la cornice per affrontare in maniera diversa anche la
questione tedesca, inizialmente affrontata a Yalta e poi a Potsdam, dove si era decisa la divisione
della Germania in quattro aree di occupazione. La formulazione del piano Marshall e la sua
trasformazione in progetto operativo offrirono una cornice nuova per affrontare la questione
tedesca. Nessuno riteneva prudente accettare in modo palese la situazione della Germania, anche
se l'evoluzione della situazione andava in maniera opposta.

09/05/18

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All’inizio del ‘46 matura la svolta dell'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'Europa:
cambia la percezione americana dei sovietici, non sono più semplici alleati malfidi, ma veri e propri
nemici. Questa svolta dell'inizio del ‘46, tra l'autunno del ‘46 e la primavera del ‘47 si traduce in
azioni che riguardano sia il piano politico sia quello economico per rafforzare le forze anticomuniste
dell'Europa occidentale perché una svolta internazionale (che avesse come obiettivo rafforzare le
forze riformiste, quei partiti che avevano come obiettivo la rinascita di un sano sistema capitalistico)
sarebbe stata difficile, se non impossibile, qualora i partiti comunisti fossero rimasti nei governi
verso cui si sarebbe rivolta la politica americana. Il cambiamento delle coalizioni politiche è il
prerequisito per ulteriori iniziative americane. In questo lasso di tempo tra l'autunno del ‘46 e la
primavera del ‘47 gli americani indussero i partiti anti-comunisti dell'Europa occidentale a rompere
le alleanze con i partiti comunisti e promuovere un cambiamento politico. Se da un lato non si può
pensare a un progetto a tavolino da parte degli americani, essi però fecero di tutto per arrivare a
questo cambiamento politico, che si verificò parallelamente all’involuzione della questione tedesca.
Nei paesi dominati dai sovietici si passa da un pluralismo politico, perlopiù di facciata, all'aperto
dominio comunista. Qui si collocano due episodi che portano all’avvio della guerra fredda:
1) la dottrina Truman, basata sul lungo telegramma di Kennan in cui sosteneva che alla base
dell'atteggiamento nevrotico dei sovietici vi era un senso di insicurezza dei russi, controbilanciato
da una politica di attacco senza compromessi. Cambia radicalmente l'approccio americano: non più,
quindi, la ricerca del compromesso, ma il chiarimento dei diversi punti di dissenso, fino ad arrivare
alla rottura, qualora fosse necessario. Il lungo telegramma è la sintesi politica della dottrina Truman.
Il discorso che Truman tiene al congresso a camere aperte, il 12 marzo ‘47, viene indicato come
l'inizio della guerra fredda; si configura come un vero e proprio manifesto ideologico dell’impegno
globale anticomunista: gli Stati Uniti si impegnano a difendere tutti i paesi oggetto dell'espansione
sovietica, quindi a difendere i regimi democratici e aiutare i popoli a scegliere liberamente i loro
destini con aiuti economici e finanziari. Truman propone un programma di aiuti economici per la
Grecia e la Turchia. Nel maggio il congresso approva un breve testo legislativo in cui si sostiene che
la sopravvivenza della Grecia e della Turchia era importante anche per gli Stati Uniti. La dottrina
Truman compiva un'importante operazione, quella di estendere il concetto di sicurezza (fino ad
allora confinato all'occidente) al Mediterraneo orientale. Gli Stati Uniti non avrebbero lasciato
cadere in mani ostili il Medio Oriente. Gli Stati Uniti scendevano sul terreno del realismo
internazionale e attuarono una politica di potenza, ma in questo non si muovevano con disinvoltura,
ma si muovevano con un patrimonio di etica formalistica da non contraddire. Cosa fare in termini di
politica di potenza dovevano dirlo senza contraddire eccessivamente il tradizionale formalismo della
politica estera americana.
2) Altro elemento essenziale è il piano Marshall, presentato nel giugno ‘47, quando il segretario
di stato tiene un discorso all'Università di Harvard. Questo discorso di Marshall è considerato uno
dei momenti più alti e dominanti della vita politica internazionale del secondo dopoguerra. Dal ‘47
in poi ogni qualvolta fosse stato necessario intervenire pluriennalmente per risolvere crisi strutturali
dell'economia internazionale è invalso l'uso di questa espressione, abbiamo bisogno di una sorta di
piano Marshall (per esempio si è parlato di piano Marshall per l'Africa o di piano Marshall per la
Palestina). Marshall in questo discorso sintetizza la situazione politico finanziaria europea e si
sofferma sulla ricostruzione: l'Europa avrebbe avuto bisogno degli aiuti americani per almeno altri
3-4 anni. Un ulteriore deterioramento delle condizioni finanziarie avrebbe avuto delle inevitabili
conseguenze che si sarebbero riflettute sugli Stati Uniti. Era quindi necessario interrompere questo
circolo vizioso e sostenere i paesi europei in un momento delicato quale era quello della
ricostruzione. In Europa c'era una fortissima inflazione, una iperinflazione; il ‘47 era stato l'anno più
duro nel dopoguerra; in molti paesi (come l'Italia) erano stati sospesi i beni di prima necessità. Agli

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americani e a molti osservatori europei la situazione era apparsa irrecuperabile: il sistema
economico europeo sembrava non potersi più riprendere. Del discorso di Marshall vengono
sottolineati due aspetti: il fatto che fosse un discorso generico e il fatto che presentasse un appello
ad un'azione comune europea. La genericità viene sottolineata quasi si trattasse di improvvisazione:
in realtà la genericità era frutto di una scelta, quella di non imporre condizioni agli europei. Il piano
prevedeva una netta distinzione di compiti: gli europei dovevano dire ciò di cui essi ritenevano di
aver bisogno, gli americani stabilivano il limite entro il quale questi bisogni avrebbero potuto essere
colmati. L'appello all'azione comune Europea: il senso sarebbe apparso molto chiaro perché avrebbe
creato un processo potenzialmente divaricante tra i paesi che avessero accolto il piano e quelli che
lo avessero rifiutato. Le vecchie potenze europee non più tali, Francia e Inghilterra, accettarono
subito il piano. Molotov invece rifiutò, chiudendo così ogni possibilità di collaborare tra i due mondi
ideologici contrapposti. Questa profferta di aiuto era stata guardata con favore da Polonia,
Jugoslavia e Cecoslovacchia che si accingevano ad aderire alla conferenza di Parigi. Ma Stalin subito
prima della conferenza (che si tiene nel luglio ‘47) convocò urgentemente a Mosca i ministri degli
esteri e i primi ministri di questi Paesi e disse esplicitamente che gli occidentali volevano istituire un
blocco per isolare l'Unione Sovietica e qualora avessero partecipato avrebbero messo in dubbio
l'amicizia con l'Unione Sovietica. Quindi i polacchi, gli jugoslavi e i cecoslovacchi si trovano in una
situazione inestricabile e ritirano la loro adesione alla conferenza. La rottura era così consumata. La
formulazione del piano Marshall allo stesso tempo offre la cornice per affrontare in maniera
differente la questione tedesca. I tre grandi sia a Yalta sia a Potsdam avevano discusso del problema
tedesco. Si torna, quindi, a parlare della Germania nel febbraio-marzo ‘47 perché nessuno riteneva
saggio, prudente accettare una palese divisione della Germania. Tutti parlavano di una Germania
unita anche se l'evoluzione della situazione andava in senso opposto. Nel ‘47 effettivamente si ha la
fusione tra la zona americana e inglese, nasce la cosiddetta bizona, accompagnata dalla nascita di
un Consiglio Economico Germanico e da una Commissione Esecutiva. Il Consiglio Economico
Germanico invia delegati alla conferenza di Parigi del luglio ‘47. Non c'era una chiara convergenza
tra gli orientamenti dei partiti tedeschi SPD e SDU e le potenze di occupazione: gli inglesi su
pressione del governo laburista di Londra sostenevano l’idea della nazionalizzazione delle industrie;
invece gli americani oscillavano tra il pieno sostegno dell'iniziativa privata e l'appoggio alle industrie
di base. Ma la situazione era molto fluida: sopravvive la logica dell'occupazione e lo smantellamento
degli impianti industriali, accompagnati da una politica di aiuti straordinari alla Germania
occidentale (ancor prima del piano Marshall e aiuti che erano superiori in volume rispetto all’ERP).
La questione di fondo era politica e nel resto d'Europa la divisione si era palesata; nella Germania
invece sopravviveva un velo di intesa quadripartita che ostacolava l'iniziativa unilaterale e la
questione della Germania viene affrontata nella conferenza di Mosca della primavera ‘47. Tutte le
quattro potenze occupanti parlavano di Germania unita. Dal marzo a fine aprile queste potenze
discutono senza raggiungere un compromesso: ciascuna delle potenze occupanti tracciava i
caratteri della Germania secondo i propri desiderata; per esempio l'Unione Sovietica voleva uno
stato centralizzato; gli americani ricostruire la Germania unita, ma divisa in regioni autonome
coordinate da un governo centrale dai poteri limitati (quindi uno stato federale). Nell'aprile ‘47 si
chiusero i lavori con l'obiettivo di riprenderli nell'autunno a Londra, ma qui si giunse alla chiara
rottura. Tutti parlavano di Germania unita, ma ognuno secondo caratteristiche che rispondevano ai
loro obiettivi. Il segretario di stato americano Marshall asserì che era inutile continuare a dibattere
perché era impossibile raggiungere un compromesso. Da parte sovietica si disse che la volontà
americana era liberarsi dai vincoli imposti a Yalta e Potsdam. Era vero. Gli Americani avevano già
pensato alla trizona ai primi di gennaio ‘48 e si accordarono per un governo provvisorio tedesco
nella bizona angloamericana e però dopo l'insuccesso della conferenza di Londra i sovietici

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continuavano ad agire secondo le formalità dell'Alleanza quadripartita; ciò li consente di protestare
contro la politica occidentale in Germania. Il 20 marzo ‘48 si riunisce la commissione di controllo
composta dall'americano Lucius Clay, dall'inglese Roberson, dal sovietico Sokolowski, dal francese
Koenig. Sokolowski subito chiese che gli fossero comunicate le deliberazioni adottate sulla Germania
qualche giorno prima alla conferenza di londra. Clay, che aveva partecipato alla conferenza di
Londra, si rifiutò di rispondere perché non voleva fornire informazioni circa le deliberazioni di
Londra. Questo diede a Sokolowski l'occasione per interrompere la seduta. Lesse una lunga filippica
contro gli occidentali e prima di dare il diritto di replica agli occidentali sciolse la seduta e la
delegazione sovietica abbandonò la sala. Con questo si giunse ad una rottura definitiva. La seduta
della Kommandantura fu l'ultima convocazione della Commissione di Controllo. La Kommandantura
viene costituita con l'intento di amministrare la Germania come unica entità economica. Le potenze
occidentali si sentono libere di procedere nell'integrazione delle tre zone di occupazione e di inserire
la Germania occidentale nel sistema europeo che andava nascendo. Si svolge, quindi, una nuova
conferenza a Londra dei primi di marzo che si conclude a giugno con un documento articolato in tre
punti:
1) la Germania occidentale avrebbe aderito all’ERP;
2) sollecitava a che la popolazione tedesca promuovesse organizzazioni politiche e istituzionali che
consentissero l'autogoverno e l’indipendenza;
3) gestione delle risorse della Ruhr da parte di un’autorità internazionale per controllarle e dal
controllo veniva estromessa l'Unione Sovietica.
Queste decisioni produssero un effetto immediato: il blocco di Berlino. La condizione di Berlino
consentiva ai sovietici di resistere al blocco occidentale, perché Berlino si trovava nella zona di
occupazione sovietica, isolata e divisa a sua volta in quattro zone di occupazione. Queste quattro
zone venivano amministrate come unica entità economica dalla Kommandantura. Già nella
primavera del ‘48 si manifestano le prime difficoltà, perché sovietici comunicarono che gli
spostamenti da e verso Berlino sarebbero stati sottoposti a controllo da parte dell'Unione Sovietica,
quindi era necessaria l'autorizzazione dei sovietici per muoversi da e verso Berlino. Si manifesta,
quindi, la prima difficoltà che poi diventa difficoltà profonda e irreversibile quando gli occidentali
decidono di attuare una riforma monetaria; infatti in Germania circolavano a tre differenti monete:
- il Marco prebellico, profondamente svalutato;
- il Marco d'occupazione, stampato delle truppe di occupazione e - il Marco stampato
dei sovietici con le matrici fornite dagli occidentali.
I due marchi di occupazione avevano lo stesso potere acquisto, lo stesso valore e questa politica
economica era dettata dall'esigenza di amministrare la Germania come un'unica entità economica,
ma gli occidentali non potevano controllare il sistema monetario. Il controllo era necessario per
applicare il piano Marshall alla Germania occidentale e quindi era un esigenza impellente quella di
attuare una riforma monetaria. Nel giugno del ‘48 viene introdotto il Marco occidentale con un
valore diverso rispetto al Marco di occupazione. Immediatamente ciò suscita la reazione sovietica: i
sovietici vietano la circolazione del marco occidentale; per tutta risposta da parte occidentale si
osservò che nessuna potenza poteva deliberare sulle altre e quindi il Marco occidentale avrebbe
continuato ad avere corso. Gli occidentali non chiarivano se il Marco occidentale avrebbe circolato
anche nella zona sovietica. La reazione al nuovo Marco avvenne subito: l’unione sovietica blocca le
vie d'accesso a Berlino ovest, sono bloccate le comunicazioni ferroviarie, terrestri e fluviali. Non
viene bloccato il traffico aereo perché cioè avrebbe reso più semplice incidenti bellici. Ciò significa
impedire i rifornimenti alla Germania occidentale e, esaurite le scorte, gli occidentali avrebbero
dovuto necessariamente fare ricorso alle scorte sovietiche. Le centrali si trovano quindi in una
difficilissima situazione: devono abbandonare la città oppure rimanervi al costo di una sconfitta

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politica. Truman, con piglio deciso, manda la flotta aerea, quindi realizza un ponte aereo per rifornire
i berlinesi ovest e la sfida è vinta sul terreno politico. Tuttavia accade che dopo il blocco di Berlino,
soprattutto da parte americana si cercò di continuare con la politica del dialogo con l'Unione
Sovietica, ma i sovietici reagirono con una netta chiusura. Sokolov disse che il blocco sarebbe
continuato finché gli occidentali non avessero desistito dall'idea di una repubblica federale tedesca.
La situazione cambiò ai primi del ‘49 quando Stalin rilasciò un'intervista: il blocco sarebbe stato
eliminato qualora agli alleati avessero discusso la questione tedesca all'interno di un consiglio dei
ministri degli esteri per proporre una Germania federale. Quindi Stalin apriva uno spiraglio,
abbandonata l'opposizione di principio alla Germania federale. Ai primi di maggio ‘49 un documento
di tutte e quattro le potenze occupanti dichiarava che il 12 maggio il blocco sarebbe cessato e fu
così. La situazione tornò alla normalità o quella che sembrava la normalità (con una Germania
profondamente divisa, manifestazione plastica di una crisi in europa). La Germania era divisa in due
parti: una era modello dell’idea di ricostruzione sovietica, l'altra invece la Repubblica Federale di
Germania (costituita nel settembre ‘49) espressione del modo americano di risolvere le stesse
problematiche.

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16/05/18

Le origini dell'Unione Europea

Il piano Marshall è stato sicuramente una valida occasione d'aiuto per la ricostruzione Europea, ma
anche l'Europa ha contribuito da sé alla sua rinascita grazie importanti progetti. Tra questi l’Unione
Europea, inizialmente Comunità Economica Europea poi Unione europea. I primi passi vengono
mossi alla fine degli anni ‘40: la guerra è finita da poco, il continente europeo è sostanzialmente
distrutto, ci sono milioni di morti, incalcolabili sono i danni materiali, il mondo è nel vivo della guerra
fredda e la divisione della Germania è l'immagine plastica più eloquente del conflitto in atto. In
questo contesto sono mossi i primi passi verso l’integrazione europea grazie alle sollecitazioni da
parte della diplomazia degli Stati Uniti e grazie all'afflato idealistico di alcuni intellettuali. Nasce di
fronte alle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti: lo stesso piano Marshall presupponeva una
politica di impegno di carattere comunitario da parte dell'Europa; gli Stati Uniti avevano chiesto
un’azione comune Europea, con una netta distinzione dei compiti tra l'Europa e gli Stati Uniti: gli
europei dovevano indicare quali erano i loro bisogni e poi gli Stati Uniti avrebbero definito in quali
misure avrebbero potuto soddisfare questi bisogni. In questo contesto, grazie anche all'impegno di
alcuni intellettuali, sono mossi i primi passi a partire dal 1950.
I primi di maggio del ‘50 viene presentato il cosiddetto piano o dichiarazione Schumann che
suggeriva l'idea di sottoporre a un controllo comune l'industria cargo-siderurgica francese e tedesca.
Da lì a un anno, nel ‘51, nasce la CECA e nasce nella mente di un francese Jean Monnet, che
proveniva da una famiglia facoltosissima e durante la Seconda Guerra Mondiale viene inviato in Gran
Bretagna per impratichirsi del mercato inglese. Tra l'altro, oltre occuparsi degli affari di famiglia,
entrò in un comitato che aveva l'obiettivo di redistribuire le materie prime di chi aveva partecipato
al conflitto. Monnet capi i meccanismi interni della diplomazia multilaterale. Alla fine della Seconda
Guerra Mondiale tutta l'Europa avrebbe avuto bisogno di carbone e acciaio per la ricostruzione,
risorse prevalentemente collocate nella Ruhr; era evidente, quindi, che Francia e Germania
sarebbero tornati a scontrarsi. In questi anni è diffusa l'idea tutta marxista secondo cui le guerre
sono provocate da rivalità economiche. Jean Monnet propone un controllo comune dell'industria
siderurgica francese e tedesca. Nasce effettivamente la CECA e vi aderiscono oltre a Francia e
Germania anche l'Italia e i paesi del Benelux. Quindi l'Italia è stata tra i fondatori di questa
importante iniziativa europea, grazie a personalità come De Gasperi e Altiero Spinelli (e dovremmo
ricordarcene oggi quando si mette in dubbio la partecipazione italiana all'Europa).
La CECE nell'idea dei padri fondatori dell'Europa era solo il primo passo di una integrazione profonda
che doveva essere non solo economica, ma anche politica e militare. Il progetto di una
collaborazione militare inizia a realizzarsi nel maggio ‘52 con la CED, Comunità Europea di Difesa.
Inizialmente De Gasperi pensa che questo programma debba essere parte di un progetto di
federazione tra stati europei. La CED tuttavia incontra delle difficoltà: si fa fatica soprattutto da parte
della Francia ad accettare una Germania militarmente forte. Gli Stati Uniti intendevano, infatti,
riarmare fortemente la Germania occidentale e ciò preoccupava la Francia che non voleva la
Germania militarmente egemone e non avrebbe mai accettato il rientro della Germania nella
legittimità internazionale. IL progetto quindi naufraga: il Parlamento francese lo rigetta nel ‘54.
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Sembra che il sogno europeista sia destinato a naufragare. Nel frattempo muore anche De Gasperi.
Le trattative, tuttavia, vanno avanti: il passo fondamentale avviene nella ‘57, anno in cui vengono
firmati i Trattati di Roma. In questi trattati importantissima fu la funzione dell'Italia. Viene convocata
i primi di giugno del ‘55 la conferenza di Messina dall'allora ministro degli esteri Gaetano Martino,
rettore dell'università di Messina, convinto europeista, uomo di grande cultura. Quella di Messina è
una conferenza importante: una commissione presieduta dal belga Paul Henri Spaak redasse i
trattati poi firmati a Roma. I Trattati di Roma sono due: 1) il primo dà vita alla CEE;
2) il secondo dà vita all’Euratom.
Qual è l'obiettivo del primo trattato? L'abolizione graduale degli ostacoli alla libera circolazione di
merci, uomini e capitali. Si eliminavano gradualmente i dazi doganali tra i diversi stati e veniva
stabilita una tariffa doganale europea esterna comune, in previsione della creazione di un unico
mercato europeo. Veniva, inoltre, stabilita una politica economica comune sia nel settore agricolo
sia in quello dei trasporti. Il secondo trattato di Roma dà vita all’Euratom: siamo negli anni cruciali
della guerra fredda, il tema della sicurezza è molto sentito. Questo trattato promuove l'uso pacifico
dell'energia nucleare. Però il processo di integrazione non si limita a questo: sono create istituzioni
che a livello europeo promuovono lo sviluppo della comunità nel suo complesso. Innanzitutto il
Consiglio Europeo, formato dai rappresentanti dei diversi governi ed ha potere decisionale. Oltre al
Consiglio Europeo, l'Assemblea che ha una funzione semplicemente consultiva e inizialmente era
formata da 142 deputati nominati dai diversi parlamenti dei paesi della CEE. A fianco all'assemblea
abbiamo la Commissione Europea, organo formato da personalità indipendenti nominati dai
governi in grado di promuovere nuove leggi e questa nasce nel ‘57.
L’obiettivo della CEE è quello di giungere ad una graduale eliminazione degli ostacoli alla libera
circolazione di uomini, merci e capitali. Si riteneva che gli anni di crisi dagli anni ‘20 agli anni ‘30 e la
Seconda Guerra Mondiale fossero stati provocati da rivalità economiche tra le diverse nazioni,
quindi creare un mercato comune avrebbe significato eliminare alla fonte possibili motivi di
conflitto. La CEE era accompagnata dalla Corte di Giustizia Europea che doveva regolare i rapporti
tra gli stati, ma anche questioni inerenti ai diritti dei cittadini, con sentenze che ogni Stato membro
doveva rispettare. Dal ‘57 la CEE procede a vele spiegate: negli anni ‘60 siamo un periodo di boom
economico, gli Stati europei si sviluppano economicamente, raggiungendo un livello di sviluppo mai
conosciuto prima. Anche l'Italia è una delle maggiori potenze economiche. Ma al parlamento di
Strasburgo era presente anche la Gran Bretagna che inizialmente non entra nella CEE: Churchill
aveva sollecitato formazione degli Stati Uniti d'Europa, ma la Gran Bretagna avrebbe avuto solo una
funzione di madrina, di patrocinio. La Gran Bretagna chiede di entrare nella CEE solo nel ‘61, ma
trova la porta chiusa perché vi si oppone la Francia nazionalista di De Gaulle. La Gran Bretagna sino
a quel momento aveva preferito privilegiare il suo rapporto esclusivo con gli Stati Uniti e il
commercio con i paesi del Commonwealth. Dopo la Francia gaullista, continuano gli accordi e si
giunge a un compromesso tra Francia e Gran Bretagna. La Gran Bretagna, insieme a Irlanda e
Danimarca, entra nella CEE nel ‘72, quindi la Gran Bretagna firma il Trattato di adesione alla CEE.
Questo è un primo allargamento della Comunità Economica Europea che avviene in un momento
critico, negli anni ‘70 anni della crisi petrolifera che si abbatte su tutto il continente. Si trova anche
una soluzione di compromesso nella creazione del Sistema Monetario Europeo nel quale la Gran
Bretagna non entra. Questo SME comincia a funzionare nel ‘79, anno in cui per la prima volta tutti
si è chiamati a eleggere i deputati al Parlamento Europeo (prima l'assemblea era composta da 142
deputati nominati dai governi nazionali; ora sono i cittadini chiamati alle urne per eleggere i propri
rappresentanti in Europa).
Gli anni ‘80 sono anni molto importanti: si cerca di consolidare l'integrazione economica cercando
di aggiungere un’integrazione politica. È importante il contributo dell'Italia: tra i deputati eletti

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all'Europa c'è anche Altiero Spinelli, il relatore dei Trattato istitutivo dell'Unione Europea, firmato
nel febbraio ‘84, ma, a causa delle rivalità nazionaliste e delle spinte autonomiste delle diverse
nazioni, il Trattato viene accantonato a favore di un Atto Unico Europeo, una soluzione di
compromesso, elaborata dalle commissioni formate dai diversi membri dei Paesi europei.
L'obiettivo è formare entro il 1992 un mercato comune, che effettivamente sorge ed una fortissima
spinta alla sua nascita è data dalla caduta del muro di Berlino; quindi, il crollo del Comunismo, la
disgregazione dell'Unione Sovietica, la riunificazione della Germania avevano accelerano i negoziati
che porteranno al Trattato di Maastricht del 1992. Questo trattato sostituisce i Trattati di Roma;
viene siglato dai ministri degli esteri e delle finanze; quelli italiani sono Gianni De Michelis e Guido
Carli. Oltre all'unione monetaria, si stabilisce, quindi, un'unione politica. È vero che alcuni stati
rifiutano l'organizzazione federativa, ma la moneta unica è di per sé un elemento federativo. Sono
ampliati i poteri dell'Unione Europea, viene introdotta la moneta unica europea, nasce la Banca
Centrale
Europea. Altro elemento rivoluzionario di innovazione è stato l'introduzione della cittadinanza
Europea, il diritto di cittadinanza europea di tutti i cittadini di uno Stato membro dell'Unione
europea. Quindi inizialmente l'Unione Europea nasce come Unione esclusivamente economica, si
punta solo su una unione economica e ciò determina il successo della CEE. Se si fosse puntato da
subito su una unione politica sicuramente ci sarebbe stato un insuccesso (pensiamo alla Brexit). Si
dice che l'unificazione della Germania ha avuto un'influenza straordinariamente drammatica sulla
vita dell'Unione Europea: avrebbe dovuto rinsaldare l'Unione Europea, invece paradossalmente che
cosa è accaduto? L'Unione Europea o segue i parametri di una Germania forte oppure
assolutamente non è. Secondo alcuni studiosi, la moneta unica fu introdotta in seguito a un accordo
tra Kohl e Mitterand. Mitterand avrebbe accettato una unificazione della Germania solo se la
Germania avesse accettato la moneta unica. Non si sa in realtà se questo accordo c'è mai stato. La
politica del marco così forte si è trasferita, dilatata, all'interno dell'Unione Europea. Quindi o un
Europa c'è con il predominio della Germania oppure non c'è. La Francia e gli altri paesi non
avrebbero accettato perché o potevano competere economicamente con la Germania oppure non
dovevano accettare la sua riunificazione. Inizialmente si denunciò che l'Unione Europea strangolava
le economie europee, ma in realtà ha avuto la capacità di federare realtà nazionali che altrimenti
non sarebbe stato possibile unificare.

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