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AMBIENTE COME DIRITTO FONDAMENTALE DELL’UOMO

La presente indagine intende stabilire se il diritto all’ambiente, ed in particolare il diritto


all’ambiente salubre, sia un diritto da annoverare tra i diritti fondamentali dell’uomo. Sino ad ora, il
richiamo a tale diritto in termini di diritto fondamentale dell’uomo è stato per la maggior parte di
tipo indiretto ed indicato, nei vari trattati internazionali, soltanto in relazione ad altri diritti
fondamentali dell’uomo. A tutt’oggi, l’ONU non si è ancora pronunciata a tal proposito, nonostante
sia stata sollecitata, negli ultimi tempi, da più voci, in tal senso.
Nel 1945, anno in cui fu istituita definitivamente l'Onu, furono gettate le basi del diritto
internazionale del dopoguerra. Ma tale organo non si occupò inizialmente di tutela ambientale,
poiché all'epoca prevaleva il principio della sovranità degli Stati sugli spazi terrestri, aerei e
marittimi di loro competenza1: per le aree situate al di fuori delle giurisdizioni nazionali, vigeva la
libertà di utilizzazione e di sfruttamento degli spazi comuni, senza osservare particolari
comportamenti atti a non inquinare e, quindi, a proteggere l’ambiente.
Negli anni Sessanta erano apparsi svariati libri che denunciavano la necessità di contenere
l'aumento demografico mondiale. Con l'esplosione dell'attenzione per l'ambiente alla fine degli anni
Sessanta, si moltiplicarono le conferenze delle Nazioni Unite e le commissioni della Comunità (ora
Unione) Europea sui temi ambientali: i dibattiti riguardavano l'armonizzazione delle politiche e
delle norme dei vari paesi non tanto a fini prettamente ambientalisti, ma piuttosto per evitare
distorsioni della concorrenza commerciale e migliorare un sistema economico che tenesse in
considerazione anche le istanze ambientaliste2.
Il primo riconoscimento del diritto all’ambiente è contenuto nell'art. 45 della Costituzione spagnola
del 1978, che recita: "Todos tienen el derecho a disfrutar de un medio ambiente adecuado para el
desarrollo de la persona, así como el deber de conservarlo. Los poderes públicos velarán por la
utilización racional de todos los recursos naturales, con el fin de proteger y mejorar la calidad de
la vida y defender y restaurar el medio ambiente, apoyándose en la indispensable solidaridad
colectiva. Para quienes violen lo dispuesto en el apartado anterior, en los términos que la ley fije
se establecerán sanciones penales o, en su caso, administrativas, así como la obligación de reparar
el daño causado"3.
Tale articolo è molto importante, in quanto per primo introduce la tutela dell'ambiente all'interno di
una Costituzione, concedendo il diritto a ogni persona di poterlo utilizzare e, specularmente
l'obbligo, di preservarlo4. Successivamente, altri Stati imitarono il modello spagnolo.
Come vediamo, si tratta semplicemente del riconoscimento di un diritto indirettamente collegato ad
altri diritti, quali l’esplicazione della personalità di ogni individuo.

1 Marchisio, S., L'ONU. Il diritto delle Nazioni Unite, Bologna, 2012, pp. 11 e ss.
2 Cordini G., Fois P., Diritto ambientale. Profili internazionali europei e comparati, Torino, 2017, pp. 20 e ss.
3 Trad. “Tutti hanno il diritto di sfruttare l’ambiente per lo sviluppo della persona, così come il dovere di conservarlo.
I poteri pubblici vigileranno per l’utilizzo razionale di tutte le risorse naturali, al fine di proteggere e migliorare la
qualità della vita e difendere e restaurare l’ambiente, appoggiandosi all’indispensabile solidarietà collettiva. Le
autorità pubbliche garantiranno l'uso razionale di tutte le risorse naturali, al fine di proteggere e migliorare la qualità
della vita, difendere e ripristinare l'ambiente, facendo affidamento sull'indispensabile solidarietà collettiva. Per coloro
che violano le disposizioni della sezione precedente, nei termini stabiliti dalla legge, saranno stabilite sanzioni penali
o, se del caso, amministrative, nonché l'obbligo di riparare il danno causato”.
4 Dell'Anno, Picozza, , Trattato di diritto dell'ambiente, vol. I, Principi generali, Padova, 2012 pp. 118 e ss. Cordini et
al., cit., pp. 58 e ss.
Tuttavia, tale previsione così incisiva all'interno di una Costituzione, era il primo timido abbozzo
del riconoscimento dell’importanza di uno spazio vitale per il raggiungimento dello sviluppo
umano. Ciò fu possibile a seguito della maggiore sensibilità sviluppatasi con la Dichiarazione di
Stoccolma del 1972. Da allora, cominciarono peraltro a proliferare le conferenze multilaterali per
risolvere problemi ambientali di interesse globale che richiedessero cooperazione transfrontaliera o
sforzi coordinati da parte della comunità internazionale.
La seconda Conferenza Onu del 1992, svoltasi a Rio de Janeiro ed intitolata Ambiente e sviluppo,
contribuì a costruire una serie di azioni politiche volte a mettere in atto concretamente il principio
dello sviluppo sostenibile, come inteso dal Rapporto Bruntland 5. Tema centrale della Conferenza, fu
il cambiamento climatico: nell’occasione, fu redatta la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite
sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change,
UNFCCC)6, sottoscritta da 154 nazioni. L'obiettivo, seppur non vincolante, diventò quello di ridurre
le concentrazioni atmosferiche dei gas serra per "prevenire interferenze antropogeniche pericolose
con il sistema climatico terrestre". Tale obbligo era rivolto principalmente ai Paesi industrializzati,
che dovevano riportare, entro il 2000, i valori dei gas serra al 5% in meno rispetto ai valori del
1990: poichè i Paesi firmatari hanno tassi di sviluppo industriale molto diversi tra loro, si stabilì che
le responsabilità sono comuni, ma differenziate, con maggiori oneri per i Paesi più sviluppati
(essendo anche i maggiori inquinatori), così come indicato nell'Allegato I dell'UNFCCC.
Dal 1994, data di entrata in vigore della Convenzione, le parti si sono riunite annualmente nella
Conferenza delle Parti (COP) per monitorare i progressi del programma della Conferenza UNFCCC
e per stabilire azioni giuridicamente vincolanti sempre più adatte allo stato dell'arte.
A Rio de Janeiro, i Paesi partecipanti hanno provveduto a stilare un documento molto importante,
l'Agenda 217, che enuncia 27 principi suddivisi in 40 capitoli, al fine di organizzare una
pianificazione completa delle azioni governative di tutto il mondo per conseguire i risultati cui le
Parti aspirano.
Il programma d'azione è suddiviso in 4 aree:
1 settore sociale ed economico, che si occupa di povertà, sanità, ambiente, aspetti demografici
e produzione;
2 settore della conservazione e della gestione delle risorse (atmosfera, foreste, deserti,
montagne, acqua) e dei prodotti chimici e altri rifiuti;
3 settore sul rafforzamento del ruolo dei gruppi più significativi, quali donne, giovani, anziani,
ONG, agricoltori, sindacati, settori produttivi e comunità scientifica;
4 settore dei mezzi di esecuzione del programma, che include gli strumenti scientifici, la
formazione, l’informazione, la cooperazione internazionale, il parternariato, gli strumenti
giuridici e finanziari.
L'Agenda 21 conia linee-guida e concetti nuovi ed utilissimi che, tutti insieme, danno indicazioni su
come svolgere questa grande opera di salvataggio della natura a livello globale.

5 Romano C., La prima conferenza delle Parti della convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento
climatico, da Rio a Kyoto via Berlino, in Riv. giur. ambiente 1996,1, pp. 163 e ss.

6 Dell'Anno, Picozza, cit., pp. 54 e ss.


7 La cifra 21 che fa da attributo alla parola Agenda si riferisce al XXI secolo, in quanto temi prioritari di questo
programma sono le sfide climatico-ambientali e socioeconomiche del Terzo Millennio.
Nel 2000, seguì la Carta di Nizza (anche denominata Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione,
CDFUE), poi modificata a Strasburgo nel 2007. La Carta inizialmente si presentava ad adesione
libera, ma con la sua integrazione nel Trattato di Roma del 2004 e nel Trattato di Lisbona del 2007,
fu riconosciuta parte del diritto vincolante dell’Unione Europea.
In particolare, con l'art. 37, la Carta di Nizza assegnò al bene ambiente autonoma dignità di valore
meritevole di tutela: "un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità
devono essere integrati nelle politiche dell’Unione e garantiti conformemente al principio dello
sviluppo sostenibile".
Essendo il diritto internazionale dell’ambiente una branca del diritto internazionale, esso si
caratterizza per condividerne gli stessi principi ispiratori. Tra quelli precipui relativi all’ambiente,
troviamo il divieto di inquinamento transfrontaliero, il principio precauzionale, ed il principio “chi
inquina paga”.
Ricordiamo brevemente le fonti del diritto internazionale, che il diritto internazionale dell’ambiente
condivide. Esse si suddividono in primarie e secondarie. Al primo livello, relativo alle fonti
primarie, troviamo le consuetudini, che valgono erga omnes e senza necessità di uno specifico
recepimento da parte degli Stati, ma è immediatamente vincolante. Le fonti del diritto
internazionale secondarie sono i trattati, le convenzioni, i protocolli e sono tutti vincolanti. Di solito
vengono emanati dall'ONU, ai quali gli Stati singoli e l'Unione europea possono aderire o meno.
Le fonti primarie e secondarie vengono definite anche Hard Law, poiché sono norme cogenti, ma le
norme internazionali secondarie, per tradursi in diritto cogente all’interno degli Stati, devono
trasformarsi in norme di diritto interno, attraverso la formula del recepimento. Le convenzioni e i
trattati creano effetti vincolanti solo tra le parti contraenti che aderiscono all’accordo e solo quando
un certo numero richiesto di Stati le ratifica e ne recepisce il contenuto.
Esiste poi una parte definita di Soft Law, costituita da proposizioni non vincolanti, ma con un alto
valore morale per gli Stati: essa include le dichiarazioni di principio, le risoluzioni, le
raccomandazioni e le carte mondiali. Dunque, le norme di Soft Law valgono spesso più come
criterio orientativo che come regola di condotta cogente.
La nascita del corpus normativo proprio del diritto internazionale dell’ambiente  deriva dalla
sottoscrizione di una serie di trattati in materia di gestione delle risorse naturali transfrontaliere,
adottati tra il XIX° e il XX°, soprattutto in materia di acque internazionali 8 ed accompagnati da
alcuni procedimenti arbitrali per cause internazionali relative a danni ambientali. E’ in tale periodo
che emersero così alcuni principi fondanti, quali il divieto di inquinamento transfrontaliero,
inspirato al principio di diritto classico “sic tuo utere ut altero non laedas”9. I trattati dell’epoca
tutelavano principalmente l’autonomia degli Stati, senza la pretesa di risolvere questioni di natura
prettamente ambientale.
I trattati più recenti (prettamente multilaterali) creano strutture di supporto per la cooperazione
internazionale ed apparati burocratici (come la conferenza delle parti) che consentono la
discussione, lo scambio di informazioni ed il monitoraggio dei problemi ambientali, unitamente ad
una serie di procedure di “sorveglianza” collettiva per il controllo sull’adempimento degli obblighi.

8 Cfr. Boisson de Chazournes, L., Environmental treaties in time, in Environmental Policy and Law, 2009, 39, 293 ss..
9 Fra le fonti del diritto internazionale dell’ambiente, le norme consuetudinarie hanno svolto un ruolo storico
importante nella sua evoluzione soprattutto in materia di inquinamento transfrontaliero e nella risoluzione di alcune
importanti controversie da parte dei tribunali internazionali (cfr. Bodansky, D.-Brunnée, J.-Hey, E., a cura di, The
Oxford handbook of international environmental law, Oxford, 2008, pp. 449 e ss.).
Più che essere volti a sviluppare procedure contenziose per eventuali inadempimenti, tali trattati si
concentrano per la maggior parte ad eliminare le cause alla radice della questione ambientale.
Ma se il principio dello sviluppo sostenibile è diventato un caposaldo del diritto internazionale
dell’ambiente moderno, non è lo stesso per ciò che concerne il diritto all’ambiente. Lo sviluppo
sostenibile costituisce infatti la base di tutta la produzione legislativa di Soft Law relativa al diritto
internazionale dell’ambiente ed, in particolare, alla base dei 17 obiettivi adottati dall’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite nel 201510.
Le conferenze delle parti (COP), fissate annualmente, secondo la dottrina preponderante
funzionano come organo deliberativo collettivo ed i punti delineati nel corso delle conferenze non
hanno un carattere giuridicamente vincolante, ma fungono da produzione quasi-normativa, poiché
riempiono di contenuto i principi aperti tracciati dai trattati in materia ambientale, prescrivendo
regole dettagliate che i paesi membri sono tenuti ad osservare nell’adempimento dei loro
obblighi. Per questo motivo, i recenti trattati multilaterali sono strumenti viventi, i cui principi
vanno di volta in volta interpretati alla luce delle nuove conoscenze scientifiche11.
Infine, il diritto internazionale dell’ambiente si caratterizza anche per il ruolo particolarmente
prominente di alcuni attori non-statali, come le ONG, le quali, sebbene non siano soggetti di diritto
internazionale pubblico, giocano però un ruolo di fondamentale importanza in tale settore.
A cominciare dal 2004, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emanato una serie di sentenze
innovative in materia di protezione degli interessi ambientali, ma sempre in connessione con la
violazione di altri diritti. Nel 2018, la Corte internazionale di giustizia (organo giudiziario
principale ONU) ha emanato per la prima volta una sentenza di condanna alla riparazione del danno
ambientale transfrontaliero, in seguito alla violazione della sovranità territoriale del Costa Rica da
parte del Nicaragua. Negli ultimi anni si sono susseguite numerose istanze presso i tribunali
internazionali, i quali sono stati chiamati a decidere controversie di rilevanza ambientale, ma in
concomitanza con la violazione di altri diritti (umani, o economici) ed in via incidentale. Grazie alla
giurisprudenza internazionale, il diritto internazionale dell’ambiente si è finalmente affermato come
nuovo campo di indagine autonoma e sistematica.
Se lo sviluppo sostenibile è alla base di tutta la recente produzione legislativa internazionale in
materia ambientale, il diritto all'ambiente salubre è invece visto implicitamente come indiretto
diritto dell'uomo alla propria salute ed all’esplicazione della propria personalità e pertanto è
necessario statuirne la collocazione e il valore gerarchico all’interno delle fonti del diritto
internazionale ambientale, quanto all’interno della classificazione come diritto umano
fondamentale, non avendo ancora in tal senso una dignità propria. La mancata designazione del
ruolo di tale principio influisce infatti sulla possibilità di garantirne un adeguato rispetto. Inoltre, va
esso considerato un diritto indirettamente azionabile o ha una sua propria autonomia e valenza,
garantito da leggi certe, capaci di tutelare il cittadino offeso?
La situazione attuale non permette pertanto di considerare tale diritto un diritto autonomo e
direttamente azionabile.
Il primo riconoscimento del legame tra l’ambiente ed i diritti umani si è avuto nel 1972 a
Stoccolma, in quanto l’art. 1 della Dichiarazione cita: “L’uomo ha un diritto fondamentale alla

10 Sustainable Development Goals, SDGs: www.un.org Il programma politico d’azione globale da perseguire entro il
2030 si concentra su questioni chiave quali la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento
climatico.
11 Brown Weiss, E., The rise or the fall of international law, in Fordham Law. Review, 2000, 69, 345 e ss, p. 352.
libertà, all’uguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che gli consenta di
vivere nella dignità e nel benessere. Egli ha il dovere solenne di proteggere e migliorare l’ambiente
a favore delle generazioni presenti e future”.
Un esplicito riferimento al diritto ad un ambiente sano è reperibile peraltro nell’art. 24
della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’infanzia (1989) che, garantendo il diritto alla
salute, considera anche i rischi dovuti all’inquinamento.
L’art. 29 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, invece,
attribuisce inequivocabilmente il diritto alla conservazione e protezione dell’ambiente e della
capacità produttiva delle loro terre o territori e risorse. Ma non si può estendere la valenza di
tale protezione ad altri territori che non siano di appartenenza di popoli indigeni. Anche la Corte
Interamericana dei diritti dell’uomo ha avuto il medesimo approccio garantendo il diritto dei popoli
indigeni all’integrità della propria terra ancestrale, indicando l’ambiente come bene autonomo,
strettamente legato alla cultura, alla vita spirituale, nonché all’economia ed alla sussistenza dei
popoli indigeni.
Il sistema europeo, basato sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ha contribuito poco allo
sviluppo della tutela dell’ambiente. Il collegamento tra ambiente e diritti umani è stato riconosciuto
soltanto in presenza di un nesso causale con il diritto alla vita e all’integrità personale, alla famiglia
o all’abitazione.
Incorporare il diritto all’ambiente nel sistema di tutela dei diritti umani in via autonoma
rappresenterebbe già di per sè un risultato importante. Ma, a tal fine, è necessaria una dichiarazione
esplicita, come richiesto dal relatore speciale David Boyd il 5 marzo 2019 davanti
alla Commissione ONU dei Diritti Umani, il quale ritiene che ormai è giunto il momento per il
riconoscimento di un autonomo diritto dell’uomo a un ambiente salubre, con una espressa
risoluzione ONU che, pur non essendo giuridicamente vincolante, costituirebbe una forte pressione
politica per tutti gli Stati. Boyd ha rimarcato l’enorme perdita di biodiversità, sottolineando che “gli
esseri umani stanno causando la sesta estinzione di massa” e precisando che nemmeno i rischi
legati all’inquinamento sono ripartiti in maniera equa, poiché le fasce deboli (quali anziani e
bambini, ma anche le comunità autoctone) si presentano più vulnerabili nei confronti, in primis,
dell’inquinamento e sostenendo che non vi sia dubbio sul fatto che il diritto all’aria pura sia un
diritto fondamentale dell’essere umano (ma anche delle altre specie). Secondo l’esperto, l’ONU
avrebbe lasciato una lacuna pericolosa in tal senso. Nel suo rapporto, Boyd ha ricordato l’utilizzo
indispensabile delle buone pratiche (compreso il divieto assoluto di costruire nuove centrali
elettriche a energia fossile) che, spesso, vengono intenzionalmente trascurate a favore altri interessi
di natura prevalentemente economica.
Nel frattempo, anche se l’ONU non si è ancora espressa sull’argomento, sono numerosi gli Stati che
hanno riconosciuto legalmente il diritto ad un ambiente sano.
Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, rappresentante dell’Unione Europea alla
conferenza dell'ONU sul clima COP 25 svoltasi a Madrid nel 201912, insieme alla presidente della

12 La Conferenza, precedentemente prevista nella città di Santiago del Cile nel dicembre 2019, fu spostata a Madrid in
seguito ad una sommossa del popolo cileno nelle more del summit. Nel 2019, alcuni milioni di cittadini sono scesi nelle
piazze di tutto il mondo per chiedere ai governi risposte forti e immediate per l’emergenza climatica e per l’ingiustizia
sociale che vivono quotidianamente, poiché tale crisi rischia di compromettere il futuro dei più giovani. Mobilitazioni e
proteste hanno paralizzato soprattutto il Cile, dove era prevista la Conferenza, spingendo il Governo cileno a chiederne
lo spostamento. Grazie alla disponibilità del governo spagnolo, la COP25 si tenne infine a Madrid, dimostrandosi un
importante banco di prova per una prima concreta risposta dei Governi alla mobilitazione popolare e al crescente
Commissione europea Ursula von der Leyen, ha sostenuto che uno sviluppo sano non si pone in
contrasto con un clima e un ambiente sano.
L’Emissions Gap Report, pubblicato da UN-Environment pochi giorni prima dell’inizio della
COP25, evidenziò l’urgenza di ridurre più velocemente le emissioni nei prossimi dieci anni per
poter contenere il surriscaldamento del Pianeta entro la soglia critica di 1,5°C. Per centrare questo
obiettivo, i Governi (secondo il rapporto) devono aumentare di almeno cinque volte gli attuali
impegni fissati al 2030. In Europa, ad esempio, negli ultimi cinque anni, le emissioni sono
diminuite appena dello 0,25% annuo13. Il rapporto lo ritiene un impegno ambizioso, ma possibile,
soprattutto nei paesi del G20, responsabili di circa l’80% delle attuali emissioni globali.
La questione più spinosa che si è presentata all’ultima Conferenza delle Parti riguarda peraltro il
ricorso ai meccanismi di mercato flessibili previsti dall’Accordo di Parigi.
E’ emerso inoltre che, per quanto concerne la revisione del sistema di aiuti (Warsaw International
Mechanism for Loss and Damage, WIM), le comunità dei Paesi poveri colpite dai disastri climatici
necessitano di un impegno chiaro e la disponibilità di denaro entro il 2022 per affrontare una rapida
ricostruzione e una ripresa economica, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi
climatici. Devono essere disposte altre risorse aggiuntive per attivare le azioni di mitigazione ed
adattamento ai cambiamenti climatici, privilegiando le sovvenzioni rispetto al diffuso ricorso ai
prestiti. Il meccanismo WIM tratta appunto dei trasferimenti di denaro che il Nord del mondo dovrà
garantire ai Paesi più poveri, che erano già stati promessi a Copenaghen nel 2009.
La conferenza di Madrid si chiuse senza grandi accordi, ma soltanto alcuni rinvii, a causa della
grande distanza tra governi, società civile e scienza. Le regole sul nuovo meccanismo di scambio
quote sono state rimandate alla prossima sessione che si svolgerà dall’1 al 12 novembre 2021 a
Glasgow14, auspicando la collaborazione delle amministrazioni cinesi e USA: nel 2019, molti
governi (fra cui Brasile, Australia, Giappone e India) hanno ostacolato fortemente i negoziati, non
essendo pronti a proporre nuovi NDC15. Alla COP25 è stato però approvato il Piano per l’azione di
genere (Gender action plan, GAP), programma volontario dedicato alla promozione dei diritti delle
donne e della loro rappresentazione e partecipazione nelle politiche climatiche, nonostante fosse
stata rimossa la tutela dei diritti umani nel testo della bozza approvata alla precedente COP24 di
Katowice.
Le associazioni e le ONG hanno chiesto di rendere vincolante il rispetto dei diritti umani in
numerosi aspetti trattati dall’Accordo di Parigi. E’ stato inoltre raggiunto l’accordo per accedere
direttamente al Green Climate Fund per poter ottenere i fondi necessari alle iniziative correlate.
Alla COP 26 del 2021 parteciperanno oltre 25 esperti, assistendone la Presidenza. Il presidente della
COP26 e ministro del Regno Unito per il Business, energia e strategia industriale, Alok Sharma, ha
dichiarato: “Nonostante siamo concentrati nel combattere la crisi del coronavirus, non dobbiamo
perdere di vista la grande sfida del cambiamento climatico. Ora che abbiamo stabilito le nuove
date per la COP26 possiamo lavorare con i nostri partner internazionali nella ambiziosa roadmap
di azione globale per il clima da qui al novembre 2021. I passi che stiamo prendendo per

allarme del mondo scientifico.

13 Agenzia Europea dell’Ambiente AEA.


14 I presidenti di turno al G/ e al G20 del prossimo anno spetteranno rispettivamente al governo britannico e a quello
italiano.
15 Cina e India attualmente sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni mondiali di CO2.
ricostruire le nostre economie avranno un profondo impatto sulla sostenibilità, la resilienza e il
benessere delle nostre future società e la COP26 può essere un’occasione in cui il mondo si unisce
in nome di una ripresa pulita e resiliente”. La segretaria esecutiva dell'UNFCCC, Patricia
Espinosa, ha aggiunto che gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico e il Covid 19 non si
escludono a vicenda16.
Ma, volendo approfondire la differenza tra sviluppo sostenibile e diritto all’ambiente, appare chiaro
quanto il primo concetto sia soltanto un paravento per giustificare uno sviluppo economico
capitalistico (al quale siamo così tanto abituati) compatibilmente con le risorse naturali disponibili.
Il diritto all’ambiente esula invece da una connotazione capitalistica e si connota come diritto
assoluto di per sé e, pertanto, va riconosciuto autonomamente in quanto tale, svincolandolo da altri
parametri quali la giustizia ambientale, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto ad una vita
dignitosa e quant’altro possa intorbidirne il significato nella sua più pura accezione; e non soltanto
nel rispetto dell’esplicazione della personalità umana, quanto nel riconoscimento di un rispetto vero
e proprio per la biodiversità (il cui equilibrio permette all’umanità di sopravvivere).
E’ soltanto questo il significato di “diritto all’ambiente”, diritto dell’ambiente stesso e di tutti gli
esseri viventi, un equilibrio tra l’uomo e le altre specie che consente la vita su questo pianeta.
Equilibrio che nulla ha a che fare con l’equilibrio tra sviluppo economico e risorse naturali valutate
in termini lucrativi.
Finchè si tenderanno a confondere i due aspetti (sviluppo sostenibile e diritto all’ambiente) non si
potrà mai comprendere il valore assoluto del diritto in questione. Si parla infatti del consumo
planetario di risorse in termini economici e di “tempi di rigenerazione della natura”, cronicamente
trascurando l’aspetto relativo all’equilibrio di cui l’uomo, sino ad ora, ha potuto godere grazie a ciò
che lo circonda.
Si considera continuamente il numero di esemplari viventi di una certa specie, oppure si tratta
l’ambiente come un settore a cui è possibile applicare dei correttivi parziali al fine, ad esempio, di
limitare la povertà nel mondo, fino ad arrivare a parlare del tema in termini di “crisi ecologica”,
come fosse un paradigma economico da migliorare con soluzioni temporanee e del tutto irrispettose
e scevre da considerazioni relative all’equilibrio della natura vero e proprio.
Al di là del fatto che il diritto all’ambiente non ha a che fare unicamente con la specie umana, ma
riguarda piuttosto tutte le specie viventi, animali e vegetali, la classificazione del diritto
all’ambiente non è assimilabile ad altri diritti umani quali quelli contro il genocidio o la tortura, o i
diritti dei bambini (in quanto riguardano tutti azioni umane contro altri esseri umani, o situazioni
sociali che comportano distorsioni dei paradigmi di convivenza e violenze, sempre di provenienza
umana). Pertanto, il diritto all’ambiente salubre si configurerebbe piuttosto come un diritto assoluto
di ogni forma di vita a coesistere in uno spazio in equilibrio. Conseguentemente, il diritto
all’ambiente è, in primis, un diritto assoluto della natura e, soltanto in seconda istanza, anche un
diritto assoluto della specie umana nel contesto in cui vive. In termini di diritti fondamentali, si
tratta di un diritto all’ecosistema, e non soltanto all’ambiente.

16 https://www.minambiente.it/pagina/verso-la-cop26-conferenza-preparatoria-ed-evento-giovani-youth4climate-
driving-ambition

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