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Andreuccio da Perugia

Andreuccio, che non si è mai allontanato da Perugia, è un mercante di cavalli assai giovane ed


ingenuo, che, giunto a Napoli per concludere qualche buon affare, fa sfoggio della sua ricchezza
sulla piazza del Mercato: 
Andreuccio viene così notato da una prostituta siciliana che cerca di derubarlo: dopo aver visto il
giovane salutare con trasporto un'anziana donna, anch'essa siciliana, chiede a quest'ultima notizie
sul giovane, per poi fingersi sua sorella, figlia di un’amante conosciuta dal padre durante un
viaggio nell'isola. Il ragazzo viene invitato dalla donna nella sua casa, nella contrada Malpertugio,
un quartiere malfamato di Napoli. Il giovane è commosso dalla rivelazione della donna, al punto da
fermarsi a cena e poi, su insistenza della presunta sorella, a dormire lì. Spogliatosi dei suoi vestiti e
della bisaccia con i denari così ambiti, Andreuccio si reca nella latrina (il "chiassetto"), dove c'è
un'asse schiodata che funge all'uso. Il protagonista vi scivola dentro, senza tuttavia subire danni
fisici dalla caduta nella fogna; mentre la donna s'impossessa dei denari, il giovane inizia così a
gridare e a richiamare l’attenzione del quartiere. Interviene il ruffiano della prostituta, che invita il
ragazzo ad andarsene per evitare problemi più gravi. Direttosi verso il proprio albergo, Andreuccio
incontra poi due ladri, che lo scovano nonostante egli si sia rifugiato in un casolare: i due gli
spiegano che è stato fortunato ad essere caduto fuori dalla casa della prostituta, perché se fosse
rimasto là sarebbe stato senza dubbio ucciso.
I due delinquenti raccontano poi al giovane che hanno intenzione di derubare il cadavere
dell’arcivescovo Filippo Minutolo, gran dignitario del Regno napoletano, che, morto da poco, è
stato seppellito con ornamenti e oggetti preziosi nel duomo partenopeo. Andreuccio decide di
partecipare al furto. I due ladri, però, obbligano il giovane a lavarsi, data la puzza che emana.
Viene calato così in un pozzo vicino alla chiesa, ma viene subito abbandonato dai due, a causa
dell’arrivo di alcune guardie di giustizia. Queste, assetate, tirano su la corda a cui era appeso il
giovane e alla sua vista, colti dal terrore, fuggono. Andreuccio incontra nuovamente i ladri, cui
racconta il proprio rocambolesco "salvataggio" e con cui attua finalmente il furto. Scoperchiata la
tomba in marmo dell’arcivescovo i due criminali obbligano il ragazzo a introdursi nel sepolcro e a
consegnare loro gli oggetti preziosi. Andreuccio, capendo che i ladri vogliono nuovamente
abbandonarlo, una volta ottenute tutte le reliquie, tiene per sé un anello. I due chiudono poi nella
tomba il giovane, che sviene per il terrore della morte e il puzzo del cadavere. Mentre Andreuccio
si tormenta sul proprio destino sciagurato, sopraggiungono altri due ladri che aprono l'arca. Un
prete prova a calarsi all'interno, ma Andreuccio, cogliendo l'occasione favorevole, gli afferra la
gamba, terrorizzando lui e i due malfattori, che fuggono immediatamente. Finalmente libero, il
protagonista esce dalla cripta e torna a Perugia, con l’anello dell’arcivescovo.
Inoltre ciò che l’autore descrive con perizia è anche la realtà urbana napoletana del Trecento, che
Boccaccio stesso aveva conosciuto direttamente: il caotico mercato, i quartieri popolari e
malfamati, i vicoletti e i suoi abitanti. La Fortuna e il Caso dominano questa novella cittadina, tipica
dello spirito del Decameron: Andreuccio dopo diverse disavventure riesce a tornare al punto di
partenza, Perugia, arricchito sia materialmente sia interiormente. Da giovane ingenuo che era,
Andreuccio diventa un furbo mercante, che usa l’astuzia per sfuggire a situazioni pericolose.

Lisabetta da Messina
Lisabetta è una giovane ragazza messinese, orfana di padre, che vive insieme ai suoi tre
fratelli, originari di San Gimignano e divenuti ricchi conducendo affari e commerci
particolarmente redditizi. La giovane donna, non ancora maritata, commette lo sbaglio
d’innamorarsi di Lorenzo, un modesto ragazzo di Pisa che aiuta i fratelli nel loro lavoro.
Il giovane appartiene a un ceto inferiore a quello di Lisabetta e di conseguenza il loro
amore assume immediatamente implicazioni sociali assai complicate per l’epoca,
esemplificate dalla mentalità ristretta dei tre fratelli, rispetto alla quale invece la
passione tra i due protagonisti si afferma come qualcosa di assolutamente spontaneo e
naturale. Se la "bisogna" (ovvero, la situazione che nasce tra i due) sembra promettere
un esito felice della vicenda (come nelle novelle della quinta giornata), lo sviluppo
successivo sarà tragico. I tre fratelli infatti, una volta scoperto che la sorella si reca
nottetempo dal suo amante, decidono di contrastare con ogni mezzo la loro unione,
che nella loro ottica affaristica (Lisabetta è ancora nubile) mette a rischio il decoro e il
buon nome della famiglia. Inducono così Lorenzo a seguirli fuori città con una scusa, e
una volta usciti da Messina lo assassinano e ne occultano il corpo. Tornati a casa
giustificano l’assenza del loro giovane aiutante dicendo a tutti che si trova altrove per
motivi di affari, e convincono di ciò anche la povera Lisabetta. Quando l’assenza di
Lorenzo diventa però sospetta, protraendosi per troppo tempo, la giovane donna
innamorata comincia a disperarsi.
Una notte il defunto compare ad animare i sogni di Lisabetta, rivelandole di essere stato
ucciso dai fratelli, e mostrandole il luogo dove è stato sepolto da questi. La ragazza,
presa da sconforto e disperazione, escogita un piano per recuperare il corpo di Lorenzo.
Ottiene infatti il permesso dei fratelli di fare una gita in campagna con una fidata donna
di servizio, Lisabetta si reca sul luogo indicatole in sogno dall'amato. Qui ne
disseppellisce il cadavere, e, non potendogli dare più degna sepoltura, gli taglia la
testa per poter conservare vicino a sé almeno un ricordo del suo innamorato. Tornata a
casa, Lisabetta nasconde la testa di Lorenzo in un vaso ("un testo di bassilico", dice
Boccaccio introducendoci alla narrazione) e la copre con una profumatissima pianta di
basilico, che cresce in modo assai rigoglioso. Ogni giorno Lisabetta piange e si dispera
sul vaso di basilico, trasferendo su questo l'amore e la passione insopprimibili per
l'amato Lorenzo. Il comportamento di Lisabetta insospettisce i vicini, che segnalano
l'anomalia ai fratelli; questi ultimi decidono quindi di requisirle la pianta e, dopo averci
trovato all’interno la testa dell’amato, di far sparire il tutto. Timorosi che la vicenda e il
delitto da loro compiuto diventino di dominio pubblico, abbandonano Messina e si
trasferiscono a Napoli, portando con loro Lisabetta. La ragazza, già ammalatasi dopo la
sottrazione della pianta, muore di lì a poco di dolore.

Nastagio degli onesti


Lo sfondo della novella è una Ravenna duecentesca dove Nastagio, un nobile che ha
ereditato ampie ricchezze, brucia d’amore per una giovane donna, più nobile e ricca di
lui, che fa parte dell’importante famiglia Traversari. Per conquistare le sue grazie
Nastagio si spende in feste continue, dilapidando il suo patrimonio e soffrendo
profondamente per i continui rifiuti sdegnosi dell’amata, che resta del tutto indifferente
al prodigarsi del giovane innamorato
La condizione di Nastagio peggiora sempre più e gli amici, vedendolo sofferente e
preoccupandosi che faccia sfumare tutto il suo capitale, lo convincono a lasciare
Ravenna per cercare di dimenticare la crudele donna amata. Nastagio ubbidisce e lascia
la città trasferendosi in campagna. Qui un giorno assiste a una “caccia infernale” (tipico
elemento della letteratura e dell’immaginario medievale): una ragazza corre
all’impazzata completamente nuda inseguita da un cavaliere nero che, una volta
raggiunta, la fa a brandelli a coltellate. La scena si ripete più volte. Nastagio cerca di
fermare lo scempio ma il cavaliere gli spiega cosa sta succedendo:
La visione "sdoppia" e replica la vicenda di Nastagio, e la quasi identità dei nomi tra
protagonista e cavaliere è assai indicativa in merito. Vengono cioè messe in scena le
ossessioni amorose di Nastagio e il rischio che lui e l'amata implicitamente corrono (lei
perseverando nel rifiuto e lui suicidandosi per il dolore). La caccia infernale è la loro
punizione, che si ripete ogni venerdì. Ascoltate le parole del cavaliere, Nastagio aguzza
l’ingegno e indice in quel luogo un pranzo per il venerdì successivo, invitando la donna
amata con amici e genitori. Puntualmente alla fine del banchetto la “caccia infernale” si
ripete, e con essa anche la spiegazione del cavaliere di fronte ai nuovi ospiti. Dopo aver
assistito alla cruenta scena e aver compreso la spiegazione del cavaliere, la donna
amata da Nastagio si ravvede, cedendo all’amore del giovane. Insieme a lei tutte le
donne ravennati diventano più caute nel rifiutare gli innamorati, timorose di fare la
stessa fine della donna protagonista della “caccia infernale”.
Chichibio cuoco
La trama è la seguente: durante una battuta di caccia, Currado Gianfigliazzi, nobile e
cavaliere, proveniente da una famiglia di banchieri, trova e uccide una gru, che invia al
suo cuoco, Chichibio. Il cuoco cucina a perfezione il volatile. Giunge Brunetta, la ragazza
di cui è innamorato Chichibio, che gli domanda una coscia della gru. Il cuoco
inizialmente rifiuta, ma, stuzzicato e provocato dalla donna, alla fine cede e le dona una
coscia.
Chichibio serve poi la gru a Currado e ai suoi ospiti. Non appena vede la zampa
mancante, il nobile chiede spiegazioni al cuoco, che risponde che le gru hanno una sola
zampa. Il nobile, irritato dalla menzogna di Chichibio, lo sfida: il giorno successivo
sarebbero andati a vedere al lago per verificare l'esattezza di questa affermazione. Una
volta giunti lì, i due uomini scorgono diverse gru su una zampa sola, cioè nella posizione
in cui questi uccelli sono soliti dormire. Currado quindi, gridando “oh, oh”, corre verso
gli uccelli, che spaventati volano via, tirando fuori anche la seconda zampa. Currado
allora chiede a Chichibio: “Che ti par, ghiottone? Parti ch’elle n’abbian due?”. Il cuoco
risponde con notevole prontezza: 
Messer sì, ma voi non gridaste - ho ho - a quella di iersera; ché se così gridato aveste,
ella avrebbe così l'altra coscia e l'altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste.
L'intelligente risposta di Chichibio fa ridere il nobile Currado, che quindi perdona il
cuoco per la sottrazione della coscia di gru.

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