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Alma Poloni

Banchieri del re
La monarchia angioina e le compagnie toscane
da Carlo I a Roberto I

Gli anni di regno di Roberto I d’Angiò (1309-1343) si caratte-


rizzano fortemente per la posizione di assoluto privilegio occu-
pata da tre compagnie fiorentine : i Peruzzi, i Bardi e gli Acciai-
uoli1. Le tre società svolgevano in regime di oligopolio tutti o quasi
i servizi bancari richiesti dalla monarchia : deposito degli introiti
delle imposte dirette e indirette raccolte sul territorio dalla rete di
ufficiali periferici e appaltatori delle gabelle, e loro trasmissione
alla camera reale, trasferimento di fondi all’interno e all’esterno del
Regno e naturalmente un’ingente attività di prestito necessaria per
sostenere le spese ordinarie e straordinarie del re, dei suoi familiari
e della sua corte. Il ruolo delle tre aziende era talmente centrale
che in un certo senso si può dire che in questa fase esse facessero
parte a pieno titolo delle strutture dell’amministrazione finanziaria
del Regno.
Questo particolare sistema di gestione delle finanze regie,
fondato sul rapporto praticamente esclusivo del sovrano con un
numero molto ridotto di compagnie – i « banchieri del re » – e,
come si vedrà, su una forte integrazione dei servizi di deposito e
prestito, non è affatto tipico di tutta l’età angioina. Esso non fu
utilizzato da Carlo  I e fu di fatto abbandonato dopo la morte di
Roberto I. Esso caratterizzò quindi poco più di un cinquantennio
tra la fine del Duecento e gli anni ’40 del Trecento.
Il sistema dei « banchieri del re », per il regno angioino, ci è
noto soprattutto attraverso il lavoro di Georges Yver, tuttora
imprescindibile2. Lo studioso francese descrive efficacemente il

1 Il riferimento bibliografico principale rimane G.  Yver, Le commerce et le


marchands dans L’Italie méridionale au XIIIe et au XIVe  siècle, New York, 1968
(ed. orig. 1903). Per una rilettura più recente G. Petralia, I Toscani nel Mezzogiorno
medievale : genesi ed evoluzione trecentesca di una relazione di lungo periodo, in La
Toscana nel secolo XIV. Atti del Convegno, San Miniato, 1986, Pisa, 1988, p. 287-336.
2 Cfr. supra, nota n. 1.
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funzionamento del sistema al tempo di Roberto I, ma non si preoc-


cupa di chiarire il momento preciso nel quale questo particolare
modello di rapporti tra il sovrano e i mercanti si affermò, né quale
fosse esattamente la sua funzionalità rispetto a forme diverse
di relazione tra la monarchia e gli operatori economici toscani.
Inoltre, egli si concentra esclusivamente sull’ambito angioino e
ciò gli impedisce di cogliere un aspetto che invece, a mio parere,
è centrale : il sistema dei banchieri del re fu adottato in pratica
contemporaneamente, nel giro di pochissimi anni, da tutti i prin-
cipali poteri monarchici europei, ovvero, oltre che dagli Angiò, dal
papato, dal re d’Inghilterra e da quello di Francia. Un punto di
vista comparativo può forse aiutare a inquadrare meglio le carat-
teristiche distintive del fenomeno e i suoi rapporti con l’evoluzione
del commercio e della finanza internazionali nei decenni a cavallo
tra Due e Trecento.

L’affermazione del sistema


Nella fase della conquista militare del Regno i rapporti tra
Carlo I d’Angiò e i mercanti furono in gran parte mediati dal papa.
Clemente IV prese in prestito dai suoi banchieri di fiducia, i Bonsi-
gnori di Siena, e da altre compagnie toscane più di 200.000 lire
tornesi, impegnando per la restituzione i proventi della decima
triennale imposta, allo scopo di finanziare l’impresa angioina, nel
regno di Francia e nella contea di Provenza3. Dopo la stabilizza-
zione del suo potere Carlo I continuò a servirsi con frequenza dei
mercanti, in particolare toscani, per soddisfare le proprie esigenze
di credito. Tra il 1268 e il 1270 il re si rivolse a diversi operatori,
senza che emerga una preferenza specifica per una o più società.
Tra i creditori del sovrano compaiono in questi due anni le compa-
gnie lucchesi dei Battosi, dei Ricciardi e dei Mordecastelli4, le

3 Les registres de Clément IV (1265-1268), ed.  E.  Jordan, Parigi, 1893-1945,

n.  1460, 1461,1464, 1465, 1469, 1497.  Per queste vicende G.  Martini, La poli-
tica finanziaria dei papi in Francia intorno alla metà del secolo XIII, in Atti della
Accademia nazionale dei Lincei. Memorie. Classe di Scienze morali, storiche e filolo-
giche, ser. VIII, 3, 1950, p. 3-83, in particolare p. 62 e s.
4 Documenti delle relazioni tra Carlo  I d’Angiò e la Toscana, ed.  S.  Terlizzi,

Firenze, 1949, n.  39.  Si tenga presente comunque che l’uso di queste denomi-
nazioni, in riferimento alle compagnie, è in buona parte arbitrario, perché
ancora negli anni ’60 e persino negli anni ’70 del Duecento le società non sono
indicate nei documenti con una ragione sociale, ma solo attraverso un elenco
di soci.  Oltre a rappresentanti delle aziende Battosi, Ricciardi e Mordecastelli
in questo documento sono citati altri mercanti lucchesi, Pietro Faitinelli,
« Macatione Marsilii » e Federico Callianelli, ma non saprei dire al momento per
quali compagnie operassero.
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compagnie senesi dei Bonsignori5 e dei Salimbeni6, le compagnie


fiorentine dei Migliorati-Dominici7 e dei della Scala8, un gruppo di
mercatores di Arezzo9.
Un elemento nuovo sembra delinearsi nei primi anni ’70. Tra
il 1270 e il 1275 il denaro necessario per il pagamento dell’one-
roso censo che Carlo I si era impegnato a versare ogni anno alla
Santa Sede fu regolarmente anticipato dai Bonsignori10. Il cambia-
mento, tuttavia, è solo apparente : il ricorso all’azienda senese per
adempiere agli impegni presi con il papa non comportò l’istitu-
zione di una relazione privilegiata analoga a quella che Roberto I
avrebbe poi intrattenuto con le tre società fiorentine. Ciò emerge
con una certa chiarezza dal bilancio riassuntivo dei rapporti tra
Carlo I e i Bonsignori per l’anno 127011. La compagnia aveva rice-
vuto in totale 14.060 once d’oro. Gran parte del denaro era stato
versato dal comune di Pisa, come stabilito nell’ambito degli accordi
di pace tra la città toscana e Carlo I. Il re aveva voluto che il contri-
buto dei pisani fosse assegnato ai Bonsignori per il pagamento del
censo12. A questo stesso scopo altre 1.000 once erano state versate
ai senesi direttamente dalla camera reale. Tra il giugno del 1270 e
il febbraio del 1271 la società aveva sborsato 14.664 once d’oro. Di
queste, 8.000 costituivano le due rate del censo. Altre somme erano
state anticipate per pagamenti straordinari effettuati per conto
del sovrano. É evidente, in ogni caso, che il rapporto tra Carlo e
i senesi era incentrato sulla questione del censo. La preoccupa-
zione principale del re era stata reperire i fondi da assegnare ai
Bonsignori a garanzia degli anticipi concessi per questo specifico
scopo. Le entrate obbligate alla compagnia, che in effetti supera-
rono abbondantemente le 8.000 once del censo, costituirono a loro
volta una valida garanzia per la concessione di altri prestiti, che

5 Documenti delle relazioni…cit, n. 45. I Bonsignori prestano 10.000 lire tornesi

in qualità di familiares domini pape.


6 Ivi, n. 86, 1.040 once d’oro.
7 Ivi, n. 30. Su questa famiglia mercantile si veda E. Gigli, Operatori economici

fiorentini a cavallo del primo popolo : intorno alla societas filiorum Falconerii, in
L. Gatto, P. Supino Martini (a cura di), Studi sulle società e le culture del Medioevo
per Girolamo Arnaldi, Firenze, 2002, p. 229-243.
8 Documenti delle relazioni…cit., n. 180, 1.000 lire tornesi ; n. 675, 504 lire, 6

soldi e 10 denari tornesi.


9 Ivi, n. 79, 400 once più 40 per danni e spese per ritardo nel pagamento.
10 Ivi, n. 201-208, 212, 237, 273, 281, 299, 364, 369, 387, 661, 727 ; S. Borsari,

Il pagamento del censo del regno di Sicilia alla curia romana (1266-1341), in Annali
della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Macerata, 1972-1973, p. 167-183.
11 Documenti delle relazioni… cit., n. 273.
12 Ivi, n. 212, 217.
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tuttavia ebbero carattere eccezionale e accessorio rispetto all’origi-


nario accordo tra il re e i senesi.
Se si confronta il documento del 1271 con un analogo consun-
tivo dei rapporti finanziari tra Roberto  I e i Peruzzi per gli anni
1307 e 1309, le differenze saltano all’occhio13. Anche i Peruzzi nel
1307 anticiparono 8.000 once per il pagamento del censo. Ma il
grosso dei crediti della compagnia fiorentina fu accumulato attra-
verso un gran numero di esborsi minori per spese straordinarie
ma soprattutto pro expensis hospicii regis, per le ordinarie spese
di palazzo e di corte, a Napoli e in Provenza. Per la restituzione
di questa miriade di prestiti, di vario importo, furono utilizzate
entrate derivanti praticamente da tutti i cespiti fiscali del Regno.
Tra il 16 dicembre 1307 e il 23 gennaio 1308, per esempio, i Peruzzi
ricevettero più di 8.550 once d’oro, in ben 48 pagamenti effettuati
con denaro trasmesso alla camera soprattutto dai giustizieri. La
frequenza e la regolarità di esborsi e rimborsi danno un’idea imme-
diata di un vero e proprio sistema che funzionava a pieno regime.
Il rapporto di Carlo I con i Bonsignori, in effetti, non fu affatto
esclusivo. Negli anni ’70 il sovrano continuò a servirsi, in tutte le
altre occasioni nelle quali aveva bisogno di credito, di varie compa-
gnie, con una preferenza abbastanza spiccata per quelle lucchesi.
Nel novembre 1270 egli si riconobbe debitore di diversi mercanti
lucchesi14 : Nicolò Mordecastelli e Gerardo Posarelli, della società
dei Mordecastelli15, Ghiandone Boccadivacca e Barchetta Barca,
appartenenti a una compagnia attiva all’inizio degli anni ’70 e che
aveva tra i propri soci anche Rainaldo di Poggio (probabilmente
identificabile con il Rainaldo anch’egli citato nel documento)16 e
forse anche Francesco Ghiandolfini, un altro mercante presente
nell’elenco, inoltre Perfetto Manenti17 e Nicola Sicco. In un analogo
documento del 1272 compaiono tra i creditori di Carlo I soci delle
compagnie lucchesi dei Battosi (Lotterio Gentili), Ricciardi (Guido
Panichi e Labro Volpelli), Mordecastelli (Nicolò Mordecastelli e
Francesco Mangialmacchi), inoltre Benedetto Barca e Francesco
Ghiandolfini, presumibilmente in rappresentanza della stessa
compagnia già creditrice del sovrano nel 1270, Omodeo Fiadoni,
forse in rappresentanza della società dei Porcelli, e altri mercanti

13 J. Yver,
Le commerce et le marchands… cit., p. 410-417.
14 Documenti delle relazioni… cit., n. 243.
15 Per la società dei Mordecastelli cfr.  A.  Poloni, Lucca nel Duecento.  Uno

studio sul cambiamento sociale, Pisa, 2009, p. 66-67.


16 A. Poloni, Lucca nel Duecento… cit., p. 73.
17 Forse in questo momento in società con i Martini. Per questo personaggio

cfr. A. Poloni, Lucca nel Duecento… cit., ad indicem.


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assai attivi in quegli anni, Marzucco di Poggio, Burnetto Asquini


e Fredo Moccidenti, tutti esponenti di aziende poco conosciute18.
Negli anni ’70 Battosi e Ricciardi furono tra i principali finan-
ziatori dell’Angiò19. Ma il sovrano contrasse mutui consistenti
anche con i Salimbeni di Siena20, il mercante romano Leonardo
de Turri21, il mercante pistoiese Giovanni Gerardini22. Il ricorso
ai Bonsignori per gli esborsi più consistenti dipendeva dall’ecce-
zionale disponibilità di capitale dei senesi, legata al loro ruolo di
banchieri di fiducia del papa, ma non comportò l’attribuzione alla
compagnia del monopolio dei servizi bancari alla Corona. Carlo
continuò invece a rivolgersi a una molteplicità di società, princi-
palmente lucchesi, mentre, e questo è un dato di un certo inte-
resse, i fiorentini sembrano occupare una posizione defilata. C’è
un altro aspetto degno di nota. Non mi risulta ci siano attestazioni
della pratica, assolutamente generalizzata nel periodo successivo,
di depositare presso le compagnie, in genere per la loro trasmis-
sione alla camera reale, gli introiti delle imposte dirette e indirette
riscosse nel Regno. Gli unici riferimenti documentari a depositi
presso le società riguardano i censi richiesti alle città toscane23.
Ovviamente ciò potrebbe dipendere dalla dispersione docu-
mentaria, particolarmente drammatica, come è noto, nel caso in
oggetto. Tuttavia, la dispersione riguarda l’intera documentazione
angioina e, nonostante ciò, per Carlo II e Roberto I esistono nume-
rosissimi riferimenti ai depositi. Il mancato ricorso alle società
per questo specifico servizio negli anni di Carlo I, del resto, non
sarebbe particolarmente sorprendente. Lo stesso papato adottò
definitivamente la pratica di depositare presso le compagnie i
proventi delle decime riscosse nelle varie aree europee non prima
della seconda metà degli anni ’70 del XIII secolo. Per gran parte

18 Documenti delle relazioni… cit., n. 441. Su questi mercanti A. Poloni, Lucca

nel Duecento…cit., ad indicem.


19 Documenti delle relazioni… cit., n.  245, 252, 393 (Battosi)  ; n.  427, 512
(Ricciardi). Su queste due compagnie I. Del Punta, Mercanti e banchieri lucchesi
nel Duecento, Pisa, 2004.
20 Documenti delle relazioni… cit., n. 313.
21 Ivi, n. 381, il prestito avrebbe dovuto essere rimborsato con le 2.300 once

d’oro che il comune di Siena si era impegnato a pagare alla camera reale.
22 Ivi, n. 434.
23 Nel 1270 l’oneroso tributo che il comune di Pisa si era impegnato a pagare

nell’ambito delle trattative per la conclusione della pace con il sovrano angioino
doveva essere depositato presso le compagnie fiorentine dei Frescobaldi e dei della
Scala. Esse ebbero tuttavia mandato di consegnare quanto riscosso ai Bonsignori,
a restituzione del denaro anticipato dalla società senese per il pagamento del censo
alla Santa  Sede (ivi, n.  201-208). Nel 1277 un altro pesante tributo versato dal
comune di Pisa fu depositato presso i Frescobaldi (n. 771).
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del Duecento il denaro continuò, come nel XII secolo, a essere


depositato e custodito presso monasteri, cattedrali o altri luoghi
ritenuti particolarmente sicuri24. Già nei primi decenni del secolo
i pontefici si servirono invece in alcune occasioni dei mercatores
per il trasferimento dei fondi, ma sembra proprio che anche
questo sistema si generalizzasse non prima degli anni ’50 e che in
precedenza continuasse nella maggior parte dei casi a prevalere
il trasporto fisico del denaro da parte di collettori, messi e inviati
papali25. Non è impossibile dunque che negli anni di Carlo I uffi-
ciali fiscali e appaltatori delle gabelle non consegnassero il denaro
alle compagnie, ma provvedessero in altro modo alla sua conser-
vazione e alla sua trasmissione alla camera reale. Il sistema che si
impose più tardi invece, come si vedrà, aveva proprio nel deposito
uno dei suoi perni fondamentali.
Le cose cambiarono totalmente, e rapidamente, all’inizio del
1283, in coincidenza con la nomina del Principe di Salerno a vicario
generale del Regno e con il passaggio al figlio di Carlo I di tutti i
poteri quando il re partì per la Francia per affrontare Pietro d’Ara-
gona in duello26. Da subito, segnando una sostanziale discontinuità
rispetto alla fase precedente, la società dei Battosi venne utilizzata
per il deposito e la trasmissione alla camera degli introiti fiscali27.
Nel 1283, per far fronte all’emergenza della guerra del Vespro, il
Principe di Salerno ottenne da Martino IV prestiti per varie decine
di migliaia di once d’oro da proventi delle decime che il papa
aveva fatto depositare presso i Battosi28. La compagnia non era tra
quelle alle quali il pontefice era più legato (Bonsignori di Siena,
Mozzi-Spini e Pulci-Rimbertini di Firenze, Ricciardi di Lucca), ed
è dunque probabile che fosse l’Angiò a scegliere l’azienda alla quale
fu affidata l’intermediazione finanziaria tra la S. Sede e la Camera
reale. A gennaio del 1285 Carlo I morì, ma Carlo II non poté succe-
dergli perché dal giugno del 1284 era prigioniero degli Aragonesi.
L’erede di Carlo  I fu incoronato re di Sicilia solo nel maggio del
1289. Da quel momento, e fino alla metà degli anni ’90, tutte o

24 Per le decime riscosse in Inghilterra, dove la documentazione è molto

esplicita, W.E. Lunt, Financial relations of the papacy with England to 1327, 2 vol.,
Cambridge, 1939, I, p. 641-665 ; per le decime riscosse in Francia G. Martini, La
politica finanziaria… cit. 
25 Per la prima metà del secolo le attestazioni dell’utilizzo delle compagnie per

il trasferimento di fondi sono poco numerose : cfr. W.E. Lunt Financial relations…


cit., I, p. 597 e s.
26 A. Nitschke, Carlo II d’Angiò, re di Sicilia, in DBI, 20, 1977.
27 Documenti delle relazioni… cit., n. 827.
28 Ivi, n. 834, 844 e 864. 
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quasi le funzioni bancarie al servizio della Corona furono concen-


trate nelle mani dei Battosi29.
In quegli anni gran parte delle entrate ordinarie e straordi-
narie della Camera passarono attraverso le casse della compa-
gnia lucchese30. Allo stesso tempo, i Battosi anticipavano regolar-
mente consistenti somme di denaro per necessità particolari ma
anche per le ordinarie spese della corte31. Il sistema di gestione
delle finanze regie così ben descritto da Yver per gli anni di
Roberto I, fondato sulla relazione privilegiata con poche compa-
gnie, si affermò dunque a partire dal 1283-84, a pieno regime dal
1289, e in questa prima fase fu incentrato sulla società lucchese
dei Battosi. Lo stimolo per l’instaurazione di questo nuovo tipo
di rapporto con i mercatores toscani venne certamente dall’emer-
genza finanziaria legata alla guerra del Vespro. Non si può non
notare tuttavia che, come si è detto, il mutamento coincise con il
passaggio della conduzione degli affari del Regno nelle mani del
Principe di Salerno. Fu Carlo II, quindi, non appena in grado di
agire autonomamente, a introdurre il nuovo sistema. É possibile
che egli fosse legato da rapporti personali a qualcuno dei soci della
compagnia residenti a Napoli.
A quanto sembra il rapporto privilegiato dei Battosi con il
sovrano si interruppe nella seconda metà degli anni ’90, quando
la compagnia lucchese finì probabilmente vittima della crisi che
travolse anche i due colossi della finanza duecentesca, i Ricciardi,
anch’essi lucchesi, e i Bonsignori di Siena. I Battosi non scom-
parvero improvvisamente e mantennero affari nel Regno, ma non
furono più il perno intorno al quale ruotavano le finanze regie. Per
qualche anno, a quanto pare, essi non furono sostituiti, in questo
ruolo, da altre compagnie. Nei primi anni del Trecento tuttavia
Carlo  II intensificò il proprio ricorso ai servizi delle compagnie
fiorentine dei Peruzzi e dei Bardi32. Dopo la morte del sovrano e
l’ascesa al trono del figlio Roberto, nel 1309, il sistema già speri-
mentato con i Battosi giunse alla sua piena maturità, portando i
Peruzzi e i Bardi, ai quali poco dopo si aggiunsero anche gli Acciai-

29 Sui Battosi nel regno di Sicilia I. Del Punta, Mercanti e banchieri lucchesi…

cit., p. 243 e s.
30 RCA, XXXII, p. 150, 248, 264 ; XXXIX, p. 31 ; XL, p. 6-7, 30, 33 ; XLI, p. 11,

21 ; XLV, p. 99-101.


31 RCA, XXXII, p.  92-93 ; XXXIX, p.  4-8, 10, 12-15 ; XL, p.  113 ; XLI, p.  57 ;

XLIX, p. 63, 133.


32 Per i Peruzzi l’instaurazione di rapporti con la corte è analizzata in
E.S.  Hunt, The medieval supercompanies : a study of the Peruzzi company of
Florence, Cambridge, 1994, p. 133-134. Si veda inoltre, per l’affermazione delle tre
compagnie, G. Petralia, I Toscani nel Mezzogiorno medievale… cit. 
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uoli, a dominare per più di trent’anni le finanze del Regno e ad


acquisire quelle dimensioni eccezionali che hanno portato Edwin
Hunt a coniare la definizione di « super-companies »33 .

Confronti europei
L’aspetto più interessante di questa evoluzione, come si è accen-
nato, è che essa non riguardò affatto il solo regno angioino, ma
caratterizzò, con una significativa coincidenza cronologica, anche
le altre principali realtà monarchiche europee, in particolare il
papato, il Regno di Francia e il Regno d’Inghilterra.
Fu proprio con Martino IV, in quegli stessi anni ’80 che videro
anche l’instaurazione del rapporto privilegiato tra Carlo  II e i
Battosi, che si impose un oligopolio che gestiva in maniera quasi
esclusiva le finanze papali, composto dai Bonsignori di Siena, dai
Mozzi-Spini e dai Pulci-Rimbertini di Firenze, dai Ricciardi di
Lucca, ai quali si aggiunsero con Nicola IV i Chiarenti di Pistoia34.
Tutte le altre numerose compagnie, principalmente toscane, che
dagli anni ’70 avevano in deposito gli introiti delle decime, rice-
vettero mandato – non sempre accettato pacificamente – di conse-
gnare il denaro in loro possesso alle cinque società, gratificate
nella documentazione pontificia con il riconoscimento ufficiale di
camere sedis apostolice mercatores35, camere nostre mercatores36 o
mercatores romane curie37. In quegli anni la Chiesa si trovava ad
affrontare una nuova drammatica emergenza finanziaria, determi-
nata dall’aprirsi di diverse crisi politiche e militari. La più grave di
esse era appunto la guerra del Vespro, ma anche in Terra Santa la
situazione si era pesantemente deteriorata – nel 1291 sarebbero
cadute le ultime roccaforti cristiane – mentre il papato era contem-
poraneamente impegnato a consolidare la sua posizione nel diffi-
cile e inquieto contesto romagnolo. Per ottenere credito il papa
ricorse ovviamente alle « sue » compagnie. Le decime depositate o
da depositare furono utilizzate come garanzia per la concessione di
prestiti, a Roma e in altri luoghi dove si rendessero necessari, e allo
stesso tempo ne consentirono la restituzione : le società depositarie

33 E.S. Hunt, The medieval supercompanies… cit.


34 G. Arias,I banchieri italiani e la S. Sede nel XIII. Linee della storia esterna, in
G. Arias, Studi e documenti di storia del diritto, Firenze, 1902, p. 77-120, p. 77-120.
35 Les registres de Nicolas  IV (1288-1292), éd.  E.  Langlois, Paris, 1886-1893,

n. 96.
36 Ivi, n.  7084, 7108 ; n.  7015, mercatores camere ; n.  7326, nostre camere
precipue mercatores.
37 Ivi, n. 7202.
Banchieri del re 317

ottennero licenza di trattenere le somme anticipate dal denaro che


entrava in loro possesso38.
La seconda metà degli anni ’90 vide una selezione naturale delle
compagnie, determinata dalla prima ondata di fallimenti, che si
portò via le due società maggiori, i Bonsignori e i Ricciardi. Anche
i Pulci-Rimbertini versavano in gravi difficoltà e negli anni di Boni-
facio VIII le compagnie privilegiate si ridussero a tre, i Mozzi, gli
Spini e i Chiarenti di Pistoia39. A partire almeno dal 1299 Bonifacio,
appoggiandosi alle tre compagnie, introdusse un metodo del tutto
nuovo – e piuttosto singolare – di gestione delle finanze papali, che
non ha di fatto riscontri, per quanto la documentazione consenta
di vedere, nei decenni precedenti. Per la prima volta, infatti, le tre
aziende svolsero un vero e proprio servizio di tesoreria. Tutte le
entrate ordinarie della camera, di qualsiasi natura, confluivano
nelle loro casse, e, di conseguenza, dalle loro casse usciva il denaro
necessario per tutte le esigenze della curia, anche le più minute.
Il funzionamento concreto del sistema è ricostruibile inte-
grando le informazioni dei registri camerali, conservatisi per gli
anni 1299-1300 e 1302-130340, con la lettura dei frammenti di un
libro di conti dei Chiarenti, relativo proprio alla loro attività presso
la Camera, che coprono il periodo ottobre 1302 – maggio 130341.
Appare abbastanza chiaro che ogni società incassava un terzo delle
entrate. Ma l’aspetto peculiare riguarda piuttosto gli esborsi : le
compagnie, infatti, si alternavano settimanalmente nei pagamenti.
Ogni settimana, cioè, una delle aziende, a turno, si occupava delle
spese della curia, di qualsiasi genere, alimentari, di cancelleria, per
l’acquisto di beni di consumo, di lusso ecc. Le compagnie regola-
vano poi i conti tra di loro : come risulta dal libro dei Chiarenti, per
le settimane in cui era questa società a essere responsabile della
spesa le altre due compagnie compaiono come creditrici, ognuna
per un terzo della somma complessiva sborsata. Bonifacio  VIII
spinse quindi il processo di integrazione delle compagnie nelle
strutture di gestione delle finanze papali ancora più avanti di
quanto fece Roberto I d’Angiò con le sue società.

38 Il sistema è molto documentato nei registri di Niccolò IV (alcuni documenti

si riferiscono però al breve pontificato di Onorio IV) : Les registres de Nicolas IV…


cit., n. 96-100, 101-102, 103-104, 105, 7108-7112, 7202-7203, 7215-7219. 
39 G. Arias, I banchieri italiani… cit.
40 Libri rationum camerae Bonifatii Papae VIII (Archivum Secretum Vaticanum,

Collect. 446 necnon Intr. Et ex 5), éd. T. Schmidt, Città del Vaticano, 1984.


41 Pubblicato in F.  Baethgen, Quellen und Untersuchungen zur Geschichte

der Päpstlichen Hof-und Finanzerwaltung unter Bonifaz  VIII, in Quellen und


Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken, 20, 1928-1929, p. 114-237,
in particolare p. 211-230.
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Allo stesso tempo rimase perfettamente attivo anche l’impianto


tardoduecentesco fondato sull’integrazione di deposito delle
decime e prestito. Le decime venivano depositate anche presso
altre compagnie, come i Bardi e i Cerchi, ma i mercatores camere
ricevevano le somme maggiori ; e, come è ovvio, garantivano anche
gli anticipi più consistenti. Il deposito delle decime da parte dei
collettori non figura nei libri di conti della Camera Apostolica e ciò
può alimentare l’impressione che si tratti in qualche modo di due
sistemi paralleli, non comunicanti. Ma così non doveva essere, dal
momento che entrambi facevano capo alle stesse società. È proba-
bile che i proventi delle decime, oltre a garantire i grossi mutui
concessi al papato, in parte compensassero anche gli squilibri tra
le entrate e le uscite della camera. In alcuni momenti, in effetti,
gli esborsi per la dispendiosa vita di corte eccedevano le insicure e
irregolari rendite camerali. In quel caso le tre compagnie potevano
anticipare il denaro necessario, fornendo di fatto credito, sapendo
di poter comunque contare sui cospicui introiti delle decime. Le
decime, imposte in tutta Europa per motivi eccezionali, per argi-
nare i pericoli che minacciavano la cristianità e il papato, finivano
di fatto per finanziare la spesa della corte.
Sulla base del registro del 1299-1300, è stato calcolato che
quell’anno le entrate ammontarono a 38.818 fiorini ; le uscite
furono pari a 119.698 fiorini. Nel 1302-1303 le entrate furono infe-
riori, 27.680 fiorini, e anche le uscite furono più contenute, 91.221
fiorini42. In entrambi i casi, quindi, le entrate non coprirono che
circa un terzo delle uscite. Friederich Baethgen ha giustamente
sottolineato che questa fonte non fornisce un’indicazione esau-
riente degli introiti su cui poteva contare il papato, poiché registra
esclusivamente i redditi che confluivano direttamente nella camera
apostolica, mentre non vi compaiono le somme raccolte dai collet-
tori provinciali, che tenevano una propria contabilità43. La parte
decisamente più consistente di queste somme, però, era costituita
appunto dalle decime, che in teoria non avrebbero dovuto finan-
ziare la spesa corrente della corte. Senza dubbio sfuggono ai nostri
conti anche altri censi di una certa importanza, che passavano
dalle mani dei collettori. Tuttavia, sembra difficile negare l’esi-
stenza di uno squilibrio di una certa importanza tra le spese per
il mantenimento della corte e le entrate specificatamente deputate
a sostenerla, uno squilibrio che non poteva che essere bilanciato
dagli anticipi delle compagnie, garantiti, tra l’altro, dalle decime.

42 Calcoli di F.  Baethgen, Quellen und Untersuchungen… cit., p.  125-127 e

156-158.
43 Ivi, p. 158-159.
Banchieri del re 319

Ciò sembra del resto confermato anche da un documento di poco


più tardo. Nel luglio del 1307 papa Clemente V chiuse i conti della
Camera con la compagnia dei Cerchi, che aveva avuto un rapporto
privilegiato con il papato dal novembre del 1303, poco dopo l’ascesa
al soglio di Benedetto XI, alla fine di agosto del 130644. A quanto
pare, i Cerchi avevano svolto, pare insieme ai Bardi e ai Chiarenti,
la stessa funzione che era stata di Mozzi, Spini e Chiarenti. Il rendi-
conto include, senza alcuna distinzione, sia le somme ricevute e
sborsate dai Cerchi come banchieri della Camera sia quelle affidate
loro in qualità di depositari delle decime. La compensazione tra i
debiti e i crediti tiene conto complessivamente di tutte le voci. Così,
nel periodo considerato i Cerchi avevano incassato, per le entrate
ordinarie della Camera, poco più di 19.000 fiorini, ma avevano
pagato, per le spese connesse al mantenimento della corte, più del
doppio, ovvero circa 42.400 fiorini. Tuttavia, considerando anche
gli introiti delle decime e di altri censi minori, i Cerchi avevano
ricevuto in tutto 69.666 fiorini, e ne avevano sborsati, per la corte e
per altre esigenze dell’amministrazione papale, 69.676. Il rapporto
tra le due parti si chiudeva dunque in sostanziale pareggio, senza
obblighi reciproci. È dunque evidente che i proventi delle decime
avevano coperto il disavanzo della Camera.
Nel Regno d’Inghilterra Enrico  III, come Carlo  I d’Angiò, si
era rivolto per le proprie esigenze di credito a varie compagnie,
prevalentemente toscane45. Come si è visto, nel regno angioino il
passaggio alla relazione privilegiata con una sola azienda coincise
con l’attribuzione di responsabilità di governo a Carlo  II. Analo-
gamente, nel Regno d’Inghilterra lo stesso passaggio avvenne in
coincidenza con l’ascesa al trono del figlio di Enrico, Edoardo I, nel
1272. Anche in questo caso la società prescelta era lucchese, quella
dei Ricciardi. Fu nel 1275, con l’istituzione della remunerativa
tassa sull’esportazione della lana, che quello che è stato definito
« il sistema Ricciardi » entrò a pieno regime46. Come scrive Richard
W. Kaeuper, che ha studiato approfonditamente le circostanze che
portarono alla definizione della nuova imposta doganale, « it was

44 Regestum Clementis Papae V ex vaticanis archetypis Sanctissimi Domini

Nostri Leonis  XIII Pontificis Maximi iussu et munificentia, Roma, 1885-1888,


n. 2271.
45 E.  von Roon-Bassermann, Die ersten Florentiner Handelgesellschaften in

England, in Vierteljahrschrift für Sozial-und Wirtschaftsgeschichte, 39, 1952,


p. 97-128.
46 La definizione è di R.W.  Kaeuper, Bankers to the crown.  The Riccardi of

Lucca and Edward I, Princeton, 1973. Sul sistema Ricciardi si veda anche I. Del
Punta, Mercanti e banchieri lucchesi… cit., p. 173 e s.
320 Alma Poloni

created with the Ricciardi in mind »47. I Ricciardi esercitarono


ininterrottamente la funzione di collettori della tassa dal 1275 al
1294 – quando furono travolti dalla stessa crisi che colpì i Bonsi-
gnori e probabilmente anche i Battosi – attraverso una complessa
macchina organizzativa che prevedeva la presenza, nei porti prin-
cipali, di un controllore scelto dalla compagnia accanto a collettori
nominati dalle comunità locali. É bene chiarire che i Ricciardi non
ebbero mai in appalto la riscossione della tassa. L’appalto comporta
il pagamento da parte dell’appaltatore di una cifra forfettaria, in
seguito al quale egli acquista il diritto di incamerare interamente
gli introiti dell’imposta senza dover rendere conto in alcun modo
all’autorità pubblica. I Ricciardi invece incassavano i diritti doga-
nali per conto dell’autorità pubblica, alla quale infatti fornivano
scrupolosa rendicontazione delle entrate.
Il denaro tuttavia non veniva trasmesso alla tesoreria, ma rima-
neva nelle casse della società, in restituzione dei mutui già concessi
al sovrano e allo stesso tempo come garanzia per gli anticipi futuri.
Periodicamente il re e i suoi banchieri stilavano un bilancio dei
loro rapporti finanziari, compensando debiti e crediti. Sulla base
della solida garanzia rappresentata dagli introiti della tassa sulla
lana, i Ricciardi finanziarono per vent’anni la spesa della Corona
inglese, impegnata in un’ambiziosa politica estera e in un faticoso
processo di rafforzamento interno del potere monarchico. Dopo
la conclusione del rapporto con i Ricciardi, nel 1294, Edoardo I
incontrò qualche difficoltà a trovare altre compagnie disposte a
un coinvolgimento finanziario così totalizzante, ma a partire dal
1299, e fino al 1311, il ruolo che era stato dei lucchesi passò alla
società fiorentina dei Frescobaldi48. Dal 1312 Edoardo II si rivolse
ai Bardi, che, più tardi affiancati dai Peruzzi, mantennero lo status
di banchieri del re fino alla fine degli anni ’30.
Nel Regno di Francia banchieri del re furono invece i fioren-
tini Biccio e Musciatto Franzesi, ai quali più tardi si unì un terzo
fratello, Niccolò49. Le caratteristiche specifiche del loro rapporto
con il sovrano non sono state studiate approfonditamente, ma
sembrano comunque articolarsi, come negli altri contesti monar-
chici, intorno alla stretta connessione anticipi di denaro – incasso e

47 R.W. Kaeuper, Bankers to the crown… cit., p. 149.


48 Id.,
The Frescobaldi of Florence and the English crown, in Studies in Medieval
and Renaissance History, 10, 1973, p.  45-95 ; M.  Prestwich, Italian merchants in
Late Thirteenth and Early Fourteenth Century England, in The dawn of modern
banking, New Haven, 1979, p. 77-104.
49 Sulla famiglia cfr. P. Pirillo, Famiglia e mobilità sociale nella Toscana medie-

vale : i Franzesi Della Foresta da Figline Valdarno (secoli XII-XV), Firenze, 1992.
Banchieri del re 321

deposito di cespiti fiscali50. É significativo che anche in questo caso,


come per Carlo II ed Edoardo I, l’istituzione della relazione privi-
legiata sia stata un’innovazione introdotta dal nuovo re Filippo IV
il Bello dopo la sua ascesa al trono nel 1285. Nei decenni prece-
denti i sovrani francesi, a differenza di quelli inglesi, avevano fatto
scarso ricorso ai mercanti italiani e si erano principalmente rivolti,
tanto per il deposito degli introiti fiscali quanto per i prestiti, ai
Templari51. I Franzesi sembrano mantenere una posizione di primo
piano nel Regno fino ai primi anni del Trecento.
Un gruppo di documenti del marzo 1293 illustra particolar-
mente bene il ruolo svolto in quegli anni dai mercanti toscani
ai livelli più alti della politica europea52. Filippo il Bello aveva
concesso a Carlo II d’Angiò un prestito di 11.000 lire tornesi per
l’allestimento di una flotta per una spedizione in Sicilia. 8.000 lire
furono versate a Genova, in due rate, per la costruzione di nuove
galee, le rimanenti 3.000 furono consegnate a Nîmes per la ripara-
zione di navi messe a disposizione dello stesso Filippo. A Genova
il denaro fu sborsato da Cione del Bene, socio della compagnia
di Biccio, Musciatto e Niccolò Franzesi, e incassato da Bullione
Rossiglioni e Moricone Bonanni, soci dei Battosi. A Nîmes il versa-
mento fu effettuato da Lotto Benedetti e Chiaro Sagina, sempre
soci dei Franzesi, e incassato da Rustico Romagnoli dei Battosi.
I Franzesi anticiparono probabilmente il denaro per conto di
Filippo e si servirono della loro organizzazione aziendale per il
trasferimento dei fondi sulle due piazze di Genova e Nîmes. Il
denaro fu depositato presso i Battosi, a disposizione per le spese
necessarie alla costruzione e all’allestimento delle galee. L’accordo
politico tra Filippo e Carlo II comportò dunque varie operazioni
bancarie, mutuo, trasferimento fondi, deposito, che furono intera-
mente gestite dalle due compagnie toscane.

Logiche di funzionamento e ricadute economiche del sistema


Il papato, la monarchia angioina, la monarchia francese e la
monarchia inglese si convertirono al sistema delle compagnie
privilegiate, dei banchieri del re, in pratica contemporaneamente,
tra la metà degli anni ’70 e la fine degli anni ’80 del Duecento. Ma

50 J.R. Strayer,The reign of Philip the Fair, Princeton, 1980, p. 142 e s.


51 E.B. Fryde, M.M. Fryde, Public credit, with special reference to North-Western
Europe, in M.M. Postan, E.E. Rich, E. Miller (a cura di), The Cambridge economic
history of Europe, III, Economic organization and policies in the Middle Ages,
Cambridge, 1963, p. 430-553, in particolare p. 473 e s.
52 RCA, XLV, p. 99-102.
322 Alma Poloni

quali vantaggi comportava questo sistema rispetto al ricorso ai


servizi di un ampio numero di società ?
La costruzione di apparati amministrativi e fiscali via via
più articolati ed efficienti metteva a disposizione delle monar-
chie una quantità crescente di risorse per il rafforzamento della
propria autorità all’interno del territorio e il perseguimento di
un’ambiziosa politica estera. La riscossione delle tasse e la loro
trasmissione alle tesorerie rimanevano tuttavia operazioni lente e
incerte, rese più faticose dalle tante contestazioni che gli ufficiali
incontravano a livello locale. Dai decenni centrali del Duecento
la soluzione individuata dai sovrani per far fronte alle emer-
genze finanziarie fu prendere il denaro in prestito, soprattutto
dalle compagnie italiane, e toscane in particolare, obbligando
le entrate fiscali per la restituzione. La difficoltà principale,
tuttavia, consisteva nella necessità di fornire adeguate garanzie.
I mercanti prestavano soltanto dietro solide garanzie e questo
valeva per il sovrano o per il papa allo stesso modo che per qual-
siasi privato cittadino. Per ottenere cifre consistenti si rendeva
quindi necessario ricorrere a numerose società, ma con ognuna
di esse il re era costretto a intraprendere faticose negoziazioni e
a reperire sufficienti garanzie, giungendo in alcuni casi persino a
impegnare i gioielli della Corona. Nel 1268, per esempio, Carlo I
d’Angiò impegnò una corona d’oro ornata di pietre preziose per
ottenere dai Bonsignori un mutuo di 1.040 once d’oro53.
La concentrazione di tutti i servizi bancari nelle mani di una sola
o poche compagnie risolveva il problema cruciale delle garanzie. Il
più importante tra questi servizi, quello che a mio parere reggeva
l’intero sistema, era il deposito degli introiti fiscali presso le società
privilegiate, che si ritrova, sebbene in declinazioni leggermente
diverse, in tutti i contesti qui considerati. Tali introiti potevano
essere utilizzati direttamente per la restituzione dei prestiti, attra-
verso un mandato del sovrano che autorizzava l’azienda a tratte-
nere quanto le era dovuto. Nel regno angioino era però frequente
che le compagnie trasmettessero comunque il denaro alla Camera
reale, che in un secondo tempo effettuava i pagamenti alle stesse
società54. In ogni caso, gran parte delle entrate del Regno passava
attraverso le mani dei mercanti ; in ogni momento essi controlla-
vano quantità consistenti del denaro del re. Ciò costituiva la più
solida delle garanzie per la concessione dei prestiti. Il monopolio
dei servizi di incasso e deposito delle entrate fiscali era, di fatto, la
contropartita per un’apertura di credito sostanzialmente illimitata.

53 Documenti delle relazioni… cit., n. 86.


54 J. Yver, Le commerce et le marchands… cit., p. 386.
Banchieri del re 323

La o le società privilegiate erano rassicurate dal flusso continuo di


denaro pubblico attraverso le proprie casse. Il sovrano era sollevato
dalla necessità – e dai costi – di contrattare volta per volta i mutui
con una miriade di mercanti non sempre pronti ad assumersi il
rischio legato all’incertezza e alla lentezza dei rimborsi.
Il meccanismo è chiarito particolarmente bene proprio in un
documento riguardante i rapporti tra Carlo II e i Battosi di Lucca.
Nell’aprile del 1292 il re scriveva al figlio Roberto per dargli dispo-
sizioni riguardo a un sussidio raccolto nel Regno per finanziare le
operazioni militari legate alla guerra del Vespro (pecunia proveniens
ex dono universitatum terrarum regni nostri facienda armata)55. In
un primo momento egli aveva ordinato che il denaro fosse sempli-
cemente conservato presso Castel dell’Ovo. Il sovrano aveva però
cambiato idea e ora dava mandato al figlio di depositare il denaro
presso la filiale di Napoli della compagnia Battosi. Così Carlo  II
giustificava il proprio ripensamento :
Quia tamen mercatores de societate Baccusorum de Luca dilecti
familiares nostri nobis hactenus in necessitatibus nostris de sua propria
pecunia subvenerunt, et dubitamus ne mercatores ipsi, si forte sciverint,
quod pecunia dicti regni non deponatur totaliter penes eos, turbationis
et indignationis animum assumentes et credentes quod de eis nullatenus
confidamus, nobis in antea pro expensis officii nostri et aliis nostris
necessitatibus denegarent subventionem […]

Il testo è davvero trasparente. Il re temeva che se i Battosi


fossero venuti a sapere che non tutte le entrate più importanti del
Regno venivano depositate presso la società gli avrebbero negato
altri prestiti. Sarebbe difficile trovare un’attestazione più inequi-
vocabile dell’inscindibile legame tra deposito e credito. Per altro,
questo documento conferma che probabilmente, prima dell’af-
fermazione del sistema fondato sulle compagnie privilegiate, che
comportava il deposito presso di esse degli introiti fiscali, era abba-
stanza comune che il denaro fosse semplicemente conservato in
luoghi ritenuti sicuri come chiese, conventi, fortezze.
Come si è visto, furono i sovrani saliti al trono tra i primi anni
’70 e la metà degli anni ’80 del Duecento ad adottare, praticamente
in contemporanea, il nuovo sistema. L’innovazione fu cioè legata al
« ricambio generazionale » che in quegli anni interessò le principali
dinastie regnanti. I nuovi re avevano, rispetto ai padri, un atteg-
giamento più aperto e più incline a sperimentare le possibilità che
lo sviluppo della finanza, ad opera principalmente dei mercanti
toscani, metteva loro a disposizione. Resta da capire che cosa deter-

55 RCA, XL, p. 30.


324 Alma Poloni

minasse la scelta di una o alcune specifiche compagnie. Si trattava


certo in tutti i casi di società prospere e vivaci, che, tuttavia, prima
di entrare in relazione con un potere monarchico, non sembrano
presentare caratteristiche particolari, o prestazioni eccezionali,
rispetto a tante altre aziende toscane attive negli stessi anni. Ciò
emerge con chiarezza dai casi meglio studiati, i Ricciardi di Lucca
e i Peruzzi di Firenze, ma appare evidente anche per i fiorentini
Franzesi, attivi in Francia soltanto dai primi anni ’80 per conto
di altre compagnie fiorentine, e balzati improvvisamente ai vertici
dell’organizzazione finanziaria del Regno dopo l’ascesa di Filippo
il Bello nel 128556. La scelta, insomma, non sembra giustificata da
una posizione di particolare forza già occupata dalle società. Essa
si spiega probabilmente con le relazioni personali, ovvero con la
capacità di questi mercanti di conquistarsi la fiducia e l’amicizia
del sovrano, spesso prima ancora che salisse al trono.
Fu certamente la pressione esercitata dal crescente bisogno di
denaro, determinata soprattutto da una competizione diploma-
tica e militare sempre più feroce tra le potenze europee, a spin-
gere i sovrani ad adottare il nuovo sistema. D’altra parte, però, la
questione potrebbe essere vista anche dalla prospettiva opposta.
La possibilità di ottenere con facilità, e a costi contenuti, credito
quasi illimitato aumentò considerevolmente la capacità di spesa
delle monarchie e non soltanto per le esigenze diplomatiche e
belliche. I rendiconti dei rapporti finanziari tra Roberto I d’Angiò
e le « sue » compagnie mostrano che esse anticipavano regolar-
mente somme consistenti pro expensis hospicii regis, per le spese
di palazzo e di corte57. Per il papato, negli anni di Bonifacio VIII,
il passaggio di funzioni di tesoreria nelle mani di Mozzi, Spini e
Chiarenti consentì di mantenere un livello di spesa di corte altri-
menti insostenibile, pari a circa il triplo delle entrate ordinarie
assegnate al finanziamento di questa spesa58. Insistere esclusiva-
mente sul disperato bisogno di denaro che avrebbe spinto i sovrani
a legarsi mani e piedi, come si suol dire, ai mercanti è forse una
visione troppo unilaterale e parziale. Il sistema dei banchieri del re
consentì per molto tempo di gonfiare la spesa pubblica oltre limiti
mai raggiunti, con ricadute politiche, culturali, sociali ed econo-
miche in senso lato che restano ancora tutte da valutare.

56 SuiRicciardi R.W.  Kaeuper, Bankers to the crown… cit.  e I.  Del Punta,
Mercanti e banchieri lucchesi… cit. ; sui Peruzzi E.S.  Hunt, The medieval super-
companies… cit. ; sui Franzesi P. Pirillo, Famiglia e mobilità sociale nella Toscana
medievale… cit.  
57 J. Yver, Le commerce et le marchands… cit., p. 368-369, 410-417.
58 Cfr. sopra, note 40-44 e testo corrispondente.
Banchieri del re 325

Anche in questo caso, le eccezionali fonti inglesi consentono


di farsi almeno un’idea delle iniziative rese possibili dall’ampia
disponibilità di denaro. Negli anni ’80 del Duecento Edoardo I, con
l’imprescindibile sostegno dei Ricciardi, fece costruire una rete
di castelli nel Galles per rafforzare il controllo militare e politico
di quella difficile regione59. L’impresa mobilitò risorse enormi : è
stato calcolato che la spesa complessiva ammontasse all’incirca a
100.000 sterline. Manodopera specializzata e non fu richiamata
da tutta l’Inghilterra : nei lavori furono impegnati almeno 2.700
uomini. Un intervento pubblico di queste dimensioni ebbe certa-
mente conseguenze sul mercato del lavoro, sui salari, sull’eco-
nomia locale, anche se non esistono ancora indagini approfondite
su questi aspetti.
Le nostre conoscenze sul rapporto tra i monarchi e i banchieri
si fondano in gran parte su vecchi studi certo molto solidi e docu-
mentati – come quello di Yver più volte citato in queste pagine – che
tuttavia presentano un impianto teorico decisamente datato. Essi
tendono ad avere una visione negativa del crescente indebitamento
dei sovrani nei confronti degli avidi mercanti toscani. La scienza
economica, tuttavia, ha elaborato nel tempo riflessioni assai più
complesse sul tema della crescita economica e dell’influenza, sui
processi di crescita, di fattori quali la disponibilità e il costo del
credito, l’azione delle istituzioni politiche, le ricadute della spesa
pubblica. Sarebbe utile, in futuro, provare a riconsiderare comples-
sivamente il problema tenendo conto di queste prospettive teoriche
più recenti.
Il vantaggio, per i sovrani, del sistema che ho cercato somma-
riamente di descrivere nelle pagine precedenti consisteva dunque
in un’apertura di credito quasi illimitata. Ma quali erano i vantaggi
che le compagnie traevano dallo status di banchieri del re ?  La
questione degli interessi sui prestiti concessi ai sovrani è stata a
lungo dibattuta, ma di fatto senza conclusioni definitive, perché,
come è ovvio, l’interesse è per lo più celato nella documentazione.
L’opinione prevalente è che i mercanti prevedessero un interesse
sui mutui, ma di certo non era questo a rendere il rapporto con
il re tanto attraente60. Il fatto è che la relazione privilegiata con il
sovrano consentiva alle compagnie un abbattimento dei costi di
transazione che conferiva loro un insuperabile vantaggio competi-
tivo rispetto a qualsiasi altro soggetto economico.

59 R.W. Kaeuper, Bankers to the crown… cit., p. 191-193.


60 Per la questione dell’interesse sui prestiti di Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli a
Roberto I, J. Yver, Le commerce et le marchands… cit., p. 376 e s. ; per i Ricciardi
R.W. Kaeuper, Bankers to the crown… cit.
326 Alma Poloni

I banchieri del re ottenevano un pulviscolo di esenzioni doga-


nali e fiscali, franchigie e condizioni privilegiate di vario genere che
sono spesso difficili da ricostruire nel loro complesso, ma di certo
avevano un’incidenza notevole sui costi del commercio61.
La relazione con il sovrano procurava poi altri vantaggi,
forse non così immediati ma non meno determinanti. Nel 1309 i
Peruzzi, su loro richiesta, ottennero da Roberto d’Angiò un privi-
legio di grande importanza62 : le cause civili nelle quali essi erano
coinvolti nel Regno sarebbero state sottratte ai tribunali ordinari
e affidate direttamente alla corte d’appello. Lo stesso privilegio fu
subito concesso anche ai Bardi. Fin dagli anni ’70 del Duecento
i Ricciardi ottennero da Edoardo I la possibilità di ricorrere alle
strutture giudiziarie e alla capacità coercitiva dello Scacchiere per
recuperare i loro crediti63 ; analoga concessione fece Edoardo II ai
Frescobaldi nel 130764. Basta poi scorrere i registri pontifici per
notare i continui interventi del papa – che oltretutto disponeva
anche di armi spirituali, fino alla scomunica, oltre che di armi poli-
tiche e temporali – perché i suoi mercanti fossero messi in grado
di riscuotere i propri crediti in tutta la cristianità. Questi privi-
legi incidevano in maniera sostanziale su una categoria di costi di
transazione che gli economisti considerano tra le più significative
per la valutazione dell’efficienza di un sistema economico : i costi
relativi al « contract enforcement » . I banchieri del re, per la loro
relazione del tutto speciale con il potere politico, disponevano di
una corsia giudiziaria preferenziale e potevano recuperare i loro
crediti in tempi molto più brevi, con costi di gran lunga inferiori,
e con un tasso di incertezza assai più ridotto rispetto agli altri
operatori economici. Anche questo era un vantaggio competitivo
di enorme importanza.
C’è infine almeno un’altra categoria fondamentale di costi di
transazione certamente influenzati dal rapporto privilegiato con il
potere : i costi di informazione. Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli, come
i Battosi prima di loro, erano pienamente integrati nelle strutture
finanziarie e fiscali del Regno. Essi incassavano e ricevevano in depo-
sito gli introiti delle tasse doganali e delle imposte di vario genere,
in alcuni casi – non molto frequenti nel contesto angioino – agivano

61 Nel regno angioino l’affare più proficuo era senz’altro rappresentato dalla

concessione, a rimborso dei prestiti, di licenze di estrazione in franchigia di grandi


quantità di grano.  Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli acquisirono di fatto il monopolio
dell’esportazione di cereali dal Regno : G. Petralia, I Toscani nel Mezzogiorno medie-
vale… cit. ; E.S. Hunt, The medieval supercompanies… cit.
62 J. Yver, Le commerce et le marchands… cit., p. 302.
63 R.W. Kaeuper, Bankers to the crown… cit., p. 121-122.
64 Id., The Frescobaldi of Florence… cit., p. 72.
Banchieri del re 327

come appaltatori65. Ciò consentiva alle compagnie di raccogliere


con facilità e poca spesa informazioni sull’andamento del mercato,
la presenza delle merci, il fluttuare dei prezzi. Informazioni che
potevano rivelarsi preziose per le loro attività commerciali.
Infine, non si possono dimenticare i vantaggi economici che
derivavano dal prestigio legato alla funzione di banchieri del re.
In particolare, le compagnie privilegiate annoveravano inevitabil-
mente tra la propria clientela bancaria esponenti di primo piano
delle aristocrazie laiche ed ecclesiastiche variamente legate alla
corte66. I loro depositi contribuivano certamente ad aumentare la
disponibilità di capitali delle società.
In breve, la contropartita che le compagnie ottenevano per la
loro esposizione con il sovrano era l’aprirsi di un enorme spazio
per le loro attività bancarie ma soprattutto commerciali, uno
spazio nel quale esse si muovevano in condizioni del tutto privi-
legiate e, per l’abbattimento dei costi di transazione, con margini
di profitto assai più elevati rispetto alle altre società. Fu il dominio
quasi incontrastato su spazi commerciali così vasti che consentì a
queste compagnie di diventare « super-companies », raggiungendo
dimensioni operative e livelli di ramificazione e complessità degli
affari che non erano mai stati raggiunti da altre società in prece-
denza e che non sarebbero mai più stati raggiunti, nel Medioevo,
dopo gli anni ’40 del Trecento.

La fine
Alcune delle più potenti compagnie di banchieri dei re, in parti-
colare i Ricciardi nel 1294-1295 e i Bardi e i Peruzzi nel 1342-1343,
furono protagoniste di disastrosi fallimenti67. In passato la respon-
sabilità di queste crisi era stata attribuita ai sovrani. A causa della
stretta relazione tra le aziende e il potere monarchico, l’eventuale
insolvenza del re poteva avere conseguenze molto gravi. La storio-
grafia ha però da tempo scagionato i monarchi. Il loro compor-

65 Sulla scarsa propensione delle compagnie privilegiate ad assumere diret-

tamente l’appalto delle imposte cfr.  J.  Yver, Le commerce et le marchands… cit.,
p. 349.
66 Ivi, p. 351 e s. ; per i Ricciardi in Inghilterra I. Del Punta, Mercanti e banchieri

lucchesi… cit., p. 186 e s.


67 Sul fallimento dei Ricciardi R.W.  Kaeuper, Bankers to the crown… cit.,

p. 209 e s. e I. Del Punta, Mercanti e banchieri lucchesi… cit., p. 193 e s. Su Bardi
e Peruzzi ancora utile A.  Sapori, La crisi delle compagnie mercantili dei Bardi e
dei Peruzzi, Firenze, 1926 e ora E.S.  Hunt, The Medieval Supercompanies… cit.,
p. 230 e s. ; ricco di spunti anche M. Luzzati, Giovanni Villani e la compagnia dei
Buonaccorsi, Roma, 1971.
328 Alma Poloni

tamento non appare improntato a quella capricciosa arbitrarietà


che talvolta è stata loro imputata. I rapporti tra i sovrani e le loro
società, come si è visto, erano molto complessi e in ogni momento
consistevano in un’articolata combinazione di debiti e crediti. I
mercanti, insomma, non erano mai esclusivamente creditori del
re, erano anche suoi debitori, dal momento che maneggiavano le
principali entrate fiscali. I debiti, in molti casi, controbilanciavano
i crediti, almeno in parte, e l’esposizione dei banchieri non era mai
di proporzioni drammatiche, tale di per sé da determinare il falli-
mento della società. La crisi di una compagnia poteva in effetti
comportare perdite per lo stesso sovrano, impossibilitato non
solo a ottenere altri prestiti, ma anche a rientrare in possesso del
suo stesso denaro. D’altra parte, bisogna considerare che nessun
monarca poteva permettersi di ignorare semplicemente i propri
debiti, poiché in questo caso avrebbe, come si suol dire, perso il
credito e nessun mercante avrebbe più accettato di soccorrerlo nei
momenti di difficoltà.
Il problema è che le « super-companies » raggiunsero con gli
anni un grado di complessità e di ramificazione degli affari stra-
ordinario per l’epoca, che, partendo dal loro spazio commerciale
privilegiato, le portò a essere attive su vari scenari europei. Una
tale complessità le esponeva ai rischi connessi all’instabilità della
situazione economica e ancor più politica e militare dell’Europa
della prima metà del Trecento. Quando le società incontravano
difficoltà su uno o più fronti, a causa di conflitti, tensioni politiche
o accidenti del mercato, secondo un meccanismo ben noto comin-
ciava a crearsi disagio tra i clienti e gli investitori ; la paura provo-
cava dapprima una diminuzione dei depositi e degli investimenti e
in un secondo momento poteva anche dare luogo a una corsa per
il ritiro dei capitali. Insomma, il fallimento era sempre determi-
nato da una molteplicità di fattori, ma la crisi delle compagnie non
era dovuta tanto a limiti intrinseci al sistema dei banchieri del re,
quanto alle dimensioni raggiunte dalle aziende e all’estrema artico-
lazione degli affari, che ovviamente moltiplicavano i rischi.
Il sistema dei banchieri del re, come si è visto, ha una data di
nascita piuttosto precisa, che si colloca tra la metà degli anni ’70
e la metà degli anni ’80 del Duecento. Esso ha anche una conclu-
sione, che tuttavia non è sincrona in tutte le realtà considerate.
Dopo il trasferimento della curia papale in Francia, Clemente V
decise, anche in considerazione delle perdite economiche subite
dal papato in seguito ai fallimenti a catena, di fare del tutto a meno
dei banchieri italiani. La relazione con le compagnie fu poi ripresa
con Giovanni  XXII, a partire dal 1316, ma su basi totalmente
diverse, abbandonando la pratica dei depositi, che aveva retto l’im-
pianto nella sua declinazione tardoduecentesca, e ricorrendo alle
Banchieri del re 329

società, in particolare fiorentine, solo per i trasferimenti dei fondi,


in particolare per la trasmissione ad Avignone dei proventi delle
decime68. Il denaro rimaneva nella disponibilità delle aziende per
periodi di tempo molto brevi. Soprattutto, venne a mancare l’altro
elemento fondamentale del sistema : i prestiti. Il papato avignonese
non ricorreva più così massicciamente ai mutui delle compagnie.
Per il sovrano francese lo stretto rapporto con i Franzesi fu, di fatto,
una breve parentesi. Dopo la fine di tale rapporto, nei primi anni
del Trecento, Filippo il Bello e i suoi successori fecero a meno quasi
completamente dei servizi delle aziende italiane. Nel corso del XIV
secolo la monarchia francese fece crescentemente affidamento sui
prestiti da parte degli ufficiali regi, appartenenti in gran parte alle
« élites »  urbane, e sulle prestanze forzose imposte a comunità e
ceti abbienti69.
Nel regno angioino il sistema dei banchieri del re fu abbando-
nato dopo l’ondata di fallimenti degli anni ’40, che travolse Bardi,
Peruzzi e Acciaiuoli, e la morte di Roberto I nel 134370. É vero che
negli anni successivi un membro della famiglia Acciaiuoli, il potente
Niccolò, fu tra i principali finanziatori in particolare di Luigi di
Taranto71. La vicenda di Niccolò, tuttavia, ha caratteristiche ben
diverse dal sistema del primo ‘Trecento. L’Acciaiuoli, giustiziere
della Terra di Lavoro al tempo di Roberto I e poi gran siniscalco del
Regno e conte di Terlizzi, fu un protagonista di primissimo piano
della vita politica del Regno. I suoi mutui a Luigi di Taranto si
inseriscono nelle sue strategie di affermazione politica personale
e assomigliano più ai prestiti degli ufficiali regi al sovrano fran-
cese che ai complessi rapporti finanziari tra le società fiorentine e
Roberto I. Anche in Inghilterra i fallimenti degli anni ’40 segnarono
di fatto la fine della relazione privilegiata del sovrano con le società
toscane72. Edoardo III tentò dapprima di replicare il sistema con
gruppi di mercanti inglesi riuniti in consorzi, ma dopo il 1350 non
trovò più operatori economici, locali o forestieri, disposti ad accor-
dargli anticipi consistenti. Nella seconda metà del XIV e nel XV
secolo i sovrani inglesi dipesero in maniera crescente dai prestiti
concessi loro da prelati e aristocratici, con rilevanti conseguenze
politiche.

68 Y. Renouard, Les relations des papes d’Avignon et des compagnies commer-

ciales et bancaires de 1316 a 1378, Paris, 1941.


69 E.B. Fryde, M.M. Fryde, Public credit… cit., p. 481 e s.
70 J. Yver, Le commerce et le marchands… cit., p. 317 e s.
71 L.  Tanfani, Niccola Acciaiuoli.  Studi storici fatti principalmente sui docu-

menti dell’archivio fiorentino, Firenze, 1863, doc. I, II, III, p. 161-167 ; F.P. Tocco,
Niccolò Acciaiuoli. Vita e politica in Italia alla metà del XIV secolo, Roma, 2001.
72 E.B. Fryde, M.M. Fryde, Public credit… cit., p. 463 e s.
330 Alma Poloni

Entro il 1350, insomma, l’epoca dei banchieri del re era tramon-


tata. Così come l’epoca delle « super-companies » : le compagnie
attive nella seconda metà del secolo, anche le più dinamiche,
avevano dimensioni operative assai più ridotte e interessi molto
meno estesi geograficamente73. Per comprendere le ragioni di
questi cambiamenti sarebbe necessaria un’analisi approfondita dei
singoli contesti, che tenesse conto dell’evoluzione dei sistemi fiscali
e degli sviluppi dei rapporti di potere tra le monarchie e i diversi
attori politici – comunità cittadine ed « élites » urbane, comunità
rurali, signori laici ed ecclesiastici – così come delle trasformazioni
economiche innescate dalla « crisi del Trecento ». Tutto ciò esula
dagli obiettivi ben più circoscritti di questo lavoro.
In ogni caso, il fenomeno dei banchieri del re caratterizzò
fortemente la scena europea tra la fine del Duecento e la prima
metà del Trecento. Le sue ripercussioni economiche e politiche
non sono ancora chiare e meriterebbero forse uno sforzo interpre-
tativo capace di andare oltre la prospettiva prevalente negli studi
più risalenti, improntata a un giudizio sostanzialmente negativo
sul pesante indebitamento dei sovrani nei confronti degli scaltri
mercatores toscani.

Alma Poloni

73 Un’acuta analisi dei cambiamenti, nella dimensione e nella struttura delle

compagnie, successivi alla metà del Trecento si trova ora in R.A.  Goldthwaite,
L’economia della Firenze rinascimentale, Bologna, 2013. Per questi aspetti A. Poloni,
Una società fluida. L’economia di Firenze nel tardo medioevo, in Storica, 61-62, 2015,
p. 165-190.

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