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Álvar

Núñez Cabeza de Vaca



Naufragi

























Titolo originale:
La relacion y comentarios del gouernador Aluar nuñez cabeça de vaca, de lo
acaescido en las dos jornadas que hizo a las Indias
Álvar Núñez Cabeza de Vaca, 1555

Copyright 1989 Giulio Einaudi Editore


A cura di Luisa Pranzetti

Introduzione di Cesare Acutis






























INDICE

Introduzione di Cesare Acutis.

Naufragi.
Proemio.
1. Dove si narra della flotta, dei funzionari regi e degli uomini della spedizione.
2. Di come il governatore venne al porto di Xagua portando con sé un pilota.
3. Di come arrivammo in Florida.
4. Di come preparammo la spedizione verso l'interno.
5. Di come il governatore lasciò le navi.
6. Di come arrivammo ad Apalache.
7. Di com'è quella terra.
8. Di come partimmo da Aute.
9. Di come partimmo dalla baia dei Cavalli.
10. Di uno scontro che avemmo con gli indios.
11. Di quanto accadde a Lope de Oviedo con certi indios.
12. Di come gli indios ci portarono da mangiare.
13. Di come venimmo a conoscenza del passaggio di altri cristiani.
14. Di come partirono i quattro cristiani.
15. Di quello che ci accadde sull'isola di Mala Sorte.
16. Di come i cristiani se ne andarono dall'isola di Mala Sorte.
17. Di come vennero gli indios portandosi appresso Andrés Dorantes, Castillo ed
Estebanico.
18. Della relazione di Figueroa su Esquivel.
19. Di come gli indios ci separarono.
20. Di come riuscimmo a fuggire.
21. Di come curammo alcuni ammalati.
22. Di come il giorno dopo ci portarono altri malati.
23. Di come lasciammo quel luogo dopo aver mangiato i cani.
24. Degli usi degli indios di quella terra.
25. Di come gli indios sono abili nell'uso delle armi.
26. Delle diverse popolazioni e delle loro lingue.
27. Di come ci trasferimmo e fummo bene accolti in un altro villaggio.
28. Di un'altra nuova usanza.
29. Di come si derubavano gli uni con gli altri.
30. Di come mutò l'usanza di riceverci.
31. Di come ci muovemmo verso la via del granoturco.
32. Di come ci vennero offerti cuori di cervo.
33. Di come trovammo tracce di cristiani.
34. Di come mandai a cercare i cristiani.
35. Della buona accoglienza fattaci dall'alcalde maggiore la sera del nostro arrivo.
36. Di come facemmo erigere chiese in quella terra.
37. Di ciò che accadde quando decisi di ritornare in patria.
38. Di quanto accadde agli altri che esplorarono le Indie.

"Un viaggio fatale" di Luisa Pranzetti.


Introduzione (1)

Nel 1544 il governatore della provincia di Río de la Plata fu arrestato da un


gruppo di spagnoli ribelli e rinviato alla metropoli. Con altri beni e carte gli fu
sequestrata una cassetta personale che conteneva, insieme con poche altre cose -
mezza candela bianca, un ago da riparatore di vele, spezzato... -, uno splendido
abito da cerimonia. Quest'uomo si chiamava Alvar Núñez Cabeza de Vaca e aveva
dato alle stampe, due anni prima, una delle testimonianze più inquietanti della
grande avventura della Conquista. Il libro, dedicato alla Maestà sacra, imperiale e
cattolica di Carlo Quinto, era una relazione della sciagurata spedizione in Florida
della flotta capitanata da Pánfilo de Narváez. Un editore del Settecento,
ristampandola, la intitolò "Naufragios de Alvar Núñez Cabeza de Vaca". E' la
storia della progressiva destrutturazione di un organismo - la spedizione navale -
da anni collaudato strumento efficiente della Conquista.

L'avventura ha inizio a ridosso della solidità dell'Istituzione ("Il 17 giugno del


1527 partì, dal porto di San Lúcar de Barrameda, il governatore Pánfilo de
Narváez con potestà e mandato della Maestà vostra per conquistare e governare le
province di Tierra Firme comprese tra il rio de las Palmas e il capo della Florida").
Le navi sono cinque, gli uomini seicento. Alvar Núñez Cabeza de Vaca è tesoriere
e ufficiale di polizia della flotta. All'arrivo nelle terre d'oltre oceano la struttura
comincia a sgretolarsi. A Santo Domingo centocinquanta uomini disertano. Si
ricuperano uomini e cavalli a Cuba, ma sono ormai soltanto in quattrocento a far
rotta verso il porto irreperibile di Pánuco. In Florida duecentoquarantadue uomini,
che si sono spinti nell'entroterra in esplorazione, non trovano più, al ritorno, le
navi. Vengono costruite delle imbarcazioni di fortuna che naufragano a poca
distanza dalla costa. Ottanta uomini sono restituiti alla terraferma, nudi tra gli
indiani. L'inverno e le malattie li riducono a quindici. Poi - sottrazione dopo
sottrazione - saranno cinque, e infine quattro.

Questi quattro superstiti nudi - Alvar Núñez, Andrés Dorantes, Alonso del Castillo
ed Estebanico, schiavo negro - iniziano un disperato viaggio nell'entroterra con
l'intento di raggiungere gli spagnoli in Messico. Ma quasi fin dall'inizio
dell'itinerario sono toccati dalla grande esperienza: diventano sciamani, figli del
sole tra le tribù indiane. Si spostano di villaggio in villaggio preceduti dalla loro
fama di guaritori, sono colmati di doni, venerati, temuti. La corrente che li
trasporta e all'interno della quale sembra dileguare il loro desiderio di ritorno alla
Cultura finisce per restituirli, in territorio messicano, all'Istituzione. Si incontrano
con truppe spagnole. A Compostela il governatore rifornisce di abiti Alvar Núñez,
che per vari giorni è incapace di rivestirsene. Era vissuto nudo sette anni ("Giunti
a Compostela, il governatore ci riservò una calorosa accoglienza e ci offrì quanto
possedeva per vestirci. Ma io, per molti giorni, non potei indossare quegli abiti, né
dormire se non per terra").

Rimpatriato, Alvar Núñez riferisce, dall'interno dell'Istituzione, la sua vicenda


fuori dell'Istituzione; vestito, racconta la storia di Alvar Núñez nudo. La sua
scrittura è inevitabilmente censurata e ambigua. Chi tiene uno splendido vestito di
gala nel proprio baule non può confessare e neanche confessarsi che, seppure in
una situazione limite - nudo -, ha rinnegato la cultura di cui quell'abito è il segno
più alto.

A partire dall'abito - peraltro mai nominato, se non in assenza - la cronaca stesa da


Alvar Núñez Cabeza de Vaca è costellata da una serie di segni che scandiscono, al
di là delle dichiarazioni d'autore, un'avventura di transizione all'interno della
cultura indiana. E' una serie di oggetti che la scrittura del cronista isola in uno
spazio in qualche modo rarefatto, attraverso un inconscio procedimento di
emblematizzazione. Prima, ad accompagnare o a precedere la deriva della
spedizione, è la deriva dei frantumi della sua cultura, della cultura dei tessuti, dei
legno lavorato, del ferro. Ecco dunque, dopo l'uragano che ha colpito la flotta nel
porto di Trinidad, la scialuppa sospesa tra i rami nella selva a grande distanza
dalla costa, e più avanti una cappa, una coperta stracciata e coperchi di casse. E in
un villaggio indiano della Florida, in sterminata lontananza da ogni insediamento
spagnolo, le casse che usano i mercanti in Castiglia, e in ogni cassa un cadavere
("In quel villaggio trovammo molte casse, di quelle che usano i mercanti in
Castiglia; in ciascuna c'era un cadavere. I corpi erano ricoperti con pelli di cervo
dipinte. Il commissario religioso, convinto che quella fosse una forma di idolatria,
bruciò le casse con tutti i corpi").

Ma poco prima è già apparso un segno diverso: in un villaggio abbandonato, in


una casa molto grande, tra certe reti, un sonaglio d'oro. E' il primo dei segni
magici dell'altra cultura, che ora si allineano, misteriosi e affascinanti, lungo il
percorso degli spagnoli. Vi saranno poi le pelli di zibellino che un notabile
indiano, fuggendo, lascia tra le mani di un cristiano. Hanno un profumo di ambra e
di muschio estremamente intenso, che si avverte a grande distanza. Vi saranno le
zucche secche e svuotate contenenti pietre che i guaritori indiani scuotono quando
danzano e quando curano i malati. Due di queste zucche vengono donate ai
quattro superstiti nudi, e diventano il segno del loro potere. Vi sarà un altro
sonaglio, grande questa volta, e di rame, con raffigurato un volto. Poi i seicento
cuori di animali che vengono regalati, aperti, a Dorantes... E la fine del grande
viaggio, il ritorno all'Istituzione, saranno preannunciati dalla ricomparsa di segni
della cultura europea, di oggetti di metallo alla deriva; una fibbia di cinturone di
spada e un chiodo da ferrar cavalli che un indiano porta appesi al collo.

Il momento critico della transizione dei naufraghi all'altra cultura è segnato, in


questa testimonianza che organizza i dati in una involontaria quanto coerente
costruzione estetica, da una serie di manifestazioni di stravolgimento delle
strutture dell'Istituzione. E dapprima il crollo delle gerarchie, nella fuga disperata
verso la sopravvivenza sulle barche improvvisate ("Sicuro che sarebbe stato quasi
impossibile per noi potergli tenere dietro" - al governatore - "e rispettare i suoi
ordini, gli chiesi che cosa mi ordinasse di fare. Mi rispose che non era più tempo
di impartire ordini l'uno all'altro e che ormai ciascuno doveva scegliere da solo il
cammino della propria salvezza; era quanto lui stesso stava per fare. Così dicendo,
si allontanò con la sua barca"). Poco più avanti Alvar Núñez registrerà, senza
stupore, l'assenza di gerarchie tra gli indiani ("Non hanno un capo che li governi").
Una cultura pesante di storia si confronta con una cultura senza storia, e della
prima si scopre la drammatica fragilità.

Dopo la caduta delle gerarchie, con la nudità, è il mondo alla rovescia. Gli
spagnoli, partiti "per conquistare e governare", diventano schiavi dei barbari. Se
all'inizio dell'avventura il verbo che definiva i loro rapporti con gli indiani era
l'ingenuo e brutale "prendere" ("prendemmo quattro indios... presero tre o quattro
indios"), lo stesso verbo descrive ora il rapporto rovesciato ("Noi restammo con
gli altri fino all'imbrunire; solo allora ci presero e, sorreggendoci a braccia e in
gran fretta, ci portarono al villaggio"). E nelle terre che una tenace e
indocumentata leggenda voleva abitate da popolazioni dedite al cannibalismo,
cinque cristiani si divorano l'un l'altro finché non resta che un superstite,
suscitando l'orrore e la collera degli indiani ("Fu così che cinque cristiani, che si
erano riparati sulla costa, arrivarono al punto di mangiarsi l'un l'altro, finché non
ne rimase che uno, il quale, rimasto solo, non trovò chi se lo mangiasse... Dinanzi
a tale fatto gli indios rimasero così inorriditi e così sconcertati, che, senza dubbio,
se li avessero colti sul fatto, sin dall'inizio, li avrebbero uccisi e noi tutti ci
saremmo trovati in gran difficoltà").

Dopo aver perso i collegamenti con i centri terminali di comunicazione della loro
cultura, gli uomini della deriva perdono dunque l'ultima possibilità di ritorno per
mare - le barche - e gli abiti. Restituiti alla gelida spiaggia accendono un fuoco,
riprendono forze. Un elemento della descrizione impietosita che Alvar Núñez fa di
questi naufraghi spiega meglio di qualsiasi riflessione lo strano ingresso - di quelli
tra loro che sopravviveranno - nella nuova cultura. I naufraghi, si dice, sono
l'immagine stessa della morte. Eppure, nella loro nudità, appaiono come neonati.
E' il principio, attraverso la sofferenza e la morte, di una nuova vita. Gli indiani,
che per giorni hanno avuto cura di loro e ora li ritrovano così trasformati,
piangono a lungo di un pianto che non è di compassione, ma di rituale
accoglienza.

Successivamente si verifica l'episodio della morte per dissenteria di un buon


numero di reduci e una grande moria di indiani, evidentemente contagiati, anche
se lo stesso Alvar Núñez non ne è consapevole. Tra questi ultimi si diffonde la
convinzione che i bianchi siano in grado, per vie magiche, di provocare la morte.
Subito dopo, sorprendentemente, il cronista dichiara ad apertura di un capitolo che
gli indiani vollero fare di loro degli sciamani ("Mentre eravamo sull'isola, ci
imposero di fare i medici senza assicurarsi della nostra scienza, né accertarsi se
effettivamente lo fossimo. Quegli indios sogliono curare le malattie soffiando sul
malato e, con quel soffio e con le mani, scacciano da lui il morbo. A noi
ordinarono di fare la stessa cosa per renderci utili in qualche modo"). Il fatto non è
troppo stupefacente se si tenta di leggere, tra le righe della cronaca, al di là della
vicenda dei bianchi, il modo in cui gli indiani vissero quell'incontro. Si erano visti
recare dal mare, dopo il naufragio, degli esseri diversi, strani e sofferenti. Li
avevano visti morire, li avevano visti in preda alla malattia: avevano assistito a
quella vicenda iniziatica di sofferenza, di morte e di resurrezione che segnava
l'accesso, nella loro cultura, alla condizione di sciamano.

Ora Alvar Núñez dichiara d'aver rifiutato di assumere quel ruolo, e di essersi
persuaso ad accettarlo solo costretto dalla fame ("Noi ridevamo di tutto ciò,
convinti che quella fosse una burla ai nostri danni, e rispondevamo che non
eravamo capaci di farlo. Ma, a causa di questo nostro atteggiamento, ci
minacciarono di toglierci il cibo finché non avessimo obbedito"). Non deve
trattarsi di una menzogna intesa a giustificare l'eterodossa trasformazione:
l'impostazione del ruolo contro la volontà del segnato è tratto comune dello
sciamanesimo. Ma le distorsioni e le censure del racconto hanno inizio subito
dopo. Alvar Núñez non dichiara d'aver subito un'iniziazione pratica. Eppure un
passo del suo racconto lo lascia sospettare ("Di fronte alla nostra ostinazione, un
indio mi disse che ero sciocco a rifiutare di ricorrere alle sue cognizioni di
medicina, perché le pietre e le erbe che crescono nei campi posseggono grandi
poteri; affermava che lui, con il solo contatto di una pietra calda sullo stomaco,
riusciva a curare e a eliminare il dolore; di certo noi, che eravamo uomini,
possedevamo doti e poteri più efficaci delle pietre e delle erbe. Insomma, fummo
proprio costretti a farlo, senza alcun timore di essere in futuro ritenuti colpevoli
perciò che facevamo. Ecco, dunque, in che modo loro sogliono curare le
malattie...").
Da quel momento prende l'avvio, prima fra difficoltà e stenti, poi in un itinerario
esaltante, la carriera di uno sciamano bianco e dei suoi compagni. Alvar Núñez,
dopo aver guarito ogni sorta di malattie, dopo aver estratto, con un'operazione
impensabile senza l'ausilio di notevole perizia pratica, una punta di freccia dal
petto di un indiano, resuscita un cadavere.

Il cronista ricorda più volte che gli indiani li chiamavano figli del sole. Ma le loro
capacità taumaturgiche non erano garantite soltanto da questa credenza. I tre
guaritori avevano cura di creare e di mantenere intorno a sé un alone sacrale:
mangiavano di notte e parlavano raramente, delegando allo schiavo negro il
compito di assumere informazioni sulle strade e sui villaggi ("Godevamo di
grande autorità e prestigio e, per meglio conservare quella grande stima che ci
eravamo guadagnati, parlavamo con loro di rado. Perlopiù era il negro a
parlare..."). E in ogni villa una ressa per toccarli. Gli indiani mangiano solo i cibi
che hanno benedetto. Li seguono turbe di tre o quattromila persone.

Ma è proprio in queste pagine che il ricordo di Alvar Núñez è più censurato dalla
scrittura. La colpa che l'uomo rivestito deve celare è duplice. E' quella di aver
rinnegato la propria cultura per accedere a una cultura diversa, ma anche quella di
aver potuto credere alla possibilità di un rapporto diretto tra sé e il Dio senza il
tramite dell'Istituzione, di aver potuto presumere che la divinità avesse delegato a
lui, fuori della mediazione della Chiesa, il potere di guarire e di operare miracoli.
Il meccanismo di censura agisce spesso mascherando il racconto dell'esperienza
sotto le vesti della cronaca ufficiale ("Ho voluto riferire queste loro usanze, per
soddisfare, da un lato, la naturale curiosità degli uomini sugli altrui costumi e,
dall'altro, per far sapere a chi in seguito si imbatterà in loro quanto coraggio e
quanta scaltrezza adoperino contro i nemici"); talvolta, elimina nessi logici nella
linea narrativa, per cui gli episodi si giustappongono senza che se ne avverta la
dipendenza causale, conservata solo nella memoria. Ma ciò che si verifica più di
frequente è una dislocazione del punto di vista, per cui la sospettabilità di
eterodossia della vicenda appare imputabile alla sola percezione degli indiani
("Ripetevano che noi eravamo figli del sole, e, come guaritori, avevamo poteri di
vita e di morte sugli infermi... Era ormai ritenuta cosa certa che noi venivamo dal
cielo").

Eppure il discorso non procede senza lapsus, e vale la pena ricordarne almeno due,
uno per ognuna delle colpe da nascondere. Cominciamo con l'Alvar Núñez figlio
di dio e, in nome suo, senza mediazioni, padrone della vita e della morte. Un
gruppo di indiani si oppone alla sua partenza da un villaggio. Il guaritore, per
protesta, lascia le case al tramonto e dorme nella campagna. Gli indiani hanno
paura e restano a vegliarlo tutta la notte. Il giorno dopo gli sciamani bianchi
continuano a mostrarsi in collera, e accade "una cosa strana": numerosi uomini del
villaggio si ammalano, e ne muoiono otto. L'episodio non avrebbe nulla di
eccezionale nella cronaca se non contenesse un lapsus di scrittura. L'inconscio
linguistico ha tradito il cronista, che per una volta ha dimenticato di sopprimere un
nesso logico rivelatore: gli indiani si sono ammalati, alcuni sono morti perché loro
si mostravano adirati ("Poiché ci ostinavamo a simularci in collera per intimorirli,
accadde un fatto insolito: quello stesso giorno, molti di loro si ammalarono e il
giorno appresso ne morirono otto. Dovunque fosse giunta la notizia, la gente
aveva tale timore di noi, che al solo vederci sembrava dovesse morire di paura").

E' invece un pronome, nelle ultime pagine di cronaca, a tradire l'esperienza di


integrazione nell'altra cultura. Dopo la ricomparsa dei segni della civiltà europea -
la fibbia, il chiodo - gli sciamani rientrano in contatto con gli spagnoli. E la
scrittura del cronista, riferendo la vicenda dell'incontro e del ricongiungimento,
non oppone il "noi" narrativo a "gli indiani", ma a "cristiani" ("Dopo le molte ed
evidenti tracce dei cristiani, capimmo di essere ormai vicino a loro... Lasciammo
ai cristiani pelli di vacca e altre cose che avevamo con noi...).

Il naufragio, nella vicenda di Alvar Núñez Cabeza de Vaca, era stata una
catastrofe che aveva disperso, insieme con gli strumenti della sua sopravvivenza
civile, i segni della sua cultura, l'Abito. E Alvar Núñez era portatore di un modello
culturale che, emarginando il mondo dei fatti, privilegiava proprio la sfera dei
segni. Il corpo nudo del naufrago, persa la sua consistenza segnica, era regredito
così, in un istante cruciale, all'esistenza puramente biologica, allo stato di natura.
Robinson Crusoe, il puritano l'emancipato dalla servitù e dalla grandezza dei
segni, ricostruisce nelle stesse condizioni le proprie strutture tecniche ed
economiche.

Alvar Núñez invece, dispersa con l'Abito la sua identità sociale, era entrato in una
nuova cultura, tra nuovi segni dove aveva vissuto un'inconfessabile utopia.

Cesare Acutis

Note.

1. Questa Introduzione di Cesare Acutis apparve per la prima volta nell'edizione


La Rosa, Torino 1980, dei "Naufragi".
Naufragi
Proemio

Sacra, Cesarea, Cattolica Maestà

Tra quanti Principi sappiamo essere esistiti nel mondo, nessuno, penso, può
eguagliare la Maestà Vostra per l'ardore, la grande diligenza e la devozione dei
sudditi nel servirLa. E assai bene si intende, in tale assunto, che una siffatta
volontà di servire ha di sicuro un fondamento e una ragione assai importanti
giacché gli uomini non sono così ciechi da procedere al buio e senza alcun motivo,
in una stessa direzione. Invero non solamente si prodigano nel servire la Maestà
Vostra quei nativi obbligati dalla fede o dalla sottomissione ma anche tutti gli
altri. Nondimeno, sebbene il desiderio e la volontà di servire siano in tutti uguali,
nei profitti che ciascuno può procurarVi esiste una profonda diversità, e non per
colpa altrui o per mera fortuna, ma per sola volontà e giudizio di Dio; così accade
che uno si guadagni più meriti di quanto si aspettasse e all'altro succeda proprio il
contrario, e del proposito iniziale non resti altra testimonianza che la sua
diligenza, e anche questa così nascosta da non potersi disvelare. Di me stesso
posso dire che nell'impresa condotta in Terra Ferma, per mandato della Maestà
Vostra, pensai che il mio operato e i miei servigi fossero palesi e evidenti quanto
lo erano stati quelli dei miei antenati e che non ci fosse alcuna necessità di
argomentazioni per essere annoverato tra coloro che, con incrollabile fede ed
estrema cura, amministrano ed attendono agli affari della Maestà Vostra, che poi li
ricompensa. Ma, poiché né il mio intendimento né la mia devozione consentirono
di ottenere quanto ci eravamo prefissi e, a causa dei nostri peccati, Dio permise
che, tra le numerose flotte che raggiunsero quelle terre, proprio la nostra si
trovasse nei più seri pericoli e finisse in modo così miserando e infelice, non mi
restò altra possibilità, per rendere un servigio alla Maestà Vostra, che quella di
presentare una relazione degli avvenimenti accaduti in quei dieci anni nelle molte
e strane terre che percorsi smarrito e senza panni addosso. Volli informare la
Vostra Maestà sulle diverse località, le province e le distanze che le separano, i
modi di sostentarsi degli indigeni e gli animali che allevano in esse, i differenti usi
delle numerose e selvagge genti con le quali ho a lungo vissuto, ed ogni altro
particolare che potei apprendere, con la certezza che sarà di una qualche utilità
alla Maestà Vostra. Sebbene, infatti, la speranza di allontanarmi da quelle genti
fosse sempre assai debole, misi massima cura e impegno per imprimere nella mia
memoria ogni cosa, allo scopo di fornire testimonianza della mia volontà e servire
così la Maestà Vostra, se un giorno Dio Nostro Signore mi avesse voluto
concedere la grazia di condurmi dove ora mi trovo. Sicché la mia relazione è
avvertimento, a mio parere di non poco conto, per coloro che, a Vostro nome,
intendessero conquistare quelle terre e indirizzarne gli abitanti alla conoscenza
della vera Fede e del vero Signore e al servizio della Maestà Vostra. Scrissi il
resoconto sempre con tanta precisione che, sebbene in esso si leggano cose assai
nuove e per alcuni difficilissime a credersi, possono invece crederle senza ombra
di dubbio ed essere certi che in ogni sua parte sono stato conciso più che prolisso;
a riprova di ciò basti il fatto che l'ho offerto alla Maestà Vostra come veritiera
testimonianza. Infine supplico la Maestà Vostra di accoglierlo come mio servigio,
perché è l'unico bene che poté portare con sé un uomo scampato nudo a una triste
sorte.
1.
Dove si narra della flotta, dei funzionari regi e degli uomini della
spedizione

Il 7 giugno del 1527 partì, dal porto di San Lúcar de Barrameda, il governatore
Pánfilo de Narváez con potestà e mandato della Maestà Vostra (1) per conquistare
e governare le province di Terra Ferma comprese tra il rio de las Palmas e il capo
della Florida. La flotta era composta da cinque navi sulle quali erano imbarcati
all'incirca seicento uomini. I funzionari regi a bordo della flotta (ché di loro è
doveroso fare menzione) erano questi che qui di seguito indichiamo: Cabeza de
Vaca, tesoriere e ufficiale di polizia della flotta, Alonso Enríquez, amministratore,
Alonso de Solís, ministro della Maestà Vostra e ispettore di finanza. E in veste di
commissario religioso c'era anche un frate dell'ordine di san Francesco di nome
fra' Juan Suárez, e al suo seguito viaggiavano altri quattro frati del medesimo
ordine. La prima terra che toccammo fu l'isola di Santo Domingo (2); qui
restammo alla fonda ben quarantacinque giorni per provvederci di certe cose
necessarie alla spedizione, in special modo di cavalli. Fu qui che più di
centoquaranta soldati della nostra flotta disertarono, sedotti dalle offerte e dalle
promesse che la gente di quel villaggio aveva fatto loro. Di lì partiti, giungemmo a
Santiago (che è porto dell'isola di Cuba) e qui, nei pochi giorni di sosta, il
governatore mise insieme uomini, armi e cavalli. Qui accadde che un notabile, di
nome Vasco Porcalle (3), abitante della città di Trinidad, situata sulla stessa isola
di Cuba, offrisse al governatore provviste di cui disponeva per l'appunto in città, a
cento leghe da quel porto di Santiago. Il governatore partì dunque con tutta la
flotta alla volta di quel luogo, ma giunti che furono presso un altro porto chiamato
Cabo de Santa Cruz, giusto a metà del cammino, parve al governatore che fosse
più opportuno attendere lì e mandare una sola nave per caricare quelle provviste;
ordinò quindi a un certo capitano Pantoja di salpare con la sua nave e, per
maggiore sicurezza, dispose che io lo seguissi con la mia. Quanto a lui sarebbe
rimasto lì con le altre quattro navi, giacché nell'isola di Santo Domingo ne aveva
comprata una sesta. Arrivati a Trinidad con le nostre due navi, il capitano Pantoja
se ne andò con Vasco Porcalle a rifornirsi di vettovaglie in città a una lega dal
porto. Io invece restai alla fonda; i piloti continuavano a ripetermi che avremmo
fatto bene ad allontanarci da quei luoghi il più presto possibile, perché quello era
un porto infido, dove molte navi erano già colate a picco. E poiché quanto lì
accadde fu cosa di certo straordinaria, non mi pare estraneo all'intenzione e allo
scopo di descrivere questo mio viaggio soffermarmi qui a raccontarlo. La mattina
seguente il tempo cominciò a farsi minaccioso; pioveva e il mare andava
ingrossando in tal modo che, sebbene io avessi dato agli uomini il permesso di
scendere a terra, molti di loro, viste le condizioni del tempo ed essendo la città
distante almeno una lega, pur di non esporsi alle intemperie e al freddo, tornarono
alle navi. In quel mentre arrivò dalla città una canoa; mi fu consegnata una lettera
di un abitante di Trinidad, il quale mi pregava di scendere a terra, ché, se mi fossi
recato da lui, avrebbe messo a mia disposizione tutte le provviste di cui avessi
avuto bisogno. Io respinsi l'offerta, adducendo a pretesto che non potevo
abbandonare le navi. Verso mezzogiorno la canoa tornò con un'altra lettera, nella
quale quel signore mi rinnovava l'invito con grande insistenza e mi inviava un
cavallo per raggiungere la città. Risposi come avevo già fatto e cioè che non
intendevo abbandonare le navi. Ma i piloti e gli uomini dell'equipaggio mi
implorarono affinché io mi recassi a sollecitare l'invio dei rifornimenti, per poter
lasciare quanto prima quel porto, dove tutti temevano che, se ci fossimo trattenuti
ancora a lungo, avremmo finito col perdere le navi. Spinto dalla loro insistenza,
decisi allora di raggiungere la città. Prima di scendere a terra, però, lasciai detto ai
piloti che, se si fosse levato il vento di ostro, per colpa del quale erano naufragate
numerose imbarcazioni, e si fossero visti in grave pericolo, dessero con le navi al
traverso, sì da salvare uomini e cavalli. Poi scesi a terra e, per quanto cercassi di
portarmi dietro qualcuno, nessuno volle lasciare la nave; tutti dicevano che
pioveva a dirotto, che il freddo era intenso e la città assai lontana. Sarebbero
invece sbarcati, con l'aiuto di Dio, l'indomani, domenica, per sentire messa. Un'ora
dopo la mia partenza il mare si infuriò tanto e il vento di tramontana cominciò a
soffiare con tale impeto, che nessuno osò calare le scialuppe in acqua e non
riuscirono neppure a dare con le navi al traverso perché il vento le investiva da
prua. Trascorsero quel giorno e tutta la domenica tra grandi affanni, presi come
erano tra due venti contrari, sotto continui rovesci di pioggia. La notte appresso, la
pioggia e la burrasca crebbero a tal punto che in terra non si stava certo meglio
che in mare. La chiesa e tutte le case erano crollate e noi dovevamo camminare in
sette o otto stretti l'uno all'altro, per evitare che il vento ci portasse via. E, al riparo
dagli alberi, non meno grande era la paura, giacché correvamo il rischio di morire
schiacciati quando si abbattevano al suolo. Travolti dalla tempesta e tra mille
insidie, vagammo sino al sorgere del giorno senza trovare mai un asilo sicuro dove
metterci al riparo, anche solo per breve tempo.

Per tutta la notte, ma soprattutto dalla mezzanotte in poi, udimmo un incessante


frastuono (4), alte grida e il suono insistente di sonagli, flauti, tamburi e altri
strumenti, suono che tacque soltanto il mattino seguente, quando cessò la
burrasca. In quelle terre non si era mai vista cosa più spaventosa: io stesso ne ebbi
la prova e ho già inviato una testimonianza alla Maestà Vostra. Il lunedì mattina
raggiungemmo il porto, dove non c'era più traccia delle nostre navi; vedendo in
acqua soltanto le boe, capimmo che erano andate perdute. Allora ci
incamminammo lungo il litorale alla ricerca di qualche relitto. Ma il vento aveva
spazzato via ogni cosa. Disperati, ci addentrammo nella boscaglia e, dopo un
quarto di lega, scorgemmo la scialuppa di una delle nostre navi sospesa tra i rami
degli alberi. Dieci leghe oltre, lungo la costa, ritrovammo i resti di due uomini
della mia nave e qualche coperchio di cassa. I due corpi sfracellati sugli scogli
erano irriconoscibili. Trovammo anche una cappa e una coperta ridotte a brandelli
e poi nient'altro né persone né cose. Per il naufragio, insieme alle due navi
perdemmo sessanta uomini e venti cavalli. Quelli che erano scesi a terra il giorno
dell'arrivo forse una trentina, furono gli unici superstiti di entrambe le
imbarcazioni. Trascorremmo così alcuni giorni, tormentati da molti affanni e privi
di ogni cosa. La tempesta aveva infatti distrutto tutte le provviste del paese e
grande parte del bestiame. La terra offriva un tale spettacolo di desolazione che
stringeva il cuore: gli alberi schiantati al suolo e senza fronde, bruciati i boschi e
arsi i campi e senza più un filo d'erba. E in tale stato ci trascinammo fino al 5 di
novembre, giorno in cui giunse il governatore con le sue quattro navi che erano
incorse negli stessi pericoli. Avevano trovato scampo solo perché erano riuscite a
mettersi al riparo prima che si scatenasse la tempesta. Gli uomini delle sue navi e i
pochi che aveva trovato a Trinidad erano così intimoriti per quanto era accaduto,
che non osavano più prendere il mare con quel tempo. Tutti insieme supplicarono
il governatore di trascorrere lì l'inverno. Questi allora, vedendo che tale era la
volontà della sua gente e degli abitanti del luogo, acconsentì. A me affidò le navi e
gli equipaggi, perché con loro andassi a svernare nel porto di Xagua (5), a dodici
leghe da Trinidad. E lì rimasi fino al 20 del mese di febbraio.

Note.

1. La relazione dei "Naufragi" è indirizzata all'imperatore Carlo Quinto.


2. Fondata il 5 agosto da Bartolomeo Colombo.
3. Vasco Porcalle, personaggio di spicco anche nella spedizione guidata da
Hernando de Soto, al quale Garcilaso de la Vega el Inca dedica ampio spazio nella
sua "Florida".
4. L'apparente metafora per indicare il frastuono dell'uragano potrebbe trovare una
spiegazione nell'uso di strumenti musicali suonati dagli indigeni per esorcizzare il
temporale. Confronta a questo proposito F. Ortiz, "El huracán, la mitología y su
símbolo", Fondo de Cultura Económica, México 1984.
5. Località situata nell'attuale baia di Cienfuegos (Las Villas).
2.

Di come il governatore venne al porto di Xagua portando con sé un


pilota

Verso la fine di quello stesso mese, il governatore arrivò a Xagua, con un


brigantino comprato a Trinidad. Portava con sé un pilota di nome Miruelo (1). Lo
aveva preso a bordo perché quegli affermava di conoscere bene la zona del rio de
las Palmas, essendoci già stato. Diceva inoltre di essere uno dei migliori piloti di
tutta la costa settentrionale. Il governatore aveva comprato all'Avana anche
un'altra nave, che poi aveva lasciato al comando di Alvaro de la Cerda, con a
bordo quaranta soldati e dodici uomini a cavallo.

Due giorni dopo l'arrivo del governatore ci imbarcammo: in tutto quattrocento


uomini e ottanta cavalli su quattro navi e un brigantino. Il pilota che avevamo
appena ingaggiato portò le navi in quella zona di bassi fondali, detta di Canarreo
(2), e il giorno dopo ci trovammo in secca. Per quindici giorni restammo con le
chiglie incastrate sul fondo, finché un forte vento di ostro non spinse tanta acqua
tra quelle secche che finalmente riuscimmo a venirne fuori, seppure in mezzo a
mille rischi. Da lì partiti, giunti quasi all'altezza di Guaniguanico, ci colse di
nuovo una tempesta tanto violenta che per poco non naufragammo.

In prossimità di capo Corrientes, si abbatté su di noi un altro uragano che durò ben
tre giorni. Finalmente riuscimmo a doppiare il capo di San Antón e navigammo
con tempo contrario fino a dodici leghe dall'Avana. E quando il giorno dopo
stavamo per toccare terra, l'ostro soffiò ancora con molta furia e ci spinse di nuovo
al largo, lontani dalla costa. Ci mettemmo alla cappa e così navigammo in
direzione della Florida.

Avvistammo terra martedì 12 aprile e continuammo a costeggiare sempre nella


stessa direzione. Il giovedì santo gettammo le ancore all'imboccatura di una baia
(3) in fondo alla quale scorgemmo certe capanne: erano le abitazioni degli indios.

Note.
1. Di particolare interesse è il riferimento a questo personaggio sempre nella
"Florida" dell'Inca.
2. Si tratta di un arcipelago di isolotti tra la baia di Cienfuegos e l'Isola dei Pini.
3. Si tratta della baia di Tampa, abitata in quel punto dal gruppo indigeno Ti-
mucua, uno dei più importanti della Florida.
3.

Di come arrivammo in Florida

Quello stesso giorno Alonso Enríquez, nostro amministratore, raggiunse un'isola


in quella baia e chiamò gli indios; questi, ai suoi segni, accorsero e si intrattennero
con lui a lungo; con il baratto ottenne pesce e qualche pezzo di carne di cervo. Il
giorno dopo, che era venerdì santo, il governatore sbarcò con tutti gli uomini che
le scialuppe potevano contenere. Quando arrivammo ai "buhíos" (1), cioè le case
degli indios che avevamo scorto, le trovammo abbandonate e deserte; durante la
notte, infatti, la gente se n'era andata con le canoe. Uno di quei "buhíos" era così
grande da contenere più di trecento persone, gli altri invece erano molto più
piccoli. Vi trovammo, tra le reti, un sonaglio d'oro.

Il dì seguente il governatore alzò le insegne della Maestà Vostra e prese possesso


di quella terra in Suo nome; presentò le proprie credenziali e fu ricevuto e
obbedito in qualità di governatore, secondo gli ordini della Corona. Allo stesso
modo, anche noi presentammo le nostre credenziali innanzi a lui ed egli prese atto
di quanto vi era detto. Subito dopo ordinò al resto dell'equipaggio di sbarcare
insieme ai pochi cavalli rimasti, che ormai non erano più di quarantadue. Gli altri,
infatti, a causa delle violente tempeste e la lunga navigazione erano morti; ma i
cavalli superstiti erano così magri e sfiniti che, per il momento, a ben poco
potevano servirci.

L'indomani gli indios di quel villaggio tornarono da noi, però, sebbene tentassero
di parlarci, senza un interprete, non riuscivamo a comprenderli. Ma era chiaro che
gesticolavano in modo minaccioso e a noi parve che ci invitassero ad abbandonare
quella terra. E così, senza arrecarci alcun danno, se ne andarono.

Note.

1. "Buhío" è un vocabolo usato dal gruppo "taíno" per indicare le abitazioni;


successivamente è entrato nello spagnolo nell'accezione di capanna.
4.

Di come preparammo la spedizione verso l'interno

L'indomani il governatore decise di esplorare quella terra per vedere che cosa
celasse. Con lui partimmo il commissario, l'ispettore, io e quaranta uomini a
cavallo (dei quali ben poco potevamo valerci). Procedemmo verso nord e, allora
del vespro, raggiungemmo una profonda insenatura (1) che sembrava addentrarsi
nella terraferma: lì trascorremmo la notte. Il giorno dopo ritornammo dove
avevamo lasciato le navi e gli uomini. Il governatore ordinò allora che il
brigantino proseguisse la navigazione lungo la costa della Florida, per cercarvi il
porto che il pilota Miruelo aveva detto di conoscere. Quest'ultimo, purtroppo, si
era già sbagliato e in realtà non sapeva neppure dove ci trovassimo, né tanto meno
dove fosse quel porto.

A quelli del brigantino fu comunque ordinato che, se per caso non avessero
trovato il porto indicato, puntassero sull'Avana alla ricerca della nave capitanata
da Alvaro de la Cerda e, caricate le necessarie provviste, ritornassero a cercarci.

Partito il brigantino, riprendemmo la marcia verso l'interno. Eravamo gli stessi


della prima spedizione, con soltanto qualche uomo in più. Ci incamminammo
lungo la costa appena scoperta; avevamo percorso solo quattro leghe quando
incontrammo quattro indios; li prendemmo e mostrammo loro il granoturco per
vedere se per caso lo conoscevano; fino a quel momento, infatti, non ne avevamo
visto traccia alcuna. Ci risposero che ci avrebbero condotto dove cresceva, e così
ci accompagnarono al loro villaggio che si trovava, a poca distanza, oltre un
promontorio. Lì, gli indios ci mostrarono un campo di granoturco ancora verde. In
quel villaggio trovammo molte casse, di quelle che usano i mercanti di Castiglia;
in ciascuna c'era un cadavere. I corpi erano ricoperti con pelli di cervo dipinte. Il
commissario religioso, convinto che quella fosse una forma di idolatria, bruciò le
casse con tutti i corpi. Trovammo inoltre pezzi di tela, panno e pennacchi che
sembravano provenire dalla Nuova Spagna (2). Trovammo anche qualche oggetto
d'oro. Domandammo a gesti a quegli indios dove avessero preso tali cose; coloro,
sempre a gesti, ci risposero che, molto lontano da lì, c'era una provincia che si
chiamava Apalache (3), dove si trovava una ingente quantità d'oro. Facevano
grandi gesti per farci capire che in quella provincia c'era molta abbondanza di tutto
ciò che noi teniamo in pregio. Insomma, affermavano che ad Apalache c'era ogni
ben di Dio. Sicché ci rimettemmo in marcia, portandoci dietro come guida quegli
indios. Dopo dieci o dodici leghe di cammino, trovammo un altro villaggio di
quindici case intorno al quale si estendeva un bell'appezzamento di terreno ricco
di granoturco ormai maturo; trovammo anche una piccola quantità di granoturco
secco. Dopo una sosta di due giorni, tornammo nel luogo dove avevamo lasciato
l'amministratore, il resto degli uomini e le navi. Riferimmo loro quanto avevamo
visto e le notizie avute dagli indios.

L'indomani, che era il primo di maggio, il governatore mi convocò insieme al


commissario, l'amministratore, l'ispettore, un marinaio di nome Bartolomé
Fernández e un notaio chiamato Jerónimo de Alaniz. Quando fummo tutti riuniti,
ci comunicò la sua intenzione di muovere verso l'interno e di ordinare alle navi di
costeggiare fino a raggiungere quel porto di cui parlava Miruelo, giacché i piloti
sostenevano che, seguendo la direzione di rio de las Palmas, la rada non poteva
essere lontana. Poi ci chiese il nostro parere. Subito risposi che per nessuna
ragione al mondo avrebbe dovuto lasciare le navi, se prima non si fosse trovato un
porto sicuro. Ero infatti convinto che i piloti non fossero certi di quanto
affermavano e che, anzi, il più delle volte non sapevano orientarsi.

Gli feci notare inoltre che spesso i loro pareri erano discordi; i cavalli, poi, erano
così mal ridotti che non avremmo potuto servircene. Aggiunsi che procedevamo
come muti in quella terra, poiché non avevamo interprete e non potevamo quindi
intenderci con gli indios e ottenere da loro informazioni su quanto stavamo
cercando. Aggiunsi ancora che ci addentravamo in un paese sul quale non
possedevamo alcun resoconto, che non sapevamo come fosse, quali ricchezze
celasse, da chi fosse abitato, ignorando persino in quale punto della terra ci
trovassimo, privi di provviste e di quegli strumenti necessari per esplorare una
zona sconosciuta. I viveri che avevamo a bordo, infatti, sarebbero serviti solo per
una razione di una libbra (4) di gallette e una di lardo a ogni uomo. Insomma, ero
convinto che dovevamo imbarcarci alla ricerca di un porto e di una terra migliori,
più adatti a un nostro insediamento; quella zona che sin lì avevamo percorso era,
infatti, la più povera e la più deserta di quante avevamo viste da quelle parti.

Il commissario era invece di parere contrario al mio; diceva che non dovevamo
affatto imbarcarci, ma che dovevamo procedere lungo la costa, dal momento che i
piloti affermavano che la distanza che ci separava dal porto di Pánuco (5) non
doveva essere superiore a dieci o quindici leghe. Era convinto che, proseguendo la
marcia lungo la costa, avremmo di certo trovato quel porto che i piloti
affermavano fosse in una baia profonda circa dodici leghe; nel frattempo, le navi e
il resto degli uomini avrebbero navigato nella stessa direzione, sempre lungo la
costa, fino a quel famoso porto. Chi lo avesse trovato per primo avrebbe dovuto
aspettare gli altri. Secondo lui, prendere tutti insieme il mare significava sfidare
Dio, poiché, da quando avevamo lasciato la Castiglia, avevamo patito in mare
continui travagli, colpiti ininterrottamente da violente tempeste, con gravi perdite
di uomini e di navi durante tutta la navigazione fino a quel luogo. Infine, il
commissario ripeté che il governatore doveva procedere a piedi lungo la costa,
mentre le navi avrebbero fatto lo stesso percorso per raggiungerci poi al porto.
Agli altri parve che si dovesse seguire il consiglio del commissario. Tutti erano
d'accordo, tranne il notaio, il quale disse che non si potevano lasciare le navi senza
avere prima trovato un porto sicuro e conosciuto in una zona abitata; solo allora si
poteva procedere verso l'interno e fin dove avessimo voluto. Ma il governatore si
ostinò a seguire il piano da lui promosso e che tutti gli altri avevano assecondato.
Io, vista la sua determinazione, gli chiesi in nome della Maestà Vostra di non
lasciare le navi finché non fossero sistemate in porto, al sicuro, e invitai il notaio a
mettere per iscritto le mia dichiarazione. Il governatore rispose che lui seguiva il
parere della maggior parte dei funzionari e soprattutto del commissario e io non
avevo alcuna autorità per fargli tale richiesta. Pánfilo de Narváez domandò a sua
volta al notaio di mettere per iscritto che, essendo quel luogo inadatto per
sostentarci e privo di ripari sicuri per le navi, ordinava alla gente di togliere il
campo e di muovere alla ricerca di un porto e di un luogo migliori. Poi ordinò agli
uomini di mettersi in marcia insieme a lui e di rifornirsi di quanto avevano
bisogno per la spedizione. Dopo che ebbe provveduto a ciò, mi disse davanti a
tutti che, siccome io frapponevo tanti ostacoli e nutrivo un così grande timore di
avanzare verso l'interno, rimanessi pure lì e mi incaricassi delle navi e degli
uomini rimasti a bordo; avrei dovuto anche prendermi cura di organizzare gli
insediamenti qualora fossi giunto per primo al porto. Io rifiutai quell'incarico.
Quando fummo partiti di lì, quella stessa sera, mi mandò a dire che, siccome a suo
parere nessuno era in grado di assumersi il comando delle navi, mi pregava di
occuparmene. E vedendo che, malgrado la molta insistenza da parte sua, io
opponevo sempre il mio fermo diniego, mi domandò per quale ragione mi
ostinassi a rifiutare. Allora io gli risposi che respingevo quell'incarico perché ero
assolutamente certo, anzi sapevo, che lui non avrebbe più rivisto le navi, né le navi
lui; e questo perché, a parer mio, loro si dirigevano verso l'interno del tutto
impreparati. Perciò io preferivo espormi a quegli stessi pericoli che tutti gli altri
sfidavano e affrontare le stesse traversie, piuttosto che assumermi la responsabilità
delle navi; ché, se lo avessi fatto, avrei dato adito a voci maligne che avrebbero
attribuito il mio rifiuto di recarmi in esplorazione nell'interno soltanto alla paura.
Ciò avrebbe certamente compromesso la mia dignità, mentre io, invero, preferisco
rischiare la vita piuttosto che perdere l'onore. Allora il governatore, conscio della
vanità dei suoi sforzi, pregò gli altri di convincermi ad accettare. Ma, anche a loro,
io rinnovai il mio diniego. E così, alla fine, nominò suo luogotenente addetto alle
navi un giudice del suo seguito di nome Caravallo.
Note.

1. L'insenatura di cui si parla si trova nella baia di Tampa.


2. Con questo nome si designavano, all'inizio, i territori conquistati da Cortés; a
partire dal 1535, anno della sua istituzione, fu chiamato così il primo Viceregno
che si estendeva approssimativamente dal sud degli attuali Stati Uniti a Panama.
3. In quegli anni si designava col nome di Apalache la regione a nord-ovest della
Florida.
4. Una libra corrisponde a poco meno di 500 grammi.
5. L'attuale porto di Tampico sulla costa messicana.
5.

Di come il governatore lasciò le navi

Sabato primo maggio, giorno in cui il governatore aveva ordinato di distribuire a


ciascun uomo della spedizione due libbre di gallette e mezza libbra di lardo, ci
muovemmo verso l'interno. Gli uomini del corpo di spedizione erano poco meno
di trecento. Fra questi, vi erano il commissario religioso fra' Juan Suárez, un altro
frate chiamato fra' Juan de Palos, tre chierici e gli altri funzionari. Noi ufficiali a
cavallo eravamo quaranta.

Avanzammo per quindici giorni sostentandoci con quelle sole provviste che ci
portavamo appresso; non trovammo per via altro da mangiare se non certi cuori di
palma che crescono anche in Andalusia. In quei giorni non incontrammo un solo
indigeno e neppure case o altri luoghi abitati. Alla fine, giunti sulle rive di un
fiume (1), lo attraversammo con enorme fatica a nuoto o su zattere improvvisate;
un giorno intero ci costò guadarlo, tanto forte era la corrente. Non appena
toccammo l'altra sponda, ci vennero incontro dal fitto della boscaglia circa
duecento indios, poco più o poco meno. Il governatore avanzò verso di loro e,
dopo aver parlamentato a gesti, gli indigeni ci fecero cenno di seguirli. Guidati da
cinque o sei indigeni raggiungemmo il villaggio a circa mezza lega di distanza. Lì
trovammo una grande quantità di granoturco maturo e di ciò ringraziammo
infinitamente Dio nostro Signore per averci soccorsi in quel momento di grande
necessità. Nuovi come eravamo a quelle imprese, oltre che spossati dal viaggio,
eravamo logorati dalla fame. Tre giorni dopo il nostro arrivo, l'amministratore,
l'ispettore di finanza, il commissario religioso ed io pregammo il governatore di
inviare alcuni uomini alla ricerca di un approdo sulla costa, giacché gli indios
affermavano che il mare non era molto lontano da lì. Egli, però, ci rispose che non
era neanche il caso di parlarne, perché il mare era troppo lontano. Di fronte alle
mie insistenze, ordinò che fossi proprio io a guidare la spedizione alla ricerca di
quell'approdo e come scorta mi assegnò quaranta uomini a piedi.

Il giorno successivo mi misi in marcia insieme al capitano Alonso del Castillo e ai


quaranta uomini della sua compagnia. Camminammo fino a mezzogiorno, ora in
cui arrivammo a certe insenature che si estendevano verso l'interno; le
percorremmo per circa una lega e mezza, sempre con l'acqua a metà gamba. Quei
bassi fondali erano interamente ricoperti di ostriche che, oltre a martoriarci i piedi,
ci causarono enormi difficoltà durante la marcia, finché non raggiungemmo quello
stesso fiume, attraversato già in precedenza, che sfociava proprio in quella baia.
Una volta lì, non riuscimmo a guadarlo per la mancanza di equipaggiamento
adeguato e allora decidemmo di ritornare all'accampamento. Riferimmo al
governatore cosa avevamo trovato e gli spiegammo che era necessario
riattraversare quel fiume, che con estrema fatica avevamo già guadato, per
esplorare meglio la laguna e vedere se da quelle parti ci fosse per caso un approdo
migliore. Così, il giorno seguente, il capitano Valenzuela ricevette l'ordine di
passare il fiume con settanta uomini, di cui sei a cavallo, per seguirne il corso fino
al mare e accertare se in qualche punto della costa ci fosse un porto. Ma anche
Valenzuela tornò dopo due giorni e riferì che aveva raggiunto la rada, ma che era
impraticabile a causa dei bassi fondali; dovunque l'acqua non superava le
ginocchia e non c'era ombra di porto. Aggiunse inoltre di avere visto cinque o sei
canoe di indios ornati di piume, che solcavano la laguna.

Il giorno seguente l'intera colonna si rimise in marcia alla ricerca di quella regione
di cui ci avevano ripetutamente parlato gli indios, da loro chiamata Apalache.
Utilizzammo come guide gli indios nostri prigionieri e avanzammo così fino al 17
di giugno, senza che un solo indio osasse mostrarsi a noi. Finalmente, quello
stesso giorno, si fece avanti un cacicco con indosso una pelle di cervo dipinta,
portato a spalle da un indio; era accompagnato da un numeroso seguito e
preceduto dai suonatori di flauti di canna. Quell'uomo, giunto di fronte al
governatore, lo salutò e si intrattenne con lui a parlamentare per un'ora. A gesti,
riuscimmo a fargli intendere che eravamo diretti ad Apalache e dai suoi segni ci
parve di capire che lui, acerrimo nemico degli abitanti di quella contrada, ci
avrebbe aiutati contro di loro. Gli facemmo dono di quelle nostre biglie, sonagli e
altre cianfrusaglie e lui, in cambio, offrì al governatore la pelle che indossava.
Dopodiché se ne tornò indietro. Noi allora ci mettemmo in cammino e lo
seguimmo. Quella stessa sera, arrivammo a un fiume (2) molto profondo e molto
largo, agitato da una corrente impetuosissima. Ci parve rischioso attraversarlo con
le zattere e allora ci costruimmo una canoa; ciononostante, impiegammo un'intera
giornata per attraversarlo. E se quegli indios avessero voluto arrecarci danno,
avrebbero potuto comodamente ostacolarci il guado, che, malgrado il loro aiuto,
fu assai difficoltoso. Uno dei nostri uomini a cavallo, di nome Juan Velázquez,
nativo di Cuéllar, per l'eccessiva impazienza si spinse nel fiume e la corrente
impetuosa lo disarcionò; disperato si afferrò alle briglie e affogò insieme al
cavallo. Gli indios al seguito di quel cacicco, chiamato Dulchanchelin, ripescarono
il corpo del cavallo e ci indicarono il punto dove la corrente aveva trascinato il
cadavere del nostro compagno. Tre di noi andarono a recuperarlo. Molto ci
rattristò la sua morte, anche perché era stato il primo dei nostri uomini a morire.
Quella notte il cavallo servì da cena a molti.
Attraversato il fiume, il giorno appresso raggiungemmo il villaggio di quel
cacicco, che ci diede una provvista di granoturco. La sera, mentre alcuni dei nostri
erano intenti a rifornirsi d'acqua, una freccia colpì un cristiano dei nostri, ma
piacque a Dio che non lo ferisse. Il giorno dopo, lasciammo indisturbati quel
luogo, poiché gli abitanti di quella terra erano fuggiti. Procedendo oltre, ci
imbattemmo in alcuni indios in assetto di guerra, che, per quanto noi li
chiamassimo, non vollero darci ascolto né aspettarci; anzi, dapprima si nascosero
per poi mettersi sulle nostre tracce. Il governatore decise allora di lasciare una
pattuglia di uomini a cavallo in agguato lungo il sentiero; quando gli indios
passarono da lì, caddero nell'imboscata e tre o quattro di loro furono fatti
prigionieri dai nostri e utilizzati come guide.

I quattro indios ci condussero per zone impervie al passo e mirabili alla vista,
attraverso l'impenetrabile vegetazione di alberi fittissimi, alti a dismisura, molti
dei quali, caduti a terra, ci ostacolavano il cammino. Sicché eravamo costretti a
una marcia tortuosa e spossante. Tra gli alberi ancora in piedi, molti apparivano
squarciati dalle fronde alle radici dall'impeto dei fulmini, tanto frequenti in quelle
terre flagellate da continue burrasche e violente tempeste. La marcia proseguì fra
mille disagi sin dopo San Juan, quando avvistammo, all'insaputa della gente del
luogo, Apalache. Rendemmo molte grazie a Dio per averci sorretti fra tanti
pericoli. Fiduciosi su quanto ci era stato detto su quella terra, eravamo certi che lì
avrebbero avuto fine le nostre interminabili sventure e le pesanti traversie della
marcia lunga e faticosa, e della grande fame patita. Sebbene avessimo trovato
talvolta piccole quantità di granoturco, spesso percorrevamo sette o otto leghe
senza mai trovarne. E non pochi di noi erano afflitti, oltre che dalla grande
stanchezza e dalla fame, dalle piaghe che il peso delle armi durante il lungo
viaggio aveva aperto sulle nostre spalle, per non parlare poi di tutte le altre
numerose avversità. Quando giungemmo dove volevamo e dove avremmo trovato
sostentamento e oro in abbondanza, secondo quanto ci era stato detto,
all'improvviso ci parve di esserci liberati dalla fatica e dalla stanchezza.

Note.

1. E' probabile che si tratti dello Withlacoochee.


2. E' probabile che si tratti dello Suwannee.
6.

Di come arrivammo ad Apalache

Giunti che fummo in vista di Apalache, il governatore mi ordinò di prendere nove


uomini a cavallo e cinquanta a piedi e di entrare nel villaggio. Così mi misi in
marcia insieme all'ispettore e agli uomini. Una volta entrati, trovammo solo donne
e bambini, perché gli uomini si erano allontanati. Ma di lì a poco, mentre
perlustravamo il villaggio, gli indios accorsero e sferrarono l'attacco,
bersagliandoci di frecce e uccidendo il cavallo dell'ispettore.

Lì trovammo enormi quantità di granoturco maturo, pronto per il raccolto e


altrettanta abbondanza di quello secco conservato. Trovammo inoltre molte pelli
di cervo e, assieme a queste, pezzi di stoffa scadente con i quali le donne coprono
alcune parti del loro corpo. C'erano anche molti recipienti usati per macinare il
granoturco.

Le case del villaggio, circa quaranta, erano basse e costruite in luoghi riparati per
timore delle grandi tempeste che, di continuo, si abbattono su quelle terre. Quelle
costruzioni sono di paglia, circondate da una macchia fittissima, da molti alti filari
di alberi e da molte paludi interamente ricoperte da enormi tronchi di alberi caduti,
che ingombrano il cammino rendendo laborioso e pieno d'insidie il passaggio per
quella zona.
7.

Di com'è quella terra

La maggior parte del territorio (1), almeno dal punto in cui sbarcammo fino alla
regione e al villaggio di Apalache, è pianeggiante. Il terreno è in certi luoghi
sabbioso, in altri di terra dura e compatta; dovunque ci sono alberi altissimi e rade
boscaglie, dove crescono noci e lauri in abbondanza e certi altri alberi che lì
chiamano "liquidambar". Ci sono inoltre cedri, ginepri e querce, pini, roveri e
palme basse, simili a quelle che si vedono anche in Castiglia. Tutt'intorno, il
terreno è paludoso, con specchi d'acqua grandi e piccoli, alcuni molto faticosi da
guadare, sia per l'eccessiva profondità, sia per il gran numero di tronchi che li
ingombrano. Il fondo di questi stagni, senz'altro i più estesi tra quelli sin qui
trovati, è sabbioso. In questa zona di Apalache i campi sono per lo più seminati a
granoturco e le case, sparse per la campagna, sono proprio come quelle che si
possono vedere a Gelves (2). Tra gli animali che abitano quella zona ci sono cervi
di diversi tipi, conigli, leoni, orsi e tanti altri animali selvatici; tra questi ne
scorgemmo uno che porta i propri figli in una specie di borsa nella pancia, e lì li
custodisce fintanto che sono piccoli, ossia finché non sanno procurarsi da soli il
cibo. Se per caso si allontanano alla ricerca di cibo, la madre, anche se compare un
uomo, non fugge se prima non li ha messi al sicuro in quella sua borsa. Si tratta di
una zona assai fredda, ricca di ottimi pascoli, popolata di uccelli delle più svariate
specie, oche in gran quantità, papere, anatre, pavoni, gazze, aironi, aironcelli e
pernici. Vedemmo anche molti falconi, nibbi, sparvieri, smerigli e molte altre
specie di uccelli. Due ore dopo il nostro arrivo ad Apalache, gli indios, che prima
erano fuggiti, vennero da noi per trattare pacificamente e chiederci le loro donne e
i loro figli; noi glieli rendemmo tutti eccetto un cacicco che il governatore
trattenne con sé; cosa che parve loro un grande affronto. Il giorno dopo, infatti,
tornarono in pieno assetto di guerra e ci assalirono con tanta furia e tanta abilità
che giunsero ad appiccare il fuoco alle abitazioni in cui ci eravamo installati; ma,
non appena uscimmo dalle case, fuggirono via e si rifugiarono in quelle paludi
poco lontane dal villaggio. Inoltre, i campi di granoturco erano così fitti di piante,
che a stento riuscivamo a scorgerli e così ne colpimmo soltanto uno. Il giorno
dopo nuovi indios di un villaggio vicino, che si trovava dall'altra parte, ci vennero
addosso e ci assalirono con lo stesso stratagemma per poi fuggire come gli altri;
anche di questi ne rimase ucciso uno soltanto. Restammo in quel villaggio
venticinque giorni, durante i quali compimmo tre esplorazioni verso l'interno;
trovammo quelle regioni poco popolate e molto disagevoli da attraversare a causa
degli impervi sentieri, la fitta boscaglia e le molte paludi. Interrogammo il cacicco
che avevamo trattenuto e gli altri indios di tribù confinanti e nemiche che ci
eravamo portati appresso, su come fossero la natura di quella zona e gli abitanti di
quelle regioni, sul loro carattere e su tante altre cose che potevano tornarci utili.
Ognuno di loro ci confermò che la gente più importante di tutta la regione era
appunto quella di Apalache e che, più avanti, ci saremmo imbattuti in gente molto
più povera e che, insomma, tutto il paese era scarsamente popolato poiché
ciascuna tribù viveva isolata. Infine ci dissero che, se avessimo proseguito la
nostra marcia in quella direzione, non avremmo trovato altro che paludi enormi,
boschi fitti e intricati e desolate estensioni. Allora domandammo loro come fosse
la terra a meridione, chi la abitasse e che possibilità di sopravvivenza offrisse. Gli
indios ci risposero che, in quella direzione a nove giorni di cammino verso il
mare, sorgeva il villaggio di Aute; lì i nativi coltivavano granoturco in
abbondanza, fagioli e zucche e, poiché vivevano così vicini al mare, erano abili
pescatori. Poi aggiunsero che erano loro buoni amici. Soltanto allora noi, di fronte
alla povertà del paese e delle sue genti, e per il fatto che gli indios non ci davano
tregua e non perdevano occasione di colpire uomini e cavalli anche quando ci
rifornivamo d'acqua, invertimmo la nostra marcia. Gli indios, infatti, acquattati
nelle paludi, ci tendevano continui agguati, mentre noi eravamo impotenti di
fronte ai loro nascondigli; un giorno, uccisero quel tal signore di Tezcuco, di nome
don Pedro, che viaggiava al seguito del commissario religioso. Allora ci
accordammo sull'opportunità di spingerci verso il mare in direzione del villaggio
di Aute, di cui ci avevano parlato. E così ce ne andammo, dopo venticinque giorni
di sosta in quel luogo. Il primo giorno, traversammo paludi e sentieri sinuosi senza
mai avvistare un solo indigeno. Il secondo giorno, giungemmo presso uno stagno
difficilissimo da attraversare; l'acqua ci arrivava al petto e sul fondo erano
ammassati enormi tronchi d'albero. Quando fummo al centro di questa laguna,
numerosi indios ci assalirono; alcuni si erano appostati dietro gli alberi, altri se ne
stavano in agguato sui tronchi caduti; tutti insieme cominciarono a scoccare le
frecce colpendo molti dei nostri a piedi e a cavallo. Prima ancora che lasciassimo
la palude, catturarono la nostra guida e, appena usciti dall'acqua, cominciarono a
inseguirci per ostacolare la nostra marcia. La situazione era tale che a nulla ci
serviva fare sortite e sfruttare la nostra superiorità per sconfiggerli; gli indios,
infatti, scomparivano velocemente nell'acqua e di lì tornavano a colpire uomini e
cavalli. Allora il governatore dette ordine agli uomini a cavallo di appiedarsi e di
marciare all'attacco insieme agli altri. Perfino il tesoriere marciò all'attacco e tutti
insieme costringemmo i nemici a ritirarsi nella palude, riuscendo così a portare a
termine il guado. Durante questo scontro, alcuni dei nostri rimasero feriti, giacché
in quel frangente a nulla valsero le buone armi che portavano. Quel giorno furono
in molti ad affermare di aver visto tronchi di rovere, grossi quanto un polpaccio
d'uomo, trapassati da parte a parte dalle frecce degli indios. E ciò non deve destare
eccessivo stupore, se si tiene conto della destrezza e della forza con cui gli indios
sono soliti scagliarle. E anche io, del resto, ho potuto vedere una freccia trafiggere
da parte a parte la base di un pioppo. Tutti gli indios finora incontrati sono, senza
eccezione alcuna, assai destri con l'arco e con le frecce. E siccome sono dotati di
possenti corporature e vanno nudi, visti da lontano sembrano giganti. E' gente
straordinariamente ben fatta, magra, muscolosa e di grandissima forza e agilità
(3). Usano archi dello spessore di un braccio, lunghi undici o dodici palmi, capaci
di lanciare frecce da duecento passi con tanta abilità, da non fallire mai il
bersaglio. Dopo aver superato questo primo guado, ne trovammo un secondo, a
una lega di lì, di gran lunga peggiore, poiché la palude era più estesa di quasi
mezza lega. Eppure la traversammo senza alcun fastidio, in completa assenza
degli indios. Questi ultimi, infatti, avevano esaurito nel primo scontro la loro
scorta di frecce e certamente, in tali condizioni, non osavano più assalirci. Il
giorno dopo, durante la traversata di un guado non meno laborioso, scorsi tracce di
gente che ci precedeva e ne avvisai il governatore che seguiva con la retroguardia;
sicché, quando gli indios tentarono una sortita, noi, che l'avevamo prevista, non
subimmo alcun danno. Perfino quando ci trovammo allo scoperto, si ostinavano a
seguirci e allora li attaccammo su due lati uccidendone due. Da parte nostra, io
stesso fui ferito insieme ad altri due cristiani. Purtroppo la loro calcolata fuga nel
fitto della boscaglia ci impedì per il momento ogni altra offensiva. Potemmo così
proseguire il viaggio tranquilli per altri otto giorni. Dopo questo scontro che ho
appena narrato, nessun indio osò comparirci davanti fino a una lega di distanza da
Aute. A pochi passi da lì, mentre eravamo ancora in marcia e quando meno ce lo
aspettavamo, gli indios attaccarono la nostra retroguardia. Richiamato dalle grida
di un giovane al suo servizio, uno dei notabili della spedizione, un certo
Avellaneda, accorse in aiuto della retroguardia, ma fu colpito dagli indios con una
freccia che si conficcò appena sopra l'estremità superiore della corazza. Il colpo fu
di tale violenza, che la freccia gli trapassò la gola da parte a parte. Il pover'uomo
morì all'istante e a noi non rimase altro da fare che trasportarlo ad Aute. Da
Apalache ad Aute impiegammo, nove giorni di cammino; lì trovammo il villaggio
completamente deserto e le capanne distrutte dal fuoco, ma, per fortuna, i campi
erano pieni di granoturco, fagioli e zucche ormai maturi. Ad Aute ci riposammo
per due giorni e, solo allora, il governatore mi chiese di andare a perlustrare la
costa che gli indios assicuravano fosse molto vicina; e anche noi del resto, durante
la marcia, avevamo intuito la vicinanza del mare dopo esserci imbattuti in un
fiume d'ampio letto che chiamammo rio de la Magdalena (4).

E così, il giorno seguente, io mi recai in perlustrazione insieme al commissario


religioso, al capitano del Castillo e ad Andrés Dorantes, con altri sette uomini a
cavallo e cinquanta a piedi. All'ora del vespro giungemmo in prossimità di
un'insenatura o braccio di mare, dove le numerose ostriche avrebbero saziato la
nostra fame. Allora rendemmo grazie a Dio per averci condotto in quel luogo.
L'indomani mandai venti uomini a ispezionare la costa e a scoprirne i segreti. La
pattuglia tornò la notte del giorno successivo. Gli uomini ci confermarono
l'esistenza di altre ampie insenature e baie grandissime, che penetravano per leghe
nell'interno, tanto da impedirci di scoprire quello che più ci interessava e
aggiunsero che, comunque, il mare aperto era molto lontano dal luogo in cui ci
trovavamo. Apprese queste nuove, vista l'impervia disposizione del luogo in
direzione della costa, decisi di raggiungere il governatore. Quando arrivammo al
campo, seppi che il governatore si era ammalato insieme a molti altri uomini e che
la sera precedente, durante un attacco degli indios, i nostri si erano trovati in
grandissima difficoltà proprio a causa della malattia che li aveva colpiti. Durante
lo scontro, avevano perso un cavallo. Riferii al governatore quanto avevo visto e
gli parlai dell'aspra conformazione della zona e per quel giorno restammo lì.

Note.

1. Territorio della baia di Apalache non facilmente identificabile con una località
attuale.
2. Vallata del Guadalquivir, a sud di Siviglia.
3. Gli indios qui descritti appartenevano alla tribù dei Seminole.
4. Si tratta dell'Apalachicola, nella Florida occidentale.
8.

Di come partimmo da Aute

L'indomani partimmo da Aute e camminammo tutto quel giorno fino a


raggiungere il punto in cui ci eravamo fermati la sera prima. Avanzavamo a
stento, tra enormi disagi, poiché neanche i cavalli riuscivano a trasportare tutti i
malati e noi non sapevamo più che cosa fare di fronte all'aggravarsi della
situazione. Certo era grande la pena che provavamo in quel frangente senza via
d'uscita. Arrivati, capimmo di avere ben poche possibilità di procedere oltre.
Innanzitutto, non sapevamo che via seguire e, anche se ne avessimo trovata una,
non avremmo potuto continuare la marcia, dal momento che molti dei nostri erano
ammalati e potevamo fare affidamento solo su pochi uomini.

Tralascio qui di raccontare con maggiore dovizia di particolari le nostre


vicissitudini; ognuno può certo immaginare che cosa significhi trovarsi in una
terra tanto sconosciuta e ostile, privi di ogni mezzo, sia per restare sia per potere
andare via. Ma poiché Iddio nostro Signore è il rimedio più sicuro alle umane
miserie, in nessuna occasione cessammo di confidare in lui. E accadde, ad
aggravare la situazione, che molti di quelli che possedevano un cavallo
cominciarono ad andarsene a nostra insaputa, pensando che da soli si sarebbero
più facilmente messi in salvo, ad onta del governatore e dei compagni ammalati,
ormai allo stremo delle forze. Ma i molti nobili e galantuomini che c'erano tra
loro, non permisero che si tramasse alle spalle del governatore e dei pubblici
funzionari della Maestà Vostra. E, quando condannammo il loro proposito di
abbandonare il capitano e gli stessi compagni malati e inermi e li diffidammo dal
compiere un gesto così infame contro il mandato della Maestà Vostra, preferirono
restare, convinti che la sorte di ognuno sarebbe stata la sorte di tutti e che nessuno
avrebbe mai abbandonato gli altri. Il governatore, preoccupato di ciò, ci convocò
tutti e a ciascuno di noi chiese privatamente il parere su come abbandonare una
terra così ostile in cerca di una possibile via d'uscita. Convinzione unanime fu che
in quel luogo non ci fosse scampo per nessuno. Il numero ormai altissimo dei
malati cresceva, infatti, di ora in ora e, presto o tardi, anche noi ci saremmo
ammalati. Ciò non poteva condurci se non a morte sicura; una morte che,
cogliendoci in quei luoghi, ci sarebbe parsa ancora più triste. Rassegnati
all'inevitabilità di questi e molti altri disagi, e dopo avere discusso le più diverse
soluzioni, alla fine decidemmo di comune accordo che l'unica possibilità di
salvezza era la più difficile da realizzare; dovevamo cioè costruire imbarcazioni
con le quali abbandonare quelle terre ostili. A tutti sembrava un'impresa
impossibile, sia perché non eravamo del mestiere, sia perché non disponevamo di
utensili, di ferro, di fucine, di stoppa, di pece, di sartie, né di alcun'altra cosa
necessaria per una simile impresa; non c'era chi conoscesse l'arte di costruire
imbarcazioni. Ma ancora più impossibile era adoperarci in una simile opera del
tutto privi di sostentamento. Di fronte a tante difficoltà, decidemmo di affrontare il
problema con più tempo. Per quel giorno mettemmo fine alle nostre discussioni e
ognuno di noi, dopo essersi raccomandato a Dio nostro Signore affinché ci
guidasse là dove la sua volontà lo prescriveva, si ritirò. Un giorno, piacque a Dio
che uno dei nostri se ne uscisse dicendo che lui avrebbe fatto con tronchi cavi le
canne e con le pelli di cervo il mantice della fucina. La nostra situazione era così
disperata che qualunque proposta somigliasse seppure vagamente a una probabile
soluzione, ci sembrava buona. Esortammo quindi il nostro compagno a mettersi
subito al lavoro. Decidemmo di forgiarci chiodi, seghe, asce e tutti gli altri arnesi
indispensabili, fondendo staffe, speroni, balestre e gli altri oggetti di ferro di cui
disponevamo. E, per riuscire a sopravvivere durante il periodo dei lavori,
decidemmo di compiere quattro incursioni ad Aute con tutti i cavalli e i pochi
uomini ancora in forze. Stabilimmo, inoltre, che ogni tre giorni sarebbe stato
ucciso un cavallo da spartire tra gli ammalati e coloro che lavoravano alle navi. Il
bottino delle nostre incursioni ad Aute, compiute con tutte le forze di cui
disponevamo, furono circa 400 "fanegas" (1) di granoturco, a prezzo di non pochi
scontri e scaramucce con gli indios. Ordinammo di raccogliere un gran numero di
palme basse per utilizzarne le fibre della corteccia che, ritorta e intrecciata,
sarebbe stata adoperata come stoppa per le barche. La costruzione delle
imbarcazioni fu iniziata sotto la guida dell'unico carpentiere di cui disponevamo.
E il 4 agosto ci mettemmo all'opera con tanto zelo, che il 20 settembre riuscimmo
ad approntare cinque barche della lunghezza di ventidue gomiti l'una. Le
calafatammo con la stoppa delle palme e con una sorta di pece di catrame, che un
greco, chiamato don Teodoro, era riuscito a ricavare dalla resina dei pini. Con le
fibre delle palme e con il crine dei cavalli intrecciammo gomene e sartie e con le
nostre camice costruimmo le vele. Infine, con i solidi rami della sabina, che in
quei luoghi cresce rigogliosa, realizzammo i remi che ci sembrarono necessari. La
terra sulla quale ci avevano condotto i nostri peccati era così disgraziata, che a
stento e con difficoltà riuscimmo a trovare le pietre di cui avevamo bisogno per
ancorare e zavorrare le navi. Scorticammo interamente le zampe dei cavalli e ne
tagliammo e conciammo le pelli per farne otri in cui portare l'acqua. Nel
frattempo, alcuni dei nostri andavano in giro a raccogliere frutti di mare negli
anfratti e nelle rientranze dell'insenatura (2); capitò loro due volte di incappare
negli indios, i quali non esitarono a uccidere dieci dei nostri proprio nei pressi
dell'accampamento, senza che ci fosse possibile correre in loro soccorso. Quando
finalmente potemmo raggiungerli, li trovammo trapassati da parte a parte da
quelle frecce che gli indios, come ho detto sopra, scagliano con estrema forza e
destrezza. E contro quelle frecce nulla potevano i nostri, seppure dotati di un buon
armamento. Se dobbiamo prestare fede alle affermazioni dei nostri piloti, la baia, a
cui avevamo dato il nome di La Cruz, dista dal punto in cui ci trovavamo circa
280 leghe e mai, durante la nostra marcia, vedemmo catene di monti né in alcun
modo ne avemmo notizia. Prima di imbarcarci, oltre a quelli che ci avevano ucciso
gli indios, perdemmo per malattia e per fame più di quaranta uomini. Il 22
settembre ci rimaneva un solo cavallo; gli altri li avevamo mangiati tutti. Fu
proprio quello il giorno in cui ci imbarcammo così divisi: con il governatore
viaggiavano quarantanove uomini; in un'altra barca, al comando del tesoriere e del
commissario religioso, ce n'erano altrettanti; la terza, affidata al capitano Alonso
del Castillo e ad Andrés Dorantes, viaggiava con quarantotto uomini; quella dei
capitani Téllez e Peñalosa aveva a bordo quarantasette uomini. L'ispettore e io
comandavamo l'ultima e avevamo con noi quarantanove uomini; dopo avere
imbarcato le vettovaglie e gli arnesi, di quella nostra barca non restava fuori
dell'acqua che un palmo di bordo. E, per di più, ci stavamo dentro così stretti, che
a mala pena riuscivamo a muoverci. Ma tanto può la necessità, che ci
avventurammo comunque ad affrontare un mare così insidioso, senza che nessuno
di noi conoscesse l'arte del navigare.

Note.

1. La "fanega" è una misura di capacità che, a seconda delle regioni spagnole,


oscilla tra i 22 e i 55 litri circa.
2. La baia di Tampa.
9.

Di come partimmo dalla baia dei Cavalli

Chiamammo l'insenatura (1) in cui ci eravamo imbarcati baia dei Cavalli.


Vagammo in quell'insenatura con l'acqua fino ai bordi, senza mai vedere la costa.
Dopo sette giorni, arrivammo presso un'isola vicino alla terra. La mia barca
precedeva le altre e così fummo i primi ad avvistare cinque canoe di indios.
Questi, non appena ci videro andare verso di loro, abbandonarono le canoe e le
lasciarono nelle nostre mani. Le altre barche ci oltrepassarono per recarsi ad
esplorare certe case sull'isola. Trovammo uova di muggine e muggini seccati al
sole; ciò ci fu di grandissimo aiuto, data la nostra penuria di viveri. Dopo
essercene impadroniti, procedemmo oltre e, a due leghe da lì, passammo per uno
stretto fra l'isola e la terra, che chiamammo stretto di San Miguel, per averlo
attraversato appunto nel giorno di San Michele. Ripartiti, arrivammo finalmente
alla costa, dove, con le cinque canoe che io avevo preso agli indios, alzammo la
linea di galleggiamento di almeno due palmi. Dopodiché riprendemmo a navigare
lungo la costa verso il rio de las Palmas, mentre ogni giorno crescevano la sete e la
fame; le provviste, infatti, erano ormai alla fine. Poi ci venne a mancare anche
l'acqua, perché i piccoli otri, che avevamo ricavato dalla pelle delle zampe dei
cavalli, erano marciti, e quindi inservibili. Più di una volta ci infilammo in
profonde insenature che si addentravano per molte leghe nella terra, ma dovunque
trovammo solo fondali bassi e quindi assai pericolosi per noi. Così, per ben trenta
giorni, vagammo lungo quelle insenature imbattendoci talvolta in pescatori indios,
gente povera e miserevole. Quando alla fine di quei trenta giorni la sete eri ormai
divenuta insopportabile, una notte, durante la navigazione, udimmo lo sciabordio
di una canoa sul mare. Quando riuscimmo a scorgerla, sperammo che accostasse,
ma ci ignorò e, nonostante i nostri richiami, non tornò indietro né ci aspettò. A
causa del buio preferimmo lasciarla andare e proseguire lungo la nostra rotta.
Albeggiava quando avvistammo un isolotto; puntammo allora in quella direzione
nella speranza di trovare acqua. La nostra fu una fatica inutile: l'acqua non c'era.
Mentre eravamo all'ancora, ci colse una violenta mareggiata che ci trattenne per
sei giorni in quella zona, senza alcuna speranza di uscire in mare aperto. Per
cinque giorni interi non toccammo una sola goccia d'acqua; alla fine, per
disperazione, fummo costretti a bere acqua di mare. Cinque dei nostri, per calmare
l'arsura, bevvero così smodatamente che ne morirono. Non voglio dilungarmi
oltre, giacché non ritengo necessario raccontare con maggiori dettagli le miserie e
le pene che ci opprimevano. Di certo ognuno, considerate le nostre tristi
condizioni e le poche speranze di salvezza rimaste, può facilmente immaginare il
nostro stato d'animo in quei momenti. Combattuti com'eravamo tra la sete
crescente e il fallace rimedio dell'acqua salata, nonostante il maltempo ci
raccomandammo a Dio nostro Signore e preferimmo arrischiarci tra i marosi,
piuttosto che attendere quella morte cui la sete ci avrebbe inesorabilmente
condannati. E così ci avventurammo in mare verso quei punto in cui, alcune sere
prima, avevamo intravisto la canoa. In quella triste ora, molte volte ci vedemmo
annegati e perduti e ognuno di noi si pensò prossimo a morte certa. Ma piacque a
Dio, il quale nell'estremo bisogno dimostra sempre agli uomini la sua infinita
bontà, che al tramonto del sole riuscissimo a doppiare un promontorio, dietro il
quale trovammo finalmente bonaccia di vento e sicuro riparo (2). Fu allora che ci
vennero incontro molte canoe. Gli indios che erano a bordo ci parlarono, poi senza
neanche aspettare una nostra risposta, si allontanarono. Era gente di corporatura
robusta e di bell'aspetto; non portavano frecce né archi. Li inseguimmo fino alle
loro case quasi sulla battigia e lì scendemmo a terra. Davanti a quelle case
trovammo numerosi orci d'acqua e molto pesce già cotto; il capo di quella tribù
offrì quel cibo al governatore e poi, prendendolo per mano, lo condusse come
ospite a casa sua. Le abitazioni di questa gente erano fatte di stuoie e, a quanto
capimmo, ci parvero dimore stabili. Quando entrammo nella capanna del cacicco,
questi ci offrì pesce in abbondanza; noi ricambiammo la sua ospitalità con quel po'
di granoturco che ci era rimasto e loro lo mangiarono davanti a noi. Poi ce ne
chiesero ancora e ne fu loro dato insieme ad altre piccole cianfrusaglie da
barattare. Il governatore era ancora con il cacicco nella sua abitazione, quando gli
indios ci piombarono addosso all'improvviso, senza risparmiare neanche quelli
che, ancora sofferenti, erano rimasti stesi sulla spiaggia. E non fu nemmeno
risparmiata la casa del loro capo, dove si trovava il governatore, il quale venne
colpito al volto con un sasso. Quanti fra i nostri si trovavano lì cercarono di
catturare il cacicco, ma quegli, incoraggiato dal fatto che i suoi indios erano ormai
tanto vicini, si divincolò lasciando nelle loro mani un mantello di pelli di martora-
zibellina. Credo che queste siano le più belle pellicce che si possano trovare al
mondo; hanno un profumo persistente come l'essenza dell'ambra e del muschio,
che si sente anche da molto lontano. Da quelle parti ne avevamo viste altre, ma
nessuna bella come queste. Trasportammo il governatore ferito sulla barca e con
lui mettemmo al sicuro la maggior parte degli uomini. Restammo a terra circa in
cinquanta per tenere a bada gli indios; durante la notte ci attaccarono ben tre volte
con tanto impeto che, a ogni scontro, ci facevano indietreggiare oltre un tiro di
fionda. Ben presto non rimase alcuno di noi che non fosse ferito. Io stesso fui
colpito al viso. Ma, per fortuna, quelli avevano esaurito le loro scorte di frecce,
ché, se ne avessero avute di più, di certo ci avrebbero arrecato ben maggiore
danno. Sul far dell'alba, i capitani Dorantes, Peñalosa e Téllez tesero loro
un'imboscata con quindici uomini, cogliendoli alle spalle; in questo modo li
constrinsero a fuggire e a lasciarci in pace.
L'indomani mattina, io feci a pezzi più di trenta delle loro canoe, che quel giorno
ci aiutarono a difenderci da una gelida e incessante tramontana; soffiava così forte
da costringerci lì al freddo e da impedirci di prendere il mare sotto la burrasca.
Quando la tempesta si fu placata, tornammo alle nostre imbarcazioni e
navigammo per tre giorni. Ma, siccome avevamo con noi scarse provviste d'acqua
anche perché i recipienti a nostra disposizione erano molto pochi, fummo una
volta ancora vittime della sete. Sempre sulla stessa rotta, entrammo in uno stagno
e vedemmo arrivare una canoa. Alle nostre grida gli indios accorsero. Il
governatore, alla cui barca si erano avvicinati, chiese loro dell'acqua e gli indios
acconsentirono alla richiesta, a patto di avere da noi i recipienti per portarcela. Un
cristiano di origine greca, chiamato Doroteo Teodoro (di cui già si è fatta
menzione) disse che desiderava seguirli.

Il governatore e gli altri tentarono di dissuaderlo, ma senza alcun esito; lui era
deciso ad andare a ogni costo e, così, si allontanò portando con sé un negro. Gli
indios lasciarono in ostaggio due dei loro. La sera, gli indios ritornarono con i
recipienti vuoti e senza i nostri due uomini che li avevano accompagnati. I due che
ci avevano lasciato in ostaggio, appena gli altri cominciarono a parlare, tentarono
di buttarsi in acqua, ma i nostri glielo impedirono. Solo allora gli indios della
canoa fuggirono via lasciandoci sbigottiti e rattristati per la perdita dei nostri due
compagni.

Note.

1. Probabilmente la Saint Andrews Bay.


2. Baia di Pensacola.
10.

Di uno scontro che avemmo con gli indios

Il mattino seguente, vedemmo venire verso di noi molte canoe di indios; volevano
i loro due compagni trattenuti come ostaggi. Il governatore rispose che li avrebbe
consegnati soltanto se avessero riportato i due cristiani che erano andati con loro.
Su quelle canoe c'erano anche cinque o sei capi. Costoro ci parvero gli esseri più
perfetti, più aitanti e più armoniosi di quelli incontrati sino allora; anche se non
così alti e robusti come quelli di cui si è già parlato. Portavano i capelli sciolti e
molto lunghi, indossavano mantelli di martore, simili a quelle del cacicco; alcuni
erano di foggia assai strana, con al centro incastri di pelle lionata in tono con il
resto del manto. Ci pregarono si seguirli, assicurandoci che ci avrebbero ridato i
due cristiani insieme all'acqua e a molte altre cose. Nel frattempo, però, si era
concentrato un grande numero di canoe all'imboccatura della baia. Proprio per
questa ragione e perché la zona era molto pericolosa, uscimmo in mare aperto
dove restammo a parlamentare con loro fino a mezzogiorno. Ma, poiché
persistevano nel rifiuto di restituirci i due cristiani e noi, da parte nostra, non
avevamo alcuna intenzione di restituire i due indios, cominciarono a colpirci con
le loro fionde, i loro bastoni, e ci minacciarono con gli archi, sebbene noi ci
fossimo già accorti che ne avevano soltanto tre o quattro. Durante il corso delle
trattative, il vento si era rinforzato, sicché loro se ne tornarono a riva, lasciandoci
in mare aperto. Così navigammo fino all'ora del vespro. Fu allora che la mia barca,
in testa alle altre, avvistò una lingua di terra che si spingeva nel mare; dall'altra
parte c'era un fiume immenso (1). Feci subito gettare l'ancora e, vicino a un
isolotto di fronte a quella lingua di terra, restai in attesa delle altre barche. Il
governatore, però, rifiutò di raggiungerci e preferì entrare in un'insenatura molto
più vicina; lì, dove affioravano numerosi isolotti, ci ricongiungemmo. Dal mare
prendemmo acqua dolce, perché il fiume sfociava con maestosa forza proprio in
quel punto; per riuscire ad abbrustolire un po' della scorta di granoturco - da due
giorni lo mangiavamo crudo - scendemmo su uno di quegli isolotti dove, però, non
trovammo legna; decidemmo allora di spingerci sino al fiume che sfociava proprio
dietro quel promontorio, a una lega appena da lì. Ma la corrente furibonda ci
impedì di doppiare la punta e, per quanto ci affannassimo, la forza della corrente
ci allontanava sempre più da terra. La tramontana rinforzò tanto da risospingerci al
largo senza che noi riuscissimo a evitarlo. Una volta in mare aperto, a mezza lega
dalla costa scandagliammo il fondale, ma non lo raggiungemmo neanche con
trenta braccia di cima. In nessun modo riuscivamo a capire quale fosse la causa di
tutto ciò. In queste condizioni navigammo altri due giorni, cercando in ogni modo
di mantenerci sotto costa; trascorsi quei due giorni, poco prima del sorgere del
sole, vedemmo alcune lingue di fumo lungo la riva. Dopo immani sforzi per
nagivare in quella direzione, ci trovammo in tre braccia d'acqua, e siccome era
ancora buio, non osammo sbarcare, anche perché temevamo, dopo quei segnali di
fumo, che la zona celasse pericoli a noi ignoti. Infatti, la scarsa luce non ci
permetteva di decidere opportunamente quello che dovevamo fare e di certo, se
fossimo scesi a terra, ci saremmo trovati a mal partito. Stabilimmo di aspettare
l'alba in mare. Ma, quando il sole fu alto nel cielo, le barche erano ormai molto
lontane l'una dall'altra. Io mi trovavo in trenta braccia d'acqua; proseguendo il mio
viaggio, all'ora del vespro avvistai altre due barche. Quando accostammo, il
governatore dalla sua barca mi domandò che cosa fosse, a mio parere, più
ragionevole fare. Io gli risposi che dovevamo a tutti i costi raggiungere la barca
che andava per prima e che per nessuna ragione avremmo dovuto separarci l'uno
dall'altro e che le tre barche insieme dovevano proseguire il viaggio affidandosi a
Dio. Egli rispose che questo era impossibile, perché l'altra barca aveva ormai
preso il largo mentre lui aveva deciso di ritornare a terra. Se ero dunque d'accordo,
dovevo subito ordinare a quelli della mia imbarcazione di armare i remi e di
vogare con tutte le loro forze, perché solo con la forza delle braccia saremmo
potuti ritornare a terra. Del resto, questo era anche il parere di un capitano della
sua nave, certo Pantoja, il quale continuava a ripetere che, se non ci fossimo
rifugiati a terra entro quel giorno, non l'avremmo potuto fare prima di altri sei e
saremmo pertanto morti di fame. Io, obbediente ai suoi ordini, presi il mio remo e
così fecero tutti coloro che nella mia barca erano in condizioni di farlo; vogammo
fino al calar del sole; ma siccome il governatore aveva a bordo gli uomini più sani
e più robusti, noi non riuscivamo a tenergli dietro. Allora gli chiesi che mi gettasse
un cavo per poterli raggiungere. Lui mi rispose che sarebbe stato un miracolo se
da soli avessero toccato terra prima del tramonto. Sicuro che sarebbe stato quasi
impossibile per noi potergli tenere dietro e rispettare i suoi ordini, gli chiesi che
cosa mi ordinasse di fare. Mi rispose che non era più tempo di impartire ordini
l'uno all'altro e che ormai ciascuno doveva scegliere da solo il cammino della
propria salvezza; era quanto lui stesso stava per fare. Così dicendo, si allontanò
con la sua barca. Essendomi impossibile seguirlo, raggiunsi l'altra barca che
navigava in alto mare. Quando accostai, vidi che era quella dei capitani Peñalosa e
Téllez. Navigammo insieme per quattro giorni, sostentandoci con una razione
giornaliera di mezzo pugno di granoturco. Alla fine dei quattro giorni, ci colse una
tempesta che mandò alla deriva l'altra barca. Del resto, noi potemmo sopravvivere
a quella tempesta soltanto grazie alla grande misericordia di Dio. Era inverno e il
freddo assai pungente; da molti giorni pativamo la fame in balia del mare
infuriato; il quinto giorno, gli uomini cominciarono a perdere i sensi. All'ora del
tramonto quelli della mia barca giacevano riversi l'uno sull'altro ormai prossimi
alla morte, senza alcuna speranza di salvezza. Ne contai a malapena cinque ancora
in grado di reggersi in piedi e, all'imbrunire, non restammo che il nostromo e io a
governare la barca. Dopo appena due ore il nostromo mi lasciò al timone,
dicendomi di esser certo di morire quella stessa notte, Rimasi così al timone. Poco
dopo mezzanotte, andai a vedere se il nostromo era morto: mi disse che stava
meglio e che mi avrebbe dato il cambio fino al mattino. Comunque, ero così
disperato che avrei desiderato la morte piuttosto che seguitare a vedere tutti i miei
uomini in quello stato.

Dopo che il nostromo si rimise al governo della barca, mi accinsi a riposare,


sicuro di non riuscirvi. Niente, infatti, in quel momento mi era più estraneo del
pensiero di abbandonarmi al sonno. Era quasi l'alba, quando mi parve di udire il
frangersi della risacca, che produceva un tonfo cupo contro i bassi fondali del
litorale. Mi alzai di scatto e chiamai il nostromo, il quale mi confermò che
eravamo vicinissimi a terra; con l'aiuto di uno scandaglio, capimmo di essere in
sole sette braccia d'acqua. Tuttavia, al nostromo parve più conveniente restare in
mare fino alle prime luci dell'alba. Allora presi un remo e remai con forza in
direzione della riva, che distava circa una lega, e così finalmente ci lasciammo il
mare alle spalle. Quasi sulla riva, fummo investiti da un'onda che sollevò la barca
più di un palmo. Il colpo fu talmente violento che quasi tutti ripresero conoscenza
e, non appena videro che eravamo vicini a terra, cominciarono a calarsi aiutandosi
con i piedi e con le mani. Giunti a riva, accendemmo il fuoco e abbrustolimmo un
po' di quel granoturco che ci era rimasto. Trovammo, inoltre, acqua piovana e,
grazie al calore del fuoco, la gente tornò in sé e tutti cominciarono a riprendere
animo. Era il 6 di novembre.

Note.

1. E' il Mississippi.
11.

Di quanto accadde a Lope de Oviedo con certi indios

Dopo che la gente ebbe mangiato, ordinai a Lope de Oviedo, che era più in forze e
in migliori condizioni degli altri, di spingersi fino a uno degli alberi che stavano lì
intorno e di arrampicarsi per osservare la terra innanzi a lui e farsene quindi
un'idea. Così fece Lope de Oviedo e subito capì che quella era un'isola (1) e che il
terreno presentava numerose orme di bestiame. E forse fu a causa di ciò che riferì
che quella terra doveva essere abitata da cristiani. Allora gli chiesi di ritornare a
ispezionare la zona più accuratamente e vedere se per caso ci fosse qualche
sentiero; gli ingiunsi di non allontanarsi troppo per non correre eventuali pericoli.
Si incamminò per un sentiero, spingendosi avanti per mezza lega, e lì trovò alcune
capanne ma nessun indio; erano tutti sparsi per i campi. Sottrasse un recipiente, un
minuscolo cane, alcuni muggini e con questo bottino ritornò sui suoi passi. Nel
frattempo io, preoccupato per il suo ritardo, inviai altri due cristiani a vedere che
cosa gli fosse successo; questi lo trovarono molto lontano di lì, seguito da tre
indios che, armati di archi e frecce, richiamavano la sua attenzione gesticolando;
anche lui rispondeva loro a gesti. Arrivò così dove stavamo noi, mentre gli indios
se ne restarono a distanza seduti sulla riva del fiume. Di lì a mezz'ora arrivarono
altri cento indios (2) muniti di archi e frecce, i quali, grandi o piccoli che fossero,
parvero ai nostri occhi impauriti veri e propri giganti; si fermarono vicino a noi,
dove stavano già gli altri tre. Non era neppure immaginabile organizzare una
difesa dal momento che a mala pena sei di noi erano capaci di reggersi in piedi.

L'ispettore e io andammo incontro a quella gente e, ai nostri richiami, loro si


avvicinarono amichevolmente; come meglio potemmo li assicurammo,
rassicurandoci a nostra volta, e offrimmo loro biglie e campanelli. Ricevetti in
dono da ognuno di loro una freccia in segno di amicizia e, a gesti, ci fecero capire
che, la mattina successiva, sarebbero tornati per portarci viveri che in quel
momento non avevano.
Note.

1. Da alcuni identificata come Galveston Island (Texas), da altri come Isola di


Velasco.
2. Più avanti l'autore dirà trattarsi dei Capoques e degli Hans.
12.

Di come gli indios ci portarono da mangiare

L'indomani, al sorgere del sole, proprio all'ora convenuta, gli indios arrivarono
portandoci molto pesce e certe radici di cui loro si nutrono, simili alle noci,
talvolta più grandi e talaltra più piccole e che spesso cavano fuori dall'acqua con
grande fatica. La sera di quello stesso giorno ci offrirono ancora del pesce insieme
a quelle stesse radici; con loro erano venute a vederci anche le donne e i figli. Poi
tutti se ne erano andati carichi dei campanelli e delle biglie che noi usavamo per i
nostri baratti. Nei giorni successivi, ritornarono a visitarci con gli stessi doni delle
volte precedenti. Non appena vedemmo che eravamo ben provvisti di pesce, di
radici, d'acqua e di tutte le altre cose di cui avevamo bisogno, decidemmo di
riprendere il mare. Disincagliammo perciò la nostra barca, arenata su quei bassi
fondali. Ma, per far ciò, ognuno di noi dovette denudarsi e piegarsi a una fatica
enorme per rimetterla in mare; eravamo ancora così stremati, che sarebbero bastati
sforzi ben più leggeri per sfinirci. Non appena imbarcati, a soli due tiri di balestra
dalla riva, fummo investiti da una violenta ondata che ci bagnò da capo a piedi;
siccome eravamo nudi e il freddo era assai pungente, abbandonammo i remi,
quando il mare per la seconda volta si infranse su di noi e la barca si rovesciò.
L'ispettore e altri due uomini si aggrapparono ai bordi dello scafo per trovare
scampo, ma, per grande sventura, la barca si capovolse su di loro e i tre
annegarono. Essendo in quel punto la costa molto scoscesa, il mare ci travolse con
una sola ondata avvolgendoci nei flutti e ci scaraventò sulla spiaggia di quella
stessa isola. C'eravamo tutti, mancavano soltanto quei tre che erano scomparsi
sotto la barca. Noi superstiti ci trovammo nudi come il giorno in cui venimmo al
mondo, privi di quelle poche cose che, in quel frangente, per noi significavano
tutto. Ed essendo allora novembre e il freddo molto intenso e noi ridotti ormai a
pelle e ossa, sembravamo proprio l'immagine della morte. Per quanto mi riguarda,
posso dire che dal mese di maggio non avevo mangiato altro che granoturco
abbrustolito e non poche volte mi ero trovato nella necessità di mangiarlo crudo; e
se era pur vero che durante la costruzione delle navi erano stati uccisi tutti i
cavalli, io non ero mai stato capace di mangiarne ed erano state meno di dieci le
volte in cui mi ero nutrito di pesce. Questo lo dico per fugare ogni equivoco, e
perché ciascuno possa considerare lo stato in cui versavamo.
E, come se quanto accaduto fino a quel momento non bastasse, si levò un vento di
tramontana tale, da farci sentire più vicini alla morte che alla vita. Ma piacque a
Dio che, cercando tra i resti del fuoco acceso il giorno prima, trovassimo un
tizzone ancora ardente: con quello accendemmo un gran falò. Poi ci raccogliemmo
tutti intorno al fuoco per chiedere a Dio nostro Signore misericordia e perdono dei
nostri peccati, versando copiose lacrime di compassione non solo per la nostra
sorte, ma anche per quella di tutti gli altri. Al tramonto, gli indios, sicuri di
trovarci ancora in quel luogo, ritornarono a portarci da mangiare, ma, vedendoci in
sembianze così diverse e strane, si spaventarono a tal punto da ritornare sui loro
passi. Allora io cercai di raggiungerli e li chiamai. Loro si avvicinarono impauriti.
Noi, a gesti, cercammo di spiegare che avevamo perso la barca e tre dei nostri;
potevano vedere con i loro occhi due di quei corpi e noi sopravvissuti ormai vicini
alla morte. Gli indios, di fronte a tanta sventura e a tali miserevoli condizioni, si
sedettero in mezzo a noi e, per il gran dolore e la profonda compassione che
provarono nel vederci così sfortunati, scoppiarono in un pianto tanto sincero e
tanto convulso, che lo si poteva udire da lontano. Il loro lamento durò più di
mezz'ora. E certo la vista di quegli uomini così privi di luce e così primitivi, simili
a bruti insensati, che si dolevano tanto per noi, fece crescere in me e nei miei
compagni la commiserazione e la consapevolezza della nostra disgrazia.

Cessato quel lamento, domandai ai cristiani se erano d'accordo di chiedere a


quegli indios di condurci nelle loro case. Ma quelli di loro che erano stati nella
Nuova Spagna risposero che non era neanche il caso di parlarne, perché se ci
avessero portati là, di certo ci avrebbero sacrificati ai loro idoli: ma, visto che non
avevamo altra possibilità di scampo e che d'altronde, dovunque fossimo andati,
saremmo stati prima e più facilmente preda della morte, incurante dei loro timori
pregai gli indios di condurci alle loro case. Mi parve che quelli molto si
compiacessero della mia richiesta e, pregandomi di aspettare ancora un po',
dissero che avrebbero fatto ciò che volevamo. Subito trenta di loro raccolsero
legna in grande quantità, dirigendosi verso l'abitato, assai lontano da lì. Noi
restammo con gli altri fino all'imbrunire; solo allora ci presero, e sorreggendoci a
braccia e in gran fretta, ci portarono al villaggio.

Temendo che, a causa del freddo intenso, qualcuno di noi potesse perdere i sensi o
morire lungo il cammino, gli indios avevano acceso ai lati della strada quattro o
cinque grandi fuochi posti a intervalli regolari; presso ognuno di questi fuochi ci
facevano scaldare. Quando vedevano che avevamo recuperato, grazie al calore, un
po' delle nostre forze, ci portavano da un fuoco all'altro così rapidamente, che a
malapena i nostri piedi sfioravano il suolo. In questo modo raggiungemmo il
villaggio. Lì trovammo una capanna approntata per noi e riscaldata da numerosi
fuochi. Un'ora dopo il nostro arrivo diedero inizio ai loro balli e ai loro
festeggiamenti, che si protrassero per tutta la notte con grande allegria. Ma non
così fu per noi, che, ben lungi dall'essere allegri e dal poter prendere sonno,
attendevamo l'ora in cui ci avrebbero sacrificati. La mattina dopo, ci offrirono
ancora pesci e radici e i loro modi furono così gentili, che ci rassicurammo
alquanto e si attenuò in noi la paura del sacrificio.
13.

Di come venimmo a conoscenza del passaggio di altri cristiani

Quel giorno stesso vidi in mano di un indio uno di quegli oggetti usati per i
baratti; subito mi resi conto che non era di quelli che gli avevamo dato noi.
Domandai da chi lo avessero avuto e loro mi risposero a gesti di averlo ricevuto da
altri uomini uguali a noi, che si trovavano un po' più all'interno. Allora io mandai
due cristiani e due indios a cercare quegli uomini; non molto lontano di lì, si
imbatterono proprio in costoro che, a loro volta, venivano a cercarci, giacché gli
indios dell'interno gli avevano parlato di noi; costoro altri non erano che i capitani
Andrés Dorantes e Alonso de Castillo, con tutto il loro equipaggio. Quando ci
videro, si spaventarono molto per il nostro stato e si dolsero del fatto di non avere
niente da darci. Infatti, non avevano altri abiti se non quelli che portavano indosso.
Rimasti con noi, ci raccontarono che, il 5 di quello stesso mese, la loro barca si era
rovesciata su un fianco a una lega e mezza di lì, ma loro erano riusciti a mettersi in
salvo con quanto avevano.

Fu così che decidemmo insieme di rimettere in sesto la loro barca, sulla quale
avrebbe preso posto chi di noi ne avesse avuto l'animo e la volontà. Gli altri
sarebbero rimasti lì sino a riacquistare le forze, per poi tentare di andarsene lungo
la costa. Dove avrebbero atteso finché Dio non avesse voluto ricongiungerli a noi
in terre cristiane. Senza indugio alcuno ci accingemmo a mettere in atto il nostro
piano, ma, prima ancora di riuscire a rimettere la barca in acqua, Tavera, un
gentiluomo, morì e, come lui, anche la barca che ci doveva salvare fece una brutta
fine; non restò a galla neanche un attimo e colò a picco all'istante. E poiché la
maggior parte di noi era, come ho già detto, ancora nuda e la stagione non era
delle più propizie per camminare a lungo, per guadare fiumi e attraversare a nuoto
le paludi, privi per di più com'eravamo di ogni provvista, che in ogni caso non
avremmo saputo come portare, decidemmo di fare ciò che le circostanze ci
imponevano: svernare lì. Inoltre stabilimmo che quattro dei nostri andassero a
Pánuco, convinti che fosse lì vicino (1). Molto confidavamo nella volontà di Dio
nostro Signore di farli giungere sin là, per riferire del nostro stato di necessità e di
angoscia su quell'isola. I quattro prescelti erano abilissimi nuotatori, il primo si
chiamava Alvaro Fernández, portoghese, carpentiere e marinaio, il secondo si
chiamava Méndez, il terzo Figueroa, originario di Toledo, e il quarto Astudillo di
Zafra. Costoro portarono con sé un indio dell'isola.
Note.

1. In realtà, Pánuco era molto distante.


14.
Di come partirono i quattro cristiani

Pochi giorni dopo la partenza dei quattro cristiani, si abbatté su di noi un tale
freddo, seguito da rovesci così violenti di pioggia, che gli indios non potevano più
estrarre le radici di cui si nutrivano e la pesca nei canali non dava più alcun
profitto; e siccome le abitazioni erano del tutto inadeguate a proteggerci dalle
intemperie, la gente cominciò a morire. Fu così che cinque cristiani, che si erano
riparati sulla costa, arrivarono al punto di mangiarsi l'un l'altro, finché non ne restò
che uno, il quale, rimasto solo, non trovò chi se lo mangiasse. I nomi di questi
cinque sono i seguenti: Sierra, Diego López, Corral, Palacios e Gonzalo Ruiz.
Dinanzi a tale fatto gli indios rimasero così inorriditi e così sconcertati che, senza
dubbio, se li avessero colti sul fatto, sin dall'inizio, li avrebbero uccisi e noi tutti ci
saremmo trovati in gravi difficoltà. E così, in pochissimo tempo, degli ottanta
uomini che eravamo ne rimasero vivi solo quindici. Dopo la morte di questi nostri
compagni, gli indios furono colpiti da una malattia allo stomaco che ne sterminò
la metà, sicché si convinsero che eravamo proprio noi la causa della loro morte.
Spinti da questa loro certezza, si accordarono di uccidere noi pochi superstiti.
Erano quasi sul punto di farlo, quando un indio, al cui servizio io vivevo, li
convinse ad abbandonare quell'idea. Diceva che non potevamo essere noi la causa
della loro morte, perché, se fossimo stati dotati di un potere così grande, di sicuro
avremmo evitato la fine a molti dei nostri, e loro ben sapevano che il numero dei
nostri morti era assai grande e che non eravamo mai stati in grado di porre alcun
riparo a ciò. Eravamo rimasti in così pochi da non poter arrecare loro alcun danno
o disgrazia e, perciò, la miglior cosa era lasciarci vivere. E piacque a Dio che gli
altri seguissero questo suo consiglio e parere, rinunciando così al loro primo
proposito. Chiamammo quest'isola Isola della Mala Sorte. La gente che vi
trovammo è di statura alta e ben proporzionata; non posseggono altre armi se non
frecce e archi, nell'uso dei quali sono oltremodo esperti. Gli uomini hanno una o
entrambe le mammelle forate da parte a parte e trapassate da un canna lunga due
palmi e mezzo e spessa due dita; usano forarsi anche il labbro inferiore, che
ornano con una canna dello spessore di mezzo dito. Le donne sono molto
resistenti alla fatica. Vivono in quest'isola dal mese di ottobre al mese di febbraio.
Si nutrono di quelle radici di cui ho già parlato, cavate fuori dall'acqua nei mesi di
novembre e di dicembre. Hanno pescaie di canne, ma da dicembre in poi non vi
sono più pesci; per tutto il resto del tempo, quindi, si nutrono di quelle radici.
Verso la fine di febbraio si spostano altrove alla ricerca d'altro cibo, dal momento
che in quel periodo le radici germogliano e non sono più buone.

E' gente che al mondo più ama e meglio accudisce propri figli; se per caso a
qualcuno muore un figlio, lo piangono genitori e congiunti e insieme a loro tutto il
villaggio; questo pianto dura dodici mesi. Infatti, per un anno intero, tutti i giorni,
sul far dell'alba, i genitori danno per primi inizio al pianto, seguiti poi da tutto il
villaggio; la stessa cosa fanno a mezzogiorno e quando annotta. Dopo aver pianto
il morto per un anno, gli rendono le onoranze funebri e poi si lavano e finalmente
si ripuliscono dal nerofumo di cui si erano ricoperti. Piangono tutti i morti in
questo modo, tranne i vecchi, ai quali non attribuiscono alcuna importanza; dicono
che è passato il loro tempo e che da loro non si ricava più alcun profitto; ché anzi
tolgono il cibo ai più giovani e occupano spazio. Hanno l'usanza di inumare i
morti, con l'eccezione dei medici che invece vengono cremati; mentre il fuoco
arde, vi danzano gaiamente intorno, poi inceneriscono le ossa. Scaduto un anno,
alla commemorazione dei morti, dopo essersi praticati delle incisioni sulla pelle le
cospargono con quella polvere; ai congiunti offrono quella stessa polvere di ossa
sciolta in acqua. Hanno una sola moglie ufficiale. Ai medici è concessa maggiore
libertà; sono gli unici ad avere due o tre mogli, che vivono insieme in perfetta
armonia e grande amicizia. Quando questi indios maritano una figlia, colui che la
prende in moglie è obbligato, dal momento in cui la fa sua sposa, a mandarla alla
casa del padre con quanto egli ha cacciato e pescato, senza azzardarsi a prendere o
a mangiare uno solo di quegli alimenti. E' infatti proprio dalla casa del suocero che
egli riceve il sostentamento. E, fintanto che è costretto a osservare questa norma,
né il suocero né la suocera mettono piede in casa sua, né lui può entrare in quella
dei suoceri e dei cognati. Se per caso si incontrano da qualche parte, devono stare
distanti l'uno dall'altro un tiro di balestra e, mentre si allontanano, tengono la testa
bassa e gli occhi fissi a terra, in quanto considerano disdicevole guardarsi e
parlarsi. Alle donne, invece, è permesso incontrarsi e parlare con i suoceri e con
gli altri parenti, e questa usanza è diffusa in tutto il territorio che dalla costa si
estende nell'interno per più di 50 leghe. Un'altra usanza stabilisce, quando muore
un figlio o un fratello, che in quella casa per tre mesi nessuno vada in cerca di
cibo, e si lascerebbero morire di inedia se i parenti e i vicini non provvedessero al
loro sostentamento (1). Durante la nostra permanenza, molti di loro morirono e gli
indios, in osservanza di tali usanze e cerimonie, patirono la fame più del solito.
Ma anche chi poteva legittimamente procurarsi del cibo, per quanto si affannasse,
a stento riusciva a metterne insieme una miserevole quantità. Fu così che gli
indios presso i quali vivevo lasciarono l'isola e si trasferirono con le canoe sulla
terraferma, al riparo di certe insenature ricche di crostacei, di cui gli indios si
nutrono per ben tre mesi, durante i quali si dissetano con acque molto impure. A
stento riescono a trovare legna da ardere e sono afflitti da un gran numero di
zanzare. Le loro case di stuoie vengono drizzate su numerose valve di ostriche; lì
dormono su pelli di animali che non sempre tutti posseggono. In tale stato
arrivammo agli ultimi giorni di aprile, quando ci trasferimmo verso la costa. Lì ci
sostentammo con more di rovo per tutto il mese, ossia finché non cessarono di
celebrare le loro feste e di levare i loro canti.

Note.

1. Gli indios che incontra ora Alvar Núñez Cabeza de Vaca appartenevano alla
famiglia dei Muskoki, della tribù dei Creek.
15.

Di quello che ci accadde sull'isola di Mala Sorte

Mentre eravamo sull'isola, ci imposero di fare i medici senza assicurarsi della


nostra scienza, né accertarsi se effettivamente lo fossimo. Quegli indios sogliono
curare le malattie soffiando sul malato e, con quel soffio e con le mani, scacciano
da lui il morbo. A noi ordinarono di fare la stessa cosa per renderci utili in qualche
modo. Noi ridevamo di tutto ciò, convinti che quella fosse una burla ai nostri
danni, e rispondevamo che non eravamo capaci di farlo. Ma, a causa di questo
nostro atteggiamento, ci minacciarono di toglierci il cibo finché non avessimo
obbedito. Di fronte alla nostra ostinazione, un indio mi disse che ero sciocco a
rifiutare di ricorrere alle sue cognizioni di medicina, perché le pietre e le erbe che
crescono nei campi posseggono grandi poteri; affermava che lui, con il solo
contatto di una pietra calda sullo stomaco, riusciva a curare e a eliminare il dolore:
di certo noi, che eravamo uomini, possedevamo doti e poteri più efficaci delle
pietre e delle erbe. Insomma, fummo proprio costretti a farlo, senza alcun timore
di essere in futuro ritenuti colpevoli per ciò che facevamo. Ecco, dunque, in che
modo loro sogliono curare le malattie: quando sono malati, chiamano un medico
e, dopo essere guariti, non soltanto gli offrono tutti i loro beni, ma cercano altri
doni perfino tra i parenti. Il medico si limita a praticare piccole incisioni sulla
parte malata e a suggere poi tutt'intorno. Cauterizzano le ferite col fuoco, pratica
che loro reputano di sicuro effetto e che io stesso ho sperimentato con grande
beneficio. Inoltre, soffiano sulla parte infetta, convinti con ciò di allontanare il
male. Noi, invece, cominciammo a curarli benedicendoli, soffiando su di loro e
recitando un "Pater Noster" ed una "Ave Maria" e molte altre preghiere rivolte a
Dio nostro Signore, affinché li guarisse e suscitasse in loro una buona disposizione
verso di noi. Grazie a Dio e alla sua misericordia, tutti coloro per i quali avevamo
elevato le nostre suppliche, dopo averli benedetti, comunicarono agli altri la loro
completa guarigione. Ed è per questo che ci trattavano con molto riguardo,
rinunciando a mangiare per meglio nutrirci. A ciò aggiungevano offerte di pelli e
di altri oggetti utili. Tuttavia, in quel luogo, patimmo una fame così grande, che
spesso ci accadde di non toccare cibo per giorni interi. Fu proprio allora che mi
parve impossibile riuscire a sopravvivere. Anche se in seguito mi sono trovato ad
affrontare fame e necessità peggiori, come più avanti riferirò. Gli indios presso i
quali vivevano Alonso del Castillo, Andrés Dorantes e i pochi altri superstiti,
appartenevano a un'altra tribù e parlavano una lingua diversa. Insieme a questi
miei compagni, migrarono verso una zona della terraferma per mangiare crostacei.
Lì si fermarono fino al primo giorno del mese di aprile, per poi tornare nell'isola,
distante due leghe. L'isola si estende per mezza lega in larghezza e cinque in
lunghezza. In genere, la popolazione di questa terra non porta indumento alcuno;
soltanto le donne coprono le loro nudità con fibre lanose che crescono su li alberi.
Le più giovani portano addosso pelli di cervo. E' gente molto generosa, sempre
pronta a dividere i propri averi con gli altri. Non hanno un capo che li governi.
Tutti i membri di una stessa tribù fanno una vita in comune. Nell'isola si parlano
due diverse lingue: quella dei "Capoques" e quella degli "Han". Le loro usanze
impongono che, quando si conoscono o quando per caso si incontrano, prima di
parlarsi se ne stanno mezz'ora a piangere; cessato il pianto, chi riceve la visita si
alza per primo e offre all'altro i propri beni; l'ospite accetta e, senza troppo
indugiare, se ne va con la roba, spesso senza neanche una parola di saluto. Le loro
strane usanze sono molteplici, ma io ho raccontato soltanto le più importanti e le
più singolari, per poter procedere oltre e dire quanto ci accadde in seguito.
16.
Di come i cristiani se ne andarono dall'isola di Mala Sorte

Tornati sull'isola, Dorantes e Castillo radunarono i cristiani ancora dispersi, che


erano in tutto quattordici. Io, come ho già detto, mi trovavo sulla terraferma, dove
i miei indios mi avevano condotto e dove ero stato colpito da una malattia così
grave che, quand'anche mi fosse rimasto un tenue filo di speranza per
sopravvivere, quella malattia adesso lo avrebbe spezzato. Non appena i cristiani lo
vennero a sapere, offrirono a un indio il mantello di martora sottratto al cacicco -
come è già stato ricordato -, affinché li conducesse nel luogo in cui mi trovavo; e
così vennero solo in dodici, giacché gli altri due erano molto deboli e nessuno si
azzardò a portarli da me. I nomi di quei cristiani sono: Alonso del Castillo, Andrés
Dorantes e Diego Dorantes, Valdivieso, Estrada, Tostado, Chaves, Gutiérrez,
Asturiano il chierico, Diego de Huelva, Estebanico il negro e Benítez. Non appena
giunti sulla terraferma, trovarono un altro dei nostri che si chiamava Francisco de
Léon e tutti i tredici si misero in marcia lungo la costa. Ma gli indios presso i quali
io vivevo mi informarono del loro passaggio soltanto più tardi e mi dissero che
sull'isola erano rimasti Hierónimo de Alaniz e Lope de Oviedo. La gravità della
malattia mi aveva dunque impedito non soltanto di seguirli, ma addirittura di
vederli. Dovetti quindi rimanere con gli indios di quell'isola per più di un anno.
Finché, stanco per le troppe fatiche che mi imponevano e i maltrattamenti che
subivo, decisi di rifugiarmi presso gli indios "Charruco" che occupavano il
territorio tra la costa e le foreste dell'interno. Ormai non riuscivo più a tollerare la
vita cui mi sottoponevano i miei indios; infatti, tra le altre fatiche, ero costretto a
procurarmi da mangiare strappando le radici conficcate tra le canne sul fondo
degli stagni. Avevo le dita così piagate che il solo contatto con un filo d'erba me le
faceva sanguinare. Le canne, in gran parte spezzate, mi avevano procurato ferite in
tutto il corpo e spesso ero costretto a camminare in mezzo a quei canneti intricati
con addosso soltanto ciò che ho detto. Fu per tutti questi motivi che misi in atto il
piano di rifugiarmi presso un'altra tribù. Presso questi altri indios la mia vita
migliorò. Mi improvvisai mercante, cercando di esercitare il mio nuovo mestiere
nel migliore dei modi. Ottenni, così, che gli indios mi sfamassero e mi usassero un
certo riguardo. Erano loro stessi a pregarmi di andare a destra e a manca per
procurarmi le cose di cui avevano bisogno: le continue guerre rendevano la zona
insicura e i contatti difficili. Io, invece, con i miei traffici e le mie mercanzie,
potevo spingermi all'interno quanto volevo e lungo la costa anche per quaranta o
cinquanta leghe. I principali articoli dei miei commerci erano nicchi e conchiglie
con i quali tagliano certi frutti simili a quelli dei fagioli che utilizzano in medicina,
nelle cerimonie e nelle loro feste; questi, insieme a ciotoli di mare e altre cose del
genere, sono gli oggetti che privilegiano sopra ogni altra cosa. Tali erano dunque
le mercanzie che io portavo nell'interno barattandole con pelli e con quell'ocra con
la quale gli indios si ungono e si tingono il volto e i capelli, con pietre focaie per le
punte delle frecce, con colla e canne dure per le aste o ancora con certe trecce di
pelo di cervo tinte e assai belle. Questa mia nuova occupazione era l'ideale per me,
giacché così ero libero di andare dove volevo senza più essere costretto a lavorare
per gli altri. Ma soprattutto non ero più schiavo. Dovunque andassi, ero sempre
ben accolto e sempre mi veniva offerto da mangiare in ossequio alla mia attività di
commerciante. Ma la cosa per me essenziale era che, solo grazie ai miei continui
spostamenti da un luogo ad un altro, avrei trovato il modo migliore per proseguire
il viaggio. Dovunque andassi, ero conosciuto e gli indios si rallegravano molto al
vedere che recavo loro ciò di cui avevano bisogno. Quelli che invece non mi
conoscevano, cercavano in ogni modo di vedermi per la fama che mi ero
procurato. Sarebbe lungo raccontare qui le traversie, i pericoli, la fame e i
momenti in cui le tempeste e il freddo mi colsero mentre ero solo e allo scoperto,
dai quali soltanto grazie alla grande misericordia di Dio nostro Signore mi sono
salvato. Fu per me una vera fortuna che non dovessi spostarmi durante l'inverno,
in quanto gli stessi indios, rinchiusi nelle loro capanne, riuscivano a stento a
difendersi dal freddo. Sei anni interi di esistenza solitaria io condussi in quelle
terre, nudo al pari degli indios. L'unica ragione che mi trattenne così a lungo in
quei luoghi, fu il desiderio di riunirmi a quel cristiano chiamato Lope de Oviedo.
L'altro suo compagno, Hierónimo de Alaniz, che era con lui quando Alonso dei
Castillo e Andrés Dorantes insieme a tutti gli altri se n'erano andati, era morto
poco dopo. Per riuscire a portarlo via di lì, andavo all'isola almeno una volta
all'anno e lo pregavo in ogni modo di partire alla ricerca di altri cristiani; ogni
volta, lui mi assicurava che ce ne saremmo andati l'anno dopo. Alla fine, riuscii a
portarlo via; lo aiutai ad attraversare una baia e quattro fiumi (1) del litorale, dal
momento che lui non sapeva nuotare, e così continuammo la nostra marcia
insieme ad alcuni indios finché non giungemmo presso un'insenatura molto
profonda, che si estendeva per più di una lega. Per quello che capimmo, ci parve
la baia chiamata dello Spirito Santo. Sulla riva opposta scorgemmo indios, i quali
vennero a parlamentare con quelli che stavano con noi; ci fecero sapere che più
avanti vivevano tre uomini simili a noi e ci dissero i loro nomi. Quando
chiedemmo notizie degli altri nostri compagni, ci risposero che la maggior parte di
loro era morta di freddo e di fame. Invece Diego Dorantes, Valdivieso e Diego de
Huelva erano stati uccisi dagli indios con i quali stavano, per il solo fatto di essersi
trasferiti presso un'altra tribù. E per finire, altri indios limitrofi, presso i quali si
trovava ancora il capitano Dorantes, spinti da un sogno, avevano ucciso Esquivel e
Méndez. Chiedemmo allora notizie dei sopravvissuti e loro ci risposero che i
nostri compagni subivano continui maltrattamenti da parte degli indios più
giovani; tra costoro, infatti, alcuni sono grandi fannulloni e prepotenti. Di
continuo li riempivano di calci, schiaffi e bastonate: questa era la loro triste sorte.
Ci informammo anche sulle terre che si estendevano più avanti e sulle possibilità
di sopravvivenza. Risposero che si trattava di una terra scarsamente popolata e che
non c'era di che nutrirsi e, inoltre, si moriva di freddo, perché non c'erano pelli, né
nient'altro con cui coprirsi. Ci dissero ancora che, se avessimo voluto vedere quei
tre cristiani superstiti, di lì a due giorni gli indios che li tenevano prigionieri
sarebbero venuti a mangiare noci sulla sponda di un fiume a una lega da lì. Per
convincerci della veridicità delle loro notizie sui maltrattamenti subiti dai nostri
compagni, mentre stavamo ancora conversando, aggredirono il mio compagno a
schiaffi e bastonate e anch'io ebbi la mia parte. In seguito ci investirono con
manciate di fango e ci minacciarono puntandoci contro il petto le frecce,
affermando che ci avrebbero uccisi come già avevano fatto con i nostri compagni.
Spaventato, il mio compagno Lope de Oviedo disse di voler tornare da certe
donne indie con le quali avevamo attraversato la rada, le quali erano rimaste un po'
indietro. Cercai in ogni modo di farlo recedere dal suo proposito, ma, per quanto
mi affannassi, non riuscii a convincerlo e così lui se ne tornò presso quegli indios
chiamati "quevenes" mentre io restai solo con quelli che chiamavano "deaguanes".

Note.

1. I quattro fiumi potrebbero essere l'Oyster Creek, il Brazos, il Coney Creek e il


Colorado.
17.
Di come vennero gli indios portandosi appresso Andrés Dorantes,
Castillo ed Estebanico

Due giorni dopo la partenza di Lope de Oviedo, gli indios padroni di Alonso del
Castillo e di Andrés Dorantes vennero proprio nel luogo fissato per mangiare certe
noci di cui si nutrono. Le impastano con alcuni semi e, per due mesi all'anno, non
mangiano altro; e nemmeno tutti gli anni, perché quelle noci maturano un anno sì
e uno no. Sono della grandezza delle noci della Galizia e gli enormi alberi sui
quali crescono ne sono carichi. Un indio mi comunicò l'arrivo dei cristiani e mi
disse che, se volevo vederli, dovevo allontanarmi di soppiatto e andare ai margini
di una fitta boscaglia; anche lui, infatti, avrebbe dovuto incontrare quegli indios
insieme a certi suoi parenti e, perciò, mi avrebbe condotto sin là. Gli prestai fede e
decisi di seguirlo, perché dal suo modo di parlare avevo capito che apparteneva a
una tribù diversa da quella dei miei indios. Mi misi in marcia, il giorno dopo ci
ritrovammo nel luogo stabilito e lui mi accompagnò dai miei compagni. Non
appena giunti in prossimità del loro accampamento, Andrés Dorantes uscì fuori
per vedere chi fossi, giacché anche i suoi indios lo avevano avvertito dall'arrivo di
un cristiano; non appena mi riconobbe, rimase sorpreso. Da molti giorni, infatti,
mi dava ormai per morto, perché così gli indios gli avevano fatto credere.
Ringraziammo Dio del nostro provvidenziale incontro e quel giorno, dopo tante
disgrazie, fu il più felice della nostra vita. Giunto poi dove stava Castillo, i due
spagnoli mi domandarono dove fossi diretto. Risposi loro che era mia intenzione
raggiungere a tutti i costi terre di cristiani. Andrés Dorantes mi rispose che già da
tempo aveva esortato Castillo ed Estebanico a proseguire il viaggio, ma loro non
osavano farlo, perché non sapevano nuotare; avevano il terrore di attraversare
fiumi e paludi numerosissimi in quella terra. E poiché Dio nostro Signore aveva
voluto salvarmi in mezzo a tante calamità e fatiche e infine condurmi tra i miei
compagni proprio quando loro avevano deciso di fuggire, sarebbe stato mio
compito aiutarli a guadare fiumi e paludi. Essi aggiunsero che per nessun motivo
dovevo tradire, di fronte agli indios, i miei propositi di fuga, perché altrimenti mi
avrebbero ucciso. Era quindi necessario che io mi fermassi lì con loro altri sei
mesi, fino alla stagione in cui quegli indios si trasferiscono in un'altra terra in
cerca di fichi spinosi. Questi sono frutti grandi quanto un uovo, vermigli e neri e
molto gustosi. Gli indios se ne nutrono per tre mesi all'anno in mancanza d'altro
cibo: durante quel periodo, li barattano con gli altri indios in cambio di archi. Solo
quando gli indios fossero ritornati ai villaggi, noi saremmo fuggiti insieme a loro.
Decisi, dunque, di rimanere con i miei compagni e fui affidato come schiavo allo
stesso indio padrone di Dorantes, il quale era orbo come sua moglie, suo figlio e
un altro parente: un'intera famiglia di orbi. Questi indios si chiamavano
"mariames", mentre Castillo era schiavo della vicina tribù degli "iguaces".
Durante la mia permanenza in quel luogo,, mi raccontarono che, dopo la partenza
dall'isola di Mala Sorte, avevano scorto lungo il litorale la barca del contabile e dei
frati rovesciata su un fianco. Anch'essi, nel tentativo di attraversare quei quattro
fiumi immensi, travolti dalla corrente impetuosa, avevano perso il controllo delle
barche finendo in mare. Lì, quattro di loro erano periti e così, tra mille peripezie, i
superstiti erano riusciti a raggiungere l'altra sponda dello stagno. Dopo quindici
leghe, ne avevano attraversato un altro e, giunti dalla parte opposta, dopo altre
sessanta leghe, altri due di loro erano morti. Il resto della compagnia era stremato
anche perché durante tutto il cammino non avevano mangiato che granchi ed erba.
In quella baia avevano trovato certi indios intenti a mangiar more. Questi, non
appena li avevano visti, erano fuggiti in direzione opposta. Mentre si ingegnavano
ad attraversare quell'insenatura, erano stati raggiunti da un indio e da un cristiano
nel quale avevano riconosciuto il compagno Figueroa. Era uno dei quattro uomini
che avevamo mandato in avanscoperta sull'isola di Mala Sorte. Figueroa aveva
raccontato come lui e i suoi compagni fossero finiti in quel luogo, dove due dei
cristiani e uno degli indios erano morti di fame e di freddo per l'inclemenza della
stagione. Lui e Méndez, invece, erano stati catturati dagli indios. L'altro era
fuggito come meglio aveva potuto in direzione di Pánuco, ma gli indios lo
avevano raggiunto e ucciso. Figueroa, rimasto tra gli indios, aveva appreso da loro
che presso i "mariames" viveva un cristiano che proveniva dalla parte opposta.
Lui, invece, lo aveva trovato con i "quevenes". Questo cristiano era Hernando de
Esquivel, nativo di Badajoz, al seguito del commissario religioso. Figueroa, a sua
volta, aveva saputo da Esquivel la sorte toccata al governatore, al contabile e a
tutti gli altri. Esquivel, inoltre, gli aveva detto che il contabile e i frati avevano
fatto incagliare la loro barca sui bassi fondali alla foce del fiume; mentre
procedevano lungo il litorale, era approdata la barca del governatore con tutta la
sua gente. Figueroa, allora, aveva preso il mare per raggiungere quella grande
insenatura e per riprendere gli uomini e trasportarli dall'altra parte. Era poi tornato
una seconda volta per prendere a bordo il contabile, i frati e quanti erano rimasti.
Il nostro compagno ci riferì che il governatore aveva revocato al contabile il grado
di luogotenente, nominando in sua vece quel certo capitán Pantoja del suo seguito.
Quella notte il governatore, rifiutandosi di scendere a terra, era rimasto sulla sua
barca senza acqua né viveri, in compagnia di un nostromo e di un mozzo, allo
stremo delle forze. A mezzanotte, si era alzato un vento di tramontana così forte
da spingere la barca, ancorata soltanto con una pietra, in alto mare. Da quel
momento nessuno ne aveva più saputo nulla. Il resto dell'equipaggio, rimasto a
terra, si era disperso lungo la costa. Arrivati sulla riva di uno stagno profondo
avevano costruito, con estrema fatica, certe zattere e con queste erano passati
dall'altra parte. L'equipaggio, proseguendo il cammino, era arrivato ai margini di
una boscaglia quasi in riva al mare, dove aveva trovato alcuni indios. Questi, al
vederli, avevano raccolto precipitosamente tutte le loro cose e si erano trasferiti
dall'altra parte con le canoe. I cristiani a causa del maltempo (eravamo già alla
metà di novembre) decisero di accamparsi in quella foresta; lì, trovarono acqua,
legna e certi gamberi e altri molluschi. Poco dopo, però, alcuni di loro erano stati
uccisi dal freddo e dalla fame. Inoltre, quel tal Pantoja, da poco nominato
luogotenente, si era messo a maltrattarli senza alcuna ragione. Allora, Sotomayor,
fratello di quel Vasco Porcalle notabile dell'isola di Cuba e imbarcato come
aiutante maggiore, gli si era ribellato e lo aveva colpito a morte con una bastonata.
Il suo gesto aveva completato l'azione della fame e del freddo. I morti erano stati
subito fatti a pezzi dai compagni superstiti; l'ultimo a morire era stato Sotomayor.
Esquivel, dopo averne squartato il corpo, si era nutrito di quelle carni fino al
primo di marzo. Era stato allora che uno di quegli indios fuggiti al loro arrivo era
tornato per vedere se, per caso, tra loro ce ne fosse qualcuno ancora vivo e, trovato
Esquivel, se l'era portato via con sé. Così, al servizio di quell'indio, Figueroa
aveva potuto parlargli e apprendere da lui tutte queste vicende. Figueroa aveva poi
supplicato Esquivel di unirsi a lui per raggiunger Pánuco; ma Esquivel si era
rifiutato, perché aveva saputo dai frati che quel porto era molto lontano da lì. Così
Esquivel era rimasto sulla costa, mentre Figueroa se n'era tornato su quel litorale
dove aveva vissuto in precedenza.
18.

Della relazione di Figueroa su Esquivel

Figueroa poté raccontare queste incredibili peripezie grazie a quanto egli stesso
aveva appreso da Esquivel; la sua storia giunse fino a me e mi permise di
conoscere la sorte dell'intera flotta e le vicissitudini di ciascun superstite. Sempre
da Figueroa appresi che, se per avventura un cristiano fosse capitato da quelle
parti, avrebbe potuto anche incontrare Esquivel, IL quale, per quanto ne sapeva
lui, aveva lasciato l'indio che l'accompagnava e se n'era andato a vivere, poco
distante da lì, con i "mariames". E, come ho appena detto, lui e l'asturiano si erano
recati presso altri indios di una zona limitrofa; ma, quando i loro padroni se
n'erano accorti, li avevano aggrediti colpendoli con violenza e, dopo aver
denudato l'asturiano, gli avevano trafitto un braccio con una freccia. Alla fine
quegli indios erano fuggiti e i cristiani erano rimasti con quegli altri che, in
seguito, li avevano fatti schiavi. E li avevano vessati, malgrado i loro servigi,
come mai schiavo o uomo in alcuna parte del mondo era stato vessato. Gli indios
infatti, non contenti di malmenarli e di strappare loro a uno a uno i peli della barba
per puro passatempo, per il solo fatto che tre di loro, e cioè Diego Dorantes,
Valdiviesco e Diego de Huelva, erano passati da una casa all'altra, li avevano
uccisi. Dal canto loro, i tre superstiti non si attendevano una sorte migliore.
Andrés Dorantes, stanco di quella vita, era fuggito presso quegli stessi "mariames"
dove, tempo prima, aveva trovato asilo Esquivel. Erano stati questi ultimi a
raccontargli la vita e la tragica sorte di Esquivel. Quest'ultimo aveva tentato di
fuggire perché una donna lo aveva visto in sogno uccidere suo figlio. Per tale
motivo, gli indios lo avevano inseguito e, a riprova di ciò, mostrarono ad Andrés
Dorantes il rosario, il messale, la spada e altri oggetti di sua proprietà. La morte di
Esquivel fu dunque dovuta a questa loro usanza, che li porta a uccidere ispirati dai
sogni e a lasciare le figlie appena nate in pasto ai cani (1). A giustificazione di ciò,
sostengono che tutti gli esseri di quelle terre sono loro nemici, contro i quali
combattono una guerra senza tregua; dicono, poi, che, se per caso le loro figlie si
sposassero, i loro nemici aumenterebbero a tal punto da assoggettarli e farli
schiavi. Questo è il motivo per cui preferiscono ucciderle, anziché permettere di
procreare un nemico. Noi allora chiedemmo perché mai non si sposassero tra loro.
Ci risposero che, anche presso le loro genti, era considerato disdicevole sposarsi
con i propri parenti e che era meglio ucciderle, piuttosto che unirle con
consanguinei o con nemici. Tra tutte le tribù che incontrammo, soltanto queste e
gli "iguaces", loro vicini, praticano quest'usanza. Così, quando devono prender
moglie, comprano le donne dai nemici, pagandone il prezzo del migliore arco e di
due frecce; se per caso non posseggono un arco, barattano la propria moglie con
una rete lunga un braccio e larga altrettanto. Uccidono i propri figli e comprano
quegli degli altri. Il matrimonio dura finché li soddisfa e senza alcun scrupolo lo
sciolgono. Dorantes trascorse con questi indios un breve periodo e poco dopo
fuggì. Castillo ed Estebanico, invece, raggiunsero gli "iguaces" nell'interno. Questi
sono eccellenti arcieri, ben proporzionati, anche se non così robusti come quelli di
cui abbiamo già parlato e come loro hanno le mammelle e le labbra perforate.

Per lo più si nutrono di due o tre specie di radici; le cercano dappertutto, anche se
sono pessime e dannose per chi le mangia. Molte sono amare e sono necessari due
giorni per arrostirle. Cavarle poi fuori dalla terra è assai difficile. La fame che
quella gente patisce è tale, che non esitano a percorrere due o tre leghe alla ricerca
di quell'unico sostentamento. Talvolta capita loro di uccidere qualche cervo e, di
tanto in tanto, pescano pesce, ma in così esigua quantità, che la loro fame li
costringe a mangiar ragni, uova di formica, vermi, lucertole, ramarri, serpi e
vipere velenosissime. In mancanza di ciò si accontentano di terra, legno, sterco di
cervo e altre cose che tralascio di nominare. Sono sicuro che, se in quella terra ci
fossero pietre, mangerebbero perfino quelle. Conservano le lische di pesce, gli
scheletri delle serpi e degli altri rettili, per poi mangiarne la polvere macinata.
Presso di loro non sono gli uomini a portare i carichi pesanti, ma le donne, tenute
in minor conto. Non hanno per i figli lo stesso amore che quegli altri indios di cui
abbiamo già parlato. Non manca tra loro chi commette peccati contro natura. Le
donne sono instancabili, durante l'intera giornata si concedono soltanto sei ore di
riposo e passano la maggior parte della notte ad attizzare i fuochi accessi per
arrostire quelle radici di cui si nutrono. Fin dalle prime luci dell'alba si affannano
a scavare, a portare legna e acqua alle proprie case e a provvedere a tutte le altre
cose necessarie. Molti di loro sono incorreggibili ladri e, sebbene ciascuno abbia
ciò che gli spetta, alla minima distrazione il figlio ruba quanto può perfino al
proprio padre. Sono grandi bugiardi e si ubriacano spesso con una bevanda che
non saprei descrivere. Sono abilissimi nella corsa, inseguono un cervo per
un'intera giornata riuscendo così a ucciderlo o a prenderlo vivo. Le case di stuoie
poggiano su quattro archi, ogni due o tre giorni le trasportano a spalle per andare
in cerca di cibo. Non seminano i campi. E' gente assai gioviale e, sebbene afflitti
dalla fame, non rinunciano mai a ballare o a far festa con canti e danze. Per loro la
stagione migliore è quella in cui si nutrono di fichi spinosi; solo così saziano la
fame e trascorrono la giornata intrecciando danze mentre mangiano fichi notte e
giorno. Nella stagione in cui i fichi sono maturi li spremono, li aprono e li mettono
a seccare; quindi li conservano in ceste di sparto, proprio come fichi secchi, per
poterli mangiare durante il viaggio di ritorno. Utilizzano perfino le bucce; le
macinano e ne ricavano una polvere commestibile. Spesso, durante la nostra
permanenza presso di loro, ci accadde di trascorrere tre o quattro giorni
completamente digiuni; gli indios, per confortarci, ci esortavano a non cedere alla
tristezza, perché presto sarebbe arrivata la stagione dei fichi spinosi e anche noi
avremmo potuto mangiarne fino a saziarci e berne il succo fino a gonfiarci la
pancia; allora anche noi saremmo stati contenti e felici per aver finalmente
calmato la nostra fame. Ma, dal momento in cui ci avevano consolato con queste
parole alla stagione della raccolta dei fichi spinosi, dovevano passare ancora
cinque o sei mesi. Solo allora ci movemmo per andare a mangiarli. La terra in cui
crescevano era invasa da sciami di zanzare di tre specie assai terribili e fastidiose,
che ci tormentarono per tutto il resto dell'estate. Per difenderci fummo costretti ad
accendere tutto intorno a noi numerosi fuochi, adoperando legna bagnata e
imputridita, sì da sollevare un gran fumo senza farla ardere. Ma, come si può ben
immaginare, questa difesa ci causava nuovi fastidi. Di notte, infatti, non facevamo
che piangere per il troppo fumo e per l'eccessivo calore prodotto dai numerosi
fuochi. Se talvolta tentavamo di rifugiarci sulla spiaggia per riuscire a prendere
sonno, gli indios ci ricordavano a suon di legnate che dovevamo vegliare sui
fuochi. Le tribù dell'interno si difendono, invece, da quegli insetti con un altro
accorgimento ancora più fastidioso di quello appena riferito; bruciano con i tizzoni
ardenti i campi e le macchie circostanti per allontanare le zanzare; ciò serve loro
anche per stanare lucertole e altre simili porcherie di cui si nutrono. Usano il fuoco
anche nella caccia, sia quando accerchiano i cervi, sia quando bruciano i pascoli
per spingere gli animali laddove possono catturarli più comodamente. Questa è la
ragione per cui non stabiliscono mai la loro dimora in luoghi aridi e poveri d'acqua
e di legna; quando è necessario, ne fanno provvista per andare a caccia di cervi, di
solito numerosi in zone impervie e desolate. Non appena uccisi i cervi o gli altri
animali che capitano a tiro, esauriscono immediatamente tutta la scorta d'acqua e
di legna per cuocere la carne e per accendere i fuochi contro le zanzare; soltanto il
giorno dopo si procurano i rifornimenti necessari per il viaggio. Quando
riprendono la marcia, sono al tal punto martoriati dalle zanzare da sembrare
lebbrosi. Questa è la penosa esistenza che quegli indios conducono riuscendo a
soddisfare la fame non più di due o tre volte l'anno e spesso con grandi sofferenze.
Io stesso, per averle provate, posso affermare che nessun'altra tribolazione può
eguagliarle. E' terra ricca di cervi, uccelli e altri animali dei quali ho già parlato.
Non mancano nemmeno certe specie di vacche che io ho visto per ben tre volte e
che ho anche mangiato. Sono grandi più o meno come quelle della Spagna, ma
hanno le corna più piccole e il pelo, lungo come un manto, molto simile a quello
degli agnelli merinos. Alcune sono grigie, altre nere e, a parer mio, hanno una
carne migliore e più polposa di quella delle nostre vacche. Dalle pelli dei capi più
piccoli, gli indios ricavano coperte per ripararsi; con le più grandi fanno scarpe e
scudi. Questi animali scendono dal nord lungo tutto il territorio fino alla costa
della Florida, disperdendosi in un raggio di più di quattrocento leghe. Tutti gli
indios si spostano lungo le valli dove pascolano queste vacche, per nutrirsi della
loro carne e per commerciare le pelli (2).
Note.

1. Le descrizioni degli usi e costumi di questi gruppi rispondono alla reale


organizzazione tribale delle stesse.
2. Si tratta dei bisonti, le cui mandrie erano molto numerose - nel sedicesimo
secolo - nei territori delle grandi pianure nordamericane.
19.

Di come gli indios ci separarono

Trascorsi i sei mesi durante i quali io e gli altri cristiani attendevamo di poter
attuare i nostri propositi di fuga, gli indios si mossero verso le terre dei fichi
spinosi a circa trenta leghe di lì. Proprio mentre eravamo sul punto di fuggire, i
miei indios e quelli presso i quali ci eravamo fermati si azzuffarono per una
donna, bastonandosi e ferendosi, poi, infuriati, ognuno si caricò la propria casa
sulle spalle e se ne andò via. Perciò anche noi, poveri cristiani, fummo costretti a
separarci. Dovette trascorrere un anno intero prima che potessimo ritrovarci.
Durante tutto questo tempo, condussi un'esistenza durissima, sia a causa della
fame che pativo, sia a causa dei maltrattamenti che subivo. Per ben tre volte fui
costretto a fuggire dai miei padroni, che mi cercarono a lungo con l'intento di
uccidermi. Ma Dio nostro Signore con la sua misericordia volle salvarmi e
proteggermi da loro. Alla stagione dei fichi, ritrovai in quello stesso luogo i miei
compagni. Stabilimmo di nuovo di fuggire e fissammo tra noi anche la data, ma
quello stesso giorno gli indios ci separarono per la seconda volta e ci costrinsero a
prendere una direzione diversa. Prima di separarci, dissi agli altri miei compagni
che li avrei attesi in vicinanza delle piante dei fichi sino allo spuntare della luna
piena e la luna avrebbe compiuto l'intero ciclo il primo settembre. Se per quella
data i miei compagni non fossero venuti all'appuntamento, me ne sarei andato da
solo. Dopo tali accordi, ci separammo e ognuno si allontanò con i suoi indios; io
rimasi con i miei fino al tredicesimo giorno di luna, sempre intenzionato a
rifugiarmi presso altri indios non appena fosse sorta la luna piena. Il 13 di quello
stesso mese, Andrés Dorantes ed Estebanico giunsero nel luogo in cui mi trovavo
e mi dissero che avevano lasciato Castillo nei pressi con certi indios "anagados", e
che loro si erano visti perduti molte volte. Il giorno dopo i nostri indios si
trasferirono nella stessa zona in cui si trovava Castillo, per rappacificarsi con
quelli che lo tenevano prigioniero. Fu così che ci ricongiungemmo con Castillo.
Per tutto il periodo del raccolto patimmo la sete; per porvi rimedio eravamo
costretti a bere, fino a saziarci, il succo dei fichi raccolto in una buca scavata a
terra. E' un liquido dolce e del colore del miele, gli indios lo conservano in terra
per mancanza di altri contenitori. Esistono molte varietà di fichi spinosi, alcuni dei
quali senz'altro più saporiti, ma a me parvero tutti ottimi, giacché la fame mai mi
consentì di sceglierli o di badare a quali fossero i migliori. La maggior parte di
questi indios beve l'acqua piovana, perché, malgrado l'abbondanza di fiumi e
torrenti, non conoscono, a causa dei loro continui spostamenti, un luogo preciso in
cui trovarla. Per tutto il territorio si estendono immense e meravigliose praterie,
ricche di ottimi pascoli. Sono sicuro che quei campi sarebbero stati molto
generosi, se coltivati e abitati da persone d'intelletto. Mai durante la nostra
permanenza avemmo modo di scorgere all'orizzonte zone montuose. Quegli indios
ci informarono che più avanti, verso la costa, viveva la tribù dei "camones", cioè
coloro che avevano ucciso i compagni di Peñalosa e Téllez. Pare che i nostri,
ormai allo stremo delle forze, si fossero lasciati sterminare senza opporre
resistenza. A testimonianza di ciò, ci mostrarono indumenti e armi e ci indicarono
il punto in cui si era rovesciata la loro barca. Questa era stata, dunque, la sorte
toccata alla quinta barca, in quanto quella del governatore, come abbiamo
ricordato, era stata travolta dalla furia del mare e quella del tesoriere e dei frati era
stata vista incagliata lungo la costa e da Esquivel avevamo saputo della sorte
toccata al suo equipaggio. Le due in cui viaggiavamo Castillo, Dorantes e io
abbiamo già riferito come fossero affondate sulla scogliera dell'isola di Mala
Sorte.
20.

Di come riuscimmo a fuggire

Due giorni dopo che ci fummo trasferiti in quella zona, raccomandammo le nostre
anime a Dio e ci demmo alla fuga, sicuri che, sebbene la stagione dei fichi
volgesse al termine, i frutti che ancora stavano sulle piante ci avrebbero consentito
una marcia di molte leghe, In quel primo giorno di viaggio, mentre era grande il
timore che gli indios si mettessero sulle nostre tracce, intravedemmo in lontananza
una colonna di fumo; movemmo allora i nostri passi in quella direzione e, poco
dopo l'ora del vespro, scorgemmo un indio che alla nostra vista fuggì senza
esitazione alcuna. Allora noi gli mandammo appresso il negro; l'indio, vedendolo
solo, si fermò ad aspettarlo. Il negro gli spiegò che eravamo diretti verso quel
villaggio da cui avevamo visto levarsi il fumo. L'indio, a sua volta, rispose che
l'abitato era vicino e che lui ci avrebbe condotti fin lì; così lo seguimmo. Egli
corse avanti per dare notizia del nostro arrivo. All'ora del tramonto ci apparvero le
case del villaggio e, a due tiri di balestra da lì, ci aspettavano quattro indios che ci
accolsero con cordialità. Dicemmo loro in lingua "mariame" che cercavamo
proprio quella tribù e i quattro mostrarono di gradire molto il nostro arrivo. Poco
dopo ci condussero alle loro case e alloggiarono Dorantes e il negro presso un loro
medico, mentre io e Castillo andammo presso un altro. Questa tribù degli
"avavares" parla una lingua diversa e abitualmente mercanteggia archi con quei
nostri indios di prima, dei quali capiscono la lingua, sebbene appartengano a
un'altra tribù e, nomadi anch'essi, erano arrivati lì con le loro case quello stesso
giorno. Subito dalla gente del villaggio ci vennero offerti molti fichi, poiché tutti
erano già stati avvertiti della nostra venuta. Conoscevano bene le nostre doti di
guaritori e le meraviglie che Dio nostro Signore operava attraverso di noi, giacché
solo l'aiuto che lui ci aveva dato era di per sé un evento miracoloso; infatti, l'averci
aperto il cammino per terre desolate e deserte, l'averci fatto trovare gente umana
laddove per molto tempo non ce n'era mai stata, l'averci liberato da tanti pericoli e
impedito che venissimo uccisi, nutrito in mezzo a tanta fame e predisposto
benevolmente gli animi di quella gente, era per noi, come diremo più avanti, la
prova più grande della sua infinita misericordia.
21.

Di come curammo alcuni malati

La notte del nostro arrivo alcuni indios si recarono da Castillo e lo implorarono


affinché li curasse, poiché erano afflitti da forti dolori alla testa. Non appena
Castillo li ebbe benedetti e raccomandati a Dio, gli indios dissero che il dolore era
scomparso. In segno di riconoscenza portarono dalle loro case molti fichi spinosi e
certa carne di cervo che non sapevamo bene che cosa fosse. Presto la notizia si
diffuse nell'intero villaggio. Durante la notte, molti altri malati vennero da noi a
offrirci carne di cervo affinché li guarissimo. La carne era tanta che non sapevamo
dove metterla. Dal profondo del nostro cuore ringraziammo Dio nostro Signore
per la sua sempre crescente e misericordiosa bontà verso di noi. Non appena
cessammo di prodigare le nostre cure, ebbero inizio le loro danze e i loro riti di
ringraziamento, che si prolungarono fino all'alba del giorno successivo. Le
cerimonie in onore del nostro arrivo durarono tre giorni, alla fine dei quali
domandammo agli indios notizie sulle terre più avanti, sulle popolazioni e sulle
possibilità di sostentamento in quelle zone. Gli indios ci risposero che tutta la zona
era assai ricca di fichi spinosi, ma che in quell'epoca erano già stati raccolti dalle
diverse tribù ormai tornate alle loro case. La terra, inoltre, era molto fredda e le
pelli vi erano rarissime. Allora noi, visto che l'inverno era già cominciato e il
tempo si faceva più rigido, decidemmo di svernare con loro. Cinque giorni dopo il
nostro arrivo, partimmo alla ricerca di altri fichi spinosi in terre abitate da tribù di
lingue diverse. Dopo altri cinque giorni di marcia estenuante, ormai stremati per la
gran fame (durante il cammino non avevamo trovato né fichi né frutta alcuna),
giungemmo in prossimità di un fiume (1) dove drizzammo le nostre case e, dopo
averle bene assicurate, andammo in cerca del frutto di certi alberi simile alle
bacche delle vecce. Io, per la grande difficoltà di procedere in quella zona del tutto
priva di sentieri, mi attardai più degli altri in cerca di quel frutto: quando la gente
se ne tornò alle case, rimasi solo e, nel tentativo di ritrovare gli altri, mi smarrii
nell'oscurità. Ma piacque a Dio che trovassi un albero in fiamme e, scaldato dal
suo calore, trascorsi quella gelida notte. La mattina dopo mi rimisi in cammino
alla ricerca degli altri e portai con me un po' di legna e due tizzoni. Vagai così per
cinque giorni portando sempre con me quanto mi serviva per fare il fuoco, perché,
se si fosse spento in luogo privo di legna, sarei sempre riuscito ad accenderne un
altro. Questa era infatti la sola difesa che avevo contro il freddo. Ero rimasto nudo
come quando ero nato. Di notte mi addentravo tra i cespugli in prossimità del
fiume per trovare rifugio prima ancora che il sole tramontasse; per terra scavavo
una buca che riempivo di legna cui aggiungevo i rami secchi caduti dai molti
alberi che lì crescono assai frondosi. Intorno a quella buca accendevo quattro
fuochi disposti a croce e, durante la notte, avevo cura di riattizzare il fuoco. Mi
procuravo fascine fatte con paglia lunga, abbondante in quei luoghi, con cui mi
coprivo nel fosso per potermi così riparare dal pungente freddo notturno. Una
notte il fuoco accese la paglia che mi ricopriva mentre dormivo nella mia buca; la
paglia cominciò ad ardere e, per quanto mi fossi affrettato a uscire, tuttavia mi
lasciò sui capelli il segno del rischio che avevo corso. Mai in tutti quei giorni
toccai cibo né trovai alcunché da mangiare; inoltre, siccome non avevo scarpe, i
piedi mi sanguinavano di continuo. Ma Dio volle manifestare di nuovo la sua
misericordia verso di me, giacché, in tutto quel tempo, non soffiò mai il vento di
tramontana. In tal caso, non avrei avuto scampo. Dopo cinque giorni, raggiunsi la
riva del fiume dove trovai i miei indios. Questi e i cristiani mi davano ormai per
morto, certi che mi avesse morso qualche vipera. Furono tutti molto felici di
rivedermi, soprattutto i cristiani, i quali mi dissero che non avevano potuto
cercarmi a causa della fame che avevano patito. Quella notte mi offrirono i pochi
fichi che ancora avevano e, il giorno dopo, partimmo di nuovo verso un luogo
dove i fichi spinosi crescevano in grande quantità. Lì placammo finalmente la
nostra fame e rendemmo grazie a Dio nostro Signore perché mai il suo aiuto ci era
venuto meno.

Note.

1. Più probabilmente il San Antonio.


22.

Di come il giorno dopo ci portarono altri malati

Il mattino seguente molti indios che portavano cinque malati gravi vennero a
cercare Castillo, affinché li guarisse in cambio di archi e frecce. Castillo li
ricevette e, al calar del sole, li benedisse e li raccomandò a Dio nostro Signore;
anche noi unimmo la nostra supplica alla sua affinché li facesse guarire. Eravamo,
infatti, sicuri che solo Dio poteva sapere che quella era l'unica via per farci aiutare
da tali genti e per poter così finalmente porre termine a quella nostra esistenza
tanto miserevole. Dio fu così misericordioso che, il mattino seguente, i malati si
svegliarono completamente guariti e se ne andarono ben saldi sul corpo come se la
malattia non li avesse mai colpiti. Ciò fu tra gli indios causa di grande
ammirazione e in noi ravvivò ancora una volta il desiderio di supplicare Dio,
perché meglio ci facesse conoscere tutta la sua infinita bontà e noi ne potessimo
così ricavare la ferma speranza che, comunque, ci avrebbe liberati e portati dove
meglio potevamo servirlo. Quanto a me posso affermare che ho sempre avuto fede
nella sua misericordia e ho sempre creduto, e di ciò ho convinto anche i miei
compagni, che mi avrebbe liberato da quella prigionia. Non appena gli indios se
ne furono andati portando con sé i loro compagni miracolosamente guariti, ci
trasferimmo presso gli indios "cutalches" e "malicones" che, come i precedenti, si
nutrono di fichi spinosi. Con queste due tribù, che usano lingue diverse, c'erano
anche i "coayos" e i "susolas" e nelle vicinanze c'erano gli "atayos", grandi nemici
dei "susolas", con i quali sono costantemente in guerra. Ormai in tutto il territorio
non si parlava d'altro che dei prodigi che Dio nostro Signore compiva attraverso di
noi e, così, le tribù dei dintorni venivano a cercarci affinché li curassimo. Due
giorni dopo il nostro arrivo alcuni indios "susolas" vennero a supplicare Castillo,
affinché curasse un ferito e molti altri malati, dicendo fra l'altro che uno di loro era
ormai in fin di vita. Castillo era un medico assai cauto, soprattutto nel caso di
malattie gravi e pericolose, perché temeva che i suoi peccati potessero impedire il
successo dei suoi medicamenti. Allora gli indios chiesero a me di andare a curare i
malati. Grande era l'affetto che mi dimostravano, ricordandosi della volta in cui,
durante la raccolta delle noci, li avevo guariti di una malattia alla gola ricevendone
in cambio frutta e pelli. Questa vicenda era accaduta quando mi ero ricongiunto
con i cristiani. Fu così che dovetti seguirli insieme a Dorantes e a Estebanico. Non
appena giunto vicino alle loro capanne, capii che il malato che dovevo curare era
già morto, sia dal numero di gente che piangeva intorno a lui, sia dalla sua casa in
disarmo in segno di lutto. L'uomo aveva gli occhi riversi, il polso senza battito e
tutte le altre caratteristiche delle persone morte. Così almeno parve a me e a
Dorantes. Allora sollevai la stuoia che lo copriva e con tutta la mia fede supplicai
Iddio che concedesse salute a lui e a tutti coloro che ne avevano bisogno. Dopo
che lo ebbi benedetto ed ebbi soffiato molte volte su di lui, mi offrirono il suo arco
e una cesta di fichi macinati; poi mi condussero presso altri indios affetti da
sonnolenza. Da loro ricevetti altre due ceste di fichi che consegnai subito agli
indios che ci avevano accompagnato. Terminata la mia opera, ce ne tornammo ai
nostri alloggi mentre gli indios ai quali avevo ceduto i fichi restarono là. A notte
fonda tornarono alle loro case dicendo che quel morto che io avevo curato in loro
presenza, si era alzato e aveva camminato, mangiato e parlato con loro e che
anche tutti gli altri che io avevo curato avevano ripreso le forze e l'allegria.

La mia opera destò enorme sorpresa e ammirazione e ovunque non si faceva che
parlare di me. Dove giungeva notizia delle mie guarigioni, gli indios venivano a
cercarmi per farsi curare e ci chiedevano di benedire i loro figli. Quando gli indios
"cutalchiches", che erano stati insieme ai nostri, dovettero ritornare alle loro terre,
ci offrirono prima di partire fino all'ultimo fico che avevano serbato per il viaggio
e delle selci lunghe un palmo e mezzo, da loro usate per tagliare e che tengono in
grande conto. Ci pregarono di non dimenticarli e di chiedere a Dio che concedesse
sempre loro salute e noi glielo promettemmo; così se ne andarono al colmo della
felicità, dopo averci fatto dono di ogni loro bene. Contammo con la luna otto mesi
di permanenza presso quegli indios "avavares". In tutto quel tempo molti furono
gli indios venuti a cercarci, convinti che fossimo veramente figli del sole.
Dorantes e il negro fino ad allora non avevano mai curato; ma, a causa del gran
numero di indios che da ogni parte venivano a cercarci, anche loro dovettero farsi
medici. Dei tre, io ero il più famoso per il coraggio dimostrato nell'affrontare ogni
tipo di cura e comunque non ci fu mai chi, da noi curato, dicesse di non essere
guarito. Tale era la fiducia riposta in noi, che si erano convinti che, finché fossimo
rimasti presso di loro, nessuno sarebbe mai morto. Da questi e dagli altri
apprendemmo un fatto molto singolare accaduto secondo i loro calcoli perlomeno
quindici o sedici anni prima. Dicevano che di lì era passato un uomo, che loro
chiamano Mala Cosa (1), piccolo e barbuto; mai però erano riusciti a vedergli i
tratti del viso. Di lui raccontavano che, quando si avvicinava alle loro case, gli
indios tremavano dalla paura, con i capelli dritti sulla testa. All'improvviso
compariva sulla porta di casa un tizzone ardente e, subito dopo, quell'uomo
entrava, sceglieva a caso uno tra loro, lo accoltellava ai fianchi per tre volte con
una selce acuminata, larga tre palmi e lunga due; poi infilava la mano nella ferita e
ne estraeva le viscere. Tagliava quindi un pezzo di viscere della lunghezza di un
palmo e lo gettava sul fuoco. Subito dopo vibrava tre coltellate su di un braccio, la
seconda delle quali proprio sulla giuntura, e alla fine glielo staccava; di lì a poco,
glielo riattaccava e gli metteva le mani sopra le ferite e gli indios affermavano che
all'istante si rimarginavano. Spesso durante le loro feste, compariva tra loro, ora
sotto sembianze femminili, ora maschili. Quando gli saltava per la testa, prendeva
il "buhío" o casa e lo sollevava in alto e si lasciava cadere insieme ad esso con
gran frastuono. Ci raccontarono, inoltre, che spesso gli offrivano da mangiare ma
sempre rifiutava il cibo e, quando loro tentavano di sapere da dove venisse e da
che parte avesse la sua casa, lui indicava una fenditura del terreno, dicendo che la
sua casa era proprio lì sotto. Di fronte a questi racconti noi ridevamo molto e li
schernivamo. Gli indios, vedendoci così increduli, ci portarono molti di quelli che
la Mala Cosa aveva preso e così vedemmo con i nostri occhi le cicatrici delle
coltellate che quell'essere aveva inferto loro, proprio come gli indios ci avevano
raccontato. Noi li convincemmo che quello era un essere malvagio e, come meglio
potemmo, cercammo di far loro capire che se avessero invece creduto in Dio
nostro Signore e si fossero fatti cristiani come noi, non avrebbero più avuto di che
temere da lui, né lui avrebbe osato ritornare per compiere simili misfatti. Infine li
rassicurammo che, fin quando noi fossimo rimasti in quella terra, lui non avrebbe
più osato farsi vedere. Tranquillizzati dalle nostre parole, si rallegrarono molto.
Gli indios ci avevano inoltre detto di aver visto l'asturiano Figueroa insieme ad
altri, lungo la costa, in quel luogo che noi chiamiamo dei fichi. Queste sono genti
che non misurano il tempo sul corso del sole e della luna, né conoscono la
divisione in mesi e in anni, bensì concepiscono i cambiamenti delle stagioni
secondo il periodo in cui la frutta sta per maturare o quello in cui il pesce muore e
le stelle compaiono nel cielo, in questi calcoli sono molto abili ed esperti. Questi
indios ci trattarono con molta generosità, sebbene ciascuno di noi dovesse
procurarsi con fatica il cibo e sobbarcarsi il suo carico d'acqua e di legna. Le loro
case e i loro usi sono simili a quelli dei nostri precedenti indios, questi ultimi però
sono più duramente colpiti dalla fame, poiché non riescono mai a procurarsi
granoturco, ghiande o noci. Negli otto mesi trascorsi presso di loro, girammo
sempre nudi, coprendoci solo di notte con pelli di cervo, stremati dalla fame
soprattutto nei sei mesi in cui non si può neanche pescare. Quando stava ormai per
cominciare la stagione dei fichi spinosi, io e il negro, a loro insaputa, passammo
oltre verso certi indios chiamati "malicones", a una giornata di cammino di lì.
Dopo tre giorni mandai Estebanico a prendere Castillo e Dorantes; giunti che
furono, ci incamminammo tutti insieme per andare a cogliere bacche da certi
alberi, di cui loro si nutrono per dieci o dodici giorni, finché non maturano i fichi.
Lì si unirono a loro altri indios, gli "arbadaos". Questi ultimi erano gracili, magri e
con le pance gonfie da far paura. Quando gli indios con i quali eravamo venuti
stavano per tornare indietro, noi dicemmo che volevamo restare con gli
"arbadaos", cosa di cui molti si dispiacquero. Ci fermammo nel loro
accampamento a poca distanza dalle case; quando ci videro, si consultarono e,
dopo essersi accordati, ci presero per mano e ci condussero alle loro case. Con
costoro soffrimmo la fame più che con gli altri. Durante il giorno non
mangiavamo che due manciate di quelle bacche, perdipiù ancora acerbe e così
piene di lattice, da infuocarci la bocca. Ciò, unito alla penuria d'acqua, aumentava
in noi la sete. Eravamo così affamati che fummo costretti a comprare da loro due
cani (2) in cambio di alcune reti e di altre cose, compresa una pelle con cui io mi
coprivo. Ho riferito altrove come, durante tutto questo tempo, vivemmo nudi e,
non essendoci abituati, cambiavamo la pelle come i serpenti due volte all'anno. A
causa poi del sole e del vento, i nostri corpi erano segnati dalle piaghe, che ci
procuravano enormi sofferenze anche a causa dei pesi che dovevamo trasportare
con l'aiuto di funi che ci martoriavano le carni. La terra, poi, era così impervia e
così aspra, che, quando andavamo a fare legna nei boschi, tornavamo con i corpi
lacerati e sanguinanti a causa delle numerose spine dei cespugli fra cui ci eravamo
addentrati. Spesso mi accadde che, dopo aver raccolto la legna a prezzo di molte
fatiche, non riuscivo più né a caricarmela sulle spalle, né a spostarla trascinandola
tra i cespugli. In mezzo a questi tormenti, non mi restava altra consolazione che
pensare alla passione di Gesù Cristo Redentore e al sangue da lui versato per noi e
giudicare quanto maggiore fosse stato il tormento delle sue spine in confronto a
quello che io allora pativo. Con i miei commerci vendevo a questi indios pettini
che io stesso facevo, archi, frecce e reti. Insieme ai miei compagni intrecciavo
stuoie, di cui gli indios hanno grande bisogno. Costoro infatti, benché le sappiano
fare, non si dedicano ad alcuna attività, sempre intenti come sono a cercare di che
sfamarsi e, quando si decidono a lavorare, restano del tutto privi di cibo. Altre
volte, dovevo raschiare le pelli per ammorbidirle; da ciò trassi grande profitto,
perché nel farlo riuscivo a mangiare quanto vi era ancora attaccato e che mi
bastava per sostentarmi per due o tre giorni. Ci accadde anche, sia presso questi
indios, sia presso quelli che avevamo lasciato, di spartirci un pezzo di carne e di
essere costretti a mangiarlo crudo, per evitare che ce lo portassero via mentre lo
stavamo cuocendo. Eravamo costretti ad agire in questo modo non soltanto per la
paura di perdere quel pezzo di carne, ma anche perché eravamo ridotti in tale stato
da non saper decidere se mangiarlo cotto o crudo... Questa fu dunque la vita che
conducemmo in quei luoghi, e quel po' di sostentamento che riuscivamo a
procurarci lo ottenevamo grazie agli oggetti fatti con le nostre mani.

Note.

1. In questo caso Cabeza de Vaca assume il mito della cultura altra e lo fonde con
il proprio. Mala Cosa diventa così espressione di un sincretismo religioso in cui
l'opposizione che si crea sull'asse verticale alto-basso (spagnoli vs Mala Cosa)
ricalca quella della concezione cristiana paradiso-inferno.
2. Probabilmente si tratta dei "tepezcuintle", roditore commestibile di grandezza di
un coniglio.
23.

Di come lasciammo quel luogo dopo aver mangiato i cani

Dopo esserci sfamati con i cani, certi ormai di avere riacquistato le forze
necessarie per proseguire il viaggio, ci raccomandammo a Dio nostro Signore
affinché ci guidasse. Ci congedammo quindi da quegli indios, i quali ci indicarono
la strada per raggiungere altri indios della loro stessa tribù, che vivevano nei
dintorni. Lungo il cammino ci colse la pioggia e, dopo una giornata di marcia
sotto l'acqua, smarrimmo la strada e ci riparammo nel folto della boscaglia. Lì
raccogliemmo molte foglie di fichi spinosi e, quella stessa notte, le mettemmo a
cuocere in un forno improvvisato, così caldo che, il mattino seguente, potemmo
mangiarle. Dopo esserci raccomandati a Dio, riprendemmo la marcia e
ritrovammo subito la strada smarrita. Attraversata la boscaglia, ci imbattemmo in
un villaggio indio assai povero; lì scorgemmo due donne e alcuni ragazzi; questi,
alla nostra vista, si spaventarono e fuggirono a chiamare gli altri indios che
vagavano per la boscaglia. Richiamati da quei giovani, gli indios cominciarono a
spiarci nascosti tra gli alberi. Da noi esortati, ci vennero incontro esitanti. Alle
nostre domande risposero che anche loro pativano la fame e che ci avrebbero
condotti al loro villaggio non molto distante. Quella stessa notte raggiungemmo
un altro villaggio, composto da circa cinquanta case. Il nostro arrivo destò grande
sorpresa e timore. Rassicuratisi, allungavano timidamente le mani sfiorandoci il
corpo e poi, con gesto analogo, le riportavano sui loro corpi. Così trascorse quella
notte. Il mattino seguente, ci portarono i loro malati pregandoci di benedirli e
offrendoci quel poco che avevano da mangiare e cioè foglie di fichi spinosi e frutti
arrostiti ancora acerbi. Rallegrati dalla loro ospitalità e dalla loro generosità, che li
spingeva a privarsi del poco cibo per offrirlo di buon grado a noi, ci fermammo
alcuni giorni presso di loro. Durante il nostro soggiorno, vennero altri indios dai
villaggi più lontani. Quando questi ultimi decisero di partire, noi manifestammo ai
nostri ospiti il desiderio di seguirli. Loro molto se ne dispiacquero e ci
supplicarono mestamente di non abbandonarli, ma noi, sordi alle loro suppliche,
partimmo lasciandoli afflitti e in lacrime per la nostra irrevocabile decisione.
24.

Degli usi degli indios di quella terra

Tutti gli indios che incontrammo, dall'isola di Mala Sorte fin qui, sogliono
separarsi dalle proprie donne dal giorno in cui sono gravide finché i figli non
hanno compiuto il secondo anno di età. Le donne li allattano fino ai dodici anni,
età in cui sono in grado di procurarsi da soli il cibo. Ci informammo sui motivi di
questa loro abitudine e ci risposero che dipendeva dalla grande carestia che
affliggeva quella terra e che spesso li costringeva, come anche noi ben sapevamo,
a resistere per due, tre o perfino quattro giorni senza mangiare. Questo era il
motivo di quel prolungato allattamento, unico modo per evitare che i bambini
morissero di fame. Infatti, quei pochi che fossero sopravvissuti alla fame
sarebbero cresciuti gracili e malaticci. E se per caso se ne ammalava uno orfano,
lo lasciavano morire nei campi insieme a quanti, allo stremo delle forze, erano
costretti a rimanere lì; se invece il malato era un parente, un figlio o un fratello, se
lo caricavano sulle spalle e se lo portavano appresso. Hanno l'abitudine di
abbandonare la propria donna quando viene meno l'accordo e sono liberi di
risposarsi con chi vogliono. Questo, però, è consentito soltanto ai giovani, mentre
chi ha figli resta accanto alla propria donna. In alcuni villaggi, per un semplice
dissidio non esitano a colpirsi e a malmenarsi e così continuano fino al limite della
resistenza; di solito sono le donne a dividerli, intromettendosi tra loro e mai gli
uomini. Per quanto violente siano le loro liti, mai ricorrono all'uso di archi e di
frecce; infatti, dopo che si sono colpiti a dovere e hanno risolto le loro
controversie, si caricano le loro case sulle spalle e con le loro donne se ne vanno a
vivere nei campi circostanti, isolati dagli altri finché non hanno smaltito l'ira. Una
volta calmati, ritornano al villaggio e da quel momento intrattengono rapporti di
buona vicinanza come se niente fosse accaduto e senza ricorrere all'intervento di
nessuno. Se, poi, quelli che litigano non sono sposati, si trasferiscono presso i
vicini, che, seppure loro nemici, li accolgono con generosità e simpatia offrendo
loro ogni bene. E' proprio per questa ragione che, una volta smaltita la rabbia,
quelli che hanno subito l'offesa ritornano al villaggio più ricchi di quanto non lo
fossero prima. In genere, queste tribù bellicose sono così abili nel difendersi dagli
attacchi dei loro nemici, che sembra quasi siano state addestrate in Italia all'uso
delle armi e solite a muovere guerra in continuazione. Se si trovano in luoghi
particolarmente esposti all'offensiva nemica, dispongono le loro capanne ai
margini di una boscaglia che scelgono il più possibile intricata e impervia;
tutt'attorno scavano un fossato che serve loro di rifugio e riparo. I guerrieri
ricorrono all'espediente di ricoprirsi interamente di arbusti, lasciando soltanto una
piccola fessura per gli occhi, sì da trarre in inganno chiunque si avvicini.
Tracciano poi un sentiero molto stretto che si addentra nel fitto della boscaglia e lì
ricavano uno spazio in cui far dormire le donne e i bambini; al calar della notte,
illuminano l'interno delle loro case per far capire al nemico che si trovano lì e
mantengono accesi quei fuochi fino alle prime luci dell'alba. Quando il nemico
assale le loro case, i guerrieri, nascosti nel fossato, gli si avventano contro senza
che gli avversari riescano a vederli e a colpirli. Se poi nei dintorni non ci sono
boschi in cui potersi nascondere e dove poter sorprendere il nemico, si dispongono
in quella zona della pianura che sembra loro più adatta e scavano trincee coperte
di arbusti, dalle cui feritoie colpiscono il nemico; quelle stesse trincee servono
loro da riparo anche durante la notte. Una volta, mentre vivevo con gli "aguenes",
per una disattenzione delle sentinelle fummo colti di sorpresa dai nemici nel pieno
della notte; tre indios furono uccisi e molti altri feriti. A causa di ciò
abbandonarono precipitosamente le case e si addentrarono nella macchia e, solo
quando furono certi che gli altri se n'erano andati, ritornarono al villaggio, dove
raccolsero le frecce scagliate dai nemici. Poi si misero sulle loro tracce con molta
cautela e rimasero silenziosamente in agguato intorno al villaggio. Prima dello
spuntare dell'alba assalirono gli avversari, uccisero cinque di loro e ne ferirono
moltissimi, costringendo così tutti gli altri a fuggire e ad abbandonare le capanne,
gli archi e tutti i loro averi. Di lì a poco, le donne della tribù dei "quevenes"
intervennero e riuscirono a rappacificarli con la tribù ostile, anche se spesso
l'intervento delle donne è causa di guerra e non di pace. Tutte queste tribù, sia per
inimicizie personali, sia per l'appartenenza a diversi lignaggi, sogliono tendersi
numerosi agguati e tormentare i propri nemici con crudeltà disumane.
25.

Di come gli indios sono abili nell'uso delle armi

Queste sono le popolazioni più destre nell'uso dell'arco tra quante ne abbia mai
viste nel mondo. Al minimo sentore della presenza nemica, se ne stanno all'erta
per tutta la notte con gli archi tesi e una dozzina di frecce a portata di mano. Nel
dormiveglia ciascuno prova il proprio arco e, se non lo trova incordato a
sufficienza, lo tende quanto è necessario. Spesso fanno sortite notturne strisciando
a terra, in modo da passare inosservati, pronti a cogliere ogni minimo segno della
presenza nemica. Se qualcosa li insospettisce, immediatamente si riuniscono tutti
nello stesso punto armati di archi e di frecce e trascorrono la notte spostandosi
continuamente là dove avvertono la vicinanza del nemico. Solo alle prime luci del
giorno allentano la corda dell'arco, per poi tenderla di nuovo quando escono per
andare a caccia. Le corde degli archi sono di nerbo di daino. Questi indios
sogliono combattere camminando carponi; mentre scoccano le frecce, non fanno
che parlare e saltare da un punto all'altro schivando così i colpi nemici, al punto
che solo raramente balestre e archibugi li colpiscono. Gli indios, anzi, se ne fanno
beffa, perché queste armi nulla possono contro di loro in campo aperto, dove si
muovono con molta libertà lungo un ampio raggio, quando, al contrario, questo
tipo di armi è di grande efficacia per combattimenti in luoghi chiusi e paludosi.
Ciò che sopra ogni cosa temono e combattono sono invece i cavalli. Chi si
trovasse a muovere guerra a questi indios deve fare tutto il possibile per
dissimulare la propria debolezza e avidità, evitando nel corso degli scontri di
mostrare incertezza; gli indios infatti, di fronte alla paura e alla cupidigia, sanno
bene come e quando vendicarsi e approfittano della paura del nemico. E' loro
usanza che, dopo ogni combattimento, quando hanno esaurito le frecce, ciascuno
se ne ritorni indietro indisturbato qualunque sia il numero dei nemici. Molte volte
le frecce li trafiggono da parte a parte, ma non li uccidono a meno che non
raggiungano le budella o il cuore; una volta feriti guariscono presto. Hanno la
vista e l'udito molto sviluppati, credo più di ogni altra popolazione al mondo.
Sono abituati a sopportare fame, sete e freddo. Ho voluto riferire queste loro
usanze per soddisfare, da un lato, la naturale curiosità degli uomini sugli altrui
costumi e, dall'altro, per far sapere a chi in seguito si imbatterà in loro quanto
coraggio e quanta scaltrezza adoperino contro i nemici.
26.

Delle diverse popolazioni e delle loro lingue

Voglio qui riferire delle popolazioni e delle lingue che essi parlano dall'isola di
Mala Sorte in poi. Nell'isola di Mala Sorte ci sono tre tribù: la prima è quella dei
"capoques", l'altra degli "han". Sulla terraferma, di fronte all'isola vivono altri
indios, i "chorruco", così chiamati dal nome della foresta in cui abitano.

Poco oltre sulla costa, vivono i "doguanes" e, di fronte a loro, la tribù dei
"mendica". Poco lontano da lì, sempre sulla costa, abitano i "quevenes" e, di
fronte a loro, sulla terraferma i "mariames"; procedendo poi lungo la costa,
troviamo i "guaycones" e, di fronte a questi, sempre sulla terraferma, gli
"iguaces". Il territorio di questi ultimi confina con quello degli "atayos" dietro al
quale vivono gli "acubadaos", che occupano una vasta zona. Ritornando sulla
costa, troviamo i "quitoles" e, di fronte a questi sulla terraferma, gli "avavares",
accanto ai quali vivono i "maliancones", i "cutalchiches", i "susolas" e i "comos";
ancora sulla costa, i "camoles" e, più oltre, quelli che noi chiamiamo gli indios dei
fichi. Ognuna di queste popolazioni fissa la dimora, vive e parla in modo diverso.
Fra le molte espressioni ricordo il modo che hanno per chiamare la gente dicendo
""arre" qua" per dire "guarda qua" e, ai cani, dicono "xo". Ovunque sono soliti
stordirsi con un fumo e barattano ogni loro bene per averlo (1). Bevono poi un
liquido estratto dalle foglie di certi alberi simili alla quercia; prima tostano le
foglie in recipienti messi a fuoco e, quando sono bene abbrustolite, riempiono i
recipienti con acqua e li rimettono sul fuoco. Quando il liquido ha bollito almeno
due volte, lo travasano in una ciotola e lo raffreddano con mezza zucca d'acqua;
non appena il liquido si ricopre di schiuma lo bevono ancora bollente. Dal
momento in cui lo versano dal recipiente nella ciotola, urlano a gran voce: "chi
vuole berne?" Allora le donne, a queste grida, si fermano all'istante e, anche se
stanno trasportando carichi, non osano più fare un passo, perché, non appena una
di loro si muove, gli indios la svergognano e la colpiscono. Poi, furibondi,
cominciano a rovesciare quel liquido e vomitano senza troppi sforzi quello che
hanno già bevuto. Costoro giustificano quest'usanza spiegandola così: se le donne
si muovono dal punto in cui le hanno raggiunte le grida degli uomini, il liquido si
trasforma in una bevanda malefica che, una volta ingerita, provoca la morte.
Affermano, inoltre, che, per tutto il tempo in cui l'acqua bolle, il recipiente deve
restare ben chiuso, perché, se c'è una donna nelle vicinanze, sono costretti a
buttare via quel liquido senza poterlo più bere. Gli indios bevono per tre giorni
consecutivi questo infuso giallastro, senza mai mangiare. Ciascuno di loro ne
prende una ciotola e mezza al giorno. Le donne, durante il periodo mestruale,
procurano il cibo soltanto per se stesse, giacché nessuno sarebbe disposto a
mangiarlo. Durante la mia permanenza, potei assistere con stupore a una vera e
propria diavoleria; vidi infatti un uomo sposato con un altro uomo. Questa unione
di solito si compie tra quegli uomini effeminati e impotenti che si coprono come le
donne e ne svolgono i compiti e, allo stesso tempo, usano l'arco e portano pesi
enormi. Di questi uomini effeminati, come ho detto, ne vedemmo molti e sono tra
i più robusti e tra i più alti e assai destri nel reggere carichi gravosi.

Note.

1. E' un riferimento all'uso del tabacco durante le cerimonie religiose.


27.

Di come ci trasferimmo e fummo bene accolti in un altro villaggio

Dopo esserci separati da quegli indios che avevamo lasciato in lacrime,


raggiungemmo con gli altri il loro villaggio. Qui ci fecero una buona accoglienza;
ci portarono i loro figli affinché toccassimo quei piccoli con le nostre mani, e ci
offrirono molta farina di "mezquiquez". Questo è un frutto simile al carrubo, che
sull'albero è molto amaro, ma impastato con terra diventa dolce e buono da
mangiare. Usano lavorarlo così: scavano a loro piacere una buca in terra; sistemati
i frutti di "mezquiquez" in questa buca, li spappolano con un bastone grosso come
una gamba e lungo un braccio e mezzo. Quando il frutto è ben macinato, lo
impastano con terra e continuano a macinare frutti e terra insieme. Poi versano
questo impasto in un canestro di sparto colmandolo d'acqua. Lo stesso indio che
ha preparato l'impasto lo assaggia e, se non gli sembra sufficientemente dolce,
chiede altra terra con la quale mischiarlo e così avanti aggiungendo terra finché
quell'impasto non gli sembra buono da mangiare. Poi tutti si siedono in circolo e
ciascuno allunga la mano per prenderne quanto più può. Raccolgono semi e bucce
su una pelle. L'indio dell'impasto li raduna in quel canestro di sparto e di nuovo li
ricopre d'acqua spremendo ancora il succo per tre o quattro volte. Coloro che
partecipano a questo banchetto, considerato tra gli indios uno dei più ricchi, si
saziano al punto da gonfiarsi il ventre per l'eccesso di terra e acqua ingerite. Anche
per noi fu imbandito uno di questi banchetti, cui fecero seguito balli e feste che
durarono per l'intero periodo della nostra permanenza. Durante la notte, sei uomini
di guardia vegliavano davanti alla porta della nostra capanna, sicché nessuno
osava entrare prima del sorgere del sole. Quando decidemmo di partire anche da
questo territorio, vennero a trovarci alcune donne di una tribù vicina. Informati da
queste sulla posizione del loro villaggio, ci movemmo da lì e ancora una volta gli
indios ci supplicarono di fermarci almeno un altro giorno, perché la terra verso cui
eravamo diretti era lontana e difficile da raggiungere. Come potevamo ben vedere,
inoltre, quelle donne erano molto stanche e, dopo un giorno di riposo, ci avrebbero
potuto guidare loro stesse. Nonostante le suppliche degli indios, decidemmo di
partire subito. Di lì a poco, le donne di quell'altra terra lontana e quelle dell'ultima
tribù incontrata, si misero sui nostri passi. Come ci era già stato annunciato, non
trovammo traccia di sentiero e così ci smarrimmo vagando senza meta per quattro
leghe. Finalmente giungemmo presso una fonte; qui trovammo le donne che
subito ci riferirono le tribolazioni sopportate per raggiungerci. Ripartimmo guidati
da loro e, al calare della sera, guadammo un fiume con l'acqua che ci arrivava oltre
la vita. Il fiume (1), dalla corrente impetuosa, era largo quanto quello che
attraversa Siviglia. Al tramonto scorgemmo un villaggio indio di circa cento
capanne. Prima ancora di entrare in quel villaggio, fummo accolti dagli abitanti,
che ci vennero incontro con grida spaventose e battendo le mani sulle cosce.
Tenevano in mano certe zucche (2) forate, piene di pietre, in segno di festa; si
servono di quelle zucche soltanto per le cerimonie e per le guarigioni e nessuno
osa toccarle al di fuori di loro: sono convinti che possiedano poteri speciali e
provengano dal cielo, perché nella loro terra non crescono, né loro sanno dove
trovarle; affermano che arrivano con i fiumi in piena. Erano così impauriti e così
turbati che, siccome facevano a gara per arrivare prima a toccarci, rischiammo di
rimanere soffocati. Ci sollevarono a braccia e, senza lasciarci poggiare piede a
terra, ci condussero alle capanne accalcandosi intorno a noi, fino a toglierci il
fiato; tanto che, non appena fummo al sicuro nelle capanne allestite per noi,
impedimmo loro di continuare a festeggiare il nostro arrivo per il resto della notte,
ma invece seguitarono a danzare e a cantare fino all'alba. Il mattino seguente,
l'intero villaggio si radunò davanti alle nostre capanne affinché li toccassimo e li
benedicessimo, come già avevamo fatto con gli altri indios di cui eravamo stati
ospiti. Poi, all'improvviso, cominciarono a scoccare le loro frecce contro le donne
dell'altro villaggio che ci avevano seguito. Giunti in un altro territorio, fummo
ancora accolti bene. Qui ci fecero dono dei loro averi e dei cervi appena cacciati.
Ci capitò poi di assistere a una nuova usanza; i nostri indios toglievano a chi
veniva a farsi curare archi e frecce, scarpe e biglie se ne avevano, e poi ci
offrivano questi oggetti affinché li guarissimo. Una volta curati, se ne andavano
felici, annunciando a tutti la loro guarigione. E così partimmo anche di lì e ci
recammo presso altri indios che ci accolsero con grande gioia e, come gli altri, ci
portarono i loro malati che, subito dopo le nostre benedizioni, annunciavano di
essere guariti. Se per caso qualcuno non guariva, veniva convinto dagli altri
dell'infallibilità delle nostre cure e quindi tutti si rallegravano molto e ci
festeggiavano con balli per l'intera notte, impedendoci così di riposare.

Note.

1. Il rio Concho.
2. Le zucche, usate sia nei rituali sia come recipienti, provenivano dalle zone
agricole a Ovest del Rio Grande.
28.

Di un'altra nuova usanza

Partiti che fummo, capitammo in un altro villaggio, dove si inaugurò una nuova
usanza, per cui, malgrado la buona accoglienza, gli indios che ci accompagnavano
saccheggiavano le case e i campi, privando i nostri ospiti di ogni loro bene.
Questo comportamento ci rattristò molto, sia per il cattivo ringraziamento verso
chi tanto amichevolmente ci aveva ricevuto, sia perché temevamo che quei
saccheggi sarebbero stati motivo di lite e scandalo fra loro. Ma, siccome non
potevamo porvi rimedio in alcun modo, né osavamo punirli, ci rassegnammo a
sopportare queste loro malefatte sin quando non avessimo goduto di una maggiore
autorità. Ma furono proprio gli stessi indios, privati dei loro beni, a consolare la
nostra tristezza esortandoci a non affliggerci; essi, infatti, erano così felici di
averci conosciuti, da ritenere le loro ricchezze bene impiegate, anche perché in
seguito sarebbero stati ripagati da altri indios assai più ricchi. La marcia fu, da
quel punto in poi, faticosissima; la gente che ci seguiva era così numerosa che,
nonostante i nostri sforzi, non riuscivamo a liberarcene ed era tanta l'ostinazione e
la fretta che avevano di raggiungerci, che ci importunarono per ben tre ore, prima
di lasciarci tranquilli. Il giorno seguente accompagnarono da noi tutta la gente del
villaggio; la maggior parte erano orbi e altri addirittura ciechi. Questo ci sorprese
molto. Sono di belle fattezze e di buone maniere, più bianchi di quanti ne
avevamo visti fino a quel momento. Fu lì che, per la prima volta, scorgemmo delle
catene montuose (1); sembrava che avessero origine dalla parte del mare a
tramontana; e, stando a quanto gli indios ci avevano detto, si trovavano a circa
quindici leghe dal mare. Insieme a questi indios, ci dirigemmo verso quei monti,
alla ricerca delle capanne di certa gente della stessa tribù. Gli indios, infatti, non
volevano accompagnarci fuori dal loro territorio per impedire ai nemici di ricevere
dalla nostra presenza un beneficio pari a quello di cui essi erano convinti di
godere. Quando fummo arrivati, quelli che ci seguivano saccheggiarono le
abitazioni degli altri; questi, però, già al corrente dei fatti, avevano nascosto prima
ancora del nostro arrivo parte dei loro beni. Dopo che ci ebbero ricevuti con molta
festa e allegria, tirarono fuori quanto avevano nascosto e ce lo offrirono; si trattava
di biglie, polvere di ocra rossa e pochi sacchetti d'argento. Noi, secondo l'usanza,
consegnammo tutto agli indios che venivano con noi. Poi ebbero inizio i balli e i
festeggiamenti; fu fatta chiamare la gente di un altro villaggio vicino perché
venisse a vederci. Quella stessa sera, questi nuovi indios arrivarono portandoci
biglie, archi e altre cianfrusaglie, che distribuimmo sempre secondo la nostra
usanza. Il giorno seguente, poco prima della nostra partenza, l'intero villaggio ci
chiese di andare presso certi loro amici che vivevano su quei monti in una zona
assai popolata e dove sicuramente ci avrebbero offerto molti doni. Ma noi, decisi a
continuare la nostra marcia lungo la pianura, a ridosso di quella catena montuosa
poco distante dalla costa, rifiutammo l'invito per non deviare dal nostro cammino.
Essendo poi gli abitanti di quel luogo molto bellicosi, ci parve più opportuno
attraversare la pianura. Eravamo certi che le popolazioni dell'interno, più docili, ci
avrebbero trattati meglio e che, comunque, avremmo trovato una terra più
popolata e più ricca. Infine, ci spingeva il desiderio di attraversare quella terra per
meglio conoscerne le caratteristiche. Solo così, infatti, se qualcuno di noi fosse
stato ricondotto in terra di cristiani dalla misericordia di Dio, avrebbe potuto
riferire sulla natura di questi luoghi. Non appena gli indios si accorsero della
nostra determinazione a non seguirli, ci assicurarono che nella pianura non
avremmo trovato né gente, né fichi spinosi, né altro sostentamento e ci convinsero
a fermarci lì ancora un giorno. Subito dopo inviarono due messaggeri alla ricerca
di gente lungo il nostro itinerario. Il giorno successivo finalmente partimmo
seguiti da molti indios uomini e donne, queste ultime addette ai carichi d'acqua.
Tanto grande era ormai la nostra autorità, che nessuno osava bere senza il nostro
permesso. A due leghe da lì, ci imbattemmo nei due che erano andati a cercare
gente e ci comunicarono di non avere trovato nessuno. Di ciò gli indios si
rammaricarono molto e, ancora una volta, ci pregarono di dirigerci verso le catene
montuose. Di fronte alla nostra ferma intenzione di proseguire lungo l'altra strada,
gli indios, seppure a malincuore, si congedarono da noi e se ne tornarono alle loro
case lungo il fiume. Noi, invece, ne risalimmo il corso; poco dopo incontrammo
due donne che portavano sulle spalle certi carichi. Non appena ci videro, si
fermarono e si liberarono del peso offrendoci la farina di granoturco dei loro
carichi; ci dissero che più avanti, lungo quello stesso fiume, avremmo trovato il
villaggio e grande abbondanza di fichi spinosi e di quella farina. Ci congedammo
subito da loro, perché volevano raggiungere gli altri indios che avevamo appena
lasciato. Camminammo fino al calar del sole e arrivammo presso un villaggio di
circa venti capanne; qui fummo accolti con grande tristezza e pianto, poiché la
gente sapeva che, dovunque giungessimo, i nostri indios accompagnatori
avrebbero saccheggiato e derubato ogni bene. Quando però ci videro soli, si
tranquillizzarono e ci offrirono i soliti fichi e nient'altro. Passammo lì quella notte
e, all'alba, gli indios che avevamo lasciato il giorno prima fecero irruzione nelle
loro case e portarono via ogni loro avere. Gli indios, colti di sorpresa, non erano
riusciti a trovare un nascondiglio e la cosa li afflisse molto. Gli autori del furto,
per consolarli, ripetevano che noi eravamo figli del sole e, come guaritori,
avevamo potere di vita e di morte sugli infermi; poi aggiungevano molte
menzogne anche maggiori, come soltanto gli indios sanno fare per il loro
tornaconto. Alla fine, li esortarono a trattarci con molto riguardo e rispetto e a non
infastidirci e li costrinsero a cederci ogni loro bene e ad accompagnarci in altre
zone abitate, dove, a loro volta, avrebbero dovuto saccheggiare gli altri perché
questa era l'usanza.

Note.

1. Sono probabilmente le Sacramento Mountains.


29.

Di come si derubavano gli uni con gli altri

Dopo avere indicato ai nostri ultimi ospiti quanto dovevano fare, gli indios se ne
andarono lasciandoci con quelli. Costoro, memori delle raccomandazioni ricevute,
cominciarono a trattarci con lo stesso timore e la stessa reverenza degli altri.
Trascorremmo con loro tre giornate, durante le quali ci accompagnarono presso un
altro villaggio. Prima che lo raggiungessimo, avvertirono la gente del nostro arrivo
e dissero di noi quanto avevano appreso dagli altri; poi, per proprio conto,
aggiunsero parecchie altre cose, perché tutti questi indios amano molto questo
genere di favole e sono anche dei grandi bugiardi, soprattutto quando possono
trarre vantaggio dalla menzogna. Non appena fummo in prossimità delle case, gli
abitanti ci vennero incontro festanti e gioiosi e, insieme agli altri doni, due dei loro
medici ci offrirono due zucche. E perché la nostra autorità fosse più grande, da
quel momento portammo sempre con noi quelle zucche, da loro tenute in gran
conto. I nuovi indios che ci avevano accompagnato presero a saccheggiare le
abitazioni del villaggio; queste erano moltissime e loro pochi, sicché dovettero
lasciare più della metà del bottino. Di qui ci spingemmo verso l'interno, su per i
pendii per oltre cinquanta leghe. Alla fine trovammo quaranta case e, tra le altre
cose che ci diedero, Andrés Dorantes ricevette un grossolano sonaglio di rame su
cui era raffigurato un volto. Gli indios ce lo mostrarono con insistenza, perché per
loro aveva grande valore, dicevano che era un dono di una tribù limitrofa (1). Alla
nostra richiesta circa l'origine di quell'oggetto, risposero che proveniva dal Nord,
dove se ne potevano trovare in grande quantità e dove erano tenuti in grande
considerazione; capimmo che, qualunque fosse la sua provenienza, quegli indios
conoscevano l'arte della fusione. Partimmo subito e, il giorno dopo,
attraversammo un catena montuosa per più di sette leghe, le cui pietre erano ricche
di ferro. Verso sera raggiungemmo molte case situate sulle sponde amene di un
fiume (2). I capi di quel villaggio ci vennero incontro a metà strada portando in
spalla i propri figli, per donarci sacchetti di madreperla e polvere di antimonio da
loro usato per dipingersi il volto; ci offrirono anche numerose biglie e pelli di
vacca, colmando di un'infinità di doni noi e i nostri accompagnatori. Gli indios di
questo villaggio si nutrivano di fichi spinosi e di pinoli; in quella terra, i pini sono
bassi e con pigne simili a piccola uova; i pinoli, dalla buccia assai sottile, sono
migliori di quelli di Castiglia. Sono soliti mangiarli acerbi, dopo averli triturati e
impastati. Se invece sono secchi, li macinano con tutta la buccia e poi li mangiano.
I primi indios venuti a riceverci si diressero alle loro case dopo averci toccati, per
poi tornare di corsa da noi diverse volte. Fu così che riuscimmo a procurarci
abbondanti provviste. Questi indios mi portarono un uomo con una vecchia ferita
di freccia sulla spalla destra; la punta della freccia si era conficcata sopra il cuore.
Gli doleva molto e gli causava continue sofferenze. Quando lo tastai, sentii che la
punta della freccia si era fermata sulla fascia cartilaginosa; con un coltello che
avevo, gli praticai un'incisione sul petto fino a raggiungere quel punto. Solo allora
mi resi conto che la punta era passata da parte a parte ed era molto difficile
estrarla. Approfondii l'incisione con la punta del coltello e finalmente la estrassi
con molta fatica. La ferita era profondissima e, mettendo in pratica la mia arte
medica, la suturai dando due punti con un osso di cervo; nonostante ciò, la ferita
sanguinava copiosamente e io fui costretto ad arrestare l'emorragia con un pezzo
di pelle. Quando la punta appena estratta mi venne richiesta, la consegnai a chi me
la chiedeva. Dopo che nel villaggio tutti l'ebbero vista, la mandarono nelle zone
dell'interno, affinché la potessero ammirare anche lì. Poi diedero inizio ai soliti
festeggiamenti con molte danze. Pochi giorni dopo tolsi i due punti a
quell'individuo e vidi che era già guarito; l'incisione praticata non era più profonda
di una linea del palmo di una mano. L'indio mi disse che non sentiva più alcun
dolore. Questa guarigione ci fece guadagnare in quelle terre sì grande credito e
rispetto quale soltanto quelle genti sanno dimostrare. Sottoponemmo agli indios
quella grossolana scultura che ci era stata regalata; ci risposero che nel luogo da
cui quell'oggetto proveniva erano sotterrate molte lastre di quel materiale tenuto
fra loro in grande stima. Siccome lì sorgevano insediamenti stabili, pensammo si
trattasse del mare del Sud, del quale sapevamo da sempre che era un mare ancora
più ricco di quello a tramontana. Ci separammo anche da questi indios e ci
imbattemmo in genti così diverse, che la memoria non riesce a fissarle tutte, ma
che sempre continuavano a predarsi tra loro, sicché sia i predati, sia i predatori
erano comunque sempre contenti. Nel frattempo, il numero dei nostri
accompagnatori era assai aumentato senza che noi potessimo porvi alcun rimedio.
Percorremmo numerose valli seguiti da una colonna di indios, ciascuno armato di
un bastone lungo tre palmi. E se per caso una lepre ci passava davanti (da quelle
parti ce ne sono molte), immediatamente le davano la caccia accerchiandola e
spaventandola con i bastoni, spettacolo meraviglioso a vedersi, in modo da farla
scappare dagli uni agli altri. Questa, a mio parere, era la caccia più bella che si
potesse immaginare; molte volte l'animale finiva direttamente nelle nostre mani.
La sera, quando ci fermavamo, il numero delle lepri era tale che ognuno di noi
cristiani ne aveva per sé almeno otto o addirittura dieci; gli arcieri, invece,
cacciavano per proprio conto sulle montagne in cerca di cervi. La sera, al loro
ritorno, portavano per ognuno di noi cinque o sei cervi, uccelli, quaglie e altra
cacciagione. Insomma, quegli indios avevano preso l'abitudine di offrirci tutta la
loro caccia e, seppure affamati, non osavano toccare cosa alcuna prima della
nostra benedizione. Le donne, invece, erano incaricate di alzare le capanne con le
numerose stuoie che portavano a spalle: ognuno aveva la propria capanna, grande
quanto era necessario per poterci stare con la propria gente. Solo allora noi
davamo ordine di arrostire cervi e lepri e il resto della selvaggina. Anche questa
operazione veniva eseguita con molta destrezza in certi forni da loro costruiti. Noi
prendevamo poco di ogni cosa e consegnavamo il resto al capo degli indios,
ordinando di distribuirlo agli altri. Ognuno di loro ci portava la propria parte,
affinché vi soffiassimo sopra e la benedicessimo, altrimenti non avrebbero osato
mangiarla. In molte occasioni avemmo al nostro seguito fino a tre o quattromila
persone. Soffiare e benedire il pasto di ognuno, rispondere alle molte richieste di
permessi che ci rivolgevano era così faticoso, che si può facilmente immaginare
quanto fastidio questa gente ci procurasse. Le donne ci portavano sempre fichi
spinosi, ragni e vermi e quanto riuscivano a trovare, perché, sebbene morte di
fame, non si azzardavano a mangiare alcunché, se prima non era passato dalle
nostre mani. Sempre seguiti da tutti questi indios, guadammo un fiume molto
grande che scendeva da nord. Poi, per trenta leghe, attraversammo il piano, finché
la gente dei dintorni ci venne incontro numerosa per riceverci. Arrivavano da
molto lontano per indicarci la strada che avremmo dovuto seguire, tributandoci le
stesse accoglienze che ormai eravamo abituati a ricevere.

Note.

1. L'oggetto doveva provenire dall'area messicana.


2. Forse si tratta del Tularosa.
30.

Di come mutò l'usanza di riceverci

Da quel momento, diverso fu il modo di riceverci per quello che concerne il


saccheggio, giacché quelli che venivano con noi non depredavano più, strada
facendo, chi veniva a portarci qualche cosa, ma, dopo essere entrati nel villaggio,
gli stessi abitanti ci offrivano quanto possedevano, comprese le loro case. Noi
allora consegnavamo il bottino ai capi degli indios, perché lo spartissero tra la
gente; chi invece era rimasto senza niente si univa a noi ingrossando sempre più le
fila di chi doveva rifarsi delle perdite subite. Dicevano ai nuovi che si guardassero
bene dal nascondere cosa alcuna, siccome nulla poteva accadere a nostra insaputa
e noi avremmo fatto sì che tutti morissero, perché così il sole ci ordinava. Era
tanto grande il timore che infondevamo in loro, che quando ci incontravano per la
prima volta, tremavano come foglie senza azzardarsi a parlare o sollevare lo
sguardo al cielo. Costoro ci guidarono per oltre cinquanta leghe in una terra
desolata, attraverso montagne impervie e senza ombra di selvaggina. Qui patimmo
molta fame e fummo anche costretti a guadare un fiume enorme, con l'acqua fino
al petto. Fu allora che molti cominciarono a indebolirsi per la grande fame e
l'enorme fatica che avevano dovuto sopportare nell'attraversare quelle montagne
oltremodo aspre e inaccessibili. Furono sempre questi stessi indios a guidarci
verso gli estesi piani ai piedi delle montagne, dove molta gente venuta da lontano
si era raccolta per riceverci come in passato. Tante furono le provviste donate a
quelli che ci seguivano che, essendo impossibile trasportarle, furono costretti a
lasciarne più della metà. Noi allora, affinché nulla andasse perduto, dicemmo agli
indios di riprendersi quanto ci avevano offerto. Ma loro ci risposero che mai e poi
mai l'avrebbero fatto, giacché non era certo loro abitudine riprendere quanto
avevano donato e abbandonarono lì ogni cosa. Comunicammo a questi indios la
nostra intenzione di proseguire verso occidente e loro ci risposero che l'abitato era
molto lontano. Nonostante ciò, ordinammo loro di raggiungere quelle genti per
annunciare il nostro arrivo. Gli indios, di fronte a questo nostro ordine,
timidamente si schermirono, in quanto quell'altra tribù era loro nemica e pertanto
non volevano che raggiungessimo quelle terre. Ma, non osando opporsi, inviarono
due donne, di cui una schiava: solo alle donne era infatti permesso di patteggiare
in tempo di guerra. Noi le seguimmo e ci fermammo ad aspettarle in un luogo
convenuto. Dopo cinque giorni, gli indios, non vedendole, dissero che forse non
avevano trovato nessuno. Scoraggiati, chiedemmo loro di guidarci verso nord.
Risposero come già avevano fatto la prima volta, spiegandoci che anche in quella
direzione l'abitato era molto lontano e non avremmo trovato alcunché da mangiare
né da bere durante il viaggio. Malgrado ciò, noi ci ostinammo nel nostro disegno
e, poiché loro si schermivano, ci mostrammo offesi. Una notte me ne andai a
dormire in aperta campagna lontano dalle capanne, ma gli indios mi raggiunsero e
trascorsero tutta la notte svegli e spaventati accanto a me. Mi dicevano che la loro
paura era grande e mi pregavano di non essere più in collera, perché, anche se
erano condannati a morire durante il cammino, ci avrebbero comunque condotti
dove volevamo. Poiché ci ostinavamo a simularci in collera per intimorirli,
accadde uno strano fatto: quello stesso giorno, molti di loro si ammalarono e il
giorno appresso ne morirono otto. Dovunque fosse giunta la notizia, la gente
aveva tale timore di noi, che al solo vederci sembrava dovesse morire di paura. Gli
indios ci pregarono ancora di non essere in collera, di placare la nostra ira e di non
desiderare la morte di altri indios, convinti com'erano che la loro vita fosse legata
al nostro volere. In verità, di fronte a ciò noi ci rattristammo molto. Infatti, oltre al
dolore per quelle morti, temevamo che, se si fossero lasciati morire, noi saremmo
rimasti soli e così, di lì in avanti, avrebbero fatto tutti gli altri dopo aver visto cosa
era successo. Implorammo Dio nostro Signore di porvi rimedio; e subito tutti
quelli che si erano ammalati cominciarono a guarire. Un fatto particolare suscitò
in noi grande meraviglia: i genitori, i fratelli, le mogli si affliggevano molto
vedendo i loro congiunti soffrire, ma, dopo morti, non manifestavano più alcuna
pena. Mai li vedemmo piangere o parlare l'uno con l'altro o in qualche modo
dimostrare il loro dolore. Non osavano neppure avvicinarsi ai morti, se prima non
li avevamo autorizzati a seppellirli. Durante il nostro soggiorno di oltre quindici
giorni, mai li vedemmo mutare i loro sentimenti. Anzi, quando una delle donne
venne sorpresa a piangere, fu immediatamente allontanta e scuoiata dalle spalle
fino alle gambe con aguzzi denti di topo. Di fronte a una simile crudeltà,
domandai offeso la ragione di tale gesto e mi fu risposto che quello era il castigo
per chi osava piangere al mio cospetto. Trasmettevano tutte queste loro paure a chi
veniva a vederci per la prima volta perché ci venisse dato ogni avere, certi
com'erano che, senza trattenere alcunché per noi, avremmo dato tutto a loro.
Questa è sicuramente la tribù più docile e più cortese di tutte quelle terre ed è
quella che senz'altro vive meglio. Guariti i malati dopo tre giorni di sosta in quel
luogo, ritornarono le donne che erano andate a patteggiare e riferirono di aver
trovato soltanto poche persone, perché quasi tutti erano andati ai pascoli per la
stagione delle vacche. Ordinammo ai convalescenti di restare in quel luogo e a
tutti gli altri di seguirci. Di lì a due giorni, le due donne sarebbero andate con due
dei nostri a cercare gente che venisse a riceverci. L'indomani mattina, tutti gli
indios in buona salute partirono con noi. Dopo tre giorni di marcia ci fermammo e,
al quarto, Alonso de Castillo partì con Estebanico il negro, guidato dalle due
donne. La donna schiava li condusse a un fiume che scorreva tra i monti, presso il
villaggio nel quale viveva suo padre; lì c'erano le prime abitazioni che, in qualche
modo, avevano aspetto e forma di vere e proprie case. In quel villaggio, Castillo
ed Estebanico parlarono con gli indios e, dopo tre giorni di sosta, Castillo ritornò
dove ci aveva lasciati, portando con sé cinque o sei di quegli indios. Riferì di
avere trovato dimore fisse simili alle nostre e di avere visto che quella tribù
mangiava, oltre a fagioli e zucche, anche granoturco. La sua relazione ci rallegrò
molto e di ciò rendemmo grazie a Dio nostro Signore. Castillo aggiunse poi che il
negro ci sarebbe venuto incontro lungo il cammino insieme agli abitanti del
villaggio; così decidemmo di partire e, dopo una lega e mezza, ci incontrammo
con il negro e con la gente che veniva a riceverci. Ci offrivano fagioli, molte
zucche da mangiare e altre da usare come otri, pelli di vacca e parecchie altre
cose. Ma, essendo questa tribù nemica di quelle altre che ci seguivano e non
correndo buon sangue tra loro, ci separammo dai nostri accompagnatori, lasciando
quanto ci era stato regalato e ce ne andammo con gli altri. Dopo sei leghe di
cammino, quasi sul fare della notte, raggiungemmo le case, dove fummo accolti
con i soliti festeggiamenti. Qui ci fermammo solo un giorno. All'alba partimmo,
seguiti da loro, verso insediamenti fissi simili a quelli già descritti. Da quel
momento in poi, ci fu riservata una nuova accoglienza. La gente dei villaggi, a
conoscenza del nostro arrivo, non veniva più a riceverci lungo il cammino, come
avevano sempre fatto gli altri fino a quel momento. Ci aspettavano tutti all'interno
del villaggio; lì erano state allestite per noi nuove case. Gli indios se ne stavano
seduti al loro interno con il viso rivolto verso la parete, a testa china, con i capelli
sugli occhi e tutti gli averi ammucchiati in mezzo alla stanza. Da quel momento
ricevemmo in dono molte pelli di vacca e, invero, non vi fu cosa che non ci
venisse offerta. E' la gente di migliori fattezze e di maggiore intelligenza e abilità
tra quanti incontrammo e che meglio capiva e rispondeva alle nostre domande.
Noi li chiamammo quelli delle vacche, perché la maggior parte di quegli animali
muoiono proprio in quelle terre, lungo le rive di quel fiume impetuoso che scorre
per oltre cinquanta leghe. Vanno in giro completamente nudi, proprio come i
primi indios che avevamo incontrato. Le donne si coprono con pelli di cervo; così
fa anche qualche uomo, perlopiù i vecchi, ormai non più adatti a combattere. Il
loro è un territorio molto popolato. Chiedemmo a quegli indios come mai non
seminassero il granoturco; ci risposero che avevano paura di perdere quello che
avrebbero seminato, poiché, due anni prima, le piogge erano state scarse e la
siccità così prolungata, che le talpe avevano distrutto tutta la semina. Perciò non
avrebbero più seminato prima di un'abbondante pioggia. Ci supplicarono di
chiedere al cielo di piovere e noi promettemmo di farlo. Dal canto nostro,
chiedemmo da dove provenisse quel granoturco che avevano; ci dissero che
cresceva abbondante in quella terra dove tramonta il sole e che, lontano di lì, non
ne avremmo trovato. Ci informammo sulla strada migliore per raggiungere quei
luoghi, giacché si rifiutavano di accompagnarci. Gli indios ci consigliarono di
risalire la corrente del fiume verso nord e aggiunsero che, per diciassette giorni di
marcia, non avremmo trovato altro da mangiare se non un frutto che loro
chiamano "chacan" e che macinano tra due pietre. Questo frutto, seppure ridotto in
poltiglia, non è buono da mangiare, perché aspro e acerbo, e, quando ce lo
offrirono, noi non riuscimmo a mangiarlo. Ci dissero, inoltre, che risalendo il
corso del fiume verso nord, avremmo incontrato tribù nemiche che parlavano la
loro stessa lingua, ma che non avrebbero avuto niente da darci da mangiare.
Costoro, comunque, ci avrebbero accolti di buon grado e ci avrebbero offerto
coperte di cotone, pelli e altri oggetti che possedevano. Gli indios, però, ci
sconsigliavano caldamente di spingerci in quella direzione. Incerti su quanto
avremmo dovuto fare e su quale fosse il cammino per noi più conveniente, ci
fermammo con loro due giorni. Ci nutrivamo con fagioli e zucche. Il modo di
cuocerli era così insolito, che mi pare opportuno descriverlo, affinché si possa
meglio conoscere quanto multiformi e imprevedibili siano l'ingegno e l'abilità
degli esseri umani. Questi indios, infatti, non posseggono recipienti da mettere sul
fuoco. Quando vogliono cuocere il cibo, riempiono d'acqua per metà una zucca
molto grande e gettano sul fuoco molte pietre, di quelle che più facilmente
possono arroventarsi. Quando le pietre diventano incandescenti, le prendono con
certe tenaglie di legno e le buttano nell'acqua finché non bolle per il calore delle
pietre; solo allora mettono il cibo a cuocere nelle zucche e, per tutto il tempo della
cottura, sostituiscono le pietre con altre che hanno messo ad arroventare sul fuoco.
Questo è dunque il loro modo di cuocere il cibo.
31.

Di come ci movemmo verso la via del granoturco

Dopo aver trascorso due giorni in quel villaggio decidemmo di andare in cerca di
granoturco, sordi agli avvertimenti degli indios delle vacche. Se fossimo andati
verso nord, dove ci avevano indirizzati, avremmo di certo allungato il nostro
cammino; eravamo infatti convinti che anche a oriente avremmo trovato quello
che desideravamo. Ci movemmo, dunque, in quella direzione; attraversammo tutta
la terra fino a ritornare sul mare a meridione. A nulla erano valsi gli ammonimenti
degli indios sulla fame che avremmo patito e che, in realtà, soffrimmo per tutti i
diciassette giorni di marcia. Durante l'intero viaggio lungo il corso del fiume, ci
vennero offerte dalla gente del luogo molte pelli di vacca; non mangiammo mai in
quei giorni quella loro frutta. Il nostro sostentamento giornaliero consisteva in una
fetta di lardo di cervo, che avevamo provveduto a conservare per questi momenti
difficili. Così trascorremmo tutti i diciassette giorni di viaggio, alla fine dei quali
guadammo un fiume (1) e camminammo ancora per altri diciassette giorni. A
oriente, su un altopiano chiuso tra imponenti montagne, trovammo una tribù che,
per un terzo dell'anno, mangia solo certe polveri di paglia (2), per tutto quel
periodo anche noi fummo costretti a nutrirci di tale polvere. Alla fine di quei
diciassette giorni, trovammo dimore stabili; nel villaggio c'erano grandi provviste
di granoturco. Di quest'ultimo e della sua farina gli abitanti ci fecero dono in
abbondanza, insieme a zucche, fagioli e coperte di cotone. Noi, a nostra volta,
cedemmo questi doni agli indios che ci avevano accompagnati; costoro se ne
andarono via come gli esseri più contenti del mondo e noi rendemmo grazie a Dio
nostro Signore per averci guidato in quei luoghi, dove avevamo trovato così
grande abbondanza di cibo.

Di quelle case, solo alcune erano di fango; tutte le altre sono in genere di canne.
Di qui, per oltre cento leghe, trovammo sempre insediamenti stabili e grande
abbondanza di granoturco e di fagioli. Ovunque ci veniva offerta molta selvaggina
e numerose coperte di cotone, senz'altro superiori a quelle della Nuova Spagna. Ci
regalavano anche frammenti di vetro, coralli, di quelli che si trovano nel mare a
sud, e molte ottime turchesi che arrivano invece da settentrione. In breve, qui ci
regalarono ogni loro avere. A me, poi, offrirono cinque punte di freccia di
smeraldo. Loro usano queste frecce per i riti e per le cerimonie. Poiché questi
smeraldi mi erano parsi assai pregevoli, mi informai sulla loro provenienza e gli
indios mi risposero che li portavano da certi villaggi grandi e molto popolosi,
situati su quelle montagne altissime a nord e che li ottenevano in cambio di
pennacchi e piume di pappagallo. Tra questi indios, notammo che le donne
venivano trattate più convenientemente che in qualsiasi altra parte nelle Indie.
Indossano certe tuniche di cotone a mezze maniche lunghe fino al ginocchio e
portano graziose gonne di pelle di cervo, che arrivano fino a terra e che tengono
pulite con quelle radici che usano al posto del sapone. Le sottane sono aperte sul
davanti e sorrette con una cinghia. Gli indios di questa tribù portano scarpe. Tutta
questa gente veniva da noi perché li toccassimo e li benedicessimo; erano così
molesti che a fatica riuscivamo a sopportarli, perché, malati o sani, tutti volevano
essere benedetti. Se accadeva che qualcuna delle donne partorisse, ci portavano
subito il neonato affinché lo benedicessimo e lo toccassimo. Ci accompagnavano
sempre per affidarci ad altri indios e, fra tutte queste genti, era ormai ritenuta cosa
certa che noi venivamo dal cielo. Insieme a costoro ci accadde di camminare per
un'intera giornata senza mai toccare cibo e di questo si meravigliavano molto. Mai
videro in noi il minimo segno di stanchezza e, di fatto, eravamo così rotti alla
fatica da non sentirla neppure. Godevamo di grande autorità e prestigio e, per
meglio conservare quella grande stima che ci eravamo guadagnati, parlavamo con
loro di rado. Perlopiù era il negro a parlare, si informava sui percorsi, sui villaggi
e su tutte le altre cose che ci interessavano. Ci imbattemmo nelle genti più
svariate; ogni tribù parlava una lingua diversa, ma Dio nostro Signore ci soccorse
sempre con la sua misericordia, giacché, dovunque andassimo, ci capivano e noi li
capivamo. Rispondevano sempre a gesti, come se parlassero la nostra lingua e noi
la loro. Infatti, sebbene noi conoscessimo sei delle loro lingue, non sempre ce ne
potevamo servire, perché le differenze sono infinite. In tutte queste terre, chi era in
guerra si riappacificava con il proprio nemico e veniva a cercarci e a portarci le
proprie cose. Così lasciammo tutto quel territorio in pace. A gesti spiegammo agli
indios che in cielo c'era un uomo che noi chiamavamo Dio, creatore del cielo e
della terra. Lui era il nostro unico signore, cui noi obbedivamo, che veneravamo e
alla cui mano era dovuta ogni sorta di bene. Se anche loro avessero fatto come noi
facevamo, ne avrebbero ottenuto sicuramente un grosso beneficio. Quegli indios
erano così docili che, se avessimo disposto di una lingua comune per intenderci, li
avremmo lasciati tutti cristiani. Noi, comunque, cercammo di far loro intendere
tutto ciò il meglio possibile e infatti, quando il sole sorgeva, a gran voce si
rivolgevano al cielo con le mani giunte e poi le passavano per tutto il corpo e così
facevano anche al tramonto. E' gente ben disposta, sempre pronta a seguire
qualunque cosa appaia loro ben fatta (3).

Note.

1. Potrebbe essere il fiume Santa Maria presso Chihuahua.


2. Il gruppo Opata.
3. In questi indios è facile riconoscere la tribù dei Pueblos, che abitavano in
Messico, nei territori di Chihuahua e di Sonora, e che, a differenza di tutti gli altri
indios incontrati da Alvar Núñez Cabeza de Vaca, possedevano case stabili in
muratura.
32.

Di come ci vennero offerti cuori di cervo

Nello stesso villaggio in cui ci donarono gli smeraldi, furono offerti a Dorantes
più di seicento cuori di cervo aperti, di quelli che sono soliti tenere in serbo in
grande quantità per il loro sostentamento. Fu così che chiamammo questa località
"il villaggio dei cuori"; è la via obbligata per raggiungere le molte province a
meridione verso il mare. Chi volesse raggiungerle attraverso un altro percorso,
farebbe certamente una brutta fine. Sulla costa, infatti, non si trova granoturco e
gli abitanti si nutrono di polvere di bietola e di paglia e di quel poco pesce che
riescono a prendere con le zattere, poiché non posseggono canoe. Le donne
coprono le loro parti intime con erba e paglia. E' gente molto umile e triste.
Crediamo che vicino alla costa, lungo la via da noi percorsa, ci sia una terra di
oltre mille leghe d'estensione, molto popolata e fertile, dove gli indios seminano
tre volte all'anno fagioli e granoturco. Ci sono, tre tipi di cervi; alcuni sono grandi
quanto i vitelli di Castiglia. Gli abitanti vivono in dimore stabili, che chiamano
buhíos. Fanno uso di un'erba estratta da alberi simili a meli, così velenosa che
basta raccoglierne il frutto e ungerne le frecce. In mancanza di frutti, tagliano un
ramo e utilizzano allo stesso scopo il lattice che ne esce. Lì crescono molti di
questi alberi e le foglie messe a macerare nelle acque stagnanti possono
avvelenare qualsiasi cervo o altro animale vi si abbeveri. Sostammo in questo
villaggio tre giorni; non lontano da lì, a una giornata di cammino, ce n'era un altro
dove ci colse una pioggia torrenziale che ci impedì di guadare un fiume
enormemente ingrossato, e fummo costretti a fermarci per altri quindici giorni. Fu
proprio in quel periodo che Castillo vide appesa al collo di un indio la fibbia del
cinturone di una spada su cui era fissato un chiodo da ferrar cavalli. Castillo la
prese e noi chiedemmo che cosa fosse. Ci fu risposto che veniva dal cielo.
Domandammo all'indio chi l'avesse portata e lui disse che erano stati certi uomini
con barbe come le nostre; costoro erano scesi dal cielo e avevano raggiunto quel
fiume. Ci disse poi che portavano appresso cavalli, lance e spade e che, con
quelle, avevano ferito due dei loro. Cercando di dissimulare la nostra curiosità,
domandammo notizie sulla sorte di quegli uomini; l'indio ci rispose che se n'erano
andati verso il mare, dove erano scomparsi con le loro barche e poi ricomparsi
allontanandosi sull'acqua verso occidente. Noi ringraziammo molto Dio nostro
Signore per le parole appena udite, perché ormai disperavamo di avere nuove di
cristiani. Eravamo però, allo stesso tempo, disorientati e tristi, perché ben
sapevamo che quegli uomini altro non erano che gente venuta dal mare per
esplorare. Alla fine, quando avemmo notizie sicure su di loro, affrettammo la
nostra marcia e trovammo tracce sempre più certe della presenza di cristiani.
Allora comunicammo agli indios che stavamo cercando quegli uomini per
esortarli a non uccidere la gente dei villaggi, a non farli schiavi, né a cacciarli
dalle loro terre, né tantomeno ad arrecare loro alcun danno. Di tutto ciò gli indios
si rallegravano molto. Attraversammo un territorio assai vasto e lo trovammo del
tutto spopolato; gli abitanti, infatti, si erano rifugiati sui monti e avevano
rinunciato a rimanere nelle proprie case e a lavorare nei campi per timore dei
cristiani. Della qualcosa ci rattristammo molto, poiché una terra così fertile, bella e
ricca d'acque e di fiumi era ora abbandonata, i villaggi deserti, le case bruciate, la
poca gente magra e macilenta e tutto il resto della popolazione in fuga sui monti.
In quei giorni nessuno osava più seminare e per la grande fame erano costretti a
nutrirsi di cortecce d'alberi e di radici. D'altra parte, anche noi soffrivamo la stessa
fame, in quanto ben poco potevano offrirci quegli sventurati ormai più vicini alla
morte che alla vita. Durante il nostro soggiorno ci portarono qualche coperta
sottratta all'avidità dei cristiani e ci raccontarono come quelli avessero distrutto e
bruciato i villaggi e portato via la metà degli uomini insieme alle donne e ai
bambini. Ci dissero anche che quelli che erano sfuggiti alla cattura si erano dati
alla fuga. Erano tutti così spaventati, che non osavano neppure ripararsi in qualche
rifugio e si rifiutavano di seminare o lavorare i campi. Avrebbero preferito
lasciarsi morire, piuttosto che aspettare di essere trattati con la stessa crudeltà
riservata fino a quel momento. Mostravano, invece, grandissimo piacere a stare
con noi, sebbene temessimo che, una volta arrivati in luoghi di frontiera, dove gli
spagnoli combattevano con quelle genti, ci avrebbero fatto pagare il fio delle colpe
dei cristiani. Ma, quando a Dio nostro Signore piacque di condurci a loro, anche
questi indios cominciarono a dimostrare timore e rispetto verso di noi come i
precedenti, anzi forse di più; noi ne fummo assai sorpresi. Da ciò si vede bene che,
se si vogliono convertire tutte queste genti alla fede cristiana e all'obbedienza della
imperiale maestà, bisogna farlo solo con le buone e non con le cattive maniere.
Solo la prima è la via giusta e l'altra quella sbagliata. Questi indios, infine, ci
condussero in un villaggio costruito in una gola tra le montagne e raggiungibile
soltanto attraverso sentieri molto ripidi; qui trovammo raccolta molta gente, che vi
si era rifugiata per paura dei cristiani. Anche costoro ci fecero un'ottima
accoglienza e ci regalarono quanto avevano: oltre duemila carichi di granoturco,
che noi regalammo a nostra volta a quei miserabili e affamati che ci avevano
seguiti e accompagnati. Il giorno dopo inviammo quattro messaggeri attraverso il
territorio, come eravamo soliti fare, per riunire e convocare quanta più gente
potevamo in un villaggio a tre leghe da lì. L'indomani partimmo con tutti quelli
che erano con noi e dappertutto trovammo tracce e segni della presenza di
cristiani. A mezzogiorno ci imbattemmo nei quattro messaggeri; questi ci
informarono di non aver trovato nessuno, perché tutti si erano nascosti nella
boscaglia e fuggivano per paura che i cristiani li ammazzassero o li facessero
schiavi. Riferirono poi che, la notte precedente, nascosti dietro gli alberi, avevano
spiato i cristiani mentre si trascinavano appresso molti indios in catene. Udito ciò,
i nostri indios s'irritarono e alcuni di loro tornarono indietro per annunciare l'arrivo
dei cristiani e molti altri avrebbero fatto lo stesso se noi non li avessimo dissuasi,
esortandoli a non avere paura. Solo allora si tranquillizzarono e ritrovarono la loro
consueta allegria. Tra gli indios che ci seguivano ce n'erano alcuni il cui villaggio
distava almeno cento leghe e in nessun modo riuscimmo a convincerli a ritornare
alle loro case. Per rassicurarli, quella stessa notte dormimmo lì e, il giorno dopo,
camminammo e ci riposammo durante il cammino. Il giorno seguente i quattro
messaggeri ci condussero dove avevano visto i cristiani e, all'ora del vespro,
avemmo la prova che avevano detto la verità; capimmo che si trattava di uomini a
cavallo dai pali cui avevano legato gli animali. Da questa valle di Petutan, fino a
quella dove scorre il fiume (1) raggiunto da Diego de Guzmán e dove per la prima
volta avevano scorto tracce di cristiani, ci sono circa ottanta leghe. Di lì fino al
villaggio in cui ci colse il temporale, c'erano invece dodici leghe. In tutto questo
territorio attraversato da catene montuose scorgemmo spesso tracce di oro,
antimonio, ferro, rame e altri metalli. Nei luoghi in cui esistono costruzioni la
temperatura è molto elevata, sicché fa caldo anche a gennaio. Da lì, in direzione
sud, la terra è completamente disabitata fino al mare a tramontana; è una zona
molto insidiosa e povera. Lì le sofferenze per la fame furono enormi e a ciò si
aggiungano la crudeltà e la cattiva indole degli abitanti di quei luoghi. Gli indios
che hanno case stabili e quelli che avevamo incontrato precedentemente non
tengono in alcun conto l'oro o l'argento, né pensano che se ne possa trarre alcun
profitto.

Note.

1. Il fiume Petutan o Patachan era il limite dell'impero azteca. Si chiama oggi


Sinaloa.
33.

Di come trovammo tracce di cristiani

Le tracce dei cristiani erano così numerose ed evidenti che capimmo di essere
ormai vicini a loro e ringraziammo Dio nostro Signore per averci liberati da così
triste e miserevole prigionia; chiunque può comprendere la gioia che provammo al
solo pensiero del tempo trascorso in quei luoghi, dei pericoli e dei disagi
sopportati. Quella notte pregai uno dei miei compagni di seguire i cristiani che si
muovevano in direzione di quelle terre, a tre giorni di marcia, che noi avevamo
lasciato in pace e tranquille. Questi rifiutò l'incarico, adducendo il pretesto della
stanchezza e della fatica, sebbene ognuno di loro avrebbe fatto senz'altro meglio di
me, perché erano tutti più giovani e più forti. Di fronte al suo rifiuto, il giorno
dopo presi con me il negro e undici indios e mi misi sulle tracce dei cristiani. Per
ben tre volte mi imbattei nei loro bivacchi, percorrendo soltanto il primo giorno
quasi dieci leghe. La mattina dopo trovai quattro cristiani a cavallo; questi si
scandalizzarono molto al vedermi vestito in modo così inverosimile e in
compagnia di indios. Se ne stettero a guardarmi a lungo; erano a tal punto
stupefatti da non osare parlarmi né rivolgermi domande. Allora io chiesi di essere
accompagnato dal loro capitano Diego de Alcaraz a mezza lega da lì. Non appena
lo ebbi salutato, mi raccontò disperato di trovarsi in quelle terre da molti giorni e
di non essere ancora riuscito a fare prigioniero un solo indio; fra l'altro, si era
anche smarrito e tra i suoi uomini cominciavano a farsi sentire la fame e i disagi.
Gli comunicai che a dieci leghe da lì avevo lasciato Dorantes e Castillo e tutti gli
indios che ci avevano fatto da guida. Il capitano inviò subito tre uomini a cavallo e
cinquanta indios loro prigionieri; il negro li guidò mentre io restai con lui e chiesi
come prova testimoniale l'anno, il mese e il giorno del mio arrivo presso di loro e
le condizioni in cui mi avevano trovato. Quel fiume dista da Sant Miguel (1), città
dei cristiani, trenta leghe e appartiene alla provincia della Nuova Galizia (2).

Note.

1. San Miguel fu fondata nel 1530.


2. La Nuova Galizia era una delle più antiche province della Nuova Spagna.
Corrispondeva all'incirca agli attuali territori degli stati messicani di Aguas
Calientes e di Jalisco.
34.

Di come mandai a cercare i cristiani

Dopo cinque giorni giunsero Andrés Dorantes e Alonso del Castillo insieme agli
uomini di Alcaraz. Portavano con sé più di seicento di quegli indios che,
spaventati dalla presenza dei cristiani, si erano rifugiati nella boscaglia o nascosti
nell'interno; erano proprio quegli stessi indios che, incoraggiati dai nostri
accompagnatori, avevano abbandonato i loro nascondigli ed erano stati consegnati
nelle mani dei cristiani. Questi indios, dopo essersi congedati da tutti gli altri, mi
avevano raggiunto. Alcaraz mi chiese con insistenza di far chiamare gli abitanti
dei villaggi situati sulla riva del fiume, ancora nascosti nel fitto della boscaglia.
Voleva anche che li costringessimo a portarci da mangiare, cosa del tutto inutile,
poiché sempre gli indios avevano avuto cura di darci il cibo di cui disponevano.
Mandammo, dunque, i nostri messaggeri a chiamare quegli indios; costoro
giunsero in più di seicento; ci portavano l'intero raccolto di granoturco, fino a quel
momento nascosto e sotterrato in recipienti chiusi col fango, e una grande quantità
di altre cose. Di questa loro offerta trattenemmo soltanto quanto ci era necessario
per nutrirci e cedemmo il resto ai cristiani, affinché se lo ripartissero tra di loro.
Nonostante ciò, sorsero tra noi e loro gravi alterchi; a tutti i costi gli spagnoli
volevano ridurre in schiavitù i nostri indios. Così forte era la nostra ira al
momento di abbandonare quel luogo, da farci dimenticare molti archi simili a
quelli turchi, enormi quantità di frecce e bisacce e quelle cinque punte fatte con gli
smeraldi. Lasciammo ai cristiani pelli di vacca e altre cose che avevamo con noi;
molto ci adoperammo per convincere gli indios a ritornare ai loro villaggi, dove
avrebbero potuto vivere in pace seminando il granoturco. Gli indios, dal canto
loro, desideravano soltanto accompagnarci e consegnarci, secondo le loro usanze,
nelle mani di altri indios; poiché ormai era grande la paura della morte se non
avessero adempiuto a questo compito. Soltanto la nostra presenza infondeva loro
coraggio verso i cristiani e le loro lance. Questi poi, pieni di risentimento,
facevano di tutto affinché l'interprete li convincesse che noi eravamo come loro.
Dicevano che ci eravamo smarriti molti e molti anni prima e che non eravamo
altro che miseri vigliacchi, mentre loro erano i veri padroni di quella terra, cui tutti
dovevano obbedienza e serviglio. Ma gli indios non prestavano affatto attenzione
a queste parole; anzi, si ripetevano l'uno con l'altro che quei cristiani mentivano:
noi, infatti, venivamo da dove nasce il sole, quegli altri da dove tramonta, noi
guarivamo gli ammalati e loro uccidevano i sani; noi andavamo nudi e scalzi e
loro vestiti, a cavallo e armati di lance. Noi non avevamo ingordigia alcuna e
regalavamo, senza trattenere nulla, quanto ci veniva dato, mentre l'unico scopo
degli altri era rubare qualunque cosa trovassero senza mai donare alcunché a
nessuno. Così gli indios riferivano tutto quello che ci riguardava, ingigantendolo
per sminuire gli altri; e parlavano a noi e agli altri attraverso gli interpreti in una
loro lingua (1) che noi conoscevamo e che, proprio per la ragione che loro la
usavano, noi chiamavamo "primahaitu", come noi chiamiamo basca la lingua dei
baschi. E questa lingua è parlata in un territorio vasto più di quattrocento leghe.

Nulla valse a convincere gli indios che noi eravamo come gli altri cristiani. Solo a
prezzo di grandi sforzi e di ripetute insistenze, riuscimmo a farli tornare alle loro
case, esortandoli a starsene in pace nei villaggi a coltivare e seminare la terra
ormai invasa dalla sterpaglia. Una terra che, invece, è la più fertile e rigogliosa tra
quante ce ne sono in queste Indie; vi si può seminare per ben tre volte l'anno. E'
ricca di frutta, di fiumi meravigliosi, di numerose sorgenti d'acqua purissima e
buona. Molte sono le tracce dell'esistenza di miniere d'oro e d'argento. La gente
del luogo è docile e serve i cristiani (quelli che si dimostrano amici) di buon
grado. Gli indios di queste zone sono senz'altro migliori di quelli del Messico e
vivono in una terra che dispone di ogni bene per essere eccellente.

Quando ci congedammo, gli indios ci dissero che avrebbero obbedito ai nostri


ordini e sarebbero ritornati ai villaggi, sempreché i cristiani gliel'avessero
permesso. Affermo ciò con estrema convinzione, perché sono sicuro che solo per
colpa dei cristiani gli indios non avrebbero mantenuto le promesse fatte. Dopo
aver accompagnato gli indios rappacificati verso i loro insediamenti, li
ringraziammo per avere diviso con noi tante avversità. I cristiani, con uno
stratagemma, ci accompagnarono da un tale Cebreros alcalde, il quale, insieme ad
altri due compagni, ci condusse attraverso sentieri boscosi e abbandonati;
volevano impedirci a tutti i costi sia di parlare con gli indios, sia di capire che cosa
stessero tramando. Questa è la più grande prova di quanto sia ingannevole il
pensiero degli uomini: eravamo andati da loro in cerca di libertà e, quando
pensavamo di averla raggiunta, ci era accaduto proprio il contrario. Costoro,
infatti, avevano deciso di assalire gli indios che noi, invece, avevamo lasciati con
parole di pace. I cristiani non ebbero alcuno scrupolo a mettere in atto quel piano e
ci fecero vagare per due giorni senza meta attraverso quelle boscaglie. Non
avevamo acqua e, perciò, temevamo di morire di sete, come accadde in seguito a
ben sette dei nostri e molti altri ve ne furono che, soltanto per mezza giornata di
cammino, perirono per mancanza di quell'acqua che, invece, noi trovammo al
calare della sera. Dopo aver camminato per circa venticinque leghe,
raggiungemmo un villaggio di indios pacifici; lì ci abbandonò l'alcalde che ci
aveva trascinati in quella marcia forzata; egli, invece, proseguì per altre tre leghe
fino a raggiungere la città di Culiazan, governata da Melchor Diaz, capitano
dell'intera provincia.
Note.

1. La lingua cahita.
35.

Della buona accoglienza fattaci dall'alcalde maggiore la sera del


nostro arrivo

Non appena l'alcalde maggiore seppe del nostro arrivo, partì la sera stessa per
venirci incontro e, insieme a noi, pianse sulle nostre sventure e rese grazie a Dio
nostro Signore per averci soccorsi con tanta misericordia. Ebbe per noi generose
parole di conforto, offrendoci da parte sua e del governatore Nuño de Guzmán
tutto ciò di cui disponeva. Si dolse per la cattiva accoglienza e il trattamento
riservatoci da parte dei cristiani di Alcaraz. Allora capimmo che, se lui si fosse
trovato lì, avrebbe di certo impedito quelle azioni ostili ai danni nostri e degli
indios. L'indomani, mentre stavamo per partire, l'alcalde maggiore ci supplicò di
trattenerci ancora un po', perché così avremmo reso un grande servigio a Dio e alla
Vostra Maestà, in quanto la regione era deserta, incolta e selvaggia. Gli indios si
erano sbandati nel fitto della foresta e si rifiutavano di ritornare nei villaggi.
L'alcalde ci pregava di richiamare gli indios e di ordinare loro in nome di Dio e
della Maestà Vostra di ritornare a vivere nelle pianure e di lavorare la terra. La sua
richiesta parve a noi ardua da realizzare, poiché nessuno dei nostri indios, con cui
riuscivamo a intenderci, ci aveva seguito. Alla fine decidemmo di servirci di due
dei prigionieri dei cristiani, nativi di quelle province che avevamo attraversato.
Raggiunti gli indios con il nostro seguito, i due prigionieri riferirono quanto
grande fosse la fama e il rispetto da noi guadagnato in tutte quelle terre.
Raccontarono poi i nostri prodigi, le nostre cure e molte altre cose. Insieme a
questi indios, ordinammo alla gente del villaggio di andare a chiamare quelli
nascosti e in assetto di guerra sulle montagne e gli altri riuniti sulla riva del fiume
Petaan, dove avevamo incontrato i cristiani. Allora, ordinammo loro di venire a
parlamentare con noi. E per dare un segno della nostra autorità, mandammo una
grande zucca di quelle che portavamo sempre con noi (che era il simbolo della
nostra superiorità). Gli indios la presero e con quella marciarono per sette giorni.
Dopo quella marcia ritornarono portando tre dei capi dei fuggiaschi insieme a
quindici indios. Questi ci offrirono biglie, turchesi e piume. I messaggeri ci
comunicarono di non avere trovato gli indios presso quel fiume, poiché i cristiani
li avevano costretti a fuggire di nuovo verso la foresta. Melchor Díaz chiese allora
all'interprete di dire agli indios che lui era un messaggero di Dio che sta nel cielo.
Per anni aveva vagato in quelle terre, esortando quanti incontrava a credere in Dio
e a servirlo; solo Dio era il signore di tutte le cose create nel mondo; ricompensava
e premiava i buoni e condannava al fuoco eterno i malvagi. A ciò aggiunse che,
quando i buoni morivano, Dio li portava in cielo, dove nessuno sarebbe morto, né
avrebbe patito la fame né il freddo né la sete né alcuna altra necessità e avrebbe
invece goduto una beatitudine eterna; ma chi rifiutava di credere e obbedire ai suoi
comandamenti finiva sottoterra, insieme ai demoni, nel grande fuoco che per
sempre li avrebbe tormentati. Quindi, se intendevano farsi cristiani e servire Dio
secondo i nostri insegnamenti, gli spagnoli li avrebbero considerati fratelli e
trattati benevolmente. Noi, dal canto nostro, avremmo ordinato di non recare loro
alcun danno, né di cacciarli dalle loro terre e tutti sarebbero diventati grandi amici.
Se, invece, gli indios avessero opposto un rifiuto, i cristiani li avrebbero trattati
molto male e condotti come schiavi in altre terre. Gli indios risposero all'interprete
che sarebbero diventati cristiani, obbedienti al servizio di Dio. Quando infine
domandammo loro chi adorassero, a chi sacrificassero, a chi chiedessero l'acqua
per i campi di granoturco, chi invocassero contro le malattie, risposero che
chiedevano tutto a un uomo che sta nel cielo. Chiedemmo allora il suo nome e ci
dissero Aguar. Credevano che lui fosse il creatore del mondo e di tutte le cose.
Alle nostre domande sull'origine di tali credenze, risposero di averlo appreso dai
genitori e dagli avi, i quali da molto tempo sapevano che era colui a mandare
acqua e tutte le buone cose del mondo. Noi li informammo che quello di cui loro
parlavano per noi si chiamava Dio, e che anche essi dovevano chiamarlo così e
anche servirlo e adorarlo come noi ordinavamo; se avessero obbedito, ne
avrebbero ricavato un grande beneficio. Risposero di avere ben compreso le nostre
parole e ci promisero obbedienza. Allora li esortammo ad abbandonare i monti e a
tornare sicuri e in pace tra noi, per popolare tutta la terra ed erigere le loro case.
Chiedemmo anche di costruirne una soltanto per Dio e di mettere all'entrata una
croce come quella che avevamo con noi. Li pregammo di ricevere i cristiani con
quelle croci e non con gli archi e le frecce e di accompagnarli nelle loro case e di
nutrirli. Solo così non avrebbero subito offesa alcuna; anzi, sarebbero diventati
amici. Gli indios ci confermarono che avrebbero rispettato i nostri ordini. Il
capitano diede loro coperte e li trattò con generosità e tutti se ne andarono
portando via i due prigionieri incaricati delle trattative. Questo incontro avvenne
alla presenza del notaio e di molti altri testimoni.
36.

Di come facemmo erigere chiese in quella terra

Poco dopo la partenza degli indios, la gente di quella provincia amica dei cristiani,
informata della nostra presenza, venne da noi portandoci in dono biglie e piume.
Noi ordinammo subito di costruire chiese con le croci, visto che, fino ad allora,
non lo avevano fatto. Chiedemmo di condurci i figli dei signori del luogo, affinché
potessimo battezzarli. Il capitano giurò davanti a Dio di non invadere, né di
permettere che venisse occupata la loro terra, giurò ancora di non ridurre in
schiavitù quanti avevamo rassicurati con parole di pace e che a questa promessa
avrebbe tenuto fede finché sua Maestà di Spagna e il governatore Nuño de
Guzmán, o il viceré in suo nome, non avessero disposto altrimenti per il bene di
Dio e del Re. Dopo aver impartito il battesimo ai bambini, ce ne andammo verso
la città di Sant Miguel, dove gli indios, vedendoci, vennero a dirci che molti altri
indios, scesi dalle montagne, si erano stabiliti nelle valli e vi avevano costruito
chiese e croci e quanto avevamo loro chiesto. Ogni giorno ci giungeva notizia di
come gli indios, sempre più numerosi, realizzavano queste opere; trascorsi
quindici giorni, giunse Alcaraz col suo seguito di cristiani predatori e riferì al
capitano che gli indios scesi dalle montagne vivevano ormai nella pianura, e che i
villaggi, prima completamente deserti, ora erano pieni di gente. Gli indios
uscivano a ricerverli con croci in mano e li portavano nelle loro case per nutrirli.
Sorpreso dal mutato comportamento degli indios, il capitano diede ordine di non
aggredirli e quindi si congedò. Voglia Dio nostro Signore, nella sua infinita
misericordia, che, sotto il regno della Maestà Vostra, queste genti si sottomettano
con piena convinzione e si assoggettino al vero Signore che le ha create e redente.
E siamo sicuri che ciò accadrà e che la Maestà Vostra sarà capace di attuarlo (cosa
di certo non impossibile a farsi). Affermo ciò perché, attraverso le duemila leghe
che ininterrottamente percorremmo in terraferma e in mare e nei restanti altri dieci
mesi successivi alla fine della nostra prigionia, noi non incontrammo alcun segno
di sacrifici o altra manifestazione d'idolatria. Durante il nostro viaggio, passammo
da un mare all'altro; grazie alle notizie che con grande cura ci procuravamo,
riuscimmo a sapere che circa duecento leghe separano, nella parte più ampia, una
costa dall'altra, che la costa del sud abbonda di perle e di altre cose preziose e che
la parte migliore e più ricca si trova giusto nelle sue vicinanze. Restammo nella
città di Sant Miguel fino al 15 di maggio. Ci trattenemmo in quel luogo così a
lungo, perché il percorso di oltre cento leghe che ci separava dalla città di
Compostela, residenza del governatore Nuño de Guzmán, è deserto e pieno di
insidie. Fu necessaria una scorta di molti uomini, venti dei quali a cavallo, che ci
accompagnarono per oltre quaranta leghe. Da quel punto in avanti, si unirono a
noi altri sei cristiani, seguiti da cinquecento schiavi indios. Giunti a Compostela, il
governatore ci riservò una calorosa accoglienza e ci offrì quanto possedeva per
vestirci. Ma io, per molti giorni, non potei indossare quegli abiti, né dormire se
non per terra. Trascorsi dieci o dodici giorni, partimmo alla volta di Città del
Messico. Durante l'intero corso del viaggio, fummo trattati con riguardo dai
cristiani. Molti di loro ci venivano incontro lungo la strada rendendo grazie a Dio
per averci liberati da tanti pericoli. Giungemmo a Città del Messico di domenica,
l'antivigilia di San Giacomo; lì il viceré e il marchese del Valle ci ricevettero
festosamente e ci offrirono nuovi indumenti e altri oggetti che possedevano. Il
nostro arrivo fu festeggiato con giostre di canne e combattimenti di tori.
37.

Di ciò che accadde quando decisi di ritornare in patria

Dopo un soggiorno di due mesi a Città del Messico, decisi di tornare in questi
regni. Quando stavo per imbarcarmi era il mese di ottobre e si abbatté su di noi
una tempesta che inclinò la nave su un fianco e l'affondò. Decisi allora di
trascorrere lì i mesi più rigidi dell'anno, giacché da quelle parti la stagione
invernale non è propizia alla navigazione. Finito l'inverno, in tempo di quaresima,
Andrés Dorantes e io lasciammo Città del Messico diretti al porto di Veracruz,
dove fummo costretti ad aspettare fino alla domenica delle Palme. Quando
finalmente riuscimmo a imbarcarci, restammo in rada per più di quindici giorni a
causa della bonaccia, su di una nave che faceva molta acqua. Decisi allora di
sbarcare e passai su un'altra imbarcazione di una piccola flotta pronta a salpare.
Dorantes, invece, non volle seguirmi. Il 10 aprile, tre navi lasciarono il porto.
Navigammo vicini per centocinquanta leghe. Durante quel tragitto, due navi non
facevano che imbarcare acqua e, una notte, le perdemmo di vista. Infatti, i piloti e
i nostromi di queste due imbarcazioni, stando a quanto ci dissero più tardi, non
avevano osato proseguire e avevano deciso di tornare in porto, senza avvertirci né
darci loro notizie. Così noi proseguimmo il viaggio e il 4 maggio toccammo il
porto dell'Avana, nell'isola di Cuba; qui gettammo, l'ancora in attesa delle altre
due navi. Il 2 giugno, prendemmo il mare col timore di incrociare navi francesi
che, pochi giorni prima, avevano preso d'assalto tre nostri vascelli. Giunti all'isola
di Bermuda, ci colse una di quelle violente e incredibili tempeste che di solito si
abbattono su quanti navigano in quella zona, proprio come sono soliti raccontare
coloro che si son trovati a passare di lì. Durante l'intera notte, ci sentimmo perduti,
ma, come Dio volle, all'alba la tempesta cessò e noi potemmo continuare lungo la
nostra rotta. Ventinove giorni dopo aver lasciato L'Avana avevamo percorso già
una distanza di millecento leghe, che dicono separi questo porto dalla terra delle
Azzorre. L'indomani a mezzogiorno, mentre costeggiavamo l'isola chiamata del
Corvo, ci imbattemmo in un vascello francese; quest'ultimo mandò
all'inseguimento una caravella catturata ai Portoghesi per darci la caccia. Quella
sera scorgemmo all'orizzonte nove vele così lontane che non riuscimmo a
distinguere se fossero i Portoghesi o quei Francesi che ci inseguivano. Al calar
della notte, il vascello nemico si trovava ormai a un tiro di bombarda dal nostro.
Approfittando dell'oscurità, cambiammo rotta per sfuggirgli. Ma quel vascello
navigava così vicino a noi che ci scorse e continuò l'inseguimento. Ripetemmo
quella manovra tre o quattro volte; se avesse voluto, avrebbe potuto prenderci, ma
evidentemente aveva deciso di rimandare la cattura all'indomani. Ma piacque a
Dio che all'alba ci trovassimo tutt'insieme, noi e la nave francese, circondati dalle
nove vele che, come ho già detto, avevamo scorto la sera prima e che ormai
sapevamo essere della flotta portoghese. Ringraziai Dio nostro Signore per avermi
tratto in salvo, prima dai travagli della terra e ora dai pericoli del mare. Quando il
vascello francese si accorse della presenza della flotta portoghese, mollò la
caravella catturata e carica di negri che portava con sé, affinché credessimo che
fossero Portoghesi e, perciò, l'aspettassimo. Quando lasciò la cima, disse al
nostromo e al pilota che noi eravamo Francesi, appartenenti alla sua flotta. Detto
ciò, armò sessanta remi sul suo vascello; così, aiutato dai remi oltre che dalla vela,
riuscì a dileguarsi a una velocità incredibile. Quelli della caravella, raggiunto il
galeone, dissero al capitano della flottiglia che il nostro vascello e quell'altro erano
francesi. Non appena la nostra nave si accostò al galeone, i Portoghesi, convinti
che ci dirigessimo verso di loro e certi che fossimo Francesi, si prepararono
all'attacco e vennero all'assalto, ma noi riuscimmo a evitarli. Solo allora capirono
che eravamo amici e che erano stati beffati da quella nave corsara, che aveva fatto
credere loro che noi eravamo Francesi. Malgrado ciò, quattro caravelle partirono
al suo inseguimento. Fu allora che il capitano Diego de Silveira ci chiese, dopo
averci salutati, da dove venissimo e quali merci trasportassimo. Noi rispondemmo
che venivamo dalla Nuova Spagna, carichi d'argento e oro. Il capitano, allora, si
informò sull'ammontare del carico e il nostromo rispose che valeva circa
trecentomila "castellanos" (1). A quel punto, il capitano ci disse: "Boa fee que
venis muito ricos; pero tracedes muy ruin navio y muito ruin artilleria; -o fi de
puta! can, à renegado frances, y que bon bocado perdio, vota Deus. Ora sus pos
vos abedes escapado, seguime, e non vos apartedes de mi, que con ayuda de Deus,
eu vos porné en Castela" (2).

Di lì a poco, ritornarono le tre caravelle partite all'inseguimento dei francesi. Il


vascello corsaro correva troppo e queste rischiavano di perdere i contatti con la
flotta che proteggeva tre navi cariche di spezie. Arrivammo così all'isola Tercera,
dove ci riposammo e ristorammo per quindici giorni, in attesa di un'altra nave in
arrivo dall'India, che faceva parte di quella flotta. Entrammo nel porto di Lisbona
il 9 agosto, vigilia di San Lorenzo, dell'anno 1537. E, come ho già detto all'inizio
di questa veritiera relazione, decisi di apporvi la mia firma. CABEZA DE VACA.

Note.

1. Moneta d'oro dei Re Cattolici.


2. "Invero, voi fate ritorno ben ricchi, ma avete una nave molto a mal partito e una
ben sconquassata artiglieria. Quel figlio di puttana, quel cane di un rinnegato
francese, ha perso un buon bottino! Ora che gli siete sfuggiti, seguitemi senza
allontanarvi, e con l'aiuto di Dio vi condurrò in Castiglia", in portoghese
nell'originale.
38.

Di quanto accadde agli altri che esplorarono le Indie

Dopo aver riferito l'intero viaggio di andata e ritorno da quelle terre a questi regni,
voglio ricordare anche la sorte delle altre navi e dei loro equipaggi, cosa che finora
ho omesso in quanto non ne ho avuto notizia sino alla mia partenza. Alcuni li
ritrovammo nella Nuova Spagna, altri addirittura qui in Castiglia; da loro seppi le
numerose vicissitudini e conobbi la sorte di coloro dei quali non sapevamo più
nulla da quando i tre vascelli - il quarto era già colato a picco - si erano persi su
quelle coste insidiose. Le tre navi superstiti si erano trovate in gravi difficoltà con
più di cento uomini e poche provviste. A bordo c'erano anche dieci donne; una
aveva predetto al governatore molte cose che poi erano accadute durante il
viaggio. Lo aveva consigliato, infatti, quando quegli voleva inoltrarsi per esplorare
le terre all'interno di rinunciare, giacché era convinta che né lui né alcun altro della
sua flotta si sarebbe salvato. E se qualcuno ne fosse uscito vivo, sarebbe stato solo
grazie a un miracolo. Era comunque convinta che soltanto in pochi si sarebbero
salvati da quell'avventura. Il governatore le aveva risposto che lui e tutti i suoi
uomini avrebbero dovuto combattere duramente per conquistare molte genti e
terre straordinarie a prezzo di gravi perdite umane. Ma chi fosse sopravvissuto
avrebbe senz'altro avuto grandi fortune, poiché lui conosceva quante e quali
ricchezze celasse quella terra. Poi il governatore pregò quella donna di dirgli da
chi avesse appreso i particolari di quanto era già accaduto e di quanto doveva
accadere. Colei rispose che li aveva uditi da una mora di Hornachos in Castiglia,
prima della loro partenza, e che tutto si era poi svolto proprio come quella donna
aveva predetto. Quando il governatore aveva lasciato come suo luogotenente e
capitano delle navi e degli equipaggi Carvallo, originario di Cuenca, vicino a
Huete, noi ci eravamo separati da loro. Il governatore, prima di muoversi, aveva
ordinato di riunirsi sulle navi e di proseguire il viaggio in direzione di Pánuco. Per
raggiungere quel porto, avrebbero dovuto navigare costeggiando e, una volta
arrivati, si dovevano fermare in attesa del nostro arrivo. Mentre si disponevano a
imbarcarsi, sembra che quanti erano rimasti lì capirono che chi si fosse
avventurato nell'interno avrebbe messo la sua vita in grave pericolo. Così, quella
donna aveva detto alle altre di non contare più sui loro mariti e di cominciare a
pensare a chi avrebbero sposato, perché così lei avrebbe fatto e così fece. Anche le
altre seguirono il suo esempio e si sposarono e unirono con gli uomini che erano
rimasti sulle navi. Issate le vele, le navi proseguirono sulla rotta prevista, ma, non
trovando il porto, tornarono indietro. Cinque leghe a sud dal punto in cui eravamo
sbarcati, trovarono finalmente il porto, che si addentrava per sette od otto leghe ed
era lo stesso che noi avevamo scoperto e dove avevamo trovato le casse di
Castiglia con i corpi dei cristiani morti. Lì, le navi e il brigantino e quell'altra nave
che veniva dall'Avana erano rimaste un anno in attesa del nostro arrivo. Non
riuscendo a trovarci, se n'erano tornate in Nuova Spagna. Quello è il miglior porto
del mondo, si estende nell'interno per sette od otto leghe; all'imboccatura è largo
circa sei braccia e, più vicino a terra, cinque. Ha fondali di sabbia finissima ed è
riparato dal mare e dal vento. E' molto grande, ci si possono ancorare molte navi
ed è anche ricco di pesce. Si trova a cento leghe dall'Avana, che è un insediamento
di cristiani nell'isola di Cuba, e confina a nord e a sud con questo territorio e, per
andare da una parte all'altra, sono sufficienti quattro giorni. Questo è il porto dove
di solito le navi restano alla fonda. Siccome ho riferito la sorte delle navi, ora è
bene che io dica chi sono e da dove vengono gli uomini che la misericordia di Dio
ha voluto salvare. Il primo è Alonso del Castillo Maldonado, nativo di Salamanca,
figlio del dottor Castillo e di donna Aldonza Maldonado. Il secondo è Andrés
Dorantes, figlio di Pablo Dorantes, nativo di Béjar e abitante di Gibraléon. Il terzo
è Alvar Núñez Cabeza de Vaca, figlio di Francisco de Vera e nipote di Pedro de
Vera, che conquistò le Canarie; sua madre si chiamava donna Teresa Cabeza de
Vaca, nativa di Jerez de la Frontera. Il quarto si chiama Estebanico; è negro arabo,
nativo di Azamor.

Deo Gratias.
Un viaggio fatale

Quando, nel 1527, Alvar Núñez Cabeza de Vaca si imbarca a San Lúcar de
Barrameda come funzionario regio della flotta di Pánfilo de Narváez, il primo
ciclo (1492-1530) di esplorazione e conquista sta per compiersi (1). Tra il primo
(1492) e il terzo (1498) viaggio di Colombo, numerosi sono gli Spagnoli che
partono, attratti dalle notizie fantastiche che si erano diffuse in Spagna dopo la
grande impresa dell'Ammiraglio. Il miraggio dell'oro e la ricerca di migliori e più
adatte rotte per una penetrazione sistematica dei nuovi territori sono le potenti
molle che spingono al viaggio la gente di potere. A inseguire questo miraggio, si
muovono anche coloro che vanno alla ricerca di un nuovo spazio e di un nuovo
inserimento ormai impossibile in patria. In questa prima fase di scoperte e di
conquiste, gli anni tra il 1506 e il 1508 sono caratterizzati dalla vera e propria
occupazione delle nuove terre. Con la fondazione e l'annessione di nuclei urbani
come quelli di Santo Domingo e di Cuba, i porti andalusi (2), pur senza perdere il
controllo dell'impresa del Nuovo Continente, vengono in parte sostituiti dalle
salde teste di ponte delle Indie Occidentali. La fondazione di tali insediamenti
favorisce fin da quegli anni una forma di "sistema privato" di economia, dove agli
interessi della madrepatria si sostituiscono quasi costantemente a quelli personali
dei grandi e piccoli conquistatori e dei governi locali, che si aggiudicano fra l'altro
il monopolio degli approvvigionamenti.

Dopo il primo viaggio di Colombo, la Conquista, che come fatto di scoperta è


appannaggio della Spagna, come fatto culturale investe tutta l'Europa e conferisce
una particolare impronta alla civiltà del Rinascimento. L'interesse e l'accoglienza
riservati a diari, lettere, cronache e relazioni è notevole. Nel Vecchio Continente i
documenti relativi al Nuovo hanno subito una enorme circolazione in originale e
in traduzione. Non è, casuale che sia stato proprio un umanista milanese, Pietro
Martire, il primo a diffondere in Europa le notizie sul Nuovo Mondo. Nel racconto
delle eccezionali vicende dei conquistatori è sempre evidente la volontà di
sottolineare, da un lato, il valore scientifico dell'impresa spagnola, dall'altro i suoi
difetti. In Spagna, invece, le testimonianze sulle Indie venivano accolte con un
interesse di carattere prevalentemente pratico; gli stessi sovrani spagnoli, che
leggevano in segreto il diario di Colombo, erano sollecitati soltanto da
motivazioni di tipo economico.
Per contro, i governi e i conquistatori locali sollecitavano in ogni campo un
numero sempre maggiore di informazioni, indispensabili ai loro occhi per meglio
sottomettere e governare quelle province. Neanche la spedizione di Hernán Cortés
e la conquista di México Tenochtitlan (1518-21) (3) modificano in questo senso
l'atteggiamento di Carlo Quinto. E Cortés, che ben conosce la mentalità
dell'imperatore, nelle sue cinque lettere approfondisce soltanto quei particolari che
conferiscono lustro alla sua impresa e, allo stesso tempo, gli garantiscono la
restituzione da parte del monarca delle somme personalmente investite. Bisognerà
arrivare al 1523 perché Carlo Quinto ordini di consegnare a Miguel Fernández de
Oviedo, storiografo ufficiale, ogni sorta d'informazione sulle Indie Occidentali.
Tuttavia, non si può certo affermare che l'interesse pratico dell'imperatore abbia
ceduto il passo a quello scientifico; anzi, basta pensare che nel 1529 Pizarro e
Almagro hanno ottenuto il mandato per conquistare il Perú, per capire che dietro il
mutato atteggiamento del sovrano ci sono proprio le straordinarie notizie sulle
ricchezze di quelle terre (4).

La riflessione della storiografia moderna si appunta innanzitutto sulle cause


profonde della clamorosa sconfitta di imperi potenti e organizzati come quelli Inca
e Azteca, ad opera di una sparuta schiera di soldati spagnoli. Tale analisi si
oppone innanzitutto, correggendola, all'interpretazione di quelli che, come López
de Gómara, vollero vedere nella vittoria spagnola un'epifania della provvidenza
divina. Quando Gómara, in apertura della sua "Historia General de las Indias",
afferma che "la cosa più notevole dopo la creazione del mondo, eccezion fatta per
la morte e l'incarnazione di Colui che lo creò, è proprio la scoperta delle Indie,
perciò chiamate Nuovo Mondo", trova nell'intervento divino la prima
giustificazione al successo spagnolo. Naturalmente, in quello stesso successo
rientra, senza per altro togliere meriti a Cortés - del quale Gómara è cappellano e
storiografo ufficiale - l'esito felice della Conquista in Messico.

La sua interpretazione esclude dunque il caso, l'errore, l'abile astuzia. Sottovaluta


l'influenza dei centri di potere rappresentati dai nuovi insediamenti, il ruolo degli
interpreti, il peso delle discordie interne ed esterne, l'appropriazione del mito
"altro", ascrivendo il buon esito delle imprese nel Nuovo Continente alla
Provvidenza, e riducendo i soldati spagnoli a meri strumenti nelle mani di Dio.

L'abile penetrazione di Cortés crea un modello di conquista che si ripeterà, sotto


molti aspetti, nell'audace impresa di Pizarro e dei suoi accoliti contro l'impero
Inca. Nell'impatto con il mondo "altro", la lingua e il mito giocano un ruolo
fondamentale. Entrambi i conquistatori del Messico e del Perú mostrano,
strumentalizzando l'opera degli interpreti, di avere capito quale importanza
rivestano l'appropriazione della lingua altra come mezzo di conoscenza e
l'imposizione della propria come affermazione di potere. In Messico, Malintzin -
Malinche, come la chiamavano gli Spagnoli - interprete e amante di Cortés, svolge
il doppio ruolo di mediatrice di parola e di pensiero. Felipillo, interprete di
Pizarro, verrà incolpato di aver tradotto male ad arte - riferiscono i cronisti che si
fosse innamorato di una delle donne di Atahualpa - le parole di quel colloquio col
padre Valverde che porterà l'imperatore inca alla garrota. La mediazione culturale
dell'interprete, intesa in senso non rigorosamente linguistico, ma piuttosto come
dominio della comunicazione, rende ragione, insieme alle armi e al cavallo, della
superiorità dello spagnolo di fronte al vinto. E, a riprova dell'argomento, giova
ricordare che anche gli indios disponevano di interpreti e spesso ricorrevano alla
loro opera. Tuttavia, proprio per una sorta di visione straniata, tale opera si
rivolgeva a loro danno. L'inferiorità del vinto risiede dunque anche nel rifiuto
globale dell'atto di comunicazione, come osserva Todorov in un suo saggio in cui
oppone l'atteggiamento di Cortés, che prima ancora di "prendere vuole
comprendere", a quello di Montezuma, che si chiude a ogni possibilità
comunicativa (5).

Una commistione di storia e di mito si agita nella mente del vinto e apre le porte
all'arroganza del vincitore, che ai suoi occhi non arriva, ma "ritorna", come
ciclicamente ritornavano gli dei (6). Questa fama usurpata di superiorità divina del
conquistatore, non sempre credibile e presto smascherata dalla barbarie degli
Spagnoli, costituisce in non poche occasioni un'altra delle sue maggiori forze di
penetrazione.

Da molto tempo abbiamo notizia dai nostri antenati, attraverso le nostre scritture,
che né io né quelli che abitano questa regione siamo oriundi di essa bensì stranieri,
e venuti in essa da parti molto remote; e sappiamo anche che trasse qui la nostra
stirpe un signore di cui tutti erano vassalli, il quale tornò alla sua stirpe, e dopo
molto tempo ricomparve; tanto che i suoi discendenti si erano già sposati con
donne della regione e avevano avuto molti figli e costruito paesi in cui vivevano,
sicché, volendo egli portarli seco, non vollero seguirlo né riconoscerlo come
signore, e pertanto se ne andò. E sempre abbiamo saputo che i discendenti di lui
sarebbero venuti a dominare questa terra e a fare di noi vassalli loro. Data dunque
la parte da cui dite di venire, che è quella da cui nasce il sole, e le cose che dite di
codesto gran signore o re che qui vi mandò, crediamo e abbiamo per certo essere
lui il nostro naturale signore, tanto più che dite aver egli notizia di noi da molto
tempo. Siate dunque sicuro che noi vi obbediremo e vi considereremo
rappresentante di codesto gran signore che dite (7).
Questo è il discorso che Cortés fa pronunciare a Montezuma nella sua seconda
lettera e dal quale si potrebbe evincere l'identificazione tra arrivo degli Spagnoli e
ritorno del dio. Anche in Perú il mito del dio civilizzatore che abbandona la terra
con la promessa di ritornare è assai diffuso. Il dio atteso dagli Incas era quel
Viracocha scomparso sulle acque a Occidente (8). Non esiste però nessuna
testimonianza che consenta di affermare che Atahualpa abbia in qualche momento
identificato i messaggeri degli dei o gli dei stessi con gli Spagnoli, che tuttavia gli
Incas chiamarono "viracochas". Titu Cusi Yupanqui, figlio di Manco Secondo,
riferisce (9) che quel nome era stato attribuito agli Spagnoli, perché erano stati
visti parlare dentro certi panni bianchi, proprio come una persona può parlare con
un'altra (10). Ma oltre all'impatto magico della scrittura e della lettura, sconosciute
in quell'impero, l'arrivo degli Spagnoli aveva probabilmente risvegliato alla
memoria degli Incas il ricordo di una delle loro numerose leggende di genesi.
Secondo questa leggenda, che Juan de Betanzos riporta nella sua "Suma y
Narración de los Incas" (1551), il primo uomo e dio creatore ConTici-Viracocha si
era disposto a creare gli uomini delle province di quell'impero preparandone prima
i modelli in pietra. Poi, aiutato da altri due "virachocas", si era messo in viaggio
per chiamare gli uomini che aveva modellato. Questi, sentendosi chiamare, erano
usciti dalle grotte, dai fiumi, dalle sorgenti e dai laghi. Per creare quegli uomini,
era bastato a quel dio il solo nominarli. Proprio come facevano gli Spagnoli
quando ribattezzavano, con termini noti soltanto a loro, cose che essi non
conoscevano. Nell'impatto, dunque, tra gli Spagnoli del Vecchio Mondo e gli
indios del Nuovo, il contrasto nasce dalla diversa connotazione e dai diversi
parametri della sfera culturale di appartenenza. La visione che gli Spagnoli hanno
del mondo include un dentro e un fuori che corrispondono all'organizzazione
sociale propria e a quella "altra". Per gli indios isolati nelle loro strutture di società
chiusa, il dentro riguarda solo il proprio mondo e il fuori, l'alterità, non può che
corrispondere alla sfera della divinità (11). Ma non sempre la coincidenza delle
cosmogonie con l'arrivo degli Spagnoli sta alla base delle sconfitte degli indios,
anche se, come afferma Wachtel, "l'irruzione dell'ignoto" pone gli indios di fronte
alla stessa domanda: dei o uomini (12). Con caratteristiche ben diverse si presenta
la sottomissione delle tribù più primitive. La continua migrazione e la lotta per la
sopravvivenza diventano fattori che attenuano e confondono la memoria tradita.
Infatti, la dura vita tra le foreste e le paludi, alla continua ricerca di cibo, sempre
all'erta per difendersi dalle irruzioni esterne, concentra l'attenzione di quelle
popolazioni sulla memorizzazione del quotidiano, piuttosto che su quella del
passato. Più che sulla capacità di assimilazione di tattiche e armi spagnole, la
resistenza di queste tribù primitive e nomadi si fonda quindi sulla conoscenza e sul
dominio del proprio ambiente, la cui natura ostile è impenetrabile per il
conquistatore.
E' per questo che gli Spagnoli nella loro sempre crescente e ossessiva fame d'oro e
di altri metalli preziosi, si spingono sistematicamente alla ricerca di civiltà
organizzate per sostituire il potere indigeno con il proprio.

Tra la conquista del Messico e quella del Perú si innestano gli sfortunati tentativi
di penetrazione degli Spagnoli verso Nord, una tappa dei quali è appunto oggetto
della relazione di Cabeza de Vaca.

La storia dei fatali viaggi, spesso senza ritorno, inizia nel 1513 ed è legata al nome
di Ponce de Leòn. Questi aveva raggiunto i litorali del Nuovo Mondo col secondo
viaggio di Colombo e a lui si deve il nome che porta quella regione. L'aveva
battezzata Florida prima ancora di sapere se fosse isola o terraferma, perché
avvistata il giorno di Pasqua di Resurrezione (in spagnolo Pascua Florida) o forse,
come sostengono altri con un'affascinante sfumatura di esotismo pagano in mezzo
a tanta toponomastica cristiana, perché la sua mente vagheggiava quella fonte
dell'eterna giovinezza, alla ricerca della quale si era imbarcato nel 1513 a
Portorico. L'idea di trovare la regione magica non traeva linfa soltanto dai racconti
favolosi degli indios, ma trovava anche conforto nel mito euroasiatico di certo a
lui noto. E' probabile che la memoria mitica della fonte miracolosa lo spingesse a
ravvisarla nella bellezza di quei luoghi dalla natura lussurreggiante e rigogliosa e
forse anche nelle armoniose fattezze degli abitanti. Questa terra meravigliosa sarà
per molto tempo la meta sempre vagheggiata e mai raggiunta delle sue spedizioni.
Soltanto nel 1521, abbandonata definitivamente la ricerca della mitica fonte,
occuperà da conquistatore la terra intravista e battezzata Florida nel 1513. Lì,
però, la strenua resistenza degli indios gli procurerà una ferita mortale: lascerà in
eredità a coloro che dopo di lui esploreranno quella regione la propria sventura.
Ecco il commento di Garcilaso el Inca sulla prima spedizione in quelle terre:
"Questa fu la fine disgraziata della spedizione di Juan Ponce de León, primo
scopritore della Florida, che sembra abbia lasciato la propria sventura in eredità a
quelli che dopo di lui si sono mossi alla conquista di quella stessa terra" (13). Il
senso metafisico di questa sventura ereditaria può interpretarsi come condanna e
maledizione contro i moventi della Conquista, se si accetta l'ipotesi che nella
"Florida", l'Inca modellizzi sotto vari aspetti la scoperta e soprattutto la conquista
dell'America.

Tra il 1521 e il 1527, anno della spedizione di Pánfilo de Narváez, Luca Vásquez
de Ayllón prima e, poi, suo figlio chiedono e ottengono il mandato per conquistare
la Florida: il primo morirà massacrato, il secondo "si lascerà morire" senza aver
conquistato quella terra. Sulla sfortunata spedizione di Narváez, nessuna
testimonianza potrebbe esser più esauriente di quella di Cabeza de Vaca, seppure
sintetica e tutta volta a descrivere la propria esasperazione più che quella del
governatore, e nessuna denuncia più severa di quella di Garcilaso el Inca, che,
nella "Florida", narra l'altrettanto sfortunata storia di Hernando de Soto e della sua
spedizione immediatamente posteriore a quella di Narváez. Dopo Narváez, alla
"sventurata eredità" di insuccessi e di morti si aggiungerà il peso dei misfatti degli
Spagnoli, e la resistenza degli indios sarà sempre più strenua e tesa a far scontare i
danni e gli oltraggi ricevuti. Garcilaso non esita a giustificare la cattiveria del
cacicco Hirrihigua e a farla apparire come un'azione riflessa della barbarie degli
Spagnoli. Ecco il suo commento ai maltrattamenti subiti da Juan Ortiz, cristiano
prigioniero di Hirrihigua:

Ma poiché l'ingiuria non perdona, quando ricordava che sua madre era stata data
in pasto ai cani e gli Spagnoli avevano permesso che la sbranassero, o quando si
soffiava il naso e non se lo trovava più, desiderava a tutti i costi vendicarsi su Juan
Orti, come se lui stesso fosse stato l'autore di quelle crudeltà; non potendo
dimenticare l'offesa, il ricordo di essa gli faceva crescere di giorno in giorno l'ira,
il rancore e il desiderio di vendetta. E se per un certo periodo riuscì a tenere a
freno questa passione, non potendo più contenere la rabbia disse un giorno alla
moglie e alle figlie che gli era ormai impossibile sopportare che quel cristiano
vivesse; la vista di quel cristiano era per lui odiosa e detestabile, giacché gli
riaccendeva il ricordo delle ingiurie passate e di nuovo si sentiva offeso.

E non saranno pochi i cacicchi che Hernando de Soto dovrà affrontare e contro i
quali anche lui, saggio conquistatore, si servirà spesso dell'inganno. Soto, come
già quelli che lo avevano preceduto, perderà la vita e, dei novecentocinquanta
uomini che lo avevano seguito, solamente trecento, dopo mille traversie,
riusciranno a toccare terra di cristiani.

Solo dopo la morte di tanti uomini e la perdita di numerose navi, un editto reale
proibirà nuove spedizioni nella Florida. Ma nel 1549, un religioso, Luis Cáncel de
Balvastro, insieme a cinque confratelli, si arroga il diritto di soggiogare con la
croce quelle terre. Di fronte a quegli indomiti abitanti, la croce valse quanto la
spada e la fine dei religiosi non fu diversa da quella dei precedenti conquistatori.
Da quel momento, dovranno passare altri dieci anni prima che don Tristán de
Luna y Arellano solleciti e ottenga un regolare mandato. Ma la maledizione
iniziale si abbatterà su di lui e sui suoi uomini. Solo l'interferenza della pirateria
francese convincerà il monarca spagnolo a risolvere i problemi di questa terra
inespugnabile (problemi in gran parte già sottolineati dalle relazioni di Cabeza de
Vaca e Garcilaso el Inca).

Tra il 1564 e il 1568, il capitano Pedro Menéndez de Avilés, con una flotta armata
in modo adeguato all'impresa, opponendosi all'eresia ugonotta, combatté di fatto
contro l'interferenza straniera per affermare il potere spagnolo nella Florida,
territorio su cui la Spagna, fin dai primissimi tentativi, non aveva saputo imporre
la propria dominazione. Gli indigeni, infatti, avevano opposto una strenua
resistenza agli invasori. Sarà la Francia nel diciassettesimo secolo a conquistare
questa terra. Una terra che per i modelli di conquista spagnola si configurava
come una impenetrabile "no man's land". Lì, all'ostilità della natura e ai rigori del
clima, si aggiungevano per gli Spagnoli le insidie degli indios che, per liberarsi di
loro, li spingevano sempre "más allá", con la promessa di un nuovo e inesistente
Eldorado.

Per ben due secoli, numerosi cronisti, testimoni e perfino soldati hanno
consegnato nelle loro opere la personale versione del continente americano. La
cronachistica delle Indie Occidentali è così vasta e così particolare da costituire un
genere letterario a sé stante, in molti casi assai diverso dalla storiografia classica.
Ognuna di queste relazioni, però, si presenta inquinata dalla formazione culturale
del cronista e dal condizionamento del destinatario. Gli stessi scrittori meticci
della prima generazione devono fare i conti con la Spagna di cui sono sudditi. Il
condizionamento esterno e interno del punto di vista dell'autore assume particolare
importanza nella letteratura storiografica, data la peculiare referenzialità delle
cronache in quanto genere del vero. All'interno di questa ricca produzione, la
relazione di Cabeza de Vaca si caratterizza appunto per la speciale ottica del
relatore. Il suo punto di vista è vincolato solo parzialmente dal condizionamento
del destinatario. La graduale liberazione da questo vincolo esterno è così marcata
da produrre nel lettore, in non poche occasioni, un senso di contemporaneità tra
tempo della scrittura e tempo dell'azione. Cabeza de Vaca, prima di comunicare al
destinatario la propria personale esperienza in terra india, dedica soltanto poche
righe all'apparato burocratico spagnolo esistente nelle terre scoperte, conquistate e
annesse. E, prima di raccontare le sue peregrinazioni, sente la necessità di parlare -
"perché di loro è doveroso fare menzione" - dei funzionari regi al seguito di
Pánfilo de Narváez.

In quella parte della relazione in cui compaiono di fronte Pánfilo de Narváez e lo


stesso cronista, è possibile avvertire, piuttosto che una denuncia palese contro il
governatore, cattivo uomo di conquista, una sorta di braccio di ferro, che risulta,
prima ancora che accusa, apologia della propria azione. Nelle prime venti righe
dei "Naufragios", si condensa il riferimento a tutte le strutture amministrative di
controllo della Conquista: l'autorizzazione da parte della Corona a Narváez, uno
dei più incapaci tra i conquistatori, uno dei più intriganti; il porto d'imbarco San
Lúcar de Barrameda; il titolo di "adelantado" conferito insieme all'autorizzazione
che ne limita e circoscrive i poteri; la presenza dei funzionari della corona, di cui
ben tre addetti ai controlli fiscali della spedizione; la copertura religiosa della
Conquista con la presenza di un commissario religioso e di un seguito di quattro
frati; il numero delle navi e il motivo della spedizione: conquista e governo delle
terre scoperte. L'ellitticità narrativa di questa prima parte dal giorno della partenza,
17 giugno del 1527, all'arrivo a Santo Domingo, è spia dell'intenzione della
cronaca: la narrazione del naufragio e non dei viaggio di andata e di conquista.
Tale intenzione è immediantamente ribadita nella descrizione del primo dei tanti
naufragi che scandiscono i tempi della spedizione raccontata da Cabeza de Vaca
per l'eccezionalità della vicenda.

Oggetto della narrazione è, dunque, la vita dei quattro cristiani nella terra altra, in
un contesto sociale organizzato, diverso e, proprio per questo, caotico, nel quale
sono costretti a integrarsi in seguito al naufragio. Il contesto spagnolo va
sfumando in una serie di passaggi che annullano le gerarchie fissate nelle prime
pagine, per ritornare nelle ultime che chiudono la relazione con il viaggio di
ritorno. Se si segmenta il viaggio in fase di andata, soggiorno e ritorno, si noterà
che l'iniziale oggetto di conquista è stato sostituito dalla lotta per la sopravvivenza
prima e dal desiderio di ritrovare le terre dei cristiani poi. L'andamento dei viaggio
di Cabeza de Vaca ripropone, sotto alcuni aspetti e attraverso un continuo
spostamento di frontiere, quello del primo ciclo di Conquista. Nel 1527, anno
della spedizione di Narváez, il percorso Spagna - Santo Domingo è ormai un fatto
noto e le teste di ponte nel Nuovo Continente non sono che ripetizioni dei porti
andalusi. La brevità e la concisione della prima parte della narrazione si spiegano
quindi con il conosciuto, l'ovvio e il facile. Dopo le prime imprese, la navigazione
dalla Spagna a Santo Domingo non è diversa da quella nel Mediterraneo. I mostri
marini avvistati da Colombo perdono la loro connotazione mitologica e vengono
rinominati come esemplari di una fauna acquatica già nota. Così come è diversa
dal "paradiso terrestre" di Colombo la prima terra toccata. Ora fervono commerci
e scambi e i nuclei urbani costituiscono i capisaldi per l'allestimento di nuove
spedizioni. Il paesaggio è mutato: le strutture sono quelle, spesso inadatte alla
nuova realtà geofisica, della Spagna. Svettano i campanili delle chiese e il cavallo,
che prima era uno strano e sconosciuto quadrupede, è diventato pregiata merce. E
poiché tutto questo trova corrispondenza con il contesto spagnolo, se ne parla
appena.

Il viaggio vero e proprio inizia a Santo Domingo, dopo la diserzione di non pochi
uomini, forse allettati da promesse di più facili e più proficue spedizioni. Ancora
una volta le diserzioni, il rifornimento d'armi, d'uomini e soprattutto di cavalli
sottolineano, a questo punto della relazione, l'importanza di nuovi insediamenti.
Queste, dunque, le strutture note e pertanto non più oggetto di rappresentazione
del nuovo, imposte nella realtà altra. Il nuovo è rappresentato ora dalle rotte
ancora ignote sul mare verso tramontana e dalle infinite perturbazioni che lo
sconvolgono. Tali sono le incognite che costituiscono la prima frontiera nel
racconto di Cabeza de Vaca. Gli scontri di correnti e gli uragani sono per il
cronista fatti misteriosi, funesti, su cui si incentra il vero nucleo della narrazione.
E' proprio nella descrizione dell'uragano, fenomeno sconosciuto al narratore, che
la realtà si fa metafora e iperbole quasi senza intenzione letteraria, ma con
procedimento analogo a quello della tradizione poetica barocca. La
metaforizzazione non si manifesta nei "Naufragios" in senso utopico - tale
operazione è ascrivibile alla letteratura storiografica e a quella di finzione di autori
posteriori - ma si definisce come metafora della sopravvivenza, i cui termini sono
l'uomo spagnolo e il contesto "altro" o, per meglio precisare, l'uomo spagnolo
"nel" contesto "altro". Al di là del simbolo e della metafora letteraria, c'è, nei
"Naufragios", il desiderio di correggere l'ottica dell'uomo occidentale nel confronti
delle nuove terre. Questo desiderio mette a confronto l'uomo europeo, con la sua
concezione politica ed economica, e l'indio che lo "ospita" e per mezzo del quale,
riesce, se vi riesce, a sopravvivere.

In questa cronaca, il fascino della descrizione dirompe dalla novità della realtà
sconosciuta e non dalla manipolazione del tessuto narrativo. E non emerge
neanche dal contesto un'elaborazione archetipa cosciente, ma piuttosto una
rielaborazione incosciente che crea nuovi miti, un continuo spostamento di quella
frontiera che per secoli aveva coinciso con le colonne d'Ercole. Tuttavia, l'idea del
viaggio come conquista di nuove terre, nuovi spazi economici e sociali, ritorna di
tanto in tanto sullo sfondo della vicenda come eco della formazione culturale
dell'autore. A poco a poco, però, il suo eroico back-ground familiare - il nonno
paterno si era coperto di gloria nella conquista delle Canarie e un avo paterno (del
quale aveva adottato il cognome Cabeza de Vaca) nel secolo tredicesimo aveva
trionfato sui Mori - la sua educazione e il motivo del viaggio sono rimossi dalla
lotta per la sopravvivenza. Superata, poi, l'incredibile avventura, il ricordo del
passato e il richiamo mai spento della terra americana lo porteranno alla scoperta
di altre terre.

La sua seconda spedizione (14) è oggetto di un'altra cronaca, i "Comentarios", da


lui personalmente dettati a uno scrivano, Pero Hernández. Questa relazione si
presenta con caratteristiche ben diverse rispetto ai "Naufragios": di Cabeza de
Vaca emergono quelle virtù che ne fanno uno dei più saggi conquistatori, vittima
delle ingiustizie, ma che, neppure sull'eccezionale sfondo della cascate
dell'Iguazú, gli conferiscono quella dimensione di personaggio-eroe che lui stesso
si era costruito nei "Naufragios". Questo perché il più profondo significato dei
"Naufragios" investe il rapporto con l'indio, dove l'indio non subisce
passivamente, bensì oppone resistenza. Il fatto che lo scontro con l'indio si superi
soltanto con l'assimilazione della sua cultura, consente di avvicinare in qualche
modo la personalità di Alvar Núñez Cabeza, che in non poche occasioni taccia
l'indio di menzognero, sodomita e ladro, ai convinti difensori degli indios come
Las Casas o Garcilaso, che dedicano molte pagine alla teorizzazione di tale difesa.
La sua relazione non è, però, il risultato di una teorizzazione di buona o migliore
conquista. Il suo è un resoconto di vita vissuta non più in veste di conquistatore,
ma di conquistato, assimilato quasi interamente al contesto altro. Quelle gerarchie
che erano andate scomparendo nella prima parte della cronaca si trasformano
durante l'esperienza tra gli indios e si ripropongono nell'incontro con i cristiani,
nella parte finale. Qui il paesaggio riconduce a un'idea di organizzazione sociale
più conosciuta e la connotazione spagnola si fa sentire con maggiore intensità. La
segnicità del paesaggio è uno degli aspetti caratterizzanti del punto di vista del
cronista: se vogliamo, questo atteggiamento, presente nei "Naufragios", non si
discosta, nonostante la diversità dell'esperienza, dalla distinzione manichea in
indios buoni e cattivi - iniziata da Colombo e ricorrente in tutta la cronachistica
sulle Indie Occidentali -. Il paesaggio fertile, ricco, bello, è sempre paragonabile
alla Spagna. L'arido, il povero, il selvaggio rinviano automaticamente alla
connotazione india. Di quanto la connotazione del mondo conosciuto abbia
condizionato la rappresentazione del nuovo esistono numerosi esempi. E non si
tratta soltanto, come nel caso di Colombo, di rappresentare la realtà nuova
attingendo alla tradizione letteraria, come fanno altri, alla nomenclatura
insufficiente che descrive leoni senza criniera o cammelli senza gobba, ma di più
marcati atteggiamenti culturali.

Nei "Naufragios" la peculiare ottica del cronista riduce al massimo il ricorso a


parametri della propria cultura. In genere, le analogie e i paragoni attingono alla
sfera della religione e dell'alimentazione. E non ci sembra casuale che gli esempi
riguardino le esigenze spirituali e materiali del cronista. Qualunque trasgressione
in campo religioso per lui, rimasto saldamente attaccato al suo credo cattolico,
sarebbe impossibile. I paragoni in campo alimentare appaiono, invece, come
notazioni spontanee e non come opposizioni di due culture diverse. Il contrasto tra
civiltà del cotto e civiltà del crudo, ancora presenti nella prima fase della sua
esperienza - Cabeza de Vaca sottolinea la ripugnanza a nutrirsi di granoturco non
abbrustolito - si attenua fino a scomparire quando la mancanza del cibo diventa
ostacolo alla sopravvivenza e fa degli Spagnoli cannibali in terra "di barbari". Ed è
proprio l'esperienza della fame, la più dura di tutto il viaggio, comune al cronista e
agli indios, a rendere così convincente, così realistica e puntuale la descrizione sia
della ricerca affannosa di cibo, sia dei diversi modi di alimentazione.

L'originalità dell'esperienza fa sì che, in molte parti della relazione, la descrizione


del nuovo passi attraverso il filtro dello sguardo stupito del cronista, il quale, di
fronte a realtà sconosciute e sorprendenti, non riesce più a trovare un termine di
paragone con il mondo di provenienza. E' proprio in tali occasioni che la cronaca
si arricchisce di iperboli e di metafore, prodotte spontaneamente da quella
eccezionale realtà piuttosto che da analogie.
Il valore antropologico dell'opera risiede sostanzialmente nella sapiente alternanza
di narrazione delle avventure personali e di notazioni sugli usi e costumi delle
molteplici tribù incontrate. Dal nucleo narrativo della propria esperienza s'irradia
la descrizione della vita degli indios. Questa descrizione si offre al lettore come
uno spaccato dall'interno, dove il cronista non guarda con paternalistica curiosità e
nemmeno con interesse scientifico il mondo indigeno, né lo descrive nelle sue
usanze perché altri sappiano, ma perché, durante quel suo lungo soggiorno di sette
anni in terra americana, quello è stato il "suo mondo", il suo unico contesto
culturale. E' perciò che il cronista può affermare, senza nessuna remora e
vergogna, di essere vissuto nudo come quando era nato. E neanche lo preoccupa il
fatto che si sappia in Spagna della sua condizione di schiavo e prigioniero degli
indios, giacché da quella era riuscito a passare all'altra più importante, di mercante
prima, di guaritore poi, attingendo per il processo di miglioramento allo stesso
contesto al quale attingono i nativi della terra. Anche la misurazione del tempo
secondo le stagioni dei fichi spinosi, della pesca o delle radici, diventa presto la
sua personale scansione temporale e sostituisce l'altra, legata al ciclo della luna. Il
cronista, quando parla della triste condizione dell'indio, parla delle sue stesse
condizioni di vita e, quando parla di sé, parla dell'indio.

La critica lamenta in genere il totale silenzio sui rapporti dei quattro cristiani con
le donne indigene e lo attribuisce a eccesso di pudore o al carattere morigerato e
ascetico dell'autore. L'appunto non sembra di particolare rilievo. Le motivazioni
potrebbero essere molteplici, ma sempre arbitrarie. Solo il confronto con un'altra
relazione della stessa vicenda consentirebbe di appurare le cause di quei silenzi. A
mio avviso è assai più probabile che l'omissione sia dovuta a quella ellitticità
semantica dell'ovvio di cui ho parlato all'inizio, piuttosto che a "pruderie" del
cronista. Quest'ipotesi trova conforto nell'affermazione di Ruggiero Romano che,
analizzando i moventi della Conquista, aggiunge all'oro e alla gloria, il sesso (15).
Fra l'altro, un particolare riferimento di questo genere non sarebbe di alcuna utilità
dal punto di vista antropologico, giacché l'autore descrive, invece,
dettagliatamente le norme che regolano le unioni tra gli indios.

Un vuoto di particolare rilievo è, semmai, quello che riguarda il lessico indigeno.


Non sembra possibile che Cabeza de Vaca, il quale così spesso sottolinea
l'esistenza di molte lingue diverse parlate nei territori che attraversa e che
corrispondono alla zona tra Sonora e il Texas, non ricorra più spesso alla
terminologia locale, anzi traduca là dove sarebbe stato spontaneo conservare
l'originale, come nel caso dell'essere soprannaturale Mala Cosa, o di quel dio della
pioggia Aguar ("agua" in spagnolo significa "acqua!") delle tribù confinanti con il
Nuovo Messico. Eppure, nell'assunzione del contesto altro, egli di certo ne
assimila anche il lessico, sappiamo da lui che è stato costretto a imparare ben sei
di quelle lingue così diverse fra loro. Evidentemente, Cabeza de Vaca sa bene
quanto importante sia il dominio della lingua come strumento di penetrazione.
"Eravamo come muti senza l'aiuto di un interprete", aveva detto a Pánfilo de
Narváez quando questi, all'inizio del viaggio, si disponeva a spingersi verso
l'interno. Ma questo non comporta la perdita della propria lingua. Nonostante la
graduale scomparsa della connotazione culturale di provenienza, la lingua propria
resta comunque la lingua del vincitore, strumento di potere, anche se in realtà la
sua temporanea condizione è quella del vinto. E ciò per due motivi:

a) il cronista, durante la permanenza nella terra altra, ha sempre avuto la


possibilità di comunicare nella propria lingua con i compagni cristiani
sopravvissuti insieme a lui; l'isolamento dai compagni non avrà mai durate
eccessivamente lunghe;

b)non valutare la lingua altra significa non valutare la cultura altra.

Quegli indios che Cabeza de Vaca guarda con sincera simpatia, sempre generosi e
pieni d'ingegno, sono in ogni caso barbari primitivi che vivono allo stato di natura,
uno stato ben diverso da quello utopico del "buon selvaggio" di concezione
rousseauiana. Nella sua valutazione di quel mondo, non c'è spazio per l'utopia. In
questo senso, il messaggio di Cabeza de Vaca è chiaro: conoscere la lingua
significa possedere quantità d'informazione indispensabile per la conquista; per il
resto ci si può intendere a gesti e anche la gestualità, si ha il sospetto, è sempre la
propria.

La lettura dei "Naufragios" risulta spesso faticosa e, malgrado il fascino


dell'incredibile avventura, procede in certi punti in modo stentato a causa della
struttura apparentemente disorganica. A volte, tra un enunciato e l'altro non si
riesce a stabilire una consequenzialità tematica e la sensazione più immediata è
quella di un'enumerazione caotica, non letteraria. Di fatto, la cronaca procede
spesso per associazione d'idee, con una sorta di monologo diretto. Ciò si deve con
probabilità alla distanza che si frappone fra il tempo dell'azione e il tempo della
scrittura. Tra i numerosi esempi ricordiamo l'inciso sulla mancanza di legna, dopo
una digressione su una zona in cui dilaga la piaga delle zanzare. Soltanto più
avanti l'autore riferisce che gli indios ricorrono alla fumigazione - da qui la
necessità di legna - per difendersi da quei fastidiosissimi insetti. Ancora una volta,
il messaggio che qui è diretto a chi, eventualmente, dovesse attraversare quelle
terre dopo di lui, passa attraverso la personale esperienza del cronista, combattuto
tra la molestia della fumigazione e le minacce degli indios che lo costringono con
le percosse ad attizzare di continuo i fuochi. Altre volte, invece, più esplicitamente
indirizza il suo discorso al destinatario, lasciando implicita l'accusa contro i cattivi
modi di conquista. Quando, per esempio, si sofferma sulla descrizione della tattica
di guerra degli indios, di cui esalta il coraggio e l'abilità, non rinuncia a
evidenziare il disprezzo di questi per la "flaqueza" e la "codicia". E' superfluo, a
questo punto, sottolineare l'allusione agli Spagnoli.

Talvolta la giustapposizione caotica degli enunciati contrasta con l'impalcatura


generale della cronaca. Il racconto si svolge con andamento circolare e si chiude
su se stesso, ritornando al punto di partenza, dopo avere esaurito gradualmente la
tensione narrativa. La parte più esterna, che fa da cornice, connota spazialmente la
penisola iberica in apertura e in chiusura. L'esordio vero e proprio è incentrato sul
primo dei molti naufragi; la parte centrale è dedicata all'incredibile esperienza tra
gli indios; il passaggio in terre altre, ma già cristianizzate, prepara sia l'andata, sia
il ritorno. Una nuova ottica caratterizza l'avvicinamento dei naufraghi alle terre
abitate dai cristiani. L'occhio del cronista si è ormai abituato a quei paesaggi, a
quella natura che prima era per lui insolita. Ora che la conosce, può anche
dominarla. Le ultime tribù incontrate sono le più docili, il loro grado di
organizzazione è più elevato. Alcune sono addirittura monoteiste e
l'evangelizzazione è presto fatta: basta chiamare il dio Aguar "Dio", e gli indios
diventeranno ottimi cristiani. Sulle montagne si ha sentore che esistano miniere, le
terre sono fertilissime e, se gli indios le lavoreranno, si potrà garantire il raccolto
per ben tre volte l'anno. A questo punto, l'ottica del cronista è del tutto cambiata,
com'è cambiata ancora una volta la frontiera e, insieme, il meccanismo che fa
procedere la narrazione. Le terre descritte come fertilissime sono, però, deserte e
invase dalla sterpaglia, le case arse, gli abitanti dispersi tra i boschi, sulle
montagne: i cristiani hanno fatto tutt'intorno a loro terra bruciata. Al cambiamento
di paesaggio corrisponde il cambiamento di ostacolo. La libertà sognata per sette
anni, la fine di un'atroce prigionia forzata, non era che un miraggio. Il desiderio di
toccare terra di cristiani, acceso nei quattro naufraghi dalla sola vista di una fibbia
di spada e di un ferro di cavallo appesi al collo di un indio, si spegne di fronte alla
protervia di quei connazionali che hanno depredato le terre degli indios. Essi
rappresentano ora il nuovo ostacolo, i nuovi nemici. Cabeza de Vaca non
risparmia il suo giudizio contro gli Spagnoli predatori che trascinano gli indios in
catene. Questi avventurieri non sanno che l'indio si può sottomettere soltanto con
le buone maniere. Solo se ben trattato si adatterà a lavorare i campi, a rispettare
Dio e il monarca spagnolo vivendo in pace. Se tutto ciò non accadrà, la colpa sarà
soltanto degli Spagnoli.

L'ultima denuncia è affidata a una tempesta che minaccia il ritorno in patria del
cronista. Il possibile naufragio finale apre un discorso che sembra sottintendere,
per la Corona, un rischio analogo a quello che è già stato fatale per la spedizione
di Pánfilo de Narváez. Quest'ipotesi trova una conferma nella comparsa di due
nuovi contesti rappresentati dalla nave corsara francese e dalla flotta portoghese,
che rinviano al rischio d'ingerenza straniera nel Nuovo Mondo e alla possibile
catastrofe cui la flotta spagnola, così precaria, potrebbe andare incontro. Mentre il
naufragio iniziale segnava il passaggio da uno stato di cultura a uno di natura, la
minaccia di quest'ultimo naufragio, su cui si chiude il racconto, si fa monito al
potere centrale spagnolo affinché migliori l'armamento delle flotte e renda più
sicura la navigazione.

La breve relazione dell'eccezionale esperienza dei quattro naufraghi ebbe una


circolazione e una diffusione in Spagna e all'estero senz'altro notevole. Basta
pensare che il Ramusio dava alle stampe in traduzione italiana i "Naufragios" nel
1556 e che, prima della fine del Seicento, l'opera era già tradotta in inglese.
L'aspetto più interessante del testo di Cabeza de Vaca è il suo valore di primizia
letteraria. Il viaggio non vi si configura come viaggio di conquista, ma come
drammatica peripezia di viaggio di sopravvivenza con forti implicazioni nella
perdita della propria identità e nella scoperta di un'identità nuova,
nell'adeguamento allo spazio altro e nella trasgressione dello spazio di
provenienza. I "Naufragios" non rappresentano soltanto il viaggio paradigmatico,
che diverrà addirittura archetipico, ma uno fra i modelli della letteratura di
naufragi con forti esiti nel romanzo inglese del Settecento, nonché uno dei temi
più ossessivamente presenti nella letteratura latino-americana.

Questa relazione stampata nel 1542 si configura, dunque, come prototesto di una
narrativa più moderna e si distacca dalle altre cronache proprio perché
l'eccezionalità della vicenda fa dell'autore-personaggio-eroe un uomo moderno
molto simile ai personaggi di certa narrativa di avventura - la picaresca - che nasce
per l'appunto in Spagna. Se è pur vero che i racconti di viaggi hanno la loro
matrice nell'antichità classica e il loro fascino si rinnova nella riproposta che ne fa
il Rinascimento, non si può tuttavia ignorare il ruolo della scoperta del Nuovo
Mondo nella cultura europea come possibilità in prospettiva di guardarsi dal di
fuori e di confrontarsi. Il problema della conoscenza legato al viaggio si
arricchisce, nell'esperienza di Cabeza de Vaca, con il ritrovamento di un'identità
nuova che mette in discussione quella anteriore. La lotta del naufrago non è più
quella dell'uomo solo contro la natura ostile che non sa penetrare, ma
l'adeguamento a questa natura e a una nuova immagine dell'uomo "naturale", cioè
l'indio. La descrizione dell'incredibile esperienza vissuta e delle cose viste fa del
testo una sorta di autobiografia romanzata, dove l'autore è contemporaneamente
testimone ed eroe.

Se è vero che biografia-ricerca e autobiografia-viaggio, per dirla con Scholes e


Kellogg (16), dominano il sorgere del romanzo, almeno tre di questi elementi sono
presenti in germe in questa breve relazione. Qui, il romanzesco nasce dalla
semplice circostanza reale della duplice odissea di conquistatore e di naufrago. Il
ricorso, poi, all'uso della prima persona, estraneo perlopiù alla storiografia e alla
cronachistica in quanto generi dal vero, ottiene nel racconto di Cabeza de Vaca gli
effetti raggiunti con procedimento opposto nel romanzo d'avventura. Se il fascino
di un Robinson nasce dall'abilità dell'autore, che conferisce verosimiglianza alla
finzione nell'esaltazione dell'"homo faber", nei "Naufragios" è legato
all'eccezionalità e all'imprevedibilità del reale, che operano una sorta di
straniamento in chi vive quell'esperienza. La fabula di questo racconto di vita
vissuta corrisponde all'itinerario. Gli imprevisti di una selvaggia natura ostile, le
traversie, la vita primitiva degli indios, filtrati attraverso lo sguardo sorpreso
dell'autore, conferiscono alla cronaca un'intensa coloritura romanzesca.

Ma di questa vicenda fantastica, quasi incredibile, ciò che più attira è proprio
l'atteggiamento culturale dell'autore, che oppone alle forme canoniche di
colonizzazione spagnola il problema della conoscenza e comprensione del mondo
"altro", e sostituisce all'opposizione cultura-natura quella di cultura vs cultura
altra. Se Garcilaso el Inca sceglie proprio la spedizione di de Soto in Florida, non
lo fa per tessere le lodi di questo saggio conquistatore, ma piuttosto per porre
l'accento su una conquista caratterizzata dalla resistenza degli indios e non dalla
superiorità degli Spagnoli. In tutti questi tentativi di conquista, più che la
maledizione iniziale pesa la condanna sulla barbarie degli Spagnoli, di cui gli
indios non riescono a dimenticare i torti. Si tratta evidentemente di quel rapporto
col mondo "altro", così acutamente messo in rilievo da Cabeza de Vaca, che sta
all'origine degli Ariel, dei Calibán, dei "bons sauvages" e dei Robinson. Un'analisi
rivolta a individuare una probabile fonte di questi personaggi nei "Naufragios",
sarebbe arbitraria e sterile. Importanti appaiono, invece, la metaforizzazione e la
simbologia del naufragio come spia del personale punto di vista di ciascun autore
di fronte al riproporsi del contrasto tra cultura propria e cultura altra.

LUISA PRANZETTI
Note.

1. Confronta a questo proposito P. Chaunu. "La conquista e l'esplorazione di nuovi


mondi, sedicesimo secolo", Mursia, Milano 1977.
2. Ivi, pagine 112 -24.
3. Nel 1518 Cortés riceve le istruzioni da Diego Velázquez, allora Governatore di
Cuba, per andare a esplorare le nuove terre. Il 14 novembre del 1519 Montezuma
è già suo prigioniero.
4. Insieme a Francisco Pizarro e a Diego Almagro, un ruolo importante occupa
Ferdinando de Luque, finanziatore dell'impresa. Con le capitolazioni di Toledo del
1529 il monarca spagnolo nomina capitano generale, "adelantado" e governatore
del Perú Pizarro e Almagro governatore di Túmbez. Gli spagnoli entrano a Cuzco
nel 1533, nello stesso anno Atahualpa viene giustiziato. Nel gennaio dei 1535
Pizarro, che ormai domina la situazione, trasferisce la capitale a Ciudad de los
Reyes (Lima).
5. Confronta T. Todorov, "Cortés y Montezuma: de la comunicación", in "Vuelta",
numero 33, agosto 1979, pagine 20-25. In questo articolo Todorov anticipa alcune
delle idee che svilupperà ne "La conquista dell'America", Einaudi, Torino 1984,
apparso in francese due anni dopo la pubblicazione di questo mio saggio (La
Rosa, Torino 1980).
6. Una volta infranta questa fragile illusione di divinità di fronte agli indios, gli
Spagnoli non esitano e strumentalizzarla creando una nuova illusione, questa volta
a uso e consumo della Spagna. Nessuno infatti avrebbe potuto credere, nel
continente europeo, a una sottomissione dei popoli indios al re di Spagna quale
vicario di un dio indigeno. Se si fosse invece potuto sostenere che la mente cieca
di quei barbari aveva confuso nell'antichità un uomo con un dio, bastava
identificare le Antille con le Esperidi perché il gioco fosse fatto: Espero, il mitico
re di Spagna, avrebbe garantito a Carlo Quinto un impero con successione per
ereditarietà preferibile a una bolla papale.
7. H. Cortés, "La conquista del Messico", De Agostini, Novara 1961.
8. Confronta N. Wachtel, "La visione dei vinti", Einaudi, Torino 1977.
9. Titu Cusi Yupanqui, "Relación de como los españoles entraron en el Perú y el
suceso que tuvo Manco Inga en el tiempo que entre ellos vivió" (1570). Confronta
la traduzione italiana di questo testo in M. Léon Portilla, "Il rovescio della
Conquista", Adelphi, Milano 1974, pagine 169-63.
10. Confronta a questo proposito A. Seppilli, "La memoria e l'assenza", Cappelli,
Bologna 1979.
11. Confronta Wachtel, "La visione dei vinti" cit.
12. Ivi.
13. Traduco da Garcilaso el Inca, "La Florida del Inca", Fondo de Cultura
Económica, México 1956.
14. Alvar Núñez Cabeza de Vaca ritorna in territorio messicano (Nuova Spagna)
nel 1536. Dopo tre anni di soggiorno in Spagna, dove si era recato nel 1537,
riparte per l'America come "Adelantado" del Rio de la Plata per soccorrere i
superstiti della sfortunata spedizione di Pedro de Mendoza, autore della prima
fondazione di Buenos Aires. Invece di raggiungere direttamente Asunción in
Paraguay, sbarca sulle coste del Brasile; da quel momento in poi lo attenderanno
vicissitudini inenarrabili, compreso l'arresto ad opera degli spagnoli nel 1544 e il
rientro forzato in Spagna.
15. Vedi "I conquistatori: meccanismi di una conquista", Mursia, Milano 1974.
16. Vedi "La natura della narrativa", Il Mulino, Bologna 1970.

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