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Conferenza di

Madre Rosetta Marchese


Innsbruck – 1978

Riflessioni su una finestra


Una povera casa di campagna, sola, in mezzo alle viti. In alto, sotto il tetto, una piccola
finestra. Quella “piccola finestra” da cento anni esercita un’attrattiva particolare… Da tutte le parti
del mondo mille occhi e mille cuori guardano a quella finestra e sono riempiti di entusiasmo, di
ardore.
È la finestra della Valponasca a Mornese, aperta sulla valle, verso la Chiesa del paese. Essa è
diventata un simbolo: racchiude il segreto della nostra vocazione, nata nel cuore di Maria
Mazzarello, quando attraverso di lei, si protendeva nell’ardore del suo cuore al Tabernacolo della
Parrocchia.
Vocazione della FMA nata dal cuore di Maria Mazzarello, protesa verso il Tabernacolo da una
piccola finestra spalancata:
vocazione all’umiltà, che dimentica se stessa,
al lavoro generoso e sacrificato, al servizio senza ricompensa;
ad un amore di Dio, ardente come il fuoco, puro come l’acqua sorgiva;
ad un amore verso il prossimo, forte e soave, nella gioia di un dono che non misura se stesso.
Questo è il segreto della finestrella di Mornese, spalancata sul Tabernacolo: il segreto di un cuore il
cui unico palpito era “Dio e le anime”.
Tutta la nostra spiritualità è racchiusa nel semplicissimo gesto di Maria Domenica che apre la
finestra verso il Tabernacolo: una vita di Eucaristia, in un ardore umile, generoso, gioioso, che tutto
dona e nulla chiede per sé.
Per vivere la nostra vita consacrata nella sua pienezza c’è un solo segreto: quella finestra,
quella finestra spalancata, aperta sulla Chiesa, quella finestra aperta sul Tabernacolo.
Per noi Figlie di Maria Ausiliatrice quella finestra della Valponasca dice tutto e riassume, unifica
tutta la nostra vita. Se noi prendiamo quella finestra come centro e se noi capiamo il significato di
quella finestra, se noi in quella finestra scopriamo il cuore di Madre Mazzarello – spalancato verso il
tabernacolo – noi troviamo il segreto della nostra consacrazione di Figlie di Maria Ausiliatrice, il
segreto della nostra comunità-comunione. Quella finestra della Valponasca ci parla di un cuore che
ardeva d’amore di Dio, che si fissava in Dio, che aveva Dio al centro di tutto, un cuore che vedeva
tutte le cose in Dio.
I nostri voti non hanno valore se non li viviamo per Dio. La nostra castità, la nostra povertà,
la nostra obbedienza diventano offerta viva quando c’è l’amore che dà vita a questa offerta.
Per costruire la comunità-comunione, diciamo sempre che dobbiamo essere aperte al dialogo,
dobbiamo ascoltarci, rispettare il pensiero delle altre, perdonarci, prevenire. Diciamo che tutte
queste cose sono necessarie per arrivare alla comunione. Ma non sono queste cose che ci fanno
arrivare alla comunità-comunione: sono soltanto mezzi.
Alla comunità-comunione noi arriviamo solo se, invece di fermarci alla consorella, nella
consorella, al di là della consorella, noi vediamo il Signore. Lui è il Centro!
Se tutte quelle che formano la comunità vanno al Centro, allora si fa la comunione. Se ci fermiamo a
guardarci una con l’altra, anche per rispettarci, anche per ascoltarci, aiutarci, è un rapporto nel
cerchio che non fa unità. Per fare l’unità bisogna che rispettiamo, aiutiamo, accettiamo,
dialoghiamo, sì, ma tutte con un unico Centro: Gesù!
Cuore spalancato al Centro, al Tabernacolo, a Lui che è la vita di tutte. Allora superiamo le difficoltà.
Maria Mazzarello per arrivare alla Messa aveva una strada lunga e difficile. Per lei era
diventata una cosa naturale, non si accorgeva neppure, perché il cuore era già là al Tabernacolo,
prima che arrivasse il suo corpo. Prima che arrivassero le gambe, il suo cuore era già davanti a Gesù
Sacramentato. Ecco: il cuore a Gesù subito. Allora le gambe, le braccia, la lingua, tutto si muove per
le sorelle. Se il cuore è a Lui, tutto il resto si fa. Questo cuore aperto al Tabernacolo, questo amore
per Dio, ci deve sostenere, deve farci bruciare per Lui.
Vedete: noi anime consacrate abbiamo un pericolo. Ad un certo momento della nostra vita
abbiamo sentito una chiamata. Il Signore, quando chiama, dà una certa sensibilità. Ci dà la gioia di
scoprire che siamo amate da Lui per avere la forza di fare il distacco dalla famiglia, dal mondo e
seguire la vocazione.
Quando abbiamo sentito la chiamata, abbiamo sentito la gioia della chiamata, l’abbiamo
seguita facendo i sacrifici necessari. Poi abbiamo fatto il nostro noviziato e durante il periodo della
prima formazione abbiamo cercato di conoscere il Signore, di rispondere alla sua grazia, siamo
arrivate alla gioia della Professione. Poi ha cominciato la vita di tutti i giorni e nella vita di tutti i
giorni c’è il pericolo di vivere per abitudine. Il Signore toglie un po’ di sensibilità. Non c’è più quel
sentimento vivo dell’amore, Lui ci vuole spose mature.
Anche nel matrimonio l’amore degli sposi, quando il tempo passa, non è più come ai primi
tempi, diventa una fedeltà matura, è la fedeltà di volontà. Così deve essere per noi. E noi abbiamo
questo pericolo, che abituandoci a una certa vita, a un certo lavoro che ci piace, anche se ha delle
difficoltà, noi restiamo un po’ alla superficie dell’amore e non andiamo in profondità.
C’è il pericolo che dopo aver sentito la chiamata di Dio, dopo aver risposto con fervore a
questa chiamata, noi abbiamo dimenticato che la cosa più importante è conoscere bene Chi ci ha
chiamate, Chi ci ha amate per primo.
Noi viviamo insieme e facciamo spesso questa scoperta: guarda è tanto tempo che vivo con
questa sorella e non la conoscevo ancora bene, poi scopro che è fatta così. Se ci vuole il tempo per
conoscerci fra di noi, che siamo creature limitate, cosa sarà la conoscenza di Dio infinito! Non
dobbiamo dimenticare che Dio non lo conosciamo mai abbastanza, che Dio è sempre nuovo.
Dobbiamo vivere la nostra vita con un desiderio immenso di conoscere il nostro Dio. Un Dio che si
manifesta a tutte le ore, fino all’ultima ora, ma solo a chi è pronta, con la finestra aperta, con il cuore
spalancato. Allora tutto diventa unità, tutto diventa semplicità. Allora tutto diventa comunione,
perché tutte viviamo col cuore spalancato a Dio, tutte riceviamo la manifestazione di Dio, tutte ci
uniamo in Dio e la nostra vita diventa lode a Dio.
Allora davvero facciamo la comunità di Mornese, in cui tutti i cuori erano finestra aperta sul
tabernacolo. Tutti i cuori avevano questo solo desiderio: conoscere Dio, vivere per Lui, dargli tutto,
dimenticarsi per Lui, servire le sorelle e le giovani per Lui.
Ricordatevi: dal cerchio al Centro. Se non si arriva al Centro non si fa comunione.
Allora vedete - si arriva a fare della vita lode, a fare della vita preghiera – perché tutta la nostra vita
e tutta la nostra preghiera si unifica, si semplifica in una parola sola: Gesù!
E quando ho detto Gesù, ho detto tutto! E Gesù diventa la mia preghiera e la mia vita.
Perché? Ma perché quando dico Gesù – e lo dico adagio e lo dico col cuore – io metto in movimento
tutto il paradiso. Io dico Gesù e commuovo il cuore del Padre, che ha messo tutte le sue
compiacenze nel Figlio.
Dico Gesù e faccio muovere tutto il Paradiso, perché tutti gli angeli e tutti i santi sono presi dalla
Gloria dell’Uomo-Dio, dall’amore del Verbo incarnato, da questo mistero.
Io dico Gesù e dico tutto ciò che di più grande, di più bello, di più santo c’è sulla terra e c’è in
cielo. Quando dico Gesù, dico gloria del Padre, dico santità, salvezza, redenzione, risurrezione, tutto,
in Lui c’è tutto!
Allora se la mia vita diventa respiro di Gesù, i voti hanno valore, la comunità fraterna ha
valore, l’apostolato ha valore! Tutto ha valore e tutto si unifica in Lui e Gesù mi dà la forza di
superare tutte le difficoltà.
Gesù mi dà la forza di amare. Gesù mi dà la gioia di essere Sua, la gioia di darmi agli altri, di
donarmi, di dimenticarmi. Mi riempie e non ho più bisogno di altro.
La nostra spiritualità salesiana così semplice e così profonda è tutta in quella finestrella
aperta sul tabernacolo, in un cuore spalancato alle manifestazioni di Dio. Con Maria certo! È la
Madonna che ci insegna queste cose.

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